sabato 3 novembre 2012

Tutte le vergogne della sua Olivetti: "Libero" le ricorda a De Benedetti

Libero

L'editore di "Repubblica" si dice orgoglioso di quell'azienda, ma dimentica mazzette e salvagenti di Stato. Oltre al suo passato socialista...

di Franco Bechis


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Il passo d’addio è accompagnato sempre da una certa retorica, e figurarsi se non doveva accadere  anche per Carlo De Benedetti e il suo annuncio di mezzo ritiro dalla scena. Lui a dire il vero aveva già annunciato nel 2009 una pensione dorata, abbandonando tutte le cariche del gruppo salvo la presidenza dell’Espresso. Nella sostanza non cambia nulla rispetto ad allora, salvo l’utilizzo della legge sulla successione per trasferire ai figli le sue quote nella holding di famiglia, la Carlo De Benedetti & c.

Un asse ereditario risolto in anticipo per non fare litigare la prole sul testamento, che gli assicura ancora il generoso stipendio da amministratore unico di Romed (2,5 milioni di euro l’anno) e la guida del gruppo editoriale che ha dentro Repubblica, i quotidiani locali di Finegil, le attività radiofoniche e televisive e il settimanale Espresso. Tanto è bastato per dedicare ieri sul quotidiano degli industriali italiani un’ampia intervista all’Ingegnere che annuncia «Ora farò l’editore puro».

EDITORE PURO
A parte l’atipicità di un editore puro che continua ad essere il capo di una famiglia con interessi nell’energia, nella finanza, nella ristorazione, nella componentistica auto, nella sanità e decine di altri settori, l’intervista al Sole 24 Ore ieri è stata l’occasione per ripercorrere fra effluvi di incenso la sua carriera di imprenditore. Come tanti altri grandi imprenditori (un difetto in comune col nemico di una vita, Silvio Berlusconi) De Benedetti gode di altissima autostima. E ha qualche difficoltà ad individuare errori compiuti in vita. Gli scappa un’ammissione sulla celebre scalata alla cassaforte del Belgio, la Sgb (che fallì ed è un fatto incontrovertibile), ma subito si corregge:

«Il mio fu un errore di esecuzione, non di intuizione». Vale a dire: l’idea della scalata era stata sua, formidabile. La scalata in sé fu tentata dai suoi uomini, e furono loro a fallire: «Purtroppo nella sua finalizzazione l’operazione fu gestita male. E ne abbiamo subito le conseguenze». A una certa età la memoria ha maglie più larghe, vale per tutti. Così l’ingegnere non si ricorda più da quali labbra sfuggì l’arrogante annuncio ai belgi: «La ricreazione è finita», che fece irritare tutti e naufragare l’intera operazione. Erano proprio le sue labbra.

Ma i vuoti di memoria più terribili debbono avere accompagnato la non felicissima storia di De Benedetti nell’Olivetti. Non felicissima, perché grazie a quell’azienda fu indagato a Milano dal pool mani pulite, poi inseguito proprio diciannove anni fa durante il ponte dei Santi da un mandato di cattura. Infine pure arrestato (il processo fu lentissimo, e insieme ad altri fu infine prosciolto nel 2003 anche perché i fatti erano ormai prescritti). Al Sole 24 ore De Benedetti ha raccontato quel che si ricorda dell’Olivetti. Bei ricordi, come capita il giorno della pensione:

«Una storia che rivendico con orgoglio. L’ho salvata da una morte che ha interessato tutti i nostri competitor di allora (…) Con Olivetti ho trasformato una fabbrica di macchine da scrivere in uno dei maggiori produttori di computer mondiali e poi in un grande operatore di telefonia mobile che rompeva un monopolio…». Poi se è finita male (ed è finita malissimo, con il marchio che ogni tanto risorge provoca altre disavventure e come la Fenice risorge ancora passando di mano in mano), naturalmente la responsabilità è altrui.

Basterebbe un po’ di memoria però per raccontare la storia giusta, forse poco adatta al passo d’addio, ma almeno vera. Quello di Olivetti in mano all’Ingegnere non fu straordinario successo imprenditoriale. Fu in realtà un calvario non diverso da quello affrontato dai competitori internazionali e anche dalle grandi imprese italiane in anni di crisi industriale come fu la prima metà degli anni Ottanta. Basta consultare gli archivi digitali per scoprire che il termine più volte associato ad Olivetti dal 1980 al 1994 fu «cassa integrazione», non certo un simbolo di grande successo.

Non fu l’imprenditore, fu la politica a tenere in piedi quell’azienda. Sempre e comunque. Perché rappresentava un problema sociale, e perché De Benedetti chiedeva e pagava - come si faceva all’epoca - la politica per reggere la baracca. Lo ammise lui stesso - presentandosi naturalmente come vittima - davanti al pool Mani pulite che ormai lo aveva pizzicato quindici giorni dopo avere negato tutto di fronte all’assemblea degli azionisti Olivetti.

NEGAZIONE CONTINUA «Non lavorare», scrisse in un suo memoriale, «in particolari specifici settori della pubblica amministrazione italiana diveniva per noi inaccettabile (…). Questa prima fase era caratterizzata da pressioni dei mandatari del Psi e della Dc alle quali rispondevamo respingendo richieste specifiche del “caso per caso”, ma cercando di limitarci a donazioni generiche ai segretari amministrativi non riferite specificatamente a singoli lavori». Poi «subentrò una seconda fase in cui avvenne una sistematica, totale, ineludibile contrattazione da parte dei mandatari dei partiti su tutto quello che potevano controllare senza alcuna eccezione.

Così il nostro atteggiamento subì un cambiamento e cioè invertimmo la nostra posizione, respingendo ormai disgustati qualsiasi finanziamento ai partiti, ma subendo di volta in volta i ricatti di loro mandatari su singoli specifici espisodi». Insomma, finì con il pagamento di circa 10 miliardi di lire di tangenti. Concusso per tenere in piedi l’Olivetti. Negli anni Ottanta l’azienda fu salvata dalla legge che impose i registratori di cassa a tutti i commercianti. Portava la firma di Bruno Visentini, già nel board Olivetti. E il mercato fu diviso da due aziende: l’Olivetti, e la Sweda. Che fu comprata subito dalla stessa Olivetti.

Nel memoriale De Benedetti sostenne di essere ricattato dalla politica che gli chiudeva la commessa delle Poste, aprendo il mercato ad aziende straniere. Pagò e rifornì l’azienda di vecchie telescriventi mai usate. Se ne trova ancora qualcuna nei magazzini di palazzo Chigi, dove costa una fortuna rottamarle. Sempre sotto ricatto dei politici, naturalmente. Anche se nell’archivio di Bettino Craxi e in quello di Giovanni Goria si trovano documenti che racconterebbero un’altra storia. A meno che il ricatto non comportasse cimeli garibaldini generosamente donati dall’Ingegnere a Bettino, o la partecipazione a comizi Psi sulla piazza di Brescia con tanto di garofano all’occhiello (foto dell’archivio Craxi).

Finite le commesse inutili, tornarono i cassa integrati. L’Olivetti provò a rifilarne 1500 alla pubblica amministrazione, con una norma varata dall’ultimo governo di Giulio Andreotti. Non passò in parlamento. Ma 414 cassaintegrati Olivetti furono scaricati lo stesso sulle spalle dello Stato. A quel punto l’ingegnere cercò di sfilare Finsiel all’Iri: un contratto per pagare la minoranza e comandare come fosse in maggioranza. Si oppose il socialista Massimo Pini, e l’operazione non riuscì.

LA PROPOSTA
Allora l’ingegnere bussò alla porta di Giovanni Goria (nella primavera del 1993), chiedendo una mano per la sua Olivetti pubblica amministrazione. Ci sono lunghi carteggi a testimoniarlo. Olivetti voleva una commessa per realizzare la carta elettronica della Sanità nella Regione Lazio, per poi estenderla in tutta Italia. E aveva proposto perfino una carta elettronica sostitutiva del certificato elettorale per fare votare tutti gli italiani. Goria caldeggiò (e anche qualcosa più) l’Olivetti presso l’amica Maria Pia Garavaglia, ministro della Sanità nel governo di Carlo Azeglio Ciampi. Il colpaccio però non andò in porto. E l’Olivetti sarebbe stata ancora mesi in agonia, fino alla spugna gettata dall’Ingegnere pochi anni dopo. Un’altra storia.

Il piccione viaggiatore con i segreti del D-Day, 68 anni dopo

Il Messaggero
di Deborah Ameri


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LONDRA - Forse è stato disorientato dalla tempesta o forse era semplicemente sfinito dopo una lunga traversata. Si è fermato su un tetto del Surrey, nell'Inghilterra del Sud, ed è caduto dentro al comignolo. Settant'annidopo il piccione viaggiatore spedito dalle forze alleate dalla Normandia occupata dai nazisti, con un messaggio top secret in codice, è stato trovato durante i lavori di ristrutturazione del camino. È una storia che ha dell'incredibile. Eppure è stata accertata da storici ed esperti. Il cadavere del volatile aveva intorno al corpo una capsula rossa all'interno della quale, arrotolato come una sigaretta, c'era un messaggio cifrato, composto da 27 gruppi di lettere e numeri.

Il pezzo di carta, miracolosamente intatto, è stato mandato al Gchq, l'attuale servizio di controspionaggio, e ai crittografi di Bletchley Park, il centro di intelligence che durante la seconda guerra mondiale era riuscito a svelare tutti i codici dei tedeschi accorciando la guerra e salvando migliaia di vita. Ma nessuno finora è riuscito a capirci qualcosa. Quel codice non se lo ricorda più nessuno. Secondo la Royal pigeon racing association il piccione è partito alle 16.45 del 6 giugno del 1944 dalla Normandia, dove le forze alleate avevano appena sbarcato.

In quei giorni il primo ministro britannico Winston Churchill aveva imposto il silenzio radio e gli inglesi erano partiti con una squadra di piccioni da usare per mandare notizie della battaglia in corso ai generali rimasti in Inghilterra. La meta del volatile era probabilmente Bletchley Park, poco distante da dove è stato trovato. «Quando ho visto il messaggio dentro il contenitore rosso non potevo crederci», racconta al Daily Telegraph il proprietario della casa David Martin, 74 anni. «E' davvero un bel mistero. Non vedo l'ora che il messaggio venga decifrato».

Qualunque notizia portasse era tremendamente importante: «Di solito ai nostri piccioni venivano affidati messaggi scritti a mano e non cifrati. Se qui è stato usato il codice significa che era davvero una comunicazione top secret», ha spiegato al Daily Mail Colin Hill, curatore della mostra permanente sui piccioni in guerra a Bletchley Park. Si sa che a scriverla è stato il sergente W Stott della Raf, l'aviazione inglese. Il destinatario era XO2, ovvero il comando bombardieri, che coordinava i bombardamenti sui tedeschi. Forse la nota richiedeva l'intervento di rinforzi. Forse, se fosse arrivata a destinazione, avrebbe cambiato il destino di migliaia di soldati. Per ora le certezze sono poche. «Non c'è dubbio che si tratti di un piccione alleato per via della capsula rossa - ha proseguito Hill - Era il tipo usato dallo Special Operation Executive. I loro agenti erano impegnati in sabotaggi e distruzioni di ferrovie, ponti e fabbriche dei territori occupati dai nazisti. Dall'anello di alluminio che aveva intorno a una zampa si capisce che l'uccello era nato nel 1940».

Durante la seconda guerra mondiale è stato impiegato un esercito di 250.000 volatili per comunicare senza essere intercettati. I piccioni possono raggiungere i 130 chilometri orari e coprire distanze di oltre 1.600 chilometri orientandosi con i campi magnetici terrestri. Adesso gli animalisti e gli entusiasti di questi pennuti lanciano un appello perché il povero piccione, caduto al servizio degli alleati, venga decorato con la Dickin medal, la massima onorificenza al valor militare conferita in Gran Bretagna agli animali.


Sabato 03 Novembre 2012 - 17:15
Ultimo aggiornamento: 17:16

E guerra tra Fatto e Repubblica sugli influencer che aiutano Grillo

Clarissa Gigante - Sab, 03/11/2012 - 16:20

Per Repubblica in 10 "manipolano" un milione di persone. Ma per il quotidiano di Padellaro sono tutti personaggi del non-partito: non possono convincere un non grillino a votare M5S

Il M5S di Palermo, il giornalista Claudio Messora, Il M5S nazionale, il sito Cado in Piedi, il candidato siciliano alle regionali Giancarlo Cancelleri, il consigliere emiliano Giovanni Favia, il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, il M5S di Roma, il consigliere milanese Matteo Calise e il M5S di Firenze.


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Sono questi secondo Il Fatto quotidiano i dieci influencer "sguinzagliati" da Beppe Grillo e Gian Roberto Casaleggio per convincere gli italiani a votare il MoVimento 5 Stelle. Solo dieci persone in grado manipolare l'opinione di chi li legge.
Dieci persone che modificano il pensiero di un milione di potenziali elettori, secondo quanto ha rivelato ieri Repubblica. Se per il quotidiano di Mauro, insomma, questi dieci sono quasi pericolosi manipolatori, quello di Padellaro smonta le teorie complottistiche.

E se sono queste le persone capaci di cambiare i nostri comportamenti... Innanzitutto non possono influenzare un milone di persone. E non solo perché probabilmente questi dieci personaggi avranno "followers" in comune, ma anche perché parlano a "audience" simili anche per sensibilità, se non solo a chi è già seguace di Grillo. Insomma, se davvero esistono questi influencer, non si tratta di personaggi esterni al non-partito (come supposto da Repubblica) ma di persone naturalmente già coinvolte in "una grande operazione di visibilità, un modo perché porta gli utenti si imbattano nei temi del M5S. Un primo passo, perché si interessino a questi argomenti e magari decidano di votare", ci dice Piero Tagliapietra, studioso di influenza e social media, che ci spiega anche cosa si intende per influencer nel mondo del marketing: "In America è una persona con un ampio seguito, mentre in Italia si tende a definirla in grado di influenzare gli altri. Ma è un termine ombrello che copre molti ruoli".

Al di là dei numeri, la mossa di Casaleggio altro non è infatti che una tecnica già usata da molte aziende. Chiunque abbia un amico blogger o minimamente "smanettone" saprà che spesso le società organizzano incontri o eventi per interagire con le persone più attive sulla rete e sui social network, a volte con l'intento (o forse più con la speranza) di far parlare, possibilmente bene, di un marchio o di un prodotto. Un modo per costruire la propria reputazione, insomma. E sul tema degli influencer il "guru" del M5S più volte si è espresso, come dimostra questo video del 2009.

"Il sogno degli uomini-marketing è avere un numero che dica chi è più influente degli altri", spiega il tecnologo Marco Zamperini. E Klout fa proprio questo: assegna un ranking, un numero a chiunque sia iscritto a un social network. Solo che si tratta di un algoritmo quantitativo e non qualitativo. "A me né Grillo, né Casaleggio stanno simpatici, ma non sono stupidi. Sarebbe troppo facile", continua Zamperini, "Pensando a un'iniziativa politica immagino ci siano altri metodi, magari basati sulla propria rete di relazioni. Se devi fare il gruppo dei 10 apostoli di un politico andrai a pescare tra quelli che sono già noti come influenzatori amici. Magari usi anche Klout, ma tenderei a escludere che la scelta passi solo da un algoritmo".

Dello stesso parere Marco Camisani Calzolari, colui che a luglio "smascherò" i finti followers di Grillo e degli altri politici: "Da un po' di anni è pratica comune sia da parte dei politici che delle aziende. Non ho dubbi che l'abbiano fatto anche loro. Del resto anche io ne sono stato vittima a luglio". Anche per il docente universitario non convince però il metodo: "Non è che questi strumenti non servano a nulla, ma misurano una serie di dati che non necessariamente sono in grado di indicare quanto una persona è influente. Secondo me non è stata l'agenzia di Casaleggio a citare Klout". Da anni, Camisani Calzolari si occupa di comunicazione digitale e da anni si scaglia contro il reale valore dei social network che sono "fortini" in cui le energie si disperdono e che non permettono una vera interazione con i propri utenti.

Molto meglio, quindi, una piattaforma propria come la "Dashboard" di Obama. E molto meglio, anziché andare a cercare gli influencer con algoritmi quantitativi, selezionarli "tra quelli che naturalmente sono affini ai temi trattati ad esempio da Grillo (che non sono tutti populisti), facilmente identificabili con i vecchi sistemi come i motori di ricerca". Eppure dieci persone continuano a sembrare pochi, troppo pochi per spostare davvero voti. "Dieci persone con ampio seguito che fanno in modo che i loro contenuti vengano condivisi e diffusi possono rappresentare effettivamente un piccolo mass media", spiega Piero Tagliapietra,

"Ma tenderei a escludere che dieci persone propense a condividere le idee del M5S possano davvero influenzare gli altri utenti, soprattuto di chi non è già interessato al MoVimento". Categorico anche Camisani Calzolari: "Assolutamente no: non lo fanno in quel modo, ce ne vogliono a pacchi, ci vuole un esercito anche in termine di ruoli, che non agiscono solo online. E oggi la tecnologia ce lo permette". Banalizzando, spostare il voto di qualcuno non è come fargli acquistare una merendina. Quel che sembra certo, però, è che Casaleggio e Grillo stiano facendo di tutto, anche con mezzi tipici del marketing, per sedurre soprattutto indecisi e il cosiddetto "partito del non voto". In che modo non è ancora chiaro.

Di Pietro scrive via blog a Crozza: «Anche tu divulghi calunnie e bugie»

Corriere della sera

Il comico ha accreditato l'ipotesi che per anni la cassa del partito sia stata in mano a politico, moglie e tesoriera

MILANO - Antonio Di Pietro scrive, via blog, a Maurizio Crozza per manifestare il proprio stupore, perchè «se persino una persona come te, che a quelle logiche faziose non ha mai obbedito, contribuisce a divulgare, in perfetta buona fede, le bugie che sono state dette in questi giorni, è segno che la campagna di disinformazione e calunnia ha raggiunto davvero livelli molto allarmanti». Di Pietro si riferisce al fatto che Crozza venerdì sera «nel Paese delle Meraviglie» in onda su La7 ha di fatto accreditato l'ipotesi che i soldi dell'Idv fossero in mano a lui stesso, la moglie e il tesoriere.

«SCARICATO»- Ma mentre Antonio Di Pietro polemizza con Crozza, Massimo Donadi, capogruppo dell'Idv alla Camera invita Antonio Di Pietro a fare «almeno due passi di lato». Donadi risponde al collega di gruppo Pierfelice Zazzera che aveva chiesto le sue dimissioni e commenta l'attuale situazione interna:«Di Pietro dice che il partito è morto a chiare lettere; Leoluca Orlando che il partito è morto, De Magistris chiede al leader di fare un passo indietro...Io credo che Di Pietro debba fare almeno due passi di lato...».

Antonio di PietroAntonio di Pietro

«SOLO BUGIE» - Antonio Di Pietro nel blog prosegue nella sua operazione verità e lamenta che «sul mio conto, anzi sui miei conti, a te, come a milioni di altri italiani, sono state raccontate grandissime e sfacciate bugie. Ma, come ben sappiamo, una bugia ripetuta mille volte, amplificata da giornali e televisioni compiacenti, diventa una verità». Al comico, che lo aveva messo nel mirino, il leader Idv ricorda che «in Italia, come sai, non solo i politici rispondono agli interessi di fazione ma anche giornalisti, conduttori e persino uomini e donne di spettacolo si prestano spesso a operazioni di killeraggio per conto del padrino politico di turno».

KILLERAGGIO MEDIATICO - Quella delle bugie ripetute, prosegue Di Pietro, «è la legge su cui si basano tutte le campagne di calunnia e killeraggio politico e nessuno ci andava a nozze quanto Berlusconi. Pare - osserva - che abbia fatto scuola. A guidarli c'è anche la paura di una possibile alleanza del fronte dei non allineati a Monti e al governo della finanza e dei finanzieri». «Io - sottolinea l'ex pm - non ho a disposizione televisioni e conduttori, anche perchè l'Italia dei Valori è l'unico partito che abbia rinunciato a posti nel cda Rai, nelle reti Rai e nei Tg, mentre tutti gli altri lottizzavano a man bassa. Ho solo la forza della verità e della Rete, che ci permette di incrinare quel monopolio dell'informazione grazie al quale erano solo i padroni dei media a decidere cosa era vero e cosa falso».

Video

GLI APPARTAMENTI DEI FIGLI - «Dunque, ho già iniziato a mettere in Rete una puntigliosa documentazione. Se hai un attimo - dice ancora rivolto a Crozza - verifica di persona sul mio sito. Mai come in questo caso 'carta cantà». Al riguardo, Di Pietro sottolinea di aver «dimostrato, con le visure catastali, che un modesto appartamento diviso in due e da me regalato nel 2008 ai miei figli Anna e Toto, a Milano, è diventato nella campagna di calunnia "15 case". Ho messo a disposizione di chiunque i documenti che dimostrano come in quell'agguato travestito da inchiesta siano state fatte passare per mie proprietà marciapiedi, svincoli, strade di accesso e persino giardinetti pubblici. Ho chiarito, sempre con le visure catastali, che i due appartamenti di Bergamo, sui quali è stato sollevato un ennesimo polverone, sono in realtà un solo appartamento, acquistato a nome suo e dei nostri figli da mia moglie Susanna Mazzoleni, al termine di una carriera forense di notevole successo e che giustamente le ha fruttato meritati guadagni».

Redazione Online3 novembre 2012 | 16:02

L’ultima verità sulla fuga di Battisti “Fu escluso dalla dottrina Mitterand”

La Stampa

In un libro le rivelazioni sugli anni francesi del terrorista condannato all’ergastolo e ora libero in Brasile «Il presidente non lo ha protetto»


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Cesare Battisti fu escluso dalla «dottrina Mitterrand», la politica di «protezione» di terroristi stranieri rifugiati in Francia avviata dal presidente francese nel 1982. Lo rivela il giornalista Karl Laske nel suo ultimo libro dedicato alle vicende dell’ex terrorista dei Proletari Armati per il Comunismo (Pac) e intitolato la «La memoria di piombo». Battisti, che visse in Francia dal 1990 al 2004 e nel 1993 fu condannato all’ergastolo in contumacia, diceva lui stesso di essere protetto dal presidente Francois Mitterand. Ma l’autore del libro sostiene il contrario. «Battisti fu escluso dalla dottrina Mitterand. È scritto nero su bianco in una nota di cinque pagine, scritta a macchina e firmata dal vice capo di gabinetto del Guardasigilli, Regis De Gouttes, datata 26 aprile 1983» e indirizzata al ministro dell’Interno Gaston Defferre. 

Pensionata compra francobollo al mercato delle pulci e scopre che vale due milioni e mezzo

Corriere della sera

Definito il Santo Graal della filatelia, è stato emesso nel 1861 in onore di Benjamin Franklin. Ad accorgersene il marito

Il francobollo è stato acquistato a Dresda (Agi)Il francobollo è stato acquistato a Dresda (Agi)

FRANCOFORTE – Una pensionata ha comprato al mercatino delle pulci un francobollo e ha scoperto che è del 1861 e vale due milioni e mezzo. È il sogno di ogni collezionista, acquistare per poco danaro un oggetto in apparenza poco appariscente, per scoprire in seguito che si tratta di un pezzo molto raro.

AUTENTICO AL 99% - È accaduto a Dresda, alla moglie di Reinhold Hoffmann, un pensionato settantenne che campa con 600 euro al mese. La donna ha acquistato per 20 euro un pacco con due chili di vecchie buste affrancate. E quando il marito ha iniziato a ispezionare le buste sul tavolo della cucina, si è accorto dell’acquisto eccezionale. «Mi è mancato il respiro quando ho visto il francobollo», ha narrato il collezionista dilettante al quotidiano popolare Bild, spiegando che il minuscolo francobollo, appena 1,1 per 1,4 centimetri, del valore di un centesimo di dollaro è stato emesso nel 1861 in onore del presidente americano Benjamin Franklin. Da quel momento il pensionato ha narrato di aver «cominciato a studiare la letteratura filatelica e a consultare cataloghi», e poi di essersi «rivolto agli esperti». Ed è stato Klaus Finthe, uno dei luminari della filatelia tedesca, a confermare che «il francobollo è autentico al 99%», e che «probabilmente vale anche più del Mauritius blu (uno dei pezzi da collezione più famosi del globo)».

IL SANTO GRAAL DELLA FILATELIA - Secondo alcune fonti di internet, si tratterebbe del francobollo “Santo Graal”, sul quale è disegnato il profilo di Benjamin Franklin. Il valore del francobollo è dovuto a un piccolo errore di stampa, ma anche al fatto che in circolazione ne esistono solo due altri esemplari, uno custodito nel Museo della Posta di New York ed un altro acquisito nel 2005 dal miliardario californiano Bill Gross. Il pensionato Hoffmann ha intenzione di mettere all’asta il francobollo, ma dovrà attendere che la “Philatelic Foundation” di New York confermi la sua autenticità.


Marika De Feo
3 novembre 2012 | 15:01

Telereporter e Telecampione, fine delle trasmissioni

Corriere della sera

A rischio quindici tv locali lombarde. Costi, digitale e frequenze: «Bocciata la qualità»



MILANO - Fine delle trasmissioni per Telereporter e Telecampione. Il conto alla rovescia è già cominciato e il sipario calerà lunedì, 5 novembre. Quel giorno le due emittenti della syndication nazionale Odeon, controllata dal gruppo Profit, cesseranno le attività. Addio tg e programmi per due canali storici del «telecomando lombardo» e addio posto di lavoro per 56 dipendenti su 97, tra giornalisti e tecnici. «Per Natale, come regalo, riceveremo il licenziamento», dice Teresa Mastrandrea, rappresentante sindacale.
 
Un epilogo che rischia di riproporsi entro fine anno anche per altre tv locali della nostra regione, con una quindicina delle 35 piccole televisioni della Lombardia che corrono il pericolo di spegnere per sempre le telecamere. Le cause? Crisi del mercato pubblicitario (-20% nel 2012); crollo dei contributi pubblici (da 150 a 60 milioni di euro l'anno), massicci investimenti tecnologici per il passaggio dall'analogico al digitale terrestre (in media 1,5 milioni di euro). Un grido d'allarme aggravato poi dal nuovo bando per le frequenze, che penalizza le micro tv e concede incentivi per la rottamazione dei ripetitori. Una leva quest'ultima che a Odeon hanno subito sfruttato: spegnendo una serie di impianti, incasseranno dallo Stato complessivi 22 milioni di euro di bonus. Una manna per il gruppo Profit, in crisi dal 2009, e che lo ha spinto a far scorrere i titoli di coda per Telereporter (nata nel 1977) e Telecampione (classe 1980).
 
Altre tv, però, tremano in Lombardia. A provocare le scosse è soprattutto la riassegnazione delle frequenze, dopo che i canali dal 61 al 69 dovranno essere ceduti alle compagnie telefoniche. Una cessione che allo Stato frutterà introiti per 4 miliardi di euro e che permetterà di erogare incentivi alle tv che decidono di non andare più in onda. Ma a minare il futuro delle televisioni regionali sono anche i criteri stessi per aggiudicarsi le frequenze, che tendono a favorire le emittenti che hanno un maggior bacino d'utenza. «Non si premiano né la qualità dell'informazione né il merito imprenditoriale, ma soltanto l'estensione del segnale. Ecco perché questo bando è una lotteria», dice Katia Sala, direttore di Teleunica di Lecco e Sondrio.
 
Pubblicità e finanziamenti pubblici in caduta libera completano il quadro critico. Un panorama al centro del mirino sia al Pirellone nei mesi scorsi, sia qualche giorno fa a Palazzo Marino. Enrico Mandelli, direttore di 7 Gold: «Il moltiplicarsi di canali ha portato Rai e Mediaset a offrire spazi per gli spot a prezzi stracciati, con la conseguenza che i nostri investitori sono fuggiti da loro». Fabio Ravezzani, direttore di Telelombardia e Antennatre: «Replicare i fatturati d'oro degli anni 80 è impossibile. Però la situazione attuale è allarmante, soprattutto perché né lo Stato, né gli enti locali erogano più fondi». Pesano sui bilanci gli investimenti sostenuti il cosiddetto switch-off: «Per il passaggio dall'analogico al digitale - spiega Gianni Visnadi, direttore di Telenova - abbiamo speso 4 milioni di euro e aperto allo stesso tempo altri due canali, ma senza ricevere nessun aiuto economico».

Paolo Marelli
3 novembre 2012 | 11:52

Venti di scissione, bufera nell'Idv E sul blog Di Pietro «spiega» le case dei figli

Corriere della sera

Il capogruppo Donadi contro l'ex pm: «Tradito dal segretario, si comporta come Berlusconi e il suo declino sarà simile»

Massimo Donadi e Antonio Di PietroMassimo Donadi e Antonio Di Pietro

Tira aria di rottura nell'Italia dei Valori. Sul banco degli imputati c'è il segretario Antonio Di Pietro. Abbandonato, in queste ore, da alcuni suoi fedelissimi che non gli hanno perdonato forse le incertezze mostrate nell'intervista di Report sui conti del partito. Né sembrano accettare di buon grado le simpatie dell'ex pm per Beppe Grillo. L'ipotesi di un ticket Grillo-Di Pietro, con il primo a Palazzo Chigi e il secondo al Quirinale, è mal digerita da molti nell'Italia dei Valori, ma non piace neanche al Pd. «Penso che quella direzione non sia utile al paese», è la posizione di Bersani. Tra i dipietristi, il più arrabbiato è Massimo Donadi, che punta il dito contro il suo leader, accusandolo di comportarsi come il Cavaliere.

«Con lui ho rotto definitivamente», tuona il capogruppo Idv alla Camera. E spiega: «L'Idv negli anni in cui è esistita non ha fatto antipolitica. Il Di Pietro di oggi decide di tradire la sua storia, con un declino simile a quello di Berlusconi, cambiando idea dalla sera alla mattina». Un ticket sarebbe «come il Messico di Pancho Villa e Zapata», taglia corto. Donadi confessa poi di sentirsi «tradito» e «truffato» dall'ex pm e intravede addirittura una scissione, visto che, ammette, «è difficile andare avanti insieme». «Ha detto che l'Idv è morta dopo la puntata di Report però quegli schizzi di fango riguardano lui», accusa il capogruppo a Montecitorio.

«LA DIFESA ONLINE» - Giovedì l'ex pm ha fatto sapere che non intende abbandonare la nave e venerdì è tornato all'attacco. Come? Pubblicando un post sul suo sito. «Oggi è il "giorno dei morti", e io sono appena arrivato a Montenero per far visita ai miei genitori che riposano al cimitero della Madonna di Bisaccia». E così Di Pietro ne approfitta per smontare alcune «perle» di disinformazione sull'«inesistente ingente patrimonio immobiliare". E accusa: «Trattasi di scientifica opera di killeraggio politico».

LE PROPRIETÀ - Ecco dunque, per cominciare le «proprietà immobiliari che fanno capo ai miei figli, Anna ed Antonio Giuseppe (detto Toto)». Il resto nei prossimi giorni. Sui giornali e nelle televisioni sono stati attribuiti ad Anna ben 8 immobili e a Toto 7. Vale a dire "15 case" che Di Pietro avrebbe acquistato con i soldi dei rimborsi elettorali ricevuti dal partito IdV. E pubblica l'estratto catastale. «Certo, nella prima pagina, si legge che Anna è titolare di 7 fabbricati a Milano e Toto di altri 6 e che entrambi siano intestatari di un ulteriore "fabbricato" a Bergamo.

Ma se si ha l'accortezza di "girare" le pagine successive ci si può facilmente rendere conto che, in realtà, i miei figli non sono affatto proprietari di "15 case" ma solo di due appartamentini, con annesso unico garage in un condominio popolare di recente costruzione in zona Bovisa a Milano». Il resto? «Aree urbane dell'intero condominio cedute al Comune di Milano per servizi pubblici». E le case di Bergamo? «Non si tratta affatto di due appartamenti, ma di uno solo. E trattasi dell'appartamento che mia moglie si è comprata, a coronamento del suo lavoro trentennale. Io, quindi, con questo acquisto non «c'azzecco« proprio nulla!».

«MIA MOGLIE NON È MIA MOGLIE» - Poi conclude Di Pietro: «Ribadisco, al riguardo, che "mia moglie non è mia moglie", come ingenuamente ho affermato alla giornalista di Report mai immaginando che questa frase sarebbe stata poi così fraudolentemente estrapolata dal contesto per farle assumere un significato diverso da quello che io intendevo dire in dialetto "dipietrese". Significato che qui voglio specificare in lingua italiana (spero!) per non essere nuovamente travisato: l'avv. Susanna Mazzoleni è sì mia moglie ma va valutata e rispettata per quello che è, per ciò che vale e per il suo mestiere e non per il semplice fatto che sia mia moglie. Susanna è una qualificata docente universitaria ed un'affermata professionista legale che lavora da oltre 30 anni (cioè da prima che io la conoscessi)».



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  • Redazione Online2 novembre 2012 (modifica il 3 novembre 2012)

    Quei 10 guru segreti che influenzano la rete

    Domenico Ferrara - Sab, 03/11/2012 - 08:15

    Si chiamano "influencer": fanno da megafono a Grillo sui social network influenzando, in questo modo, l'intera rete

    Un cerchio magico, un piccolo consiglio di amministrazione che tiene in mano i fili della rete, una élite grillina che scrive, diffonde e condivide contenuti.


    Cattura
    In una parola: influenza. Il mare magnum del web, l'opinione pubblica e quindi gli elettori. Dietro al successo del Movimento 5 stelle ci sono dieci misteriosi influencer, persone che sono in grado di indirizzare e modificare le tendenze in rete. L'ennesima contraddizione grillina: la tanto sbandierata iperdemocrazia è il solito specchietto per le allodole dietro il quale si cela un'architettura di «ingegneria elettorale». Per avere le chiavi della rete basta gestire una piccola pattuglia di influencer. Grillo parla e loro gli fanno da megafono.

    Il comico e nuotatore, quello che si bagna nella folla e attraversa il Paese col camper, è una matrioska che nasconde un apparato molto più complicato e raffinato gestito da Gianroberto Casaleggio. Lo ha spiegato bene lo stesso guru tecnologico in un video del 2009, ben prima che il M5S diventasse una realtà politica di prim'ordine: «Online il 90% dei contenuti è creato dal 10% degli utenti, queste persone sono gli influencer, quando si accede alla rete per avere un'informazione, questa di solito è integrata dall'influencer o è creata direttamente da lui».

    Una minoranza che «manipola» una moltitudine. Che poi non è altro che la traduzione della mission della Casaleggio Associati, società che gestisce il blog del guru pentastellato: «Sviluppare in Italia la creazione di gruppi di pensiero e di orientamento». Frase prontamente cancellata dal sito ufficiale, ma non dalla memoria della rete. Una strategia perseguita con l'ausilio di società di comunicazione e web marketing capaci di analizzare la «storia» degli utenti e di indirizzare l'opinione pubblica verso percorsi predefiniti.

    E quali sono i contenuti più importanti da veicolare, secondo Casaleggio? Video e blog. Elementi cardine della vita digitale di Grillo. Facciamo un esempio: l'ex comico genovese scrive sul suo sito che Di Pietro sarebbe un ottimo presidente della Repubblica. Grillo ha 695mila follower su Twitter e 900mila seguaci su Facebook. Un milione di persone che, molto probabilmente, legge quello che il leader pentastellato sta scrivendo.

    E qui entrano in gioco i dieci guru segreti, il cui potere di «persuasione» è misurato e calcolato
    scientificamente. Per calcolare il livello di «influenza» di un utente ci sono diversi modi. Uno dei principali è l'indice Klout, un numero che va da 0 a 100. Un metodo sulla cui attendibilità la comunità scientifico-digitale si è spaccata in due. Funziona così: chiunque abbia un account twitter può visualizzare il proprio punteggio calcolato in base a un algoritmo che relaziona numerose variabili analizzando l'attività su sette social network: dal numero di persone seguite o che si seguono al numero delle condivisioni dei propri messaggi passando per l'influenza degli amici e così via. Così, in pochi passaggi, il verbo grillino raggiunge alcuni milioni di persone. Sembra un passaparola spontaneo, ma in realtà è un'opera di propaganda abilmente pilotata. Parlare a dieci per educarne un milione: è questa l'arma segreta di Grillo.

    Le email dei ciclisti sulla gara truccata

    Corriere della sera

    «Vinokourov, ti ho fatto vincere: ora paga»

    Vinokourov insegue KolobnevVinokourov insegue Kolobnev

    PADOVA - Non solo Alex Schwazer, non solo Lance Armstrong e non solo doping. Dopo la fine ingloriosa del marciatore altoatesino che vinse la 50 chilometri all'Olimpiade di Pechino 2008 e dopo la disonorevole revoca dei sette Tour de France vinti dall'atleta texano per l'uso sistematico di sostanze stupefacenti, dagli stessi fascicoli giudiziari che hanno determinato il loro tramonto sportivo spunta un altro nome eccellente del ciclismo mondiale: Alexandr Vinokourov, kazako di 39 anni, campione olimpico di ciclismo a Londra 2012. L'ipotesi della procura di Padova ha del clamoroso e gli attribuisce un reato meglio conosciuto alle cronache di Calciopoli che al mondo della due ruote: frode sportiva.

    Vinokourov, come aveva denunciato il settimanale svizzero L'illustré , avrebbe cioè comprato la più antica delle corse in linea del ciclismo su strada, la Liegi-Bastogne-Liegi, classica che si corre fra le dolci colline belghe della Vallonia. L'avrebbe fatto il 25 aprile 2010, quando tagliò per primo il traguardo di Liegi precedendo di sei secondi il russo Aleksander Kolobnev, compagno di fuga, per poi dichiarare con soddisfazione: «Ho dimostrato che si può vincere anche senza doping». In sostanza Vinokourov, in forza all'Astana, avrebbe preso accordi con Kolobnev della Katusha, oggi trentunenne, affinché quest'ultimo non ostacolasse la vittoria. La prova di un'accusa tanto grave sarebbe in alcune email e soprattutto in due bonifici bancari scovati dal pm padovano Benedetto Roberti che in questi giorni ha spedito per competenza gli atti alla procura belga di Liegi e agli uffici svizzeri di Aigle dell'Uci, l'Unione ciclistica internazionale, cioè l'organizzazione che coordina l'attività agonistica a livello mondiale e decide fra l'altro sul rilascio delle licenze.

    Partiamo dallo scambio di email, acquisite dalla procura italiana e tradotte dal cirillico. La prima è datata 26 aprile 2010, ore 23.42, il giorno successivo a quello della gara ciclistica. A inviarla è Kolobnev, a riceverla Vinokourov: «Ti ricordi bene, avevo un'ottima possibilità... Non so se ho fatto bene. L'ho fatto non per il contratto ma per il rispetto tuo e per la situazione in cui ti trovavi. Persino mia moglie non è rimasta delusa che sono arrivato secondo, perché c'eri tu. Se al tuo posto ci fosse stato un altro io avrei corso per la vincita, per la gloria e per i bonus. Avevo tanta forza quel giorno. Adesso aspetto pazientemente. I miei dati trasferiscili da qualche parte e cancella la email. Sennò rimango senza le palle». In coda alla email le coordinate bancarie del suo conto corrente presso la Bsi di Locarno (Svizzera).

    La risposta di Vinokourov ha tardato un po' ad arrivare: è del successivo 8 maggio, ore 23.34: «Ciao Kolobok (soprannome, ndr ), scusami se non ti ho risposto per molto tempo. Non ti preoccupare, hai fatto tutto bene... Lo dici anche tu che la terra è rotonda e Dio vede tutto, penso che stavolta vincerai. Secondo l'accordo, non ti preoccupare, farò tutto. Dovrai aspettare un po'. Buon riposo. Vino (soprannome di Vinokourov, ndr )».

    Così, dunque, il dialogo fra i due. Sospetto, certo, ma non ancora una prova. È stato il passo successivo a far chiudere il cerchio agli investigatori. Dopo aver chiesto assistenza alle autorità elvetiche, hanno infatti potuto appurare che quel conto corrente esisteva davvero ed era intestato proprio a Kolobnev con la sottoscrizione di un funzionario della Bsi, Edoardo Conceprio, già indagato dalla stessa procura padovana per riciclaggio di denaro a favore di numerosi altri atleti nell'ambito del procedimento contro il medico sportivo italiano Michele Ferrari. Il procuratore svizzero di Neuchatel ha acquisito tutti i movimenti del conto corrente di Kolobnev e li ha inviati in Italia facendo strabuzzare gli occhi al pubblico ministero. Perché fra i vari accrediti (41 mila euro mensili dal management di Ginevra del team Katusha) c'erano due bonifici provenienti dalla Banca Credit Forcier di Monaco e in particolare dal conto intestato proprio a lui: Vinokourov.

    Il primo di 100 mila euro datato 12 luglio 2010, il secondo di 50 mila del 28 dicembre. Per la procura di Padova ce n'è abbastanza per concludere che «l'ufficio ha raccolto prove inoppugnabili - scrive la procura nel documento allegato al fascicolo inviato alle autorità belghe e svizzere -, Vinokourov ha promesso e versato a Kolobnev 150 mila euro al fine di assicurarsi la vittoria nella competizione, così da raggiungere un risultato diverso dal corretto e leale svolgimento della competizione».

    C'è infine il capitolo minore legato alle scommesse lecite dei Monopoli di Stato sull'evento sportivo che naturalmente non tengono conto della clamorosa accusa di truffa e che per il codice penale costituisce un'aggravante. Ma l'Italia può poco sulla vicenda poiché la frode è stata commessa fra il Belgio e la Svizzera. Per questa ragione Padova ha chiesto l'archiviazione del fascicolo trasmettendolo per competenza territoriale all'estero. La patata bollente è ora passata nelle mani dell'Uci, che dopo la denuncia del settimanale (senza seguito) si trova di fronte a un'indagine penale, e del procuratore di Liegi, che ha così scoperto come anche la classica più antica del mondo di cui si fregia la sua città è stata forse venduta. A lui e al presidente dell'Uci, Patrick McQuaid, il compito di decidere le sorti del campione olimpico di ciclismo.


    Andrea Pasqualetto
    3 novembre 2012 | 8:07

    Quei suoni in via d'estinzione messi al sicuro da un ragazzo

    Nino Materi - Sab, 03/11/2012 - 09:03

    Brendan, 25 anni, dalla sua casa negli States ha raccolto le "voci" degli oggetti ormai passati di moda. Boom di contatti sul suo sito

    In una società che sente tanto (ma ascolta poco), il museo of endagered suonds, ossia dei «suoni in via d'estinzione», è qualcosa che emoziona.


    Cattura
    L'abbiamo scoperto casualmente, navigando in rete per una ricerca che nulla aveva a che fare con i «rumori scomparsi». Ma il bello del web è anche questo: clicchi nella speranza di trovare una cosa e, senza volerlo, ne scovi cento più interessanti. Così abbiamo fatto la conoscenza virtuale di un ragazzo con la faccia da secchione, Brendan Chilcutt, 25 anni, che dalla sua casa negli States ha cominciato ad archiviare sul pc la registrazione di «rumori» che negli anni '80 e '90 erano talmente comuni da passare inosservati, ma che oggi sono diventati rari audioreperti per archeologi metropolitani.

    Una sorta di colonna sonora della memoria, con tanto di patetica (patetica?) nostalgia per quella cassetta che faceva klak entrando nel videoregistratore; per quel gettone che faceva tcun ingoiato dal telefono della cabina; per quel cchhh che la puntina del giradischi urlava sfregando il solco del vinile; per quel tac tac tac della macchina da scrivere; per quel biiiip del cercapersone. Roba che le orecchie dei giovani post anni '90 non hanno avuto il piacere di intercettare. Si sono persi qualcosa di «bello»? Mah, chi può dirlo...

    Certo è significativo che l'idea di ridare voce a questi suoni da matusa non sia venuto a un matusa, ma a un figlio della Jobs generation che il gracchiare a punta di una telescrivente non riesce neppure a immaginarselo. Eppure nella web carrellata di Brendan Chilcutt c'è anche lei, la telescrivente. Grazie Brendan per non averla dimenticata. E per aver riesumato dalla soffitta delle anticaglie tecnologiche anche il suono dei primi modem, il trillo dei primi cellulari Nokia, oltre alle le musichette di videogiochi cult come Pacman e Tetris, passando per Tamagochi e Game Boy. Tutto lì, consultabile - anzi, riascoltabile - sul sito The Museum of Endagered Suonds, ovvero il «Museo dei suoni in via di estinzione». Per l'iniziativa di Brendan le definizioni si sprecano: da «progetto retrò» a «operazione amarcord».

    Comunque il giovane Chilcutt non si ferma qui: «Il mio sogno è creare una grande banca dati per fare in modo che nessuno di questi suoni, che hanno accompagnato la vita di molti di noi, scompaiano o vengano dimenticati». «Il maggior numero dei rumori registrati - spiega Brendan - si riferiscono a oggetti degli anni '70, '80 e '90. Ogni giorno mi viene in mente qualcosa di nuovo e comincio la mia audioricerca che poi riverso nel sito in corrispondenza dell'immaggine dell'oggetto in questione.

    Basta poi fare un doppio clic sulla foto, ed ecco partire il suono della memoria...». Il suo sito ha registrato negli ultimi tempi un boom di contatti, proprio mentre in Italia infuriano le polemiche per la probabile soppressione - causa spending review - dell'Istituto per i beni sonori e audiovisivi che raccoglie la documentazione audiovisiva della storia italiana dal 1928: una vera e propria memoria storica orale, che sarebbe meglio conservare gelosamente, proprio come sta facendo Brendan nel suo web-museo.

    Una vetrina dove a farla da padrone è la tecno-voce di creature che oggi stanno alla modernità con la stessa disinvoltura di un dinosauro. Spiegano gli esperti: «Quei rumori rappresentavano l'impronta di un mondo analogico che veniva collegato al digitale, e ogni rumore aveva un proprio significato, indispensabile per trasmettere dati su una tecnologia nata per trasmettere suoni».

    Ma la nostra memoria personale non può avere solo un cuore high-tech. Un esempio? Quello struggente eeehhh!!! urlato dalla sirena che sui cantieri dove lavoravano i nostri nonni operai sanciva l'inizio della pausa pranzo. Non c'erano mense aziendali: ognuno tirava fuori ciò che aveva portato da casa e si mangiava insieme. Poi, mezz'ora dopo, la sirena risuonava. E nell'aria restava il profumo del cibo. Anche quello, tutto da «sentire».

    Pago solo con il telefonino

    Corriere della sera

    Attivo il servizio e mi viene un dubbio: che succede se mi rubano il cellulare?


    L'italiano medio ha una storica diffidenza per i pagamenti elettronici. In compenso è telefonino-dipendente. E allora chissà che non diventi proprio il cellulare il trampolino per lanciare il «denaro elettronico» anche nel nostro Paese. Gli smartphone più recenti hanno al loro interno un chip che si chiama Nfc. Vuol dire «Near field communication» («comunicazione di prossimità») e permette di scambiare dati in maniera bidirezionale (invio e ricezione) senza fili. Basta avvicinare il telefono a un altro apparecchio o a un qualunque oggetto che sia dotato di una tag (etichetta) Nfc. Tra i dati che si possono scambiare ci sono anche quelli relativi a una transazione monetaria. Ed ecco che il cellulare si può trasformare in un borsellino elettronico. In alcuni Paesi (Giappone, Corea, Stati Uniti) è una realtà. Nel 2013 i servizi partiranno anche da noi. Proviamo a raccontarvi una giornata vissuta con il cellulare che paga per noi. Il servizio che abbiamo testato si chiama Smart Pass e lo propone Vodafone. Ma anche altri attori come Telecom Italia, Poste Italiane, Wind, 3 Italia, banche e consorzi stanno per lanciare offerte simili o del tutto analoghe.

    GUARDA L'INFOGRAFICA


    La partenza Per cominciare servono due cose: uno smartphone con Nfc e una scheda sim anch'essa Nfc. Tutti i produttori hanno almeno un telefono Nfc tra quelli disponibili, con l'eccezione di Apple. Nel corso del 2013 il numero di modelli disponibili dovrebbe ampliarsi notevolmente, anche con prodotti economici. La vostra vecchia sim non va bene, ne serve una apposita (potete ovviamente conservare il vostro numero). Lo smartphone va associato a una carta di pagamento «fisica». Nel caso del nostro test, per Vodafone è una Mastercard ricaricabile. L'associazione avviene tramite un'applicazione. Si fa una volta e a quel punto si può lasciare a casa la carta di credito. Sarà lo smartphone a sostituirla in tutto. L'obiettivo di domani, quando altri accordi saranno stati firmati, è poter usare la carta che già abbiamo, senza necessità di ottenerne una in più per i pagamenti Nfc.

    Riempire il «borsellino» Benché si tratti di denaro digitale, dei soldi veri non se ne può fare a meno. Il borsellino elettronico va rimpinguato. Perché gli acquisti che faremo non sono pagati con il credito telefonico ma con un secondo «serbatoio» separato (quello della carta Mastercard che abbiamo collegato al nostro telefono). Possiamo ricaricarlo a un bancomat, online oppure con un bonifico dal conto corrente. Sulla carta c'è il codice Iban da utilizzare: se abbiamo un accesso online alla nostra banca il gioco è presto fatto.

    Spendere
    Quando il borsellino elettronico è gonfio possiamo avventurarci nelle prime spese. I negozi convenzionati con Smart Pass sono circa 10 mila, si stima diventino 150 mila per il 2013. Il primo tentativo lo facciamo in un supermercato Esselunga. Compriamo alcuni prodotti e andiamo alla cassa. Quando diciamo all'addetta che vogliamo pagare con uno smartphone ci guarda con occhi smarriti. Le spiego, come mi hanno istruito, che è come pagare con una Mastercard contactless (quelle che non necessitano di «strisciare» la carta).

    Proviamo. Lancio l'applicazione, clicco su «Effettua il pagamento» e avvicino lo smartphone al pos. Funziona. Essendo la spesa inferiore a 25 euro non ho dovuto neppure digitare il pin. Il secondo esperimento lo faccio in un negozio di casalinghi (Zara Home). Stesso smarrimento della cassiera, stessa procedura ma stavolta, avendo speso più di 25 euro, mi tocca digitare il codice. Quant'è il massimo che si può pagare con questo sistema? Dipende dalle condizioni della carta fisica collegata. Nel caso di Smart Pass è 12.500 euro. E con la tecnologia Nfc potrei anche trasferire denaro a un altro utente dotato dell'applicazione.

    La sicurezza Quando ho attivato il servizio mi sono posto il problema. Che succede se mi rubassero lo smartphone o lo perdessi? Dovrei affrettarmi a chiamare il numero verde per bloccare la carta collegata. Altrimenti oltre al danno avrei la beffa di potenziali micropagamenti (sotto i 25 euro, quelli senza pin) effettuati a mio nome. Allora tornerebbe utile una vecchia cabina. A patto di trovarne una.

    Paolo Ottolina
    3 novembre 2012 | 10:28

    Scoperta in Bulgaria la più antica città europea

    Corriere della sera

    L’insediamento ospitava circa 350 abitanti e venne creato tra il 4.700 e il 4.200 avanti Cristo

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    La più antica città preistorica europea è stata trovata in Bulgaria, vicino a Provadia, nell’estremo nord-est del Paese. L’insediamento ospitava circa 350 abitanti e venne creato tra il 4.700 e il 4.200 avanti Cristo favorito dalle risorse dell’ambiente. Il luogo era ricco di sale. La popolazione si dedicò alla sua produzione e, sfruttando sorgenti calde, fabbricava mattoni di sale poi venduti. Una città, dunque, centro produttivo e commerciale legata a una risorsa naturale che ha segnato la storia dell’uomo.

     La più antica città europea La più antica città europea La più antica città europea La più antica città europea La più antica città europea

    CONSERVAZIONE ALIMENTI - Quando 10 mila anni fa i nostri antenati diventarono allevatori e agricoltori ridimensionando il loro ruolo di cacciatori e raccoglitori fino allora prevalente, dovettero risolvere il problema della conservazione degli alimenti. Si ritiene che circa 6 mila anni fa si riuscisse a scoprire come il sale potesse conservare soprattutto le carni e questo portò una vera rivoluzione nell’alimentazione e nello sviluppo umano. Proprio gli straordinari vantaggi resero il sale particolarmente prezioso e infatti anche la cittadina bulgara ora scoperta era circondata da alte mura di pietra proprio per difendersi meglio. Così fu nei millenni seguenti e anche Venezia doveva parte della sua ricchezza al commercio del sale.

    SCAVI - Gli scavi nell’area bulgara vennero iniziati dagli archeologi dell’Istituto nazionale di archeologia nel 2005 e in passato era stata trovata una piccola necropoli. Ma la prosecuzione degli scavi ha individuato un insediamento complesso nella sua organizzazione tanto da definirlo una vera città. Le indagini hanno portato alla luce resti di edifici a due piani e una serie di piattaforme utilizzate a scopo rituale. Non si deve immaginare una città come in Grecia (la civiltà greca inizierà 1.500 anni più tardi) o nell’antica Roma, avvertono gli archeologi, ma le sue caratteristiche la rendono «estremamente interessante» per comprendere gli sviluppi urbani. Altri insediamenti analoghi, ma meno importanti, sono stati trovati negli ultimi anni nel sud-est europeo (vicino a Tuzla in Bosnia e a Turda in Romania) e sempre legati alle risorse locali come le miniere di rame e oro nei Carpazi e nei Balcani.

    Giovanni Caprara
    2 novembre 2012 | 17:13

    Rasato a zero come gli ebrei» per punizione Indagati due allenatori di nuoto

    Corriere della sera

    L'avrebbero inflitta a un bambino perché non si sarebbe impegnato: la procura della città veneta apre un'inchiesta

    I capelli rasati a zero «come agli ebrei» e una croce disegnata in cima alla testa per non essersi impegnato a sufficienza in una gara internazionale di nuoto. È la lezione inflitta da due istruttori e un'atleta di una piscina ad un ragazzino vicentino di 11 anni. A denunciare l'episodio, avvenuto nel maggio scorso, i genitori del bambino, che hanno presentato ad agosto un esposto contro i tre, indagati dalla Procura per abuso di mezzi di correzione. Saranno interrogati l'8 novembre prossimo.

    PUNITO - Al rientro da una serie di gare di nuoto tenutesi a Locarno, in Svizzera, il ragazzino si è presentato ai genitori con la testa completamente rasata, ad eccezione di una porzione di capelli a croce. L'undicenne ha spiegato di essere stato punito in questo modo dal capo degli allenatori di 52 anni e dalla sua vice di 28, i quali avrebbero lasciato l'esecuzione materiale della lezione ad una atleta più anziana della comitiva. Davanti agli altri baby atleti il taglio dei capelli sarebbe stato minacciato, ma non attuato, anche nei confronti di un secondo ragazzino, i cui familiari hanno presentato a loro volta un esposto denuncia.

    «LA CROCE ERA IL SIMBOLO DELLA SVIZZERA» - Gli istruttori si sono difesi sostenendo che è abitudine rasare i capelli in occasione delle gare e che la croce rappresentava solo il simbolo della Svizzera. Hanno negato, invece, il riferimento antisemita. La Procura ha delegato la squadra mobile di Vicenza a svolgere indagini approfondite sulla vicenda. Dalle maglie del riserbo degli investigatori si apprende che il caso viene trattato con la massima delicatezza, tenuto conto della giovane età del protagonista. La società di nuoto vicentina di cui facevano parte i due istruttori ha deciso di sospenderli cautelativamente, in attesa che la magistratura faccia piena luce sull'accaduto.

    «LA TESTA COMPLETAMENTE RASATA»- «Lo abbiamo stabilito immediatamente dopo aver raccolto la denuncia dei genitori del bambino - spiega il responsabile - per difendere i bambini e dare modo agli istruttori di spiegare le loro ragioni nelle sedi opportune». L'uomo conferma di aver visto lui stesso il bambino due giorni dopo il rientro dalla Svizzera e di aver notato «che la testa era completamente rasata». «Se fosse vera - commenta - è una cosa che si allontana totalmente dai valori sportivi che professiamo». A stigmatizzare l'episodio è anche il sindaco della cittadina teatro della vicenda. «La società di nuoto - rileva - ha fatto bene ad allontanare i tre perchè la punizione scelta è assolutamente poco felice».

    (Fonte: ANSA).
    Redazione Online2 novembre 2012 | 22:57

    Mai visto al processo assolto con molte ombre”

    La Stampa

    Milani, presidente dei familiari delle vittime della strage di Brescia “Era un cattivo maestro, non credo si sia mai pentito del suo ruolo”

    MICHELE BRAMBILLA
    MILANO


    Cattura
    Manlio Milani, 73 anni, è il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di piazza della Loggia a Brescia. Quel 28 maggio 1974 sua moglie Livia Bottardi, che aveva 32 anni, gli morì tra le braccia. Milani ha atteso invano giustizia. Nessuno è mai stato condannato nonostante una lunga serie di processi: nell’ultimo, tra gli imputati c’era anche Pino Rauti. Assolto sia in primo sia in secondo grado.

    Milani, che ricordo ha dell’uomo e imputato Pino Rauti?
    «E chi lo ha mai visto? Al processo non è mai venuto. Come tutti gli altri imputati. Ma la sua è stata un’assenza molto più pesante».

    Perché?
    «Perché Rauti è stato un parlamentare. Un rappresentante dello Stato. E purtroppo abbiamo dovuto constatare che, ancora una volta, chi rappresenta le istituzioni si rifiuta di presenziare a un processo sulle trame di quegli anni. Rauti doveva venire, non fosse altro per smentire le accuse contro di lui».

    Secondo lei perché non ha fatto neppure quello? Neppure una presenza per difendersi?
    «Credo che l’assenza sia stata significativa del suo modo di rapportarsi con le istituzioni e con i cittadini. D’altra parte stiamo parlando di un uomo che, in un’intervista alla televisione svizzera, disse che “la democrazia è un’infezione dello spirito”».

    Da quale cultura veniva Pino Rauti?
    «Credo più da quella nazista che da quella fascista. Con un paradosso, però. Rauti provava rancore nei confronti delle democrazie occidentali che avevano sconfitto la Germania di Hitler: ma aveva rapporti con le loro strutture militari e con i loro servizi segreti. Quando Vincenzo Vinciguerra (estremista di destra condannato per la strage di Peteano, ndr) uscì da Ordine nuovo per andare in Avanguardia nazionale, lo fece proprio perché si rese conto che il vertice ordinovista - con Rauti, Maggi e altri personaggi poi coinvolti nelle inchieste sulle stragi - aveva collegamenti con gli apparati militari».

    E come spiega questo paradosso? Odiare il blocco occidentale e collaborare con i suoi servizi segreti.
    «Rauti era innanzitutto un anticomunista. Per questo non esitò ad allearsi con le detestate democrazie occidentali. Era un’alleanza strategica in funzione anticomunista».

    Secondo lei Rauti ha fatto parte di un’organizzazione paramilitare?
    «Rauti era al vertice di una struttura occulta. Lo scrive, in una velina inviata ai servizi segreti, la cosiddetta “fonte Tritone”, cioè l’ex estremista di destra Maurizio Tramonte, l’uomo che ha dato il via all’ultimo processo sulla strage di Brescia, quello appunto in cui era coinvolto Rauti. L’8 luglio 1974 Tramonte scrive al servizio segreto militare e cita Rauti come “comandante”».

    Al processo, però, è stato assolto.
    «Con molte ombre. La sentenza equivale alla vecchia insufficienza di prove. Però guardi, noi stessi, voglio dire noi stessi delle parti civili, eravamo dubbiosi. Tanto è vero che non abbiamo fatto né appello né ricorso in Cassazione contro la sua assoluzione».

    Non c’erano elementi chiari?
    «No, per la strage di piazza della Loggia non c’erano. Anche per piazza Fontana non c’erano, infatti fu prosciolto anche lì. Credo comunque che lui, per una lunga fase, sia stato al centro di tante vicende. Un punto di riferimento culturale e ideologico per tutto un mondo. Negli anni Sessanta era stato teorico della “guerra a bassa intensità”, che poi è diventata strategia della tensione».

    È stato un cattivo maestro?
    «Credo che lo si possa dire. Carlo Maria Maggi, che era uno dei suoi uomini, ha sostenuto che le stragi sono uno strumento di lotta politica».

    Stiamo parlando però di posizioni di quarant’anni fa. Non sembra aver fatto vita da estremista, negli ultimi decenni.
    «Lei vuole chiedermi se si è pentito? Non credo che si sia pentito. Penso solo che a un certo punto si sia chiuso in se stesso. Non è uscito dal rancore e dal senso di rivalsa nei confronti di chi ha sconfitto il nazismo, ma ha lasciato la prima linea per restare su un piano culturale».

    Forse un voler cambiare vita?
    «Forse. Ma avrebbe potuto contribuire a sviluppare idee diverse, a dare indicazioni diverse alle nuove generazioni. Soprattutto, avrebbe potuto contribuire a fare chiarezza sugli anni più bui della nostra storia. Non ha fatto né la prima né la seconda cosa».

    Si è mai fatto vivo con voi?
    «Mai. Non una lettera, non una telefonata. Neanche per dire “guardate che non sono stato io”. È la cultura di chi disprezza i rapporti con gli altri».

    Che cosa si porta Rauti nella tomba, o nell’aldilà?
    «Tanti misteri, tanti segreti. Tante spiegazioni che l’Italia aspetta da troppi anni».

    La verità nascosta della Grecia: i politici evadono ancora le tasse

    Gilda Lyghounis - Sab, 03/11/2012 - 08:51

    Giornalisti in cella per farli tacere, ma lo scandalo esplode: coinvolti due ex ministri. E la rabbia monta: boom di vendite per il giallo sul serial killer dei furbetti del fisco

    Un medico ateniese viene trovato ucciso da una iniezione di cicuta: lo stesso veleno che fu usato 2400 anni fa per giustiziare il filosofo Socrate. Un politico fa la stessa fine.


    Cattura
    Idem un armatore stile Onassis. Tutti avevano ricevuto, pochi giorni prima di morire, una lettera da un misterioso «Esattore fiscale» che intimava loro di saldare le tasse inevase. «Paga quello che devi allo Stato, tu che guadagni milioni di euro e ne dichiari 20mila l'anno». La caccia mortale agli evasori non è per ora realtà: lo scrittore Petros Markaris, il Camilleri greco, autore di una trilogia sulla crisi economica ellenica, di cui l'ultimo thriller «L'esattore» (tradotto in Italia da Bompiani) è appunto il secondo romanzo, ha prudentemente messo in calce al suo libro l'avvertimento «Attenzione: questo giallo non è consigliabile per imitazioni. Anche se l'evasione fiscale in Grecia è una piaga enorme».

    Sarà per proteggere le potenziali vittime di un serial killer che si ispiri all'«Esattore» che la magistratura greca ha arrestato, processato e infine assolto giovedì a tempo di record, nel giro di una settimana, il giornalista Kostas Vaxenakis, che aveva iniziato a pubblicare sulla rivista da lui fondata, Hot doc, la lista di circa duemila evasori ellenici con conti all'estero che era stata consegnata fin dal 2010 dall'allora ministro delle Finanze francese Christine Lagarde (attuale direttore del Fondo monetario internazionale) al governo ellenico guidato due anni fa dal socialista George Papandreu? Lista da allora misteriosamente scomparsa: dopo le rivelazioni di Hot doc, la Corte Suprema di Atene sta decidendo se procedere contro due ministri delle Finanze che si sono succeduti dal 2010 senza muovere un dito per scovare gli evasori contenuti nell'ormai famoso «CD Lagarde» e fare pagare loro quanto dovuto allo Stato.

    I ministri nel mirino sono George Papacostantinou ed Evanghelos Venizelos: in particolare quest'ultimo è un pezzo da novanta del Movimento socialista panellenico Pasok, al potere per 30 anni- con una parentesi di sette anni di esecutivi a guida conservatrice - dopo la caduta della dittatura dei colonnelli nel 1974. Venizelos ora è il leader del Pasok e dopo le ultime elezioni di maggio, che hanno visto il crollo dei maggiori partiti, ha deciso di dare il suo appoggio al governo di solidarietà nazionale guidato dal leader di centrodestra Antonis Samaras. Chi e quale lobby avrà voluto proteggere il corpulento Venizelos, che della Grecia contemporanea conosce ogni anfratto?

    Nel libro di Markaris, l'esattore killer recupera ben 8 milioni di euro in dieci giorni e li consegna al fisco, fra l'esultanza dei greci che nel romanzo, proprio come nella realtà, stanno subendo pesantissimi tagli a stipendi e pensioni, e una disoccupazione al 24%, per sanare il bilancio di uno Stato che vanta al contempo, secondo uno studio della Confindustria ellenica, almeno 30 miliardi di euro l'anno di evasione fiscale. Gli aiuti internazionali alla Grecia ammontano a circa 200 miliardi: basterebbero sette anni di «recupero crediti» nel settore evasione per ripagare il megaprestito, invece di salassare pensionati e impiegati.
     
    Ma non basta, nell'ultima settimana i giornalisti arrestati o sospesi dalle loro funzioni sono ben quattro.
    Oltre al direttore di Hot doc, due conduttori della tivù pubblica: sospesi solo perché hanno osato chiedere al ministro per la Protezione del cittadino, Nikos Dendrias, se ha intenzione di dimettersi dopo lo scandalo, rivelato da un'inchiesta del quotidiano comunista Avghì ripresa dal britannico The Guardian, relativa a torture e pestaggi nei commissariati greci ai danni di immigrati. Sottolineamo che alle ultime elezioni ben uno su due poliziotti ad Atene hanno votato per il partito neonazista Alba Dorata, la triste novità del panorama politico greco, che ha portato 21 deputati in Parlamento riscuotendo consensi fra chi cerca un capro espiatorio della crisi economica fra i più deboli: ad Atene le aggressioni ad immigrati anche regolari sono all'ordine del giorno.

    Ma a chiudere l'elenco dei giornalisti nel mirino dei giudici è Spyros Karatzaferis, fratello di Ghiorgos, leader del partito ultranazionalista Laos che è stato superato a destra da Alba Dorata, e responsabile di un tv privata regionale. Karatzaferis aveva appena annunciato tre giorni fa nella sua trasmissione di avere avuto rivelazioni da parte degli hacker di «Anonymous» che avevano di recente forzato il sito del dicastero ellenico delle Finanze: rivelazioni «che avrebbero danneggiato la politica economica seguita dal governo greco».

    Gli hacker si sono concentrati sui colloqui fra il governo di Atene e la troika formata dai rappresentanti del FMI, dell'Ue e della Banca centrale europea relativamente alle condizioni per dare alla Grecia l'ultima tranche di 11 miliardi del megaprestito. Le prime decisioni ufficiali sull'esito di questi colloqui i greci le hanno lette giovedì sui giornali: 90mila licenziamenti nel settore pubblico di qui al 2016 e nuovi tagli a pensioni, istruzione, autonomie locali. Forse l'«Esattore fiscale» sta preparando nuove iniezioni di cicuta.

    Il Lambrusco post-comunista che riconquista l’America

    Corriere della sera


    Cattura
    Era un partigiano tosto Walter Sacchetti, nome di battaglia Spartaco. Uno che, finita la guerra, capì al volo il discorso di Palmiro Togliatti a Reggio Emilia nel 1946, quello dell’unione «pacifica delle ragioni del lavoro e del capitale» per dimostrare che i «comunisti fanno star bene il popolo». Il denaro e il marxismo, ovvero le grandi coop dal Dopoguerra alla fine dell’illusione di fare la rivoluzione con supermercati e cantine.


    Da sinistra Harry Mariani, Walter Sacchetti e due manager di Villa Banfi


    Sacchetti divenne senatore e «ambasciatore» delle coop emiliane nel mondo. Un giorno, sul finire degli anni Sessanta, incontrò John Mariani a Milano, proprietario di Villa Banfi, allora una società di import di vini prima di diventare il trampolino di lancio planetario del Brunello di Montalcino. Convinse John a portare qualche cassa di Lambrusco negli States. E le casse diventarono, dopo un po’, 11 milioni l’anno. Un vino facile, così facile che finì persino in lattina.

    Il successo di marketing socialista nel regno del capitale venne guidato dalle Cantine Riunite del presidente Sacchetti (il figlio Ivano, mezzo secolo dopo, non ha avuto uguale fortuna, è finito nei guai per la tentata scalata di Unipol a Bnl con Giovanni Consorte). Alla fine degli anni Ottanta, la gioiosa marcia all’estero del Lambrusco perse tutta la sua potenza: il palato dei consumatori americani di vino era diventato troppo attento per quel vino simpatico ma dalla struttura lieve.

    Il nome del rosso spumeggiante è stato per anni accostato a bottiglie di fascia bassa. Un vinello. Lo chiamavano The Italian Coca Cola. Giudizio immeritato. Piano piano, vignaiolo dopo vignaiolo, ponendo fine allo sfruttamento intensivo dei vigneti e lavorando il vitigno come altri grandi d’Italia, tra Modena, Parma e Reggio Emilia è nato un movimento spontaneo di quello che Ernesto Gentili e Fabio Rizzari, curatori dei Vini d’Italia 2013 dell’Espresso, chiamano il Lambrusco d’autore. Un salto di qualità che ora convince nuovamente gli americani.

    Il neo Lambrusco ha stregato prima il critico del New York Times, Eric Asimov. Che ha parlato di una «rinascita a New York», a partire dalla liste dei vini dei ristoranti («Ehi, rilassati — ha scritto rivolgendosi al suo lettore ideale — non parlo del vecchio Lambrusco, ma di quello secco, asciutto, gioioso e rinfrescante amato da milioni di persone»). E ora arriva anche la «consacrazione» di Wine Spectator, il periodico del vino più diffuso negli States. Alison Napjus, senior tasting coordinator della rivista, lo ha descritto così: «Va dal secco e il piccante al leggermente dolce, soprattutto l’amabile»


    Christian Bellei

    Il Rinascimento del Lambrusco ha prodotto bottiglie sorprendenti. Come il Rosè Metodo classico di Cantina della Volta, un Lambrusco di Sorbara dal colore sfumato di una buccia di cipolla, opera di Christian Bellei, da due anni staccatosi dall’azienda del padre Francesco. «Mi sono regalato il sogno di una cantina tutta mia», spiega Christian. E i risultati si sono visti subito: il Rosè è stato uno dei protagonisti applauditi dell’ultima edizione di Autochtona a Bolzano. Tradizionale, spumoso, quasi violaceo il Lambrusco del versante parmense di Monte delle Vigne, dal 2004 diretta dal costruttore Paolo Pizzarotti, 60 ettari e una spettacolare barricaia sotterranea. Mezzo secolo di storia ha, nella zona, Airola di Marcello Ceci: il suo nome è nella bottiglia-bandiera dell’azienda: «Dolce ma non troppo, di bassa gradazione alcolica», è la sua filosofia.

    Sempre nel Parmense fresco e corposo il Lambrusco del vignaiolo biodinamico Camillo Donati, che usa il metodo della rifermentazione naturale in bottiglia, «evitando ogni forzatura termica o chimica». La stessa filosofia di Luciano Saetti, che si dedica al Salamino di Santa Croce: il suo è un Lambrusco fuori dagli schemi, armonioso in modo inaspettato.

    Tra i capisaldi del Lambrusco c’è la cantina centenaria Medici Ermete, nel Reggiano: il suo Concerto, con uve Salamino, è robusto e vivo. La tradizione è ben rappresentata anche dalla Cleto Chiarli, azienda da milioni di bottiglie l’anno: produce una linea di Lambrusco Grasparossa e Sorbara, svetta quello del Fondatore. Il Grasparossa della Tenuta Pederzana, nel Modenese, interpreta in modo non convenzionale la storia del vitigno, in linea con la forza giovanile del proprietario Francesco Gibellini.

    Nella classifica di Asimov sul podio c’è, assieme alla Cleto Chiarli, la Fattoria Moretto, solo 6 ettari di schiettezza biologica, a Castelvetro. Gentili e Rizzari hanno invece coronato, assieme al Rosè di Cantina della Volta, il Lambrusco di Sorbara di Villa di Corlo, guidata da Antonia Munari Giacobazzi. Evoca profumi di «lampone e fiore di camomilla». Con il suo ottimo rapporto qualità-prezzo, (da 6 euro), sarebbe piaciuto anche all’ambasciatore del Lambrusco in America, Walter Sacchetti.