sabato 10 novembre 2012

Paula Broadwell, la donna che ha fatto cadere il generale David Petraeus

Corriere della sera

Lei è l'autrice della sua biografia, l'ha seguito in Afghanistan. Ha frequentato West Point ed è un'esperta di terrorismo

L'ultima apparizione è di pochi giorni fa: un video dell'esercito per spingere le donne a una carriere militare. «Anche io ho frequentato West Point». Ecco la donna che ha fatto cadere il generale David Petraeus. L'uomo che, negli Stati Uniti, è considerato un eroe. Paula Broadwell, 40 anni, sarebbe infatti l'amante dell'oramai ex direttore della Cia. Un amore, dicono, nato mentre ha scritto la sua biografia: «All inn: the education of general David Petraeus». I due avrebbero cominciato la relazione in Afghanistan, dove lei l'aveva seguito per «vedere la guerra attraverso gli occhi di un generale». Per poi lasciarlo.

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LA CARRIERA- Cresciuta in Nord Dakota, Paula ha frequentato West Point, la stessa accademia dove il generale si è laureato nel 1973. Quindi la carriera militare, viaggi in tutto il mondo. E il pallino dell'antiterrorismo. Lasciata la divisa, Broadwell ha continuato gli studi all'Università di Denver e quindi ad Harvard. Lì il primo incontro con Petraeus nel 2006. La giovane ricercatrice stava lavorando a una tesi sulla leadership. In tasca ha anche un Phd del King's College, Londra. I suoi meriti accademici sono molto noti. Sposata con il radiologo Scott Broadwell, ha anche due figli Landon e Lucien e vivono a Charlotte.

IL TRIANGOLO -La relazione con Petraeus era arrivata anche all'orecchio del marito. Tanto che alcuni credono sia stato proprio lui l'autore di una lettera anonima al New York Times: «L'amante di mia moglie». Nella missiva, pubblicata dal quotidiano, chi scrive racconta che la consorte sta avendo una storia con «alto dirigente dell'amministrazione governativa». Un uomo che «ha dimostrato la leadership americana nel mondo», e «assolutamente la persona giusta per il lavoro che sta facendo». Ma chiede al giornalista che cosa fare se denunciare all'opinione pubblica oppure no. «Dovrei soffrire in silenzio perché la notizia di una relazione potrebbe danneggiarlo?». La replica: «No, non esporlo a questa gogna. Non sembra che il suo lavoro sia legato ai valori famigliari».

LA RELAZIONE - La lettera è dello scorso 13 luglio. Nel frattempo, dicono i ben informati, lei aveva lasciato il generale. E lui non si rassegnava. Messaggi, email. E anzi una sua email, diretta a lei, sarebbe finita nelle mani sbagliate. L'uomo delle ombre diventa così una chiacchiera. La vita privata, diversa da quella pubblica. Paula ha continuato nella promozione del libro. E durante un'intervista a Jon Stewart ha raccontato come è arrivata a scrivere un libro su Petraeus. «Quando ho saputo che sarebbe tornato in Afghanistan (nel 2010 ndr) gli ho mandato un'email spiegandogli il progetto. Poi sono partita». E si è presentata a Kabul. Anni intensi e il successo della biografia. Pochi giorni fa la stessa Paula, su Twitter, segnalava «Le regole di vita del generale». La prima: «Devi essere di esempio». Ma in molti giurano che Paula Broadwell sia tutt'altro che sciocca. «Brava e preparata». Tanto da usarla come testimonial per le donne nell'esercito.



Paula Broadwell raccontava così l'amicizia con Petraeus (10/11/2012)

Paula Broadwell, la donna che ha fatto cadere Petraeus (10/11/2012)

"Relazione Extraconiugale", si dimette direttore Cia Petraeus (09/11/2012)

Benedetta Argentieri
10 novembre 2012 | 13:37




Lettera al Nyt: "Il potente amante di mia moglie"


Potrebbe essere stata scritta dal marito di Paula Broadwell  «Non vorrei danneggiare il Paese creando uno scandalo»

La rubrica sul New York Times La rubrica sul New York Times
 
«My wife's lover», l'amante di mia moglie. Si intitola così la lettera apparsa il 13 luglio scorso sul New York Times, nella rubrica «the Ethicist», una specie di posta del cuore del politicamente corretto: «Mia moglie ha una storia con un dirigente del governo che lavora per un 'progetto' internazionale», scriveva l'anonimo coniuge tradito. Una lettera tutto sommato trascurabile, che è però diventata di estremo interesse dopo le dimissioni di un altissimo dirigente dell'amministrazione Obama. E, guarda caso, il capo della Cia David Petraeus ha annunciato il passo indietro proprio dopo aver ammesso di aver tradito la moglie. La nuova fiamma del generale è Paula Broadwell, giornalista e sua biografa ufficiale. Ed è per questo che adesso si sospetta che l'autore della lettera al quotidiano possa essere suo marito, il radiologo di Charlotte Scott Broadwell. A ripescare la lettera è stato il direttore del Foreign Policy, che su Twitter si è però chiesto se sia realmente attribuibile al marito dell'amante di Petraeus o se non sia il frutto di «una semplice coincidenza»

LA LETTERA - «L'ho incontrato in diverse occasioni, ed è stato gentile. Dubito che sia a conoscenza del fatto che io so di loro. Ho osservato la loro relazione intensificarsi durante l'anno scorso, e ho anche beneficiato della sua generosità», scriveva il consorte in ambasce. Il quale temeva per le conseguenze di un eventuale scandalo sulla propria famiglia e sull'intero Paese. «Il ruolo di quest'uomo - scriveva - è di gestire progetti i cui progressi vengono guardati in tutto il mondo come una dimostrazione della leadership americana». L'uomo, che riteneva il rivale «assolutamente la persona giusta per il lavoro che sta facendo», chiedeva quindi a Chuck Klosterman, autore della rubrica, anche se valga la pena «soffrire in silenzio per un anno o due per un fine superiore» e chiede un consiglio se continuare oppure «forzare una chiusura».

LA RISPOSTA - Come suo costume, Klosterman ha consigliato prudenza. Senza però calpestare la propria dignità: «Un discreto divorzio come potrebbe rovinare questa iniziativa di leadership internazionale?», chiedeva, prima di riconoscere «le onorevoli ragioni» di un silenzio tanto nobile da ingenerare qualche dubbio: «Sospetto più o meno che tu abbia scritto questa lettera perché desideri che delle persone specifiche leggano questa rubrica e intuiscano chi è coinvolto e cosa sta realmente succedendo di nascosto (senza effettivamente affrontare il conflitto in persona). Nemmeno questo è etico. ».

Antonio Castaldo
@gorazio10 novembre 2012 | 20:52

Vatileaks e la guerra di dossier in Curia

La Stampa

vatican

La lettura di un verbale “a sorpresa” durante il processo a carico del tecnico informatico della Segretaria di Stato. Il commento di padre Lombardi


GIACOMO GALEAZZI
Città del Vaticano


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Sullo sfondo si staglia uno scenario inquietante: carte riservate usate per regolamenti di conti interni e guerre di dossier combattute da opposte cordate ecclesiastiche attraverso dipendenti laici. La caccia ai colpevoli di Vatleaks continua. Nel secondo processo per la fuga dei documenti top secret del Papa, conclusosi con la condanna a due mesi di reclusione per favoreggiamento all’informatico Claudio Sciarpelletti, è spuntato un nuovo nome: si tratta di monsignor Pietro Pennacchini, ex vicedirettore della sala stampa vaticana e attuale funzionario della Segreteria di Stato. Ad introdurre questo nuovo nome è stato il Promotore di giustizia Nicola Picardi che, al termine della requisitoria, aveva tenuto un lungo silenzio.

Quindi la lettura di un verbale «a sorpresa» che ha creato parecchie frizioni con la difesa di Sciarpelletti rappresentanta dall’avvocato Gianluca Benedetti. Il pm Picardi si è rifatto all’interrogatorio del 29 maggio scorso nel quale Sciarpelletti aveva cambiato versione dei fatti e aveva sostenuto di aver ricevuto una seconda busta da monsignor Pietro Pennacchini. A questo punto l’avvocato Benedetti, sbattendo le carte sul tavolo, ha contestato la procedura e ha chiesto spiegazioni. «Ma come -ha sostenuto l’avvocato Benedetti. Mi impegno a scrivere memorie per non far venire fuori nomi e ora esce un altro nome?». Il presidente Giuseppe Dalla Torre ha verbalizzato entrambe le versioni ma, senza nemmeno ritirarsi in camera di consiglio, ha stabilito «l’irrilevanza di qualsiasi altra busta». In ogni caso il Promotore con questo suo intervento ha lasciato intendere che si indaghi ancora.

Per la vicenda legata a monsignor Pennacchini, comunque Picardi ha negato «categoricamente» che ci sia mai stata un’indagine a carico del presule sostenendo: «Non ho detto che stiamo facendo indagini». La vicenda comunque è stata chiusa da Dalla Torre con un giudizio di irrilevanza. Sulla questione è intervenuto anche il portavoce della sala stampa vaticana padre Federico Lombardi: «Il senso è che Sciarpelletti ha detto di avere ricevuto diverse buste ma era normale visto che il suo ufficio era in contatto con tanti altri uffici. Insomma questo caso -ha ripetuto Lombardi- mi sembra un esempio di una prassi normale. Capisco che si possa essere ossessionati dalla ricerca di nomi ma questo caso non è sinonimo di particolari coinvolgimenti».

Quanto al fatto che Claudio Sciarpelletti, informatico addetto alla riparazione di computer avesse anche l’abitudine, in base alle testimonianze, di smistare la posta, padre Lombardi ha sottolineato che «nell’ufficio in cui presta assistenza informatica Sciarpelletti è un ufficio che diffonde comunicazioni in varie direzioni. Insomma, mi pare un luogo dove è frequente il passaggio di informazioni. Del resto, nelle deposizioni è stato lo stesso Sciarpelletti a dire che stava sempre in contatto con varie persone». Intanto Paolo Gabriele, il maggiordomo di Papa Ratzinger che sta scontando la condanna a un anno e mezzo per Vatileaks, ha salvato oggi con la sua testimonianza l’onorabilità di monsignor Carlo Maria Polvani, il responsabile dell’Ufficio Informazioni della Segereteria di Stato. Il sacerdote, che è nipote del nunzio a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò (dalle cui lettere di protesta per il trasferimento in Usa, è nato in pratica il caso Vatileaks) era stato accusato da Sciarpelletti di avergli consegnato una busta di documenti incriminanti, da far avere a Gabriele.

Il maggiordomo ha invece dichiarato in aula di essere stato lui a dare quei materiali all’informatico e che Polvani non c’entrava nulla. E se Paolo Gabriele se l’è cavata con una semplicissima spiegazione: «Ho dato a Claudio Scirpelletti cose che cercavo su Internet, interessanti per chi ama la Chiesa e che condividevo con lui per curiosità», affermando però di non ricordarsi se quei famosi fogli (alcune mail, una delle quali firmata «nuovola», e il fascicolo contro la Gendarmeria e il suo comandante Domenico Giani poi pubblicato nel libro di Nuzzi in un capitolo intitolato «Napoleone in Vaticano») li avesse consegnati in una busta sigillata o meno, la deposizione di monsignor Polvani, nell’udienza di oggi, è stata molto carica di tensione emotiva. In particolare, il prelato, infatti, ha raccontato di uno strano colloquio avuto in luglio con l’imputato.

«Tu mi dovrai capire, perdonare: l’ho fatto per i miei figli e la mia famiglia», avrebbe detto Sciarpelletti a Polvani, il quale però pur avendolo alle sue dipendenze nell’organico della Segreteria di Stato, non sapeva della situazione che vedeva l’informatico in stato di libertà provvisoria dopo l’arresto e il ritorovamento della busta. «Prima della scorsa estate - ha detto ancora il suo capo - Claudio era molto espansivo e cordiale, poi a giugno e luglio si era chiuso nel suo ufficio con aria imbronciata, ma non sapevo cosa gli stesse accadendo. Di questa busta io ho saputo l’esistenza solo il 13 agosto, quando sono state pubblicate la requisitoria e la sentenza istruttoria». Richiesto di un giudizio sulla personalità dell’informatico, Polvani ha poi aggiunto: «per me Sciarpelletti era una persona con indubbie qualità e sfortunatamente la tendenza a `impasticcciarsi´, perché davanti ai problemi si fa prendere dall’agitazione e talvolta non focalizza bene».

A una domanda precisa, poi, ha risposto che Sciarpelletti «non aveva in ufficio atteggiamenti irriguardosi o sleali, ma talvolta gli capitava di essere molto critico versdo l’Istituzione». A monsignor Polvani è stato anche chiesto dei rapporti tra Gabriele e Sciarpelletti, che la difesa dell’informatico voleva fossero in pratica «derubricati» da «grande amicizia» a «semplice conoscenza». «Personalmente - ha dichiarato il prelato - ho visto Gabriele nei nostri uffici due o tre volte, quando veniva da Sciarpelletti, il quale si vantava che erano molto amici. Non ho mai capito però se erano anche imparentati o provenienti dalla stessa regione». Monsignor Polvani - che siti tradizionalisti hanno accusato di essere un sacerdote rivoluzionario filo Che Guevara, quasi un infiltrato in Segreteria di Stato - ha anche lungamente parlato del proprio dispiacere di vedersi coinvolto in questa vicenda, raccontando le sofferenze vissute dalla sua famiglia a seguito degli «anni di piombo».

Il nonno, di cui ha portato in tribunale una foto, infatti, era stato presidente del Cnr e poi rettore della Statale di Milano. Dopo essere stato oggetto di pubbliche contestazioni dagli studenti nel 1968 temeva di poter essere vittima di attentati insieme ai suoi cari. «Lasciammo l’Italia - ha raccontato don Carlo Maria per motivare la sua assoluta lealtà alle istituzioni e lontananza da qualunque trama in qualche modo rivoluzionaria - e non dimenticherò mai le lacrime di mia madre». «Se sono prete oggi - ha scandito - lo debbo alle lacrime di mia mamma e a Giovanni Paolo II. E vedermi accomunato ai frondisti, mi lascia interdetto». «Personalmente - ha concluso - voglio solo che trionfi la verità e anche il perdono». Non ha deposto il comandante Domenico Giani, la cui assenza è stata giustificata dal presidente del Tribunale, Giuseppe Dalla Torre, con «impegni istituzionali». Sulle modalità della perquisizione del 25 maggio nell’ufficio di Sciarpelletti (alla quale assistette, si è saputo oggi, anche il numero 3 della Segreteria di Stato, monsignor Brian Wells) hanno riferito in aula il vice comandante della Guardia Svizzera William Kloter, e l’ispettore della Gendarmeria Gianluca Gauzzi Broccoletti (citato nel libello). Insomma Vatileaks non è finita.

Courmayeur, iniziate le ricerche per un oggetto infuocato precipitato nella Val Ferret

La Stampa

Secondo le segnalazioni arrivate ieri sera aveva la sagoma di una mongolfiera


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Sono in corso le ricerche da parte del Soccorso alpino valdostano e della Guardia di finanza di Entreves di un oggetto infuocato, simile a una sagoma di mongolfiera, visto precipitare ieri sera nella Val Ferret, nel massiccio del Monte Bianco, in Valle d’Aosta. Le ricognizioni effettuate fino ad ora hanno dato esito negativo. Alla Guardia di finanza risulta che ieri non ci sia stato alcun decollo di aerostati dagli aeroporti del circondario e al momento non sono giunte segnalazioni di scomparsa.

Iran, minacciata e isolata la famiglia del blogger morto in carcere

Corriere della sera

Sattar Beheshti è deceduto a causa dei maltrattamenti in prigione. Ora nel mirino del regime anche i familiari

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Ora è il turno della famiglia. Nel mirino dell'Intelligence iraniana ci sono i parenti di Sattar Beheshti, il blogger iraniana 35enne che è morto subito dopo essere stato portato in prigione. Infatti agenti avrebbero sequestrato i cellulari della famiglia di Sattar e messo sotto controllo il telefono di casa, impedendo così ogni tipo di comunicazione con i media. A riferirlo, appunto, uno dei familiari al Comitato per la difesa per i diritti umani in Iran.

IL BLOGGER- Arrestato il 28 ottobre nella sua casa a Robat Karim, nella periferia di Teheran, Sattar Beheshti è stato subito portato in carcere. Il giorno prima aveva detto di essere stato minacciato con un messaggio. Al blogger era stato scritto: «Devi dire a tua madre che presto si vestirà di nero perché tu non chiudi la tua grande bocca». Mercoledì il suo corpo, pieno di lividi, è stato restituito alla famiglia, senza alcuna spiegazione dalle autorità. Sattar era tra gli attivisti arrestati durante i primi movimenti antigovernativi del 1999 e del 2003. E nell'ultimo periodo si indigna per le pessime condizioni in cui si trovano i prigionieri politici ed esorta gli iraniani a ribellarsi contro il sistema tirannico della Repubblica Islamica.

LA FAMIGLIA- La sorella ha rilasciato alcune interviste ai media iraniani all'estero. Ed è stata minacciata dagli agenti iraniani che volevano arrestarla due giorni fa. Il regime avrebbe impedito alla famiglia l'organizzazione di ogni forma di commemorazione. E ora l'ha completamente isolata.

Redazione Online 10 novembre 2012 | 17:35

Che ridere i moralisti travestiti da paladini del «povero» Tonino

Paolo Guzzanti - Sab, 10/11/2012 - 15:59

Il soccorso rosso di Santoro & Travaglio: "Report" in tv smaschera l’ex amico pm e loro smontano l’inchiesta della Gabanelli. Se fosse stato il "Giornale" apriti cielo...

Dito nell’occhio. La Gabanelli e Report hanno messo il dito nell’occhio di Di Pietro che si è pietrificato davanti alle sue telecamere e ha fatto una figuraccia senza se e sen­za ma. Conseguenza? La conseguenza è stata che San­toro su Servizio Pubblico e Marco Travaglio sul Fatto so­no partiti al soccorso dell’infortunato Tonino e hanno speso tutti i loro mezzi professionali, che so­no molti, per rimette­re in piedi l’amico ca­duto da cavallo.

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Lo stesso Di Pietro, invi­tato nel dopo partita a rigiocare la partita, è stato persino spiri­toso da Santoro quan­do ha ammesso di parlare «dipietrese» e di essersi dato la zappa sui piedi con il suo eloquio tenten­nante, compresso, impacciato. Ed è così che lo avevamo pri­ma visto durante l’in­terrogatorio cui lo ha sottoposto Report: tentennante, com­presso e impacciato, uno con la coda tra le gambe e almeno mezza coda di paglia. E questo in politica -dove l’ap­parire è infinitamente più im­portante dell’essere ( Berlusco­ni ne sa qualcosa) - conta mol­tissimo. Stiamo parlando di una storia- quella degli appar­tamenti di Di Pietro, le sue pro­prietà immobiliari, eredità pa­terna inclusa, il travaso di affit­ti di partito su mutui - in cui l’apparire è tutt’altro che lim­pido.

Di Pietro ha messo le mani avanti ricordando che la magi­stratura ha già certificato con sentenza la liceità del suo com­portamento. E sia, però qui non stiamo parlando di un’in­chiesta penale ma di giornali­smo. E il giornalismo fa il suo duro mestiere portando i pan­ni sporchi in piazza, creando e mostrando situazioni imba­razzanti perché questo è il suo mestiere. Mitt Romney si è pro­babilmente dato la sua di zap­pa­sui piedi quando ha pronun­ciato una frase infelice: «Mi so­no fatto mandare due casse di donne...». Voleva dire: due cas­se di curricula di donne straor­dinarie. Una sintesi frettolosa, una presidenza perduta. La po­litica e il giornalismo sono fatti così: quel che appare, le facce che si fanno, le gaffe che sfug­gono al controllo, l’impressio­ne delle troppe proprietà, crea­no il caso e mettono in gratico­la il politico, il quale impallidi­sce e si trincera nel ritornello degli «Embè? Che problema c'è?».

Non vogliamo qui passare al setaccio le colpe vere o presun­te di Tonino Di Pietro. Ma vo­gliamo mettere il nostro dito nell’occhio del soccorso ros­so. I più giovani non sanno che cos’era il soccorso rosso:si trat­tava di una organizzazione del Pci che scattava quando c’era da proteggere un compagno colpito dalla legge, dalla magi­stratura, da accuse gravi e quando si trattava anche di far­lo «esfiltrare», cioè far fuggire di patria e spedirlo nella Ceco­slovacchia di Radio Praga (re­dattore principale Sandro Cur­zi, poi direttore storico del pri­mo Tg3). Oggi non c'è radio Praga, il mondo è un altro, i parametri sono altri, ma quel che resta è il soccorso al compagno in dif­ficoltà. Il compagno in difficol­tà era Di Pietro e a metterlo in difficoltà era stata la trasmis­sione Report della Gabanelli, una giornalista come non se ne trovano più e che gode di meritata stima e altrettanto meritata invidia.

Al soccorso rosso, o se si preferisce viola, si sono precipitati Michele San­toro con il suo «Servizio Pubbli­co » e Marco Travaglio sul «Fat­to ». Entrambi sono perfetta­mente attrezzati sul piano pro­fessionale e hanno fatto bene il loro lavoro di soccorritori: Santoro è stato morbido e fic­cante, Travaglio ci è sembrato nel suo scritto un po’ meno ela­stico e scoppiettante del solito e anzi a sua volta impacciato dall’impiastricciato pasticcio di cui si sforzava di trovare il bandolo. In televisione, poi, lo stesso Di Pietro ha dato il me­glio di sé facendoci ridere de­precando il suo stesso «dipie­trese » e insomma lo spettaco­lo è stato persino godibile. Ma il punto resta: Santoro e Trava­glio hanno preso le distanze da Report e dalla Gabanelli col­pevoli, come dicono a Londra, di aver fatto a Di Pietro un culo così. Se a farlo, invece della Ga­banelli fossero stati il Giornale o Libero , Travaglio e Santoro avrebbero avuto vita più facile attingendo dal loro repertorio del disprezzo, della nausea e dell’altezzosità moralistica.

Ma poiché si trattava invece della Gabanelli hanno dovuto scappellarsi ogni due minuti ripetendo quan­to rispetto e quanta conside­razione hanno per la brava e spietata inchie­stista. Così, pri­gionieri di una matassa di presa di distanze, han­no compiuto al­la meno peggio l’operazione di pronto soccorso all’Idv e al suo capo, nonché padre padro­ne, fondatore, gestore e affit­tuario proprietario. E per quanto abbiano poi melassato, glassato, imburra­to e glicerinizzato i loro proiet­tili, il fatto resta: quando nel tri­tacarne ci finisce un compa­gno di lotta, corriamo tutti a salvarlo e fatichiamo quel che c’è da faticare per lavare il suo volto inzaccherato, stirargli la camicia spiegazzata e pettinar­gli i capelli col gel. Ma tutto ciò, tradotto in termini politici, vuol dire che Santoro e Trava­glio sono corsi a mettere una pezza a colore sul danno politi­co procurato a Di Pietro da un reportage giornalistico e lo hanno fatto tentando, con stru­menti giornalistici, di ridurre quel danno politico, facendo politica. E questo, se permette­te, non è giornalismo ma solo politica. Diffidare delle imita­zioni.

Libertà di stampa, Yoani Sánchez vicepresidente della commissione

La Stampa

L’incarico per la blogger cubana arriva dalla Società Interamericana della stampa, che riunisce 1.300 testate di tutto il continente

miami


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La blogger dissidente cubana Yoani Sanchez, il cui blog per l’Italia è ospitato da LaStampa.it, è stata scelta come vicepresidente regionale della Commissione per la libertà di stampa della Società Interamericana della Stampa (Sip), associazione che riunisce gli editori di oltre 1.300 testate di tutto il continente americano. Sanchez, nota in tutto il mondo per il suo blog «Generazione Y», ha detto di aver accettato l’incarico «perché ho sofferto sulla mia pelle cosa sono le limitazioni della libertà d’espressione e la persecuzione di chi vuole soltanto fare il giornalista». La blogger, che due giorni fa è stata fermata ed interrogata per otto ore per «disturbo dell’ordine pubblico», ha aggiunto che «appartenere alla Sip e trovarmi in questa commissione per me sarà una protezione. Da una parte mi creerà dei problemi, ma probabilmente me ne eviterà degli altri». 

Cina: netizen commentano sul congresso del PCC

La Stampa

tradotto da elena intra


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Il 18° Congresso del Partito Comunista cinese si è aperto ieri a Pechino e si concluderà la prossima settimana con l'annuncio della nuova leadership che guiderà la Cina per il prossimo decennio. La sicurezza nella capitale è al massimo dell'efficienza con le autorità che controllano di tutto, dai piccioni ai possibili esplosivi. Nel frattempo i netizen hanno condiviso alcuni esempi delle "istruzioni" che le autorità hanno messo in atto per gestire l'evento, mentre sul famoso sito di microblogging Weibo continuano a proleriferare i commenti sul futuro politico, e non solo, del Paese. Nella seguente immagine, per esempio, viene pubblicato un avviso agli albergatori:


18° Congresso del Partito Comunista cinese

Avviso agli ospiti:
In conformità ale istruzioni della polizia, al fine di agire coordinatamente con l'apertura del 18° Congresso del Partito, tutti gli alberghi devono seguire pratiche di registrazione con "vero nome, vero numero e situazioni e tempi che corrispondano alla realtà ". Tutti i bagagli degli ospiti che vengono registrati devono essere aperti e ispezionati. Ci scusiamo per gli eventuali disagi.

Questa invece è una notifica sulla chiusura temporanea di alcuni forum nel periodo del Congresso:
 
Cari amministratori del forum: A causa di circostanze al di fuori del nostro controllo, tutti i forum 5d6d-level verranno temporaneamente chiusi durante lo svolgimento del 18° Congresso del Partito. Periodo di chiusura: 7 novembre 2012 alle 17:00 fino alla chiusura completa del Congresso. Server interessati: Tutti i server (tra cui forum ufficiali 5d6d) Livello d'effetto: I forum verranno chiusi. Coloro che tenteranno di visitare i forum saranno reindirizzati a una pagina di errore. [...] Come gli amministratori che leggono i forum ufficiali forse già sanno, in data 29 ottobre abbiamo ricevuto dalle autorità alcune direttive sulla sicurezza di Internet. Dopo due giorni di scambi di comunicazioni con le autorità, non siamo stati in grado di invertire la direttiva sulla chiusura dei forum. Data l'attuale situazione in Cina, non ci rimane altra scelta che conformarci alle istruzioni.
Ancora, un altro sito chiude provvisoriamente i battenti nel corso dell'evento: 


BeijingTelecomLiu 11:50:33 Avviso! La nostra azienda ha ricevuto un avviso dalle autorità superiori. Al fine di fornire un armonioso e stabile contesto sociale e online per l'apertura del 18° Congresso del Partito, la rete sarà chiusa dalla mezzanotte del 5 novembre 2012 fino alla conclusione del Congresso.

Anche i lavori edilizi nei pressi del luogo di svolgimento del Congresso hanno subito dei divieti.
Operazioni notturne annullate durante il 18 Congresso del Partito: Il Comitato Comunale Costruzioni di Pechino, la Federazione Comunale dei sindacati e altri reparti hanno tenuto una riunione sulla garanzia della sicurezza e della qualità dei progetti di costruzione a Pechino. Le autorità correlate hanno annunciato che a partire dalla mezzanotte del 7 novembre fino alla chiusura del 18° Congresso del Partito, i progetti di costruzione situati all'interno del quarto anello autostradale devono cessare tutte le operazioni di scavo, lavori con le gru, i progetti di demolizione e le operazioni notturne.
Infine, anche gli studenti devono sottostare a qualche restrizione, come spiega il seguente foglio:
 
18° Congresso del Partito Comunista cinese

Nel corso del 18° Congresso del Partito, questa area di servizio per studenti cesserà temporaneamente di offrire servizi di stampa e fotocopie.
Su Weibo intanto gli utenti fanno sentire la propria voce commentando l'evento, condividendo speranze e pensieri, nonchè domande sul futuro. Di seguito alcuni messaggi raccolti dal Financial Times:


VastUniverseWorld: Divulgare le finanze personali dei funzionari, radunare tutti i criminali e i corrotti e dare inizio a un sistema democratico! L'intero Paese vuole solo queste tre cose!
ShenzhenHugang: Una domanda: Come eliminare la corruzione in un sistema a un partito?
Chengqingui: Quando cambieremo partiti? Quando avremo un referendum?
Lanfenglin: La mia domanda è che cosa devono fare i contadini i cui risparmi non sono sufficienti per comprare una casa per i loro figli affinchè possano andare nelle città. La loro vita di duro lavoro è stata distrutta dall'inflazione? Oppure chi gliela sta rubando?
Hongyu79: Potremmo aumentare gli investimenti nell'educazione, e soprattutto assicurare un compenso adeguato agli insegnanti nelle aree rurali? Un piccolo consiglio: multare i funzionari corrotti e investire soldi nell'educazione.
Lya402: La domanda che voglio porre è che le persone stanno richiedendo una riforma del sistema politico, ma questa non può essere portata avanti se non abbiamo la libertà di parola. Voglio chiedere: Quali sono i progetti specifici che i nuovi leader hanno in mente per quanto riguarda la libertà di parola?
SettingSunLightsRoad: Dov'è la mia scheda elettorale? Chi mi sta rappresentando?


[ Stralci da  Netizen Thoughts on 18th Party Congress  ]

Tonino? È proprio come Bossi Ma in Italia non si può dire

Paolo Bracalini - Sab, 10/11/2012 - 08:17

Due vicende parallele: ritrutturazioni fatturate al partito, indagati, mogli che manovrano dietro le quinte, figli eletti e tesorieri allegri. Ma la storia politica del Senatùr è già finita

Roma «The Family» intesi come i Bossi: rasi al suolo, distrutti, sepolti dall'ignominia, dal padre alla moglie ai figli grandi e piccoli ora dediti all'agricoltura.


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Colpa di case ristrutturate coi soldi del partito, affitti pagati coi soldi del partito, spese private coi soldi del partito, parentopoli nel partito, figli infilati nei consigli regionali, tesorieri indagati per peculato (magari con ombre di 'ndrangheta), confusioni tra casse di partito e di famiglia. Ricorda qualcuno? Forse l'altra «The Family», quella dei Di Pietro. I Bossi spazzati via (prima dell'eventuale condanna), gli altri a minacciare querele contro i «killer» che indagano (secondo Di Pietro jr «un attacco dei poteri forti della finanza e della politica»). Ma le analogie abbondano.

RISTRUTTURAZIONI Nella cartellina dell'ex tesoriere Belsito spunta, tra le altre spese coi soldi del partito, anche una ristrutturazione della villa di Gemonio («Che io sappia, pare che siano 5-6mila euro»). E Di Pietro? Nel 2002 abita a Roma, in via Merulana, che «è sempre stata l'abitazione di Di Pietro e mai una sede dell'Idv» (dice Donadi capogruppo Idv). Il 18 novembre 2002 Di Pietro fa eseguire lavori di «imbiancatura e stuccatura pareti, riparazione idraulica». La fattura di 7.200 euro è intestata a «associazione Italia dei Valori, codice fiscale 90024590128». Paga il partito?

CASE Tra i segreti del «clan di Gemonio» spunta il «ballo del mattone dei Bossi»: 11 case intestate alla famiglia. Repubblica corregge: «Sono 18». In realtà sono due case, due fabbricati, e 14 frazioni di terreno. E Di Pietro? «Hanno detto che ho 56 case, non è vero, ne ho tre più la masseria di mio padre». In realtà Report ha parlato di 56 proprietà immobiliari di vario genere, non solo case. A una visura su «Agenzia del territorio» per Antonio Di Pietro, risultano intestati un fabbricato a Bergamo, 7 a Campobasso, due a Roma, e 49 frazioni di terreno sempre in provincia di Campobasso. Poi ci sono i 9 vani a Milano intestati alla Antocri Srl, di cui è unico socio, e una casa a Bruxelles. Il ballo del mattone Di Pietro?

PAGAMENTI «Belsito pagava le spese dei Bossi», si è appreso. Ora apprendiamo che in un libro di prossima uscita (titolo: Amen) dell'avvocato Di Domenico, cofondatore dell'Idv e nemico di Di Pietro, c'è il mistero di un assegno. «Nel 2011 il Tribunale di Roma mi ha dato ragione in una causa con Di Pietro, condannandolo alle spese legali» ci racconta Di Domenico. «Mi arriva un assegno, faccio controllare e scopro che viene da un conto corrente Cariparma, intestato non a Di Pietro ma a Vincenzo Maruccio». Il legale di Di Pietro, nonché ex capogruppo e tesoriere Idv in Regione Lazio, indagato per peculato. Perché l'assegno arriva da lì? Mistero (Maruccio non risponde, Di Domenico neppure).

AFFITTI La Lega, finanziata coi rimborsi elettorali, ha pagato gli affitti della casa di Bossi a Roma e della casa del figlio a Brescia. L'Idv, finanziato coi rimborsi elettorali, ha pagato 1.200 euro al mese l'affitto della sede di Bergamo al proprietario, cioè Di Pietro. E paga l'affitto della sua sede legale, a Milano, al proprietario dell'immobile. Cioè sempre a Di Pietro, titolare della Antocri Srl che possiede quel ufficio al 5 piano di via Casati.

FIGLI IN REGIONE Il nepotismo di casa Bossi, con la sua Trota eletta in Regione Lombardia (ora dimesso). Di Pietro invece ha il «Cefalo», soprannome per Cristiano Di Pietro, primogenito, eletto consigliere in Regione Molise, e prima ancora in Provincia di Campobasso. Molise, Padania?

UN BUON PARTITO PER LE MOGLI L'onnipresente Manuela Marrone, considerata la vera padrona della Lega prima dell'annullamento di Umberto Bossi, ora ai margini della Lega e quasi certamente non più candidato. Di Pietro ha fatto di meglio, ne ha valorizzate due di mogli. La prima, Isabella Ferrara, madre di Cristiano, candidata Idv al Comune di Cantù lo scorso maggio. E la seconda, Susanna Mazzoleni, membro per anni dell'associazione «a tre» Idv. Poi c'è il cognato Gabriele Cimadoro, indagato per abuso d'ufficio, deputato e coordinatore Idv di Como, direzione provinciale che ha candidato la prima moglie a Cantù. E poi c'è il suo di cognato, Ivan Rota, deputato, cognato del cognato. Nepotismo o cognatismo?

TROPPI INDAGATI Quanti guai nella Lega, consiglieri indagati, l'ombra della 'ndrangheta sull'ex tesoriere Belsito. Però, l'Idv non è da meno, consiglieri regionali indagati per truffa, abuso d'ufficio o peculato. Tra cui sull'ex tesoriere del gruppo in Regione Lazio, Maruccio. La Procura di Roma vuole chiarire i movimenti su 781mila euro, e c'è «l'ombra del riciclaggio», come per Belsito. Almeno si è dimesso.

Bersani: «Lenin a Grillo gli fa un baffo»

Corriere della sera

Il segretario si lancia in un inedito paragone: «Non si può accettare uno che parla da un tabernacolo»
Era l'adagio preferito di Berlusconi, fino a qualche tempo fa: dare del comunista al militante del Pd, come se fossimo rimasti nell'era della Guerra Fredda. Anche se l'avversario aveva cambiato dieci volte nome, ritenendo estremistica perfino la parola «socialdemocratico».


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«LENIN TI FA UN BAFFO»- Ebbene, se l'ex-premier (forse) ha smesso, ora tocca, udite udite, a Pierluigi Bersani, già figlio del Pci cresciuto all'ombra di Botteghe Oscure, usare quello che è diventato un epiteto nei confronti del contendente, in questo caso Beppe Grillo. Anzi, il segretario fa un passo in più e scomoda addirittura il padre del socialismo, Vladimir Ilic Ulianov detto Lenin.

 «Gli fa un baffo a Grillo, Lenin» dice Bersani, rievocando forse centralismi democratici e concezioni verticali del partito, avanguardie coscienti e prese simboliche di Palazzi d'Inverno. E in un inedito connubio utilizza la figura altrimenti biblica del tabernacolo. Non è possibile infatti:«accettare che da un tabernacolo uno detti il compito». Uno che dice, continua il Segretario, che « si candida chi è stato candidato alle comunali ma non è stato eletto e ha già il timbro» riferendosi alle regole dettate online dal comico per presentarsi alle elezioni con Cinque Stelle.

«ALCUNI IMPULSI INTERROGANO ANCHE NOI» - Il candidato alla guida del centrosinistra riconosce ai grillini che «l'impulso originario di quel movimento, che dentro c'è ancora, interroga anche noi. La sobrietà della politica, meccanismi piu diretti di partecipazione, uso della rete». Poi però «su questo perimetro si è ammassata una protesta indistinta, una rabbia, un generico rifiuto. E qui dobbiamo dare una risposta: Sì, la rabbia, il rifiuto che si esprime in certe posizioni o nell'astensione si possono anche capire, ma non risolvono. Così come un governo senza cambiamento non risolve». Ecco l'analisi, ma poi Bersani non resiste e ricorre in questo caso a una colorita immagine delle sue« Hai mangiato l'albero della scienza del bene e del male, tu e il tuo consulente?» riferendosi al comico e a Casaleggio. Come reagirà Vladimir Grillo?

Matteo Cruccu
ilcruccu9 novembre 2012 | 22:36

Il Cav è un mafioso" Santoro lo rimprovera "Sei troppo pesante"

Libero

In una vignetta apparsa ieri sera a Sevizio Pubblico, il vignettista accusa Silvio di aver firmato un "patto con i mafiosi"


"Il Cav è un mafioso". Vauro insulta e anche Santoro si adira


Vauro Senesi colpisce ancora. A modo suo. Durante la puntata di ieri sera di Servizio Pubblico ha partorito l'enensima vignetta stonata. Il disegno questa volta ritrae Silvio Berlusconi nello studio di Porta a Porta che firma davanti a Bruno Vespa il famoso "contratto con gli italiani" del 2001. Ma nella vignetta Vauro scrive che Berlusconi stava firmando il "contatto con i mafiosi". Un disegno che ha lasciato perplesso lo stesso Michele Santoro che lo ha redarguito: "E' pesante, molto pesante, stasera potevi evitarla".

Il riferimento è alla trattativa Stato-Mafia. Vauro prontamente cerca di spegnere il fuoco cercando di ridemsionare la vignetta. "Tanto stai tranquillo - ha risposto Vauro a Santoro - che Berlusconi non ha mai rispettato nessun patto". Ma il danno ormai è fatto. E semplicemente ha dato del mafioso in maniera esplicita a Berlusconi. Non è la prima volta che le vignette di Servizio Pubblico fanno discutere. Daniela Santanchè una volta abbandonò polemicamente lo studio dopo le vignette sul caso Ruby.

Prima del gasolio tagliate questi privilegi

Andrea Cuomo - Sab, 10/11/2012 - 08:09

Le Province vogliono spegnere i riscaldamenti nelle scuole. Ma prima di fare questo, ci sono molti privilegi che si possono tagliare. Per un risparmio di 900 milioni

 

Roma Tenere al freddo i nostri figli nelle aule? Non è necessario. L’altolà è arrivato anche dal governo. Le Province, che si lamentano per i ta­gli e minacciano di spegnere il riscaldamento nelle scuole, possono risparmiare 900 milio­ni.

Nel 2010 le spese sostenute dalle 110 provin­ce italiane ammontavano a circa 12 miliardi. Molto meno, certo, rispetto a regioni e comu­ni, ma sempre tanta roba. Abbiamo spulciato tra le pieghe delle amministrazioni provincia­li per cercare di trovare le voci più discutibili e abbiamo ipotizzato un possibile risparmio che sfiora il miliardo di euro. Meno del 10% del budget complessivo


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1 INDENNITÀ  Ogni anno le 107 province spendono 113 milioni (dato 2010) per remunerare l'attività dei loro amministratori: i 107 presidenti (circa 11mila euro lordi al mese l'uno); i circa 3mila consiglieri (3.800 euro lordi); e i circa 700 assessori (5.500 euro). Ogni provincia ha un numero prefissato di consiglieri e massimo di assessori in funzione della popolazione. Eppure qualcuno sfora: come Messina, che con i suoi 650mila abitanti ha 15 assessori (ce n'è anche uno agli Affari legali), mentre Roma, con i suoi 4,2 milioni di abitanti, si accontenti di 12. Considerati i costi del funzionamento di consigli e giunte si arriva a una spesa annua di 455 milioni (ultimo dato disponibile, 2008). Tagliamo di un terzo? Risparmiati 150 milioni.

2 RIMBORSI CHILOMETRICI  Gli amministratori si muovono. E naturalmente lo fanno a nostre spese. La provincia di Treviso è tra le più trafficate: in un anno spende 177mila euro in rimborsi chilometrici. Estrapolando possiamo ipotizzare che ogni anno per queste voci le Province spendano 10 milioni di euro. I lavoratori non vengono rimborsati per andare al lavoro: sbianchettiamo tutto?

3 CONSULENZE  Le province hanno circa 61mila dipendenti. Ma siccome evidentemente le loro professionalità non bastano, pagano anche un esercito di consulenti. Ogni provincia ha attratto anche le attenzioni della magistratura. A Savona, ad esempio, su questi incarichi indaga la Corte dei Conti. Si può ipotizzare che le province italiane spendano in consulenze dai 150 ai 300 milioni l'anno. Evitabili.

4 AUTO BLU  Nel censimento delle auto della pubblica amministrazione risultano circa 3.600 auto di servizio provinciali. Ma se nella provincia di Roma circolano 68 auto provinciali (46 di proprietà e 22 in leasing), in quella di Pisa, 10 volte meno popolata, addirittura 87, di cui 83 di proprietà. E siccome queste auto vanno acquistate, mantenute e guidate, calcolando un costo di esercizio di 50mila euro l'anno ciascuna ci costano circa 180 milioni l'anno. Dimezzandole, si risparmierebbero 90 milioni.

5 NUOVE SEDI  Le due più popolate province italiane, Milano e Roma, meditano di dotarsi di nuove e costose sedi. Nel capoluogo lombardo la faccenda costerà salvo varianti 43 milioni, nella capitale addirittura 263. Progetti che fanno discutere. E che forse di questi tempi potevano essere evitati.

6 AEROPORTI  È una questione di prestigio. Ogni città vuole il suo scalo aereo, anche se inutile. Con casi assurdi come Villanova di Albenga, semideserto ma pozzo senza fondo per la provincia di Savona. E quello di Reggio Calabria, la cui società di gestione, Sogas, perde qualche milione l'anno. Eppure Frosinone e Caserta (Grazzanise) ne vogliono aprire altri. Volando bassi risparmiamo 10 milioni.

7 DOPPIE E TRIPLE SEDI  Pesaro e Urbino. Forlì e Cesena. Massa e Carrara. Olbia e Tempio. Carbonia e Iglesias. Addirittura Barletta, Andria e Trani. Negli ultimi anni le Province multiple si sono moltiplicate: ragione di prestigio e di campanili. Ma il policentrismo ha un costo, che possiamo calcolare in almeno 5 milioni.

8 COMUNICAZIONE  Piccole ma molto vanitose, le province spendono molto per raccontarsi: Carbonia-Iglesias, quintultima per abitanti in tutta Italia, 100mila euro l'anno. E poi web-tv, propaganda, uffici stampa, servizi fotografici, convegni, sponsorizzazioni, patrocini. Un'autocelebrazione meno fastosa ci potrebbe far risparmiare fino a 100 milioni.

9 DI TUTTO DI MENO  E poi ci sono le spesucce assurde o al limite dell'abuso: i pianoforti da 150mila euro (Reggio Calabria), i tablet ai consiglieri (Siracusa), il censimento degli uccelli acquatici (Venezia), i verificatori di incidenti con cinghiali (Vercelli) e così via. Provvedimenti a pioggia, spesso con importi minimi, che tutto insieme costituiscono un mare di insensatezza. Dando un po' di logica al tutto si potrebbero risparmiare 200 milioni. Scommettiamo?

Caffè da paradiso, ma solo per l’export

La Stampa
lorenzo cairoli

La Colombia produce alcune fra le migliori qualità del mondo, ma quel che si beve nel paese è pessimo, anche nell’Eje Cafetero, dove ci sono le varietà più esclusive


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Caffè e espressi oramai li fanno dappertutto. Spesso però ti rifilano espressi che non sono espressi. A Budapest prima di bere un espresso degno di questo nome ci si deve svenare. Occorre diventare il client 10 delle caffetterie magiare, lo Spitzer dei bar più pretenziosi di Vatci Utca, spendere in espressi in Ungheria quello che il governatore ha dissipato in squillo di lusso in una vita intera. Stessa storia ad Amsterdam, Copenaghen, Nairobi, Toronto, Madrid, Atene, Los Angeles, Lione. Con un’eccezione, Helsinki. Mezzo milione di pallidissimi cristiani, primatisti europei nel consumo di caffè. Il loro caffè, tra un pasticcino e una mancia, costa come un tascabile della Einaudi ma è dolce, floreale, servito in locations bellissime, con una civiltà e una competenza che certo non ti aspetti in un paese che tutto il mondo conosce solo per le renne e i cellulari della Nokia.

I colombiani producono uno dei migliori caffè del mondo ma in Colombia il caffè che si beve è pessimo. Perchè quando il caffè è pronto per essere venduto succede esattamente quello che avviene nelle nostre tonnare. Il meglio emigra all’estero. I giapponesi ci scippano i tagli di tonno più pregiati e a noi restano gli scarti. Gli stranieri acquistano dalle haciendas cafeteras il fior fiore della loro produzione, caffe sibaritici le cui bacche vengono raccolte ad una ad una, caffè illusionisti che spargono nel palato sorprendenti note di caramello e effluvi di cannella, mentre ai colombiani resta la bigiotteria, caffè di bassa qualità che i produttori chiamano ‘café taza sucia’, caffè tazza sporca. E il caffè che i colombiani preparano è persino peggiore di quello che comprano. Brode micidiali di un marrone talpa che dovrebbero tenere alla larga il sonno e dispensare vispezza. Questo quando va bene, sennò avanti a tutta forza col Nescafè.

Per questo alcuni produttori come Juan Pablo Villota si battono per creare anche nei colombiani una cultura del caffè. “Dobbiamo insegnare ai colombiani a prepararlo e a consumarlo. Far capire loro che il caffè al suo meglio ha uno spessore e una attraenza paragonabile ad altri prodotti di nicchia, come i vini o i distillati. Nella nostra azienda consideriamo il caffè di alta qualità un bene di lusso. Ci ispiriamo al vino francese perchè vogliamo che il caffè colombiano diventi un prodotto di culto. Però il mercato del caffè in Colombia somiglia a quello del vino argentino e cileno di quindici anni fa. Vini bianchi e vini rossi venduti alla rinfusa, nessuna indicazione sulla tracciabilità dei prodotti, insomma, un vero e proprio far west enologico”.

Chi va nell’Eje Cafetero si aspetta di trovare caffetterie ad ogni angolo, caffè arrangiati in mille sinfonie, enoteche del caffè, degustazioni di caffè, botteghe del caffè. Come il tonno e i suoi derivati a Carloforte. Il Dolcetto a Dogliani. I tortellini a Valeggio. Invece, nulla di tutto questo. Fuori dalle città qualche finca cafetera organizza degustazioni ma nelle capitali dell’Eje - Pereira, Armenia, Manizales - è più facile bere una birra gelata in una sala da biliardo che un caffè degno di questo nome. Ci sono le caffetterie della catena Juan Valdez, lo Starbucks di Colombia, caffè nei centri commerciali, ma il caffè che si beve in strada o nei bar è il solito ’taza sucia’, rovente come la piastra di un ferro da stiro. E scordarsi quella sacralità intorno al caffè che invece è onnipresente in Etiopia con la bunna, la cerimonia del caffè, tostato e poi macinato lentamente e servito nelle jebene di terracotta.

Però a Nord del dipartimento di Caldas c’è una piccola finca di soli quattro ettari chiamata ’El Diamante’ in cui si produce un caffè strepitoso, forse il migliore del mondo. Per arrivarci bisogna viaggiare su un bus per quattro ore, su una strada aspra, accidentata, piena di curve. Lasciarsi alle spalle Neira, Aranzazu, Salamina e Pacora, poi trasbordare su una jeep, percorrere un tratto a piedi e infine salire su una chiva, un bus aperto e chiassosamente colorato come un naif haitiano. La finca è a pochi chilometri. Una casa semplice, quasi spartana, in mattoni bianchi. Amache in veranda, un giardino di heliconie e un uomo con le mani callose e i baffi bianchi che controlla le lastre di cemento per il dryng, l’asciugatura del caffè. L’uomo si chiama Eduardo Alonso Arias, il titolare di ’El Diamante’. Il suo caffè i colombiani non lo hanno mai bevuto. L’80% del prodotto vola in Svizzera, il 20% restante negli Stati Uniti.

Don Alonso è uno dei 400 produttori di Aguadas che si sono associati al marchio Nespresso Rainforest, una società nata tra Rainforest Alliance - una ONG la cui missione è la tutela della biodiversità - e Nestlè, che seleziona i migliori caffè in paesi come Brasile, Costa Rica, Guatemala, Kenya, Etiopia, oltre ovviamente la Colombia. Rainforest Alliance esige che il caffè sia coltivato in modo socialmente, economicamente e ambientalmente sostenibile, rispettando i 100 principi base delle Rete di Agricoltura Sostenibile - messa al bando degli incendi agricoli, salvaguardia delle risorse idriche e garanzia di salari equi a tutti i lavoratori delle fincas cafeteras. E che insieme al caffè vengano coltivati altri alberi per garantire e proteggere la biodiversità. 

Lasciateci lavorare anche la domenica”

La Stampa

Corrispondente da Parigi
Alberto Mattioli

Francia, i dipendenti Bricorama contro i sindacati


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Sembrava una normale manifestazione sindacale. I soliti cori, striscioni, manifesti, fischietti e arrabbiature. La notizia è che, giovedì a Parigi, circa 300 dipendenti di Bricorama non hanno protestato contro il padrone, ma contro i sindacati. Infatti l’hanno fatto sotto le finestre della Fo, Force Ouvrière, Forza operaia, ribattezzata per l’occasione «Force Obscure», forza oscura.

La vicenda è complicata e riguarda l’apertura domenicale dei grandi magazzini del bricolage (95 in tutta la Francia con 2.614 dipendenti, di cui circa 300 non riposano il settimo giorno) e l’ancor più complicata legislazione francese in materia. La famigerata legge Maillé del 2009, votata nell’evo sarkozysta, quando lo slogan dell’Eliseo era «lavorare di più per guadagnare di più», ha infranto infatti il tabù della domenica a serrande abbassate. Ma la possibilità di aprire è legata a una lunghissima serie di requisiti: soprattutto, conta dov’è l’esercizio, se dentro o fuori i Puce (Périmètres d’Usage de Consommation Exceptionel), a loro volta stabiliti dai prefetti.

Ora, Bricorama ha aperto di domenica dei magazzini che avrebbero dovuto restare chiusi. Fo le ha fatto causa e l’ha vinta, ottenendo una sentenza che ordinava a Bricorama di chiudere minacciando una multa di 30 mila euro per ogni magazzino e per ogni domenica «abusiva». Bricorama ha fatto appello ma, nell’attesa, ha lasciato le serrande alzate di domenica. Poi ha perso anche l’appello e adesso giace il suo ricorso in Cassazione. Nel frattempo, però, Fo ha riportato Bricorama in tribunale, argomentando che già dopo il primo grado di giudizio i magazzini avrebbero dovuto restare chiusi e chiedendo l’astronomico risarcimento di 37 milioni di euro. Sentenza il 17 dicembre.

Nell’attesa, è successo di tutto e di più. I sindacati hanno proposto a Bricorama di ritirare la causa in cambio della concessione della tredicesima a tutti i dipendenti. Il padrone dell’azienda, Jean-Claude Bourrelier, ha respinto la proposta («Impossibile da realizzare»), annunciato catastrofi se dovrà pagare i 37 milioni («E’ drammatico: tre magazzini sono già in pericolo di chiusura e 500 posti di lavoro a rischio») e minacciato di portare davanti al giudice i concorrenti Leroy Merlin e Castorama che la domenica aprono, perché i loro magazzini sono a poche centinaia di metri dai suoi, ma dentro i Puce («Tutti devono essere uguali: o tutti aperti o tutti chiusi»).

E nel frattempo si sono mossi i lavoratori. Guidati da Sébastien Péron, a Bricorama da vent’anni, hanno depositato davanti alla sede di Fo una bara spiegando che è la fine che farà l’azienda se il sindacato insisterà con le sue incursioni giudiziarie. Spiega Péron: «Vogliamo poter lavorare la domenica. Intanto, per salvare l’azienda. E poi perché chi lavora la domenica è volontario ed è pagato il doppio». Il tutto mentre i suoi colleghi scandivano slogan: «Laissez-nous bosser!», lasciateci lavorare, e «Il giorno del Signore è finito!».

L’unica cosa su cui tutti, padroni, sindacati e lavoratori, sono d’accordo è che la legge è troppo complicata e troppo poco efficace. Ma il governo non ha tanta voglia di riscriverla: con 8,1 milioni di francesi che sgobbano di domenica, si rischia di scontentare molti elettori. Domenica, maledetta domenica...

Il pallone indistruttibile In Darfur si gioca per sempre

La Stampa
ivo romano

“One World Futbol”, progetto finanziato da Sting (300 mila dollari). Una schiuma dura modella l’interno: garantito per 30 anni


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Un pallone per tutti. E, soprattutto, per sempre. Il sogno di ogni bambino: un pallone indistruttibile, che duri una vita. Ancor più per chi dalla vita ha avuto poco o nulla, e un pallone neanche può permetterselo. Lo aspetta come un dono, che arrivi da lontano. E quando arriva, bontà altrui, non dura che lo spazio di giorni, se va bene, altrimenti di ore. Perché non tutto il mondo è paese, per certi versi. L’altro, il terzo, è per forze di cose una sommatoria di carenza: impianti, strutture, campi, manca tutto. Al ragazzino che voglia sognare tirando calci ad un pallone non resta che lo street football, il calcio giocato per strada, su campetti improvvisati, con mezzi di fortuna.

I palloni arrivano da lontano, spesso gentile dono di chi ha deciso di dedicare la vita a chi è meno fortunato. Ma durano un lampo, maltrattati da superfici pessime, neppure lontane parenti di prati verdi da calcio veri. Poi, ci si arrangia, con palloni fatti in casa, calciati a fatica da piedi sollecitati all’eccesso. Un colpo al cuore per Tim Jahnigen, californiano di Berkeley, guardare in tv un documentario sui bambini del Darfur: giocavano con un oggetto di forma quasi sferica, fatto di immondizia e spago. «L’unica gioia per loro era giocare – ricorda al New York Times - l’avrebbero fatto con qualunque oggetto potesse somigliare a un pallone». Di quelli veri, neanche l’ombra: «Milioni di palloni vengono donati ai ragazzi dei paesi poveri dalle più svariate associazioni: diventano inutilizzabili nel giro di 24 ore».

Da lì, l’idea: costruire un pallone indistruttibile, che in nessun caso potesse sgonfiarsi. Una bella idea, di difficile attuazione. Una ricerca lunga, durata un paio d’anni. Poi, la scoperta: una schiuma dura, con cui riempire i palloni. Modellare la schiuma all’interno dei palloni, però, poteva costare centinaia di migliaia di dollari: un grosso ostacolo, quasi insormontabile. Se non fosse stato per Sting, il divo del rock, vecchio amico ai tempi in cui Tim bazzicava il music-business. Gli parlò dei bambini del Darfur, gli spiegò la sua idea. Sting non ci pensò un attimo, gli disse di lasciare qualunque altra cosa, di tuffarsi in quel progetto. E gli consegnò 300 mila dollari. Ci impiegarono un anno, solo per creare un prototipo. Lo spedirono in Ruanda, perché fosse testato. E poi ad Haiti e in Iraq. Era nato il pallone che dura una vita (secondo i test, almeno 30 anni).

Era nato One World Futbol, così chiamato da un celebre pezzo di Sting, One World (Not Three). Unico problema, il costo. Circa 40 dollari, all’inizio. Poi, il prezzo è andato scendendo. I primi 33mila esemplari sono stati acquistati per 40 dollari l’uno, l’anno scorso l’Unicef ne ha comprati oltre 5mila a 17 dollari (e li ha spediti alle scuole di Kenya e Uganda). La Chevrolet ha ora deciso di comprarne 1 milione e mezzo nei prossimi 3 anni. Partono da Taiwan, dove vengono prodotti, arrivano dappertutto, in 140 paesi, in ogni angolo del mondo dei bisognosi. I palloni che regalano un sorriso, per sempre.

Marò, il processo ritarda: verso un Natale in prigionia

Fausto Biloslavo - Sab, 10/11/2012 - 08:44

Ancora rinvii. Sul web colletta per i regali ai figli dei due militari

Dopo 263 giorni l'odissea dei due marò trattenuti in India continua con uno stillicidio di rinvii giudiziari, mentre la Corte suprema, che dovreb­be decidere la loro sorte, se ne va bella­mente in ferie.


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A tal punto che su Face­book è partita una colletta per i regali di Natale ai figli di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Giovedì il tribunale di Kollam, nell' inflessibile stato indiano del Kerala dove l'odissea è cominciata, ha deci­so l'ulteriore rinvio del processo a ca­rico dei marò accusati di aver ucciso due pescatori scambiati per pirati. L'aggiornamento del processo è stato fissato per il 12 novembre. Solitamen­te i rinvii erano di due settimane o più, in vista dell'agognata sentenza della Corte suprema, che si fa attende­re da mesi. I giudici di New Delhi devo­no decidere se dare ragione o torto all' Italia che sostiene l'immunità dei ma­rò, in servizio antipirateria ed il difet­to di giurisdizione. Se proprio devo­no venir processati il procedimento va fatto in Italia.

L'aspetto tragi­comico è che le fe­stività indiane fa­ranno chiudere per ferie la Corte suprema dal 12 al 18 novembre. Se ne riparla il 19, ma la massima assise indiana non ha neppure lontana­mente fissato un' udienza per deci­dere la sorte dei marò. In questa melina giudiziaria si avvi­cina dicembre e la fatidica data di Na­tale, che veniva indicata da Roma co­me la linea del Piave per il ritorno a ca­sa di Girone e Latorre. Se qualcosa an­dasse storto vorrebbe dire che la linea morbida e in punta di diritto adottata negli ultimi 8 mesi dal governo è stata un fallimento. A questo punto i mi­nistri degli Esteri e della Difesa do­vrebbero trarne le inevitabili conse­guenze.

La fiducia in una soluzione rapida è scarsa anche fra i «fan» dei marò, che proprio su Fa­cebook ha­nno tira­to fuori l'idea di or­ganizzare una col­letta per i regali di Natale ai figli dei fu­cilieri di marina. L'iniziativa è stata battezzata «ope­razione miccia accesa», con tanto di conto corrente indicato sulla pagina Fb del gruppo chiuso «Le famiglie dei marò«. «Siamo oltre tredicimila. Ba­sta un euro a testa per dei grandi rega­li di Natale ai figli dei nostri leoni trat­tenuti in India » spiega al Giornale Ele­na Spirito Perrone, che partecipa all' iniziativa.

Nel frattempo a fine mese arriverà in Italia Ashish Kumar, massimo esperto indiano di diritto marittimo internazionale. Docente all'Unieui di Vicenza, istituto che consente la certificazione di operatore di pace dell'Onu, terrà un corso a porte chiu­se a Genova. Sui marò ha già indicato le future mosse del governo di Roma: «Se gli italiani non saranno soddisfat­ti (dalla sentenza della Corte supre­ma, ndr) possono trascinare l'India davanti alla Corte internazionale di giustizia». Una mossa vagheggiata dalla Farnesina. I tempi di una causa fra stati sono, però, biblici e rischiano di far tornare a casa i marò con i capel­li bianchi. 

www.faustobiloslavo.eu

A Milano i tarocchi più antichi del mondo

Il Giorno
di Luca Zorloni


Il mistero dei Sola Busca, un mazzo miniato a Venezia nel 1491 per offrire svago agli umanisti

Milano, 9 ottobre 2012


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Piacevano anche a Machiavelli, le carte. L’autore del «Principe» racconta all’amico Francesco Vettori in una lettera datata 10 dicembre 1513, durante il suo esilio da Firenze, che per ingannare il tempo il pomeriggio si infilava in qualche bettola per darsi al gioco d’azzardo. Poi la sera si ritirava nel suo studio, indossava gli “abiti curiali” e si dedicava allo studio dei classici greci e latini.

Il Machiavelli forse non conosceva un mazzo di 78 carte che avrebbe conciliato la sua passione per il gioco con la conoscenza degli antichi. Si tratta dei tarocchi cosiddetti Sola Busca dai nomi dei due collezionisti privati di cui si ha conoscenza, la marchesa Busca Serbelloni, dal 1802, e per eredità il conte Sola. È il mazzo più antico al mondo giunto ai giorni nostri completo, con tutte le carte al loro posto. Il ministero per i Beni e le attività culturali lo ha acquistato nel 2009 e l’ha destinato alla Pinacoteca di Brera, dove sarà esposto, con la curatela di Laura Paola Gnaccolini, da martedì prossimo al 17 febbraio 2013.

I tarocchi di Sola Busca sarebbero piaciuti al Machiavelli perché non servivano a predire il futuro e non facevano dilapidare denaro come le carte da osteria. Erano un gioco per cervelloni, praticato dagli umanisti del Quattrocento, dai nobili delle corti italiane e dagli scienziati che allora li frequentavano e che si presentavano con il biglietto da visita di alchimisti.

Le 78 carte, divise tra 56 dei quattro semi tradizionali italiani (denari, spade, bastoni e coppe) e i 22 «trionfi», ovvero le figure simboliche, rappresentavano una sorta di rompicapo spirituale. Chi completava il gioco si elevava spiritualmente. Acquisire conoscenza giocando, i pedagogisti di oggi sarebbero d’accordo. Le figure miniate sulle carte si discostano dall’iconografia tradizionale dei trionfi. Vi sono rappresentati gli uomini illustri dell’antichità e della Bibbia, modelli virtuosi: Catone l’Uticense, suicida per rigore morale, simboleggia il trionfo della Morte, Venturio sta alla Fortuna e ad Alessandro Magno, guerriero imbattibile, è dedicato il mazzo di spade.

Ma a guardare più fondo, dietro gli eroi del passato si nasconde un’altra simbologia, quella degli alchimisti. Che fa del mazzo di denari in particolare una descrizione fase per fare della trasformazione dei vili metalli in oro per mezzo della pietra filosofale. «Non solo una conquista materiale - spiega la curatrice - ma una metafora dell’elevazione dello spirito grazie al sapere».

Gli studi sul mazzo Sola Busca hanno permesso di dare un volto e un nome sia all’artista che ha dipinto le carte sia alla mente che ha ideato il «poker per umanisti». Il primo si chiama Nicola di maestro Antonio, di Ancona. Si ispira ai dipinti del padovano Squarcione e li mixa con lo stile di Carlo Crivelli e con influssi fiorentini. Il secondo invece è Ludovico Lazzarelli, anch’egli marchigiano, un proto Pico della Mirandola che ne sapeva di greco, ebraico, cabala e alchimia. Miniato nel 1491 a Venezia, probabilmente per lo storico Martin Sanudo il giovane, il mazzo viene destinato a Brera che già conserva i 48 trionfii tardogotici del duca di Milano, il cosiddetto mazzo Brambilla.

Ma perché nulla di quel raffinato svago per umanisti è rimasto nei tarocchi moderni, detti i «marsigliesi», rifacimenti francesi del Cinquecento basati proprio su quelli della Milano gotica? Perché il mazzo Sola Bosca era un gioco pericoloso. Da alchimisti, che sostenevano di poter conseguire una conoscenza simile a quella di Dio. Nel Cinquecento suonava troppo audace. E quando il gioco è bello, si sa, dura poco.

«Il segreto dei segreti. I tarocchi Sola Busca», alla Pinacoteca di Brera da martedì 13 novembre al 17 febbraio 2013. Catalogo Skira. 

luca.zorloni@ilgiorno.net
Twitter: @Luke_like

Europa, con la crisi anche le chiese finiscono in vendita

La Stampa

vatican

Carenza di vocazioni e di risorse: in alcuni paesi anglicani, evangelici e chiesa cattolica abbandonano i luoghi di culto

Marco Tosatti
Roma


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Ogni anno in Gran Bretagna circa venti chiese anglicane chiudono i battenti alle celebrazioni. Un fenomeno costante, che fa sì che la Chiesa anglicana pubbliche una lista di edifici religiosi che è disposta a vendere. E naturalmente a fianco della Church of England, ci sono altri che si occupano di quello che sta diventando un mercato fiorente. Basta digitare una ricerca del genere “churches on sale” per rendersi conto che in tutto il mondo, occidentale in particolare, gli agenti immobiliari si offrono di comprare, vendere affittare e dare in leasing edifici religiosi.

Uno, addirittura, completo di cielo rotante con angeli e stelle… E’ un processo che coinvolge anche la chiesa cattolica. Come nota don Salvatore Lazzara, nel sito “Da Porta Sant’Anna”, “Le chiese vengono messe all’asta insieme a tutti gli arredi, confessionali compresi; i fedeli diminuiscono ogni giorno di più. Il fenomeno è in continua crescita in Francia, in Germania, in Olanda, in Danimarca, in Turchia, ecc…

La giustificazione verso tali atti è dovuta alla diminuzione della pratica religiosa. I luoghi che rappresentano la fede e dove migliaia di credenti nel corso del tempo hanno pregato il Signore, per una questione di statistiche e di opportunità economiche sono cedute agli acquirenti denarosi, con tutto il patrimonio artistico di inestimabile valore”. Se questo accade nell’occidente sedicente cristiano, la situazione è ovviamente peggiore nelle zone di conflitto. Sua Beatitudine Crysostomos II, Arcivescovo di nuova Giustiniana e di tutta Cipro, ha denunciato che nei trenta anni di occupazione turca il 38 per cento degli edifici di culto è stato venduto. Cinquecentoventi chiese cristiane sono state trasformate in magazzini, musei e moschee.

Mentre centoottantamila ciprioti sono stati cacciati per essere sostituiti con trecentomila coloni dell’Anatolia e trentamila soldati turchi. Il vicino Oriente d’altronde è pieno di chiese trasformate in moschee: esempi celeberrimi sono la moschea, Omayyade di Damasco, ex cattedrale dedicata a San Giovanni Battista,  la Ibn Tulun del Cairo e naturalmente Santa Sofia a Istanbul. Lo scrittore franco-romeno Emil Cioran scriveva anni: “I francesi non si sveglieranno fino a che Notre Dame non sarà diventata una moschea”.

E in Francia attualmente nascono più moschee che chiese. D’altronde la conversione delle Chiese in moschee ormai non è limitata al vicino Oriente; secondo don Lazzara “è un fenomeno comune a tutto il centro e nord d’Europa”. In Olanda 250 edifici dove per oltre un secolo hanno pregato cattolici, luterani e calvinisti sono state venduti. La moschea Fatih Camii di Amsterdam, un tempo era una chiesa Cattolica. La Chiesa di St. Vincentius, è stata messa all’asta assieme agli arredi liturgici, per essere destinata ad uso “profano”.

In Olanda oltre la metà della popolazione fa parte dei “buitenkerkelijk”, i senza chiesa; i cattolici sono diminuiti del settanta per cento, e l’islam è considerato la “religione più praticata” in Olanda. La Chiesa perde fedeli, e di conseguenza gli “edifici sacri”, non possono essere mantenuti. La scelta materialista impone la vendita. Lo stesso fenomeno sembra accada in Germania. Di recente due luoghi di culto della Chiesa neo apostolica (una confessione cristiana indipendente) sono state venduti a comunità musulmane per essere trasformate in centri islamici.

“Sempre più chiese trasformate in moschee”, ha strillato “Bild” in prima pagina. Il portavoce dell’arcivescovo di Berlino, Stefan Foerner, non esclude che qualche chiesa cattolica in futuro venga venduta ai musulmani. In Danimarca, il vescovo della diocesi luterana di Copenaghen non esclude di chiudere dieci chiese rimaste prive di parrocchiani: la chiesa di sant’Andrea, nel cuore della capitale danese, un edificio concepito per ospitare mille persone, e oggi frequentato da poche decine di fedeli.

Vertice a Dubai: è scoppiata la guerra per il controllo di Internet

Il Messaggero
di Riccardo De Palo


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ROMA - Si calcola che entro il 2016 3,4 miliardi di persone in tutto il mondo avranno accesso a Internet. Ma chi avrà il controllo di questo enorme flusso di dati, e di potenziali guadagni, in un mercato finalmente globale?Si calcola che il valore di una compagnia come Google, che detiene il 65% del mercato dei motori di ricerca soltanto negli Stati Uniti, si aggiri intorno ai 200 miliardi di euro. Le altre più importanti società che investono e operano con la Rete - Facebook, Microsoft, Cisco, At&T, Comcast, per non parlare di Apple - sono americane. La Icann, la compagnia senza scopo di lucro che assegna i domini Internet, ha la sua sede in California.

Ora, però, i Paesi emergenti, e la stessa Europa, premono per avere voce in capitolo, e poter godere di almeno parte dei profitti. A Dubai, il prossimo dicembre, i 193 Paesi membri dell’International Telecommunication Union (Itu) si daranno battaglia per cambiare le regole del gioco. E non è detto che la supremazia americana sia destinata a continuare. Gli Stati Uniti sono il Paese dove tutto è cominciato. È stato a partire dalla rete militare Arpanet, che la Rete ha potuto muovere i primi passi. Ma sono stati due ricercatori europei del Cern, Tim Berners-Lee e Robert Cailliau, a inventare il World Wide Web. Internet, sin dalla sua nascita, è stato sinonimo di libertà di espressione, se non proprio di anarchia. Come sarà possibile applicare delle regole valide, che ne regolino la crescita e lo sviluppo, senza snaturarne il senso?

L’Itu è una agenzia dell’Onu fondata nel 1865, quando l’avvento dell’era della comunicazione globale non era neppure immaginabile. È questo organismo a decidere, per esempio, come dev’essere fatta la tastiera di un telefono, o a fissare il numero da comporre per ogni prefisso internazionale. Ma ora, in epoca di cyber-terrorismo e di spionaggio telematico, è chiamata a decidere sulle nuove regole della Rete. E le prime proposte hanno subito provocato una levata di scudi degli Stati Uniti.
L’idea, che ha fatto accapponare la pelle a Google, è di far pagare ai produttori di contenuti l’accesso alle singole reti nazionali, affidate a gestori locali. Una proposta appoggiata apertamente dagli operatori europei, e che favorirebbe, secondo alcune organizzazioni private che hanno voce in capitolo all’Itu, la concorrenza nel settore.

Vint Cerf, «evangelista capo di Internet» per Google, è molto preoccupato. «La libertà di innovare sulla rete - ha detto al Guardian - è stata largamente una conseguenza del suo modello economico e della sua apertura». Proprio per contrastare modifiche agli equilibri attuali, Google ha iniziato - insieme agli altri big americani del settore - una vasta campagna. È in questa chiave che la compagnia di Mountain View ha deciso di mostrare a tutto il mondo le sedi dei propri server, visibili via web (http://www.google.com/about/datacenters/gallery/#/) da tutto il mondo. Attraverso quei computer passa ogni nostra curiosità, ogni nostra ricerca e - spesso - anche le nostre comunicazioni e i nostri dati personali. Si vedono tubi colorati, impiegati e tecnici al lavoro. Un grande colpo mediatico, per la compagnia che predica che si possono fare affari pur «non facendo del male» a chicchessia.

Eppure, è proprio l’egemonia di Google che preoccupa gli organismi antitrust europei. Ma soprattutto sono i Paesi più emarginati, gli africani in testa, a temere di essere tagliati fuori dalla festa. Non solo. Con Internet è in gioco anche la libertà di espressione nel mondo. Le nuove leggi che regolano la Rete e i diritti d’autore sono attualmente bloccate negli Stati Uniti, ma la censura è realtà quotidiana in Cina - dove esiste un onnipresente “Great Firewall” - e in altri Paesi totalitari, come la Siria e l’Iran. Per questo suona come un monito sinistro l’appello di Vladimir Putin per un «controllo internazionale di Internet», basato sulla supervisione dell’Itu. Il capo del Cremlino avrebbe voluto istituire un «codice di condotta» mondiale per la Rete. Finora le sue proposte sono state respinte.