domenica 4 novembre 2012

Di Pietro vuole affossare l'Idv: pronta la lista "Basta"

Andrea Indini - Dom, 04/11/2012 - 19:41

Si stringe l'asse tra Di Pietro e il comico. Secondo indiscrezioni sarebbe già pronta la lista "Basta!" che, insieme ai grillini, sosterrebbe la candidatura di Ingroia a Palazzo Chigi. L'ex pm smentisce e attacca tutti: "Boiate informative, contro di noi un omicidio politico"

Dall'Italia dei Valori ormai è un fuuggi fuggi? E il primo a darsela a gambe levate è proprio il laeder Antonio Di Pietro. Mentre il partito affonda sotto i colpi della magistratura e degli scandali, l'ex pm sta pensando di non soccombere insieme ai suoi fedelissimi e di riciclarsi con l'aiuto di Beppe Grillo.


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Secondo l'Unità, infatti, Di Pietro avrebbe già in tasca il simbolo nella nuova lista e i contatti giusti per provare a portare il partito delle toghe al potere. L'ex pm smentisce ("È una boiata informativa") e passa al contrattacco: "Sto diventando davvero 'viola' di rabbia per le continue falsità e calunnie che mi vengono riversate addosso".

Come già anticipato oggi dal Giornale in edicola, il disegno che sta nascendo da un'ipotetico asse tra il Movimento 5 Stelle e Di Pietro è la nascita di una forza politica che, usando la lotta alla casta come specchietto per le allodole, sarebbe pronta a invadere il parlamento portando le toghe al potere. Le spinte stanno esplodendo negli ultimi giorni, dopo l'inchiesta di Report sull'immenso patrimonio immobiliare dell'Italia dei Valori. Eppure, secondo le indiscrezioni raccolte dall'Unità, il progetto sarebbe in cantiere già alcune settimane. Durante il vertice fiume di martedì scorso, Di Pietro avrebbe inavvertitamente svelato un bozzetto segretamente nascosto all'interno di una cartellina.

Il simbolo della nuova lista di Di Pietro un cerchio con la grande scritta bianca "Basta!" su sfondo viola. "Gli altri dirigenti seduti al tavolo della sede Idv hanno subito chiesto spiegazioni - ha raccontato uno dei dieci notabili presenti - ma l'ex pm ha tagliato corto: 'Nulla di importante'". Solo una coincidenza? Macché. Il colore viola (simbolo delle piazze antiberlusconiane per antonomasia), il funerale all'Idv nell'intervista al Fatto Quotidiano, la candidatura al Colle lanciata da Grillo, la lista arancione di Luigi De Magistris: il puzzle si sta componendo. Un pezzo alla volta e quello che emerge è un disegno per mettere insieme un fronte dei "non allineati" al premier Mario Monti.

Adesso Di Pietro guarda a un'alleanza col Movimento 5 Stelle, sebbene la base grillina non sia affatto d'accordo. "Insieme arrivano al 25-30%", assicura il Fatto Quotidiano che, negli ultimi giorni, ha vivamente caldeggiato le nozze tra i due. Ovviamente, perché possano avvenire, Di Pietro deve uscire dall'Idv e creare una "cosa" nuova. La lista "Basta!", per l'appunto. Anche De Magistris è già pronto a lanciare una propria lista. La Fiom guarda con interesse. Tutti pronti a sostenere la candidatura dell’attuale procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia a Palazzo Chigi. "Non è realistico - si limita a commentare il pm - per ora mi sto concentrando sul Guatemala e sulla sua situazione che merita impegno".

Le indiscrezioni pubblicate dall'Unità, però, mandano su tutte le furie Di Pietro che bolla la lista civica come "una boiata informativa", nega di voler sciogliere l'Italia dei Valori e accusa tutto e tutti: "Questa non è lotta politica. È premeditato omicidio politico". Insomma, attacca a testa bassa adesso che le indiscrezioni e gli scandali si inseguono uno via l'altro. "Mi viene davvero voglia di urlare una volta per tutte: e mò basta con tutte queste sciocchezze", attacca l'ex pm sul suo blog puntando il dito contro "i signori della disinformazione e del killeraggio politico". Tanto che l’Idv Stefano Pedica si arrischia a proporre una manifestazione per dire che Di Pietro resta il leader. La chiameranno "Ripartire". Da dove non si sa.

Se conosci Tonino, eviti Beppe

Giuliano Ferrara - Dom, 04/11/2012 - 15:38

Per anni Di Pietro è stato usato dai politici nonostante le sue ombre. Non ripetiamo l'errore

Che Di Pietro fosse il classico demagogo all’italiana, un personaggio insincero, che tirava a potere e solidità patrimonia­le, scavando da piacione nella vena inesauribile della lotta alla corruzio­ne, fingendosi un procuratore in cro­ciata, un giansenista e moralista con le scarpe grosse da contadino e mol­ti peccadillos da farsi perdonare, che avesse famiglia alla Longanesi e anzi fosse il prototipo stesso dell’italiano che ha famiglia, lo sapevamo tutti.


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Da subito. Poi è arrivata la commissa­ria Gabanelli, con il finale gesto del maramaldo,e l’ha seppellito fino al­la ultima zolla, cioè la beffa di Grillo, un altro Di Pietro in fila per uno, che lo ha proposto per il Quirinale. Milano è un villaggio. Tutti sapeva­no tutto di tutti. Lui arrestava, istruiva processi-bomba, percorreva in fa­vore di telecamere corridoi fatali accompagnato da avvocaticchi con i quali concordava l’uscita de­gli arrestati dalle camere di sicu­rezza in cui si riscuoteva con la pa­ura del carcere la confessione, ma già si sapeva tutto di quel co­raggioso magistrato in carriera politica.

Si sapeva che non era uno stinco di santo, che le sue ca­dute di stile erano piuttosto pe­santi, che il tout Milan era pieno di gente di denari che aveva avuto rapporti spuri con l’ex poliziotto laureato di fretta e messo lì a fare da battistrada dei professorini dell’anticorruzione del pool,si sa­peva quel che è venuto fuori pub­blicamente dopo, e cioè che ave­va avuto rapporti inconfessabili con un pezzetto dei servizi diplo­matici (e altro) americani, che la sua storia di pm antipartito era la storia stessa di come veniva calan­do la cortina di ferro della guerra fredda. Si sapeva che era un corag­gioso molto particolare, perché quando Bettino Craxi lo sfidò in te­levisione, con tutto che lui era il vincente e Craxi un candidato al­la latitanza e a svariate condan­ne,

Di Pietro si mise sull’attenti e quasi non pronunciò verbo, e per questo fu disprezzato da noi po­chi e sgridato dai generali in pol­trona che dalla tolda delle reda­zioni speculavano sulle sue in­chieste per abbattere la Repubbli­ca dei partiti, senza sapere che un certo Berlusconi avrebbe poi tol­to l­oro la voglia di fare strani espe­rimenti con la storia bistrattando­li per quasi vent’anni. Si sapeva che voleva solo fare politica, en­trare in Parlamento, diventare mi­nistro e uomo di partito al posto di quelli che c’erano prima:loro a capo di partiti marciti nella corru­zione ma gloriosamente fondato­ri di una Repubblica, lui signor nessuno, molto ignorante fin dal­la lingua che parlava, il classico bi­folco inurbato orgoglioso del­le­proprie catti­ve maniere.

Di Tonino si sapeva tutto, compresa la scatola da scar­pe che contene­va i c­ontanti re­stituiti senza in­teresse al pre­statore di ultima istanza del suo distretto giudiziario, il fornitore di Mercedes da rivendere Gian­carlo Gorrini. Si sapeva di appar­tamenti a sbafo, di rapporti spuri con l’indagato di Tangentopoli che «stava un gradino sotto Dio». Eppure gli italiani lo amavano o fingevano di amarlo. Gli italiani di establishment , avvocati e gior­nalisti e altri opportunisti della Milano da spolpare, e gli italiani del popolo, poveri illusi dei pro­cessi televisivi di un giorno in pre­tura , erano anche loro incantati da lui, il vendicatore dei torti.

Ri­cordo gli ultimi giorni piovosi di campagna elettorale nel Mugel­lo, e mi rivedo piccolo kamikaze ti­gnoso in viaggio tra quei palazzo­ni del collegio dove ogni finestra era un voto per Di Pietro, a Sesto Fiorentino, poco dopo comizi sur­reali in cui io, comunista di scuo­la togliattiana e di famiglia, poi an­ticomunista per scelta, spiegavo ai comunisti fiorentini e mugella­ni che stavano per votare Di Pie­tro, molto a malincuore, che tipo fosse il beniamino scelto per loro da D’Alema e da Prodi, e dovevo farlo con il palchetto in piazza scortato e protetto dai fascisti che da decenni non avevano fatto sen­tire la loro voce in quei quartieri di bestiale e radicale egemonia politica cooperativa, socialista e comunista.

Mi annoia la vittoria scontata e postuma sul fantasma di quel ma­laccorto furbacchione. Sono an­che contento che sia toccato ai controinquisitori di sinistra della Raitre il compito non proprio gra­devole di bastonare il cane in ac­qua. Uno del gruppo della Gaba­nelli, Bernardo Iovene gran razza di cronista, venne nel Mugello nel 1996 e fece un bel documenta­rio, e ha aspettato quasi quindici anni per avere ragione del fanta­sma di politico demagogo che aveva girato mentre era al­l’opera, e scap­pava, nell’am­biente blinda­to della Tosca­na rossa. Se la rievoco, que­sta brutta sto­ria italiana, è solo per mette­re in guardia da nuove apparenti vittorie di nuovi furbacchioni. La politica è anche avventura ma non svelti­na.

O hai qualcosa di solido da pro­po­rre oppure la tua traversata del­lo stretto è destinata a rivelarsi per quel che è, una escogitazione solipsista per ingannare il popo­lo, così pronto a farsi turlupinare, per passione, per rabbia, per go­la, per totale ignoranza delle rego­le del gioco pubblico.

Le "leggerezze" che si pagano care lavorando in ufficio

La Stampa


Assentarsi a lungo dal posto di lavoro per fare la ricarica telefonica può costare caro al lavoratore. Come pure le eccessive telefonate o le pause caffè fiume. La Cassazione ha stilato un vero e proprio vademecum delle "leggerezze" che possono costare il posto di lavoro, o comunque pesanti censure, all'impiegato. Ovviamente dipende dall'occupazione e dagli incarichi che si ricoprono ma, in linea di massima, allontanarsi per lungo tempo per ricaricare il telefonino o avere un atteggiamento «belligerante» non giova alla salute del lavoratore. Guai in vista anche per chi non collabora ad un «clima sereno» in ufficio.


RICARICHE TELEFONICHE - Si era allontanato dal posto di lavoro sostenendo di dovere effettuare una ricarica al telefono cellulare. Il lavoratore in questione, Giuseppe M., era una guardia giurata che operava nel salernitano e che, allontanatosi, non si era attivato nemmeno a rapina in corso. Licenziato in tronco per giusta causa.

TELEFONATE FIUME - Sono tanti i casi di dipendenti pubblici che, nel corso della loro giornata lavorativa, si sono attaccati al telefono per ragioni private un po' troppo a lungo. In molti casi il lavoratore ha pagato con il licenziamento perché secondo la Cassazione «troppe chiamate private ledono il rapporto fiduciario con l'azienda se vengono fatte da chi svolge un'attività che richiede particolare attenzione».

Mai mettere zizzania tra colleghi, silurabili gli attaccabrighe

GLI ATTACCABRIGHE -Il comportamento «poco collaborativo» e «talvolta offensivo» verso i colleghi autorizza il datore di lavoro al licenziamento. Per non parlare degli impiegati un po' troppo inclini al litigio che passano alle «vie di fatto». Ai fini del siluramento, hanno osservato i giudici con l«ermellino', pesa il «contatto fisico violento fra i due litiganti, tale da integrare gli estremi delle percosse, anche se non necessariamente delle lesioni personali».

METTERE ZIZZANIA - La serenità in ufficio è tutto. Mettere pertanto zizzania tra i colleghi può essere una leggerezza censurabile, se non con il licenziamento, certamente con un trasferimento. A fare le spese della pronuncia degli ermellini un elettricista veneziano colpevole di «rovinare spesso l'ambiente di lavoro», mettendo zizzania tra i colleghi.

PAUSA CAFFÈ - Tollerato il break soltanto se limitato a «pochi minuti». In questo caso un dipendente che si era fatto male durante la classica pausa caffè in ufficio si è visto negare il risarcimento danni perché il break era durato «più del dovuto» 

Una telecamera a infrarossi per capire chi è ubriaco

Corriere della sera

Un software misura la temperatura di varie aree del viso svelando se si è bevuto troppo


Si potrà obiettare che un ubriaco si riconosce da lontano. Ma siccome a volte non è così facile capire se qualcuno ha bevuto troppo, Georgia Koukiou e Vassilis Anastassopoulos dell'università di Patrasso stanno mettendo a punto un software in grado di capire se la persona che abbiamo davanti ha alzato un po' troppo il gomito, in maniera oggettiva e senza possibilità di errore. Basta puntargli contro una telecamera e il gioco è fatto: i baristi potrebbero capire che non è il caso di servire un altro drink a quel cliente che pare solo leggermente su di giri, i negozianti potrebbero rifiutarsi di vendere una bottiglia di alcolico a chi ha già bevuto un bel po' anche se non lo dimostra.

SOFTWARE – Se infatti una persona è molto ubriaca non ci sono dubbi, i segni sono tali e tanti che chiunque può capirlo. Quando però si è bevuto parecchio ma si è ancora abbastanza padroni di sé non sempre è così facile: è proprio in questi casi che potrebbe essere d'aiuto il software progettato dai due ricercatori greci, basato sulla visualizzazione a infrarossi del viso, di cui si parla in uno studio pubblicato sull'International Journal of Electronic Security and Digital Forensis.

In pratica, si punta sul viso una telecamera a infrarossi, quindi il programma procede con due tipi diversi di analisi: innanzitutto confronta il valore di temperatura di alcuni punti specifici del viso con quello delle stesse aree del volto di un database di soggetti sobri o ubriachi. «L'alcol tipicamente dilata i capillari in alcune zone della faccia e non in altre – spiegano i ricercatori –. L'immagine termica del viso quindi è molto indicativa, perché se vediamo un cambiamento della temperatura nelle regioni “della sobrietà” o “dell'ubriachezza” possiamo capire se il soggetto ha bevuto e più o meno quanto. Approcci simili, con l'uso di immagini termiche del corpo, sono state utilizzati anche dalle polizie di frontiera per per identificare persone affette da virus come la Sars».

ZONE PRECISE – Il secondo tipo di analisi eseguito dal software non richiede il confronto con un database di immagini di soggetti sobri o ubriachi: in questo caso infatti il programma misura la temperatura di precise aree del viso e la differenza fra di loro. Confermando quello che tutti sanno, ovvero che a chi beve troppo si arrossa il naso, i ricercatori osservano: «Il naso di chi ha alzato il gomito è più caldo, mentre la fronte si raffredda più del solito: confrontando queste due zone e senza bisogno di paragonare il dato con alcun database si può capire se il soggetto ha bevuto in abbondanza».

Le due analisi possono essere condotte in parallelo dal software, che secondo gli autori potrebbe rivelarsi utile per stabilire in modo oggettivo il grado di ubriachezza di un soggetto: un test che perciò sarebbe molto utile alle forze dell'ordine ma anche a baristi e gestori di locali, per capire (meglio che con una semplice occhiata) se un cliente potrebbe rivelarsi molesto perché alticcio. E forse, magar se fosse trasformato in una applicazione da cellulare, potrebbe servire a tutti, per sapere se l'amico che vuole darci un passaggio con l'auto ha esagerato con il vino a cena ed è meglio che si accomodi sul sedile del passeggero.

Elena Meli
4 novembre 2012 | 10:46

Un altro scandalo in Vaticano: "Basta onorificenze facili"

Paolo Rodari - Dom, 04/11/2012 - 08:54

Le conseguenze dell'affaire Savile: la Santa Sede in imbarazzo per la medaglia al presentatore inglese accusato di abusi su bambini: giro di vite sui controlli. La star della tv fu premiata per le sue attività di beneficenza

L'ordine è perentorio e arriva direttamente dai piani altri del Vaticano. Basta onorificenze a caso. La vicenda che ha coinvolto Jimmy Savile, infatti, ha scosso parecchio presuli e prelati.


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E così l'indicazione d'ora innanzi è una: vagliare bene prima di concedere titoli a caso. Sul caso Savile è intervenuto direttamente Vincent Nichols, primate d'Inghilterra e arcivescovo di Westminster. Questi è sceso in campo furioso. Ha preso carta e penna e ha scritto alla segreteria di stato vaticana chiedendo che si facesse qualcosa per eliminare quell'onorificenza che sa di scandalo: Savile, presentatore della Bbc morto nel 2011 e accusato di essere un molestatore di donne e minori, nel 1990 fu insignito dell'onorificenza di commendatore dell'ordine pontifico di San Gregorio Magno per il suo impegno a favore di molte iniziative di beneficenza. Commendatore, dunque, un grado raggiunto dopo che Savile inviò il proprio curriculum vitae (età, professione, condizione familiare e sociale, con descrizione accurata delle benemerenze acquisite nei riguardi della Chiesa), alla nunziatura apostolica che l'ha poi fatto pervenire - corredata dal proprio nulla osta - alla segreteria di stato.

Dal 1990, insomma, anche Savile aveva i numeri per andare in giro con l'insegna dell'ordine, costituita da una croce maltese con la figura di San Gregorio Magno sul diritto e il motto «Pro Deo et Principe» sul retro. Poteva mostrare la medaglia sostenuta da una fascia rossa bordata. E soprattutto sfoggiare l'uniforme in panno verde scuro con ricchi ricami in argento, speroni, sciabola e feluca piumata di nero. Un titolo onorifico, certo, nulla di più, ma pur sempre un titolo prestigioso perché concesso direttamente dal Vaticano. Anche se padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, ha dichiarato che con la morte di Savile l'onorificenza che gli era stata concessa è di fatto decaduta, lo scandalo resta e in Vaticano non sono rimasti con le mani in mano.

Proprio mentre lo scandalo Savile montava, un telegrafico comunicato vaticano spiegava le nuove disposizioni riguardanti il proliferare di ordini equestri non riconosciuti dalla Santa Sede i quali, tramite «insegne» e «diplomi cavallereschi», compiono «abusi che poi risultano a danno di molte persone in buona fede». La segreteria di stato, in sostanza, «ritiene opportuno ribadire che oltre ai propri ordini equestri (Ordine Supremo del Cristo, Ordine dello Speron d'Oro, Ordine Piano, Ordine di San Gregorio Magno e Ordine di San Silvestro Papa), la Santa Sede riconosce e tutela soltanto il Sovrano Militare Ordine di Malta ovvero Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta e l'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, e non intende innovare in merito».

Tutti gli altri ordini di nuova istituzione, o fatti derivare da quelli medievali non sono riconosciuti dalla Santa Sede, non potendosi questa far garante della loro legittimità storica e giuridica, delle loro finalità e dei loro sistemi organizzativi. Ad evitare equivoci purtroppo possibili, anche a causa del rilascio illecito di documenti e dell'uso indebito di luoghi sacri, e ad impedire la continuazione di abusi che poi risultano a danno di molte persone in buona fede, «la Santa Sede conferma di non attribuire alcun valore ai diplomi cavallereschi e alle relative insegne che siano rilasciati dai sodalizi non riconosciuti e di non ritenere appropriato l'uso delle chiese e cappelle per le cosiddette "cerimonie di investitura"».

Anche per gli ordini ufficiali il controllo sarà maggiore. E lo sarà soprattutto per una delle onorificenze più ambite, quella che permette di fregiarsi del titolo di gentiluomo di Sua Santità. Fino al 1968 si chiamavano «Cavalieri di spada e cappa», divisi fra «Segreti» e «d'Onore». Era un club esclusivo, riservato alla nobiltà papalina. Poi Paolo VI decise che il nome era troppo medioevale e lo cambiò. La Corte Pontificia divenne Casa Pontificia e i cavalieri si trasformarono, appunto, in gentiluomini di Sua Santità. Il resto rimase uguale: collare con le chiavi decusse, frac e sparata bianca. Membri laici della Famiglia Pontificia, i gentiluomini siedono vicini ad altri, i cui ruoli sono spesso di difficile interpretazione: dagli addetti di anticamera, prima detti «bussolanti», ai procuratori del sacro palazzo apostolico, ai protonotari apostolici. È il Papa in persona a dare il titolo, che non può essere ereditato.

La nomina è da considerarsi a vita, ma la Santa Sede può deciderne la revoca. Per essere membro bisogna aver acquisito sul campo particolari benemerenze. Ma d'ora innanzi queste benemerenze saranno vagliate a dovere: errori come quelli di Savile la Santa Sede è decisa a non commettere più.

L'ultimo camoscio bianco ucciso dalla stupidità

Oscar Grazioli - Dom, 04/11/2012 - 09:07

Abbattuto per sbaglio: i cacciatori avevano deciso di proteggerlo. Poi è arrivato il solito disinformato

Dice una vecchia massima, ripresa da Asimov nell'introduzione di uno dei suoi famosi libri di fantascienza, che «contro la stupidità neanche gli dei possono nulla».


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Si trattasse solo di stupidità, ma qui siamo alla crassa ignoranza ben condita con sapienti dosi di vigliaccheria. L'episodio del camoscio bianco che abitava i boschi dell'Alto Vallese (Svizzera) mi ricorda molto da vicino quello che accadde nel bolognese. Un cacciatore riuscì a sparare a una rara aquila del Bonelli e a ucciderla, mentre si era temporaneamente abbassata, nel suo volo, per ghermire una preda. La preda ambita invece divenne lei e il cacciatore, tutto trionfante per avere catturato un animale raro, la portò sul cofano della macchina nella piazza del suo paese, come usano fare i cacciatori, in modo macabro, con cinghiali, daini ecc. Dopo pochi giorni le autorità dell'amministrazione regionale ritennero opportuno consegnare un premio a chi era riuscito, con sagacia e passione, a inseguire per tanto tempo il volatile e ad assicurarlo al museo del capoluogo di provincia.

Ignoro quale sarà la sorte del camoscio bianco svizzero, ma non posso ignorare che, dall'episodio dell'aquila ad oggi sono passare circa quarant'anni e allora la legislazione era completamente diversa da quella odierna (mentre la stupidità umana è peggiorata). Oggi l'uccisione di un'aquila del Bonelli farebbe discutere tutto il paese e rappresenterebbe un reato penale che, se trovasse un magistrato con appena un po' di attributi, comporterebbe una sanzione di quelle esemplari. Purtroppo non può essere così nel caso del camoscio bianco che era diventato un po' la star nella regione di Termerwald/Klana, vicino alla cittadina di Brig, in Svizzera.

Era da qualche anno che i valligiani avevano avvistato questo raro esemplare di camoscio albino e la sua fama aveva richiamato anche molti turisti che, macchine fotografiche e cineprese alla mano, passeggiavano sui tortuosi tratturi della valle in ceca di un'immagine da portare a casa e da fare vedere a figli e nipoti. C'era addirittura anche un «gentleman agreament» tra cacciatori del posto. Per quanto il camoscio sia una specie cacciabile, avevano deciso di lasciare in pace questo esemplare che peraltro aveva già i suoi problemi di salute. Come è noto infatti gli animali albini, così come capita nell'uomo, non vedono bene alla luce del sole, che ne ferisce i delicati occhi e sono comunque molto più fragili a livello di vari organi.

Tutti ricorderanno gli orsi albini e i tanti altri rari animali bianchi che la natura ogni tanto fa nascere, per misteriosi leggi della genetica. Animali in qualche modo splendidi per la loro rarità che destano la meraviglia e la sorpresa delle persone ma, troppo spesso, molto sfortunati quanto a lunghezza della vita che risulta più breve rispetto ai consimili «normali». Oltre tutto una macchia bianca nel bosco è una facile preda per i fucili moderni e così i cacciatori del posto avevano deciso di lasciare in vita il camoscio bianco. Chi conosce i cacciatori seri sa che hanno un loro codice d'onore. Purtroppo, nel mucchio, il vigliacco si nasconde sempre. Il camoscio bianco è caduto sotto il facile tiro di un vigliacco. «Un'azione del tutto legale - spiegano i guardia-caccia della zona - ma altrettanto incomprensibile». Del tutto comprensibile invece, per chi conosce l'uomo.