mercoledì 24 ottobre 2012

Caro lettore, ti chiudo l’account (e i miei libri non li leggi più)

Corriere della sera
di Tommaso Pellizzari


Cattura
Potrebbe succedere, per esempio, a uno studente universitario che fotocopia da un amico un testo universitario e va a casa a studiarselo. Potrebbe succedere che, a una qualsiasi ora, un dipendente della casa editrice suoni alla porta, entri in casa armato di carrello e scatoloni con i quali si porti via tutti i libri a casa dello studente, perché fotocopiare è illegale (e nelle pagine iniziali o finali del libro stesso c’è scritto con chiarezza). Più o meno è quello che è capitato – stando a quanto racconta un blogger norvegese – a una lettrice norvegese di nome Linn. All’improvviso si è ritrovata con il suo account su Amazon chiuso, e l’impossibilità quindi di leggere o rileggere tutti  i libri precedentemente scaricati dopo regolare pagamento. A quanto racconta il blogger, amico di Linn (la cui storia è stata ripresa dal “Guardian“, dall’ “Huffington Post“ e da downloadblog.it), non sono chiare le ragioni per cui una cosa del genere sia successa.

L’ipotesi più plausibile è che la donna, residente in Norvegia, abbia provato a iscriversi ad Amazon inglese fornendo l’indirizzo di un amico: una pratica vietata da Amazon che – come ricorda download.blog – può in qualsiasi momento revocare l’accesso al Kindle Store e al contenuto del Kindle senza alcun rimborso. Secondo quanto ha spiegato Amazon, l’account di Linn è stato chiuso perché risultato collegato a uno (presumibilmente quello dell’amico) che già era stato chiuso per violazioni delle policy dell’azienda di Seattle. Non è noto cosa avesse fatto l’anonimo inglese né è nota la posizione di Amazon (al momento la filiale italiana non ha rilasciato nessun commento). Alla donna, l’azienda ha scritto due volte confermando la propria decisione senza spiegare nulla di più.

Certo è che la vicenda fa riflettere. In primo luogo perché ricorda a tutti i lettori di ebooks  - in modo piuttosto brutale – che di immateriale non c’è solo il libro che leggono, ma anche la proprietà del medesimo (non è una novità, più che di acquisto si tratta di un prestito, benché teoricamente a tempo indeterminato). Il secondo aspetto, però, è quello più importante e ha a che fare con la privacy di tutti noi: quanto sanno davvero, le grandi aziende digitali, di quello che facciamo, rispetto a quello che affermano di sapere? Questa è la domanda, alla quale già si sa che sarà molto dura avere risposta.

Se non fossi stato il solista del mitra oggi racconterei solo i miei malanni”

La Stampa

Intervista a Luciano Lutring: “Dopo due ergastoli ho trovato il coraggio di ricominciare”

chiara fabrizi


Cattura
Qualcuno l’ha definito una leggenda, il bandito gentiluomo, il rapinatore dal cuore d’oro. Luciano Lutring, 75 anni, da anni non porta più il mitra nella custodia del violino: ha pagato il conto con la giustizia e ha scelto di vivere, ormai da 5 lustri, sulle colline del Vergante, a Massino Visconti. Si sposta poco, a causa di una salute malferma. Lo scrittore e drammaturgo Andrea Villani gli ha dedicato il suo ultimo libro.
 
Come sta? «Dopo 11 mesi di ospedale, non posso certo dire di stare bene. Pago le conseguenze della mia vita passata. Ci sono ancora, ho la pelle dura».
 
Non si spengono i riflettori su di lei e sulla sua storia. Il nuovo libro di Andrea Villani lo testimonia. Come vive l’attenzione che la circonda?
«Se non avessi fatto quello che ho fatto, se fossi uno sconosciuto signor Brambilla, ora starei qui a pensare alle medicine, alla malattia. Anche se mi sento un uomo qualunque, in realtà l’etichetta di bandito me la porto sempre addosso. Le mie avventure continuano ad offrire spunti alla tv, con l’ultima fiction di cui è stato protagonista il commissario Nardone: nella realtà, ha cercato di prendermi, senza mai riuscirci. Ma anche al grande schermo: proprio in questi giorni ho ceduto i diritti dell’ultimo mio libro. Sulla carta stampata, di recente la rivista storica Grand Hotel mi ha dedicato un servizio e Andrea Villani, che ho conosciuto tempo fa, ha deciso di scrivere la mia storia».
 
Che giudizio dà del libro di Villani? «Per una volta, non sono io a scrivere di me: sono come uno spettatore alla finestra. Villani ha scritto come lui mi vede, sulla base di ciò che è emerso nei nostri incontri».
 
E’ mai venuto fuori il vero Lutring dai libri e dal cinema?
«Quando il tuo personaggio è interpretato da un attore come Alain Delon nel film “Lo zingaro”, beh, importa fino a un certo punto che sia proprio tutto vero. Nei libri che ho scritto c’è la mia verità, un passato così ricco di storie che offre sempre nuovi spunti».
 
Si guarda mai indietro?
«E’ da lì che ha avuto inizio la mia nuova vita: stando nell’angolo buio della sofferenza, ho avuto la forza di dare un nuovo senso alla mia esistenza. Sono stato nel braccio della morte, a Parigi, e non ho mai mollato, mentre vedevo ragazzi che dovevano scontare anche un solo anno di carcere cedere, cercare la morte, suicidarsi».
 
Due grazie ricevute, due figlie e due grandi passioni, la scrittura e la pittura: tutto questo l’ha salvata?
«Sì, scrivendo e dipingendo, ho trovato l’amore nella solitudine. Anche la preghiera mi ha aiutato».
 
Le fa paura la sua condizione attuale?
«Non ho mai temuto il dover star solo: accetto la solitudine come una compagna. Ora non riesco più a dipingere come una volta. Mi devo accontentare di fare uno o due quadri al mese. Ma le mie opere sono sempre molto richieste: di recente è stata allestita una mia mostra a Brunico».

Commissione cardinalizia su caso Orlandi"

La Stampa

vatican

L'appello lanciato da Pietro Orlandi, che auspica l'apertura di una indagine interna con l'istituzione di una inchiesta analoga a quella istituita per il caso Vatileaks


Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano

Cattura
A un anno di distanza dalla prima petizione per Emanuela Orlandi, il fratello della ragazza scomparsa quasi 30 anni fa, Pietro Orlandi, lancia un secondo appello, chiedendo che Oltretevere si attivino strumenti concreti per far luce sulla vicenda. Alla petizione si potrà aderire dal sito creato per l'occasione, www.emanuelaorlandi.it, attivo da oggi. E se un anno fa la prima petizione - a cui aderirono migliaia di persone - era rivolta al Papa, questa volta il destinatario è il segretario di Stato Vaticano cardinal Tarcisio Bertone.«Eminenza - si legge nel testo - il rapimento della cittadina vaticana Emanuela Orlandi, avvenuto nel lontano 1983, ha gettato ombre e dubbi sul comportamento del Vaticano, che nel corso di questi tre decenni non ha avuto il coraggio di abbattere quel muro di silenzi e di omertà eretto intorno a questa vicenda».

«Lo Stato Vaticano - prosegue la petizione - ha da sempre rinunciato alla ricerca di una sua innocente cittadina, suscitando lo sdegno di tantissime persone e di tutti quei sacerdoti che ogni giorno si impegnano perché la vita dei più deboli venga rispettata. È l'ora di un segnale forte di cambiamento. Le chiediamo pertanto di adoperarsi affinché venga aperta un'indagine, interna allo Stato Vaticano, sul sequestro di Emanuela Orlandi, con la conseguente istituzione di una Commissione cardinalizia d'inchiesta che si impegni, con onestà e volontà, a far emergere la Verità su questa vergognosa e disumana storia. Che il sacrificio di Emanuela, viva o morta che sia, e il perenne martirio di una famiglia, servano ad un profondo e radicale cambiamento nelle coscienze di chi, ai vertici delle gerarchie ecclesiastiche, sta portando questa Chiesa sempre più lontana dall'insegnamento di Gesù».

«La petizione - spiega Pietro Orlandi - è stata letta ufficialmente sabato 20 ottobre ad Osimo in occasione del primo festival di giornalismo d'inchiesta. La città marchigiana si è impegnata moltissimo per questa causa e  mi è stata consegnata la cittadinanza onoraria».Sullo sfondo resta il mistero sull'origine vaticana della sepoltura eccellente di Renatino De Pedis. Il permesso per seppellire il capo della banda della Magliana nella chiesa di Sant’Apollinare arrivò direttamente dalla Cei. E’ stato infatti il cardinal Ugo Poletti il 10 marzo 1990 a rilasciare il “nulla osta della Santa Sede alla tumulazione della salma”.

Così scrive il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri in una lettera a Walter Veltroni che aveva presentato un’interrogazione sulla questione. La basilica di S. Apollinare, rileva il ministro, “non è territorio dello Stato del Vaticano” ma gode di un “particolare regime giuridico, definito dalla Corte Costituzionale ‘privilegio di extraterritorialità” che si traduce “nel riconoscimento alla Santa Sede della facoltà di dare all’immobile “l’assetto che creda, senza bisogno di autorizzazioni o consensi da parte di autorità governative, provinciali, comunali italiane”.

Nella lettera del ministro Cancellieri si ammette che sono stati acquisiti documenti che hanno consentito di appurare una serie di circostanze. “In data 10 marzo 1990 il cardinal Ugo Poletti – scrive Cancellieri – rilasciava il nulla osta della Santa Sede alla tumulazione della salma di De Pedis nella Basilica di S. Apollinare”. Il 20 marzo 1990 “monsignor Pietro Vergari, attesta, nella qualità di Rettore della Basilica di S. Apollinare, che la stessa è soggetta allo speciale regime giuridico di cui all’articolo 16 della legge n. 810/29 sopra richiamato. E poi la famiglia De Pedis ottiene, in data 23 marzo 1990, dall’autorità comunale l’autorizzazione all’estumulazione della salma del congiunto dal Cimitero monumentale del Verano per il successivo trasferimento alla Basilica di S. Apollinare in Roma”.

“La famiglia De Pedis chiede nella stessa data, 23 marzo 1990, l’assistenza sanitaria per la traslazione della salma ‘nella Basilica di S. Apollinare Stato Città del Vaticano’. La famiglia De Pedis ottiene in data 24 aprile 1990 dalla autorità comunale l’autorizzazione al trasporto della salma del congiunto ‘da Roma a Città del Vaticano’”. Dei nuovi documenti, chiude la lettera, “è stata informata l’autorità giudiziaria”.“La lettera del Ministro Cancellieri è molto importante – ha replicato lo stesso Veltroni – fissa dei dati che mutano l’analisi della situazione”
.
Secondo l’ex segretario del Pd lo status della “basilica di sant’Apollinare consente di mutare, senza autorizzazioni italiane, ‘l’assetto’, così evidentemente intendendosi opere sulla struttura dell’edificio che possono essere effettuate in deroga a permessi amministrativi. Come è ovvio non sono trasferibili a beni non extraterritoriali i benefici previsti per quelli che lo sono. Evidentemente dunque non poteva essere trasferita lì, senza l’ottemperanza alle leggi italiane, una salma traslata da un cimitero sul territorio del nostro paese”, aggiunge. “Il ministro conferma che nessuna autorizzazione di quelle previste dalla legge è stata rilasciata, mai. Anche in ragione del fatto che, secondo le leggi italiane per eseguire queste speciali sepolture è necessario che il defunto abbia acquisito in vita ‘speciali benemerenze’.

E non è certo il caso del Signor De Pedis, capo della banda della Magliana”, sottolinea Veltroni. “Dunque questo è il primo profilo di evidente irregolarità della anomala procedura che ha portato alla incredibile decisione di seppellire il capo di una banda criminale in una delle Basiliche di maggiore importanza di Roma”, dice ancora Veltroni. “Ribadisco che per me De Pedis, come ogni cittadino, ha diritto ad una sepoltura dignitosa. Come gli altri. Non di meno, non certo di più – sottolinea – il ministro indica però dei nuovi documenti, pervenuti al ministero. Secondo queste carte, del Comune di Roma, viene realizzata una clamorosa procedura".

Costantino simbolo della tolleranza religiosa? Una truffa, vero il contrario”

La Stampa

Il rabbino capo di Roma contro l’uso strumentale della figura dell’imperatore in vista delle celebrazioni: “Per ebrei e non cristiani prezzo di sangue altissimo”

giacomo galeazzi
roma


Cattura
«E’ una colossale e inqualificabile truffa spacciare la conversione di Costantino per un simbolo universale di tolleranza religiosa. È vero esattamente il contrario. E il prezzo pagato con il sangue dai non cristiani è stato altissimo. Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni insorge contro la «clamorosa lettura antistorica» che, a suo parere, attraverso rievocazioni, mostre e convegni, «intende trasformare un evento dalle conseguenze nefaste in un caposaldo dell’Occidente».

Rabbino Di Segni, perché teme un “uso strumentale” delle celebrazioni del 17° centenario costantiniano?
«La conversione dell’imperatore al cristianesimo non è affatto l’inizio della tolleranza religiosa, anzi è da lì che hanno preso il via le persecuzioni inflitte alle altre religioni. Da quell’infausta data in poi tutti i non cristiani iniziarono ad essere perseguitati. Perciò costituisce palesemente una truffa fornirne un’interpretazione in termini positivi ed addirittura esaltarla come un passo in avanti per l’umanità».

Teme un’operazione di politica culturale?
«Mi pare evidente. Ed è ancora più pericoloso e preoccupante se si vuole strumentalizzare un remoto passato per diffondere nell’odierna società globalizzata modelli inquietanti di predominio religioso che ostacolano la pacifica convivenza tra i credenti. La lezione da trarre da questa triste pagina semmai è un’altra. E questa sì andrebbe attualizzata».

E cioè quale?
«Forzature così assurde testimoniano ancora una volta il dato amaro e incontrovertibile che la storia viene sempre scritta dai vincitori. Per questo, diciassette secoli dopo si può celebrare la conversione di Costantino decontestualizzandola e contrabbandando per autentica una finta “pacificazione” che in realtà altro non fu che l’inizio delle persecuzioni da parte dei cristiani».

Perché la ritiene una data infausta?
«Con la conversione di Costantino è cambiato tutto. Quell’evento ha inciso in maniera decisiva sulla storia ed è strettamente connesso alla persecuzione antiebraica. Nulla dopo quella data fu più come prima e nessuno meglio del popolo ebraico può testimoniarlo.La conversione di Costantino costituisce uno spartiacque epocale, ha diviso la storia tra un prima e un dopo, determinando un drammatico sconvolgimento a cui ha inutilmente tentato di porre rimedio l’ottimo imperatore Giuliano ribattezzato per questo polemicamente e ingiustamente dai cristiani l’Apostata».

È compito degli storici porre rimedio alla “forzatura” che lei denuncia?
«Negare ciò che quella data rappresenta va contro ogni evidenza storica. E questa vale in assoluto come principio, al di là del fatto che la conversione dell’imperatore fosse sincera oppure fosse solo un’astuta mossa politica».


fotogallery
Costantino e la svolta del 313 Mostra a Milano

Le foto dei padri che non pagano gli alimenti? Finiscono sulle scatole delle pizze

Corriere della sera

La campagna contro il genitore «inadempiente»

Non pagano gli alimenti ai figli, non se ne occupano, sono nullafacenti. Bene: d'ora in poi le loro facce potranno andare a decorare le scatole delle pizze d’asporto. Non è la curiosa iniziativa di una ex moglie vendicativa o di una figlia adolescente arrabbiata, ma una possibilità che stanno seriamente prendendo in considerazione le massime autorità russe in materia.



PADRE UMILIATO, FIGLIO SALVATO - Iniziative simili sono già state adottate nel Paese, dove i «debitori d’alimenti» – così sono chiamati - possono essere riconosciuti su cartelloni pubblicitari e banner, per strada e online. I risultati della pubblica umiliazione sono stati stupefacenti: il numero di nuovi casi di figli che non ricevono il dovuto supporto materiale paterno sono calati del 30% in meno di cinque anni. Gli ufficiali giudiziari hanno iniziato a redimere e rendere pubbliche le liste dei colpevoli, padri che si sono macchiati della vergognosa colpa – e reato - di non sostentare la propria prole, nel 2007. Quell'anno i nuovi casi di mancato pagamento degli alimenti furono 1.230mila, contro gli 881mila attuali. La campagna ha cambiato l’attitudine dei russi nei confronti della figura del padre inadempiente, che adesso è diventata socialmente inaccettabile.

DALL’AMERICA ALLA RUSSIA – Wanted: come nei cartelli del vecchio Far West, quelli russi che mostrano la faccia dei padri ricercati hanno proprio lo scopo di aiutare le autorità a localizzarli, grazie all’aiuto dei cittadini. La pubblica umiliazione è comunque un forte deterrente in sé, infatti molti uomini che per lungo tempo erano scappati al proprio "debito degli alimenti" si sono presentati spontaneamente alle autorità giudiziarie sotto la minaccia di veder il proprio volto comparire in qualche lista esposta al pubblico giudizio.

L’idea delle scatole della pizza arriva proprio dagli Stati Uniti, dove cinque anni fa Cynthia Brown, direttrice della Child Enforcement Agency della Contea di Butler, Ohio, ebbe un’illuminazione ritirando una pizza d’asporto. Iniziative con lo stesso scopo sono state adottate da altre contee in vari stati americani: dai poster sul web al sequestro e messa all’asta delle auto dei padri incriminati, dagli accordi con le compagnie di telefonia per scovare i padri fuggiaschi a quelli con le aziende di acqua e gas per inviare messaggi insieme alle bollette.

IL DESTINO DEI «DEBITORI D’ALIMENTI» - Il lavoro portato avanti negli ultimi cinque anni in Russia è stato meticoloso. I «debitori d'alimenti» sono divisi in categorie: da quelli adempienti – che vengono solo controllati, ai ricercati, a quelli sotto procedimento giudiziario. A rafforzare il tiro sono state reintrodotte misure che prevedono il pignoramento dei beni, il divieto d'espatrio e anche la prigione per i recidivi.

Nel primo semestre di quest’anno, sono stati aperti 34mila procedimenti penali (ma molti altri sono stati evitati grazie alla minaccia di aprirli), e oltre 82.600 uomini hanno il divieto di lasciare il suolo russo a causa del debito coi figli. Anche la cooperazione con le istituzioni religiose aiuta, dato che spesso i preti hanno più ascendente che gli ufficiali giudiziari sui cattivi padri. Circa un terzo dei bambini che ricevono gli alimenti dal padre, in Russia, lo ottengono grazie all'intervento degli ufficiali giudiziari, ha spiegato nei giorni scorsi il loro capo, Artur Parfenchikov, all'agenzia di stampa russa Itar-Tass.


Carola Traverso Saibante
24 ottobre 2012 | 15:07

La storica segretaria di Bersani indagata per truffa aggravata

Corriere della sera

Zoia Veronesi avrebbe percepito indebitamente soldi dalla Regione. Il leader Pd: «Assolutamente sereno»

Zoia VeronesiZoia Veronesi


BOLOGNA - Zoia Veronesi - la storica segretaria del'attuale leader del Pd, Pierluigi Bersani - è indagata per truffa aggravata ai danni della Regione Emilia-Romagna nell'ambito di un'inchiesta nata nel 2010 da un esposto del deputato di Futuro e Libertà, Enzo Raisi. Nei giorni scorsi il pm, Giuseppe Di Giorgio, le ha inviato un avviso di garanzia con l'invito a rendere interrogatorio. Veronesi, assunta dalla Regione Emilia-Romagna, venne distaccata da viale Aldo Moro a Roma per intrattenere rapporti con il Parlamento. Secondo l'esposto di Raisi il distacco a Roma sarebbe stato deciso ad hoc per consentire alla Veronesi di seguire nella capitale il segretario ed ex presidente della Regione Emilia-Romagna.

Le indagini della Guardia di Finanza non hanno trovato traccia del tipo di attività che avrebbe svolto la Veronesi per conto della Regione tra il 2008 e il 2009. Da qui l'ipotesi d'accusa: Veronesi avrebbe percepito indebitamente soldi dalla Regione per circa un anno e mezzo. Dopo l'esposto del parlamentare finiano e l'apertura dell'inchiesta, la segretaria di Bersani si licenziò dalla Regione per poi essere assunta dal partito a Roma. La donna, difesa dall'avvocato Paolo Trombetti, sarà interrogata a breve: «Andremo senz'altro all'interrogatorio perché abbiamo interesse a chiarire che non c'è stata alcuna irregolarità da parte della signora Veronesi alla quale non può essere rimproverato nulla», ha spiegato il legale.

Pier Luigi BersaniPier Luigi Bersani

BERSANI - Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha accolto con «assoluta serenità» la notizia di una informazione di garanzia alla sua storica segretaria. Il leader Democratico, apprende la Dire, non ha nascosto lo stupore per una contestazione del tutto infondata. A Largo del Nazareno fanno notare che «a onor del vero, per il partito, Zoia ha fatto per molto tempo del volontariato». E quanto all'iniziativa di Raisi, commentano i vertici Pd: «Raisi tira fuori questa storia a ogni elezione».

Enzo Raisi (Fli)
Enzo Raisi (Fli)

IL COMMENTO DI RAISI - «Sono un garantista», dice Enzo Raisi che si presentò in Procura alla vigilia delle elezioni regionali, nel marzo del 2010, per segnalare quattro casi a suo dire di «malgoverno»: gli altri riguardavano la società Lepida, l'agenzia di comunicazione Pablo e Bruno Solaroli, allora capo di Gabinetto del presidente della Regione, Vasco Errani. «Sono l'unico - ironizza Raisi - ad aver fatto esposti sulla Regione senza essere mai stato eletto in viale Aldo Moro. Ho adempiuto al mio ruolo istituzionale e riferito di casi che mi erano stati segnalati. E continuerò a farlo».

Gianluca Rotondi
24 ottobre 2012

Ama, la promozione «costa» 500 euro

Corriere della sera

Il racconto di un dipendente che ha rifiutato: i colleghi «invitati» a ricompensare Alessandro Bonfigli (Cisl)


Una copertina della rivista aziendale. Il secondo da destra è Alessandro Bonfigli (Cisl)Una copertina della rivista aziendale. Il secondo da destra è Alessandro Bonfigli (Cisl)

ROMA - Nell'Ama delle promozioni facili ai sindacalisti, dei summit per decidere le nomine svolti direttamente in Campidoglio, della pletora di familiari entrati con chiamata diretta (dal cugino della moglie del sindaco al genero dell'amministratore delegato), spunta anche qualcosa di inimmaginabile: «tariffe» legate a promesse di avanzamenti di carriera, chieste ai lavoratori dal sindacato dominante nella municipalizzata rifiuti, la Cisl. Con un prezzario di massima: 250 euro per salire dal 4° al 5° livello, 350 per arrampicarsi dal 6° al 7°, 500 euro tondi per inerpicarsi fino all'8°, a un passo dalla posizione di quadro.

La prima parte dell' sms che chiede un «pensiero» per il dirigente BonfigliLa prima parte dell' sms che chiede un «pensiero» per il dirigente Bonfigli

Qualcuno però, alla fine, si è ribellato. Non ne ha potuto più di trattenere lo sdegno. La rabbia. Il senso di frustrazione. «I conati di vomito», bisbiglia l'Uomo della Mancata Promozione, quasi incredulo, davanti al bar dell'appuntamento.
«Ma ti rendi conto? Tempo fa mi è toccato rivolgermi all'azienda per farmi difendere dalle angherie del mio sindacato!». E così ha detto no. Ha deciso che «la dignità non è in vendita». Però si è tenuto le prove. Una in particolare. Estrae il telefonino dalla tasca. Pigia sui tasti nervosamente. Appaiono 5 righe. «Leggi...» (ndr. guarda il pop-up sugli sms che svelano «contributi» al sindacalista).

La seconda parte dell'sms che chiede un «pensiero» per il dirigente BonfigliLa seconda parte dell'sms che chiede un «pensiero» per il dirigente Bonfigli

In alto c'è il nome del mittente. É la persona che ha inviato il messaggio: «NARDI». Tono diretto, senza giri di parole: «Per il pensiero di Ale datemi ok? Computer casa accessoriato euri 1.750. Partecipano...». Questa è la prima pagina sul display . Si scende di alcune righe, che contengono i nomi dei 5 destinatari della richiesta di «dazione», e l'avviso chiarisce: «Euri 350 x 1. Aspetto vostre notizie, ci vediamo giovedì se va bene». Conclusione, sul simpatizzante: «Bgiornata».

Ecco, le promozioni in Ama, secondo la ricostruzione del dipendente e la robusta prova che adesso torna nel taschino della sua giacca, funzionerebbero così. «I 350 euro mascherati da regalo servono a passare, ad esempio, da vice capodistretto di 6° al livello successivo. Il sindacato se ne occupa nella persona di Alessandro Bonfigli, che manda avanti i suoi collaboratori e poi gestisce la pratica con la direzione del personale. Intanto partono gli sms, con la richiesta di contributo...».

Nel messaggio «Ale» starebbe dunque per Bonfigli, autentico «direttore ombra» dell'azienda: segretario Fit-Cisl, presidente del Cral, Suv in garage, moglie assunta alla Multiservizi (controllata Ama) con lauto super-minino, 3-4 vacanze l'anno a spese del dopolavoro. È il regista dell'accordo di luglio con cui sono stati promossi dal 6° all'8° livello 11 sindacalisti (lui compreso). L'uomo, 43 anni, ragiona in grande: su una copertina della patinata rivista aziendale lo si vede sorridente con il sindaco Alemanno. E ha una grande passione: la Roma.

Mesi fa, raccontano, mosse mari e monti per vivere un sogno che però non si realizzò: vedere la figlioletta entrare in campo, in occasione del derby, mano nella mano con Francesco Totti.La «magica» ritorna anche in questa brutta storia. Se per la promozione dei 5 la «tariffa» doveva soddisfare lo sfizio del «capo» di avere in casa un pc «accessoriato», per posizioni superiori la «quota fissa» dei 500 euro pare abbia avuto in passato un altro obiettivo: acquistare un bell'abbonamento per l'Olimpico, non si sa se Monte Mario vip o Tribuna Tevere, con il quale omaggiare la Bonfigli family .

E l'uomo dell'invio? Il suo nome si staglia nitido nell'sms della vergogna: accetterà la parte del capro espiatorio? Oppure spiegherà per benino la «filiera» dei favoritismi in Ama, che finora ha indotto il solo segretario generale dell'Ugl a cacciare i suoi due, beneficiari delle promozioni di luglio, mentre sia Raffaele Bonanni (Cisl, 6 promossi) sia Luigi Angeletti (Uil, due) sia il leader Fiadel (altri due) hanno scelto il silenzio?
Roberto Nardi, 45 anni, delegato di 5° livello, è inquadrato come capo-operaio di autorimessa. Ma l'attività di tuttofare al servizio di Bonfigli lo tiene spesso lontano. Un lavoro incessante: assunzioni, promozioni, trasferimenti, ordini di servizio.
 
E adesso l'Uomo della Mancata Promozione, in un ultimo guizzo, regala un ulteriore scenario su cui toccherà ad altri indagare: «Fai attenzione amico, queste cifre sono al momento della promessa! Se poi, al primo aumento in busta paga, sia previsto anche un saldo, questo non lo so: ho rifiutato. E mi fa talmente schifo che non voglio neanche saperlo». Infila la mano nel taschino, controlla che il cellulare sia al suo posto e se ne va.

Fabrizio Peronaci
24 ottobre 2012 | 13:03

Se l'esattore del racket è un invalido con assegno di accompagnamento

Corriere della sera

Tra gli estorsori arrestati martedì c'è anche Santo Pitarresi, ufficialmente invalido ogni accompagnamento

Santo Pitarresi, ripreso dalle telecamere della poliziaSanto Pitarresi, ripreso dalle telecamere della polizia

PALERMO - Quasi un miracolo di mafia a Palermo con un boss dichiarato invalido al cento per cento che chiede il “pizzo”. Fra gli esattori del racket arrestati dalla polizia martedì, nel blitz del quartiere Noce, c’è anche un accanito fumatore, esperto centauro, filmato dagli agenti del Servizio centrale operativo (Sco) in moto, con due casse d’acqua fra le ginocchia, un sigaro in bocca e il telefonino incollato all’orecchio mentre si destreggia nel traffico di Palermo, Santo Pitarresi, 47 anni e cento chili portati con disinvoltura. Ma questo pingue personaggio captato in diretta mentre all’impiegato di una impresa edile chiede «i piccioli per i bambini che debbono campare» è ufficialmente un invalido civile retribuito ogni mese dall’Inps con 760 euro. Già avviata la pratica per il recupero delle somme elargite dopo la concessione legata a un presunto infarto con assegno di 277,90 euro, più 482,97 per «accompagnamento».

I BAMBINI DA CAMPARE - Eloquente la conversazione agli atti dell’inchiesta guidata dal vicequestore Antonio De Santis e dal capo della Mobile Maurizio Calvino. Battute registrate davanti all’impalcatura per i lavori di ripristino di un prospetto in Via Angelo Poliziano. Con Pitarresi rivolto a un impiegato, parlando a nome del suo boss, Fabio Chiovaro. Pitarresi: “Ci sono i bambini che devono campare..., lei sta mangiando..., lei è venuto qua in modo assoluto.., giusto è? Assoluto! Non è che altri non lo potevano fare questo lavoro..., giusto è? E mangiamo tutti! Impiegato: (cerca di tergiversare) P: Come mangia lei, devono mangiare tutti.., I: Ora ci parlo con il principale... o ci vuole parlare lei con il principale? P: Ci parli lei! ... Si faccia lei la sua strada...

NINU ‘U BALLERINU - Dalle indagini sfociate in 41 arresti sono anche emerse due diverse vicende estorsive contro il cosiddetto re del “panino con la milza”, Antonino Buffa, rosticceria a due passi dal tribunale, dinamico e intraprendente, a tutti noto come “Ninu ‘u ballerino”, continue campagne pubblicitarie con maxi manifesti, un popolo in coda per le sue leccornie. Compresi i mafiosi che non si accontentavano del pizzo, come Fabio Chiovaro, deciso nel pretendere perfino il pagamento della retta per suo figlio, iscritto al “Sant’Anna”, uno dei più esclusivi istituti privati di Palermo, la scuola dei ricchi dove Suor Pietrina, ignara della combine mafiosa, si lamentava del ritardo della retta.

RETTA E BASTONATE - Sia per i ritardi con Suor Pietrina, sia per non avere comprato a prezzo maggiorato, come imposto, bicchieri e piatti di carta a sufficienza nel negozio di “famiglia” intestato alla moglie di un altro boss, Felisano Tognetti, il povero “Ninu ‘u ballerino” fu preso a bastonate e minacciato con una pistola. Secondo le indagini degli uomini del questore Nicola Zito, a picchiare il ristoratore fu Gaetano Castagna, come si evince da una intercettazione: G: Ohu, quello ha preso a schiaffi al “Ballerino”, minchia bastonate... M: Chi? G: Gaetano Castagna! M: Perché? G: Per il fatto dei bicchieri, della carta, dei tovaglioli... M: E l’ha preso a schiaffi? G: Si ha preso la pistola... M: E che cosa ha fatto il “Ballerino”? G: Il Ballerino lo ha inseguito con il coltello, lo ha inseguito... Un tentativo di difesa concluso con le bastonate e col pagamento della retta.



Felice Cavallaro
24 ottobre 2012 | 13:11

Batteri all'assalto dei telefonini (peggio della tavoletta del wc)

Nino Materi - Mer, 24/10/2012 - 08:42

Nella classifica degli oggetti più sporchi il cellulare si piazza al primo posto. Ma attenzione anche ai maniaci dell'igiene...

Il telefono, la tua voce. Ma anche la tua, possibile, «infezione». Non parliamo della cornetta di quei reperti di archeologia urbana che sono ormai diventati i telefoni pubblici.


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No, ci riferiamo ai modernissimi cellulari che saranno pure supertecnologici, ma - in quanto a sporcizia - battono perfino la famigerata tavoletta del water. Secondo uno studio pubblicato sul Wall Street Journal che ha preso in esame varie tipologie di telefonini, i cellulari nascondono una quantità di batteri e virus superiore addirittura a banconote, interruttori della luce e tastiera del computer (oggetti considerati, da più fonti, leader della moderna zozzoneria).

Ma c'è veramente da preoccuparsi? Mica tanto se poi gli stessi studiosi concludono che: «Non possiamo certo demoralizzarci dinanzi ai rischi comportati dalle nuove tecnologie...». Come dire: è l'era hi-tech bellezza, e tu non puoi fermarla. Le conclusioni degli esperti Usa vanno lette, se pur turandosi il naso. Così, giusto per farci un'idea di quello sporcaccione che teniamo continuamente tra le mani e appoggiato all'orecchio: «Lo stretto contatto con le mani sporche, la vicinanza con la bocca, l'abitudine di tenere il telefonino in tasca, fanno si che il proliferare dei germi sia cosa abbastanza agevole. Tanto da annoverare i cellulari tra gli oggetti che più di tutti, sono i principali vettori dei cosiddetti “super batteri”, microorganismi resistenti agli antibiotici che infestano i nosocomi di tutto il mondo».

Significata la serie di test eseguiti dalla American Academy of Family Physicians i cui esiti di laboratorio confermano uno studio analogo della Ondokuz Mayis University in Turchia. Presi in esame un centinaio di cellulari appartenenti a medici e infermieri: nel 95% degli apparecchi, si sono riscontrati diversi batteri, tra cui il famigerato MRSA (stafilococco aureo), superbatterio, causa della maggior parte delle infezioni ospedaliere degli Stati Uniti. Ma questa storia dei batteri e dei virus che farebbero baldoria sui nostri cellulari è nulla rispetto ai ciclici allarmi (lanciati, smentiti, rilanciari e rismentiti) relativi agli ipotetici «pericoli cancerogeni» legati appunto all'eccessivo uso dei telefoni.

Ma c'è un altro oggetto che, nonostante la sua intrinseca sporcizia, ci auguriamo di non smettere mai di maneggiare: le banconote. Un altro studio statunitense ha riscontrato durante l'analisi di alcune banconote una media di 130 mila batteri a banconota. La scienza appare però divisa anche sul mito dei «soldi sporchi». A sfatarlo è stato un team internazionale della Ballarat University in Australia. Quello che hanno scoperto i ricercatori è che le famigerate banconote accusate da sempre di essere un ricettacolo di batteri e altri microrganismi nocivi in realtà non ne contengono abbastanza per essere ritenuti pericolosi. «Probabilmente ci sono più batteri in un panino che nel denaro usato per comprarlo», la beffarda conclusione dei cervelloni internazionali.

Tutta gente che non farebbe male a soffermarsi anche sui rischi opposti alla «sporcizia», vale a dire i pericoli provenienti dai raptus igienistici. Quelli che disinfettano tutto: dalla maniglia del tram al pomello dei rubinetti, dalla panchina del parco alle posate del ristorante. Fino ad arrivare a vere sindromi che - più che del detersivo - avrebbero bisogno dello psichiatra. Avete presente quello che in chiesa - quando il prete dice: «scambiatevi un segno di pace» - finge di non avere le mani? Mutilato di guerra? No, igienista incallito.
Affetto da cronica idiosincrasia verso l'altrui palmo sudaticcio. È il fronte più esasperato dell'homo amuchino: per lui la bottiglietta di disinfettante è più importante dell'acqua benedetta. A questo tipo di «malati» consigliamo di seguire in televisione la messa domenicale. Santificheranno così le feste, ma in maniera opportunamente asettica.

Cerca una minore per rapporti sessuali, è reato anche il tentativo

La Stampa


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Richiedere ad una prostituta di procurare una ragazza minore per intrattenere rapporti sessuali configura il reato di prostituzione minorile, seppur nella forma del tentativo. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 39452/12. Un cinquantenne veniva condannato, nei due gradi del giudizio di merito, a 3 anni di reclusione per aver intrattenuto rapporti sessuali a pagamento con ragazze minori di 16 anni e per aver detenuto all’interno dei propri supporti informatici una ingente quantità di immagini pedopornografiche. Il ricorso per cassazione viene presentato dai difensori dell’imputato che lamentano l’insussistenza del reato, nella forma del tentativo, di prostituzione minorile (artt. 56 e 600 bis c.p.).

«L’imputato – spiegano i legali ricorrenti – aveva insistito presso una prostituta rumena perché quella gli procurasse una ragazza minore degli anni 16 con cui avere un rapporto sessuale a pagamento», il punto è che, in realtà, la prostituta, non disponendo di minorenni e al fine di ottenere il compenso con l’inganno, gli aveva «presentato una ragazza maggiorenne che sarebbe potuta apparire come minore senza esserlo». Vista l’assoluzione, in altro processo, della prostituta dall’accusa di sfruttamento della prostituzione minorile, l’imputato, quindi, sarebbe stato condannato – ingiustamente secondo la parte ricorrente - solo per aver manifestato la volontà di avere un rapporto sessuale con una minorenne, rapporto poi effettivamente consumatosi ma con una ragazza maggiorenne.

Fruizione di rapporto sessuale con minore? La Cassazione, in adeguamento alla decisione quadro dell’UE del 22 dicembre 2003, ha sottolineato che il legislatore ha inteso «vulnerare all’origine l’illecito fenomeno della prostituzione minorile, colpendo non solo l’offerta ma anche la domanda di essa, cioè la condotta del “cliente”». In pratica – precisa ulteriormente la Corte Sprema - «il reato si consuma al momento del compimento dell’atto sessuale in cambio di un corrispettivo, ma prima di allora, in presenza del compimento di atti idonei ed univoci, ben può configurarsi il delitto tentato». Gli atti parzialmente realizzati esteriorizzano l’intenzione criminosa. L’iter esecutivo si è interrotto per circostanze indipendenti dalla volontà dell’agente. L’imputato, infatti, era intenzionato a commettere il delitto e, con l’aiuto della prostituta rumena, aveva compiuto atti idonei in modo non equivoco alla commissione dello stesso.

Il Paese del garantismo immaginario

Alessandro Gnocchi - Mer, 24/10/2012 - 08:48

Le vanterie sull'Italia patria di Beccaria? Sono sciocchezze: la cultura manettara è egemone

Viviamo in una società garantista? Il garantismo è pensiero corrente, se non egemone? No, è la risposta secca di Non giudicate, il saggio di Guido Vitiello edito in questi giorni da Liberilibri.


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Un giro in libreria, scrive Vitiello, a caccia di tomi che propugnino ideali garantisti, si risolverebbe in una ricerca senza frutto. Al contrario, gli scaffali sono ben riforniti di libri firmati da «magistrati-sceriffo impegnati sulla frontiera delle mille emergenze nazionali» o da «reduci gallonati di Mani pulite» o da giudici «scomodi» ma non al punto da non trovare frequente ospitalità nei vari talk show serali. La tivù è la tribuna da cui levano doglianze sui paletti alle indagini posti dai politici in nome del «garantismo» (quasi sempre «peloso», nota Vitiello). Basta dare un'occhiata alle cronache dei quotidiani per rendersi conto che gli avvisi di garanzia sono percepiti come sentenze della Cassazione; e che spesso l'odio (ma anche l'amore) per l'inquisito o il condannato di turno fa velo alla valutazione dei fatti.

Il pensiero supposto egemone si rivela «solitario», e paga il conto anche ai «falsi garantisti» che si sono mescolati ai veri, «finché la moneta cattiva ha scacciato la buona e reso sospetti tutti i commerci». Insomma, la reputazione «ben poco commendevole» del garantismo in parte, ma solo in parte, è meritata: c'è stata poca chiarezza nel distinguere casi personali e questioni di principio. La tesi di Vitiello comunque è limpida: «L'imbarbarimento giudiziario italiano è sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di vederlo, e non abbia interessi di bottega tali da suggerirgli una cecità deliberata. Basta gettare uno sguardo, anche distratto, sul punto di caduta o di capitolazione - le carceri di un sistema che è in disfacimento fin dalla testa, per arrossire quando sentiamo ripetere quelle insulse vanterie sul Paese di Beccaria».

L'originalità del saggio consiste nel farci vedere i principi incarnati in quattro ritratti di garantisti doc: Mauro Mellini, Domenico Marafioti, Corrado Carnevale, Giuseppe Di Federico. Sono pagine nate sulle colonne del Foglio (l'introduzione è di Giuliano Ferrara) ampliate e arricchite da un carteggio fra Mellini ed Enzo Tortora. E proprio la vicenda di Tortora, insieme con Marco Pannella e le battaglie dei Radicali, lega tutti i protagonisti di Non giudicate.

Tocca a Mellini, avvocato di conio liberale, leader radicale e deputato per svariate legislature, introdurre il lettore all'abbecedario garantista, cioè alle parole di cui diffidare perché sventolate al fine di giustificare l'indebito allargamento dei poteri della magistratura. Emergenza: «cela il proposito di passar sopra a certe fisime per instaurare una giustizia di guerra»; giustizia d'assalto: «ha dato la stura a innumerevoli interventi di magistrati ritenuti o autodefinitisi provvidenziali, di cosiddette supplenze e vicarianze di altri poteri»; esemplare: è una sentenza «che punisce con esagerata severità in un determinato momento, quindi una sentenza esemplarmente ingiusta».

Domenico Marafioti, avvocato e letterato, è l'uomo delle profezie inascoltate: nel 1983 pubblicò La Repubblica dei procuratori. Sottolineava, scrive Vitiello, «i prodromi dell'integralismo giudiziario, dell'esondare della magistratura, specie di certe sue avanguardie, dalle dighe che legge e Costituzione le assegnano»; criticava il modello inquisitorio del processo; segnalava la nascita del giudice pedagogo, che vuole redimere il prossimo.

Corrado Carnevale, presidente della Prima sezione penale della Cassazione dal 1985, è noto come l'ammazzasentenze, nomignolo affibbiatogli da una campagna stampa denigratoria iniziata dopo l'annullamento dell'ergastolo ai mandanti dell'omicidio di Rocco Chinnici. La corporazione non si levò certo in sua difesa (lo fece Pannella). Più volte finito sotto processo, sempre assolto, Carnevale illustra cos'è «l'astratto formalismo» che gli veniva imputato: osservanza scrupolosa della legge scritta. «Quando il giudice si considera legibus solutus e piega le leggi al suo fine, foss'anche per intenti nobili, mette lo Stato sullo stesso piano delle organizzazioni criminali». Carnevale rifiuta l'appellativo di garantista: «E nel fare giustizia il garantismo che c'entra? Non esiste per il giudice qualcosa di diverso dall'applicazione corretta, intelligente della legge».

Giuseppe Di Federico ha fondato il Centro studi sull'ordinamento giudiziario dell'università di Bologna. È lui a sollevare un altro insieme di questioni: la separazione delle carriere, l'assenza di un valido sistema di valutazione dell'operato dei giudici, il tabù dell'obbligatorietà dell'azione penale. Questi sono i limiti non solo, per così dire, ideologici del sistema ma anche gli ostacoli all'efficienza della macchina. Se vi sembra che queste idee siano moneta corrente nel nostro Paese «garantista»...

Così il Tour si è venduto l’anima “La nostra corsa verso l’inferno”

La Stampa

A Parigi svelata la 100ª edizione. Il caso Armstrong e il j’accuse dell’ex presidente: «Cacciato perché dissi di non scendere a patti con l’Uci»

gianni romeo


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Il giorno più nero, per la Francia dello sport. Oggi, al Palazzo dei Congressi di Parigi il patron Christian Prudhomme presenta il Tour, giunto a toccare una cifra tonda che andrebbe festeggiata con i fuochi artificiali, l’edizione numero 100. Una corsa simbolo che va ben al di là dello sport, per i francesi, ogni giorno dove passa è festa grande, chiudono anche le scuole. In realtà la platea del Palazzo sarà popolata di fantasmi. E Lance Armstrong siederà in prima fila, sarà quello più visibile di tutti, oscurerà ogni altro personaggio o argomento. A chi interesserà davvero il percorso della Grande Boucle? I più si chiederanno soprattutto se sarà la corsa della svolta, se sarà scritta la prima pagina di un nuovo libro del ciclismo. La prima pagina di un ciclismo pulito?

Difficile, molto difficile. 
Proprio ieri il quotidiano francese «Le Monde» ha intervistato Patrice Clerc, che dal 2000 al 2008 era stato il gran capo dell’Amaury Sport Organisation (Aso), la società proprietaria del Tour. Dalle sue parole emergono scetticismo, autocritica, accuse nei confronti dell’Uci, la federazione internazionale del ciclismo. Lo scetticismo: «Se non si smonta il sistema che ha portato un po’ alla volta a questi scenari, il ciclismo farà un’altra tappa verso l’inferno. Ma chi lo smonterà? Il sistema nel quale hanno prosperato queste pratiche è sempre lo stesso; gli uomini sono sempre gli stessi; come lo sono i giuristi e i finanziatori dell’Uci, i manager delle squadre».

L’autocritica: «Al Tour avevamo messo in piedi una politica di controlli che portava i suoi frutti, quando il gruppo Amaury decise di fare la pace con l’Uci. Una svolta industriale, il nostro gruppo stabilì di non intervenire più nella politica del ciclismo né nelle questioni antidoping riguardanti il Tour per indossare solamente i panni più comodi dell’organizzatore. Espressi il mio dissenso, dicendo che non si poteva venire a patti con l’Uci, un ambiente che era meglio non frequentare. Fu così che mi feci mettere alla porta dall’Aso». A proposito dell’Uci, Patrice Clerc fa capire che l’organo del ciclismo internazionale non aveva nessuna voglia e nessun interesse ad appoggiare i francesi per una lotta frontale al doping. Insomma, una bella dormiente, per non rompere il giocattolo.

Ma qualcuno riuscirà a smontarlo, prima o poi? Lo scetticismo di Clerc è il nostro. Rileva che il ritiro della Rabobank può essere un segnale importante, visto che il gruppo olandese era stato il più tenace sostenitore di Verbruggen, presidente Uci degli anni peggiori, e altri sponsor potrebbero seguire quella strada. Ma al Tour l’«audience» televisiva continuerà a essere buona, i giornali dedicheranno le solite pagine, tante città si batteranno per contendersi le tappe della corsa. È certo in ogni caso che il Tour diventa nell’anno dell’ edizione numero 100 della corsa il banco di prova più importante per il futuro.

L’antidoping funzionerà? I 500 controlli superati da Armstrong sono un monito e una sfida. È vero che i ladri sono spesso più svelti dei poliziotti, ma non è credibile che con i mezzi sofisticati d’oggi non sia mai rimasta traccia dell’inganno. Qui si apre anche un problema di natura economica: un controllo antidoping costa in media più di 1000 euro, al sistema. Per il solo Armstrong ne sono stati investiti dunque qualcosa come 500.000. A che pro?

Morto Brasse, fotografo di Auschwitz

La Stampa

Matricola 3444, per quattro anni e otto mesi ha immortalato sulla pellicola i volti dei “nuovi arrivi” sfuggiti alle camere a gas e selezionati per lavorare nel lager.

ELISA BARBERIS (AGB)


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«Ho fatto i primi piani, sotto una luce così violenta che potevi vedere perfino le ossa». Cinquantamila fotografie, le stesse procedure ripetute infinite volte: tre scatti (di fronte, di profilo e tre quarti) per ogni deportato che varcava il cancello di ferro sormontato dalla scritta “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi. Inizia così la (seconda) vita di Wilhelm Brasse, scampato alla morte nel campo di Auschwtiz e sopravvissuto fotografandola.

Ieri, a 95 anni, ha messo un punto definitivo alla sua storia.  Matricola 3444, per quattro anni e otto mesi Brasse ha immortalato sulla pellicola i volti dei “nuovi arrivi” sfuggiti alle camere a gas e selezionati per lavorare nel lager. Foto da utilizzare per rintracciare i prigionieri in caso di fuga, ma che al tempo stesso scrutano l’umanità delle vittime dell’Olocausto. Oggi quella testimonianza dell’orrore, raccolta minuziosamente per ordine delle SS, è esposta al museo di Auschwitz, insieme a numerosi e preziosi documenti sugli esperimenti “pseudo-scientifici” condotti dal dottor Mengele a Birkenau. 

Un’opera vastissima e dolorosa che la regista polacca Irek Dobrowolski nel 2005 ha raccontato nel documentario “Il ritrattista”, ultima intervista in cui il fotografo ha aperto le porte dei ricordi e svelato i fantasmi del passato. Un passato che a lungo ha cercato di dimenticare e che per molto tempo gli ha impedito di riprendere in mano la macchina fotografica. 

Poco più che 22enne, allo scoppio della seconda guerra mondiale, dopo un tentativo fallito di fuga in Francia, Brasse fu bloccato al confine con l’Ungheria. Era il 31 agosto del 1940 quando gli venne offerto di scegliere: la Wehrmacht o il carcere. Preferì la seconda opzione e il giorno seguente fu trasferito con altri 400 detenuti nel campo di sterminio. Qui il giovane, che aveva mosso i primi passi tra pellicole e camere oscure nella bottega dello zio, fu scelto come fotografo ed escluso dai lavori forzati. Ma a un alto prezzo che ha continuato a pagare per il resto della sua vita, segnata dall’angoscia di essere stato osservatore impotente del più grande sterminio di massa. 

Con l’avanzata dell’Armata Rossa sovietica, fu ordinato di distruggere tutti i negativi e i documenti. Interi pacchi bruciarono nel forno, ma il fuoco non riuscì a rovinare completamente quei negativi fatti di celluloide spessa. Indistruttibile, come la forza di un uomo che ha lottato per mantenere viva la sua umanità in un luogo dalla malvagità inimmaginabile.

Una barbarie le toghe che fanno gli scienziati

Franco Battaglia - Mer, 24/10/2012 - 08:24

Grazie a magistrati senza responsabilità e irresponsabili stiamo diventando un Paese di barbari

Grazie a magistrati senza responsabilità e irresponsabili stiamo diventando un Paese di barbari. Barbarie è stato l'arresto di un imprenditore di 86 anni accusato di aver ucciso adulti e bambini con le emissioni della sua acciaieria.


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Abbiamo già scritto che il rapporto epidemiologico di cui s'è servita la magistrata è scientificamente carente e redatto da signori che già in passato si erano distinti per puntare il dito contro l'inesistente inquinamento elettromagnetico. Questi signori, anziché essere oggetti di una indagine che valuti i presupposti del procurato allarme, sono i consulenti della nostra magistratura.

I dati ci dicono che a Taranto non si muore né si contrae tumore più che altrove in Italia, eppure è da due giorni che tutte le agenzie di stampa strillano perché un rapporto, chiamato «shock», rivelerebbe che a Taranto si sarebbe riscontrato un «eccesso del 419% di mortalità maschile per mesiotelioma pleurico». Soltanto chi conosce solo la statistica di Trilussa si allarma. In tutta la Puglia, negli 8 anni 1993-2001, vi furono 197 maschi con mesiotelioma pleurico certo, di cui 13 nel 1993, 32 nel 1996, e 20 nel 2001. Diremmo che nel 1996, in Puglia, ve ne fu il 146% in più che nel 1993? Lo diremmo se fossimo Trilussa o abituati a procurare, impuniti, allarme, anziché riconoscere che sono numeri troppo piccoli per fare quella statistica. (Peraltro, i Trilussa avrebbero anche dovuto dire che nel 2001 ve ne furono il 38% in meno che nel 1996, ma questo non fa notizia).

Dicono che il colpevole sarebbe il benzopirene misurato con concentrazioni di 1.8 nanogrammi per metrocubo, ma sembra che ignorino che chi fuma una sola sigaretta al giorno di benzopirene ne aspira 20 di nanogrammi. Ora, siccome ci sono gli elementi per rassicurare (cioè, a dispetto delle frottole di questi giorni, non è vero che a Taranto si muore o ci si ammala di più che altrove in Italia) è nostro dovere rassicurare. Rischiando così di essere sbattuti in galera da chi ha il potere - impunibile se sbaglia - di sbatterci in galera.
E questa è barbarie. Come quella che ha fatto condannare a 6 anni di galera alcuni stimati uomini di scienza - uomini che dovremmo tenere in conto come nostro fiore all'occhiello - per omicidio colposo plurimo.

Su questo dobbiamo però essere precisi, perché a ridere del fatto che siano stati condannati per non aver previsto il terremoto, non si rende giustizia della barbarie in atto. E, soprattutto, si giustificherebbe la barbarica condanna nel momento stesso in cui essa dovesse rivelare motivazioni diverse da quelle per le quali oggi si ride sgomenti. Non è per non aver previsto il terremoto che sono stati condannati, né di questo erano accusati, ma - hanno dichiarato i pubblici ministeri - «per una carente valutazione degli indicatori di rischio e una errata informazione».

Insomma, i condannati sono colpevoli di avere rassicurato la gente. Siccome le dichiarazioni del professor De Bernardinis sono ascoltabili in rete, le riporto testuali: «Dobbiamo mantenere uno stato d'attenzione senza avere uno stato d'ansia, capendo che abbiamo da affrontare situazioni per le quali dobbiamo essere sì, pronti, ma anche sereni di poter vivere la nostra vita quotidiana». Per la magistratura italiana questo sarebbe omicidio colposo plurimo. De Bernardinis, invece, non ha fatto altro che il proprio dovere: rassicurare. Non per minimizzare il terremoto (che è stato sì devastante, ma solo col senno di poi) ma perché di fronte all'ignoranza (nessuno può prevedere né tempi né intensità dei sismi) il primo dovere è non creare i presupposti per un panico destinato ad avere, quello sì con certezza, conseguenze devastanti.

Nel momento in cui scrivo un terremoto di magnitudo 3 è stato registrato sul Pollino: evacuerà la magistratura Castrovillari? La magistratura o, più precisamente, alcuni magistrati sono il nostro problema: ignoranti di statistica, di gestione dei rischi, di scienza, malati di protagonismo, imbevuti di preconcetti ideologici, sono liberi di muoversi senza freno e senza responsabilità. A cominciare dal fatto che possano far conoscere le motivazioni di una sentenza non contestualmente alla stessa, lasciando così il dubbio che possa essere aggiustata a seconda delle reazioni conseguenti. Una barbarie. Che non giova né al Paese né alla Magistratura stessa.

Tasse e proiettili con i soldi pubblici

Corriere della sera

Bolzano, indagato Durnwalder. L'accusa: fondi riservati usati per spese private

Il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder (Ansa)Il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder (Ansa)

BOLZANO - Chissà come la prenderà Florian Mussner, assessore alla rigorosa cultura ladina, quando gli diranno che quel binocolo da 500 euro ricevuto in regalo per il suo compleanno dall'amico e governatore Luis Durnwalder è stato forse pagato con i soldi pubblici del Fondo riservato della provincia di Bolzano. Lo sospettano gli inquirenti altoatesini, come sospettano che dallo stesso fondo di 72mila euro annui siano usciti gli 800 spesi dal Landeshauptmann , cioè il presidente della provincia autonoma bolzanina, per un pranzo al rinomato ristorante Laurin.

Oltre a quelli, ma qui va fatto un distinguo, usati per pagare le imposte personali come l'Ici, la tassa sui rifiuti, quella sulle acque reflue e i canoni tivù, i biglietti aerei per se e per la compagna, i medicinali, il rinnovo della patente di caccia, l'acquisto delle pallottole e tutto il necessaire per l'automobile, dall'assicurazione al bollo al cambio gomme. Per finire con un must di famiglia: le spese nuziali del figlio primogenito Hannes.

È questa la lunga e sospetta lista della spesa degli ultimi dieci anni (dal 2002) che il magistrato della Corte dei Conti ha spedito al procuratore di Bolzano Guido Rispoli, costringendolo così ad aprire un procedimento penale per peculato nei confronti del settantaduenne Durnwalder, leader della Südtiroler Volkspartei. È dunque indagato l'uomo più potente del'Alto Adige, capace di governare incontrastato per ventitré anni la ricchissima provincia «tedesca» d'Italia, dove circa il 90% per cento delle tasse rimane in loco evitando l'antipatico passaggio da Roma. Un elenco che, visto così, assomiglia terribilmente a quello che ha movimentato le pagine dei giornali nelle ultime settimane grazie in particolare agli acuti del laziale Francesco Fiorito. Al punto che fra queste valli qualcuno già osa parlare del Batman delle Alpi, in modo decisamente irriguardoso e anche poco preciso.

Innanzitutto perché quelli di Fiorito e degli altri erano denari destinati ai partiti, mentre queste sono riserve pubbliche che una sentenza della Corte di Cassazione del 2009 ha strettamente legato all'esercizio delle funzioni con «obbligo di motivazione delle spese». E poi perché nel caso di Durnwalder bisogna necessariamente distinguere tre livelli di esborso che generano una confusa commistione fra pubblico e privato, come ipotizza il procuratore regionale «contabile» Robert Schülmers.

Ci sono i prelievi dal fondo giustificati dalle ricevute di pagamento e attribuiti talvolta arditamente dal governatore alla sua attività istituzionale (scontrini di pranzi, cene, regali come quello a Mussner, frutta, tè, colazioni, fazzoletti ecc); ci sono le spese «private» pagate con la cassa del fondo attraverso la segretaria (tasse, macchina, caccia, matrimonio ecc); e ci sono quelle senza alcun giustificativo contabile, sostenute brevi manu dal presidente a titolo di mance per le sue partecipazioni a cerimonie, feste, inaugurazioni, tipo quella a un'associazione di San Paolo o al ballo della maturità del liceo.

Perché questo, dicono, è il costume locale: «Durni», come viene chiamato dalla minoranza italiana, mette la mano in tasca e anticipa del suo: «Tieni qua 2-3-400 euro» per la banda, per il banchetto, per il disoccupato, per questo e per quello. Che fa tanta simpatia e magari porta anche qualche voto. Ecco, a fine mese il presidente prende un foglio di carta e scrive tutto in una sorta di autocertificazione di «spese istituzionali» che vanno a compensare quelle private. Ieri, dopo 18 anni, gli è però venuto un dubbio: «La domanda è: posso usare il fondo riservato per fare un'offerta a una banda musicale o a una compagnia di Schuetzen? Se non posso è peculato, certo». Il procuratore Rispoli conta di rispondergli a breve. Nel frattempo lui rimane in sella: «Non mollo neanche se mi sparano».

Andrea Pasqualetto
24 ottobre 2012 | 7:54

L’ottobre di sangue della Dubrovka Dieci anni dopo, nel ricordo di chi c’era

La Stampa

Gli ostaggi, le vedove nere, il blitz. È stata una tragedia diversa dalle altre tragedie russe: per la prima volta si colpiva la nuova borghesia

anna zafesova


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Erano stati tre giorni freddi, grigi e terribili, quelli dell’ottobre 2002, e quando la sterminata prospettiva Kutuzovsky si fermava, come ogni mattina, per il passaggio del corteo del presidente, l’improvviso silenzio e poi il rombo quasi da aereo delle auto nere che si avvicinavano a folle velocità, la solita impazienza per il blocco diventava angoscia. In un angolo della capitale, in periferia, in un teatro, erano chiuse 916 persone e sopra le loro teste pendeva un’enorme bomba. E l’uomo invisibile nella sua Mercedes blindata, che passava come una pallottola attraverso la città che si fermava per lui, doveva decidere il loro destino. Vladimir Putin era al potere da due anni, ma i russi avevano imparato a conoscerlo già abbastanza bene e c’erano pochi dubbi sulla decisione che avrebbe preso. 

La presa degli ostaggi nel teatro della Dubrovka era una tragedia diversa da tutte le altre tragedie russe. Fino a quel momento la guerra nel Caucaso era stata lontana. Le bombe esplodevano nei mercati dove donne in foulard colorati vendevano frutta ammaccata, nelle strade sterrate di montagna, gli ostaggi – nelle clamorose prese di ostaggi di massa di Budionnovsk e Kizliar, otto anni prima – erano uomini che parlavano male il russo, che abitavano in case con orti e galline, che gridavano chiedendo aiuto dalle finestre di ospedali sgangherati. C’era stata una bomba nella metropolitana di Mosca, ma la paura era stata rapidamente inghiottita dal ventre della capitale. Poi, nel 1999, c’erano state le bombe sotto i palazzi di Mosca, ma era periferia operaia profonda, e la paura di non svegliarsi più, sepolti dalle macerie, era passata dopo poche settimane, anche perché un nuovo presidente giovane ed energico aveva promesso di “ammazzare i terroristi nel cesso” e rimandato le truppe russe in Cecenia. 

Stavolta la guerra era arrivata nella Mosca bene, aveva colpito in pieno quella nascente borghesia che si era appassionata alla neonata moda dei musical ed era andata al primo spettacolo del genere nato in casa, a sfidare i prodotti di Broadway. “Nord-Ost”, un romanzo di avventura ed esplorazione dell’Artico degli anni ’30, scritto e interpretato da russi, una favola di amicizia e ottimismo. Nella platea del Teatro sulla Dubrovka – nuovo nome di un edificio che ufficialmente e scomodamente si chiamava

“Casa della cultura della fabbrica statale di cuscinetti a sfera numero uno”, a testimoniare che i tempi erano cambiati e si andava a teatro come a New York – c’erano quasi mille persone. Tra i 916 ostaggi c’erano la figlia di un ex ministro, attori, cantanti, imprenditori, turisti occidentali (75 persone), che avevano pagato un biglietto costoso e che non prendevano mai la metropolitana. Era gente i cui figli non venivano mandati a combattere nel Caucaso. Era gente alla quale certe cose non potevano succedere. Fino a che, il 23 ottobre 2002, alle 21.15, il capo del commando Movladi Baraev non è salito sul palco interrompendo un balletto con una mitragliata al lampadario e dicendo: “Siete tutti in ostaggio”.

Furono 57 ore di paura e di angoscia che Mosca sperimentava per la prima volta. Era il primo atto terroristico con i cellulari e gli ostaggi mandavano sms ai parenti. Tutti, o quasi, a Mosca conoscevano qualcuno che aveva i loro cari lì dentro. Ammazzare i ceceni nel cesso all’improvviso non sembrava più una soluzione. I terroristi – mascherati, e accompagnati da “vedove nere” con cinture esplosive scenograficamente abbinate a veli che coprivano i loro volti giovanissimi – chiedevano la fine della guerra. Come nel 1995, quando l’inventore del genere delle prese di ostaggi di massa Shamil Bassaev chiese e ottenne il cessate il fuoco.

Ma i tempi erano cambiati. La macabra scenografia del genio del male mediatico Bassaev non faceva più colpo sul Cremlino. Era solo questione di tempo, un tempo che mediatori come Anna Politkovskaya e Grigory Yavlinsky cercavano di rubare, liberando un manipolo di ostaggi per volta, trattando con i terroristi, cercando un impossibile salvacondotto che avrebbe risparmiato la strage. Fino a che, all’alba del 26 ottobre, ci fu l’assalto: un gas misterioso per paralizzare i terroristi e poi il blitz nel quale tutti loro vennero uccisi. Insieme a 125 ostaggi, soffocati dalla sostanza misteriosa. I terroristi, nelle 57 ore precedenti, ne avevano uccisi 5.

Il resto è rimasto avvolto nel mistero. A cominciare dal numero delle vittime, secondo qualcuno molto più alto (174 persone). A cominciare dalla composizione del gas, mai rivelata nemmeno ai dottori che dovevano soccorrere le vittime senza avere l’antidoto giusto. La maggior parte delle vittime morì già in ospedale, oppure nelle ambulanze dove venivano accatastati in pile, come cadaveri, dopo essere stati lasciati senza soccorso per ore. Il ministro della Salute annunciò trionfante che il gas era “un segreto di Stato”, e i suoi inventori – con un decreto altrettanto segreto – vennero insigniti di alte onorificenze. I parenti delle vittime l’anno scorso sono riusciti a dimostrare al Tribunale di Strasburgo che i loro cari – tra cui numerosi bambini – sono morti per colpa del governo russo. Che si è difeso con la necessità di evitare una strage peggiore, se i terroristi avessero fatto esplodere le bombe. 

E qui resta un altro mistero: perché nessuno dei 35 ceceni riuscì a far brillare nemmeno un ordigno, visto che il gas non aveva un effetto immediato e alcuni terroristi aprirono anche il fuoco contro le teste di cuoio che irrompevano nell’edificio? Perché le “vedove nere” avevano in tasca biglietti di ritorno se era una missione suicida? Sia alcuni ceceni che esponenti delle autorità a un certo punto si fecero sfuggire che le bombe erano senza innesco, per evitare la strage. I ceceni contavano su una trattativa in diretta tv, e di fuggire per tornare a casa. Pensavano che il Cremlino non avrebbe accettato un massacro a Mosca.

Si sbagliavano. I tempi erano cambiati. Alla Dubrovka lo Stato russo si riappropriò del suo storico diritto di uccidere i suoi cittadini per dimostrare la propria forza. L’Ntv, unica tv semi-indipendente che aveva mostrato il blitz in diretta, e gli autobus stipati di ostaggi avvelenati che sembravano – o forse già erano – cadaveri – venne zittita definitivamente. Due anni dopo, a Beslan, i ceceni non chiesero più nemmeno una trattativa, preparandosi a morire insieme alle loro vittime. Dieci anni dopo, alla Dubrovka, solo i parenti e gli amici delle vittime ricordano una tragedia che ancora non ha spiegazioni. 

Il direttore è un "delinquente" perché ha criticato un giudice

Anna Maria Greco - Mer, 24/10/2012 - 08:05

Le sconcertanti motivazioni della Cassazione che ha condannato Sallusti al carcere: "Attentato al potere giudiziario". Per le toghe è un "recidivo" che può colpire ancora. Ventisei pagine durissime per difendere a oltranza la categoria


Roma - Un «recidivo», con «spiccata capacità a delinquere», colpevole di un fatto di tale «gravità» e con un «particolare spessore negativo», di una «plurima condotta trasgressiva», per di più «animata da coscienza e volontà nella commissione del reato» e che neppure offre «una prognosi positiva sui comportamenti futuri».No, non parliamo di un incallito boss mafioso, di un capo della malavita comune, di un sanguinario assassino, ma del giornalista Alessandro Sallusti così come lo descrive la Corte di Cassazione.Scopriamo, dalla motivazione della sentenza che lo ha condannato a 14 mesi di carcere per diffamazione a mezzo stampa e omesso controllo, di avere per direttore uno che fa parte della categoria dei delinquenti abituali senza molte chance di redenzione, catalogata da Cesare Lombroso.





Uno che merita la galera, insomma.«La storia e la razionale valutazione di questa vicenda - scrive il relatore Antonio Bevere e sottoscrive il presidente della V Sezione penale Aldo Grassi - hanno configurato i fatti e la personalità del loro autore, in maniera incontrovertibile, come un'ipotesi eccezionale, legittimante l'inflizione della pena detentiva». Altro che distaccato esame della conformità alla legge delle due precedenti condanne, altro che asettico controllo della forma, qui si entra pesantemente nel merito della questione, con 26 pagine di inusuale durezza, sorprendenti per il coinvolgimento che trasuda da ogni riga.Perché il fatto è, e questo alla fine emerge chiaramente dal verdetto, che un giornalista si è permesso di diffamare un giudice, Giuseppe Cocilovo, di attentare non solo alla sua reputazione, ma «all'autorità del potere giudiziario».

Colpiti dall'articolo firmato con lo pseudonimo Dreyfus (poi rivelatosi di Renato Farina) e pubblicato nel 2007 da Libero, allora diretto da Sallusti, sono per i magistrati anche i genitori della bambina tredicenne che ha abortito e lo stesso medico che ha praticato l'interruzione di gravidanza, ma soprattutto il giudice di Torino che ha attivato la causa penale. E questo fa la differenza. Fa rientrare il caso tra le pochissime «ipotesi eccezionali» per le quali, secondo la Cassazione, anche la legislazione europea giustificherebbe la detenzione dei giornalisti.La sentenza batte molto sull'«illecita strategia di intimidatrice intolleranza, di discredito sociale, di sanzione morale, diretta contro il magistrato». Sulla durezza della «campagna intimidatoria» e «diffamatoria» nei confronti del giudice, presentato come chi ha «costretto» la bambina all'aborto, «un assassino».

La libertà di espressione, si legge nella motivazione, può essere limitata con la più grave delle sanzioni «per garantire l'autorità e l'imparzialità del potere giudiziario». L'esigenza di tutelare questi valori «prevista dalla norma europea» giustificherebbe, dunque, la condanna al carcere che pure è l'extrema ratio. Sia per la giurisprudenza italiana che per quella della Corte di Strasburgo, questo sarebbe un raro caso in cui la libertà di opinione va messa da parte. E per la doppia esigenza di protezione della reputazione dei cittadini con la «divulgazione di informazioni riservate» e di tutela dell'immagine del potere giudiziario.«Nel caso di offesa ingiustificata a un magistrato - sostengono i Supremi giudici - viene inoltre affievolita la fiducia della collettività, che deve costituire schermo e incentivo a un corretto svolgimento di una fondamentale funzione dello Stato di diritto».

Le scelte della Corte d'appello di Milano del carcere, senza sconti, senza sospensione condizionale della pena, né attenuanti generiche, per gli ermellini del Palazzaccio non sono sindacabili: «Rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito».Sallusti poi, si sottolinea, ha già a suo carico numerosi precedenti penali in pochi anni: «Sette pregresse condanne per diffamazione di cui sei in relazione all'ipotesi prevista dall'art. 57 c.p. (omesso controllo, ndr)». Il giornalista è reo di aver «sbattuto in prima pagina» un giudice, una ragazzina minorenne e la sua famiglia, travisando i fatti e senza aver fatto seguire alla pubblicazione degli articoli contestati scuse e rettifiche. Non si tratterebbe, in questo caso, solo di omesso controllo perché la Cassazione contesta a Sallusti un «meditato consenso» e una «consapevole adesione» allo scritto anonimo.

«Il dolo» risulterebbe «ulteriormente rafforzato» sia «dalla mancata rettifica della notizia palesemente falsa», sia dal prosieguo, nei giorni successivi, della «crociata» contro il magistrato.Sulla diffamazione a mezzo stampa, si legge nella sentenza, da tempo si discute «senza raggiungere una condivisa scelta ed una razionale e coerente riforma». Dunque, finché non sarà cambiata la legge è questa, carcere compreso. Né il fatto che la stragrande parte dei giornalisti siano bersagliati da querele per diffamazione, spesso dallo scopo intimidatorio, può influire.

Da noi, contrariamente ad altri Paesi, nessuna norma colpisce chi usa questo strumento per impedire ai mass media di indagare su fatti scomodi o comportamenti scorretti. La Cassazione spiega che «non può ammettersi l'esistenza di una lecita attività lavorativa che abbia, come inevitabili prodotti naturali, fatti lesivi di diritti fondamentali dei cittadini». Non c'è, afferma la Suprema Corte, «il diritto di mentire» e ai giornalisti non può essere riconosciuta una «zona franca». Questo processo, conclude il verdetto, è nato perché, una «legittima posizione critica» antiabortista ha avuto «come premessa e base storica fatti mai avvenuti».

Quei figli dei ministri «poco schizzinosi»

Paolo Bracalini - Mer, 24/10/2012 - 08:18

Il ministro Fornero ha definito i giovani "choosy". E i loro pupilli? Ricoprono tutti incarichi di rilievo

In un paese dove il 78% dei lavori si trova per «segnalazione» (dato Eurostat), i figli di banchieri, professori universitari, rettori, presidenti di Cda, prefetti, manager pubblici, tutti futuri (attuali) ministri, non hanno tempo per essere choosy, «schizzinosi»: il lavoro arriva e coi fiocchi.


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Al di là dei loro sicuri meriti, non deve aver fatto la schizzinosa Maria Maddalena Gnudi quando il padre, il ministro Gnudi (ex presidente Enel, quota Udc) le ha proposto di diventare socio del prestigioso Studio Gnudi (commercialisti in quel di Bologna), il suo. Approdo sicuro anche per Eleonora Di Benedetto, avvocato 35enne, assunta da uno dei più importanti studi legali di Roma, lo studio Severino, quello della madre Paola, ministro della Giustizia.

Ma non tutti i brillanti figli si impiegano indoor, altri lo fanno outdoor, sempre ad altissimi livelli. Come Costanza Profumo, brillante architetto laureata al Politecnico di Torino, figlia del rettore del Politecnico di Torino Francesco Profumo (ora ministro dell'Istruzione), ha lavorato nello studio newyorkese dell'archistar Daniel Libeskind, ora pare sia a Rio de Janeiro. Carlo Clini, figlio del ministro dell'Ambiente Corrado, è rimasto invece in Europa, a Bruxelles, dove coordina progetti per la Regione Veneto.

Ricordate Carlo Malinconico, il sottosegretario tecnico che si è dimesso per una vacanza pagata da altri? Suo figlio, Stefano, avvocato, ha fatto pratica nello studio Malinconico (del padre), poi ha trovato lavoro al ministero dell'Ambiente dov'era direttore generale Corrado Clini (ex collega di governo del padre), e quindi all'Antitrust, quando il presidente era il sottosegretario Catricalà, (ex) collega del padre nei governo Monti. A sua volta il segretario Catricalà, che ha gestito l'Antitrust per sei anni, ha una figlia che è in una società, Terna, partecipata dal ministero dell'Economia, dove da sempre siede Vittorio Grilli, ministro dell'Economia, che però ha figli ancora in età scolare.

Brillante carriera per un altro rampollo, Luigi Passera, figlio del ministro Passera. Passera jr., dopo la laurea in Bocconi (come il padre) si è occupato di marketing per la Piaggio, società di Colaninno, partner dell'ex ad di Intesa nella cordata di salvataggio Alitalia. Ora Passera jr ha un impiego di tutto rispetto presso la multinazionale Procter & Gamble.

Di Monti jr, invece, si sono perse le tracce. Dopo aver lavorato a Londra per Citigroup e Morgan Stanley, il figlio del premier era stato chiamato alla Parmalat da Enrico Bondi (a sua volta poi chiamato da Monti padre come commissario straordinario per la spending review). Dopo le polemiche sul posto fisso (il premier disse che era «noioso») il curriculum del figlio, che nel frattempo ha lasciato Parmalat, è sparito dal web. Si sa però che la seconda figlia di Monti, Federica, ha lavorato nel prestigioso studio Ambrosetti, quelli del Forum Ambrosetti di Cernobbio, dove si riunisce la crème dell'economia italiana. E che poi ha sposato Antonio Ambrosetti, unico figlio maschio degli Ambrosetti.

Benissimo è andata a Giorgio Peluso, 42 anni, figlio del ministro Cancellieri. Già assunto trentenne come direttore di Unicredit, poi direttore generale di Fondiaria Sai a 500mila euro l'anno, l'ha in questi giorni lasciata con una buonuscita di 3,6 milioni, scoperta dal Fatto. Ma non è rimasto a spasso: assunto da Telecom Italia come Chief Financial Officer.

Poi c'è la Fornero. La figlia Silvia ha una cattedra all'Università di Torino (dove madre e padre sono professori ordinari), e lavora in una fondazione finanziata da Intesa (dove la madre era nel consiglio di Sorveglianza). L'altro figlio, Andrea Deaglio, invece, è uno stimato regista e produttore di film socialmente impegnati (emarginazione, minoranze etniche). Chissà cosa pensa dei choosy.

Affrontiamo la crisi con le (buone) idee Tre storie di “makers” italiani

Corriere della sera
di Serena Danna

creativita
Li chiamano «makers», termine che indica un movimento contemporaneo di artigiani del futuro, nato negli Stati Uniti negli anni 00. Sono uomini e donne, giovani e no, che hanno deciso di affrontare la crisi economica attraverso l’innovazione, startupper che stanno rielaborando in chiave tecnologica il concetto di fai-da-te. A loro Telecom Italia dedica un evento, «Italia x 10», nell’ambito del Festival della Scienza di Genova, che — come recita il titolo — porterà sul palcoscenico dieci makers italiani che si sono distinti per creatività e tenacia negli ultimi anni.

L’idea dell’azienda di telecomunicazioni — come ha affermato Massimiliano Tarantino, responsabile iniziative e progetti istituzionali di Telecom Italia — è quella di creare una «piattaforma per dare visibilità a idee e progetti di chi non ha un palcoscenico a disposizione e, contemporaneamente, esempi positivi al Paese». Così lunedì 29 ottobre i dieci startupper selezionati da Telecom avranno sette minuti (più 3 di intervista) ciascuno per descrivere alla platea i loro progetti.

Un gioiello di riciclo
Tra di loro ci sarà Eliana Venier, 35 anni, titolare e designer di Alienina, brand di gioielleria contemporanea che produce preziosi utilizzando materiali riciclati. «La filosofia del nostro progetto — ha dichiarato Venier, che ha trasferito il laboratorio da Milano all’Umbria — è quella di allungare il ciclo di vita degli oggetti». Alienina trasforma stoppini di cotone per le lampade a petrolio, corde da barca o da arrampicata, gomme delle automobili in collane e orecchini «iperlavabili, non tossici e sostenibili», precisa la designer. Tutti i gioielli sono fatti a mano in laboratorio utilizzando tecniche di lavorazione ormai dimenticate, come l’intreccio dei tappeti. Alienina, fondata nel 2008, è stata lanciata grazie al web e oggi hanno canali di distribuzione (online e offline) in tutto il mondo.

Il «caschetto» per disabili
Un progetto destinato a migliorare la vita di migliaia di persone è, invece, quello proposto da Pasquale Fedele, fondatore di Liquidweb, start-up nel settore dell’Information and Communication Technologies (ICT),  Insieme al suo team Fedele sta sviluppando «Brain Control», un sistema di interfacce neurali per persone affette da disabilità neurogenerativa. Grazie a un caschetto dotato di sensori Eeg (quelli che si usano per gli encefalogrammi), un tablet e una connessione senza fili, le persone affette da malattie neurodegenerative, che impediscono loro di muoversi, potranno spegnere le luci o aprire le finestre solo attraverso il pensiero.

«Inizialmente abbiamo sperimentato il casco sui “sani” — spiega Fedele, laurea in Ingegneria e specializzazione in tecnologie assistive —, quando siamo passati ai disabili abbiamo scoperto che non cambia nulla: un sistema cerebrale intatto lavora allo stesso modo nelle due categorie». L’utente pensa in quale direzione muoversi e l’interfaccia del tablet reagisce consentendogli di selezionare la voce di un menu o di utilizzare la tastiera. Tra un paio di mesi la prima versione del sistema (ne sono previste quattro) verrà messa in commercio.

Il balcone anti-zanzare
È già in vendita dal 2007 il kit ecologico «anti-zanzare» pensato e prodotto da Eugea, spin off dell’Università di Bologna che si occupa di «ecologia privata». Il kit prevede una scatoletta contenente acqua e copepodi, piccolissimi crostacei mangiatori di zanzare allevati dagli entomologi che seguono il progetto. «Dal 2007 a oggi abbiamo prodotto circa cinquanta soluzioni per l’ecologia in città, che vengono realizzati da ragazzi disabili e da tossicodipendenti grazie al sostegno delle cooperative sociali», racconta Gianumberto. Accinelli, entomologo a capo di Eugea. Recentemente è partita anche una casa editrice. Che siano oggetti o libri l’obiettivo è sempre lo stesso: «mostrare la città dal punto di vista dell’ecologo e non del cittadino o del consumatore», sottolinea Accinelli. Una sfida bella e difficile per gli stressati lavoratori metropolitani.

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Grillo padre padrone pretende dagli eletti dimissioni in bianco

Andrea Cuomo - Mer, 24/10/2012 - 08:23

Il comico avrebbe imposto ai candidati in Sicilia un congedo prefirmato e lo stipendio dimezzato

Non ancora eletti e già dimissionari. I grillini candidati alle elezioni regionali in Sicilia si trovano in una situazione pirandelliana: ignorano se riusciranno a mettere piede a Palazzo dei Normanni ma sanno già che, se ci riusciranno, dovranno stare sempre sul chi-va-là: hanno infatti firmato un documento con cui, nel caso di elezione, rimettono «in bianco» il loro mandato.


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Una pratica abituale nel Movimento 5 Stelle, che però fino a qualche tempo fa aveva un tratto episodico, quasi folcloristico. Ora che i grillini rischiano di sbancare alle elezioni siciliane, il rischio però è quello di trovarsi un'assemblea regionale piena di consiglieri (o meglio di deputati, come si chiamano colà) seduti su uno scranno che scotta più di un arancina appena fritta.

Le dimissioni in bianco sono uno dei principali meccanismi su cui si incardina il loro concetto di democrazia diretta. «Noi - fanno sapere dal Movimento 5 Stelle - non abbiamo mai parlato di dimissioni in bianco. I candidati hanno periodicamente facoltà di rimettere il mandato nelle mani degli elettori, nel corso di riunioni pubbliche che si concludono con una votazione, abbiamo fatto firmare un impegno a rispettare questa regola da parte dei candidati del Movimento 5 Stelle».

Insomma, gli eletti due volte l'anno possono ricevere il pollice verso e tornare a casa se non vanno a genio a chi li ha votati. Un principio anche giusto, in teoria. Conoscendo però l'ascendente che Beppe Grillo e il suo guru Gianroberto Casaleggio vantano sul popolo five stars, ben si capisce come l'impegno a sottomettere la prosecuzione del proprio mandato all'assemblea pubblica equivalga di fatto al consegnarsi anima e corpo al proprio padre-padrone, che ha sui suoi uomini potere di vita o di morte. Politica, s'intende.

La pratica ha messo in allarme anche i radicali, che vedono a rischio l'articolo 67 della Costituzione, quello che così recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Ciò vuol dire che il rapporto che lega eletto ed elettore non assomiglia in nessun modo a un contratto, la cui violazione possa essere in qualche modo perseguita. «Se domenica prossima fossi in Sicilia a monitorare le elezioni per conto dell'Osce dovrei segnalare una grave violazione della Costituzione italiana da parte del Movimento 5 stelle.

Mi riferisco all'annuncio che Grillo ha imposto a tutti i suoi candidati di firmare le dimissioni in bianco dal ruolo di consigliere regionale. Si tratta di una pratica che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha già condannato e che lede il diritto indisponibile di ogni eletto a esercitare pienamente e liberamente il proprio mandato elettorale. Inoltre faccio notare come il sedicente nemico della partitocrazia mette così ancora più potere nelle mani dei partiti e non dei cittadini», dice il deputato radicale e presidente della commissione Diritti umani dell'Osce Mario Mecacci, il cui cognome appare peraltro assai appropriato al tema.

Oltre alle dimissioni prefirmate, i candidati grillini all'Ars hanno dovuto sottostare anche al taglio forzoso dell'eventuale appannaggio, che non potrà eccedere i 5mila euro lordi al mese, pari a circa 2500 euro netti. La parte non riscossa, precisa il Movimento 5 Stelle, non andrà al partito, ma sarà restituita al mittente, la Regione Sicilia. Una trovata, questa, che non lede alcun diritto costituzionale, ma solo le tasche dei futuri deputati siciliani di Grillo.