martedì 20 novembre 2012

Anche le bambine possono chiamarsi Andrea»

Corriere della sera

La Cassazione dà il via libera anche ai nomi che arrivano da culture straniere che non prevedono riferimento al sesso
 

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«La chiameremo Andrea» potremmo dire facendo il verso a un celebre film con Nino Manfredi. La Cassazione ha infatti deciso che anche le bambine potranno chiamarsi Andrea, accogliendo il ricorso di due genitori che erano stati obbligati dal Tribunale di Pistoia a rettificare il nome in «Giulia Andrea». Secondo i magistrati il nome «Andrea ha nella tradizione culturale italiana una valenza esclusivamente maschile, con la conseguenza che, nella situazione attuale e salvo modifiche future, l'imposizione di questo nome in via esclusiva viola la legge (art. 35 del dpr n. 396 del 2000), in base alla quale il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso».


LA SENTENZA- Ma la Suprema Corte, però, ha rigettato questa tesi rilevando che «il nome Andrea, anche per la sua peculiarità lessicale, non può definirsi né ridicolo, né vergognoso, se attribuito ad una persona di sesso femminile, né potenzialmente produttivo di una ambiguità nel riconoscimento del genere della persona cui sia stato imposto, non essendo più riconducibile, in un contesto culturale ormai non più rigidamente nazionalistico, esclusivamente al genere maschile». In proposito la Cassazione ricorda che il nome Andrea ha «natura sessualmente neutra nella maggior parte dei Paesi europei, nonchè in molti Paesi extraeuropei, tra i quali gli Stati Uniti, per limitarsi ad un ambiente culturale non privo di influenze nel nostro Paese, unita al riconoscimento del diritto di imporre un nome di provenienza straniera al proprio figlio minore nei limiti del rispetto della dignità personale».

Redazione Online 20 novembre 2012 | 20:10

Lavoro per Apple. Il mio nome è Sam, Sam Sung

Corriere della sera

Il giovane lavora nell’Apple Store Pacific Centre di Vancouver, in Canada. Ironia online: «Ann Droid è una sua collega»
 
MILANO - Il ragazzo deve avere i nervi d’acciaio. Non passa giorno infatti che i colleghi di lavoro si fanno beffa di lui con ogni genere di freddura. Stiamo parlando di Sam Sung. Il suo lavoro: in un negozio Apple.

Il biglietto da visita di Sam SungIl biglietto da visita di Sam Sung 

SAM E LA COLLEGA ANN DROID - Sta facendo il giro del web: un biglietto da visita che sembra troppo bello per essere vero. Nell’Apple Store Pacific Centre di Vancouver, in Canada, c’è un giovane dipendente che da settembre 2010 risponde proprio al nome di Sam Sung. La sua qualifica: «Specialist». A scovarlo è stato il blogger Jim Dalrymple di The Loop. E ora, ironia della sorte, i commenti sarcastici si sono spostati tutti sui blog e nei forum. Un esempio: «Sam Sung ha un collega di lavoro di nome Mike Rosoft. E una che si chiama Ann Droid». Alcuni blogger di siti tecnologici notano che i creativi di Cupertino non possono assolutamente farsi scappare questa occasione e assumere Sam Sung come «uomo immagine» della Mela. C’è già lo slogan: «Sam Sung vi consiglia il nuovo iPhone».


Il profilo su LinkedinIl profilo su Linkedin

BATTAGLIA - Tra i due giganti della tecnologia, come noto, non scorre buon sangue. Non solo sono acerrimi concorrenti a livello commerciale, ma la battaglia - a suon di carte bollate - si è spostata da tempo sul campo dei brevetti, con cause e controcause aperte in diversi Paesi del mondo.



Elmar Burchia 
20 novembre 2012 | 18:29

Abiti di scena all'asta: la bombetta di Charlot vale 62mila dollari

Il Mattino

di AnnaMaria Asprone



L’hanno scelta in tanti, come copricapo e nessuno di loro è passato inosservato nella storia. Da Henri de Toulose Lautrec a Winston Churchill; da Stanlio e Ollio al serial killer Albert Fish. Ma forse quella che tutti ricordano, con un pizzico di nostalgia perché rievoca certe impalpabili atmosfere da cinema muto, è la mitica bombetta che celava il triste sorriso e il malinconico disincanto di Charlot.
E, proprio quel cappello nero, di feltro, rigido e bombato, divenuto simbolo del personaggio più famoso interpretato dal celebre attore e cineasta Charlie Chaplin è stato venduto nei giorni scorsi, nel corso di un’asta a Los Angeles per 62.500 dollari.




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Ma la bombetta, che insieme al bastone di canna di bambù, dal 1914 ad oggi, è stata considerata in tutto il mondo l’icona, l’emblema di un personaggio, quello del piccolo dolce e triste omino «virtuoso» della pantomima, non è l’unico accessorio, indossato in qualche celebre scena di film indimenticabili, interpretati da personaggi dello showbiz, ad essere venduto a peso d'oro, nonostante lo scarso valore commerciale. E non è stato nemmeno il più costoso, nonostante la cifra di tutto rispetto. Non c’è paragone infatti con altre aste o vendite più redditizie, fruttate perchè si trattava di abiti, cappelli o altro, indossati da personaggi come Marilyn Monroe, Michael Jackson, Judy Garland, Steve McQueen, John Wayne, Bruce Lee o Sean Connery, il primo, l’unico e inimitabile «agente 007».

L'abito di Marilyn. Tanto per fare un esempio il candido, vaporoso abito indossato da Marilyn Monroe, nel film «Quando la moglie è in vacanza» è stato venduto nel 2011 per una cifra di ben 4,6 milioni di dollari, nel corso di un’asta organizzata da un’altra star del cinema hollywoodiano Debbie Reynolds, che aveva subito fiutato l’affare (chi ha mai dimenticato quella gonna svolazzante sulla grata della Metropolitana, che faceva intravedere le tornite e affusolate gambe di Norma Jeane Baker, in arte Marilyn Monroe).

Colazione da Tiffany. Per non parlare di altri abiti, che hanno fatto impennare le aste più rinomate nel mondo, come quello, sempre bianco, di Audrey Hepburn in «My Fair Lady» (venduto per 3,7 milioni di dollari) e l’altrettanto costoso tubino nero sempre indossato dall’eterea Audrey in «Colazione da Tiffany». E ancora, quello di Judy Garland, usato per «Il mago di Oz» (910mila dollari), la giacca rossa e nera di Michael Jackson, utilizzata per girare il videoclip ballato con gli zombi in «Thriller» (1,8 milioni di dollari). La base d’asta era partita da 200 mila euro ma l’entusiasmo dei fans compratori la fece lievitare fino a sfiorare i 2 milioni di dollari, con gran gioia della «Julien’s Auction Gallery» di Beverly Hills, organizzatrice dell'evento. La tuta di Steve McQueen, nel film «Le 24 ore di Le Mans» è stata acquistata in un’altra asta sempre a Los Angeles per 984mila dollari.

Scarpette rosse. Un paio (erano in tutto quattro per la scena) delle scarpette rosse, indossate nel 1939 da Judy Garland per il film «Il Mago di Oz» è stato acquistato, ma la cifra è top secret, da un gruppo di finanziatori, capitanato da Steven Spielberg e Leonardo DiCaprio, per donarlo al museo della Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l'organizzazione che gestisce gli Oscar.

Agente 007. La pistola di James Bond, maneggiata da Sean Connery è stata venduta per la bellezza di 435mila dollari, durante un’asta organizzata a Londra, da Christie's. Nel 1963, durante la produzione del film «Dalla Russia con amore» il fotografo David Hurn venne incaricato di realizzare alcune foto degli attori con i costumi di scena, in vista della campagna promozionale della pellicola. Al momento di scattare, però, la PPK di Bond non si trovò e così Hurn utilizzò la sua pistola ad aria compressa, modello Walther LP 53. Ed è proprio quella che si vede sul poster della pellicola e che è stata ripresa in tutti gli altri film successivi fino a quello del 1974 «Agente 007, l'uomo dalla pistola d'oro».

Bruce Lee. La giacca del film «L'ultimo combattimento di Chen» interpretato da Bruce Lee, è costata invece 77mila dollari. Non è la tuta gialla con righe nere ripresa anche da Quantin Tarantino per vestire Uma Thurman in «Kill Bill» (volume 1), ma si tratta di una semplice giacchetta blu con interno di pelliccia. Il valore della tuta è aumentato soltanto perché compare nell’ultimo film girato dalla leggenda del «kung fu» e uscito nel 1973, dopo la sua morte.


Martedì 20 Novembre 2012 - 14:43    Ultimo aggiornamento: 15:27

Spot della Lega nell'intervallo e gli spettatori campani vanno via

Corriere del Mezzogiorno

Proteste in alcune sale dell'Uci Cinema di Casoria: la denuncia arriva allo speaker radiofonico Gianni Simioli

 

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NAPOLI - Rivolta e proteste in alcune sale dell'Uci Cinema di Casoria. Molti spettatori si sono ribellati alla proiezione, durante l'intervallo, di uno spot elettorale della Lega Nord. «Ci sono giunte diverse segnalazioni di protesta di cittadini che sabato e domenica sono andati all'Uci e tra gli spot proiettati prima dell'inizio del film è apparso incredibilmente - denunciano lo speaker radiofonico Gianni Simioli ed il commissario regionale dei Verdi Ecologisti Francesco Emilio Borrelli - quello della Lega Nord.

Alcuni spettatori hanno cominciato a fischiare altri hanno abbandonato la sala. Insomma c'è stata una vera e propria insurrezione. Noi riteniamo assurdo che i cinema napoletani possano trasmettere questi spot e chiediamo che vengano ritirati altrimenti chiederemo ai napoletani di boicottare i locali dove avvengono queste provocatorie proiezioni».

SPOT «INGANNEVOLE» - «Lo spot è ingannevole. All'inizio - spiega Alessandro M. presente ad una delle proiezioni - non è chiaro nel senso che non si capisce subito di cosa si tratta. Credevo fosse il trailer di un film, sono rimasto di sasso. Pensavo fosse uno scherzo e invece era uno spot elettorale bello e buono nel cuore di Napoli perchè Casoria è Napoli».

R. C.20 novembre 2012

Dal Kenya alla Colombia, dove i maestri del riciclo vivono in discarica

La Stampa

L’esempio della bidonville di Kibera, che ha trasformato l’immondizia in una risorsa ecologica e la storia degli indios Arhuacos, nella Sierra Novada: sette ore a dorso di mulo per portare sacchi di rifiuti all’impianto per differenziarli

lorenzo cairoli


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E’ incredibile che dai luoghi più impervi o più famigerati del nostro pianeta arrivino esempi concreti di come vivere meglio rispettando l’ambiente. Kibera è la madre di tutte le bidonville. Bambini che campano di sola colla, la più alta concentrazione di malati di HIV di tutto il Kenya, furti, stupri, omicidi, uno scenario apocalittico alle porte di Nairobi. Eppure nell’aprile del 2008 un’azienda kenyana, la “Green Dreams”, lanciò una sfida ai confini della realtà: trasformare le discariche di Kibera in fattorie biologiche. In tre mesi di durissimo lavoro il miracolo si realizzò e il 29 luglio le trenta famiglie coinvolte nel progetto iniziarono a vendere la loro verdura biologica.

Alla fine del 2008, invece, al “World Architecture Festival” di Barcellona, la cucina ecologica della comunità di Kibera ottenne una menzione speciale nella categoria “Energy, Waste and Recycling”. E il mondo applaudì ammirato e incredulo. Il Kenya arabescato da Hemingway, dalla Blixen, da Evelyn Waugh è a rischio, la sua aria è inquinata dal carbone usato per riscaldare e cucinare in tutti gli ospedali e in tutte le scuole del paese, la plastica colonizza implacabile sorgenti, cascate, laghi, fiumi, torrenti, boschi, parchi, savane.

L’ecosistema del paese è malato, e Kibera, che è nata dal degrado, lancia al paese un messaggio: liberariamoci dalla schiavitù del carbone, dalla dipendenza della legna, tutelando così la sopravvivenza delle nostre foreste e impariamo a cucinare riciclando l’immondizia. 
L’immondizia che brucia nel grande forno di Kibera genera il calore necessario per sterilizzare l’acqua e cucinare nei forni. Plastica, residui alimentari, vecchi vestiti. Ogni rifiuto è ben accetto perchè il forno di Kibera bruciando fino a 930 gradi F. toglie tossicità agli inquinanti più pericolosi. Un sacco di kipapu (di spazzatura) equivale a un’ora di tempo di cottura sulla stufa.

La cucina di Kibera non ha eguali al mondo e costa circa diecimila dollari. Un affare se considerate che oltre a cucinare, a sterilizzare l’acqua, smaltisce tonnellate di rifiuti. Immaginate se carceri, ospedali, scuole, campi di sfollati e tutte le baraccopoli del mondo seguissero il suo esempio.
Dall’altra parte del mondo, in Choco, regione della Colombia, ecologia, biodiversità, ecosistemi si insegnano ai bambini nelle scuole come da noi si fa con le tabelline nella speranza che un giorno difendano il loro paradiso da chi lo considera solo terra di saccheggio. Peccato che le nobili intenzioni e la didattica facciano a pugni con la dura realtà del vivere quotidiano. Le miniere legali, illegali, artigianali e semi-industriali costituiscono l’ossatura dell’economia chocoana.

Condoto, Istmina, Andagoya, senza miniere e minatori probabilmente non esisterebbero ma il prezzo che devono pagare all’ambiente è spaventoso. Le miniere quando sono libere di eludere qualsiasi regola fanno tabula rasa di tutto. Devastano gli ecosistemi a rischio, le risorse idriche, appestano col mercurio l’acqua, l’aria, i terreni, inquinano con olii minerari il suolo, stravolgono paesaggi, costringendo la fauna terrestre, gli uccelli e la fauna ittica a migrare, pena l’estinzione. E se questo non bastasse aggiungiamoci la spoliazione della selva per predare legname pregiato e l’ecocidio della fauna ittica sulla costa.

Dalla pesca artigianale si è passati alla pesca con cianuro e con esplosivo. Si va a sottocosta con reti gigantesche, grandi come otto campi da football. Nel dipartimento di Cesar, culla della musica vallenata, vivono gli indios arhuacos. Circa cinque fa anni gli arhuacos di Gun Arawun, un pueblito ai confini con la Sierra Nevada, si accorsero che l’acqua delle loro cascate e la frutta che cresceva nei loro orti non aveva più lo stesso sapore. Tutto aveva un sapore diverso. Sgradevole, addirittura nauseante. Il sapore tossico della spazzatura. Guardandosi intorno, scoprirono che la spazzatura aveva infestato le loro terre. A poco a poco.

Silenziosamente. Materiali e alimenti portati dai turisti ma anche comprati e consumati nelle stesse comunità indios. Come la plastica, il micidiale tetrapak, lattine, cartone, vetro, pile, soprattutto pile a bottone, utilizzate per calcolatrici, apparecchi acustici, orologi, macchine fotografiche. Quando si scaricano, sia che finiscano in un inceneritore o in una discarica, rappresentano un flagello ambientale per la quantità di mercurio liquido che contengono. Una sola pila di queste può contaminare 600 mila litri di acqua. Per questo i mercati europei e statunitensi da tempo ne hanno vietato la vendita. 

Ma la Colombia, come l’eternit insegna, è un paese di eclatanti contraddizioni . Fierissima delle sue biodiversità, pasionaria affinchè l’hicotea non sia più una pietanza pasquale, capace di struggersi persino per il destino degli ippopotami di Pablo Escobar, non muove un ciglio se le miniere e il mercurio le avvelenano i fiumi, se le multinazionali le spogliano le foreste o se la lobby dell’eternit le regala cancro in quantità industriale coi suoi tetti apparentemente innocui. Se il colombiano, a volte, è di una remissività che lascia senza parole, l’indio arhuaco non getta mai la spugna. Così, una volta individuata la causa dei suoi problemi, è passato all’azione.

Tutte le notti un gruppo di indios “riciclatori” lascia il villaggio alla volta del centro raccolta rifiuti di Sabana Crespo. E’ un lungo viaggio a dorso di mulo. Sette ore, attraversando aree un tempo feudo di paramilitari e guerriglieri. All’inizio riciclare l’immondizia era una roulette russa. Quando i paramilitari frugavano nei sacchi pensavano d’essere stati presi in giro e si infuriavano perchè nessuno rischia la vita per smaltire rifiuti, e di notte poi. E i primi tempi qualche indios ci rimise la vita. Ma poi gli stessi paramilitari si arresero all’evidenza.

Quando al centro di raccolta di Sabana Crespo si arriva a 300 sacchi di spazzatura si chiama un camion della Cooperativa de Recicladores perchè trasporti tutto in una discarica di Valledupar. Il centro raccolta di Sabana Crespo fa parte del progetto Sierra Viva, creato due anni fa dalla Confederación Indígena Tayrona, la Corporación Horizontes, Tetra Pak e più recentemente dalla Fundación Natura, per bonificare la Sierra Nevada e le aree limitrofe dall’inquinamento. Il sogno, o meglio, l’obiettivo, ripulire la Sierra da 100.000 chili di residui solidi, a una media di quattro tonnellate e mezzo al giorno

Chi ha visto la ragazza dello spot di 18 anni fa?

La Stampa

Da un' inserzione in un quotidiano parte in rete  la caccia alla protagonista  anonima di una pubblicità di cioccolatini del 94.

gianluca nicoletti


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  La ricerca di una ragazza al telefono sta diventando un appassionante giallo in rete. Tutto parte da una misteriosa inserzione pubblicitaria apparsa oggi sul “Corriere della Sera”.  Sotto una scritta “Importante”, contornata di rosso, si annunciava la ricerca “per finalità promozionali” di un’attrice che aveva nel 1994 interpretato uno spot natalizio per la tv,  in cui si promuovevano i noti cioccolatini di Perugia. (Di cui in questo periodo sono in corso i festeggiamenti per il novantesimo compleanno)

  Nell’ annuncio si specifica che lo spot “riprendeva una ragazza di circa 16 anni d’ età che, interpretando la parte della sorella maggiore della protagonista, parlava al telefono nella casa di famiglia.” Nel 94 ancora in Italia Internet era una parola totalmente sconosciuta per la maggior parte della popolazione, ma oggi grazie agli appassionati di spot d’annata è possibile vedere pubblicate su Youtube intere rassegne retro-pubblicitarie di ogni genere e prodotto.

  Non è stato quindi difficile ritrovare lo spot in cui, fuggevolmente, appariva la “Cenerentola” così clamorosamente ricercata. La vera protagonista della pubblicità era, come scritto nell' annuncio, una bambina che, in vista dei regali natalizi, elencava i suoi familiari, ricordandone i meriti per premiarli, naturalmente, con i cioccolatini. La sorella, che "non era stata molto buona", indossava dei pantaloni e un camicione a quadri, di citazione Grunge, ed era impegnata nella tipica attività di un’adolescente della generazione ante smartphone. Infatti, stava telefonando, si immagina con un fidanzato, occupando impunemente l’ unica postazione telefonica di casa, a filo e appesa alla parete.  

La ragazza, che oggi dovrebbe avere circa trentacinque anni, dovrà fornire adeguata prova documentale di essere veramente lei la protagonista di quei tre quattro fotogrammi d’ epoca. Cosa vincerà non è dato saperlo dall’ annuncio, ma è certo che il “Chi l’ ha vista?” sui social network è già partito. Capiremo presto se è solamente un espediente di pubblicità “virale”, o se la tendenza al vintage riporterà alla ribalta la telefonatrice senza nome di diciotto anni fa.

 

Nei pc foto di torture su neonati Cyber-pedofili, presi dieci insospettabili

Corriere del Mezzogiorno

Tutto parte dalla denuncia di una ragazza: scaricò file di Edith Piaf che risultarono essere immagini di pedofilia


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SALERNO – Orrore pedofilia. Una vasta operazione della polizia è partita all’alba per sgominare una banda di pedofili digitali che da Salerno diffondeva foto e video in tutta Italia. Sono dieci le ordinanze di custodia cautelare eseguite insieme a numerose perquisizioni. La polizia postale ha scoperto un gruppo di insospettabili che divulgava materiale pedopornografico - oltre 5 milioni di file di grande crudezza - utilizzando il «deep web», grazie all'anonimato garantito da questa sottorete internet. La diffusione del materiale avveniva in Campania e da qui alle altre regioni d’Italia.

Tra i milioni di immagini e video, scoperti dalla Polizia Postale della Campania, vi sono anche filmati e foto di neonati sottoposti a violenze sessuali e torture. Gli investigatori non escludono che in alcuni casi possano aver portato anche alla morte di piccole vittime. Secondo quanto emerge, pare che a scoprire l'agghiacciante giro di immagini e file pedo-porno e a denunciarlo alla polizia postale è stata, nello scorso febbraio, una giovane salernitana che riferì di avere scaricato file musicali di Edith Piaf.

Quando però era andata ad aprirli, gli erano comparsi sul computer foto pedopornografiche. Delle dieci misure cautelari eseguite stamani, due sono in carcere per persone residenti in Lombardia e in Umbria; sei ai domiciliari (in Lazio, Piemonte, Veneto e Campania), e due per obbligo di dimora (Liguria).


Redazione online

Cassazione: i messaggi alla ex? Via email non sono molestie

La Stampa


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Se dovete togliervi qualche sassolino con la ex, fatelo via mail. Il messaggio inviato per posta elettronica, dice la Cassazione, non costituisce molestia. Vietatissimi invece gli sms perché, a differenza del messaggio di posta elettronica che per essere letto va aperto, sono «invasivi». In questo modo la V Sezione penale ha accolto parzialmente il ricorso di un ufficiale addetto alle comunicazioni radio che su una nave da crociera aveva conosciuto una ragazza con la quale aveva imbastito una relazione poi finita male. A quel punto, ricostruisce la sentenza 44855, l'ufficiale di Marina Giannino B. ha iniziato a mandare messaggi su posta elettronica all'amata che lo aveva respinto, importunandola in vario modo.

Da qui la condanna inflitta dalla Corte d'Appello di Milano, nel febbraio 2012, per i reati di tentata violenza privata, molestie, accesso abusivo ad un sistema informatico e intercettazione di comunicazioni telemariche. Contro la condanna, l'ufficiale ha fatto ricorso in Cassazione facendo notare, nel motivo accolto, che i messaggi inviati per posta elettronica non potevano costituire in alcun modo una forma di molestia. Piazza Cavour ha accolto questa parte di ricorso e ha evidenziato che «il reato di molestie non si può verificare qualora si tratti di messaggi di posta elettronica privi, in quanto tali, del carattere della invasivita'».

Diverso discorso, annota ancora la Suprema Corte, va fatto nel caso degli sms inviati su utenze telefoniche mobili dove «l'invasivita'» c'è eccome. A questo punto sarà la Corte d'Appello di Milano a riconsiderare il caso, rideterminando al ribasso la pena nei confronti dell'ufficiale respinto.

(Fonte: Adnkronos)

Non sputate, non vi pulite le scarpe con le lenzuola e non dite parolacce”

La Stampa

Pechino pubblica un vademecum per il turista cinese all’estero: “Troppo maleducati, roviniamo la nostra immagine nel mondo”


ilaria maria sala
hong kong


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Per il secondo anno consecutivo, i turisti cinesi si sono aggiudicati il secondo posto nella lista dei turisti che si comportano peggio, appena dietro gli americani (l’Italia non è nemmeno fra le prime dieci). La stampa nazionale, che di solito ha come missione quella di instillare ai cinesi l’idea che nulla meglio della Cina esiste al mondo, se ne preoccupa: grandi articoli sui quotidiani, in cinese e perfino in inglese, che cercano di affrontare il problema e dare una migliore immagine della Cina all’estero, e dibattiti in radio e TV per capire cosa stia succedendo.

Il sondaggio, condotto da Living Social (un gruppo americano di e.commerce che si occupa di facilitare il turismo), costerna la propaganda cinese, ed ecco che negli articoli – oltre a una serie di giustificazioni per ridimensionare la questione – vengono offerti vari consigli per viaggiare senza farsi una cattiva reputazione. Fra questi: non sputare, non pulirsi le scarpe con le lenzuola, osservare l’igiene, non andare in escandescenza in pubblico urlando parolacce, non costringere gli stranieri a posare per le proprie foto, fare la fila e non buttare per terra spazzatura.

Non è una questione nata con il sondaggio: Hong Kong, la prima meta per il turismo cinese, con più di venticinque milioni di visitatori, è anche la prima a lamentarsi. La prima volta che i conflitti fra cinesi e hongkonghesi esplosero, nel 2006, il Ministero del Turismo decise di pubblicare un libretto dal titolo “Manuale per il comportamento corretto dei cinesi all’estero” distribuito a tutte le agenzie di viaggio, presso le guide turistiche e nelle biglietterie aeree.

Sei anni dopo, mentre il numero di turisti cinesi all’estero si appresta a raggiungere i cento milioni, le cose non sembrano migliorate. Fra gli albergatori – che per ovvi motivi non vogliono essere nominati – è diffuso il commento che i turisti cinesi tratterebbero male le stanze, fumano dove non è permesso, e sono rumorosi. Maleducati, forse, ma spendaccioni, e visto che i cinesi, secondo le ultime statistiche, hanno speso 80 miliardi di dollari Usa all’estero nel corso del 2011, nessuno ha voglia di inimicarseli. Un articolo uscito ieri sul quotidiano in lingua cinese China Daily, molto preoccupato della cattiva reputazione dei connazionali all’estero, conclude però dicendo che “ci vorranno almeno alcune generazioni” prima che i cinesi imparino a comportarsi bene, e migliorare l’immagine dei turisti nel mondo. 

La Regione Sicilia licenzia l’ufficio stampa milionario

La Stampa

Il presidente Crocetta vuol dare il benservito ai 21 caporedattori assunti

laura anello
palermo


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La squadra dei record. Oggetto di invidie, contestazioni, denunce alla Corte dei Conti. Perché assunti senza concorso in un’amministrazione pubblica. Perché inquadrati con la qualifica di caporedattore dal primo minuto di gioco. Perché molto numerosi: quattro volte di più della squadra in servizio a Palazzo Chigi in epoca Berlusconi. 
Adesso i ventun giornalisti assunti nell’Ufficio stampa della Regione siciliana sono precipitati dall’empireo della professione alla polvere dell’annunciato licenziamento.

È stato il neo-governatore Rosario Crocetta - che pure ha detto di voler garantire le truppe di 26 mila forestali e dei 22 mila precari degli enti locali - a decidere di avviare la sua campagna anti-sprechi proprio da loro. Arruolati in gran parte nell’epoca del munifico Cuffaro. Il quale prima ampliò l’organico da quattro a otto e poi aprì le porte ad altri quindici giornalisti, applicando a tutti il contratto da caporedattore e pure un’indennità pari a quella della Rai. In tutto 23, diventati 21 dopo un pensionamento e il coraggioso addio di Giulio Ambrosetti, che rinunciò al posto d’oro restando disoccupato per la semplice ragione che dentro il palazzo non si divertiva per niente. «Torno alla libertà», spiegò agli amici.

Rinuncia non da poco. Perché la busta paga dei componenti dell’ufficio stampa va da quattromila a seimila euro netti, con l’eccezione di Gregorio Arena - in servizio nella sede di rappresentanza della Regione a Bruxelles - accusato da Crocetta di percepire 12 mila euro. In totale l’ufficio costa 3 milioni e 200 mila euro l’anno, «una cifra con cui si pagano duecento precari, gente che guadagna 600 euro al mese e che non può comprare il latte ai figli», dice Crocetta.

E pazienza se, accanto a professionisti stimati e di esperienza, furono assunti principianti che in un giornale non erano mai entrati. Uno, in particolare, sul cui nome ci fu una levata di scudi, diventò pubblicista (il primo gradino della carriera) pochi giorni prima di firmare il contratto d’oro. Tutti impegnati a redigere e diffondere comunicati sull’attività del presidente e della giunta, a organizzare conferenze stampa, a realizzare un tg che va sul web. Per l’assunzione nessuna selezione pubblica, solo un tam tam che fece arrivare alla Regione, in pochi giorni, un centinaio di istanze.

«Secondo me con ventuno capiredattori si stampano Repubblica e Corriere della Sera insieme, questo è diventato un posto fisso senza concorso - taglia corto Crocetta - Adesso si avvia una selezione, perché uno non può fare il portavoce di una voce che non gli è vicina. Se fanno vertenza? Che la facciano». Questione di lana caprina, perché da un canto i giornalisti hanno in mano un contratto a tempo indeterminato, dall’altro il presidente ha una sentenza della Corte dei Conti secondo cui «il

rapporto di collaborazione professionale è caratterizzato da assoluta precarietà nel senso che in qualsiasi momento può essere oggetto di risoluzione» perché di natura fiduciaria. Fu proprio la Corte dei Conti, pochi mesi fa, a salvare in appello Cuffaro, il suo successore Lombardo e l’ex capo dell’ufficio legale dalla condanna in primo grado da circa 6 milioni di euro per danno all’erario. Una vittoria incassata dall’ufficio stampa come il timbro sulla legittimità della loro assunzione.

Adesso la doccia fredda. Loro hanno proclamato lo stato di agitazione («Qualsiasi decisione non può essere assunta se non attraverso il rispetto delle norme previste dal contratto di lavoro dei giornalisti e dallo Statuto dei lavoratori», ha detto il Comitato di redazione, sostenuto da sindacato nazionale e regionale), mentre l’Ordine è sceso in campo a difesa delle regole. «Non parla, Crocetta, di concorsi e selezioni trasparenti, ma di curricula che gli si dovranno presentare e che egli stesso intende verificare», dice il presidente dell’Ordine siciliano, Riccardo Arena. Crocetta rilancia: «Da sindaco di Gela ho licenziato la moglie di un capomafia, figurarsi se mi faccio intimidire dalla casta dei giornalisti».

La barista «pentita» che ha spento le slot: «In troppi si rovinano»

Corriere della sera

«Perdo gli incassi ma salvo i clienti» I danni:«Rischio-danni anche dalla società delle macchinette, ma non torno indietro»

CREMONA - Una signora di mezza età si piega per raccogliere da terra la spina e infilarla nella presa della corrente. La barista la ferma: «L'ho staccata io, le slot sono fuori uso». Quando la cliente esce, aggiunge: «Le ho spente perché non sopportavo più di vedere persone che si rovinavano in quel modo».


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Di macchinette, nel bar tabaccheria «Gio» di via Mantova, prima periferia di Cremona, Monica Pavesi ne ha due. «Non le volevo sin dall'inizio, a me - dice - interessava solo il Totocalcio, i cui proventi però sono crollati. E così, per non essere in perdita, sono stata costretta a tenerle». E ad assistere allo «spettacolo» che ogni giorno andava in scena dall'altra parte del banco, a destra dell'ingresso.

«I giornali e la televisione - racconta - la crisi l'hanno scoperta da qualche mese. Io, invece, ce l'ho davanti agli occhi da tre anni. Italiani e stranieri, molti anziani ma anche giovani, forse più donne che uomini: gente che non se la passa bene e si aggrappa ai videopoker spendendo tutto quello che ha».
La barista anti slot ha rilevato il locale nel 1987 e ha ancora un mutuo da pagare. «A me piace fare i caffè, parlare con i clienti. Non voglio più avere a che fare con chi è convinto che il denaro per vivere arriva da quegli apparecchi».

Il «silenziatore» è stato messo un mese fa. Una decisione che sta già costando cara alla titolare perché le slot incassavano 40-50 mila euro al mese e il 6 per cento (1.500 euro ogni quindici giorni) andava a lei. Una decisione che in futuro potrebbe costarle ancora di più: il contratto scade nel 2015 ed è probabile che la concessionaria si farà sentire. «Che danni avrò? Non lo so. Mi dicevano che non potevo recedere». Ma intanto il Comune, impegnato in una crociata contro le slot, ha deciso che premierà la barista. «Ha fatto un gesto coraggioso - dice il vicesindaco Carlo Malvezzi - che può essere un esempio per tutti i suoi colleghi».

Adesso, dunque, l'ultima frontiera della lotta alle macchinette mangiasoldi che scatenano il «gioco compulsivo», autentica malattia che rovina migliaia di famiglie, arriva dai locali che per la prima volta - vista l'assenza dello Stato, che dal gioco ricava 12,5 miliardi l'anno - lanciano la questione morale. In Lombardia, dove negli ultimi dieci mesi le 60 mila slot hanno bruciato 10 dei 60 miliardi (stime prudenti) inghiottiti in Italia dal gioco d'azzardo, la rivolta silenziosa di Monica Pavesi è già stata raccolta dal presidente dei baristi di Bergamo aderenti all'Ascom: «Non è danneggiando gente che magari ha già i suoi problemi - dice Giorgio Beltrami - che si giustificano certi guadagni».

Ma chi rinuncia alle macchinette, da cui arrivano quasi sempre gli incassi che permettono di tenere aperto il bar, avrebbe bisogno di sostegno. Anche perché le concessionarie invogliano sempre più i baristi a installare le slot. Lo racconta Simone Feder, psicologo, impegnato da anni nella lotta alle slot e nell'assistenza ai malati da gioco a Pavia, che è in testa alla classifica delle città italiane per spesa pro capite alle macchinette (2.870 euro all'anno). «Alcune concessionarie - dice Feder - con le slot offrono un pacchetto che prevede anche l'installazione gratuita di telecamere di sorveglianza, mega televisore al plasma e impianto d'allarme». E, così, resistere diventa sempre più difficile.

Luigi Corvi
20 novembre 2012 | 7:49