sabato 24 novembre 2012

D'Alema; "Chi sta nel Pd deve rispettare Bandiera Rossa"

Francesco Maria Del Vigo - Sab, 24/11/2012 - 14:53

L'ammonimento del lider Maximo: "Non chiedo di stiudiare a memoria Bandiera Rossa, ma deve essere rispettata"

Il maestrino dalla bandiera rossa continua a dare lezioni ai giovani. Alla faccia della modernità e della svolta giovanilistica di Matteo Renzi.


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Per entrare nel Pd prima bisogna venerare Bandiera Rossa, parola del lider Maximo, uno che di armamentario comunista ne sa qualcosa. "Non chiedo a nessuno di studiare Bandiera Rossa"  ha precisato Massimo D'Alema provocando un sospiro di sollievo nel Pd tra quelli che stavano già andando a frugare tra i vecchi arnesi del vecchio Pci. Poi arriva la bacchettata: "Ma chi vuole stare in un partito come questo la deve rispettare".

Insomma per far parte del Partito Democratico deve inchinarsi alla memoria dello storico inno. Non si sa se D'Alema intendesse la versione ottocentesta in cui si invitava il popolo alla riscossa al grido di "viva la repubblica e la libertà" o quella novecentesca in cui il ritornello viene modificato in "evviva il comunismo e la libertà", ma il senso rimane lo stesso: il Pd non si stacchi dalla sua vecchia tradizione. Una nota a margine: la lezione magistrale di D'Alema è avvenuta ieri sera durante un'iniziativa a favore di Bersani. Siamo sicuri che non fosse pro Renzi?

Boss ucciso a Terracina, il video della canzone della figlia «ciao papà» sulla spiaggia dell'omicidio

Il Mattino

di Claudia Procentese



NAPOLI - Una spiaggia al tramonto, il rumore delle onde sulla battigia, il blu del mare che si perde nelle nuvole all’orizzonte ed una ragazzina che, mesta, canta ricordando suo padre che non c’è più. Potrebbe essere una canzone come tante, di quelle neomelodiche che spopolano su Youtube, se non fosse che ad intonare le note di «Ciao papà» è Mary Marino, figlia di Gaetano, boss degli scissionisti, ucciso in un agguato a Terracina il 23 agosto scorso, in quel botta e risposta di sangue che sta caratterizzando l’ultima faida di camorra nella periferia a nord di Napoli. «Ciao papà, come va la vita in paradiso? Qui la gente ti racconta ancora, dicono «che splendida persona». Anche i miei fratelli ti salutano. Mamma dice che non basta un secolo per dimenticare un amore grande come te».




Testo semplice, lineare, malinconico. Legami familiari che fanno da sfondo alla vita di un’adolescente segnata dalla perdita del genitore. Mentre le immagini scorrono, riprendendo vari momenti del quotidiano, a fare da filo conduttore è un rosario d’argento, portato al collo da tutti quelli che la ragazza riconosce come una sorta di suoi angeli custodi. In pizzeria, nel tragitto per andare a scuola o alla fermata del metrò, compaiono all’improvviso per asciugarle le lacrime e confortarla. Sempre al momento opportuno, come nel bar dove un ladro le scippa la borsa e due giovani, con destrezza e abilità, intervengono per bloccare il delinquente.

Sempre per ridarle il sorriso strappatole in un afoso pomeriggio d’agosto. I killer, noncuranti della folla di bagnanti, tesero un’imboscata a Gaetano, freddandolo con una scarica di proiettili. Fratello di Gennaro, entrambi detti i Mckay perché il padre somigliava al protagonista di una famosa serie di telefilm western, si trovava in spiaggia sul litorale laziale, sua meta abituale di vacanza insieme alla famiglia. Richiamato in strada da una telefonata, cadde nella trappola che gli è costata la vita. Una vera e propria esecuzione, a pochi passi da uno stabilimento balneare. Lo chiamavano «moncherino», Gaetano. Privo delle mani, a causa dello scoppio improvviso di un ordigno, al loro posto aveva delle protesi di legno.

Quelle che le telecamere della Rai non inquadrarono, quando due anni fa la figlia Mary, appena 12enne, partecipò a una trasmissione di sfida canora e alla fine dell’esibizione dedicata al padre, accompagnata dalla conduttrice, scese dal palco per dargli un bacio. Una comparsata sugli schermi televisivi che scatenò critiche e polemiche sul perché fosse stata data così tanta visibilità al capoclan seduto in prima fila. Ora la baby-cantante lancia il suo nuovo singolo, intrecciando melodia e vissuto in un brano che è lode e memoria. Quasi ottomila visualizzazioni in quattro giorni, da quando, cioè, il video della canzone è stato caricato sul portale di condivisione online.

Sabato 24 Novembre 2012 - 10:13    Ultimo aggiornamento: 11:45

Le fosse comuni di Lampedusa per i naufraghi dimenticati

Corriere della sera

Il cimitero è stracolmo. Una sola delle vittime del mare ha un nome: per gli altri solo un numero o la data della tragedia
Dal nostro inviato PAOLO DI STEFANO


LAMPEDUSA - «L'unica raccolta differenziata che fate, qui a Lampedusa, è quella dei morti», ha detto una volta, sorridendo amaro, un ragazzo ghanese approdato in quest'isola anni fa con un barcone. Non sapeva, forse, che nel cimitero di zona Cala Pisana, nei pressi dell'aeroporto, ci sono anche le fosse comuni, due quadrati di terra di cinque metri per cinque, dove vengono sistemate le salme dei migranti africani, una sull'altra, in doppia fila, senza nome, senza provenienza, senza storia, senza niente. Qualche fiore di plastica disteso sull'erbaccia, qualche croce di legno conficcata malamente nella terra, numeri casuali segnati a penna, un 3, un 5, un 13 che dovevano identificare le salme. Ma poi le salme erano troppe e al diavolo i numeri...

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CROCI DI LEGNO - Il resto è polvere e gramigna, edera che avvolge le poche croci sbilenche, arbusti, gerani spontanei, qualche ciuffo di papiro contro il muro grigio sul fondo, un paio di lapidi marmoree divelte e rovesciate, un crocifisso spezzato che guarda il cielo, secchi di vernice abbandonati. Il vecchio custode, Vincenzo Lombardo, viene qui ogni mattina alle sei per lasciare un ricordo e una preghiera ai «suoi» morti, uomini donne bambini. Suoi perché per anni è stato lui il primo a vederli arrivare e non vuole dimenticarli. Le croci di legno le ha sistemate Vincenzo, così alla buona. E a chi gli dice che per i musulmani quel simbolo non ha nessun significato, risponde ancora oggi che lui non poteva che affidarli al suo Dio. Si mettessero poi d'accordo lassù.

«BURRUCATI» - «Vengono portati qui nelle loro casse zincate, burrucati a norma come fossero familiari nostri, non c'è differenza», dice Pino, un anziano muratore che passa le sue giornate a murare tombe. «Burrucati» significa seppelliti. Ma non è proprio come fossero familiari, per la verità. Perché per i Giardina, i Maggiore, i Fragapane, i Martello, i Policardi, i Brignone il trattamento è necessariamente diverso. Hanno lapidi con nomi, cognomi, date di nascita e di morte, i fiori freschi, le preghiere dei parenti.

Gli ignoti della fossa comune niente. Altri (sarebbe improprio dire più fortunati), nella parte antica del cimitero o in quella moderna, riposano in tombe singole con lapidi azzurre o arancioni di pessimo gusto, volute (e firmate, chissà perché) dal sindaco uscente Bernardino De Rubeis. Le scritte ricordano il giorno e il luogo del naufragio, l'età approssimativa della vittima: circa vent'anni, circa trent'anni e così via, aggiungendo che si tratta di «immigrati non identificati» di sesso maschile o femminile, «etnia africana di colore nero», particolare, quest'ultimo, che non sarebbe indispensabile.

UN SOLO NOME - Una sola delle vittime del mare porta nome e cognome: è la diciottenne nigeriana Ester Ada, morta in stato di gravidanza nelle operazioni di soccorso il 16 aprile 2009; fu riconosciuta dal fratello, che era tra i 144 naufraghi della «Pinar». Sulla sua tomba c'è una lastra di pietra nera con disegnata una colomba della pace. Chi gliel'avrebbe detto, a quella giovane africana, che sarebbe finita in una piccola cappella di Lampedusa accanto ai vecchi coniugi Famula Domenica (1885-1969) e Tuccio Domenico (1885-1957).

Non mancano incredibili slanci di generosità: za Pinuzza ha trasferito negli ossari i suoi genitori per fare spazio a due migranti. Schiacciata tra le cappelle neoclassiche e i monumenti barocchi delle famiglie bene c'è una piccola casetta intonacata di bianco e mai finita, con nove salme: le vittime tra i 20 e i 30 anni rinvenute la notte dell'8 maggio 2011, «nello specchio d'acqua antistante località Cavallo Bianco durante le operazioni di soccorso di n. 528 migranti sbarcati con un motopeschereccio a Lampedusa».

NUMERI SERIALI - La Salma n. 1, la Salma n. 2, la Salma n. 3 sono sepolte in basso, le altre nei cassetti laterali. Chissà quale testa ha concepito la contabilità e il tono burocratico delle iscrizioni, che aggiungono anonimato all'anonimato. Ora, dice la nuova sindaca Giusi Nicolini, eletta sei mesi fa, tutte le lapidi verranno sostituite: in ognuna sarà inciso brevemente il ricordo delle circostanze che causarono la morte, a futura memoria, senza formule amministrative, senza numeri seriali e senza firme ufficiali. «La zona della calamità è tutta piena», dice Pino.

Infatti, gli undici naufraghi morti il 6 novembre, gli ultimi, Giusi Nicolini ha dovuto sistemarli in un hangar dell'aeroporto per una notte, poi nella camera mortuaria del cimitero. Alla fine ha chiamato il prefetto: non ci sono più spazi... All'appello del prefetto hanno risposto diversi comuni dell'Agrigentino, che hanno accolto le salme ignote delle otto donne, una delle quali incinta, e dei tre bambini. Che ricevono da morti la solidarietà che non hanno avuto da vivi. Triste consolazione. Oggi, ad Agrigento, ci saranno da seppellire altri migranti defunti ieri sui barconi della speranza nell'indifferenza del mondo.

«L'EUROPA NON VEDE» - «Le persone rimaste vive - dice Paola La Rosa, collaboratrice del Comune - ci riempiono di gioia e di orgoglio, perché viviamo in un'isola che salva le persone, ma non ne abbiamo nessun merito: vedendoli arrivare in quello stato nessuno rinuncerebbe a salvarli. Bergamo non ha il mare, ma se l'avesse sarebbe sensibile esattamente come noi. La vera domanda è: che cosa succederebbe se quei morti fossero italiani? La fine del mondo, tutti mobilitati. E invece...». E invece le fosse comuni. Giusi Nicolini non vorrebbe più sentir parlare di emergenza. Sogna, per i suoi concittadini, la normalità: che significa legalità, depuratori funzionanti, ambiente pulito, scuole non cadenti.

E niente morti per mare. «Il problema - si sfoga - non sono le tombe, sono i morti: noi siamo gli unici che da quindici anni li vediamo, i cadaveri, e li seppelliamo. L'Europa, che non li vede, finge che non ci siano. L'immigrazione non è emergenza, bisogna saperla gestire: non si tratta di clandestini, ma di profughi e non è giusto che tutti questi morti vengano considerati normali». Per fortuna ci sono anche i vivi. Sono quasi 400 quelli ricoverati nel Centro di prima accoglienza, in contrada Imbriacola. I più giovani il pomeriggio fanno due passi in piazza sotto un cielo stupendo, stanno a chiacchierare davanti alle paninerie e alle crêperie, si guardano attorno e sorridono a chi passa.

24 novembre 2012 | 8:47

Nel cuore della Catalogna ribelle “Addio alla dittatura di Madrid”

La Stampa

La secessione di Barcellona è ormai la parola d’ordine tra destra e sinistra

marco alfieri
inviato a Arenys de munt


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Nella piazza della chiesa ci sono più striscioni indipendentisti che alberi. C’è quello di Esquerra republicana de catalunya, quello della CiU del governatore Artur Mas, quello di iniziativa-Verds e quello di Cup (independencia, socialismo e paisos catalans), sporcato dai ragazzini che giocano a pallone. Sulla palazzina di fronte, la clinica dentale «Barrachina», campeggiano invece tre bandiere giallo-rosse stellate, un cartello con gli orari delle messe (in catalano e in castigliano) e un manifesto con su scritto «Catalonia is not Spain…».  Bisogna venire a Arenys de Munt, paesello di 8 mila anime 40 chilometri sopra Barcellona, per capire l’onda di piena che domenica sera potrebbe travolgere l’orgogliosa statualità spagnola, innescando processi indipendentisti in mezza Europa. «Saranno le elezioni locali più importanti della storia», gonfiano il petto in paese. 

Ad Arenys il 13 settembre di tre anni fa si tenne un referendum a domanda secca per separarsi da Madrid. Andò a votare il 41% degli aventi diritto, più delle precedenti elezioni europee, e i «sì» furono il 96%. Ovviamente era incostituzionale. Il Tribunale di giustizia catalano intimò di non tenerlo ma «gli organizzatori misero i banchetti proprio lì, in quel locale parrocchiale», indica Pedro, un artigiano in pausa pranzo. Sembrava una goliardata, fu una giornata di festa popolare che ruppe un tabù. «La sollevazione di queste settimane è nata 3 anni fa, dal nostro gesto simbolico…», racconta un dirigente locale di Cup, che ad Arenys esprime il sindaco. 

Sulla rambla San Marti, la via alberata dei negozi, praticamente ogni vetrina espone bandierine stellate, cappellini e shopping bag catalane. Ci sono cartelli e striscioni dappertutto: sulle strade, sui rami, le finestre, i ponticelli, le viuzze. A quel proto referendum del 2009 ne seguirono un’ottantina in tutta la Catalogna. Sempre informali ma sempre partecipati (media del 22% con i sì oltre il 90%). L’anno dopo, quando la Corte costituzionale boccia il nuovo statuto che sancisce la preminenza della lingua catalana e l’auto proclamazione in «nazione», scatterà già la prima grande manifestazione per le strade di Barcellona. Oltre un milione in piazza con testimonial di eccezione l’allora presidente blaugrana Joan Laporta, che ai suoi tifosi regala una chicca: «Se abitassi ad Arenys, avrei votato sì al referendum…».

Poi, certo, la crisi economica complica tutto. Te ne accorgi due chilometri sotto al comune di Arenys de Mar, noto per la flotta peschereccia, un po’ di turismo estivo, piccolo commercio e una spiaggia di nudisti. Davanti al mercato coperto stanno raccogliendo le firme anti ipoteca. Una piaga esplosa con lo sboom immobiliare. «Le banche ci cacciano di casa», urla una signora pensionata. «Servirebbe un sostegno dalla regione che non ha più soldi perché Madrid se li tiene. Ma sono i nostri soldi…». Con la recessione e i tagli al welfare il drenaggio fiscale è diventato insostenibile per un bel pezzo di ceto medio. Anche qui c’è un precedente. Lo scorso marzo il comune di Girona promosse una protesta fiscale per ridurre il deficit: liquidare Irpef e Iva all’Agenzia tributaria catalana invece che a quella statale. Lo stesso fecero i borghi di Manileu, Berga, Arenys du Munt, Manresa, Caldas, San Pedro de Toreli, San Vicente.

Scoppiò un tale polverone che la Generalitat dovette stoppare la protesta. Che però continua a covare. «Dite pure in Italia che il popolo di Catalogna si sta rivoltando contro la dittatura di Madrid», sibila davanti al vicino Centro professionale europeo, dove si organizzano corsi di informatica e autocad, un tranquillo padre di famiglia di professione consulente d’azienda. Incredibile. La Costa Brava è tutta così. Mare calmo e un po’ argentato sulla litoranea e poi, dietro la ferrovia, casette a schiera e palazzine piene di bandiere catalane. Ogni pensiero è un pensiero fisso - «è arrivato il nostro momento» -, e l’agenda elettorale è fatta di due sole parole ossessive: referendum e/o indipendenza. Domenica si vota per qualificarsi all’appuntamento col destino. Destra, sinistra o centro non contano granché.

Il resto è cronaca. Con l’estate arriva pesante l’austerity europea, i tagli dolorosi del governo di Mariano Rajoy, la Catalogna che va in semi default, costretta a pietire i soldi dagli odiati castigliani, fino alla manifestazione oceanica di Barcellona, l’11 settembre, giorno della festa nazionale catalana, e quindi la scelta del voto anticipato. Per anni l’autonomista moderato Jordi Pujol era riuscito a negoziare con Madrid la devoluzione di materie importanti (pubblica sicurezza e istruzione), e tutto sembrava sopito. Dopo il 2003, con il governo tripartito di sinistra, debole e frazionato, il giochino si rompe e la Catalogna perde peso «ma il sentimento indipendentista c’è sempre stato», chiosa Manuel, insegnante di scuola media ad Arenys. Il mito del Québec mediterraneo dove i bimbi a scuola imparano che il fiume Ebro nasce all’estero. Il sogno della nazione catalana. «Domenica lo dimostreremo...». 

Dalle radio fatte con i rifiuti al Mit: la storia di Kelvin, piccolo Archimede

Corriere della sera

Il 15enne invitato a Boston per presentare le sue invenzioni. «Ora voglio aiutare la mia famiglia e i miei amici»
La storia di Kelvin Doe, 15 anni, è una favola moderna. Il bambino della Sierra Leone, in Africa occidentale, ha una passione: il fai da te. Rovista nei cassonetti della spazzatura e col materiale di scarto costruisce degli ingegnosi marchingegni utili per il suo villaggio. Ora il piccolo inventore ha ricevuto l’invito della sua vita.


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LA RADIO FAI DA TE - Kelvin è un autodidatta. Vive in Sierra Leone, terra del Continente africano invasa dai rifiuti elettrici ed elettronici di cui si sbarazza l’Occidente. E proprio in queste pattumiere il giovanissimo ingegnere provetto ha trovato lo scopo della sua esistenza. Con l'immondizia ha assemblato le cose più folli, per esempio un trasmettitore radio e un generatore per mettere in piedi una propria stazione e andare in onda. Sotto lo pseudonimo «dj Focus» conduce da qualche tempo una sua trasmissione, legge le notizie e porta la musica tra le sua gente. Il suo obiettivo: dare voce ai più giovani del suo Paese.

INVITO AL MIT - In Sierra Leone l’elettricità è un lusso: la maggior parte del territorio non ha infatti alcun tipo di collegamento elettrico. Capita che la rete collassi e che non ci sia luce per settimane. Sebbene non abbia mai frequentato corsi di ingegneria o di elettronica, Kelvin è riuscito a costruire con risorse limitate, e da solo, un generatore e una batteria per alimentare la casa in cui vive con la sua famiglia.

Come? «Imparare facendo». Ha usato rottami metallici, bicarbonato di sodio e acido, racconta la Cnn. Ora la vita del piccolo Archimede africano ha preso una piega inaspettata. Uno dei più prestigiosi istituti di ricerca al mondo lo ha invitato per un tirocinio. Il Massachusetts Institute of Technology (Mit), infatti, ha uno speciale programma per studenti meritevoli che provengono da aree disagiate, e Kelvin è la persona più giovane ad aver ricevuto questa opportunità.

CONOSCENZE - Il quindicenne è volato negli Usa, ha potuto lavorare fianco a fianco con gli ingegneri e gli scienziati del Mit. Il viaggio è stato finanziato con i fondi dell’istituto, mentre il ragazzino è stato ospitato nella stanza di uno degli studenti al Mit, un ragazzo conosciuto in uno dei programmi «Innovate Salone» in Sierra Leone. «Cosa voglio? Aiutare la mia famiglia, i miei amici e i colleghi», ha detto il quindicenne. «Intendo condividere con tutti le conoscenze acquisite negli Stati Uniti». Il suo prossimo progetto? Kelvin ce l’ha già in testa. Un mulino a vento in grado di fornire energia elettrica.

Elmar Burchia
24 novembre 2012 | 13:58

Lettera aperta a chi oggi va in piazza

Corriere della sera

Un ragazzo di 20 anni non ha avuto il tempo di combinare i disastri che vediamo ma non deve protestare con violenza
L'editoriale di  BEPPE SEVERGNINI



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Sia chiaro. Se mai usciremo da questo pantano, sarà per merito dei nostri ragazzi. La generazione dei nostri genitori, nata nella prima metà del XX secolo, ha ricostruito l'Italia. La nostra - i numerosi, loquaci, egocentrici figli del boom, nati tra il 1945 e il 1965 - l'ha arredata in modo da starci comoda. Ma la fattura, adesso, è in mano ai nostri figli e nipoti, sotto forma di debito pubblico (prossimo alla soglia siderale di duemila miliardi), e non solo. Non è l'apologia astuta di una nuova generazione. È un incoraggiamento per chi non ha colpe. Non ha colpe e, diciamolo, ha ragione di protestare. Un ragazzo di vent'anni non ha avuto né il tempo né il modo di combinare i disastri che vediamo. Ma non deve protestare in modo violento, quindi sbagliato. Sbagliato tre volte. Perché pericoloso. Perché inutile. Perché controproducente.

Perché controproducente? Perché i coccodrilli italiani, acquattati dentro la solita melma, non aspettano altro. Una scusa, un'occasione per dire che non serve cambiare. Un pretesto per ripetere che le carenze nazionali - dal parlamento alle Regioni, dagli appalti ai servizi pubblici - sono le inevitabili imperfezioni di una società vitale. Non è vero: i ragazzi sanno distinguere tra fisiologia e patologia, anche se non studiano medicina.

Perché inutile? Perché con la violenza, in democrazia, non si risolve nulla e si complica tutto. Se chi pensa d'aver subito un torto prende un bastone, torniamo all'età della pietra. Eppure è su questo sillogismo - «sto male, quindi spacco tutto» - che si regge parte della protesta. Una strada, una ferrovia, una riforma, un finanziamento mancato: se accettassimo l'idea che il dissenso giustifica la violenza, buonanotte Italia.

Perché pericoloso? Perché ci siamo già passati, negli anni Settanta. S'è cominciato a tollerare le minacce in assemblea e a giustificare caschi e spranghe in corteo; si è finiti ad asciugare il sangue per strada. Un pessimo momento economico, una politica distante, una classe dirigente insensibile, una nuova generazione prima illusa e poi frustrata: gli elementi ci sono tutti, oggi come ieri.

Questi discorsi non piacciono ai professionisti della catastrofe. I loro partiti, i loro giornali e i loro siti vivono di allarmismo cupo. Eccitare i giovani alla violenza - o giustificarla, fa lo stesso - è gravissimo. Dopo una trasmissione televisiva ho parlato con Iacopo, 24 anni, bergamasco, studente di medicina a Parma: ho rivisto lo sguardo e ho risentito gli slogan che hanno messo nei guai tanti giovani connazionali, trent'anni fa. Nelle università, nelle scuole, sui treni e nei bar ho discusso con moltissimi altri ragazzi, quest'anno.

La maggioranza ha buon senso, ma rischia di essere scavalcata e derisa, come le vicende di piazza ogni volta dimostrano. Mi ha colpito l'incontro con una giovane leader studentesca romana, che chiamerò Lucia, per non metterla in difficoltà. Raccontava la frustrazione di trovarsi schiacciata tra un mondo di adulti ipocriti e di coetanei aggressivi, in cerca di titoli e servizi nei telegiornali. Se non aiutiamo ragazze e ragazzi come lei, stiamo scrivendo la ricetta della tragedia che verrà.

Aiutare vuol dire: non tollerare la violenza, mai. Ma semplificare l'ingresso nel mondo del lavoro, aumentare le risorse all'istruzione e alla ricerca, coinvolgere una nuova generazione in ogni decisione. Mai sprecare una buona crisi. In momenti come questi bisogna investire; non quando tutto va bene.

Quello che vediamo - il lavoro latitante, la politica ingorda, le istituzioni rituali e goffe - non è bello e non è giusto. I nuovi italiani, ripeto, hanno motivo di lamentarsi. Ma imparino a distinguere: alcuni adulti sono interessati solo a proteggersi («diritti acquisiti» è un'espressione da mettere fuori legge). Ma altri - perché hanno figli, un cuore, una coscienza - hanno capito. E sono pronti ad aiutare. Chiamatelo egoismo lungimirante, se volete.

Ivano Fossati ha cantato «la fortuna di vivere adesso questo tempo sbandato». Un'affermazione poetica e paradossale, ma corretta. Non sono infatti le difficoltà ad affondare le generazioni, gli imperi, le società, le famiglie. Sono invece i vizi, l'arroganza, la sufficienza, la falsità. Non è un'attenuante per noi. Ma potrebbe essere una piccola consolazione per i nostri ragazzi. Quelli che rifaranno l'Italia, se non si lasciano ingannare dai violenti tra loro e dagli irresponsabili tra noi.

24 novembre 2012 | 10:49

Pechinese albino

La Stampa

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yoani sanchez


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Si potrebbe fare una storia sociale della Cuba degli ultimi anni a partire dai suoi cani, da quegli animali che popolano le nostre strade e le nostre case. Non solo per le attenzioni o i maltrattamenti ricevuti, ma anche per le razze canine che la gente ha scelto per condividere il quotidiano. Ricordo che alcuni anni fa arrivò la moda dei dalmata - scatenata da Disney con i suoi 101 cuccioli - e dopo comparve la predilezione per i chow chow che praticamente non si trovano più.

Confesso che a me piacciono molto i meticci, i bastardini e i cani privi di lignaggio. Forse perché la mia mancanza di pedigree e di alto lignaggio mi porta a simpatizzare con mascotte che come me sono prive di albero genealogico. Nonostante tutto seguo con attenzione come l’attenzione sociale prenda in considerazione anche questi esseri muniti di quattro zampe, olfatto acuto e latrato. 

Dietro le alte inferriate delle ville di Miramar ringhiano i Rotweilers. Avere un cane così è un simbolo di potere e di eccellente status economico. Alimentarlo, portarlo a passeggio e allenarlo perché metta in fuga il ladro che salti il muro compongono parte dei passatempi dei loro benestanti proprietari. In questo periodo sono quello che i pastori tedeschi rappresentarono negli anni ottanta: una razza energica per un settore che vuole mostrare la sua scalata al potere. Dopo arrivano i labrador, con padroni che possiedono giardino o piscina e che comprano cibo in scatola per animali. Cani che vanno dallo stilista e qualcuno che li porta a correre di mattina; li vedono spesso sulla Quinta Avenida e a far bagni di mare. Cani fortunati. 

Ma non credete che a ogni zona della città o a ogni settore sociale corrisponda un tipo di mascotte o un’altra. Nel condominio più deteriorato di Centro Habana può usciere al guinzaglio del padrone uno splendido cocker spaniel color champagne o un rapido doberman con espressione poco amichevole. Abbondano esempi di enormi levrieri afghani che vivono in appartamenti senza balcone, ho visto persino un grande danese sporgersi tra i pezzi di latta di una casa improvvisata in un “llega y pon”* dell’Avana. I cani prescelti dicono molto di ciò che vogliamo diventare, rivelano le nostre ansie di grandezza… o della nostra piccolezza. È proprio una razza piccola che fa furore in questi giorni sull’Isola, i pechinesi con il naso schiacciato e il collo corto. I più valutati sono gli albini, che si vendono al prezzo di tre salari mensili: attorno ai 50 USD per ogni cucciolo. 

Ieri ho incontrato una di quelle “palle di cotone” all’uscita di un quartiere in Cayo Hueso. Mi sono messo a ridere per il contrasto causato dal suo pelo bianchissimo proprio accanto a una tubatura fognaria rotta. E sono uscita di lì riflettendo sulla storia che potremmo raccontare tramite i cani, il percorso nazionale che possiamo narrare contemplando i loro musi e le loro zampe. Una realtà di contrasti che vanno dal forte torace di un boxeur del Vedado, fino a vedere un meticcio abbandonato in una strada qualsiasi. 
 
*Quartieri improvvisati con appartamenti precari fatti di materiale di scarto. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

La Gabanelli non lascia, ma raddoppia: "Da di Pietro solo balle, se non mostra le carte che contano ritrasmetto la puntata"

Libero

La giornalista di Report pronta a rimandare in onda "Gli insaziabili" che ha mandato in frantumi Tonino e l'Idv. Ora è guerra aperta davvero

Una contesa infinita che ora rischia di ritornare in tv. La Gabanelli è pronta per la replica della puntata


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Antonio Di Pietro da pm era un osso duro. O almeno così dicono. Ma nel suo tramonto politico ne ha trovato un altro ancora più duro: Milena Gabanelli. La giornalista dopo la puntata di Report dal titolo Gli insaziabili che ha mandato in frantumi il partito di Tonino, non molla la presa e torna a pungere il leader dell'Idv. "Di Pietro ha ogni diritto di difendersi, ma da settimane continua ad affermare che Report gli ha attribuito un cespite di 56 case. Come abbiamo avuto modo di replicare, questa affermazione non è mai stata fatta dall’autrice dell’inchiesta, Sabrina Giannini, e dagli intervistati. Infatti è stato specificato che si trattava di proprietà (che includevano terreni, cantine e garage), escludendo dalla somma anche le proprietà della moglie e del figlio più grande Cristiano".

La Gabanelli vuole il bis Ma a parte questo riassunto delle puntate precedenti della vicenda la Gabanelli non lascia ma raddoppia su Tonino: "Se la difesa dell’on. Di Pietro si deve fondare sulla delegittimazione del giornalismo di inchiesta e su un dato falso, vuol dire che ha pochi argomenti. Continuando a veicolare falsità diffamatorie sul nostro conto sarà opportuno riproporre la puntata ‘Gli insaziabili’ in modo che gli spettatori possano valutare da soli l’infondatezza delle sue affermazioni – conclude la giornalista – e che le questioni da noi sollevate andavano ben oltre l’elenco delle proprietà". Insomma Milena vuole rimandare in onda la puntata che ha messo in ginocchio Di Pietro. Per Tonino sarebbe davvero troppo. Infine la gabanelli gli dà il colpo di grazia chiedendo l'unica cosa che conta: "Non capiamo perché Di Pietro non mostri l’unica ‘carta che canta’: i conti correnti dell’associazione a tre che fino al 2009 ha gestito la cassa del partito (di cui erano soci lui, la moglie e la tesoriera Silvana Mura). La guerra continua ma ora Tonino rischia una Waterloo 2 se la Gabanelli lo rispedisce in tv.

Scontro Pd-Sel: congresso arcigay con rischio rissa

Libero

In un clima surriscaldato dalle primarie, domani e domenica si eleggono i vertici dell'associazione che conta 300mila iscritti


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Ora ci sono le primarie del Pd. Subito dopo le Politiche, la composizione delle liste. A primavera, cioè tra qualche mese, il congresso dei democratici. L'inverno caldo del Pd non poteva che riflettersi sulle "cinghie di trasmissione" che da sempre Pci prima, Pds e Ds poi, Pd ora. Da settimane si litiga dentro la Uil, per dire, sindacato da tempo considerato "vicino".

Nessuno si sarebbe aspettato che queste fibrillazioni arrivassero a terremotare Arcigay, storica organizzazione lgbt italiana, tra le frange più numerose e attive della storica rete Arci. Il congresso di Arcigay in corso a Ferrara rischia, per la prima volta, di non tenersi affatto. Qualora si dovesse tenere, potrebbe non avere alcuna efficacia, di essere annullato dall’Arci o, peggio, di finire sepolto da una miriade di ricorsi alla magistratura. Le accuse nemmeno troppo velate: brogli per conquistare il controllo dell’associazione, un colosso da quasi 300mila iscritti, che controlla e gestisce centinaia di locali molto frequentati.

Ora che il Pd -e nello specifico l'area ex diessina-, i seguaci di Nichi Vendola e Antonio Di Pietro hanno bisogno di muovere truppe, spostare pacchetti molto numerosi di voti, l'Arcigay e' tornata "ghiotta" e molti hanno pensato di intromettersi -a suon di tessere fatte all'ultimo minuto e minacce di natura economica- nelle dinamiche di una organizzazione che, almeno sulla carta, dovrebbe essere apolitica.

Tutto comincia da lontano, dal congresso provinciale di Bari. Lì i delegati sono arrivati -nel vero senso della parola - alle mani: è stato necessario l’intervento dei carabinieri. La votazione era programmata per il 27 settembre nella sede del Partito democratico del quartiere popolare “Madonella”. In palio c'erano, oltre alle cariche locali, anche ben dieci voti per l’elezione del presidente nazionale, che sarà scelto domenica al congresso nazionale di Ferrara.

Il giorno prima del congresso nel capoluogo pugliese, ha denunciato il presidente uscente di Arcigay Bari, Giuseppe Maffia, sono spuntate 50 nuove tessere. Tessere non valide perchè il regolamento prevedeva che dovessero essere consegnate entro agosto, ma in grado di ribaltare gli equilibri locali e, addirittura, nazionali. Le nuove tessere sono state invalidate, così è scoppiata la rissa, accompagnata da cori -riferiscono- "omofobi" e al grido di "fascisti". Prima dell'arrivo della Digos un militante ha addirittura rotto un vetro.

Le tensioni viste a Bari si sono ripetute in moltissime altre città nelle settimane scorse, nel corso della campagna congressuale. La sceneggiatura sempre quella: l’organizzazione e i suoi voti sono terreno di scontro tra ex diessini (Sergio Lo Giudice, in primis), esponenti di Sel (Alessandro Zan, assessore a Padova dei vendoliani), dell'Italia dei valori (come l’ex presidente Franco Grillini). In mezzo i "post-ideologici", che vorrebbero l'organizzazione autonoma, ed esprimevano il presidente nazionale uscente, Paolo Patanè.

Il risultato di queste tensioni è che i Comitati Arcigay di Agrigento, Arezzo, Bergamo, Campobasso, Catania, Catanzaro, Foggia, Grosseto, Livorno, Messina, Palermo, Pavia, Perugia, Pescara, Pisa, Pistoia, Ragusa, Reggio Calabria, Trieste, Vercelli, hanno scritto un documento durissimo, che rischia di far saltare tutto, minacciano ricorso alla magistratura. Denunciano “l' alterazione del percorso congressuale” che ha “inficiato la legittimità democratica”, dovuto a un “conflitto interno reso volutamente aggressivo ed esasperato” e “reiterati episodi di compressione delle regole democratiche come nei congressi di Bari, delle Affiliate a Bologna e Padova”.

Lo scontro in vista del congresso ha già portato ad un passo dalla scissione la storica organizzazione. Scrivono ancora i Comitati: “Numerosi circoli affiliati all’Associazione hanno introdotto una forma di ricatto economico quale arma di pressione politica e condizionamento del Congresso” e si è già verificata “la costituzione di una rete alternativa ad Arcigay”, che si chiama ANDOS, affiliata all’Ente nazionale trattenimenti, gastronomia e sport. Se i “ribelli” andranno fino in fondo lo si scoprirà soltanto sabato, quando si arriverà – a meno di annullamenti last minute - al voto finale del congresso. I candidati alla presidenza sono l’uscente, Paolo Patane', e Flavio Romani. In ballo c’è anche la linea politica:

Arcigay negli ultimi anni ha allargato il sistema dei suoi rapporti stringendo partnership e promuovendo progetti contro le discriminazioni nelle scuole e non solo con sigle fuori dalla “cerchia storica” dei suoi rapporti, come, per esempio, la cattolica Acli o la Polizia di Stato, ha celebrato la Giornata contro l'omofobia insieme al presidente della Camera Gianfranco Fini, di cultura decisamente diversa da quella ex comunista. Per qualcuno, evidentemente, è troppo: meglio restare chiusi nelle sezioni del Pd. Sempre che, come accaduto in Provincia di Bari, il presidente di un circolo, ex margheritino, non decida di buttarli fuori con l'accusa di avere affisso in sezione “materiale fastidioso per gli iscritti”.


di P.R.

Il maestro dei presepi rassicura, il bue e l'asino resteranno nella grotta

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


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NAPOLI - Natale si avvicina ma niente paura. Il bue e l’asinello assenti nel libro del Papa sull’infanzia di Gesù, troveranno spazio nei presepi napoletani.Nel laboratorio di Marco Ferrigno, uno degli 80 maestri pastorali più famosi, come vengono chiamati questi artigiani che si tramandano di padre in figlio una tradizione conosciuta in tutto il mondo, non ci sono dubbi di sorta. «Il bue e l’asino simboleggiano il calore umano. Fanno parte delle 11 figure base del presepe napoletano, assieme al bambino Gesù, Maria, San Giuseppe, i tre magi, l’angelo, il pifferaio e lo zampognaro. Quindi non mancheranno» spiega il maestro Ferrigno, aggiungendo con ironia che forse «sarà per via del clima di crisi che vogliono tagliare anche i personaggi del presepe».

Chissà. Fatto sta che il Papa ha spiazzato l’artista: «Non mi aspettavo non includesse nel libro le due figure che San Francesco volle nella rappresentazione di Greccio del 1223. Anche se effettivamente gli evangelisti non ne parlano, si suppone che Maria e Giuseppe abbiano viaggiato da Nazareth a Betlemme su un asinello per esempio». Nel quartiere di San Gregorio Armeno, nel cuore di Napoli, dove è situato il laboratorio in cui Ferrigno ha imparato il mestiere dal padre, e lui dal nonno e dal bisnonno, racconta che quest’anno sta prendendo piede una nuova tendenza, il presepe personalizzato. «Mi stanno richiedendo sempre di più statue raffiguranti i volti dei familiari del committente. Il pastore che somiglia allo zio, il pifferaio al nonno e via dicendo».

Tra i clienti più famosi, in passato, ci sono stati diversi capi di Stato (anche il presidente Giorgio Napolitano), calciatori (ultimamente Totti e Cavani), Lucio Dalla (che collezionava le statue) e tanti imprenditori. Giovanni Rana, per esempio, è raffigurato vestito da cuoco con un vassoio di tortellini in mano. Persino alcuni sceicchi hanno voluto una loro statua, anche se difficilmente la metteranno in un presepe. La fila dei politici transitata nella bottega è lunga: si va da Berlusconi a Nichi Vendola, il quale ha ringraziato l’artista per averlo ritratto così bene. «Anche Renzi è passato da qui, Bersani, invece, non mi pare di averlo visto ma potrei anche sbagliare».

Presto potrebbe trovare spazio nel presepe don Georg Gaenswaein, il segretario particolare di Benedetto XVI, prossimo a essere consacrato vescovo. Realizzare una statua non è semplice e nasconde un lavoro immane. La figura viene realizzata in tre momenti diversi. La testa in terracotta va cotta in un forno a 900 gradi, si dipinge e di seguito vengono fissati gli occhi di cristallo. Poi si passa al corpo centrale, fatto di fil di ferro e canapa, infine le mani e i piedi in legno e per ultimo il vestito realizzato con broccati e stoffe antiche. Il presepe napoletano nasce da un sogno. Inizia da un pastore che si addormenta e immagina la scena della Natività. E’ circondato da 12 pecore che simboleggiano i 12 mesi dell’anno.

Vicino a lui c’è un pastore, Armenzio, rappresentato dal diavolo che lo vuole svegliare. Tutti i pastori portano un regalo, pane frutta, pecore; l’unico che non ha niente è il pastore della meraviglia, difeso dalla Madonna che gli dice che il mondo sarà bello solo se saprà conservare la meraviglia.

Venerdì 23 Novembre 2012 - 18:00


Ultimo aggiornamento: Sabato 24 Novembre - 08:55

L’Argentina condannata a ripagare i creditori del default del 2002

La Stampa

Un giudice Usa chiede 1,3 miliardi, no della Kirchner

paolo mastrolilli
inviato a new york


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L’incubo dei «tango bonds» ricomincia, e minaccia un’economia globale già alle prese con troppi problemi. L’Argentina deve depositare entro il 15 dicembre i soldi - circa 1,3 miliardi di dollari - per iniziare a ripagare i sottoscrittori dei suoi titoli di Stato, che non hanno accettato gli accordi del 2005 e del 2010 per ristrutturare il debito dopo il default del 2002.

Lo ha stabilito il giudice distrettuale americano Thomas Griesa, forte di un pronunciamento della Corte d’Appello del 2nd Circuit, che ha riconosciuto valida la posizione secondo cui Buenos Aires ha discriminato alcuni creditori. La presidenta Cristina Fernandez Kirchner farà ricorso, ma se non riuscirà a vincerlo si troverà davanti a due opzioni entrambe poco piacevoli: pagare gli «avvoltoi», come li chiama, esponendosi così alle cause di chi aveva accettato la ristrutturazione; oppure ignorare l’ordine di Griesa, rischiando un altro default da circa 20 miliardi, se il giudice bloccherà i trasferimenti ai creditori firmatari degli accordi del 2005 e 2010.
Questa vicenda, secondo la versione di Buenos Aires, affonda le radici negli anni bui della dittatura. Allora le giunte militari triplicarono il debito del Paese, esponendolo poi alla crisi che portò alla storica bancarotta da 95 miliardi di dollari nel 2002. Tanto la Fernandez, quanto il suo predecessore e marito Nestor Kirchner, hanno sempre sostenuto che non è giusto obbligare l’Argentina moderna a pagare questo debito, e quindi hanno proposto ai creditori di accettare in cambio dei vecchi titoli nuovi bond, che però valgono solo il 30% di quelli originali.

In due riprese, nel 2005 e nel 2010, il 93% dei creditori ha accettato, cominciando a ricevere i pagamenti. Un gruppo di «holdout», guidato da fondi come Nml Capital Ltd e Aurelius Capital Management, ha rifiutato lo scambio e proseguito le cause. Griesa ha dato loro ragione, intimando a Buenos Aires di cominciare a versare 1,3 miliardi entro il 15 dicembre, su un conto dove questi soldi verranno tenuti fino alla risoluzione definitiva del procedimento. Nel frattempo Paul Singer, fondatore di Nml, ha ottenuto il sequestro in Ghana della nave argentina Libertad come collaterale.

Buenos Aires ha già detto che farà ricorso davanti all’intera Corte d’Appello del 2nd Circuit, sostenendo che tutti i creditori sono stati trattati in maniera uguale perché hanno potuto scegliere cosa fare, e se non bastasse porterà il caso davanti alla Corte Suprema. Il governo americano appoggia l’Argentina, perché il blocco della ristrutturazione sarebbe ingiusto verso il 93% di detentori di titoli che l’hanno sottoscritta, e rischierebbe di paralizzare il sistema finanziario globale. La magistratura però è indipendente e potrebbe decidere il contrario. L’Argentina oggi è più isolata sui mercati internazionali rispetto a dieci anni fa, e quindi il nuovo default non avrebbe lo stesso impatto del primo, ma sarebbe comunque un brutto colpo per l’economia globale. 

Una pausa caffè lunga 23 mila ore

La Stampa

Sotto inchiesta 19 persone a Castellammare di Stabia facevano soste lunghissime e segnavano lo straordinario

antonio salvati
napoli


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Quanto costa la pausa caffè di un netturbino? A Castellammare di Stabia, nel Napoletano, circa un milione di euro, e solo nei primi dieci mesi dell’anno. L’incredibile dato emerge da un controllo che l’amministrazione comunale, guidata dall’ex magistrato Antimafia Luigi Bobbio, ha avviato mettendo mano ai conti della Multiservizi, la Spa partecipata dal Comune incaricata della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti.

Un’indagine interna che ha fornito materiale utile ai magistrati della Procura di Torre Annunziata (che hanno messo sotto inchiesta 19 persone) e che ha svelato una truffa metodica mascherata dietro la pausa caffè. Un sistema scoperto con un certosino lavoro contabile, condotto dal nuovo management insediatosi da circa un anno e mezzo, e soprattutto grazie all’idea di installare un rilevatore Gps sui mezzi in dotazione all’azienda.

In pratica il netturbino sceglieva il bar, parcheggiava il compattatore nei pressi e sorbiva il suo caffè, all’oscuro del fatto che c’era qualcuno che «cronometrava» la sosta. Una pausa, a conti fatti, pari a 400 ore l’anno, con punte di un’ora e cinque minuti al giorno, per ogni lavoratore. Il totale è presto fatto: le ore di sosta non consentita sono risultate essere pari a 23.532, di cui 22.174 nell’ambito del territorio cittadino e 1.358 fuori dal Comune di Castellammare di Stabia (per tutti quelli che non gradivano il caffè distribuito nei bar locali), senza dimenticare le numerose ore in cui i mezzi risultavano in sosta non autorizzata ma non si è riuscito a risalire all’«equipaggio».

Naturalmente, dopo queste soste interminabili, era impossibile concludere il lavoro senza ricorrere allo straordinario. Così, dopo aver goduto del suo caffè, il netturbino incassava anche la maggiorazione in busta paga dovuta per il lavoro extra. Anche in questo caso i numeri rendono meglio la sostanza della vicenda: nel periodo preso in considerazione il «monte» del lavoro straordinario ha sforato le 21 mila ore, il numero di interventi eseguiti a «prestazione» ha portato a un esborso di 200 mila euro e il consumo di carburante ha avuto un’impennata pari a 300 mila litri. Senza che nessuno degli addetti al controllo del servizio si ponesse una domanda sul perché dell’eccessivo ricorso allo straordinario.

«Sono convinto che soprattutto in periodi di giustificata esigenza di contenimento della spesa pubblica da parte di enti locali, la necessità di verificare e combattere l’esistenza di sprechi in senso ampio sia un valore in sé», sottolinea il sindaco di Castellammare di Stabia Luigi Bobbio. Sono 83 le contestazioni disciplinari inviate ad altrettanti operai e sono state avviate anche le audizioni dei netturbini amanti del caffè con il direttore generale dell’azienda Monica Baldassarre. «L’assenteismo in quanto tale, oltre ad essere una gravissima irregolarità, – ribadisce il primo cittadino – rappresenta uno degli esempi più vistosi ed emblematici di come sia stato trascurato, disattento e tollerante il modo con il quale il problema sia stato affrontato e gestito negli ultimi anni dalle amministrazioni locali».

Non solo Multiservizi. I controlli anti-assenteismo sono stati allargati anche al personale che opera nel palazzo comunale. E nei giorni scorsi due dipendenti non sono stati trovati al loro posto e per questo sono stati segnalati alla commissione disciplinare.«Per quanto mi riguarda – conclude Bobbio - ho deciso di dare un taglio a tutto questo, cosa che di per sé non è stata facile in quanto la situazione negli anni precedenti alla mia elezione era talmente degenerata che sono stati necessari quasi due anni per poter predisporre il sistema organizzativo in maniera tale da poter iniziare a conseguire questi primi risultati». E pensare che ai netturbini che si occupano delle spazzamento delle strade le nuove ramazze non mancavano di certo. Scartabellando le vecchie fatture, si è scoperto che la società ha acquistato in un anno 12 mila nuove scope. Ciò significa che ognuno dei 43 operai dedicati a quel tipo di servizio poteva cambiare una scopa ogni dieci minuti. 

In toga ma schierati coi teppisti: i pm che tifano no global

Gian Marco Chiocci Simone Di Meo - Sab, 24/11/2012 - 08:02

Il colmo di Pepino, fondatore di Md: per lui l’inchiesta di Caselli sui No Tav è "repressione"

Non sono insospettabili né tentano di dissimulare. Hanno un credo. E ci mettono la faccia. Sono i pm «amici» dei no global.


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Scrivono libri, firmano appelli, partecipano alle marce. E, spesso, si ritrovano a occuparsi – con la toga sulle spalle – proprio dei poliziotti finiti nei guai per gli scontri con gli antagonisti. Tra i più vicini alle istanze dei manifestanti c'è l'ormai ex giudice Livio Pepino, fondatore della corrente rossa di Md.

Negli ultimi mesi ha mandato in libreria un pamphlet dal titolo significativo: «Non solo un treno... La democrazia alla prova della Val Susa». Pepino ha duramente contestato l'inchiesta condotta dal procuratore Gian Carlo Caselli sui No Tav, definendola «repressione» giudiziaria. Ed ha annunciato querela al deputato Pd Stefano Esposito che ha rivelato come il figlio di Pepino, Daniele, leader dei centri sociali torinesi, abbia abbracciato la causa dei para-terroristi curdi del Pkk.

Nella lista delle toghe sensibili alle lotte di piazza ci sono l'ex giudice bolognese Libero Mancuso, fratello di Paolo, big boss di Md in Campania, e la collega milanese Nicoletta Gandus. Il primo è finito davanti alla sezione disciplinare del Csm (poi prosciolto) per aver detto che «è più difficile indagare su Genova (il riferimento è al G8, ndr) che sulla strage di Bologna» perché «ogni volta che pezzi dello Stato debbono rispondere di episodi così rilevanti penalmente scattano protezioni e coperture».

La seconda, invece, componente della Corte che ha condannato Silvio Berlusconi in primo grado nel processo Mills, ha partecipato al Forum No Global di Porto Alegre e, insieme ad altri colleghi di Md, ha firmato decine di appelli per l'abrogazione delle leggi varate dal centrodestra bollandole come figlie della «cultura dell'illegalità». Caso a parte è quello del giudice Alfredo Guardiano che, all'indomani del Global Forum di Napoli (17 marzo 2001), sottoscrisse un documento contro la repressione poliziesca di quei giorni.

Con lui firmarono altri magistrati come Enzo Albano (recentemente scomparso), Vincenzo Piscitelli, Francesco Rugarli, Carlo Spagna, Tina Nocera, Enzo Lomonte, Lucia La Posta, Annalisa De Tollis, Enrico Campoli, Linda D'Ancona, Lucia Aschettino e Nicola Quatrano.

Dieci anni dopo, Guardiano si ritroverà a far parte della corte che condannerà 10 poliziotti indagati per le violenze del Global Forum. Lo stesso collegio manderà invece assolti i no global (compreso l'ex parlamentare Francesco Caruso) che avevano assaltato le forze dell'ordine. Si diceva di Nicola Quatrano. Ha preso parte al corteo del Global Forum, insieme ai figli, e poi alla marcia contro la riapertura della discarica di Chiaiano (partecipazione quest'ultima che gli ha creato qualche grattacapo, poi risolto, col Csm). Altri rischi li hanno corsi i magistrati che chiesero gli arresti dei poliziotti condannati da Guardiano (i pm Mancuso,

Del Gaudio e Cascini) e il gip Isabella Iaselli che li concesse (di lei, i giornali scrissero che fosse convivente con un no global, ma l'inchiesta ministeriale venne rigettata dal ministro Castelli dopo le verifiche di rito). L'ultima chicca sul tema è di appena 48 ore fa: dal Guatemala, notoria culla del diritto, il pm Antonio Ingroia ha messo in guardia dal pericolo della «militarizzazione dell'ordine pubblico» raccontando di sei manifestanti uccisi da poliziotti, poi finiti in manette. Un paragone un tantino esagerato. Solo un po'.

John Brodie, il genio civile che inventò la rete. Grazie a una canna da pesca

Massimo M. Veronese - Ven, 23/11/2012 - 17:13

Alla fine dell’Ottocento ogni volta che il pallone entrava in gol bisognava inseguirlo per strade e fiumiciattoli. Brodie si mise in testa un’idea meravigliosa: piazzare una rete di pescatori tra i due pali

Gridiamo rete, invochiamo il rigore, pretendiamo il rosso, ci esaltiamo per una rovesciata, sobbalziamo per una parata in tuffo, voglio proprio vedere la moviola, diciamo, voglio proprio vedere cosa ho fatto con la schedina, anche se oggi è quella delle scommesse non più il 13 milionario di una volta.


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I loro nomi non ci dicono nulla eppure sono loro che hanno inventato le parole del calcio che diciamo tutti i giorni e con le parole i momenti, magici o disperati, che ci emozionano e che ci fanno discutere: la rete, appunto, il rigore, la moviola, la rovesciata. Geni senza nome che abbiamo radunato in questa formazione. Perché dopo di loro nulla è stato più come prima.

1 la rete - John Brodie
(1858-1934)

John Alexander Brodie era ingegnere civile, viveva a Liverpool, ed era ricco di idee innovative e di spirito d’iniziativa. Un genio non sempre compreso, anche se la città gli regalò molto e lui alla città: oltre a strade e case Liverpool gli deve l’impianto elettrico per la circolazione dei tram e lo sviluppo del primo raccordo anulare, praticamente il sistema nervoso e quello sanguigno. Ridisegnò Nuova Delhi e fu tra i primi a capire quanto l’automobile sarebbe stata importante nella storia dell’uomo. Era avanti a tutti anche quando il mondo correva. Ma un giorno si innamorò di un sport che, come lui, sembrava arrivare dal domani e che non aveva nessuna legge e nessuna verità.

Si chiamava calcio, una specie di verbo religioso che i suoi connazionali stavano cominciando a predicare in giro per il mondo. Aveva scoperto, studiandolo e ristudiandolo, che gli mancava qualcosa di essenziale. Così, era il 1891, suggerì l’idea di applicare una rete, come quella dei pescatori, alle porte che consentisse di cancellare ogni dubbio sui gol ed evitasse di disperdere i palloni chissà dove. La sua canna da pesca fu decisiva nel mettergli in testa un’idea meravigliosa. L’esperimento riuscì e non fu più messo in discussione. A Liverpool una via ricorda Brodie. «La rete - disse - è l’invenzione di cui vado più fiero». Oggi si grida rete anche per dire gol. Ed è il cuore di tutte le passioni.

Morto l'attore Larry Hagman

Corriere della sera

Fu J.R., lo spietato petroliere del serial televisivo «Dallas». Si è spento a 81 anni per un male incurabile

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DALLAS - È morto a 81 anni l'attore americano Larry Hagman, conosciuto soprattutto per il suo ruolo dello spietato petroliere J.R. Ewing nella serie tv «Dallas», ma anche come il maggiore Anthony Nelson della sitcom «Strega per amore». Lo rende noto il quotidiano Dallas Morning News.

MORTO PER UN TUMORE - Hagman è deceduto in ospedale a Dallas in seguito alle complicazioni del tumore alla gola con cui combatteva da tempo, spiega la famiglia in un comunicato. Negli anni '90 ad Hagman erano stati diagnosticati il cancro al fegato e la cirrosi epatica, dopo un lungo periodo di problemi con l'alcol.

 Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas


IL SUCCESSO NEGLI ANNI '80 - Figlio di una nota attrice di teatro e cinema, Mary Martin, Hagman era arrivato al successo nel 1965 grazie alla sitcom «Strega per amore». Ma fu «Dallas» a dargli una grandissima popolarità: la serie tv lanciata nel 1978 dalla Cbs divenne un cult per milioni di spettatori, tradotta in 67 lingue e trasmessa in 90 Paesi. In Italia negli anni '80 segnò la prima vera sfida delle tv commerciali alla Rai. J.R., con il cappello da cowboy e gli stivali, era il cattivo che il pubblico amava odiare nella storia della ricchissima famiglia texana.

PERSONAGGIO CENTRALE - «Non riesco a ricordarmi con quante persone sono andato a letto, ho accoltellato alle spalle o ho spinto al suicidio» raccontava Hagman del suo personaggio, che inizialmente doveva essere secondario ma che lui aveva imposto come centrale rendendolo sempre più malvagio e crudele. Hagman ha poi interpretato un invecchiato J.R. nel sequel della serie che ha avuto successo negli Usa ma non in Italia.

Redazione Online24 novembre 2012 | 7:56

In 3 mesi grattacielo più alto del mondo

La Stampa

Sorgerà in Cina in 90 giorni: una sfida da 650 milioni di dollari. Sky City avrà 104 ascensori ad alta velocità e ospiterà 17.400 persone

Un grattacielo di 220 piani, alto 838 metri, da realizzare in soli 90 giorni. È questo l’ambizioso progetto della società di costruzioni cinese Broad Group. Lo riferisce la stampa locale.


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Sky City, questo il nome del grattacielo, sorgerà nella città di Changsha, nella provincia sud orientale cinese dell’Hunan, e potrà accogliere, secondo le previsioni, 17.400 persone e ospiterà anche alberghi, ospedali, scuole e uffici. Centoquattro saranno gli ascensori ad alta velocità.
Una volta completato, Sky City diventerà l’edificio più alto al mondo, superando di circa 10 metri il Burj Khalifa di Dubai, che attualmente detiene il record, ma costerà circa la metà di quest’ultimo.

Il gruppo di costruttori, inoltre, ha fatto sapere che intende terminare i lavori entro un tempo massimo di tre mesi. La tecnica usata sarà quella dei blocchi prefabbricati e poi uniti insieme per risparmiare tempo. Nonostante le preoccupazioni relative alla sicurezza strutturale, la Broad Group ha assicurato che l’edificio potrà resistere a un terremoto anche fino a 9 gradi della scala Richter. Tremila saranno gli operai utilizzati per i lavori.

Al momento la Broad Group è ancora in attesa di ricevere l’approvazione finale del governo ma le previsioni sono quelle di poter iniziare i lavori entro la fine di dicembre 2012 in modo che Sky City possa essere pronto per fine marzo, inizio aprile 2013. Il costo dell’operazione dovrebbe aggirarsi intorno ai 650 milioni di dollari. La Broad Group è divenuta nota alle cronache locali per aver costruito, sempre a Changsha, nel 2010 un hotel di 15 piani in soli sei giorni e l’anno dopo un edificio di 30 piani in 15 giorni. 

ImageNet, la nuova via per trovare immagini sul web

La Stampa

Un grande database offre una risorsa per la creazione di sistemi software in grado di riconoscere oggetti
claudio leonardi


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Il web è sempre più popolato di immagini, ma il modo di cercarle in Rete, in sostanza, non è cambiato. Sono ancora le parole a determinare il successo della ricerca, un metodo che può indurre a equivoci ed errori. I nomi abbinati a una foto possono essere infatti falsificati volutamente, o essere ambigui, o addirittura assenti. L’alternativa potrebbe essere un software in grado di imitare il sistema visivo umano, capace quindi di riconoscere un oggetto. Più facile a dirsi che a farsi. Questo è da sempre uno dei principali problemi degli scienziati che cercano di riprodurre artificialmente il cervello umano.

Su internet, tuttavia, esiste già una notevole risorsa per i ricercatori. Si chiama ImageNet , un imponente archivio di immagini catalogate in categorie e sottocategorie, frutto del lavoro del giovane scienziato informatico Fei-Fei Li e di alcuni colleghi dell’università di Princeton. Il database raccoglie 14 milioni di oggetti diversi, messi a disposizione della ricerca nel campo della computer vision. La prima sorpresa, però, è che questa opera monumentale è principalmente frutto del lavoro umano.

Le etichette sono state applicate alle foto da singole persone, ma ora le macchine possono imparare a riconoscere gli oggetti simili, migliorando la precisione del riconoscimento.
Inutile dire che ImageNet ha già attirato l’attenzione degli esperti di Google. Secondo quanto scritto dal New York Times , in estate Andrew Y. Ng e Jeff Dean hanno testato il nuovo sistema su una vasta collezione di immagini etichettate e hanno verificato un’efficienza di funzionamento doppia rispetto agli algoritmi delle rete neurali precedentemente realizzate. “Il mio sogno è stato a lungo costruire un sistema di visione che riconoscesse il mondo nel modo in cui lo fanno gli esseri umani”, ha raccontato al quotidiano newyorchese il dottor Li.

Quando ha cominciato a montare il suo sistema nel 2007, le uniche alternative erano database di ricerca che sembravano poco più che giocattoli, in grado di riconoscere solo una manciata di tipi di oggetti. La sfida era dunque aumentare la scala del sistema per renderlo più vicino alle capacità umane, in particolare per riuscire a stare al passo con il fiume di immagini on-line. “Facebook custodisce circa 200 miliardi di immagini, e le persone caricano 72 ore di nuovi video ogni minuto su YouTube” ha sottolineato il ricercatore.

Ma da Internet è arrivata anche la strada per districarsi nel ginepraio di informazioni. Li si rese conto che il cosiddetto Mechanical Turk, il sistema di Amazon.com per organizzare migliaia di esseri umani a fare piccoli compiti, per esempio per descrivere il contenuto di un quadro, era il modo perfetto per assemblare il suo database. Così, ogni anno, imageNet impiega da 20.000 a 30.000 persone che ricevono un esiguo pagamento per offrire immagini catalogate ed etichettate.

Il risultato sono 14.197.122 immagini indicizzate, in 21.841 categorie: secondo Samy Bengio, un ricercatore di Google, “la sua dimensione è di gran lunga molto più grande di qualsiasi altra cosa disponibile nella comunità della computer vision, e ha così contribuito alcuni ricercatori a sviluppare algoritmi che non avrebbero potuto essere altrimenti prodotte”.

Per organizzare questa enorme collezione di immagini il sistema usa un database di vocaboli inglesi noto come WordNet , progettato dallo psicologo di Princeton, George A. Miller, morto negli anni Novanta. Se si vuole trovare un difetto a ImageNet, potrebbe essere proprio questo peccato originale: le categorie su cui si basa non corrispondono troppo agli attuali gusti degli utenti del web. Per dirla con le parole di Bengio: “La maggior parte delle persone sono più interessate a Lady Gaga o all’iPod Mini che a un raro tipo di Diplodocus.”

WordNet, tuttavia, ha un grande pregio: è organizzato come una gerarchia di categorie, quindi, se il software non è sicuro che una data immagine mostri, per esempio, un coniglio, può verificare il successivo livello (mammiferi) o quello superiore (animali). Un metodo che promette sempre maggiore precisione nel riconoscimento delle immagini. E, di conseguenza, un web sempre più navigabile.

Accordo fra Htc e Apple: Samsung vuole i dettagli

La Stampa
federico guerrini


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Apple ha fatto nei giorni scorsi la pace con Htc, dopo una battaglia decennale riguardante la presunta violazione di alcuni brevetti relativi alle tecnologie utilizzate nei rispettivi smartphone. I dettagli precisi dell’accordo non sono stati resi noti; la versione più accreditata che circola in Rete è quella secondo cui Htc dovrebbe pagare alla società di Cupertino dai 6 agli otto dollari per smartphone venduto all’anno. In altre parole, dai 180 ai 280 milioni di dollari annui. Cifre che il manager di Htc Peter Chou contesta, definendole “false e oltraggiose”.

Fra i due ex litiganti ce un terzo incomodo, ed è Samsung, molto interessato all’accordo, dato che l’esito della disputa potrebbe indirettamente influenzare anche le sue battaglie legali con la Mela. Il colosso coreano ha chiesto perciò a un tribunale di poter vedere le carte secretate, favore che il giudice Paul Grewal della contea di San Josè, in California, ha accordato, a condizione però che i documenti vengano visti solo dagli avvocati e non resi pubblici.

La domanda di accesso agli atti acquista significato se letta in relazione all’imminenza di un’altra udienza, che vedrà contrapposti Apple e Samsung: il 6 dicembre il giudice Lucy Koh dovrà prendere in considerazione la richiesta di Apple di bandire dal mercato americano otto modelli di smartphone Android prodotti dai rivali e il tablet Tab 10.1.

Motivazione addotta: la presenza degli stessi in commercio procurerebbe un “danno irreparabile” e non quantificabile a Cupertino. Ma, argomentano i legulei dell’altra parte, se è stato possibile quantificare il danno e raggiungere un accordo nel caso di Htc, perché non dovrebbe essere possibile anche per Samsung? Un modo per pararsi le spalle, anche se nei giorni scorsi Shin Jong-kyun, il capo della divisione Mobile dell’azienda asiatica ha dichiarato all’agenzia Yonhap di “non aver alcuna intenzione di negoziare”.

La matassa si fa sempre più intricata, dunque, tanto più che a seconda dei tribunali e delle giurisdizioni, Samsung si trasforma di volta in volta da accusato ad accusatore. Anche i coreani, che qualche mese fa son stati condannati da una corte californiana a pagare un miliardo di dollari in danni a Apple, lamentano dal canto loro la violazione di alcuni brevetti. Shin Jong-kyun , sempre lui, ha assicurato al Korea Times che “senza le nostre tecnologie wireless protette da copyright sarà impossibile per Apple produrre i suoi dispositivi”. La partita, insomma, è ancora tutta da giocare. 

Nelle pile scariche c'è ancora molta energia

Corriere della sera

Una pila su tre viene buttata con ancora il 40% di energia disponibile al suo interno

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Nei 200 milioni di pile gettate ogni anno in Italia rimane una considerevole quantità d’energia: 900 mila kWh, secondo le stime – una quantità che corrisponde all’incirca all’energia prodotta da 50 mila pannelli fotovoltaici in un’ora. È quanto emerge da una ricerca finanziata da Duracell e European Recycling Platform (Erp). Analizzato un campione di 12 mila pile raccolte da circuiti di riciclo in vari Paesi europei (Italia compresa), si è scoperto che una pila su tre viene buttata con ancora il 40% di energia disponibile al suo interno: un gesto, questo, dovuto spesso a un generale fraintendimento.

SPRECO - «Oggi usiamo sempre più spesso strumenti high tech, come la fotocamera digitale, che richiedono tantissima energia», spiega Riccardo Fratticcioli, field officer di Erp, «e che possono smettere di funzionare con pile che contengono ancora il 60% di energia residua. Sprecare quanto rimane è un peccato, perché si tratta di energia che può far funzionare ancora a lungo una sveglia, un telecomando, un giocattolo per bambini o un piccolo apparecchio di questo tipo».

SMALTIMENTO - Accanto allo spreco di energia va segnalata la difficoltà relativa allo smaltimento, pratica ancora poco adottata dai consumatori. Pile e accumulatori esausti contengono metalli pesanti - come piombo, cromo, cadmio, rame, zinco e mercurio – che pur essendo presenti in minime quantità possono inquinare pesantemente l’ambiente (una pila che contiene un grammo di mercurio può inquinare 1.000 litri d’acqua). «Con il decreto legislativo 188 del 2008», continua Fratticcioli, «è stata recepita la normativa europea che rendeva il produttore responsabile della gestione dell’intero ciclo di vita dei prodotti immessi sul mercato. Questo vale anche per le pile, e per la loro raccolta e il trattamento finali. Chiaro che però come prima cosa deve passare il messaggio che le pile non devono essere gettate nel residuo, altrimenti il danno all’ambiente e al portafogli è assicurato».

COSTI - Secondo Giulio Rentocchini, presidente del Centro di coordinamento nazionale pile e accumulatori (Cdcnpa), «le pile portatili sono oggetti da cui la tecnologia sino a oggi è riuscita a ricavare pochissimo. Sono un’entità a costo, perché la pila va distrutta e smaltita per eliminare materiali dannosi per l’ambiente. Più ambiti sono gli accumulatori, perché dal loro trattamento si ricava il piombo, che può essere riutilizzato>. L’accordo siglato il 7 di novembre tra Cdcnpa e Associazione nazionale Comuni italiani (Anci) punta a rendere capillare e sistematica la raccolta sul territorio: un passo che, si crede, «porterà a grandi risultati».

Elisabetta Curzel
21 novembre 2012 (modifica il 23 novembre 2012)

Bosnia, storica partita di calcio: preti cattolici e Imam musulmani (5-3)

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


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ZENICA - In Bosnia Erzegovina in questi giorni non si parla d’altro e, per una volta, il chiacchiericcio non fa riferimento a situazioni di dissenso, a problemi relativi alla convivenza etnica, nè agli strascichi di una guerra che, nonostante siano trascorsi vent’anni, ha lasciato parecchie cicatrici sulla pelle della gente.

Stavolta al centro dell’attenzione c’è una partita di calcio, per certi versi storica, che si è disputata per la prima volta tra Imam musulmani e preti cattolici. L’iniziativa benedetta dalle rispettive autorità religiose è servita a raccogliere fondi per la costruzione di un asilo. Costo del biglietto: un euro. A Zenica, città industriale, la quarta per importanza, è stata teatro di un agguerritissimo match vinto dai preti cattolici che hanno segnato 5 goal di fila, contro i 3 dei musulmani.I giocatori in campo sono stati corretti e non ci sono stati nemmeno falli, raccontano i testimoni, mentre dagli spalti circa 4 mila persone facevano un gran tifo urlando «Bosnia Bosnia».

Ad organizzare la partita è stato il comitato nazionale inter religioso, nato all’indomani del conflitto che vent’anni fa è costato la vita a circa 100 mila persone. «Essere una piccola minoranza non ci impedisce di contribuire allo sviluppo della società» ha dichiarato il cardinale Vinko Puljic, fautore del dialogo anche attraverso lo sport.

La pastorale giovanile delle diocesi, ad esempio, cerca di unire ragazzi e ragazze di diversa etnia, ponendo le basi per una società più pacifica. I problemi post bellici, tuttavia, perdurano, basta pernsare che degli 820 mila cattolici che vivevano in Bosnia prima della guerra, ne sono rimasti solo 460mila. Circa il 10 percento della popolazione è cattolico, contro il 40 percento di musulmani e il 31 percento di ortodossi.


Venerdì 23 Novembre 2012 - 15:24
Ultimo aggiornamento: 15:48

Il Web la nuova frontiera della contraffazione

Corriere della sera

Dalle pastiglie dei freni ai vestiti griffati, dai film piratati agli orologi di marca, o presunti tali


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Le Fiamme Gialle sequestrano sei Vespa «made in China» (è successo la settimana scorsa) al salone dell'Eicma di Rho? Nessun problema. La stessa azienda cinese, indisturbata, continua a pubblicizzare online i propri modelli, consegne a domicilio su prenotazione, alla faccia dei controlli. E' un esempio: internet ne è pieno. Perché, se è vero che le «piazze» tradizionali del falso sono tutt'altro che in crisi (vedi il servizio sulle pagine di «Uso e Consumo» di Corriere Milano del 22 novembre; per segnalazioni, scrivete a pervoi@corriere.it), è il Web la nuova frontiera della contraffazione.

Dalle pastiglie dei freni ai vestiti griffati, dai film piratati agli orologi di marca, o presunti tali. Se un prodotto su tre acquistabile in rete (secondo le stime presentate dalla Guardia di Finanza agli Stati Generali dell'Anticotraffazione, lunedì a Palazzo delle Stelline) è contraffatto, «il motivo è presto detto» spiega Massimiliano Dona, segretario dell'Unione Consumatori. «Il web garantisce anonimato, bassi costi, un immediato passaparola, un ampio mercato di riferimento e una maggiore facilità di azione, consentendo agli spacciatori di far perdere rapidamente le proprie tracce».

Per farsi un'idea del fenomeno, basta dare un'occhiata ai siti di e-commerce più gettonati. Digitando ad esempio «Gucci» su www.ebay.it, si ottengono oltre 7.600 risultati di ricerca: i prezzi in media sono decisamente inferiori rispetto al listino, con picchi al ribasso di centinaia di euro. E se cerchiamo su Google «farmacia online», i risultati forniti dal motore di ricerca sono 11,8 milioni; addirittura 123 milioni, invece, per «buy Viagra» (il farmaco più acquistato in rete, nonostante la legge italiana vieti la compravendita di medicinali online).

Erano «solo» 29 milioni del luglio 2011. Ad alcuni di questi siti si è rivolto, per curiosità, il dottor Marco Alidosi, titolare di una farmacia in via Padova. «Con alcuni colleghi, qualche tempo fa, abbiamo voluto fare una prova» racconta. «Abbiamo ordinato una partita di farmaci di vario genere, attraverso i siti internet di alcune farmacie online». I farmaci sono arrivati, ma in confezioni anonime, senza indicazioni di origine né informazioni sul contenuto. «A un'analisi di laboratorio, la composizione è risultata tutt'altra rispetto a quella dei farmaci ordinati.

Un fatto pericolosissimo». La conferma viene dal comando dei Carabinieri per la Tutela della Salute, secondo cui il rischio di incappare nel «tarocco», in questi casi, è di oltre il 50%. Quello dei farmaci è uno dei settori più colpiti, non l'unico. Marco, 32 anni, impiegato, l'estate scorsa ha comprato online due biglietti per le olimpiadi di Londra. «Non stavo nella pelle - racconta - ci si può immaginare la mia sorpresa quando, all'ingresso, non mi accettarono i biglietti». Contraffatti. «Li avevo pagati 60 euro l'uno, più le spese per il viaggio e l'alloggio per me e la mia fidanzata».

Una volta tornato da Londra, Marco si è rivolto all'Unione Consumatori, che ha stilato un vademecum per orientarsi nel mare magnum del low cost online. Qualche consiglio, dunque, per approfittare dei vantaggi di internet evitando di finire truffati o, peggio, di infrangere la legge? «Anzitutto è meglio affidarsi a siti ufficiali e certificati - spiegano all'Unione Consumatori - e diffidare dei prezzi “stracciati” rispetto al costo originale». Un minimo di fiuto non guasta. «Spesso le inserzioni dei prodotti «fake» hanno errori ortografici, anche grossolani». Infine, occhio alla provenienza. «Gli accessori e i capi d'abbigliamento contraffatti spesso vengono infatti dalla Cina, da Hong Kong o dalla Turchia mentre i medicinali provengono in genere dall'India».

Davide Illarietti
21 novembre 2012 | 13:10

Ionel, sei mesi in carcere per un documento falso. Che invece è vero

Corriere della sera
di Massimo Rebotti


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Ionel è con alcuni amici in auto, la targa è romena, quando viene fermato dai carabinieri di Sesto San Giovanni. Ai militari non convincono alcune confezioni di profumo nel bagagliaio (qualche giorno prima c’era stato un furto in un supermercato lì vicino) e la carta d’identità di uno dei quattro, Ionel, che, a loro parere, sembra falsa. Il giorno dopo il pm scarcera tutti. Gli accertamenti proseguono fino al processo che stabilisce che la merce ritrovata nell’auto non era stata rubata. Per il tribunale, invece, la carta d’identità romena resta fasulla. Gli amici di Ionel vengono assolti, lui condannato a un anno per fabbricazione e possesso di un documento falso.

L’avvocato d’ufficio non fa appello. Passa del tempo prima che Ionel finisca in carcere, le autorità sanno comunque dove trovarlo (si basano sui dati della carta d’identità, nonostante fosse stata giudicata falsa) e lui non si nasconde. E così nel febbraio del 2012 Ionel Claudiu Dumitra, 32 anni, una piccola società di import-export alimentare insieme alla moglie, entra nel carcere di Monza.  Non è la prima volta che finisce in un penitenziario italiano, ma la seconda. Alcuni anni prima – prima di avere un lavoro e una moglie – aveva commesso un furto ed era stato condannato. Il precedente penale, nella vicenda della carta di identità, ha avuto il suo peso.

In carcere Ionel non si dà pace, non sa come far sapere alla moglie, che vive in Romania e lo sta aspettando, quello che gli è successo. Non mangia quasi più.
Un volontario del carcere segnala il caso a un giovane avvocato,si chiama Tommaso Cunietti, che ora dice:
“Sono arrabbiato innanzitutto con me stesso, perché so di essere rimasto vittima del mio pregiudizio: accade spesso che chi viene fermato dia generalità false. Mi ricordo perfettamente, quando mi hanno chiamato, di aver pensato ‘va beh, la solita storia’. Immagino che lo stesso sia accaduto, prima di me, agli agenti, al precedente avvocato d’ufficio, al giudice: hanno dato per scontato. E’ proprio perché ho riconosciuto- anche in me- questo meccanismo che, a un certo punto, ho preso a cuore il caso”.
L’avvocato ricostruisce i vari passaggi del procedimento, parla con il magistrato che ha dato esecuzione all’arresto, contatta il console romeno che poi visita Ionel in carcere. Il diplomatico fa esaminare nuovamente la carta d’identità e certifica che il documento è autentico. La stessa carta viene inviata al laboratorio sui falsi documenti della Polizia locale di Milano. Responso identico, la carta è vera. I mesi passano, la moglie nel frattempo perde un bambino. Il magistrato dell’esecuzione, per abbreviare i tempi, chiede in prima persona la revisione del processo. Ad agosto, dopo sei mesi di carcere, Ionel Dumitra esce.
A novembre viene assolto perché il fatto non sussiste.