giovedì 25 ottobre 2012

E l'ora di un'inchiesta sull'auto blu del pm

Ecco Windows 8: la diretta della presentazione

Corriere della sera

A New York Microsoft svela il suo nuovo sistema operativo. Occhi puntati sul tablet Surface. Bill Gates: «Meraviglioso»
Dal nostro inviato Marta Serafini
NEW YORK 


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È una settimana storica per Microsoft che passa al contrattacco e si candida a ritagliarsi un ruolo importante nel mercato dei tablet dei prossimi anni. L'annuncio ufficiale arriva da New York, dove al Pier 57, sull'Hudson River, è incorsa la presentazione alla stampa nuovo sistema operativo Windows 8 e di Surface, il primo tablet targato Redmond.
 
The world is ready: si inizia così. E Steve Sinofsky dal palco in sneaker e jeans promette: «Cambieremo il modo di lavorare di miliardi di persone». Si inizia con il sistema operativo, rivoluzionario perché abolisce il desktop e mette al centro le Live Tile, riquadri animanti che funzionano grazie alla tecnologia touch. Ed è proprio il comando a tocco che rimescola le carte in tavola. «Siamo pronti a dare al mondo un nuovo strumento» spiega Sinofsky. Il tutto insieme alla creazione di un "ecosistema" unico, con sistema compatibile con Pc, tablet e smartphone. E se c’è chi dice che il sistema va ancora notevolmente migliorato da Redmond rispondono di aver fatto oltre 1.240.000.000 ore di test.
 
Interessante anche l’introduzione delle app, con un Windows Store che va all’attacco di un mercato dominato fino ad oggi da Apple, Google e Amazon. Per il momento sono poche. Mancano ancora fondamentali come Facebook, Instagram, Angry Birds. E non solo. Al lavoro però ci sono 400 mila sviluppatori, di cui una sessantina per l'Italia. Ma sullo schermo viaggeranno ancora più veloce. A Times Square Windows terrà un’apertura notturna nel nuovo store, disegnato per l’occasione. Tutto da vedere però quanto sarà lunga la fila. Poi lunedì sera si continua con la presentazione di Windows8 per smartphone. Insomma a New York parecchio bolle in pentola. E da giorni Microsoft ha lanciato la sua campagna pubblicitaria. La più grande - si mormora - mai approntata per la promozione di un oggetto tecnologico. Secondo indiscrezioni, infatti, Redmond ha messo in campo 1.5 miliardi di dollari.



Marta Serafini
@martaserafini 25 ottobre 2012 | 18:09

Matrix, il cane anti-mine ora cerca casa

Corriere della sera

Dopo cinque anni in Aeronautica, il pastore malinois si congeda con onore e attende di essere adottato

Matrix, il cane anti-mine si prepara al congedoMatrix, il cane anti-mine si prepara al congedo

GROSSETO – Dopo cinque anni di servizio contraddistinto da epiche fiutate e instancabili ricerche di esplosivi in luoghi a rischio e persino un paio di parate ai Fori Imperiali per il 2 giugno, per Matrix - uno straordinario esemplare di pastore belga malinois - è arrivato il momento del congedo. Con onore, ovviamente, una festa a base di carezze e festeggiamenti come si merita un militare a quattro zampe (appartiene al Centro cinofili dell’Aeronautica militare con sede Grosseto) che ha sempre servito la Patria e gli umani commilitoni. Con tantissimo affetto, forse troppo.

TROPPO AFFETTO - Perché Matrix (ed è questo il motivo per cui il congedo è stato anticipato, ma senza disonore, ci mancherebbe) gli esplosivi li scovava ma poi li afferrava con i denti e li riportava indietro al padrone. Un atto di grande fedeltà, nella filosofia dell’animale, ma con qualche «problemino» di sicurezza. «Matrix ha un fiuto e un intuito straordinari – dicono gli istruttori – ma purtroppo questa voglia di riportare al padrone l’esplosivo non siamo riusciti a toglierla. E’ un animale dolcissimo e ubbidiente e siamo sicuri che farà felice chi lo adotterà». E adesso dove andrà Matrix?

Magrix e i suoi «commilitoni»Magrix e i suoi «commilitoni»

NUOVA CASA CERCASI - «Solitamente al termine della carriera i cani sono adottati dagli operatori cinofili che hanno lavorato con loro – spiega il comandante del centro, tenente colonello Emanuele Baldini – ma quando non è possibile assicurare la comodità e lo standard di vita ai quali sono abituati gli animali si decide per un’adozione esterna». Ed è proprio quello che sta accadendo a Matrix. Il Centro cinofili ha già avviato le procedure e chi vuole adottare Matrix deve soltanto compilare un modulo di richiesta, scaricabile dal sito internet dell’Aeronautica Militare (www.aeronautica.difesa.it) e spedirlo al Centro Cinofili (via Castiglionese, 70 – Grosseto) che poi penserà alle successive autorizzazioni. Ma intanto gli aspiranti nuovi padroni possono andare a trovare Matrix con visite periodiche. «E’ importante per iniziare il processo di familiarizzazione – spiegano i veterinari del Centro – per il bene del cane e di chi lo adotta». Chi è interessato può chiamare il Centro (0564-445669) o scrivere una mail (aerocinofili@aeronautica.difesa.it .

Marco Gasperetti
(mgasperetti@corriere.it)25 ottobre 2012 | 16:38

Quel silenzio dei bambini che salvò il piccolo ebreo

Corriere della sera

Tradate, Joel e Pietro si ritrovano dopo 70 anni. Da Israele il riconoscimento di «Giusti fra le nazioni»


TRADATE (Varese) - «Nessuno di voi conosce un bambino ebreo?» domanda la maestra. E fu allora che in classe tutti tacquero. Era una mattina del 1944, erano gli anni bui della guerra, dei nazisti che occupavano l'Italia, delle leggi razziali che avevano aperto la strada dell'Olocausto. Quel silenzio, quel piccolo grande gesto di eroismo dei bambini di Tradate ha salvato dalla morte un piccolo ebreo che era in mezzo a loro, sotto mentite spoglie. Quasi settanta anni dopo Joel Diena, il bambino israelita divenuto nel frattempo medico a Ottawa, in Canada, ha riabbracciato i suoi salvatori: Peppino Pellegatta, che oggi ha 80 anni e che a Joel insegnò a giocare a carte, ma soprattutto Pietro Lomazzi, settantaquattrenne, che per quattro anni divise la sua casa con la famiglia di Joel.
 
Lo Stato di Israele ha conferito il titolo di «Giusti tra le nazioni» a Erminio e Ada Lomazzi, i genitori di Pietro, titolari di una locanda nella frazione di Abbiate Guazzone che fu il nascondiglio della famiglia Diena. Martedì la cerimonia di consegna dell'onorificenza è avvenuta simbolicamente al liceo «Curie» di Tradate, presenti Dan Haezrachy, dirigente dell'ambasciata d'Israele in Italia e il capo della comunità ebraica milanese Pietro Laras. Erminio e Ada Lomazzi non ci sono più e il riconoscimento è stato ritirato dal figlio Pietro, che per l'occasione ha riabbracciato il vecchio amico Joel, a settant'anni da quei giorni tristissimi e fatali.
 
«Ero piccolo, non ricordo come i miei genitori decisero di dare protezione ai signori Diena - racconta Pietro -. Ricordo però che per noi bambini era una cosa normale: Joel veniva a scuola, giocava a pallone con tutti, "era" uno di noi, anche se tutti sapevano del pericolo a cui era esposto. Soltanto a distanza di tanti anni mi rendo conto del rischio che ha corso anche la mia famiglia. Perché lo hanno fatto? Perché i miei genitori erano persone buone, punto e basta».
 
Finita la guerra, scampato il pericolo della deportazione, Joel e la famiglia si sono trasferiti prima a Milano (i genitori avevano un laboratorio di pellicceria) e poi in Canada. Lomazzi ha fatto il calciatore (cinque campionati in serie B con il Novara) per poi diventare impiegato comunale. «Nella mia vita ho avuto cinque figli e 25 nipoti - ha detto Joel Diena nell'aula magna del liceo di Tradate - ma io e tutti loro dobbiamo la vita a Carlo e alla sua famiglia». Il «salvato» rievoca poi la drammatica mattina in cui rischiò di essere scoperto: «La maestra chiese se qualcuno per caso conosceva degli ebrei. Ma nessuno in aula fiatò. Poi ci fece fare un tema proprio sulla razza. Ricordo che corresse alcune frasi del compito del mio amico Peppino perché erano troppo buone e perché non aveva usato termini come "usurai" e "strozzini"».
 
Dopo la cerimonia Joel e Pietro sono usciti dalla scuola, hanno camminato per Tradate in cerca della vecchia locanda. «Ma non c'è più - ha detto il figlio di Ada ed Erminio -, al suo posto hanno costruito un palazzone. I ricordi e l'amicizia, invece, quelli non scompariranno mai».


Claudio Del Frate
25 ottobre 2012 | 10:07

Casa di Montecarlo, nel pc di Corallo tutti i segreti dei fratelli Tulliani

Sergio Rame - Gio, 25/10/2012 - 17:32

Nuova rivelezione dell'Espresso. Il pc nelle mani degli inquirenti: lì ci sarebbero i segreti sugli affari della compagna e del cognato di Fini

Un altro terremoto rischia di scuotere il presidente della Camera Gianfranco Fini. La verità sui rapporti tra i fratelli Tulliani e il re delle slot machine Francesco Corallo sarebbe contenuta all'inerno di un computer che i magistrati hanno sequestrato proprio al padrone del gruppo Atlantis-Betplus nel novembre dello scorso anno.


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Secondo quanto rivela l'Espresso (leggi l'articolo), sull'hard disk sarebbero gelosamente custoditi numerosi documenti che fanno ipotizzare agli inquirenti l'esistenza di "rapporti economici" tra Giancarlo ed Elisabetta Tulliani e almeno una delle società di Corallo, nato a Catania ma trapiantato ai Caraibi. Un'altra tegola. Un altro pesante schiaffo a Fini che, il 25 settembre del 2010, aveva promesso: "Se dovesse emergere che l’appartamento di Montecarlo appartiene a Giancarlo Tulliani lascerò la presidenza della Camera".

Eppure, nemmeno le ultime rivelazioni fatte dall'Espresso (leggi l'articolo), che hanno dimostrato come James Walfenzao fosse un fiduciario dello stesso Tulliani che ha usato i suoi servizi per aprire proprio una società di compravendite immobiliari a Saint Lucia, nei Caraibi. "Dal punto di vista giudiziario - spiega l'Espresso - la sorte di queste nuove carte è stata però diversa rispetto a quella dei documenti emersi la scorsa settimana".

In quel caso le copie dei passaporti dei Tulliani e il modulo per l'apertura di un conto corrente a Saint Lucia riferito a Giancarlo sono stati depositati nel procedimento in corso contro Corallo perché contribuiscono a provare il rapporto fra il padrone dell'Atlantis e James Walfenzao, il fiduciario che figura come rappresentante legale di alcune delle società off-shore che controllano il colosso delle slot-machine. Quelle carte, infatti, erano state inviate via fax dagli uffici di Roma di Atlantis e quelli di Montecarlo di Walfenzao che, per inciso, è lo stesso fiduciario che si è occupato dell'acquisto della casa di An nel principato.

Adesso nuovi particolari sembrano mettere insieme il puzzle di un giro d'affari che, a lungo, molti hanno fatto finta di non vedere. A sollevare un nuovo polverone è, appunto, il contenuto del pc che metterebbe in luce i rapporti personali dello stesso Corallo (ad oggi latitante con l'accusa di aver pagato i vertici della Banca Popolare di Milano per ottenere ingenti prestiti) con la compagna di Fini. L’imprenditore risulterebbe, quindi, l’unico a poter utilizzare e divulgare le carte, anche se i legali della Betplus hanno subito smentito l'esistenza dei documenti: "Non siamo assolutamente coinvolti nelle vicende sulla casa di Montecarlo".

Ecco perché gli Usa affidano la protezione delle sedi diplomatiche alle compagnie di militari privati”

La Stampa

Parla il responsabile di una “Military Company”, ex paracadutista Folgore “Si va verso una cooperazione più stretta fra pubblico e privato”


francesco semprini
new york


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Effetto sorpresa, impreparazione, sicurezza armata depotenziata: sono questi i fattori che hanno reso fatale l’assalto al Consolato americano di Bengasi. Carlo Biffani, ex paracadutista della Brigata Folgore, e responsabile di «Security Consulting Group», una «private military company» operativa da tempo anche in Libia, parla dell’attentato dell’11 settembre 2012 spiegando come oggi per la sicurezza delle strutture istituzionali all’estero sia necessario un’intima cooperazione tra soldati governativi e militari privati. Le compagnie private - come la Blue Mountain che si occupava della sicurezza del Consolato di Bengasi - sono infatti al centro di numerose polemiche. E in molti si chiedono: «Non ci staremo mettendo nelle mani sbagliate?» 

Come mai la sicurezza di una sede istituzionale è stata affidata a militari privati e non a forze governative?
«Il motivo va ricercato nella volontà da parte dell’amministrazione statunitense, di ricorrere con sempre maggiore frequenza alle “Private Military & Security Companies”. In questo modo si hanno due vantaggi principali. Una riduzione delle spese visto che il soldato si muove all’interno di un apparato che ha costi molto elevati. L’altro è la possibilità di impiegare i militari nelle attività per le quali sono addestrati, ovvero il combattimento e l’intelligence, senza vederli impegnati in estenuanti turni di guardia». 

Quando ha avuto inizio questo spostamento verso la difesa privata?
«Si è andato affermando via via in maniera più marcata dai tempi dell’amministrazione di George W. Bush, e non sono rari i casi di impiego di “Pmc” o “Psc” anche in compiti decisamente più offensivi, come la ricerca e la cattura di terroristi in aree ostili, aspetto questo evidenziato anche recentemente dalla vicenda “Wikileaks”. I soldati governativi - seppur con le dovute eccezioni - proteggono solo le principali cariche diplomatiche. Dico non sempre perché in paesi come l’Iraq e l’Afghanistan, il servizio di protezione diplomatica è stato più volte appaltato a società private».

Perché la scelta del dipartimento di Stato è ricaduta su una società non americana?
«Questo risulta singolare anche a me. Secondo la mia esperienza tali attività sono solitamente affidate a società che orbitano all’interno del proprio sistema paese. Forse, ma è solo un’ipotesi, Blue Mountain aveva già ottenuto, prima di altre concorrenti americane, la licenza ad operare, anche se disarmati, in Libia e rappresentavano anche una buona opportunità in termini di costo e professionalità».

In ogni caso non possono girare armati...
«No infatti quelli messi a presidio del consolato avevano bastoni e non fucili. Solo i governativi hanno il permesso di girare armati, gli altri non possono».

Fra l’altro Blue Mountain appare più specializzata nel gestire la sicurezza delle aziende?
«Definire una linea di demarcazione netta fra le società in grado di fornire servizi di business intelligence, di “risk mitigation”, o di “executive protection” è un esercizio di pura accademia. Molto spesso, tali società, come anche quella che dirigo, lavorano su più fronti contemporaneamente. Se il profano si aspettasse di vedere il sito web di una delle dieci più quotate società di sicurezza e mitigazione del rischio, rappresentato da immagini di uomini armati che scortano la personalità, beh, sarebbe fuori strada. Queste società hanno bisogno di poter interagire con il mondo del business, e foto di uomini con il fucile sulla home page, a mio modo di vedere, non tranquillizzano nessuno». 

Cosa non ha funzionato l’11 settembre scorso al consolato di Bengasi?
«Nessuno immaginava una tale violenza ed un così elevato livello di scontro. Vi erano già stati episodi, che a volte hanno riguardato anche nostre delegazioni diplomatiche, manifestazioni dai toni violenti contro consolati ed ambasciate, ma mai si era assistito a qualcosa di simile, organizzato con quelle modalità».

In stile qaedista....
«Ho sempre detto, sin dalla prima ora che secondo me Al Qaeda per come la immaginiamo noi e per quello che è stata sino a qualche anno fa, nulla c’entra con un’azione come quella di Bengasi. A mio parere ha solo pensato di mettere il cappello su un gesto messo in opera da gruppi salafiti e da fedelissimi del deposto regime». 

Come si sarebbe potuto evitare l’assassinio dell’ambasciatore Christopher Stevens e degli altri tre cittadini americani?
«Per rispondere ad un attacco simile sarebbe stato necessario un sistema di difesa che prevedesse una presenza massiccia e determinata da parte delle Forze Armate libiche ed un dispositivo di difesa privato o militare all’interno del consolato, molto ben preparato ed adeguatamente dotato».

Come si potrebbe rafforzare la sicurezza delle sedi istituzionali presenti in territorio libico?
«Esigendo un maggiore impegno da parte del personale armato messo a disposizione dal governo centrale per la difesa del perimetro, e rivedendo la tipologia e gli assetti di impiego del personale armato all’interno dell’area, oltre che rivalutando in toto il sistema di difesa passiva delle strutture». 

In questo momento qual è la situazione in Libia? Quali i maggiori rischi?
«La situazione è sempre al limite. Non esiste ancora un’autorità di sicurezza riconosciuta dal governo centrale in grado di controllare il territorio. Le milizie non sono ancora state né ridimensionate né tanto meno disarmate. Vi sono rischi possibili rivolte armate e di incidenti più banali che possono sfociare in scontri a fuoco fra privati cittadini, come una semplice lite nel traffico da parte di individui che però sono armati».

Guai per Vendola, la richiesta dei pm: "Condannarlo a 20 mesi di carcere"

Andrea Indini - Gio, 25/10/2012 - 16:18

Vendola avrebbe istigato l'ex direttore dell'Asl Bari a riaprire i termini per la presentazione delle domande per accedere al concorso e far vincere Paolo Sardelli


La sinistra moralizzatrice "scivola" ancora. La procura di Bari ha chiesto la condanna a un anno e 8 mesi per il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola.


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Il leader del Sel è accusato di concorso in abuso d’ufficio con riferimento al concorso da primario di chirurgia toracica all’ospedale San Paolo, vinto dal professor Paolo Sardelli. Uno scandalo dietro l'altro, un avviso di garanzia dopo l'altro: le amministrazioni di centrosinistra vengono continuamente "pizzicate" dalla giustizia italiana, ma non si sa come mai non fioccano le dimissioni né qualcuno si azzarda nemmeno a chiederle. Anche se è lo stesso governatore a promettere che, in caso di condanna, sarebbe pronto a lasciare la politiuca

L'avviso di garanzia a Zoia Veronesi, storica segretaria del leader piddì Pier Luigi accusata di truffa aggravata ai danni della Regione Emilia Romagna; le dimissioni della vicepresidente della Regione Liguria Marylin Fusco (Idv), accusata di abuso d’ufficio dell’inchiesta sulla realizzazione del porto di Ospedaletti; il rinvio a giudizio per l'ex braccio destro di Bersani, Filippo Penati, accusato di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti; i guai per Melchiorre Fidelbo, marito del presidente dei senatori democratici Anna Finocchiaro. E oggi Vendola per cui è stata chiesta la stessa condanna a 20 mesi di reclusione di carcere per l’allora direttore generale della Asl di Bari, Lea Cosentino, coimputata con le stesse accuse.

L’udienza si svolge a porte chiuse davanti al gup Susanna De Felice. Il giudice scioglierà in chiusura d’udienza la riserva sull’ammissione degli ulteriori atti depositati dall’accusa. Adesso la parola alla parte civile e poi ai difensori per le arringhe, mentre la sentenza è prevista per il 31 di ottobre. "Aspetto con assolutà serenità la sentenza - ha commentato Vendola - è del tutto ovvio che una sentenza di condanna, sia pure relativa a un concorso in abuso di ufficio per me sarebbe un punto di non ritorno, segnerebbe il mio congedo dalla vita pubblica".

Gli inquirenti della procura di Bari contestano al governatore pugliese di aver istigato l'allora direttore della Asl Bari a riaprire i termini per la presentazione delle domande per accedere al concorso. "Quel concorso deve vincerlo Sardelli", avrebbe detto Cosentino agli inquirenti che la interrogavano riferendo le parole pronunciate da Vendola in occasione della selezione alla quale il medico "raccomandato" non aveva partecipato perché in lizza per un altro posto da primario presso l'ospedale "Di Venere" del capoluogo pugliese. Venuta meno la possibilità di assumere un incarico direttivo al "Di Venere", il presidente della Regione Puglia si sarebbe attivato per assicurare a Sardelli l'assunzione quinquennale al San Paolo.

Il Sud? «Una palla al piede»

Corriere del Mezzogiorno

Il libro di Antonio De Francesco, ovvero quando l'antimeridionalismo diventa lotta politica



Come un vigile che si materializza nell’ora di punta o un poliziotto che sopraggiunge nel vivo della rissa. Dopo le polemiche sugli afrori dei napoletani, dopo le dispute sul bidet dei Borbone e sulle fogne dei Savoia, mai libro è arrivato più puntuale. Edito da Feltrinelli, «La palla al piede» di Antonino De Francesco è, infatti, come recita il sottotitolo, «una storia del pregiudizio antimeridionale». E come tale non solo capita a proposito, ma riesce anche a dare ordine a una materia per molti versi infinita e dunque inafferrabile. Cos’è del resto l’antimeridionalismo?
 
GIUDIZIO SOMMARIO «È — spiega l’autore — un giudizio tanto sommario quanto inconcludente, che nulla toglie e molto (purtroppo) aggiunge ai problemi dell’Italia unita, perché favorisce il declino nelle deprecazioni e permette alle rappresentazioni, presto stereotipate, di prendere il sopravvento». Non solo. «Ed è — aggiunge De Francesco — anche un discorso eversivo, perché corre sempre a rimettere in discussione il valore stesso dell’unità italiana». Fin qui la quarta di copertina, ma poi, all’interno, pagina dopo pagina, ecco i testi, le tesi, i personaggi che hanno affollato la scena dello scontro tra meridionalisti e antimeridionali: da Boccaccio a Matilde Serao, da Montesquieu a Prezzolini, passando per Cuoco e Colletta, per Lauro e Compagna , per Mastriani e Totò. Fino a Indro Montanelli, che commentando il

milazzismo picchia duro sui siciliani e scrive che «se in Italia si compilasse una geografia dell’abbraccio ci si accorgerebbe che più si procede verso le regioni in cui esso rigogliosamente fiorisce, e più frequente si fa l’uso del coltello e della pistola, della lettera anonima e dell’assegno a vuoto»; o a Camilla Cederna, che addirittura mette in forse la religiosità del presidente Leone: «Tutt’al più — scrive in piena campagna per le dimissioni — il suo è un cristianesimo di folclore...». Materiali prezioni, alcuni noti e altri no, ma tutti riletti all’interno di uno schema molto chiaro. Che è il seguente: negli anni di fuoco a ridosso dell’unità d’Italia, l’antimeridionalismo nasce molto prima del meridionalismo, non ha lasciato testimonianze meritevoli di interesse sotto il profilo culturale, ma, «ha svolto un preciso ruolo normativo nell’immaginario sociale del mondo».

CATEGORIE MENTALI - Ha creato, cioè, categorie mentali, visioni e schemi interpretativi che hanno condizionato politiche e strategie, alleanze e scelte di campo. In questo senso, l’antimeridionalismo si è rivelato per quello che davvero è: niente altro che uno strumento della lotta politica. L’antimeridionalismo appare e scompare, va e viene, morde e fugge, ma sempre secondo le convenienze del momento storico, del contesto. Così a Masaniello può accadere una volta di assurgere a simbolo del riscatto meridionale e di essere messo sullo stesso asse rivoluzionario che porta fino al ’99, quando del Sud serve l’immagine tutta tesa al riscatto liberatorio; un’altra di precipitare a testimonianza del velleitarismo plebeo, di un ribellismo pari a quello dei briganti, quando del Sud bisogna dare invece l’idea di un mostro da abbattere.

Sulla stessa altalena possono salirci anche interi territori, come la Sicilia. Quella pre-garibaldina immaginata dalle camicie rosse è tutto un ribollire di passioni civili e di ansie anti borboniche; quella post-garibaldina descritta dai militari piemontesi è violenta, barbara, incivile. È andata così anche con il Cilento di Pisacane: prima dello sbarco, era la terra promessa del sogno risorgimentale; dopo, la culla del tradimento e del popolo imbelle. Perfino la considerazione della camorra cambia secondo il calcolo politico. Nel 1860 la stampa piemontese, prova ne è «Mondo illustrato», arriva perfino a elogiarla, ritenendola capace di dare organizzazione ai lazzaroni favorevoli al cambio di regime. Ma poi la scena si ribalta.

SPAVENTA E L'EPURAZIONE - Con Silvio Spaventa comincia l’epurazione del personale sospetto inserito negli apparati statali e la «Gazzetta del Popolo» prontamente plaude. Come strumento della battaglia politica, l’antimeridionalismo non viene usato solo nello scontro tra Cavour e Garibaldi, ma diventa una costante. Liberali e democratici lo usano per giustificare le rispettive sconfitte. E come alibi usano sempre il popolo, che di colpo diventa incolto, superstizioso, asociale, ingovernabile. Ai socialisti succede di peggio.

Negli anni del positivismo, arrivano, sulle orme di Lombroso, a cristallizzare il razzismo antimeridionale. Niceforo parla di due razze, la peggiore, la maledetta, è naturalmente quella meridionale; mentre Turati, in polemica con Crispi, vede un Nord tutto proiettato nella modernità e un Sud che è «Medio Evo» e «putrefatta barbarie». Prende forma così quel dualismo culturale che vede ovunque due popoli, uno moderno e l’altro arretrato, dove è chiaro che il secondo, come già ai tempi di Cuoco, giustifica il primo. Ma questo dualismo finisce per mettere in trappola anche la produzione culturale.

I VERISTI - I veristi, ad esempio, raccontano con passione la vita degli ultimi, della minorità sociale. Ma come vengono lette a Milano queste storie? Chi fa le dovute differenze? Il dubbio prende ad esempio Luigi Capuana quando decide di polemizzare con Franchetti e Sonnino per come hanno descritto la Sicilia. Capuana addebita addirittura a se stesso, a Federico De Roberto e soprattutto all’amico Giovanni Verga, la grave responsabilità di aver favorito, con i loro racconti e con i loro romanzi, la ripresa dei luoghi comuni sull’isola.

Credevamo di produrre schiette opere d’arte — scrive avvilito a Verga — «e non abbiamo mai sospettato che la nostra sincera produzione, fraintesa o male interpretata, potesse venire adoperata a ribadire pregiudizi, a fortificare opinioni storte, a provare insomma il contrario di quel che era nostra sola intenzione rappresentare alla fantasia dei lettori». E in effetti, commenta De Francesco, l’opera di Verga, nel corso degli anni Settanta, aveva liquidato l’immagine di una Sicilia esotica e mediterranea a tutto vantaggio della costruzione di potenti quadri di miseria e di atavismo.

IL CASO BOCCA - Il libro si chiude con il caso Bocca, forse il più emblematico degli ultimi anni. Inviato nel Sud sia negli anni Novanta, sia nel 2006. Racconta sempre la stessa Napoli, persa tra clientele, degrado e violenza criminale, ma la prima volta piace alla sinistra; la seconda, invece, la stessa sinistra lo condanna senza appello. La ragione? Prima Bassolino era all’opposizione, poi era diventato sindaco e governatore.

Marco Demarco
25 ottobre 2012

Gola no-limits, ecco la birra spalmabile per crostini e formaggi

Il Mattino

Due aziende reatine presentano al Salone del Gusto la loro invenzione in due diverse versioni: corposa e delicata


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ROMA - La birra? Da oggi oltre a berla sarà possibile spalmarla. Il nuovo prodotto, frutto della collaborazione tra due aziende reatine, la Cioccolateria Napoleone di Rieti ed il Birrificio Alta Quota di Cittareale, è stato presentato al Salone del Gusto Terra Madre di Torino. La «birra spalmabile» sembra essere destinata a rivoluzionare il tradizionale ambito enogastronomico che viene associato alla birra. «Non è la prima volta in Italia ed in Europa che si tenta di realizzare una birra non liquida - spiega Claudio Lorenzini del birrificio Alta Quota di Cittareale - ma i test realizzati non sono andati a buon fine in quanto l'abbinamento tra gli ingredienti non era vincente.

Noi riteniamo di aver trovato la formula giusta con l'utilizzo di prodotti di eccellente qualità, che per quanto riguarda la birra prevede l'utilizzo delle nostre varietà Omid e Greta». «La birra spalmabile che abbiamo ideato e che si presenta come una gelatina dolce e profumata alla birra con sfumature diverse - spiega Pietro Napoleone della Cioccolateria Napoleone di Rieti - è un prodotto realizzato in due tipologie, la prima più delicata e la seconda con un aroma inteso e gusto corposo. La birra spalmabile accompagna egregiamente antipasti e formaggi, è ottima sui crostini. Siamo molto soddisfatti di come è riuscito questo nuovo prodotto e della collaborazione che è nata con l'azienda di Lorenzini. Secondo noi il futuro è questo».

Giovedì 25 Ottobre 2012 - 14:57    Ultimo aggiornamento: 15:04

A tu per tu con la Madonnina

Corriere della sera

Il lifting della statua della Madonna, sul Duomo di Milano, è stato affidato allo specialista bergamasco Franco Blumer. A 108 metri d'altezza: «Per raggiungere la statua ogni mattina impiego 20 minuti: slalom tra guglie e ponteggi»


Franco Blumer lavora alla MadonninaFranco Blumer lavora alla Madonnina

Da oltre tre secoli veglia su Milano dalla vertiginosa altezza di 108 metri e della città è il simbolo per antonomasia. La Madonnina, opera di Giuseppe Perego, fu posta sulla guglia maggiore del Duomo nel 1774 e, da allora, amata, coccolata e curata dai meneghini, è già stata sottoposta a 4 restauri. Il penultimo, nel 1967, servì, soprattutto, a ricostruire in acciaio inossidabile lo scheletro portante, che, da fatto di ferro che era, quasi completamente corroso e quindi pericolosamente precario, divenne in acciaio inossidabile. «Colpa delle condizioni atmosferiche di lassù: vento, sole, pioggia, umidità e fulmini», spiega il restauratore orafo bergamasco Franco Blumer, alle cui mani esperte è stato affidato l'ultimo make up dell'Assunta, iniziato da pochi giorni. «Tutto nasce dall'opera, in corso da un paio d'anni, di restauro della guglia maggiore, intorno alla quale sono stati montati ponteggi straordinari per tecnologia: per far sì che non poggiassero in nessun punto della guglia si sono mobilitati progettisti da tutto il mondo.

 Il restauratore della Madonnina Il restauratore della Madonnina Il restauratore della Madonnina Il restauratore della Madonnina Il restauratore della Madonnina

L'occasione non poteva non dar luogo a un sopralluogo anche della celeberrima statua», racconta Blumer, che già da 8 anni ha un incarico per la manutenzione e conservazione del Tesoro del Duomo. Il sopralluogo, effettuato con il direttore della Veneranda fabbrica del Duomo, l'ingegner Benigno Mörlin Visconti Castiglione, ha permesso di verificare la solidità della struttura interna, ma ha messo altresì in luce diversi problemi sulla copertura, fatta di 27 lamine di rame sbalzato e dorato, per oltre 4 metri di altezza: «I problemi maggiori nascono dalle ossidazioni nei punti più esposti agli agenti atmosferici, ma anche da quelli in rientranza, come i panneggi dell'abito; senza contare il braccio destro: colpito da un fulmine negli anni Settanta è completamente da ridorare.

In generale, il mio intervento sarà prettamente estetico e conservativo: si tratta di rimuovere i prodotti di corrosione del rame, stendere dei prodotti protettivi, a loro volta coperti di missione, cioè collante, in grado di accogliere e fissare successivamente la foglia d'oro. Un discorso a parte riguarda le nuvolette e i putti che fanno da piedistallo, poiché sono quelli su cui poggiano i piedi gli operai della Veneranda Fabbrica del Duomo più volte all'anno, quando si issano fin lassù per sostituire le lampade bruciate che illuminano la Madonnina. Dovrò stendervi dei protettivi speciali».

Il restauro, assicura Blumer, riporterà brillantezza alla Madonnina e sarà assolutamente percepibile da chiunque dalla piazza volgerà gli occhi verso l'alto. Questo già tra un paio di settimane, se il bel tempo regge, a lavoro finito; per ora gli sbarluccichii sono solo negli occhi di Blumer, che ogni giorno per 8 ore lassù, con giaccone e guanti per sopportare vento e freddo, imbragato e assicurato all'asta dell'alabarda alzabandiera, combatte con le vertigini croniche:

«Per raggiungere la statua, ogni mattina, impiego circa 20 minuti, prendendo due montacarichi, camminando sui tetti e arrampicandomi per 4 piani di ponteggi e poi sull'ultimo tratto della scaletta interna all'apice della guglia». Il giorno più brutto? Quello in cui mi sono ritrovato completamente avvolto dalla nebbia, quella vera di Milano». Una fatica che vale la pena e che, tra l'altro, permetterà a Franco Blumer di lasciare una targa ricordo col suo nome ai piedi della statua, accanto a quelle degli altri pochi restauratori che, nei secoli, l'hanno preceduto.

Daniela Baiguini
25 ottobre 2012 | 11:10

Un giorno a caccia di pusher e vedette

Il Mattino

Inseguimenti, posti di blocco e testimonianze dei protagonisti. Viaggio in presa diretta nei luoghi "simbolo" della camorra

di Marco Piscitelli

NAPOLI - Una, due tre, quattro: le «picchiate» della Polizia nelle piazze di spaccio a Scampia si ripetono, come un rito, ogni giorno, ad ogni ora. Dei veri e propri blitz a caccia di pusher e vedette. È questa la battaglia che ogni giorno gli uomini del Commissariato di Scampia portano avanti.




Coordinati dal primo dirigente Michele Spina iniziano a controllare ogni angolo di Scampia dalle prime luci dell'alba. "Vele", "Sette Palazzi", "Case dei Puffi": le forze dell'ordine presidiano e sorvegliano le zone dello spaccio senza sosta, mettendo un freno al business della malavita.
 
IlMattino.it ha seguito gli agenti del Commissariato di Scampia per ventiquattro ore per le strade del quartiere. Dall'alba alla notte fonda, nel bel mezzo di una nuova faida che sta coinvolgendo i clan di camorra per il controllo del territorio. Un videoreportage realizzato in presa diretta grazie alla collaborazione della Questura di Napoli (si ringrazia la dottoressa Valeria Moffa): dalle Vele, triste simbolo del degrado ed ex meta di centinaia di tossici per arrivare a Melito, dove la malavita sta tendando di riorganizzarsi per dare nuovamente vita al commercio di stupefacenti. Un fiume di droga e denaro che le forze dell'ordine impegnate sul territorio cercano, come possono, di fermare.

marco.piscitelli@ilmattino.it

I trucchi dei partiti per salvare la cassa

Corriere della sera

Dalle fondazioni immobiliari ai tesoretti . E gli onorevoli non versano le quote

ROMA - Questi onorevoli... Sono dei veri taccagni. Peggio di quell'Arpagone protagonista dell'«Avaro» di Molière. Fargli scucire la manciata di euro che dovrebbero versare ogni mese al Popolo della Libertà è sempre più difficile. Sarà per le sforbiciatine a stipendi e rimborsi, ma è diventato un bel problema. Tanto che il tesoriere del partito, Rocco Crimi, ha dovuto richiamare tutti all'ordine: al 31 dicembre 2011 gli arretrati dovuti dai parlamentari (800 euro al mese) e dei consiglieri regionali (500) ammontavano a oltre 4 milioni 600 mila euro.

Il suo grido d'allarme è contenuto nel bilancio del Pdl pubblicato, insieme a quelli di altri 61 (sessantuno) partiti sulla «Gazzetta ufficiale» di martedì. Gli ultimi della storia, senza i controlli più severi introdotti la scorsa estate. E quasi tutti venati da un sottile rimpianto. Ma per una ragione più prosaica: il taglio dei rimborsi elettorali deciso con quella stessa legge che ha inasprito le verifiche e mal digerita pressoché ovunque, nelle segreterie. Anche se c'è chi, nel bilancio, la rivendica come un proprio successo politico: il Partito democratico. Provvedimento andato di traverso, soprattutto, per aver stabilito la rinuncia alla tranche di contributi che si dovevano incassare lo scorso mese di luglio. Soldi che qualcuno si era già fatto anticipare dalle banche. E magari aveva speso.

Come l'Udc di Pier Ferdinando Casini. Che non a caso prevede per quest'anno, causa taglio contributi, una «sopravvenienza passiva» di ben 9 milioni e mezzo, comprendente pure i 2,4 milioni «riferibili alla quota parte di credito non incassabile relativa alle elezioni di Camera e Senato ceduta a un istituto di credito nel corso dei precedenti esercizi». Poco male: al 31 dicembre 2011 l'Udc denunciava un avanzo patrimoniale, generato dagli utili degli anni precedenti, di ben 18,6 milioni. E aveva 5 milioni e mezzo depositati in banca.
Lo stesso non può dire il Pdl, per cui la rinuncia alla tranche di luglio è stata davvero una brutta botta. Più brutta della scoperta che moltissimi parlamentari non danno al partito i contributi dovuti.

Il bilancio pubblicato sulla «Gazzetta ufficiale» spiega che i rimborsi elettorali «relativi agli anni 2009-2012 sono stati ceduti pro soluto nell'anno 2009 a un istituto bancario». Al quale adesso vanno restituiti i soldi: Quanto? Più di 20 milioni. Immaginiamo i salti di gioia. Tanto più dopo la notizia che Silvio Berlusconi non si ricandiderà per il premierato. Dal problematico bilancio di Forza Italia, formazione politica ancora esistente dal punto di vista contabile (al pari di An, Ds e Margherita) è chiaro che è stato lui a portare il peso finanziario di quell'avventura politica. Negli ultimi cinque anni il partito ha accumulato perdite per circa 149 milioni e debiti per 61 milioni. Il tutto coperto da una sontuosa fideiussione bancaria di 177 milioni prestata «da terzi». Dove «terzi» sta, ovviamente, per il Cavaliere.

Succedeva anche questo, negli anni in cui il fiume dei rimborsi elettorali scorreva gonfio di denaro alimentando le casse di tutti i partiti al centro come in periferia. Al 31 dicembre 2011 l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro aveva accumulato un avanzo patrimoniale superiore a 35 milioni. E sapete quanto ha incassato nel 2010, l'anno delle elezioni regionali, la sola lista della governatrice del Lazio Renata Polverini? Quasi 6 milioni di euro.

Non che non ci sia qualche tesoretto messo da parte, mentre tanti piangono miseria. Ce l'hanno a destra, dove An, prima di essere messa in liquidazione, ha trasferito il patrimonio immobiliare valutato in 61 milioni a una Fondazione con un capitale di 10 milioni più un «fondo iniziale di gestione» di 45 milioni. Ma ce l'hanno anche a sinistra, con le decine di fondazioni costituite dai Democratici di sinistra per blindare un numero enorme di immobili provenienti dall'eredità del Partito comunista. Nella Margherita, invece, si leccano ancora le ferite causate dallo scandalo che ha coinvolto l'ex tesoriere Luigi Lusi. Vicenda che merita una puntigliosa ricostruzione nel bilancio 2011.

Dalle «centinaia di assegni di piccolo taglio» per un totale di 869.793 euro «emessi dall'ex tesoriere», alle «spese di rappresentanza non idoneamente documentate per euro 95.653». Dalle «spese per euro 235.219 interamente riferibili a viaggi personali dell'ex tesoriere e/o di persone a lui riconducibili», a «servizi con conducente resi in prevalenza a favore dell'ex tesoriere per euro 167.309». Fino alla cruenta stoccata finale: «Allo stato attuale risultano accertate operazioni illecite per un valore complessivo di circa 22 milioni di euro». Nonostante ciò, sui conti correnti bancari della Margherita al 31 dicembre 2011 c'erano ancora più di 19 milioni. Nel bilancio della Lega Nord la storiaccia che ha portato all'espulsione di Francesco Belsito merita invece appena un fugace passaggio: c'è scritto soltanto che l'ex tesoriere «ha rassegnato le dimissioni» ed è stato sostituito. Nulla, sul perché. Niente di niente.

Sergio Rizzo
25 ottobre 2012 | 8:19

È l'ora di un'inchiesta sull'auto blu del pm

Vittorio Sgarbi - Gio, 25/10/2012 - 07:08

Perché la scorta di Woodcock è motivata e giustificabile, anche dopo tante inchieste fallimentari? A quale reale pericolo è esposto? E in cosa si differenzia da Alfonso Papa, che ne ha "abusato"?

Il rispetto per i morti non giustifica l'idiozia. Non c'è nessun «coraggio» nella sentenza sconvolgente e violenta che condanna i sette componenti della Commissione Grandi Rischi per le previsioni sbagliate sull'attività sismica all'Aquila.


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Nessuna leggerezza, nessuna abdicazione ai «doveri di valutazione del rischio connessi alla loro qualità e alla loro funzione». Chi fa previsioni non è un mago, e nessuna scienza può dare indicazioni certe su un terremoto. Ma non è possibile condannare un uomo intelligente e capace come Enzo Boschi che, in premessa, ha sempre dichiarato l'impossibilità di previsioni, che prescindano da un programmatico catastrofismo, in materia di terremoti. Per scagionarlo è sufficiente la documentata dichiarazione dello stesso Boschi, in quella circostanza: «Improbabile ci sia a breve una scossa come quella del 1703, pur se non si può escludere in maniera assoluta». Ma, nonostante questo, gli scienziati sono accusati di non avere, a loro stessa tutela, viste le conseguenze, manifestato allarmismo in mancanza di dati certi.

La condanna demagogica è un'intollerabile manifestazione di oscurantismo, espressione di una cultura giuridica aberrante e medievale. Dovere del presidente della Repubblica è eccezionalmente sanzionare questa inaccettabile sentenza con un provvedimento di grazia, a tutela della scienza, contro ogni rigurgito di inquisizione.Ma si può configurare l'azione giudiziaria come ritorsione personale? Henry John Woodcock e Alfonso Papa erano magistrati colleghi, probabilmente dello stesso concorso. Hanno avuto carriere diverse. Ma in che cosa la condotta del secondo è più reprensibile di quella del primo? Per insanabile conflitto di natura psicologica, e non per oggettivi riscontri, Woodcock ha ottenuto l'arresto di Alfonso Papa, magistrato in aspettativa e poi deputato, immolato da un Parlamento vile per fumose ipotesi di reato, configurate in una inesistente P4. Ha fatto per questo più di 100 giorni di galera.

Adesso che ogni accusa è stata smontata e, quale che fosse, non giustificava comunque la detenzione, dopo l'ennesima inchiesta sbagliata, con capriccioso puntiglio, Woodcock ha aperto un altro fascicolo contro il nemico, con l'accusa di uso improprio e abuso di una ingiustificata macchina di servizio. Un piccolo reato odioso tipico della casta, ma risalente a dieci anni fa e, almeno da allora, noto a Woodcock. Perché, allora, apre oggi l'inchiesta? In che cosa Woodcock si differenzia dal collega reprobo? Non abbiamo visto anche lui, per processi inutili, accompagnato dalla macchina di servizio e con scorta? E perché la scorta di Woodcock è motivata e giustificabile? Papa ha abusato dell'auto di servizio? E perché Woodcock ne è dotato dopo tante inchieste fallimentari? A quale reale pericolo è esposto?

E se la P4 non è mai esistita, e Papa è stato arrestato senza presupposti, perché a Woodcock non toccano sanzioni disciplinari e penali per avere stabilito una ingiusta detenzione e per avere sprecato denaro pubblico per cervellotiche inchieste? Non è uno spreco intercettare personaggi celebri che risultano estranei alle accuse? Mi rivolgo a Myrta Merlino che, nella sua «L'aria che tira», ha denunciato, confidando nell'impianto accusatorio di Woodcock, l'uso dell'auto di servizio di Papa, con severo disappunto e facendo intervistare vicini di casa perplessi. Ma perché non fa un'inchiesta sull'auto di servizio di Woodcock, e sulla reale necessità che abbia una scorta? E magari anche sui costi delle sue inchieste sbagliate che paga lo Stato? Le risulterà forse che Papa è costato allo Stato infinitamente meno di Woodcock, che ha denunciato persone acclaratamente innocenti.

E non dimentichiamo che Woodcock è anche quello che, circonvenendo il vecchio procuratore Lepore, pretendeva di interrogare su questioni di sesso Berlusconi a Palazzo Chigi, senza averne la competenza. Non è un abuso essere «incompetenti»? E l'incompetenza non comporta uno spreco peggiore di un'auto blu? Troverà Woodcock, un giorno, un magistrato che, non per motivi personali ma per oggettivi riscontri di reato, aprirà un'inchiesta su di lui? In Italia si può processare una persona per bene come il generale Mori, incolpare un giurista come Giovanni Conso e tollerare che un magistrato pervicacemente sbagli e agisca per protagonismo. Chi ripagherà Papa del carcere ingiustamente subito? Non Woodcock, ma lo Stato. Un altro, evidente, spreco, cara Merlino.

Arafat avvelenato con il polonio? Esperti svizzeri per riesumare la salma del leader palestinese

Il Mattino


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LOSANNA - Gli scienziati dell'università di Losanna stanno ancora aspettando di definire le condizioni e le garanzie del loro intervento prima di recarsi a Ramallah per esumare il corpo del leader palestinese Yasser Arafat e chiarire se sia stato avvelenato col polonio. Lo ha spiegato il portavoce dell'ospedale, Darcy Christen, dopo che alcuni media hanno parlato di una missione di esperti francesi e svizzeri il prossimo 26 novembre. «Stiamo ancora aspettando il via libera dalla signora Arafat», ha detto il portavoce, sottolineando che vi sono ancora dettagli da definire con la vedova. Gli esperti svizzeri stanno anche cercando di raggiungere un'accordo formale con l'Autorità Nazionale Palestinese: «vogliamo garanzie di trasparenza, credibilità e indipendenza», nota Christen.

Gli esperti elvetici chiedono anche di poter condividere i loro risultati con la comunità scientifica, di prendere parte attiva nelle analisi dei referti e di non venir coinvolti in contrasti politici o legali. Secondo il portavoce, vi sono buone prospettive perchè si raggiunga un accordo per compiere l'esumazione in novembre, in tempo per evitare che scompaiano eventuali tracce di polonio. Furono proprio gli esperti dell'ospedale di Losanna a trovare tracce della sostanza radioattiva su indumenti indossati da Arafat. Su questa base è stata inviata un'indagine della procura francese per chiarire meglio le cause della morte di Arafat, deceduto in un ospedale militare francese l'11 novembre 2004.

Mercoledì 24 Ottobre 2012 - 20:01    Ultimo aggiornamento: 20:07

Caro Santoro, ecco 10 domande per Fini

Gian Marco Chiocci Massimo Malpica - Gio, 25/10/2012 - 08:30

Stasera su La7 il presidente della Camera può dare le risposte da sempre evitate sulla casa di Montecarlo

Caro Michele Santoro, scusaci il tu. Ma sei l'unica speranza rimasta per avere una risposta da Gianfranco Fini alle domande che Il Giornale, e recentemente anche Il Fatto Quotidiano, hanno posto invano al presidente della Camera. Ci affidiamo a te, che non guardi in faccia a nessuno, per fissare negli occhi il tuo ospite di stasera a Servizio Pubblico e chiedergli finalmente una versione precisa e completa sulla casa di Montecarlo.


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La nostra è una semplice richiesta, il conduttore sei tu. Tuo il gioco, tue le regole, tua la decisione di come utilizzare il tempo con Fini, che sulla vicenda che vede coinvolti i suoi affetti è stato fino a oggi a dir poco omertoso e contraddittorio. In passato hai dato ampio spazio alla vicenda di Montecarlo approfittando di Italo Bocchino e Valter Lavitola, ma adesso che l'Espresso inchioda definitivamente i Tulliani ai loro rapporti off-shore, forse è il caso di chiedere all'uomo che aveva promesso le dimissioni, di spiegare in contraddittorio perché non lo ha ancora fatto. Per questo ci permettiamo di suggerirti qualche domanda da porgergli stasera durante la tua trasmissione.

1) Come tutti anche lei ha letto le ulti­me novità pubblicate dal settima­nale L’Espresso. Le sembra normale che il passaporto della sua compagna Elisabet­ta Tulliani sia stato spedito via fax ( nel pe­riodo antecedente la vendita della casa di An) dall’imprenditore latitante France­sco Corallo al broker James Walfenzao, l’uomo che subito dopo perfezionò l’ac­quisto dell’immobile di Boulevard Prin­cesse Charlotte con una società off-shore dei Caraibi?

2) Non le appare sospetto che via fax, sempre da Corallo e sempre verso Walfenzao, vi è la prova anche che suo co­gnato Giancarlo, poco prima della famo­sa compravendita con Walfenzao, ha co­stituito una società off-shore nell’isola di Saint Lucia aprendo anche un conto cor­rente in quel paradiso fiscale?

3) Nel 2008, lo ha detto lei nei suoi pri­mi «chiarimenti», suo cognato indi­viduò la casa ereditata da Alleanza nazio­nale nel Principato di Monaco. Poi, chis­sà come, individuò anche un acquirente dall’altra parte del mondo, nello stato di Saint Lucia, interessato ad acquistarla at­traverso società anonime costituite ad hoc.Quindi,chissà come,allafine c’è an­dato a vivere proprio lui domiciliando le sue bollette all’indirizzo monegasco di Walfenzao. Suo cognato come ha potuto organizzare la trattativa dentro il partito senza il suo interessamento?

4) Ora che c’è la prova dei rapporti tra i suoi familiari e Walfenzao (emer­si grazie al sequestro della guardia di fi­nanza a casa Corallo su mandato della procura di Milano che indaga su Ponzelli­ni e lo stesso Corallo) come spiega la gene­si di questa relazione? In altre parole chi ha presentato Elisabetta e Giancarlo a Co­rallo, imprenditore del gioco come a lei noto assai vicino a persone a lei molto vici­ne?

5) Le chiediamo ciò perché lei stesso, nel 2004, è stato in vacanza poco di­stante da Santa Lucia, nell’isola di Saint Marteen, «regno» di Francesco Corallo nel cui ristorante lei è stato immortalato a pranzo con altri notabili dell’ex An. Pro­prio per fugare definitivamente ogni dub­bio può escludere che il «gancio» tra i Tul­liani e Corallo siate stati Lei o il suo brac­cio destro, l’onorevole di Fli Checchino Proietti, beneficiario anni dopo di finan­ziamenti proprio da Corallo?

6) Le sue ondivaghe dichiarazioni, converrà, non hanno certo dira­mato le ombre su di lei e sulla carica isti­tuzionale che ricopre. In due anni di po­lemiche per l’ affaire immobiliare, inve­ce di spiegare, ha preferito lamentarsi di un’asserita campagna di delegittimazio­ne che le si è scatenata contro. Perché in­vece non ha mai sentito l’esigenza di ri­spondere con chiarezza agli italiani su ogni punto della delicata questione sol­levata dal Giornale e recentemente rilan­ciata da Fatto Quotidiano e L’Espresso? Nasconde qualcosa? Protegge qualcu­no?

7) Lei continua a ripetere, come un mantra, che la procura di Roma ha sancito che non vi sono profili penali in questa vicenda. E dietro a questa afferma­zione si nasconde poco coraggiosamente. Ora, senza entrare nel merito dell’inchie­sta a dir poco discutibile che l’ha vista usci­re di scena senza mai essere stato interro­gato e dopo essersi ritrovato indagato per un solo giorno (quello della richiesta d’ar­chiviazione) nella vicenda in sé ci sono pro­fili morali e politici giganteschi che lei snobba. A cominciare dall’aver lasciato che un suo parente stretto gestisse nel pro­prio interesse affari con beni di proprietà del partito ereditati con un vincolo d’utiliz­zo a finalità politiche, e non certo facendo­ci guadagnare le casse di An. Fosse anche solo questa la contestazione, non crede di dovere delle spiegazioni a chi per tanti an­ni ha militato sotto la sua leadership?

8) C’è un fatto specifico su cui lei non si è mai espresso, facendo sbilan­ciare incautamente pro domo sua alcuni adepti di Fli: la famosa cucina Scavolini. Le sembrerà una cosa da poco, ma non lo è: un deputato del suo partito (presumia­mo da lei imbeccato, altrimenti come avrebbe potuto saperlo?) disse che la sto­ria della cucina comprata a Roma e porta­ta a Montecarlo, raccontata dal Giorna­le, era una panzana e che sì, venne com­prata una cucina, ma si trovava a centina­ia di chilometri dal Principato. Le foto e la planimetria della casa «occupata» da Tulliani dimostrarono il contrario. Di fronte all’evidenza ammette finalmente di aver accompagnato Elisabetta al mobi­lificio sull’Aurelia per scegliere la Scavo­lini, come riferito da un impiegato del ne­gozio?

9) La sua compagna Elisabetta Tullia­ni risulta aver avuto un ruolo molto attivo almeno nelle prime fasi della ri­strutturazione dell’appartamento. Ne parlano espressamente l’ambasciatore italiano a Monaco Mistretta e ancor più un famoso costruttore monegasco, Lucia­no Garzelli, che aveva cominciato a occu­parsi dei lavori nella casa proprio su insi­stenza del diplomatico. Lei però ha detto di aver saputo che Giancarlo viveva in quella casa «qualche tempo dopo la ven­dita » proprio da Elisabetta. Ma i lavori so­no ovviamente precedenti al trasloco di suo cognato. E dunque, ha mentito lei agli italiani o la sua compagna a lei?

10) Poche settimane fa, sempre su que­sta rete, Lei è stato ospite di Lilli Gruber in contemporanea al ritrovamen­to di una lettera di Valter Lavitola a Berlu­sconi, relativa al documento di Saint Lu­cia che identificava in Tulliani il proprie­tario delle off-shore e quindi della casa di Montecarlo. In uno slancio di entusia­smo lei ha esteso i dubbi sulla genuinità dell’acquisizione di quel singolo docu­mento del governo di Saint Lucia all’inte­ra inchiesta giornalistica. Nella foga ha anche sostenuto di aver avuto informazio­ni­dai servizi segreti sull’ affaire Montecar­lo. Posto che Lei per legge, ovviamente, non poteva averli, può dirci con quale agente segreto è entrato in confidenza?

La Regina cerca il cameriere «perfetto». Ma lo paga una miseria...

Eleonora Barbieri - Mer, 24/10/2012 - 18:41

L’annuncio su internet: il futuro impiegato di Buckingham Palace dovrà essere motivato e serissimo, attento ai dettagli e bravo a servire il tè. Il tutto per 330 euro a settimana


È bastato un annuncio su internet, alla monarchia più monarchia del mondo: «cercasi cameriere». Così la Regina Elisabetta ha deciso di avviare le selezioni per un suo nuovo dipendente, che lavori sia a Buckingham Palace, sia nella residenza scozzese, l’amatissima Balmoral. Un annuncio sul web con tutti i dettagli, le richieste, lo stipendio offerto: come fosse un lavoro qualunque.I candidati hanno tempo fino al 26 ottobre, ma un posto di cameriere di Sua Maestà non è per tutti. E non soltanto per le doti richieste: pure per lo stipendio, che non è granché. Si sa che Elisabetta ama risparmiare, e infatti l’offerta base è bassina, 335 euro a settimana, poco più di 17mila euro l’anno. Bisogna avere molta voglia di servirla, Sua Maestà.

Anche perché a fronte di un salario non proprio regale, le richieste sono molto precise, ed esigenti: il futuro cameriere deve garantire la massima serietà, deve essere esperto nella pulitura di oggetti antichi e gioielli, deve sapere preparare bagni, essere appassionato nel ricevere e ospitare persone, deve essere attentissimo ai dettagli, entusiasta, motivato, capace di inserirsi in un team e lavorare in squadra e deve soprattutto essere ben disposto a imparare, per «raggiungere standard di servizio eccezionali».

Non ultimo, ovviamente, deve anche essere bravissimo a servire il tè.Insomma Sua Maestà cerca una specie di cameriere «perfetto», ed è anche comprensibile visto che deve servire alla corte d’Inghilterra, ma per 330 euro a settimana l’eccellenza non è una pretesa eccessiva? Forse la Regina dovrà rivedere al rialzo la sua offerta, perché non è detto che trovi molti candidati adatti, o disponibili. Del resto le è già capitato l’anno scorso, quando cercava un giardiniere: non riusciva a trovare nessuno, fino a che si è decisa a concedere uno stipendio più alto. Non per questo però la Regina ha deciso di cambiare strategia: sempre meglio tentare di risparmiare...

twitter: @ele0norab

Cuba, Castro apre sull'immigrazione: chi fuggì illegalmente potrà tornare

Andrea Cortellari - Gio, 25/10/2012 - 09:28

Una nuova riforma della legge sull'immigrazione consentirà ai cubani fuggiti illegalmente dopo il 1994 di tornare in patria. In precedenza sarebbero stati considerati traditori

Un'ulteriore apertura? Dopo il recente via libera agli espatri, annunciato alcuni giorni fa da Raul Castro - e in vigore dal prossimo 14 gennaio - Cuba fa un altro passo nella riforma delle regole severissime che regolavano finora la libertà di circolazione degli abitanti dell'isola.


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La nuova riforma, annunciata dalla tv di Stato, riguarda quanti, dopo il 1994, uscirono illegalmente dall'isola. Potranno ora tornare nel paese d'origine, senza temere ripercussioni. Questa particolare modifica alla legge sull'immigrazione non considera più traditori quanti abbiano lasciato il suolo cubano. E va ad aggiungersi alla possibilità di espatrio per gli abitanti dell'isola, che grazie alle ultime novità varate in materia potranno uscirne semplicemente mostrando un passaporto. Senza dunque bisogno di permessi d'uscita e lettere d'invito dall'estero.

L'ultima riforma aveva anche prolungato il periodo massimo di permanenza all'estero, da undici a ventiquattro mesi. Caustico il commento di Yoani Sanchez, blogger cubana arrestata a inizio ottobre. Fermata allora perché intenzione a protestare in occasione del processo ad Angel Carromero, politico spagnolo accusato della morte dell'oppositore cubano Oswaldo Payà, su twitter la ribelle cubana ha commentato le novità in materia di emigrazione parlando di una riforma "che spaccia la libertà di movimento per una concessione, anziché considerarla un diritto".

Guerra Apple-Samsung, i sudcoreani mettono a segno un'altra vittoria

Il Mattino


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Samsung mette a segno un’altra vittoria in tribunale. La Corte olandese de L'Aia ha stabilito che la casa coreana non infrange il brevetto multitouch di Apple. Il colosso di Cupertino aveva sporto denuncia il mese scorso al giudice olandese per la violazione della sua funzione multi-touch, che, a detta dell’azienda californiana sarebbe stata utilizzata senza permesso da Samsung nella realizzazione del Galaxy 10.1. La Reuter ha dato per prima la notizia della sentenza in cui si legge che "Con i suoi prodotti l’azienda coreana non viola i brevetti Apple". Appena appresa la notizia Samsung ha fatto partire un comunicato in cui si accoglie “con favore la sentenza di oggi e in cui si riafferma che i nostri prodotti non violano la proprietà intellettuale di Apple”.

“Per decenni, abbiamo investito molto in sviluppo e innovazioni tecnologiche pionieristiche” - continua la nota inviata dall’ufficio stampa – “nonché nel design dei nostri supporti di telefonia mobile” e termina con una sorta di ringraziamento al paese che gli ha permesso di vincere l’ennesima battaglia giudiziaria “Continueremo a sviluppare e introdurre prodotti che migliorano la vita dei consumatori olandesi”. Apple si è rifiutata di commentare la sentenza anche perché un anno fa aveva già perso un’ingiunzione presentata presso lo stesso tribunale olandese.

Sebbene vincente in primo grado nel processo di casa – che ha visto la rivale coreana obbligata a pagare una multa di un miliardo di dollari -, negli ultimi dodici mesi la Mela ha perso molte altre battaglie in tribunale: nel Regno Unito contro HTC, in Germania contro Samsung e Motorola Mobility.
La scelta di una celebrare il processo presso un corte olandese non è casuale. Di recente il tribunale de L'Aia è stato più volte utilizzato da aziende produttrici di smartphone e tablet poiché la sua azione giudiziaria è risultata essere rapida ed efficiente.

Mercoledì 24 Ottobre 2012 - 18:18

Napolitano si accorge delle soffiate del Csm al partito "Repubblica"

Massimiliano Scafi - Gio, 25/10/2012 - 07:11

Il capo dello Stato tuona dopo la fuga di notizie sul ddl anti corruzione: "C'è disagio e rammarico"

Roma - Che fine ha fatto «la riservatezza» che il Csm dovrebbe sempre «rigorosamente osservare»? E la «regola di non interferire nel libero dibattito parlamentare», dove è stata dimenticata? A Giorgio Napolitano quella velina che qualche consigliere ha recapitato a Repubblica non è proprio piaciuta.


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Quel presunto parere negativo di Palazzo de' Marescialli sul ddl anticorruzione infatti era una mezza patacca, era «solo una bozza che né la commissione nè il plenum avevano esaminato», eppure è stata fatta circolare perché influenzasse la valutazione delle Camere. È stata pure avallata, il giorno dopo, dal vicepresidente Michele Vietti: «Non è una stroncatura, è un giudizio favorevole con alcune critiche». Male. Malissimo.

Si tratta, spiega il presidente, di un episodio grave, perché non solo «è lesivo del prestigio» del Consiglio superiore ma si presta a «dannose strumentalizzazioni». «Deluso e amareggiato», Napolitano ha messo nero su bianco la sua rabbia in una lettera datata 22 ottobre e letta ieri davanti al plenum dallo stesso Vietti. Il capo dello Stato, che ha voluto mettere agli atti «il forte disagio e il rammarico» per la fuga di notizie, ricorda che già nel 2008 aveva dovuto «deplorare la violazione, in fase istruttoria, di quella regola di riservatezza che andrebbe rigorosamente osservata da tutti i componenti del Csm e delle sue commissioni nel corso della preparazione e discussione di atti impegnativi e di particolare delicatezza».

Parole al vento, come dimostrano chiaramente le anticipazioni «pubblicate su un importante quotidiano» su una bozza di parere che non era stata affrontata «né tantomeno approvata» dal Consiglio superiore. Lo strappo è profondo. «Quello che è avvenuto nei giorni scorsi» non si limita a colpire «il prestigio» dell'organo di autogoverno della magistratura e dare la stura a dietrologie e a «speculazioni». Addirittura, secondo Napolitano, mette in crisi «l'importante istituto del parere», cioè la facoltà del Csm di fornire delle opinioni sui provvedimenti di legge che riguardano l'ordinamento giudiziario.

Insomma, per fornire della valutazioni, spiega in sostanza il presidente della Repubblica, bisogna riuscire a rimanere lucidi e distaccati. «Io stesso - racconta - ho più volte nel corso degli anni difeso questo istituto da arbitrarie contestazioni. Però i pareri devono sempre essere espressi in termini e tempi rispettosi della sovranità del Parlamento, non interferendo nella fase culminante del libero confronto parlamentare». Napolitano non sopporterà altri sconfinamenti. «Confido che il Consiglio vorrà condividere questo richiamo e questo impegno».

Asciutto, quasi contrito il commento di Vietti, dopo aver letto la lettera: «Credo che le parole del presidente della Repubblica siano così chiare e nette che non meritino un'ulteriore chiosa e che al Csm non resti che prenderne atto». Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo Pdl al Senato, si dice «grato» a Napolitano. «Confidiamo anche noi che l'organo di autogoverno della magistratura tenga conto del monito e si astenga dall'alimentare strumentalizzazioni mediatiche con il deposito in edicola di pareri fantasma». Applaude anche l'Unione della camere penali: «Speriamo che finiscano le indebite pressioni sull'iter legislativo. Perché il Csm non si occupa piuttosto dei tempi dei processi e degli errori dei magistrati?».

E l'ora di un'inchiesta sull'auto blu del pm