domenica 28 ottobre 2012

Debutta Venus, lo yacht (minimal) voluto da Steve Jobs

Corriere della sera

Realizzato dal designer francese, Philippe Starck è lungo circa 80 metri. La plancia di comando? Sette iMac da 27 pollici

Il varo di Venus Aalsmeer, in Olanda
da OneMoreThing
:
Non è un computer, non è un tablet e non è un telefono. Ma è comunque un sogno. Il sogno «irrealizzato» agli occhi di Steve Jobs. Ma realizzato oggi per gli occhi del mondo. A oltre un anno dalla morte del genio fondatore di Apple, in Olanda presso la società Custom Yacht Feadship, è stato varato Venus. Uno yacht, ma non un iYacht. Infatti era stato pensato «minimal» da Jobs e per un uso esclusivamente personale: solo per lui e la sua famiglia: insieme a solcare il mare per settimane.

 Debutta Venus, lo yacht (minimal) voluto da Jobs Debutta Venus, lo yacht (minimal) voluto da Jobs Debutta Venus, lo yacht (minimal) voluto da Jobs Debutta Venus, lo yacht (minimal) voluto da Jobs Debutta Venus, lo yacht (minimal) voluto da Jobs


IL DESIGNER - Affidata da Jobs al guru del design francese, Philippe Starck, l'imbarcazione ha fatto la sua apparizione nel porto di Aalsmeer. Starck, 63 anni, che nella vita ha disegnato di tutto, dalle tessera d'abbonamento dei bus ai locali notturni, lo aveva descritto come un progetto «rivoluzionario» a cui stava lavorando. Un progetto annunciato in collaborazione con il gigante dei computer statunitense e cresciuto «nel culto delle segretezza» solo dopo che la vedova del creatore di Apple ha dato il proprio «ok» per andare avanti con i lavori anche dopo la morte del marito.

L'unico imperativo era quello di rispettare la volontà di Jobs. E cioè, come detto, un «design profondamente minimalista». E così è stato. Ponti in teak e pavimento in vetro. Le misure? Circa 80 metri per lo yacht più leggero della sua categoria. E poi per Jobs una lunghissima vetrata non sarebbe proprio dovuta mancare. Così è stato realizzato un soggiorno con pareti in vetro lunghe 40 metri e alte 10. Per portare a termine il progetto, Philippe Starck si sarebbe recato a casa di Steve Jobs, raccontano i ben informati, almeno una volta al mese nel corso degli ultimi di 7 anni.

LE IMMAGINI - Le foto dell'imbarcazione sono apparse sul sito One More Thing. Si vede un vero e proprio gioiello tecnologico dal nome Venus (la dea romana dell'amore e della bellezza, ndr) e poi gli esterni in alluminio leggero. Chi ha lavorato al suo varo avrebbe ricevuto in regalo un iPad con il nome Venus inciso sul retro insieme ad un sincero «grazie», inciso anche quello, per il lavoro svolto. Ma la Apple dov'è in Venus? Beh, basta guardare bene tra le foto: a comporre la plancia di comando sette iMac da 27 pollici.



Redazione Online28 ottobre 2012 | 19:41

Servono kamikaze cattolici»

La Stampa

vatican


Le polemiche parole dell'ex sacerdote Giulio Tam durante il raduno a Predappio, Romagna, a 90 anni dalla Marcia su Roma: «la mia tonaca è una camicia nera taglia XXL»


Giacomo Galeazzi
Roma


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«Rosario e manganello» è da sempre il suo motto anti-Islam e ora lancia un appello per trovare kamikaze cattolici. «Gli islamici ci danno un esempio grande, loro si fanno saltare in aria per la fede –ha scandito oggi a Predappio il padre spirituale dei nostalgici mussoliniani, don Giulio Tam.Tutti i nostri camerati ci stanno guardando dal cielo. E' arrivata l'immigrazione, adesso tocca a voi difendere il Paese. Dobbiamo attirare le forze divine per fare le prossime battaglie: è un dovere di ogni italiano difendere la propria patria». Urla dal microfono don Giulio Tam, che non può celebrare la messa al sacrario di Mussolini perché scomunicato dalla Chiesa cattolica. A 90 anni dalla Marcia su Roma, i nostalgici di Benito Mussolini, come ogni anno il 28 ottobre, si sono presentati a Predappio, in Romagna.

Di sè dice: «la mia tonaca è una camicia nera taglia XXL». Il modello di don Giulio sono i "preti neri" del ventennio come don Gino Artini, don Angelo Baroni, fra Galdino, don Alberico Manetti, don Antonio Bruzzesi, fra Ginepro da Pompeiana. O don Ettore Civati, centurione della Milizia, volontario in Albania, podestà in Valtellina e fascista così fascista da finire spretato e diventare funzionario del Minculpop. O su tutti don Tullio Calcagno, il prete scismatico che teorizzò una sua idea di cattolicesimo fascista, diede vita alla rivista Crociata italica, finì sospeso a divinis e scomunicato ed arrivò a un punto tale di rottura con la Chiesa che, davanti al plotone di esecuzione, rifiutò perfino il conforto di un sacerdote.

Un "pellegrinaggio" con tappe codificate dalla tradizione: la villa in cui è nato il duce a Carpena, a pochi chilometri da Forlì, una foto ricordo nelle stanze con l'arredo lasciato da donna Rachele, il corteo con le bandiere tricolore, i simboli fascisti e i saluti romani, il rosario farcito di riferiment filo-razzisti e l'omaggio alla tomba di Mussolini. Tra i nostalgici di destra vestiti di nero, anche famiglie con i bambini, qualche reduce e tanti giovani. «Non abbiamo un conto preciso dei partecipati, ma ne stimiamo circa cinquemila», spiega uno degli organizzatori intento a distribuire corone del rosario ai militanti.

A Predappio è "tutto esaurito": alberghi, ristoranti, negozi con i souvenir di Mussolini. L'ex sacerdote vicino ai lefebvriani, che fu candidato alle elezioni europee nel 2009 con Forza Nuova, si è scagliato contro la «politica liberale» degli ultimi anni in Italia ed è interrotto più volte al grido di «duce, duce». «Non credete al centrodestra e al centrosinistra, ci fanno perdere –ha detto. Sono strumenti di un sistema che ci ha distrutto. Leggete bene la storia perché si ripete.

Mussolini ci ha dato l'esempio più grande che si può dare nella storia: ha preferito morire piuttosto che piegarsi». Per i militanti di destra, la marcia su Roma non è soltanto una tappa nostalgica, come conferma Domenico Morosini che assieme alla moglie gestisce il centro di ricerca dentro Villa Mussolini: «Se sarò ancora al mondo faremo la marcia pacifica a Roma nel 2012 per il centenario. Il duce ogni anno diventa sempre più importante, penso che dia più fastidio da morto che da vivo».

L'appuntamento a Predappio, come dimostra il dispiegamento di forze dell'ordine lungo la strada, preoccupa gli amministratori locali: alla vigilia dell'anniversario non sono mancate le polemiche, quest'anno in particolare dopo la scelta del sindaco del piccolo comune, Giorgio Frassineti (del Pd) di far pagare una tassa di 30 euro a tutti i pullman in arrivo. «In dieci anni mai una discussione –aggiunge Morosini. Perché tutti vengono proprio a Predappio? Perché cercano un leader che purtroppo ormai non c'è in Italia». Quella di Mussolini «è la terza tomba più visitata al mondo, con centomila persone l'anno.

Qui non facciamo politica, anche se c'è chi vorrebbe». Per l'anniversario dei 90 anni, l'artista di Gradara Mirko Ambrogini ha realizzato a Villa Mussolini una Via Crucis "Lacrime e sangue", per sottolineare i problemi del popolo italiano dovuti alla crisi economica. Iniziative di questo genere, spiega, sono «sempre contestate: è un sacrificio fare qualcosa in ricordo di Mussolini. Il fascismo e Mussolini è sempre qualcosa di scomodo, specialmente in un momento in cui l'Italia non ha una guida. Fa paura la presenza di Mussolini, perché moltissime delle sue idee erano una guida sicura per l'Italia».

Don Tam sospeso a divinis e scomunicato, è stato espulso anche dalla confraternita di Lefebvre. Di lui scrive Gian Antonio Stella: «“don” Giulio Maria Tam, in realtà non è “don”. Non lo è mai stato. Figlio di un impiegato comunale democristiano, mamma democristiana, un fratello più o meno leghista, un altro deputato alla Regione Lombardia per i Democratici di Sinistra tra i quali è finito con i cristiano-sociali di Pierre Carniti, altri due vagamente di centrodestra, è diventato fascista quando aveva quindici anni ed era già avviato a diventare un colosso di quasi due metri con le spalle a due ante e le mani enormi. Attivista di Alleanza Cattolica, vedeva la Chiesa conciliare come una «banda di mollaccioni senza spina dorsale».

Quindi, va da sé che, quando lo Spirito Santo lo chiamò, lui avvertì la chiamata come un mussoliniano monito: “a noi!”. E si andò a rinchiudere nel seminario di Ecône fondato dal vescovo Marcel Lefebvre». «Presi i voti (scismatici) nel 1980, ha girato mezzo mondo come missionario dei cattolici ultra-tradizionalisti nemici del Concilio Ecumenico Vaticano II: due anni in Italia, due in Svizzera, due in Messico, due in Spagna, due in Francia». Precisa Stella: «Sempre più duro, sempre più nero. Al punto che quando nel 2000 avvenne il tentativo di un riavvicinamento tra gli eredi del monsignore ultra-tradizionalista e la Chiesa, lui si oppose con tale cocciutaggine da essere buttato fuori dalla Fraternità: era troppo estremista anche per loro».

                   (Video)

Atene, arrestato giornalista: ha pubblicato una lista di evasori fiscali greci

Redazione - Dom, 28/10/2012 - 16:47

Kostas Vaxevanis è stato arrestato per aver svelato e pubblicato sulla Hot Doc 2.059 nomi di titolari greci di conti correnti svizzeri 

In manette un giornalista. E' successo ad Atene questa mattina dove Kostas Vaxevanis è stato arrestato per aver svelato e pubblicato sulla Hot Doc 2.059 nomi di titolari greci di conti correnti svizzeri nella banca HSBC.

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I nomi erano stati trasmessi al governo di Atene nel 2010 dall’allora ministro delle Finanze francese, Christine Lagarde (oggi direttore dell’Fmi). Ieri sera, non appena si è diffusa la notizia dell'arresto, il giornalista ha scritto su Twitter che "invece di arrestare i ladri e i ministri che violano la legge, (gli inquirenti) vogliono arrestare la verità". Le autorità di Atene affermano che la copia originale della lista ricevuta dalla Francia è scomparsa e ne hanno chiesto una nuova copia. Il governo Samaras aveva detto di non voler usare documenti ottenuti illegalmente per perseguire gli evasori, ma ha poi cambiato idea sulla base della rabbia popolare.

La lezione americana di Montanelli

Corriere della sera

Una lettera dei primi anni 50 al premio Pulitzer Edmund Stevens: a confronto le debolezze di due popoli

(Publifoto/Olycom)(Publifoto/Olycom)

Caro Edmund,

debbo muovere alcune obiezioni ai tuoi giudizi sull'ipocrisia americana. Anzitutto, non mi sono accorto che in America l'ipocrisia sia più diffusa che altrove: in Italia, per esempio. Mi sono accorto soltanto ch'essa è di diversa natura. Da noi l'ipocrisia non è un fatto sociale. Appartiene al novero delle iniziative private, e ognuno la esercita per fini personali. Gl'italiani, per esempio, non si metteranno mai d'accordo tra loro per sostenere una menzogna utile agl'interessi dello Stato o di una classe, come succede da voi, dove ogni tanto vengono varate grosse bugie collettive, cui ognuno si sforza di far finta di credere. Da noi nemmeno la dittatura fascista riuscì a imporre il conformismo. La gente applaudiva Mussolini ma non gli concedeva che il minimo necessario per poter continuare a vivere in pace. Italo Balbo, governatore della Libia, che una volta andai a trovare a Tripoli, mi disse, accennando alla sua uniforme con camicia nera: «Vedi cosa mi tocca fare per mantenere la famiglia?». Ed è press'a poco la stessa risposta che diede il vecchio Rossini al giovane Wagner, che gli chiedeva come mai aveva smesso di comporre. «Che volete? Prima, quando dovevo mantenere molti figli, ero obbligato a credere all'importanza della musica. Ma ora i miei figli son cresciuti e provvedono con i mezzi propri...».

L'ipocrisia in Italia è dettata dal senso dell'«opportuno». È spicciola, pratica e utilitaria. Quando un italiano vuol cambiare partito, non fa un esame di coscienza; si limita a un calcolo di convenienza. Una cinquantina d'anni fa, a Capri, una ricca famiglia inglese si mise in testa di convertire gli abitanti al protestantesimo. E in un certo senso ci riuscì perché tutti i neofiti avevano diritto a mangiare gratis. Ma a un certo punto scoperse che ogni domenica andavano a confessarsi da un prete cattolico che aveva dato loro il permesso. Frattanto i missionari erano caduti completamente in miseria, perché i loro seguaci di fede ne avevano poca, ma di appetito molto. E allora furono gl'«ipocriti» che mantennero loro senza punto domandargli in cambio la conversione al cattolicismo.

No, una vera e propria ipocrisia in Italia non c'è; ma non c'è per la ragione molto semplice, e poco nobile, che gl'italiani non hanno un Ideale. Essi accettano sé stessi. Non si sforzano di essere diversi e migliori di ciò che sono. In America l'ipocrisia nasce da questo tentativo. La donna americana che, prima di fare l'amore con un uomo che non è suo marito, beve, un po' per stimolare con l'alcol i suoi desideri, ma soprattutto per poter credere l'indomani di aver agito senza il controllo della coscienza, certo è un'ipocrita; ma lo è perché ha nell'animo un'idea di onestà e di pulizia da preservare contro le proprie debolezze. Ricordo la mia indignata sorpresa quando, all'indomani della mia prima esperienza erotica americana, mi vidi trattato con estrema freddezza dalla mia compagna che si rifiutò di parlarne. Ero furioso. Da buon italiano, mi sembrava offensivo e ignobile che una donna avesse dimenticato o provasse disgusto per una notte d'amore con me. E non riuscii a perdonarglielo.

Nemmeno ora questo atteggiamento, si capisce, mi piace; ma credo di comprenderne le ragioni. E la mia mente le accetta, anche se il mio temperamento le rifiuta.

Voi siete ipocriti anche in politica: quando fate dell'anticolonialismo, per esempio, voi che siete i figli e gli eredi della più spietata colonizzazione nella storia del mondo. Il linguaggio che tenete all'Onu starebbe benissimo nella bocca dei pellirosse; ma in quella di coloro che sterminarono i pellirosse, permettimi di dirti che stona un po'. Voi combattete nell'Africa del Nord i francesi schierandovi in favore degl'indigeni contro i quali essi hanno fatto molto meno di quello che voi faceste contro gl'indigeni vostri. Ora, è vero, voi trattate i pellirosse molto più lealmente e umanamente di quanto i francesi trattino gli arabi.

Ma è anche più facile, dopo averli ridotti a una esigua minoranza che, anche completamente parificata ai bianchi nella legge e nei diritti, non può più far loro nessuna concorrenza. Voi impedite agli europei di fare, in Africa e in Asia, quello che i vostri fathers , europei anch'essi, fecero in America. Politicamente, forse, avete ragione. Ma questo posso dirlo io, compaesano e allievo di Machiavelli, che mi ha insegnato la distinzione fra la politica e la morale. Tu, no. Per te, americano, la politica e la morale debbono coincidere. E qualche volta devi ammettere che coincidono male. Tanto, da farmi ricordare quello che Disraeli diceva di Gladstone: «Io non gli rimprovero di barare al giuoco: ogni uomo politico lo fa. Gli rimprovero di dire ch'è stato Dio a infilargli la carta nel polsino».

Eppure, io ammiro la vostra ipocrisia e capisco ch'essa rappresenta una forza sociale d'incalcolabile valore. Roosevelt fu un grosso ipocrita quando «obbligò» i giapponesi a attaccare Pearl Harbour mentre giurava alle madri americane che mai uno dei loro figli eccetera. Però con quella ipocrisia vi mise dalla parte del Bene contro il Male e fornì ai soldati americani un'arma molto più importante della bomba atomica: il Diritto. Fu insomma, lui puritano, un buon Machiavelli cattolico, un Machiavelli molto più machiavellico del nostro povero Mussolini, che di Machiavelli parlava tanto e non ne capiva nulla.

Eppoi, che importa? Tutta questa ipocrisia «di emergenza» non impedisce di fatto alla vita americana di essere intessuta di rapporti umani fra i più semplici e schietti e cordiali del mondo. Io nella «sincera» Italia non so mai fino a che punto fidarmi di un amico e fino a che punto diffidare d'un nemico. Qui, invece, lo so benissimo. Quando uno a New York m'invita a colazione, son sicuro, accettando, di fargli un piacere. A Roma no, o per lo meno non sempre.

Per concludere, rimango del mio avviso che l'ipocrisia è il tributo obbligatorio che il Peccato paga alla Virtù. Ma bisogna che questa Virtù ci sia, perché un popolo le paghi il tributo. In America c'è. È nello sforzo che ogni americano compie, più o meno in buona fede, per essere virtuoso. Non sempre ci riesce, ma quasi sempre se lo propone. In fondo a ognuno di essi sonnecchia un Jefferson fermamente persuaso che il Bene basta volerlo per instaurarlo sulla terra.

Noi questa ingenua fede l'abbiamo persa da secoli. E appunto per questo siamo maturi per diventare la colonia di un popolo puritano, ipocrita e forte. Se voi continuate a fare gli anticolonialisti, qualche altro - puritano anch'esso, a modo suo, e certamente più ipocrita di voi - ne approfitterà.

Pensateci.
Indro Montanelli
28 ottobre 2012 | 13:05

Bertinotti contestato: "Vergogna, hai il vitalizio"

Andrea Cuomo - Dom, 28/10/2012 - 08:40

Al "No Monti Day" sinistra e black bloc sfilano contro Monti


Roma Da un lato i volti un po' vintage della sinistra d'antan, quella dal velluto un po' liso e dal cachemire infeltrito. Dall'altro le sagome nere dei «black bloc» in versione fortunatamente vorrei-ma-non-posso (o potrei-ma-non-voglio) che stavolta hanno solo fatto temere il peggio.

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Sono le due anime del «No-Monti-Day» celebrato ieri pomeriggio a Roma da una sfilza di sigle di partiti, sindacati, associazioni della sinistra non governativa. Due anime che si sono incontrate e non si sono piaciute, al punto che Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera, si è beccato frasi non proprio complimentose dalla folla: «Hai sbagliato manifestazione, vai a fare gli inciuci con Cicchitto.

Vergognati, hai anche il vitalizio!», alcune gentilezze rivolte all'ex leader di Rifondazione, che da parte sua ha timbrato il cartellino con questa frase da consegnare ai posteri: «In Italia c'è un vuoto di progettazione politica, è un vero disastro».Le due anime del corteo, quella paciosa e radical chic e quella barricadera e con la voglia di menar le mani, non avendo molto da dirsi a parte qualche slogan contro il governo («sMontiamolo» il più creativo, è tutto dire) si sono alla fine separate.

Le frange composte da presunti studenti, no Tav, squatter e altre mine vaganti una volta giunte in piazza San Giovanni, tappa finale del corteo partito ore prima da piazza della Repubblica, hanno abbandonato qualche migliaio di pacifici antimontiani ai comizi, decidendo di scaldarsi con qualche fatto. È iniziato l'autonominato «corteo selvaggio», al quale centinaia di manifestanti si sono preparati travisandosi il viso, indossando i panni neri del «black bloc», rovistando nelle campane della raccolta vetro per trovare bottiglie, armandosi di bastoni trovati chissà dove. Preparativi che hanno fatto pensare al peggio le forze dell'ordine schierate in tenuta antisommossa.

I «selvaggi» si sono diretti verso Santa Croce in Gerusalemme e poi a Porta Maggiore. Da qui hanno imboccato la Tangenziale, bloccando all'altezza dello Scalo San Lorenzo la carreggiata in direzione Tiburtina. Poi, una passeggiata sulla bretella per l'autostrada A24, bloccata anch'essa per qualche minuto, quindi il ritorno sulla Tangenziale, stavolta in direzione San Giovanni. Per farsi notare gli incappucciati hanno lanciato sassi e petardi nell'altra carreggiata, fortunatamente vuota grazie al blocco volante orchestrato dalle forze dell'ordine. Forze dell'ordine con cui i «black bloc» hanno cercato lo scontro proprio all'uscita dalla tangenziale: qualche fumogeno e qualche bottiglia contro gli agenti, poi una ritirata strategica e pochi minuti dopo lo scioglimento di un corteo che selvaggio lo è stato solo un po'.

Scene già viste mille volte, così come gli assalti alle banche, bersagliate da molotov e sconciate dagli spray. Tutto parte di un copione stanco e trito, al punto che è bastato un po' più di attenzione da parte della Questura per tenere tutto sotto controllo. Per Roma, comunque, un altro pomeriggio di disagi, con decine di bus deviati, le fermate metro Manzoni e San Giovanni off-limits e tante saracinesche abbassate. «Chiederemo un risarcimento per i negozianti costretti a chiudere di sabato pomeriggio», ha annunciato Giuseppe Roscioli, presidente di Confcommercio Roma.

A 50 anni dall'attentato, Bescapè ricorda Mattei

Il Giorno

A 50 anni dalla sua tragica fine sono ancora molti quelli che lo ricordano per il contributo che diede alla lotta partigiana e alla nascita della Repubblica
di Manuela Marziani


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Bescapè, 28 ottobre 2012 - Esternare un sentito ringraziamento nei confronti di chi ha dato lavoro consentendo a tante famiglie di vivere serenamente. A 50 anni dalla tragica fine di Enrico Mattei, molti ancora non l’hanno dimenticato. Per questo ieri mattina sono arrivati in pullman da molte città del Nord Italia. Volevano rendere omaggio all’ex presidente dell’Eni che nelle campagne di Bascapé perse la vita mezzo secolo fa. In circa 400 persone si sono date appuntamento nella zona del sacrario realizzato dove in quel 27 ottobre 1962 cadde il bireattore di Mattei, per ascoltare la messa celebrata dal vescovo di Pavia, Giovanni Giudici. Subito dopo, in un tripudio di bandiere tricolori che richiamavano alla memoria il contributo di Mattei alla lotta partigiana e alla nascita della Repubblica, si è tenuta la commemorazione ufficiale.

Ed è stato proprio il presidente nazionale dei Partigiani cristiani, Raffaele Morini, che fu amico e collaboratore di Mattei a tratteggiare la figura del leader democristiano ricordandone le imprese sia come comandante partigiano sia come fondatore dell’Eni. «È edificante raccontare Enrico Mattei, specialmente in tempi di quasi totale eclisse morale, sociale e civile come quelli in cui viviamo», ha detto Morini. E, nel ripercorrere la vita del presidente dell’Eni, è partito dall’8 settembre 1943, quando l’Italia aveva perso la Patria e la prima azione del comandante Monti (alias Mattei) fu quella di «fornire vitto, armi e munizioni a quei giovani ribelli che non vollero ammainare il tricolore».

Sul fronte professionale, invece, l’attività di Mattei cominciò quando l’allora ministro delle Finanze Marcello Soleri, nominò Mattei commissario per liquidare l’Agip del Nord Italia, «ma se ne servì per rilanciare l’azienda petrolifera». «All’epoca - ha ricordato il presidente dei Partigiani cristiani - l’Italia era alla fame e molti cercavano di emigrare all’estero in cerca di lavoro. Nel ‘53 Mattei costituì l’Eni e oltre ad ottenere vantaggiosi contratti per la ricerca e produzione di idrocarburi in mezzo mondo, acquisì le fabbriche sull’orlo del fallimento come la Nuova Pignone e Lanerossi per dare lavoro alla sua gente. Intanto riuscì a potenziare il metano, mentre per lanciare l’agricoltura costruì lo stabilimento per fertilizzanti a Ravenna».

Quindi Morini non ha dubbi: «L’artefice del miracolo italiano è stato Enrico Mattei. È merito suo se l’Italia è risorta dalla miseria. E voleva farne il più bel giardino del mondo. Ci sarebbe riuscito, se una bomba non lo avesse fermato». E così il ricordo di Mattei diventa l’occasione per ribadire un amore per l’Italia che si deve rinnovare nonostante tutte le mafie.

Ecco cosa rischia Bersani per la segretaria

Andrea Zambrano - Dom, 28/10/2012 - 08:57

Impossibile che non sapesse che la sua fedelissima Zoia Veronesi fosse dirigente regionale (non laureata)

Bologna In tempi in cui si chiede l’eliminazione del valore legale della laurea, ecco che le Regioni danno il buon esempio.


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Accadde anche a Matteo Renzi, che venne condannato dalla Corte conti per aver assunto quattro segretarie del suo staff senza il titolo universi­tario. Così Pierluigi Bersani non poteva essere da meno e ora si tro­va invischiato in una vicenda simi­le. Zoia Veronesi, segretaria del leader Pd e dirigente della Regio­ne Emilia Romagna dal 2008 al 2010, accusata dalla Procura di Bologna di truffa aggravata pro­prio per quell’incarico dirigenzia­le svolto mentre lavorava anche per il leader Pd, non aveva il curri­culum necessario per quel posto.

La Veronesi all’ufficio distaccato di Roma per conto della Regione arrivò da semplice impiegata am­ministrativa senza concorso, pro­cedimento legittimo, ma sempre a rischio clientelismo. Lo ottenne però senza la credenziale fonda­mentale: la laurea. La segretaria di Bersani è stata torchiata per ben quattro ore nell’ufficio del procuratore aggiunto Valter Gio­vannini.

Il risultato è un verbale secretato e un incontro che i legali della donna hanno definito «sere­no ».Lei è fuggita a bordo di un’au­to coperta da alcune foglie, però. Così a tenere banco sono i dubbi di una vicenda che rischia davve­ro di compromettere la corsa di Bersani alla guida del Pd anche se, come abbiamo visto, lo stesso Renzi finì nella trappola per una vicenda simile, quindi i due po­trebbero anche concludere que­sto match in parità. Cosa che però non sembra in­tenzionata a fare la Procura dopo l’esposto del parlamentare Enzo Raisi, che con la sua segnalazione ha dato il via due anni fa all’in­chiesta approdata ora con l’iscrizione nel registro degli in­dagati della Verone­si e di Bruno Solaroli.

Questi, da capo di gabi­netto della seconda giun­ta Errani firmò nella primave­ra del 2008 la delibera con cui alla Veronesi veniva affidato l’incari­co di curare i rapporti tra la giunta regionale e il Parlamento. Giunta e non Consiglio. Distinzione non formale. La nomina di dirigente a chiamata della Veronesi e i conse­guenti 155mila euro di compenso in un anno e mezzo sulla cui natu­ra ora la Procura ha acceso i riflet­tori, non nascono in Consi­glio regionale. Dove a vigilare su nomine e incarichi ci sono i questori ed even­tuali trucchi sa­rebbero stati facil­mente scoperti. A chiamare la Vero­nesi è proprio Errani o qualcuno della sua giunta.

Tanto più che l’inca­rico che sostiene di aver svolto a Roma per conto della Regione, in realtà era per conto della giunta. Per pratiche di confronto su leggi e provvedimenti normativi il con­siglio si avvale della conferenza dei presidenti d’assemblea. Nel caso della Veronesi invece i «dato­ri di lavoro » erano il governatore e gli assessori. Così Solaroli si trova indagato per abuso d’ufficio, rea­to del quale vengono accusati i pubblici ufficiali che affidano in­carichi a persone senza il necessa­rio pedigree. Quello della Verone­si era un incarico a stretto contat­to con il governatore. Che sembra essere passato inosservato ai par­lamentari emiliani.

Lo ha confer­mato lo stesso Raisi, che ha detto di non aver mai incontrato la si­gnora in Parlamento: «E sì che so­no alla Camera da diversi anni». Lei invece aveva già spiegato di aver lavorato nel tempo perso per Bersani, al termine delle sue 36 ore come da contratto. Ma la giu­stificazione della segretaria «hob­bista » del leader del Pd insospetti­sce il deputato di Fli che dice di sentirsi «preso in giro». Lei ha detto che in quell’ufficio incontrava i parlamentari e si rac­cordava con la Regione. Ma qui il mistero e le zone d’ombra si fan­no più fitti: «Forse incontrava i de­putati Pd? Ma li vedeva come diri­gente o come segretaria di Bersa­ni?

Tonino da accusatore ad accusato: sull’eredità milionaria balbetta in tv

Laura Cesaretti - Dom, 28/10/2012 - 09:01

Di Pietro viene messo alle strette sulla donazione Borletti e s’inceppa: "Non ricordo...". E alla fine inveisce

Roma Fa quasi tenerezza, a guardarlo in faccia mentre, interrogato in una scena degna di Lie to me , batte le palpebre e si impappina.


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Ma si può capirlo, passare così bruscamente dal pulpito del­l’accusa allo sgabello dell’im­putato è un bello choc. È un Tonino Di Pietro del tutto inedito, quello che andrà in onda stasera a Report , la trasmissione di Milena Gabanelli su Rai 3. Un Di Pietro cui toc­ca difendersi alla meglio, in­ciampando nei «non ricordo» che non perdonava ai suoi imputati, da brutte storie che riemergono dal suo passato.

La donazione della ereditiera Borletti, ad esempio: Di Pietro non ricorda a quanto am­montasse la cifra che la si­gnora regalò a lui ( e anche a Romano Prodi) nel lon­tano 1995, alla vigilia del­la loro comune scesa in campo. «Forse 500 milio­ni », butta lì. La giornalista Sa­brina Giannini mostra docu­menti contabili: 954 e rotti milioni di lire, «una delle più ingenti donazioni ad uomini politici della storia repubblica­na ».E che ne ha fatto,l’uomo di Mani pu­lite? «Li ho usati per fare politica», giura.

Ma in una memoria consegnata al Gip di Roma, lo stesso ex pm ha dichiarato nel 2010 di averli usati per l’acquisto di im­mobili, incalza la giornalista. Un tic ner­voso gli contrae la guancia, Di Pietro cor­re ai ripari: «Certo, la parte che ho ricevu­to a titolo personale l’ho usata per com­prare immobili», due appartamenti in quel di Busto Arsizio, acquistati «a titolo personale». Peccato che, come dice pa­cioso Prodi in un’intervista parallela, quei soldi fossero destinati «non alla no­stra bella faccia, ma alla politica».

Una storia già nota e già raccontata (anche dal Giornale ), ma mai prima d’ora gli era toccato darne conto,davan­ti a una telecamera. D’altronde, in dieci anni, il suo partito ha incassato circa 100 milioni di euro, in buona parte gestiti «in famiglia»da lui,la moglie e la fida tesorie­ra Silvana Mura: solo dal 2009 gli altri esponenti del partito hanno potuto ini­ziare a ficcare il naso nei conti di Idv.

E Re­port stavolta ha deciso di puntare i riflet­tori sul Grande Accusatore, e di cercare di capire perché, proprio nel partito-fuci­na della questione morale, siano potuti nascere, crescere e ingrassare a decine non solo gli Scilipoti e i De Gregorio, ma anche i Maruccio (l’ex assessore regiona­le del-Lazio fino a ieri fidatissimo collabo­ratore di Di Pietro, accusato di essersi im­boscato 780mila euro di «rimborsi») e i Paolo Nanni (il consigliere regionale del­l’Emilia accusato di aver fatto sparire 450mila euro del gruppo e indagato per peculato).

A proposito del quale spunta, sul sito Affari Italiani , un’altra perla di­pietresca: in una trasmissione del 2009 un giovane militante di Idv chiedeva con­to a Di Pietro delle dubbie imprese di Nanni, e l’ex pm insorgeva in sua difesa: «Sono molto orgoglioso di lui e me lo ten­go stretto». Ma stare dall’altra parte della barrica­ta è dura, e a Di Pietro saltano presto i ner­vi. Non ci sta, l’ex pm, e si scaglia contro la giornalista poco compiacente: «Il ser­vizio pubblico se la prende con noi per gli stuzzicadenti invece di pensare alle travi degli altri!», inveisce. Un classico.

I carbonari del cinema saudita con la cinepresa sotto la tunica

La Stampa


Nel regno i film sono praticamente proibiti, un gruppo organizza sale clandestine

Fabio sindici


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Girare un film con una videocamera nascosta tra le pieghe dell’abaya, il lungo mantello nero che copre integralmente il corpo delle donne arabe, può essere doppiamente pericoloso nel regno di Abdullah al Saud. In Arabia Saudita, infatti, i cinema sono banditi dalla seconda metà degli anni ’70, dopo l’assassinio dell’allora re Feisal, molto criticato per aver introdotto la televisione. Gli sceicchi più intransigenti ritengono la settima arte un’offesa alla morale islamica. Se poi a riprendere le immagini è una donna, con l’intento di denunciare la condizione femminile stretta tra la sharia, la legge islamica, e le rigide regole delle tradizioni tribali, l’intervento della mutaween, la polizia religiosa, è scontato. Sempre che la cineasta ribelle venga colta in flagrante.

Un film in soggettiva - la vita quotidiana nel paese saudita vista dagli occhi di una donna attraverso la fessura del niqab - è uno dei progetti di Red Wax Secret Cinema, piccola carboneria cinefila composta da quattro uomini e una donna, tutti entusiasti e pronti a rischiare la prigione per la riapertura delle sale cinematografiche del regno. Il nome si riferisce alla ceralacca dei sigilli anti-cinema, ma pure a una qualità locale di hashish. Il loro primo exploit è stata una proiezione clandestina in un magazzino della città di Abbha, nel sud-est del paese. Gli spettatori erano circa sessanta, avvertiti via sms o chiamati direttamente al telefono dagli organizzatori. Hanno tutti parcheggiato lontano, per evitare sospetti. Il film, un documentario sulle vite degli immigrati stranieri impiegati come operai in un grande progetto edilizio, è stato proiettato su un lenzuolo steso.

«Eravamo tutti molto nervosi», ha detto il regista del film, uno dei fondatori della Red Wax, intervistato dal quotidiano inglese The Guardian. «Non avevamo nessun piano, nel caso la polizia avesse fatto irruzione. Probabilmente saremmo finiti in prigione». Le rivoluzioni, anche quelle gentili, comportano dei rischi. Ma i «rivoluzionari» della Red Wax sono sicuri dell’appoggio popolare e contano sulle divisioni all’interno delle gerarchie saudite. Nel 2008, il principe Walid bin Talal, nipote del re, ha prodotto la commedia «Menahi», la prima pellicola in trent’anni a cui il pubblico ha avuto accesso. Limitato però. La programmazione, a Jeddah e nella vicina Talif, è durata solo una settimana. Prima c’era stato il Saudi Film Festival di Damman, anche questo di vita breve, dopo le proteste dell’ala più radicale del clero wahabita, interprete di una versione letterale e conservatrice del Corano. 

Una fatwah del 2009 aveva portato al divieto esplicito del governo alla costruzione di sale cinematografiche. Così, per vedere un film, i sudditi della monarchia saudita viaggiano in massa. Secondo dati delle autorità di Ryad, la capitale, sono più di 230 mila i cittadini sauditi che ogni anno attraversano il confine con gli Emirati per entrare in un cinema. Questi turisti cinefili vedono un film al giorno prima di tornare a casa. Proprio un documentario, «Cinema 500 km» racconta il lungo viaggio di un ventenne fino in Bahrein per vedere il suo primo film. Abdullah al Eyaf, il regista, sostiene che un gestore di cinema del Bahrein gli ha assicurato che il novanta per cento dei suoi spettatori sono sauditi.

Al Eyaf, che ha diretto quattro film che hanno fatto il giro dei festival cinematografici del globo, non ha mai potuto vederne uno proiettato in patria. Oltre a viaggiare i sauditi scaricano una quantità impressionante di film da Internet o li vedono sulla tv satellitare. Molti registi mettono i loro cortometraggi di denuncia su Youtube, visualizzati milioni di volte. Anche dalla polizia, che lo scorso anno ha rintracciato e arrestato un video blogger, autore di un corto sui poveri di Ryad. 

«Su Youtube, la pagina può essere facilmente bloccata» dicono i registi della Red Wax. «Meglio le proiezioni clandestine per rispondere alla voglia di cinema del paese». I cine-carbonari pensano a proiezioni con centinaia di spettatori, uomini e donne, a Ryad e a Jedda, le città principali, tramite appuntamenti postati sui social network. In modo da creare un movimento d’opinione. I loro sono film socialmente impegnati: un altro progetto è centrato sul ricorso frequente degli arabi alla stregoneria. E anche qui il rischio si moltiplica, visto che per chi la pratica la pena prevista è la decapitazione. 

Per chi la riprende la punizione non è altrettanto chiara. «Non esiste nel Corano o negli hadith, nulla che possa essere visto come una proibizione, anche indiretta, del cinema» spiega un altro dei membri della Red Wax. «Solo che per i radicali ogni cosa che non è menzionata nei testi sacri è proibita».   L’interpretazione dipende anche dalle diverse zone del paese: Jedda è più liberale, Ryad, roccaforte della dinastia Saud, è molto tradizionale. Così la regista segreta sarà accompagnata, come vuole la regola, da un parente maschio, anche questo cinefilo. E sarà, per ironia, proprio la veste più tradizionale, l’abaya con il niqab a coprire il volto, ad aiutarla a nascondere la videocamera dagli sguardi indiscreti, tra un ciak e l’altro.

Genitori, dall’amore all’odio Perchè bisogna difendere i figli

Corriere ella sera


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La storia di Caterina, mamma separata, dopo il caso eclatante che ha visto protagonista Leonardo, il bambino conteso dai genitori e trascinato a forza dalla scuola. Perchè in una separazione è necessario salvare il bambino e la propria dignità di essere umano.


Sono una di quelle/i che ha sperimentato la conflittualità esacerbata dei genitori che si separano e l’inevitabile conflitto di lealtà che ne deriva (con chi ti allei?). Una forma di alienazione. Veramente allora, agli inizi degli anni 70, non si chiamava così. Anzi, non si chiamava affatto. Era una condizione e basta. Genitori in separazione crudele e tempestosa, con la legge sul divorzio appena approvata (1° dicembre 1970), madre massacrata dall’abbandono, padre di colpo latitante, figli (3) nel pallone. La più piccola, io, appena diciottenne (si era maggiorenni a ventun’anni, allora, ed è stato così fino a marzo del 1975), l’unica a vivere ancora in casa, con mammà.

L’odio della madre è così ricaduto sulla figlia: salve le apparenze («sì sì,vai pure a cena con papà una volta ogni quindici giorni, devi vederlo. Ma lo sai che mi ha appena detto che ha venduto tutti i quadri che abbiamo alle pareti e che un mercante li verrà a prendere sabato…?»), la denigrazione del papà, la distruzione della sua immagine fu totale, l’allontanamento inevitabile. E per quasi trent’anni mio padre è stato una chimera, un fantasma, una mancanza. L’oggetto di tutto il mio risentimento.

Intanto ho avuto un figlio anch’io, da un matrimonio che speravo eterno e che invece è finito. Avevo giurato, alla sua nascita, che Dario non avrebbe mai vissuto una separazione. Per la sanità mentale di tutti sono diventata spergiura.

Ma la promessa di non fargli vivere l’inferno vissuto da me l’ho mantenuta. Ho rinunciato a molto, è vero, sul piano materiale. E Dario ha rinunciato con me. Ho ceduto su condizioni che hanno reso la mia vita pratica, e quella di Dario, più difficile.
Sono diventata più povera, un bel po’, e anche Dario. Però, con suo padre ho parlato sempre. Anche nei momenti più difficili, quando la rabbia e il dolore mi avrebbero spinto a fare la guerra. O quando, la pigrizia del padre faceva soffrire Dario, che si sentiva ignorato. Ho sempre cercato di spiegare a mio figlio com’era fatto il suo papà, perché a volte non lo vedeva quando avrebbe dovuto, e al papà ho spiegato le sofferenze del figlio.
Quando ci siamo trovati a vivere in luoghi differenti mi sono scapicollata su e giù per l’Italia per portare il bambino dov’era il genitore purché lo vedesse, per non spezzare quel filo prezioso che non è più “la” famiglia ma è un “altro tipo” di famiglia, alla quale i bambini hanno comunque diritto.
Adesso Dario ha 23 anni e con suo padre ha un rapporto bello e complicato, come (quasi) tutti. Non abbiamo mai parlato a fondo del «perché mamma tu difendi sempre papà». Ma credo che lui cominci a capirlo. Mi chiedo a volte se non sono stata per lui una mamma troppo “diplomatica”, quanto abbia odiato la mia perenne stanchezza (fisica e non solo), quanto sia stato difficile per lui capire perché i suoi genitori, che non litigavano mai, non stavano più insieme…

So però che ne è valsa la pena, che tutti i sacrifici, le lacrime nascoste, il lavoro fino a notte e anche la poca solidarietà (come se non essendoci conflitto non ci fosse diritto alla sofferenza) hanno portato Dario a non perdere il suo papà, a vivergli accanto il più possibile nonostante la separazione, a volergli bene comunque. A non maturare nessuna moderna alienazione, a non vivere quello che avevo vissuto io. E penso che le situazioni di conflitto, anche quelle che non portano alle estreme e controverse conseguenze che hanno colpito il piccolo Leonardo, hanno come vittime i bambini.

Ma vittima, pari merito, è pure la dignità degli

Mali: il terrore quedista regna a Timbuctu

Corriere della sera

Demolito il simbolo dell'indipendenza: strade deserte e cittadini terrorizzati

Il monumento di TimbuctuIl monumento di Timbuctu

AL ABAMAKO - Bulldozer, mazze e picconi. Sono le armi con cui gli integralisti islamici, che occupano Timbuctu dal marzo scorso, stanno distruggendo l’immenso patrimonio artistico della «Perla del deserto». Ultimo bersaglio, il monumento all’Indipendenza che sorge al centro della città, preso di mira sabato dai qaedisti del Mali. Una statua di Al Faruk, leggendario protettore della «Città dei 333 santi», incorniciata da una costruzione triangolare in muratura.

CONFLITTO INTERRELIGIOSO - Nell’oscurantismo praticato con sistematica violenza dai gruppi terroristici che hanno imposto la sharia su quasi due terzi del territorio del Mali, soltanto Allah può essere venerato. E così, come in Tunisia e Libia, distruggono mausolei sacri al sufismo (corrente spirituale dell’islam) e luoghi di culto musulmani e cristiani patrimoni dell’umanità “protetti” dall’Unesco. Tutto quello che è prova di culti più antichi e radicati del loro bieco salafismo o integralismo islamico, anche all’interno dello stesso islam, viene distrutto. Come i talebani con i preziosi Buddha di Bamiyan in Afghanistan.

Timbuctù e i suoi mausolei Timbuctù e i suoi mausolei Timbuctù e i suoi mausolei Timbuctù e i suoi mausolei Timbuctù e i suoi mausolei

FESTA ROVINATA - Timbuctu si è svegliata il giorno dopo la festa dell’Aid al Adha la festa musulmana del sacrificio del montone, con una nuova ferita. Il Centro di raccomandazione e divieto islamico, diventato - dalla presa della città da parte di Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico), Mujao (Movimento per l’unicità e la Jihad in Africa occidentale) e Ansar Addin (i «difensori della religione») - il nuovo centro del potere repressivo degli uomini con barba e turbante, ha stabilito che la distruzione del monumento, cominciato i primi giorni d’occupazione, doveva essere completato.

LA TESTIMONIANZA - Hibraim, un giovane abitante di Timbuctu che ha deciso di non scappare (come invece hanno fatto molti amici e quasi tutta la sua famiglia) racconta al telefono come la città abbia trascorso il giorno della festa in un clima surreale: «Le strade sono deserte, nessuno esce né ha voglia di festeggiare. Siamo terrorizzati. Pochi hanno sacrificato il montone. Sono mesi che non c’è lavoro e la gente non ha soldi neanche per l’Aid».

DIVIETO DI TRUCCARSI ALLE DONNE - Il racconto continua concitato, nonostante la linea disturbata: «La polizia islamica ha addirittura impedito alle donne di uscire a visitare i parenti, come si fa tradizionalmente. Hanno detto che se si truccano è bene che stiano in casa con il marito, non possono uscire. Per le nostre mogli è normale truccarsi per andare a trovare i parenti i giorni di festa». Omar è un buon musulmano come il 95% della popolazione del Mali, ma non condivide tale lettura reazionaria e anacronistica della religione. «Questa è gente venuta da fuori, che si finanzia con il traffico di droga e con i riscatti dei rapimenti di occidentali. Questo è terrorismo, non islam!».

EMERGENZA UMANITARIA - Negli ultimi mesi la situazione a Timbuctu, Gao e Kidal, i tre capoluoghi del nord del Mali, è degenerata fino a diventare un’emergenza umanitaria senza precedenti: esecuzioni, amputazioni, lapidazioni, stupri, arruolamento di bambini soldato. Oltre 400 mila profughi sono scappati al sud o in Paesi vicini, in fuga dalle vessazioni e da una grave crisi alimentare che sta flagellando la regione saharo-saheliana. Per questo l’Onu, l’Unione Europea e l’Unione Africana, riunitisi a Bamako lo scorso 19 ottobre, stanno accelerando i tempi di un intervento armato internazionale per liberare le regioni settentrionali del Mali.

PRODI, L’ONU E L’INTERVENTO - L’attesa risoluzione 20/71 votata dall’Onu all’unanimità il 12 ottobre, dà 45 giorni alla Cedeao (la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) per presentare un piano di guerra credibile e strutturato. La nomina dell’ex presidente del Consiglio italiano e dell’Unione Europea Romano Prodi a inviato speciale di Ban Ki-Moon nel Sahel esprime l’urgenza e l’impegno della comunità internazionale, decisa a sradicare la minaccia qaedista dalle sabbie del Mali.

RINFORZI - Ma con l’avvicinarsi dell’intervento dell’esercito maliano e dei 3.300 soldati della Cedeao (che comunque non comincerà prima del nuovo anno, secondo fonti diplomatiche), le fila dei qaedisti si rafforzano di nuovi combattenti arrivati da Paesi vicini e lontani: Algeria, Mauritania, Tunisia, Egitto, ma anche Francia, Pakistan e Afghanistan. La galassia del terrorismo mondiale di stampo jihadista si sta dando appuntamento nel deserto del Sahara, diventato il suo santuario. Timbuctu non è mai stata tanto (pericolosamente) vicina all’Europa.

Andrea de Georgio
28 ottobre 2012 | 10:33