martedì 6 novembre 2012

Il mistero del lago di Scanno: onde anomale e bussole impazzite, partono le ispezioni

Corriere della sera

Il lago che ha ottenuto la Bandiera blu è stato sottoposto a ispezioni dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia

Il livello dell’acqua sceso di almeno sei metri in meno di un anno, le bussole dei sommozzatori impazzite, un oggetto non identificato sepolto nel fondale e, infine, armi e munizioni dell’ultima guerra che riaffiorano dopo quasi settant’anni. Se non fosse per la concretezza dei suoi abitanti, i quali respingono fantasiose ipotesi stile Loch Ness, si direbbe che cose strane accadono a Scanno e nei dintorni dell’omonimo lago abruzzese, il più grande della regione, formatosi a causa di una frana migliaia di anni fa.


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GLI EPISODI - Si tratta di episodi, rassicurano gli amministratori locali, che però non fanno dormire sonni tranquilli alla popolazione. Come la moria di pesci di quattro anni fa, un episodio anche quello ed ora per fortuna solo un ricordo. Il problema dell’acqua è grave ed urgente. L’abbassamento del livello del bacino, secondo alcuni studiosi riconducibile in parte alla siccità ed in parte al terremoto del 2009 (che avrebbe favorito infiltrazioni e dispersioni), potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza stessa di flora e fauna. L’allarme è stato lanciato quest’estate dagli ambientalisti locali, raccolto dalla Regione Abruzzo e inviato in forma di appello accorato al Governo.

LE BUSSOLE - Ma gli acciacchi e i guai di questo lago a forma di cuore, situato a 930 metri di altezza e di recente insignito della Bandiera blu ed inserito nell'elenco dei siti di interesse comunitario, non finiscono qui. C’è il mistero delle bussole dei sub che s’immergono nella zona nord del comune di Villalago. Le lancette degli strumenti, una volta sott’acqua, si dimenticano di segnare il nord e piegano in altre direzioni. «È accaduto di recente durante le giornate ecologiche che organizziamo con la nostra associazione – racconta Enzo Gentile, ambientalista, pescatore e studioso del lago da una vita –, il fenomeno si è ripetuto diverse volte e a varie profondità. Per eliminare il dubbio che potesse trattarsi di un fenomeno anomalo, dato che i fondali sono profondi anche trenta metri e non si riesce a vedere granché sott’acqua a causa del buio, abbiamo chiesto aiuto agli esperti».

ISPEZIONI - E così a Scanno, venerdì scorso, sono arrivati i tecnici dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia di Roma, Fabio Florindo e Marco Marchetti. Con l’aiuto di due imbarcazioni messe a disposizione da Gentile e dai suoi amici e con una strumentazione speciale, hanno monitorato i fondali alla ricerca di eventuali segnali magnetici. Ora si attende l’esito degli esami. «Abbiamo utilizzato dei magnetometri e con il sistema Gps abbiamo elaborato una mappa – fa intanto sapere Florindo, che all’interno dell’Ingv è dirigente di ricerca.

Possiamo già dire dai risultati preliminari che ad un certo punto il segnale magnetico cambia, anche se di poco, e che potrebbe trattarsi di materiali ferrosi sepolti nel fondale. In un solo punto della porzione di lago da noi esplorata c’è un’anomalia negativa molto concentrata, molto localizzata. Abbiamo le coordinate di questo oggetto, stimiamo che misura circa sei metri per due, è di forma ovale, è orientato verso nord-est ma non sappiamo di cosa si tratti. Ulteriori analisi definiranno meglio questa anomalia».

REPERTI - Dei rilievi compiuti dall'Istituto sono stati informati sia il commissario prefettizio del Comune di Scanno, Giuseppe Conti, sia il sindaco del Comune di Villalago, Fernando Gatta. Ci si chiede cosa possa esserci in quel punto. C’è chi pensa a un ordigno della seconda guerra mondiale. Altri fanno notare che il lago, in passato, è stato utilizzato come discarica. Di recente, con l’abbassamento del livello dell’acqua, sta restituendo parecchie cose. «Abbiamo trovato munizioni, pistole, mitra e altre armi gettate qui da chi voleva disfarsene durante la guerra», conferma il sindaco Gatta. «E reperti risalenti all’anno Mille, che getteranno nuova luce sulla storia locale di quel periodo», aggiunge Gentile. Non sarà Loch Ness ma il lago di Scanno continua a promettere sorprese. E a nascondere segreti.

Nicola Catenaro
6 novembre 2012 | 16:16

Chi c’è dietro l’omino del cambio dell’ora?

La Stampa

Viaggio nel mondo degli orologi pubblici: come funzionano, quanto costano, chi li paga.
flavia amabile
roma


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A Roma esiste “l’omino del cambio dell’ora”. Non è una sola persona, sono tante, due volte l’anno dopo il passaggio dall’ora legale a quella solare o viceversa, vanno in giro per le strade ad aprire orologi, spostare le lancette, richiuderli, passare all’orologio successivo. Ci sono circa 800 orologi a Roma, una parte è regolata a distanza ma la stragrande maggioranza deve sottoporsi a questo rito medievale per permetterci di avere l’ora giusta. Dura settimane e non è nemmeno detto che alla fine tutti i quadranti siano sincronizzati come appare nel video. 

A Milano le cose non funzionano molto meglio. Gli orologi sono 1354, tutti splendidamente disposti a 200-300 metri di distanza gli uni dagli altri e collegati con un sistema di radiocontrollo all’orologio atomico tedesco di Mainflingen. Tutto è andato splendidamente per 82 anni con un’unica società ad occuparsi del servizio. Quando è stato bandito un appalto e la gara è stata vinta da una nuova società e si sono aggiunti problemi giudiziari il sistema è andato in tilt: da allora in ogni strada si legge un’ora diversa in una confusione forse non solo cronologica. 

Sia chiaro: a noi contribuenti non costa nulla, si tratta di apparecchi gestiti da privati che pagano una tassa di concessione al Comune e ci guadagnano riempiendo gli spazi assegnati delle pubblicità più varie. Ma noi ci guadagniamo qualcosa? A che cosa servono gli orologi pubblici in un mondo dove ognuno di noi ha in tasca almeno un cellulare e spesso anche un orologio al polso? Oppure è solo uno dei tanti modi che i comuni hanno di svendere pezzi delle nostre città sommergendoci di pubblicità di pessimo livello anche nei centri storici più belli al mondo?




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Il cambio dell’ora degli orologi pubblici a Roma

Rapito a vent'anni, il giallo del ragazzo mai diventato adulto

Il Mattino
di Rosaria Capacchione


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NAPOLI - Una storia criminale può essere raccontata anche, e soltanto, attraverso i numeri: degli arrestati, dei condannati, dei testimoni, delle udienze, delle pagine della sentenza. La storia del clan Bardellino, assorbito dal cartello dei Casalesi, è storia di grandi numeri, una sorta di pozzo senza fondo che va sotto il nome di Spartacus nel quale, a saper cercare, si trovano brandelli di vite troppo brevi, di umanità sacrificata all’interesse di camorra, di amori spezzati dalla faida.

È l’enciclopedia di una galassia che solo di recente ha cambiato la sua consistenza, e che sta diventando cosa diversa da quella conosciuta attraverso le 626 udienze del processo di primo grado. Ma quando si ragiona per grandi numeri talvolta si perde il dettaglio. Ce ne sono tante di morti dimenticate nel grande contenitore di Spartacus, quello che racconta la vita quotidiana in terra di camorra nel periodo compreso tra il 26 maggio del 1988 e il mese di giugno del 1996: omicidi, lupare bianche, ferimenti, che non hanno trovato spazio nella memoria dei collaboratori di giustizia o che, se pure sono stati citati, non hanno avuto il pregio del riscontro.

La storia di Francesco Vastano e del padre Teobaldo Cerullo è una di queste: lui delinquentello di paese, sparito nel nulla il 28 novembre del 1988; l’altro attore di seconda fila, qualche film di quart’ordine all’attivo, ucciso il giorno dopo, nella piazza di Casal di Principe, per aver voluto cercare a ogni costo le spoglie di quel figlio sfortunato. Anche Amedeo Letizia è un attore. È stato Gigi, uno dei protagonisti dei «Ragazzi del muretto». Poi è diventato produttore. Amedeo è il fratello di Paolo Letizia, sequestrato in una tipieda serata del settembre del 1989, mai più restituito alla famiglia.

È andato via, Amedeo, a Roma, dopo aver inutilmente inseguito le tracce di Paolo: un bel ragazzo dai capelli color biondo tiziano, un incidente di percorso - l’arresto - lungo la strada che lo avrebbe portato alla corte di Antonio Iovine, quel ninno bello diventato uno dei capi del cartello e di cui i due fratelli erano amici. E poi la sparizione, forse nel grande cimitero del lago Patria, forse in una cisterna nelle smisurate campagne dei Mazzoni. A quel tempo si raccontò che avesse pagato per un rifiuto a Iovine perché lui, che era di buona e facoltosa famiglia, aveva promesso a casa che in carcere non sarebbe tornato mai più.

Con il senno di poi, a voler cercare una traccia, un collegamento, un indizio che metta in relazione Paolo Letizia con le vicende camorristiche di quell’ultimo scorcio di estate, si trova un altro omicidio senza movente e senza colpevoli. Il 15 settembre, tre giorni prima della scomparsa di Paolo Letizia, era stato ammazzato un tale Salvatore Della Volpe, che le cronache del tempo descrissero come armiere di Francesco Schiavone-Sandokan. Era stato ucciso a Villa di Briano, scampolo di paese attiguo a Casal di Principe e San Cipriano, di cui è una sorta di enclave e dove abitava (fino alla confisca della villa) proprio Antonio Iovine.

C’è un collegamento tra i due fatti? Amedeo, nel libro-confessione-biografia pubblicato un mese fa («Nato a Casl di Principe») e scritto a quattro mani con la giornalista Paola Zanuttini, non ne fa cenno. Ricorda, invece, Francesco Vastano e il padre Teobaldo. E racconta di come, invece, avrebbe potuto fare la stessa fine dell’altro attore. Lo fa in poche righe, drammatiche, che riassumono l’intima contiguità tra bravi e cattivi ragazzi di Casal di Principe, l’ineluttabile normalità dell’essere vicini alla mafia. Si era messo in testa «di andare a casa di uno dei capi con lo Spas-12 e dirgli: ”O mi racconti tutto o ti ammazzo”».

E alla giornalista che gli chiede conto di come avrebbe fatto a trovare dei latitanti, risponde: «Si muovevano da una casa all’altra, non dormivano mai nello stesso letto, ma io potevo sapere dove si fermavano» attraverso amici informatissimi. Ma se lo avesse fatto, non sarebbe stato qui a raccontare la sua storia «perché sarei finito come loro». Dunque, la storia: Paolo Letizia fu sequestrato la sera del 18 settembre 1989 mentre era a bordo della Panda bianca della mamma con un amico, Massimo ’o Chiattone, e tre ragazze. Il rapitore era arrivato su una Fiat Uno bianca, uguale a quella che in mattinata aveva seguito un altro fratello di Paolo,

Leonardo (morto due anni dopo in un incidente stradale) e che apparteneva a Giuseppe Russo, a quel tempo autista e guardaspalle di Francesco Schiavone, oggi detenuto al 41 bis. Paolo aveva un amico che oggi, volendo, potrebbe raccontare la verità su quella serata. Si chiama Francesco Della Corte, è un collaboratore di giustizia. Interrogato all’indomani del rapimento, disse di non aver incontrato, quella sera, Paolo Letizia. Venti giorni dopo aveva rettificato: «Verso le 22,15 sono proprio passato per la via dove avevano rapito il Letizia e confermo che a quell’ora non vi era nessuno». Mai nessuno, all’epoca, gli chiese conto dello stranissimo cambio di versione. Un altro buco nero che contiene la verità e la soluzione del mistero.


Lunedì 05 Novembre 2012 - 15:14

Napoli, te li ricordi gli autobus? Oltre trecento (su 450) sono fermi

Corriere del Mezzogiorno

Anm in rosso, denuncia dei sindacati.

 

NAPOLI - Trecentotrenta è il numero di mezzi Anm in circolazione in città su un parco macchine di 909 vetture. Non si toccava questa cifra dal 1993. Sono passati venti anni, il trasporto su ferro è stato implementato, ma restano gravissimi i problemi riguardanti la mobilità su gomma. I sindacati Uil Trasporti denunciano le condizioni in cui versa l'Anm, la società partecipata del Comune di Napoli, che in 4 anni ha accumulato un credito nei confronti di Palazzo San Giacomo pari a 290 milioni di euro. Per mancanza di fondi pubblici l'azienda è stata costretta a effettuare tagli sulla manutenzione e sul numero di vetture assicurate. L'intervista a Pietro Carrara, segretario regionale Uil, chiarisce i nodi di una difficile condizione che sta penalizzando i cittadini, soprattutto quelli residenti in periferia.

Francesca Marra
06 novembre 2012

Cassazione, negare il sesso al marito comporta la separazione con colpa

Il Mattino


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ROMA - Per sette anni si era negata al partner che si era dovuto rassegnare a dormire in una stanzetta separata. Ecco perchè la Cassazione ha ratificato una sentenza che ha attribuito la colpa della separazione di una coppia fiorentina alla moglie M.T. che, dopo la nascita della figlia, si era rifutata di avere rapporti sessuali con il marito, trascurando anche la pulizia della casa.

Secondo la Suprema Corte, che ha respinto il ricorso della donna, «il persistente rifiuto di intrattenere rapporti affettivi e sessuali con il coniuge - poichè, provocando oggettivamente frustrazione e disagio e, non di rado, irreversibili danni sul piano dell'equilibrio psicofisico, costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner - configura e integra violazione dell'inderogabile dovere di assistenza morale sancito dall'art. 143 c.c., che ricomprende tutti gli aspetti di sostegno nei quali si estrinseca il concetto di comunione coniugale».

Di diverso avviso era stato invece il Tribunale di Firenze che, nel 2005, aveva dichiarato la separazione personale dei coniugi L.C. e M.T. sulla base del fatto che la «'sedatio concupiscentiae' non era l'unico esclusivo fine del matrimonio». Tesi bocciata radicalmente dalla Corte d'appello fiorentina nel luglio 2007 e sottoscritta oggi dalla Cassazione. Nel dettaglio, la Prima sezione civile - sentenza 19112 - ha bocciato il ricorso della moglie che si opponeva all'adebito della separazione e ha evidenziato che l'ssenza di sesso nella coppia «non può in alcun modo essere giustificata come reazione o ritorsione nei confronti del partner e legittima pienamente l'addebitamento della separazione, in quanto rende impossibile al coniuge il soddisfacimento delle proprie esigenze affettive e sessuali e impedisce l'esplicarsi della comunione di vita nel suo profondo significato».

La moglie è stata inoltre condannata a rifondere le spese processuali sostenute dall'ex marito per un totale di mille euro.


Martedì 06 Novembre 2012 - 15:59

Era impallidito, l'ho difeso con l'ombrello»

Corriere della sera

Assunta Almirante: «Lo incalzavano Gli ho dovuto cedere la mia sedia»

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ROMA - ( Donna Assunta Almirante ha visto tutto, sa tutto. Era in chiesa, seduta a pochi metri dal feretro di Pino Rauti, quando si è ritrovata accanto Gianfranco Fini ).
«È stata una cosa improvvisa... Ad un certo punto ho sentito urla e fischi... Mi sono voltata, ho sbirciato, ma c'era solo una gran folla che ondeggiava. Le urla però diventavano sempre più distinte e...».

Cosa urlavano?
«In realtà c'erano dei cori che si sovrapponevano. "Fuori! Fuori!"... Poi ho sentito "Badoglio! Badoglio!"... Ma anche "Traditore!"... La situazione s'è fatta pesante...».

Continui. «Beh, io stavo con gli altri, in prima fila, e non capivamo. Vicino a me c'era l'ex sottosegretario all'Interno... aspetti... come si chiama?».

Alfredo Mantovano. «Esatto! Beh, anche Mantovano era incredulo, interdetto... Poi però, di colpo, vedo spuntare la faccia di Fini. Bianco, teso... Ce l'avevano con lui, e lui veniva avanti tra spinte e insulti e un mulinare di pugni. Ho pensato: devo fare qualcosa...».

  I funerali di Pino Rauti tra i saluti romani  I funerali di Pino Rauti tra i saluti romani  I funerali di Pino Rauti tra i saluti romani  I funerali di Pino Rauti tra i saluti romani  I funerali di Pino Rauti tra i saluti romani

E cosa ha fatto? «Mi sono alzata e gli ho ceduto la sedia. Esatto! Una signora come me che si alza e cede il posto a Fini! Ma, davvero, era l'unico modo per proteggerlo. Perché io non sono rispettata, io sono letteralmente adorata dal mondo dei camerati. Mi basta uno sguardo, e li fermo. Anche se...».

Anche se, cosa? «No, beh... devo ammettere che un paio di tipi piuttosto muscolosi, nonostante le mie occhiatacce, hanno provato ugualmente ad avvicinarsi minacciosi... Allora io mi sono alzata e gli ho puntato contro l'ombrello...».

Video : Fini contestato al funerale di Pino Rauti

Donna Assunta...
«Mica ho paura, io! Gli ho puntato l'ombrello alla gola e gli ho gridato: o ve ne andate e lasciate stare Fini, o io ve lo dò in testa, quest'ombrello! Hanno capito, e hanno mosso in ritirata».

Brutte scene. «A lui a Gianfranco, con un filo di voce, gliel'ho detto: "Però, per una volta, hai avuto un bel po' di coraggio... presentarsi qui, no, non era facile"».

E lui? «Lui era turbato. Volendolo giudicare dall'alto, bisogna ammettere che un conto è avere la faccia tosta di venire al funerale di un personaggio come Pino Rauti, un conto è ritrovarsi circondato da un bel po' di giovanotti che vogliono lisciarti il pelo. Lui poi non è mai stato uno da piazza, lui è sempre stato da palco. E, per dirla tutta, non è nemmeno mai stato fascista».

Pino Rauti Pino Rauti Pino Rauti Pino Rauti Pino Rauti

Fu lei, così vuole la leggenda, a designarlo come successore di suo marito Giorgio.
«Non è leggenda, è pura verità. Sbagliai, lo so: ma, all'epoca, mi sembrò giusto consigliare a Giorgio di voltare pagina, di dare la guida del partito a un giovane di belle speranze... Mio marito mi voleva bene e mi ascoltava: e questo lo sapeva pure Pino Romualdi, che arrivò persino a scrivermi una lettera... Vuol sapere cosa c'era scritto nella lettera? Più o meno, Pino mi scrisse questo: cara Assunta, tu consigli sempre Giorgio a fin di bene, però questo Fini, a parte che è giovane e sa parlare, è anche quello che ha distrutto il Fronte della gioventù. E come ha distrutto il Fronte, può distruggere il Movimento sociale italiano».

Poco fa, gli gridavano «Badoglio! Badoglio!». «Vede, la stragrande maggioranza di quelli che erano qui, a rendere omaggio a uno dei tre giganti del Movimento sociale, insieme a Giorgio e a Pino Romualdi, sa perfettamente come andarono le cose al famoso congresso di Fiuggi, il cosiddetto congresso della svolta, quello in cui si chiuse la storia del Msi...».

Video : «Badoglio!»: i fischi e le urla contro Fini

Sappiamo tutti, Donna Assunta, come andarono.
«E no! Voi giornalisti vi ricordate quello che vi pare... Perché io ancora me li sogno la notte i delegati che votavano piangendo e gli altri che nemmeno riuscirono a votare, perché il pasticcio l'avevano organizzato nei dettagli... Sa qual è la verità?».

Qual è, Donna Assunta?
«La verità è che quello fu un congresso truccato, finto, vigliacco e infame. È questo che migliaia di militanti non dimenticano. È questo che non perdonano a Fini».


( Da Wikipedia: «Raffaella Stramandinoli, detta Assunta - Catanzaro, 1925 - è la vedova di Giorgio Almirante, fondatore e leader storico del Movimento sociale italiano ).

Fabrizio Roncone
6 novembre 2012 | 12:48

Il sottomarino russo che spia i sommergibili Usa

Corriere della sera

L'unità «Pskov» avvistata a circa 200 miglia dalla costa orientale Usa. L'obiettivo: tenere d'occhio l'attività della base di Kings Bay

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WASHINGTON - Lo hanno scoperto i sensori circa un mese fa. Un sottomarino nucleare russo classe Sierra 2 «avvistato» a circa 200 miglia dalla costa orientale degli Stati Uniti. L'unità - che secondo alcuni esperti sarebbe il «Pskov» - avrebbe manovrato per tenere d'occhio l'attività della base di Kings Bay (Georgia), installazione che ospita almeno 6 sommergibili atomici statunitensi. Attualmente il battello si troverebbe in acque internazionali ben lontano dal territorio statunitense.

LA STRATEGIA DEL CREMLINO - La presenza del Sierra 2 rientra nella strategia del Cremlino che aveva annunciato, in febbraio, la ripresa su scala globale dei pattugliamenti con i sottomarini nucleari. Durante queste missioni vengono svolte esercitazioni d'attacco e di «filatura» delle unità occidentali. I russi, ovviamente, seguono con interesse il «traffico» diretto nelle principali basi Usa, raccolgono informazioni, ribadiscono la volontà di monitorare rotte strategiche. La presenza del Pskov segue un altro episodio, sempre rivelato dal Washington Free Beacon: in agosto un sottomarino classe Akula avrebbe navigato per diversi giorni nel Golfo del Messico senza essere scoperto dagli americani.

Una circostanza, però, smentita dall'Us Navy. Un risvolto intrigante ha invece coinvolto una nave per lo spionaggio elettronico russa. Quando l'uragano Sandy si è avvicinato alle coste della Florida, le autorità americane hanno autorizzato l'unità - che in codice viene definita Agi (Auxiliary general intelligence) - a rifugiarsi nel porto di Jacksonville. Uno scalo non troppo distante dalla base di Kings Bay.

AGI - Le «Agi», diventate famose durante la guerra fredda, sono a volte camuffate da pescherecci d'altura o mercantili. Altre sono chiaramente riconoscibili per le «cupole» che ospitano gli apparati elettronici. Di solito seguono le Marine occidentali e, ovviamente, sono pronte a captare segnali interessanti.

Guido Olimpio
@guidolimpio 6 novembre 2012 | 10:21

Finisce in carcere da innocente muore prima di essere risarcito

Il Messaggero
di Michela Allegri

Per la Corte d’Appello aveva diritto a 64.000 euro

 


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ROMA - Una storia triste, di ingiustizia e dolore, quella di Copil Vasile, cittadino romeno di 51 anni, inseguito dalla cattiva sorte. È morto il primo maggio scorso, il giorno della festa dei lavoratori, cadendo da un’impalcatura davanti agli occhi del figlio, muratore anche lui, assunto nello stesso cantiere del padre a Rocca di Cambio. L’ennesimo caso di morte bianca il suo, che ha fatto molto scalpore, proprio perchéavvenuto in un giorno particolarmente simbolico per i lavoratori. Nel caso di Copil, però, il fato sembra essersi particolarmente accanito, perché il giorno in cui è precipitato dal terzo piano dell’impalcatura, la sua vita poteva cambiare: era in attesa di una risposta.

O meglio, di un risarcimento, autorizzato a marzo scorso dalla Corte di Appello di Roma: 64 mila euro, per aver subìto un’ingiusta detenzione. Il romeno, infatti, nonostante fosse incensurato, era finito in carcere e ci era rimasto per quasi un anno. Accusato di una rapina che era avvenuta il 20 ottobre del 2009 e della quale lui non era responsabile. A far scattare l’indagine era stata la denuncia di una signora che aveva raccontato alle forze dell’ordine di essere stata derubata del portafoglio in pieno centro storico, nei pressi di Campo de’ Fiori. «Sono stata aggredita da due uomini di origine romena - aveva ricordato alle forze dell’ordine.

Hanno minacciato anche di stuprarmi se non avessi svuotato la borsetta». Li aveva riconosciuti poco tempo dopo, in fotografia. Aveva indicato il volto di Copil e quello di un altro uomo, tra le foto segnaletiche che le erano state mostrate. La faccia di Vasile si trovava nello schedario perché era entrato clandestinamente in Italia, anche se non aveva mai commesso crimini. La signora era certa che fossero loro gli aggressori. Copil era stato arrestato con l’accusa di rapina e tentata violenza, il 10 marzo del 2010. Si era sempre difeso dicendo che di quel fatto non sapeva nulla. Ma era rimasto in carcere fino al 25 gennaio dello scorso anno.

Quando, a conclusione del processo di primo grado, era stata pronunciata nei suoi confronti una sentenza di piena assoluzione. La signora si era sbagliata, perché la sua descrizione non corrispondeva affatto con le testimonianze emerse durante il dibattimento.
La faccia del vero aggressore era infatti difficile da dimenticare, soprattutto per un particolare: aveva due enormi occhi azzurri, che risaltavano ancora di più perché, nel giorno della rapina, indossava un maglione blu. Copil, però, non aveva gli occhi azzurri, e nel suo armadio non ricordava nemmeno di avere un maglione blu.

Una volta assolto e immediatamente scarcerato, assistito dall’avvocato Andrea Manasse, l’uomo ha presentato una richiesta per ottenere il risarcimento per ingiusta detenzione. Non lo ha fatto soltanto per una questione economica, anche se durante i mesi trascorsi lontano da casa aveva lasciato una moglie e tre figli, uno dei quali minorenne. Lo ha fatto perché aveva subìto un torto. A marzo, la Corte di Appello ha accolto la sua richiesta, quantificando la somma in 64 mila euro. L’ordinanza è stata inoltrata al ministero dell’Economia e delle finanze. E il primo maggio, Copil doveva ricevere la risposta. Ma la buona notizia non ha fatto in tempo a raggiungerlo, perché la tragedia: è morto cadendo dall’impalcatura. Saranno ora i suoi familiari a ritirare il giusto risarcimento.


Martedì 06 Novembre 2012 - 08:43
Ultimo aggiornamento: 09:00

Auto e moto d'epoca sfilano a Padova: la Giulia Alfa Romeo ha mezzo secolo

Il Messaggero
di Roberto Argenti



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PADOVA - Novità in arrivo continuo per la rassegna “Auto e Moto d’Epoca” di Padova, una delle passerelle più conosciute in tutta Europaper il settore dedicato ai veicoli storici, alimentato da una passione che non conosce crisi.

Concorsi per tutti. Chi segue fedelmente il nostro sito già conosce alcuni eventi che quest’anno caratterizzeranno la manifestazione di Padova, a cominciare dall’inconsueto concorso “Povere ma belle”, dedicato a quelle che una volta erano le “vetture di tutti i giorni”, che molti di noi continuano a custodire e tenere in vita per il piacere di conservare un ricordo del proprio passato, anche di valore modesto. L’intitolazione del concorso poi dice tutto: potranno partecipare mezzi del valore massimo di 12.000 euro e ante 1987: una giuria di esperti selezionerà i 25 esemplari più meritevoli e premierà i migliori tre. Su questa scia viene anche organizzato il concorso letterario “Io l’amo” grazie al quale chiunque può inviare un breve racconto sulla storia della sua passione e delle sue vicende con la propria auto che il vincitore potrà esporre proprio a Padova.

Conferme e novità. D’altronde, dopo il successo delle passate edizioni (quasi 3.500 auto e moto esposte lo scorso anno quando ci furono circa 65.000 visitatori da tutta Europa), questa che sta per iniziare (la numero 28) vorrà migliorarsi, grazie anche alle tante novità che propone. Ma prima di tutto vengono le auto in esposizione: al momento è prevista una grande affluenza da Germania, Francia, Svizzera e Austria, oltre a numerose Case ufficiali: la Porsche con le 908, 911, 917 e 356 Speedster, la Mercedes con le 300 SL, 280 SL, 540 K e Ponton 220 S Cabriolet, l’Aston Martin con le DB35, DBR1, DB 4, 5 e 6, la Rolls Royce Phantom, le AC Cobra, BMW 507, MG A e B; da casa nostra arriveranno le Ferrari 250 GT Europa, la Dino, la 250 California Spider e 250 SWB, le Lancia Flaminia e Aurelia B20 e B24, le Alfa Romeo 6C, Giulietta, le 1900 delle carrozzerie Touring Superleggera e Zagato. Fra le novità di Padova ci sarà l’esordio della Maserati che esporrà la monoposto Eldorado del 1958, la 5000 GT e la più giovane Kamshin mentre, per garantire la continuità, saranno esposte anche le attuali Gran Turismo Sport e Gran cabrio Sport.

Ricorrenze. In particolare, poi, l’Alfa Romeo a Padova festeggerà i cinquant’anni della Giulia, una delle berline più famose degli anni ’60, esponendo il prototipo del 1961, la Giulia dei Carabinieri del 1965, oltre ad altri modelli anche sportivi come la Giulia SS, mentre l’Audi Sport Club Italia ricorderà i 30 anni della conquista del primo titolo mondiale Rally esponendo l’Audi Quattro di Mikkola-Hertz del 1981, oltre all’Audi Sport Quattro Rally del 1984 di Röhrl-Geistdörfer. Fra le ricorrenze di spicco c’è quella dedicata ai trenta anni dalla scomparsa del grande Gilles Villeneuve che, come molti sanno, avvenne durante le prove di qualificazione del Gran Premio del Belgio a Zolder nel 1982.

Per ricordare al meglio l’indimenticabile pilota della Ferrari, verrà esposta la Ferrari T4 oltre a cimeli come il casco, i guanti e il volante e molti pannelli con le foto dei momenti salienti della carriera del canadese, che potranno essere visti anche grazie a filmati storici. Un altro grandissimo campione, Tazio Nuvolari, sarà ricordato a Padova in occasione dei 120 anni della nascita nello stand dell’Associazione Mantovana auto Moto Storiche, con l’esposizione dei suoi cimeli. Non mancherà un omaggio anche a Sergio Pininfarina, recentemente scomparso, che sarà offerto dal Veteran Car Club di Padova attraverso l’esposizione di alcune delle più belle e importanti vetture frutto della matita del celebre designer.

Di tutto di più. Oltre all’esposizione vera e propria di auto e moto, ufficiali e private, grande spazio sarà dedicato al settore dei ricambi, arricchito rispetto al passato con manuali d’officina e documentazioni d’epoca, e a quello di abbigliamento ed oggettistica d’epoca. Verrà anche aumentato il peso del settore strategico del modellismo, poiché è una materia che coinvolge appassionati di tutte le età, dai piccoli ai più anziani. E qui, nel padiglione 3 del Ferrari Model Club, troveremo uno spazio specifico dedicato esclusivamente ai modellini esposti in onore dei 50 anni della Ferrari 250 GTO, oltre ad un concorso di eleganza, pensate un po’, proprio per modellini Ferrari! Oltre a queste due categorie, alla conclusione del Salone saranno premiati anche i migliori modellini Ferrari relativi a Villeneuve ed i migliori diorami.

Asta… sprint. Come tradizione anche quest’anno non mancherà un’asta per consentire a tutti di acquistare l’auto o la moto dei propri sogni. Ma attenzione: quella in programma sabato 27 ottobre alle ore 15.00 (Sala Carraresi, nell’area congressi 1), organizzata da Motorasta, è piuttosto inconsueta. Infatti sarà un’asta “al ribasso”, nella quale per ogni lotto il banditore chiamerà all’inizio la cifra della massima valutazione e poi, a scadenze di ogni minuto successivo, il prezzo scenderà sino a che verrà aggiudicato a chi sarà il più veloce a bloccarlo decidendo di acquistare.

I Club. Come di consueto colonna portante del rapporto fra la Fiera e il pubblico saranno i Club storici tematici, ognuno dei quali metterà un bella mostra il meglio delle proprie collezioni. Oltre a quello già citato dell’Audi, farà la parte del….. Leone il Club Storico Peugeot Italia che esporrà fra le altre la mitica 205 GTI 1.9 (a proposito di povere ma belle) e una 205 Turbo 16; non mancheranno altri organismi importanti, come l’MG Car Club Italia, il Club Lancia Ardea, quello Renault Alpine Gordini Italia, il Mercedes-Benz 190 SL Club, oltre ai club e registri dedicati all’Aprilia, alla Topolino, all’Abarth, all’immortale 500 e chi più ne ha più ne metta. Anche gli scooter avranno il loro spazio, con le immancabili Vespe e Lambrette.

Mille Miglia. In programma ad Auto Moto d’Epoca anche la presentazione della Mille Miglia 2013, la rievocazione storica della celeberrima gara di velocità che infiammò gli appassionati sino al 1957, anno dell’ultima edizione “da corsa”. Dal prossimo anno la Mille Miglia potrà contare su un nuovo comitato organizzatore facente capo direttamente all’ACI Brescia. A Padova si dovrebbero addirittura aprire le iscrizioni alla gara, ma usiamo il condizionale poiché proprio in questi giorni è in atto una controversia fra l’ACI nazionale e quello bresciano che ha visto il primo commissariare il secondo, con inevitabili polemiche e ricorsi al TAR. Speriamo che per la data di inizio della rassegna la questione venga risolta per il bene della “Freccia Rossa”, la gara che tutto il mondo dell’automobilismo d’epoca ci invidia.



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Auto e Moto d'Epoca Padova



Sorpresa, Microsoft chiude Windows Messenger e lancia Skype

Corriere della sera

Il processo di fusione prosegue da mesi. L'esplosione di Facebook



Microsoft chiuderà Windows Live Messenger, per favorire Skype. È The Verge a lanciare l’indiscrezione, secondo la quale il gigante di Redmond sarebbe in procinto di annunciare lo stop allo storico servizio di messaggistica istantanea, per dirottare utenti e traffico su Skype. Mancano ancora le conferme ufficiali da parte di Microsoft, ma la notizia sta già facendo il giro del web. «Secondo diverse fonti –scrive il noto sito americano- Windows Live Messenger verrà ritirato nei prossimi mesi e integrato a Skype».

Ma il processo di fusione tra i due servizi viene seguito da Microsoft ormai da mesi, dal momento che «l’ottanta per cento dei messaggi chat inviati tra utenti Skype sono già gestiti dallo stesso Messenger», scrive The Verge. Tuttavia, oltre che una decisione presa in proprio da Microsoft, la scelta di unire Messenger e Skype appare dovuta anche all’esplosione dei social network come Facebook, dotato anch’esso di un servizio di chat istantanea. Secondo l’anticipazione di The Verge, l’azienda americana dovrebbe annunciare l’operazione a breve, probabilmente già entro questa settimana. In ogni caso Microsoft non ha assunto ancora una posizione ufficiale dopo la pubblicazione dell’indiscrezione, nonostante sia stata interpellata dal sito americano, finora senza successo.

Già al momento dell’acquisizione di Skype da parte di Microsoft per la cifra di 8,5 miliardi di dollari, si era capito quanto l’azienda fondata da Bill Gates puntasse sul servizio di telefonia Voip più conosciuto al mondo. Lo spostamento progressivo degli utenti verso i social network del momento come Facebook, Twitter e il neo-arrivato Google Plus potrebbe, così, aver spinto ulteriormente Microsoft a chiudere il famoso servizio di messaggistica, chiamato comunemente “Msn”. Disponibile dal 22 Luglio 1999, l’ultima versione di Windows Live Messenger (16.4) è stata rilasciata solo un mese fa.

Del resto già da tempo, ormai, Skype e lo stesso Messenger avevano “aperto” alle novità social, dal momento che sia l’ultima versione del servizio di telefonia Voip, che quella di Msn, prevedevano sin dal rilascio la possibilità per l’utente di autenticarsi attraverso l’account Facebook personale. Non solo, una volta effettuato il login tramite l’account del social network, sia su Skype che su Messenger è possibile avere su una schermata interna dedicata il news feed di Facebook, con gli aggiornamenti pubblicati da amici e conoscenti. Adesso, con la notizia della probabile fusione tra Messenger e Skype, la strada verso l’integrazione tra servizi sembra davvero quella più battuta.

Nicola Di Turi
nicoladituri5 novembre 2012 | 22:06

Rinasce il mito dell'Alpine accordo Renault-Catheram

Corriere della sera

Le vetture saranno prodotte nello stabilimento di Dieppe grazie una partnership societaria con gli inglesi

La produzione delle Alpine a DieppeLa produzione delle Alpine a Dieppe

MILANO- Dall'accordo fra la Renault e il costruttore inglese Catheram rinasce un mito dell'automobilismo. Il marchio Alpine che ha scritto pagine importanti nella storia dei rally e delle corse. L'annuncio arriva da Parigi: gli inglesi acquisteranno il 50% della società Alpine, attualmente controllata al 100% dalla Renault. Le vetture nasceranno in Francia, nello storico stabilimento di Dieppe in Normandia, oggi impegnato nel costruire le Renault RS, le versioni di punta. Un «matrimonio» reso possibile dagli incentivi statali e regionali per l'occupazione e la ricerca . Per il presidente di Renault Carlos Ghosn «è un'opportunità strategica per la fabbrica di Dieppe e per lo sviluppo delle sue antiche competenze». Tan Sri Tony Fernades, patron della Catheram e imprenditore nel settore aeronautico con un team in F.1 , esulta: «Non mi sentivo così felice dal 2001, da quando ho fondato Air Asia. In molti dubitavano che la compagnia aerea potesse avere successo, noi no. Siamo convinti di convinti di potere replicare quel modello vincente puntando sull'Asia e realizzando auto accessibili e divertenti».

Video : Gli anni d'oro di Alpine


 Il ritorno dell'Alpine Il ritorno dell'Alpine Il ritorno dell'Alpine Il ritorno dell'Alpine Il ritorno dell'Alpine



COSA FARANNO INSIEME-La prima nuova vettura con il marchio Alpine non nascerà domani: «Ci vorranno almeno 3-4 anni», spiega Carlos Tavares numero due di Renault, «la nostra volontà di farla rivivere dipendeva dall'abilità di trovare un partner adatto. Bene, ora lo abbiamo».Già in giugno era stato mostrato un primo prototipo. Insieme i due soci , che già collaborano in F.1, realizzeranno modelli in piccole e grandi serie, con marchi distinti. Un'unione dettata dalla necessità di condividere i costi industriali e di sviluppo fra due case che vantano una certa tradizione. Alpine, considerata una sorta di Abarth francese, è stata fondata nel 1955: ha prodotto 30 mila vetture e vinto un campionato rally nel 1973 con la mitica A110 e un'edizione della 24 ore di Le Mans. Catheram dall'altra parte è diventata famosa per le auto artigianali leggerissime basate su di un'evoluzione della piattaforma della vecchia Lotus Seven, ideata da Colin Chapman. In Inghilterra la considerano la quintessenza della sportività, secondo il vecchio detto «meno pesa e più forte va». Insomma, le premesse ci sono tutte.


 La nuova Renault Alpine La nuova Renault Alpine La nuova Renault Alpine La nuova Renault Alpine La nuova Renault Alpine


Daniele Sparisci
5 novembre 2012 | 17:04

Terrore, botte e quel coltello in gola» Alexandra, la vittima diventata omicida

Corriere della sera
di Stefano Montefiori


Cattura
Il libro è dedicato a Séphora, Josué, Saraï e Siméon, «perché comprendano e mi perdonino». I quattro figli di Alexandra Lange erano al piano di sopra quando, una sera del giugno del 2009, la loro mamma prese il coltello lasciato sul tavolo di cucina e tagliò la gola al papà, Marcelo Guillemin, che le aveva stretto le mani intorno al collo. Nel marzo scorso, con una sentenza senza precedenti, la Corte di assise di Douai ha scelto di lasciare libera la donna, che oggi pubblica la storia di quell’orrore: «Acquittée», assolta.

Nel 2011, in Francia, 122 donne sono state uccise dal loro uomo o ex: una ogni tre giorni.
Secondo un’inchiesta condotta dal 2008 al 2012 dall’Osservatorio nazionale della delinquenza assieme all’Insee (l’Istituto di statistica), 540 mila persone si dichiarano vittime di violenze coniugali, e di queste 400 mila sono donne. È ­in questo clima che i giudici hanno condannato Alexandra e suo padre a una pena minima solo per un reato accessorio, ossia avere tentato di mascherare l’omicidio mettendo il coltello nella mano del cadavere. Ma quanto all’uccisione dell’uomo, è stata giudicata prevalente la legittima difesa, anche se quella sera forse Marcelo non avrebbe davvero strangolato Alexandra, perché in fondo «si trattava di una sera come tutte le altre», ha ricordato durante la requisitoria il pm che ha chiesto l’assoluzione: alcol, liti, insulti, calci, pugni, capelli strappati, tutti i giorni e per 12 anni. Ancora oggi Alexandra porta sempre gli stivali, per nascondere i lividi indelebili sulle caviglie.

Il racconto della donna è impressionante perché descrive tutte le difficoltà che ha incontrato, persino lei che alla fine ce l’ha fatta, a convincere i giurati che non era sua intenzione uccidere, che ha solo cercato di difendersi, e che non era umano sopportare oltre quelle violenze quotidiane.
«Mio padre, le persone care, erano dalla mia parte perché conoscevano Marcelo, sapevano che era violento e del resto lui non ha mai cercato di mostrarsi in modo diverso anche all’esterno della famiglia. Ma durante il processo, tante volte ho avuto l’impressione che non mi avrebbero mai creduta — scrive Lange.
Una donna, medico legale, ha spiegato che “la lama del coltello è entrata per 13 centimetri dentro il collo, tagliando di netto la carotide e provocando la morte in pochi secondi”. Un colpo molto forte, continuava a dire, e io avrei voluto scattare in piedi per dire “certo che era un colpo forte! Certo che è il coltello è entrato per 13 centimetri nel suo collo, ero terrorizzata!”».

Un uomo a mani nude contro una donna armata (di un coltello): in questi casi in Francia finora la legge aveva sempre punito la donna che uccide il suo aguzzino. Ma tanti testimoni hanno sfilato in aula, per raccontare quanto quell’uomo fosse un mostro. «Suo fratello, Claude, è venuto a raccontare che al momento della tragedia nessuno dei suoi cinque fratelli rivolgeva più la parola a Marcelo. La compagna precedente, Sylvie, ha spiegato che i quattro anni con lui sono stati un incubo».
Eppure Alexandra sopportava: «Ha provato due volte a lasciarlo ma lui la supplicava e la convinceva che sarebbe cambiato — scrivono nella prefazione le avvocate Janine Bonaggiunta e Nathalie Tomasini —: un percorso classico.
In casa Alexandra era sola, disperatamente sola. Una vita di svalutazione e di abusi fisici che finiscono col diventare psicologici perché alla fine si era quasi convinta di meritarle, quelle violenze. Quando le abbiamo parlato per la prima volta, Alexandra cercava ancora di giustificare suo marito. Era convinta di non essere una moglie e madre abbastanza brava».
Ad Alexandra, prima dell’esplosione finale, non è stato risparmiato nulla. Neanche la consueta, terribile complicità tra vittima e carnefice.

L'Italia senza ombrello: addio modelli classici ora spopola l'usa e getta

Jacopo Granzotto - Mar, 06/11/2012 - 08:48

Costa 5 euro, ripara poco e alla fine conviene meno del "griffato". Che ormai comprano solo i vip

Gli inglesi che se ne intendono usano quelli a cupola, sono leggeri, proteggono, non svolazzano. La famiglia reale fa largo uso di quelli trasparenti.


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Noi italiani con gli ombrelli abbiamo un rapporto conflittuale. Nonostante l'esistenza di una delle più gloriose aziende produttrici mondiali, l'Ombrellificio Pasotti di Castellucchio, in realtà ci arrangiamo alla meno peggio.
C'era una volta l'ombrello, quello vero, nero, largo che riparava. Almeno da noi sembra estinto. Ora lo si cerca piccolo, da borsetta, che costi poco. Peggio. Da Roma in giù è diventato uno straccetto sgocciolante che si sfascia alla prima folata. D'altronde è fatto in Cina e te lo rifilano petulanti venditori indiani. Gli ombrelli di una volta erano grandi e indistruttibili. Aprivi e chiudevi senza intoppi.

Ora, da quando i diluvi sono diventati un affare economico per la malavita, (che impiega manovalanza del Bangladesh) gli ombrelli appaiono all'improvviso nella loro brutta copia; un esercito di venditori ti insegue col tremendissimo, inutile «pieghevole», oggetto da battaglia persa. Sono l'indecente copia di quelli del passato e si sfasciano alla seconda apertura. Solo 5 euro per un oggetto che vale 60 centesimi e che ti lascia indifeso a maneggiare un pezzo di stoffa. L'alternativa on the road è la versione «grande» al doppio del prezzo dello straccetto di prima. Stessa sorte alla seconda apertura e diventa un'arma contundente.

Eppure, dicevamo, ce ne sarebbero di ombrelli sul mercato, belli e utili, ma dal giusto prezzo. E ora con l'autunno è arivato il momento di pensarci. L'ombrello tipo Sunomi tutto in legno, sui 18 euro, è sempre vendutissimo in Italia. Ma quello nato per durare lo trovi soprattutto in pelletteria e costa sui 20 euro. Ci sono, poi, le grandi case italiane con una lunga tradizione alle spalle come Guidetti, Il Marchesato, Lanzetti, Poletti. E le supergriffe Burberrys, Tacchini, Venturi.

Tutti in media sui 40 euro. Infine Pasotti. Che ha tra le clienti Jennifer Lopez e Rhianna. Prezzo indicativo 80 euro. Il modello tempestato da 250 Swarovsky cuciti a mano sulla cupola ne costa 390, anche il Marchesato lo produce. Ma fuori di qui è un altro mondo. All'estero nessuno si sognerebbe di buttare 5 euro per un oggetto inutile. Negli Usa furoreggia l'ombrello «Senz», aerodinamico che si piega ma non si spezza, in Inghilterra il «Blunt» con le stecche incapsulate e il «Tandem» per le coppiette. In un San Valentino di pioggia le strade si riempiono di «tandem rossi» con un cuore a forma di manico.

Intrigante la storia dell'ombrello, oggetto antichissimo che ha avuto durante i secoli varie funzioni, ma non quella per cui è utilizzato oggi, che è di riparare dalla pioggia. Fino al Settecento l'ombrello è rimasto un oggetto in uso solo fra i nobili e le classi abbienti ed era portato da un servo. Per la pioggia si usavano mantelli e cappucci. Solo nell'Ottocento si è cominciato a usare l'ombrello come parapioggia. Venne introdotto a Londra nel 1756 da un certo Jonas Hanway. Le reazioni di fronte al tettuccio pieghevole che proteggeva dalle sferzanti piogge inglesi andarono dal divertimento al rifiuto categorico.

Tutt'ora nel Nord Europa degli incappucciati l'ombrello viene considerato un accessorio stravagante, in molti preferiscono bagnarsi, piuttosto che portarne uno.