lunedì 29 ottobre 2012

Tonino, che delusione!» Idv nella bufera dopo Report

Corriere della sera

I fan di Di Pietro lo accusano «Troppa incertezza sui conti». E al voto in Sicilia è flop

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Nell'Idv di Antonio Di Pietro si scatena la bufera. Colpa delle rivelazioni di Report sul bilancio del partito. Ma anche dei risultati non certo lusinghieri del voto in Sicilia. Domenica la trasmissione di Milena Gabanelli ha puntato i riflettori sui conti dell'Italia dei Valori, riproponendo una serie di fatti opachi nella gestione dei fondi del patito. Nessuna accusa nuova. Il problema è stata la reazione titubante, un po' incerta, dell'ex pm. Atteggiamento che non è sfuggito ai sostenitori del partito. A giudicare almeno dai commenti che gli stessi dipietristi hanno postato all'indomani della puntata sul sito del loro leader e sulla sua pagina Facebook. Ci sono i delusi e gli amareggiati.

 L'intervista di Report all'ex pm di Sabrina Giannini  

I POST - Domenico Branchina, che pure si dice «uno tra i suoi più convinti sostenitori», biasima il leader: «A Report non ha fatto una bella figura! Quei 'non ricordo' e quella insicurezza dimostrata , beh… mi hanno lasciato un po' titubante. Sicuramente qualche sbaglio nel suo percorso l'avrà fatto anche lei». La militante che si firma Asia è ancora più dura: «Non provo neppure più rabbia, ma solo tanta tristezza…». In tv, spiega, «Di Pietro sembrava un cane 'mazziato'', impacciato e nervoso come chi non sa cosa rispondere quando viene messo all'angolo davanti a prove certe». E ancora: «Tonino, che delusione!».

«ORA IL CONGRESSO» - Non bastasse Report, anche dalla Sicilia arrivano brutte notizie per Di Pietro. Il candidato di Idv e Sel Giovanna Marano, raccoglie il 6,19% dei consensi. Oltre dieci punti più in basso del grillino Giancarlo Cancelleri, che a meno di metà spoglio è al 18.8%. A Palermo, città guidata da Leoluca Orlando, il Movimento 5 Stelle si colloca al primo posto nelle preferenze dei cittadini del capoluogo. Lo stesso Orlando trae una conclusione che pesa: lui è stato eletto con oltre il 60% dei voti in più rispetto alla coalizione che lo sosteneva.

E oggi dalle urne siciliane arriva «l'ulteriore conferma della fine del sistema dei partiti e della rappresentanza così come li abbiamo conosciuti». Come tra i sostenitori del partito, anche tra i big il malcontento è tanto. Al punto che l'ala moderata ora chiede a viva voce un chiarimento politico con il capo. Per Massimo Donadi «è ora di un congresso straordinario e di un profondo rinnovamento». Nello Formisano mette in discussione la linea del radicalismo a sinistra, responsabile della sconfitta in Sicilia. «I nostri elettori- dice- non capiscono. Ci vedono come l'anima critica del centrosinistra ma senza avventure diverse che ci pongono fuori dalla coalizione».


Redazione Online29 ottobre 2012 | 17:58

Laziogate, Storace assolto in Appello: «Oggi finalmente finisce un calvario»

Il Messaggero

In primo grado era stato condannato a un anno e sei mesi per concorso in accesso abusivo a sistema informatico in occasione delle regionali 2005.

«Sette anni di calvario e oggi scopriamo che questa vicenda, per la quale mi sono dimesso da ministro della Sanità e costata la corsa per la Regione Lazio, non sussiste».


CatturaCosì Francesco Storace commenta, visibilmente commosso, la decisione della I sezione della corte d'Appello di Roma che lo ha assolto nella vicenda Laziogate. «Questa storia all'epoca venne definita uno scandalo. Alla luce di tutto ciò posso affermare che comunque non sono riusciti a togliermi la dignità», ha detto lasciando la Corte d'Appello. In primo grado Storace era stato condannato a un anno e sei mesi.
 
La vicenda riguarda la presunta incursione illecita nella banca dati dell'anagrafe del Comune di Roma e all'attività di spionaggio compiuta ai danni di Alternativa Sociale, il movimento guidato da Alessandra Mussolini, nella primavera del 2005. I giudici della I corte d'appello di Roma, presidente Eugenio Mauro, hanno fatto cadere le accuse nei confronti anche del suo ex portavoce Nicolò Accame, che in primo grado aveva avuto 2 anni. Assolti Mirko Maceri, che era ex direttore di Laziomatica; così come l'avvocato Romolo Reboa (che presentò l'esposto a suo tempo contro As); e Nicola Santoro, figlio del magistrato della

commissione elettorale presso la corte d'appello di Roma che escluse Alternativa Sociale dalle elezioni. Avevano avuto un anno. Cadute le contestazioni anche per l'allora vicepresidente del consiglio comunale per An, Vincenzo Piso (per cui anche in primo grado la Procura aveva chiesto l'assoluzione). Unica condannata, Tiziana Perreca, ex collaboratrice dello staff di Storace, che ha avuto 6 mesi per favoreggiamento. Confermata l'assoluzione di Daniele Caliciotti, l'ex dipendente di Laziomatica. E nei suoi confronti non era stata appellata la sentenza.
 
Alemanno. «Ho appreso con particolare soddisfazione la notizia dell'assoluzione di Francesco Storace nell'ambito del processo Laziogate. Finalmente, dopo ben sette anni, viene fatta chiarezza su questa vicenda e viene dimostrata l'assoluta inconsistenza delle accuse. A Francesco voglio rinnovare le mie felicitazioni». Lo dichiara il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.
 
Polverini. «L'assoluzione di Francesco Storace è davvero una bella notizia. Una decisione che accogliamo con grande soddisfazione e arriva, dimostrando che il fatto non sussiste, dopo sette lunghi anni che Francesco ha vissuto, difendendosi durante tutto il processo, senza rinunciare al proprio impegno politico, portato avanti con la passione e la determinazione di sempre. A lui vanno le nostre congratulazioni». E' quanto dichiara invece il presidente dimissionario della Regione Lazio, Renata Polverini.

Buontempo. «Non abbiamo mai avuto dubbi sull'innocenza di Francesco Storace in merito al cosiddetto Laziogate». Lo afferma, in una nota, il presidente de La Destra Teodoro Buontempo. «Ora, finalmente, il segretario nazionale de La Destra, nel processo di secondo grado - aggiunge - viene assolto dalla Corte d'Appello. Sappiamo quanto le accuse che gli venivano mosse lo avevano turbato, ma grazie al suo carattere Storace ha fatto della sofferenza un motivo in più per combattere in nome della giustizia».


Lunedì 29 Ottobre 2012 - 17:43
Ultimo aggiornamento: 18:35

Ginevra travolta da uno tsunami 1500 anni fa

Corriere della sera

Un'onda anomala sollevata da una grande frana caduta nell'anno 563

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Era il 563 d. C. quando un’onda gigante si formò nel lago di Ginevra, abbattendo un muro d’acqua sulle coste, che spazzò via persone, villaggi e mandrie di animali. Lo raccontano gli scienziati dell’Università di Ginevra, che in una lettera a Nature Geoscience avvertono: il rischio è sottovalutato, perché la gente non pensa che gli tsunami possano accadere nei laghi.

FRANA - «In seguito ai recenti tsunami in Indonesia (2004), Cile (2010) e Giappone (2011), i rischi associati ai maremoti sono sotto i riflettori. La maggior parte avviene in ambito marino a seguito di grandi terremoti. Le comunità che vivono in territori senza sbocco al mare, in regioni non affette da mega-terremoti, non sono tuttavia immuni dai loro effetti distruttivi…», così inizia la lettera inviata da Katrina Kremer e la sua équipe di scienziati. La squadra ha ricostruito il cosiddetto «episodio di Tauredunum» Tauredunum era il nome della montagna oggi nota come Grammont, all’estremità orientale del lago di Ginevra, vicino alla foce del fiume Rodano che vi s’immette. L’analisi approfondita dell’incidente porta gli scienziati a pensare che città come Ginevra e Losanna rimangano tutt’oggi vulnerabili, così come tutte le città a bordo lago o lungo i fiordi. «Il rischio è sottostimato perché la maggior parte di persone semplicemente non sa che gli tsunami possono avvenire nei laghi», ha dichiarato Kremer.

LA STORIA - Fu una caduta di massi a scatenare l’inferno d’acqua. Le prove raccolte dagli scienziati evidenziano come un pezzo di montagna si abbatté nel fiume Rodano a cinque chilometri di distanza da dove s’immette nel lago Lemano, al lato opposto di quello dove sorge la città che dà nome al lago, Ginevra. Un muro d’acqua e di fango invase le rive del lago, superando le mura della città di Ginevra e annegando la gente - oltre che intere mandrie di animali - e distruggendo tutto ciò che si trovava sul passaggio. Due sono i resoconti del disastro pervenuti fino ai nostri giorni. Uno è quello di un vescovo francese, Gregorio di Tours, che parla di una catastrofe sconcertante quanto terrificante. L’altro racconto di uno dei sopravvissuti è quello del vescovo San Mario di Avenches, che descrive come mulini, chiese, un ponte sul fiume – che a Ginevra riprende il suo corso – uomini e animali siano stati spazzati via.

L’ANALISI DEGLI SCIENZIATI - Le cause dell'onda anomala e la portata dei danni che provocò sono stati oggetto di congetture per secoli. In passato si credeva che la frana avesse creato una diga naturale nel fiume Rodano dove, cedendo alla pressione dell’acqua, si aprì una falla qualche mese più tardi, provocando l’esondazione del lago che inghiottì i villaggi su entrambe le rive. Nell’ultimo decennio diverse squadre di scienziati hanno messo insieme i pezzi, e la teoria affermatasi con le analisi compiute da quella guidata da Kremer è più preoccupante. La corrente del fiume quando si immette nel lago rallenta e deposita sedimenti sciolti che formano una sorta di delta sottacqua inciso profondamente da vari canali. Fu il collasso di questi canali incisi, provocato dalla caduta dei massi dalla montagna, a generare l'onda anomala che ha spinto i sedimenti verso il centro del lago. L’équipe ha perlustrato le zone più profonde del lago con un radar ad alta risoluzione scoprendo un deposito lungo dieci chilometri, largo cinque e di cinque metri di spessore. La sua analisi ha permesso di datarlo e di identificare il punto d’origine, per poi riprodurre l’avvenimento con un modello matematico.

LA MINACCIA DAI DEPOSITI - «Le nostre simulazioni mostrano che il collasso del delta nel lago genera un ampio tsunami con un’onda di 13 metri che colpisce le rive dopo soli 15 minuti. A Ginevra un’onda di 8 metri può arrivare 70 minuti dopo l’inizio del movimento», scrivono gli scienziati. Preoccupante è il fatto che, essendo il deposito alla bocca del fiume il frutto di un processo continuo, basterebbe un smottamento, un terremoto o un temporale violento a scatenare la reazione. Nel corso degli ultimi 10 mila anni hanno avuto luogo vari smottamenti e frane di ampia portata sulle montagne. Questo tipo di disastri naturali iniziarono a intensificarsi durante il XIX secolo – come si legge nel sito internet del dipartimento federale degli Affari esteri svizzero – a causa dell'industrializzazione e il conseguente disboscamento indiscriminato delle foreste che da sempre proteggevano i pendii delle montagne. Secondo gli scienziati, il rischio per il milione abbondante di persone che vivono nelle vicinanze delle rive del lago esiste, e un evento simile a quello accaduto nel 563 potrebbe ripetersi ancora.


Carola Traverso Saibante
29 ottobre 2012 | 18:15

Panico da apocalisse, in Francia scatta la corsa ai cibi liofilizzati

La Stampa

Adesso i privati che ammassano provviste in attesa della catastrofe rappresentano il 40% della clientela

ALBERTO MATTIOLI
CORRISPONDENTE DA PARIGI



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Inquieti per la possibile fine dello Stato sociale e quella, più improbabile, del mondo intero, forse preoccupati per le profezie millenaristiche e certamente per una crisi di cui non si vede l’uscita, stretti insomma fra l’incudine dei Maya e il martello della Merkel, i francesi si preparano al peggio facendo incetta di alimenti liofilizzati o disidratati, insomma quelli a lunghissima conservazione: da 2 a 25 anni. Non si sa mai. Già la fine del mondo è una seccatura, ma affrontarla a stomaco vuoto è intollerabile.

Negli Stati Uniti è un fenomeno ben conosciuto, in Europa (specie nel Regno Unito e in Germania) un po’, in Francia finora per nulla. Ma «Le Figaro» ha scoperto, intervistando Ariane Pehrson, fondatrice del sito di vendite on line lyophilise.fr, che non solo è boom dei prodotti disidrati, ma che soprattutto sta cambiando il profilo di chi li compra. Una volta erano sportivi, militari, viaggiatori dell’estremo; adesso è anche il francese della porta accanto, preoccupato, più che per le fanfaluche sul 12.12.2012 e altre scempiaggini, che la paralisi economica porti a quella della distribuzione, con scene manzioniane di assalti ai forni e code davanti alle macellerie.

O forse i cugini sono inquieti per una catastrofe naturale o, peggio ancora, nucleare. La tragedia di Fukushima ha dopato le vendite di liofilizzati in Francia, un Paese dove nelle 19 centrali sparse per il Paese (molte sui confini, un simpatico omaggio alla solidarietà europea) sono attivi 58 reattori nucleari, alcuni dei quali risalenti alla presidenza Pompidou.

«Un anno fa, date le richieste, abbiamo introdotto dei prodotti a conservazione molto lunga, dai 10 ai 25 anni. E abbiamo venduto 85 mila pasti individuali destinati a essere immagazzinati», spiega madame Pehrson. Questo cibo è costoso (dai 4,50 ai 6,50 euro al pasto), perché è costosa e lunga la tecnica di liofilizzazione. E tuttavia è boom. Il record spetta a quel signore che ha fatto provviste per un totale di 30 mila euro: chissà, magari si è riempito la casa di cibo disidratato dopo essersi riempito il portafogli di Bot greci. 

Sta di fatto che adesso i privati che ammassano provviste in attesa della catastrofe rappresentano per lyophilise.fr il 40% della clientela. In Francia, le vendite di Katadyn, molto apprezzata griffe di liofilizzati svizzera, sono raddoppiate in un anno, mentre quelle di Mountain House, ditta made in Usa, sono quasi triplicate. I francesi devono essere davvero molto preoccupati per pensare di poter rinunciare all’ultimo dogma rimasto: quello della baguette sfornata tre volte al giorno. 

Donatore gay di sperma deve mantenere la sua "prole"

Libero

Aiuta l'amica lesbica ad avere due figli. 13 anni dopo lei gli chiede gli alimenti

I due si sono conosciuti nel '97 in un locale per omosessuali. Nel '98 e nel 2000 le due gravidanze. Dal 2004 non si sentivano più


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Quando si dice fare del bene. In Inghilterra un uomo dona il proprio sperma a un'amica che vuole diventare madre. Lui è gay, lei lesbica. 13 anni dopo, quando i rapporti sono ormai rotti e i due non si sentono da anni, il benefattore si vede recapitare una notifica inaspettata dal tribunale: deve alla vecchia amica 26 sterline per ogni settimana di vita dalla nascita alla maggiore età di entrambi i figli  avuti "insieme". Perchè le donazioni sono state due, non una sola.

Nightclub - La storia la racconta il Daily Mail. Mark Langridge, che oggi ha 47 anni, conobbe l'amica irriconosente in un locale per omosessuali nel 1997. La donna gli confidò il desiderio di diventare madre, e lui non vide nulla di male nel darle una mano. Le donazioni sono state due: la prima nel 1998, l'altra nel 2000. "Non compaio nel certificato di nascita - racconta Langridge - ma non ho chiesto altri documenti che specificassero la mia posizione. Col senno di poi, ho sbagliato".

Epilogo infelice - Nel nuovo millennio i rapporti d'amicizia con la donna sono andati diradandosi fino a interrompersi nel 2004. Oggi la sorpresa: lei si è lasciata con la compagna e torna a contattare Langridge chiedendo soldi. Che lui, però, sostiene di non avere. La Child Support Agency (i servizi sociali per l'infanzia) spiega che il papà biologico, non avendo donato lo sperma attraverso i canali del governo, ma in maniera informale, non è protetto dalle garanzie di legge per i donatori di seme. Quindi o paga, o tenta la via giudiziale nella speranza che un giudice gli dia ragione. "Il mio voleva essere un gesto di cortesia - commenta - ma si è trasformato in un incubo".

Il video sulle truffe Idv che imbarazza Tonino

Paolo Bracalini - Lun, 29/10/2012 - 13:38

Già tre anni fa un dirigente del partito denunciava lo scandalo Emilia. E Di Pietro in tv non risponde sui milioni spesi in immobili

Roma - Un conto è se le domande le fa il Giornale, un conto se le fa Report. Allora, per Antonio Di Pietro, è difficile sottrarsi alla «macchina del fango», ma quanta fatica poi davanti alla telecamera, che nervosismo, la bocca s'impasta nei panni dell'interrogato.


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La donazione della contessa Borletti (erede dell'impero delle macchine per cucire «Borletti, punti perfetti»), usata in parte per la politica, in parte per comprare immobili. Di Pietro non ricorda con precisione la cifra ricevuta nel '95, eppure non sono spiccioli. «Credo 500milioni di lire, o 250 milioni, non ricordo». «Quasi un miliardo» precisa Report; «No no, no no» replica Di Pietro. Cui la memoria fa però difetto, perché erano 954.317 milioni di lire, poco meno di un miliardo, i soldi regalatigli dalla Borletti. Che poi Di Pietro usa anche per comprare un appartamento. Un altro appartamento personale, a Roma, viene ristrutturato coi soldi del partito. È troppo. «A voi interessa più lo stuzzicadente della trave! Report realizza così il servizio pubblico? Chiamatemi Maruccio» dice Di Pietro stizzito. Sì proprio quel Maruccio, il suo fidato avvocato, non ancora indagato per peculato sui fondi del gruppo Idv Lazio.

Ma poi c'è l'elenco delle proprietà della famiglia Di Pietro, così come periziata dal geometra D'Andrea. Un patrimonio notevolissimo, accresciuto molto dal 2002 in poi, anni in cui crescono i figli, ma pure i rimborsi elettorali per Idv, gestiti da tre sole persone: Di Pietro, la moglie e la tesoriera on. Silvana Mura. «Per il periodo 2002/2009 la famiglia ha incrementato notevolmente i volumi investiti acquistando beni per un valore complessivo stimato di 3.840.272 euro». Nel dettaglio, in quegli otto anni il leader Idv si intesta 8 nuove proprietà e ne vende 4; la Antocri Srl, immobiliare di cui è unico socio, ne compra 4; la moglie Mazzoleni 6; la figlia Anna se ne vede intestare 8; il figlio Giuseppe Antonio 7, il figlio Cristiano, ora consigliere regionale in Molise, 3. «In tutto 36 nuove unità immobiliari di varia tipologia acquisite dal 2002 al 2009 dalla famiglia».

Quante case, quanti soldi, ma quanti problemi con le presunte mele marce del cesto. L'ex capogruppo dipietrista Paolo Nanni è indagato (peculato) per l'uso di circa 450mila della Regione Emilia Romagna. Un vortice di cene (a volte simultanee, decine di migliaia di euro ogni anno), spese di rappresentanza, noleggi di auto, soldi a tv locali, convegni che si sospetta non essere mai stati fatti, anche se indicati come giustificativi delle spese, quelle sì fatte. Spesso, tra i relatori, c'erano anche parlamentari, tra cui anche la tesoriera Mura. Come nel convegno del marzo 2006 su «Il ritorno ai grandi valori della costituzione repubblicana», enfatico titolo per una più godereccia location: l'Antica trattoria del Cacciatore a Bologna. I pm stanno riscontrando che a volte i convegni in trattoria coincidevano con i compleanni in casa Nanni, dove moglie e figlia festeggiano lo stesso giorno.

Alla trattoria del Cacciatore, ad esempio, il convegno concomitante coi due compleanni viene annullato, la cena no: 2mila euro il conto. Sempre in date prossime con le ricorrenze ci sarebbero anche spese per mazzi di fiori. Lui si difende temerariamente: anche la figlia e la moglie lavoravano per l'Idv, quindi niente di strano se alle «cene di partito» ci fossero anche loro. Peccato che «la distribuzione familistica degli incarichi» è proprio una delle accuse che riguardano i cinque anni di Nanni in Regione. In un video del 2009 rintracciabile su Youtube l'ex capo dei giovani Idv di Bologna, Gian Lorenzo Spisso, pone una domanda via chat a Di Pietro, allora suo capo: «Cosa sa di Nanni? Ricandidato in Regione nonostante gli scarsissimi risultati e la distribuzione familistica degli incarichi!?».

Di Pietro risponde difendendo il futuro indagato Nanni, dicendosi «molto orgoglioso» di averlo nell'Idv: «È una persona per bene, io Nanni me lo tengo stretto» (per dire poi, dopo l'inchiesta giudiziaria, che «Di Nanni è piena l'Italia»). Dunque era informato di stranezze? «Alla tesoriera Mura avevamo provato a raccontare quel che stava succedendo, inutilmente» racconta Spisso, ora uscito dall'Idv (che su Twitter rilancia con l'hashtag#italiadeivoraci). «Con Di Pietro non riuscii mai a parlare, perciò fui costretto a scrivergli pubblicamente in quella chat con Zoro» su Excite tv. Messo in guardia, Di Pietro decise comunque di fidarsi, come per Maruccio. Anche qui, Di Pietro poteva non sapere.

Rino Gaetano, concerto e raduno: sul palco gli oggetti del musicista

Il Messaggero
di Laura Bogliolo

La Rino Gaetano Band capitanata dal nipote Alex GreyVision lunedì a Pietralata nel giorno del compleanno del cantautore


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ROMA - Imbraccerà la chitarra e con un po' di emozione inizierà a intonare La ballata di Renzo, con il cuore stretto tra le notte dello zio. Lo sguardo di Alex si poserà sul cappelloda safari di Spendi e spandi e l'ukulele di Gianna, pensando a quel museo dedicato a Rino Gaetano che proprio non si vuole fare (FOTO).
Lunedì sera, ore 22, in un locale di Pietralata, si festeggerà il compleanno di Rino Gaetano. Il musicista avrebbe compiuto 62 anni.
 
Sul palco del Lanificio (via di Pietralata 169) il nipote Alex GreyVision, pronto ad accogliere i fan venuti da tutta Italia. «Sarà un concerto raduno - spiega Alex - come ogni anno ci teniamo a ricordare Rino Gaetano nel giorno del suo compleanno, i fan sono molto affezionati».
 
Musica e ricordi. Sul palco la Rino Gaetano Band esporrà alcuni oggetti del musicista, quelli che oggi vengono raccolti in una piccola stanza della casa della sorella di Gaetano, Anna che da anni custodisce con affetto centinaia di dischi, vestiti e strumenti musicali. Tempo fa Anna Gaetano ha lanciato un appello: «Vorrei un museo per esporre tutti gli oggetti di mio fratello».

VIDEO

NELLA STANZA DEI RICORDI (I parte)
NELLA STANZA DEI RICORDI (II parte)



Ma per ora nulla è stato fatto.
Il presidente del X Municipio, Sandro Medici, aveva proposto uno spazio a Cinecittà, il campidoglio aveva parlato, in futuro, di dedicare un angolo a Gaetano nel museo multimediale che un giorno, forse nascerà nella capitale. «Non sappiamo nulla del progetto sul museo - spiega oggi Alex - vorremmo semplicemente uno spazio tutto suo proprio a Montesacro, dove mio zio viveva». 

Lunedì il compleanno di Rino Gaetano. Anna Gaetano è già pronta. Lunedì mattina porterà fiori sulla tomba di Rino al Verano, diventata una meta di centinaia di fan (FOTO). Per trovare la tomba è sufficiente seguire le frasi d'affetto che i fan hanno tracciato sui muri, poi quel banchetto con un quaderno nel quale si lascia un ricordo. Quaderni che Anna raccoglie e custodisce nella stanza dei ricordi di un appartamento di Tor Lupara. Nel giorno del compleanno, come ogni anno, la Rino Gaetano Band sale sul palco per intonare i grandi successi del musicista ma anche le canzoni meno conosciute «come Capofortuna - dice Alex - ci piace rispolverare tutto il repertorio regalando ai fan anche delle chicche». Sul palco con Alex GreyVision, ci saranno anche Marco Morandi, Federico D'angeli, Yuri Carapacchi, Menotti Minervini, Andrea Ravoni e Giorgio Amendolara. «Sognamo, facciamo, inventiamo» dice Alex con l'anima umile dei veri artisti. Poche parole per raccontare quel concerto che i fan aspettano da tempo. 

Su Facebook il profilo ufficiale di Rino Gaetano. «Lunedì nascerà il profilo ufficiale di Rino gaetano su Facebook - spiega Rino - un contenitore virtuale dove raccoglierò video, audio e foto di Rino, una stanza online nella quale presenterò anche curiosità».

laura.bogliolo@ilmessaggero.it
 


Domenica 28 Ottobre 2012 - 15:21
Ultimo aggiornamento: Lunedì 29 Ottobre - 12:29

Festa imperialista e neocolonialista” Venezuela, Chavez cancella Halloween

La Stampa

L’ultima crociata contro la cultura “gringa”: proibiti i festeggiamenti negli hotel statali. La ribellione parte da Twitter: «Inizieremo a festeggiare il Ringraziamento?»


filippo femia (agb)


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«Una festa imperialista e neocolonialista». L’ultima crociata di Chavez è contro Halloween. A pochi giorni dalla sua quarta rielezione, il presidente bolivariano ha cancellato i festeggiamenti dagli hotel Venetur, la catena statale nata dagli espropri bolivariani. La decisione è stata innescata da una ribellione telematica. La miccia è partita da Twitter, dove ha iniziato a circolare una foto che ha fatto infuriare la base chavista. Nello scatto la hall di un albergo Venetur che promuoveva la notte delle streghe.

«Perché spendono i nostri soldi per una festa gringa?», «Halloween non c’entra nulla con la cultura venezuelana», «Inizieremo a celebrare anche il Ringraziamento?», i primi cinguettii di protesta. La timeline del ministro del turismo, Alejandro Fleming, è stata invasa da centinaia di messaggi di indignazione in poche ore. Di qui la decisione di proibire ogni tipo di festeggiamento. Se per gli oppositori di Chavez è l’ennesima “censura” della politica oppressiva da dittatore, i suoi sostenitori hanno esultato sui social network. Il provvedimento è stato salutato come un ulteriore successo della rivoluzione bolivariana.

Si tratta dell’ultimo capitolo di una lunga battaglia ingaggiata contro la cultura degli Stati Uniti, considerati da Chavez l’origine di tutti i mali. L’ultima accusa in ordine di tempo riguarda l’oscuro complotto ordito dagli statunitensi, che avrebbero sviluppato una tecnica per “inoculare” il cancro, malattia che lo ha colpito insieme ad altri leader latinoamericani: «Fidel me l’ha sempre detto: “Hugo fai attenzione. Gli americani hanno sviluppato delle tecnologie. Controlla quello che mangi e quello che ti viene portato da mangiare. Con un minuscolo ago possono iniettarti Dio solo sa cosa”», le parole di Chavez.

Ma il siparietto più celebre resta quello inscenato davanti all’assemblea generale dell’Onu del 2006, quando definì Bush junior diavolo. «Su questo podio è passato il diablo, c’è ancora odore di zolfo», disse tra le risate di alcuni delegati. Ora Chavez può stare tranquillo: la notte del 31 ottobre, nelle strade venezuelane, non si vedranno né diavoli né streghe.

Twitter@FilippoFemia

L'italiano rischia la scomparsa su Internet

Corriere della sera

La percentuale di chi parla l'italiano è destinata a calare. Necessari investimenti sostanziali in tecnologie linguistiche

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Investire o scomparire. È questo il futuro della lingua italiana su intenet. A dirlo è il rapporto La lingua italiana nell’era digitale, condotto dall’Istituto di linguistica computazionale del Cnr di Pisa (Ilc-Cnr). La percentuale delle pagine web in italiano a livello mondiale è raddoppiata passando dall’1,5% nel 1998 al 3,05% nel 2005 ed è stato stimato che nel 2004, in tutto il mondo, fossero 30,4 milioni le persone che parlavano italiano online.

I NUMERI - Oggi, secondo i ricercatori, la penetrazione del web in Italia si attesta al 51,7%, pari a 30 milioni di internauti su 58 milioni di cittadini (circa il 6,3% di quelli dell’Ue), registrando una crescita del 127,5% tra il 2000 e il 2010. Inoltre al di fuori dei confini dell’Unione Europea, parlano la nostra lingua 520 mila americani, 200 mila svizzeri e 100 mila australiani. Il numero di «navigatori» italiani però è rimasto stabile negli ultimi cinque anni mentre è aumentato il numero di quelli dei Paesi in via di sviluppo. In qualche anno la proporzione di coloro che parlano la nostra lingua subirà dunque una forte diminuzione.

RISCHI - Il rischio? Subire una sotto-rappresentazione, specialmente in confronto all’inglese. Il problema non riguarda solo l’Italia ma la maggior parte degli idiomi europei, specialmente quelli dei Paesi con pochi abitanti. Spiega Claudia Soria dell’Ilc-Cnr: «Il nostro Paese non è tra i peggiori e d’altra parte nessuna nazione dell’Ue ha supporti eccellenti. La situazione è però preoccupante perché le tecnologie linguistiche usate in Internet si basano su approcci statistici e quindi se i dati messi a disposizione in un idioma sono pochi, si innesta un circolo vizioso: pochi dati, tecnologie di bassa qualità, ulteriore limitazione dell’uso di quella lingua».

TECNOLOGIE - L’Italia ha a disposizione buone tecnologie, ma affinché un dispositivo possa riconoscere un idioma sono necessari investimenti sostanziali in tecnologie linguistiche. Al momento, invece, in Europa la maggior parte dei Paesi sta investendo poco o niente. L’ultimo programma di questo tipo promosso dall’Italia risale al 2000-2002. L’italiano come lingua non corre nessun rischio, ma in un futuro prossimo gli italiani potrebbero trovarsi nella situazione di dover usare due linguaggi differenti a seconda che si tratti di comunicazione quotidiana o digitale. «Se l’italiano non viene sostenuto, il suo utilizzo online rischia di atrofizzarsi, dal momento che la nostra vita si svolge sempre di più attraverso la rete», spiega Soria.

STUDIO - Lo studio, condotto dall’Istituto Cnr e dalla Fondazione Bruno Kessler, fa parte della ricerca Meta-Net a cui hanno lavorato più di 200 esperti. Il rapporto valuta il supporto delle tecnologie linguistiche per ogni lingua in quattro aree diverse: la traduzione automatica, l’interazione vocale, l’analisi del testo e la disponibilità di risorse linguistiche. Il 70% si colloca al livello più basso, con «supporto debole o assente» per almeno una delle aree considerate.

L’islandese, il lituano, il lettone e il maltese ottengono questo voto per tutte le aree. All’estremo opposto si trova l’inglese, seguito da olandese, francese, tedesco, italiano e spagnolo. Lingue come basco, bulgaro, catalano, greco, ungherese e polacco si collocano nell’insieme «ad alto rischio». «Sono risultati allarmanti», conclude Hans Uszkoreit, coordinatore di Meta-Net. «La maggior parte delle lingue europee non dispone di risorse sufficienti e alcune sono quasi completamente ignorate. Molte di esse non hanno futuro».


Carolina Saporiti
28 ottobre 2012 (modifica il 29 ottobre 2012)

Botticelle, non ci sarà l'addio ai cavalli E il Comune butta 300 mila euro

Corriere della sera

Accantonato il progetto delle carrozze elettriche: avrebbero dovuto mandare in pensione i quadrupedi. Il Campidoglio getta alle ortiche i prototipi finanziati con denaro pubblico


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ROMA - Cavalli sotto sforzo per il brusco calo di temperature, ma paradossalmente la fine del caldo farà star meglio i quadrupedi della Capitale, proprio mentre tramonta il progetto delle botticelle elettriche commissionate dal Comune di Roma al centro universitario della Sapienza dedicato alla ricerca per la mobilità sostenibile ( Pomos). Nella sede di Cisterna di Latina, giacciono in un capannone i prototipi: definitivamente accantonati. Eppure pagati a caro prezzo. L'addio al progetto lo ha confermato il sindaco di Roma Gianni Alemanno che, in una intervista radiofonica, ha chiarito come l'idea fosse stata «scartata dai vetturini», ed ha annunciato invece che il prossimo intervento sulle carrozze sarà l'inserimento di un piccolo motore elettrico «che aiuta la botticella ad andare avanti e non sforza il cavallo». Una scelta fortemente contestata dagli animalisti.

Il prototipo funzionante di una botticella elettrica: 25 km/h e 30 km d'autonomiaIl prototipo funzionante di una botticella elettrica: 25 km/h e 30 km d'autonomia

SOLDI PUBBLICI BUTTATI - L'addio al progetto elettrico viene vistop come un tradimento delle promesse fatte dal sindaco, ma soprattutto come l'ennesimo spreco di denaro pubblico: soldi buttati. Quasi 300 mila euro spesi per lasciare nei capannoni del centro di ricerca la botticella del futuro, quella che, secondo alcuni, avrebbe cancellato la tradizione. Il progetto deve aver fatto non poca paura alla lobby dei vetturini: il risultato ottenuto, un ibrido tra carrozza ed automobile, un oggetto di design dal gusto retrò che non sfigurerebbe come nuovo mezzo di trasporto turistico, viene così tenuto lontano dalla Capitale. Forse per evitare che qualcuno se ne innamori…

Il professor Frattale Mascioli nella rimessa di Cisterna con una delle botticelle elettriche Il professor Frattale Mascioli nella rimessa di Cisterna con una delle botticelle elettriche

TRAZIONE ELETTRICA ADDIO - «Non si capisce come mai il Comune di Roma, dopo aver affidato l'incarico, si sia completamente disinteressato», dice il responsabile del Pomos Fabio Massimo Frattale Mascioli. «La prima fase consisteva della realizzazione delle vetture: una è stata completata, la seconda è pronta per essere assemblata - dice il professore. Dopo la realizzazione della piccola flotta ci sarebbe stato il secondo passaggio: le infrastrutture di ricarica e gestione, ma non se n'è fatto più nulla», conferma il responsabile. La botticella ecologica può portare fino a 5 persone, raggiungendo la velocità tipica di una carrozza a cavallo, 25 chilometri orari, con un'autonomia di 30 chilometri. Ma Alemanno ha detto chiaramente proponendo il nuovo progetto: «la tradizione deve andare avanti ma deve esserci rispetto e tutela per gli animali».

Botticelle a piazza Venezia Botticelle a piazza Venezia

«BASTA CARROZZE» - Anche la consigliera del Pd capitolino Monica Cirinnà (già delegata alla tutela degli animali nella precedente giunta) si è mobilitata, rilanciando sulla battaglia alla carrozze: «Non si comprende come mai il Campidoglio abbia dimenticato nei capannoni di Cisterna di Latina le macchinette sostitutive delle botticelle». E annuncia: «Ho presentato in proposito una interrogazione urgente al sindaco per conoscere l'intenzione dell'amministrazione comunale circa l'uso e l'entrata in servizio dei nuovi veicoli. Infine torno a sollecitare nuovamente la discussione in aula della delibera di soppressione del servizio pubblico con traino animale».

CAVALLI E POLEMICHE - In una città in cui, da qualche tempo, un tour operator organizza gite per turisti con mezzi alternativi a bus e botticelle - vale a dire apette, vecchie Fiat cinquecento e Vespa Piaggio - il Comune difende a spada tratta le tanto amate carrozze, i suoi conduttori (ridotti ad una ventina) ed il loro corposo business: già perché un giro a cavallo può costare sino a 600 euro.
Niente ultima corsa per il Nestore di sordiana memoria (Alberto Sordi dedicò un film alla professione), ma un aiutino per fare meno fatica forse arriverà: ultima delle invenzioni per andare incontro alle esigenze degli animali senza mortificare tradizione ed affari connessi, spiega il Campidoglio.

Botticelle ai Fori ImperialiBotticelle ai Fori Imperiali

LE REGOLE DA APPLICARE - Restano intanto da far rispettare con rigore le regole che il Comune - sotto la pressione di un'opinione pubblica sempre meno disposta a tollerare maltrattamenti agli equini - ha stabilito con apposite ordinanze: non troppi turisti a bordo, niente corse con temperature sopra i 35 gradi, ed in ultimo persino la proposta di risarcire i botticellari durante le ondate straordinarie di caldo. Se ne riparlerà, a questo punto la prossima estate. Ma il tema della tutela dei cavalli resta tra i più sentiti: come dimenticare la rissa tra animalisti e vetturini dell'agosto scorso, quando venne scoperta una botticella che portava sei turisti con un cavallo stremato? Tre, alla fine, furono gli arresti.

PEZZO DA MUSEO - Appare dunque difficile che il Campidoglio torni sui propri passi e rispolveri il progetto delle botticelle ecologiche. A questo punto, al centro di ricerca universitario non resta che provare a piazzare il prodotto di mobilità alternativa che potrebbe arricchire l'offerta turistica a Roma in qualche altra città. Ma al Pomos sono riluttanti: «Non siamo venditori d'auto», fanno sapere i ricercatori. L'eco-botticella sembra destinata a diventare un pezzo da museo, oltre che un piccolo monumento allo spreco di denaro pubblico e alla conservazione di vecchi interessi corporativi.


Michele Marangon
29 ottobre 2012 | 10:48

Alla Mecca tappeti "made in China" Un business da 10 miliardi di dollari

Libero

Dal pellegrinaggio guadagnano ristoranti, agenzie di viaggi, società telefoniche ma anche negozi di souvenir

L'anno scorso la Camera di Commercio ha stimato 10 miliardi di dollari di entrate: un viaggio tutto compreso alla Mecca può venire tra i 3mila e i 6mila dollari: solo una notta in un hotel vicino alla moschea costa 400 dollari

di Maurizio Stefanini



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Non è cominciato nel modo migliore il pellegrinaggio alla Mecca: il primo giorno di tregua in Siria che proprio in occasione del suo inizio l’inviato dell’Onu Brahimi aveva arrangiato in Siria si è concluso con 146 morti, e anche l’altra tregua che l’Egitto aveva arrangiato tra Hamas e Israele non ha impedito il tiro di mortaiate da Gaza. Ma tra i 2 e i 3 milioni di pellegrini sono comunque attesi nella Città Santa. Un appuntamento  di intensa religiosità, ma anche di grande business: come d’altronde avviene per altri luoghi di pellegrinaggio cattolico, ortodosso, ebraico, indù, buddhista e perfino comunista (dalla mummia di Lenin ai luoghi del Che) o fascista (Le Monde ha appena dedicato ai visitatori di Predappio un  reportage dal titolo La Duce vita). Maometto approverebbe.

Lui stesso era mercante, e con i maggiorenti della Mecca concordò che pur nel passaggio al monoteismo sarebbe rimasto quel pellegrinaggio alla Pietra Nera che per la città era la più importante fonte di reddito. Non solo guadagnano ristoranti, agenzie di viaggi, aerei e società telefoniche, ma anche i negozi di souvenir: che peraltro sono quasi tutti fabbricati in Cina, come i tappeti da preghiera e i rosari. L’anno scorso, la Camera di Commercio della Mecca ha stimato 10 miliardi di dollari di entrate. Un viaggio tutto compreso alla Mecca con un’agenzia può venire tra i 3000 e i 6000 dollari, solo una notte in un hotel vicino alla moschea principale ne viene 400, e in 35 anni il costo di un metro quadri di terra edificabile è salito da 3 dollari a 22.000. Lo stesso padre di Osama Bin Laden era un immigrato yemenita che venne nella Città Santa da povero muratore, e ne divenne uno dei più potenti palazzinari.

Questo boom edilizio sta distruggendo i luoghi storici della Mecca, con relative critiche, ma il governo dice che non c’è alternativa, se si vuole dare ospitalità a tutti i pellegrini: da ricordare che per l’Islam fare almeno una volta nella vita il pellegrinaggio alla Mecca è uno dei cinque «pilastri della fede», assieme alla professione di fede in Allah unico Dio e Maometto suo profeta, alla preghiera, all’elemosina e al digiuno del Ramadan. Famigerata è la Bin Laden Tower: hotel di 600 metri,  pacchiana replica del Big Ben che la famiglia del terrorista ha costruito a pochi metri dalla Grande Moschea, distruggendo un preesistente forte di epoca ottomana. La dinastia saudita lo ha pagato 15 miliardi. 

Quello psicologo per cani sembra un cane di psicologo

Oscar Grazioli - Lun, 29/10/2012 - 09:18

Ha iniziato come toelettatore e ha fatto fortuna occupandosi degli animali delle star di Hollywood. Ma alcuni video hanno smascherato i suoi metodi educativi violenti

Questa volta ha fatto arrabbiare anche un anchorman di ghiaccio come l'inglese Alan Titchmarsh che, durante il suo talk show, non aveva mai perso le staffe.


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L'ospite di turno era Cesar Millan, «colui che sussurra ai cani» per i suoi seguaci, «quello che sussurra ai cani col bastone» per i suoi numerosi nemici. Cesar Millan è un personaggio televisivo, scrittore ed educatore di cani che nasce a Culiacàn (Messico) nel 1969 e trascorre la sua gioventù nel ranch del nonno, dove i suoi migliori amici sono i cani della fattoria. Appassionato di Lassie e Rin Tin Tin, il suo sogno giovanile è quello di diventare il miglior educatore canino di Hollywood. E il sogno si avvera, oltrepassando di gran lunga le speranze di un bambino, perché, pur tra mille contestazioni, la sua figura, diventa, negli anni, quella del più famoso psicologo per cani a livello mondiale.

I suoi libri, il suo reality show (Dog Whisperer, Uno psicologo per cani), le sue apparizioni sugli schermi televisivi di mezzo mondo e i premi ottenuti da prestigiose associazioni, fanno della sua istrionica figura un vincente nel suo campo. Il suo trasferimento dal Messico agli Stati Uniti, all'età di 21 anni, sfiora la leggenda, visto che si trova a passare la frontiera da clandestino con soli 100 dollari in tasca. Dopo avere pagato chi gli permette di arrivare a San Diego, con i pochi soldi rimasti inizia un lavoro come toelettatore di cani e, grazie ai discreti introiti, si trasferisce presto nella capitale mondiale del cinema, in quella Hollywood sognata da piccolo dove si mette a lavorare per un importante centro di addestramento per cani. Litigando spesso con i suoi colleghi s'intestardisce a cercare la riabilitazione di cani aggressivi, quali pit bull, rottweiler e dogo argentino, grazie al cosiddetto «potere del branco», ovvero la compagnia e l'insegnamento da parte di cani equilibrati e remissivi.In pochi anni le sue doti, esaltate dalla conoscenza di un influente uomo d'affari, sono notate dalla moglie del famoso attore Will Smith.

La coppia gli chiede di occuparsi dei cani di famiglia e, in capo a pochi anni, Millan conosce personaggi del calibro di Ridley Scott e Vin Diesel e comincia a occuparsi dei cani della High Society di Los Angeles. Il suo successo attraversa gli oceani. D'altronde la sua figura buca lo schermo e cominciano ad arrivare premi prestigiosi per il suo lavoro, specie se si considera che nel 2007 dà vita a un'associazione no profit, la Millan Foundation che ha come obbiettivo la riabilitazione e il soccorso di cani abbandonati e maltrattati. Con gli ingenti introiti del suo lavoro Millan finanzia poi programmi di castrazione e sterilizzazione di cani per ridurne o eliminarne la sovrappopolazione.

La scala della sua vita sembra avere i gradini d'oro, fino a quando cominciano a circolare alcuni video girati durante l'addestramento cui sottopone i cani problematici. In queste immagini si vede Millan assestare dei calci o colpi di tacco sul fianco dei malcapitati quattrozampe ai quali non risparmia collari strozzo e shock indotti dall'uso di corrente elettrica che li rende subito mansueti. Il programma Dog Whisperer, trasmesso in Italia da Sky National Geographic e dal digitale terrestre Cielo, scatena enormi polemiche che bloccano le riprese in alcuni canili europei (Italia in primis). Tutte le associazioni comportamentaliste veterinarie italiane bollano Millan come un a persona becera che maltratta gli animali e che non deve avere spazio nel nostro paese. Il prossimo 2 dicembre la più prestigiosa associazione di veterinari comportamentalisti (Asetra) organizza a Milano un seminario aperto alla stampa, dal titolo esemplificativo: «Chi ha paura di Cesar Millan? Analisi di un fenomeno mediatico». La strada di Cesar non è più in discesa, almeno in Europa.

L’”ammazzateci tutti” degli indios brasiliani

Corriere della sera
di Samira Menezes


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Per uno straniero, a Milano, è facile trovarsi di fronte alla parola integrazione, in senso metaforico ovviamente. Si notano tante cose, tanti esempi, a volte ben riusciti a volte no, o non ancora. Ma in questi giorni la parola integrazione mi fa pensare al mio Paese, il Brasile, dove sta accandendo un fatto molto grave.
L´8 ottobre, dopo aver ricevuto da un giudice l’ordine di espulsione dalla terra dove vivevano in condizioni estremamente precarie, un gruppo di 170 indigeni Kaiowá/Guarani ha annunciato in una lettera di non voler lasciare quella terra da loro considerata sacra. Si trovano ai margini di un fiume nella città di Iguatemi, nello Stato del Mato Grosso del Sud (centro ovest brasiliano) e nella lettera scrivono:

“Chiediamo al Governo e alla Giustizia Federale di non decretare l’ordine di espulsione, ma decretare la nostra morte colettiva e seppellire tutti noi qui. Chiediamo, una volta per tutte, di decretare la nostra estinzione totale, oltre a enviare diversi trattori per fare un grande buco dove poter seppellire i nostri corpi. Questa è la nostra richiesta ai giudici federali”.
Gli índios aprono così la possibilità a un finale tragico a una storia che da secoli viene scritta in un modo molto triste. Storia che è stata trattata anche dal regista italiano Marco Bechis nel film La terra degli uomini rossi, uscito in Italia nel settembre di 2008. Se da un latto il governo brasiliano, condizionato da fazendeiros interessati a sfruttare la terra con il bestiame, la soia e la legna, ignora alcuni dei diritti più basilari di questi esseri umani, come il diritto a un luogo dove vivere; dall’altro lato, gran parte dell’opinione pubblica resta in silenzio perché la realtà di questi indigeni è molto distante della vita quotidiana di grandi città come San Paolo e Rio de Janeiro.
E mentre per questi índios uscire della propria terra significa migrare nelle città dove probabilmente saranno obligati a mendicare e prostituirsi, restare dove sono nati significa convivere con la paura.
Circondati dai killer assoldati dai fazendeiros per sgomberare le terre, gli índios Kaiowá/Guarani sono vittime di violenza quotidiana. Sembra incredibile, ma la soluzione per molti di loro è il suicidio: dal 1986 a settembre del 1999, 308 indigeni di età fra 12 e 24 anni si sono tolti la vita impiccandosi a un albero o avvelenandosi. E dal 2000 al 2011 più di 500.
La stessa soluzione che ora minacciano questi 50 uomini, 50 donne e i loro 70 bambini che il Brasile del “Carnaval” non permette che si integrino nella propria terra.

Caccia, bilancio della stagione

La Stampa

A cura di Antonella Mariotti
torino


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Sono gia quattordici le vittime della caccia, a circa due mesi dall’inizio del calendario venatorio. I morti per incidenti di caccia sono aumentati negli anni?
Secondo i dati dell’associazione «Vittime della caccia» il numero è quasi raddoppiato dall’anno scorso. Ma l’associazione attraverso la sua presidente Daniela Casprini, segnala che ci sono vittime «extra caccia», per incidenti domestici di vario tipo, con le armi che si usano per cacciare, dal colpo accidentale fino all’aggressione che diventa omicidio proprio perchè si ha a disposizione un fucile. Oppure incidenti come quello di ieri a Udine, dove un cacciatore di 63 è scivolato in un dirupo ed è morto. 

Qual è il caso che più ha colpito l’opinione pubblica?
È il caso di un ragazzino di 16 anni, del Pavese, ucciso dall’amico del cuore, suo coetaneo. I due volevano provare a sparare e hanno preso di nascosto i fucili del padre (la vittima) e dello zio (il ragazzo che ha sparato). Sono usciti nei boschi e lì è avvenuto l’incidente. Aldo, così si chiamava il ragazzino morto, è stato ferito dall’amico a un fianco. Ma la zona dove si erano spinti era molto fuori mano e i soccorsi li hanno trovati troppo tardi. Aldo è morto dissanguato. 

Come reagiscono i cacciatori quando si chiede di abolire la caccia perché pericolosa?
Alcuni responsabili di Federcaccia, una delle associazioni venatorie insieme ad Arci Caccia, rispondono attraverso i loro rappresentanti che il numero di incidenti mortali è una percentuale piccolissima rispetto al numero dei cacciatori. «In Piemonte - dice Bruno Morena, il presidente du Federcaccia - su 28 mila cacciatori gli incidenti mortali sono pochissime unità, non si proibiscono le auto perché ci sono gli incidenti stradali mortali». 

Che cosa ribattono le associazioni come la «Lega abolizione caccia» o l’associazione «Vittime della caccia» sul numero dei morti e sui feriti?
Le associazioni vogliono chiedere pubblicamente un confronto sui dati, caso per caso. Daniela Casprini da quest’anno infatti pubblica ogni caso di incidente sul sito dell’associazione. «Non abbiamo problemi - dice - per un confronto, perché solo da quello emergerà che i numeri resi pubblici sono solo una parte di quanto si trova se si fa un lavoro di ricerca costante e quotidiano come facciamo noi». 

Quanti sono i cacciatori in Italia?
Circa settecentomila, o poche migliaia in più secondo i dati Istat, un numero che si è dimezzato dagli Anni Settanta a oggi, quando erano oltre un milione e mezzo. E il popolo dei cacciatori è sempre meno giovane, anche se una delle proposte di legge che scatenò polemiche un paio di anni fa (presentata e poi ritirata dal senatore Franco Orsi, del Pdl) proponeva la possibilità di far sparare anche a 16 anni. 

Per quanti mesi si può cacciare?
Cinque mesi, dai primi di settembre (l’inizio varia da regione a regione) fino a fine gennaio, quando comincia la stagione riproduttiva degli animali. Si può cacciare per tre giorni la settimana. Quest’anno però sono ancora in ballo parecchi ricorsi al Tar delle associazioni contro la caccia che chiedono di condannare le amministrazioni regionali che hanno anticipato l’apertura della stagione venatoria o che hanno allargato la possibilità di sparare a specie protette, o a rischio di estinzione. 

Qual è il giro d’affari in Italia e in Europa?
L’ex parlamentare europeo Michl Ebner (Svp) qualche tempo fa ha fatto i conti arrivando a ipotizzare 15 miliardi di giro d’affari in tutta l’Unione europea. Per l’Unione nazionale associazioni venatorie italiane (i dati, però, risalgono al 2003) in Italia si è a tre miliardi. Un cacciatore italiano per poter uscire con il fucile spende tra i 3 mila e i 3.500 euro l’anno: dipende anche dalle tasse regionali, perché solo una parte dei permessi pagati sono statali.

Recentemente un bimbo è stato ferito da un pallino all’occhio mentre giocava nel cortile di casa. Ma che cosa dice la legge a proposito della libertà dei cacciatori di entrare nei fondi privati?
I cacciatori possono entrare nei fondi privati liberamente. È il tanto contestato articolo 842 del codice civile, negli anni anche il partito Radicale ha tentato di abolirlo senza successo. Il motivo è che la selvaggina è proprietà dello Stato e quindi di tutti. I cacciatori, però, non possono entrare nei campi, se è «periodo di coltura»: per esempio nelle vigne durante la vendemmia e in qualsiasi campo dove è in programma di raccogliere quanto seminato. Ma come è noto, i pallini o le pallottole per i cinghiali non conoscono leggi e confini.

Pompe funebri in guerra, il caro estinto paga la crisi

Il Giorno

I titolari della Castanese ritengono che in questo periodo di difficoltà economiche sia giusto andare incontro ai loro clienti praticando tariffe basse, ma la scelta avrebbe dato fastidio ad altre aziende del settore. La Cardani di Davide Persiani e Riccardo Canziani che opera nel settore da diversi anni, ha voluto accertare la regolarità della nuova impresa, scoprendo così alcune irregolarità nelle carte della Castanese

di Davide Gervasi
Castano Primo, 29 ottobre 2012


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È l’ultimo. E di sola andata. Ma in tempo di crisi non c’è viaggio che tenga, nemmeno il più solenne. Come avviene per le compagnie aeree anche per i funerali si guarda sempre più al portafoglio. Così si scelgono le onoranze funebri più a buon mercato che sappiano garantire, a parità di servizio, i prezzi più vantaggiosi. Inevitabile quindi che la concorrenza appare sempre più agguerrita.

A Castano Primo, addirittura si sta assistendo, tra due delle tre imprese del settore, ad una vera «battaglia del caro estinto» a suon di esposti, carte bollate e istanze di accertamenti agli uffici competenti. «Abbiamo iniziato la nostra attività qualche mese fa e subito hanno cercato di metterci i bastoni fra le ruote - dicono i due titolari della “Castanese”, Roberto Marino e Marco Reccanati, puntando il dito contro la ditta “Cardani” - e tutto solo perché le nostre tariffe sono nettamente inferiori».

«In questo periodo di difficoltà economiche - spiegano - pensiamo sia giusto andare incontro al cliente, ma questo evidentemente a qualcuno non è piaciuto». Sarà insomma vero che è l’unico settore che non conosce crisi, che non si ferma mai, che non ha periodi di bassa produttivià. Ma è altrettanto vero che la recessione morde e quindi la concorrenza sul ribasso dei prezzi non risparmia neppure i morti.
«Le tariffe del servizio non c’entrano nulla - replicano Davide Persiani e Riccardo Canziani, soci della “Cardani” - operiamo nel settore da diversi anni e di fronte ad una nuova impresa abbiamo solo avanzato richiesta in Comune ad un accesso agli atti. Si è così scoperto che non tutte le loro carte erano il regola: il percorso formativo del direttore tecnico della “Castanese”, il Reccanati, non era riconosciuto dalla Regione, come invece avrebbe dovuto essere».

Insomma, tra bare, necrofori, urne cinerarie, lapidi e auto funebri, fondamentale nel settore è che il direttore tecnico dell’impresa abbia seguito precisi corsi di formazione. «È quello che ho fatto presso la Fondazione “Le Vele” - spiega Reccanati - . Purtroppo non sono stati da loro consegnati dei documenti e così il corso non è risultato valido. Ora però abbiamo un nuovo direttore tecnico, Fabrizio Sette, in regola e di grande esperienza. Quindi chiediamo solo di poter lavorare, ricordando che non si svolge questa delicata professione per litigare tra noi, ma per garantire un servizio alla comunità. E comunque, visto quanto ingiustamente abbiamo subito, è stato anche da noi presentato un esposto agli organi competenti per fare chiarezza su alcune questioni di cui attendiamo le dovute verifiche».

Nell’attesa, quel che è certo è che l’intera vicenda è finita sulla scrivania del sindaco Franco Rudoni: «Ho letto la documentazione di quanto avvenuto e ritengo che ora sia tutto sistemato. Non ho rilevato, per quanto ci compete, omissioni o irregolarità. Si tratta comunque di privati e quindi più di tanto l’amministrazione comunale non può interferire: che lavorino tutti in santa pace per offrire il giusto servizio». Insomma, per il primo cittadino non ci sarebbe alcuno scheletro nell’armadio. Sulla questione non resta quindi che metterci una pietra sopra. Tombale.

Caro Benigni, quanta retorica sulla Costituzione

Dino Cofrancesco - Lun, 29/10/2012 - 09:25

Quando i comici non fanno ridere. Abbiamo davvero la Carta "più bella del mondo"? Non scherziamo...

Fra tante notizie che si affollano sulle prime pagine dei quotidiani, fra tanti commenti che, secondo un tipico costume del giornalismo italiano, fanno aggio sulle notizie, non mi è capitato ancora di leggere qualcosa sul programma di Roberto Benigni, La più bella del mondo, che andrà in onda su Raiuno il 17 dicembre in prime time.


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«La più bella del mondo» sarebbe la Costituzione italiana, che il comico toscano ha definito (la sua competenza giuspubblicistica è ben nota) «un libro straordinario». «Finora mi sono occupato di Dante -ha detto-; qui siamo nel cielo degli uomini, a uno dei punti più alti raggiunti dagli uomini. In questo momento in cui ci stiamo perdendo, ci stiamo sperdendo davvero, bisogna andare a chiedere a chi ci ha indicato la strada da che parte andare.

Gli autori della Costituzione ci hanno illuminato la strada della felicità con regole semplici semplici, i dodici principi fondamentali» che «tanti Stati hanno copiato». Insomma, secondo il Premio Oscar, come Dante ha scritto la Divina Commedia così i nostri padri costituenti hanno scritto l'Umana Commedia. Benigni è effettivamente un comico coi controfiocchi: paragonare gli estensori della nostra Carta a Dante e a Brunelleschi significa avere un'immaginazione fervida fatta apposta per commuovere augusti retori della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi.

Diceva Ennio Flaiano che in Italia ci sono due specie di fascismo: il fascismo e l'antifascismo. La trasmissione di Roberto Benigni ne è la più convincente riprova. «I dodici principi fondamentali» che «tanti Stati hanno copiato» riportano alla mente refrain antichi, vanterie provincialotte delle quali oggi siamo portati a vergognarci e sulle quali il Tempo ha disteso il suo velo pietoso. Sulla Critica Fascista del 15 novembre 1927-VI, si poteva leggere: «Lo Stato corporativo rappresenta forse la più degna e completa affermazione del Fascismo dinanzi al mondo. Soltanto attraverso lo Stato corporativo noi possiamo affermare di aver superato il liberalismo, di aver integrata e trasformata la democrazia, di aver distrutto i miti e raccolto le verità del socialismo».

Per i retori della Costituzione, la mirabile opera di sintesi non è merito del fascismo ma dell'antifascismo. Gli ingredienti, però, sono gli stessi: l'individualismo liberale va «superato», la democrazia va «integrata» e «trasformata», in modo che non sia più formale e rituale ma esprima -anche sulle piazze- le aspirazioni e i bisogni del popolo, le verità del socialismo vanno «raccolte» e i suoi miti distrutti (chi pensava più, in seno all'Assemblea Costituente, a un'economia collettivistica di tipo sovietico?). Forse è proprio la «sintesi» il segno di Zorro del fascismo eterno che non riusciamo a cancellare.

Quella del duce e di Giuseppe Bottai era una sintesi autoritaria, imposta dall'alto, con gli strumenti istituzionali di uno Stato asservito alla dittatura e organizzatore del consenso totalitario attraverso una propaganda capillare - pur se rivelatasi inefficace nel nostro paese, dove il carattere degli italiani, le tradizioni, le «culture» sono sabbie mobili in cui sprofonda ogni progetto riformatore. Quella del buonismo democratico-costituzionale è una sintesi che non porta gli «apoti», quanti «non se la bevono», davanti al Tribunale Speciale né li condanna al carcere o al confino in Lucania ma li delegittima sul piano etico-politico, li degrada a cittadini-zombi: negare che la nostra Costituzione sia «la più bella del mondo», significa essere in malafede, stare sul libro-paga di Berlusconi, non far parte della «gente perbene».

Che la sintesi buonista sia preferibile a quella fascista è scontato ma è innegabile che la forma mentis sia la stessa: ci sono valori buoni che tutti sono tenuti a condividere, orgogli che tutti debbono sentire - «Lo Stato corporativo rappresenta forse la più degna e completa affermazione del Fascismo dinanzi al mondo», «Gli autori della Costituzione ci hanno illuminato la strada della felicità con regole semplici semplici, i dodici principi fondamentali» che «tanti Stati hanno copiato» - e ci sono critiche che pongono gli individui che le avanzano al di fuori della Patria o dell'Umanità.