mercoledì 14 novembre 2012

In Giappone la Pepsi Special: «Fa dimagrire»

Corriere della sera

Lanciata la nuova bibita a base di destrina. Esperti scettici

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C’è chi vuole tassarle, chi addirittura proibirle, i più le sconsigliano, molti non ne possono fare a meno. Sono le bibite gassate. Inutile sottolineare ancora una volta gli effetti negativi che questi soft drink hanno sul nostro organismo: innanzitutto l’obesità. Poi l’anidride carbonica che tartassa lo stomaco, per non parlare dei dolcificanti usati nelle bevande gassate «light». Nell’era del marketing e dei claim pubblicitari i due colossi del settore, Coca-Cola e Pepsi, fanno dunque di tutto per cambiare la concezione negativa delle loro bevande. Era perciò solo questione di tempo prima che sul mercato comparisse la prima «Pepsi-antigrasso». Da dove arriva? Dal Giappone, con tanto di via libera delle autorità governative.

FIBRA SOLUBILE - Il nome è a effetto: «Pepsi Special» ed è già sulla bocca di tutti, soprattutto sul web. È in vendita da martedì, per ora solo in Giappone. La peculiarità? «Fa dimagrire». Di più: «Brucia i grassi». Possibile? Siamo a una svolta? Il segreto del successo sta tutto in un ingrediente: destrina. È una fibra solubile che riduce l'assorbimento adiposo ed aumenta il senso di sazietà. Inoltre, accelera il nostro metabolismo.

Annota il portale Popular Science che già nel 2006 uno studio scientifico - giapponese - indicava nei topi che assumevano la destrina un ridotto assorbimento dei grassi e l’abbassamento del livello di colesterolo nel sangue. La nuova Pepsi e la bibita gassata Kirin Mets Cola hanno ricevuto l'approvazione della Japan Health Food & Nutrition Association, organismo preposto a fornire pareri sulla qualità dei prodotti alimentari in Giappone.

SCETTICI GLI ESPERTI - Le perplessità nel mondo scientifico sono però molte. In effetti, ciò che funziona sui topi non è detto possa funzionare pure sull’uomo. Ne è convinto Joan Salge Blake, esperto nutrizionista dell’Università di Boston e portavoce dell’Accademia di Nutrizione e dietetica: «Non c'è studio che dimostri che mettere destrina in una bevanda abbia come effetto la perdita di peso. Dopotutto, le bibite gassate hanno una discreta quantità di calorie». La società produttrice sostiene che l'apporto dietetico della bevanda è stato dimostrato attraverso uno studio sui dati raccolti dalle analisi del sangue dei consumatori in fase sperimentale. Queste avrebbero rivelato un basso contenuto di grassi dopo l'assunzione. La «Pepsi Special» costa l’equivalente di 1,60 euro.

LA COCA-COLA ANTIETÀ - Dall’altra parte, la Coca-Cola non sta certo a guardare: recentemente ha annunciato una collaborazione con il gruppo farmaceutico francese Sanofi per lanciare una linea di «bevande di bellezza». Sì, proprio così. Il prodotto farà parte del marchio Oenobiol Beautific e sarà venduto in Francia a un numero limitato di farmacie. La bevanda conterrà acqua minerale, succo di frutta e additivi nutrizionali e promette di «rendere più forti capelli e unghie, abbellire la pelle, far perdere peso e migliorare la vitalità». Tutto a beneficio dei consumatori e, ovviamente, dei produttori.

Elmar Burchia
14 novembre 2012 | 14:35

La figlia di Beppe Grillo segnalata per cocaina

Corriere della sera

Luna Grillo, figlia del leader del M5S, è stata segnalata alla prefettura perché in possesso di due dosi di stupefacente per uso personale



BOLOGNA- Durante un controllo di routine è stata trovata con due dosi di cocaina, una da 0,3 e l'altra da 0,16 grammi. Luna Grillo, figlia di Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, è stata segnalata alla Prefettura di Rimini come consumatrice di sostanze stupefacenti. Un provvedimento amministrativo che scatta quando un soggetto viene trovato con dosi di droga per uso personale. Luna, cantante 32enne, è stata fermata da una volante della Questura riminese nella serata del 7 novembre. La notizia è stata riportata dalla stampa locale. La figlia del leader dei grillini stava percorrendo in auto piazzale Tripoli. Alla vista dei poliziotti, ha consegnato di sua spontanea volontà due involucri con una modica quantità di cocaina, per uso personale. A quel punto è scattata la segnalazione alla Prefettura.


Redazione online14 novembre 2012

Il Movimento Cinque Stelle rinuncia a un milione e mezzo di rimborsi elettorali

Corriere della sera

Ma non si placano le polemiche. Attesa in Emilia per la riunione dei consiglieri. Biolè in Piemonte: «Non mi dimetto»

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Un assegno gigante con la cifra di 1.426.000 euro: il Movimento 5 Stelle sceglie questa immagine - pubblicata sul blog di Beppe Grillo - per annunciare la restituzione dei rimborsi elettorali ricevuti per le elezioni regionali in Sicilia. A darne notizia è stato lo stesso Beppe Grillo su Twitter. Gli eletti di M5S si sono dati appuntamento presso la sede dell'Ars a Palermo, dove stanno pian piano affluendo. «Tutti devono seguire l'esempio, ma fino a ora hanno vissuto a magna-magna», è il commento su Twitter di un sostenitore di M5S».

DA TORINO A BOLOGNA - Intanto resta alta la tensione nel Movimento. Se da un lato si attende la riunione a Bologna per la verifica semestrale sul lavoro dei consiglieri comunali in cui si deciderà il destino dei consiglieri «ribelli» Favia e Salsi, dall'altro non scemano le polemiche in Piemonte all'indomani dell'espulsione tramite raccomandata di un ufficio legale del consigliere Fabrizio Biolè, «colpevole» di aver difeso Salsi dopo l'attacco di Grillo per la sua partecipazione a Ballarò. A fine mattinata Biolè ha chiarito la sua posizione, annunciando che non intende dimettersi dal Consiglio regionale del Piemonte. «Posto che la mia azione politica, sicuramente incompleta e fallace - ha spiegato - si è finora ispirata a principi legati al movimento sotto il cui simbolo sono stato eletto ma non ne è diretta ed esclusiva conseguenza, ritengo di poter continuare il mio incarico istituzionale di consigliere regionale».

In una lunga nota, in cui ripercorre le tappe che lo hanno condotto a candidarsi nelle fila del Movimento 5 stelle, Biolè osserva: «mi pare quantomeno incomprensibile il motivo per cui mi sia stata data la possibilità all'uso politico e comunicativo del simbolo del MoVimento 5 Stelle per ben 32 mesi dalla data della mia elezione (risottolineo che il mio curriculum completo, con tanto di mandati pregressi, era stato messo in rete molto prima delle elezioni), per poi decidere di revocarlo, prima tramite una telefonata che mi chiedeva di fare un passo indietro silenzioso (alla stregua della peggior ammissione di una colpa, che non mi sento proprio di avere) e poi con una fredda, seppur ineccepibile, lettera di uno studio legale». Nel frattempo da Reggio Emilia Valentino Tavolazzi, il primo espulso via blog, ha compiuto una mossa di avvicinamento fra i dissidenti diffondendo un documento in difesa del collega piemontese.

POLEMICA SULLE PRIMARIE - Ma non solo. A suscitare polemiche interne è anche un post pubblicato da Grillo sul suo blog dal titolo «Le primarie del nulla», scritto dopo il confronto televisivo tra i candidati del centrosinistra. Molti attivisti non sono d'accordo con il leader e scrivono: «Non attacchiamo per partito preso». Già in passato infatti nel movimento si era discusso se fosse il caso di scegliere o meno i candidati del M5s attraverso elezioni primarie. Ma nei giorni scorsi Grillo ha tagliato la testa al toro annunciando di non voler ricorrere a questo mezzo. Così la selezione è affidata al dibattito interno portato avanti su MeetUp e blog. Il commento dei Cinque Stelle al confronto tv è affidato a un post ospitato in home page, firmato Alessandro P.: «In Italia non c'è un sistema elettorale che includa il premier, quindi le primarie sono una sciocca arma di distrazione di massa alle elezioni gli italiani non votano per il premier ma per dei partiti i quali voteranno per un presidente del consiglio che infatti può anche essere sfiduciato dagli stessi partiti che hanno fatto le primarie per eleggerlo (Prodi)».

Redazione Online14 novembre 2012 | 12:04

In stato vegetativo da dodici anni risponde a una domanda dei medici

Corriere della sera

Il 39enne Scott Routley avrebbe «detto» che non prova dolore. Gli esperti: «Può trattarsi di uno stato di coscienza minima»

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MILANO - Alcuni media inglesi, il quotidiano The Indipendent e la Bbc, riportano la notizia di un uomo canadese di 39 anni, Scott Routley, in stato vegetativo da 12 anni in seguito a un incidente, che sarebbe stato in grado di rispondere ad alcune domande dei medici, segnalando di non avere dolore fisico. Dato che Scott apparentemente non è cosciente, e inoltre non sarebbe in condizioni di rispondere verbalmente o attraverso gesti semplici (per esempio aprire o chiudere gli occhi a comando, o alzare un dito), la rilevazione delle sue risposte è stata effettuata attraverso la Risonanza magnetica cerebrale funzionale che ha colto variazioni a livello di alcune specifiche aree cerebrali del contenuto di ossigeno, a seconda del tipo di risposta che Scott avrebbe tentato di dare.

MENTE PENSANTE - La notizia è stata diffusa da Adrian Owen, scienziato inglese della Cambridge University, attualmente al Brain and Mind Institute della Western Ontario University canadese, durante "Panorama", una trasmissione della Bbc. Sono anni che Owen lavora, assieme ai suoi collaboratori, alla ricerca di nuove modalità per l’esplorazione di possibili elementi di coscienza in pazienti in stato vegetativo. Alla Bbc ha dichiarato: «Scott è riuscito a mostrare di essere cosciente, un mente pensante. Lo abbiamo sottoposto all’esame più volte e il pattern della sua attività cerebrale dimostra che lui stava chiaramente scegliendo di rispondere alle nostre domande. Riteniamo che lui sappia chi è e dove si trova». Già nel 2006 il gruppo di Owen aveva pubblicato su Science un articolo nel quale chiedeva a un paziente in stato vegetativo di immaginare di giocare a tennis o di visitare una camera della sua casa, per tentare di cogliere le eventuali reazioni cerebrali con la Risonanza magnetica funzionale.

TEST PRECEDENTI - In uno studio successivo, pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2010, la tecnica è stata applicata a 54 pazienti in stato vegetativo, ai quali è stato chiesto di immaginare di giocare a tennis per dire "sì" e di essere a casa per dire "no". Solo cinque di questi pazienti sono sembrati in grado di modulare la propria attività cerebrale in maniera apparentemente volontaria. Test addizionali hanno mostrato che tre di questi pazienti davano segnali di possibile coscienza, e solo uno di loro sembrava rispondere a domande specifiche, sempre esclusivamente attraverso modifiche dell’attività cerebrale. In un altro studio, pubblicato nel 2011 sulla rivista Lancet, è stato utilizzato, invece della RMN funzionale, l’elettroencefalogramma, sempre per tentare di rilevare possibili risposte non verbali e non comportamentali in pazienti in stato vegetativo. Questo tipo di ricerche dunque non è una novità, anche se il dottor Owen, trasferitosi in Canada, ritiene ora di aver avuto una dimostrazione del tutto chiara della sua tecnica, proprio dal caso di Scott Routley.

COSCIENZA MINIMA - Secondo Morten Overgaard, della Cognitive Neuroscience Research Unit della Aalborg University danese, chiamato dalla prestigiosa rivista Lancet a scrivere un commento su queste ricerche, effettivamente sembrerebbero esistere prove che almeno alcuni pazienti in stato vegetativo siano coscienti. Tuttavia, avverte Overgaard, bisogna essere cauti, dal momento che pazienti diagnosticati come in stato vegetativo potrebbero aver ricevuto una diagnosi sbagliata ed essere invece in stati non vegetativi in senso stretto, come il cosiddetto stato di coscienza minima. Insomma la notizia delle risposte date da Scott, per quanto interessante perché allarga la possibilità di esplorazione dello stato di coscienza umana, e in particolare di quello specifico stato che è lo stato vegetativo persistente, deve essere inquadrata in tutto questo filone di ricerca che va avanti da anni, e nel quale ci sono ancora punti da chiarire.

ERRORI DIAGNOSTICI - Secondo la dottoressa Rita Formisano, primario dell’Unità post-coma dell’IRCCS Santa Lucia di Roma, quello di Scott «non è certo il primo caso, perché c’è da tempo una letteratura internazionale sull’argomento. Si sa che il confine tra stato vegetativo e stato di minima coscienza è sfumato. In oltre il 40 per cento dei casi ci possono errori diagnostici, per cui si crede che si tratti di pazienti in stato vegetativo, quando si tratta invece di pazienti in stato di minima coscienza. È sempre necessario fare valutazioni prolungate da parte di osservatori esperti che facciano anche molta attenzione ai racconti dei familiari.

Di solito viene sottovalutato il parere di familiari che possono aver osservato piccole risposte emozionali che il paziente può dare loro, ma che non sempre dà agli operatori. Ed è per questo che è importante che le unità post-coma siano aperte ai familiari. La mia opinione è dunque che facciano clamore quei casi che verosimilmente avevano un’etichetta diagnostica non corretta. Comunque, quando un paziente risulta in grado di comunicare funzionalmente deve essere ridefinito come un paziente che non è in stato vegetativo».

NUOVE TECNICHE - Oggi la comunità scientifica dispone di diverse tecniche neurofisiologiche che può utilizzare: «Nel nostro istituto - dice ancora la dottoressa Formisano - abbiamo un progetto che studia le potenzialità della Brain computer interface, un EEG con potenziali evocati evento correlati, durante il quale si danno stimoli emozionali significativi al paziente e si cerca di correlarli a possibili aree cerebrali di attivazione, anche se per ora questa tecnica viene applicata solo a pazienti coscienti con altre patologie, come la sclerosi laterale amiotrofica».


Danilo Di Diodoro
14 novembre 2012 | 13:25

Il carabiniere e il diritto di essere un bravo papà

La Stampa

paola scola
CUNEO



Ha diritto ai riposi giornalieri che spettano al padre per badare a un figlio nel primo anno di vita. Lo ha riconosciuto il Tar del Piemonte, con una sentenza che annulla il provvedimento con cui il Comando Legione Carabinieri Piemonte e Valle d’Aosta ha negato l’autorizzazione. Perchè lui, Gianluigi Pellegrino, è un appuntato scelto in servizio al comando provinciale di Cuneo. Papà di otto bambini.

La nascita dell’ultimogenito, all’inizio di febbraio, lo ha indotto a inoltrare la richiesta. Respinta, perchè «i permessi in argomento - si legge nel documento del Tar - non possono essere concessi laddove la moglie del richiedente sia casalinga ovvero non sia gravata da oggettivi impedimenti, quali gravi infermità». Di qui il ricorso del «pluripapà», rappresentato dall’avvocato Chiara Servetti di Torino e sostenuto dalla consigliera di Parità della provincia di Cuneo, avvocato Daniela Contin di Saluzzo. Che, sentita la storia del militare, ha scelto di affiancarlo in questa battaglia.

E nel ricorso contro il ministro della Difesa, dove ha chiesto anche il risarcimento dei danni derivati dal mancato utilizzo dei riposi. «Illegittimo», secondo i ricorrenti, il rifiuto. Anzi discriminatorio: perchè c’è una «mancata equiparazione della madre casalinga alla lavoratrice dipendente». «Riconosciuta», invece, «dalla più recente giurisprudenza». Il Tar ha accolto il ricorso: il diritto di entrambi i genitori a partecipare alla cura dei figli, da considerare paritetico. «Applicato al padre anche se la madre svolge l’attività di casalinga».

E si parla di utilizzo del riposo giornaliero anche per un papà – e non solo la mamma - «casalingo». Provvedimento del Comando annullato, dunque, ma senza risarcimento danni (tranne che per le spese di lite). «E’ una vittoria importante contro una doppia discriminazione: del padre privato di un diritto, le due ore al giorno di riposo, e della madre casalinga, che ora viene equiparata a una lavoratrice dipendente - spiega la consigliera di Parità, Daniela Contin -. Adesso plaudiamo con soddisfazione a questo importante pronunciamento». Vittoria in primo grado, resta l’incognita del possibile ricorso in appello.

(Tratto da La Stampa del 14 novembre 2012)

L’uomo duemila anni fa era molto più intelligente

La Stampa

La nostra intelligenza in diminuzione poiché non ne abbiamo più bisogno per sopravvivere

Washington


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Gli esseri umani stanno perdendo gradualmente la loro intelligenza. Un processo che non è cominciato in tempi recenti ma che sarebbe dovuto alla perdita della pressione evoluzionistica a essere più brillanti da parte dell’uomo che ha iniziato a vivere in insediamenti agricoli migliaia di anni fa.

A sostenerlo, una ricerca comparsa sulla rivista Trends in Genetics, opera della Stanford University.  «Lo sviluppo delle nostra abilità intellettuali e l’ottimizzazione di migliaia di geni legati all’intelligenza probabilmente si verificò in alcuni gruppi di individui, relativamente on verbali, che vivevano prima dell’epoca in cui i nostri antenati vennero fuori dall’Africa», spiega Gerald Crabtree, fra gli autori dello studio. Dopo quel momento, l’intelligenza ha vissuto un progressivo declino. 

La teoria dello studioso non è però esente da critiche: alcuni colleghi infatti non ravvisano un decremento delle facoltà intellettive ma semplicemente una più ampia diversificazione. Il nuovo studio fa notare che le capacità spaziali erano questione di vita o di morte per i nostri antenati, e se oggi abbiamo tutti la capacità spaziale che ci consente di eseguire con facilità un compito semplice come falciare un prato, dobbiamo ringraziare proprio quei nostri lontani parenti.

Tuttavia, dopo la diffusione dell’agricoltura, quando i nostri avi cominciarono a vivere in comunità agricole dense, la necessità di mantenere in forma i geni legati all’intelligenza cominciò a venire meno. È improbabile, secondo il ricercatore, che il nostro vantaggio evolutivo in termini di intelligenza sia attualmente maggiore di quanto non sia stato all’epoca dell’uomo cacciatore raccoglitore. 

I geni che determinano l’intelligenza sono fra 2 mila e 5 mila e sono particolarmente suscettibili alle mutazioni. Negli ultimi 100 anni, il quoziente intellettivo medio della popolazione mondiale è drammaticamente aumentato, probabilmente a causa della migliore nutrizione e della ridotta esposizione del cervello a inquinanti chimici come il piombo, sostiene Crabtree. Secondo il genetista ogni generazione porta due o tre mutazioni, in assenza della selezione, gli ultimi 3mila anni sono stati un tempo sufficiente per “inquinare” il Dna di tutti: «In rapporto all’uomo di qualche migliaio di anni fa la nostra intelligenza è sicuramente più debole - conclude Crabtree - per fortuna la società è invece abbastanza forte da contrastare l’effetto».

Addio all'«Uomo Gatto» Si era operato per assomigliare a un felino

Corriere della sera

Dennis Avner si era sottoposto a una serie di interventi per farsi impiantare artigli, «baffi» e denti

Dennis Avner (Foto web)Dennis Avner (Foto web)

L'uomo che voleva essere una tigre non c’è più: Dennis Avner era noto come l’«uomo gatto» e nel corso della sua vita si era sottoposto a innumerevoli interventi di modifica del corpo per diventare simile a un felino. È stato trovato morto suicida nella sua casa in Nevada, probabilmente vittima della depressione. Dennis Avner aveva 54 anni.

DEPRESSO - L'aspettativa di vita di una tigre è in media di 9 anni (in natura) e raggiunge i 16-18 anni in cattività. In casi eccezionali, le tigri possono anche arrivare a 25 anni. Da questo punto di vista, Dennis Avner è morto estremamente anziano. Ciononostante, l’americano non era un felino: come ha riferito lunedì il portale internet flayrah, l’uomo - famoso come «Stalking Cat», è deceduto il 5 novembre scorso all’età di 54 anni. Ancora non si sanno i motivi per cui si sarebbe suicidato, ma su Twitter amici e conoscenti affermano che la causa sia stata la depressione.

ANIMALE TOTEM - Dennis Avner era un veterano della Marina degli Stati Uniti. A 23 anni si era fatto fare il primo tatuaggio: delle strisce di tigre sulla pelle. L’inizio di un’interminabile (e dolorosissima) serie di operazioni chirurgiche e modifiche del corpo. Costo: oltre 100 mila dollari. Si è fatto costruire le unghie lunghe e i denti da felino. Il suo obiettivo: assomigliare il più possibile ad una tigre, proprio come vuole la tradizione degli indiani Uroni. Il suo animale totemico, infatti, era proprio il grande felino. I discendenti degli «Stalking Cat» sono le popolazioni di nativi del Nordamerica, i Lakota e gli Uroni.

STAR IN TV - Nel corso degli anni si era poi fatto tatuare il viso, si era fatto mettere dei piercing alla bocca e al naso allo scopo di fissare i baffi artificiali. Inoltre, si era fatto impiantare del silicone in diverse parti del viso per modificare le orecchie e gli occhi. Molte delle operazioni sono state effettuate da Steve Haworth, artista e specialista della cosidetta body modification. Il suo caso era stato analizzato in molteplici trasmissioni tv, tra queste il Larry King live. Dennis Avner è stato anche il protagonista del film documentario «Modify». «Ho trovato la fama, ma mai la felicità», aveva dichiarato di recente. Ad oggi, le tigri selvatiche sono classificate dall'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura «in via di estinzione». Si stima che ci siano ancora 3.000-5.000 esemplari sulla terra. Dallo scorso lunedì, c’è una tigre in meno.

Elmar Burchia
14 novembre 2012 | 13:09

A Torino il Pd tiene famiglia Si allarga la parentopoli per appalti e consulenze

Paolo Bracalini - Mer, 14/11/2012 - 07:01

Nel cd degli affari "rossi" che ha costretto alle dimissioni la supermanager del Comune spuntano mogli di deputati democrat, compagni, sorelle e figli

Roma - Come si dice «tengo famiglia» in torinese? Una lunga lista di affidamenti senza gara, una lunga lista di parentele: mogli, figli, fratelli e sorelle.


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La parentopoli sotto la Mole, nel Comune guidato da sindaco Piero Fassino, è una grande famiglia dentro la più grande famiglia del partito di governo (da vent'anni ininterrotti) nella città della Fiat. Nel cd con sei anni di commesse comunali (6.672 contratti, un miliardo e 475 milioni di euro pagati sulla fiducia) non ci sono soltanto gli appalti diretti affidati dall'ex superdirigente Anna Martina (indagata per abuso d'ufficio, dimessa) alla «Punto Rec Studios» del figlio Marco. Lo «scandalo Martina» ha aperto gli occhi sulla potenza degli affetti famigliari nel Comune democratico. C'è il caso di Anna Maria Cumino, consorte del deputato del Pd Mimmo Lucà e presidente della Coop Solidarietà, uno dei soggetti che hanno ottenuto incarichi dal Comune.

Ma nel cd, acquisito dalla Procura di Torino, compare anche un'altra società cooperativa, la Eta Beta. Chi la presiede? La brillante Donatella Genisio, sorella della consigliera comunale Domenica Genisio, del Pd. Poi c'è Ilda Curti, assessore della giunta Fassino, una delle riconfermate della stagione Chiamparino. Nel 2009 il Comune di Torino organizza una gara europea per affidare (a 419mila euro) «il servizio di supporto metodologico e di ricerca nell'ambito delle politiche di sicurezza integrata». Lo vince (in modo perfettamente trasparente, dopo giudizio di una Commissione di valutazione di esperti) un consorzio di cui fa parte un'associazione, la «Amapola», il cui presidente si chiama Marco Sorrentino.

Chi è? Il compagno dell'assessore Curti. La sorella dell'assessore, Nicoletta, esperta in sicurezza, ci aveva lavorato prima di lasciare l'associazione per un altro incarico. Al Comune di Milano, chiamata dalla giunta Pisapia con un contratto a tempo. Un appalto, quello a Torino, vinto per la competenza dell'associazione (un'eccellenza), con una procedura aperta, sicuramente senza condizionamenti di alcun tipo. Forse, però, una questione di opportunità, in una città dove - per usare le parole dell'ex sindaco di centrosinistra nonchè presidente del Toroc (Comitato Olimpiadi Torino) Valentino Castellani - «lavorano sempre gli amici degli amici» ma solo perché «la città non è grandissima, l'ambiente è quello che è, diventa persino difficile non rapportarsi sempre agli stessi». Una giustificazione che ha un che di surreale.

Poi c'è il consorzio «Turismo Torino», partecipato dal Comune. Il consorzio ha tra i suoi dipendenti Silvia Bertetto Giannone, che poi è la nuora di Anna Martina, la dirigente indagata. La nuora figura come capo ufficio stampa estera, mentre prima era in forza al settore cultura del Comune. Lo stesso dove la Martina era direttore. Dal settore Cultura del Comune di Torino sono passati diversi «figli di», tutti preparatissimi, ma anche col cognome giusto, come racconta il giornale on line torinese Lo Spiffero. Come Barbara Papuzzi, «figlia del noto giornalista, successivamente approdata allo studio Mailander, che ricorre in più occasioni negli affidamenti diretti del Comune di Torino».

Una consulenza ha avuto anche il figlio di Corrado Vivanti, professore universitario, colonna portante dell'Einaudi e amico della famiglia Martina-Barberis. E altre connessioni, su cui il sindaco Piero Fassino ha dato mandato di indagare (non volendo una commissione d'inchiesta) al city manager Cesare Vaciago. Peccato che subito dopo si è scoperto che Vaciago ha quattro nipoti che lavorano in o con il Comune di Torino. Ma il lavoro, sempre agli stessi? Che ci volete fare, la città è piccola e i parenti mormorano...

I pm accusano il gip che ha assolto Vendola

Gian Marco Chiocci - Mer, 14/11/2012 - 07:01

Il gip che scagionò Vendola, Susanna De Felice, amica intima della sorella di Vendola, Patrizia. I pm: "Al corrente già prima del processo"

Il giudice che ha assolto Vendola (nella foto) è amico della sorella del governatore pugliese. Che a sua volta è anche amica del pm barese diventato senatore Pd, Gianrico Carofiglio, marito del pm barese Francesca Pirrelli, amica anche lei della sorella di Nichi e pm impegnato nelle indagini sulla pubblica amministrazione, giunta Vendola inclusa.


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Un buon motivo, per il giudice, per astenersi dal giudicare il fratello della sua amica. Ne sono convinti i pm Francesco Bretone e Desiree Digeronimo che hanno seguito l'inchiesta che portò al rinvio a giudizio per abuso d'ufficio del leader di Sel, poi assolto dall'accusa di aver abusato della sua posizione per riaprire i termini di un concorso per primario. Il gip che scagionò Vendola, e che oggi è l'oggetto di un carteggio durissimo dei due sostituti con il procuratore capo e il procuratore generale di Bari, si chiama Susanna De Felice. «Già prima del processo - scrive la coppia di pm - eravamo a conoscenza che la dottoressa De Felice fosse amica della sorella di Vendola, Patrizia.

Li lega una amicizia diretta, sia la frequentazione di amici in comune quali il collega e attuale senatore Gianrico Carofiglio e la moglie dottoressa Pirrelli, sostituto di questo ufficio, entrambi amici stretti di Patrizia Vendola, vedi intervista del dottore Carofiglio che si allega». Effettivamente il 3 aprile 2009 l'ex pm-senatore-scrittore, a Repubblica confermava: «Mia moglie e io siamo amici di Patrizia Vendola, sorella del presidente della Regione. Il fatto è notorio (...). Quando a mia moglie recentemente è capitato un procedimento in cui l'indagato era il presidente della Regione (una querela per diffamazione, ndr) ha semplicemente fatto quello che fa un magistrato serio in un caso del genere: si è astenuta e il fascicolo è passato ad altri».

I due pm aggiungono che se non sollevarono prima il problema della ricusazione fu solo per rispetto al giudice che avrebbe dovuto avere la sensibilità di astenersi. «Sta di fatto - continua la lettera - che dopo l'assoluzione di Vendola molti amici e colleghi ci hanno chiesto come mai fosse stato possibile che a giudicare il governatore fosse stata un'amica della sorella di Vendola nonché amica di suoi carissimi amici».

E ancora. «Il processo, già di per sé delicato, veniva caricato di ulteriori contenuti dal Vendola il quale dichiarava più volte pubblicamente che in caso di condanna sarebbe uscito dalla scena politica: questo comportamento ha costituito a nostro giudizio una indebita pressione su un giudice che in caso di condanna avrebbe determinato l'uscita dalla scena politica del fratello della sua amica». In realtà il gip De Felice, prima di pronunciarsi, sulla scia di voci che le arrivavano all'orecchio, aveva sollevato nero su bianco il problema al suo capo Antonio Diella (che l'aveva respinto) spiegando di non essere amica della sorella di Nichi ma di averla conosciuta in un paio di occasioni, una delle quali a casa della signora Digeronimo. Proprio quella pm delle rimostranze di cui sopra.

Il copricapo indiano in passerella Pellerossa contro Victoria’s Secret

La Stampa

Una modella sfila con l’ornamento riservato agli anziani delle tribù . I nativi insorgono: «Un’offesa vederlo su una donna mezza nuda»
maurizio molinari corrispondente da new york


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Le tribù pellerossa scendono sul sentiero di guerra contro il colosso dell’intimo femminile, che si arrende senza condizioni e fa mea culpa perfino su Twitter. L’insolita battaglia ha per teatro il set della sfilata annuale di Victoria’s Secret durante la quale, in diretta tv, la modella Karlie Kloss sfila indossando il tradizionale copricapo indiano composto di piume colorate che scendono lungo le spalle fino a terra. L’intenzione degli stilisti di Victoria’s Secret è di esaltare l’identità degli Stati del West che devono molto all’eredità delle tribù indiane-americane e sempre per questo motivo la modella indossa un bikini leopardato con alcune delle pietre del deserto, a volte adoperate dalle donne delle stesse tribù per confezionare rudimentali gioielli.

Ma l’intenzione di rendere omaggio alle radici pellerossa degli Stati del West si è velocemente trasformata in boomerang perché i portavoce di più tribù sono insorti contro “l’offesa razzista”. Michelle Spotted Elk, moglie di un discendente dei capi Lakota, la spiega così: «Si tratta di copricapi destinati ai leader anziani delle tribù, tutti uomini, e ogni penna rappresenta un atto eroico, con un significato anche religioso, vedere il tutto ornare il corpo di una donna quasi nuda è un atto grave di intolleranza verso tutti noi».

Dalla California al Colorado, dall’Arizona al New Mexico, centralini e caselle di posta elettronica di Victoria’s Secret sono stati inondati di proteste, dilagate anche sulla relativa pagina Facebook. «Abbiamo dovuto superare ogni sorta di atrocità per sopravvivere e poter continuare il nostro modo di vita - ha scritto Erny Zah, portavoce della nazione Navajo - ed ora ci sputano ancora addosso, facendosi beffa di noi nelle sfilate di moda di Victoria’s Secret come durante le feste di Halloween».

Nel tentativo di placare le proteste la direzione dell’azienda ha diffuso un comunicato nel quale esprime le «più profonde scuse» assicurando di «non aver avuto alcuna intenzione di offendere». Ma poiché non è bastato, è toccato alla modella affidare a Twitter il più umiliante dei mea culpa: «Sono terribilmente dispiaciuta se ciò che ho indossato durante la sfilata ha offeso qualcuno». Negli ultimi mesi anche Urban Outfitters, Paul Frank e la banda No Doubt hanno dovuto difendersi dall’accusa di aver offeso l’identità delle tribù native sfruttando costumi tradizionali al fine di promuovere i rispettivi prodotti. E proprio la somma di tali precedenti spiega forse l’esplosione di proteste che ha messo alle strette Victora’s Secret.

Apple, marcia indietro sulla garanzia ora in Italia vale per due anni

La Stampa

Dopo le proteste e le iniziative dell’Antitrust, cambia la copertura


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Messa alle strette dall’Antitrust, Apple Italia per la prima volta da quando opera in Italia riconosce il diritto dei clienti «alla garanzia biennale del venditore». È quanto si legge sul sito di Apple Italia nella pagina che continua a vendere il programma (Apple Care Protection) di estensione ora a tre anni della garanzia a differenza dei due a pagamento più il solo anno inizialmente riconosciuto a titolo gratuito. “I vantaggi di AppleCare Protection Plan - si legge infatti ora sul sito - si aggiungono ai due anni di garanzia del venditore previsti dalla normativa italiana a tutela del consumatore”.

Caso Biolè, Tavolazzi: ecco il documento che inchioda Casaleggio

Libero Pennucci - Mar, 13/11/2012 - 17:57

Tavolazzi: Casaleggio sapeva dei due precedentti mandati di Biolè, lo hanno cacciato solo perché ha criticato Grillo

Alla fine sbuca sempre lui. Quando c'è un'epurazione, un editto, un monito o un semplice scazzo l'ombra di Gianroberto Casaleggio si allunga sempre più sul Movimento 5 Stelle.


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Questa volta a tirarlo in ballo è Valentino Tavolazzi, l'emarginato numero uno, quello che per primo ha cercato di creare una fronda nella creatura di Grillo. "Il problema del M5S è Casaleggio", il consigliere comunale ferrarese non si stanca mai di dirlo. E lo ripete, con forza, in occasione della nuova cacciata, quella del consigliere piemontese Fabrizio Biolè.

Tavolazzi ha ancora il dente avvelenato ma, secondo lui, il regista di queste epurazioni è proprio il guru del web. Lui che, dal suo blindatissimo ufficio di via Morone a Milano, controlla ogni pulsazione del movimento. Casaleggio, sostiene Tavolazzi, sapeva dei due precedenti mandati di Biolè. La sua biografia politica, stando alle dichiarazioni del consigliere di Ferrara, era nota a tutto lo staff del M5S, ma gli era stata permessa una specie di deroga.

E Tavolazzi tira fuori il documento, la richiesta di certificazione presentata dal candidato Biolè alle elezioni del 2010 in cui "chiede la certificazione del blog beppegrillo.it per la lista regionale Movimento 5 Stelle Regione Piemonte", ma dei tre requisiti necessari, è cancellato quello che impedisce ai plurimandatari di candidarsi. Poi c'è un asterisco che recita: "Ha ricoperto la carica di consigliere comunale per la lista civica ’Rinascita della Montagnà presso il Comune di Gaiola (Cn) nelle legislature 1999-2004 e 2004-2009". Un'ipotesi peregrina? La conferma arriva anche dallo stesso Biolè in un'intervista a Repubblica: "Lo sapevano tutti che avevo fatto due mandati nel 1999 e nel 2004. Non era un mistero per nessuno. Neppure per Grillo, credo''. 

Ma allora, se tutti erano al corrente del curriculum di Biolè per quale motivo hanno deciso di farlo fuori? Tavolazzi risponde con alcuen domande: "Biolè sfiduciato giustamente per i troppi mandati (comunque noti a Casaleggio in fase di candidatura alle regionali) o ingiustamente e per vendetta, a causa del suo l’appoggio alla Salsi, aggredita volgarmente dal post di Casaleggio? La seconda è quella giusta. Casaleggio sapeva di Biolè plurimandatario...(con due mandati svolti prima delle regionali)?".

Salvato da una trasfusione di sangue, testimone di Geova denuncia i medici

La Stampa

Il paziente aveva scelto di morire. Un gip si riserva se sottoporre il caso alla Corte Costituzionale

alberto gaino
torino


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Incidente sul lavoro, mano schiacciata, arto ricostruito chirurgicamente, l’operaio ha problemi post-operatori e all’ospedale Maria Vittoria decidono di sottoporlo a trasfusioni di sangue. Per 17 volte D. B. , testimone di Geova, fa riportare il suo dissenso in cartella clinica. A nove giorni dall’incidente i sanitari chiedono alla procura un parere scritto e vien loro risposto di intervenire. L’avvocato Fulvio Gianaria, difensore di uno di loro, ricorda: «L’alternativa avrebbe potuto essere quella di essere denunciati per omicidio del consenziente. Comunque i medici si sono attivati pensando alla salute del paziente».

L’avvocato Gianaria e il collega Simone Vallese hanno comunque condiviso la mossa del professor Francesco Dassano, legale del testimone di Geova, che ha chiesto al gip Luisa Ferracane di inviare gli atti alla Corte Costituzionale sulla base della rilevanza del principio all’autodeterminazione della persona anche rispetto ai trattamenti sanitari coattivi. I casi Englaro e Welby hanno espresso una nuova giurisprudenza sul tema, Dassano Sottolinea: «Lo scrimine dello stato di necessità previsto dal codice penale come causa di non punibilità oggi trova uno sbarramento nel dissenso manifestato in modo cosciente e lucido dal diretto interessato».

I due medici furono denunciati dal loro ex paziente, quattro anni fa, per averlo sedato in quelle circostanze. Una consulenza tecnica disposta dal pm Andrea Padalino ha escluso che il trattamento di sedazione fosse stato eseguito per procedere alle trasfusioni di sangue. Circostanza ulteriore che ha indotto la procura ha chiedere l’archiviazione anche dell’accusa di violenza privata ai due medici. Che a loro volta si sentono in una botte di ferro: fu un pm a autorizzarli a intervenire con le trasfusioni di sangue. Il caso è eticamente e giuridicamente interessante e farebbe scuola se il gip decidesse si sottoporlo alla Corte Costituzionale. Il giudice ha preso tempo per decidere.

Se lei lavora di più, la separazione è in agguato

La Stampa

Le donne il cui matrimonio è vicino al collasso tendono a lavorare di più e per più tempo. Attenzione dunque ai segnali di pericolo



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Per capire se il proprio matrimonio è sull’orlo di una crisi o prossimo al collasso, c’è un termometro in grado di misurarne la probabilità. E’, per altro, un termometro insolito: l’attività lavorativa di lei. Uno studio della London School of Economics and Political Science ha infatti scoperto che le donne il cui matrimonio (o convivenza) è sull’orlo del collasso tendono a lavorare più ore del solito.

Non si tratta di tradimento o infedeltà, nota bene. E non dunque che lei trova la scusa di doversi fermare al lavoro per invece incontrarsi con il proprio amante, ma si tratta davvero di lavoro in più che la donna svolgerebbe come una sorta di assicurazione in vista di quanto starebbe per accadere: una separazione o divorzio. Un po’ come una formichina, la donna dunque si industria e lavora di più per mettere da parte quanto le serve per affrontare la “stagione fredda” che seguirebbe la separazione. E lo fa con metodica abnegazione in proporzione alle probabilità – o rischio – di rottura coniugale.

Per ogni aumento dell’1% del rischio, infatti, le donne lavorano 12 minuti in più a settimana, emerge dallo studio pubblicato su European Economic Review. «Noi vediamo che le donne che sono a più alto rischio di divorzio aumentano in maniera significativa la quantità di lavoro che svolgono – spiega il dottor Berkay Ozcan nel comunicato London School – E non è che le donne che lavorano fuori casa hanno più probabilità di divorziare».

Più lavoro, meno responsabilità? Niente affatto: la donna resta comunque fedele al suo essere donna e mamma allo stesso tempo. Ozcan e colleghi, hanno infatti trovato che nonostante le donne lavorino per più tempo, non vi è stato un calo eventualmente collegato al tempo dedicato alla famiglia, intesa come dedizione alla crescita dei figli. Questo fenomeno rilevato dai ricercatori ha tuttavia messo in luce come la donna che dedica più tempo al lavoro per crearsi una certa sicurezza, lo fa a scapito del proprio tempo libero e potenzialmente della propria salute o benessere. Lo studio ha anche trovato che non vi erano evidenze che lo stesso fenomeno fosse diffuso tra gli uomini.

Attenzione dunque a se vostra moglie è un po’ troppo impegnata sul lavoro e, se ancora possibile, correte ai ripari.

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Foto: ©photoxpress.com/Jaimie Duplass

Vaticano, per pressioni politiche l'aborto è stato fatto anche in ospedali cattolici

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


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CITTA’ DEL VATICANO - E’ la prima volta che una ammissione del genere, da parte di autorità vaticane, viene fatta in pubblico, visto che sinora la spinosa questione è sempre restata sotto traccia e circoscritta alle competenze della Congregazione della dottrina della Fede e del pontificio consiglio per gli Operatori Sanitari: in talune strutture sanitarie cattoliche, in passato, si sono praticati degli aborti.

Casi rari, ovviamente, avvenuti all’estero e non in Italia ma affrontati subito dalle autorità cattoliche con tempismo, coinvolgendo il vescovo locale al fine di cercare una soluzione al problema etico-morale. «A volte è successo che a causa di pressioni politiche in alcune strutture sanitarie cattoliche non si è seguito la dottrina cattolica, per questo ci possono essere stati aborti nei nosocomi cattolici».

Si tratta di «situazioni deprecabili che sono avvenute nel mondo» ha spiegato il presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari, monsignor Zygmunt Zimowski assieme al segretario dello stesso dicastero vaticano, padre Augusto Chendi, nel corso della presentazione della conferenza internazionale dal titolo:

«L’Ospedale, luogo di evangelizzazione: missione umana e spirituale», un convegno accademico che si svolgerà al di là del Tevere dal 15 al 17 novembre prossimi, e al quale prenderà parte anche il ministro Balduzzi. zimowski, ’ministro’ della salute d’Oltretevere, ha spiegato quando sono arrivate in Vaticano segnalazioni del genere si «sono raccolte immediatamente le informazioni necessarie, per verificare i fatti e poi. in accordo con la Congregazione per la dottrina della fede, si è cercato di trovare adeguate soluzioni ma sempre in accordo con la chiesa locale, cioè con il vescovo», e questo per non mettere a repentaglio la struttura sanitaria e riportarla per riportarla sul giusto binario.

In tutto il mondo esistono circa 120mila strutture sanitarie cattoliche, un ventaglio vario che va dal semplice dispensario in Africa, fino al policlinico modernissimo e super attrezzato. Chiaramente in questo panorama di situazioni differenti, è accaduto che le strutture abbiano ricevuto pressioni dai governi locali per includere tra le terapie anche pratiche non in linea con gli insegnamenti cattolici.

«Le scelte che i responsabili della sanità sono chiamati a compiere e che gli operatori sanitari hanno il dovere di attuare, implicano orientamenti culturali che fanno un immediato riferimento a principi sia di etica generale sia di etica particolare» ha sottolineato monsignor Jean-Marie Mupendawatu, numero due del Pontificio consiglio. Ecco perché «gli operatori sanitari che si ispirano alla fede e alla morale cristiana devono farsi promotori e pionieri di una formazione etica che accompagni la loro preparazione professionale» senza «delegare al moralista o all’esperto di etica problemi che invece lo chiamano direttamente in causa». Il convegno che si svolgerà in Vaticano affronterà la questione del rapporto medicina-morale, etica e scienza.


Martedì 13 Novembre 2012 - 20:40
Ultimo aggiornamento: 21:12

Baubérot: “I veri laici non vietano il burqa”

La Stampa

Nelle scuole francesi si insegnerà la morale repubblicana.Parla il sociologo incaricato di fare proposte su come insegnarla

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI
 

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Matrimonio «per tutti» (leggi: anche per le coppie dello stesso sesso). Eutanasia. E lezioni di «morale laica» nelle scuole della République. La Francia di François Hollande si vuole di nuovo all’avanguardia nella ridefinizione di diritti e doveri del cittadino, sempre nel nome di quella «laicità» che resta uno dei grandi totem nazionali. Nella Commissione che dovrà fare proposte su come insegnare la morale repubblicana c’è anche Jean Baubérot, il fondatore della sociologia della laicità.

Professor Baubérot, i professori di «morale laica» ricordano gli istitutori di inizio Novecento, gli «ussari della Repubblica».
«È ovvio che la morale non si insegna, né si impara, come la storia o la geografia. La scuola francese è caratterizzata da un approccio troppo magistrale, con uno che parla e gli altri che ascoltano. Credo che il professore dovrà guidare la riflessione più che imporla. Insegnare a pensare, non dei dogmi».

Ammetterà che l’idea sa un po’ di Stato etico.
«Sì, il rischio c’è. Ma è appunto quel che bisogna evitare. La Commissione ci sta lavorando. E tuttavia, se siamo contrari al fatto che possa esistere un sistema morale di Stato, siamo anche contro l’idea che il legame sociale non abbia una dimensione etica. I francesi non stanno insieme per caso e nemmeno per coercizione. Si riconoscono in una serie di valori che sono poi quelli elencati nel Preambolo della Costituzione».

Cosa critica del concetto francese di laicità?
«Dal 1905, da quando cioè la legge sancì la separazione dello Stato dalla Chiesa, la laicità è stata eccessivamente intesa come una separazione netta tra il fenomeno sociale e quello spirituale. Ma lo Stato è solo un arbitro e non deve chiedere alla gente di essere neutrale come lui, né nelle sue convinzioni né nei suoi vestiti. La legge che vieta il burqa è discutibile perché è una legge che vieta il velo integrale sempre e comunque. Per lo Stato, invece, che una musulmana giri velata non è un problema. È un problema, e dev’essere vietato, se pretende di riscuotere un assegno velata. Ma questo è un problema pratico, non metafisico».

La legge sul matrimonio per tutti le piace?
«Trovo che sia un vero provvedimento laico. E non capisco l’obiezione delle Chiese. Dovrebbero prendere esempio da quel che ha detto l’arcivescovo di Canterbury, a capo, noti bene, di una Chiesa di Stato: io ammetto che esistano le nozze gay, solo chiedo che lo Stato non mi obblighi a benedirle. Se uno aderisce a una religione, ne accetta le regole. In altri termini, lo Stato garantisce a tutti la libertà esterna, non quella interna. Se una donna si converte all’Islam in piena libertà, senza coercizione e senza violenza, accetta delle regole. Se è una sua libera scelta, lo Stato non deve entrarci. Ha solo il diritto, e il dovere, di promuovere l’eguaglianza. Ma nessuno può essere “emancipato” contro la sua volontà».

Molti sindaci fanno sapere che si rifiuteranno di celebrare i matrimoni gay. Che ne pensa?
«Penso che vada riconosciuto loro il diritto all’obiezione di coscienza, esattamente come ai medici per l’aborto. Ma devono delegare i loro poteri a un assessore, perché esiste, anzi esisterà presto, anche il diritto di tutti a sposarsi».

In nessun Paese del mondo come la Francia la laicità appassiona tanto l’opinione pubblica. Perché?
«Per due ragioni. La prima è storica: qui il conflitto politico-religioso è durato secoli. Pensi al Medioevo con le crociate contro gli eretici, Filippo il Bello e il suo conflitto con Roma, il Papa ad Avignone, il gallicanesimo. Poi: quarant’anni di guerre di religione, la persecuzione dei protestanti e dei giansenisti, la Rivoluzione che prima riconosce la libertà religiosa e poi perseguita le religioni, eccetera».

E l’altra?
«L’altra è che anche oggi i temi religiosi hanno un significato politico. Come la grande paura dell’Islam e la strumentalizzazione della laicità per mascherarla. Ma l’Islam radicale è assolutamente minoritario. E, ad esempio, non è vero, come uno studio recente ha dimostrato, che i musulmani siano più prolifici che gli altri francesi. Io vorrei una “laicità del sangue freddo”, come la definiva già Aristide Briand».

Ultima domanda sull’Italia: lo definirebbe un Paese laico?
«Credo che in Italia ci siano degli elementi di laicità diffusi, come si è visto quando si è votato sul divorzio e sull’aborto. Ma certo l’Italia deve fare i conti con la sua storia e sulla sua posizione geopolitica. È chiaro che il fatto di avere il Vaticano “in casa” influenzi le scelte politiche. E infatti in materie come il matrimonio per tutti o i diritti degli omosessuali l’Italia è molto più indietro di altri Paesi pure cattolici come la Spagna, l’Argentina o il Belgio. Quindi a domanda risponderei: l’Italia è un Paese semilaico».

Gli album dei Beatles tornano nei negozi in formato vinile

La Stampa

Ciascun disco sarà disponibile separatamente o tutti insieme in una edizione in box a libro rigido che include uno volume di 252 pagine, ricco di bellissime immagini


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Gli acclamati album originali di studio dei Beatles, pubblicati su CD nel 2009 e in digitale solo su iTunes nel 2010, arrivano finalmente oggi nei negozi in formato vinile stereo. Pubblicati su vinile da 180 grammi e di qualità per audiofili con riproposizione degli artwork originali, i 14 album tornano al loro primitivo splendore con dettagli quali un poster nell’album The Beatles (The White Album), degli inserti da ritagliare in Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band, e speciali buste interne per alcuni di questi titoli.

Ciascun album sarà disponibile separatamente o tutti insieme in una edizione in box a libro rigido che include un volume di 252 pagine, ricco di bellissime immagini, ed è limitato a 50,000 copie in tutto il mondo.Il libro, allegato esclusivamente all’edizione in boxset, è stato realizzato dal produttore radiofonico (pluripremiato) Kevin Howlett e contiene un capitolo dedicato a ciascuno dei quattordici album, in cui si spiega il processo di creazione dei remaster e come gli album in vinile sono stati realizzati.

Il libro 30,50 x 30,50 cm presenta una quantità incredibile di foto che coprono tutta la carriera dei Fab Four, con incluse anche molte immagini che non erano presenti nei booklet dei CD pubblicati nel 2009. I titoli comprendono i 12 album originali UK, pubblicati in origine tra il 1963 e il 1970, l’album Magical Mystery Tour concepito negli States, e ora parte integrante del core-catalogue della band, e le raccolte Past Masters Volume 1 e 2, che includevano lati A e B non inclusi in nessun album, brani estratti da EP e altre rarità. Con questa pubblicazione i primi quattro album dei Beatles fanno il loro debutto in Nord America in formato vinile stereo.

Nel 2013 gli album rimasterizzati verranno pubblicati anche in vinile mono. Da quando è stata registrata la musica dei Beatles si è potuta ascoltare su una varietà incredibile di formati, dagli enormi nastri a bobine alle cartucce stereo otto fino ai modernissimi file digitali, ma nessuno di questi è più romantico, vivo e pulsante quanto un long-playing a 33 giri e quanto suonarlo, tirarlo con attenzione fuori dalla sua busta, pulirlo e vedere lo stylus della puntina del piatto adagiarsi su di esso avviandone la riproduzione musicale.

Quando gli album dei Beatles videro la loro prima pubblicazione, l’ascoltatore colse la tangibile relazione tra la musica nei solchi del disco. C’era un’attrazione emotiva verso quell’oggetto su cui era inciso il suono, rafforzata poi dalla busta che lo conteneva; il significato di questa andava ben oltre il semplice “proteggere il disco”: anzi diventava un vero accessorio alla moda. Senza ombra di dubbio, le copertine di un album dei Beatles comunicavano un messaggio sulla musica in esso contenuta. Ad esempio l’arancione dominante e le sfumature di marrone e le facce allungate sulla copertina di Rubber Soul sembravano incarnare perfettamente le sonorità del disco. Con l’avvento delle musicassette negli anni 70 e del compact disc negli anni 80, la copertina dell’album fu ridotta sia di dimensioni che di importanza, perdendo buona parte del suo fascino evocativo.

Questo è il motivo per il quale l’LP in vinile, come si poteva immaginare, non è mai sparito del tutto.
 Niente di tutto questo sarebbe davvero importante, se non fosse per il potere duraturo della musica dei Beatles. Nel settembre 2009 gli album dei Beatles rimasterizzati su CD si ingraziarono le classifiche di tutto il mondo. Diciassette milioni di album venduti nel giro di sette mesi è la prova clamorosa della rilevanza senza tempo della loro eredità. Attraverso cinque decenni, la musica dei Beatles ha affascinato generazioni e generazioni.

Secondo il produttore Rick Rubin, sondare i risultati discografici dei Beatles è come essere testimoni di un miracolo. “soprattutto se lo valutiamo secondo lo standard di oggi, in cui qualsiasi band tra le più popolari del pianeta realizza un album nuovo in media ogni quattro anni”. Rubin nel corso di una serie di interviste radiofoniche nel 2009 disse: “Allora, diciamo due album all’incirca ogni otto anni. E si pensi alla crescita o al cambiamento che avviene nell’arco di tempo compreso tra quei due lavori. L’idea che i Beatles riuscirono a realizzare tredici album in soli sette anni e ad attraversare archi temporali di grandi cambiamenti, oggi sarebbe una cosa impensabile da fare. Sinceramente, penso a questo come alla prova che Dio esiste, perchè va oltre alle possibilità umane.”

Cassazione: le famiglie di fatto sono una realtà sociale

La Stampa


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A modo suo, anche la Cassazione fa "spending review" e cerca di far risparmiare soldi allo Stato tagliando le ammissioni dei «non abbienti» al gratuito patrocinio e inserendo nella loro dichiarazione dei redditi anche le entrate dei familiari "di fatto", ad esempio i parenti conviventi della compagna `more uxorio´. Spiega in proposito la Suprema Corte che la famiglia di fatto è ormai una «realtà sociale», la quale esprime «caratteri ed esigenze analoghe a quelle della famiglia "strictu sensu"» e, dunque, sarebbe contrario ai principi «di solidarietà, equa distribuzione e di partecipazione di ogni cittadino alla spesa comune attraverso il prelievo fiscale», non calcolare nel reddito, di chi ha un reddito basso o nullo, anche le entrate dei familiari suoi conviventi in senso allargato.

Con questa decisione - sentenza 44121 depositata oggi e relativa a un'udienza svoltasi lo scorso 20 settembre - la Cassazione ha escluso il diritto di un imputato pugliese, privo o quasi di reddito, ad essere ammesso al gratuito patrocinio in forza del fatto che la madre della sua compagna, una signora con la quale la coppia di fatto conviveva - insomma la "suocera" - aveva delle entrate che dovevano essere cumulate alle sue. Per la Suprema Corte, il termine «familiare» deve essere inteso come «riferibile non solo a coloro che sono legati, a chi richiede il gratuito patrocinio, da vincoli di consanguineità o, comunque, giuridici, ma anche a coloro che convivono con lui e contribuiscono al `menage´ familiare». Con questo verdetto è stato confermato il `no´ del Tribunale di Brindisi all'avvocato a spese dello Stato in favore di un quarantottenne di Fasano (Brindisi) `munito´ di `suocera di fatto´ convivente e `cumulabile´.

Fonte: ANSA.