lunedì 26 novembre 2012

Il kit del parlamentare grillino Loghi, link e la lista dei divieti

Corriere della sera

Sul sito di Grillo le regole per gli esponenti del M5S che si candideranno alle politiche. Norme anche sugli stipendi

La pagina dove si può scaricare il kit per gli esponenti del M5S che si candidano alle politiche
La pagina dove si può scaricare il kit per gli esponenti del M5S che si candidano alle politiche

Non si potranno chiamare «onorevoli», ma solo «cittadini». Poi votazioni parlamentari motivate e spiegate giornalmente con un video pubblicato sul canale YouTube del MoVimento 5 Stelle. E il divieto ai gruppi parlamentari di associarsi con altri partiti o coalizioni o gruppi se non per votazioni su punti condivisi. Arriva il kit del perfetto grillino parlamentare, pubblicato sul sito di Beppe Grillo.

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LA REGISTRAZIONE - Tante le regole. Alcuni divieti. Tra cui ovviamente quello di partecipare a talk show e trasmissioni televisive. Si tratta di un'ultima chiamata che il comico genovese lancia agli esponenti del suo movimento. «Tutti coloro che si sono candidati per le liste del M5S sono invitati a completare al più presto il loro profilo sul portale», è l'avvertenza che compare sulla bacheca web del sito di Beppe Grillo. Mandate in cantina cravatte, spilette, penne e fermacravatte con logo, ora si fa campagna elettorale con «foto, video di presentazione su YouTube, link ai social media (Facebook, Twitter, profilo LinkedIn, Meetup) sito personale, curriculum, dichiarazione di intenti per il Parlamento». Tutta la casetta degli attrezzi, insomma, che servirà «ai votanti per scegliere i candidati che faranno parte della lista». «I dati vanno completati al più presto», ricorda lo staff grillino. «Va ricordato - si legge ancora - che è necessario accettare il codice di comportamento dei parlamentari per abilitare la propria candidatura, la validazione è presente nella pagina del profilo personale nel caso non sia già stato accettato il codice di comportamento».

L'ASSEGNO DI FINE MANDATO - Nel kit del perfetto grillino si parla anche del trattamento economico, «l'indennità parlamentare percepita dovrà essere di 5 mila euro lordi mensili, il residuo dovrà essere restituito allo Stato insieme all'assegno di solidarietà (detto anche di fine mandato). I parlamentari avranno comunque diritto a ogni altra voce di rimborso tra cui diaria a titolo di rimborso delle spese a Roma, rimborso delle spese per l'esercizio del mandato, benefit per le spese di trasporto e di viaggio, somma forfettaria annua per spese telefoniche e trattamento pensionistico con sistema di calcolo contributivo». Regole anche per portaborse e simili. «Le persone eventuali di supporto ai parlamentari, se previste per legge - si legge infatti nel codice - per la loro attività non potranno superare un rimborso economico di 5.000 euro lordi mensili». E intanto prosegue la scelta dei candidati in Lazio e in Lombardia, dove sono in atto le varie sessioni di «graticola». Così infatti viene chiamata la fase di confronto tra il possibile candidato e la base del movimento.

Marta Serafini
@martaserafini26 novembre 2012 | 19:07

Sallusti, ordine d'arresto: ai domiciliari

Libero


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"Ricevuto ordine di arresto domiciliare". Pochi caratteri per comunicare la vergogna giudiziaria a tutta Italia nel giorno in cui scadevano i trenta giorni di sospensione della pena a quattordici mesi di carcere per diffamazion. Quelle poche parole le ha digitate Alessandro Sallusti, il direttore de Il Giornale, attorno al quale si è consumato l'ultimo siparietto di una politica capace soltanto di proclami, non di "salvare" dal carcere un uomo "colpevole" di non aver mai scritto un articolo. Sallusti finisce agli arresti domiciliari per la vicenda dell'articolo firmato su Libero sotto pseudonimo Dreyfus (scritto, si è poi scoperto, da Renato Farina), un articolo ritenuto "diffamatorio" e che per l'assurda legge italiana che prevede la responsabilità del direttore responsabile priva della libertà Sallusti.

E ora che farà? - Quando era esplosa la vicenda, all'inizio di ottobre, il direttore rassegnò le dimissioni dalla direzione de Il Giornale, per poi ritornare "in sella" dopo la pressante richiesta della direzioni e il rifiuto alle dimissioni opposto dall'editore, Paolo Berlusconi. Una decisione, quella di Sallusti, assunta nell'attesa di scoprire quale sarebbe stato il suo destino. E ora che il suo destino pare delineari - mentre la Casta continua in Parlamento a peggiorare una legge pessima, quella sulla diffamazione - Sallusti, ha deciso di continuare a dirigire la testata: "Ho dato mandato ai miei legali di chiedere al magistrato di sorveglianza se posso continuare a lavorare. Ogni altra richiesta è subordinata a questo, è ovvio che non si può fare il direttore dalle 9 alle 16 o 5 giorni alla settimana". Poi un breve commento: "Anche se non vado in carcere e quindi non ci sarà la violenza fisica della detenzione, resta comunque la violenza psicologica dell'essere privati della libertà".

Lavoro in redazione? - Sallusti, con tutta probabilità, potrà scontare la sua detenzione domiciliare nella redazione de Il Giornale. Il procuratore capo di Mialno, Bruti Liberati, ha spiegato che questa opzione potrà essere accolta dal giudice di sorveglianza che dovrà decidere nei prossimi giorni sulla sua proposta di concedere la pena meno afflittiva a Sallusti. Da par suo, Sallusti ha chiesto di scontare gli eventuali arresti domiciliari nella casa milanese di Daniela Santanchè.

"Sospesa la carcerazione" - In una nota, la procura milanese ha spiegato che Sallusti "ha ottenuto la sospensione della carcerazione riccorendo le condizioni per l'esecuzione della pena detentiva presso il domicilio" in base a quello che viene definito il decreto "svuotacarceri". L’ultima decisione sui domiciliari per Sallusti spetterà al magistrato di sorveglianza. In teoria questo potrebbe opporsi alla decisione della procura di concedere il beneficio al direttore. Beneficio previsto però dal decreto 'svuotacarcerì che ha innalzato da 12 a 18 mesi la pena per cui è possibile scontare la condanna presso il domicilio.


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Cucinelli regala l'utile ai suoi dipendenti

Corriere della sera

Il re del cachemire ha deciso di destinare i 5 milioni di euro ai lavoratori: sono 6385 euro a testa

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Un vero e proprio regalo di Natale. Che va decisamente in controtendenza rispetto allo stato di salute attuale dell'economia italiana. Il re del cachemire Brunello Cucinelli, appena sbarcato in Borsa, ha deciso di condividere gli utili con i propri dipendenti ed ha preparato un dono da 5 milioni di euro da mettere sotto l'albero per le proprie maestranze. Cifra che, divisa per i 783 dipendenti, significa 6385 euro a testa.

DONO - «Questo vuole essere un dono di famiglia, qualcosa che va aldilà dell'azienda che è quotata in Borsa» ha detto Cucinelli. «Abbiamo voluto dare un premio a chi è cresciuto insieme a noi e l'abbiamo comunicato ai dipendenti» ha aggiunto l'imprenditore che ha slegato però il dono ai dipendenti dalle ultime polemiche tra l'azienda umbra e il sindacato, che si lamenta degli ostacoli che verrebbero frapposti dalla proprietà al suo ingresso nell'azienda umbra. «Assolutamente no, - ha detto Cucinelli - è una cosa a cui stavo pensando da tempo».

Redazione Online26 novembre 2012 | 10:49

Regione Sicilia, al bar dell'Ars caffè e cornetto costano 68 centesimi


Il Messaggero

ROMA - Caffè e brioche: il tutto a 68 centesimi, spremuta di frutta a 90 centesimi. Calzoni, arancine, crostini e toast a 90 centesimi, ciascuno. È il listino prezzi del bar dell'Ars siciliana che Beppe Grillo posta sul suo blog. A denunciare quelli che definisce «privilegi a sbafo per gli onorevoli» è il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Giancarlo Cancellieri.
















Il listino prezzi. «Leggendo questo listino prezzi si potrebbe pensare che qualcuno stia abbassando i prezzi, magari per un giorno, per rendere possibile a tutti un pasto caldo. La realtà è molto meno romantica e ci fa piombare nelle solite storie. Questo è il listino prezzi della buvette dell'Ars», scrive Cancellieri che aggiunge: «Con meno di un euro è possibile prendere caffè e cornetto. Con 11 circa viene servito un pranzo con antipasto, primo, secondo, frutta e caffè. Per coprire quei prezzi ribassati è prevista una quota fissa di 31.000 euro oltre Iva, pagata mensilmente». Indovinate, conclude, «chi paga la differenza».


Domenica 25 Novembre 2012 - 20:31
Ultimo aggiornamento: 22:55

E Wikipedia censura il "Memento"

Luigi Mascheroni - Lun, 26/11/2012 - 08:54

La denuncia dei Comitati per le libertà: rifiutata la voce sul Memento 


Lager e gulag sono due universi concentrazionari differenti, ma le vittime rimangono uguali.


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La differenza sta nel ricordo. Rievocare l'orrore della Shoah è un dovere mondiale, celebrare «l'altra metà della memoria», quella relativa agli orrori staliniani, è ancora difficoltoso.
Da una decina d'anni è stata istituita, il 7 novembre, la giornata «Memento gulag» per ricordare le vittime del comunismo. A lanciarla, nel 2003, furono Vladimir Bukovskij, leader del dissenso antisovietico, e lo storico Stéphane Courtois, coordinatore dell'équipe di studiosi che scrisse Il libro nero del comunismo. Bene. Se provate a digitare su Wikipedia, l'enciclopedia più consultata del web (e più obiettiva, si dice) le parole «Giornata della memoria», usciranno decine di voci che raccontano diffusamente l'Olocausto, ma anche le vittime delle foibe, del terrorismo e molto altro, ma nulla sugli orrori staliniani.
E se si provasse a cercare «Memento Gulag», troverete una videata con la scritta: «Su questo argomento è stato espresso un dubbio di enciclopedicità», mentre fino a poco tempo fa - come denunciano i “Comitati per le Libertà” promotori della Giornata della memoria - si leggeva: «Questa pagina è stata cancellata. “Memento Gulag” presenta un contenuto palesemente non enciclopedico o promozionale». Da notare che l'evento vide, ad esempio, nel 2006 a Berlino, la partecipazione del presidente del Bundestag tedesco e di Giorgio Napolitano... Commento di Libertates, il sito Internet dei «Comitati per le Libertà»: «Insomma, chi è morto giace, per Wikipedia, e chi è vivo si dia pace. Se poi qualcuno continuasse fastidiosamente a invocare la memoria per chi ne è stato privato, e per chi si batte per essa, troverà sempre a vigilare i solerti agenti di Wikipedia, sezione Kgb».

In 500 supermercati l'analisi dell'acqua del tuo rubinetto

Corriere della sera

Nella «Lista della trasparenza» 9 parametri sulla qualità idrica comunale
Acqua del rubinetto oppure in bottiglia? Scegliere sarà più facile grazie alla campagna Sull’acqua il massimo della trasparenza. Avviata da Federutility e Coop il 16 novembre, l’iniziativa prevede la pubblicazione, aggiornata periodicamente ed esposta all’interno di oltre 500 supermercati e ipermercati, di tutti i parametri qualitativi dell’acqua di rete.


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ANALISI - In ogni città, gli aderenti alla campagna metteranno a disposizione dei cittadini le tabelle con la composizione chimico-fisica dell’acqua locale, come fosse un’etichetta. Verranno anche distribuiti opuscoli (stampati in 2 milioni di copie) che decifrano la concentrazione di ioni idrogeni, nitrati, nitriti, cloruri e via di seguito. «Attraverso un centinaio di pagine web dei gestori idrici italiani che, divisi per regioni, pubblicano da tempo i parametri qualitativi dell’acqua, con aggiornamenti costanti e continui controlli, abbiamo elaborato le tabelle che permetteranno al cittadino di fare una scelta consapevole», spiegano da Federutility, la federazione delle imprese energetiche e idriche. «Non è una guerra contro l’acqua in bottiglia», sottolineano. «Vogliamo spiegare qual è il livello qualitativo dell’acqua del rubinetto».

DATI - È dai dati pubblicati dalle ex municipalizzate e dalle multiutility che gestiscono gli acquedotti italiani che è stata compilata la Lista della trasparenza, tabella di nove parametri che, in accordo con gli orientamenti dell’Istituto superiore di sanità, rende più trasparente la composizione di ciò che beviamo. Anche perché, come aggiungono da Federutility, «Su 280 litri di consumo medio d’acqua quotidiano, se beviamo 2 litri al giorno siamo già bravissimi. E quei due litri è giusto che siamo noi a decidere se devono essere contenuti in una bottiglia oppure no».

EUROPA - Il livello qualitativo dell'acqua italiana è tra i più alti in Europa. Ed è dall’Europa che, mentre prende il via questa campagna sulla qualità dell’acqua, parte un progetto mirato al risparmio idrico e alla salvaguardia dei corsi d’acqua. La Commissione europea il 15 novembre ha presentato un documento di 24 pagine (A Blueprint to Safeguard Europe’s Water Resources) chiedendo un rafforzamento della direttiva quadro in materia di acque, dopo che l’Agenzia europea dell’ambiente ha riportato che il 48% dei corsi d'acqua e dei laghi della Ue non riuscirà a essere «in buone condizioni ecologiche» entro il 2015, come richiesto dalla legge. Janez Potocnik, commissario all'Ambiente, ha detto tra l’altro: «Ciò che è necessario è un equilibrio sostenibile tra domanda di acqua e offerta, tenendo conto delle esigenze degli uomini e degli ecosistemi naturali».


Anna Tagliacarne
21 novembre 2012 (modifica il 26 novembre 2012)

Zucchero canta a Cuba e “dimentica” i dissidenti in carcere

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini


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Dopo Ramazzotti in Uzbekistan e Ornella Muti in Cecenia, ecco un’altra star italiana che non sa resistere alla tentazione di esibirsi in una terra dove i diritti umani vengono calpestati.  Zucchero è arrivato la settimana scorsa all’Avana dove l’8 dicembre terrà un concerto all’aperto nel parco all’interno dell’Istituto Superiore dell’Arte. “Per me è un piacere ed un onore essere qui a Cuba, per la sua gente, la sua storia e la sua cultura”, ha assicurato il cantante in un’intervista mandata in onda dal telegiornale. Zucchero, alias Adelmo Fornaciari, 57 anni, un innamorato dell’isola, coglierà anche l’occasione per presentare il suo ultimo album, “La sesion cubana”, che comprende una serie di classici della sua carriera, nonchè sette brani nuovi registrati insieme a musicisti cubani, tra cui due inediti ed alcune cover.

Il concerto dell’8 dicembre sarà trasmesso in tv anche in Italia. Con buona pace dei dissidenti che giacciono in prigione e della libertà di espressione che viene calpestata quotidianamente dal regime castrista. Ma a Sugar tutto ciò non sembra importare. Qualche giorno fa ha detto al mio collega Andrea Laffranchi che l’ha intervistato sul Corriere:  ”Pensai per la prima volta a questo concerto 22 anni fa, subito dopo lo show con cui, primo occidentale della storia, suonai al Cremlino ma me lo hanno sconsigliato perché avrei compromesso la mia carriera americana. Ho deciso di sbattermene i cosiddetti perché a 57 anni sono appagato”. Insomma se Zucchero non ha suonato prima a Cuba è stato solo per una mera ragione di interessi economici. Gli affari sono affari. E poi lui è un romantico: “Volevo fare questo spettacolo prima che Cuba diventasse un’altra cosa. Ci sarà per forza un’apertura. È un popolo allo stremo”. Anche se assicura che non andrà nell’isola per “sostenere Fidel Castro”.

Chissà cosa ne pensa la blogger  Yoani Sánchez che l’otto novembre è stata fermata all’Avana assieme ad altri militanti perché voleva avere informazioni sugli oppositori anti-castristi, circa una ventina, arrestati qualche giorno prima. A lei e agli altri dissidenti Zucchero ovviamente non dedica nemmeno una parola perché sa benissimo che metterebbe a rischio il suo concerto. Eh sì. Gli affari sono affari. E allora quanto è bello Che Guevara: “Quando ero all’istituto chimico di Carrara, anni di lotte e scioperi, sentivo il mito di Che Guevara: era uno con le palle, condividevo allora i suoi principi e li condivido ancora”. Evviva.

A Zucchero chiediamo: “Perché non spende una parola per gli intellettuali e per i dissidenti che lottano per la libertà a Cuba? Sono loro il vero mito oggi”. Un lettore ci ha scritto: “Vorrei attirare la  vostra attenzione su quello che secondo a mio modesto parere non’è altro che un vero conflitto etico di Zucchero con il suo concerto all’Avana. Seguo con attenzione da giorni la vicenda vergognosa  di Antonio Rodiles e tutto il movimento intellettuale che si è creato intorno a Estado de Sats e la Demanda por otra Cuba”. Rodiles è stato arrestato qualche settimana fa a L’Avana e Amnesty International ha chiesto un’azione urgente per la sua liberazione.  In suo favore è stata anche lanciata una petizione che ha raccolto più di quattromila firme.

Zucchero che ne dice di firmarla anche lei?

L'ultima missione a Cancun per cercare l'ex bambina Angela

Corriere della sera

I carabinieri in Messico. La famiglia Celentano: a Natale sarà qui

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VICO EQUENSE (Napoli) - Il poster coi brillantini e i nomi di tutt'e tre: Rossana, Angela, Naomi. I vecchi peluche belli allineati, il suo piumone turchese sul letto accanto ai letti delle sorelle. La «stanza delle bambine» la attende ancora, l'aspetta dal 10 agosto 1996, anche se ormai le bambine sono cresciute: e pure Angela ne avrebbe diciannove, di anni. Nel suo armadio, sedici regali ancora impacchettati, uno per ogni Natale lontano da qui (dalle prime bamboline all'anello d'oro bianco intarsiato dell'anno scorso). «Ma quest'anno il regalo se lo sceglie da sola, mia figlia», sospira mamma Maria: «Questo Natale lo passerà con noi», insiste.

Si sente un'aria nuova ed elettrica nella casa dei Celentano ad Arola, propagini del Monte Faito. «È la volta buona», insiste Maria. E stringe la mano del suo Catello. «Ogni giorno vissuto come fosse l'ultimo giorno senza Angela: questo ci ha uniti, anche con le altre due figlie», sorride lui, che è un pilastro d'energia appena ingrigito (mai tagliato il pizzetto in sedici anni, «perché quando Angela torna dobbiamo essere uguali precisi, come allora»). A fine mese i nostri carabinieri ripartiranno per il Messico, missione Interpol. «Andiamo per chiudere, o ve la ritroviamo o vi diciamo che lì non c'è», avrebbe spiegato qualche investigatore a Maria e Catello. Le tracce, potenti e suggestive, si sarebbero concentrate attorno a un quartiere, probabilmente a Cancun. In questo giallo pieno di false piste, la svolta potrebbe venire dai nuovi media e dalle nuove tecnologie.

Lavorando sui profili Facebook di Celeste Ruiz - la fantomatica ragazza che dal web contattò il 24 maggio 2010 i Celentano, «sono io, sono Angela» - e incrociandone i contatti e gli amici, sarebbe emersa una mappa dei luoghi abbastanza circoscritta. Della bambina svanita sul Faito quel 10 agosto esiste peraltro un Dna diretto e sicuro, grazie alla perizia di Luciano Garofano, l'ex comandante Ris che adesso è consulente della famiglia, e alla devozione di Maria per la figlioletta: per lunghi anni la mamma ha conservato senza lavarli, in una busta, gli indumenti e le scarpe che la piccola indossava il giorno prima di sparire; quando la tecnica l'ha consentito, quei ricordi sono diventati reperti preziosi. Anche se Maria non ha certo bisogno del Dna per riconoscere la sua bambina.

Per un anno e mezzo ha creduto di averla ritrovata, da un anno è come se l'avesse smarrita di nuovo. L'ultimo capitolo è il più incredibile. Quel 10 agosto Angela svanisce nel nulla a pochi metri da suo padre, durante una gita sul Faito della comunità evangelica cui i Celentano appartengono. «Papà, non mi fanno andare sull'altalena!», lo strattona corrucciata. All'ora di pranzo di quel sabato ci sono le polpette, l'insalata, la frenesia della festa, tanta gente attorno, il pianoro, il bosco, i dirupi. «Ti ci porto io sull'altalena, tesoro di papà», risponde Catello. Il tempo di girarsi a parlare con Maria, e Angela non c'è più. Per quattro giorni filati Catello e Maria non scenderanno da Monte Faito nemmeno per una doccia, carabinieri, poliziotti e volontari batteranno rogge e crepacci. Nulla. Da quel nulla si dipana una matassa infinita di false segnalazioni, piste tedesche, turche, compravendite di bambini, pedofilia, abbagli e infamie, persino un'allucinante ipotesi che mette ingiustamente sulla graticola zio Gennaro, il fratello di Catello.

Il 24 maggio di due anni fa, però, qualcosa cambia. Catello, in pausa dal negozio di ferramenta dove lavora, apre sul pc la posta personale e poi il sito di Angela che la famiglia ha creato per raccogliere su Internet segnalazioni da tutto il mondo. «Ti invio la mia foto, questa sono io», è il testo in spagnolo: «quasi non mi ricordavo più di voi, sto bene, non cercatemi». La ragazza che scrive dice di chiamarsi Celeste Ruiz, è in Messico da qualche parte con la famiglia adottiva. La foto, diranno tutti gli esperti, è compatibile con le foto di Angela bambina. E a quella mail ne seguono almeno sei o sette. Poi la ragazza comincia a chattare su Msn con quelle che, se lei fosse Angela, sarebbero le sue sorelle. Soprattutto con Rossana. Visto il fuso orario, la vita dei Celentano si rovescia nelle notti. «Papà, mamma, correte, è collegata!». E per notti intere, per un anno e mezzo, la famiglia parla trepidando con questo fantasma telematico, di sogni, studi in Messico, dell'alluvione, delle paure d'una ragazza viva e reale.

Nel frattempo, Catello va in Procura, l'inchiesta trova nuovo carburante, entra in scena come legale Luigi Ferrandino, uno dei massimi esperti italiani in indagini difensive. Di fatto i Celentano affiancano gli investigatori. E il doppio lavoro, tramite l'Ip, il codice del computer da cui Celeste manda i messaggi, arriva fino ad Acapulco, a casa di un funzionario del palazzo di giustizia dello Stato di Guerrero: Cristino Ruiz. Quando i poliziotti messicani vanno a bussargli alla porta, sequestrandogli i pc, Celeste, o chiunque sia davvero, stacca i contatti con l'Italia: è novembre 2011. «Angela» svanisce di nuovo dalla vita dei Celentano. Cristino nega tutto. Nega Norma Ilda, la moglie, negano i figli. «Ma quale bambina italiana? Quali messaggi?». Quando però i poliziotti compongono il numero da cui una notte erano partiti due squilli verso casa Celentano proprio dopo uno scambio di messaggi con Celeste, trilla il cellulare in tasca a Norma Ilda. «Li rivolteremo come un calzino», giura Catello: «La foto non è truccata e non è tratta dal web. Quella ragazza esiste, devono dirci dov'è... dov'è la nostra Angela». Da Acapulco a Cancun ci sono 1.400 chilometri di domande cui rispondere. Ma se si possono colmare sedici anni di buio tra Italia e Messico, non sarà questo a fermare Catello e Maria.



Angela Celentano: foto non ritoccata, la madre «mia figlia è viva» (06/11/2012)


Goffredo Buccini
26 novembre 2012 | 9:07

La toga grida al complotto e vuole il Giornale in "cella"

Gian Marco Chiocci Massimo Malpica - Lun, 26/11/2012 - 08:37

Mentre il direttore Sallusti rischia di finire in carcere, l'ex Pm di Bari Scelsi vuole incastrare i suoi cronisti con i tracciati dei telefonini. Ma la Procura di Lecce dice che non c'è intrigo

 

C'è chi la cella (a San Vittore) l'ha voluta per Alessandro Sallusti, e c'è chi invece la cella (telefonica) vuole analizzarla, confrontarla e sovrapporla per dimostrare d'essere vittima di un complotto mediatico, ordito da chi vi scrive.


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Parliamo di Pino Scelsi, ex pm barese, celebre per la sua indagine sulla D'Addario e sul filone delle escort portate da Tarantini alla residenza romana di Berlusconi, poi passato come sostituto pg alla Corte d'Appello di Bari. Il magistrato mesi fa aveva presentato alla procura di Lecce un esposto, ipotizzando un «complotto politico-mediatico-giudiziario», teso a screditarne, grazie a un'unica regia, il lavoro d'indagine. Nell'esposto, Scelsi suggeriva il coinvolgimento di un «pubblico ufficiale quale unica fonte» di più giornalisti.

L'ardita ipotesi è stata affondata sul nascere dalla procura salentina che ha chiesto l'archiviazione, ricordando che «nessuno dei fatti esposti da Scelsi ha rilievo penale» e che «tali fatti, quand'anche accertati, non sono significativi di quanto da lui prospettato con una lettura soggettiva, in termini che non possono avere diritto di cittadinanza in sede penale». E dunque, continuano i magistrati leccesi, «in assenza di concreti elementi indicativi, nessuna congiura ai danni di Scelsi è ravvisabile nella sua esposizione dei fatti».

Quanto a una serie di accertamenti d'indagine che Scelsi nell'esposto aveva chiesto alla procura di Lecce, quest'ultima decide di soprassedere, perché non «vi è necessità di svolgerli», in quanto anche se dimostrate, le circostanze delle quali Scelsi cercava riscontri, per le toghe salentine, sono comunque «irrilevanti e inidonee a provare comportamenti» tali da dimostrare l'esistenza della congiura. Ma Scelsi non ci sta. E si oppone all'archiviazione con una memoria supplementare, nella quale lamenta la mancata effettuazione di una serie di accertamenti «invasivi» su quattro giornalisti. I due che firmano questo articolo, Giacomo Amadori di Panorama e infine una giornalista della testata BariSera.

Una volta di più, Scelsi ripropone la sua idea di una regia unica per il «complottone», e si dice certo che sarebbe bastato «accertare i contatti» dei giornalisti, «acquisire le celle occupate dalle utenze» degli stessi nell'imminenza degli articoli «incriminati» e, infine, verificare presso il comando e il corpo di guardia della scuola allievi ufficiali della Gdf di Bari (luogo in cui «erano concentrati gli atti d'indagine in materia di Sanità» baresi) «gli ingressi dei giornalisti D'Arenzo, Amadori, Malpica e Chiocci, gli orari di ingresso e di uscita, le ragioni della presenza e della permanenza nella struttura, eventuali relazioni di servizio redatte in merito». Tutto ciò, spiega il magistrato complottista, perché a suo parere «è evidente che l'eventuale individuazione di una comune fonte di informazioni illecite per tutti i citati giornalisti, in prossimità delle notizie diffamatorie pubblicate, renderebbe di fatto concreta l'ipotesi del “complotto mediatico”».

Posto che i contatti tra i giornalisti non sono (ancora) reato, e posto che almeno per chi scrive non c'è alcuna «fonte unica» di notizie, tantomeno illecite, sorge il sospetto che a muovere Scelsi sia un certo fastidio per gli articoli scritti dai cronisti da lui citati. Amadori, su Panorama, ha ipotizzato l'esistenza di un complotto «al contrario», ordito contro Berlusconi da un gruppo di avvocati, magistrati e notabili baresi. La D'Arenzo, oltre al suo lavoro di redazione, collabora con il procuratore capo di Bari Antonio Laudati, e in questa veste funge spesso da interfaccia con decine di giornalisti di ogni testata. Chi scrive, poi, ha raccontato in più occasioni alcune anomalie delle indagini baresi, molte delle quali riguardanti proprio Scelsi. Le intercettazioni di conversazioni del fratello medico di Scelsi, Michele, per esempio, che pur mai indagato era finito ascoltato da un altro pm barese, Desirée Digeronimo, mentre chiacchierava con l'assessore alla Sanità Alberto Tedesco, lui sì indagato.

E anche la controintercettazione disposta d'urgenza da Scelsi, che per «ripicca» (così scrive la procura di Lecce) chiese di mettere sotto controllo il telefono di un'amica della Digeronimo, per registrare la voce della collega, sperando di costringerla ad astenersi. L'elenco comprende anche il tentativo di «avvicinamento» a Scelsi da parte del senatore Pd Alberto Maritati, ex magistrato, che il dalemiano De Santis aveva spedito per raccogliere - invano, peraltro - informazioni sulla nascente indagine su Tarantini. Tutti elementi che emergono dagli atti giudiziari. Notizie vere e verificate, non certo pezzi di un complotto inesistente. Giornalisti ed editori insieme contro il ddl sulla diffamazione alla vigilia del voto finale a Palazzo Madama, previsto per oggi.

Rinviato lo sciopero, proclamato per oggi, dopo la lettera del presidente del Senato Renato Schifani, la Fnsi, il sindacato dei giornalisti, e la Fieg, la Federazione degli editori, scendono in campo insieme per chiedere il ritiro del provvedimento. «Il testo che va al voto dell'Aula del Senato – è l'appello congiunto – non riesce a bilanciare il diritto dei cittadini all'onorabilità e il diritto-dovere dell'informazione a cercare e proporre, con lealtà, verità di interesse pubblico». Fieg e Fnsi ricordano i profili di incostituzionalità del testo sollevati dal governo e tuonano: «Si tratta di una pessima legge che introduce norme assurde: le ragioni della protesta e la richiesta di ritiro sono condivise da Fieg e da Fnsi. Gli editori e i giornalisti concordano sulla necessità di tutelare la dignità delle persone, tutela che si deve realizzare con azioni tese a sostenere un giornalismo etico e responsabile.

Nessuna legge che abbia come sanzione il carcere lo può alimentare. In questo modo, invece, si introducono solo elementi di condizionamento, di paura per la possibile esplosione di querele temerarie e di controllo improprio che non possono essere condivisi». Fieg e Fnsi si dicono d'accordo con l'introduzione di «equilibrate sanzioni economiche». E «rivolgono un appello estremo al Parlamento e alle forze politiche perché si evitino soluzioni non appropriate. L'Italia - concludono - deve restare in linea con i principi del diritto europei delle nazioni più evolute».

Una vita normale senza fissa dimora

La Stampa

Incontro con Wainer Molteni, il clochard laureato: “Ti salvi solo quando non hai più niente da perdere”

alessandra iadicicco
milano


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Io sono nessuno, afferma Wainer Molteni nel suo libro, con la mossa spiazzante di un Ulisse che disarma il ciclope. Con quella frase otto anni fa dichiarò la propria resa alla condizione di barbone. Non aveva più niente.

E, senza lavoro, senza famiglia, senza casa, non poteva che ammettere di non essere nessuno, se non un «homeless», un «senza tetto», un clochard. Aveva toccato il fondo. E aveva fatto il suo ingresso in quel nuovo stato dell’essere (o del non-essere), nello status di indigente e bisognoso, attraverso la porta girevole del centro di aiuto della stazione centrale di Milano: Sos Centrale. «È bene che impariate che c’è un simile punto di soccorso, di questi tempi», avverte beffardo oggi.  «Che ci faccio qui? Come è successo?

Via, sarà per poco», diceva a se stesso negli estremi sussulti di resistenza al destino della strada. Esattamente le stesse domande e lo stesso timido tentativo di rassicurazione gli rivolse il sorridente impiegato del centro di accoglienza. Il quale, prima di fornirgli l’elenco delle mense, i punti doccia, i guardaroba, i dormitori – gli indirizzi utili per chi non avrebbe altra scelta che fare dei vagoni fermi di notte sui binari la propria alcova e dei corridoi riscaldati della biblioteca comunale il proprio salotto -, prima di introdurlo sui binari dell’assistenza sociale istituzionalizzata, gli aveva chiesto di indicare quali tappe lo avevano condotto a quella svolta e a quel triste capolinea (anche ferroviario).

E così, dopo i numerosi frustranti tentativi di trovare un lavoro presentando in un curriculum il suo eccezionale iter di studi e esperienze, prima della stesura della sua strabiliante confessione-autobiografia («Io sono nessuno», appena uscita da Baldini Castoldi Dalai), il signor nessuno si era ritrovato a raccontare la sua storia.

Orfano dei genitori militanti di estrema sinistra espatriati a Marsiglia, cresciuto dai nonni a Mombello, sul Lago Maggiore, aveva dimostrato un certo talento fin da ragazzino. Studiava il minimo indispensabile e andava bene a scuola. Premiato da nonno Emilio col regalo di un formidabile impianto stereo – mixer a quattro canali, amplificatore, piastra di registrazione – si improvvisò deejay nelle balere e nei club della Brianza, e si fece notare e ingaggiare nelle discoteche milanesi di tendenza.

Lo appassionavano le storie di banditi, così si laureò «cum laude» in Sociologia e ottenne un dottorato in Criminologia alla Scuola Normale di Pisa. Il prestigioso istituto fu il suo trampolino di lancio verso gli Usa. Per tre anni frequentò un master a Quantico, in Virginia, al centro di ricerca e addestramento dell’Fbi. Poteva fermarsi là e fare carriera accademica. Ma accettò la proposta del padre di un amico che lo assunse come responsabile del personale di una catena di supermercati. Poco avventuroso, ma sicuro. Sembrava…

Finché la catena di grande distribuzione fece bancarotta e lui restò disoccupato. Iniziò allora in cammino in discesa del giovane «laureato, dottorato, masterizzato» che si vedeva respinto a tutti i colloqui perché troppo qualificato. I soldi - «li guadagnavo, li spendevo» - finirono in fretta. I famigliari non c’erano più. Sugli amici non voleva pesare. Piuttosto si sarebbe insediato – come fece – nella villa lasciata sfitta a Portovenere da due ricchi ottantenni americani. Ma «la Liguria non era il posto più stimolante del mondo» e, dopo tre anni da nullafacente, salì sul treno che da La Spezia lo condusse fino al suddetto Sos di Milano.

Fino a quel fondo toccato giusto per risalire e riscuotersi. «Clochard alla riscossa», appunto, è il nome del movimento cui Wainer Molteni, grazie alla sua intraprendenza e passione politica, si è messo a capo. In otto anni ha occupato dormitori. Ha organizzato distribuzioni di sacchi a pelo e pasti caldi. Ha collaborato con la giunta Moratti e Pisapia («Ma non da “consulente” come dicono: non mi hanno mai assunto, ci chiamano solo quando occorre»). Ha ottenuto un alloggio popolare e poi una fattoria nel Pistoiese, gestita da senzatetto come agriturismo («Abbiamo cinque stanze per gli ospiti, il frutteto, l’uliveto.

Questa settimana abbiamo iniziato la raccolta delle olive»).  Ha dormito tante notti all’addiaccio. E proprio chiuso nel sacco a pelo ha iniziato ad annotare su foglietti sparsi il racconto della sua avventura. «Solo qualche mese fa, quando mi hanno regalato un computer, l’ho stesa per intero. La mia è una storia normale. Una vita normale - dice - può succedere a chiunque. In coda alle mense dei poveri oggi ci sono uomini con un passato manageriale e imprenditoriale». Non è un malaugurio. Anzi: «La molla che fa scattare la rivalsa e permette di andare avanti è proprio la consapevolezza di non avere niente da perdere. Il bello di quando perdi ogni cosa è che puoi ricominciare da dove vuoi».

Diktat del guru di Grillo ai candidati: "Se eletti dovete darci i vostri soldi"

Libero

I fondi che ogni gruppo parlamentare percepirà dovranno essere girati al movimento per le spese di comunicazione. Chi gestirà il denaro sarà uno staff scelto da Beppe


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Nuove rivelazioni su come funziona il Movimento Cinque Stelle. O meglio, sulla sua organizzazione che ruota tutt’intorno a lui, Beppe Grillo, il quale ora vuole impedire ai suoi candidati di cadere in tentazione dinanzi ai fondi erogati dal Parlamento e quindi predispone una gestione ad personam, illuminata. Così chi si è candidato alle elezioni politiche nei giorni scorsi ha ricevuto un dettagliato invito a sottoscrivere delle regole ben precise sull’utilizzo dei fondi che ogni gruppo parlamentare avrà a disposizione per la comunicazione.

Il documento è stato diffuso con un comunicato stampa dal ribelle consigliere ferrarese espulso, Valentino Tavolazzi. La gestione dei soldi, si legge nel testo, farà capo a due «gruppi di comunicazione» costituiti ad hoc, uno per la Camera e uno per il Senato, e composti da personale vagliato e scelto in primis  da Grillo. Stilata dall’ufficio legale di Gianroberto Casaleggio, la lettera è stata spedita a tutti a coloro che hanno dato la propria disponibilità a partecipare alle primarie del Movimento. Gli aspiranti deputati e senatori dovranno sottoscriverla insieme al “codice di comportamento degli eletti” pubblicato alcune settimane fa sul blog di Grillo.

Tavolazzi ha postato su Facebook la breve lettera di Grillo che invita alla firma e il testo da sottoscrivere per attivare la candidatura nelle liste del Movimento. Ad integrare il codice di comportamento degli eletti in Parlamento il testo prevede la costituzione di “gruppi di comunicazione” per i parlamentari del M5S, che sarà «definita da Beppe Grillo in termini di organizzazione, strumenti e scelta dei membri», con «la concreta destinazione delle risorse del gruppo parlamentare» che sono assegnate da Camera e Senato per «gli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare», nonché alle «funzioni di studio, editoria e comunicazione ad essa ricollegabili».

Tutto è stato scrupolosamente previsto. Perché ognuno dei due gruppi di comunicazione, così precisamente definiti, dovrà dotarsi di «un coordinatore con il compito di relazionarsi con il sito nazionale del M5S e con il blog di Beppe Grillo». La destinazione delle risorse alla struttura di comunicazione deve essere contenuta «nello Statuto di cui lo stesso gruppo parlamentare dovrà dotarsi per il suo funzionamento» ed è quindi necessaria «l’assunzione di un esplicito e specifico impegno in tal senso da parte di ciascun singolo candidato», spiega Caterina Maniaci su Libero di domenica 25 novembre. Beppe Grillo punta ai soldi degli eventuali gruppi parlamentari. Un bottino da portare a casa e da usare come meglio crede il movimento. Fra i grillini è tempo di conti e di bilanci. Ma a mantenere il controllo del denaro saranno sempre Beppe e Casaleggio.

I caschi proteggono gli sciatori da danni seri alla testa

Corriere della sera

Secondo l'indagine l'elmetto è un salvavita e non incita a comportamenti pericolosi che possono peggiorare gli infortuni

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L'uso di caschi da parte di sciatori e snowboarder diminuisce il rischio e la severità degli infortuni alla testa e in molti casi risulta decisivo per la vita. La ricerca della Johns Hopkins University School of Medicine è stata pubblicata sul Journal of Trauma and Acute Care Surgery. La scoperta sovverte la credenza che finora sosteneva che il casco poteva dare a questi atleti un falso senso di sicurezza che promuoveva comportamenti pericolosi che avrebbero potuto peggiorare gli infortuni.

I TRAUMI - Secondo le statistiche, nei soli Usa sono almeno 10 milioni gli americani che praticano sci o snowboard ogni anno, con circa 600mila infortuni annuali. Oltre il 20 per cento di questi eventi riguarda la testa, e la maggior parte è causata dallo scontro con gli alberi. Circa il 22 per cento dei traumi cranici sono severi abbastanza da provocare perdita di coscienza o conseguenze peggiori. «Molto spesso, quelli che si infortunavano non avevano indossato l'elmetto», ha spiegato Adil Haider, fra gli autori della ricerca. I dati raccolti fra il 2009 e il 2010 tramite il National Demographic Study della National Ski Areas Association fra 130mila appassionati sciatori in tutti gli Usa mostrano che l'utilizzo del casco è in aumento: circa il 57 per cento degli sciatori lo ha indossato durante la stagione sciistica 2009-2010 rispetto al 25 per cento della stagione 2002-2003.

SALVAVITA - Per lo studio, Haider e colleghi hanno esaminato i dati del Injury Control and Violence Prevention Committee della Eastern Association for the Surgery of Trauma che hanno raccolto i risultati di 16 studi su infortuni nello sci e nello snowboard amatoriali. Le analisi hanno mostrato che i caschi sono autentici salvavita e non incrementano il rischio di infortuni. Come conseguenza, la Eastern Association for the Surgery of Trauma ora raccomanda a tutti gli sciatori e gli snowboarder di indossare gli elmetti protettivi.

(Fonte: Agi)
26 novembre 2012 | 10:16

Voglio l'iPhone con lo sconto: le 3 regole d'oro

Corriere della sera

Come scegliere una tariffa con telefono incluso e risparmiare: cambiare operatore, non cambiare idea. E fare i conti



MILANO - Così, a naso, potremmo pensare che scegliere una tariffa telefonica con smartphone incluso possa essere una mossa poco conveniente. Che anzi, visto il vantaggio di pagare il telefonino a rate e di spalmare il suo costo su 24 o 30 mesi, a conti fatti spenderemo di più rispetto a un abbonamento che offre soltanto un tot di minuti, sms e traffico dati. E che ci costringe, perciò, ad acquistare il telefono a parte. Ebbene, si tratta di un falso mito: alcune tariffe non solo ci evitano il trauma di scucire in un sol colpo più di 500 o addirittura di 700 euro ma, alla scadenza del contratto, ci avranno fatto risparmiare parecchio.



Quanto? Anche 200 euro per il Samsung Galaxy S III o il Nokia Lumia 800, circa 150 euro per l’iPhone 5. L’importante è capire come funziona il meccanismo (che è un po’ cervellotico, va detto) e ubbidire a tre regole auree: prima di tutto, assieme al cellulare è buona prassi cambiare operatore e chiedere la portabilità del numero. In questi casi, soprattutto per attrarre i nuovi clienti, i gestori sanno essere di manica larga. Secondo punto, occorre essere sicuri della propria scelta e rimanere coerenti: in caso di recesso anticipato, le penali possono essere davvero salate. Terzo, bisogna armarsi di pazienza e calcolatrice e procedere in questo modo: sottrarre il costo mensile del pacchetto di minuti, sms e traffico dati proposto con lo smartphone, a un pacchetto con soglie identiche o paragonabili, ma senza smartphone. Poi moltiplicare questa cifra per i mesi della durata del contratto. A quel punto basta confrontare il risultato con il prezzo di listino del telefono: la differenza tra il secondo e il primo dato, sarà il nostro risparmio.


«La buona notizia è che sui modelli di punta l’incentivo si fa parecchio interessante. Gli operatori sono disposti a regalare un pezzo di telefono per portarsi a casa nuovi clienti», spiega a Corriere.it Andrea Manfredi, amministratore delegato di SuperMoney.eu, il portale che tra i vari servizi disponibili online permette di confrontare le offerte di telefonia e che ha realizzato uno studio ad hoc. Le conclusioni, scendendo nel dettaglio, sono interessanti. Prendiamo in esame il Melafonino della Apple nella versione da 16 giga. Da listino, pagato tutto e subito, costerebbe 729 euro: chi opta, per esempio, per il piano di base della Tre che lo include, spende circa 154 euro in meno rispetto a chi sceglie una tariffa con soglie paragonabili ma acquista il telefono a parte. Si risparmiano 129 euro con la Vodafone, che in compenso nel pacchetto base ha delle soglie più alte.

Con la Wind il risparmio sale a 200 euro per il Samsung Galaxy S III o per un prodotto di fascia più bassa, il Nokia Lumia 800; è di 110 euro con la Tim per l’HTC One X. Insomma, è possibile ottenere dei vantaggi significativi praticamente con qualsiasi operatore. «Senza mai dimenticare due cose», aggiunge Manfredi: «la tariffa da associare al telefono va scelta in base alla propria reale esigenza di consumo. Bisogna pensarci bene, non farsi ingannare dalla pubblicità, perché di solito ci si impegna per almeno due anni. E poi ricordarsi che il risparmio non è la regola: che a volte può essere più conveniente comprare subito il telefono in negozio, anziché prenderlo a rate con la tariffa proposta dall’operatore». La buona notizia è che basta una calcolatrice per levarsi ogni dubbio.



Elio D'Oliviero26 novembre 2012 | 9:26

Aminat, da attrice a kamikaze per vendicare il marito ucciso

La Stampa

Nel Caucaso della guerriglia jihadista la storia di una convertita al “martirio”

mark franchetti
MOSCA 



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Con il fazzoletto in testa, Aminat Kurbanova sembrava una pellegrina qualunque mentre aspettava fuori dalla casa di un rispettato e anziano leader islamico. La rotondità sotto la veste che le arrivava alla caviglia la faceva sembrare incinta, e così la gente le fece posto su una panca. Ma legata attorno alla vita c’era una bomba da un chilo e mezzo, piena di bulloni d’acciaio. Pur avendo solo pochi minuti da vivere, Kurbanova, 29 anni e una figlia di 8, Malika - non tradiva alcuna emozione nell’entrare in casa per un’udienza con lo sceicco Said Atsayev. Non si scompose neppure quando vide che insieme a lei veniva fatto entrare un ragazzino di dodici anni, accompagnato dal padre e dal fratello.

Giunta alla presenza dello sceicco, Kurbanova, il cui marito era stato ucciso dalle forze di sicurezza nel 2009, fece detonare la carica. La potente esplosione la decapitò e uccise all’istante sette persone, incluso Atsayev, 74 anni, e il dodicenne.«Animat era diventata molto religiosa ma non tento neppure di capire quello che ha fatto - ha detto la settimana scorsa Vera Saprighina, la madre della kamikaze -. Era una persona gentile, non un mostro; una madre che aveva dei progetti per il futuro. Non può assolutamente aver commesso un atto così atroce senza una pressione esterna».

L’attentato suicida - che risale alla fine di agosto - ha scosso profondamente il Daghestan, la regione musulmana nell’inquieto Caucaso russo. Più di 150 mila persone - in un Paese che ha meno di tre milioni di abitanti - hanno partecipato al funerale di Atsayev. La tensione e tale che a dieci settimane dall’attentato, la sua tomba, nel villaggio natale di Chirkei, è ancora presidiata da guardie armate di AK-47 per timore che i suoi nemici la facciano saltare in aria.

«E incredibile che un crimine cosi orrendo sia stato commesso da gente che si spaccia per musulmani», ha detto uno dei nipoti di Atsayev. La polizia del Daghestan dà la colpa dell’attacco terroristico agli estremisti wahabiti. Negli ultimi anni la regione è diventata un focolaio di ribelli islamisti e ora è considerata la prima linea nella guerra della Russia contro il terrorismo. In una spirale di violenza, i militanti uccidono sistematicamente poliziotti e soldati e fanno scoppiare bombe, mentre le forze di sicurezza russe rapiscono, torturano e uccidono sospetti ribelli in vere e proprie esecuzioni.

In una escalation del conflitto, negli ultimi due anni almeno dodici capi religiosi sono stati uccisi in azioni punitive, presumibilmente da militanti, perché erano troppo moderati o prossimi alle autorità.
 Atsayev aveva fatto delle aperture ai wahabiti della regione e la polizia sospetta che sia stato ucciso da estremisti contrari alla pace tra le diverse fazioni religiose del Dagestan. La trasformazione della Kurbanova da pacifica cristiana ortodossa russa in bomba umana smentisce le dichiarazioni del Cremlino sulla sua vittoria nella guerra al terrorismo in Daghestan.

Nata a Makhachkala, la capitale del Paese, Kurbanova era stata cresciuta dalla madre, una russa ortodossa. Studentessa entusiasta, si era diplomata all’Istituto di arte e teatro della città con il massimo dei voti. Poi si era innamorata di Marat Kurbanov, suo compagno di recitazione, e nel 2003 si erano sposati. Nelle foto del matrimonio i due - entrambi vestiti di bianco - irradiano felicità. Fanno gli attori professionisti e nel 2005 nasce Malika. Un anno dopo vengono introdotti ai testi islamici dal fratello maggiore di Marat, Rustam, sopravvissuto a un incidente d’auto che l’aveva lasciato infermo.

«Nel 2007 Aminat si convertì all’Islam - ricorda sua madre -. Diceva di aver finalmente trovato la religione giusta per lei. Cominciò a indossare un fazzoletto in testa, poi passò al velo. Con Marat si mise a pregare cinque volte al giorno. Poco dopo entrambi lasciarono il teatro, dato che danzare e recitare sono considerati atti anti-islamici. Divennero molto religiosi, ma non erano fanatici. Nonostante le differenze religiose siamo rimaste molto vicine”.

Nel 2008 Rustan fu ucciso dalla polizia che aveva fatto irruzione nella casa di sospetti militanti. Si disse che era un estremista che porse resistenza armata, affermazione improbabile dato che non riusciva quasi a camminare. «La morte di Rustan sconvolse Marat e Aminat - ha raccontato la settimana scorsa Muminat Kurbanova, la madre dei due fratelli -. Il giorno stesso in cui Rustan fu ucciso, Marat se ne andò di casa e non tornò più».

Si ritiene che l’ex attore abbia si sia unito ai militanti islamici per vendicare la morte del fratello. Un anno dopo fu ucciso anche lui in un’auto esplosa dopo che la polizia aveva sparato perché non si era fermata a un posto di blocco. Rimasta vedova, la Kurbanova si guadagnava da vivere come sarta di tradizionali abiti islamici per donne. Divenne ancora più ferocemente religiosa. Temendo che potesse diventare una «vedova nera», come vengono chiamate le mogli dei militanti uccisi che diventano kamikaze, i servizi di sicurezza cominciarono a controllarla. La sua casa venne perquisita e lei fu portata in questura per un interrogatorio.

«Cominciò ad avere sempre più paura» ha raccontato la madre. E lo scorso marzo all’improvviso si dileguò. Prima di sparire lasciò un biglietto alla madre. «Scriveva di non poter più reggere la pressione, di non avere altra scelta se non andarsene. Le forze di sicurezza non mi lasceranno in pace, scriveva. Mi prenderanno e io non reggerò alla tortura. Perdonami per la mia scelta». Per giorni e giorni le due nonne di Malika hanno cercato di tenere lontana da lei la notizia della morte di Aminat, dicendo alla piccola orfana che la madre era andata a lavorare all’estero. Lei venne a sapere che «la tua mamma è una terrorista suicida che si è fatta esplodere» da altri bambini al parco giochi e più tardi vide in tv l’immagine della sua testa mozzata. «Chiede spesso dei genitori - ha detto la nonna Muminat -. E più di una volta mi ha chiesto di dirle quando potrà raggiungerli in cielo».


Corrispondente da Mosca del Sunday Times di Londra

Il cellophane compie cent'anni Ha avvolto tutto, anche una pornostar

Corriere della sera

Inventato nel 1912 dallo svizzero trapiantato a Parigi . Jacques Brandenberger
 
Da un secolo è in tutte le case del mondo. Ha imballato ogni cosa. Alimenti, soprattutto, ma anche fiori, abiti, monumenti (con il celeberrimo Christo che ha impacchettato palazzi e sculture), persino una pornostar, l'indimenticata Moana Pozzi che fece scalpore con la performance televisiva nel programma l'Araba fenice del 1988, quando si presentò vestita solamente da un sottile velo di plastica trasparente.

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L'INVENZIONE - A compiere cento anni è il cellophane, inventato nel 1912 dallo svizzero trapiantato a Parigi Jacques Brandenberger. La sua geniale intuizione, in realtá, è del 1908, ma è solo quattro anni dopo che l'imprenditore elvetico perfeziona il brevetto per il macchinario che dará il via su scala mondiale alla sua plastica rivoluzione. Teatro dell'invenzione, secondo la leggenda, un ristorante: Brandenberg sta consumando il suo pasto, quando un avventore del locale, seduto ad un altro tavolo, versa un bicchiere di vino rosso sulla tovaglia, macchiandola inesorabilmente. È in quel momento che scocca la scintilla: per rendere impermeabile il tessuto lo si può ricoprire di una sfoglia di cellulosa. La prima idea, però, non funziona, perchè la viscosa non aderisce al tessuto, ma si stacca. È però una pellicola sottile, trasparente e impermeabile.

IL PRIMO PASSO - È il primo passo verso il cellophane, punto di arrivo della trasformazione della cellulosa delle piante in una pellicola resistente all'acqua. Il cellophane, per la sua limitata permeabilitá all'aria, ai grassi e ai batteri, era ideale per avvolgere gli alimenti, fiori e molti altri oggetti. Durante la prima guerra mondiale viene utilizzato come vetro per la protezione degli occhi nelle maschere antigas. Nei decenni successivi sarà impiegato per la preparazione dei nastri adesivi, come lo scotch, inventato nel 1930 dall'americano Richard Drew; come anti-adesivo nella preparazione di rotoli di materiali appiccicosi come la gomma greggia, e in molti altri campi ancora.

LA CRONOSTORIA - Nel 1917 Brandenberger cede i suoi brevetti alla societá francese La Cellophane SA, che diventa il principale produttore ed esportatore di cellophane fino al 1924 quando la societá a sua volta cede i diritti di utilizzazione del processo, segreto, di fabbricazione alla societá americana DuPont, che mette in piedi la prima fabbrica di cellophane negli Stati Uniti.

Il cellophane, però, non è ancora perfetto: è parzialmente permeabile all'acqua e all'umiditá e questo ne ostacola la diffusione in campo alimentare. A risolvere il problema ci pensa William Charch, un dipendente della Du Pont, che si mette in testa di realizzare un sistema di impermeabilizzazione del cellophane. Si racconta che dopo oltre duemila tentativi e una buona dose di testardaggine sia riuscito finalmente, nel 1927, a brevettare un processo efficace che amplia, e di molto, il campo di applicazione del cellophane. Per oltre mezzo secolo il cellophane prosegue il suo cammino trionfale.

LE PELLICOLE - Negli anni Cinquanta sul mercato approdano altre pellicole realizzate con materie plastiche derivate dal petrolio, come il politene e il polipropilene. Costano meno e rubano un po' di mercato al vecchio cellophane, che però resiste perchè è più adatto ad avvolgere gli alimenti. E con la crescente diffusione di super e ipermercati, riguadagna terreno, anche perchè è una pellicola adatta ad avvolgere i cibi anche quando sono scaldati in forni a microonde o conservati in frigoriferi a bassa temperatura.


Redazione Online25 novembre 2012 | 16:37

Dal gatto all’aquilone le giornate mondiali non si contano più

La Stampa

Promosse da organi pubblici, spaziano tra serietà e fantasia: ma starci dietro è impossibile

torino


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Sono tante, quasi una al giorno a volte addirittura due in una stessa giornata: si contano ogni anno circa 250 giornate celebrative nazionali e internazionali, considerando anche quelle religiose. Si tratta di giornate non festive, ma promosse da organi pubblici che programmano eventi collegati alla circostanza che si intende celebrare: oggi, ad esempio, si celebra quella contro la violenza sulle donne. Gli argomenti sono i più disparati e spaziano da temi seri e drammatici (Giornata del Rifugiato, contro l’omofobia, del Disarmo, dei Diritti umani) ad altri decisamente più leggeri: tra le più curiose, si va dalla giornata nazionale del gatto, prevista per il 17 febbraio, a quella mondiale per la salvaguardia delle rane, che si celebra il 27 aprile. Ma c’è anche la giornata della lentezza, il 27 febbraio, e quella dedicata alla risata del 14 maggio, quella degli Ufo organizzata il 3 luglio.

Non manca la giornata della pulizia delle mani, in calendario il 20 ottobre, o ancora quella nazionale dei castelli il 24 maggio e dell’aquilone il giorno dopo, o ancora quelle del respiro e del sollievo rispettivamente il 29 e il 31 maggio. Per alcune giornate è previsto il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quelle nazionali sono principalmente dedicate alla sensibilizzazione nei confronti di un argomento di interesse nazionale o festività nazionali ufficiali ricorrenti. Mentre molte di quelle internazionali e mondiali sono istituite e promosse dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite o dall’Unesco.

Le giornate «sono troppe anche perché sono tante le organizzazioni che sentono l’esigenza di affacciarsi ad un’area di visibilità nazionale e internazionale - spiega Miche Sorice, docente di sociologia della Comunicazione alla Luiss - Sono strumenti che - prosegue - da una parte hanno una valenza formativa di promozione dei contenuti, dall’altra le giornate sono anche eventi
auto-promozionali che a volte tendono a valorizzare l’ente che le organizza». Secondo il sociologo, le giornate nazionali e internazionali sono anche promosse «per far vedere che l’istituzione esiste e quindi promuovere gli enti attraverso eventi».

Molte iniziative si caratterizzano soprattutto per la creatività e la fantasia degli enti promotori. «Difficile dire tra le tante quale sia più seria o quella meno - prosegue Sorice - Dobbiamo considerare che anche quegli elementi che potrebbero apparentemente sembrare marginali appartengono alla cultura nazionale, fatta di tante sfumature». «Viviamo in una società altamente mediatizzata - rileva il sociologo - tanto che è veramente complicato seguirle tutte’». 

Interviste a pagamento anche a Novara su siti web, radio e tivù

La Stampa

La delibera della Provincia adottata una settimana prima del caso-Emilia Romagna

CLAUDIO BRESSANI


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Servizi a cadenza periodica da trasmettere su reti televisive e radiofoniche locali, siti web e persino social network, lunghi interventi del presidente Diego Sozzani e di altri esponenti della sua amministrazione, addirittura interi telegiornali dedicati all’attività della Provincia. Tutti strumenti di comunicazione che in apparenza hanno natura giornalistica e che il fruitore può scambiare per tali. Si tratta invece di pubblicità. Notizie e interviste a pagamento anche a Novara dunque, finanziate con denaro pubblico, per le quali nell’ultimo quadrimestre di quest’anno la Provincia di Novara spenderà una cifra non indifferente in tempi di crisi: 8484 euro.

Sono diversi i provvedimenti assunti negli ultimi mesi. Il principale è una delibera a suo tempo passata inosservata anche perché approvata in piena estate, il 7 agosto. Giusto una settimana prima della bufera scoppiata in Emilia Romagna, dove emerse il fenomendo delle interviste pagate da esponenti politici, cui seguirono controlli della guardia di finanza nelle sedi di 22 emittenti tv e 32 radio e l’apertura di 4 procedimenti disciplinari da parte dell’Ordine dei giornalisti.

L’atto della giunta accoglieva due progetti di operatori privati. Quello di «Strategica Comunicazione srl» di Novara proponeva un articolato pacchetto comprendente «prodotti editoriali di filiera: intervista quindicinale, servizio sul portale dedicato alla pubblica amministrazione di Novara.com, servizio nel web tg di Novara.com, servizio audio per le radio locali RadioAzzurra e VideoNovara [quest’ultima in realtà è una tv], lancio di notizie, servizi e video su social network, realizzazione di materiale multimediale a disposizione della Provincia per diffusione su altri media, servizi di supporto e collaborazione con l’ufficio stampa, realizzazione di contenuti utili ad aggiornare i riferimenti sui social network e a migliorare l’interazione con i cittadini». Il tutto per una spesa di 27.588 euro, cioé 1452 al mese per 19 mesi, così da arrivare fino all’aprile 2014, data in origine prevista per le prossime elezioni (la riforma delle province però cambierà tutto).

L’altro progetto approvato era stato presentato da un’emittente tv di Torino, Quarta Rete SpA, o meglio dalla sua concessionaria di pubblicità, la «Media leader srl». Riguarda la «realizzazione di un telegiornale della Provincia di Novara», a cadenza quindicinale, della durata di 12 minuti per edizione. Un prodotto chiavi in mano, comprendente «realizzazione di immagini, interviste, tabelle elettroniche, filmati in esterni». Il conduttore? «A scelta dell’ente». Prezzo modico: 242 euro a puntata, Iva compresa. In entrambi i casi la Provincia, pur approvando i progetti nella loro interezza, si è impegnata per il momento a finanziarli solo per il periodo settembre-dicembre 2012.

Delitto dell'Olgiata, la famiglia della contessa contro i pm

Il Messaggero
di Sara Menafra

Chiesti accertamenti sulla presunta leggerezza che avrebbe consentito a Manuel di farla franca per oltre due decenni


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ROMA - Potrebbe essere il Consiglio superiore della magistratura a scrivere l’ultimo capitolo del grande giallo dell’Olgiata, cominciato il 10 luglio del ’91 col delitto della contessa Alberica Filo della Torre e durato fino a pochi mesi fa, quandol’ex domestico filippino della nobildonna romana è stato condannato anche in appello per l’omicidio. A chiamare in causa il Csm, ma anche la procura generale della cassazione e persino il ministero della Giustizia, è adesso la famiglia della contessa: il vedovo Pietro Mattei e i figli Manfredi e Domitilla. I quali puntano il dito contro tutti i magistrati che hanno maneggiato il caso prima del pubblico ministero Francesca Loy, che dopo vent’anni è riuscita a risolverlo. Sulle toghe che l’hanno preceduta nella conduzione dell’inchiesta, invece, Pietro Mattei e figli hanno parecchio da lamentarsi.

E hanno chiesto «alle competenti autorità» di svolgere gli accertamenti del caso. In particolare sulla presunta leggerezza che avrebbe consentito a Winston Manuel, il filippino che ha poi confessato ed è stato condannato a sedici anni, di farla franca per oltre due decenni: si tratta della mancata trascrizione e traduzione di due intercettazioni in cui, come peraltro affermato anche dal pm Loy, c’era la prova del delitto fin dal settembre 1991. Due mesi dopo l’omicidio, infatti, Winston Manuel fu indagato per primo, per una strana macchia sui pantaloni che poteva essere stata provocata dal sangue della contessa.

E mentre era sottoposto ad intercettazioni telefoniche e ambientali, per due volte parlò dei gioielli che aveva rubato nella stanza della contessa, subito dopo averla uccisa per cercare di poterli rivendere. Agli atti dell’inchiesta, ricordano Pietro Mattei e i figli, finirono gli audio di diciannove telefonate di Winston, ma solo cinque furono tradotte in italiano e trascritte. Nelle rimanenti nove c’erano le due che avrebbero potuto fare immediatamente luce sul delitto. Fu il pm Francesca Loy, nel 2011, a mettere il filippino alle strette dopo che nel ’91 la procura lo aveva prosciolto. Con un esame dei carabinieri del Ris rintracciò il suo dna sulla scena del crimine e dispose la trascrizione di tutte le telefonate, scoprendo anche il movente: la rapina.

Winston, che era rimasto in Italia a servizio in un’altra famiglia, alla fine confessò. E adesso, 21 anni dopo, la famiglia Mattei chiede conto di questa lunga attesa per conoscere la verità.


Domenica 25 Novembre 2012 - 14:07
Ultimo aggiornamento: 15:36

Guai per il digitale terrestre con l'attivazione nel 2013 delle reti 4G di telefonia

Corriere della sera

Mario Frullone della Fondazione Ugo Bordoni a Radio 24: «Circa 700 mila le case in cui dovrà intervenire l'antennista»
 
Pensavate di essere posto quando, al passaggio della tv al digitale terrestre, avete fatto ritoccare l'antenna della vostra casa o del condominio? Non è detto. Anzi. Perché saranno migliaia le famiglie italiane che dovranno chiamare l'antennista quando verranno accessi gli impianti della telefonia di quarta generazione, il cosiddetto 4G o Lte, che porterà Internet in banda ultra larga in mobilità su chiavette, smartphone e tablet (vai alla nostra prova su strada). «Abbiamo stimato che saranno circa 700 mila antenne (abitazioni, ndr) ad essere coinvolte» ha spiegato al programma 2024 di Radio24Mario Frullone, direttore ricerche della Fondazione Ugo Bordoni, che studia il tema per conto del Ministero dello Sviluppo Economico.



«Tv, servirà l'antennista in 700 mila case dopo l'attivazione del 4G» (25/11/2012)


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FREQUENZE - Qual è il problema? È relativo alla frequenza degli 800 Mhz (uno delle tre su cui sarà attivo il 4G in Italia), che è adiacente ad alcuni canali televisivi. Questi canali verranno dunque disturbati dagli impianti 4G, la cui attivazione su questa frequenza è prevista in maniera graduale a partire da gennaio 2013. Si tratta di impianti operati soprattutto da Wind - che ha le frequenze più vicine ai canali della tv digitale terrestre - ma anche da Tim e Vodafone. Tre non ha invece questo acqueistato blocco di frequenze.


COSTI - Chi pagherà i costi di adeguamento degli impianti? Dovrebbero essere a carico degli operatori di telefonia. Dovrebbero, sottoliniamo, perché le trattative sono ancora in corso. «C'è un tavolo presso il Ministero dello Sviluppo Economico al quale partecipano gli operatori che hanno già dato la propria disponibilità a farsi carico degli oneri» ha spiegato Frullone.

COME FARE - I cittadini che - una volta accesi gli impianti 4G sulla frequenza degli 800 Mhz - non riuscissero più a vedere la tv dovranno chiamare un call center. «Servizio che dovrebbe essere gestito dalla Fondazione Ugo Bordoni per conto del Ministero - spiega Frullone -. Sarà il call center che attiverà uno degli operatori, che poi provvederà al ripristino della qualità».
Il servizio 4G è già stato attivato a novembre in alcune città italiane, ma per ora funziona solo sulla frequenza di 1800 Mhz e dunque non disturba la tv digitale terrestre. Tim ha lanciato il servizio a Milano, Roma, Napoli e Torino. Vodafone a Roma e Milano. Tre ha un impianto test nel piccolo paese di Acuto (Fr). Wind non ha invece ancora avviato i servizi 4G.


Redazione online25 novembre 2012 | 19:37

Spartiti, bacchetta e il frac La vita di Toscanini all'asta

Corriere della sera

Le lettere al figlio e le foto del rientro alla Scala

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Una valigia. Dalla quale i ricordi affiorano sotto forma di lettere, spartiti. Appunti presi rigorosamente con inchiostro rosso. Fotografie con dedica, come quella di Gabriele d'Annunzio. Il suo frac Caraceni, con la data cucita, 12-1935. Il carrillon donato da un'amica per la sua casa di Riverdale. Ritagli di giornale raccolti in un quadernetto dalla copertina marrone dalla quale si intravedono appena le parole, morsicate dal tempo: «A. Toscanini...ercosso ...fascisti». Il ritaglio di un titolo, che riporta a quel 14 maggio del 1931 al Teatro Comunale di Bologna. Non volle suonare Giovinezza e l'Inno Reale con la sua orchestra, Arturo Toscanini. E perciò percosso dai fascisti. C'è la sua bacchetta. I suoi occhiali pince nez . C'è la sua tessera dell'Associazione Amici della Scala, la numero 182 del 28 giugno 1947. Lui che l'aveva diretta infinite volte. Le sue iniziali «At».

Un pezzo di Novecento, con le tragedie e le sue contraddizioni. «Caro Walter sii buono. Vorrei passare Natale con te. Vieni, ti prego ti aspetto a braccia aperte». Un messaggio di poche righe di un Maestro alla difficile prova di essere padre. C'è una parte molto privata dentro questi ricordi che forse solo il tempo concede il diritto di leggere. Un biglietto della scrittrice Ada Negri: «Maestro ed amico, misuro il vostro dolore dall'immensità del mio quando perdetti la mia mamma. La vita è un'altra cosa, dopo. Fatevi coraggio 26/7/24». E la firma della poetessa a caratteri cubitali. Le foto della Scala il giorno del grande rientro, l'11 maggio del '46 con i manifesti «Evviva Toscanini». Il programma di sala di quel sabato, Verdi, Puccini, Rossini. E poi la prima in Italia di Un americano a Parigi di Gershwin.

Messaggi indirizzati all'Hotel Astor di New York. Corrispondenze con tanti personaggi dell'epoca. Come Stefan Zweig, il poeta e drammaturgo austriaco le cui opere furono bruciate dai nazisti e costretto all'esilio prima a Londra e poi negli Stati Uniti. «Avrò il piacere - scrive Zweig - di rincontrarti il 10 gennaio al "Conte di Savoia": io mi imbarco a Villefranche...». L'epoca dei transatlantici, subito prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. La lettera di Joseph P. Kennedy: «Il contributo di Toscanini al mondo resterà molto dopo Toscanini». Tra le carte Maria Callas scrive alla figlia Wally, febbraio 1964: «Carissima Wally ti sono grata per avermi capita l'anima attraverso la voce. Solo con la voce posso parlare».

Il frac CaraceniIl frac Caraceni

C'è la lettera del compositore Maurice Ravel. Non si era alzato in piedi per applaudire all'esecuzione del suo Bolero e qualcuno aveva parlato di un affaire Ravel-Toscanini. Sempre colpa dei giornali: «Hanno scritto che non mi sarei alzato per punirvi di non aver colto il movimento esatto del Bolero. Io invece ho sempre creduto giusto che le ovazioni siano rivolte all'interprete. Mi sono voltato verso di voi per applaudire. Purtroppo la malignità si presta meglio della verità alle informazioni sensazionalistiche». «Nous travaillon à une oeuvre latine...», così comincia il telegramma di Claude Debussy e Gabriele D'Annunzio a Toscanini. Stanno lavorando insieme ad un'opera «Il martirio di San Sebastiano» e si rivolgono a lui perché lo considerano in grado di dare la vita perfetta alla loro opera.

A pagina 87 e 88 del Tristano e Isotta di Wagner interi pezzi di pentagramma cancellati. E poi alcuni versi riscritti come faceva anche con le note, sempre in rosso. Invece di «Al suon ci porta l'onda col venticel del patrio ciel» il Canto del Marinaio di Toscanini diventa: «Va la nave ad est ci spinge il vento al patrio suol». Il disegno del profilo appuntito di Toscanini e sotto quello di un treno, il convoglio della tournée negli Stati Uniti con l'orchestra che la Nbc aveva creato solo per la sua musica. E che diresse per 17 anni. Lo scambio di lettere con Richard Strauss. Con le scuse del compositore al maestro: «Non è colpa mia L'anno scorso vi avevo promesso la prima in Italia...». Ma poi preferì il Regio di Torino. Milano voleva l'opera nello stesso giorno. E allora? Toscanini s'inventò una soluzione degna dei tempi della tv: organizzò una prova generale di Salomè aperta nello stesso giorno. Una corrispondenza, in italiano, dello scrittore Paul Valery che prima si scusa per non poter essere presente al suo concerto e poi chiede due biglietti. Da donare a due amici.

I ricordi più personaliI ricordi più personali

Tra i fogli spunta anche il timbro del Terzo Reich. La missiva porta la data 3 aprile 1933. Adolf Hitler, il Fuhrer che si rivolge a Toscanini, indirizzo hotel Astor. Lo ringrazia per il suo contributo al festival di Bayreuth, «come amico di lunga data della casa Wahnfried». Si rallegra con il maestro al quale scrive di non «vedere l'ora di poterlo ringraziare personalmente». Il terrore e la musica. Però la musica vince, poi. C'è il programma di sala del concerto diretto nel 1936 nell'hangar dell'aeroporto di Tel Aviv, la Palestine Symphony Orchestra, nata proprio in quell'anno. Da musicisti ebrei scappati dall'orrore nazista. Che lo salutano come «Here is a man!». Il grande maestro che ha scelto di dirigerli.

Si apre il plico più delicato, quello della corrispondenza con la moglie Carla. Sono quasi ottocento lettere. Ci sono lettere d'amore di un'unione, quella con Carla De Martini, cominciata prima delle fine del secolo: «Attendevo due tue lettere. Invece... quanta delusione» gli scrive. E il maestro le risponde: «Non so perdonarti! So solamente amarti!». 13 novembre 1896, venerdì. «Abbi pazienza se non ti scrivo più a lungo ma sono stanco e ho bisogno di riposarmi. Ho gridato come un ossesso e mi duole le gola... vado a nannina, tuo Arturo». Un salto di mezzo secolo e arriviamo al 23 novembre 1950. Racconta del concerto: «Erano pazzi, mi hanno baciato, abbracciato e piangevano di commozione». A un certo punto è stanco. «Io sono di cattivo umore, non avere più il salone dei concerti all' Nbc , non ho più voglia di dirigere». Organizza una festa di compleanno a sorpresa per Walter, però qualcosa non va: «Non vedo l'ora di partire e finire questa malaugurata stagione. Eppure devo lavorare, non posso rimanere in ozio. Il lavoro è la mia vita. Prima di partire farò qualche registrazione (record nella lettera, ndr)... non voglio lasciare incompiuta la seconda sinfonia di Beethoven».

Musica e vita. Come il telegramma indirizzato a Francesco Ruffini, Torino. Siamo nel 1931: «Profondamente commosso abbraccio lei e i suoi illustri colleghi universitari per il fiero e nobile contegno (stop). La schiena si curva quando l'anima è curvata». Il destinatario è uno dei dodici professori che si è rifiutato di giurare fedeltà al fascismo. Non sono certo i primi documenti di Toscanini, altri ce ne sono, come quelli che verranno battuti a New York, ma rappresentano forse uno dei viaggi più completi nella sua vita. Questi frammenti di vita del maestro andranno all'asta a Milano il 19 dicembre alla casa d'aste Bolaffi. Forse Milano dovrebbe accorgersene e non lasciarli andare via.


Nicola Saldutti
25 novembre 2012 | 18:45

Emilio Fede presenta il suo movimento «Vogliamo vivere» : platea quasi deserta

Corriere della sera

Poche decine di persone in sala, ma l'ex direttore del Tg4 è convinto:«Siamo almeno il 3%»


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MILANO - «Cercare di capire e intercettare il malessere della gente». Così Emilio Fede ha spiegato l'obbiettivo del movimento «Vogliamo vivere», fondato dall'ex direttore del Tg4. Ad ascoltarlo, in un teatro Nuovo semi-deserto, poche decine di persone. Secondo il giornalista, nonostante il vuoto in platea, alla sua creatura politica i sondaggi accrediterebbero un 3% dei voti.

DISCORSO FIUME - La proposta principale di «Vogliamo vivere», secondo Emilio Fede, è questa: chi guadagna 100mila euro e oltre potrebbe versarne 2.500 a cinque famiglie che rasentano la soglia della povertà. Fede- ha assicurato- lo farà per primo. L'ex direttore del Tg4, in un'intervista, si era lamentato di guadagnare «solo 20mila euro al mese». Fede non ha risparmiato nessuno nel suo intervento fiume: il premier Mario Monti («continua a dire che stiamo affrontando la crisi e abbiamo tre milioni di famiglie che rasentano la soglia di povertà«), Beppe Grillo («mi fa più ridere adesso di quando faceva il comico»), Antonio Di Pietro («ricordo quando disse ai giornalisti 'abbiamo preso un pesce grosso'. Era Cagliari che si suicidò innocente in carcere»). Silvio Berlusconi - ha sostenuto sempre Fede- gli ha detto che la nascita del movimento «è una buona idea.

BERLUSCONI - Emilio Fede, che a Silvio Berlusconi ha dedicato nella sua lunga carriera diverse «dichiarazioni di amore politico» ritiene che l'ex premier abbia fatto bene a tornare in prima linea. «So che giovedì annuncerà il suo ritorno in campo».



Fede presenta il suo partito (25/11/2012)

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Redazione Milano online25 novembre 2012 (modifica il 26 novembre 2012)