mercoledì 28 novembre 2012

Dal Dopoguerra alle primarie: voltafaccia e ambiguità della sinistra su Israele

Alberto Giannoni - Mer, 28/11/2012 - 18:34

Prima la linea sovietica e l’antifascismo impongono il sostegno al nascente Stato ebraico, poi il Pci è diventato tifoso dei paesi arabi

È un tema minore ma c’è anche questo nella sfida delle primarie: la sinistra e Israele. La sinistra e gli ebrei. Un rapporto tormentato che ha attraversato tutto il Novecento, arrivando con i suoi rivoli a questa sfida, e alle (molto) diverse posizioni che, nel giro di pochi giorni - per via della crisi di Gaza - hanno dovuto prendere Pierluigi Bersani, Matteo Renzi e Nichi Vendola.




Nel Pd, come al solito, abbondano ambiguità e «discussioni». Linee diverse, frutto di questa storia. La storia, prima di tutto, del Pci. I comunisti italiani non sono sempre stati anti-israeliani. Tutt’altro. Il Pci era dalla parte di Israele quando lo Stato ebraico nacque. Quando nel ’46 dalla Liguria partì la nave «Enzo Sereni» piena di israeliti diretti in Palestina, c’era un gruppo di ex partigiani rossi a vigilare sull’imbarco. Determinante in quella fase fu la linea sovietica filo-israeliana, oltre alla militanza nella sinistra italiana di tanti ebrei (antifascisti o addirittura sopravvissuti all’Olocausto). Un nome per tutti, quello di Umberto Terracini, che fu presidente della Assemblea costituente.

Determinante fu la suggestione esercitata dall’esperimento socialista dei kibbutz, cuore del sionismo.
E filo-israeliano era anche il Psi, oltre ai partiti laici (repubblicani e radicali su tutti). Pietro Nenni lo rimase (ma Bettino Craxi era filoarabo). Tutta questa storia è stata ricostruita dallo storico Matteo Di Figlia. Il Pci subì una svolta, influenzata nei dall’ossessione antisemita di Stalin negli anni immediatamente successivi alla guerra (pochi anni dopo il riconoscimento dello Stato israeliano, cui pure per ragioni geopolitiche l’Urss aveva contribuito come pochi altri). Un solco profondissimo e definitivo si aprì poi con la «Guerra dei sei giorni».

Una fase di drammatiche spaccature - le ha evidenziate Paolo Mieli sul “Corriere” - basti pensare al discorso con cui Bruno Zevi, grande architetto azionista e poi radicale, al ghetto di Roma additò il voltafaccia sovietico e gli imbarazzi del Pci. O alla vicenda del direttore del quotidiano filocomunista «Paese Sera», Fausto Coen, costretto a dimettersi perché filo-israeliano. Questa ferita, approfondita dal massacro di Sabra e Chatila, si rimarginò faticosamente, e in parte, solo grazie all’opera di Piero Fassino (assecondata da Achille Occhetto) e della «Sinistra per Israele», in qualche modo inaugurata sulla «Voce repubblicana» invece che sull’Unità.

È proprio presentando pochi giorni fa il libro di Di Figlia - insieme fra gli altri al presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici - che il segretario del Pd, Pierluigi Bersani ha ripercorso questa storia, pronunciando anche una sorta di piccola «autocritica» - un classico nella storia comunista. Bersani ha riconosciuto che la «tendenza antisemita» sovietica fu «elemento di involuzione nella pratica della sinistra in Europa e in Italia», anche se ha portato come attenuante la tendenza filo-araba di tutta la politica italiana, dettata da ragioni geopolitiche (energetiche soprattutto). E ha riconosciuto il «meccanismo psicologico» che ha indotto a guardare più al «popolo umiliato» (i palestinesi) rispetto al «popolo insicuro» (Israele), definendolo un «antico istinto che va corretto e sorvegliato».

Dopo aver ripercorso questo passaggio, accennando alla politica terzomondista della sinistra massimalista, Bersani ha spiegato, con qualche imbarazzo e - come nel suo stile - con pragmatismo, qual è la posizione sua (e quale sarebbe quella del suo eventuale governo): «Nessuno nega sicurezza, confini, diritto all’autodifesa» ha scandito richiamando però anche la «proporzionalità» di questa autodifesa. «E nessuno negherebbe diritto ad avere uno Stato, senza pensare di usare la forza» - ha aggiunto riferendosi ai palestinesi. Ma il grande sponsor di Bersani è quel Massimo D’Alema che incredibilmente dal ministro degli Esteri passeggiò sottobraccio con un deputato hezbollah a Beirut.

Una posizione controversa, dunque, quella del Pd, piena di dubbi, di piccoli passi avanti e grandi contraddizioni. E la svolta al segretario l’ha suggerita proprio Pacifici: non più «Due popoli due Stati» ma «Due Stati due democrazie». Lo stesso Pacifici che pochi giorni fa ha smascherato la linea unilaterale e «faziosa» di Vendola: «Le sue dichiarazioni - ha detto - ripropongono lo schema di una sinistra che riporta le lancette indietro di almeno 20 anni». Fuori dalle ambiguità e non ripiegata su tic e riflessi del passato è sembrata invece la linea di Matteo Renzi, che ha telefonato, parlando da «Amico di Israele», alla maratona oratoria

«Per la verità, per Israele» organizzata dalla deputata Fiamma Nirenstein (Pdl) con «Roma Summit». E in tv ha detto chiaramente cosa pensa: «La sinistra italiana deve abituarsi a ridire che Israele ha il diritto di esistere, perché troppo spesso c’è stato un atteggiamento della sinistra anti-israeliano inconcepibile e insopportabile». Ricordando che «Israele è un paese che è circondato da realtà che vogliono la sua distruzione, a partire dall’Iran». Una linea da approfondire ma molto chiara e legata alla tradizione della sinistra migliore: liberaldemocratica e moderna.

Che ridere, botte tra i pm

Alessandro Sallusti - Mer, 28/11/2012 - 17:19

È meraviglioso vedere, sedu­to dal divano di casa mia dove mi han­no relegato, i magistrati litigare come matti sul mio arresto. Eccola la no­stra magistratura mostrare il vero volto

Che ridere. È meraviglioso vedere, sedu­to dal divano di casa mia dove mi han­no relegato, i magistrati litigare come matti sul mio arresto. Una scena esila­rante che mi compensa ampiamente dei torti subi­ti.


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Il povero procuratore di Milano, Bruti Liberati (che Dio lo abbia in gloria) pur di non mandarmi in galera l’altro ieri aveva chiesto per me gli arresti domiciliari assecondando le indicazioni del presi­dente comunista Giorgio Napolitano, del pre­mier Monti e del ministro della Giustizia Paola Se­verino, quella che passa le giornate in dotti conve­gni invece di mandare una ispezione ai giudici che hanno firmato la mia assurda condanna fon­data su motivazioni false.

I tre signori, invece di fa­re un decreto per riformare la legge (come avreb­bero potuto), volevano così evitare la vergogna mondiale del giornalista innocente al gabbio, pen­savano di chiudere la questione, complice Bruti Liberati, con i domiciliari, condendo per di più la cosa con la balla della reggia di casa Santanchè al­la quale potevano abboccare solo due gazzettieri amici delle Procure, come Poletti, della Stampa e Travaglio de il Fatto , entrambi cretini col botto.
 
Bene, io che non sono un giurista, già ieri avevo scritto che la decisione era illegale: non ho i requi­siti per andare ai domiciliari, e se si sostiene l’inver­so allor­a domani mattina migliaia di detenuti nel­le mie condizioni devono lasciare il carcere e tor­nare a casa, perché la giustizia o è uguale per tutti o non lo è. Non ho i requisiti perché la sentenza su di me è roba da pazzi (delinquente abituale, socialmente pericoloso) e non lascia spazi di manovra in quan­to ho rifiutato compromessi ( servizi sociali riedu­cativi o cose simili). I giudici che l’hanno scritta hanno osato l’inosabile perché nella loro immen­sa arroganza pensavano di avere a che fare con un punching-ball. Le prende ingiustamente e poi si inchina.Illusi.Inchinatevi voi,quando avrete fini­to di litigare.
 
Già, perché ieri è scoppiata la rivolta contro Bru­ti Liberati. Prima gli avvocati di Milano («liberate dal carcere tutti i nostri clienti che si trovano nelle condi­zioni di Sallusti ») poi quella, senza precedenti, dei pm di Milano che hanno minaccia­to di mandare sul tavolo del loro capo migliaia di fascico­li di persone che andrebbe­ro arrestate ma che, seguen­do la logica applicata a me, andrebbero lasciate ai domi­ciliari. In realtà a loro di quel­le persone e della giustizia non interessa nulla. È solo una guerra interna tra cor­renti e personaggi frustrati in cerca di vendette per car­riere mancate. Eccola la no­stra magistratura mostrare il vero volto. Ed è davvero un brutto volto.

Povero il giudi­ce di sorveglianza che oggi o domani dovrà sentenziare definitivamente se confer­mare i domiciliari oppure di­rottarmi in cella. Scommet­to che se ne inventerà di tut­te pur di non decidere in que­sto clima di odio e veleni e rinviare più in là possibile: il dentista, il saggio di fine an­no della figlia, un terribile mal di pancia. Perché schie­rarsi oggi, in assenza di ordi­ni politici altolocati, vuol di­re giocarsi la carriera. Che conta più della giustizia, del mio diritto di sapere una pe­na certa, di comportarsi col direttore de il Giornale allo stesso modo di quanto si sa­rebbe fatto con un anonimo cittadino. Napolitano, Mon­ti e Severino, guardate e ver­gognatevi.

Google deve pagare almeno 96 milioni allo Stato italiano”

La Stampa

La Finanza ha avviato una verifica fiscale nei confronti del colosso. La replica: rispettiamo la legge

milano


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Da lunedì scorso «il nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano ha avviato una verifica fiscale extraprogramma nei confronti di Google Italy srl a socio unico, finalizzata al riscontro del corretto adempimento degli obblighi fiscali in Italia». Lo ha reso noto il sottosegretario all’Economia, Vieri Ceriani, rispondendo a un’interrogazione di Stefano Graziano (Pd) in commissione Finanze della Camera. Ceriani ha rilevato che da una verifica svolta sempre dalla Gdf di Milano nel maggio 2007 è emerso che fra il 2002 e il 2006 la società italiana di Google ha registrato reddito non dichiarato per 240 milioni e Iva non pagata per oltre 96 milioni. Attualmente, ha proseguito il sottosegretario, l’Agenzia delle entrate sta verificando i risultati dell’ispezione.

La stessa Agenzia delle entrate, ha riferito Ceriani, ha fatto presente la difficoltà di agire nei confronti delle società digitali transnazionali che, come rilevato da Graziano nell’interrogazione, «sfruttando ingegnerie finanziarie offerte da evidenti lacune nella normativa nazionale e internazionale, riescono a non pagare le tasse nel nostro Paese». L’Agenzia, quindi, ha proseguito il sottosegretario, «per contrastare efficacemente fenomeni di pianificazione fiscale aggressiva avanti scala transnazionale, sta procedendo, in base a un primo screening delle risultanze dell’attività di tutoraggio dei grandi contribuenti, a una selezione di posizioni che possano dar luogo a una mirata attività di controllo fiscale nei confronti dei gruppi multinazionali attivi nel settore dell’elettronica e dell’e-commerce e le cui strategie fiscali sono oggetto di attenzione da parte dell’opinione pubblica italiana e internazionale».

Ceriani ha inoltre riferito dell’azione che l’Italia sta portando avanti nelle sedi internazionali contro l’erosione di base imponibile causata «dallo spostamento artificioso degli utili verso giurisdizioni maggiormente attraenti dal punto di vista fiscal», come fa Google Italy, che imputa i suoi proventi alla casa madre in Irlanda. E proprio sotto presidenza irlandese, l’anno prossimo il Consiglio europeo esaminerà l’Action plan e la raccomandazione sui paradisi fiscali e la pianificazione fiscale aggressiva che la Commissione europea sta predisponendo.

Immediata la replica del gigante del web. «Google rispetta le leggi fiscali in tutti i Paesi in cui opera e siamo fiduciosi di rispettare anche la legge italiana. Continueremo a collaborare con le autorità locali per rispondere alle loro domande relative a Google Italy e ai nostri servizi». È quanto sostiene la società, dopo l’annuncio delle verifiche in corso da parte della Gdf sugli adempimenti fiscali in Italia. 

L’Ue assolve le carte di credito per il blocco a Wikileaks

La Stampa

Nessuna violazione delle regole di concorrenza. Ma Assange accusa: lobby di destra Usa fecero pressione

claudio leonardi


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Una prima dichiarazione che arriva dall’Unione Europea sembra assolvere Visa, Mastercard e American Express per il blocco delle donazioni verso Wikileaks. Nel dicembre 2010, le filiali europee delle principali fornitrici di carte di credito, strumento quasi indispensabile per chi voglia effettuare pagamenti online, avevano unanimemente interrotto il flusso di denaro verso il sito spiffera segreti, dopo la pubblicazione di migliaia di documenti diplomatici riservati. Un boicottaggio che sarebbe costato 50 milioni di dollari e avrebbe bloccato il 95% degli introiti dal Vecchio Continente, secondo il fondatore di Wikileaks, Julian Assange .

La società DataCell, che si occupava di raccogliere fondi per il sito, denunciò i tre gruppi nel luglio 2011, per violazione delle regole comunitarie in materia di concorrenza. Stando però alle affermazioni di un portavoce della Commissione europea, riportate dall’agenzia Reuters, l’Europa non ravvisa gli estremi per sanzioni e il “reclamo non merita ulteriori indagini in quanto è improbabile che si possa stabilire una violazione delle regole di concorrenza”. Non è ancora una sentenza definitiva, secondo il portavoce, ma certamente ne ha tutta l’aria.

Se il dolo da parte delle società di carte di credito non c’è stato, è fuori di dubbio che per Wikileaks ci sia stato il danno. Il sito di Assange non ha potuto raccogliere donazioni con carte di credito fino a questa estate, quando, grazie all’intermediazione della francese Carte Bleu, che opera tramite Visa e Mastercard a livello globale, le è stato possibile aggirare la cortina intorno a sé. 
A dire il vero, negli ultimi tempi sono sorte numerose polemiche, anche tra i sostenitori, sul modo in cui Wikileaks usa i propri finanziamenti. Il gruppo di hacker Anonymous, da subito al fianco di Assange, ha recentemente preso le distanze , accusando il fondatore del sito di scarsa trasparenza e di usare il denaro raccolto per le cause penali a suo carico.

In ogni caso, il fondatore di Wikileaks ha già reagito a modo suo alle dichiarazioni europee. Sul sito sono apparsi documenti che proverebbero, secondo Assange, il ruolo di esponenti della destra statunitense nella decisione delle carte di credito di chiudere i rubinetti. Si tratterebbe di Joseph Lieberman, senatore indipendente, e del rappresentante repubblicano Peter King.
“Non c’è sovranità senza sovranità economica” ha dichiarato il fondatore di Wikileaks, che ha aggiunto: “è preoccupante il fatto che elementi di estrema destra negli Stati Uniti siano stati in grado di fare pressione su Visa e MasterCard, che detengono il monopolio sul mercato europeo, per l’introduzione di un blocco che il Tesoro degli Stati Uniti ha, invece, giustamente respinto”. Secondo Assange, saremmo di fronte a un’autentica interferenza “con le libertà politiche ed economiche dei consumatori dell’UE”, un pericoloso “precedente per la censura politica dei mezzi di comunicazione del mondo”.

I compagni attaccano la "zarina": ha dimenticato l'endorsement per Bersani

Libero

Il tg3 non ha trasmesso l'appello di Jovanotti per Renzi, ma non quello per il segretario


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Ancora grane per Bianca Berlinguer. Dopo lo scontro con il comitato di redazione e quello con Rosi Bindi questa volta ad attaccare il suo tg3 è il comitato che sostiene la candidatura alla presidenza del Consiglio di Pier Luigi Bersani. "Abbiamo notato che il Tg3 - scrivono - ha mandato in onda l'endorsement di Jovanotti a favore di Renzi ma si è dimenticato di mandare l'endorsement a favore di Bersani.

Troviamo la cosa alquanto scorretta per un telegiornale che ha sempre fatto della completezza di informzione il proprio tratto distintivo". Dal telegiornale delle terza rete non è arrivata nessuna replica.  Un endorsemente a sopresa è arrivato invece da La Zanzara dove Emilio Fede ha detto chiaramente che lui vota Bersani. "La parola rottamazione è volgare, Renzi è un rompicoglioni, un giocherellone, è molto più simpatico il segretario"

L'irriducibile Miriam Mafai Comunista in vita e in morte

Mario Cervi - Mer, 28/11/2012 - 09:18

Il vecchio vizio di giustificarsi sempre. Nell'autobiografia postuma irride alle "beghine" che nel '48 votarono Dc. Ma non ammette che, scegliendo l'America invece che Stalin, ebbero ragione loro

Mi sono accostato con rispetto, ma anche con curiosità, all'autobiografia postuma di Miriam Mafai Una vita, quasi due che la figlia Sara Scalia ha curato per l'editore Rizzoli.


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Con rispetto perché Mafai - mi pare sia così che si deve scrivere adesso, anziché «la Mafai»- è stata una eccellente giornalista, una donna simpatica e un personaggio di rilievo sulla scena politica e culturale italiana. Veniva da una famiglia un po' eccentrica d'artisti di talento, è stata una militante del Pci con fedeltà e disciplina a 24 carati, ha avuto a lungo come compagno d'ideologia e di vita Giancarlo Pajetta: famoso per le sue battute e per l'agilità con cui, nelle accese dispute parlamentari, saltava i banchi...

Rispetto dunque. E poi la curiosità che sempre suscitano in me le pagine dove i vedovi nostalgici del comunismo raccontato le loro vicende, le loro passioni, le loro emozioni. In tutti coloro che al marchio di sinistra non hanno rinunciato mi pare di cogliere una lacerazione a malapena dissimulata. Ammettono - come potrebbero non farlo? - le abbiezioni e le sconfitte della fede in cui hanno creduto ciecamente ma insistono nel ritenere che le loro posizioni fossero più oneste e più nobili di quelle degli anti... Miriam Mafai, militante senza dubbi, deve a un certo momento scontrarsi con il trionfo democristiano del 18 aprile 1948. Ecco i sarcasmi con cui lo rievoca: «Solo l'America poteva difendere noi e i nostri bambini contro i cosacchi.

E si mobilitano anche le Madonne. Piange per prima la Vergine di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, poi la Madonna di Rocca San Felice nel napoletano, altre Madonne in Garfagnana, a Cagliari». Una staffilata all'oscurantismo di chi aveva votato De Gasperi. Non è che io abbia apprezzato l'uso delle Madonne e l'eloquio messianico di padre Lombardi, detto «il microfono di Dio». Ma assieme alle ironie avrei voluto leggere, sulle pagine di Una vita, quasi due e su altre pagine dell'abbondante memorialistica postcomunista, una sommessa ammissione. Le beghine e i frequentatori delle parrocchie avevano visto giusto, noi del Fronte popolare sbagliavamo. No. Si dice invece che «la campagna elettorale fu stupida e feroce insieme». Lo sarebbe stata anche se avesse vinto il Pci?

Per Miriam ho avuto simpatia e stima. Mi sono battuto, come presidente di giuria, perché un suo precedente libro avesse il premio «Acqui Storia». Le righe in cui sintetizza l'adorazione del popolo comunista per l'Unione Sovietica sono perfette. «Nei nostri comizi spesso parlavamo dell'Urss come del Paese nel quale tutti avevano un impiego, tutti i bambini andavano a scuola, tutte le donne lavoravano, dove insomma non esistevano né disuguaglianze né miseria né disoccupazione... Chi legge oggi quelle dichiarazioni, o quelle testimonianze, quei resoconti di viaggio, quelle descrizioni della vita sovietica non può che restarne sconvolto, tanto contrastano con quella che noi sappiamo oggi essere stata la realtà».

Miriam riconosce dunque che gli agit prop ingannavano gli operai e i contadini italiani raccontando loro un mucchio di bugie. Ma sottintende che anche chi le raccontava fosse convinto della loro veridicità. Questo non era possibile se riferito ai notabili del Pci che all'Uniine Sovietica avevano libero accesso e che ogni volta ne tornavano incantati. Ma non era possibile nemmeno se riferito alla Nomenklatura minore cui apparteneva Miriam Mafai; che in Urss andò ripetutamente.

E si irritò una volta perché dall'Urss «per motivi per me misteriosi non avrei potuto telefonare né spedire una lettera e una cartolina». Le visite e le escursioni erano collettive e rigorosamente programmate. I motivi non erano misteriosi, ce n'era uno molto semplice. La patria del comunismo era una tirannia peggiore dei più truci regimi capitalisti. Ma nemmeno dopo quelle esperienze gli apparatchik smisero di esaltare, negli incontri con le «masse», le meraviglie sovietiche. Sapevano e mentivano.

Acqua passata da moltissimo tempo, con i suoi interrogativi e con le sue mostruosità. Acqua, tuttavia, che Una vita, quasi due ripropone. Non è strano che Miriam Mafai, intelligente e intraprendente, abbia ceduto a questi conformismi. Era in numerosa compagnia. È tuttavia un po' triste che, pur dopo avere cambiato collocazione professionale - trasmigrando dalla stampa di partito a Repubblica - e dopo aver saputo compiutamente cosa l'Urss fosse, continui anche adesso che non c'è più, in questo scritto postumo, a ostentare una certa alterigia nei confronti della mediocrità benpensante che preferì l'America a Stalin. Ma forse proprio per questo il libro merita d'essere letto.

Beppe Grillo, professione censore: Elimina la Salsi dalla lista degli eletti Blocca la Vento e cancella i commenti

Libero

L'epurazione ormai è infinita. La consigliera viene rimossa dalle liste e dagli elenchi del movimento. Chi non è gradito è eliminato dai social network e i commenti contro vanno nel cestino

Una censura spietata che online non conosce confini. Chi non è con lui è fuori. Da tutto


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Per me sei fuori  - Continua la censura in casa Beppe Grillo. Le epurazioni vengono eseguite su tutti i fronti. E la consigliera comunale del Movimento cinque stelle, Federica Salsi continua a pagare per la sua presenza nei talk show. Ebbene per Grillo la Salsi non esiste più. E non esiste nel senso letterale del termine. Il Movimento ha pubblicato la lista degli eletti in tutte le competizioni elettorali. Ebbene Federica Salsi è scomparsa. Sul sito beppegrillo.it il nome della Salsi nel listone non c'è. Qualcuno dice dice che è solo un problema informatica. Ma i maligni, compagni della Salsi a Bologna, parlano di una esclusione intenzionale.

E sul profilo facebook di Federica Salsi un'amica le scrive: "ciao Federica, come la vedi questa svolta fascista di Grillocasaleggio ? non risulta preoccupante lavorare e sostenere un movimento ormai mostruoso e fuori controllo e contro ogni logica democratica ? nn pensi che sia il momento di smettere di portare acqua a gente forse anche pericolosa o che perlomeno non da alcuna garanzia di rispettare le parole date (una vale uno una cippa lippa, ormai!)?". Insomma ormai la notte dei lunghi coltelli non finisce più.

Blocco chi voglio io - E il Movimento fa anche pulizia dei suoi sostenitori. Insomma Grillo non vuole che il suo nome venga associato a fan sgraditi a lui e a Casaleggio. Così partono le epurazioni online. E a farne le spese è stavolta Flavia vento. Questo il suo tweet di oggi: "Io tutta carina tifo per grillo lo difendo perche'mi piace quello che fa per la gente e poi mi ritrovo che mi ha bloccata manco fossi topo??". Flavia è stata fatta fuori da Grillo su Twitter. Lei c'è rimasta malissimo e non sa spiegarsi il motivo. Da tempo la Vento era una che dei tanti che sostengono il movimento. Ma a quanto pare a Grillo non sta bene e così la fa fuori con un click.

I commenti vanno eliminati - Ma il tasto del mouse pigiato sulla voce "elimina", Grillo ce l'ha sempre pronto. E lo usa pure contro i commenti che non sposano le idee del leader. Su facebook la censura è continua e sistematica. Ieri sul profilo facebook di Grillo era apparsa un'infografica critica sui dati dell'affluenza alle oprimarie del centrosinistra. Si contestava in sostanza la grande partecipazione a quelle di domenica scorsa. Qualcuno però ha peccato di hybris, come direbebro i greci, di tracotanza scrivendo questo commento: "Tre milioni di persone sono comunque migliori rispetto a «pochi delegati grillini, grilletti e casaleggini che avranno il privilegio di scegliere".

Due minuti dopo il commento viene eliminato e l'utente bloccato. L'epurato commentatore ha chiesto in giro sul web se fosse l'unico ad essere incappato nella vendetta di Beppe. La risposta è stata: "Non sei solo, benvenuto nel club". E ovviamente una serie di rispopste del tipo:"E' successo pure a me", "Anche io sono stato eliminato". La democrazia, la libertà di espressione e di pensiero, corre anche sul filo di un mouse. Evidentemente in casa Grillo stanno sempre con le tronchese in mano per tagliare chi non rispetta le tavole della legge.

Gli affari dei comunisti e del Pd coi proprietari dell'Ilva

Libero

Agli atti le mail del patron al segretario del Pd: "Ci conosciamo da anni..."

Roberta Catania


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Anche il sindaco, un prete e un poliziotto sono indagati nella vicenda che lunedì scorso  ha messo in ginocchio la più grande acciaieria d’Europa, l’Ilva di Taranto. Il primo cittadino vendoliano, Ippazio Stefano, il segretario dell’ex arcivescovo di Taranto, don Marco Gerardo, e un ispettore in servizio alla Digos, Cataldo De Michele, sono finiti nella maxi inchiesta in cui i pm indagano  dall’associazione a delinquere (finalizzata al disastro ambientale aggravato, all’omissione dolosa di cautele) alla concussione e corruzione.

Dalle carte, dopo le presunte pressioni di Nichi Vendola per «nascondere i dati negativi sulla pericolosità ambientale dell’Ilva», scrive il gip e smentisce il governatore, spunta la richiesta d’aiuto del patron Riva a Pier Luigi Bersani. Lo racconta il senatore Pd Roberto Della Seta, che cita una email spedita al segretario del Partito democratico dal vertice del gruppo. Una lettera in cui si chiede un intervento  sulla scia di «anni di reciproca conoscenza». Soprattutto il 2006, anno in cui il gruppo Riva finanziò la campagna elettorale di Bersani con 98mila euro, come ricorda Dagospia.

Delle sette ordinanze di arresto scattate lunedì mattina, una è ancora incompiuta. Fabio Riva, vice presidente di Riva Fire, è tuttora irreperibile, si dice sia in America e non si hanno notizie se voglia rientrare in Italia e costituirsi. Intanto spuntano nuovi indagati. Oltre  al direttore dell’Ilva di Taranto Adolfo Buffo e al presidente, Bruno Ferrante, ci sono il sindaco di Sel, il prete e il poliziotto.
La vicenda del primo cittadina è legata a una denuncia presentata dal consigliere comunale Pdl Filippo Condemi, che ha accusato il sindaco di non aver approntato le dovute azioni di garanzia a tutela della salute pubblica. Più seria la vicenda di don Marco Gerardo, il segretario particolare dell’ex arcivescovo di Taranto Benigno Papa, accusato di false dichiarazioni ai pm.

Il suo caso è collegato alla presunta mazzetta di diecimila euro che ha portato in carcere Girolamo Archinà, ex dirigente delle relazioni istituzionali dell’Ilva. Il 26 marzo 2010 Archinà avrebbe consegnato i soldi a Lorenzo Liberti, ex rettore del Politecnico di Taranto ed ex consulente d’ufficio della Procura proprio nelle inchieste sull’inquinamento, anche lui finito in manette l’altro ieri e portato ai domiciliari. I diecimila euro erano stati messi in una busta, consegnata a Liberti in una stazione di servizio dell’autostrada nei pressi di Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari.

Lo scambio venne ripreso da una telecamera del sistema di videosorveglianza a circuito chiuso posizionata nella stazione di servizio, ma non è chiaro cosa contenesse la busta. Secondo la contabilità dell’Ilva si tratterebbe di una donazione dell’azienda alla Chiesa. L’ipotesi di reato contestata a don Marco Gerardo riguarda proprio le sue dichiarazioni agli inquirenti in relazione a quella presunta donazione. La questione che ha messo nei guai il poliziotto della Digos di Taranto, infine, si basa su una presunta rivelazione di segreti d’ufficio. Oggi pomeriggio, nel carcere di Taranto, ci saranno gli interrogatori di garanzia dell’ex direttore dello stabilimento Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso, e di Archinà. I loro legali hanno già presentato ricorso al Tribunale del Riesame per far annullare il provvedimento restrittivo.

La Mondadori fa chiudere un'edicola digitale Pm dispone il sequestro:«È ricettazione»

Corriere della sera

L'avvocato dei provider: «Precedente pericoloso per i blog»

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La Procura di Milano sequestra in via preventiva un portale di condivisione per giornali, libri, fumetti e cd musicali. Quello che si definisce un sito pirata, da cui si scaricano contenuti illegalmente. Il provvedimento disposto dal pm Ferdinando Esposito, è senza precedenti, perché per la prima volta si procede per il reato di ricettazione contro un sito Internet. Secondo l'associazione dei provider italiani, ora tutti i blog corrono il rischio di venire puniti per la pubblicazione di articoli sotto copyright.

IL PORTALE - Il procedimento nasce dalla denuncia della Mondadori, presentata Il 12 giugno del 2012 contro Avaxhome, portale di condivisione di contenuti online senza scopo di lucro. Ovviamente non autorizzato dai detentori dei diritti, gli editori, e quindi abusivo. Proprio per evitare noie giudiziarie, il sito ha base nella lontana Russia. Il sequestro è stato dunque notificato il 23 novembre ai provider italiani, che hanno poi provveduto a inibire l'accesso. Avaxhome diffonde sulla rete gratuitamente una serie di testate, di ogni parte del mondo, e quindi anche italiane. Un vero problema per la Mondadori, che ha recentemente attivato un servizio di edicola online.

IL MEGAUPLOAD ITALIANO - Il caso di Avaxhome ricorda per certi versi la vicenda Megaupload, specializzato nella condivisione di film. E segue il sequestro disposto in Spagna di un'altra popolare edicola pirata, Kiosque. «Ma oltre che per la violazione del diritto d'autore - sostiene l'avvocato Fulvio Sarzana, legale dell'associazione provider - per la prima volta in Italia si perseguono coloro che pubblicano articoli sul web come se avessero rivenduto una macchina rubata. Il pericolo è che anche tutti coloro che pubblicano sul web articoli altrui senza autorizzazione possano essere indagati per un reato così grave».


Antonio Castaldo
@gorazio28 novembre 2012 | 13:20

Rapinò un disabile e picchiò la badante ma pesa 200 chili e non andrà in carcere

Il Mattino

Rapina a Zelarino: vittima immobilizzata su una sedia a rotelle, gli ruppero alcune costole: 4 anni e 8 mesi a un 45enne di Mira


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VENEZIA - É stato condannato a 4 anni e 8 mesi per aver rapinato un settantenne disabile e picchiato la sua badante. Ma con ogni probabilità Claudio Frison, 45enne di Mira (Venezia), che aveva già accumulato vari anni per altre condanne, non finirà in carcere, a causa delle sue precarie condizioni di salute, più volte giudicate incompatibili con la detenzione: pesa oltre 200 chili e soffre di gravi patologie. Il suo difensore, l’avvocato Andrea Faraon, ha già annunciato che chiederà la grazia.

Il processo, per questo episodio particolarmente odioso, si è tenuto ieri, con rito abbreviato, davanti al giudice per l’udienza preliminare, Daniela Defazio. A rappresentare l’accusa il pm, Carlotta Franceschetti, che aveva chiesto una pena leggermente inferiore: 4 anni, 3 mesi e 3.000 euro di multa. Per la condanna ha insistito anche l’avvocato Mario Allegra, di Vicenza, che si è costituito parte civile per il disabile e la sua badante. Il giudice ha inflitto 4 anni, 8 mesi e 2.000 euro, condannando Frison anche al pagamento delle parte civili, fissando una provvisionale di 5.000 euro per la donna picchiata e 1.500 per l’anziano disabile.

Il fatto risale all’agosto del 2010. Frison, con un complice, entrò nella casa di Zelarino dove viveva l’anziano disabile, immobilizzato su una sedia a rotelle, con la badante, un’ungherese di 34 anni. Fu un’aggressione selvaggia - la donna riportò la frattura di quattro costole e la perforazione di un polmone - per un bottino di 1.800 euro, carte di credito e un bancomat. Frison venne arrestato e confessò. Venne individuato anche il presunto complice, la cui posizione, però, venne archiviata. In questi anni non è mai stato trovato un carcere in grado di accogliere Frison, le cui condizioni, nel frattempo, sono peggiorate.

Mercoledì 28 Novembre 2012 - 10:31

Perché i tweet non ci appartengono

Corriere della sera

Il social network cerca di ridurre l'anarchia e rivendica la libertà di utilizzo dei messaggi lanciati dagli utenti

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Twitter cresce e cerca di ridurre il livello di anarchia aggiornando le regole. Ma la vicenda è talmente delicata che nemmeno il fondatore, Jack Dorsey, se l'è sentita di affrontarla in solo 140 battute. Al punto 5 dei termini del servizio (quelle paginate che in genere non leggiamo mai) un migliaio di battute definiscono l'ecosistema dei partner e rivendicano al social network la libertà di utilizzo dei messaggi lanciati dagli utenti È un processo quasi organico: man mano che Twitter cresce, come già hanno fatto gli altri social network prima di lui, cerca di ridurre il grado di anarchia. Aggiunge funzionalità. Aggiorna le regole. Ma alla fine cambia veramente qualcosa? La vicenda è talmente delicata che nemmeno il fondatore di Twitter Jack Dorsey e il manager Dick Costolo se la sono sentita di affrontarla in 140 battute.

Al punto 5 dei termini del servizio (che tutti noi saltiamo) si legge in migliaia di battute che qui stralciamo: «Twitter dispone di un insieme di regole in continuo aggiornamento che definiscono il modo in cui l'ecosistema dei propri partner possa interagire con i contenuti dell'utente. Tali regole esistono per consentire l'esistenza di un ecosistema aperto che tenga conto dei diritti dell'utente. Tuttavia, ciò che è dell'utente resta dell'utente». Segue un prolisso passaggio il cui senso è sintetizzabile in poche parole: nessuno vi pagherà per questo. Sembra una nuova forma di proprietà: i contenuti sono nostri, non ne possiamo bloccare in nessuna maniera l'uso anche per scopi commerciali (la società ha introdotto già dal 2010 i promoted tweets ma è evidente che pensa già ad altro) ma non abbiamo diritti.

Un aspetto che torna adesso di attualità visto che la società, secondo quanto riportato dal Daily Mail , sta preparando un archivio storico di tutto ciò che abbiamo twittato. Il dibattito sulla proprietà dei contenuti non è ristretto al perimetro di Twitter. Facebook ne è stato un pioniere. YouTube ne ha fatto una parabola commerciale: nata e cresciuta a dismisura anche grazie all'assenza di norme certe si è trasformata oggi in una torretta mondiale di difesa del copyright . Con regole giocate sul filo di lana che permettono sì di condividere all'infinito e in qualunque forma i file audiovisivi ma non di scaricarli su un pc. Tutto è in divenire. Ma a qualunque aggiornamento delle regole dei social network appare sempre più chiaro che c'è un punto che non cambierà: quello che postiamo, scriviamo e diciamo sarà pure nostro. Ma le società ne possono fare quello che vogliono. Un diamante è per sempre. Ma anche un tweet .


Massimo Sideri
28 novembre 2012 | 8:06

Wikileaks, Manning va alla sbarra “Detenuto in condizioni inumane”

La Stampa

Parte il processo al soldato Usa che passò i documenti riservati a Julian Assange. L’avvocato: “Annientamento fisico e mentale”

paolo mastrolilli
inviato a new york


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Bradley Manning chiede di essere scarcerato, perché le condizioni in cui è stato detenuto dall’inizio del caso Wikileaks sono inumane, e rappresentano già una punizione sufficiente per le sue colpe. E’ la linea che il soldato americano, complice di Julian Assange, sostiene nella sua testimonianza davanti alla Corte Marziale di Fort Meade, prevista tutta questa settimana, fino a domenica.

Manning, che ha 24 anni, è la persona all’origine dello scandalo che ha fatto tremare le diplomazie e le cancellerie di mezzo mondo. Dal 2009 al 2010 era stato inviato a Baghdad, per lavorare come analista di intelligence. In questa posizione, era entrato in contatto con molti documenti segreti. Durante il servizio si era convinto che la politica americana in Iraq e Afghanistan era sbagliata, e quindi aveva deciso di collaborare con Wikileaks, fornendo migliaia di rapporti militari classificati e oltre 250.000 dispacci diplomatici. Assange aveva deciso di pubblicare tutto questo materiale, con la collaborazione di alcuni media internazionali, e quando il ruolo di Manning è stato scoperto il Pentagono lo ha fatto arrestare.

All’inizio Bradley è stato detenuto in un carcere gestito dai Marines a Quantico, in Virginia, dal luglio del 2010 all’aprile del 2011. Qui è stato sottoposto ad un trattamento molto duro, e ad un regime di controlli molto severi. Spesso era costretto a dormire nudo, e le guardie lo svegliavano ogni cinque minuti per controllare che tutto fosse a posto. Il trattamento era giustificato con i suoi presunti problemi mentali, e il rischio che cercasse di togliersi la vita. Secondo il suo avvocato, invece, queste erano solo scuse, che servivano a coprire il vero scopo di piegarlo mentalmente e fisicamente.

Anche un ispettore dell’Onu aveva giudicato crudeli e inumane le condizioni di detenzione a Quantico, pur senza definirle torture. In seguito a queste denunce, Manning era stato trasferito a Fort Leavenworth, in Kansas, e sottoposto ad un regime più leggero. La sua testimonianza in corso a Fort Meade è un’audizione pre processuale, la prima che Bradley fa dall’inizio del caso. Lo scopo è dimostrare che è stato vittima di un trattamento ingiustificato, e ottenere su questa base l’annullamento del processo. Manning ha ricevuto 22 capi di imputazione e il più grave, cioé l’accusa di aver collaborato col nemico, prevede la condanna all’ergastolo.

Il suo avvocato ha detto che il soldato è pronto ad ammettere alcune delle colpe più leggere, pur di evitare una condanna così pesante. L’ultimo caso in cui la denuncia del regime di detenzione aveva portato alla scarcerazione nel sistema militare americano era avvenuto nel 1956, durante il procedimento U.S. v. Bayhand, perché il prigioniero era stato costretto ai lavori forzati. Da allora in poi, al massimo queste situazioni hanno consentito una riduzione della pena, o uno sconto basato sugli anni già passati in carcere.

Apple licenzia il responsabile delle mappe per iPhone 5

La Stampa

Dopo Forstall, Cupertino silura anche Williamson per il fiasco dell’app e cerca consulenze esterne per migliorarla

new york


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Apple ha licenziato Richard Williamson, responsabile delle mappe realizzate da Cupertino, che hanno fatto tanto discutere dal lancio dell’iPhone 5, sostituendo l’applicazione Google Maps.

Williamson, secondo Bloomberg News , è stato licenziato dal vice presidente Eddy Cue, ora a caccia di consulenze esterne per migliorare il sistema di mappe. L’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, si era già scusato con gli utenti per gli errori presenti nel nuovo programma di mappe.

Il colosso di Cupertino sta lavorando ora al miglioramento del servizio di mappe, con un team guidato da Eddy Cue, senior vice president che sovraintende le attività online nel rimescolamento degli ultimi mesi dopo l’uscita del capo del software Scott Forstall.

(TMNews)

Giudici e avvocati in rivolta attaccano il procuratore: "Niente privilegi a Sallusti"

Luca Fazzo - Mer, 28/11/2012 - 08:19

La decisione di Bruti Liberati di chiedere gli arresti domiciliari per il direttore scatena il putiferio. I Pm minacciano la ritorsione: far liberare in massa i detenuti condannati

Milano - Una Procura spaccata, scossa da polemiche interne senza precedenti, con il suo capo Edmondo Bruti Liberati in minoranza se non addirittura isolato. I magistrati dell'ufficio esecuzione, in rotta di collisione con Bruti, che minacciano - se dovesse venir accolta la richiesta di arresti domiciliari per Alessandro Sallusti - di sommergere il tribunale di Sorveglianza con centinaia di pratiche di detenuti qualunque, chiedendo anche per loro lo stesso trattamento del direttore del Giornale.

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E gli avvocati penalisti in rivolta, al punto di chiedere con un comunicato se non sia il caso di rimuovere dalle aule d'udienza la scritta che vi campeggia da qualche anno: «La legge è uguale per tutti». Se la via d'uscita per il caso Sallusti escogitata dai vertici della Procura milanese, con la richiesta d'ufficio di arresti domiciliari, doveva servire a rasserenare il clima intorno al caso del direttore del Giornale, bisogna ammettere che l'obiettivo è stato vistosamente mancato, e l'intero esito della vicenda torna in discussione. 
Il provvedimento di Bruti Liberati viene accusato esplicitamente, da parte dei pm, di riservare a Sallusti un trattamento diverso da quello quotidianamente inflitto a condannati qualunque, che si vedono spediti a espiare la pena senza tanti complimenti. E - fatto senza precedenti - un gruppo di magistrati tra cui il procuratore aggiunto Nunzia Gatto, capo del pool esecuzione, e un «grande vecchio» come Ferdinando Pomarici, fanno recapitare a Bruti una missiva formale, registrandola al «protocollo riservato» dell'ufficio, in cui mettono nero su bianco la loro dissociazione dalla decisione del capo.
La disposizione di Guido Brambilla, giudice di Sorveglianza competente per la lettera S, non arriverà prima della prossima settimana. Ma saranno giorni tempestosi, a Palazzo di giustizia. Perché quello che poteva sembrare un passaggio burocratico o poco più, ovvero la ratifica della decisione presa dal procuratore Bruti Liberati, si sta trasformando nella nuova battaglia di chi, dentro la Procura, considera un privilegio intollerabile quello riservato a Sallusti.  È l'ala intransigente, quella che non ha rinunciato a spedire in cella Sallusti «come qualunque altro cittadino», e come egli stesso ha ripetutamente chiesto. E se Brambilla dovesse rigettare l'istanza, Sallusti verrebbe subito chiuso in cella.  
Il quartier generale dei «duri» è in questo momento l'ufficio esecuzione della Procura, quello che si occupa abitualmente di dare attuazione alle condanne, in questa occasione di fatto esautorato da Bruti Liberati che ha deciso e firmato da solo la richiesta di domiciliari. Il pool esecuzione ha a disposizione un'arma psicologica di non poco conto: se Brambilla dichiarerà ammissibile l'istanza di Bruti Liberati, allora i pm potrebbero sommergerlo di decine e centinaia di altri fascicoli. Sono i fascicoli di tutti i condannati che si sono visti chiudere in carcere, una volta scaduti i termini della sospensione della pena. Se può andare ai domiciliari Sallusti, dicono all'ufficio esecuzione, allora ci possono andare anche questi. Lo scontro si gioca intorno a valutazioni tecniche e analisi giuridiche ma dietro c'è la vera accusa che parte dell'ufficio fa a Bruti: quella di essere un magistrato troppo politico, attento a ciò che accade intorno, e non unicamente ad una asettica applicazione delle norme. La Gatto, Pomarici e gli altri dissidenti sostengono che le norme sono talmente chiare da consentire una sola interpretazione: una pena non può essere sospesa due volte. 

Il decreto di Bruti, dunque, sarebbe figlio di un'inaccettabile interpretazione ad personam. Benissimo, dicono invece gli avvocati milanesi della Camera penale: ammettiamo Sallusti ai domiciliari. Ma non può trattarsi di un privilegio. Il caso Sallusti, scrivono «è la dimostrazione di quale binario differenziato venga adottato talvolta, e sempre in favore di chi ha una posizione privilegiata, in evidente contrasto con quella scritta che dovrebbe essere lo scopo cui il governo della Giustizia deve tendere».
Gli avvocati danno atto al procuratore capo di avere sviluppato «un articolato e raffinato ragionamento» per arrivare a ritenere possibile la concessione dei domiciliari a Sallusti senza una sua richiesta, e addirittura contro la sua volontà. «Non importa - aggiungono - se per accedere a questa soluzione viene percorsa una strada davvero inconsueta». Ma se vale per uno, dicono gli avvocati, deve valere per tutti: «L'unico modo per togliere dal vestito utilizzato dalla Procura della Repubblica di Milano la polvere del sospetto di una decisione presa solo in considerazione del clamore della vicenda processuale, non può che individuarsi in una generalizzata applicazione di questa linea interpretativa. Nei confronti di chi, esemplificando, per mero errore lascia decorrere il termine, di chi non può permettersi un avvocato che proponga una istanza».

L'arsenale (segreto) dei servizi nord-coreani

Corriere della sera

Così l'intelligence di Pyongyang lavora contro Seoul

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WASHINGTON - Le hanno definite le armi alla James Bond ma in realtà è 007 che le ha copiate dai servizi segreti. Magari da quelli nord coreani, costantemente in caccia di "traditori" e di transfughi. Un piccolo arsenale piuttosto temibile messo a disposizioni dei suoi agenti. La rete Cnn ha avuto accesso ad alcune di queste armi sequestrate dal controspionaggio di Seul. Si comincia da una penna che nasconde un ago con il quale iniettare veleno.

Un sicario venuto dal Nord avrebbe dovuto usarla per eliminare l’attivista per i diritti civili Park Sang Hak scappato a Seul. Ancora più strana una torcia elettrica: cela tre piccole aperture che contengono minuscoli proiettili. Un tasto attiva il meccanismo di sparo. Più semplice piccola la "biro" che tira una capsula con tossina letale. La vittima se ne va all’altro mondo in pochi istanti. Le armi sono facilmente occultabili e sfuggono ad un normale controlli. Solo la cattura dell’agente segreto ha permesso di individuarle.

La Corea del Nord, nel corso degli anni, ha sviluppato molti mezzi per attività spionistiche ed ha dedicato risorse al settore navale. Come i mini-sottomarini per incursioni lunghe le coste del Sud (missioni usate per rapire decine di persone) e finti pescherecci che nascondevano, a loro volta, veloci battelli, pronti ad essere messi in mare da un portellone posteriore. In passato agli agenti inviati all’estero erano state date delle sigarette al cianuro: nel caso fossero stati arrestati dovevano togliersi la vita. Ordine eseguito da uno di loro, nel novembre 1987, dopo un attentato contro un jet passeggeri del Sud. Bilancio: 115 morti.

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Guido Olimpio
guidoolimpio27 novembre 2012 | 17:21

E il Pentagono crea una cyber city per difendersi dagli attacchi hacker

Corriere della sera

La Difesa simula una vera e propria città per testare gli effetti di una guerra e virtuale e trovare una strategia di difesa
Il mese scorso il segretario alla Difesa Leon Panetta l'ha detto: «Un attacco hacker su larga scala potrebbe causare una distruzione simile a quella dell'11 settembre». Così gli Usa hanno deciso di correre ai ripari. Con una città virtuale. Cybercity non è tanto diversa da una tipica cittadina reale americana. Ha la sua banca, l'ospedale, la centrale elettrica ed anche i caffè con il Wifi gratuito. Un sogno? In realtà si tratta di un campo di addestramento virtuale, dove gli esperti di informatica del Pentagono si preparano alle battaglie nel cyberspace contro gli hacker che vogliono violare i siti governativi.


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I CYBER GUERRIERI - A dare la notizia è il Washington Post che in un lungo articolo ha raccontato il progetto. CyberCity sarà gestita da una società di sicurezza informatica che lavora per il Pentagono e che fa base nel New Jersey. Ciò che colpisce è che la città virtuale sarà gestita simulando situazioni di crisi e di attacchi da parte di hacker esterni contro obiettivi sensibili. Gli esperti informatici militari, che sono a loro volta degli hacker a tutti gli effetti, si attiveranno per la difesa di Cyber City e faranno proiezioni sulle conseguenze reali di un attacco virtuale. Roba da fantascienza?

«A qualcuno può sembrare un gioco, ma i guerrieri cibernetici in questo modo si addestrano se venisse lanciato un duro attacco cibernetico contro la nostra nazione, noi americani dobbiamo avere la possibilità di essere protetti. E se il comandante in capo ordina una risposta, la Difesa deve essere pronta ad obbedire ed attaccare», ha spiegato Ed Skoudis, fondatore di Counter Hack al Washington Post.

GLI ABITANTI - La città sarà popolata da 15 mila persone, o meglio da 15 mila account e-mail, con accessi a conti bancari, password di ogni tipo, parole chiave per accedere al computer del lavoro. In questo modo la centrale nucleare avrà dei veri e propri dipendenti, l'ospedale dei pazienti e il caffè dei clienti. Per simulare le conseguenze reali degli attacchi verrà costruito un modellino sul quale si potrà, ad esempio, capire cosa succede se salta la luce dei semafori dopo un attacco hacker o se un virus fa saltare la rete che controlla la metropolitana.

GLI ALTRI PROGETTI - Il fatto è, ammette lo stesso Skoudis, «che i cattivi stanno migliorando molto più velocemente di noi, e non dobbiamo assolutamente cedere il passo». Cybercity non è l'unico campo di addestramento virtuale alla cyberwar: negli ultimi anni sono centinaia gli spazi virtuali di questo tipo - chiamati in gergo cyber ranges o test beds - che sono stati lanciati da ricercatori militari, del mondo dell'industria o dell'accademia. Il più complesso di questi progetti è il cosiddetto National Cyber Range, sviluppato dalla Defense Advanced Research, per il quale dal 2008 sono stati investiti 130 milioni per la realizzazione di quelli che i ricercatori del Pentagono definiscono sette esperimenti a larga scala. Ma, attenzione: «Proteggersi completamente è praticamente impossibile», avverte Skoudis.


Marta Serafini
@martaserafini27 novembre 2012 | 18:23

Ci stiamo «mangiando» la Terra

Corriere della sera

Consumati pro capite ogni giorno 29 chili di suolo; 2,2 tonnellate di acqua e 4,1 litri di gasolio
 
Sono 29 chili di suolo, 2,2 tonnellate di acqua e 4,1 litri di gasolio: ecco il pasto quotidiano del consumatore medio. È l’analisi presentata da Julian Cribb, un veterano della comunicazione scientifica, a una conferenza dell’Accademia australiana di scienze a Canberra. È una quantità di risorse incredibile e inaspettata, dunque, quella che ogni persona mediamente consumerebbe ogni giorno sotto forma di cibo. Risorse che sono sempre meno rimpiazzabili e rinnovabili.


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7 MILIARDI DI PERSONE - Moltiplicando le cifre per 7 miliardi di persone, la quantità di pianeta divorata globalmente ogni giorno assume proporzioni gigantesche. «Prendiamo il suolo: secondo la Fao, la metà del pianeta è già degradato, e la Terra sta perdendo dai 75 ai 100 miliardi di tonnellate del suo strato superficiale ogni anno, che principalmente finisce in mare», ha dichiarato Cribb. «E il terreno impiega migliaia di anni a formarsi». Similmente critica è la situazione dell’acqua dolce, con più di 4 mila chilometri cubi d’acqua estratta ogni anno dal sottosuolo, con metodi in grande parte non sostenibili. Infine il petrolio: una grave crisi si avvicina, secondo l’autore australiano, dato che la produzione dell’industria automobilistica mondiale cresce 8-10 volte più rapidamente di quella del petrolio: siccome la produzione di cibo richiede il 30 per cento dell’uso globale di energia, l’impatto potrebbe essere enorme.

PUNTO DI NON RITORNO - L’impatto degli shock provocati dal raggiungimento di punti di non ritorno rispetto alla sostenibilità di alcuni sistemi-chiave è oggetto della discussione tra scienziati riuniti nella Seconda conferenza australiana Earth System Outlook, che si tiene questa settimana in concomitanza con il debutto della conferenza delle Nazioni Unite di Doha sui cambiamenti climatici. Gli scienziati analizzano alcune «bombe a orologeria» innescate dall’attività umana nell’attuale era storica, che alcuni hanno battezzato «Antropocene». Un aspetto critico è la perenne disconnessione tra la scienza del clima e la società. Secondo Cribb, per quanto riguarda il sistema-cibo globale, il punto di non ritorno nella crisi sarà raggiunto entro il prossimo mezzo secolo, a meno che cambiamenti radicali non vengano introdotti nell’agricoltura industriale, nelle città e nella dieta dei cittadini del mondo. Ciò dipenderebbe dalla sincronicità della penuria delle risorse che si verrebbe a creare.

VERSO UNA DIETA CREATIVA – C’è ancora tempo per cambiare, ma l’azione deve essere rapida e universale. Cribb lo ha sostenuto anche nel suo ultimo libro, The Coming Famine: the global food crisis and how we can avoid it, pubblicato nel 2010, che, oltre al cambiamento climatico e altri fattori quali la dipendenza da combustibili e l’allevamento industriale, puntava il dito specialmente contro la crescita mondiale della popolazione e il sovraconsumo.

Alcuni esempi di opportunità per un cambiamento di rotta nel sistema-cibo mondiale sarebbero per esempio la crescita del 300 per cento dell’acquacoltura, il massiccio sviluppo della coltivazione delle alghe per la produzione di cibo, combustibile e plastiche, la crescita dell’agricoltura urbana e la diversificazione delle colture. «Ci sono 25 mila piante commestibili sul pianeta Terra, e il 99 per cento di esse sono sconosciute alla maggior parte della popolazione», ha concluso Cribb, quindi non abbiamo ancora esplorato il potenziale alimentare del nostro pianeta. Sarà un’epoca di eccitante scoperta di diete nuove, salutari, interessanti e sostenibili».

Carola Traverso Saibante
27 novembre 2012 | 17:26

Sì della Camera, ora i figli naturali hanno gli stessi diritti di quelli legittimi

Corriere della sera

La legge che interessa 100 mila figli, il 20% del totale passata con 366 sì, 31 contrari e 58 astenuti. Bongiorno: «Risultato storico»

Mai più figli e figliastri. Finalmente anche in Italia i figli naturali sono equiparati ai figli legittimi, nati all'interno del matrimonio. Il disegno è diventato legge alla Camera con 366 favorevoli, 31 contrari, 58 astenuti ed è stato approvato in terza lettura. Sono 100 i figli naturali nel nostro paese, il 20% del totale.

RISULTATO STORICO - «Abbiamo finalmente raggiunto un risultato storico in materia di diritti civili, archiviando norme odiose fondate su un anacronistico senso della morale. Spero che sia solo il primo di una lunga serie di provvedimenti coraggiosi, capaci di eliminare le profonde discriminazioni che esistono ancora nel nostro Paese» ha detto la portavoce di Fli, Giulia Bongiorno.

NUOVA CIVILTA' - «Finalmente, dopo anni di discussione, è stata approvata una legge che costituisce un importante punto di innovazione: non esistono più i figli con aggettivi, cioè legittimi o naturali, ma i figli sono tutti uguali. È una nuova civiltà giuridica. Questo è uno di quei passi in avanti che fanno entrare il nostro Paese in un'altra epoca storica». ha affermato la senatrice Pd Vittoria Franco.

LA LEGGE - Il provvedimento è un testo unificato che ha condensato sei proposte di legge sul tema presentate da centrodestra e centrosinistra. Con le nuove norme viene riconosciuto a tutti i figli un unico status giuridico e i bambini nati fuori dal matrimonio potranno avere nonni, zii, fratelli, e più in generale vincoli parentali che prima erano loro negati in assenza di legittimazione.

27 novembre 2012 | 19:03

Chi ha voluto riesumare Arafat

La Stampa

a cura di maurizio molinari
corrispondente da new york


La salma di Yasser Arafat, primo presidente dell’Autorità nazionale palestinese, è stata riesumata a Ramallah per appurare le reali cause del decesso avvenuto l’11 novembre del 2004.
 

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Chi ha voluto la riesumazione?
La moglie Suha, sulla base dell’analisi di una macchia di sangue di Arafat da parte dell’Istituto di radiologia dell’Università di Losanna che vi ha rilevato una quantità di polonio molto alta.

Qual è la tesi di Suha?
Sostiene che il marito sia stato avvelenato, e cerca la conferma dal riesame della salma per aprire un’inchiesta internazionale.

Dove e come morì Arafat?
Il 25 ottobre 2004 Arafat si trovava nel quartier generale palestinese a Ramallah, quando si ammalò. Iniziò a vomitare, le sue condizioni peggiorarono e venne trasferito in Francia, nell’ospedale militare di Clamart, vicino Parigi, dove il 3 novembre entrò in coma e l’11 morì per quella che i medici militari francesi diagnosticarono come una massiccia emorragia.

Suha contestò la tesi dei medici militari francesi?
All’inizio Suha si oppose alla divulgazione delle cause della morte e rifiutò di far condurre l’autopsia.

Da dove nascono i dubbi sulle ragioni della morte?
Dal fatto che i medici francesi hanno affermato che la morte è stata causata da un serio problema nella coagulazione del sangue di Arafat, senza però spiegare quale ne era la genesi.

Quali sono le teorie sulle ragioni del decesso?
Il medico personale di Arafat, Ashraf al-Kurdi, e il suo ex braccio destro Bassam Abu Sharif hanno parlato di avvelenamento, ma l’ex ministro degli Esteri palestinese Nabil Shaat lo ha escluso. Esperti medici israeliani nel 2005 hanno affermato che i sintomi di Arafat erano quelli dell’Aids, ma l’Anp ha sempre smentito.

Cosa c’è dietro le opposte versioni?
Chi sostiene la tesi dell’avvelenamento sospetta che il mandante sia Israele, e in particolare l’allora premier Ariel Sharon.

Israele può aver ucciso Arafat?
Yossi Melman, il reporter israeliano più informato sulle operazioni segrete dell’intelligence, afferma che Sharon era contrario all’eliminazione di Arafat perché riteneva che avrebbe giovato politicamente ai palestinesi.

Perché Suha ha aspettato quasi otto anni per consegnare ai medici svizzeri il capo di abbigliamento con il sangue di Arafat?
È una delle questioni che resta da chiarire. Si tratta di un tessuto che la moglie ha conservato per lunghi anni prima di consegnarlo ai laboratori svizzeri. La veridicità delle conclusioni di Losanna è stata comunque avvalorata dal presidente palestinese Mahmud Abbas, che ha autorizzato la riesumazione della salma.

Arafat temeva di essere avvelenato?
Era una delle sue costanti preoccupazioni. Ricordo che durante un’intervista fatta nel 1992 in una villetta di Tunisi immersa nei gelsomini, che all’epoca era il quartier generale dell’Olp, gli venne portato del riso bollito e lui chiese ad alcuni aiutanti di assaggiarlo. Arafat temeva tradimenti e aveva un costante timore di essere avvelenato con il cibo.

Chi erano i nemici di Arafat?
Arafat è il leader politico-militare che ha firmato l’uccisione del maggior numero di ebrei dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, dunque il suo maggiore nemico era lo Stato di Israele, ma ne aveva tanti anche nel mondo arabo. Dopo la firma degli accordi di pace di Camp David del 1993, la Siria guidava il fronte dei Paesi arabi che gli contestava di aver legittimato l’esistenza di Israele. Anche all’interno del fronte palestinese aveva degli avversari, a cominciare da Faruk Khaddum, che viveva a Damasco.

Verso chi si indirizzano i sospetti di Suha?
Suha, ed altri esponenti palestinesi, ha più volte affermato che Arafat potrebbe essere stato avvelenato da Israele, Stati Uniti o Francia. È uno dei sospetti più radicati fra i palestinesi.

Come sono i rapporti fra Suha e l’Autorità nazionale palestinese?
Altalenanti, a causa del perdurante contenzioso sulla suddivisione degli ingenti averi lasciati da Yasser Arafat.

Cosa può avvenire adesso?
La salma riesumata sarà esaminata da un team medico di fiducia di Suha e dell’Autorità nazionale palestinese. Se la tesi dell’avvelenamento dovesse essere confermata, l’Anp potrebbe chiedere un’indagine internazionale, che partirebbe dal riesame della documentazione medica presso l’ospedale di Clamart.

Quali sono i rischi maggiori?
In Medio Oriente è impossibile escludere qualsiasi scenario. Neanche il rischio di una guerra innescata da una riesumazione.

Arafat riesumato, indagini sull'avvelenamento

Corriere della sera

Ramallah, tre ore di lavoro per riportare alla luce la salma. Morto nel 2004, si sospetta una contaminazione da polonio

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A oltre otto anni dalla sua misteriosa e rapidissima morte nell'ospedale militare di Percy, alla periferia di Parigi, la salma di Yasser Arafat è stata riportata alla luce: alle 8,05 del mattino ora locale, le 7,05 italiane, dopo poco più di tre ore di lavori l'esumazione è stata completata sotto la supervisione di esperti svizzeri, francesi, russi e palestinesi nel mausoleo in pietra calcarea di Ramallah intitolato al fondatore dell'Olp e primo presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese.


I LAVORI - Massimo riserbo su tutta l'operazione da parte delle autorità palestinesi. Presente comunque alle operazioni, schermate agli occhi del pubblico da grandi teloni scuri, il muftì di Gerusalemme, Mohammed Hussein, giunto appositamente alla Muqatah, il complesso dove risiede il successore di Arafat alla guida dell'Anp, Mahmoud Abbas alias Abu Mazen, e sulla sommità del quale è stata issata per l'occasione un'enorme bandiera palestinese. Dai resti del leader palestinesi sono stati prelevati campioni organici, da sottoporre a complesse analisi di laboratorio per accertare se, come molti sospettano, nel novembre 2004 Arafat sia stato assassinato contaminandolo con polonio-210, un pericoloso isotopo radioattivo.






  • Arafat: gli ultimi giorni del Rais (27/11/2012)
  • Arafat: il 27 novembre la riesumazione del corpo (24/11/2012)
  • La Francia apre un'inchiesta sulla morte di Yasser Arafat (28/08/2012)


  • (Agi)
    Redazione Online27 novembre 2012 | 9:38

    A Londra arriva il faro salvavita per i ciclisti

    Corriere della sera

    Brevettato da una giovane designer un proiettore che impedisce alla bici di finire nell'angolo cieco degli specchietti

    Video : Il Blaze provato sulle strade di Londra


    LONDRA - Con i suoi 27 anni appena compiuti e l'aria sbarazzina da ragazza di buona famiglia, Emily Brooke, una designer inglese con la passione per la bici, sta scrivendo un capitolo nuovo nell'annosa disputa che, nel traffico urbano, oppone automobilisti e ciclisti. L'invenzione di Brooke - a mezza strada fra la tecnologia avveniristica e l'uovo di Colombo - è una lampada del tutto simile a quelle da manubrio che gli amanti delle due ruote già usano di sera, ma con una particolarità: ha un proiettore incorporato, che crea sull'asfalto il pittogramma verde, tipico del ciclista.


     Blaze, a Londra arriva la luce salvaciclisti Blaze, a Londra arriva la luce salvaciclisti Blaze, a Londra arriva la luce salvaciclisti Blaze, a Londra arriva la luce salvaciclisti Blaze, a Londra arriva la luce salvaciclisti


    «Blind spot» (o punto cieco) è una formula tecnica che suonerà astrusa, ma è esattamente ciò di cui automobilisti e ciclisti hanno il terrore, quando condividono la strada. È quella parte di campo visivo in cui il guidatore non vede il ciclista, nemmeno nel retrovisore (in sostanza, per una questione di dimensioni: non a caso è più grave per bus e camion). «Blaze», la lampada laser brevettata da Brooke quando ancora era una studentessa di Product Design all'università di Brighton, è appunto una possibile risposta al problema del «blind spot». Di più: è un invito ai ciclisti a farsi vedere. L'automobilista non può non scorgere la bici, che sì, è dietro l'auto, ma la cui icona proiettata è davanti l'auto, ondeggia, sfarfalla come un ologramma sul selciato.

    Quest'oggetto di 200 grammi, in alluminio, dal design pulito, è potenzialmente, un dispositivo salvavita. E non è un caso se tra i suoi sostenitori più appassionati ci sono gli autisti del bus di Brighton, che hanno testato il prototipo nelle scorse settimane. Anche il Corriere lo ha testato, per le strade della City a Londra: in anteprima, dato che la produzione su scala industriale partirà nella primavera 2013, per un prezzo al pubblico di 60 sterline (74 euro). Rientrata dagli Usa (dove si è perfezionata in gestione d'impresa) e in piena frenesia da start-up, Brooke ha appena lanciato «Blaze» sul sito di crowd funding Kickstarter per tentare di raccogliere 25mila sterline (più di 30mila euro) entro il 23 dicembre. Obiettivo ambizioso, ma Brooke è ottimista e anzi euforica, nel suo ufficetto condiviso di Cannon Street: «Se "Blaze" servisse a salvare almeno una vita sulla strada, ecco, sarei una donna felice».

    Rino Pucci
    26 novembre 2012 (modifica il 27 novembre 2012)

    Addio al professor Murray, pioniere del trapianto di organi

    Corriere della sera

    Il chirurgo premio Nobel aveva 93 anni. È morto in seguito a un ictus. Fu il primo al mondo a eseguire un trapianto di rene
     
     Cattura
    È morto a Boston a 93 anni Joseph Murray, il chirurgo che portò a termine con successo il primo trapianto di rene e più tardi vinse un premio Nobel per i suoi studi in medicina e fisiologia.
    Murray è morto in seguito ad un ictus che lo ha colpito nei giorni scorsi. Murray e la sua equipe completarono il primo trapianto di organo umano nel 1954, prendendo un rene da un gemello omozigote e trapiantandolo sul suo fratello gemello, aprendo un nuovo territorio nella medicina. Murray proseguì la sua ricerca sulla soppressione della risposta immunitaria e vinse il Nobel per la Medicina nel 1990 insieme con Donnall Thomas.






    Nobel medicina al giapponese Yamanaka e al britannico Gurdon (08/10/2012)

    Morto il premio Nobel per la medicina (03/10/2011)


    Redazione Online27 novembre 2012 | 8:15

    Supercaccia F-35, gli Stati Uniti "raddoppiano" la produzione a Cameri

    La Stampa

    Possibili altri 500 posti di lavoro. L’attività è prevista per 40 anni

    luigi grassia


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    L’acquisto di 90 cacciambombardieri F-35 è molto contestato in Italia (per ragioni di bilancio o per spirito di pace) ma mentre se ne parla l’Alenia Aermacchi sta negoziando con l’americana Lockheed Martin un quasi raddoppio della fabbrica di Cameri (Novara) per costruire qui non solo gli F-35 destinati all’Italia e all’Europa ma anche una parte di quelli che poi equipaggeranno l’Aeronautica militare degli Stati Uniti; se questo succederà, in Italia ci saranno altre 500 assunzioni fra lo stabilimento di Cameri e le fabbriche dell’indotto, che si aggiungono ai 600 lavoratori (più l’indotto) previsti fin d’ora per quando l’impianto sarà a regime.

    La notizia è in uscita sul numero di Rid (Rivista italiana difesa) del prossimi mese di dicembre. Il direttore Pietro Batacchi dice al telefono che «dalle notizie che ho, di fonte molto molto buona, gli americani preferiscono costruire più aerei a Cameri anziché ampliare lo stabilimento di Fort Worth in Texas». C’è l’interesse convergente dell’Alenia Aermacchi (il polo aeronautico di Finmeccanica) quindi la cosa si farà, se non interviene uno stop politico (legittimo, purché si sappia a che cosa si va incontro). Secondo Batacchi se le forse armate italiane tagliassero ancora i loro acquisti di F-35, già ridotti da 131 a 90, «l’espansione produttiva a Cameri sarebbe a rischio»

    .La fabbrica di Cameri ha una capacità produttiva di ventiquattro F-35 all’anno e per adesso il programma di costruzioni non satura le sue capacità. I cacciabombardieri F-35 verranno costruiti in 2 mila esemplari in 20 anni e frutteranno lavoro e introiti ai costruttori per 40 anni con la manutenzione e gli aggiornamenti tecnologici, perché gli aerei di oggi non sono più oggetti costruiti una volta per tutte nella forma in cui escono dalle fabbriche, sono invece delle piattaforme tecnologiche in continua evoluzione. Lo stabilimento di Cameri è l’unico degli F-35 al di fuori degli Stati Uniti; forse se ne farà uno anche in Giappone ma per adesso c’è solo Cameri.

    Napoli, all'ospedale mancano i posti letto? "Usate i materassi a terra"

    Nico Di Giuseppe - Mar, 27/11/2012 - 09:40

    Una disposizione del direttore sanitario dell'ospedale Pellegrini di Napoli "autorizza il ricovero direttamente in pronto soccorso utilizzando i materassi sanificati anche senza letto"

    Mancano i posti letto? Mettete pure i materassi a terra e ricoverati i pazienti.


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    L'utimo paradosso della malasanità è scritto in una circolare interna diramata dalla direzione sanitaria dell'ospedale Pellegrini di Napoli. E ha mandato su tutte le furie i medici che vi lavorano. "In caso di ricovero urgente, in caso di negatività della ricerca di posti letto sul territorio e in assenza di letti di degenza e di barelle disponibili nel Presidio, si autorizza il ricovero dei pazienti direttamente in Pronto soccorso utilizzando i materassi sanificati anche senza letto", si legge nella disposizione firmata dal direttore sanitario Michele Ferrara. Insomma, in caso di necessità, il dottore dovrebbe effettuare i ricoveri direttamente per terra su materassi incellophanatati, quando non sono sporchi o già utilizzati.

    "È una cosa scandalosa, la direzione sta scaricando la responsabilità di questa situazione disastrosa sulle spalle dei medici. Non siamo un Paese in guerra, in questo modo viene messa sotto i piedi la dignità dei medici e dei pazienti", dicono i medici del pronto soccorso. Al momento, i ricoveri in barella al nosocomio napoletano sono circa una trentina, sei dei quali in pronto soccorso. Nella serata di ieri, all’arrivo dell’ambulanza con una donna colta da infarto, i medici sono stati costretti a visitarla direttamente sulla lettiga del 118 tenendo anche bloccato l’automezzo.

    Normale amministrazione in un ospedale di frontiera in cui i pazienti in pronto soccorso aspettano anche 12 ore, denunciano i sanitari. "Se davvero saremo costretti a queste pratiche di ricovero oscene piuttosto il paziente me lo porto a casa. Oppure commetterò un reato e andrò a occupare il day surgery nuovo e mai aperto e li sistemerò lì", dice un altro camice bianco.

    Il direttore sanitario che ha firmato la disposizione ha cercato di spiegare: "La mia autorizzazione è a tenere i pazienti ricoverati in un ambiente protetto anche in assenza di posti letto". Come? "Su dei materassi nuovi da adagiare su letti recuperati dai depositi". Una dichiarazione che però non ha convinto i medici, in quanto "in ospedale non esiste un deposito, ne abbiamo solo uno per gli oggetti fuori uso da dove abbiamo già preso tutto quello che si poteva utilizzare. È chiaro che viene scaricata la responsabilità sulle nostre spalle, ma visitare e ricoverare i pazienti per terra è una pratica assolutamente non igienica e a dir poco scandalosa".

    Pechino castiga le famiglie dei “bonzi”

    La Stampa
    ilaria maria sala


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    Punizioni sempre più severe per i familiari di chi si autoimmola in Tibet, e perfino per gli interi villaggi da cui provengono coloro che scelgono di darsi fuoco come protesta contro il controllo cinese. Questi casi, ormai quasi 80, sono descritti dalla propaganda nazionale come «tentativi di destabilizzare e dividere il Paese» orchestrati dal governo tibetano in esilio, nei confronti dei quali Pechino sta rispondendo con ulteriore repressione. Secondo un documento delle autorità cinesi nella regione tibetana di Malho (Huangnan in cinese) nel Tibet orientale (dove sono avvenute la maggior parte delle autoimmolazioni), che è stato visto da «La Stampa», le punizioni saranno d’ora in poi collettive.

    Incolpando senza tentennamenti il «gruppo del Dalai» per tutte le autoimmolazioni, la circolare di Partito richiede la massima attenzione a questi punti: uno, che ogni località, dipartimento e ufficio (della regione) prenda misure immediate per cancellare ogni tipo di beneficio statale ricevuto dai familiari di chi si è autoimmolato - il che include, dice il documento, «i sussidi di disoccupazione, gli aiuti per le catastrofi naturali etc.», aggiungendo che «tutti i programmi statali nei villaggi di chi si è immolato devono essere interrotti, rivisti e cancellati».

    La responsabilità per non aver saputo prevenire le autoimmolazioni, descritte come «nocive all’armonia sociale», sarà condivisa anche dai funzionari locali, che dovranno essere messi sotto indagine da parte del Comitato di Partito e pubblicamente criticati. Le località in cui si sono avuti «multipli incidenti che provocano instabilità» - ovvero, le autoimmolazioni - saranno invece private di fondi governativi per tre anni, mentre i funzionari locali saranno sospesi e indagati dal Comitato di disciplina del Partito, recita il documento.

    Il punto due della circolare prevede invece che a essere presi di mira siano tutti quegli individui che decidono di recarsi dalle famiglie di chi si è autoimmolato recando offerte, condoglianze, o anche solo per offrire i loro rispetti: questi individui dovranno essere «educati», e dovrà essere loro spiegato che le loro azioni sono «sbagliate, e avranno serie conseguenze».

    Chi si rifiutasse di ascoltare deve essere «strettamente represso»: questo, per evitare che chi sceglie il suicidio di protesta possa essere celebrato come un eroe. I punti successivi della circolare si soffermano invece sul modo in cui le punizioni devono essere distribuite tanto alle famiglie che ai villaggi, che a chi all’interno di essi mostra ammirazione o rispetto per gli autoimmolatisi. In conclusione, la circolare richiede che tutti i funzionari debbano fare il possibile per pubblicizzare il testo in questione e vederlo rispettato. 

    Geronzi svela 30 anni di trame: "Così si muovono i poteri forti"

    Nicola Porro - Mar, 27/11/2012 - 08:57

    Dalla cacciata di Mieli dal Corriere all'arrivo di de Bortoli, voluto da Bazoli, fino alla crisi di Mediobanca, ormai "inadeguata". Ecco la storia di una finanza che si rivela però piccina, piccina

    Il libro, bisogna dirlo subito, è decisamente per addetti ai lavori. Una lunga intervista (ma è qualcosa di più) realizzata dal giornalista Massimo Mucchetti a Cesare Geronzi.


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    Confiteor (Feltrinelli, 362 pagine) è il titolo. Più che di una confessione è una piccola battaglia da punti di vista diversi e che tali rimangono fino all'ultima pagina sugli ultimi trent'anni del salotto buono della finanza. La parte più noiosa è quella storica, dell'ascesa e della carriera del banchiere romano: si può saltare a piè pari. Fulminanti invece i capitoli più recenti che riguardano «la congiura di Generali» che portò, appunto all'estromissione di Geronzi dalla presidenza della prestigiosa compagnia assicurativa triestina, e tutti i passaggi che riguardano gli attuali manager di Mediobanca e le diverse battaglie delle successioni al Corriere della Sera.

    Mettiamo subito le cose in chiaro. Geronzi dice ciò che gli è sempre stato attribuito: non sopporta i ragazzi di Mediobanca, e in specie il suo amministratore delegato, Alberto Nagel. È piuttosto abile su Della Valle. Fu in fondo proprio Mr Tod's a iniziare la danza contro il banchiere di Marino. Ma in modo sottile e dunque sprezzante Geronzi ritiene che «più che un mandante sia un mandato». Il ruolo decisivo per la sua estromissione dalle Generali l'avrebbero però avuto i ricchi signori della De Agostini, capitanati da Lorenzo Pellicioli. Geronzi racconta per filo e per segno (e per addetti ai lavori, appunto) come e dove nasce quel disegno. E tutti i conflitti di interesse che l'ex gruppo editoriale avrebbe alimentato con Generali: dall'acquisto e rivendita delle assicurazioni Toro, ai rapporti con finanzieri stranieri.

    Il messaggio che vuol mandare è semplice (e probabilmente su questo il punto di vista con l'intervistatore non diverge): la totale inadeguatezza di Mediobanca ad affrontare le sfide del futuro e la crisi del presente. Qualcosa di simile, ma per strade terze, lo stesso Mucchetti ha indirettamente sostenuto, parlando della necessità di fondere Unicredit e Intesa: ipotesi che poi azionisti e manager delle banche interessate hanno definito inesistente. Un banchiere - soprattutto uno come Geronzi - che parla è un evento raro, rarissimo: da non perdere tutto il tira e molla per la successione alla seconda direzione di Paolo Mieli dal Corriere. E i pranzi e gli incontri. Un capitolo di ricostruzioni che il Geronzi di ieri avrebbe sdegnosamente rifiutato anche solo di accennare. Ma oggi è tutto scritto.

    Con quel favoloso incontro tra Montezemolo e Nanni Bazoli, Geronzi artefice, per perorare la causa di Carlo Rossella alla direzione del Corrierone. Ma per un non addetto ai lavori emerge un impasto mal lievitato. È difficile capire dove inizia la verità e dove finisca la rivendicazione, è impossibile capire quanti dettagli siano stati occultati e quanti ingigantiti. Resta un affresco di quell'Italia delle relazioni, in cui tutto si tiene. In cui l'attuale ministro Passera entra nella stanza di Nanni e dice: ma già che ci siamo teniamoci Mieli. In cui Della Valle, grande sponsor della candidatura dei Rossella, non si sarebbe neanche presentato al cda di Rcs, in cui poi alla fine e all'unanimità passò il candidato di Bazoli, e cioè Ferruccio de Bortoli.

    Leggi il libro di Geronzi intervistato da Mucchetti e poi pensi che quella Rcs e quei banchieri e quegli advisor e quegli interessi e quei politici e quei ministri e tutto quello che volete voi ci hanno consegnato un gruppo editoriale che in nove mesi ha bruciato quasi 400 milioni. Sí certo, il solito qualunquismo da quattro soldi. Ma dopo 360 pagine di trame, in fondo ti viene in mente che in tutte le parti del mondo la finanza è secretive. Ma piccolina e circoscritta come la nostra, non ce n'è.