lunedì 19 novembre 2012

Alitalia, da Roma non arrivano i soldi Il pilota paga il carburante di tasca propria

Corriere della sera

A Podgorica problemi burocratici bloccano il rifornimento
Non arrivano i soldi per il carburante? Ci pensa il comandante, pagando di tasca propria. È successo sulla tratta Milano-Belgrado. Causa nebbia sulla capitale serba, un aereo Alitalia operato da Air One è costretto a deviare sull’aeroporto di Podgorica, in Montenegro. Ma qui la compagnia italiana incappa in grossi problemi burocratici per rifornire l’apparecchio e poter ripartire.


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NEBBIA - Cos’è successo? Un Airbus 320, partito la mattina del 10 novembre da Milano Malpensa per Belgrado con 180 passeggeri a bordo, si sta avvicinando all’aeroporto della capitale serba. Tuttavia, non può atterrare per colpa della fitta nebbia in pista. Dopo un paio di giri sulla città, il comandante rialza il velivolo: dalla torre di controllo fanno sapere che in simili condizioni meteo non è possibile scendere. L’aereo devia perciò su un aeroporto alternativo, lo scalo montenegrino di Podgorica.

Qui i passeggeri vengono fatti sbarcare e fatti accomodare in un piccolo terminal in attesa che il tempo a Belgrado migliori. Passano le ore, ma dal personale dell’aeroporto non arriva nessuna informazione. Alcuni parenti impensieriti all’aeroporto serbo riferiscono via telefono che il tempo da loro è cambiato: splende il sole. Il vero problema non è dunque il meteo, ma burocratico. «A Podgorica non siamo mai atterrati prima, e quindi non c’era nessun tipo di rapporto o contratto in essere con i gestori di quell’aeroporto», fa sapere l’ufficio stampa Alitalia.

PASTICCIO - «Prima i soldi, poi il cherosene», è stata invece la risposta dei funzionari locali secondo quanto rivela il giornale Het Laatste Nieuws. «Che l'Airbus A320 fosse di proprietà del colosso Alitalia, non ha fatto nessuna impressione». La secca replica dei burocrati montenegrini: «Non c’è alcun contratto». Dunque nessuna trattavia.

E dagli uffici romani di Alitalia non sapevano come fare il bonifico alla piccola società che rifornisce il carburante, oltretutto in tempi rapidi per far ripartire l’aereo. «Eravamo completamente spaesati da quella situazione», ha sottolineato Alitalia. All'aeroporto montenegrino «avevano grosse difficoltà ad adeguarsi alle nostre procedure automatiche di pagamento carburante e, dopo numerosi tentativi, abbiamo trovato una soluzione che ha comunque permesso ai passeggeri di raggiungere la destinazione».

4000 EURO - Ci ha pensato il capitano a sbloccare quella situazione. Come? Mettendo mano al portafoglio. Proprio così. Benedict Hemerijckx, pilota belga di linea per Alitalia, ha saldato il conto con la sua carta di credito personale. 5000 litri di cherosene sono stati imbarcati per un totale di 4000 euro. Quanto basta per volare fino a Belgrado. «Ho strisciato la mia carta di credito, sono in rosso ma ora possiamo ripartire», ha annunciato il capitano fiammingo dall’altoparlante. I passeggeri hanno accolto la notizia con un lungo applauso liberatorio. E dopo quattro ore di ritardo il volo è finalmente riuscito a ripartire. Alitalia ha elogiato il comportamento del pilota al quale Air One ha peraltro già rimborsato i soldi. Il volo è atterrato a Belgrado con 5 ore e dieci minuti di ritardo.

Elmar Burchia
19 novembre 2012 | 15:24

Comprare casa a Cuba ora costa più che a Miami

La Stampa

Un milione di dollari per una villa con giardino all’Avana
paolo manzo


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Da quando, sul finire del 2011, il governo del presidente Raúl Castro decise di legalizzare la compravendita delle case tra i privati residenti a Cuba, stranieri compresi purché con la residenza «permanente», si sono aperte una marea di opportunità nel settore immobiliare, inimmaginabili nei 50 anni precedenti. Così Cuba è tornata a ruggire non solo più nel settore turistico – in crescita esponenziale quello statunitense, esploso grazie anche alla riapertura dei voli dagli Stati Uniti voluta da Barack Obama – ma anche in quello immobiliare. 

La dimostrazione del boom, del resto, lo testimoniano i prezzi, che per alcune ville lussuose e in stile coloniale nelle zone più ambite della capitale L’Avana possono raggiungere prezzi superiori a quelli di Miami. Si parla anche di un milione di dollari. Certo, ufficialmente la scrittura di compravendita avrà in calce valori minori e il nome dei nuovi proprietari non sarà quello di chi effettivamente paga bensì quello di prestanome residenti che, in un anno, non guadagnano neanche un millesimo del valore reale sborsato. Di fatto, però, grazie al pullulare delle agenzie d’intermediazione immobiliare - a Cuba ancora illegali, mentre su Internet abbondano e sono tollerate dal regime, la cui unica preoccupazione è che gli atti di compravendita siano impeccabili e rispettosi della nuova legge - oggi il mercato della casa cubano tira assai di più di quello statunitense. 

A confermarlo sono gli stessi agenti immobiliari «illegali» cubani, i cosiddetti «correctores» che sono soliti incontrarsi al Paseo del Prado dell’Avana. «Il mercato è fantastico - rivela uno di loro, che vuole restare anonimo -. Mai vista una cosa del genere». Il motivo? «Senza dubbio i capitali che piovono dagli Stati Uniti e sono destinati ai parenti-amici-residenti cubani». Insomma, gli acquirenti veri, nella gran maggioranza dei casi, sono i cubani della Florida, emigrati a Miami negli anni successivi alla revolución di Fidel e che ora, grazie alla nuova legge, si stanno posizionando sul mercato della loro madrepatria perché, si sa, ogni emigrante sogna di tornare prima o poi dov’è nato e d’invecchiare a casa sua, magari anche solo per sei mesi l’anno. 

Su Internet, invece, i siti migliori per chi vuole comprare casa a Cuba, ammesso che abbia un prestanome locale o abbia una residenza permanente sull’isola, sono l’ambizioso Detrás de la Fachada, letteralmente «Dietro la facciata», e Revolico. Sul primo, ad esempio, una villetta a la Playa - uno dei 15 municipi in cui è suddivisa amministrativamente L’Avana - con giardino, terrazza vista mare, salone, quattro camere e tre bagni, viene messa in vendita ufficialmente a 500 mila Cuc, acronimo che sta per «pesos cubani convertibili», ossia mezzo milione di dollari. Su Revolico alcune ville nei quartieri di lusso di Miramar o El Vedado, superano addirittura il milione di Cuc. 
Ultima info: chi intermedia l’affare guadagna in media il 10% del valore sborsato dal compratore. Quello vero.

Rutelli: la mia lotta (senza risentimenti) alla libertà di diffamare

Corriere della sera

Il senatore dell'Api risponde alle critiche di Aldo Grasso

Caro direttore,

la battaglia che conduco in Parlamento sulla legge in materia di diffamazione non ha niente a che vedere col risentimento. È una battaglia di anni, la cui rocciosa radice risale al giorno dei funerali di Enzo Tortora, circa 25 anni fa, in Sant'Ambrogio a Milano. Tortora volle essere sepolto in compagnia di una copia della «Storia della Colonna infame» del Manzoni: giornalista di talento e cultura rari, Enzo era stato distrutto da molte cause, non ultima l'accettazione iniziale da parte di tanti suoi colleghi giornalisti dell'infamia che egli fosse, nientemeno, un «capo della camorra».

Molti altri casi di calunnia ho combattuto, e sono pronto a ricordare. Dunque, mi sono opposto a viso aperto (altro che «colpo di mano», o «torbido emendamento», come ha scritto ieri sulla prima pagina del Corriere Aldo Grasso) a trasformare una norma per salvare dal carcere il direttore Sallusti in una sostanziale libertà di diffamare. La diffamazione, infatti, è un reato orrendo: significa propagare il falso a danno di un innocente. E c'è interesse attorno a questa battaglia: lo si vede dagli ascolti molto alti delle trasmissioni tv cui ho partecipato (Agorà di Vianello, Otto e mezzo di Gruber), e dai molti consensi che arrivano. Tre altri specifici temi sollevati da Grasso richiedono una mia precisazione.



Ddl diffamazione: Rutelli a Otto e mezzo: "Nessuno andrà in carcere" (15/11/2012)

1. Che con quell'emendamento si «introduce la reclusione fino a un anno per i giornalisti che diffamano». Ma la legge in vigore prevede, oggi, la pena del carcere da 1 a 6 anni! Dunque, l'emendamento non introduce, ma riduce drasticamente questa previsione: la mantiene per casi assolutamente estremi, come avviene praticamente in tutta Europa, e come è giusto che sia.

2. Io sono stato calunniato, nel caso Lusi. E si converrà che questo non è un buon motivo per interrompere proprio oggi le mie convinzioni liberali contro il celebre motto Baconiano: «Calunniate, calunniate. Qualcosa resterà». Sono contento che il critico tv del Corriere scriva «mai abbiamo pensato che Rutelli si sia messo in tasca un solo centesimo». Magari avrei apprezzato un'espressione non conformista da parte sua nel criticare chi invece lo ha scritto e, scrivendolo, mi ha gravissimamente diffamato nei mesi scorsi. Infatti - mi si consenta questa deviazione, visto che

ancora molti non l'hanno capito - diversamente da quanto pubblicato ieri, l'inchiesta giudiziaria ha precisamente documentato «come fosse possibile non accorgersi» dei furti del tesoriere da parte dei numerosi organi di controllo della Margherita (che aveva bilanci in attivo). Cosa ancora più importante e, vedo, tuttora trascurata: si crea un fatto senza precedenti recuperando il danaro sottratto, che non viene restituito al partito, ma devoluto allo Stato italiano. Dopo la certificazione dell'onestà, con il recupero del maltolto si ristabilisce anche la serietà dei dirigenti della Margherita.

3. Più che la favola della «volpe e l'uva», vedo nell'articolo di Grasso emergere quella del «lupo e l'agnello». Ovvero: siccome anch'io sono stato diffamato, non dovrei battermi contro i diffamatori. Tesi rispettabile, ma ardita. Nel ringraziarlo, quando ricorda le mie passioni per l'ambiente e la cultura, e «per essere stato un buon sindaco di Roma» voglio ricordare che la mia determinazione nel difendere non solo l'onore dei diffamati, ma anche il mio, risale certamente anche alla coscienza di aver svolto funzioni pubbliche, costruito grandi e importanti opere pubbliche, gestito importanti risorse pubbliche, servito - spesso in minoranza - l'interesse pubblico sempre rifuggendo il vantaggio privato.

Prendo atto delle battaglie in Parlamento di Rutelli: la prossima volta, però, prima di farle, impari a chiudere le porte, altrimenti i buoi scappano un'altra volta. 

(a.g.)

Francesco Rutelli19 novembre 2012 | 14:19




Il senatore Rutelli alla crociata del risentimento

Corriere della sera
Ha votato sì al carcere per i giornalisti

No, non era il senatore Francesco Rutelli quello che giorni fa, con un colpo di mano dell'Api (l'esigua truppa di Alleanza per l'Italia), ha permesso al Senato di approvare a voto segreto un torbido emendamento della Lega che introduce la reclusione fino a un anno per i giornalisti che diffamano. No, non era Rutelli. Sarà stato il solito Corrado Guzzanti («Er Paese non è de destra né de sinistra: er Paese è de Berlusconi!») in vena di scherzi.

Un politico navigato come Rutelli un errore così non l'avrebbe mai commesso. Il risentimento gioca brutti scherzi, appunto. E Rutelli è risentito, oh se è risentito! Per via di Luigi Lusi, quello che ha sottratto 25 milioni di euro dalle casse dell'ex Margherita. La Procura romana ha completamente scagionato Rutelli (mai abbiamo pensato che si sia messo in tasca un solo centesimo), ma gli schizzi di fango hanno macchiato il suo abito e il suo habitat. Com'è possibile non accorgersi di uno che dissangua sistematicamente le casse del partito? Rutelli dormiva? Con Api s'invola? Il risentimento s'appiccica al carattere, non alle idee; il risentimento appartiene agli anfratti dell'animo umano non alla politica; il risentimento varia con l'umore dei singoli ed è insensibile alla riflessione istituzionale. Insomma, combina guai.

Come verrà ricordato il senatore Rutelli? Per le sue battaglie giovanili a fianco di Pannella sui temi dell'antiproibizionismo? Per essere stato un buon sindaco di Roma a «pane e cicoria»? Per i suoi simpatici soprannomi, «Cicciobello» o «Nu bello guaglione»? Per la sua sensibilità all'ambiente e alla cultura? Per essersi presentato al Quirinale in motorino per il giuramento da ministro? Intristito nel livore e nell'astio per il caso Lusi, rischia di essere ricordato solo per questa penosa vicenda, per il suo malanimo nei confronti dei giornalisti, per non aver saputo distinguere i torti. Con il ressentiment non si fa politica. Come insegna la favoletta di Esopo. Chi disprezza quello che non può ottenere, si comporta come la volpe con l'uva: non è ancora matura! Ma il risentito va oltre: odia l'uva matura e preferisce quella acida, buona solo per la vendetta.

Aldo Grasso
18 novembre 2012 | 8:32

Fondi Ue ai parenti dei boss

Luca Romano - Lun, 19/11/2012 - 11:04

Secondo la Corte dei Conti, sono stati erogati migliaia di euro anche a condannati per la criminalità organizzata, tra cui il fratello del boss di Cosa Nostra Salvatore Riina

I soldi dell'Unione Europea ai contadini mafiosi e ai parenti dei boss.


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Pare uno scherzo, invece è la cruda realtà sulla quale ha messo gli occhi la Corte dei Conti. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, la magistratura contabile ha riscontrato una serie di fondi erogati regolarmente dall'Unione Europea e destinati a esponenti della criminalità organizzata.

Come Gaetano Riina, fratello dell'ex Capo dei Capi di Cosa Nostra, Totò. Riina aveva intascato fondi comunitari senza averne diritto (in quanto a chi come lui è sottoposto a misure di sorveglianza speciale di polizia). Dal 1997 al 2004, il fratello di Riina aveva presentato regolare domanda omettendo peraltro di produrre la certificazione antimafia e l'agenzia che dipende dal ministero delle Politiche Agricole Agea aveva pagato. Quello di Riina non è l'unico caso. Da Giuseppe Spera, fratello di Benedetto, uno degli uomini più fidati di Bernardo Provenzano, a Biagio Makmone, condannato a otto anni per associazione mafiosa la lista è lunga.

Parcheggio negato a Palazzo reale, impiegato si ribella in radio: «Vi credete Robin hood?»

Corriere del Mezzogiorno

Intervento reazionario alla trasmissione di Simioli, che replica: «Le cose stanno cambiando, ci saluti il re e la regina»


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NAPOLI - «Ti credi di fare il Robin Hood della situazione?». Un signore che si qualifica come impiegato a Palazzo Reale si rivolge così a Gianni Simioli, nel corso della trasmissione la Radiazza, su Radio Marte. Un duro battibecco scatenato probabilmente dalla campagna di Simioli contro il parcheggio di auto all'interno del perimetro del monumento. Una presa di posizione che evidentemente ad alcuni dipendenti abituati a fare il proprio comodo non è andata giù. Da qui la telefonata, durante la quale l'«impegato» si dice sicuro che «le cose in Italia non cambiano mai». Risposta del conduttore di Radio Marte: «Caro signore, lei è fuori moda. Il vento sta cambiando. Mi saluti il re e la regina di Palazzo Reale». E lancia la campagna «aiutateci a riconoscere il dipendente di Palazzo Reale» reazionario.


Al. Ch.19 novembre 2012

Storia di Adela, la prima trans cubana a diventare un consigliere comunale

Corriere della sera

Nel 1980 era stata denunciata dalla famiglia e incarcerata in quanto«socialmente pericolosa»

MILANO - Per decenni è stata discriminata e vittima di violenze omofobe. Ma i tempi stanno cambiando anche a Cuba e Adela Hernandez, all'anagrafe Jose Agustin Hernandez, è stata eletta la scorsa settimana delegato al governo municipale di Caibarien (ruolo che equivale a quello di consigliere comunale) ed è diventata la prima transessuale cubana a ottenere un incarico pubblico nel paese caraibico. La quarantottenne, nata in una piccola città della provincia centrale di Villa Clara, ha definito «storica» la sua elezione e ha dichiarato che durante il mandato politico si batterà affinché i diritti degli omosessuali e dei trans siano tutelati.


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BALLOTTAGGIO - La Hernandez ha sbaragliato la concorrenza vincendo il ballottaggio per l'incarico pubblico con 280 voti contro i 170 del diretto avversario. La vittoria le permetterà di presentarsi l'anno prossimo all'elezione per il rinnovo del Parlamento cubano. Eppure prima di questo straordinario traguardo, la quarantottenne ha subito numerose umiliazioni. In un paese in cui trans e omosessuali per decenni sono stati perseguitati e costretti a lavorare nei campi forzati, la Hernandez non ha mai nascosto le sue preferenze sessuali: ha vissuto sin dalla sua infanzia come una donna e nel 1980, ritenuta «socialmente pericolosa», è stata condannata a due anni di carcere. A denunciarla fu la sua stessa famiglia dopo averla ripudiata. Nonostante le sofferenze e le discriminazioni, la quarantottenne non ha mai rinunciato a lottare per i suoi diritti: «I miei vicini mi conoscono come Adela l'infermiera - spiega la consigliera comunale in un'intervista al quotidiano britannico Guardian di Londra - La preferenza sessuale non determina se sei un rivoluzionario o meno. Ciò che è importante è come sei fatto dentro».

OPERAZIONE CHIRURGICA - Nel corso degli anni la quarantottenne ha svolto svariati lavori e non si è sottoposta a nessuna operazione chirurgica, nonostante dal 2007 il governo del Paese caraibico sia diventato molto più tollerante nei confronti degli omosessuali includendo l’intervento per cambiare sesso all’interno del suo sistema di assistenza sanitaria gratuita. La Hernandez non esclude l'operazione chirurgica, ma afferma che per adesso questa non è la sua priorità: «Ora rappresento una comunità - ha spiegato al quotidiano britannico - ma non dimenticherò mai di essere una portavoce dei diritti dei gay». Le battaglie della Hernandez saranno certamente supportate da Mariela Castro, nipote di Fidel e figlia del presidente, Raúl Castro, che da anni è la più importante attività per i diritti degli omosessuali nel paese: «Con il tempo si evolve, le persone omofobe sono in minoranza - continua la Hernandez -. Certo, forse, l’omofobia esisterà sempre, ma diventare delegato è davvero un grande trionfo».

Francesco Tortora
19 novembre 2012 | 13:32

L’enoteca di Amazon e il vino “italiano” in polvere

Corriere della sera

Amazon ha aperto da qualche giorno la sua enoteca online con “vini artigianali dalla Napa Valley e altro ancora”. Ma sullo stesso sito sono in vendita anche i vini in polvere “italiani” contro i quali si sta battendo la Commissione europea.
 

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Nella debuttante sezione Amazon wine si trovano ottime etichette, come quelle del regista Francis Ford Coppola e curiosità come i vini ispirati ai miti del rock, Pink Floyd e Rolling Stones. 900 rossi, 348 bianchi, e poi rosati, bollicine e vini da dessert. Per ora acquistabili solo dai consumatori di 12 Stati americani. Il vino italiano? E’ acquistabile grazie ai tanti siti collegati, thewineconnection.com, ad esempio: dal Chianti classico del Barone Ricasoli al Lagrein dell’Abbazia di Novacella.
Nella stessa sezione dell’enoteca che potrebbe diventare il sito di e-commerce del vino più frequentato al mondo, c’è invece una serie di kit che usano impropriamente i nomi di denominazioni protette italiane.

Al prezzo di 44,58 dollari, si trova ad esempio un kit per il Barolo che promette in poche semplici mosse, con magiche polverine, di produrre 30 bottiglie di pregiato vino piemontese. Il kit contiene 30 etichette e altrettanti tappi. Sulla confezione sventola il tricolore e c’è una grande immagine del Colosseo. Allo stesso prezzo si possono acquistare confezioni che si appropriano di nomi di altre zone doc italiane, Valpolicella style, Montepulciano, Verdicchio, Chianti style o fantasiose interpretazioni come il Tuscany Rosso

Magnifico. Con 85,77 dollari si compra invece un presunto blend di Italian Nero d’Avola e Cabernet Sauvignon di Chateau Classico: in questo caso sul kit, per aumentare la confusione, compare un castello francese. Il kit della linea Cornucopia, a 48,14 dollari, offre 30 (incredibili) bottiglie di Frascati al cocco. Lo produce la canadese Paklab che sul suo sito propone un’altra chicca: una confezione per ricavare 60 bottiglie, 30 di Amarone e 30 di Barolo, di cui si raccomanda un invecchiamento di 8 mesi almeno. Il tutto a 79,99 dollari.

Prima Internetgourmet, poi Striscia la Notizia avevano sollevato il caso del vino fatto con le polverine. Pochi giorni fa, dopo l’intervento dell’europarlamentare Mara Bizzoto della Lega Nord, la Commissione europea ha chiesto agli Stati membri di vietare e far ritirare dagli scaffali  i kit che fanno un uso illecito delle denominazioni protette, ricordando che anche la semplice evocazione del nome tutelato, Chianti ad esempio, è vietata. La Coldiretti “stima che nei diversi Paesi dell’Unione Europea almeno 20 milioni di bottiglie di pseudo vino vengano ottenute attraverso wine kit prodotti in Canada ma anche in Svezia”. E non ha calcolato quanti siano i milioni di bottiglie che sgorgano dai kit venduti anche nella Rete in America.

Il gigante Amazon ora, con la sua enoteca,  “il luogo ideale per acquistare vino online, con una vasta selezione di marchi-icona”, può dare un grande impulso al mercato, permettendo a molte buone cantine (per ora americane) di raggiungere molti nuovi clienti. Potrebbe dare anche una mano al made in Italy (afflitto nel settore alimentare da contraffazioni e prodotti italian sounding come il Parmesan per un valore annuo di 60 miliardi di euro) rinunciando a vendere il “vino italiano” con le polverine.

La grazia al bel René? Insulto alle famiglie delle vittime"

Il Giorno

Il segretario Nicola Tonzi: "Bisognerebbe togliergli la cittadinanza italiana". In programma conferenza stampa del fronte del no


Milano, 18 novembre 2012


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"Nessun provvedimento di grazia è possibile per Renato Vallanzasca". Nicola Tanzi, segretario del sindacato di polizia Sap, non ha mezzi termini sulla richiesta avanzata gli scorsi giorni dai familiari del bel René. "Sarebbe un insulto per i familiari delle vittime, per tutti noi che vestiamo una divisa e per la stragrande maggioranza dei cittadini che ha cuore la legalità. Vallanzasca si è reso protagonista di barbari omicidi, a partire da quelli di due giovani poliziotti: Luigi D'Andrea di 31 anni e Renato Barborini di 27, massacrati a Dalmine nel 1977. Bisognerebbe togliergli la cittadinanza italiana". 

La richiesta di grazia è stata avanzata dai familiari nei giorni scorsi. "Nel nostro Paese purtroppo - aggiunge Tanzi - sempre più spesso ex assassini e terroristi sono protagonisti della vita pubblica scrivendo libri, realizzando film, tenendo lezioni universitarie e in qualche caso diventando anche parlamentari. Come organizzazione sindacale che rappresenta i poliziotti, siamo e saremo sempre dalla parte di Abele e non di Caino, dalla parte delle vittime e dei loro familiari. In queste ore, il nostro pensiero va ad una nostra carissima amica e compagna di tante battaglie, la signora Gabriella Vitali D'Andrea, moglie di Luigi. Anche questo volta siamo al suo fianco".

Domani, a Milano, ci sarà una conferenza stampa di alcuni familiari di vittime della criminalità, tra i quali la signora Vitali, e politici lombardi contrari alla grazia. Nel 2007, il Quirinale respinse una precedente richiesta di clemenza avanzata dallo stesso Vallanzasca.

M5S, nel video sul blog di Beppe Grillo è sparita la «ribelle» Salsi

Corriere della sera

Uno spot con Bugani e Piazza che illustrano l'attività in consiglio. Manca Salsi. E lei: «Video fatto a mia insaputa»


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BOLOGNA - L'attività e i risultati del Movimento Cinque Stelle di Bologna finiscono sul sito di Beppe Grillo. In un video, «Il punto bolognese», dove a raccontarli, però, sono solo Massimo Bugani e Marco Piazza e non c'è, invece, Federica Salsi, la consigliera comunale finita nel mirino di Grillo per la sua apparizione a Ballarò e isolata fisicamente dai due colleghi di gruppo solo due settimane fa in consiglio comunale: «Quel video - spiega la Salsi su Facebook a chi glielo ha fatto notare - è stato fatto a mia insaputa». Nel video Piazza e Bugani parlano per oltre dieci minuti dell'attività del gruppo in Comune, ripercorrendo le battaglie degli ultimi sei mesi e accusando ancora una volta la stampa «di scrivere solo di gossip».

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Ma l'assenza di Federica Salsi non è passata inosservata, sia nei commenti al post sul sito di Grillo, sia su Facebook dove la consigliera si è limitata a ripetere la stessa risposta (<Il video è stato fatto a mia insaputa»), aggiungendo: «Sì, sono ancora consigliera del M5S». A Salsi è arrivata anche la solidarietà di Valentino Tavolazzi, il consigliere ferrarese espulso dal Movimento nei mesi scorsi: «Questa ennesima frittata alla Casaleggio, offende gli elettori che hanno votato Federica come candidata del M5S e costituisce un vulnus al rispetto che chiunque dovrebbe a chi da anni combatte al suo fianco».



Redazione online19 novembre 2012

La guerra privata del padre chef e del ragazzo fermato

Corriere della sera

Il padre: «Tenetelo in cella. Con i miei soldi vive molto meglio dei coetanei in divisa che ha aggredito»

Christopher Chiesa Christopher Chiesa
 
Come stai? «Eeehh... oddio, sto abbastanza sbattuto». Giornatacce toste... «Mbe', prima il carcere, poi 'sta situazione con mio padre: no, non sto un fiore». Che sia o meno un cattivissimo delle barricate, Christopher ammorbidisce il cronista con quella voce da ultrasinistra studentesca romana - immutabile nelle generazioni - un po' strascinata «alla Lorenzo», l'eterno ripetente di Corrado Guzzanti.

Vent'anni, matricola di Scienze politiche alla Sapienza dopo due bocciature al liceo, una frase di Ulrike Meinhof orgogliosamente sbandierata sul profilo Facebook («se dai fuoco a una macchina è reato, se ne bruci migliaia è un'azione politica») ma scarsa confidenza col Pasolini più citato («la poesia sui poliziotti del Sessantotto? Mmmhh... non ce l'ho presente»), questo ragazzo sarebbe stato uno qualsiasi degli otto studenti fermati mercoledì scorso dopo i tafferugli sul Lungotevere e tutti scarcerati venerdì, se suo papà non avesse deciso di prendere in contropiede il mondo dei genitori piagnoni e pronti a giustificare il pargolo purchessia.

Giorgio Chiesa, padre del ragazzo fermato dopo gli scontri di Roma Giorgio Chiesa, padre del ragazzo fermato dopo gli scontri di Roma

Giorgio Chiesa, imprenditore e chef con tanto di stella a Cuneo, si è fatto dunque intervistare dal Giornale , dichiarando che tirare fuori da Regina Coeli quel suo figliolo scavezzacollo è stato un errore: «Dovevano tenerlo dentro più a lungo, senza una punizione gli togliamo persino il senso di colpa». Il giorno dopo, rettifica appena il tiro sul giudice che ha liberato Christopher: «Lungi da me accusare il gip, sono stato frainteso. Ma confermo la mia condanna di atti impropri se comprovati.

Mi appello ai brigatisti storici: schieratevi al mio fianco contro la violenza. Parlo da padre, ci sono arrivato soffrendo a dire queste cose». Poi, certo soffrendo, il buon Giorgio corre a ripeterle anche in favore di telecamera, nel pomeriggio domenicale di Canale 5 , da Barbara D'Urso, mischiando così gli appelli pensosi agli accenti magari più ammiccanti dei calderoni nazionalpopolari. Insomma, s'intravede una certa confusione sotto il cielo dei Chiesa, malumori familiari e lontananze politiche bollono dentro la stessa pentola scodellata nel tinello degli italiani.

E ad annaspare in mezzo alla minestra c'è lui, questo ragazzino indagato per reati che comportano pene dai tre ai quindici anni («resistenza e violenza pluriaggravata», conferma il suo legale, Serena Tucci), che si proclama innocente, «i filmati lo dimostreranno», e tuttavia dopo ogni retromarcia fa due passi avanti, come usano gli adolescenti tardivi e testardi. I poliziotti in fondo sono ragazzi come voi, no? «Non so, non direi. Fare il poliziotto è una scelta. Non dettata dalla crisi. Non è che non ci sia altro rifugio che la polizia. Io faccio l'università e lavoro come giardiniere...». Veramente papà sostiene che fai la rivoluzione coi suoi soldi, che ti paga casa a Monte Mario.

Video : Il padre: deve pagare chi ha sbagliato


«Va bene, mio padre mi aiuta nell'affitto, ma io mi pago il resto delle spese». Ce l'hai con lui per l'intervista? «Senta, me l'aspettavo. Sabato sera mi s'è presentato sotto casa e abbiamo litigato di brutto. Lui mi diceva: è poco quello che ti è successo, ti dovevano dare anni di galera. Sicché, quando la mattina dopo ho visto l'articolo ripreso da Tgcom24 , mica mi sono meravigliato... E comunque io sono contro la violenza. Lo sa perché?». No, perché? «Perché la violenza ce l'avevo in casa quando lo andavo a trovare, usava la cinta per insegnarmi l'educazione: la violenza è lui. Questa è una sua piccola vendetta».

E qui le lingue s'imbrogliano. Il personale è politico, si diceva negli anni Settanta che tanto sembrano aver segnato la formazione di papà Giorgio («ho 52 anni, ricordo bene la coda di violenza di quel periodo»). Ma, nell'universo frantumato dei Chiesa, è piuttosto il politico ad essere personale. Nel senso che oltre le barricate pubbliche si intravede una complicata vicenda di famiglia. Giorgio si è separato quindici anni fa, ora ha un'altra moglie e una figlia di otto anni: «Le ho detto tutto del fratello, deve capire, sapere, noi adoriamo Christopher, lo adoriamo».

Christopher di tanta adorazione non sembra essersi accorto, in anni di crescita certo difficile, con una mamma sola e logicamente molto protettiva, ora cassintegrata Alitalia e dunque forse anche un po' esasperata. «Papà non si è mai interessato a me, adesso vuole recuperare e si mette a sparare sentenze», racconta il giovane rivoluzionario. «Io mi sono sempre interessato a lui, non ho mai smesso di seguirlo, di sostenerlo economicamente e moralmente. Piuttosto è sua madre che si mette in mezzo, che lo guida e lo indirizza, ed è difficile per i padri separati avere un rapporto coi figli», giura il papà censore.

Video : I manifestanti pestati sul Lungotevere

E qui davvero l'antagonismo c'entra pochissimo, più che i Modena City Ramblers la colonna sonora giusta potrebbe essere Father and son di Cat Stevens. Anime nella tempesta. «Comunista mio figlio? Ma nemmeno quello! I comunisti sono legalitari, lui è iscritto a un centro sociale. E poi lui quando faceva il rappresentante di classe era l'ultimo della sua classe. Devi dare l'esempio, studia, gli dicevo io... macché. Adesso gestisco alberghi e ristoranti, di lavoro ne avrebbe se volesse. Ma lui vive molto meglio di tanti poliziotti che sono stati aggrediti negli scontri...».

«Io, iscritto a un centro sociale? Mi fa ridere. L'unica iscrizione ce l'ho all'università, io, alla facoltà di Scienze politiche. Lavoro tre giorni a settimana, non ho un momento libero tranne la domenica, gliel'ho detto che faccio il giardiniere, no? Però non so cosa farò dopo, ci devo pensare. L'università è importante, molti politici di adesso l'hanno fatta poco da giovani. E non capiscono, non capiscono la gente. La violenza, ripeto, è condannabile, ma quando la gente ha fame, alla fine, siamo tutti esseri umani».

Scrittore preferito? «Non leggo romanzi». Saggi, allora? «Boh, al momento non me ne viene uno in mente». Io simpatizzavo coi poliziotti , scriveva Pasolini nel '68. Pare di sentirli, oggi, Christopher e i suoi fratelli che gli rispondono in coro Maddecheaò ?, arroccati sull'ultima barricata, la più inespugnabile, quella di Lorenzo il ripetente. È la rivoluzione 2.0, e non c'è guerra dei Chiesa che possa fermarne la marcia verso il nulla.

Goffredo Buccini
19 novembre 2012 | 8:23

Speziale è innocente» sulla maglia Chiesta la radiazione di Arcidiacono

Il Messaggero

Il sindacato di polizia: «Difende un assassino»



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ROMA - «Speziale è innocente»: ha festeggiato un gol esibendo una maglietta con questa scritta, Pietro Arcidiacono, attaccante catanese della squadra di calcio Nuova Cosenza, che milita in serie D. Antonino Speziale è uno dei due ultrà del Catania (l'altro è Daniele Micale) condannati per omicidio preterintenzionale, con sentenza passato in giudicato, per la morte dell'ispettore capo di polizia Filippo Raciti avvenuta il 2 febbraio 2007 durante gli scontri alla stadio Angelo Massimino scoppiati mentre si giocava il derby col Palermo. Speziale è stato condannato a otto anni di reclusione con sentenza passata in giudicato dopo la conferma della Cassazione giunta giovedì scorso. Dopo l'arresto Speziale è stato arrestato.

Arcidiacono, dopo avere realizzato la terza rete della sua squadra nella gara giocata a Lamezia Terme contro il Sambiase (vinta dai cosentini 4-3), ha festeggiato mostrando una maglietta bianca, che si è fatto passare dalla panchina, con la scritta in favore di Speziale. «Un gesto ignobile e non trova riscontri nel calcio giocato», commenta Giuseppe Brugnano, segretario della Calabria del Coisp, il sindacato indipendente di polizia. «Chiediamo - aggiunge - un intervento immediato della Federcalcio, che deve prendere una sanzione disciplinare durissima: la radiazione».

Il calciatore si difende sostendo che «non è stato un gesto contro le forze dell'ordine né, tanto meno, contro la famiglia Raciti, ma solo un atto di solidarietà verso un ragazzo che conosco perché siamo cresciuti nello stesso quartiere di Catania».

Il Cosenza afferma di essere stato all'oscuro del gesto e che la maglietta ad Arcidiacono è stata data dalla panchina dal fratello Salvatore, anche lui giocatore della squadra. Il Procuratore Federale della Figc, Stefano Palazzi, aprirà oggi un fascicolo in merito al caso visto anche che il dipartimento interregionale della Lega nazionale dilettanti «stigmatizza il gesto».

Scandali, bugie e agenti segreti: il declino del mito Cia

di Mario Del Pero


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Quello di Petraeus non è certo il primo scandalo che colpisce l'agenzia centrale d’intelligence degli Stati Uniti. La storia della Cia è anzi scandita da vicende scabrose e conseguenti, accese controversie pubbliche. Soprattutto a partire dagli anni Settanta, la Cia è stata spesso nell’occhio del ciclone.Fu allora che il Congresso iniziò a riappropriarsi di prerogative a lungo delegate all'esecutivo in nome degli imperativi di sicurezza della Guerra Fredda. E fu allora che intervennero apposite commissioni d'inchiesta prima e strutture congressuali permanenti poi. Queste furono istituite per fare luce su alcuni degli episodi più oscuri coinvolgenti gli apparati d'intelligence e per sottoporli a forme nuove di monitoraggio e scrutinio pubblico. Il Paese scoprì, con orrore, gli abusi compiuti dall'ufficio di controspionaggio guidato da James Jesus Angleton, il capillare spionaggio promosso dall'agenzia contro cittadini americani, in particolare studenti e pacifisti, e la politica di assassini mirati condotta dalla Cia nei primi vent'anni della Guerra Fredda.

Si trattava di scandali e abusi di potere legati in un certo modo alla cultura e alle logiche della Guerra Fredda e alla funzione assegnata al mondo, per definizione torbido e brutale, degli apparati d'intelligence e di spionaggio. Nel fare da bersaglio, la Cia adempiva però anche a un suo compito istituzionale, preciso ancorché mai ovviamente formalizzato: quella di fungere da capro espiatorio e parafulmine di un mondo politico che le attribuiva determinati compiti e responsabilità, ma che poi doveva essere esonerato da qualsiasi responsabilità per le modalità con le quali questi erano svolti. Ciò finì a sua volta per acuire un difetto d'origine dell'agenzia d'intelligence e della sua componente operativa in particolare: la sua propensione all'autoreferenzialità, al corporativismo e all'isolamento.

UNA SPIA PASTICCIONA
Difetti, questi, che emersero in modo eclatante nel più grande scandalo che colpì l'agenzia: la vicenda di Aldrich Ames, un importante funzionario della contro-intelligence della Cia, che tra il 1985 e il 1994 passò innumerevoli segreti all'Unione Sovietica e alla Russia, costituendone la spia più importante negli Usa. Una spia goffa e pasticciona, capace di scambiare Zurigo per Vienna, di trascorrere la gran parte dei suoi pomeriggi in uno stato di semi-incoscienza etilica, di versare sui suoi conti correnti cifre rilevanti il giorno successivo ai suoi incontri, autorizzati, con diplomatici e agenti sovietici, di spendere 20-30mila dollari al mese pur avendo un reddito annuo di poco superiore al doppio, di comprare una gran villa nei sobborghi di Washington pagandola subito in contanti. Una spia, insomma, che lasciò innumerevoli tracce del suo operato, ma che fu lasciata libera di agire da un'agenzia incapace di credere che il tradimento potesse avvenire all'interno dei propri ranghi e incline prima di tutto a proteggere i propri uomini.

INTRECCI SENTIMENTALI
Quello di Petraeus è al confronto uno scandalo davvero piccolo. Ed è uno scandalo che, nella sua dimensione più pruriginosa dell'adulterio e degli intrecci sentimentali, lascia piuttosto indifferente un'America fattasi su questi temi sempre meno bigotta e puritana. E però la vicenda è a suo modo emblematica, soprattutto del rapporto sempre più stretto tra Cia e militari. Varie spiegazioni sono state offerte per la decisione di Obama di affidare la direzione della Cia a un militare, famoso e celebrato, come il generale Petraeus. Si è sottolineato come la scelta di una figura prestigiosa potesse rafforzare istituzionalmente la Cia, aiutandone una credibilità spesso minata. È stato evidenziato come il generale - un repubblicano vicino ad alcuni importanti esponenti del partito, in particolare il senatore McCain - potesse offrire un'utile copertura politica a Obama.


STAR CON LE STELLETTE
Si è malignamente sostenuto che lusingandone ego e narcisismo, Obama avesse bloccato un potenziale avversario politico, che i repubblicani avrebbero in qualche modo potuto sfruttare, già a partire dalle elezioni del 2012. Il segnale inequivoco della nomina fu però quello di una sorta di militarizzazione dell'agenzia centrale d'intelligence. Questa militarizzazione della Cia consegue in una certa misura allo stato di guerra permanente nel quale il Paese si è trovato dopo l'11 settembre 2001. Nel precario equilibrio interno all'agenzia si è quindi assistito a un chiaro successo degli operativi sugli analisti, degli agenti sugli studiosi. La Cia si è trasformata così in una sorta di succursale delle forze armate e dei suoi reparti speciali, contribuendo a un'ulteriore vittoria di un mondo, quello militare, eretto su un piedistallo da un Paese disgustato dalla politica. Forze armate i cui esponenti più famosi, come appunto il generale Petraeus, sono diventati delle vere e proprie celebrità: venerate, adulate e ricercate.


IL SENSO DI IMPUNITÀ
Un processo, questo, che contribuisce a quel senso d'impunità che ha portato alcuni di loro a forzare la mano a Obama nel 2009, inducendolo a promuovere l'escalation dell'intervento in Afghanistan, o addirittura a criticare pubblicamente il presidente, come fece il generale McCrysthal, il comandante delle truppe Usa a Kabul, nel 2010. O, molto più banalmente, a pensare di poter creare un apposito account gmail da cui inviare messaggi hard alla propria amante-biografa-agiografa, come nel caso di Petraeus. Una piccolezza, a pensarci bene. Che però ci dice molto: dell'America, oggi, della sua cultura pubblica, dei suoi militari e della sua agenzia centrale d'intelligence.



Lunedì 19 Novembre 2012 - 09:44
Ultimo aggiornamento: 11:25

Bici: il caschetto che chiama l'ospedale in caso di incidente

Corriere della sera

Invia un sms di allarme con le coordinate del luogo dove è avvenuto l’incidente


Caschetto da bici con il dispositivo Ice (in giallo)Caschetto da bici con il dispositivo Ice (in giallo)

Ogni giorno in Italia 38 ciclisti rimangono coinvolti in incidenti stradali che, negli ultimi dieci anni, sono aumentati del 24% (dati D.a.s. 2012). In Gran Bretagna il Times promuove da alcuni mesi la campagna Cities fit for cycling e sulla pagina web dedicata riporta il numero delle vittime di quest’anno: finora oltre cento. Numeri impressionanti che rivelano l’inadeguatezza delle città nei confronti della sicurezza dei ciclisti che, infatti, da qualche anno hanno iniziato a sostenere campagne di sensibilizzazione e battaglie per ottenere piste ciclabili e maggiore attenzione nei loro confronti.

CON IL BLUETOOTH - Ora, in soccorso della categoria, è arrivata anche la tecnologia. ICEdot Crash Sensor è un piccolo sensore che si installa nella parte posteriore del caschetto. Attraverso bluetooth il dispositivo si connette all’omonima app da scaricare sul proprio smartphone. La sigla ICE sta per In Case of Emergency e infatti questo sensore è in grado di rilevare movimenti, cambiamenti di forze e impatti. Qualora venga registrato un cambiamento alto, ICEdot invia a numeri scelti e a quelli di emergenza della zona un sms di allarme con le coordinate del luogo dove è avvenuto l’incidente. Il sistema parte in automatico (si può scegliere di inviare l’avviso dopo 15 o 60 secondi), ma se il ciclista è in grado di rimettersi in piedi può bloccare manualmente il conto alla rovescia.

TUTTI I CASCHI - Per ora il dispositivo non è ancora in vendita, ma una volta lanciato sul mercato, probabilmente nell’aprile del prossimo anno, costerà 200 dollari (circa 160 euro). Grazie all’applicazione, poi, si potranno salvare anche informazioni personali mediche, come allergie o malattie, utili per i soccorritori. L’invenzione è dello chef Biju Thomas, che per la realizzazione si è appoggiato a una società in Oklahoma che realizza software. Appassionato di ciclismo, Thomas ha pensato a questa applicazione dopo essere caduto e avere avuto paura di non riuscire a contattare nessuno. Il sensore si potrà installare su ogni tipo di caschetto, da quello per ciclisti fino a quelli per sciatori e motociclisti.


Carolina Saporiti
9 novembre 2012 (modifica il 19 novembre 2012)

Rushdie: "Ecco cosa vuol dire subire una fatwa"

Matteo Sacchi - Lun, 19/11/2012 - 08:41

Il grande scrittore perseguitato dagli ultrà islamici racconta la sua vita da fuggitivo: "Ho perso anche il mio nome"

Il suo nuovo libro Joseph Anton (in Italia per i tipi di Mondadori) è stato concepito per chiudere i conti con il passato. Per andare oltre una paura durata più di un decennio.


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Racconta tutti quei terribili anni passati a sfuggire alla fatwa dell'ayatollah Khomeini, che decise che i Versi satanici erano un motivo più che sufficiente per condannare a morte Salman Rushdie. Insomma quello che è venuto a presentare a Milano durante la giornata conclusiva di Bookcity non è solo un manifesto in difesa della libertà di espressione ma anche la narrazione definitiva di un pezzo di vita difficile e sofferto, quello passato appunto sotto lo pseudonimo di Joseph Anton, che Rushdie ora però riesce a raccontare con una calma nuova.

Signor Rushdie per anni non ha avuto molta voglia di parlare della fatwa, ora come mai l'ha fatto?
«Per anni mi ha dato fastidio che qualsiasi cosa io scrivessi o facessi, le persone continuassero a riportarmi indietro, a voler discutere solo dei Versi satanici... E poi quello seguito alla condanna da parte del governo iraniano era stato un periodo molto difficile, non ero riuscito a metabolizzarlo a guardarlo con distacco. Ora ad anni di distanza era il momento giusto. E così ho scritto tutto e almeno i giornalisti non avranno più domande da farmi».

La condanna a morte contro uno scrittore da parte di uno Stato fu qualcosa di inaspettato. Come descriverebbe la reazione dell'Occidente? «Il governo inglese ovviamente si attivò per proteggermi. Ma non manifesto una vera volontà di risolvere il problema. Non fecero grosse pressioni verso il governo iraniano. Si limitarono a sperare che la situazione venisse dimenticata, non volevano guai. Come molti altri governi occidentali. Si è dovuto aspettare il primo governo laburista di Tony Blair perché ci fosse una presa di posizione forte. Se la stessa energia fosse stata dimostrata prima chissà, forse le cose si sarebbero risolte molto più velocemente».

E gli intellettuali occidentali come hanno reagito?
«Alcuni intellettuali hanno fatto molto, e in fretta. Se non fosse stato per loro poteva finire molto male. Gli scrittori inglesi si sono stretti attorno a me. Da questo punto di vista la questione dei Versi Satanici ha contribuito a trasformarci in una vera comunità. Ian McEwan una volta mi ha detto: “Lottare per te è stato importante per tutti noi”. E anche la solidarietà internazionale è stata tanta. In Italia si mobilitarono anche Umberto Eco e Roberto Calasso. Eco mi commosse, io avevo appena stroncato malamente il suo libro Il Pendolo di Focault, ma mi difese lo stesso. Poi ci siamo incontrati in Francia e lui è corso ad abbracciarmi urlando: “Ciao, sono quella merda di Eco”. Siamo diventati amici».

A più di vent'anni di distanza le sembra che la condizione degli scrittori sia migliorata? Che sia più facile scrivere in modo libero? «La situazione è stata complicata dal terrorismo. E io vedo una certa paura nei giovani scrittori, c'è un alto livello di autocensura. Però negli ultimi mesi mi è capitato di incontrare un certo numero di giovani scrittori islamici che vogliono rompere gli schemi, reinterpretare la cultura islamica e questo mi sembra positivo».

Nel libro hanno un ruolo chiave la figura di suo padre, Anis Rushdie, che era un musulmano poco osservante e la sua famiglia, in cui si respirava un Islam tollerante... «Mio padre studiava la religione soprattutto dal punto di vista storico, più che un credente era uno studioso vero e proprio, da lui mi è derivato l'interesse per il Corano. Altri membri della mia famiglia erano decisamente più devoti, ma in casa si è sempre potuto parlare di tutti i temi relativi alla religione senza preconcetti o veti. E quello della mia famiglia non era un caso isolato, è esistito un Islam per niente fanatico e aperto che purtroppo negli ultimi cinquant'anni è diventato sempre più minoritario. Questo è terribile».

Cosa pensa del recente film su Maometto che ha provocato violenti moti di piazza? In quali casi è ammissibile la censura? «Quasi mai è ammissibile. Perché esista la libertà artistica deve esistere anche la libertà di produrre un certo quantitativo di spazzatura. E non si deve mai cedere alle proteste violente, svendere la libertà. È come cedere al bullismo scolastico, non se ne esce più».

Nel libro, per raccontare la sua vita, lei racconta anche quella delle persone che le sono state attorno. E non lo fa con toni morbidi. Qualcuno si è lamentato?
«Per ora nessuno... ma non si sa mai. Comunque in molti casi ho avvisato gli interessati che sarebbero finiti nel libro, in certi casi gli ho anche fatto leggere le parti che li riguardavano. Beh, tranne alla seconda delle mie ex mogli».

La fattoria di Lorenzo il Magnifico , scoperchiata e abbandonata

Corriere della sera

Lavori bloccati dai giudici, ora piove nel gioiello rinascimentale


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Sta arrivando l'incubo di un altro inverno, dopo giorni di piogge a dirotto, sulle cascine scoperchiate di Lorenzo il Magnifico. E nuove crepe e nuovi crolli e nuovi grovigli di sterpi si sommeranno ai vecchi. Rovine su rovine. Un degrado umiliante per la fattoria modello del Rinascimento. Il sito web del Comune di Prato, ancora oggi, riporta un quadretto idilliaco tratto da «Itinerari laurenziani» del 1992 dove si spiega che «nel tratto di pianura compreso fra Poggio a Caiano e Prato», lungo il fiume Ombrone che la separa dai terreni della villa medicea, la fattoria «creata per volontà di Lorenzo il Magnifico» è «rimasta pressoché intatta nelle sue linee originarie fino ad oggi...».

Una presa in giro che dovrebbe almeno essere rimossa da internet. Non occorre neppure andare a Poggio a Caiano, infatti, per vedere in quali condizioni disperate versano le cascine che il signore di Firenze volle edificare nel 1477, dando una sistemazione definitiva alle terre che i Medici avevano cominciato ad acquistare da alcuni decenni nella pianura solcata dall'Ombrone. Basta andare su Google Map: i tetti della fattoria per la gran parte non ci sono più. Sono stati tolti cinque anni fa per una ristrutturazione bloccata dalla rivolta degli ambientalisti e dai magistrati. Perché proprio di una ristrutturazione si trattava: mica di un restauro conservativo.

Andiamo a rileggere il rapporto di Italia Nostra: «Si tratta di un insolito edificio quadrato a corte centrale e torri angolari, attribuito a Giuliano da Sangallo e contemporaneo al primo cantiere della Villa di Poggio a Caiano (fine XV)... L'edificio è circondato da un fossato d'acqua e si accede alla corte interna da un unico ingresso ad arco. La corte è circondata da portici su tre lati ed accoglieva al suo centro, fino al XVIII secolo, una grande vasca adibita a vivaio di pesci». Era un gioiello, quella tenuta. Tanto da vantare il primo esperimento di risaia in Toscana, l'allevamento dei bachi da seta, la produzione di miele e formaggi e ancora la selezione di «animali esotici da caccia quali pavoni, conigli di razza spagnola, daini bianchi».

Fu lì, a quanto pare, che Lorenzo de' Medici fece portare anche la giraffa che, con un leone addomesticato, gli aveva regalato nel novembre 1487 «el Soldano di Babilonia», che in realtà era quello d'Egitto. Un animale magnifico che lasciò a bocca aperta i fiorentini, racconteranno i cronisti, perché «era sette braccia alta, e 'l piè come 'l bue» e così tranquilla che poteva prendere una mela dalla mano di un bambino. E sollevò tanta curiosità che dovettero portarla in giro per conventi perché la vedessero anche le suore di clausura. Un impazzimento tale che il «camelopardo», com'era chiamata la giraffa allora, finì addirittura nel corteo di una «Adorazione dei magi» del Ghirlandaio e nel «Tributo a Cesare» lasciato incompiuto dal Andrea del Sarto nella Villa di Poggio a Caiano.

A farla corta, stiamo parlando di un luogo magico che si presterebbe splendidamente per offrire al turismo colto internazionale innamorato di Lorenzo de' Medici la ricostruzione fedele d'una fattoria come l'immaginavano nel Rinascimento. Non ce ne sono altre, nell'orbe terraqueo. Le Cascine di Tavola, come sono chiamate oggi, sono uniche e irripetibili. Per questo, quando passò il progetto di farne un quartiere residenziale, Legambiente e Italia Nostra fecero l'iradiddio per mettersi di traverso: come potevano trasformare la fattoria medicea, finita di passaggio in passaggio in mano ai privati, in un complesso edilizio di 160 bilocali alcuni dei quali col giardinetto privato più un hotel a quattro stelle, un ristorante e parcheggi e negozi, campi da tennis e centri benessere con palestre, fitness, saune? E come aveva potuto quel progetto della società «Agrifina» esser accettato dal Comune e dalla stessa Sovrintendenza?

A un certo punto, decisa a vederci chiaro, intervenne la magistratura. Che finì per sequestrare il cantiere dopo che già gli edifici erano stati quasi tutti scoperchiati. Era il luglio 2008. Spiegò la Nazione : «Nel mirino degli inquirenti ci sarebbero le autorizzazioni al progetto di recupero presentato dai precedenti proprietari e approvato nel 2003 dal Comune e concordato con la Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici. C'è un nome iscritto nel registro degli indagati: quello di una donna, funzionario della stessa Soprintendenza, che dette il via libera al progetto». Due anni prima, nel 2006, la «Agrifina» aveva ceduto l'antica fattoria e i terreni per quasi 18 milioni di euro all'immobiliare «Fattoria Medicea» costituita al 60% dalla «Re Sole» e al 40% da «Pirelli Real Estate». Che da allora ripetono d'aver «comprato in buona fede coi progetti approvati», d'essere disposti a modifiche rendendo una parte della proprietà a uso pubblico, di aver offerto al Comune d'entrare in società a prezzo scontato...

Non bastassero tante grane, da fine ottobre l'inchiesta si è arricchita di un secondo filone. Un'indagine aperta dalla magistratura olandese e da Eurojust, l'organismo che coordina tutte le procure europee, su una gigantesca frode fiscale per centinaia di milioni di euro. Un giro di fatture false emesse da una ambigua società di Amsterdam che consentivano la creazione di fondi neri nei paradisi fiscali. E chi c'è tra gli italiani coinvolti? Riccardo Manetti, il padrone della «Agrifina» che riuscì a ottenere le autorizzazioni a ristrutturare, stravolgendole, le Cascine medicee. Ha scritto il «Tirreno» che tra gli affari immobiliari «sui quali si sono innestate le fatture olandesi» c'è anche la fattoria medicea delle Cascine di Tavola «venduta nell'aprile 2006 per 17.700.000 euro da Agrifina a Fattoria Medicea srl».

E ha spiegato che, attraverso un giro strano, «lo scopo, secondo gli inquirenti, era far pervenire a Fattoria Medicea srl immobili a un valore vicino a quello reale senza che fosse scontata alcuna imposizione sulla plusvalenza. Detta in altri termini, non pagare le tasse». Sabato mattina Margherita Signorini e un folto gruppo di amici di Italia nostra e Legambiente sono tornati di nuovo alle Cascine: «Fate qualcosa! Fermate il degrado!». Allarmatissimi, gli stessi protagonisti della battaglia di oggi avevano presentato nel febbraio 2009 un esposto al ministero dei Beni culturali, alle autorità locali, alla procura della Repubblica chiedendo che per salvare la bellissima e malandata fattoria di Lorenzo il Magnifico venisse almeno «effettuata la messa in sicurezza dal degrado causato dagli agenti atmosferici». Da allora sono passati quasi quattro, lunghissimi, anni. Inutilmente.


Gian Antonio Stella
19 novembre 2012 | 10:26

Mettersi in regola? No, grazie Ai cinesi piace la clandestinità

Gaia Cesare - Lun, 19/11/2012 - 09:02

A Prato, capitale del "distretto parallelo" del tessile, le domande di emersione dal lavoro nero sono state appena mille. A fronte di 25mila irregolari stimati


Chiamateli pure fantasmi. Perché nonostante siano il motore di quel «distretto parallelo» industriale che produce ogni giorno un milione di capi di abbigliamento low cost - con un giro d'affari di due miliardi - gran parte dei cittadini cinesi che lavorano nel manufatturiero di Prato per aziende di connazionali non esistono né per il comune della città toscana né per il ministero degli Interni.


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Erano e rimangono in gran parte clandestini. Lavoratori inchiodati alle macchine da cucire per dodici ore al giorno, sette giorni su sette. Senza nessuna tutela e spesso senza neppure un'identità. Anche se hanno garantito ai loro boss asiatici introiti da capogiro nel bel mezzo della crisi economica peggiore degli ultimi ottanta anni. Lo dicono i dati del Viminale sulla sanatoria che si è chiusa il 15 ottobre scorso e ha permesso a 134.576 lavoratori stranieri irregolari, in tutta Italia, di tentare la strada della regolarizzazione (le domande devono essere vagliate dal ministero). A Prato, la via d'uscita dall'emersione è stata percorsa da appena 1054 lavoratori extracomunitari irregolari. Chiamarlo flop è un eufemismo. Perché i numeri non lasciano dubbi ma avevano lasciato speranze. Le stime - elaborate sulla base di statistiche e a seguito dei blitz quotidiani sulle imprese del manufatturiero «parallelo» e del suo indotto - parlano di circa 20-25 mila clandestini presenti sul territorio.

Considerata l'altissima densità di immigrati cinesi a Prato - i residenti sono 13.056 su un totale di 30.186 stranieri, cioè quasi la metà, e inclusi i «non» residenti rappresentano il 43,3% della popolazione straniera totale - l'amministrazione comunale prevedeva un'emersione di almeno 8mila e fino a 12mila lavoratori clandestini provenienti dal gigante asiatico. D'altra parte le imprese orientali attive a Prato - secondo un libro-inchiesta della giornalista Silvia Pieraccini - sono circa 4.500, di cui 3.400 solo nel distretto degli abiti low cost. E invece nulla di fatto. Anche perché la metà delle 1.054 domande è stata presentata da lavoratori domestici, colf o badanti e non da lavoratori nel settore industriale, come sono gran parte dei cinesi presenti a Prato e dintorni. «I dati sono più che deludenti», spiega al Giornale Giorgio Silli, assessore all'Integrazione della prima amministrazione comunale di centrodestra a Prato in cinquant'anni di potere rosso incontrastato.

Come nel resto d'Italia, a giustificare la scarsa adesione può avere influito un sistema esoso e poco ghiotto: era previsto che la domanda venisse presentata dal datore di lavoro, dietro versamento di mille euro, non rimborsabili in caso di rifiuto di domanda, e oltre al pagamento degli ultimi sei mesi di contributi evasi. Ma tutto questo non basta a spiegare il fenomeno. «Era l'occasione della vita per molti imprenditori cinesi, quella di non andare in carcere», spiega l'assessore Silli riferendosi alle pene previste, da sei mesi a tre anni di carcere e una multa di 5mila euro per chi impiega un lavoratore straniero irregolare. E invece «hanno calcolato che il pagamento dei contributi avrebbe reso il loro prodotto non più concorrenziale». «Non solo -spiega Silli, che ci tiene a ricordare di aver lavorato molto in questi anni per l'integrazione e si lancia ora in una lettura sociologica del fenomeno -: i lavoratori cinesi sono disposti a farsi schiavizzare perché sanno o sognano anche loro di diventare un giorno imprenditori».

Delusione e rabbia da parte delle istituzioni pratesi, che vedono l'industria tessile cinese e il suo indotto ingrassare in barba alle regole italiane. «E poi ogni giorno circa un milione e mezzo di euro parte via money transfer da Prato verso la Cina». Il distretto parallelo marcia ma lascia a bocca asciutta la città.

Crea applicazione per scaricare gratis youtube: ragazzo siciliano vince centomila euro

Il Mattino


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PALERMO - Si chiama Andrea Giarrizzo, compirà 20 anni il prossimo 1 dicembre, è uno studente ennese della facoltà di informatica nell'ateneo catanese ed è per ora il creatore di app forse più noto al mondo: ha inventato un'applicazione gratuita per scarire sui cellulari e tablet, che utilizzano la piattaforma Android, i video da «You tube». Per questo suo programma ha anche vinto un premio di centomila dollari che la Samsung aveva messo in palio nel concorso «Smart app challenge 2012» piazzandosi nella fascia «Super apps».

La sua applicazione è già stata scaricata un milione di volte in tutto il mondo: è prima negli Stati Uniti, in India e in Italia. «Fin da piccolo - dice Giarrizzo, il cui nome di 'battaglià è Sisilsoft - ho amato l'informatica applicandomi con passione alle nuove tecnologie che ho implementato personalmente anche al di là del percorso scolastico. L'anno scorso ho iniziato per gioco, stimolato dai mie professori di informatica, a programmare applicazioni per dispositivi Android inserendole nel Play Store e nel Samsung Apps, da lì ho capito che questa è la mia strada». Con questa applicazione il giovane studente dice di guadagnare circa 240 dollari al giorno grazie ai banner pubblicitari di Google nell'app.


Domenica 18 Novembre 2012 - 16:38    Ultimo aggiornamento: 21:05

Violenti, annoiati e borghesi Ecco i «bravi ragazzi» del Cantiere

Enrico Silvestri - Lun, 19/11/2012 - 07:39


Nel 2001 hanno occupato uno spazio storico, il «Derby Club» dove nacque il cabaret milanese, e da allora non si sono più mossi dall'84 di via Monte Rosa, proprio davanti alla sede del Sole 24Ore.
 

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Sono Leon, Matteo, Gianmarco, Luca e gli atri «giamburrasca» del Cantiere, centro sociale che si contende con i Corsari la leadership del movimento cittadino. Qualche anche a sganassoni. Da lì, ormai da 11 anni, partono i loro raid che spesso mettono a soqquadro Milano.

L'ultima bravata l'altro pomeriggio quando hanno tentato di entrare alla Bocconi mentre stava parlando il presidente del consiglio Mario Monti. Un intento solo nelle parole, sia perché poliziotti e carabinieri erano più numerosi di loro, sia perché una volta entrati non avrebbero potuto gestire politicamente l'evento. Ma bastava conquistare la piazza, tenerla il più a lungo possibile a uso e consumo delle telecamere per farsi belli davanti all'intero Paese. Ma soprattutto acquistare visibilità nei confronti dei concorrenti dell'altro centro sociale.

Il Cantiere infatti a differenza dei Corsari, area autonomia, si richiama al filone dei disobbedienti. O meglio «disobba» per il gusto tipicamente giovanile di abbreviare le parole: come «antifa» per antifascismo, «raga» per ragazzi, «ape» per aperitivo, che tanto è un po' tutto la stessa cosa. Difficile spiegare la differenza: i primi sarebbero più comunisti, prossimi a Rifondazione, i secondi più creativi e vicini a movimenti ambientalisti. I disobbedienti nascono infatti negli anni '90, proprio come spaccatura all'interno della galassia marxista. Dopo l'apogeo al G8 di Genova del 2001, inizia però il declino e ora rimangono solo le roccaforti del Nord Est, dove era nato il movimento, e appunto a Milano.

I Cantierini lì trovi in prima fila a difesa di qualsiasi «spazio sociale» e occupazione abusiva di case popolari. Nelle scuole, soprattutto medie, hanno creato una serie di «collettivi» che sono un po' gli avamposti con cui vanno poi a confliggere con i Corsari. Numericamente i due gruppi sono in grado di aggregare lo stesso numero di persone, cento, due cento al massimo, quasi tutti studenti. A guidarli storici leader sulla breccia ormai da una tre o quattro anni, un'era storica per il movimento. Tra loro spicca il piccolo e iperattivo Leon Balchaert, 25 anni, figlio di un gallerista d'arte milionario, con attico in corsa Venezia, studente di Scienze Politiche. Da un paio d'anni deve però fare i conti con l'astro nascente Matteo Tunesi, un paio d'anni più giovane, iscritto a Sociologia, assurto a improvvisa fama nel 2009.

Il 16 novembre di tre anni fa infatti, dopo una manifestazione culminata in scontri, fu arrestato insieme al coetaneo Gianmarco Peterlongo, ex liceo Parini ora anch'egli aspirante sociologo. Due giorni in guardina, poi furono liberati perché il giudice s'era convinto, sbagliando come si è visto anche due giorni fa, che «La lezione sarebbe servita a entrambi». Usciti da Palazzo di Giustizia furono portati «in processione» per Milano da almeno 300 adoranti «compagni». Si è invece un po' appannata la stella di Luca Corradini, ormai trentenne studente di Scienze Politiche, ultimamente visto meno di frequente nei cortei. Ma la stagione dei tumulti di piazza è appena iniziata e, tra crisi ed elezioni, si protrarrà almeno fino a primavera. E avremmo per questo modo di rivederli presto «tutti insieme appassionatamente» a sfasciare le vetrine del centro.