domenica 25 novembre 2012

Quei 6 mila italiani in fuga a Lugano: boom di nuove residenze degli ultimi due anni

Corriere della sera

«È per le tasse». Fenomeno recente: due anni fa lo stesso genere di richiesta era appena sopra quota 700


MILANO - Esiste anche un'emigrazione di lusso: segue percorsi brevi, non va alla ricerca di un futuro nuovo ma si muove in difesa del passato. E preso dimensioni consistenti di recente. L'immigrazione di lusso è quella dei 6.000 italiani che dall'inizio del 2011 a oggi hanno scelto di spostare la loro residenza a Lugano e dintorni, comunque in Canton Ticino. Uno spostamento che mai in passato era stato tanto vistoso e che sembra originato in primo luogo dalla necessità di mettere al sicuro una ricchezza e un benessere che paiono vulnerabili al di qua del confine.

A LUGANO - Il dato dei 6.000 italiani che hanno voluto diventare svizzeri - almeno per il domicilio - è confermato dagli uffici del Consolato italiano di Lugano: seppur non alla virgola, tanti sono gli abitanti del Belpaese che negli ultimi due anni hanno chiesto l'iscrizione all'Aire, il registro degli italiani residenti all'estero. Avendo bussato alla sede diplomatica di Lugano, è facile immaginare che la stragrande maggioranza di questi migranti abbiano stabilito la loro residenza proprio nella cittadina ticinese o negli immediati dintorni. Per capire le dimensioni del fenomeno basta soffermarsi su alcune coordinate: nel 2010 gli italiani che avevano traslocato a nord di Chiasso erano stati poco più di 700, la popolazione di Lugano non raggiunge quota 60 mila abitanti e quella dell'intero Canton Ticino è di 330 mila.

IN SVIZZERA - La Svizzera è tradizionale approdo di italiani famosi e benestanti (la cantante Mina è l'esempio che tutti conoscono), ma da qualche tempo prendere la residenza in riva al Ceresio è diventato più facile: nel 2009 la Confederazione Elvetica ha infatti aderito al trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone e questo ha abbassato indubbiamente numerosi ponti levatoi. Chi vuole trasferire qui la sua residenza deve solo presentare un contratto di affitto o il certificato di possesso di una casa ed essere in grado di dimostrare, in caso di controlli del fisco, che i suoi interessi sono effettivamente basati in Svizzera.

LE CASE - Ma proprio questi ultimi fattori determinano una sorta di selezione naturale: il Ticino è scenario di un boom immobiliare senza precedenti e un appartamento in centro a Lugano passa di mano anche a 25 mila franchi al metro quadrato. Nonostante ciò nel 2011 le case comprate a Lugano sono state 4072 contro le 2806 dell'anno precedente. Al tirar delle somme i migranti italiani possono essere solo persone in grado di permettersi un tenore di vita elevato ma attirati da una fiscalità di favore (di poco superiore al 20%) e da una qualità della vita con pochi paragoni nell'intera Europa. Pur mantenendo il loro domicilio a un'ora di macchina da Milano e dai suoi principali aeroporti.

LE TASSE - E se si trattasse in gran parte di residenze fittizie, solo per sfuggire all'Erario italiano? Il rischio c'è e i controlli da parte dell'Agenzia delle Entrate si fanno sempre più stringenti. Ma i costi del cambio di patria dovrebbero in teoria scoraggiare una mossa di pura facciata.

Claudio Del Frate
25 novembre 2012 | 12:11

Ultimo orrore dei comunisti cinesi sfrattano i morti per far soldi

Libero

In nome degli affari le autorità smantellano i cimiteri per dare terreni ad aziende e palazzinari. Già rimosse 400mila salme, gettate nelle fosse comuni


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"Il nuovo comunismo, quello cinese fondato sul capitale che, si badi bene, non è il libro di Marx ma il denaro sonante derivante dallo sfruttamento dei lavoratori contro cui appunto il filosofo tedesco aveva scritto il suddetto libro; il nuovo comunismo, dicevamo, non mangia più i bambini. Ora, per far spazio ai mastodontici disegni industriali e più genericamente economici di Pechino, si accontenta dei poveri resti di qualche milione di cadaveri di tutte le età dell’area centro orientale del Paese. A Zhoukou, nella provincia dell’Henan, le autorità hanno infatti dato il via a una spaventosa campagna di demolizione dei cimiteri e rimozione delle relative salme", racconta Carlo Nicolato su Libero di domenica 25 novembre. Già, i comunisti cinesi sfrattano i morti pur di fare più affari. E questo è soltanto l'ultimo orrore di regime. Le autorità di Zhoukou, nella provincia dell'Heman, smantellano i cimiteri per dare terreni ad aziende e palazzinari. Sono già state rimosse 400mila salme, che sono state gettate nelle fosse comuni.

Anna, la postina che venne da Roma per morire

Il Mattino

di Rosaria Capacchione


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La memoria è capace di fare brutti scherzi. Cancella ricordi spiacevoli, traumi infantili, immagini e volti che risvegliano dolori acuti e insopportabili. Qualche volta, anche un delitto: nonostante non ci appartenga, nonostante sia documentato dal repertorio fotografico della polizia scientifica e dagli interrogatori preliminari di parenti e sporadici testimoni. Le foto, appunto. Erano conservate in un fascicolo intitolato a Favilli Annamaria, classe 1946. Una cartellina (rossa? grigia?) contrassegnata da una grande croce disegnata con la biro. Una raffigurava una A112 bianca ferma alla metà di un viottolo sterrato, nelle campagne tra Cesa e Gricignano d’Aversa. Un’altra, la testa insanguinata di una donna. Irriconoscibile. Chissà dov’è finito, quel fascicolo.

Forse nell’archivio del vecchio commissariato di polizia di Aversa, che poi cambiò sede con il suo carico di carte, documenti, foto segnaletiche. Forse al macero, perché troppo datato e inutilizzato. A margine, sulla cartellina, c’era un altro nome: Fiorentino Francesco, classe 1949, da Gricignano. Forse era lui l’obiettivo degli assassini, due, che avevano incrociato la A112 sulla provinciale e l’avevano costretta a imboccare il viottolo. Il verbale del sopralluogo parlava, per la verità, di tre vetture: quella della vittima, quella dei killer - una Fiat Uno - e quella utilizzata per la fuga, una Lancia Prisma rubata nel piazzale di un vicino distributore di benzina.

Il nome di Annamaria Favilli era annotato, sotto la voce ”camorra”, nell’elenco dei morti ammazzati in provincia di Caserta. Elenco a uso interno, della redazione del Mattino. È un nome di donna, una delle pochissime donne uccise dai clan in guerra permanente. Di lei non sappiamo se aveva figli, un lavoro, amici e parenti che l’abbiamo pianta a lungo cercando inutilmente la verità. È il primo nome che compare dopo la scomparsa di Antonio Bardellino, il capo di Nuova Famiglia, di cui si erano perse le tracce tre settimane prima, tra Santo Domingo e Rio de Janeiro. Alcune voci, molto locali, misero l’omicidio di Annamaria Favilla in relazione con la scomparsa di Bardellino. Si disse, ma chissà se era vero, che la donna era (era stata) una delle postine del capocamorra.

E che si era spostata da Roma (dove viveva con Fiorentino) all’agro aversano per recapitare un messaggio in maniera sicura. La verità è che non si è mai capito perché sia stata uccisa con un colpo secco alla tempia, quasi un’esecuzione, e sia stato invece risparmiato il suo compagno. Che dopo l’agguato fu arrestato con l’accusa di favoreggiamento: molto aveva visto ma pochissimo aveva raccontato alla polizia. Si era limitato, Fiorentino, a mettere a verbale ciò che era evidente. Quel giorno, il 17 giugno del 1988 - un venerdì - poco dopo mezzogiorno aveva incrociato la Fiat Uno a bordo della quale c’erano due persone, una delle quali indossava una tuta rossa.

I killer lo avevano costretto a deviare verso la stradina interpoderale, a imboccare il viottolo che s’inoltrava in piena campagna. Avevano aperto il fuoco con una pistola calibro 9, la donna era morta sul colpo. Erano scappati abbandonando l’auto e lasciando a bordo una parrucca, una barba finta, nove proiettili calibro 9 lungo, due taniche di benzina: l’armamentario dell’assassino che deve distruggere ogni traccia e sfigurare con il fuoco, per ritardarne l’identificazione, la sua vittima. Molti anni dopo, dodici per la precisione, Antimo Ranucci - camorrista di Sant’Antimo e aspirante pentito - ricordò il nome di Annamaria Favilli. Confessò di averla uccisa senza però spiegare il movente.
Quando era venuto il momento di farlo, qualche interrogatorio più tardi, preferì ritrattare e rinunciare alla collaborazione. Quel giorno fu come se Annamaria fosse stata uccisa un’altra volta.


Domenica 25 Novembre 2012 - 12:55

Larry Hagman e il colpo alla J.R. a Ceausescu Estorse al dittatore una borsa piena di soldi

Corriere della sera

Negli anni 80 il protagonista di «Dallas» pretese del denaro in cambio del permesso di esporre un suo ritratto su un edificio

MILANO - È stato un vero «colpaccio», degno dello spietato J.R. Ewing, protagonista della serie Dallas: Larry Hagman, l'attore americano morto venerdì che per più di dieci anni ha interpretato il petroliere, ha rivelato tempo fa al Sunday Times (a patto però che la notizia fosse diffusa dopo la sua morte) di aver estorto al dittatore romeno Nicolae Ceausescu «una borsa piena di soldi» in cambio del permesso di esporre un suo ritratto gigante su un edificio, sfruttando il suo personaggio per la propaganda del regime comunista.

 Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas

IL MALLOPPO - Negli anni Ottanta Hagman era all'apice della fama e Dallas era seguitissimo in Romania. L'attore era in visita a Bucarest accompagnato dalla moglie Maj Axelsson: funzionari del regime chiesero ad Hagman il permesso di poter usare la gigantografia: l'attore, in pieno stile J.R., rispose che non aveva nulla in contrario a patto che una «borsa zeppa di valuta pregiata venisse lasciata nei bagni per signore di un ufficio governativo». A recuperare il malloppo ci avrebbe pensato suo moglie il giorno successivo.

SPESO - Detto, fatto. Una busta di carta marrone piena di dollari fece la sua comparsa e la coppia - ha rivelato Hagman al domenicale britannico - spese «tutti quei soldi in un attimo, come facevamo sempre in quegli anni».



Tv: è morto Larry Hagman, addio al JR di Dallas (24/11/2012)

Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas (24/11/2012)

Redazione Online25 novembre 2012 | 14:41





Il volto sorridente della tv efferata

La pubblicità di Dallas definiva J.R. «l'uomo che amate odiare». Vocazione tardiva alla malvagità
di ALDO GRASSO


Se dovessimo tracciare una fisionomia che incarni l'essenza crudele e malvagia della Tv; o meglio, se dovessimo dare un volto a tutti i discorsi che si sono consumati sulla cattiveria, sulla perfidia, sulla efferatezza della Tv; ebbene, quel volto non potrebbe essere che quello di Larry Hagman, morto a 81 anni per un tumore. La fortuna di Hagman coincide con Dallas, la serie tv lanciata nel 1978 dalla Cbs. Interpretava J.R (Geiar nella vulgata italiana), l'erede al trono petrolifero di Southfork Ranch, in quel di Dallas, Texas.

«Se J.R. Ewing non avesse scelto una vita di assoluta cattiveria - era stato il commento di Time - e se questa parte non gli fosse andata a pennello, pochi spettatori si sarebbero preoccupati della vita di J.R.. Se l'erede più furbo della Ewing Oil non fosse stato circondato da un nugolo di parenti, tutti occupati a realizzare i loro desideri di soldi e di potere, in un complotto delirante nella sua complessità, anche J.R. sarebbe stato visto come un cattivo dei cartoons, come gli altri "cattivi" sempliciotti dell'ora di massimo ascolto».

I protagonisti di Dallas (Ap)I protagonisti di Dallas (Ap)

SCOPPIO RITARDATO - La sua vocazione alla cattiveria è stata, per così dire, tardiva. In gioventù Hagman aveva interpretato un numero considerevole di parti da attore brillante, tanto che Paul Mazusrky lo ha utilizzato nel film «Harry e Tonto». La sua è stata una fortuna a scoppio ritardato: pochi si erano accorti di lui prima che indossasse i panni di Geiar, in troppi badavano a lui - una volta divenuto famoso - per misurarne la distanza da Geiar. Il destino artistico aveva voluto che Larry Hagman fosse solo Geiar, «The man you love to hate», come recitava la pubblicità di «Dallas»: l'uomo che amiamo odiare.

In quel ranch popolato di cattivi, dove ogni personaggio recitava la sua piccola «odissea del rancore»; in quel mondo degli affari dove ogni protagonista emergeva solo a colpi di tradimenti, odi, malvagità, Geiar era semplicemente il più cattivo di tutti. Non uno dei tanti «bad guy» che ci ha regalato la storia del cinema (come John Carradine in «Ombre rosse»), ma la malvagità in persona in uno scenario di corruzione, donne, sfrenatezze, alcool (sorte irriverente per uno che dovrà poi curarsi per cirrosi epatica).

FININVEST - Così cattivo che tutti lo amavano. Quando il 21 novembre 1980 si dovette finalmente dipanare il tormentone dell'estate «Who shot J.R.?» (chi ha sparato a J.R.?, slogan utilizzato persino in campagna presidenziale), più di 80 milioni di americani rimasero incollati al televisore per celebrare la presunta morte di Geiar. Che continuò invece a vivere, a recitare il suo ruolo di innamorato della cattiveria. C'è anche un destino tutto italiano nelle vicende di Geiar. La Fininvest, nei primi anni Ottanta, ha praticamente posto le basi del suo impero sulla fortuna di «Dallas», sapientemente strappato alla Rai. Ebbene, nella mitologia popolare, forzando i tratti somatici, per molto tempo Geiar e Silvio Berlusconi sono stati la stessa persona.

24 novembre 2012 | 15:09

Pagato 500mila euro il computer «di legno» costruito da Jobs nel 1976

Il Mattino


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ROMA - Un «Apple 1», il primo computer creato dal genio della casa di Cupertino, Steve Jobs, scomparso poco più di un anno fa, è stato battuto all'asta per quasi 500mila euro in Germania. Secondo un portavoce della casa d'aste di Colonia, Uwe Rechner, la vendita di ieri rappresenta un nuovo record per i computer di questo tipo. Ancora non è stato svelato il nome dell'acquirente. L'«Apple 1» fu assemblato per la prima volta da Jobs e Steve Wozniak nel 1976, nel garage dei suoi genitori. Ne vennero prodotti 200 esemplari, di cui solo 6 sono ancora esistenti e funzionanti. Il prezzo di listino era di 666 dollari e 66 centesimi.


Domenica 25 Novembre 2012 - 11:37    Ultimo aggiornamento: 11:39

Nel fuorionda del rottamatore in radio spuntano le tre pensioni di Bersani

Paolo Bracalini - Dom, 25/11/2012 - 08:17

Pier Luigi avrà un supervitalizio di 10mila euro lordi come deputato, consigliere regionale e funzionario

Roma «Ber-sa-ni» sillaba Renzi ripreso fuorionda dalla webcam di Radio105. «Bersani?» gli chiede il conduttore leg­gendo il labiale del sindaco.


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«Sì Samue­le, il cantante! Vorrei ma non posso...». Non è il cantante, ma il segretario Pd Pier Luigi ( nel tondo ), il Bersani che ne ha tre di vitalizi, «mentre io non ne ho neanche uno» dice Renzi che ha sfida­to la nomenklatura anche sul cumulo delle pensioni. Il segretario del Pd è nel­la condizione di molti politici di profes­sione. Avendo lavorato nel partito co­me funzionario, ed essendo stato poi eletto in varie cariche, Bersani si ritro­verà, quando non sarà più parlamenta­re, a cumulare tre pensioni. Innanzitut­to quella da deputato.

Avendo fatto tre legislature alla Camera, l’assegno del segretario Pd si aggirerà attorno ai 5mi­la euro lordi al mese. E si aggiungerà al vitalizio da ex consigliere regiona­le in Emilia-Romagna. Bersa­ni ci è entrato trentenne, e ci è rimasto per anni, fino a diventarne il governatore (sempre da consigliere), nel 1993. Il calcolo com­plessivo della sua pensio­ne da ex cons­igliere lo han­no fatto quelli del M5S in Re­gione: 4 .423,55 euro lordi al me­se.

I due vitalizi si cumulano, la legge non lo vieta. Anzi, permette che si ag­giunga un altro assegno vitalizio, matu­rato dal lavoro extrapolitico. Bersani, ad esempio, ha fatto l’insegnante per un breve tempo dopo la laurea con lode in Filosofia, e successivamente è stato funzionario del Pci-Ds. Da questa attività lavora­tiva e dai relativi versa­menti Inps il segretario (come qualunque altro di­pendente del partito) ha ma­turato un terzo vitalizio, che si cumulerà ai due guadagnati con le legi­slature passate. Su quanto possa am­montare questa terza pensione è ar­duo fare ipotesi, e in generale sul fronte contributivo ci sono stati parecchi pro­blemi in casa Ds, come ci conferma il te­soriere Ugo Sposetti.

Per pochi mesi Bersani non ha matu­rato una quarta pensione, quella da parlamentare europeo. Anche gli eletti a Strasburgo (quelli fino al 2009, prima che cambiasse il sistema) dopo alme­no due anni e mezzo di legislatura han­no diritto al vitalizio. Bersani è stato eletto europarlamentare nel giugno 2004 (con 342.296 preferenze), ma ha poi lasciato nell’aprile 2006, eletto alla Camera e nominato ministro del gover­no Prodi. Meno di due anni, non abba­stanza. Tra i candidati alle primarie Bersani non è l’unico «cumulator» di vitalizi. Renzi ne ha fatto un’arma elettorale: «Chi ha più vitalizi, a partire da Bersani e Vendola, potrebbe rinunciare alme­no al cumulo? Anche solo per rispetto di chi vive con la pensione minima». A Ballarò Renzi e Tabacci si sono scontra­ti anche su questo. 

Tabacci è stato con­sigliere regionale in Lombardia, depu­tato, e poi consulente libero professio­nista (consigliere d’amministrazione Eni, Snam, Efibanca, presidente del­l’Autocisa A15 Parma- La Spezia). Ven­dola è stato deputato, consigliere regio­nale in Puglia, e funzionario nel Pci per quasi vent’anni. Anche Laura Puppa­to, altro candidato alle primarie, avrà un vitalizio, come consigliere regiona­le in Veneto. L’unico al momento a non averne uno è Renzi, che è solo sindaco ed ex presidente della Provincia, cari­che che non lo prevedono. Ma essere ul­timi in questa classifica può finire con l’essere un vantaggio.

Tavolazzi: "Grillo gestirà i fondi parlamentari"

Nico Di Giuseppe - Dom, 25/11/2012 - 11:04

Decide tutto Grillo. E Casaleggio. Almeno a sentire la nuova accusa mossa dal primo degli epurati dal MoVimento 5 Stelle.
 

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Valentino Tavolazzi fa un nuovo affondo sulle regole del M5S. In particolare sulla gestione dei fondi parlamentari che il movimento dell'ex comico genovese riceverà.

"I candidati alle politiche stanno ricevendo in questi giorni una lettera di Casaleggio che li invita a sottoscrivere un impegno formale, riguardante l’uso del denaro che i gruppi M5S alla Camera ed al Senato avranno a disposizione per la comunicazione istituzionale", denuncia Tavolazzi.

Che poi spiega: "L’impegno predisposto dai legali di Casaleggio prevede che sia Grillo a decidere regole e composizione di un fantomatico comitato che dovrà sovraintendere all’uso di quei fondi e decidere a quale struttura di comunicazione destinarli. I candidati devono firmare ora, per tutta la legislatura, che delegheranno in toto la destinazione del tesoretto pubblico e che approveranno ad hoc lo statuto del gruppo".

Tavolazzi ha postato sul suo profilo Facebook la lettera che gira tra i grillini. La riportiamo integralmente:

"ACCETTA IL SEGUENTE TESTO PER ABILITARE LA TUA CANDIDATURA Caro candidata/o, ad integrazione del documento da te approvato: “Codice di comportamento eletti MoVimento 5 Stelle in Parlamento”, ti riporto questo testo ufficiale predisposto da uno studio legale che è necessario sottoscrivere. Beppe Grillo Costituzione di “gruppi di comunicazione” per i parlamentari del M5S di Camera e Senato Il Regolamento della Camera dei Deputati e del Senato prevede che a ciascun gruppo parlamentare vengano assegnati dall’Ufficio di Presidenza contributi da destinarsi agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare, nonché alle “funzioni di studio, editoria e comunicazione ad essa ricollegabili”. 

La costituzione di due “gruppi di comunicazione”, uno per la Camera e uno per il Senato, sarà definita da Beppe Grillo in termini di organizzazione, strumenti e di scelta dei membri, al duplice fine di garantire una gestione professionale e coordinata di detta attività di comunicazione, nonchè di evitare una dispersione delle risorse per ciò disponibili. Ogni gruppo avrà un coordinatore con il compito di relazionarsi con il sito nazionale del M5S e con il blog di Beppe Grillo. 

La concreta destinazione delle risorse del gruppo parlamentare ad una struttura di comunicazione a supporto delle attività di Camera e Senato su designazione di Beppe Grillo deve costituire oggetto di specifica previsione nello Statuto di cui lo stesso gruppo parlamentare dovrà dotarsi per il suo funzionamento. E’ quindi necessaria l’assunzione di un esplicito e specifico impegno in tal senso da parte di ciascun singolo candidato del M5S al Parlamento prima delle votazioni per le liste elettorali con l’adesione formale a questo documento».

L’indipendenza sarà la bancarotta”

La Stampa

Gli industriali della Catalogna terrorizzati dalla secessione da Madrid: siamo già in grave crisi

marco alfieri
inviato a barcellona


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«La Catalogna si gioca il futuro», titola il quotidiano economico Expansion. Dove per futuro s’intende l’assetto istituzionale della regione locomotiva di Spagna, vista la sfida indipendentista lanciata dal governatore uscente Artur Mas, ma anche il rilancio dell’economia ai tempi dello spread. Una semplice elezione regionale, trasformata in metafora dei dilemmi europei: l’austerity che rinfocola vecchie identità, l’ombra lunga del populismo, il tema del debito e la ricentralizzazione dei poteri in capo agli Stati nazionali che scuote le autonomie territoriali più dinamiche.

La campagna elettorale ha condensato il groviglio in un messaggio: la rivolta contro il governo nazionale. «Non siamo vassalli di Madrid» è lo slogan del leader di Convergencia i Unio, la formazione nazional/moderata alla guida della Generalitat. Nessuna menzione ai tagli al welfare, al debito regionale e alla disoccupazione che tocca ormai 800 mila catalani. «Ma soprattutto silenzio sui costi e la sostenibilità economica di un’eventuale secessione», ragionano nelle stanze dell’associazione industriale di Barcellona, preoccupati dall’azzardo di Mas. 

Secondo una simulazione dell’Iee, l’Istituto di studi economici, l’indipendenza costerebbe un crollo del 50% dell’export (oggi 49 miliardi); ci sarebbero 500 mila occupati in meno; 3 miliardi di extracosti commerciali; e una caduta del Pil del 20% nel primo anno. «Numeri da economia di guerra, insostenibili in anni di pessima reputazione sui mercati», dice un importante imprenditore tessile di Badalona. «I titoli catalani sono considerati spazzatura sulle piazze finanziarie: il nostro rating è passato in 4 anni dalla doppia A alla doppia B». 

Non solo. Un nuovo Stato catalano nascerebbe super indebitato. Agli attuali 44 miliardi vanno aggiunti i 5 in pancia ai comuni locali spendaccioni, altri 5 chiesti in estate a Madrid per ripagarsi i bond in scadenza, i costi per la ristrutturazione bancaria (20 miliardi) e la quota parte del debito nazionale spagnolo (100 miliardi): «Si arriverebbe a circa 180 miliardi, il 90% del pil regionale», calcola l’economista della Uam di Madrid, Donato Fernandez Navarrete.

«Una Catalogna indipendente sarebbe più ricca ma più indebitata della Spagna», conferma un report del Financial Times. Anche l’ingresso nell’eurozona sarebbe complicato. La Catalogna dovrebbe rinegoziare tutti i trattati in mezzo alle barricate spagnole. «I soldi comunitari sono stati la nostra fortuna, è rischioso andare alla guerra», confessa Angel Moreno, medio imprenditore che lavora nell’indotto Nissan, presente fuori Barcellona. 

Un conto dunque è la pancia dei piccoli artigiani, commercianti e padroncini vessati dallo Stato centrale e che puntano al divorzio fiscale, un’altra il realismo della borghesia imprenditoriale, spina dorsale del ceto medio locale che vota da sempre CiU. Bastava sentirli in questi giorni: contro il separatismo si è pronunciato Josep Maria Pujol, presidente di Ficosa, una delle aziende leader nella componentistica auto; Isidro Fainè, a capo di CaixaBank; il patron della multinazionale farmaceutica Grifox («Se ci fosse l’indipendenza, me ne andrei dalla mia terra») e, non ultimo, il capo supremo della Ceoe, la Confindustria spagnola, il catalano doc Joan Rosell: «La secessione? Sarebbe una barbarie e una follia…». 

C’è poi un altro nodo che il mondo del business non sottovaluta. E’ vero che la Catalogna macina il 19% del Pil nazionale (il 25% delle esportazioni) e vanta un reddito pro capite di 27.430 euro (superiore a quello italiano), ma oggi «la sfida indipendentista è il primo segnale d’inquietudine degli investitori stranieri, persino davanti al tema del “rescate”, il salvataggio della Spagna», spiega Calixto Rivero su Expansion. «Vogliono sapere se la strategia di Mas è solo calcolo elettorale o punta davvero al separatismo». Dopo l’onda lunga delle Olimpiadi, il mito della regione Mecca di multinazionali si è appannato, la crisi morde.

L’elenco di chi è già andato via si allunga: Samsung, Pirelli pneumatici, Kraft, Arbora Ausonia (Procter& Gamble), Coca Cola. Nel primo semestre 2012 dalla Catalogna sono stati disinvestiti 419 milioni di euro (+91% sul 2011). E’ una emorragia continua. Sono questi i numeri che preoccupano una borghesia abituata a votare col portafoglio e interessata, soprattutto, ad un nuovo patto fiscale con Madrid. Se si arrivasse come pare al referendum, non è detto che staccherebbero il biglietto verso l’ignoto. 

Proclamata beata suor Indiana Jones, la bresciana che difese gli Indios

Il Messaggero

di Franca Giansoldati


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CITTA' DEL VATICANO - La sua vita potrebbe diventare la trama di un film. Suor Indiana Jones. Quasi sconosciuta in Italia ma eroina leggendaria per gli Indios dell'Ecuador. si tratta della bresciana Maria Troncatti, medico e suora delle salesiane, morta in un incidente aereo a Sucua, nel 1969, mentre viaggiava per poter raggiungere i villaggi più sperduti dove si trovavano gli Indios che lo Stato quasi non riconosceva, non solo si batteva per i loro diritti civili ma era l'unica a garantire assistenza medica. Quando arrivò quella zona del mondo per la prima volta nel 1922, proveniente dalle montagne della Val Camonica, trovò ad attenderla una situazione indescrivibilmente misera e arretrata. Armata di fede e audacia si mise all'opera.

Gli indigeni di Chunchi e del vicariato apostolico di Méndez divennero da quel momento in poi la sua gente, i suoi figli. La chiamavano "Madrecita“. In Amazzonia costruì il primo campo di aviazione, necessario per fare atterrare gli aerei, e persino un ospedale; promosse corsi di infermieristica, si prese cura degli orfani, fondo' una scuola e un collegio dal nulla. Quando gli Indios Shuar il 25 agosto del 1969 appresero della sua morte la piansero per giorni e giorni, per loro era una figura leggendaria, una santa, una eroina nazionale. Questa donna Attraversava la giungla senza paura, viaggiando per giorni e giorni su barconi, ed estenuanti marce attraverso zone impervie. Non si fermava mai. Ieri suor Maria Troncatti è stata proclamata dalla Chiesa beata a Macas, in Equador dove il suo nome e il suo eroismo ancora oggi vengono associati all'Italia.


Domenica 25 Novembre 2012 - 10:00
Ultimo aggiornamento: 10:01

I manichini bionici che spiano la clientela

La Stampa

Arriva dall’Italia il manichino bionico, in grado di “riconoscere i consumatori
federico guerrini


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Quando si dice l’ingegno italiano. Sta facendo il giro del mondo, specie nelle testate che si occupano di tecnologia la notizia, lanciata da Bloomberg, di come alcuni grandi marchi di abbigliamento stiano utilizzando nei loro negozi dei manichini messi a punto dalla società Almax, di Mariano Comense.

Non si tratta di esemplari qualunque, ma di prodotti della linea Eye See, pupazzi dalle fattezze umane dotati di fotocamere con riconoscimento facciale e in grado di raccogliere informazioni sulle persone che passano loro di fronte, in particolare età, razza e genere. Capaci anche, grazie al software sviluppato dall’azienda Kee Square, spin off del Politecnico di Milano, di misurare l’afflusso dei clienti in base alla fascia oraria e di capire da quali oggetti sono maggiormente attratti, sulla base del tempo di stazionamento davanti alla vetrina. 

Costano 4.000 euro ciascuno e, secondo quanto rivelato dal Ceo Max Catanese a Bloomberg, finora Almax ne ha venduta qualche dozzina: i manichini bionici hanno già trovato impiego in cinque catene di abbigliamento, compresa, secondo alcuni, Benetton. La multinazionale veneta ha però smentito, affermando di adoperare sì, manichini di Almax, ma non quelli dotati di fotocamera.

I benefici per i commercianti riguardano la possibilità di personalizzare il servizio sulla scorta dei dati immagazzinati con si sistema Eye See: i casi citati sono quelli di un negozio che, notando che la gran parte della propria clientela pomeridiana era composta da ragazzi, ha introdotto una linea di vestiti pensati apposta per loro; in un altro esercizio, constatato che i clienti che entravano dopo le 16 erano per lo più asiatici, sono stati assunti dei commessi in grado di parlare cinese. 

Non mancano però perplessità sul fronte della privacy: per quanto in molti negozi esista già un servizio di videosorveglianza, i consumatori vengono avvertiti di essere filmati e le telecamere sono solitamente visibili. Senza contare che si suppone che il monitoraggio venga effettuato per motivi di sicurezza, per prevenire furti, non per catalogare la clientela. Finora comunque Almax non sembra aver incontrato resistenze legali; anzi pare volersi spingere ancora più in là: la società comasca starebbe lavorando a un sistema per dotare i manichini, oltre che di vista, anche di udito, per origliare i commenti dei passanti sull’abbigliamento dei pupazzi e targettizzare ulteriormente l’offerta. 

Fiona Apple annulla il tour per stare vicino al suo cane

La Stampa

zampa


In una lettera la cantante dichiara . “È una scelta di cuore e fa parte delle decisioni che prendiamo e che ci definiscono”


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La foto di una lettera scritta a mano per annullare il suo tour, tanto amore per stare vicino all’amica a quattro zampe che l’ha accompagnata durante gli ultimi anni. Così Fiona Apple comunica perchè ha scelto di annullare il proprio tour per stare vicino a Janet, la sua pit bull che «ora è stanca e malata». 
Attraverso quattro fogli scritti a mano, la cantante comunica le motivazioni della propria decisione: pur essendo cosciente del pericolo che correrà annullando questo tour, non ha dubbi riguardo alla sua decisione.

«Ora non posso andare via ora, voglio avere l’onore di cantare per lei e amarla per l’ultima volta- e poi continua- Forse mi prenderà in giro e sopravviverà per altri anni, e forse perderò amici e ascoltatori per questa mia decisione. Ma è una scelta di cuore, di petto, immediata e fa parte delle decisioni che prendiamo e che ci definiscono. Io non sono quel tipo di donna che mette la sua carriera prima dell’amore e dell’ amicizia. Sono la donna che rimane a casa, e cuoce il pasto per la sua cara e vecchia amica». La cantante conclude la lettera con la richiesta di appoggio riguardo alla sua decisione e l’augurio di rivedersi presto. 


Per leggere la lettera integrale www.facebook/fionaapple.

Quei tre giudici nell'ufficio più costoso del mondo

Corriere della sera

Piazza San Marco: 2,6 milioni annui per affitto e spese alle Procuratorie, ma sono rimasti solo i giudici di pace
Tra stucchi cinquecenteschi illuminati d'oro e d'azzurro, c'è l'ufficio giudiziario più costoso del mondo (se si calcola il rapporto tra numero di occupanti e spese). Ci lavorano tre giudici di pace, si occupano di beghe condominiali e infrazioni stradali contestate. Le loro stanze si affacciano su San Marco, a Venezia, e ogni giorno si riempiono della musica dei Caffè storici. Si trovano nelle Procuratorie vecchie, l'edificio delle 100 finestre, lungo 152 metri, dalla Torre dell'Orologio al Museo Correr, costruito nel dodicesimo secolo e rinato dopo un'incendio nel 1538. Queste tre scrivanie costano prima al Comune, poi allo Stato, tra canone d'affitto e spese, 866 mila euro l'una. In totale 2,6 milioni l'anno.


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Il padrone di casa, le Assicurazioni Generali, incassa il canone da un decennio. Il conto è lievitato, anche se gli uffici sono stati progressivamente liberati. Il pasticciaccio inizia nel 1991, quando il Tribunale di Rialto, con vista sul Canal Grande, viene chiuso per carenza di misure di sicurezza. Il Comune cerca, con urgenza, una sede per evitare la paralisi dei processi e delle indagini. Generali mette a disposizione l'enorme ala marciana. Era stata la base della compagnia dal 1832. Alla fine degli anni Ottanta, sulla scia di un esodo di abitanti e posti di lavoro che sembra non finire mai, anche le Generali si trasferirono in un quartier generale in terraferma, a Mogliano Veneto. Nuovo di zecca, accessibile e molto meno costoso di un edificio storico, tra acqua alta e necessità di continui interventi di restauro.

Il 18 novembre 1991 il Comune si accorda con la compagnia del leone: 1,4 milioni di euro l'anno per 6 anni. La giustizia riparte. Pubblici ministeri e giudici traslocano da Rialto alle stanze di San Marco, nei due splendidi piani poco adatti ai processi. Quando sono di scena imputati o testimoni eccellenti si assiste a inseguimenti dei fotografi tra turisti e piccioni, come capita nei giorni caldi di Tangentopoli a Gianni De Michelis, con la folla che fischia e urla. La distanza dall'imbarcadero costringe poi a far sfilare i detenuti portati dal carcere al palazzo tra vacanzieri e cittadini.

Dopo mesi dal trasferimento, Procura e Tribunale tornano a Rialto: le Fabbriche Nuove del Sansovino sono di nuovo agibili. Ma il gruppo dell'Antimafia rimane nell'edificio. Resta anche la polizia giudiziaria, assieme ai giudici di pace. E il canone intanto non si abbassa. Alla fine del 2003 il Comune chiede una proroga «in attesa della realizzazione della Cittadella della giustizia».

Il sogno è trasferire nella Cittadella, a piazzale Roma, tutte le sedi della magistratura del centro storico. I lavori sembrano interminabili. Se ne parla dagli anni Ottanta. «Il progetto è finanziato e gli appalti assegnati, ma a stralci - spiega con amarezza il sindaco veneziano Giorgio Orsoni, avvocato amministrativista - mancano i fondi statali per l'ultima fase». Nel 2010 il primo «miracolo»: una parte dello scuro e cupo edificio della Cittadella della giustizia è pronta, il team dell'Antimafia ha traslocato con la polizia giudiziaria. Ma il contratto d'affitto per San Marco resta lo stesso del 1991, quello della fuga da Rialto.

Se tutto filerà liscio, il 2013 sarà l'anno in cui Venezia potrà evitare di versare 2,6 milioni l'anno per i tre giudici di pace. «Abbiamo già trovato i nuovi uffici a Riva de Biasio, presto il caso sarà risolto - assicura il sindaco -. Certo, siamo stati vittime di un meccanismo folle: abbiamo dovuto anticipare milioni per far funzionare uffici statali, e l'amministrazione centrale ce li ha restituiti con ritardo di 3-4 anni, solo all'80 per cento. Ma fra qualche settimana tutto questo finirà».

Nel frattempo i tre giudici di pace e gli otto impiegati potranno continuare ad ascoltare i valzer dei Caffè che, dal '700 ad oggi, hanno accolto da Goethe ad Hemingway. «Il miglior fondale per l'estasi» come ha scritto Josif Brodskij, il poeta di «Fondamenta degli Incurabili».

Luciano Ferraro
25 novembre 2012 | 9:14

Se «gay» è un’infamia pure da morti

Corriere della sera
di Elena Tebano



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Si sono sparse tante parole sulla morte di Andrea, il ragazzino di Roma che portava i pantaloni rosa e si è ucciso perché lo prendevano in giro «come gay». Dopo che la notizia si è diffusa, i compagni di scuola, «accusati di essere i responsabili di questa morte che invece è ancora da capire» (ha detto la loro preside), hanno scritto una lettera per spiegare che non era gay.

«Il suo gusto per il paradosso e il travestimento, che nelle ricostruzioni giornalistiche è stato confuso con una inesistente omosessualità».
«Non era omosessuale, tanto meno dichiarato, innamorato di una ragazza dall’inizio del liceo» «Se fosse stato gay me l’avrebbe detto senza vergogna» (ha detto la madre il giorno dei funerali).
Forse è vero, la tragedia è che nessuno avrà più modo di saperlo. Neppure lui. E 15 anni sono comunque troppo pochi per avere idee definitive sul proprio orientamento sessuale. Di sicuro Andrea aveva il coraggio di sfidare le regole non scritte del gruppo per essere se stesso: mi riesce difficile pensare che un 15enne oggi in Italia possa portare smalto e rossetto senza beccarsi tante reazioni negative (succede nelle puntate in onda in queste settimane anche a un personaggio di Glee, un telefilm cult tra gli adolescenti).

Nel 2007 un altro ragazzo, Matteo, 16 anni, si è tolto la vita a Torino perché lo «accusavano» di essere omosessuale. È stato male per mesi, anche se «sorrideva sempre» (hanno raccontato) e alla fine si è buttato dal quarto piano. Dopo, la reazione è stata la stessa: «Non è vero che era gay, non è vero che era gay». Il Giornale titolò: «Il suicida diventato icona gay. Il pm chiude il caso: una bufala». Io non so se Andrea e Matteo fossero gay. E davvero non importa: se anche lo fossero stati?
Ora però tutti accorrono a dire che Andrea non lo era.

Questa negazione in morte di un’identità possibile mi sembra un’ulteriore forma di violenza. Il corollario che passa sottotraccia è: se fosse stato gay avrebbe avuto un motivo per ammazzarsi. Oppure: non puoi essere gay, neppure se ti uccidi per la disperazione di non poterlo essere. Sembra che «gay» sia un’infamia pure da morti. Per gli adolescenti omosessuali è un messaggio terribile. E di certo non aiuta a prevenire i suicidi. Ripeto, io non so chi fosse Andrea, ma aveva il diritto di essere chiunque e qualunque cosa desiderasse. E vorrei che gli adulti, quelli che hanno titoli e autorità per farsi ascoltare, lo dicessero chiaramente: va bene essere gay

I Pm dell’Inquisizione con licenza di umiliare

Vittorio Sgarbi - Sab, 24/11/2012 - 08:31

La dignità dell’uomo e della don­na, tutelata dalla Costituzione, non può essere mortificata e messa in discussione in un processo

La dignità dell’uomo e della don­na, tutelata dalla Costituzione, non può essere mortificata e messa in discussione in un processo.


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E rivendicarla è legittimo. Così ha fatto, con buon diritto e pie­na ragione, Marianna Ferrera che, nel processo Ruby, ha dichiarato: «Sono una brava ragazza e mi hanno conside­rato una escort. Quindi se mi permet­te, le dico che questo è un processo as­surdo ». La Ferrera lo dice e io, cono­scendola, con altre ragazze che hanno frequentato Silvio Berlusconi (come un’attrice può frequentare il suo pro­duttore) lo confermo.

E ho visto in mol­te occasioni, con assoluta volgarità, trattare ragazze libere come puttane. Una odiosa discriminazione contro la donna, giacché non ho mai visto nes­sun uomo o giovane, invitato a cena ad Arcore, considerato un escort, ovvero un prostituto. Si dirà: questo dipende dai gusti sessuali di Berlusconi, ma è in­dubitabile che egli abbia frequentato, per una ragione o per l’altra,anche uo­mini interessati. Sui quali il giudizio è stato benevolo e non offensivo.

Ebbene, quando la Ferrera rivendi­ca la sua dignità, la Boccassini,come in un Tribunale dell’Inquisizione oppo­ne: «Il teste non può permettersi di di­re queste cose ». Ecco un atteggiamen­to intollerante e arrogante. Allora quello che ha detto la Ferrera lo ripeto io. E attendo che qualcuno si permetta di dire che non posso per­mettermi. Vorrei vedere la reazione della Boccassini se qualcuno confon­desse la sua insindacabile libertà ses­suale, per piacere o per interesse, con le prestazioni di una escort sulla base di una equivoca interpretazione e con l’aggravante di un processo a tesi che interpreta la libertà come prestazione e i regali come pagamento.

Io sono sta­to querelato dalla Boccassini per mol­to meno. Attendo ora che un avvocato come Anna Maria Bernardini de Pace prenda a cuore la causa di ragazze co­me Marianna Ferrera e denunci la Boc­cassini per diffamazione. Non si può consentire che si faccia un processo calpestando la dignità delle persone. Marianna Ferrera deve pretendere che le venga restituito l’onore, che le venga riconosciuta la libertà di decide­re della propria vita, senza essere sput­ta­nata in un processo in cui non è nep­pure imputata. E non si deve permette­re il Pubblico Ministero di umiliarla, approfittando del suo potere, senza es­sere chiamata a rispondere delle sue offese

L’Arma dei Carabinieri ha una lun­ga esperienza di Beni Culturali. Il suo Nucleo Tutela Patrimonio Artistico, con il quale ho, in molte occasioni, col­laborato, sa bene quali sono le istitu­zioni meritorie a cui tributare rispetto e con le quali lavorare proficuamente. Stupisce quindi che sia sfuggita ad al­cuni esponenti dell’Arma la straordi­naria e meritoria, e in tutto il mondo considerata, attività della Fondazione Koelliker, dimostrata in importantissi­me mostre in sedi pubbliche italiane e straniere, e con notevoli opere di mece­natismo. Si conoscono inoltre la mia at­tività e i miei studi di storico dell’arte, i cui frutti sono stati utili in diverse occa­sioni anche ai Carabinieri.

Non si può dire lo stesso della inesi­stente autorevolezza di una signora priva di qualunque conoscenza del­l’arte, Paola Damiani, e dell’avvocato che la guida, Italo Tommasoni. Incom­prensibilmente il pubblico ministero, senza verifica, ne ha accolto un insen­sato esposto senza alcun elemento di prova. In un Stato civile, la magistratu­ra e anche il Nucleo tutela patrimonio artistico dei carabinieri non possono compiere errori di tale leggerezza, con­siderando false, senza prove, opere au­tentiche, sulla base del delirio di un ine­sperto, non privo di interessi, fatti pas­sare per ideali e per difesa dell’autore.

Il mistero del piccione viaggiatore

Corriere della sera

I servizi segreti britannici si sono arresi davanti al bigliettino in codice: «Non siamo riusciti a decifrarlo»

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WASHINGTON - Gli esperti dei servizi segreti britannici giurano di averci provato in tutti modi. Ma, alla fine, si sono arresi davanti a quel bigliettino in codice: «Non siamo riusciti a decifrarlo». Grande la delusione - e i sospetti - di chi voleva risolvere l’enigma del piccione viaggiatore e del suo messaggio. Un rettangolo di carta che appartiene al secondo conflitto mondiale. Tutto è iniziato poche settimane fa, quando, David Martin ha trovato nel camino nella sua abitazione - usata durante la guerra dagli 007 inglesi – le ossa del volatile e una capsula rossa contenente il foglietto misterioso.

IN CODICE - Un messaggio scritto il 6 giugno 1944, all’epoca dello sbarco in Normandia. Probabilmente si trattava di una comunicazione tra un agente che si trovava in Francia e un suo referente in Gran Bretagna. Ma cosa si nascondeva dietro quelle lettere? La domanda è stata girata alla sezione dei servizi segreti che decifra i codici. Esperti abituati a "scardinare" le combinazioni più complicate si sono messi al lavoro. Invano. Dopo diversi tentativi, hanno rinunciato. Troppo difficile anche per loro. Due le possibili spiegazioni del fallimento: 1) La “chiave” era nota soltanto al mittente e alla persona che doveva ricevere il piccione. Neppure il diretto superiore avrebbe potuto leggere il contenuto. 2) Avevano inventato un "sistema" ad hoc per quella missione. Dunque non c’è alcun parametro o precedente che potesse aiutare gli analisti del centro di Cheltelnham.

EROICI - David Martin ha reagito con sorpresa e scetticismo alle conclusioni degli specialisti. A suo giudizio gli 007 non hanno voluto decifrare il messaggio oppure è talmente importante che è opportuno mantenerlo top secret. La storia ha riportato l’attenzione sul ruolo svolto dai piccioni viaggiatori durante il conflitto mondiale. Gli inglesi ne hanno "arruolati" 250mila e ne hanno persi a migliaia. Uccisi dai cecchini tedeschi, divorati dai falchi o morti durante le missioni. Volatili ritenuti insostituibili e molto sicuri, a volte a loro modo eroici. Tanto è vero che trenta piccioni hanno ricevuto la più alta onorificenza britannica riservata agli animali in guerra, la "Dickin Medal".


Guido Olimpio
@guidoolimpio24 novembre 2012 | 9:02

Infibulazione: genitori assolti

Corriere della sera

Verona, bimbe incise: «In patria sarebbero state discriminate». Furono i primi ad essere condannati grazie alla nuova legge, sentenza ribaltata in Appello


VERONA — A marzo del 2006, quando deflagrò il caso, a Verona venne per la prima volta in Italia applicata l'allora neonata legge anti-infibulazione, quel dettato normativo che aveva riscosso il plauso di tutte le forze parlamentari e che prevede la severa punizione per le mutilazioni genitali, in primis agli organi femminili. A distanza di sei anni dalla doppia denuncia dei genitori di due bambine e due anni dopo la loro condanna in primo grado su decisione del giudice Raffaele Ferraro, entrambi sono stati assolti dalla seconda sezione della Corte d’appello di Venezia. Un verdetto clamoroso, che ribalta le sentenze pronunciate dalla magistratura scaligera nell’aprile del 2010 e che, di fatto, «azzera» gli otto e i quattro mesi che all’epoca erano stati rispettivamente inflitti al papà di una delle due bimbe e alla mamma della seconda.


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Difesi sin dall’inizio di questa vicenda dagli avvocati Valentina Lombardo ed Elisa Lorenzetto, i genitori delle piccole sono stati assolti da ogni accusa con formula piena, «perché il fatto - hanno decretato i magistrati lagunari - non costituisce reato ». E così, alla fine, a uscire «mutilata» dal processo di secondo grado, è stata proprio la mega inchiesta che aveva visto la prima applicazione in Italia delle norme anti-infibulazione.

Per conoscere nei dettagli le motivazioni dei giudici di Venezia bisognerà attendere il loro deposito previsto tra novanta giorni; nel frattempo, comunque, è la stessa difesa a sottolineare come «l’assoluzione dei genitori delle bambine » sia stata «pronunciata sotto il profilo soggettivo» e come sia stato lo stesso procuratore generale, a coronamento della propria requisitoria, a sollecitare una sentenza di «non colpevolezza» sia per il padre che per la madre delle due piccole. «Da parte nostra - precisano gli avvocati Lombardo e Lorenzetto - abbiamo sempre sostenuto che non si è trattato di infibulazione e che, invece, era stata praticata solo una piccola incisione che, come accertato dai nostri consulenti, non pregiudicherà lo sviluppo sessuale con la crescita».

Secondo i legali, dunque, «non ci fu una mutilazione, una menomazione o un atto violento», bensì - al contrario «un’incisione minimale», di pochi millimetri, praticata agli organi genitali femminili. Una tradizione di lunga data, capillarmente diffusa in alcune zone della Nigeria e, in particolare, tra la tribù dei Bini. Ed è proprio da quest’ultima che provenivano i genitori al centro dell’intera vicenda: «È una pratica antica e già in primo grado, nel corso delle udienze, avevamo dimostrato che, nella tribù dei Bini, se una bimba non ha subito questo intervento viene discriminata».

Ed è proprio per questo motivo che, per esempio, la madre di una delle piccole avrebbe ceduto alle pressioni dei parenti. «I testimoni hanno raccontato come dall’Africa insistessero affinché lei trovasse il modo di far operare la figlioletta e lei, alla fine, ha dovuto cedere alle insistenze dei familiari rimasti in patria». Una circostanza confermata anche dal cognato della donna, che la ospitò nel 2006, per circa sei mesi: «Era incinta, e spesso parlava con suo marito al telefono. Lui le diceva che avrebbe dovuto far operare la bimba, quando sarebbe nata. Ma lei non voleva, era contraria. Lui però insisteva ». Obbedirgli, le costò prima la denuncia e poi la condanna. Con il verdetto , però, la Corte d’appello ha riscritto questa storia da capo.


Laura Tedesco
24 novembre 2012

Il fascino di credere agli Ufo: convegno a Roma sugli avvistamenti

Il Mattino

di Francesca Numberg


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ROMA A domanda se vengano in pace, risponde «sì, certo, altrimenti ci avrebbero già fatto a pezzettini vista la tecnologia avanzata di cui dispongono». A seconda domanda sulla natura dell’oggetto fotografato da Formigoni nei cieli di Parigi, la risposta di Vladimiro Bibolotti, presidente del Centro ufologico nazionale, è più vaga: «Bisognerebbe farsi spiegare bene dal governatore che cosa ha visto, forse era il riflesso del faro sulla Torre Eiffel, chissà...».

Alle infinite altre domande che da decenni, ufficialmente dal 24 giugno del ’47 data del primo avvistamento «certificato» di un Unidentified Flying Object da parte del pilota americano Kenneth Arnold, risuonano in questo campo, si cercherà di dare una risposta oggi nella Capitale nel corso del primo Convegno internazionale di ufologia Oltre il cielo, organizzato dal gruppo Cun Roma di Silvio Eugeni. A parlarne saranno in tanti, dall’astrofisico dell’Accademia della scienza bulgara Lachezar Filipov ad Alain Boudier presidente della Sigma, la struttura creata all’interno dell’Areonautica francese.

RES INEXPLICATA VOLANS Con tutte le perplessità che si possono avere sulla presenza di vita extraterrestre, o sulle astronavi che a volte «accompagnano» i nostri piloti nello spazio, la questione viene da sempre presa sul serio se non altro a scopo difensivo da enti spaziali, governi e militari. Basti pensare che i carabinieri hanno un modulo prestampato per gli avvistamenti Ufo, con data, condizioni atmosferiche, posizione dell’osservatore, manifestazioni di intelligenza (?), eventuale presenza di fumo e luci, eccetera. E che questi moduli vengono trasmessi allo Stato Maggiore dell’Aeronautica che una volta all’anno compila un report.

Ma quanti avvistamenti si fanno? E non è fideistico l’approccio stesso alla questione: credere o non credere agli Ufo (per la Chiesa Riv, Res Inexplicata Volans)? «Non abbiamo la verità in tasca - risponde Bibolotti - sugli Ufo non esistono prove provate ma solo prove consolidate. Non è una religione, ma una ricerca che stiamo sviluppando, e con noi indagano Stati maggiori, scienziati, enti spaziali. Noi non dobbiamo dire se i marziani esistano o meno, ma verificare l’ipotesi che si tratti di fenomeni non terrestri, che non si spiegano con eventi atmosferici, come i fulmini globulari, o con fuochi d’artificio, esercitazioni militari, sciami meteoritici. Dal ’47 gli avvistamenti nel mondo sono stati un milione e mezzo: di questi il 10 per cento sono credibili, quindi 150mila».

«NESSUN RISULTATO»
«In 65 anni di indagini non c’è mai stato un risultato - replica Marco Morocutti, ricercatore del Cicap, il Comitato italiano per il controllo sul paranormale - Non sono stati in grado di dirci se sono davvero astronavi, da dove vengono, cosa vogliono. L’ufologia è al confine con le pseudo-scienze: non si può affermare che si tratti di una colossale balla, ma bisogna riconoscere che non è stato mai chiaramente individuato neanche l’oggetto delle indagini.

Ogni deviazione dalla realtà può causare atteggiamenti di fanatismo, ricordo il suicidio di massa in California nel ’97 durante il passaggio della cometa di Hale Bopp, quando 39 persone si tolsero la vita sognando di raggiungere gli extraterrestri in viaggio su due Ufo nascosti nella coda luminosa. La scienza considera possibile la vita nello spazio, ma finora non l’ha mai trovata». Esistono ancora i gruppi di radioastronomi creati negli anni ’60 da Francis Drake con il progetto Seti, per cercare tracce di vita extraterrestre nel cosmo. L’unica a trovarle è stata la dottoressa Ellie Arroway. Ma lei era Jodie Foster, in Contact di Zemeckis, e non le credevano neppure nel film.

Sabato 24 Novembre 2012 - 13:45    Ultimo aggiornamento: 13:46

Salvate i piccoli uffici postali ultimo avamposto della civiltà

Cristiano Gatti - Sab, 24/11/2012 - 07:15

Nei paesini di montagna o nelle isole sono da sempre di famiglia Ma ora la rivoluzione telematica sta per spazzarli via. A meno che... 


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Noi e le Poste, quanto amore e quanto odio. Da 150 anni, da quando esistiamo come Italia, il cartello a fondo giallo accompagna la nostra vita, con i suoi servizi insostituibili e le sue code intramontabili (mezz'ora aspettavo per fare una raccomandata negli anni Sessanta, mezz'ora aspetto adesso per pagare una multa, al tempo dell'elettronica). Le Poste hanno portato le nostre lettere ai primi amori, le Poste ci hanno consegnato la tremenda cartolina militare, le Poste ci hanno avviato al risparmio con i famosi libretti dalle cifre scritte a mano, le Poste hanno umilmente custodito i denari dei correntisti senza grilli per la testa, le Poste hanno portato a casa i soldi impregnati di sudore dei nostri emigranti e oggi mandano a destinazione i soldi ugualmente impregnati dei nostri immigrati.
Certo le mail e i social network qualcosa hanno cambiato nel modo di comunicare.

Una volta mandare la cartolina da Gabicce era la norma e adesso è un tocco di classe decisamente snob, del genere vivo vintage e faccio cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. Il mondo corre, le Poste devono tenere l'andatura. Tanta carta è sparita, il francobollo ha perso centralità, il postino non suona sempre due volte, fermandosi magari a fare pure quattro chiacchiere. Le Poste hanno raccolto la sfida dell'eterno modello svizzero, che tutti abbiamo sempre usato per umiliare le nostre. Le Poste hanno così smesso di fare solo le Poste, diventando un sacco di altre cose. E non è certo finita.

Come ha annunciato l'amministratore delegato Massimo Sarmi, a Torino per inaugurare una mostra sulla storia aziendale, quanto prima avremo «il primo data center di quarta generazione, che permetterà servizi di cloud computing»(?, n.d.r.). Dev'essere una novità eccezionale, la prendiamo sulla fiducia. Il magico mondo dell'innovazione corre, non bisogna mai scendere. Anche il postino, anche questa figura leggendaria che non arriva mai quando quella particolare busta è attesa con ansia, ma che colpisce inesorabilmente a freddo quando porta la busta con gli annunci più cupi: pure il postino cambia pelle. I cani più carogna non potranno più accanirsi soltanto sui pantaloni: già sta cominciando a circolare su prenotazione il succulento postino telematico, dotato di palmare, stampante e Pos, armamentario in grado di svolgere molte preziose funzioni a domicilio, ma anche di rallentare drasticamente l'affannosa fuga oltre la siepe...

Mette quasi tenerezza parlare delle Poste, questa la verità. Fanno parte di noi, del nostro costume, delle nostre vite e delle nostre case. Purtroppo, in attesa dei formidabili servizi di «cloud computing» (??, n.d.r.), si profila un problema molto più serio e più triste: la sopravvivenza degli uffici lontani e marginali. Attualmente le sedi sono in totale 14mila, ma un rigido criterio contabile imporrebbe di chiuderne parecchi. Chiaramente, il taglio inciderebbe proprio là dove sono ancora avamposti di civiltà, nei paesini di montagna, sulle isole, nelle zone che si spopolano. É così che lo stesso Sarmi lancia un appello: «Prima di chiudere certi uffici chiediamo alle istituzioni locali una concreta collaborazione, per riuscire a trasformarli in centri di servizio globale». É un appello che deve diventare corale, che tutti dobbiamo sottoscrivere.

L'idea è concentrare dentro lo storico ufficio anche l'anagrafe comunale, gli sportelli di cassa e quant'altro faccia parte della vita civica: il criterio del servizio sociale che prevale sul rigido criterio dell'economicità. Sinceramente: questa idea non mi è nuova. É bellissima, ma in fondo è la stessa che ci ha fatto conoscere, amare, odiare le Poste anche allora, cento e cinquanta anni fa, quando si entrava in quell'ufficio, nei quartieri delle grandi città come nei villaggi di alta montagna, per depositare qualche soldo, per mandare i nostri sentimenti all'amore lontano, per pagare tributi, per chiedere informazioni, per imparare leggi e al limite per scambiare qualche parola, tipo bar. Non c'è rivoluzione informatica che sia riuscita mai a stravolgere il senso e il fascino di quell'insegna: andare lì e con un po' di sana pazienza, senza accendere il computer e senza cliccare nulla, riuscire comunque a connetterci con il mondo.

Un'altra saracinesca si chiude per sempre. La libreria Del Duca, una delle più note di Parigi, fondata negli anni Cinquanta dall'editore e produttore italiano, Cino Del Duca, ha annunciato la sua chiusura. «Del Duca chiuderà i battenti il 30 novembre. Ormai da molti anni, il mercato del libro è in grande difficoltà e come altre librerie, ne siamo vittime», si legge sul sito internet della libreria, situata sul Boulevard des Italiens, non lontano da Place Vendome e dal teatro dell'Opera, in un palazzo che Cino Del Duca, figlio di un garibaldino, scelse come quartier generale della sua casa editrice, «Les Editions Mondiales», specializzata nel settore dei romanzi rosa e della stampa popolare.

Ormai vale tutto Perfino la Littizzetto è una vera scrittrice

Luigi Mascheroni - Sab, 24/11/2012 - 08:28


Rassicurando i lettori italiani, con un tweet che vale più di qualsiasi stroncatura, qualcuno ha ironizzato: «Philip Roth ha smesso di scrivere? Niente paura, la Littizzetto continua».


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Senza ironia, invece, ma scivolando nel grottesco, su La Stampa di qualche giorno fa Gabriele Ferraris ha recensito il nuovo libro di Luciana Littizzetto Madama Sbatterflay (Mondadori) parlandone come di un «evento editoriale», «perché stiamo parlando di una vera scrittrice», una scrittrice con «quel suo inconfondibile stile, quella sua voglia di raccontare vizi e vezzi della contemporaneità con disincanto e, insieme, passione». «Una scrittrice vera».

«Con buona pace dei critici spocchiosi». Con buona pace dei critici di bocca buona, Luciana Littizzetto non è una scrittrice. È una comica di successo che scrive sketch raccolti in un libro. Che è un'altra cosa. Brevi monologhi pensati per il palcoscenico televisivo e finiti in pagina, che in alcuni casi fanno ridere, in altri no. Madama Sbatterflay, ad esempio, a parte il capitolo-sketch «Appello agli uomini», non a caso anticipato dalla Stampa, non fa ridere. Capita.

Capita anche, però, e sempre più spesso purtroppo, che si tenti di far passare una brava cabarettista-attrice per scrittrice tout court, soltanto perché pubblica un libro, o collabora con un quotidiano. Soltanto per caso lo stesso che lo recensisce, gridando al capolavoro. Facendo tre danni in un colpo solo: a chi scrive il pezzo e al giornale che lo pubblica, che si coprono di ridicolo; al recensito, che di sicuro ha un senso delle proporzioni e dell'(auto)ironia superiore al recensore; e al lettore, che crede di avere di fronte Achille Campanile, o Carletto Manzoni, o anche solo il Paolo Villaggio di Fantozzi, e invece si ritrova in mano un libro della Littizzetto.

Che peraltro s'intitola Madama Sbatterflay, dove la «madama» è proprio quella cosa lì, la fissazione, più che degli uomini, di tante donne, che la mettono in mostra ogni volta che possono, al cinema, sui calendari, in televisione, su Internet e nei libri, come questo, dove si parla solo di “quella”, declinandola in tutti i sinonimi, le allusioni e le situazioni possibili, come da titoli dei capitoli:

«La jolanda con la permanente», «La farfallina», «Imene perenne», «Le smutandate». Oppure, con un ribaltamento di Walterschauung, passando da “quella” a “quello”: «Il bell'addormentato nei boxer», «Il pacco in bagno», «Il bandolero stanco», «Preservativi griffati per walter di classe». Dove il “walter” è esattamente quel coso lì, per il quale le donne hanno una vera fissazione.

Fissata per gli organi genitali, maschili e femminili, per tutte le sfumature possibili dei rapporti sessuali, per «Supposte miracolose», «Auto a pipì», «Cremine anticoncezionali», «Chi arriva prima» all'orgasmo, «Le tette di Kate», «Lo scaldawalter», «Il piscivelox» (sono i titoli dei rimanenti capitoli), la Littizzetto usa ed abusa, e stufa, del genere porn-mom. Che non ha mai tirato così tanto. Luciana Littizzetto non è una mamma, neppure porno, eppure ci gioca pensate col gioco più vecchio del mondo.

Senza neppure una particolare originalità. Ma con un supporto mediatico, alimentato dal potentissimo salotto editoriale di Fabio Fazio, che la lancerà nella top ten delle classifiche di vendita prima della fine della settimana. E tutto questo col pericolosissimo supporto di certi critici compiacenti cui sfugge il senso della misura, e lo sconfortante smarrimento dei lettori che rischiano di confondere, come già sta succedendo in politica, un comico per un genio.

Non basta scrivere un libro per essere scrittori. E non basta leggerlo per essere dei critici. La lettura, notoriamente, è qualcosa di più complesso. Soprattutto «la Lettura», l'inserto culturale della domenica del Corriere della Sera: un supplemento ricchissimo, molto curato e corposo, che parla di libri e letteratura, di media e nuovi linguaggi, che guarda all'arte, alla storia, alla filosofia, al design con firme prestigiose, italiane e internazionali.

Domenica scorsa ha festeggiato il suo primo compleanno sul palco della leggendaria sala Buzzati, a Milano. E chi era l'ospite d'onore della festa del più importante inserto culturale del più prestigioso quotidiano italiano, seduta accanto al direttore Ferruccio de Bortoli? Luciana Littizzetto. Non una grande firma della «Lettura»: Claudio Magris, o Francesco Piccolo, o Alessandro Piperno, o Erri De Luca...

No. Luciana Littizzetto. Avvalorando l'idea - scorretta e pericolosa, e di certo neppure condivisa dalla diretta interessata - che si tratti di una grande scrittrice. E può essere una giustificazione il fatto che i libri della Littizzetto vendano molto? Difficile. Altrimenti E.L. James, l'autrice di Cinquanta sfumature di grigio, dovrebbe dirigere il supplemento letterario di The Times. Cosa che non è. In Inghilterra. Ma in Italia, chi può dirlo?

Arafat, martedì la riesumazione della salma

Corriere della sera

L'apertura della bara davanti ai giudici francesi ed esperti russi e svizzeri. La vedova: «Prova dolorosa ma necessaria»

MILANO - La riesumazione delle spoglie di Yasser Arafat avverrà martedì a Ramallah davanti ai giudici francesi che indagano sulle cause della morte dello storico leader palestinese, ufficialmente morto a causa di un ictus. «È una prova dolorosa ma necessaria - ha detto la vedova Suha da Malta dove vive -. È molto doloroso, è uno choc, non è facile né per me né per mia figlia». La sua denuncia per omicidio ha aperto la strada alla riesumazione. «Bisogna conoscere la verità, è necessario per il nostro popolo, per le famiglie dei martiri di Gaza - ha spiegato -. Bisogna farlo per voltare pagina su questo segreto che avvolge la sua morte, se vi è stato un crimine deve venire a galla».

RUSSI E SVIZZERI - Lo storico leader palestinese è morto l'11 novembre 2004 in un ospedale militare vicino a Parigi. La riesumazione della salma, sepolta nel recinto della Muqata, avverrà nel quartier generale dell'Autorità palestinese. La tesi dell'avvelenamento è stata rilanciata a luglio dalla diffusione di un'inchiesta della tv Al Jazira che rivelava la presenza di quantità insolite di polonio, una sostanza radioattiva altamente tossica, su alcuni campioni biologici prelevati dagli effetti personali del leader palestinese.

Lo stesso isotopo radioattivo rilevato nel corpo di Alexandr Litvinenko, l'ex colonnello dei servizi segreti russi che aveva denunciato le trame cecene ed è morto avvelenato a Londra nel 2006. La Russia invierà un gruppo di esperti a Ramallah per partecipare alla riesumazione della salma, su richiesta delle autorità palestinesi. Con loro i giudici francesi responsabili dell'inchiesta sulla morte di Arafat e gli esperti del laboratorio svizzero che hanno trovato le tracce di polonio.



La Francia apre un'inchiesta sulla morte di Yasser Arafat (28/08/2012)

Redazione Online24 novembre 2012 | 11:16

La regina Nefertiti compie cent’anni

Corriere della sera

Il busto venne scoperto il 6 dicembre 1912, ma due anni fa uno studioso lo ha messo in discussione. Ora l’omaggio di Berlino


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Quando i Krasnals, artisti polacchi di strada alla maniera di Banksy e JR, l’avevano incontrata, lo scorso anno al Neues Museum di Berlino per un’intervista in esclusiva, si era dimostrata in perfetta sintonia con i tempi: «Voglio tornare in Egitto, voglio essere vicina al mio popolo». Dunque, sapeva, nonostante l’esilio dorato (ma forzato) nelle stanze che un’archistar come David Chipperfield aveva ridisegnato per lei nel 2009, della Primavera araba. E sembrava persino appoggiarla.

D’altra parte difficile ignorare la modernità quando ti passano davanti, ogni anno, almeno mezzo milione di persone ammirate, conquistate, incantate da quel tuo profilo senza tempo. Anche per questo gli stessi Krasnals («gli gnomi») avevano deciso di immortalarla in un ritratto (in bianco e nero, stencil su tela) molto contemporaneo e con tanto di slogan politico: «Vi prego, riportatemi in Egitto». Ulteriore accenno alla perenne contesa tra la sua terra d’origine e quella che l’aveva accolta. La stessa Germania che ora si appresta a celebrare, con una grande mostra che si inaugura il 7 dicembre (fino al 19 aprile 2013) proprio al Neues Museum di Berlino, i cento anni della sua scoperta, avvenuta il 6 dicembre 1912 nella città imperiale di Amarna, oggi conosciuta come Tell el-Amarna.

Il fascino, violento e moderno, di Nefertiti sta anche nella capacità di resistere alla irriverente rivisitazione contemporanea messa in scena dai Krasnals. Come nella trasformazione del busto di una regina moglie del Faraone Akhenaton in un simbolo della Germania con relativo francobollo da un pfenning. Certo l’estetica aiuta: visto che quel capolavoro assoluto della scultura egizia, nonostante fosse vecchio di 3400 anni, è stato sempre considerato, «un modernissimo modello di bellezza femminile». Persino fin troppo anticipatore.

Tanto che nel 2010 uno studioso svizzero, Henri Stierlin, aveva pubblicato un libro (dal titolo Il busto di Nefertiti: una farsa dell’egittologia, Infolio, pp. 136, e 18) definendo proprio quel busto «una volgare copia art déco creata nel 1912». Non certo da attribuire a Thoutmès, massimo scultore della XVIII dinastia, ma piuttosto a Gerard Marks, anonimo artista tedesco all’epoca chiamato dall’archeologo Ludwig Borchardt per realizzare un busto-ritratto della moglie di Akhenaton (1390-1352 a.C.) con i pigmenti ritrovati nella tomba di Amarna. Il risultato, entusiasmante già all’epoca (sempre secondo Stierlin) avrebbe indotto al silenzio Borchardt e i suoi compagni di scavo. E chissà se la mostra di Berlino potrà fare definitiva chiarezza (documenti alla mano) sulle modalità di un ritrovamento «lacunoso» e su uno «stato di conservazione» fin troppo perfetto.

Ma in fondo poco importa che, per i detrattori, Nefertiti potesse avere le spalle tagliate troppo in verticale rispetto alla tradizione e che certe imperfezioni del profilo fossero dovute a successivi ritocchi. Il mistero fa aumentare il fascino (d’altra parte, c’è chi assicura che la Gioconda non sia altro che un uomo). Molto più interessante, invece, è ricordare che nel 2003, alla Biennale d’arte di Venezia, due artisti polacchi (Andras Galik e Mathias Balik riuniti sotto lo pseudonimo Little Warsaw), abbiano messo in piedi nel padiglione dell’Ungheria,  

Il Corpo di Nefertiti, installazione- video che documentava il ricongiungimento del busto della Neues di Berlino con un corpo di bronzo a grandezza naturale, un ricongiungimento durato poche ore (nella giornata del 26 maggio 2003) che avrebbe scatenato polemiche furiose, soprattutto in Egitto. Ma perché proprio Nefertiti? «Perché con il nostro lavoro vogliamo creare spiazzamento e allora quale miglior modo di giocare con un’opera simbolo come Nefertiti — avevano all’epoca dichiarato Galik e Balik responsabili nel 2005 di un riadattamento trent’anni dopo di un progetto dell’artista concettuale Thomas St. Auby? Non volevamo essere irrispettosi, ma solo ribadire il contatto che da sempre lega antichità e contemporaneità».

Una ulteriore prova della modernità di Nefertiti arriva, a pochi giorni dal centesimo anniversario del ritrovamento che la casa editrice Hatje Cantz celebra con un volume dal titolo Gli infiniti volti di Nefertiti, dalla mostra che l’artista berlinese Isa Gentzken (le quotazioni per un suo collage oscillano oggi tra le 120 e le 280 mila sterline) che alla Hauser & Wirth Gallery di Londra ha appena inaugurato (fino al 12 gennaio 2013) una mostra di sculture che a sua volta anticipa la grande retrospettiva che il Moma di New York le dedicherà nella primavera 2013. Tra queste sculture (oltre a quelle che richiamano a Michael Jackson, Donald Duck e Joseph Beuys) ben sei sono dedicate appunto a Nefertiti. L’artista ha confessato di essere stata colpita da quel busto quando ancora bambina (la Gentzken è nata nel 1948) l’aveva visto per la prima volta nelle stanze del Neues Museum ancora non restaurato da Chipperfield.

Ora queste sue emozioni si sono tradotte secondo il suo stile giocoso e irriverente in sei copie in gesso (ognuna delle quali abbellita con un paio di occhiali da sole molto trendy) collocate su altrettanti piedistalli bianchi, alla base dei quali occhieggiano le riproduzioni (fotografiche) di un altro simbolo di bellezza eterna come la Gioconda di Leonardo. Il tutto per testimoniare «il valore e l’importanza della donna nell’arte». Intanto l’Arab Museum of Modern Art di Doha (il Mathaf) ha appena lanciato Tea with Nefertiti, mostra evento (fino al 31 marzo 2013) che vuole esplorare, in ottanta capolavori, il fascino esercitato dall’antico Egitto sulla modernità di van Dongen, Giacometti, Klee eModigliani. E tanto per ribadire ulteriormente la modernità di questo fascino mette in campo, guarda caso, ancora una volta il fascino, nemmeno tanto indiscreto, della regina Nefertiti.

Stefano Bucci

Eurofollie: sulle monete sì a Tito, no a croci e aureole

Fausto Biloslavo - Sab, 24/11/2012 - 08:13

La Slovacchia modifica l’immagine dei santi "per non offendere le altre religioni" 

Niente aureole e croci troppo visibili... siamo europei. I santi Cirillo e Metodio, osannati nell'Europa orientale come da noi Pietro e Paolo, possono comparire sulla moneta unica, ma senza ostentare simboli religiosi.


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Non è uno scherzo. Nel vecchio continente cristiano i burocrati di Bruxelles e qualche stato membro della Ue con manie laiciste hanno bocciato la moneta di 2 euro che la Slovacchia era pronta a coniare nel 2013. Bratislava, in occasione del 1150° anniversario della missione di Cirillo e Metodio, voleva dedicare il soldo unico ai santi. La bozza iniziale prevedeva l'effige dei monaci, simbolo dell'Europa slava cristiana, con le aureole e l'abito talare ricoperto da grandi croci.

Una copia dell'immagine che ci viene tramandata da secoli. La puntigliosa Commissione europea ha detto «niet» chiedendo alla Slovacchia «di rimuovere i simboli religiosi» dalle monete, più precisamente «le aureole e le croci dai loro abiti». Lo ha rivelato la Banca nazionale di Bratislava, costretta a fare marcia indietro. Un cambiamento indispensabile per Bruxelles e qualche stato membro, non ben identificato, per riportare i 2 euro slovacchi «al principio del rispetto della diversità religiosa, come prescrive l'articolo 22 del Trattato sui diritti fondamentali dell'Ue».

Peccato che gli zelanti gnomi spirituali di Bruxelles non abbiano avuto nulla da obiettare per l'euro sloveno già in circolazione con il faccione di Franc Rozman, un generale di Tito, il maresciallo jugoslavo boia di italiani. L'alto ufficiale viene raffigurato con la bustina partigiana ed una grande stella a cinque punte, quella rossa dei comunisti. Secondo la Conferenza Episcopale Slovacca «la rinuncia ai simboli essenziali delle immagini dei santi Constantino-Cirillo e Metodio sulle monete commemorative è una svolta culturale e una mancanza di rispetto per la propria storia». Cancellare le aureole dall'euro è «come togliere la croce alla cattedrale di San Martino a Bratislava» ha dichiarato l'europarlamentare popolare slovacca Anna Zaborska. La vicepresidente del parlamento di Bratislava, Erika Jurinova, ha definito «assurdo» il diktat di Bruxelles.

In Bulgaria la stampa locale ha ricordato che era stato il regime comunista a vietare le aureole nelle raffigurazioni dei santi Cirillo e Metodio. La moneta epurata dagli zelanti burocrati europei vedrà comunque la luce il prossimo anno. I santi saranno senza aureola e con altri abiti, ma almeno si è riusciti a salvare la doppia croce del bastone pastorale, simbolo nazionale slovacco. Lo smacco alle tradizioni cristiane europee è ancora più pesante tenendo conto che nel 1980 fu proprio Giovanni Paolo II a dichiarare i due santi copatroni dell'Europa elevandoli ad «Apostoli degli slavi». Nell'anno 862 i fratelli Costantino, detto Cirillo, e Metodio hanno tradotto per la prima volta i libri sacri cristiani nell'antica lingua slava. In seguito si spostarono nell'attuale Bulgaria e Macedonia dove si diffuse la scrittura cirillica.

La sacra storia di mezza Europa viene sacrificata sull'altare politicamente corretto della "neutralità religiosa" invocata da Bruxelles.


www.faustobiloslavo.eu

Brasile, per la prima volta un nero presidente della Corte Suprema

La Stampa

Joaquim Barbosa, primo di otto figli e di origini umili, diventa il simbolo della riscossa delle minoranze. Nella cerimonia di insediamento artisti, politici e sportivi della comunità nera brasiliana

emiliano guanella


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Una biografia da “sogno americano” quella di Joaquim Barbosa, magistrato brasiliano, diventato questa settimana il primo presidente nero del Supretmo Tribunal Federal, la Corte Suprema del suo paese. Un fatto storico per un paese enorme, duecento milioni di abitanti, dove la comunità nera, che rappresenta circa il 30% della popolazione, lotta per conquistare spazi sempre più crescenti.

Barbosa è nato in una famiglia dalle origine umili, primo di otto fratelli, padre muratore e madre casalinga e a 16 anni ha dovuto trasferirsi a Brasilia per studiare e lavorare. La sua è stata una carriera brillante, con diverse esperienze all’estero fino alla designazione nel 2003 a membro del massimo organismo giudiziario ad opera dell’allora presidente Lula da Silva. Che la sua nomina assuma un significato particolare lo si è capito dalla folta presenza di artisti, intellettuali, uomini dei media e dello spettacolo alla cerimonia di insediamento. Fra il pubblico c’era il popolare cantante Martinho Da Vila, il musicista Djavan, oltre ad attori, presentatori, ex calciatori.

Barbosa è considerato un giudice progressista, l’unico tra i suoi colleghi della corte ad essere pubblicamente a favore della legalizzazione dell’aborto. E’ stato il relatore in aula del caso del “mensalao”, il mega processo relativo all’uso dei fondi pubblici da parte di esponenti politici del governo Lula. «Nel nostro paese – ha detto nel suo primo discorso a fianco della presidente Dilma Roussef – soffriamo ancora oggi un forte deficit di giustizia. Il progresso scientifico, lo sviluppo economico, il benessere conquistato non valgono molto se manca la giustizia, in tutte le sue forme». La sua designazione è avvenuta proprio all’indomani del giorno della coscienza nera del paese, ricorrenza che commemora la morte nel 1695 del leader degli schiavi neri ribelli Zubi dos Palmares. La schiavitù fu abolita in Brasile nel 1888.