mercoledì 7 novembre 2012

Mai più una crisi d’ottobre

La Stampa

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yoani sánchez


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Mia madre era soltanto una bambina di cinque anni che viveva in un quartiere di Centro Avana, mentre io ero appena un ovulo tra i tanti che sonnecchiavano nel suo ventre. In mezzo al trambusto quotidiano e ai primi sintomi delle mancanze che si cominciavano a notare nella società cubana, mia nonna non si rese conto di quanto fossimo vicini all’olocausto in quel mese di ottobre del 1962. La famiglia percepiva l’esasperazione, il trionfalismo e il nervosismo collettivo perché stava accadendo qualcosa di delicato, ma non poteva immaginare quanto fosse grave la situazione. Chi visse quel mese così crudele, fu al tempo stesso complice ed estraneo, disinformato e disposto al sacrificio, entusiasta e volgare. 

La cosiddetta Crisi dei Missili, conosciuta all’interno di Cuba come Crisi di Ottobre, colpì in svariati modi diverse generazioni di cubani. Se alcuni ricordano il terrore del momento, ad altri restò la costante esasperazione della trincea, la maschera antigas, lo spavento di un allarme che poteva suonare a notte fonda, l’Isola che sprofondava nel mare come metafora di discorsi e temi musicali. Nessuno tornò alla normalità dopo quel mese di ottobre. Noi che non l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle, in ogni caso abbiamo ereditato il suo malessere, la fragilità di trovarsi sospesi sull’orlo dell’abisso. 

Forse ciò che adesso richiama maggiormente la nostra attenzione è l’enorme capacità di decisione che ebbero alcuni individui su materie così importanti. Se in un momento di debolezza i sovietici avessero ceduto alla tentazione di lasciare il bottone rosso vicino al dito di Fidel Castro, come lui avrebbe desiderato, probabilmente nessuno avrebbe mai letto questo articolo. Non solo, questo articolo non sarebbe neppure esistito. Per fortuna, far decollare e posizionare un missile nucleare è operazione molto più complessa di quel che ci hanno fatto credere alcune pellicole catastrofiste. Soprattutto nel 1962, quando i comandi elettronici dovevano essere distribuiti in enormi e complicati contenitori metallici sistemati in cabine ermetiche. 

Le parole d’ordine che in quei giorni venivano gridate nelle piazze cubane sarebbero mal viste secondo il senso comune che cerca di prevalere in questi primi anni del secolo XXI. Suonerebbero parecchio irrazionali, assurdamente sproporzionate… contrarie alla vita. Mentre le madri europee mettevano a letto i loro figli con il timore che avrebbe potuto non esserci un domani, sul lungomare avanero sfilavano comparse che ripetevano il ritornello “Se vengono restano”. Mentre in tutto il mondo si calcolava con pessimistica precisione quel che sarebbe andato perduto e ciò che sarebbe rimasto in piedi, in questa Isola si ripeteva fino allo sfinimento che eravamo disposti a scomparire “prima di accettare di essere schiavi di qualcuno”. Quando l’URSS decise di ritirare i missili, la gente irresponsabilmente canticchiava per strada: Nikita, mariquita, lo que se da no se quita (Nikita, frocetto, quel che si dà non si toglie, ndt). 

Pochi giorni fa, lo stesso Fidel Castro ha ripreso quella puerile alterigia affermando in un suo articolo che “non chiederemo mai scusa a nessuno per quel che abbiamo fatto”. Le sue parole cercavano di dispensare gloria sull’atteggiamento intransigente del governo cubano durante quei giorni che sconvolsero il mondo. Adesso, ci resta almeno il sollievo che questo vecchio testone di 86 anni si trovi sempre più lontano dal bottone rosso in grado di scatenare il disastro. Ogni giorno ha sempre meno possibilità di influire sui destini mondiali. Avremo davanti a noi ancora molti mesi di ottobre, ma sono sicura che su questa Isola non sentiremo più parlare di una crisi dei missili. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

No al risarcimento per gli incidenti accaduti agli allievi sulle scale della scuola

La Stampa


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Non c'è nessuna responsabilità del Ministero della pubblica istruzione per gli incidenti che avvengono agli allievi mentre fanno il loro ingresso nell'edificio scolastico, anche se cadono mentre salgono le scale esterne dell'edificio. Lo sottolinea la Cassazione circoscrivendo l'ambito entro il quale i genitori di allievi che si infortunano andando a scuola possono pretendere, dal ministero, il risarcimento dei danni eventualmente patiti dai figli.  «Gli obblighi di sorveglianza e di tutela dell'Istituto scattano solo allorché l'allievo si trovi all'interno della struttura, mentre tutto quanto accade prima, per esempio sui gradini di ingresso, può, ricorrendone le condizioni, trovare ristoro attraverso l'attivazione della responsabilità del custode».

In sostanza, ad esempio, se i gradini esterni sono scivolosi e rotti, gli eventuali danni per la caduta potrebbe essere chiamato a rifonderli il Comune, di certo non il ministero. Con questa decisione - sentenza 19160 - la Suprema Corte ha respinto il ricorso con il quale la madre di una bambina, che frequentava la terza elementare a Genova, chiedeva il risarcimento dei danni per un brutto capitombolo occorso alla piccola mentre saliva gli scalini di accesso alla scuola. Senza successo la signora Pietrina B. - insieme alla figlia Francesca P., ormai divenuta maggiorenne - ha contestato il verdetto con il quale la Corte di Appello di Genova, nel 2006, come già avvenuto nel 2003 in primo grado, aveva negato che «la nozione di orario scolastico possa essere estesa alla fase di ingresso nell'edificio».

Secondo madre e figlia, invece, «l'obbligo della scuola di vigilare sulla sicurezza e sulla incolumità degli scolari, sussiste sin dal momento in cui l'allievo si trova sulle scale esterne di accesso allo stabile, o in area immediatamente a questo prospiciente». Per la Cassazione, «tale assunto non è condivisibile» perché «anticipa l'operatività del vincolo negoziale, e del connesso regime di responsabilità, a un arco spaziale e temporale dai contorni indefiniti, nel quale, per soprammercato, il personale della scuola non ha, a ben vedere, alcuna seria possibilità di esercizio delle funzioni sue proprie».

Fonte: Ansa

Lo Stato non paga le imprese ma rimborsa subito i giudici

Anna Maria Greco - Mer, 07/11/2012 - 11:30

I cittadini aspettano anni prima di riscuotere dalla pubblica amministrazione. E il governo decide di restituire ai magistrati le somme decurtate dagli stipendi

Mario Monti ha firmato il provvedimento prima di partire per il Laos, via Afganistan. I magistrati, e con loro gli alti dirigenti pubblici, otterranno nei prossimi mesi gli arretrati dovuti secondo la sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittimi i tagli sui loro stipendi decisi dalla Finanziaria 2010.


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Serve solo il via libera della Corte dei conti, per registrare il provvedimento e renderlo esecutivo. A Palazzo Chigi confermano che è pronto il decreto del presidente del Consiglio dei ministri che impone la restituzione del «maltolto», come lo chiamano le toghe, per tre quarti entro il 2012 e per un quarto nel 2013. Meglio di così non poteva andare. E non c’è voluta neppure una battaglia, è bastata una sapiente e discreta trattativa con il governo. La vittoria è arrivata a tambur battente, perché nemmeno un mese è passato da quell’11 ottobre in cui il verdetto della Consulta è stato depositato. Ma si sa, se gli imprenditori possono aspettare anni per incassare i pagamenti dalla Pubblica amministrazione e magari nel frattempo falliscono o licenziano centinaia di lavoratori, i magistrati è meglio non inimicarseli.

Crisi o non crisi, il governo si è mosso subito. È bastata solo la minaccia di una marea di cause, ricorsi ai Tar, diffide e ingiunzioni di pagamento per ottenere di recuperare gli arretrati, con interessi e rivalutazione monetaria. Mentre gli Avvocati dello Stato aprivano la strada con aggressività, bussando ai tribunali amministrativi di tutt’Italia per chiedere l’immediata esecuzione della sentenza, i 9mila magistrati preferivano puntare sulla trattativa, cercando un accordo senza far troppo rumore. È in momenti come questi che si misura l’importanza di aver piazzato i tanti «fuori ruolo» nei gangli vitali del potere, nei Palazzi centrali della politica, nei ministeri e in parlamento. Anche stavolta loro hanno certo manovrato bene.

In attesa del risultato, le toghe si consultavano e compattavano, pronte a partire con le cause individuali. In 3mila si erano già rivolteal legale indicato dall’ufficio sindacale dell’Anm, ma non c’èstato bisogno di partire con migliaia di istanze individuali, perché a Palazzo Chigi si è trovata la soluzione, malgrado si aprisse una nuova voragine nei conti dello Stato. Il Dpcm stabilisce che con «tagli lineari » alle spese di tutti i ministeri bisogna trovare nel bilancio i soldi in questione, rivendendo anche le previsioni di spesa per il futuro che sono già state messe nero su bianco. Le risorse, quando si vuole, si trovano.

Sono 190 milioni per ognuno degli anni 2012, 2013 e 2014,più 60 milioni per l’anno 2015 e altri 30 milioni per l’anno 2016. Questo, per il pagamento degli arretrati dovuti sia al taglio del 2,5 per cento all’indennità giudiziaria e che a quello del 5 per cento sulle retribuzioni superiori ai 90 mila euro e del 10 per cento su quelle oltre i 150 mila. Mentre è ancora da quantificare la somma, ben più rilevante, dovuta per il mancato adeguamento triennale degli stipendi. Non è ancora chiaro se l’atto amministrativo firmato in questi giorni da Monti sia onnicomprensivo, oppure se seguirà a breve un altro Dpcm per completare l’operazione.

I magistrati festeggiano: hanno ottenuto che sia ripristinata l’intera base retributiva per il futuro e che sia restituito il pregresso tagliato e hanno scongiurato il rischio concreto che, data l’emergenza economica che richiede a tutti lacrime e sangue, i tagli fossero invece estesi anche all’anno 2014.
Dalle prossime buste paga, a partire da novembre e dicembre, cominceranno dunque a recuperare decurtazioni e contributi di solidarietà, che le hanno alleggerite negli ultimi anni, più conguagli e anticipi.

Per ripristinare gli scatti automatici delle retribuzioni si raschierà il barile: secondo l’Istat l’incremento medio del pubblico impiego nel triennio in questione sarebbe complessivamente di circa il 6,8 per cento e l’aumento de­gli stipendi, che per legge doveva arrivare entro aprile,in questo caso partirà prima della fine dell’anno. Se qualcosa non dovesse funzionare le toghe, indirizzate dall’Anm, sono pronte a riprendere la guerra, organizzate per produrre un contenzioso imponente, intasando i Tar e sommergendo di diffide i ministeri dell’Economia e della Giustizia, oltre che la Ragioneria dello Stato. In questi casi, sanno bene come muoversi.

I matrimoni gay durano meno di quelli tra eterosessuali

La Stampa

Dopo sette anni di legge sulle unioni omosessuali, la Spagna fa il punto: alle lesbiche il primato per il maggior numero di divorzi
gian antonio orighi
madrid


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Sorpresa: i matrimoni gay, legali in Spagna dal 2005 grazie ad una legge dell’ex premier socialista Zapatero che è stata ratificata ieri dal Tribunale Costituzionale, durano meno che quelli eterosessuali. Non solo: le coppie lesbiche durano meno di quelle degli omosessuali maschi.

Stando ai dati dell’Ine, il corrispettivo del nostro Istat, da quando sono in vigore i matrimoni tra persone dello stesso sesso - cioè circa sette anni - sono state celebrate 22.124 nozze, 14.338 tra uomini e 7.786 tra donne. I divorzi ( possibili per tutti i sessi a 3 mesi dal matrimonio e senza dover allegare causa alcuna, altra legge storica di Zapatero del 2005) tra gay sono stati 882, ossia il 5,4%, contro il 3, 6% degli eterosessuali.

Analizzando poi le differenze tra uomini e donne, queste ultime interrompono molto di più le loro unioni di quanto non facciano i maschi, esattamente il 4,6% contro il 3, 6%. I dati spagnoli sono in controtendenza con altri Paesi europei: in Norvegia ad esempio ci sono più matrimoni tra lesbiche che tra uomini dello stesso sesso. Ma, anche lì, la palma dei divorzi spetta sempre alle donne.

In vendita la casa dove visse Tiziano Costa 2 milioni. I dubbi degli esperti

Corriere della sera

Venezia, appartamento e giardino del pittore. Annuncio sul web. L’immobile, forse proprietà di un’americana, è a due passi dalle Fondamenta Nuove



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VENEZIA — Passeggiare nel giardino dove Tiziano traeva ispirazione e intratteneva gli ospiti, e coricarsi nella stessa stanza dove la leggenda vuole che l’artista ammirasse la laguna e in lontananza le sue montagne natìe del Cadore. La maggior parte degli appassionati del maestro dell’«Amor sacro e amor profano» può solo sognarlo magari, curiosando dal cancello del giardino veneziano non distante da fondamenta Nuove. Oggi però qualche facoltoso può trasformare questo sogno in realtà. Quella che tutti a Venezia chiamano «la casa del Tiziano» da ieri è infatti in vendita. Non tutto lo stabile ma un appartamento che occupa attico, secondo e terzo piano dell’immobile e soprattutto quei 150 metri quadrati di giardino a cui si accede attraverso una galleria verde, assoluta rarità per la città senz’auto.

L’annuncio è apparso martedì sui siti di «luxury homes» (case lussuose) e per un investimento tra i 1,9 e i 2,2 milioni di euro si promette di acquisire «l’autentica casa in cui il famoso pittore abitò per 45 anni e morì nel 1576», si legge sul sito web di Casaitalia international. A Venezia, in realtà gli esperti d’arte sono convinti che l’abitazione non sia davvero quella di Tiziano ma che l’affissione nel 1880 di una targa abbia accreditato una leggenda popolare priva di fondamento storico. A fine XIX secolo fu proprio l’amministrazione lagunare a affiggere l’insegna commemorativa che ancora oggi si trova a fianco del civico 5182 di Cannaregio: «Tiziano Vecellio qui per nove lustri abitò e morì nel 1576, Venezia nel quarto centenario pose». Forti di questa targa, le agenzie immobiliari mettono in vendita quindi «la casa di Tiziano».

Quella dimora che Pietro Aretino, il poeta dei «Sonetti lussuriosi» nonché mentore dell’artista che lo ritrasse a Venezia poco prima della sua morte, tanto invidiava a Tiziano. Il motivo? «Posta nella remota contrada dei Biri in parrocchia di San Cantiano, dal loggiato, cui ascendevasi da un vago giardino per la gradinata, la vista si stendeva sulla poetica laguna e sulle Alpi lontane », scriveva nel XVI secolo il Rettore Priscianese, ospite con l’Aretino e Sansovino di Tiziano. Tanto quell’abitazione era cara al pittore che nemmeno quando nel 1595 i dogi costruirono le fondamenta Nuove, oscurando la vista, l’avrebbe lasciata.

Tutto però è avvolto nella leggenda, ricordano gli studiosi. Le descrizioni d’epoca indicano che il pittore vivesse nella casa costruita nel 1521 dal patrizio Alvise Polani e sarebbe stata anche la dimora di Francesco Da Ponte e Leonardo Corona. Nell’800 i restauri ne modificarono impianto e struttura e anche l’albero dalle «tonde foglie» raffigurato nel quadro di San Pietro Martire sarebbe stato sradicato. Non riuscendo più a identificare il palazzo (i complicati numeri civici di Venezia da allora sono cambiati), gli studiosi di Tiziano non si azzardano a confermare o smentire la leggenda.

Quasi nessuno poi è riuscito a vedere l’interno dello stabile su cui è stata posata la targa, la proprietà è privata e tutte le volte che qualche esperto in arte e restauri ha suonato ai campanelli non ha mai risposto nessuno. Le due agenzie che hanno in mano la vendita (Venice real estate e Casaitalia international) hanno le bocche cucite sull’identità dell’attuale proprietario. «Tutto quello che c’è da sapere è lì, in internet», dicono frettolosamente.

L’ipotesi più accreditata tra le calli e i campi di San Canciano è che il lussuoso appartamento sia di una ricca americana che a Venezia viene davvero poco. I restauri sembrano tuttavia recenti, almeno da quanto si può vedere in internet. Affreschi bucolici decorano il salotto principale, una scalinata intarsiata collega terzo piano a attico e un secondo salottino è riscaldato dal tipico camino veneziano in pietra. Unico neo, i pavimenti ricoperti per lo più da moquette, il che potrebbe suffragare l’ipotesi che l’alloggio sfarzoso sia di un cittadino d’oltreoceano. Difficilmente - dicono in zona - un italiano avrebbe nascosto gli intarsi del veneziano con tappeti.

Gloria Bertasi
07 novembre 2012

Lucca, sfida tra nababbi per la Villa di Marlia Un russo e un arabo hanno pronti 40 milioni

Corriere della sera

La cinquecentesca dimora è una copia della reggia di Versailles, appartenne alla sorella di Napoleone

LUCCA – Si racconta che in quei saloni reali e nel parco all'inglese il «violinista del Diavolo» strabiliasse i nobili spettatori con i suoi oscuri virtuosismi e li facesse vibrare, anche loro come le corde del suo strumento, di emozioni a volte sublimi, altre volte spettrali. Certamente Niccolò Paganini si esibì più volte nella Villa Reale di Marlia, sulle colline lucchesi, incantando Elisa Bonaparte Baciocchi, sorella di Napoleone e regina dell'Etruria, che lo nominò direttore musicale. E' solo un frammento di storia di questa dimora, forse la più bella delle ville lucchesi, costruita nel Cinquecento su un antico fortilizio longobardo e poi trasformata da nobili lucchesi in una villa straordinaria con giardino barocco, poi convertito all'inglese secondo i gusti dell'epoca. Una copia, forse la più interessante, della reggia di Versailles. Dopo alterne fortune e diverse proprietà (l'ultima è quella della famiglia nobile Pecci-Blunt), adesso Villa Reale sta per essere venduta e a contendersela sono due misteriosi e facoltosissimi acquirenti.


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Il primo sarebbe un principe arabo, il secondo un petroliere russo. I due super ricchi avrebbero versato una fideiussione di 40 milioni di euro ciascuno e si sarebbero impegnati con l'attuale proprietà non solo a non modificare niente all'interno nella dimora e del parco ma di abbellirlo seguendo i consigli di storici e architetti per fare tornare la Villa agli antichi splendori.

Quali? Quelli ottocenteschi, soprattutto, apprezzati e ricordati persino dal cancelliere austriaco Metternich. Entusiasta del parco e del giardino dei limoni, ma anche dei giochi d'acqua e della vasca con le statue di Adone, Saturno, Giove e Pomona, della Torre dell'Orologio, delle sculture dei Giganti metafora di due grandi fiumi toscani, l'Arno e il Serchio. E ancora lo straordinario teatro seicentesco con le sculture delle maschere di Pantalone, Colombina e Pulcinella e tantissimi altri gioielli ancora oggi visibili. L'affare, secondo indiscrezioni riportate da vari siti italiani, tedeschi e americani, e confermato dallo studio legale Spadafora-De Rosa di Roma, incaricato dalla famiglia Pecci-Blunt di vendere la residenza, sembra essere vicino a una conclusione positiva.

Intanto la villa appare anche nel sito immobiliare di Sotheby's e chissà altri possibili acquirenti potrebbero spuntare all'improvviso. Nel 2010 si parlò di un interessamento di una multinazionale tedesca, leader del turismo mondiale, per trasformare la villa in un hotel. Progetto bocciato, perché la dimora di Marlia è un monumento nazionale.


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Marco Gasperetti
7 novembre 2012 | 12:24

A sterminare i pellerossa furono i virus più che i fucili

Corriere della sera

Vaiolo, varicella, e altre malattie erano sconosciute al sistema immunitario dei nativi americani

MILANO - Nelle Letters, il diario dei suoi viaggi nell'Ovest degli Stati Uniti, il pittore ed etnografo George Catlin così scriveva nel 1832 a proposito degli indiani Mandan: «Da quanto posso dedurre dai loro racconti, una volta furono una nazione numerosa e potente, ma a causa delle continue guerre si sono ridotti al numero di oggi». Un numero esiguo, se ne deduce. Catlin, animato da sincero amore per «gli uomini rossi», che ritrasse con ossessiva minuzia in oltre 400 tra quadri e schizzi, quella volta peccò di miopia storica: l'Uomo Bianco già prima di archiviare definitivamente la questione indiana con centinaia di trattati poco rispettati e il sostanziale annientamento dopo la Guerra Civile, aveva già inconsciamente posto le basi del l'olocausto dei nativi.


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LO SBARCO DEI VIRUS - Quanti fossero gli abitanti del continente nordamericano allo sbarco di Colombo nel 1492 è oggetto di calcoli e congetture contrastanti. La variabile è di decine di milioni, ma un dato è assodato: verso la fine dell'Ottocento gli indiani presenti nelle riserve degli Stati Uniti erano circa 250mila. Comunque si consideri la questione, svariati milioni erano scomparsi: uccisi da pallottole, da whisky di marca più o meno pessima e, soprattutto, da malattie sbarcate nel Nuovo Mondo con gli europei.

Fu uno sbarco silenzioso e invisibile, ma feroce e letale: vaiolo, varicella, morbillo, malaria, influenza trovarono terreno fertile per la loro diffusione inarrestabile in organismi che mai ne avevano sperimentato la presenza e che quindi non disponevano delle difese immunitarie specifiche. Indipendentemente dai rapporti che via via si stabiliranno tra Uomini Rossi e Uomini Bianchi, i successivi arrivi degli europei furono immancabilmente seguiti da una diminuzione drastica nel numero dei nativi. Già nei quarant'anni dopo il primo sbarco di Colombo, devastanti epidemie fecero milioni di vittime nelle isole caraibiche, come ebbe modo di constatare con i suoi occhi il frate domenicano spagnolo Bartolomé de las Casas verso la metà del XVI secolo e come non mancò di riportare con parole accorate nelle sue relazioni.

POPOLI INDIFESI - Visto in questa prospettiva, anche l'amichevole rapporto di coabitazione che unì il quacchero inglese William Penn con gli indiani Delaware, sancito nel 1682 quasi corollario alla nascita dello Stato della Pennsylvania, si tinge dell'ombra di oscuri presagi. Uguale ombra potrebbe offuscare il mito, risalente all'inizio di quello stesso secolo, dell'amore tra l'indiana Pocahontas, figlia del capotribù dei Powathan, e il fondatore della Virginia, John Smith. Nell'area continentale il fenomeno delle stragi per malattia fu particolarmente crudele nel Settecento e nell'Ottocento, raggiungendo punte tra l'80 e il 90 per cento di morti all'interno di una popolazione indifesa e allibita.

In fondo, poi non ci sarebbe stato bisogno di sparare, sarebbe bastato attendere. Immigrati in cerca dell'Eden ed eserciti sbarcati dall'Europa, e non solo dalla Spagna ma anche dalla Francia e dall'Inghilterra, uomini di religione, cacciatori, nobili e prostitute, ricchi e straccioni, intellettuali e delinquenti, tutti quanti nell'arco di alcune decine d'anni contribuirono alla silenziosa strage.I Mandan, tanto amati da Catlin, scomparvero nel 1837, pochi anni dopo la visita del loro "amico" pittore, spazzati via dal vaiolo insieme con oltre la metà della popolazione delle Pianure; da quasi duemila che erano si ridussero a meno di 130 individui, dei quali solo 23 uomini adulti. Da quelle parti il vaccino, scoperto nel 1796 dal medico inglese Edward Jenner, non arrivò mai.

MERCATO DI PELLICCE - Era invece arrivato e visse a lungo, ospitato per ben 25 anni all'interno della tribù, un bianco, un cacciatore di pellicce, un francocanadese di nome Ménard, il quale si accasò con una donna mandan e richiamò in quell'area molti commercianti, tra questi un nutrito gruppo della Hudson Bay Company. Fu un via vai continuo di uomini, di animali, di cose di ogni genere. Un rimescolamento quotidiano, al quale non era estraneo il rapporto sessuale e quindi la facilità di contagio anche interrazziale. I porti dove attraccavano le navi delle compagnie e dove gli indiani sostavano per giorni in attesa che la concorrenza tra i bianchi facesse lievitare i prezzi delle pellicce, erano un vero crogiuolo di razze, con individui arrivata dai più lontani paesi e dove nessuna regola igienica veniva rispettata.

Malattia e contagio erano all'ordine del giorno, e i pellerossa, tornando alle loro tribù, inconsapevolmente contribuivano allo sterminio della propria gente. Nemmeno le grandi pianure centrali riuscirono a salvarsi, se tra il 1798 e il 1801 un'infezione da streptococco passò come un uragano tra Sioux, Assiniboine e Cree. Venti anni dopo fu la volta della pertosse a chiedere il suo contributo di vittime nelle Pianure Settentrionali. Il contagio e le epidemie avevano instaurato un circolo vizioso dal quale non si riusciva ad uscire e nessun gruppo tribale poteva restarne indenne.

LA TUBERCOLOSI - La sequenza non conosceva soste e non rispettava nessun luogo, se sul finire dell'Ottocento anche i residenti della riserva di Pine Ridge dovettero fare i conti con il dilagare della tubercolosi. Il 29 dicembre del 1890, in una livida giornata che minacciava nevischio, il Massacro di Wounded Knee nel South Dakota pose ufficialmente fine alla "questione indiana". Soltanto all'inizio del Novecento il Governo di Washington prese seriamente in considerazione il problema della salute e delle cure mediche per gli indiani sopravvissuti e che ancora si trovavano sul territorio della Federazione. Nel 1905 venne approvato un primo esiguo stanziamento di 122mila dollari; contemporaneamente fu condotta un'indagine per valutare la diffusione delle malattie all'interno di quella popolazione: risultò che la patologia più diffusa era ora la tubercolosi. Si decise di aumentare la somma messa a disposizione, ma ormai il danno era irreversibile. L'Uomo Rosso diventò un'attrattiva turistica.

Alberto Paleari
7 novembre 2012 | 10:24

Beppe è troppo invasivo La fedeltà cieca è roba da cani»

Corriere della sera

Favia: no ai vecchi vizi dei partiti La base non licenzierà Federica


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«Abbiamo bisogno tutti di un bagno d'umiltà».

Perché? «Il voto ti può far sentire imbattibile, facendo venir meno il tuo senso critico». Giovanni Favia, consigliere regionale dell'Emilia Romagna, grillino dagli albori dei Cinque Stelle, indicato come «dissidente» per eccellenza dopo il fuorionda in cui criticava Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, lo ripete come un mantra: «Dobbiamo essere uniti»

Ora però imperversa la polemica sul caso Salsi... «Polemica esagerata. Ma è sbagliato confrontarsi con un proprio consigliere per criticarlo attraverso il blog: così mettiamo benzina nei serbatoi di chi ci vuole male. A volte basterebbe alzare un telefono e chiarirsi: ci vuole senso di responsabilità».

Per il Pd bolognese un voto sulle dimissioni del consigliere con vittoria della Salsi provocherebbe la fine di Grillo. Cosa ne pensa? «Non la penso come il Pd, ma sono certo che Federica non verrà fatta dimissionare dalla base. Sanno che persona è».

C'è chi dice che sia lei a manipolare e guidare Federica Salsi . «È ridicolo: è tanto se la sento una volta al mese. Di sciocchezze ne ho sentite tante, come quelle che davano per certo un mio cambio di partito. Invece sono qui e continuo a lavorare per il nostro gruppo».

Voi grillini emiliani eravate visti come un modello, ora siete sul banco degli imputati come quelli che vogliono spaccare il movimento.
«È una montatura. Per anni siamo stati la parte migliore del M5S, ne abbiamo anticipato i successi e ora ne anticipiamo i problemi. Ma è meglio affrontarli adesso i problemi prima che li abbia tutta Italia: è normale che ci siano, non dobbiamo scandalizzarci né puntare il dito contro Grillo, Casaleggio o noi consiglieri, ma ritrovare fiducia e collaborazione».

Lei ha criticato su Facebook anche il fideismo presente tra gli attivisti: è il vostro tallone d'Achille? «Il movimento non deve ricalcare i vizi dei vecchi partiti. La fedeltà dovrebbe sparire, ci dovrebbe essere invece lealtà. Si è fedeli tra coniugi o a delle idee. La fedeltà cieca verso le persone è propria solo dei cani».

Grillo ha postato sul blog regole inviolabili e ha attaccato i media: sul Web c'è chi parla di «editto». «Ha ribadito cose già dette».

E il divieto sui talk show?
«Grillo ha un'idea di garante un po' invasiva, un garante che non solo fa rispettare le regole, ma le stabilisce e decide come si applicano».

Andrebbe in tv nonostante il divieto? «Non è un problema di divieti, ma di opportunità. Valuterò con la base di volta in volta. Di norma rifiuto perché i temi non sono congrui alle mie competenze regionali».

La convincono le regole per le candidature al Parlamento?
«La scelta sulle regole per le candidature per le politiche è al momento la migliore che si potesse fare. La discussione andava intrapresa un anno fa, coinvolgendo la base».

Ma c'è un difetto?
«No, tranne il fatto che tagliano fuori molti attivisti potenziali candidati che si sono avvicinati da poco a noi. E forse c'è anche il rischio che alcuni territori su cui non avevamo messo radici siano un po' scoperti».

Lei però è fuori dalle liste ...
«Non sono un tossicodipendente della politica, mi interessa il movimento: lavorerò dietro le quinte per aiutare i nostri candidati. Non guardo al bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, guardo alla meta».

E quale sarebbe la meta? «Fare entrare il nostro Dna in Parlamento».

Intanto ci sono stati dei problemi per raccogliere le candidature.
«Stiamo sperimentando una strada nuova. Dovrebbe chiedere ai delegati di lista».

Nonostante la sua militanza, lei non è nemmeno tra questi. «Questioni secondarie. Era prevedibile. So di non essere apprezzato da Casaleggio: non mi stupisco».

Se cadesse la giunta emiliana lei avrà terminato i due mandati, limite per fare politica tra i grillini...
«Dovesse cadere la giunta penserei a come far trionfare alle regionali il Movimento 5 Stelle».


Emanuele Buzzi
7 novembre 2012 | 10:06

Schiaffi a Fini? Contestazione democratica» Parla l'ex stuntman, in carcere 20 volte

Corriere della sera

Di Luia, ex Avanguardia nazionale: giusto prendersela con Fini ma non a un funerale. «Sono un fascista Robin Hood»
ROMA - L'appuntamento è a metà pomeriggio, di fronte alla stessa chiesa - la Basilica di San Marco - dove Gianfranco Fini è stato oggetto della durissima contestazione (sputi, lanci di oggetti, manate e stampellate) dei «camerati» accorsi al funerale di Pino Rauti.




Bruno Di Luia, 70 anni, ex Avanguardia nazionale, scende da uno scooter: jeans, scarpe da ginnastica, casco nero. Sorride: «Non ti conosco, potevi anche essere un compagno che mi sparava», dice al cronista. Gli anni '60 e '70, quando era «un soldato dell'idea» (autodefinizione) del gruppo di Stefano Delle Chiaie, sono lontani. Di Luia oggi è un uomo con un passato burrascoso, il lavoro da stunt del cinema («ho fatto 300 film, sono stato alle nomination degli Oscar, ho girato con Squitieri, Damiani, Dino Risi, Leone: ma quello è un ambiente rosso, mi hanno sempre scansato») e un ruolo preciso, nella variegata comunità dei neofascisti romani: Di Luia è quello che chiama il «Presente», il saluto con cui i camerati, braccia tese nel saluto romano, omaggiano chi non c'è più.

Lo ha fatto anche l'altro ieri, con indosso un giubbotto con lo stemma della X Mas: «Sono stato onorato di poterlo fare per Rauti, come feci con Giulio Caradonna, Paolo Signorelli». Perché sempre a lui? «Vengono quelli di famiglia, o gli amici, a chiedermelo: per molti sono un mito». Alla contestazione a Fini, lui non ha partecipato: «Lo sapevo da prima chi era, non l'ho scoperto certo l'altro ieri».

Ma che ha pensato, in quel momento? «Che finalmente qualcuno si sveglia, anche se era il luogo e il momento sbagliato. Lo avessero aspettato sotto casa era meglio». Ma cosa imputano gli ex militanti al leader di Fli? «Non è un problema di partiti ma di tradimenti, ideologia, case a Montecarlo». Un buon motivo per cercare di picchiarlo? È volato pure uno schiaffo... «E vabbè, con trecento persone... È stata una contestazione democratica». L'ex avanguardista non ha urlato nulla? «Quello che dovevo dire l'ho fatto tanti anni fa. E poi io non sono mai stato missino». Eppure, col presidente, l'ex militante una volta ha parlato: «Nel '94, gli chiesi un favore personale. Mi disse che parlava spesso di me con l'allora moglie Daniela, che mi stimava. Poi, però, non mi fece sapere nulla».

La storia di Di Luia è di quelle molto dure: «Sono stato in carcere 20 volte, sempre per la politica». Condanne? «Una sola, quando mi aggredirono a Palmi, 41 anni fa. Loro erano in sedici, io con mia moglie, mia figlia piccola e mia suocera». Al collo porta una runa, simbolo di Avanguardia nazionale («significa unione e potenza») e una fede di metallo con scritto «oro di guerra». Ma tempo fa, aveva un altro ciondolo: «Una svastica. Mi è dispiaciuto quando me la sono persa». Ancora oggi, con chi lo intervista, si definisce «un nazista inferocito».

Non si vergogna di dire ciò che pensa, anzi lo ostenta. Ma come si fa a dirsi seguaci di Hitler, o di Mussolini? «Quella del nazista era una provocazione. Possono chiamarmi in tanti modi, l'unico che non accetto è picchiatore: ho avuto la fortuna di sapermi difendere, altrimenti avrei fatto la fine di tanti ragazzi uccisi, a destra e a sinistra». Si sente «un fuorilegge, in questa falsa democrazia» e rivendica che il fascismo «ha fatto anche cose buone». Ma le uccisioni, le leggi razziali, le libertà negate? «Ma perché, in democrazia non ci sono depistaggi, stragi, eccetera?». Oggi, nel 2012, come si definirebbe? «Un Robin Hood, dalla parte dei più deboli. E tra Obama e Romney, scelgo Che Guevara».

Ernesto Menicucci
7 novembre 2012 | 10:33

Che orgoglio la dignità dei marò"

Gian Micalessin - Mar, 06/11/2012 - 07:16

L'ammiraglio Pasquale Guerra, comandante di Girone e Latorre: "Da loro e dalle loro famiglie una compostezza di cui andare fieri"

«Quando vedo i loro volti sereni sono orgoglioso di essere il loro comandante, quando sento le loro parole determinate e concrete sono fiero di essere italiano».





L'ammiraglio Pasquale Guerra sintetizza in queste due frasi le emozioni e le inquietudini di otto mesi. Mesi in cui il 53 enne comandante della Forza da Sbarco, il dispositivo della Marina Militare di cui fa parte il Reggimento San Marco, ha vissuto in prima persone speranze e delusioni generate dall'intricata vicenda dei fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. In questa intervista al Giornale - concessa all'indomani dei messaggi d'interessamento del presidente Napoletano e dal premier Mario Monti - il comandante La Torre spiega d'intravvedere un po' di luce in fondo al tunnel. «Il momento è favorevole anche se a tutt'oggi non vi è alcuna certezza».

Perché sottolinea che non vi sono certezze?
«Abbiamo la ragionevole speranza che i giudici indiani riconoscano la giurisdizione italiana, ma fino a quando la Corte Suprema non emette una sentenza definitiva l'incognita resta».

E la lentezza non aiuta …
«Quella sentenza farà storia sia nel campo delle relazioni che del diritto internazionali. È comprensibile che i giudici la affrontino con estrema attenzione. I tempi lunghi sono legati a questo».

È in contatto con i suoi uomini?
«Li ho visti il 23 ottobre in occasione del compleanno di Salvatore Girone. Quel giorno ho partecipato a un collegamento diretto via skype e il figlio di Salvatore ha tagliato la torta del papà. In genere mi metto in contatto con loro ogni sette otto giorni, ma verifico la situazione quotidianamente attraverso i rapporti dell'ufficiale che segue il caso in India».

Ultimamente paiono tesi, smagriti… «Per quanto so io sono in buona forma. Sono due soldati e dunque si mantengono in efficienza fisica. Le loro famiglie sono appena tornate da una visita in India e anche loro raccontano che stanno bene».

La dignità dei suoi due marò sfata il mito dell'italiano piagnone?
«Sono la dimostrazione concreta di come i militari italiani siano in grado di mantenere un comportamento ineccepibile anche in situazioni estremamente difficili. E anche le loro famiglie vivono questa prova con estrema compostezza. Sono un esempio per tutti noi italiani».

I suoi uomini continuano a difendere i mercantili italiani minacciati dai pirati. Il loro morale è stato influenzato da quel caso?
«Per noi non è cambiato nulla. I miei ragazzi sono sereni perché sanno che la Marina Militare è con loro. E il governo pure. Chi entra nei Nuclei militari di protezione passa lunghe e severe selezioni. E sa a misurarsi con ogni situazione».

Ultimamente alcuni ex militari hanno fischiato il ministro della difesa…
«Questo caso non ha cambiato la sostanza della mia unità, né l'ha trasformata. Studiamo un po' di più il diritto internazionale, ma tutto il resto è identico. Quest'esperienza segna forse le coscienze dei singoli, ma non influisce sull'efficienza dell'unità. La determinazione del mio personale mi sembra immutata».

Con il senno di poi farebbe rientrare i suoi uomini in un porto straniero...
«Sono considerazioni che ovviamente si fanno, ma quello è stato un evento non gestito da noi… di cui ancora oggi non conosco i dettagli. Nelle sedi competenti lo avranno sicuramente analizzato in tutti i suoi aspetti. Io come forza da sbarco mi occupo dell'addestramento dei miei uomini. Il resto non rientra nel mio ambito».

Sente più la vicinanza dell'opinione pubblica o più quella delle istituzioni?
«Le istituzioni sono sempre state vicinissime. Sul fronte dell'opinione pubblica continuiamo a ricevere telefonate e lettere, mentre crescono i gruppi su Facebook. Io personalmente qui a Brindisi vedo tantissima gente con il fiocco giallo sul bavero. Gran parte dell'opinione pubblica mi sembra dunque desiderare una soluzione positiva».

Anche la Ferrari ha dato rilevanza al caso.
«La Ferrari non è nuova a queste iniziative. In passato si era mossa anche per il terremoto dell'Aquila, ma vedere la bandiera della Marina Militare sulle loro monoposto mi ha ovviamente fatto piacere».

Cosa le ha insegnato questo caso?
«Che l'addestramento fisico unito a quello psicologico resta il fondamento indispensabile per portare a termine ogni missione e far fronte a tutte le situazioni. Anche quelle impreviste».

Un personale augurio a Massimiliano e Salvatore?
«Quello di sempre. Spero di rivedervi presto e riabbracciarvi. Qui in Italia. Al più presto».

Il conte Pietro e la saga dei Marzotto «Famiglia frantumata dagli errori»

Corriere della sera

L'ex capo dell'azienda: 70 nipoti, prevedibile che finisse così. Nel 2004 mi cacciarono. Vedo disgregazione e insofferenza alla guida

Cattura
MILANO - «La nostra è una famiglia che si è frantumata. Troppi errori. Siamo alla sesta generazione, i nipoti sono 70. Non mi sorprende quello che sta accadendo». Pietro Marzotto, 75 anni, è nella sala di comando di Peck, la gioielleria gastronomica a due passi dal Duomo di Milano («Con la migliore enoteca d'Italia», spiega passando in rassegna Bordeaux e Supertuscan). Peck, il negozio che piaceva a D'Annunzio, è la sua ultima avventura imprenditoriale dopo aver chiuso con quella di famiglia, nel 2004.

Un addio non voluto: «Mi cacciarono», ricorda. Il «sior conte» ora guarda con rammarico all'azienda di Valdagno, di cui è stato il leader per tre decenni. Ha letto tutto sulla bufera giudiziaria che ha colpito 6 Marzotto e 3 cugini Donà dalle Rose, accusati di una evasione di 65 milioni nella vendita delle quote di Valentino Fashion group, lo scrigno con tutte le griffe dei Marzotto. Vede questo «brutto affare» come l'ultimo segno dell'«ineluttabile declino» della dinastia. Sotto la sua guida lo storico Lanificio dell'era del pre-welfare (la Città sociale, case, asilo, ospedale, e persino una colonia estiva al Lido di Jesolo per i figli degli operai) diventò un gruppo internazionale del tessile e della moda.

Lasciata Valdagno, il conte Pietro ha tagliato i ponti con tutti o quasi i parenti («Ora ho una piccola famiglia», sintetizza). Vive a Valle Zignago, 800 ettari di acqua e terra, nella laguna di Caorle in cui cacciavano Ernest Hemingway e Henry Fonda. Con lui, da Peck, c'è il figlio Pier Leone, con il camice bianco del negozio. Il conte rigira e morde il bocchino bianco che serve ad allontanare i tre pacchetti al giorno di sigarette che fumava. E ricorda: «Ho lottato in azienda per una successione che definirei con due aggettivi: morbida e professionale. Ovvero non contrastata e affidata a professionisti di primo piano. Purtroppo non ci sono riuscito.

Ho lasciato le cariche operative nel 1998, poi ho cercato di assistere i manager senza far pressioni, massima discrezione. Ma nel 2004 sono stato buttato fuori. La prima lettera dagli azionisti-parenti mi è arrivata nell'autunno del 2003, l'altra nel gennaio 2004». La saga dei Marzotto si incrina nel 1997 con lo scontro sulla fusione (naufragata) con Hpi. Poi il contrasto, a colpi di Opa, su Zignano. La famiglia si spacca. «Di contrasti ne ho sempre avuti tanti. Ero un uomo d'azienda, poco incline ai compromessi. Non sono mai stato amato», riflette il conte.

E ritrova il gusto della battuta, quell'ironia che ha attraversato la sua carriera in cui non ha nascosto le simpatie per il centrosinistra (appoggiò Massimo Cacciari contro Giancarlo Galan per la poltrona di governatore veneto). «Nel 2003 proposi Giuseppe Vita come presidente della società, era già in Hugo Boss. Mio fratello Paolo e Andrea Donà dalle Rose sembravano d'accordo, ma alla fine votarono tutti contro. E scelsero una personcina, non ricordo neppure il nome, che poi cacciarono».

Pietro Marzotto è stato un risanatore, ma quando l'amministratore delegato Antonio Favrin partì con tagli e chiusure si ribellò: «Vuoi amputare più che curare, gli dissi. Anch'io nel 1970 feci tagli e riduzione del personale. Ma puntando allo sviluppo. Rivoltai l'azienda come un calzino, portando l'export dal 10 al 40 per cento in pochi anni. Ccmprai Bassetti, Lanerossi e Hugo Boss». E Valentino? «Feci solo il negoziatore. Ma non ero favorevole. Aveva i conti nel pallone. Glamour tanto, ma i bilanci... E poi se alla guida ci fossero stati dei cinquantenni, ma erano già oltre. Comunque negoziai al meglio».

Quando ha cominciato a sfaldarsi quell'industria che era arrivata ad avere 11 mila dipendenti alla fine degli anni Ottanta? «Fino alla fine degli anni Sessanta il padrone era papà Gaetano, anche se noi eravamo già soci. Morì nel 1972. Poi siamo arrivati noi, 7 fratelli e sorelle. Con i nostri 25 figli. Poi i figli hanno avuto figli, che sono già grandi. Sono 70, cosa vuole...». Dopo l'esilio nella laguna veneta, il conte è rimasto in contatto solo con il fratello Umberto «perché si è pentito di come sono stato trattato in azienda. Gli altri sono quasi tutti morti». E le giovani generazioni? Il conte guarda Pier Leone come fosse l'unico degno di attenzione. «Avevo coniato il termine family public company per Marzotto.

Volevo dare continuità alla famiglia, non ce l'ho fatta. Ora vedo la disgregazione, un fenomeno che non mi stupisce. I Marzotto sembrano colpiti da una forza centrifuga, sembrano insofferenti alla misura e alla guida. Gli americani hanno studiato il fenomeno, le aziende durano fino alla seconda generazione, raramente alla terza. I Marzotto sono arrivati alla sesta, ma già alla terza si è capito come stava andando». Aveva descritto le beghe di famiglia, qualche anno fa, come «cose da operetta». Ora parla di «episodi che, se fossero veri, sarebbero vergognosi». Ma subito sfuma: «Con l'ultima vicenda non c'entro nulla, ora mi godo il meritato riposo. Mi occupo di Peck».

Luciano Ferraro
7 novembre 2012 | 8:21

Dai rimborsi alle tasse Nei biglietti aerei 92 trucchi

La Stampa

Altroconsumo diffida le compagnie: basta imbrogli
FLAVIA AMABILE
ROMA
 

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L’orario del volo scritto sul biglietto? Solo indicativo, la compagnia aerea ha diritto di partire in ritardo se le circostanze lo richiedono e il passeggero non ha diritto di reclamare. Lo stesso per il prezzo scritto in calce alla ricevuta. Puramente indicativo pure questo, perché le tasse governative potrebbero aumentare, o le tariffe o gli oneri e a quel punto spetta al passeggero pagare la differenza. Cronache da un mondo dai contorni sempre più vaghi, quello dei trasporti aerei, dove l’unica certezza è che le compagnie debbano perderci il meno possibile.

L’elenco degli abusi è lungo. L’associazione Altroconsumo ha scovato in tutto 92 clausole vessatorie nei contratti di trasporto passeggeri. Sul banco degli accusati ci sono Air France, Air Italy, AirOne, Alitalia, British, EasyJet, Klm, Lufthansa, Meridiana, Ryanair. C’è chi procede alla cancellazione automatica della prenotazione per il ritorno se il consumatore non si presenta all’andata. C’è persino chi si riserva di decidere se trasportare o no alcune persone come i disabili.

C’è chi vuole scegliere in quale tribunale affrontare le controversie, invece che in quello di residenza del consumatore come previsto dal Codice del Consumo. Per fare nomi e cognomi: la British Airways si riserva il diritto di chiedere addizionali per il carburante. Sia Air France che British Airways ed Alitalia non si assumono responsabilità se dovessero esserci variazioni nelle tasse, negli oneri e nelle spese accessorie. «Cambiano continuamente», recita in tono un po’ lamentoso l’articolo 4b3 del contratto della British, e quindi «voi dovrete pagare ogni eventuale aumento». Anche se l’acquisto del biglietto è già stato effettuato.

La Lufthansa non si assume responsabilità sui rimborsi e consiglia a chi usufruisce di tariffe particolarmente scontate e parzialmente o non del tutto rimborsabili di acquistare un’assicurazione per non avere problemi in caso di annullamento del viaggio. Air One e Lufthansa vanno oltre, la vaghezza nel loro caso si estende anche agli orari. Sostengono che quelli indicati nel biglietto non sono affatto impegnativi e non rientrano nel contratto. Insomma, in caso di ritardo non ci sarà alcun rimborso.

EasyJet si riserva ogni diritto di scegliere come effettuare i rimborsi se in biglietti o con accrediti o altro. Ryanair rimborsa solo le tasse governative ma non spese ed oneri del biglietto aereo che spesso sono la quota più rilevante.

Alla fine di questa lunga e disarmante inchiesta, Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, commenta: «C’è un intero catalogo di obblighi pesantissimi per il consumatore e limitazioni dei diritti dell’utente, spesso in spregio delle norme internazionali di diritto dei passeggeri – è il caso dei ritardi o dei risarcimenti per danno o smarrimento bagagli indicati nei contratti. Clausole che devono sparire».

Altroconsumo ha inviato oggi dieci lettere di diffida alle compagnie affinché le clausole contestate siano eliminate o modificate. Se le dieci compagnie aeree non agiranno a favore degli utenti, Altroconsumo intenterà un’azione inibitoria presso il Giudice, come previsto dal Codice del Consumo. Comunque, prima di acquistare un biglietto aereo, la prossima volta forse sarà bene leggere con attenzione le clausole del contratto. 

Messner sulla vetta delle due solitudini

La Stampa

La vittoria e la morte del fratello: il grande alpinista racconta il Nanga Parbat, montagna del destino
enrico martinet


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Sulla «Montagna nuda» Reinhold Messner si spoglia di un senso di colpa, s’immerge nelle paure e riesce a farsele scivolare lontano. Raccoglie la sua vita di uomo e di alpinista. 
È il 1978 e lui è in vetta al Nanga Parbat, massiccio isolato del Pakistan, l’Ottomila con le pareti più alte del Pianeta. Ci è arrivato da solo, come Hermann Buhl nel 1953, ma la sua solitudine è durata dal campo base fino alla vetta, mentre quella dell’austriaco negli ultimi 1300 metri. Nasce quel giorno la «solitudine bianca» di Messner, primo uomo al mondo ad aver salito tutti i 14 Ottomila e un gigante himalaiano in solitaria.

E quell’intuizione filosofica e lessicale diventa ora il titolo di un libro edito da Priuli & Verlucca. Racconta di una doppia reazione d’amore per due dolori profondi: la morte del fratello Günther nel 1970 sul Nanga Parbat e l’addio di Uschi a Reinhold, la sua prima moglie. Messner deve la sua vita al Nanga Parbat, la «montagna dei tedeschi» quanto il K2 lo è degli italiani. Vite incrociate, quelle di Günther, di Uschi e di Reinhold. Scrive Messner: «Uschi mi aiuta a sopportare il senso di colpa che deriva dall’essere sopravvissuto». Sopravvissuto al fratello preferito, di due anni più giovane, un sicuro talento alpinistico.

Nel 1970 i due fratelli altoatesini vengono chiamati a far parte della spedizione di un veterano del Nanga Parbat, il dottor Karl Maria Herrligkoffer. L’idea è di salire i 4.300 metri della parete Rupal. Saranno proprio Reinhold e Gunther a raggiungere la vetta e a compiere, senza volerlo, la prima attraversata della montagna scendendo sul versante opposto, il Diamir.

Nell’odissea del ritorno, fra ghiacci flagellati dalla bufera, Günther muore travolto da una valanga. Reinhold vaga nella nebbia per giorni e riesce a raggiungere stremato e con gravi congelamenti ai piedi la base della parete. Comincia quel giorno la sua «solitudine nera». Spiega: «Quella negativa, con un senso di colpa che mi opprimeva. Io sono tornato, Günther no».

Conosce Uschi, rampolla di una nobile famiglia tedesca, si sposano. E lei lo aiuta a liberarsi da quel sentimento devastante, acuito dalle polemiche, dai compagni di spedizione che incolpano Reinhold di aver abbandonato il fratello. Da coloro che non credono alla sua versione. Nel 2004 l’esame del Dna di un osso ritrovato alla base della parete Diamir darà la certezza che Günther è morto come Reinhold aveva raccontato.

Ma prima di quel giorno, Messner ha dovuto sopportare con amarezza la calunnia sottile, il dubbio sempre presente. Ama il Nanga Parbat che pure lo ha gettato nella disperazione e ci torna nel 1978, un anno dopo la fine dell’amore con Uschi. Dice: «Ero sempre in giro e lei mi ha lasciato. Sa, ho sofferto tantissimo. Così ora ho scritto di queste due dimensioni, la solitudine nera e quella bianca. Salendo da solo il versante Diamir nel 1978 mi sono liberato da quella negatività».

Dal libro emergono sempre i due richiami, come in una visione manichea del mondo, bianco e nero. Confini netti, il bene e il male in una salita disperata. Reinhold affronta l’impervia ascensione e la sua mente risente del dolore di un’anima ferita. Una tragicità di cui è ricco il Nanga Parbat. Da quando l’uomo si è messo in testa di arrampicarlo. Messner: «Questo è un libro sulla mia solitaria, certo, ma è anche una profonda riflessione su me stesso partendo dalla storia di questa montagna, che ho scandagliato in dettaglio.

Un libro mio e storico insieme». Ricorda che proprio sulla «Montagna nuda» nasce «l’alpinismo eroico». E gli eroi muoiono. «Le sciagure degli Anni Trenta del Novecento - dice Messner - servirono alla propaganda nazista. Hitler e Goebbels le portarono ad esempio per dimostrare quanto forte fosse l’ideale politico di uomini che per un’idea non temevano la morte».

Messner si trova ad affrontare la «montagna del destino» nel 1970, il suo primo Ottomila, dopo averne letto tanto. E si trova a salirla in solitudine seguendo un istinto di limite, quello che spinse nel 1895 Albert Frederick Mummery e nel 1953 Hermann Buhl.