domenica 11 novembre 2012

Licenziata per un post razzista contro Obama

Corriere della sera

Una donna ha scritto su Facebook un commento offensivo sul colore della pelle del presidente, ipotizzando il suo assassinio

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Un’incauta dichiarazione su Facebook può costare un posto di lavoro, soprattutto se l’offesa riguarda il colore della pelle e ancor più se la vittima è il Presidente degli Stati Uniti d’America. Succede a Turlock, in California, e smentisce tutti coloro che paragonano le chiacchiere da social network a quelle da bar. Su Facebook bisogna stare molto più attenti: un post può diventare virale in men che non si dica e dividere un intero Paese con la stessa forza di una dichiarazione ufficiale.

ALTRO 4 ANNI - «Altri quattro anni di presidenza di questo n…., a meno che non venga assassinato prima del termine»: la ventiduenne Denise l’ha scritto sul social network blu, il giorno del verdetto dell’election day, evidentemente disperata all’idea che la sfida tra Obama e Romney si fosse conclusa con la vittoria del primo ed evidentemente abituata a usare un vocabolario e un tono non proprio politicamente corretti. Ma subito le conseguenze si nono fatte sentire.

LICENZIAMENTO E NON SOLO - A Denise Helms infatti il commento razzista, divenuto subito virale, è costato il posto di lavoro e ora è sotto l’occhio vigile dell’intelligence americana, obbligata a non sottovalutare alcuna minaccia al Presidente. Il post ha causato soprattutto le ire di Chris Kegle, ex datore di lavoro della ragazza alla gelateria Cold Stone Creamery, secondo il quale la scritta è semplicemente disgustosa. Kegle, recandosi al lavoro il giorno seguente, si è trovato a fronteggiare una ventina di persone adirate e ha subito preso distanze siderali dall’impiegata (che lavorava nella gelateria da circa un anno).

Specificando molto bene su Twitter il proprio pensiero, ha deciso infine che scaricare Denise sarebbe stato il segnale più esplicito delle proprie posizioni. Ora l’account della ventiduenne è disattivato, ma la ragazza subito non riusciva a capire dove fosse stato lo sbaglio: «È la mia opinione e viviamo in un Paese che tutela la libertà d’espressione», ha dichiarato ai media, specificando poi, come ogni razzista che si rispetti, di non essere minimamente razzista e sventolando come prova schiacciante del proprio pensiero aperto e tollerante il fatto di avere amici di ogni nazionalità.

LE SPIEGAZIONI - «Mi è scappato» ha specificato i seguito la giovane in un’intervista a Fox40, ritrattando alcune frasi e precisando che non voleva intendere di voler uccidere Obama, ma che se proprio dovesse esserci un omicidio contro il presidente non le importerebbe molto. Evidentemente speranzosa che le spiegazioni sortissero un effetto positivo, la californiana ha rincarato la dose, finendo in realtà sempre più vittima delle proprie incaute dichiarazioni. Denise sostiene di essere stata sconvolta al momento del post e solo dopo una lunga catena di reazioni ammette di aver sbagliato.

Anche se, dalle parole che usa, si intuisce chiaramente che Denise Helms non ha messo a fuoco la gravità delle proprie dichiarazioni. E probabilmente, se così fosse stato, non le avrebbe proprio fatte. E’ intervenuto anche il vescovo di Sacramento, Sherwood Carthen, sostenendo che in realtà la questione della razza in America non è ancora stata superata. Per Carthen (anch’egli nero) bisogna aver il coraggio di parlarne: «Non ci piace vederlo, né sentirne parlare, ma il nostro Paese non è ancora guarito dal razzismo e dobbiamo essere disposti a confrontarci con questo problema».

Emanuela Di Pasqua
11 novembre 2012 | 16:31

Grecia, tenutaria di un bordello finanzia scuola in dissesto. Ma l'assegno torna indietro

Corriere della sera

A Salonicco Soula Alevridou dona 3.000 euro per comprare libri e fotocopiatrici. Ma il suo aiuto non è gradito

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MILANO - Un celebre adagio latino ricorda che i soldi non puzzano (pecunia non olet). Una considerazione simile avrebbe spinto  una scuola elementare greca in dissesto ad accettare una donazione di 3.000 euro da parte di Soula Alevridou, imprenditrice sessantasettenne ellenica, proprietaria di due grandi bordelli a Larissa, città di circa 150.000 abitanti della Tessaglia. Tuttavia dopo che i giornali locali hanno raccontato questa storia di generosità e di altruismo, i dirigenti dell'istituto di Patrasso hanno deciso di tornare sui loro passi e hanno preferito restituire il prezioso assegno alla facoltosa filantropa.

SENZA LIBRI E FOTOCOPIATRICI - Tutto inizia la settimana scorsa quando la Alevridou legge un appello dell'associazione dei genitori della scuola. Questi ultimi dichiarano che l'amministrazione locale in fallimento non è più in grado di fornire libri e fotocopiatrici agli studenti. Senza pensarci due volte, la tenutaria dei bordelli contatta i dirigenti della scuola e immediatamente stacca un assegno di 3.000 euro. In un primo momento l'istituto mostra profonda gratitudine alla finanziatrice:

«È l'unica persona che ha risposto all'appello e che ha cercato di aiutarci - ha dichiarato all'inglese «Guardian» Theohari Massaras, vicesindaco della città -. Le scuole, ormai, sono totalmente sottofinanziate. Le municipalità locali sono responsabili delle loro finanze e a causa delle crisi non ci sono più soldi, nemmeno per comprare le aspirine ai bambini. I genitori che sono colpiti ferocemente dalle numerose misure di austerità sono disperati. Molti di loro non possono permettersi di acquistare i libri per i loro bambini».

LA BOCCIATURA DEL FINANZIAMENTO - Presto, però, la boccata d'ossigeno offerta dalla Alevridou, diventa fonte di polemiche e di recriminazioni. La sessantasettenne che già nelle settimane scorse aveva guadagnato le prime pagine dei giornali internazionali per aver sponsorizzato con i suoi bordelli «Villa Erotica» e «La casa della storia di Soula» il Voukefalas, una squadra di calcio amatoriale greca, è stata accusata di voler utilizzare questa storia di filantropia per promuovere le sue attività: «Le donazioni rivelano quanto una società sia solidale - dichiara Giorgos Panayiotopoulos, direttore provinciale dell'istruzione nei territori della Grecia occidentale -.

Le scuole sono autorizzate ad accettare i finanziamenti quando questi arrivano da associazioni di genitori. Ma non bisogna dimenticare che la scuola elementare educa i nuovi membri della nostra società, detta loro un sistema di valori e i comportamenti che dovranno avere nel futuro. Lo sfruttamento della scuola e per estensione dei suoi alunni portato avanti da diversi imprenditori è inaccettabile e dovrebbe essere denunciato senza riserve, specialmente quando gli scopi delle loro attività economiche collidono con i principi dell'educazione. Ciò che è legale non è necessariamente morale. Noi dobbiamo proteggere i nostri bambini».

CRITICHE - Da parte sua la filantropa mancata fa sapere che il suo era solo un gesto di generosità e non intendeva affatto sfruttare la scuola per promuovere le sue attività: «È molto arrabbiata e delusa - dichiara una sua dipendente -. Non vuole parlare con i media. Mi ha detto di ripetere che il suo unico scopo era quello di aiutare. Tutta questa faccenda è stata completamente distorta». Non tutti sembrano d'accordo con la decisione della dirigenza scolastica: «Sarebbe stato molto più intelligente prendere la donazione e non dichiararne la provenienza – taglia corto il vicesindaco Massaras -. In questo modo, invece, non si è risolto nulla. E la situazione resta tragica»

Francesco Tortora
11 novembre 2012 | 16:34

Mazzette nell'hinterland: un giro da trenta milioni

Il Giorno

A furia di indagini, la nuova tangentopoli di provincia si mostra per quello che è: un bis decisamente più raffinato di 20 anni fa

di Barbara Calderola

Sesto San Giovanni, 11 novembre 2012


Trenta milioni di euro: il giro d’affari illeciti che infetta l’hinterland. O il prezzo di un salto indietro nel passato, al 1992. Quando mazzette e manette riempivano la vita di tutti i giorni. A furia di indagini, la nuova tangentopoli di provincia si mostra per quello che è: un bis decisamente più raffinato di 20 anni fa. Tra false fatture, consulenze fittizie, società come scatole cinesi, dove secondo gli inquirenti si nasconde un fiume di denaro sporco. E anche se i controlli si sono intensificati, il malaffare prolifera e la crisi non lo scalfisce minimamente
 
Nel 2011 la magistratura ha messo in galera tre sindaci, Gianluigi Fornaro (Pdl) di Arese, Loris Cereda (Pdl) di Buccinasco ed Edoardo Sala di Cassano (Pdl). Il primo accusato della truffa del gas (950mila euro l’ammontare della stecca se la verità non fosse venuta a galla), gli altri due di corruzione. Al centro delle vicende che li riguardano, le presunte tangenti su progetti urbanistici. Cereda è stato filmato mentre intascava una mazzetta da 10mila euro, mentre Sala, per i pm milanesi, aveva messo in piedi un’organizzazione capace di imporre l’obolo ai costruttori.

Un sistema che coinvolgerebbe Marco Poletti (ex Lega) consigliere provinciale, su su, fino a Davide Boni (Lega), ex presidente del consiglio regionale. Il caso più clamoroso, che ha fatto fibrillare i vertici del Pd, resta però quello di Sesto: tangenti (21 miliardi delle vecchie lire si ipotizza) fra promesse e pagate per aumentare la volumetria di aree da riconventire, ex Falck ed ex Marelli. Nel mirino degli investigatori ci sono pure le concessioni sul trasporto pubblico locale. Gli imprenditori Piero Di Caterina e Giuseppe Pasini hanno puntato l’indice su Filippo Penati (Pd).

L’indagine della Procura di Monza ha tratteggiato il cosiddetto «Sistema Sesto», un’enclave di potere, un cerchio magico da cui - dicono i costruttori - «se eri escluso non lavoravi». La gola profonda Di Caterina operava anche a Segrate con i bus della sua Caronte, ai pm ha detto di aver pagato al sindaco Adriano Alessandrini 40mila euro in quattro tranche da 10mila per farsi rinnovare le concessioni. Il primo cittadino ha smentito le accuse per cui è indagato a margine del Sistema Sesto, e l’ha querelato.

In manette nel 2010 finì anche l’ex sindaco di Trezzano Tiziano Butturini del Pd, allora presidente di AmiAcque, accusato di corruzione, per aver favorito «imprese amiche». Secondo l’accusa intascò 17mila euro, altri 256mila saltarono fuori dai suoi conti e da quelli di altri indagati e altri 100mila gli erano stati promessi. L’ultima vicenda in ordine di tempo è la bufera che soffia sui vecchi amministratori di Trezzo sul’Adda: l’ex sindaco Roberto Milanesi (Pd), il suo vice Luca Rodda e altre otto persone accusati di corruzione. Secondo la procura, insieme a imprenditori, uno dei quali Franco Ghinzani, all’epoca dei fatti consigliere di minoranza, avevano messo in piedi un sistema che avrebbe loro fruttato undici milioni di euro.

barbara.calderola@ilgiorno.net

Castro-Chavez, la staffetta del gelato

La Stampa

Il leader cubano negli Anni Sessanta fece costruire la gigantesca gelateria “Coppelia”, il presidente venezuelano sogna di imitarlo

lorenzo cairoli


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Fidel Castro, spartano nel vestire, ha invece avuto sempre molta cura del suo palato, una costante di tanti dittatori. Per il suo ottantacinquesimo compleanno Mugabe ordinò alla Ferrero ottomila confezioni di Rocher. Peron amava cenare con le nostre paste, Stroessner passava disinvoltamente dalla zuppa di piranha agli adoratissimi weisswurst. Il dittatore nordcoreano Kim Jong si è sempre vantato d’essere un raffinato gourmet e di avere una passionaccia per il sushi, per i grandi vini rossi francesi (nata dopo aver visto un film di James Bond) e per il cognac Hennessy, che nel 2003 in Corea si vendeva a 630 dollari a bottiglia.

I suoi viaggi diplomatici erano un pretesto per rifornire le sue vaste dispense. Bacon in Danimarca, caviale in Uzbekistan e in Iran, meloni e uva in Cina. Fidel Castro adorava il foie-gras. Anche durante il “periodo speciale” era sempre sulla sua tavola. Aveva allevamenti d’oche sperimentali a cui faceva visita ogni settimana e ai leader sandinisti che vennero a trovarlo in occasione dell’anniversario della vittoria di Ortega offrì sontuose scaloppe del suo fegato grasso. 

Nel 1966 uscendo dall’Hotel Habana Libre dove aveva presieduto un convegno internazionale si fermò a contemplare un edificio all’angolo che ospitava un centro ricreativo, El Nocturnal. In passato era stato un ospedale, il Reina Mercedes, poi nel 1954 Fulgencio Batista decise di farne un grattacielo da cinquanta piani e lo fece demolire. Si videro solo cantieri e ottimistici cartelloni, mai il grattacielo. L’unica cosa che a Cuba sorge con puntualità è il sole, il resto è solo immaginifica propaganda. Fidel ebbe un sussulto e un attimo dopo fece chiamare Mario Girona Fernandez, il migliore dei suoi architetti.

“Voglio - gli ordinò Fidel - che il Nocturnal diventi la più grande gelateria del mondo”. Girona Fernandez balbettò: “Comandante, non esistono riferimenti di gelaterie così immense come quella che desidera”. Fidel lo gelò con lo sguardo e Girona Fernandez, alla faccia dei riferimenti, gli costruì a tempo di record la gelateria Coppelia. Era il 4 giugno del 1966. Il giorno della sua inaugurazione la carta offriva 26 gusti di gelato in 24 combinazioni diverse. In dodici ore si vendettero più di tremila coppette, con code chilometriche. Da allora tutto il fior fiore del comunismo internazionale comincio’ a darsi appuntamento qui. 

Le banane split del Colonello Gheddafi. Il fresa y chocolate (che diede il titolo al celeberrimo film di Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabío) di Carlos, Lo Sciacallo. Il chocomenta di Marulanda. Chi sbarcava all’Avana e non assaggiava un gelato da Coppelia - il cui logo erano due gambe femminili in onore del Balletto Nazionale di Cuba - non poteva considerarsi un vero rivoluzionario. Con l’avvento del “Periodo Speciale” la situazione precipitò; oltre all’embargo americano, smisero di arrivare finanziamenti dall’Unione Sovietica.

Non solo Mosca negava sostegno economico a Castro ma pretendeva il saldo di vecchi debiti. Sull’isola fino ad allora si era vissuto con un certo decoro, la Rivoluzione non aveva ingrassato nessuno, ma quello che aveva lo distribuiva a tutti. All’improvviso, i negozi si svuotarono e i gatti scomparvero dalle strade. Castro arrivò persino ad autorizzare l’uso dei dollari – notare che il giorno prima, il possesso di dollari era punito con un anno di galera per ogni dollaro trovato addosso. Il mercato nero esplose. Nei negozi non trovavi nemmeno le commesse, al mercato nero c’era anche il caviale. 

Il “niet” dei sovietici incrinò anche il mito di Coppelia. Senza latte i suoi gelati diventarono acquosi, anodini, insapori. La gente smise di fare code, da 26 gusti la casa passo’ a 3 poi a 2. Comunisti veri ai tavoli di Coppelia non se ne videro più. E nemmeno sciacalli, colonnelli, rivoluzionari, habañeros. Solo sottobosco e malavita. Nel 1994 una colonna di Mercedes blindati si fermò davanti alla Cattedrale del gelato cubano. Tra coloro che scesero, Fidel Castro e un ex colonello dell’esercito venezuelano, Hugo Chavez.

Si fecero largo tra la folla di gays, gigolò, lenoni, jineteras, le lolite che si prostituiscono per un jeans, travestiti, lesbiche, studenti, passanti accaldati e entrarono da Coppelia. Come in una fiaba di Andersen apparvero gelati dal nulla, le vetrine refrigerate si colorarono di gelati di un’infinità di gusti. Come ai vecchi tempi. Gelati di mango, cioccolata, fragola, guayaba, cocco, ananas, banana, semifreddi, pesche Melba che gli illustri clienti degustarono con una voracità impressionante. “Quando diventerò presidente - promise Chavez ieratico con la panna che gli screziava le labbra - ci sarà una gelateria così anche in Venezuela”. 

Un mese fa, durante un Consiglio dei ministri, Chavez ha annunciato che negli stabilimenti Alfredo Maneiro nello stato di Falcón si stavano producendo deliziosi gelati Coppelia . Ora Chavez informa i giornalisti che quel gelato per adesso non lo mangerà nessuno. “Manca la materia prima e abbiamo una macchina fuori uso. Ognuno si accolli le sue responsabilità. Se ho anch’io delle colpe che mi fucilino” - ha chiosato, battendo platealmente un pugno contro la scrivania. Il fresa y chocolate e le banane split della cattedrale di Fidel per ora i venezuelani possono solo sognarsele. Come la sicurezza, la sanità, l’efficienza dei trasporti, le autostrade che non cadono a pezzi, la lotta alla corruzione, la fine dei black-out, la potabilità dell’acqua, la ripresa dell’economia, la lotta all’inflazione....