giovedì 22 novembre 2012

Il 20enne siciliano e l'app premiata Dal sogno all' incubo in 48 ore

Corriere della sera

Un premio da 100mila dollari, un milione di download e la notorietà. Poi l'applicazione sparisce

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MILANO - Il 20enne siciliano Andrea Giarrizzo ha passato 48 ore da sogno, dopo essersi aggiudicato la competizione Samsung Smart App Challenge 2012 e i 100 mila dollari in premio. La sua applicazione si chiama YouTube Downloader e funziona in modo tanto semplice quanto appetibile: permette di scaricare i video da YouTube e di conservarli sul proprio terminale. La visibilità concessa dal concorso del produttore coreano ha scaraventato l'app di Giarrizzo nell'Olimpo delle più scaricate dal negozio digitale Samsung Apps. Oltre un milione di download. Martedì sera la storia ha trovato spazio anche in prima serata su Rai 3, nel corso di Ballarò, e il giovane nato in provincia di Enna è stato acclamato come promessa dell'innovazione nostrana.

BRUTTA SORPRESA - Ieri la brutta sorpresa: l'applicazione non si può più scaricare dal Samsung Apps store. La pagina esiste ancora, ma l'immagine e le informazioni relative al prodotto sono state rimosse. Curiosamente, però, sul portale del concorso sopravvive ancora il logo di Giarrizzo fra quelli premiati. Cos'è successo? Più facile a chiedersi che a capirsi. Il ragazzo non ha commentato l'accaduto e Samsung non ha fornito alcun chiarimento sui motivi che hanno portato alla cancellazione e, soprattutto, sul destino del premio assegnato. Corriere.it, oltre a Samsung Italia, ha provato a contattare Google Italia per capire se la richiesta di rimozione sia arrivata da Mountain View: Youtube è di proprietà di Google e l'applicazione dello sviluppatore nostrano non rispetta le condizioni del portale, che vietano la copia e la diffusione dei video senza aver ottenuto consenso scritto. Non ci sono prese di posizione ufficiali in merito.

IL PRECEDENTE RYANAIR - Guido Scorza, avvocato esperto di digitale, fa comunque notare a Corriere.it che Youtube «non impone l'accettazione del regolamento a chi naviga fra le sue pagine». Questo aspetto ha permesso al portale di viaggi Opodo di vincere una causa contro Ryanair, che lamentava l'utilizzo dei suoi contenuti e rivendicava di aver chiarito nelle condizioni generale che è vietato. All'epoca dei fatti contestati, era il 2007, chi visitava le pagine della compagnia aerea low cost era però costretto ad accettare le condizioni del sito solo quando stava per completare l'acquisto del biglietto e i giudici di Parigi hanno ritenuto e ribadito in appello che la semplice esplorazione del portale non doveva sottostare al diktat. E che, quindi, Opodo aveva il diritto di pescare a piene mani fra i dati di Ryanair e indicizzarli fra i suoi risultati. Il caso di Giarrizzo, spiega Scorza, si basa sullo stesso principio. Se, ovviamente, venisse fuori che è stato davvero Youtube a contestare l'esistenza (e il successo) dell'app.


Martina Pennisi
22 novembre 2012 | 14:12

Battaglia legale con Apple: Samsung mette sul fuoco anche iPhone5, iPad Mini e iPod Touch

Corriere della sera

Il colosso coreano passa al contrattacco sulle reciproche, e presunte, violazioni di brevetti con la Mela morsicata

MILANO - Samsung passa al contrattacco nella battaglia legale contro Apple per reciproche violazioni di brevetti. I coreani hanno chiesto al giudice della corte di San José, in California, di coinvolgere nel processo anche gli ultimi prodotti della Mela, l'iPhone 5, l'iPad Mini e l'iPod Touch che vanno così ad aggiungersi a tutti i tablet, smartphone e lettori mp3 della Mela già usciti sul mercato. Sta al giudice ora decidere se ammettere i dispositivi nella nuova causa, che comunque non dovrebbe partire prima del prossimo anno o addirittura nel 2014.

Un iPad MiniUn iPad Mini 

LA CONDANNA - L'ennesima puntata di questo Beautiful legale partito il 15 aprile 2011 con Apple che accusava Samsung di violazione di brevetti, arriva dopo che i tribunali di mezzo mondo hanno tratto conclusioni diametralmente opposte. In casa, cioè in California, Apple ha vinto di misura: dopo tre giorni in camera di consiglio il 25 agosto 2012 il giudice della corte di San José ha condannato i coreani al risarcimento di 1,05 miliardi di dollari. Il contenzioso tuttavia non è chiuso e si attende il verdetto d'appello che dovrebbe arrivare intorno a dicembre. Cupertino aveva salutato la decisione come «messaggio forte e chiaro: rubare non è giusto», mentre Samsung aveva replicato definendo il rischio di un possibile bando dei suoi prodotti da suolo americano come una «perdita per i consumatori americani» che «riduce l'innovazione e la scelta».

Un Galaxy Note 2Un Galaxy Note 2

COREA E GIAPPONE
- Più cauti i giudici coreani che sempre in agosto avevano stabilito un sostanziale pareggio. Secondo i togati asiatici, Cupertino ha infranto due brevetti e dovrà pagare 40 milioni di dollari, mentre Samsung porta casa una violazione e 25 milioni di indennizzo. Pari e patta, insomma. Altro Paese, altra sentenza con il tribunale di Tokyo che nello stesso periodo aveva assolto Samsung decretando che le tecnologie utilizzate per gli smartphone Galaxy e i tablet del gruppo sudcoreano «non costituiscono una violazione» dei brevetti alla base di iPhone e iPad.

LO SHOW INGLESE - In Europa la battaglia più divertente si è svolta in Inghilterra, dove Samsung l'ha spuntata in appello ma non del tutto. Il 18 ottobre, la corte d'Appello di Londra ha confermato il giudizio secondo cui, nonostante alcune somiglianze, Samsung non ha copiato il design di Apple. Curiosa la motivazione del giudice che, ascoltati degli esperti, aveva decretato in aula che i prodotti Samsung non sono così attraenti, anzi «cool», come l'iPad, quindi non possono avere lo stesso design. Il colpo di scena però è arrivato pochi giorni dopo: Apple era stata condannata a pubblicare sul suo sito e sui principali giornali inglesi una lettera di scuse che è stata puntualmente trasformata in una pubblicità. Nel testo pubblicato infatti, Cupertino aveva riportato le parole del giudice inglese che definiva i prodotti Samsung «molto sottili, quasi inconsistenti, con dettagli inusuali sul retro. Questi prodotti non hanno la raffinatezza e l'estrema semplicità del design di Apple». Insomma, sono parole del giudice, «non sono così cool». E di scuse neanche l'ombra.


Alessio Lana
22 novembre 2012 | 16:29

Riparte il computer più vecchio: ha 61 anni

Corriere della sera

Creato nel 1951 per sostituire le calcolatici meccaniche, dormiva dimenticato dal 1973: 828 valvole e 480 relè

MILANO - Dopo tre anni di restauri i curatori del National Museum of Computing di Bletchley Park, in Inghilterra, sono riusciti a riportare in vita l'Harwell Dekatron, ad oggi il più vecchio computer digitale funzionante. Tra l'euforico e il commosso, due dei progettisti oggi novantenni hanno visto rientrare in funzione le 828 valvole e 480 relè di questo arzillo vecchietto di 61 anni e due tonnellate e mezzo di peso che dormiva dal 1973. È facile immaginare l'emozione provata sentendo il ticchettio del suo lettore di nastri perforati in carta, i floppy della preistoria informatica, e vederlo eseguire un'addizione in due secondi e una divisione in quindici (solo 5 per una moltiplicazione, però!), tempi che farebbero impallidire per la loro lentezza anche la più misera calcolatrice solare degli anni '80.


Video : Riparte il Dekatron


il Dekatron rimesso a nuovo, come appare oggiil Dekatron rimesso a nuovo, come appare oggi


COME INDIANA JONES - L'operazione poi ha dell'avventuroso. Nato nel 1951 per sostituire le calcolatrici meccaniche dell'istituto di ricerca sull'energia nucleare Harwell Atomic Energy Research Establishment, nel 1957 viene dismesso e finisce al Wolverhampton and Staffordshire Technical College. Qui viene usato per insegnare informatica fino al 1973, quando viene trasferito al Museum of Science and Industry di Birmingham. Ventiquattro anni più tardi, siamo nel 1997, il museo chiude i battenti e il computer finisce per essere smontato e conservato tra le collezioni del Birmingham City Council Museums Collection Centre.

Qui è stato ritrovato nel 2008 dai volontari del National Museum of Computing di Bletchley Park. Lasciare così un'opera del genere, l'equivalente di un dipinto rinascimentale per la storia dell'arte, non aveva senso e nel 2009 gli amministratori del museo lanciano una sottoscrizione per restaurarlo. Chiedono a 25 appassionati di partecipare donando 4.500 sterline, circa 5.500 euro, e la risposta è immediata. È grazie a loro se oggi questo mastodonte di due metri di altezza per 6 di larghezza è tornato in vita.


Il Dekatron al lavoro allora, nel 1957, a WolverhamptonIl Dekatron al lavoro allora, nel 1957, a Wolverhampton


LA MEMORIA - Il restauro comunque va oltre l'esercizio di stile o la mera operazione nostalgia e i curatori del museo contano di usarlo per spiegare agli studenti la nascita dell'informatica, perché, è retorico dirlo, se non si conosce il passato non si può andare avanti nel futuro. E il nostro passato era fatto di valvole, lancette e relè.


Alessio Lana22 novembre 2012 | 13:38

Sognando la California sulla Guzzi più grande

Corriere della sera

In sella all'ammiraglia della casa di Mandello: progettata per l'America conserva il dna italiano in tutto

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CANNES - Ti metti dietro al manubrio di questa moto enorme ed opulenta, piacevolmente materica, tutta metallo e cromature. Poi giri la chiave e il quadro strumenti si desta mostrando una scritta, che a seconda della mappa motore scelta, può essere «turismo», «veloce» o «pioggia». In italiano.

TAGLIA XXL- Potrà sembrare una stupidaggine, ma la verità è che questo è un dettaglio importante per capire quanto e come gli uomini Moto Guzzi abbiano lavorato per far diventare la nuova California 1400 una pietra miliare, un punto di partenza nuovo per la storia di un marchio che merita di tornare a rappresentare a testa alta il made in Italy nel mondo delle moto. La cosa diventa ancora più evidente quando la corpulenta Touring (così si chiama la versione che abbiamo potuto testare, equipaggiata con parabrezza Patrol, fari di profondità, paracilindri e valigie laterali rigide, in vendita a 19.300 euro) si muove, anche a velocità prossime allo zero, sotto la spinta del possente bicilindrico.

L'ELETTRONICA INDISPENSABILE- Basta mettersi in movimento per scoprire come il lavoro fatto sulla ciclistica e sulla distribuzione dei pesi – la moto pesa ben 337 chili – abbia effetti benefici sulla maneggevolezza: nel traffico la California 1400 sembra uno scooterone, con la sola controindicazione delle dimensioni. E quando gli spazi si aprono, a differenza di alcune concorrenti, fa sempre venire voglia di guidare perché scende in piega veloce e sincera, è molto precisa in percorrenza di curva, ha sospensioni che funzionano bene anche sullo sconnesso e freni potenti (Brembo con Abs). Insomma diverte più di quanto ci si aspetti.

Moto Guzzi California 1400 Moto Guzzi California 1400 Moto Guzzi California 1400 Moto Guzzi California 1400 Moto Guzzi California 1400

UN V2 TUTTO NUOVO-Il merito è anche del motore completamente nuovo, dotato di una gestione elettronica molto efficace e sofisticata (ride by wire con tre mappe erogazione, controllo di trazione e cruise control) che ne raffina il carattere e ne varia la personalità al semplice tocco di un tasto associando diversi livelli di potenza e curve di erogazione differenti alle tre diverse mappe selezionabili. La potenza massima è di 96 cavalli, ma è soprattutto la curva coppia (120 Nm a 2750 giri) a rendere particolarmente piacevole la guida: basta stare sopra i 1500 giri per poter spalancare il gas senza remore e godersi le capacità di ripresa del V2 made in Mandello del Lario, che ha anche un buon allungo. E soprattutto vibra come sempre, ma solo visivamente, perché grazie al nuovo sistema di ancoraggio elastocinematico resta praticamente isolato dal resto della moto. Le cose in Guzzi sono davvero cambiate.


Stefano Barggiggia
22 novembre 2012 | 14:49

E l’Italia il paese più vecchio d’Europa

La Stampa

È il solo Stato con il 20% di persone sopra i 65 anni e meno del 25% di popolazione under 25. Entro il 2060 nell’Ue ci saranno solo due persone in età lavorativa  (15- 65) per ogni anziano, rispetto al rapporto di 4 a 1 di oggi


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L’Italia è il paese più vecchio d’Europa. La notizia emerge dal Libro Bianco 2012 `La salute dell’anziano e l’invecchiamento in buona salute´, presentato questa mattina in Senato e secondo il quale l l’aspettativa di vita della popolazione europea è salita di 8 anni e le proiezioni demografiche prevedono un ulteriore aumento di 5 anni nel corso dei prossimi 40.

L’indagine restringe il focus sull’Italia che, come prodotto della combinazione di una fecondità particolarmente bassa e una durata media di vita tra le più elevate, risulta essere (lo sarà ancor di più nel futuro), il Paese più vecchio d’Europa. Anche nell’area Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), è l’Italia l’unico Stato ad aver già raggiunto quota 20% come proporzione di persone di 65 anni e oltre sulla popolazione totale e livelli inferiori al 25% della quota di popolazione under 25 (Ocse 2005).

L’Ufficio Statistico Europeo ha stimato che nella Ue entro il 2060 ci saranno solo due persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni over 65, rispetto al rapporto di 4 a 1 di oggi. La forte spinta in questa direzione dovrebbe avvenire durante il periodo 2015-2035, in cui i baby boomers, la generazione nata nei due decenni dopo la II guerra mondiale, inizierà ad andare in pensione (Eurobarometer, 2012). Analizzare le principali tematiche che ruotano intorno alla salute e all’assistenza della popolazione anziana e molto anziana del nostro Paese, in modo da delineare i reali bisogni assistenziali, è l’obiettivo del Libro Bianco 2012, redatto dall’Osservatorio nazionale sulla Salute nelle Regioni

dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, con il contributo di Abbott. Per tracciare e delineare gli scenari sulla domanda di assistenza socio-sanitaria da oggi fino al 2020.
«Bisogna incentivare le attività di prevenzione ed educare alla salute adeguando l’offerta dei servizi alla domanda di assistenza - ha sottolineato nel suo intervento il senatore Antonio Tomassini, presidente XII Commissione Igiene e Sanità del Senato - attraverso un maggior coinvolgimento degli stessi cittadini, per giungere a una più corretta pianificazione delle risorse, in un’epoca di crisi e di ridimensionamento della spesa pubblica». 

Provano a rapire la figlia, il cucciolo di pit bull gli sbarra l’uscita

La Stampa

zampa


La bambina è uscita illesa, la madre ha riportato tagli ed ematomi



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Una coppia armata fa irruzione in una casa per compiere un rapimento, ma viene sventato da uno degli ospiti a quattro zampe di proprietà dei padroni. Questo quanto accaduto a una famiglia di Indianapolis (Usa). I due delinquenti, un uomo di colore sui 35 anni e una donna anch’essa di colore intorno ai 20, sono entrati in casa della famiglia Nayeli Garzon-Jimenez, entrando dalla porta di servizio mentre il marito della famiglia si trovava a lavoro. I due, in cerca di contanti, avevano pensato di prendere in ostaggio la figlia della coppia, una bimba di tre mesi.

Al momento dell’irruzione la madre, Garzon-Jimenez, si trovava al telefono con il marito, Adolfo Angeles-Morales. Entrambi hanno sentito il pianto della loro bambina provenire da un’altra stanza, ma nel momento in cui la donna ha cercato di raggiungere sua figlia ha trovato la porta bloccata. In quel momento, secondo quanto raccontato dalla donna a WISH-TV, qualcuno dall’altra parte le ha detto: «Dammi i soldi o prendiamo il bambino», ma lei soldi contanti in casa non ne aveva. Una volta aperta la porta, la madre si è trovata di fronte i due delinquenti con in braccio la sua bambina. In quel momento è iniziata una colluttazione tra la donne e i malfattori.

Avendo tra le braccia la bambina, la ventenne armata ha cercato di fuggire dalla porta di servizio. Ma qualcuno attendeva questa sua mossa: uno dei cuccioli di pit bull ne bloccava l’uscita. Così la delinquente ha lanciato la bimba verso la madre ed è fuggita insieme al suo compagno. La bambina è uscita illesa. La madre invece è stata colpita alla testa con una pistola, oltre a riportare ematomi e tagli conseguenti al lotta. Sono scattate le indagini della polizia di Indianapolis alla ricerca dei due sospettati. 

Lo Stato non paga ai poliziotti i denti spaccati dai teppisti il caso

Gian Marco Chiocci Simone Di Meo - Gio, 22/11/2012 - 08:20

Un ispettore ha perso otto incisivi in uno scontro con gli studenti, ma non riavrà i 12mila euro spesi per curarsi. Il sindacato: versare sangue non è sufficiente per essere risarciti


Un casco da motociclista a spaccargli la faccia. Un colpo violentissimo ed è crollato a terra, svenuto, dopo aver arrestato il manifestante dei centri sociali desideroso di assaltare la sede del Pdl a Roma.



Quando ha riaperto gli occhi il poliziotto Enrico Kauffmann s'è ritrovato la bocca impastata di sangue, la mandibola danneggiata e otto incisivi spaccati in mille pezzi.

Per riprendersi ci ha messo un po', ma rischia di non riprendersi mai psicologicamente perché lo Stato gli nega il rimborso delle corpose spese odontoiatriche. «Erano i giorni dell'ira per l'approvazione della riforma Gelmini – racconta Maurizio Germanò, segretario provinciale Siap Roma – e Kaufmann prese parte a tutti gli scontri che si verificarono a piazza del Popolo, davanti a Camera dei deputati, Senato e Palazzo Chigi. In uno di questi, in via di San Marcello, gli hanno spaccato la faccia». Il poliziotto fa istanza per causa di servizio, sperando di poter ottenere uno «sconto» sulla pensione o un equo indennizzo. D'altronde, era in servizio quando è stato ferito. Tra visite, operazioni e spese di istruttoria sborsa oltre 12mila euro.
«Soldi che forse non riuscirà più a recuperare – commenta Germanò – perché, evidentemente, non è sufficiente sputare sangue per avere diritto a un indennizzo o al riconoscimento dello status di infermità permanente dovuto a motivi di servizio. La commissione medica gli vuole riconoscere un difetto di masticazione, nulla più». Proprio così: difetto di masticazione. Nel frattempo, per due volte finisce davanti ai medici che gli chiedono di consegnare documenti che attestino ciò che si può vedere tranquillamente a occhio nudo. Il prossimo appuntamento è per il 28 gennaio del 2013. Tanti auguri. Chissà, invece, come faranno a trovare i 50mila euro a testa per pagare gli avvocati i dieci poliziotti approdati in appello dopo la contestatissima condanna di primo grado per le presunte violenze nella caserma «Raniero Virgilio» di Napoli, durante il Global Forum 2001.
Chissà quanto tempo impiegheranno per mettere insieme tutti quei soldi, parenti strettissimi di tre anni di stipendio, quanti furono ingiustamente arrestati (come hanno sentenziato il Tribunale del riesame e la Cassazione), sospesi dal servizio e minacciati sui siti antagonisti e un'inchiesta che presenta, ancora oggi, molti punti da chiarire. E al danno si è aggiunta oggi la beffa: pagare di tasca propria l'assistenza legale anche se il processo di secondo grado non andrà avanti perché i reati sono ormai caduti in prescrizione, come ha dovuto riconoscere lo stesso sostituto procuratore generale nell'ultima udienza. In caso di prescrizione, infatti, dice il regolamento del ministero dell'Interno, non è possibile accedere al rimborso delle spese legali.
Sul fronte politico si fa sentire il deputato Pd Stefano Esposito che propone l'obbligo di firma per i recidivi e il fermo di polizia per chiunque si presenti in assetto da guerriglia: «Riguarda chi si presenta col volto coperto o armato di scudi, bastoni e caschi (la legge non prevede il fermo e questo impedisce agli operatori di intervenire in maniera efficace)». L'introduzione dell'obbligo di firma, continua Esposito, servirebbe ad impedire «a soggetti condannati o inquisiti per violenze durante manifestazioni di presenziare. Presenterò una mozione parlamentare per impegnare il governo a modificare l'ordinamento nel senso sopraindicato». Intanto monta la polemica tra i poliziotti. 

Il sindacato Coisp, col segretario Franco Maccari, attacca il Capo: «Le dichiarazioni di Manganelli sulla introduzione dei numeri di identificazione per i poliziotti sono inaccettabili. È evidente che non rappresenta i suoi uomini, né è capace di tutelarli: se non ha più voglia di fare questo lavoro, abbia il coraggio di andarsene a casa». Rincara la dose il segretario generale del Siulp, che si associa, dichiarandola condivisibile, alla protesta dei celerini che hanno chiesto un giorno di ferie per sabato prossimo quando a Roma gli antagonisti proveranno a concedere il bis.
 

di Gian Marco Chiocci

Licenze e sovvenzioni, l'addio milionario della giunta Polverini

Corriere della sera

Le delibere approvate dopo le dimissioni

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La scheda valutativa che i dirigenti dovranno compilare ha soltanto cinque caselle: sufficiente, discreto, buono, distinto e ottimo. Quella specie di «6 politico-sindacale» che garantirebbe a tutto il personale del governo regionale almeno il 75 per cento del premio di produttività, così dice l'intesa, è stato concordato il 10 ottobre, quando Renata Polverini e assessori erano ufficialmente dimissionari già da un paio di settimane. Magari le trattative erano cominciate ben prima della crisi. E certo l'accordo era già definito. Ma una giunta dimissionaria che lascia in eredità ai successori, sapendo di non poter succedere a se stessa, si prende una bella responsabilità.

Altri interrogativi. Possono essere catalogate come semplici «atti dovuti» le varianti ai piani regolatori e le delibere urbanistiche sfornate dal vicepresidente Luciano Ciocchetti, ex parlamentare dell'Udc? Come i cambiamenti di destinazione d'uso di alcuni immobili dell'agglomerato industriale di Castel Romano che consentiranno la nascita di centri commerciali. Oppure la riconversione dell'ex stabilimento Banci Sud di Pomezia, richiesta dalla società Goodwind Re, amministrata dall'avvocato Giovanni Lombardi Stronati, professionista un tempo in rapporti d'affari con Marco Squatriti.

O ancora le «compensazioni edificatorie» (traduzione: palazzine) di Casal Lumbroso, nel Comune di Roma. Le varianti dei piani regolatori di Sutri e Bolsena, nel viterbese, per consentire rispettivamente la costruzione di una chiesa e di strutture turistiche. E le delibere urbanistiche relative a Ronciglione, Zagarolo, Capranica, Contigliano... Tutta roba che viene da vecchie decisioni dei Comuni, e il cui iter era già da tempo in atto. Ma non si potevano ratificare prima? Anche per questo sarebbe bene che la giunta Polverini sgombrasse il campo dai sospetti che si vanno addensando in questi giorni con le pratiche sul tavolo di Ciocchetti.

E cioè che il Piano territoriale paesaggistico regionale, strumento urbanistico fondamentale di una Regione devastata da abusivismo e speculazione che ha già raccolto da parte dei territori ben 18 mila osservazioni, per il quale sono previsti passaggi in un consiglio regionale ormai dissolto, possa invece finire nell'alveo dell'ordinaria amministrazione. Insieme a qualche limatura del piano casa. Magari con vincoli edilizi meno stringenti, per la gioia dei proprietari delle aree e dei costruttori.
Ancora. Siamo coscienti che una giunta dimissionaria non avrebbe potuto restare impassibile di fronte alla crisi del Cotral, l'azienda di trasporto locale della Regione che ha chiuso il bilancio con una perdita «monstre».

Ma la situazione si conosce da mesi. Bisognava aspettare adesso per mettere mano al portafogli e tirare fuori 27,7 milioni? Sarà contento il presidente Adriano Palozzi (ex An) che al tempo stesso, sfidando la legge sull'impenetrabilità dei corpi (e degli stipendi) ricopre l'incarico di sindaco di Marino, Comune della provincia di Roma con ben 40 mila abitanti, incassando per l'incombenza aziendale 124 mila euro annui.Tanto più se è vero, come ha denunciato l'opposizione, che la Cotral si prepara a una nuova infornata di assunzioni per rimpolpare il numero dei 3.565 dipendenti. Saranno felici anche i rappresentanti regionali nel consiglio di Autostrade per il Lazio, società partecipata al 50% dalla Regione che l'ha ricapitalizzata qualche giorno fa con 375 mila euro.

Ovvero il presidente Luigi Celori, fino al 2010 consigliere regionale Pdl, che ora si consola con quella poltrona e un vitalizio regionale da 5.760 euro netti al mese. E Cesare Bruni, consigliere comunale di Latina per Città nuove, il movimento di Renata Polverini, che senza infingimenti scrive nel suo curriculum: «Milita dalla fine degli anni 70 a metà anni 80 in gruppi extraparlamentari neofascisti».

Ma un respiro di sollievo, dopo aver avuto 125 mila euro per Digitallife 2012, avranno tirato anche i vertici della Fondazione Romaeuropa, che ha un consiglio d'amministrazione di tutto rispetto: dove siedono fra gli altri, fianco a fianco, Renata Polverini, Gianni Letta, Andrea Mondello e l'immobiliarista Sergio Scarpellini, proprietario dei palazzi affittati alla Camera e al Senato. Un esempio di come l'«ordinaria amministrazione» non scordi mai gli impegni presi a 360 gradi. Qualche altro caso? I 20 mila euro all'associazione MetaMorfosi presieduta dall'ex deputato di Rifondazione Pietro Folena. I 30 mila per la settimana degli sport acquatici affidato alla Federazione nuoto del senatore Pdl Paolo Barelli.

I 270 mila all'associazione nazionale esercenti cinema... Atti dovuti, certo. Come il commissariamento delle Asl di Roma H, Roma F e Viterbo. O il finanziamento di 442.422 euro a una cooperativa edilizia (Azzurra) di Nettuno. Il riconoscimento del nuovo simbolo «della Strada del vino nella Provincia di Latina». I soldi, e tanti (18 milioni), per iniziative culturali fra cui il contributo per il nuovo teatro di Frosinone: e passi che dovrebbe tirarli fuori la nuova giunta nel 2013 e 2014. La rimodulazione dei fondi per gli asili di Roma. Il progetto (un milione 450 mila euro) per il Museo delle vittime del terrorismo e delle stragi...

E poteva, una giunta dimissionaria, abbandonare a se stessa la sanità? Ecco allora 37,2 milioni per investimenti nelle aziende ospedaliere: e pure qui passi che quasi tutto il conto (29,5 milioni) lo dovranno pagare i successori. Ecco 5 milioni per il Bambin Gesù. Ecco 3 milioni per i progetti asismici degli ospedali. Ecco 300 mila euro per un «Day hospital di geriatria con quattro posti letto». Ecco, soprattutto, un accordo per i pagamenti nel 2013 (sempre a carico della prossima giunta) ai tantissimi che vantano crediti sanitari nei confronti della Regione. Argomento, ne siamo convinti, che avrebbe tenuto banco alla cena organizzata questa sera dalla Fondazione Città nuove di Renata Polverini per raccogliere fondi, cui molti di loro avrebbero forse partecipato. Al modico prezzo (minimo) di mille euro ciascuno. Se però la cena non fosse stata rinviata a data da destinarsi. Chissà perché...



«Renata deve annà» (24/09/2012)

Polverini: «Non mi dimetto» (21/09/2012)

Sergio Rizzo
22 novembre 2012 | 7:56

Un hacker americano entrò nei computer dell'Eliseo prima dell'elezione di Hollande

Corriere della sera

Per un settimanale francese i computer della presidenza francese sono stati spiati grazie a un potente virus

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La storia sembra scritta da uno sceneggiatore di film di spionaggio. Secondo quanto racconta il settimanale francese L'Express, un hacker - pare di nazionalità americana - è riuscito a «bucare» il sito dell'Eliseo. E non solo. L'attacco sarebbe stato sferrato fra i due turni delle ultime elezioni presidenziali, periodo delicato, dal punto di vista politico, per la Francia.

COME FLAME - Scopo della missione sarebbe stato quellodi spiare progetti, note riservate, appunti top secret dei più stretti collaboratori dell'allora capo di Stato Nicolas Sarkozy. L'hacker sarebbe riuscito a introdursi invitando su Facebook diverse persone che lavoravano all'Eliseo a connettersi a un falso sito della presidenza. Grazie a questo stratagemma, basato sull'ingegneria sociale, e a un virus simile a Flame e prodotto negli Usa e negli Israele, gli utenti, ignari, hanno fornito al pirata informatico le chiavi di ingresso. Ad essere hackerati sono stati i computer dei più stretti collaboratori del presidente, tra cui i consiglieri del governo e il segretario generale dell'Eliseo, Xavier Musca. L'unico a non essere stato spiato sarebbe stato proprio Sarkozy, in quanto il presidente non aveva accesso personale a un computer all'Eliseo.

PROBLEMA RISOLTO? - Gli Stati Uniti hanno tuttavia formalmente smentito l'informazione, parlando di «dichiarazioni di fonti non identificate». «Non abbiamo partner più importante della Francia, non abbiamo alleato più importante della Francia», osserva il segretario di Stato della Sicurezza interna americano, Janet Napolitano. «Cooperiamo in numerosi ambiti che riguardano la sicurezza. E sono qui per rinforzare ancora di più questi legami e svilupparne di nuovi». «C'è stato un grosso attacco - ammette l'Eliseo -. Ma risale a diversi mesi fa, in ogni caso a prima dell'insediamento di François Hollande. I servizi coinvolti lo hanno gestito e da allora non abbiamo più avuto problemi».

LE IPOTESI - Secondo una fonte anonima intervistata dall'Express su questo attacco sono state fatte diverse ipotesi. Una è che gli Usa abbiano usato l'attacco per seguire più da vicino l'evolversi della campagna elettorale. Oppure che il governo americano abbia deciso di spiare gli alleati francesi per i loro stretti contatti con i paesi mediorientali. Ma - come scrive lo stesso settimanale francese - si tratta di ipotesi.


Marta Serafini
@martaserafini21 novembre 2012 (modifica il 22 novembre 2012)

In Belgio l'oasi dei vip francesi in fuga dal fisco di Hollande

Gaia Cesare - Gio, 22/11/2012 - 08:34

A Néchin, minuscolo villaggio al confine con la Francia, il rifugio di decine di milionari. A cui si è aggiunto Gérard Depardieu...


«Non li vediamo mai - dice ai giornalisti venuti a curiosare, col suo francese che sa di Nord, una sorridente signora appena uscita dalla boulangerie.


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Ma vediamo le loro belle case a un passo dalla frontiera. E siamo contenti». «C'est bien, c'est bien qu'ils viennent chez nous», dice un'altra soddisfatta col suo carrello della spesa. «Ci fa piacere che vengano qui. Vuol dire che si sta bene». «Qui» è Néchin, paesino da duemila anime, nel sud-ovest del Belgio, con aria buona, molte mucche, tanti campi di patate e un numero sorprendente di milionari. Quasi tutti francesi. Che infatti sono il 27% degli abitanti di questo sperduto villaggio della Vallonia.

Attratti dalla campagna? Forse. Conquistati dalle ex fattorie convertite in lussuose ville? Sicuramente. Ma soprattutto attirati come calamite da un mix ghiotto per i palati di vip e ricconi di Francia: Néchin è a 1,6 chilometri dal confine francese, (quattro minuti di macchina in tutto, appena quindici dalla rinomata Lille, capoluogo della regione francese Nord-Pas-de-Calais) ma si trova in Belgio, dove non esiste alcuna imposta sulla fortuna, né tassazione sulle plusvalenze e dove le tasse di successione sono ben più vantaggiose che in Francia.

Et voilà: è sufficiente risiedere da questa parti, senza necessariamente prendere la cittadinanza, per essere assoggettati al fisco belga. Un paradiso fiscale - da oltre vent'anni - per molti milionari francesi, tra cui diversi membri della famiglia Mulliez, proprietaria dei supermercati Auchan e della catena di negozi sportivi Decathlon e tra cui anche il cantante Johnny Hallyday, scappato qualche anno fa perché stufo delle lungaggini per ottenere la cittadinanza belga.

Un'oasi che pare ancora più felice oggi ai ricconi di Francia in vista della tassa «Paperoni» che sarà introdotta tra qualche mese, cioè l'imposta al 75% sulla quota di guadagni che eccede il milione di euro, la stessa, per intendersi, che ha già messo sull'attenti Bernard Arnault, uomo più ricco di Francia e patron del colosso del lusso Lvhm, che dopo aver tentato di prendere la cittadinanza belga ha provocato enormi polemiche e ispirato l'irriverente copertina di Libération «Vattene, ricco coglione».

Succede così che nella vicina città di Estaimpuis, tra un piatto di foie gras e un altro di aragosta e carciofi, nel rinomato ristorante Ferme du Château, sia stato avvistato Gérard Depardieu, star internazionale considerata da Forbes fra le più potenti e ricche del mondo. Una gita oltre confine per Obélix? Sì, ma con un chiaro intento, rivelato per primo dal giornalista del belga Le Soir Frédéric Delepierre, abitante di Néchin, secondo cui il contratto di acquisto sarebbe già stato firmato.

Interpellato direttamente dalla radio Europe-1, un Depardieu dichiaratamente alterato per le domande sull'argomento, non ha smentito la notizia. Ma ha finito per infuriare molti francesi. A cominciare dai vicini abitanti di Roubaix, località francese a nord-est di Lille (e a meno di dieci chilometri da Néchin) dove la metà dei residenti vive al di sotto della soglia di povertà. Il sindaco della città ha lanciato un appello all'attore:

«Venga qui, abbiamo una grande identità e un'immagine bella e ribelle». Parole dietro le quali si nasconde anche tanta rabbia: «Credo che i francesi siano delusi da Depardieu», spiega il portavoce del sindaco, Bertrand Moreau, perfettamente cosciente che l'invito sia semplicemente una boutade, «ma poi, perché no?», dice. «I francesi si aspettavano un po' più di militanza da lui. Siamo nel pieno di una crisi e ognuno deve fare uno sforzo, soprattutto quelli che possono permettersi di farlo. Lui può ma invece se ne va».

Fugge dalla gauche di Hollande, lui che in campagna elettorale ha sostenuto lo sconfitto Nicolas Sarkozy, salendo persino sul palco del mega-raduno di Villepinte facendo il tifo per «il nuovo amico» e difendendolo dalle accuse «ingiuste» dei suoi avversari con un celebre endorsement: «Non sento che parlar male di una persona che ha fatto solo del bene». Intanto a Néchin si festeggia: «Guardatevi attorno - dice Chantal ai giornalisti corsi sulle orme dell'attore - Il paese è morto. Qui non c'è nulla. Speriamo che almeno lui sia dei nostri, che crei qualche attività e che porti un po' di buonumore».

La scuola vieta la festa di Natale: "Per rispetto delle altre religioni"

Luca Donigaglia - Gio, 22/11/2012 - 08:38

A Caorso per non offendere i bambini stranieri, la direttrice elimina il presepe e altri riferimenti religiosi. In rivolta i genitori di 120 alunni


Togliere il presepe a 120 bim­bi p­er far vincere il multicultura­lismo? In provincia di Piacenza si può. Nella citta­dina di Caor­so, finora cele­bre solo per il tira e molla sulla centrale nucleare, il diktat di una preside sta scatenando un polverone che, addirittu­ra, finisce sul­la scrivania del ministro dell’Istruzio­ne Francesco Profumo.


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La protago­nista di que­sta storia si chiama Ma­nuela Bruschi­ni e dirige l’istituto scola­stico com­prensivo di Monticelli d’Ongina e San Nazzaro (materne e medie). Alcu­ne settimane fa, Bruschini ha deciso di vietare ogni riferimen­to ai temi religiosi tra le iniziati­ve scolastiche per il prossimo Natale. E, così, anche un classi­co come il presepe è finito nel gi­rone dei simboli proibiti. Ha tentato di metterci una pezza il sindaco (Pdl) di Caor­so, Fabio Callori, promettendo che stamattina porterà alla scuola materna del suo paese quattro presepi alle quattro se­zioni dell’asilo. Ma la frittata è fatta:il ministro Profumo e l’as­se­ssore regionale Patrizio Bian­chi, infatti, sono già stati infor­mati della vicenda. Bruschini giura di non aver fatto tutto da sola:

«Anzi- sostie­ne la preside- è stato proprio il collegio a suggerire iniziative sulla multiculturalità. Ho dato indicazione di evitare riferi­menti religiosi per concentrar­si su temi universali come l’ami­cizia e la fratellanza».Tutti amici e tutti fratelli, in­somma, ma allora perché aboli­re i re magi, le stelle comete o la stalla di Betlemme? Per ora non lo capiscono nemmeno le fami­glie degli oltre 100 bimbi coin­volti o, tanto per buttarla in poli­tica, il capogruppo bersaniano in Provincia, Marco Bergonzi, ha già chiarito che «toccare il Natale ai più piccoli è una vergo­gna », ma sono soprattutto le mamme dei bambini a mostrar­si allibite. Tra le signore inter­pellate in questi giorni, spicca­no quelle che ammettono che «mi spiace, ma non capisco», oppure chi ricorda che «già i bambini il Natale non lo sento­no più, ora se eliminiamo an­che il presepe… » o ancora colo­ro che si permettono di dire che «le tradizioni non fanno male a nessuno ed è meglio tenerse­le ». Macché.

La preside multiculturale non ha ceduto di un centimetro e, dopo essersi preoccupata di chiarire che il suo niet al prese­pe è «pedagogico e non politi­co », punta a minimizzare: «Al­cuni genitori si sono detti per­plessi ma non tutti, sono sem­pre pronta al dialogo e alla spie­gazione ». Intanto, la storia del presepe negato agita le acque della poli­tica non solo locale. Il sindaco, oltre a recapitare i presepi al­l’asilo, annuncia che chiederà di trasferire Caorso in un altro distretto scolastico. Il deputato piacentino Tommaso Foti (Pdl) bolla la sortita della presi­de come «una scelta scellerata» degna «degli eredi di Lenin, Sta­lin, Ceausescu» e ha già presen­tato l’interrogazione al mini­stro.

Il collega della Lega Massimo Polledri dice che Bruschini gli «ricorda il Grinch, quello stra­no personaggio di fantascienza che odiava il Natale e il clima di festa e andava in giro a rubare tutti i doni, alberi di Natale com­presi ». Mentre il consigliere re­gionale Stefano Cavalli ( di nuo­vo Lega) ha informato la Regio­ne Emilia- Romagna, pure il pre­sidente della Coldiretti Piacen­za, Luigi Bisi, assicura che «can­cellare il presepe significhereb­be cancellare la nostra identi­tà ». Solo Rifondazione ritiene «allucinante il coro di dichiara­zioni a senso unico da parte di fascisti, leghisti ed esponenti del Pd». La preside prova di resi­stere a oltranza: «Non devo ri­spondere degli sviluppi politici della vicenda». Troppo tardi, a quanto pare.

La vera Apocalisse è ritornare uomini

Tullio Avoledo - Gio, 22/11/2012 - 08:52

Sarebbe bello che la paura della fine (che non ci sarà...) ci facesse trovare un nuovo senso della vita


Pur non essendo vecchio come Matusalemme, questa non è la mia prima fine del mondo. Nel 1957, per coincidenza proprio l'anno in cui sono nato, usciva il libro L'ultima spiaggia, di Nevil Shute.


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In quel romanzo si descrivevano una guerra nucleare globale e gli ultimi superstiti dell'umanità, che in Australia attendono che il fallout mortale li raggiunga. Ne venne tratto un film ancora oggi bellissimo, dallo stesso titolo. L'ho visto da bambino, e ho ancora impressa nella memoria alcune scene, girate nel favoloso bianco e nero di Giuseppe Rotunno: Gregory Peck, Ava Gardner, Anthony Perkins, ognuno a modo suo intento a conservare la propria umanità individuale di fronte alla morte dell'umanità intesa come entità collettiva. Le loro scelte coraggiose avevano una dignità antica, quasi incomprensibile ai giorni nostri.

Il personaggio che mi è rimasto più nel cuore di quel film è il fisico nucleare Julian Osborne, interpretato da Fred Astaire, che organizza un Gran Premio d'Australia i cui concorrenti gareggiano senza badare alla propria sicurezza, tanto che durante la corsa muoiono tutti, tranne lui.
Mi rimarrà impresso per sempre il gesto amorevole con cui Astaire appende alla sua vecchia Ferrari da corsa la targa da vincitore e poi la copre con un telo bianco, prima di togliersi la vita.

Si può imparare lo stoicismo da un film? Direi di sì. Con me, almeno, ha funzionato. In caso di un'apocalisse vera so come comportarmi. Da allora, dall'incubo nucleare dei primi anni '60, abbiamo conosciuto altri momenti in cui la fine del mondo sembrava a un soffio da noi. Avevo sei anni durante la Crisi di Cuba, e dieci quando scoppiò in Israele la Guerra dei Sei Giorni. I tamburi dell'Apocalisse hanno battuto forte quella come altre volte, minacciando la fine dell'umanità (la fine del mondo, secondo me, è un'altra cosa).

Le bombe atomiche sono sempre state in pole position fra le nostre paure, ma non sono mancate minacce da parte di asteroidi come Apophis, nel 2004, o di malattie come la Sars, Severe Acute Respiratory Syndrome, che nel 2003 fece impazzire il mondo. Mi ricordo un episodio su tutti: il padiglione del Canada, paese ospite del Salone del Libro di Torino in quell'anno, attirava pochissimi, temerari visitatori, perché in Canada si erano registrati alcuni casi di Sars. Giravamo con le mascherine sul viso, ci si puliva le mani più di un orsetto lavatore, e se qualcuno vicino a te tossiva svenivi dalla paura. Potevi rapinare una banca sventolando un kleenex usato.

Prima ancora, anche se tutti si vergognano troppo per nominarla, c'era stata la grande paura del Millennium Bug, una presunta emergenza che secondo alcuni avrebbe prodotto, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 1999, conseguenze catastrofiche, a causa di un difetto (un bug, appunto) nei sistemi operativi dei computer. Su questa paura apocalittica vennero scritti un sacco di saggi e di (brutti, bruttissimi) romanzi. Ovviamente il fatidico 1° gennaio 2000 arrivò e il mondo non finì, se non in un episodio dei Simpson, quello in cui Homer dimentica di rimuovere il bug dai computer della centrale nucleare di Springfield causando l'apocalisse mondiale e costringendo l'umanità ad abbandonare la Terra.

I toscani ricorderanno invece l'incubo di un'epidemia di encefalopatia spongiforme bovina, la cosiddetta malattia della «mucca pazza» che nel 1995 portò a un embargo durato dieci anni delle carni provenienti dal Regno Unito e mise al bando per anni la mitica bistecca fiorentina. Ci fu chi, a quel tempo, scrisse romanzi apocalittici in cui l'Inghilterra diventava una landa deserta, avvolta dal fumo denso delle pire su cui bruciavano migliaia, milioni di animali e di esseri umani.

Io li colleziono, quei romanzi, come colleziono quelli sul Millennium Bug. É un modo scaramantico per esorcizzare la paura, ma anche per ricordarci che razza di creduloni siamo stati, e siamo tutt'oggi, visto che c'è ancora qualcuno che prende sul serio i profeti dell'estinzione globale, mettendo in bocca ai sacerdoti Maya previsioni che quasi sicuramente non si sono mai sognati di fare e che altrettanto sicuramente non si avvereranno.

D'altra parte le previsioni apocalittiche non sono in fondo degli oroscopi collettivi? Se certe persone impostano la loro vita sulla base dei segni zodiacali e dei pianeti, perché non potrebbe farlo l'umanità? E poi ammettiamolo, nelle nostre esistenze i giorni scorrono senza grosse emozioni, uno uguale all'altro: un conto alla rovescia aggiunge pepe alla vita, dà (o dovrebbe dare) un nuovo senso a ogni giorno, a ogni ora, a ogni battito del cuore. 30 giorni alla fine del mondo. 720 ore. 43.200 minuti. 3.000.000 di battiti del cuore. Sarebbe bello che la paura della fine ci facesse trovare un nuovo sapore, un nuovo senso, in ognuno di quei battiti. E chissà che per qualcuno non sia proprio così. Glielo auguro. Personalmente, mi ostinerò a vivere come sempre. Non correrò il Gran Premio d'Australia.

Continuerò a pensare che dopo il Giorno dell'Apocalisse ci sarà un altro giorno, e allora per dar corpo ai nostri incubi dovremo inventarci qualcos'altro. Continuerò, insomma, a gridare che il mondo non finirà il 21 dicembre di quest'anno. Tanto, anche se dovessi sbagliarmi, non ci sarà rimasto in giro nessuno per farmelo notare.

La banchina vuota

La Stampa

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yoani sánchez


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La piccola stazione dei treni freme di vita sin dalle prime ore del mattino. Gli studenti passano con le uniformi ordinate mentre un venditore di giornali pubblicizza il solito Granma quotidiano. Ci sono confezioni di arachidi, garzoni che offrono bibite e diverse persone che hanno dormito tutta la notte su cartoni disposti per terra. Quel posto - nonostante la sua architettura insignificante - potrebbe essere una stazione ferroviaria in ogni città del mondo. Ma manca qualcosa nello scenario, qualcosa brilla per la sua assenza: non si vede neanche l’ombra di un treno. I binari sono vuoti e non si scorge nessuna locomotrice, non si ode neppure il suo fischio in lontananza. A metà mattina arriverà arrancando un solitario locomotore che mostra ancora dipinte su un lato le lettere DB (Deutsche Bahn). I passeggeri ci saliranno di mala voglia, anche se qualche bambino saluterà sorridendo dal finestrino.

Cuba ha avuto la prima ferrovia dell’America Latina, inaugurata proprio in un mese di novembre come questo, ma 175 anni fa. Il tratto L’Avana - Bejucal venne creato dieci anni prima che in Spagna - una nazione importante - cominciassero a funzionare i treni sul suo territorio. Ma non è soltanto questione di date, quanto del fatto che in questa Isola le linee ferroviarie si inserirono nella geografia nazionale come una spina dorsale dalla quale partivano infinite diramazioni.

La vita di molti paesini cominciò a misurarsi temporalmente tra l’arrivo di un vagone e di un altro, tra gli arrivi e le partenze che comparivano nella lavagna di ogni stazione. Il quotidiano profumava di quell’aroma che scaturisce dall’attrito tra il metallo delle ruote e quello dei binari. Oggi resta davvero poco di quel protagonismo ferroviario. Un giorno abbiamo detto addio dalla banchina all’ultimo treno sul quale abbiamo viaggiato comodamente e a partire da quel momento salire sopra un altro è stata un’esperienza scomoda, difficile e angosciosa.

Anche se nel corso dell’ultimo anno sono stati portati a termine lavori di riparazione di strade ed è più che raddoppiato il trasporto di merci a mezzo camion, il danno subito dal sistema ferroviario cubano è talmente grave che non si può quantificare. Il problema principale non sono la mancanza di puntualità nelle partenze, i vagoni deteriorati e neppure i bagni sudici al punto da non poterli definire servizi sanitari. Neppure il furto sistematico alle cose di proprietà dei viaggiatori, l’atteggiamento sgarbato di molti impiegati nei confronti dei clienti, la cancellazione costante delle partenze o la preoccupante mancanza di sicurezza stradale che si manifesta con frequenti incidenti.

La perdita maggiore si è verificata nella mentalità dei cubani, perché il treno ha cessato di rappresentare il trasporto interprovinciale per eccellenza. Milioni di persone adesso non scandiscono più il ritmo della loro esistenza secondo il fischio di una locomotiva, non salutano con orgoglio dal finestrino di un vagone. Alla consueta scena del bacio di commiato in una banchina, del fazzoletto sventolato dalla fermata, da alcuni decenni manca il protagonista principale: un treno sul punto di partire, un lungo serpente di ferro pronto a percorrere la spina dorsale di questa Isola.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Jacko odiava suo padre Per questo cambiò volto"

Antonio Lodetti - Gio, 22/11/2012 - 09:03

Il biografo narra i segreti dell'icona pop: "La famiglia, che lo sfruttava, fu per lui una catastrofe. Trasformò i suoi lineamenti per non assomigliare a genitori e fratelli"

 

 CatturaVita morte, segreti e leggenda del re del pop (Piemme) il libro definitivo sulla sua storia e soprattutto sui suoi ultimi quattro anni di vita. Così abbiamo pensato di sentire l'opinione di Sullivan sull'artista. Jackson è morto come i maledetti del rock Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison ma era molto diverso da loro. «Si, Hendrix e la Joplin sono morti giovani all'apice del successo. Morrison cercando di fuggire dallo status di rockstar. Michael se n'è andato a 50 anni dopo essere sopravvissuto a una serie di catastrofi personali (non ultima la famiglia che gli viveva sulle spalle da quando aveva 7 anni).
La sua morte paradossalmente nasce da un eccesso di cure mediche».

Cioè?
«La negligenza del dr. Murray è stata la causa diretta della morte, ma l'enorme pressione che c'era su di lui per i concerti allo “02” di Londra ha contribuito. Lo stress lo ha distrutto. Tom Mesereau, che lo ha difeso nel processo per pedofilia, ha detto che ne è uscito talmente ferito da non riprendersi più. Penso che Michael sia stato processato per un crimine che non ha mai commesso».

Cosa lascia Michael Jackson come testamento artistico?
«Nessuno può negare il suo ruolo di primo piano nella pop music. È stato la prima icona Usa amata da gente di tutte le razze. Al tempo stesso la sua musica e la sua vita sono diventati uno spettacolo pubblico ed è stato deriso da molti. Ha pagato caro le sue trasformazioni e i suoi strani comportamenti».

Cos'è successo veramente prima dei concerti londinesi?
«I concerti allo “02” sarebbero stati il più grande ritorno nella storia dello show business. Pochi pensavano che avrebbe retto 50 concerti ma all'inizio lui stava bene, grazie all'aiuto del suo manager Thome Thome. Ma questi fu allontanato e Michael cominciò a perdere peso e a prendere sempre più droghe. Non stava bene e voleva darsi al cinema, ma con i suoi guai Hollywood non l'avrebbe mai preso sul serio».

Perché un'icona pop diventa un giocattolo nelle mani del business?
«Per soldi. Michael era una parte importante dell'impero della Sony. Il suo catalogo valeva milioni di dollari».

Cosa pensa della presunta pedofilia di Michael?
«Ho studiato gli atti e ho visto quanto le prove contro di lui fossero deboli. Non penso fosse un pedofilo, né che abbia mai abusato di bambini. Dopo aver incontrato il primo bambino che lo accusava ho avuto qualche dubbio, ma le prove sono sempre a favore di Michael».

Cosa dice di un album mitico come Thriller?
«È stato l'apice della sua carriera, anche se Off the Wall secondo me è migliore. Thriller è ispirato dal Lago dei cigni di Tchaikovsky e in esso c'è una perfezione difficile da imitare. Quella perfezione che poi ha nuociuto agli album successivi, cui mancava la carica e l'autenticità dei precedenti».

Michael è morto ricco o povero? «Paradossalmente entrambe le cose. Aveva debiti enormi ma possedeva pur sempre un patrimonio di 500 milioni di dollari. Ma i debiti lo lasciavano spesso senza contanti. Nel 2007 gli fu tolta la sua unica carta di credito e lui e i suoi figli furono cacciati da una serie di alberghi. Nel 2008 il suo debito fu rifinanziato, ma l'accordo con la Sony lo mise alle strette; doveva guadagnare 100 milioni di dollari in due anni o avrebbe perso tutto. Per questo accettò di fare i concerti di Londra».

Perché tutti quegli interventi estetici? «L'unico e vero motivo è che non voleva somigliare a suo padre, che odiava. Poi perché voleva essere un essere unico e particolare, ma tutto nasce dal suo odio per il padre e per la famiglia. Le contraddizioni della sua psiche lo hanno reso ostaggio di ogni tipo di gente, che ha cercato di trarne vantaggio».

Una mail della marina americana: «Nessun marinaio vide il corpo di Bin Laden»

Corriere della sera

Nuovi dettagli sulla sepoltura in mare del capo di Al Qaeda. Le informazioni ottenute dall' Associated Press

WASHINGTON - La versione ufficiale americana è che Osama, dopo la sua morte per mano dei commandos, sia stato lanciato in mare dalla portaerei Carl Vinson. Un funzione avvenuta in un punto segreto dell’Oceano Indiano. Ma c’è chi dubita. Oppure ritiene che il tutto sia svolto in modo diverso. L’agenzia "Associated Press", attraverso la procedura del Freedom Information Act, ha ottenuto le comunicazioni interne della nave statunitense. Dai messaggi, in parte censurati, risulterebbe che nessuno dell’equipaggio ha assistito al momento dell’inumazione.

A raccontare quello che sarebbe avvenuto è una email del 2 maggio, inviata dall’ammiraglio Charles Gaouette: «Il corpo del morto è stato lavato, quindi avvolto in lenzuolo bianco, poi infilato in una sacca con dei pesi». Poco dopo è stata letta una preghiera «già preparata» e letta da un militare che sapeva l’arabo. Una breve cerimonia seguita dall’ultimo atto, con la salma di Bin Laden fatta scivolare in mare lungo un asse di legno. Ma per l’Ap non vi sarebbero testimoni di questo momento o comunque è quello che emergerebbe dalle "carte" ufficiali.

Ovviamente questo non esclude che siano stati membri delle forze speciali e dell’intelligence a occuparsi del corpo di Bin Laden. In passato il Pentagono, sempre in seguito a richieste dell’Ap, ha sostenuto di non aver trovato nei suoi archivi il certificato di morte del capo di Al Qaeda, così come la foto del suo cadavere a bordo della Vinson e né il rapporto dell’autopsia. Una delle voci circolate è che la salma di Bin Laden dopo il raid di Abbottabad sia stata in realtà trasferita nell’ospedale militare di Bethesda, in Maryland, per essere conservata in una sezione speciale dell’obitorio.



Uccisero Bin Laden, Navy Seals nei guai per un videogame (09/11/2012)

In rete il primo trailer del film sulla morte di Osama Bin Laden (08/08/2012)

In rete il primo trailer del film sulla morte di Osama Bin Laden (08/08/2012)

Guido Olimpio
@guidoolimpio21 novembre 2012 | 23:42

Quando le Poste inventarono l’Italia

La Stampa

Dai primi francobolli allo sportello come luogo d’incontro, in mostra 150 anni di storia della comunicazione

gianluca nicoletti
roma


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Le Poste Italiane festeggiano un secolo e mezzo di vita, è chiaro che ogni nativo digitale non sarà sfiorato nemmeno dall’idea che questa sia una ricorrenza da ricordare. Sarebbe però presuntuoso non riflettere su quale sia stato il cammino delle transazioni epistolari nel nostro Paese, oggi tra i primi nel mondo per esercizio della comunicazione 2.0. La passione nazionale nel «messaggiarci» deve cercare le sue radici storiche nell’anno 1862, quando l’Italia, nel bene o nel male, era stata fatta da un anno.

Fu allora che, chi si era preso l’onere di fare anche gli italiani, reputò indispensabile la creazione di un operatore postale nazionale. Si badi bene a non sovrapporre tutti i luoghi comuni possibili, maturati nel nostro frequentare uffici postali, con quella che fu una straordinaria rivoluzione. 
La Riforma postale si appoggiava alla Legge n. 604 del 5 maggio 1862 e introduceva dei fondamentali principi riguardo alla corrispondenza, tra cui la sua inviolabilità. Il concetto di privacy riguardo al contenuto delle lettere fu per la prima volta garantito dal fatto che la loro distribuzione su tutto il territorio nazionale fosse in monopolio a un servizio pubblico.

Attraverso il francobollo, era imposta una tariffa uguale per tutti i cittadini, in cambio dell’impegno a «coprire» con i propri servizi tutto il territorio nazionale, anche i luoghi dove non ci fosse un congruo ritorno economico. La posta pubblica cominciò a viaggiare su rotaia, in maniera molto più sicura piuttosto che a cavallo o con corrieri appiedati. Era il progresso, grazie a cui anche le transazioni economiche cominciarono a superare i limiti geografici attraverso il vaglia, che divenne lo strumento principe a cui i nostri emigrarti affidavano le loro rimesse. Dal 1876, dopo che le Poste iniziarono a emettere i libretti di risparmio, chiunque si sentisse socialmente inadeguato a un rapporto con le banche, aveva comunque alternative più sicure che il seppellimento del gruzzolo sotto alla mattonella di casa.

Nel 1896 Guglielmo Marconi brevettò il telegrafo senza fili, tre anni dopo fu istituito il Ministero delle Poste e Telegrafi, che ci permise di allargare il nostro orizzonte mentale all’idea che le comunicazioni potessero superare anche la barriera della distanza e dei conseguenti lunghi tempi di consegna. Nell’ambito professionale vale lo stesso principio: tutta la nostra dimestichezza nella gestione di corrispondenza elettronica si fonda su una mutazione genetica dovuta alla posta pneumatica, operativa dal 1913, prima a Milano, poi a Roma e Napoli.

Era un bussolotto di metallo sparato ad aria compressa attraverso una rete di tubature che collegavano vari luoghi di lavoro nell’area cittadina. In pratica un embrione del web, anche se ancora legato a un supporto fisico. La Grande Guerra fu un tragico evento, ma sancì la centralità del servizio postale, unico network emotivo possibile tra combattenti al fronte e le famiglie. La penuria di maschi, impegnati nel combattimento, fu paradossalmente motivo di emancipazione femminile. Fu proprio allora che le donne cominciarono a lavorare nelle Poste Italiane. Quando ci mise mano il Fascismo, nel ’24 si inventò il Ministero delle Comunicazioni, che metteva assieme Poste, Telegrafi, Telefoni, Ferrovie e Marina.

Come dire che tutto quello che allora costituiva il software e l’hardware della comunicazione pubblica, aveva un unico grande centro di controllo. I dipendenti delle Poste erano tra i lavoratori più invidiati del tempo: avevano la cassa mutua, un loro dopolavoro e potevano usufruire di sconti su generi alimentari, spettacoli e gare sportive. Ed è ipotizzabile che quel moto solidale di ribellione da fila immobile, verso chi sia ritenuto, a ragione o torto, istituzionalmente responsabile del rallentamento, si alimenti anche dalla memoria collettiva dei privilegi che, allora, il regime attribuì ai dipendenti di quel nuovo Ministero.

Sarebbe bello che ogni improperio che rimbalza ogni giorno in qualsiasi coda che si formi davanti a uno sportello, fosse solo frutto di un atavico risentimento. Potremmo così sperare che ce ne liberi per sempre, oltre alle nuove tecnologie delle Poste Italiane, anche l’anagrafico esaurimento dei frequentatori più arrabbiati degli uffici postali, da sempre strenui monopolisti del nostro tempo perduto con un tagliando numerato in mano.

Juliano confessa un vecchio «biscotto»: «Combinai Napoli-Milan del 1978»

Corriere del Mezzogiorno

L’ex capitano azzurro racconta dopo 34 anni: «Mi rivolsi a Rivera». Col pari le squadre andarono in Coppa Uefa. Il rossonero: «Non c'era neppure bisogno di parlarci....»


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NAPOLI – Rivelazione-choc di Antonio Juliano, ex capitano del Napoli e mediano della Nazionale, al convegno «Il calcio tra le regole» organizzato dall'associazione Azzurra Lex. Davanti al presidente del Tribunale di Napoli, Carlo Alemi, al capo della Procura federale, Stefano Palazzi, a decine di avvocati e magistrati, lo storico azzurro ha rivelato come si come si «combinavano» le partite negli anni '60 e '70.

LA «CONFESSIONE» - In particolare, Juliano ha raccontato come «taroccò» con la complicità di Gianni Rivera il match Napoli-Milan del 7 maggio 1978, ultima di campionato. Un «pareggino» quasi annunciato, quello tra i partenopei e i rossoneri: grazie a quel risultato, entrambe le compagini andarono in Coppa Uefa. Una «confessione» che arriva ben 34 anni dopo, come racconta la Gazzetta dello Sport. Gianni Rivera al telefono nel pomeriggio non ricorda l'episodio specifico: «Però capitava che si parlava tra di noi prima di una gara, poi però ognuno giocava la propria partita», spiega l'ex bandiera rossonera. «Nella stagione '77-'78, all'ultima giornata - ha spiegato Juliano - affrontammo i rossoneri al San Paolo. Con un pareggio, ci saremmo qualificati entrambi per la Coppa Uefa.

Per questo incontrai Rivera e Albertosi, prima del match. Decidemmo per il pareggio e, dopo aver spiegato tutto ai miei compagni, facemmo finire la partita 1-1. A un certo punto perdevamo (rete di Bigon al 74' ndr) e gli altri mi dicevano: "Ma come? Ci hai detto che avremmo pareggiato...". Allora io andai da Albertosi e gli ricordai che avevamo fatto un patto e che non capivo perché non lo stessero rispettando. E lui replicò: "Capitano, ma che devo fare se io mi sposto a destra e i tuoi mi tirano la palla addosso?" Questo mi disse...". Poi arriva la svolta. "Angolo al 90', Vinazzani che è uno che di gol di testa in carriera non ne ha mai fatti, va in mischia e firma il pareggio. E tutti eravamo felici: più di tutti i tifosi».

LA RISPOSTA DI RIVERA - Pronta la «risposta» di Rivera: «Se il pareggio ci qualificava entrambi allora non c'era nemmeno bisogno di parlarci. Francamente non mi ricordo molto bene - ha detto l'ex capitano del Milan - ma se l'1-1 ci qualificava allora non c'era nemmeno bisogno di parlarci...». Confessione quella di Juliano sincera ma ormai tardiva: dopo tanti anni l'eventuale illecito è ormai prescritto.


Redazione online21 novembre 2012

L'Italia adotta Bruno e Chiara, i cani mascotte dei militari italiani a Kabul

Il Messaggero
di Ebe Pierini

Arrivano domani a Fiumicino: accompagnavano in missione i soldati


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ROMA Una storia di quelle che scaldano il cuore e che dimostrano che l’amore sconfinato tra uomini e animali può superare le difficoltà e le distanze.Bruno e Chiara, due splendidi pastori del Caucaso, arriveranno domani mattina, alle 5.40, al terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino, con un volo proveniente da Kabul. Non sono due cani comuni. Sono stati i compagni di missione dei soldati italiani della base di Bala Murghab, nel nord dell’Afghanistan. Bruno, in particolare, è un vero cane soldato. Non ha grado ma è come se lo avesse perché con i militari italiani ha condiviso tutto, dalle pattuglie appiedate nei villaggi, al cibo della mensa. Per due volte gli afgani hanno cercato di ucciderlo, da piccolo spezzandogli le zampe e, lo scorso gennaio, sparandogli.

Ma è sopravvissuto e ha sviluppato un forte istinto di protezione nei confronti dei suo fratelli in mimetica tanto che ringhiava a tutti coloro che non ne indossassero una. Quanto, a settembre, gli italiani hanno lasciato la base avanzata di Bala Murghab, Bruno sarebbe di sicuro stato ucciso se i nostri soldati non lo avessero portato via con loro. Grazie alla tenacia del tenente Gianluca Missi e alla collaborazione dell’Enpa è stato possibile organizzare il trasporto in Italia di Bruno e della sua compagna, Chiara. I due animali, che hanno fatto scalo oggi ad Abu Dhabi, sono accompagnati dal capitano Giuseppe Lorenzini.

Domani, a Fiumicino, ad attenderli troveranno proprio il tenente Missi assieme alla presidente dell’Enpa Carla Rocchi; al direttore scientifico Ilaria Ferri. Due squadre del servizio delle guardie zoofile Enpa, capitanate dal responsabile nazionale Marco Bravi, prenderanno in custodia Bruno e Chiara che saranno trasferiti nella sezione Enpa di Perugia per terminare la fase di quarantena. Poi saranno adottati da un italiano che ha espresso il desiderio di averli con sé. Storia a lieto fine di un cane soldato.


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I cani afghani adottati dai soldati italiani in missione a Kabul



Mercoledì 21 Novembre 2012 - 17:23
Ultimo aggiornamento: 20:46

Rifiuti elettronici, Italia fanalino di coda dell'Ue

Corriere della sera

Ogni anno se ne producono 16,3 kg per abitante. L'obiettivo è di 12 kg entro il 2019. Il ministro Clini: «La via è il recupero»

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MILANO - Italia fanalino di coda nel trattamento dei Rifiuti elettrici ed elettronici domestici (Raee). Una ricerca del Consorzio italiano di recupero e riciclaggio degli elettrodomestici presentata mercoledì a Roma e curata da United Nations University - il Centro Accademico di Ricerca dell'Onu - in collaborazione con Ipsos e Politecnico di Milano passa in rassegna gli errori che ci distanziano dai partner europei.


L'OBIETTIVO - Punto di partenza,definire e quantificare i Raee domestici che ogni anno gli italiani producono. Un dato fondamentale per il governo, che nei prossimi mesi sarà chiamato a recepire la nuova direttiva europea sui Raee e a fissare gli obiettivi di raccolta. Gli Stati Membri dovranno scegliere tra un obiettivo calcolato come 85% dei Raee generati oppure come 65% della media di Apparecchiature elettriche ed elettroniche (Aee) immesse sul mercato nei tre anni precedenti.

I DATI - Nel 2011 è stata immessa nel mercato una quantità di Aee pari a 18,3 kg per abitante. la ricerca evidenzia che ogni anno sono prodotti dagli italiani 16,3 kg/abitante di Raee. I Centri di raccolta e i distributori intercettano complessivamente 11,2 kg/abitante, ma solo il 38,3% di questi (pari a 4,29 kg/abitante) è consegnato ai Sistemi Collettivi. Risulta quindi che una significativa quantità di Raee sfugge al sistema. «Questo studio ha evidenziato come i nuovi obiettivi fissati dall'Unione Europea saranno difficilmente raggiungibili se i singoli Stati membri non si assumeranno la responsabilità e il compito di individuare e tracciare tutti i Raee, che oggi si disperdono in

molteplici flussi, alcuni spesso illegali, rappresentando una seria minaccia ambientale oltre che una significativa perdita economica», ha detto Paolo Falcioni, vicepresidente di Ecodom. A partire dal 2019, ogni Paese dell'Unione Europea sarà chiamato a raccogliere l'85% dei Raee che annualmente si generano nel proprio territorio o il 65% dei prodotti immessi sul mercato. E cioè tra i 12 e i 13,8 kg per abitante, in base alla modalità di definizione del target di raccolta. «Il sistema Raee italiano rischia di non trovarsi pronto per quella data», ha detto Falcioni.

RECUPERO - Come raggiungere l'obiettivo? «La strada maestra è il recupero - ha detto dice il ministro dell'Ambiente Corrado Clini, sull'argomento -. Gli elettrodomestici possono essere utilmente recuperati. La direttiva Ue va applicata in Italia responsabilmente e va anche potenziato il sistema di raccolta. Inoltre c'è anche una responsabilità dei produttori nell'immissione e nel ritiro del prodotto».

FORNI E LAVATRICI - Tra i dati interessanti che emergono dalla ricerca, risulta che 6,91 kg per abitante sono stati conferiti dai centri di raccolta e dai distributori direttamente agli impianti di trattamento; 2,3 kg per abitante sono stati smaltiti in modo non corretto dai cittadini; 2,1 kg per abitante sembrano essere stati riutilizzati dai consumatori; di questi però solo 1,4 kg per abitante è stato effettivamente riusato; 0,6 kg per abitante restano abbandonati in abitazioni secondarie. I flussi più difficili da intercettare sono quelli dei Raee appartenenti ai raggruppamenti R2 (lavatrici, lavastoviglie, forni, cappe, scalda-acqua) e R4 (piccoli elettrodomestici, elettronica di consumo, informatica).


Redazione online21 novembre 2012 (modifica il 22 novembre 2012)

Nuova protesta al sacrario per Graziani Sagome di cartone «impiccate»

Corriere della sera

Scritte contro l'ezx ministro della Guerra di Salò. Il monumento al centro di polemiche fin dall'inaugurazione nell'agosto scorso


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ROMA - Sei sagome di cartone per contestare il sacrario dedicato al ministro della Repubblica di Salò Rodolfo Graziani realizzato ad Affile in provincia di Roma e inaugurato tra le polemiche lo scorso 11 agosto. Le sagome, «impiccate» al sacrario al centro di molte polemiche, sono apparse al scorsa notte. Sulle sagome sono state lasciate scritte contro Graziani. Sono in corso indagini per cercare di risalire agli autori del gesto.

IL SINDACO - «Anche stavolta - dice il sindaco di Affile Ercole Viri - quasi certamente non si tratta di persone del nostro paese. Purtroppo penso che non sarà neanche l'ultimo episodio». Il sacrario a Rodolfo Graziani, costato 127 mila euro con fondi della Regione Lazio, destinati al «completamento del parco di Radimonte» ha scatenato mille polemiche. In molti, a cominciare dall'Anpi ne hanno chiesto l'abbattimento. In settembre era stato coperto di scritte per protesta.

Redazione Roma online22 novembre 2012 | 10:06

Magdi Allam vota per errore contro gli aiuti ai terremotati

La Stampa

L’eurodeputato che guida il movimento «Io amo l’Italia» ha schiacciato il tasto sbagliato

marco zatterin
bruxelles


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“Un tragico e infelice errore”, ammette Magdi Cristiano Allam. E’ sinceramente dispiaciuto e si capisce. Sbagliare capita a tutti, ma ci sono volte che fanno più rumore di altre, e questa è una di quelle. Perché colpisce vedere l’eurodeputato che guida il movimento «Io amo l’Italia» votare contro l’erogazione dei 670 milioni di aiuti europei ai terremotati dell’Emilia Romagna, assiame ai peggiori e più teatrali componenti della banda euroscettica e nazionalista dell’assemblea comunitaria.

Può succedere, a Strasburgo, quando i dossier si accumulano nell’ora dei suffragi a batteria, e ci si pronuncia sulle banche come sull’ambiente, su dossier tecnici e politici. E’ normale seguire il capogruppo che alza o abbassa il pollice, salvo che se il tuo leader è palesemente contrario all’integrazione europea bisognerebbe maneggiare ogni oggetto con cura. Il gruppo Europa della Libertà e della Democrazia, di cui fa parte Allam e anche i leghisti (che però hanno votato compatti «italiano»), è formato dai musi duri, ieri parecchio rappresentati fra i 17 che hanno detto «no» alla solidarietà alle vittima del sisma di maggio.

Ne è sortito uno sfregio a tutto tondo, visto che persino Marine Le Pen, regina della destra francese, ha scelto l’astensione, mentre il resto dell’emiciclo ha dato un netto via libera con 661 voti a favore, un vero plebiscito. Il dito di Allam ha premuto il tasto rosso. Distratto? «Ma ti pare, è un errore», concede l’interessato. «Ho anche fatto una cena per i terremotati in cui ho raccolto 3500 euro per una scuola - spiega -. E’ una cosa paradossale». Vero. Lo è. Quando si vota, bisognerebbe avere un’idea di quello che succede, a maggior ragione sulle cose di casa. Così alla fine Magdi Cristiano trova anche motivo di riconoscenza. «Le sviste si possono rettificare - assicura -. Ora mettiamo tutto a posto, hai fatto bene a sollevare la questione, ti ringrazio». Di niente.

Europa e Nasa insieme per l'astronave che sbarcherà sugli asteroidi

Corriere della sera

dal nostro inviato  Giovanni Caprara



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NAPOLI – L’Esa (l'ente spaziale europeo) costruirà assieme alla Nasa l’astronave Orion che servirà agli astronauti per ritornare sulla Luna e iniziare l’esplorazione degli asteroidi. La decisione è uscita dal Consiglio dei ministri della ricerca dei venti Paesi europei che ogni tre anni, in media, si riunisce per scegliere le strade su cui lavorare.

INVESTIMENTI - «E quest’anno proprio partendo dalle condizioni di crisi», ha ricordato Jean-Jacques Dordain, direttore generale dell’Esa, «si è deciso di investire 10 miliardi di euro per i prossimi 3-4 anni al fine di aiutare la ripresa su un fronte tecnologico d’avanguardia». Tra i progetti c’è per la prima volta l’impegno su un veicolo per il volo umano finora rimasto escluso dalle iniziative europee. Questo accadrà appunto sviluppando il modulo di servizio della capsula Orion-Mpcv che la Nasa sta costruendo per andare oltre l’orbita della Stazione spaziale internazionale (la Iss sarà collegata da capsule private) con tre mete: ritornare sul nostro satellite naturale, sbarcare su un asteroide e con evoluzioni future proiettarsi anche verso Marte.

IL PIANO - Il piano è stato approvato come contropartita alle spese del mantenimento della Iss che l’Esa deve versare e che sarà mantenuta almeno fino al 2020. Quindi tutti i Paesi che hanno condiviso la partecipazione alla Stazione spaziale ora saranno partner di Orion. «L’Italia», precisa Enrico Saggese, presidente dell’Asi (Agenzia spaziale italiana), «parteciperà con un investimento di 45 milioni equivalente al 10 per cento, realizzando il sistema termo-meccanico del modulo. Così si raccoglierà la preziosa eredità accumulata con la partecipazione al modulo di servizio automatico Atv dell’Esa per i rifornimenti della Iss il quale non sarà più costruito una volta esaurite le missioni in programma».

MINI-SHUTTLE - Sulla frontiera del volo spaziale è stato dato il via (5 milioni di euro) al progetto Pride proposto dall’Italia per studiare un veicolo senza pilota, una sorta di mini-shuttle automatico. Lanciato con un vettore Vega e dotato di capacità di manovra, servirà a indagare i problemi del rientro dal cosmo da risolvere per futuri veicoli abitati capaci di atterrare su una pista d’aeroporto. «Nel piano entreranno anche i giapponesi», nota Saggese.

RAZZI - Importanti novità inoltre sono emerse dalle decisioni dei ministri per i futuri lanciatori di satelliti europei. Intanto si è approvata una versione (ME) più potente dell’attuale Ariane-5 con un secondo stadio a propellenti liquidi capace di riaccendersi nello spazio e preparato dai tedeschi. La sua costruzione dovrà essere concepita in modo da servire come secondo stadio anche del nuovo Ariane-6, al quale pure si è dato il via come progetto da precisare entro il 2014 quando ne sarà approvata la realizzazione. Il primo stadio di Ariane-6, invece, sarebbe a propellenti solidi e di produzione soprattutto francese. Ma qui si inserirà l’Italia.

VEGA - I ministri hanno finanziato il potenziamento del vettore Vega sviluppato per il 60% in Italia da Avio. Questo significa che si produrrà un nuovo primo stadio più capace che dovrebbe servire poi come possibile componente del gruppo dei razzi anche del primo stadio di Ariane-6.

SATELLITI - Guardando ad altre necessità, i ministri hanno approvato pure la fabbricazione di una nuova generazione di satelliti meteorologici Metop che saranno gestiti da Eumetsat e con i quali effettuare previsioni più accurate e a lungo termine. Ulteriori risorse sono state anche destinate alle telecomunicazioni, alla navigazione e naturalmente alla scienza, che è un impegno fisso per i Paesi dell’Esa e alla quale sono andati 5 miliardi di euro.

ALTRE MISSIONI - La missione marziana Exomars di due sonde per il 2016 e 2018 è stata garantita confermando l’appoggio da parte russa e si continueranno a sostenere le indagini sulla ricognizione degli asteroidi più rischiosi per la Terra con l’obiettivo di poter intervenire con spedizioni specifiche. In parallelo continua il piano più generale di sorveglianza dello spazio circumterrestre con strumenti ottici e radar da sviluppare, proprio per tenere sotto controllo sia le minacce naturali sia quelle artificiali come la caduta di satelliti o frammenti pericolosi sia per i veicoli spaziali attivi in orbita sia per la stazione spaziale. «L’Italia vede nello spazio una priorità per aiutare l’Europa a uscire dalla crisi», ha sottolineato il ministro Francesco Profumo, «e partecipa agli investimenti con 675 milioni di euro per i programmi facoltativi (come Ariane-6) e 500 milioni per i progetti scientifici obbligatori; un livello di impegno approvato dal governo».

22 novembre 2012 | 10:31