venerdì 26 ottobre 2012

Montecarlo, Fini si attacca con le unghie alla poltrona: colpa della famiglia

Clarissa Gigante - Ven, 26/10/2012 - 10:00

Il presidente della Camera non molla: "Non ho nulla di cui vergognarmi". E a Santoro che tira in ballo l'opinione pubblica risponde: "È un problema familiare, non ne parlo in tv"

"Non ho intenzione di fare queste domande". Michele Santoro non raccoglie del tutto l'invito de ilGiornale a porre 11 domande precise a Gianfranco Fini.


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Ma non rinuncia a parlare della questione e lo fa con la carica che lo caratterizza. Incalza il presidente della Camera sulle annunciate (e mai messe in atto) dimissioni e sui documenti pubblicati negli ultimi giorni da L'Espresso.

Il leader di Fli resiste, si attacca con le unghie alla poltrona, ma alla fine - quando Santoro gli fa notare che si sta giocando l'opinione dei cittadini - ammette, quasi amareggiato: "È una questione familiare".
Nello studio di Servizio Pubblico, oltre a Fini, ci sono Matteo Renzi e Diego Della Valle. Dopo un monologo su Berlusconi iniziato con l'inno di Forza Italia, Santoro porta il dibattito sul ddl anticorruzione. Il presidente della Camera si lancia in un panegirico sull'opportunità di non candidare chi è stato rinviato a giudizio o condannato in primo grado per particolari reati e su come lui sia "pulito": "Condanne, zero. Rinvii a giudizio, zero. Avvisi di garanzia, zero", afferma.

Santoro coglie la palla al balzo e tira fuori la questione della casa di Montecarlo. "Non tutto si può risolvere sul piano penale", afferma il giornalista, "Bisogna rapportarsi anche al piano morale". E qui cita il video del 25 settembre 2010, quando il presidente della Camera prometteva dimettersi se si fosse dimostrata l'implicazione del cognato Giancarlo Tulliani nella vicenda. "L'ho detto con estrema chiarezza e non sono pentito di averlo detto", dice oggi Fini, ribadendo che non si dimetterà affatto.

"Non sono stati trovati profili rilevanti. Tuttavia l'opinione pubblica si è convinta che questa casa è oggetto di affari della sua famiglia. Lei a questo punto che fa?", chiede diretto il conduttore.
Niente da fare. Nemmeno l'appello "alla sua coerenza morale" fa cedere il leader di Fli: "È stata archiviata la denuncia nei miei confronti perché il fatto non sussiste", ribatte, "Aggiungo che non c'è in ballo un solo centesimo di denaro pubblico, non c'è un italiano che possa dire Fini mi hai fregato. C'è stata una campagna di stampa legittima, ma non posso essere chiamato a rispondere nè a livello penale, nè a livello politico dei comportamenti di altre persone".

"Mi aspettavo qualcosa di più", incalza Santoro, che lo invita a chiedere scusa. "Non ho nulla di cui vergognarmi davanti alla mia coscienza, davanti agli italiani, davanti al codice penale", replica Fini. E quando il giornalista chiude la questione con un "è un problema suo con l'opinione pubblica", il presidente della Camera scarica (di nuovo) le colpe sulla famiglia: "Semmai è un problema mio, personale e familiare e come tali non vanno trattate in tv". E ammette: "Non voglio dare la minima idea che mi sono dovuto dimettere per uno scandalo". Insomma, Fini quello scranno non lo molla.


Monti con l'aereo di Stato al compleanno di un amico

Sergio Rame - Ven, 26/10/2012 - 16:25

Altro che austerity, altro che sobrietà, altro che sacrifici. Il 19 settembre il premier Mario Monti vola da Roma a Milano per fare gli auguri al "maestro" Luigi Guatri che spegneva 85 candeline al Principe di Savoia.


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E, non solo lo fa con l'aereo di Stato, ma Palazzo Chigi prova anche a metterci una pezza sopra assicurando che "il presidente del Consiglio quel giorno aveva anche un incontro riservato in prefettura". Peccato che in quel di corso Monforte smentiscono: l'appuntamento proprio non risulta.

Che fine ha fatto la crociata dei tecnici contro gli sprechi? A onor del vero, Monti aveva iniziato l'incarico a Palazzo Chigi all'insegna della spending review: quando il 22 novembre del 2011, a una settimana dall'insediamento alla presidenza del Consiglio, era arrivato all'aeroporto di Ciampino, aveva fatto cambiare l'aereo di Stato diretto a Bruxelles sostituendo il costoso Airbus A319 con il più piccolo (e, quindi, più economico) Falco. "Un aereo così grande per così pochi passeggeri?", aveva domandato il Professore sulla pista.

E ancora: qualche giorno dopo aveva preferito usare il Frecciarossa per tornare a Roma dopo aver trascorso il fine settimana a Milano. Una scelta che il premier aveva imposto a tutti i ministri dell'esecutivo. Tanto che, dopo soli cento giorni di governo tecnico, il sito di Palazzo Chigi sbandierava ai quattro venti che i voli di Stato erano già stati ridotti del 92% facendo, in questo modo, risparmiare all'erario pubblico ben 23,5 milioni di euro. Una mossa d'immagine che aveva fatto schizzare all'insù il livello di gradimento nei sondaggi: il sobrio Monti, paladino della spending review.

A trascorrere un po' di tempo tra i corridoi dei palazzi romani, però, il Professore deve aver perso il pallino per i tagli agli sprechi. Tanto che lo scorso 19 settembre Monti ha preso l'aereo di Stato per andare a festeggiare l'85° compleanno di Luigi Guatri, il "maestro" che nel 1994 lo ha accompagnato alla presidenza della Bocconi. Lo stesso Guatri che nel novembre del 2011 ha preso il testimone da Monti, che si era insediato a Roma per guidare il governo tecnico, e ha assunto l'incarico di presidente reggente della Bocconi.
La destinazione: Hotel Principe di Savoia di Milano.

Alla festa di compleanno sono invitati solo 200 persone. Tra queste anche il premier che a Ciampino è salito su un jet del 31° Stormo dell'aeronautica per volare nel capoluogo lombardo. Dopo una prima bufera di polemiche l'ufficio stampa di Palazzo Chigi ha provato a giustificare il comportamento del Professore spiegando che "a Milano il presidente aveva anche impegni istituzionali, nella fattispecie un appuntamento riservato in Prefettura". Purtroppo, come riportano i media oggi, l'incontro è stato smentito dalla stessa Prefettura.

Usa, boom di mobilità interna i giovani hanno ricominciato a viaggiare

La Stampa

Registrata per la prima volta in 13 anni una crescita dello spostamento da uno Stato all’altro del Paese. Mete preferite dai giovani: NewYork, Houston, Denver e Portland

francesco semprini
new york


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Ecco un altro segnale che sembra indicare come negli Stati Uniti, stia per iniziare una fase post-crisi, ovvero la migrazione giovanile interna. Dopo aver vissuto l’adolescenza e la prima giovinezza nello stesso posto, i ragazzi optano per mete diverse da quelle dove risiedono i loro genitori o dove hanno frequentato il college. E lo fanno al tasso più elevato da quando il boom immobiliare aveva raggiunto l’apice. 

A mettere in evidenza la tendenza è l’ufficio del censimento americano che mostra una ripresa della mobilità interna dal punto di vista lavorativo e residenziale dopo il minimo segnato lo scorso anno. Gli ultimi dati rivelano che i cittadini di età compresa tra i 25 e i 29 anni sono quelli che si spostano di più da uno Stato all’altro del Paese, tanto da registrare il maggior incremento in termini di mobilità degli ultimi 13 anni. Le mete predilette sono realtà urbane con una forte componente hi-tech, come la capitale Washington D.C., Denver, Portland in Oregon, Seattle e Austin in Texas. Al contrario, chi nel periodo del boom immobiliare, ovvero quasi tutta la prima decade nel nuovo millennio, mostrava maggiore propensione a trasferirsi, come professionisti affermati, famiglie e cittadini prossimi alla pensione, oggi sono saldamente legati al luogo di residenza. Questo a causa della crisi dei mutui, del calo delle retribuzioni e delle pensioni sempre meno generose. 

«I ragazzi lasciano le famiglie con l’obiettivo di fare diverse esperienze lavorative - spiega all’Ap Richard Florida esperto di urbanistica alla Rotman School of Management della Università di Toronto - spesso fanno rotta verso città più grandi e vibranti, soprattutto alla ricerca di opportunità economiche e per costruire una rete di contatti e amicizie più ampia e variegata». Secondo il Census Bureau americano, l’1,7% della popolazione ha cambiato stato di residenza nei dodici mesi terminati a Marzo 2012, in rialzo rispetto all’1,6% del precedente anno. Ma è la variazione tra le fasce di età più giovani a dare il senso di questa tendenza. I cittadini tra i 25 e i 29 anni che hanno attraversato i confini interstatali sono stati il 3,8%, rispetto al 3,4% dell’anno passato, segnando il livello più elevato dal picco del boom immobiliare del 2005, quando la mobilità era al 5 per cento.

L’aumento di 0,4 punti rappresenta inoltre il rialzo più pronunciato dal 1999, quando la rapida ascesa delle dot.com assorbiva un elevato numero di giovani specializzati nel comparto Internet. La quota dei laureati in movimento è tuttavia ferma al 2%, mentre per i cittadini di 55 anni ed oltre è scesa allo 0,7% rispetto al punto percentuale del periodo del boom immobiliare, quando una significativa porzione dei «baby boomer», i figli del boom economico, si ritirava negli Stati caldi del Sud e dell’Ovest. Le mete predilette sono California, Massachusetts e New York, mentre la capitale risulta la prima destinazione del biennio 2009-2011 balzando in avanti dalla 45esima posizione del 2006-2008.

Ambite anche le realtà urbane del Texas, come Houston, Austin, Dallas e San Antonio, rispettivamente, seconda, quinta, sesta e nona nella classifica. Denver e Portland sono la terza e la quarta. Le grandi città, da parte loro, sembrano aver percepito l’interesse dei più giovani, e stanno avviando una serie di iniziative per prepararsi all’arrivo di nuove forze. A luglio il sindaco di New York, Michael Bloomberg, ha chiesto a una serie di architetti di progettare un palazzo di micro-appartamenti di 30 metri quadrati, ma con tutti i comfort del caso. A San Francisco, invece, alcuni imprenditori stanno cercando di ottenere il permesso di affittare appartamenti finanche di 22 metri quadrati, poco più del doppio della cella di un carcere. 

La commissione ambiente ha bocciato i "Cieli bui"

Chiara Sarra - Ven, 26/10/2012 - 16:08

Il provvedimento che prevedeva di spegnere i lampioni in città per risparmiare cancellato dal ddl stabilità. Sì invece all'ammodernamento degli impianti


A dispetto dei romantici che speravano, magari, di riuscire a vedere le stelle anche in città, le luci dei lampioni non si spegneranno.


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È stato bocciato dalla commissione Ambiente, infatti, il provvedimento "Cieli bui" contenuto nella legge di stabilità che prevedeva l'abbassamento dell’illuminazione pubblica per risparmiare elettricità. Una norma contestata da più parti, a partire da questori e sindaci preoccupati per la sicurezza della popolazione
La commissione ha approvato solo la richiesta da parte del governo di ammodernare gli impianti di illuminazione puntando sulle tecnologie a risparmio energetico. Secondo il Parlamento, poi, deve diventare "permanente" le detrazioni del 55% per le spese di efficienza energetica, da estendere al consolidamento antisismico degli edifici. Inoltre si chiede di ripristinare le risorse per la bonifica dei siti inquinati e per la prevenzione del dissesto idrogeologico, utilizzate per coprire il decreto su Taranto.

La premonizione esiste davvero

Corriere della sera

I ricercatori hanno analizzato 26 studi concludendo che esiste la capacità di predire il futuro, basta saperla leggere


MILANO - Premonizione e preveggenza sono vocaboli che fanno immediatamente pensare a storie antiche di oracoli e aruspici, ma in realtà si tratta di concetti che nel corso del tempo hanno stimolato la curiosità e soprattutto le ricerche della comunità scientifica. In questo caso un team internazionale formato dai ricercatori delle americane Northwestern University e University of California - Irvine e dell'italiana Università di Padova ha analizzato i dati di ventisei precedenti studi condotti tra il 1978 e il 2010. Dalle loro osservazioni risulterebbe che sì, gli esseri umani sono in qualche modo in grado di prevedere il futuro, per lo meno quello più immediato. Ma è bene non attendersi illuminazioni improvvise su numeri fortunati o giocate vincenti perché questa nostra presunta capacità sarebbe molto più legata agli aspetti strettamente biologici della nostra esistenza.

ATTIVITÀ ANTICIPATORIA ANOMALA - Julia Mossbridge, alla guida dell'analisi, è restia a parlare di presentimento e preferisce definire il fenomeno rilevato come "attività anticipatoria anomala". Nella loro revisione dei precedenti studi gli scienziati hanno potuto verificare che le persone sottoposte a due o più tipi di stimoli appositamente ordinati per risultare imprevedibili producevano una differente attività biologica post-stimolazione. La sorpresa rilevata è data dal fatto che l'attività che precedeva lo stimolo stesso era già indirizzata e quindi anticipava quella conseguente alla stimolazione. In sostanza i ricercatori hanno preso in considerazione diverse variabili biologiche, come l'attività elettrodermica cutanea, la frequenza cardiaca, la dilatazione della pupilla, l'attività elettroencefalografica e il volume sanguigno, notando che talvolta l’attività prima e dopo lo stimolo andavano nella stessa direzione.

ARRIVA IL CAPO-UFFICIO - L'esempio che ancora Julia Mossbridge usa per spiegare il concetto è quello di un impiegato che, seduto alla sua scrivania, sta giocando a un videogame mentre ascolta musica nelle cuffiette e quindi non può sentire i passi del capo-ufficio che sta per entrare nella stanza. «Le nostre analisi suggeriscono che se si prestasse attenzione ai segnali di cambiamento della nostra attività biologica (che iniziano tra i due e dieci secondi prima dello stimolo vero e proprio), quell'impiegato avrebbe il tempo di spegnere il videogame e la musica e prendere la pratica alla quale dovrebbe lavorare prima che il capo entri in ufficio», fa notare Mossbridge.

IL PARERE DELLO STUDIOSO - Abbiamo sentito Patrizio Tressoldi, psicologo dell’Università di Padova che ha partecipato allo studio, il quale sottolinea le possibili implicazioni future di questo studio: «Le reazioni anticipatorie alle quali si riferisce la ricerca, situata chiaramente in laboratorio, sono molto deboli, ma uno degli aspetti più interessanti è dato dal fatto che questi segnali sono amplificabili attraverso semplici algoritmi, il che darebbe al soggetto la consapevolezza dell’evento imminente e la possibilità di agire come crede». Si aprono a questo punto scenari che sanno di fantascientifico, ma che potrebbero avere applicazioni decisamente reali, come dimostrano già allo stato attuale esperimenti all’avanguardia in campo militare nel settore della percezione anticipata in situazione di pericolo.

UNA RICERCA IN PROGRESS - Sebbene le attuali conoscenze della biologia umana non siano in grado di spiegare questo fenomeno, il team di studiosi crede fermamente nella necessità di ulteriori ricerche a questo proposito, sottolineando che si ha a che fare con il campo dei naturali processi fisici e non con fenomeni sovrannaturali o magici. Con buona pace di Cassandra.


Emanuela Di Pasqua
26 ottobre 2012 | 15:12

Anonymous prepara Tyler l’anti Wikileaks

La Stampa

I dissensi tra gli hacker e Assange produrranno a dicembre un nuovo sito spiffera segreti

claudio leonardi


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Julian Assange e il suo Wikileaks, il sito ormai noto per avere spifferato segreti diplomatici a tutto il mondo, rischiano di essere “scavalcati a sinistra”, come si usava dire con antico gergo politico. 
Un militante del gruppo di hacker Anonymous, infatti, ha rivelato in una intervista a The voice of Russia, ripresa dal sito Punto Informatico, che in dicembre nascerà una nuova piattaforma chiamata Tyler per depositare indiscrezioni e documenti secretati, più sicura e basata sul sistema p2p. 

E dire che Anonymous fu in prima fila nel sostegno ad Assange. Quando, nel 2010, scoppiarono gli scandali legati alle rivelazioni sui rapporti provenienti dalla diplomazia statunitense e sui segreti militari della guerra in Iraq, gli hacker attaccarono i siti delle carte di credito che avevano abbandonato Wikileaks lasciandola senza fonti di sostentamento. Oggi, però, tra Anonymous e il sito spifferatore sembra calato un po’ di gelo, per usare un eufemismo. Nell’intervista alla radio russa, l’anonimo militante non lesina critiche al fondatore di Wikileaks, in particolare sul nuovo sistema di finestre pop-up inserito sul sito: si aprono ogni volta che si cerca di attingere a un documento, forzando gli utenti a versare fondi.

Più in generale, il collettivo hacker accusa Assange di scarsa trasparenza sui metodi di auto-finanziamento e sull’uso dei soldi raccolti, destinati più agli avvocati che al progetto stesso. Accuse a cui il giovane australiano ha risposto su Twitter, in termini giudicati da Anonymous “arroganti”. “C’è un mito molto diffuso tra i media - ha spiegato il militante intervistato - , secondo cui Wikileaks sarebbe costituito da un vasto collettivo di attivisti che adottano le decisioni per l’organizzazione. Questo non è affatto vero. Wikileaks è un progetto editoriale che è stato creato da un uomo solo, di proprietà e gestito da Julian Assange. Quindi, oltre a una dozzina di volontari, e una piccola coorte di dipendenti, Wikileaks e Julian Assange sono essenzialmente la stessa entità”.

Da qui l’esigenza di costruire un’alternativa che poggi su basi più solide, e non rischi di sparire ai primi segni di crisi finanziaria o di stanchezza del suo unico titolare. “Tyler - spiega ancora al sito russo il militante - è solo una delle diverse piattaforme di comunicazione messo in campo da Anonymous. C’è il meraviglioso progetto Par-Anoia e l’anno scorso abbiamo lanciato LocalLeaks e HackerLeaks, con l’assistenza del Fronte di Liberazione Popolare”. E tuttavia, “ciò che rende unico Tyler è che non sarà distribuito su un server statico”. La piattaforma, infatti sarà basata su software p2p criptato, e, secondo Anonymous “non c’è praticamente alcun modo per attaccarla o spegnerla”.

Quello che è certo è che il divorzio tra gli hacker e Assange si è definitivamente consumato. È curioso che alcuni punti di riferimento dei più intransigenti sostenitori della trasparenza e della gestione orizzontale si prestino ad aspre critiche proprio sui fronti che li hanno visti grandi protagonisti. Con le dovute differenze, problemi simili li ha registrato recentemente il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, in cui sono affiorate le prime voci di dissenso proprio sulla gestione monocratica del movimento e del suo marchio. In realtà, sembra una parabola comune ai movimenti estremisti di ogni epoca e genere: c’è sempre qualcuno più puro pronto a stigmatizzare il proprio vicino, in una corsa che, solitamente, semina divisioni e finisce col sabotare anche i migliori principi ispiratori.

Celentano ammette: nella mia canzone c’è Chopin

Libero

Adriano risponde a Libero: nel brano citazione lecita, e comunque l’autore non sono io

di Nazzareno Carusi



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Il Clan Celentano ha scritto una «precisazione» ufficiale: «Leggiamo rilievi circa un presunto plagio di Chopin nell’introduzione della canzone Ti penso e cambia il mondo cantata da Adriano Celentano. Teniamo a precisare che gli autori della parte musicale sono Stephen J. Lipson e Matteo Saggese, già collaboratori tra gli altri di Celine Dion e dei Rolling Stones, mentre Celentano ne è l’interprete. In ogni caso un richiamo a Chopin potrebbe essere una semplice citazione tra l’altro consentita in quanto si tratterebbe di una composizione di pubblico dominio». Precisare non vuol dire smentire, quindi benissimo, si sono accorti che ho il mio perché. Però preciso anch’io. Presunto plagio di Chopin nell’introduzione? Una semplice citazione? Potrebbe essere, ma non è. La musica di Ti penso è così: la melodia è una variazione di quella del Preludio op.28 n.20 di Chopin e l’accompagnamento è sostanzialmente lo stesso

Preludio per intero. Ascoltate il mio video online per credere. Celentano è solo l’interprete? Certo, e l’ho detto in tutte le salse. Insieme col riconoscimento che per me (quando canta) è un mito. Vabbè. Comunque, se il Clan ci tiene a precisare gli autori della musica, la faccenda sa di scaricamento, quasi di voglia di distanza dal possibile plagio. Che per essere più plastici, forse si potrebbe definire appropriazione indebita. Tipo che vado ai giardinetti, mi rimorchio una panchina, la ridipingo e me la tengo a casa per decenni.

Perché qui è stata presa un’opera che appartiene a tutti, che è (appunto) di pubblico dominio, è stata shakerata e se la sono intestata i signori Saggese e Lipson come se fosse loro originale, con la conseguenza che ne godranno in esclusiva i diritti musicali per la vita più altri 70 anni. E il corollario paradossale che se un pianista suonasse il Preludio in concerto (casomai alla piano-bar maniera, fiorendolo qua e là), il teatro potrebbe sentirsi chiedere da un ispettore Siae più pignolo che intelligente i diritti non di Chopin, che non ci sono, ma di Ti penso.

Anche voi del Clan, scusate, ma lo sapete che significhi di pubblico dominio? Che a suonare Chopin non si paga nulla. Oppure, che se uno lo usa per una sua opera nuova dovrebbe (e chiedo di nuovo alla Siae: è obbligato a farlo o no?) sottoporsi a una commissione che gli assegni appropriatamente le spettanze. Questo significa, stando al lecito. Qui invece si sono inciuciati Chopin, gli hanno variato la melodia di un Preludio, l’hanno accompagnata praticamente col Preludio stesso e si sono intestati il tutto.

Bene dunque avere letto del presunto plagio, bene avere chiarito chi eventualmente ne abbia colpa, ma male quanto a comprensione delle proporzioni del problema: non di introduzione o legittimo uso di un’opera di pubblico dominio si tratta, ma di attribuzione esclusiva a sé d’un brano musicale quasi interamente altrui, in barba a ciò che la Siae prevederebbe. Con relativi diritti, cioè soldi. E con la stessa Siae che se ne lava le mani perché gli autori sono iscritti alla consorella inglese. Poi dice che il raccomandato sono io….

Twitter: @NazzarenoCarusi


Marcia su Roma, 90 anni dopo. Convegno a Perugia, è bufera. Consigliere Pdl: "Da fare, ecco perché"

Libero

Tra tre giorni l'incontro sulla presa del potere di Benito Mussolini che agita il capoluogo umbro. Contro si scagliano partiti, associazioni e sindacati: "E' apologia del fascismo". Andrea Lignani, Pdl, è l'unico a dirsi favorevole all'evento: "Ma quale sedizione, è un'occasione di studio"

A chiedere l'annullamento dell'incontro il governatore Katiusha Marini e il sindaco Vladimiro Boccali. Lignani scherza: "Da due persone con nomi del genere, che ti aspetti?"

di Marco Petrelli



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Marciare su Roma è il nome del  convegno che il 27 e 28 ottobre prossimi si terrà nei locali del Brufani, storico albergo perugino nel ‘22  quartier generale delle camicie nere in marcia verso la Capitale. Due giornate di studio curate dal professor Pietro Cappellari, storico di Nettuno e autore di diversi  saggi sulla storia del fascismo in Umbria e nel Lazio. Pur trattandosi di un evento puramente culturale,  Marciare su Roma ha scatenato aspre polemiche che hanno infiammato la politica locale, attirando anche l’attenzione dei media nazionali. Mentre il governatore Marini condanna pubblicamente l’iniziativa, il consigliere PdL Andrea Lignani ci spiega invece perché sarebbe inopportuno vietarla.
 
Onorevole cosa ne pensa del tema del convegno?
"Un’occasione di approfondimento di un momento delicato ed importante della storia italiana. La Marcia su Roma è una pagina non trascurabile del nostro passato e che merita per questo di essere studiata e discussa".

Lei si è detto contrario a vietare Marciare su Roma, perché? "Per due motivi: primo perché si cederebbe al ricatto di chi vuole creare inutili tensioni, secondo perché si negherebbe la possibilità di esprimere un’opinione".
 
Per il governatore Marini l’evento è un offesa a Perugia… "Beh, che c’è di strano? Il governatore di nome fa Katiusha... Questa me la fanno pagare!".
 
Invece per il sindaco di Perugia Boccali si tratta di apologia… "E anche qui non mi stupisco, si chiama Vladimiro! Scherzi a parte, è necessario studiare ed analizzare il Ventennio. Il regime non fu solo male, godette anzi di un vasto consenso popolare ed è  importante cercare di capire il perché di questo consenso".
 
Cosa risponde a chi parla di brutta pubblicità per Perugia? "Che non è la storia a far fare brutte figure. A dare una brutta immagine non è un convegno che si consuma tra quattro mura, ma inutili retorica ed allarmismi".

Caso Marò, il governo indiano attacca la Ferrari

Sergio Rame - Ven, 26/10/2012 - 13:59

Il governo indiano critica la decisione della Ferrari di correre il Gran Premio d’India esponendo sulle monoposto la bandiera della Marina, in segno di solidarietà con i due marò detenuti illegalmente nel Paese. Il ministro degli esteri: "Usare gli eventi sportivi per promuovere cause che non siano di natura sportiva non è in linea con lo spirito sportivo"

Per il governo indiano non si può nemmeno manifestare. Non solo. Per il governo indiano non si può nemmeno apporre una bandiera, quella della Marina militare italiana, su una monoposto.


I marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone


La decisione della Ferrari, dopo le svariate migliaia di mail che i lettori del Giornale.it hanno inviato a Maranello, ha mandato su tutte le furie Nuova Delhi. Il ministero degli Esteri ha, infatti, criticato duramente il segno di solidarietà delle Rosse ai marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone che, dallo scorso febbraio, sono illegalmente detenuti in India.

"Utilizzare eventi sportivi per promuovere cause che non sono di natura sportiva - ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri Syed Akbaruddin - significa non essere coerenti con lo spirito sportivo""Con la bandiera sulle nostre vetture vogliamo solo dare un piccolo contributo, con grande rispetto delle autorità indiane, perchè queste possano dialogare con quelle italiane per trovare una soluzione",

ha spiegato il presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo rivendicando l'impegno di sensibilizzare il governo di Nuova Delhi sulle sorti dei due marò detenuti illegalmente da oltre un anno dalle autorità indiane. Un impegno che la scuderia di Maranello si è fatta carico dopo che i lettori del Giornale.it hanno inviato migliaia di mail per chiedere un impegno concreto al Gran Premio d'India che si correrà il prossimo fine settimana.

"Chi difende la pace all’estero non merita solo rispetto ma una straordinaria ammirazione", ha detto ancora Montezemolo ricordando il suo passato da studente al collegio navale Morosini. A margine della presentazione della mostra al Museo Ferrari dedicata alle vetture di Sergio Pinfarina, Montezemolo ha ricordato anche l’alpino Tiziano Chierotti caduto ieri in Afghanistan: "Dobbiamo guardare alle moltissime eccellenze del nostro Paese molti dei quali sono oggi lontani a difendere la pace. Questi sono ragazzi che non meritano solo rispetto, ma anche una straordinaria ammirazione".

Romania. Maramures, gli ultimi custodi

Latitudeslife - Ven, 26/10/2012 - 10:22


Nella terra Maramures, in Romania, la vita segue ancora un ritmo antichissimo, scandito dalle stagioni e dai riti ispirati dal mistero della natura. Nel sorriso della sua gente, la saggezza di un modo di vivere diverso, un’armonia e un equilibrio che il nostro tempo ha dimenticato.

Puro è l’aggettivo giusto. Un paesaggio puro. Boschi profondi e compatti. Erba grassa e rugiadosa. Morbidi rilievi color smeraldo inondati di luce limpidissima. Non è l’Eden. O forse sì, anche se qui si chiama Romania.





Ma anche duro è l’aggettivo giusto. Perché vivere da queste parti non è facile, nè comodo. Un’Arcadia anomala, da sudarsi con fatica. Chi è solo di passaggio, nello splendore della bella stagione, sarà stregato da un idillio bucolico e non immaginerà i denti di ghiaccio dell’inverno, il fango, l’isolamento, e il duro lavoro di chi abita queste terre. La mano dell’uomo qui lascia segni delicati. Sforzi pesanti per modifiche leggere che regalano un’ ulteriore, involontaria bellezza al paesaggio. Gli steccati sono fatti solo di paletti verticali infissi nel terreno e si ripetono all’infinito. Recintano prati minuscoli, giardini piccolissimi, pascoli per una sola mucca.

Il ritmo dei prati è dato dai pagliai che sono note musicali disegnate nei pentagrammi degli steccati. Chi saprà mai leggere questa musica segreta? Il cielo basso, gonfio di nuvole grigie e lanose come tosature di pecore, si è impigliato sulle cime aguzze degli abeti lontani. La strada gli corre incontro, sempre più in alto, di tornante in tornante, portando al di sopra di questo tappeto di lana spessa, fino al sole sfolgorante. Fino alle conifere maestose e segrete.

Fino ai prati pelati verde muschio. Fino alla splendente gloria montana della cima del Pasul Prislop. Si entra così neldistretto di Maramures, cuore antico e incontaminato di Romania, dove si vive ancora secondo ritmi, costumi e tradizioni fuori dal tempo. Dagli antichi Daci e dai Traci il passato ha trasmesso la sua voce senza interruzioni e un’antica civiltà rurale dalle profonde radici, forse l’ultima d’Europa, si è conservata, intatta e viva, fino ai nostri giorni. Testardi e indipendenti, isolati nelle loro valli protette dai monti Carpazi, tra la Transilvania e l’Ucraina, i Maramures sono contadini per necessità e artigiani e artisti del legno per passione.

Al legno hanno affidato il loro cuore, la loro anima e i loro simboli di vita e di morte. Il legno conserva lo spirito dell’albero e non muore mai. Lavorarlo, intagliarlo, significa estrarne l’essenza segreta, rivelare e portare alla luce il legame sacro che unisce alla terra e al cielo. Albero come uomo, bosco come collettività, legno scolpito come essere umano evoluto e realizzato, padrone del significato di ogni segno. La valle dell’Iza è dolce e serena, mossa da colline ventose. I prati, zebrati da strisce di steccati, respingono l’onda incalzante dei boschi. Tengono a bada gli abeti come branchi di cavalli selvaggi.

Le case sparse nel verde sono templi, piccole barche, nidi di tronco, gusci di noce persi in un mare d’erba spazzolato dal vento. Piccoli mondi di legno cigolanti, profumati, scricchiolanti come cose vive. I tetti spiovono giù ripidi, calati su tutti e quattro i lati e spesso coprono un’ampia veranda a portico, dove si svolge buona parte della vita degli abitanti. Un sorprendente cancello-portale d’ingresso chiude come un fermaglio prezioso il giro di steccato che circonda la casa. Alto e massiccio, tutto in legno intagliato a figure e motivi simbolici, una sorta di passaggio purificatore e un baluardo per tenere lontani gli spiriti della foresta.

Nelle valli, le chiese di legno, sacre a partire dagli alberi con cui sono state costruite, si innalzano in mezzo al verde, al bordo dei villaggi, scure e misteriose come navi arenate. Ricordano vagamente le stavkirker norvegesi e stupiscono con uno slancio verticale così insolito in un mondo di linee orizzontali morbide e ondulate. Tetti ripidi e altissimi su cui le scandole disegnano una specie di pelle di pesce a squame. Campanili come frecce puntate verso il cielo, così aguzzi e affilati da sembrare taglienti. Linee ispirate dal gotico della foresta. Negli intagli, simboli pagani intrecciati a simboli religiosi. All’interno, la ieratica rigidezza ortodossa è addolcita da un velo di ingenuità di campagna. Tutto è di legno, persino le campane vengono usate raramente, preferendo delle semplici percussioni su di un asse.

Le croci dei vecchi cimiteri spuntano tra l’erba alta e lussureggiante. Vi si incurvano sopra i rami dei meli, piantati come fiori giganti in giardini di silenzio. Davanti alle case è facile incontrare donne che battono fasci di canapa, altre sedute con la conocchia e il fuso, intente a filare la lana, altre ancora che appendono il pentolame della cucina a dei grandi rami levigati, piantati nell’aia come asciugatoi. Bambini curiosi spuntano dietro ogni steccato, spiano dalle fessure dei portali, corrono sulla strada, giocosi come cuccioli di volpe fuori dalle tane.

Si percepisce il respiro di un’anima contadina arcaica, un’ingenuità sognante e svagata, lo sguardo lucente di un ragazzo di campagna sdraiato su un prato con una margherita in bocca. Sapanta è un villaggio di campagna in terra Maramures. Oche, mucche, cavalli e galline sono di casa fra le sue stradine deserte, su cui transitano rare automobili. La vita qui segue il ritmo del sole e delle stagioni. Il lavoro degli uomini e delle donne è duro come la terra sotto la zappa, e pesante come la neve sui tetti a febbraio, ma è anche dolce come il latte appena munto, e lieve come il profumo dei meli e dei ciliegi a primavera.

Il cimitero di Sapanta è fatto di legno. Quelli che prima erano alberi, ora formano un fitto boschetto di croci. Croci splendide, finemente intagliate e dipinte con colori squillanti e gioiosi. Il legno di ogni croce, santificato dalla mano dell’uomo, non diventerà cenere, ma albero divino che protegge l’anima e il ricordo di chi vi giace sotto. Una frase ingenua, a volte lapidaria e pungente, descrive con ironia il carattere del defunto, i suoi pregi, ma soprattutto, più umanamente, i suoi difetti e le sue particolarità. Un dipinto lo raffigura in un attimo tipico della sua vita, o lo ritrae in un’immagine priva di qualunque enfasi. Si capisce subito perché viene definito Cimitirul Vesel, il cimitero gioioso.

Lontano da qualsiasi retorica e ipocrisia, abolito ogni funereo linguaggio sepolcrale, messi al bando marmi, pietre, lampade votive e ogni altro orpello mortuario, è diventato un semplice punto d’incontro tra i vivi e i morti, una piazza, una comunità mista, dove ognuno ha conservato il proprio carattere ed è ancora riconoscibile. La morte per i Maramures è allo stesso tempo un fatto naturale e magico. Un cambiamento di stato inevitabile, che però non interrompe il rapporto con chi se ne è andato. È tradizione che nel giorno dedicato ai morti, la Luminatia, le famiglie si riuniscano presso le tombe per mangiare insieme a chi è scomparso. Si piange e si sorride, si prega e si brinda, mentre il vento di novembre che scende giù dai monti come un brivido gelato, scompiglia i fiori, agita le candele e apparecchia le tombe con tovaglie di nebbia grigia.

Ora invece, in questa domenica mattina trasognata e profumata di fieno, il cimitero di Sapanta, piccola Spoon River rumena, è una pergamena miniata srotolata sotto il sole, da leggere in silenzio. Una croce è per Andrei, raffigurato sul suo trattore arancione nel campo e poi con gli amici a giocare a carte. Un’altra per Nastasia, vecchina che filava la lana davanti casa e spettegolava con altre comari. Una croce bella per Dorina, la bimba che finì sotto la corriera e volò in cielo con il suo bel fazzoletto a roselline annodato sotto il mento. Sembra dire: “addio, compagne di scuola, addio vestitino della festa, addio, cagnolino bianco che mi correvi sempre incontro sul cancello”. E Petru che sta per finire sotto un treno, alza la mano e sembra dire: “addio ai balli e alle feste, addio alla mia maschera di legno del primo di dicembre, addio portone scolpito di casa mia. Mancava ancora una figura, era una croce, la mia.”

Storie di vite intere rappresentate in un attimo, con tocco ingenuo e poetico, irriverente e struggente, con un sorriso di comprensione in un commiato accorato. Un sorriso che consola e che affratella al di là delle lacrime e del dolore. Il piccolo cimitero e il sagrato della chiesa si vanno riempiendo di persone, mentre il pope sta ultimando i preparativi per il rito domenicale. Vecchi austeri in abiti di canapa bianca e giubba di lana pesante. Volti diventati uguali al legno stagionato, inciso e intagliato dal tempo. Tripudio di roselline sui fazzoletti e sulle gonne variopinte di bimbe e ragazze. Stessa grazia lieve di corolle di papaveri nel vento. Le nonnine, profumate di bucato e di lavanda, vestono ampi gonnelloni scuri, fazzoletti a fiori, spessi gilè e bluse immacolate dalle maniche a sbuffo. Hanno un sorriso dentro gli occhi fieri. Le mani sono un libro aperto su cui la vita ha scritto le sue storie. Vivono con serenità e dignità nel loro piccolo universo che poggia da sempre sugli stessi pilastri. Un mondo semplice e antico in cui sanno come muoversi e dei cui riti e valori sono le depositarie.

Vivi e morti si mischiano insieme in questo insolito camposanto. Fra le croci colorate è tutto un ondeggiare di altri colori, tra i fiori delle tombe è tutto un agitarsi di altri fiori. Ora il salmodiare del pope si spande nell’aria limpida, come un eco antico, una nenia ipnotica che si allarga in un’onda circolare. La chiesa è gremita e molti partecipano alla celebrazione dal portico. Le mamme ravviano le trecce e i fazzoletti delle loro figliole, aggiustano una trina, una piega delle loro gonne fiorite. I ragazzi, se ne stanno raggruppati tutti insieme, seduti sulle tombe del cimitero, con il cappello da uomo in testa, un po’ troppo grande, e i capelli ben pettinati. Scriminatura tirata col righello. Profumo di sapone. Parlottano tra loro a voce bassa e intanto, con occhio attento, scrutano il passaggio di ogni ragazza, intessono trame di sguardi nascosti, fieri dei baffi lasciati crescere da poco, della camicia candida e dell’anello d’oro che brilla sulla mano di contadino cotta dal sole.
Ragazza Maramures alla messa di domenica mattina, la tua gonna è come la collina fiorita a primavera, il tuo fazzoletto sulle trecce è il giardino di casa tua con le rose di giugno.

Davanti al portale di legno intagliato da tuo padre, incontrerai il tuo sposo, quello che vedesti dentro lo specchio nella notte di capodanno, e che ora ti osserva mentre passi composta tra le compagne. Così le storie dei morti si intrecciano a quelle dei vivi. Fresche storie d’amore nascono tra le tombe. Quelli che se ne sono andati hanno generato semi di fiori sconosciuti, che ora sbocciano sotto il legno secco delle croci. Al museo di Sighetu Marmatiei, l’intero mondo di legno dei Maramures sfila in bella mostra. Maschere in legno intagliato, animalesche e terrifiche, lanciano vuoti sguardi diabolici dalle pareti. Antichi strumenti di lavoro pressoché uguali a quelli che si possono ancora vedere in mano a molti contadini, o appoggiati agli steccati delle case. E poi portali scolpiti con motivi complessi e intricati: simboli arcaici e simboli cristiani, il sole pagano, la corda infinita che si intreccia in eterno, la croce.

Tutta la cultura Maramures con i suoi riti e le sue tradizioni sembra nascere da un unico albero, un solo antichissimo tronco di legno intagliato, che continua a generare con vigore rami e foglie. Fuori dalle stanze del museo tutto è più vero e reale che mai. Percorrendo la valle del Buzan si scoprono case di legno piene di vita. Anche qui complessi portoni lavorati le sigillano in un’ isola sacra, protetta dai misteri dei boschi. La campagna, man mano che si sale, si fa struggente. A un bivio tra una croce di legno e un melo, un vecchio nel candido abito tradizionale appare come un angelo. Angelo bianco del bivio, assorto nei suoi pensieri, con lo sguardo perso nel verde della vallata. Salendo su per il passo Gutii, i prati diventano rasi e ondulati, colore di muschio vellutato, verde brillante.

Scure barriere di abeti formano muraglie impenetrabili di ombra spessa. Poi di nuovo la pianura. Nell’afa del pomeriggio è facile sentirsi sospesi in una specie di sortilegio che ha consentito la visione di una terra segreta e incantata. La strada ora si infila sotto un grande portale di legno scolpito. Come in una fiaba, si esce dall’incantesimo varcando il confine del piccolo magico mondo Maramures. Inutile voltarsi indietro. Meglio imprimersi nella memoria la formula magica per poter entrare la prossima volta. Prima che sia troppo tardi. Prima che tutto cambi e il cemento prenda il posto del legno. All’ombra dei Carpazi, da sempre, per chi la vuole ascoltare, la sussurrano al vento gli alberi della foresta.

I due tifosi juventini del coretto razzista? Sono calabresi. Valanga di insulti su Facebook

Corriere del Mezzogiorno

Riconosciuti sul web e bersagliati dai supporter partenopei


I due tifosi juventini ripresi dal Tgr PiemonteI due tifosi juventini ripresi dal Tgr Piemonte


NAPOLI - Come volevasi dimostrare: non sono torinesi di Torino, nè piemontesi del Piemonte ma meridionalissimi i due tifosi ripresi dalle telecamere del Tgr mentre canticchiano "Oh Vesuvio lavali tu". Come scrive Napolicalciolive.com, i due ragazzi sono stati riconosciuti su Facebook e bersagliati di insulti. Non sarebbero settentrionali ma originari di Catanzaro, qualche chilometro più a Sud di Torino. Non si contano gli improperi lasciati sulle rispettive bacheche Facebook da napoletani inferociti per i coretti razzisti mandati in onda dal Tg.




Redazione online25 ottobre 2012

Ecco le telefonate tra l'ex assessore Zambetti e i boss della 'ndragheta

Corriere della sera

Boss come Giuseppe D'Agostino chiedono posti di lavoro e appalti in cambio di voti

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Ecco le intercettazioni telefoniche che dimostrerebbero il patto scellerato tra politici e boss della 'ndrangheta. Amministratori come l'ex assessore alla casa in regione lombardia Domenico Zambetti arrestato due settimane fa per voto di scambio e concorso esterno in associazione mafiosa. In particolare le conversazioni dal tono confidenziale col boss della 'ndragheta Giuseppe D'Agostino dal quale, secondo l'accusa, avrebbe comprato 4 mila voti di preferenza al costo di 200mila euro.

RACCOMANDAZIONI E VOTI - Telefonate nel corso delle quali Costantino fa pressioni su Zambetti per caldeggiare assunzioni alla Aler l'ente che gestisce il patrimonio immobiliare in Lombardia. Ma anche la richiesta agli 'ndranghetisti di far confluire voti su Sara Giudice, candidata alle elezioni comunali del 2011. O ancora le conversazioni tra Costantino e l'ex presidente del consiglio comunale di Milano Vincenzo Giudice per commentare i risultati elettorali. Stando all'ipotesi formulata nell'ordinanza di custodia cautelare Zambetti era in «rapporti forti con la criminalità organizzata calabrese». E di conseguenza il suo peso elettorale sarebbe cresciuto grazie a questi rapporti con la mobilitazione di due 'dranghetiti come Giuseppe D' Agostino e Eugenio Costantino legati rispettivamente legati ai clan Morabito e Grillo.


  Costantino e D'Agostino   Costantino e Zambetti
 Votare per Sara Giudice
 Costantino e Giudice


Redazione Online25 ottobre 2012 (modifica il 26 ottobre 2012)

Cassazione: disabili, via gli ostacoli dal condominio

La Stampa


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La Cassazione invita i condomini a venire incontro alle esigenze di socializzazione delle persone disabili e invalide, anche se non risiedono o non sono proprietari di appartamenti nell'immobile costituito in condominio. Perché a tutti deve essere facilitato l'accesso senza barriere architettoniche. Perché avvenga questo, la Suprema Corte - con la sentenza 18334 - esorta a non essere rigidi nell'osservanza dei regolamenti condominiali quando il loro rispetto finisce per diventare «irragionevole». I supremi giudici osservano che è «ormai superata la concezione di una radicale irrecuperabilita' dei disabili» e la «socializzazione deve essere considerata un elemento essenziale per la loro salute, tale da assumere una funzione sostanzialmente terapeutica assimilabile alle stesse pratiche di cura e riabilitazione».

Sulla scia di questo principio la Cassazione ha accolto il ricorso di un condominio di appartamenti all'interno di un villino liberty di La Spezia che hanno fatto ricorso contro l'ordine di smontare l'ascensore che avevano installato per consentire una più agevole mobilità a due anziani che abitavano all'ultimo piano. Per far spazio all'ascensore era stata ristretta la rampa di scale e l'inquilino del primo piano si era rivolto alla magistratura sostenendo che l'architettura del villino era stata alterata e che, adesso, nelle scale non sarebbe potuta passare una barella di soccorso. Per la Suprema corte l'ordine di smontare l'ascensore deve essere sospeso e l'unica valutazione che dovrà rifare la Corte d'Appello di Genova è solo quella per esaminare se ci sono ancora le condizioni per il passaggio di un'eventuale barella, altrimenti per la Cassazione non ci sono norme che possono vietare l'installazione di mezzi che facilitano la vita dei disabili.

Il «semplice disagio» che una miglioria provoca a un condomino non può bloccare l'applicazione delle norme, ratificate dall'Italia nel 2009, che obbligano «gli Stati a rimuovere la condizione di minorita', che non nasce solo dalla condizione fisica del disabile, ma anche dall'esistenza delle barriere che ne impediscano la piena partecipazione alla vita sociale, e che pone attenzione specifica alla questione dell'accessibilità».
 
(Fonte Ansa)

Kurdistan: missione italiana scopre un «tesoro» archeologico

Corriere della sera

Rinvenuti centinaia di siti sconosciuti, bassorilievi, acquedotti e una necropoli nel cuore dell’antico impero assiro

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Cinque acquedotti dell’VIII-VII secolo a. C., 239 siti archeologici finora sconosciuti, una grande necropoli e bassorilievi rupestri del VII secolo a. C. È questo il «tesoro» scoperto dalla missione archeologica coordinata dall’Università di Udine nella regione del Kurdistan iracheno, nel cuore dell’impero assiro che dominò l’antica Mesopotamia nel I millennio a. C. La spedizione, da metà luglio all’inizio di ottobre, è la prima campagna del Progetto archeologico regionale Terra di Ninive, per il quale il governo centrale di Bagdad e quello della regione autonoma del Kurdistan hanno rilasciato all’ateneo friulano una licenza di scavo decennale. Obiettivo? Ricostruire, dalla preistoria al periodo islamico, la storia di un’area di 2.900 chilometri quadrati, nell’Iraq settentrionale, a cavallo fra le province di Ninive (Mosul) e Dohuk.


Kurdistan: le scoperte italiane Kurdistan: le scoperte italiane Kurdistan: le scoperte italiane Kurdistan: le scoperte italiane Kurdistan: le scoperte italiane


OLTRE LE PREVISIONI - «Le scoperte fatte finora sono andate ben oltre le più ottimistiche aspettative», sottolinea il direttore della missione, Daniele Morandi Bonacossi, che con entusiasmo racconta i risultati degli scavi. «Il lavoro in Iraq è stato impegnativo, ma molto fruttuoso. Le temperature arrivavano anche a 58-60 gradi al sole (50 all’ombra), per cui iniziavamo le nostre attività la mattina molto presto, prima dell’alba: la sveglia suonava alle 4.30, per poter sfruttare le ore più fresche della giornata. Uno degli obiettivi più importanti delle ricerche appena concluse», aggiunge, «è la ricostruzione geoarcheologica e topografica dell’imponente, e ancora poco conosciuto, sistema idraulico costruito dal sovrano assiro Sennacherib (705-681 a. C.), il re che spostò il centro dell’impero nella città di Ninive, trasformandola in una capitale di dimensioni e splendori mai visti prima di allora». Il sistema idraulico era un sistema molto ramificato di canali in cui confluivano le acque dei fiumi e dei torrenti della regione. «Quando i canali dovevano attraversare le valli, gli ingegneri assiri costruivano acquedotti monumentali di pietra, i primi della storia dell’umanità. Finora era conosciuto solo quello di Jerwan», precisa il professore di archeologia del Vicino Oriente antico dell’Università di Udine.

I BASSORILIEVI E GLI ACQUEDOTTI – Proprio grazie alla ricognizione archeologica dei grandi canali tagliati nella roccia o scavati nella terra dagli ingegneri assiri, il team di ricercatori ha scoperto cinque nuovi acquedotti costruiti con blocchi di pietra perfettamente lavorati e ha individuato il percorso, di circa 6 km, compiuto da un canale nei pressi dell’odierno villaggio di Faideh. Qui, sul fianco del canale, sono stati rinvenuti sei bassorilievi quasi completamente sepolti dai detriti accumulatisi nei secoli. «Sono rilievi rupestri di grandi dimensioni raffiguranti il re e le principali divinità assire. È un ritrovamento di portata eccezionale», evidenzia l’archeologo, «e probabilmente altri ne saranno individuati nel corso della prossima campagna. Far scolpire dei rilievi sulla parete della roccia era infatti una prassi consolidata, quando l’acqua veniva deviata dal letto dei fiumi o dalle risorgive carsiche per farla confluire nei canali».

SITI ARCHEOLOGICI SCONOSCIUTI - La ricognizione del territorio compreso fra la valle del Tigri e il monte Maqloub ha portato inoltre alla luce 239 nuovi siti archeologici databili tra il IX millennio a. C. e l’epoca islamica (fino all’inizio del XX secolo della nostra era). La regione ha vissuto i maggiori insediamenti nella metà del III millennio a. C. e nel periodo neo-assiro, quando nell’entroterra di Ninive esistevano più di cento siti abitati, fra città fortificate, villaggi e fattorie.

LA NECROPOLI PALEO-ASSIRA - La missione udinese ha anche scoperto nel sito di Tell Gomel un’estesa necropoli a inumazione del periodo paleo-assiro (XIX-XVIII secolo a. C.). È costituita da una serie di tombe a camera costruite con mattoni cotti e struttura ad arco, dove sono stati rinvenuti i resti dei corpi inumati e corredi funerari. «Il grande studioso inglese sir Aurel Stein», spiega Morandi Bonacossi, «nel suo Limes Report colloca proprio nella pianura circostante Tell Gomel il campo di battaglia di Gaugamela, dove nel 331 a. C. Alessandro Magno sconfisse Dario III, aprendo così la strada alla definitiva conquista dell’impero persiano».

IL PARCO ARCHEOLOGICO-AMBIENTALE - La campagna è stata inoltre l’occasione per avviare i lavori preliminari per la realizzazione di un grande parco archeologico-ambientale. Un parco, voluto dall’Unesco, per tutelare il paesaggio culturale della «Terra di Ninive» e renderlo fruibile al pubblico: al centro c’è il sistema idraulico di Sennacherib con i suoi acquedotti e i grandi rilievi rupestri. «Si tratta di un’importante iniziativa di valorizzazione e divulgazione rivolta al grande pubblico, al turismo nazionale e internazionale, che si fonderà sulla conservazione e musealizzazione dei siti, con anche l’intento di promuovere l’inserimento del sistema idraulico assiro e dell’intero paesaggio culturale della regione nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco», aggiunge l’archeologo. «Il progetto in generale», conclude, «presenta un potenziale archeologico dirompente e straordinario: per la prima volta studieremo sistematicamente quella parte dell’Iraq in cui è nata e si è sviluppata la civiltà occidentale. Si pensi per esempio all’invenzione dell’agricoltura e all’addomesticamento degli animali selvatici».



Simona Regina
25 ottobre 2012 (modifica il 26 ottobre 2012)

La Battaglia di Ponte Milvio? Moccia batte Massenzio

La Stampa

Roma, al via tra le polemiche le celebrazioni sui 1700 anni della Battaglia di Ponte Milvio.

flavia amabile
roma


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Sarà pure il ponte simbolo della grande vittoria della cristianità ma per i romani resta il ponte dei lucchetti e degli amori in stile Moccia. Da settimane va avanti il dibattito sulla battaglia di Ponte Milvio e i festeggiamenti previsti per l’anniversario numero 1700. Non mancano le polemiche, in particolare sugli sprechi e sull’uso strumentale delle celebrazioni (al proposito è intervenuto anche il rabbino di Roma Di Segni, proprio sulla Stampa.it), e ieri anche il sindaco Alemanno ha espresso la sua opinione: «Il nostro ricordo, le nostre celebrazioni saranno improntate sui principi del rigore, della serietà e della sobrietà - ha ricordato - lo scontro tra Costantino e Massenzio è un avvenimento troppo importante per la storia dell’umanità non solo dal punto di vista storico e culturale ma anche spirituale e identitario per la storia della nostra città».

«Su queste celebrazioni - ha aggiunto il sindaco - c’è stato un’incredibile speculazione, ricostruzioni fantasiose. Si è parlato perfino della presenza del Santo Padre. Tutto quello che è stato inventato nei mesi scorsi, anche in termini di folclore appartiene esclusivamente alla fantasia di qualche giornalista che aveva forse una voglia terribile per presentare in maniera sbagliata la nostra iniziativa». Ormai ci siamo, sabato e domenica prenderanno il via le cerimonie dimezzate rispetto ai piani originari ma nel frattempo le polemiche non accennano a placarsi e se si va a passeggiare lungo il ponte si scopre che da queste parti Moccia è più popolare di Massenzio, che delle rievocazioni quasi nessuno sa nulla e che forse sarebbe preferibile investire soldi nelle scuole per convincere i ragazzi a rimanere un’ora in più sui libri di storia.



video

La battaglia di ponte Milvio e i romani di oggi


Quel 28 ottobre del 312



Dipinto sul sogno di Costantino, in cui, stando a Eusebio, Cristo spiegò al futuro imperatore di usare il segno della croce contro i suoi nemici


 flavia amabile

La battaglia di Ponte Milvio ebbe luogo il 28 ottobre 312 tra Costantino I e Massenzio. La vittoria di Costantino segnò l’inizio di una nuova era per tutto l’impero. La Battaglia di ponte Milvio mise infatti fine al regno di Massenzio, contestato da Costantino, all’epoca “princeps” con il controllo dell’Italia e dell’Africa.
Invasa l’Italia nella primavera del 312, Costantino vinse le truppe del figlio di Massimiano prima nella battaglia di Torino e quindi nella battaglia di Verona, convergendo verso Roma tramite la via Flaminia e accampandosi in località Malborghetto vicino a Prima Porta, sulla riva destra del fiume Tevere a poca distanza dal ponte Milvio, che si trovava alle spalle delle truppe di Massenzio. Sul probabile luogo dell’accampamento fu edificato successivamente un imponente monumento in ricordo degli eventi, un arco quadrifronte, l’Arco di Malborghetto del quale era stata persa traccia, nel corso dei secoli, anche per mancanza di fonti storiche coeve. 

Costantino, dopo aver combattuto contro le ali dell’esercito di Massenzio, che furono travolte, constatò che la fanteria nemica era scoperta sui fianchi, e la caricò. La fanteria si ritirò, mentre i pretoriani, essendo in posizione sul fiume, avevano deciso di resistere fino all’ultimo. Dopo un lungo ed aspro combattimento, che si sarebbe svolto in località Saxa Rubra, le truppe di Massenzio subirono una completa disfatta: mentre gli uomini volgevano in una fuga disordinata l’imperatore tentò di mettere tra sé ed i nemici il Tevere, finendo però per annegare nelle sue acque, durante il crollo del ponte che i suoi ingegneri militari avevano costruito a fianco di Ponte Milvio. Il corpo di Massenzio fu ritrovato e la sua testa fu portata in parata dalle truppe vittoriose di Costantino, che fu accolto trionfalmente a Roma e proclamato imperatore unico d’Occidente

Diffamazione, anche i blog avranno l’obbligo di rettifica

La Stampa

Il Senato ha votato un’estensione del dovere di rettifica a tutti i prodotti editoriali diffusi per via telematica. Previste multe dai 5 ai 100 mila euro

francesco grignetti
roma


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A dispetto degli accordi politici della notte, stretti alla presenza di Maurizio Gasparri e Anna Finocchiaro, stamattina il Senato ha votato un’estensione del dovere di rettifica a tutti i «i prodotti editoriali diffusi per via telematica, con periodicità regolare e contraddistinti da una testata». I capigruppo avevano previsto ben altro: che questo dovere di rettifica fosse un obbligo esclusivamente per le testate giornalistiche registrate, sia nell’edizione cartacea, sia digitale.

E invece no. Su insistenza del senatore Franco Mugnai, Pdl, tutta l’informazione del web, che sia testata registrata o no, quindi anche in forma di blog secondo alcuni, è tenuta all’obbligo di rettifica, pena una salatissima multa (che al momento va da 5 a 100 mila euro; i capigruppo si sarebbero convinti di dimezzarle, ma chissà...). Le parole del senatore Mugnai, in proposito, sono state chiarissime: «Bisogna uscire da ogni infingimento». L’estensione dell’obbligo di rettifica a qualsiasi prodotto editoriale, «si riferisce a testate edite esclusivamente on line per le quali sono però ben individuabili i soggetti responsabili. Si tratta infatti di giornali a tutti gli effetti, capaci di provocare con l’eventuale diffamazione gli stessi danni delle testate in edizione cartacea». 

Quale sia l’intento del Pdl, l’ha esplicitato un suo collega, l’ex sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo: «La dizione è prevista dalla legge n. 62 del 2001, che individua i prodotti editoriali telematici tenuti ad avere un direttore responsabile, a pubblicizzarlo e, in alcuni casi, ai fini economici, anche alla registrazione. A noi interessa avere il dato del direttore responsabile.

Se non mettiamo questo, non avremo quegli elementi. Ecco perché è stata ricopiata la formula della legge che individua tutti i siti che devono avere un direttore responsabile e indicare il motore di ricerca». E di nuovo, Mugnai: «Presidente, senza nessun infingimento e con un’assoluta chiarezza. Lo scopo perseguito dal senatore Vita, con ammirevole tenacia ma con assoluta e ostinata pervicacia, è uno solo: espungere da qualunque portata applicativa di questa norma tutto ciò che in realtà vada su supporto informatico, ma non abbia anche un supporto cartaceo.

Viceversa... una cosa è la disciplina del comma 1, che riguarda il cartaceo e ciò che, essendo anche cartaceo, va in via informatica. Poi facciamo un’ipotesi speciale, quella dell’articolo 5, che riguarda tutti i giornali che hanno caratteristiche tipiche di giornale, ma operano solo on line e hanno, come opportunamente ricordato dal senatore Caliendo, un direttore responsabile, un vicedirettore e una serie di soggetti che possono essere espressamente individuati.

Questo è il punto. Usciamo dagli infingimenti. È una disciplina speciale. Ieri sera ne abbiamo parlato lungamente. Altrimenti faremmo una serie di bisticci semantico-cronologici nel momento in cui, ad esempio, dicessimo che siccome la legge sulla stampa, scritta nel 1948, parlava solo ed esclusivamente di sistemi di stampa, perché la dimensione informatica non vi era, allora non si può applicare a ciò che è un giornale a tutti gli effetti, ma opera on line e potrebbe fare gli stessi guasti, o ancor di più, di un giornale che è, sia cartaceo sia on line.

Tra l’altro questo determinerebbe una palese disparità di trattamento, perché si arriverebbe al punto che chi opera solo on line, con caratteristiche tipiche di giornale, è legibus solutus e gli altri non lo sono, e questo evidentemente non lo possiamo fare. Quindi usciamo da questo infingimento. È ferma volontà, almeno del Gruppo che in questo momento rappresento, che ciò che è giornale, anche se opera solo on line ma con caratteristiche di giornale, veda applicato, sia pure in modo speciale, la normativa sulle rettifiche e quant’altro».

E sia chiaro: anche pubblicando una tempestiva rettifica, il diffamato ha diritto di intraprendere le vie legali. Non solo nei confronti delle testate giornalistiche registrate, a questo punto, ma nei confronti di qualsiasi «prodotto editoriale diffuso per via telematica, con periodicità regolare e contraddistinto da una testata». E’ una formulazione assolutamente ambigua, su cui molti avvocati si stanno rompendo la testa. Secondo alcuni tribunali, vi rientrano anche i blog. Secondo altri, no. In conclusione, un’eventuale condanna per diffamazione, con relativa multa (che viene ridotta se c’è stata la rettifica), non si può escludere per nessuno. 



Giornalisti, perché i cittadini non tifano per noi

La Stampa
Cesare Martinetti

Le convulsioni trasversali che attraversano la politica nell’imbarazzato e imbarazzante dibattito sulla diffamazione a mezzo stampa sono da considerarsi un altro capitolo del disfacimento della seconda Repubblica. Ora siamo alla resa dei conti, al duello finale: questo rappresenta il disegno di legge che lunedì sarà votato in Senato. La burocratica e caricaturale contabilità di spazi e di risarcimenti che i giornali devono dedicare alle riparazioni di diffamazioni ed inesattezze non costituiscono una difesa dell’onorabilità dei cittadini, ma tradiscono l’incapacità di vivere responsabilmente un’idea liberale del rapporto tra stampa e pubblici poteri. 

Affermare per legge l’obbligo alla rettifica di affermazioni ritenute diffamatorie o semplicemente errate senza la possibilità di replica quando anche si potesse dimostrare la verità di quanto è stato scritto, l’obbligo di pubblicazione delle rettifiche nella parte alta della pagina, senza limite di spazio a disposizione di chi si ritiene diffamato, è irrealistico, irragionevole. Nella sostanza una minaccia rivolta contro i giornali, giornalisti ed editori dettata dal risentimento e dalla voglia di vendetta. Ciò detto sarà bene non cadere nell’errore opposto e rendere a sua volta caricaturale, ideologica ed opportunistica l’opposizione civile e legittima a una legge che declina in modi assurdi la giusta esigenza di difendere il singolo cittadino nell’intangibile bene della propria onorabilità. 

Il dibattito e la legge nascono dal caso Sallusti, il direttore de «il Giornale» condannato a 14 mesi di carcere per la diffamazione di un giudice. Lo diciamo senza equivoci: il carcere è una misura sbagliata e va cancellata dall’ordinamento. Sallusti, poi, è chiaramente vittima di un accanimento ad personam. Ciò detto, però, dato che la sua condanna è dovuta a diffamazione, non ad un’opinione, perché lui e il suo giornale non hanno mai rettificato una notizia falsa? Ci voleva tanto? Correggere un errore è segno di onestà, non di debolezza. Una stampa credibile è una stampa che non fa sconti a nessuno, nemmeno a se stessa. L’autorevolezza non deriva dalla furbizia dei titoli con cui si fa il giornale, ma con la qualità di quel che c’è scritto dentro, la libertà e l’indipendenza delle opinioni, la trasparenza delle proprietà, la capacità di leggere i fenomeni sociali, di interpretare la domanda di informazione dei propri lettori.

È su questo punto che giornali e giornalisti devono riflettere. Se provassimo a fare di questa vicenda una battaglia generale, non credo che troveremo folle disposte a scendere in piazza per difendere «questa» nostra libertà di stampa. Quando è successo, recentemente, è stato contro l’ipotesi di vietare la pubblicazione delle intercettazioni, si trattava però di movimenti girotondini - rispettabili e legittimi – ma partigiani, votati soltanto alla caduta dell’arcinemico Berlusconi. Certo, i giornali non ideologici sono strumenti di informazione, per natura problematici e pluralisti, non smuovono le masse. Ma l’impressione è che i cittadini vivano tutto questo come lo scontro tra due caste, l’una assediata dall’antipolitica (rappresentata simbolicamente dalle percentuali di Grillo in ascesa costante nei sondaggi) che cerca di rivalersi sulla seconda a cui attribuisce tutta la colpa della sua caduta.

È la fine di un compromesso a suo modo storico nella storia italiana, dove i giornali sono sempre stati vissuti come l’altra faccia della politica e mai come ora appaiono lontani dal quel modello di «cane da guardia del potere» rappresentato dalla stampa americana o semplicemente da un modello liberale di informazione. Andate a leggere un po’ di blog sparsi, fate un tuffo nel «giornalismo cittadino» della nuova web-era. I giornalisti sono spesso considerati lecchini e carrieristi, non «cani da guardia», bensì cani «da compagnia e spesso da riporto», per l’appunto una casta accanto alla casta. Quella che non si sente è la voce di una cultura democratica dell’informazione, l’accettazione di un potere che comporta responsabilità da parte di chi lo fa e di chi lo subisce. 

Vecchio vizio italiano. Prendiamo uno come Andreotti: di lui, i giornali hanno veramente scritto di tutto, eppure non smentiva mai. Era il «Belzebù della storia d’Italia». E oramai è lecito pensare che tutto fosse vero o quasi vero; o anche tutto falso o quasi falso. Chissà. Diceva Andreotti, se tu mandi una richiesta di rettifica al giornale, quello pubblica la tua lettera, ma gli attacca una risposta. Nessuno dei due aveva – spesso - qualsivoglia prova: né che la notizia pubblicata fosse vera, né falsa. E così, la richiesta di rettifica, diventava una notizia data due volte.

L’autorevolezza di una classe politica si misura anche nella capacità di confrontarsi con una stampa libera, nella qualità della propria comunicazione, nei contenuti delle cose che ha da dire. E qui siamo al disfacimento della seconda Repubblica. Come non vedere invece in questa regolamentazione assurda delle rettifiche anche una guerra tutta interna alla politica tra chi sa usare e chi non sa usare i giornali, tra quelli che sanno far filtrare le loro indiscrezioni e quelli che invece vengono regolarmente sorpassati da queste quando non messi regolarmente alla berlina? In questo disegno di legge c’è anche l’evidente vendetta (trasversale) degli esclusi, quelli che finiscono sui giornali nei retroscena politici solo su citazioni altrui, insinuanti e avvelenate. E quelli che tentano goffamente di difendersi (ignorando l’aureo insegnamento andreottiano) inviando ai giornali impettite richieste di smentita inevitabilmente destinate alla scontata – spesso con fondamento ma anche no – risposta beffarda del giornalista: «Confermo quanto ho scritto».

Costume e malcostume, di qua e di là, in una battaglia il cui vero dramma è l’estraneità dal mondo reale, di un vero interesse pubblico. Come ha scritto l’altro ieri sul nostro giornale Carlo Federico Grosso, cancelliamo il carcere e lasciamo le cose come stanno. I politici facciano della buona politica, e i giornalisti dei buoni giornali.

Quella fine pena mai delle mamme degli assassini. È giusto giudicarle?

Corriere della sera
di Giusi Fasano


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Mamme. Donne sfinite dal dolore e catapultate sul palcoscenico della cronaca. Un momento prima anonime e silenziose, un momento dopo voce e commento per milioni di persone. Parole, le loro, che spesso scivolano via come acqua sull’impermeabile. Riflessioni, suppliche, appelli, preghiere, imprecazioni o maledizioni immolate il più delle volte al ritmo della cronaca, appunto, che non si accontenta mai e vuole sempre di più. Mi chiedo (e parto da me stessa): le abbiamo mai ascoltate veramente? Abbiamo mai provato a capire attraverso quale tumulto di emozioni passano le loro parole e i loro volti?

In ventitré anni da cronista di mamme disperate ne ho conosciute tantissime. Il più delle volte appartenevano alla famiglia della vittima perché, sarà banale dirlo ma come testimoniano gli archivi dei giornali (e il Corriere non fa eccezione) l’empatia con i familiari della vittima è più naturale, immediata. Per chi legge ma anche per chi scrive.

Una madre che sopravvive a un figlio o una figlia, quale che sia il motivo della morte, è come una condannata con fine pena mai: la vita e i ricordi invece del carcere, fino alla fine del suo tempo. Il tormento peggiore che la sorte possa riservarle.
Eppure io credo che la sofferenza, il dispiacere, l’angoscia delle madri dei carnefici non siano emozioni minori. Anche qui, fine pena mai.

Sentimenti in conflitto continuo fra il bene profondo per il proprio figlio/a e il male assoluto che lui/lei è stato capace di fare. Mi ha colpito molto, nei giorni scorsi, sentire nel bar sotto casa oppure leggere su twitter alcuni commenti sgradevoli, quando non insulti veri e propri, rivolti alla madre di Samuele Caruso, il ragazzo di Palermo che ha ucciso Carmela, la sorella della sua ex fidanzata Lucia. Lui a dire senza un briciolo apparente di pentimento: “Volevo ammazzare Lucia che mi tradiva ma Carmela si è messa in mezzo”. E sua madre a difendere l’indifendibile, a ripetere “il mio Samuele non è un killer, non è un mostro. E’ un bravo ragazzo”.

“Se sua madre dice che è bravo…con una madre così si capisce perché ha ammazzato quella poveretta..” criticava un tizio al bar davanti al titolo di un giornale. “Potrebbe andare in carcere assieme a lui” suggeriva qualcuno via Twitter. E molto altro ancora.
Ora. Proviamo per un solo minuto a essere la madre di Samuele. Che cosa proveremmo se toccasse a noi? Che cosa ci aspetteremmo dal resto del mondo? E come cambierebbe la nostra vita fra carcere, avvocati, processi, vergogna, dolore?
Quanto ci corroderebbe il pensiero di aver sbagliato, di non aver fatto abbastanza perché quel figlio crescesse diverso? E poi c’è l’altra mamma. Riusciremmo a immaginare fino in fondo la sua sciagura in confronto alla nostra?

Capire, come sempre, è un esercizio difficile. Difficilissimo. Una cosa però credo possa essere semplice da comprendere. E cioè che davanti a un dramma così enorme le madri (come i padri, ovviamente) hanno sempre, comunque, il diritto di dire quello che sentono. Anche se difendono un figlio assassino. Anche se qualche volta dicono cose palesemente sbagliate. Anche se si ostinano contro ogni evidenza a recuperare un frammento di clemenza dove clemenza non può esserci.

La mamma di Vanessa Scialfa, una delle tante ragazze uccise in questo tragico 2012 da un fidanzato geloso, ha detto di lui ai microfoni di Quarto Grado “Io vivrò soltanto per vederlo morto. Dal carcere può uscire solo in una bara perché se non sarà così e lo vedrò qui attorno, lo ucciderò io stessa”. Di più: ha chiesto alla madre dell’assassino di sua figlia di ripudiarlo, “se fossi in lei io lo farei”, ha premesso.
Se fossi in lei…

Che farei se fossi in lei? Io non ho figli ma ogni volta che la cronaca mi ha guidato in mezzo a storie come quella di Vanessa o, peggio ancora (mi è venuto spontaneo scrivere così ma esiste una “classifica” del peggio per il dolore delle madri?). Riprendo il filo del discorso. Dicevo: peggio ancora, ogni volta che le vittime erano bambini, ho immaginato le notti insonni delle mamme.
Il pianto e il silenzio, la disperazione senza fine, quel che avrei pensato e detto se fossi stata dall’una o dall’altra parte, la madre del buono o quella del cattivo. Vendetta? Perdono? Rassegnazione? Rabbia?
Non si può tirare a indovinare. Certe sensazioni si possono solo vivere. Per giudicare quelle sensazioni, invece, ci vuole un niente. Si legge un titolo ed ecco la sentenza al bar: “Con una madre così si capisce perché ha ammazzato…”. No. Non si capisce. Ci vuole un bel po’ di più per capire.
Quantomeno un primo piccolissimo sforzo: prima di andare all’attacco trattenere il respiro e il giudizio e provare per un minuto – uno soltanto – a pensarsi madri, o padri, di un assassino.

Vito Tanzi: "Dovevamo fare gli Stati Uniti d'Italia"

Stefano Lorenzetto - Ven, 26/10/2012 - 09:00

Intervista a Vito Tanzi. Il Regno di Sardegna trasferì il suo debito al nuovo Paese, affossando il Sud. Se invece avesse scelto il federalismo...


Scrutando il Paese d'origine dall'orlo del precipizio, Vito Tanzi è giunto a una conclusione: le cose sarebbero andate in tutt'altro modo se i padri risorgimentali avessero fatto gli Stati Uniti d'Italia, anziché l'Italia unita. È la teoria che l'economista espone in Italica, il suo nuovo libro uscito con un sottotitolo, Costi e conseguenze dell'unificazione d'Italia, che rafforza la già eloquente immagine di copertina: uno Stivale ricoperto d'oro appeso per il piede, la Calabria, a un cappio.

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Forse l'autore non poteva giungere a una conclusione diversa, visto che dal 1956 vive negli Stati Uniti d'America ed è innamorato della sua patria adottiva. Ma le tesi esposte in Italica non hanno alcunché di passionale. Nelle 296 pagine a parlare è solo il rigore scientifico del laureato in economia alla Harvard University che per vent'anni, dal 1981 al 2000, è stato direttore del dipartimento di finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, la più alta carica non politica del Fmi; del docente che per una vita ha insegnato alla George Washington University e all'American University; del sottosegretario all'Economia e alle Finanze chiamato a far parte dal 2001 al 2003 del secondo governo Berlusconi; del consulente che ha prestato il proprio ingegno alla Banca mondiale, alle Nazioni Unite, alla Banca centrale europea.

Tanzi approdò negli Usa da emigrante al seguito del padre («per colpa della guerra d'Etiopia aveva perso il cantiere navale aperto dai suoi avi a Mola di Bari»). Fu assunto dal Fmi nel 1974 come capo della divisione tax. Per oltre un quarto di secolo ha seguito da vicino tutti gli aspetti di finanza pubblica - imposte, debiti, spese, welfare, pensioni - dei 186 Stati aderenti al Fondo attualmente diretto da Christine Lagarde. Si devono a lui le ricette che hanno riformato il sistema fiscale in vari Paesi, dall'Argentina al Marocco.
Oggi vive a Bethesda, a 10 chilometri dalla Casa Bianca. Quando non lo chiamano a tenere conferenze in Australia o in India, fa sentire la propria voce attraverso i libri e gli editoriali, pubblicati dal Financial Times, da Italia Oggi e dal Foglio.

Come mai all'improvviso s'è appassionato al tema dei costi dell'unificazione d'Italia?
«Pura curiosità intellettuale. Volevo capire in che modo i sette Stati italiani esistiti prima del 1861, che avevano leggi e sistemi economici e tributari assai differenti, fossero riusciti da un giorno all'altro a trasformarsi in uno Stato unitario. Ho cominciato a trascorrere ore e ore nelle biblioteche, ho speso un patrimonio in libri vecchi e nuovi, sono andato persino a Londra a visitare la Library and museum of freemasonry per scovare informazioni sul ruolo della massoneria inglese nel processo di unificazione. Alla fine mi sono reso conto che i problemi odierni dell'Unione europea sono identici a quelli dell'Italia di 150 anni fa: troppe nazioni con leggi diverse, regolamenti diversi, tasse diverse, dogane diverse, lingue diverse, messe insieme a tavolino».

Italica è un'edizione scientifica di Terroni, il best seller del suo conterraneo Pino Aprile?
«No, anche se ne condivido le conclusioni: nell'unificazione il Meridione ci ha rimesso. Per evitare il contenzioso Nord-Sud che s'è trascinato fino ai nostri giorni, sarebbe bastato fare gli Stati Uniti d'Italia anziché il Regno d'Italia. In fin dei conti l'avrebbero preferito anche Cavour, Metternich, Napoleone III e Francesco Ferrara, che era il più grande economista dell'epoca: una federazione dotata di un piccolo governo centrale che si occupasse solo delle relazioni con i Paesi stranieri e di pochissime altre funzioni. Lo Stato centralizzato doveva essere la destinazione finale e non il punto di partenza. Ferrara già in un articolo scritto nel 1850 aveva profetizzato che il Piemonte non sarebbe mai riuscito ad assimilare la Sardegna, così come la Gran Bretagna non era riuscita ad assimilare l'Irlanda».

Il Regno di Sardegna evitò il fallimento trasferendo i suoi debiti all'Italia, cosicché i problemi finanziari dei piemontesi diventarono quelli degli italiani.
«Nel 1861, all'atto dell'unificazione, il 57% o forse il 64% del debito pubblico totale dell'Italia era di origini sabaude, mentre l'incidenza del passivo che derivava dal Regno delle Due Sicilie era insignificante. A differenza dei Savoia, i Borbone avevano l'avversione per i bilanci in rosso e le tasse. Il deficit italiano, oggi stratosferico, è cominciato allora. Dal 1861 al 1896 il Regno d'Italia già creava un milione di debito pubblico al giorno, nelle lire di quel periodo».

Lei scrive che la capitale degli Stati Uniti d'Italia doveva essere fissata a Napoli. Perché?
«Era la città più importante, aveva più del doppio della popolazione di qualsiasi altro centro abitato, veniva considerata la terza capitale d'Europa dopo Parigi e Londra. Disponeva già di tutte le infrastrutture per ospitare un governo centrale. Ora lei pensi invece alle uscite folli sopportate per trasferire la capitale d'Italia prima da Torino a Firenze e poi da Firenze a Roma. Ha idea di quale sia stata la spesa per edificare nella Città eterna il solo ministero delle Finanze? Io ci ho lavorato per due anni, è il palazzo più grande di Roma, dev'essere costato un occhio della testa».

Siamo ancora in tempo per gli Stati Uniti d'Italia oppure il federalismo è solo un'utopia?
«Nei 27 anni in cui ho lavorato al Fmi mi sono occupato di molti Paesi dove vige il federalismo, dalla Russia al Sudafrica, e confesso di non essere mai stato entusiasta di questo assetto politico-istituzionale. Oggi mi rendo conto che, dove c'è un governo centrale inceppato, il federalismo rappresenta l'unica soluzione. A patto che poi le Regioni non trasferiscano i loro debiti allo Stato. Se negli Usa la California va in malora, non la salva nessuno».

Come mai da quattro anni siamo impaniati in questa crisi economica planetaria?
«Tutto risale alla fine della prima guerra mondiale e alla Grande depressione del 1929, quando abbiamo cominciato a creare gli Stati sociali e a finanziarli prima con l'aumento delle tasse e poi con i debiti. Ci aggiunga le recenti bolle speculative che hanno distorto l'economia reale. In Europa il livello impositivo è al massimo, non può andare oltre, ma la spesa pubblica continua ad aumentare. Non resta che ricorrere a una dieta».

Che propone? Di togliere l'assistenza sanitaria ai poveri e abolire la cassa integrazione?
«Il guaio del welfare è che diventa con l'andare degli anni sempre più generoso e sempre meno controllato. Nessuno vuol togliere l'assegno di invalidità ai ciechi. Ma oggi, persino negli Stati Uniti, si concede un'indennità anche per il gomito del tennista. In Italia c'è poi un problema di architettura istituzionale. Avete 8.092 Comuni, tre volte di più che negli Usa, e un numero di parlamentari quasi doppio rispetto a quelli americani. Dovete decidervi: o abolite le Province o abolite le Regioni. Solo le riforme strutturali fanno alzare il Pil di parecchi punti».

Lei sostiene che Mario Monti si limita invece alle manovre, all'aumento delle tasse.
«Se non metti mano all'architettura del sistema, pressione fiscale e spending review servono a ben poco. Lo scrissi fin dal 1989 in un libro che fu curato proprio da Monti per l'Università Bocconi».

Mi indichi la riforma che ritiene prioritaria per l'Italia.
«Be', non si può certo dire che il modo in cui il governo Monti ha riformato il mercato del lavoro sia stato efficace. Mi spiego con due esempi personali. Mio figlio Giancarlo, 39 anni, laureato in microbiologia all'University of Pennsylvania, aveva un buonissimo impiego in una società di consulenze mediche. Mi ha telefonato: “Mi sono licenziato, ero stufo del mio lavoro”. Gli ho dato del pazzo. Due settimane dopo era già direttore associato alla Biogen Idec, una delle compagnie farmaceutiche più importanti al mondo. Mio cognato June lavorava per un'impresa informatica di Washington fornitrice del Pentagono. Un giorno alle 15 il suo capo lo ha convocato: “Volevo dirti che alle 17 la nostra azienda cessa l'attività”. Alle 18 s'era già trovato un altro posto, dove si diverte e guadagna il 20% in più».

Tragga le conclusioni.
«Un mercato del lavoro flessibile crea nuova occupazione. Ma in Italia una riforma che preveda l'abolizione dell'illicenziabilità oggi garantita per legge anche a incapaci e fannulloni è impensabile. I sindacati insorgerebbero».

Ha qualche altra riforma inattuabile da suggerirci?
«Quella della burocrazia. Lei deve credermi: ho venduto un terreno a Washington semplicemente presentandomi davanti a un avvocato, senza mappe catastali, solo con la mia carta d'identità. Ho firmato un foglio e l'acquirente mi ha consegnato l'assegno. In Italia avrei dovuto pagare un notaio perché certificasse che quel terreno era mio. Lo sapevo da me che era mio! Idem per l'allargamento della casa. Ho cominciato i lavori senza dir niente a nessuno: solo il preventivo dei costi e la corresponsione finale dei 400.000 dollari all'impresa edile. Vivo negli Usa da 56 anni e non ho mai messo piede in un municipio. Ogni volta che torno in vacanza a Mola di Bari, nella casa che ho ereditato dai genitori, devo passare delle mezze giornate negli uffici pubblici. L'Agenzia delle entrate mi ha ingiunto il pagamento di una cifra astronomica: ignorava che, da sottosegretario all'Economia, avevo già pagato quelle tasse».

Quale dovrebbe essere l'aliquota fiscale massima in Italia?
«I Beatles nel 1966 cantavano in Taxman: “Lasciati dire come andrà / 1 per te, 19 per me / perché sono l'uomo delle tasse”, infatti il governo laburista di Harold Wilson aveva innalzato al 95% l'imposta marginale. Che arrivava al 70% anche negli Usa quando Ronald Reagan diventò presidente. Fu lui, Reagan, a portarla al 28%. È ciò che pago oggi, su un reddito buono ma non eccezionale, con l'aggiunta di un altro 5% allo Stato del Maryland e di un 3% alla contea di Montgomery. Ritengo che un'aliquota massima del 30%, in casi eccezionali fino al 40%, sia ragionevole. E mi scoccia molto che Mitt Romney paghi solo il 13%, grazie alle generose deduzioni di cui gode su plusvalenze e dividendi».

Alle presidenziali chi vincerà?
«Barack Obama, tutto sommato».

Una previsione o un auspicio?
«Entrambe le cose. Obama è il diavolo che già conosci. Anche se mi preoccupa la sua politica economica e fiscale».

A proposito di urne: il premier Monti non dovrebbe sottoporsi al giudizio popolare per ambire alla guida del governo anche dopo le elezioni del 2013?
«Lo conosco bene, ho molto rispetto per lui. Però non v'è dubbio che, se vuole continuare a stare in politica anche dopo la fine del governo tecnico d'emergenza, è obbligato a presentarsi agli elettori».

Non ha l'impressione che tutti attribuiscano la crisi agli eventi, anziché agli uomini? Il tasso di eticità è sceso sotto lo zero. A me pare un'emergenza morale, più che economica.
«Sono sicuramente d'accordo con lei. È anche una crisi del sistema democratico, perché molte delle storture di cui ci lamentiamo sono approvate dai parlamenti, ormai in mano ai lobbisti. Politici e manager hanno un unico obiettivo: guadagnare sempre di più. Altro che il bene pubblico!».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it