giovedì 29 novembre 2012

Un'atomica sulla Luna»: il piano segreto Usa durante la guerra fredda

Corriere della sera

Il progetto del 1958 dopo il lancio dello Sputnik sovietico: un'esplosione nucleare visibile dalla Terra

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Dalla corsa allo spazio lanciata negli anni Cinquanta fino alle guerre stellari annunciate da Ronald Reagan agli inizi degli anni Ottanta, il periodo della guerra fredda ha stimolato fortemente l'immaginazione degli amanti della fantascienza. Eppure neppure il più ardito tra questi avrebbe potuto ipotizzare che tra i progetti sviluppati dalle due superpotenze ci fosse anche quello di bombardare la Luna unicamente per dimostrare la propria potenza.

MISSIONE - La missione sarebbe stata elaborata dalla United States Air Force, l’Aeronautica militare americana, nel 1958, all'indomani del lancio dello Sputnik, per intimidire l'Unione Sovietica e galvanizzare la propria opinione pubblica. Del progetto chiamato «A 119» si è sentito parlare per la prima volta solo nel 2000 quando il fisico Leonard Reiffel, ex collaboratore di Enrico Fermi e vice direttore della Nasa al tempo del programma Apollo, in un'intervista all'Observer, raccontò alcuni particolari molto significativi del piano.

Nei giorni scorsi i quotidiani internazionali sono ritornati sulla storia soffermandosi sull'ex documento top secret di 190 pagine, Study of Lunar Research Flights, Volume I, ora disponibile online. Il progetto, che partiva dai calcoli del giovanissimo astronomo Carl Sagan, prevedeva di lanciare un missile nucleare sul satellite lunare in modo da provocare una tremenda esplosione visibile dalla Terra per dimostrare ai sovietici la potenza distruttiva delle armi americane: «Le esplosioni nucleari sul territorio lunare sono parte di questo rapporto», recita il documento, «assieme a informazioni scientifiche che potrebbero essere ottenute da queste esplosioni».

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IL PIANO ABORTITO - Alla fine però il piano non fu mai portato a termine perché, secondo gli studiosi, le conseguenze sarebbero state disastrose se la missione non fosse riuscita. Inoltre gli scienziati temevano che la contaminazione della Luna con materiale radioattivo potesse provocare danni ingenti alla Terra. Il fisico Reiffel, nell'intervista all'Observer, dichiarò di non sapere i reali motivi per cui il progetto fu improvvisamente abbandonato, ma suggerì che quella fosse la decisione giusta: «Per fortuna cambiarono idea», dichiarò lo studioso al domenicale britannico.

«Inorridisco al pensiero che un tale progetto fu preso in considerazione solo per influenzare l'opinione pubblica». Lo scrittore americano Richard Rhodes, vincitore del National Book Award nel 1987 con l'opera L'invenzione della bomba atomica, dichiara all'Huffington Postdi non aver mai sentito parlato del progetto «A 119», ma si mostra scettico sulla riuscita della missione: «È davvero difficile immaginare che i razzi dell’epoca potessero superare l’orbita terrestre e colpire la Luna». Da parte sua l'Aeronautica militare americana non ha voluto partecipare al dibattito e sin dal 2000 ha preferito trincerarsi dietro il più classico dei no comment.

Francesco Tortora29 novembre 2012 | 15:36

Torniamo a piantare i «monumenti verdi»

Corriere della sera

Racconti e leggende all’ombra degli alberi secolari che l’uomo non sa più coltivare. E pochi sanno proteggere

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Nella foresta reale di Sherwood, cuore storico della Gran Bretagna, il Major Oak sotto le cui chiome leggenda vuole che si nascondesse Robin Hood è ancora saldamente in piedi. Anzi, sulle sue radici. I custodi del parco raccolgono i turisti attorno all’albero millenario e raccontano una storia: «La quercia ci mette 300 anni per crescere, poi riposa 300 anni e per altri 300 declina con grazia». In alcuni casi fortunati, vive anche di più. Com’è successo alla quercia dell’eroe popolare inglese. La morte improvvisa della pianta, in natura, non esiste. Avviene solo quando l’uomo arriva con la motosega o qualcosa di più subdolo e silenzioso.

Gli alberi monumentali italiani Gli alberi monumentali italiani Gli alberi monumentali italiani Gli alberi monumentali italiani Gli alberi monumentali italiani

L’ippocastano di Anna Frank. I pochi alberi che vengono ancora messi a dimora nelle città del mondo hanno una durata media di 8 anni, senza grosse differenze tra Milano e New York. Otto anni, un soffio. Tant’è che gli americani, pragmatici come sono, da tempo scelgono come arredo urbano soltanto individui di specie che crescono velocemente, salici e pioppi, per poi sostituirli dopo pochi anni. «C’è qualcosa che non va e non può essere soltanto l’inquinamento», avvertono gli arboricoltori. Basta guardare l’aspetto fragile dei filari che dovrebbero rallegrare le nostre piazze, con le radici strizzate in buchi nel cemento o i rami amputati per non far ombra alle case.

Poco sole, tanto smog. E poi traffico, vibrazioni, rumore, potature estreme che tolgono vigore. Nessuno dei nostri nuovi alberi urbani, probabilmente, arriverà alle venerande età dei Monumentali, piante centenarie, imponenti, che hanno fatto la storia del nostro pianeta e anche delle nostre religioni, più antichi dei santi e di Cristo. Come gli olivastri di Luras, provincia di Sassari, 3.500 anni compiuti, che ancora oggi combattono con i venti della Sardegna, accompagnando il genere umano silenziosi e pazienti. Alla «cultura, filosofia e tecnica dei Veterani», nei giorni scorsi, Varese ha dedicato un convegno internazionale che ha riunito nella «città giardino» esperti da tutto il mondo.

Il suo promotore, Daniele Zanzi, è uno di quei rari uomini che pensano sia meglio deviare una strada piuttosto che abbattere un albero. Soprattutto se racconta una storia. Con questo spirito ha salvato l’ippocastano secolare che Anna Frank guardava dalla sua finestra di prigionia ad Amsterdam, unico contatto visivo con il mondo esterno occupato dai nazisti («Il nostro ippocastano quest’anno è coperto di foglie», scriveva nel diario, maggio 1944). Un simbolo, uno fra i tanti che Zanzi è chiamato a salvare.

Ricordare sotto le chiome. Monumento, dal latino monere, ricordare. Questo sono gli alberi, testimoni del nostro passato e, si spera, anche del nostro futuro. Eroi sopravvissuti a guerre, carestie, urbanizzazioni. Opere architettoniche viventi che anche il Corpo forestale italiano da anni individua e cataloga. Ogni regione e provincia ormai ha avviato il suo inventario, e quasi tutte si sono dotate di un regolamento per la tutela degli «alberi notevoli». Ma ancora non esiste una definizione unica a livello nazionale, e ancor meno internazionale. In Lombardia sono sei le caratteristiche che un albero deve avere per essere definito Monumentale: dimensione, rarità botanica, forma e portamento, valore paesaggistico, pregio in termini di architettura vegetale e legame con eventi storici.

La pianta sacra dell’universo. «Migliaia d’anni di vita caratterizzano a volte questi esemplari, come i 4 mila anni del mesopotamico cipresso di Zoroastro», racconta Francesco Decembrini, per oltre vent’anni direttore delle Giardinerie comunali di Merano, in Alto Adige, dove ha combattuto e vinto molte battaglie in nome del verde urbano. «In genere sono più antiche le aghifoglie rispetto alle latifoglie; di tanto in tanto nel mondo viene portata un po’ più in su l’asticella della vetustà: 4 mila, 6 mila, 8 mila anni adesso». Decembrini, che oltre a essere un paesaggista di fama internazionale è anche poeta e filosofo, però, va oltre: «Monumento significa ricordare, ed è questo aspetto che più mi interessa: la relazione dell’albero con noi uomini». Testimoni muti. Gli alberi sono da sempre testimoni muti della storia dell’umanità. Recentissima la ricerca del Cnr, in coordinamento con l’Istituto agrario di San Michele all’Adige sugli ulivi dell’orto Getsemani: hanno circa 900 anni e sono fratelli tra di loro; risalgono quindi al tempo delle Crociate. «Ora sappiamo tutto del loro Dna e stato di salute.

Forse derivano da polloni su ceppaie ancor più antiche che ci fanno sperare di avere, almeno come materiale genetico, gli ulivi che hanno visto le vicissitudini del Cristo». Gli alberi possono raccontarci molto di “chi siamo e da dove veniamo”. Basta saperli ascoltare. Alcuni degli alberi che ancora oggi popolano la nostra Terra esistevano già quando l’uomo iniziò a fondere il rame. E ben prima che arrivassero le religioni monoteiste le piante erano oggetto di culto, sopra tutti l’albero cosmico attorno al quale si organizzava l’universo, naturale e soprannaturale, fisico e metafisico. Come il frassino Ygdrasill. Ne abbiamo una descrizione attorno al 1200 in Islanda, ma è evidente che riflette mitologie nordiche precedenti. È il più grande e notevole degli alberi, i suoi rami si stendono al di sopra di tutti i mondi e raggiungono il cielo. Ricorda l’“albero della vita” immaginato nel film Avatar.

«Sono passati gli anni in cui si deviava una strada per salvare un albero, ma mi piace pensare che tornino tempi in cui si sappia sognare», conclude Decembrini. «All’inizio della mia carriera ho avuto un maestro che si chiamava Honek. A 85 anni piantava sequoie a Merano che non avrebbe mai visto crescere. Aveva i monumenti nell’anima e li ha trasferiti alle future generazioni. Se penso al futuro, sarebbe bello atterrare a Milano e vedere una Pianura Padana con qualche albero e non soltanto una distesa di monocolture. Non ci sono difficoltà oggettive nel fare questo: c’è sempre posto per un albero se si vuole trovarlo. Invece, tutto è più importante: strade, costruzioni, infrastrutture sopra e sotto il suolo. L’albero oggi è un eroe del nostro paesaggio e delle nostre città perché per risparmiarlo si è rinunciato ad altro».

Colosseo vegetale. Non tutti gli alberi millenari presenti sul suolo italiano sono stati catalogati nel censimento del Corpo Forestale – «altrimenti non si spiega come mai Varese ne ha 150 e Mantova e Cremona soltanto tre», dice Zanzi – e non tutti godono di uguale protezione. L’Emilia Romagna si fa carico da vent’anni delle spese di manutenzione anche se l’albero è in un giardino privato, in Lombardia no. Nel mondo va anche peggio. Se il vecchio Generale Sherman della California, una sequoia del peso di 5 mila tonnellate, l’organismo vivente più massivo al mondo, è coccolato e accudito dai rangers del Sequoia National Park manco fosse il Colosseo di Roma, nei Paesi in via di sviluppo i Monumentali sono soltanto ciò che si vede: legna da ardere. Con qualche magica eccezione. Per esempio, in Madagascar gli animisti recintano e venerano alcuni alberi, considerati sacri, ai quali non possono avvicinarsi e che non possono neppure guardare.

Come la Torre Eiffel. Contando gli anelli del tronco e, oggi, analizzando il suo Dna, si riesce a stabilire l’età di un albero. Come fanno a vivere così a lungo, a volte con immense cavità all’interno dei loro tronchi, che spesso spingono gli amministratori a chiederne l’abbattimento? In realtà anche la Tour Eiffel è cava eppure ha un’ottima stabilità, un trionfo dell’ingegneria moderna. Questa stabilità, nell’albero, è garantita naturalmente dal fatto che la pianta continua a crescere in ampiezza, un anello per volta, come se un cono si sovrapponesse al precedente permettendo all’albero di “guardare avanti” e scordarsi delle sue parti vecchie.

«L’importante è che continui ad avere l’energia necessaria dal Sole», spiega Zanzi, svelando un altro “trucchetto” della natura: «Prendiamo il Generale Sherman: se dovesse alimentare tutta la sua massa per stare in piedi, crescere, fare i frutti, avrebbe bisogno di una quantità di energia solare enorme, impensabile. Per sopravvivere, invece, fa come gli antichi egizi e si imbalsama al suo interno. Una parte consistente del proprio corpo, all’interno del tronco, è in uno stato di quiescenza; soltanto lo strato esterno resta attivo e richiede energia. È un meccanismo che funziona per tutti gli alberi».

Saggezza indigena. L’Australia vanta molti alberi nativi millenari, e forse il più vecchio al mondo, una pianta che secondo alcuni esperti ha compiuto oltre 10 mila anni d’età. Nella regione di Victoria e sull’isola di Tasmania, poi, s’innalzano gli alberi fioriti più alti del mondo, gli Eucalyptus regnans. Cosa li minaccia in natura? Praticamente nulla, sostiene Nicholas Rivett, tra i maggiori esperti arboricoltori del Paese oceanico: «Un albero può morire soltanto per fame, cioè quando gli viene a mancare l’energia prodotta attraverso la fotosintesi clorofilliana.

Ma questo avviene solo in condizioni climatiche estreme. La peggior minaccia per gli alberi, ma anche per gli esseri umani è, invece, la Nature Deficit Syndrome (sindrome da deficit di natura): la maggior parte della popolazione occidentale o urbana ha perso la consapevolezza di appartenere a un Three Dimensional Webwork of Life, una rete vitale tridimensionale. Allo stato di natura, ormai, sopravvivono poche piante sul nostro pianeta, l’intrusione umana le ha quasi tutte trasformate in “piante domestiche” di cui bisogna prendersi cura affinché possano sopravvivere in un ambiente antropizzato. Come succede al nostro micio o cane di casa».

Gli anni delle piante. Foreste squarciate da strade, ferrovie, linee elettriche, recinzioni. Non è sempre andata così. Sicuramente non in Australia. «I nativi australiani sono uno dei più antichi e civilizzati popoli del mondo, con una storia di 50 mila anni alle spalle. Il segreto della loro longevità è l’aver compreso che sono loro ad appartenere alla Terra, non viceversa», racconta Rivett. Una regola che vale anche per gli alberi, monumenti alla vita che ci sovrastano per età ed esperienza, veri e propri scrigni di diversità genetica. «Dobbiamo imparare a contare la loro vita come facciamo per i cani: sappiamo che un anno di vita del cane equivale a sette anni di vita dell’uomo. Bene, per gli alberi bisogna aumentare il rapporto: cento anni della vita umana equivalgono a mille anni di vita di un albero. Solo quando sapremo fare i relativi conti, capiremo fino in fondo qual è la vera storia di un albero». Interessante anche l’esperienza dei Paesi scandinavi, in gran parte coperti da foreste selvagge.

«In Norvegia gli alberi veterani più antichi sono querce, alcune millenarie, ma anche olmi e tigli di 500-800 anni», spiega Glen Read, figura carismatica dell’arboricoltura europea, fondatore dell’European Arboricultural Council. Il pericolo, anche nel freddo e grande Nord, viene più facilmente dall’uomo che non dalla natura: «Sono alberi sopravvissuti nei secoli a drastici cambiamenti climatici e atmosferici. Molti sono nascosti nel paesaggio, in aree dove c’è poca o nessuna esperienza di arboricoltura e questo è forse la peggior minaccia: una cura sbagliata può anche ucciderli. Ma anche laddove la civilizzazione e l’urbanizzazione premono, gli alberi soffrono». Una nuova cultura dell’albero è necessaria e dovuta, concorda Read. «Sono sicuramente auspicabili progetti e finanziamenti europei destinati alla protezione e alla cura dei Monumentali ma il loro futuro sarà garantito soltanto se le comunità locali arriveranno a comprendere la loro importanza e il loro valore».


Sara Gandolfi
27 novembre 2012 (modifica il 29 novembre 2012)

Il poliziotto che commuove N ew York Stivali caldi al senzatetto scalzo

Corriere della sera

Times Square, lo scatto col cellulare di una donna dell'Arizona

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A quasi 400 mila persone «piace questo elemento». È la risposta degli internauti alla foto pubblicata dal Dipartimento di polizia di New York ,
il Nypd, sul suo profilo di Facebook. Il 14 novembre scorso, Jennifer Foster dell’Arizona, era in visita a Times Square, quando ha catturato col suo cellulare una scena che sul web è già diventata un successo. E che sta commuovendo gli americani.

BUON SAMARITANO - Il protagonista della vicenda è l’ufficiale di polizia Lawrence Deprimo, 25 anni di Long Island. Il gesto che l’ha reso famoso nottetempo? Non è straordinario, ma di cuore. In una notte di freddo nella Grande Mela ha regalato un paio di stivali nuovi di zecca ad un senzatetto scalzo. «Quel momento mi ha ricordato mio padre -, ha spiegato l’autrice dello scatto al New York Times -, un poliziotto di Phoenix che aveva comprato del cibo per un clochard». Foster ha spedito la foto al Dipartimento di polizia di New York che a inizio settimana l’ha caricata sul proprio profilo di Facebook. Ebbene, nel giro di poche ore, quell’immagine è stata cliccata quasi 2 milioni di volte, 20 mila sono i commenti.

SUCCESSO SU INTERNET - Intervistato dal Times, l’agente ha raccontato quella serata di pattuglia nel West Village: «Si congelava quella notte e si potevano vedere le vesciche ai piedi dell'uomo». Aggiunge Deprimo: «Benché io avessi due paia di calzini, continuavo a soffrire il freddo». I due hanno cominciato a chiacchierare; il poliziotto ha poi scoperto quale numero di scarpe portasse il senzatetto. Senza pensarci troppo si è dunque diretto verso un negozio di calzature è ha acquistato degli stivali e delle calze termiche. Costo: 75 dollari, con uno sconto del 25% anche grazie alla disponibilità del negoziante. Per quanto riguarda il clochard, Deprimo ha rivelato di non sapere come si chiamasse. Ha tuttavia detto che è stato il «signore più educato che avessi mai incontrato» rimarcando che il suo volto si è illuminato quando ha visto gli stivali. «Era come se gli avessi appena dato un milione di dollari».

Elmar Burchia
29 novembre 2012 | 13:44

Il miglior posto dove nascere? La Svizzera

Corriere della sera

Sul podio anche l'Australia e la Norvegia. Ultima la Nigeria L'Italia si piazza al 21esimo posto. Sorprende l'Irlanda
La Svizzera da una parte, la Nigeria agli antipodi e in mezzo il resto del mondo civilizzato, con gli Stati Uniti meglio del Giappone ma peggio del Canada e l’Italia vincente su Gran Bretagna e Francia ma sconfitta da Israele e Germania. Sono ottanta i Paesi messi in fila dall’Economist Intelligence Unit (EIU), consorella dell'Economist, nella classifica dedicata ai posti più indicati dove venire al mondo nel 2013, così da garantirsi una vita il più possibile sana e prosperosa negli anni a venire.



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I CRITERI - Stilata tenendo conto di ben undici indicatori statistici di rilievo (fra cui il tasso di criminalità, la fiducia nelle pubbliche istituzioni, la ricchezza personale, l’andamento dell’economia mondiale e le previsioni di reddito pro-capite del 2030, ovvero quando i bambini di domani diventeranno adulti) e fatta base 10 come voto massimo, l’indagine ha eletto la Svizzera il posto preferito dove nascere con un quasi inarrivabile 8,22; poco più indietro, ma sempre con un voto superiore all’8, si sono invece piazzate Australia (8,12), Norvegia (8,09), Svezia (8,02) e Danimarca (8,01), mentre a chiudere la top-10 troviamo Canada e Hong Kong, rispettivamente con 7,81 e 7,80.

Ma se la prima parte della graduatoria non rappresenta tutto sommato una sorpresa, perché diversi studi precedenti avevano già confermato la superiorità dei paesi del Nord Europa quanto a qualità di vita e prospettive future, altrettanto non si può dire per la seconda parte della lista, perché che l’Irlanda (attanagliata da una crisi economica senza precedenti) sia stata classificata quattro posti prima degli Stati Uniti (che nel 1998 vinsero il titolo di posto migliore del mondo dove crescere e ora sono sedicesimi insieme con la Germania) e addirittura quindici prima della Gran Bretagna (ventisettesima con un punteggio di 7,1) ha fatto sollevare ben più di un sopracciglio e non solo Oltremanica.

L'ITALIA - Quanto all’Italia, il Belpaese è al ventunesimo posto con un lusinghiero 7,21, che la pone al di sopra non solo di un colosso come il Giappone (venticinquesimo con 7,08) ma anche delle cosiddette “BRIC” (acronimo coniato ad indicare le economie in ascesa di Brasile, Russia, India e Cina), relegate fra il trentasettesimo posto del Brasile (il solo sufficiente con 6,52) e il settantaduesimo della Russia (che si becca 5,31), mentre la Grecia, malgrado la grave recessione, riesce comunque ad ottenere un discreto 6,65 e a piazzarsi entro le prime 40. Come detto, il fanalino di coda è la Nigeria con un misero 4,74, di poco inferiore al 4,91 del Kenya e al 4,98 dell’Ucraina: ovvero, gli ultimi tre posti al mondo dove è consigliabile nascere nel 2013. E forse non solo allora.


Simona Marchetti
29 novembre 2012 | 12:50

Il «Cherokee» salvato da Google ed Apple

Corriere della sera

Il dialetto indiano è tra le 57 lingue disponibili in Gmail  e dal 2010 è tra i linguaggi disponibili su iPhone e iPad


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MILANO - Dalle riserve indiane al web: nella lista delle 57 lingue disponibili per gestire l’account Gmail ha fatto capolino da poco anche il cherokee. La lingua, parlata solo dall’omonimo popolo nativo americano, è l’unica del ceppo irochese del Sud degli Stati Uniti ancora utilizzata. Nella vita di tutti i giorni solo poche persone la usano: la comunità cherokee conta circa 300 mila membri, dei quali solo 20 mila parlano la lingua tradizionale.


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Sul Web, invece, la parlata cherokee è preservata e “sponsorizzata” dai big della Rete. Da pochi giorni l’email di Google ha ampliato l’elenco delle lingue di utilizzo, inserendo anche il cherokee. Ma non è stata una sorpresa: il colosso di Mountain View già nel marzo 2011 aveva introdotto la parlata dei nativi americani fra le lingue a disposizione del motore di ricerca Google. La prima ad avere un occhio di riguardo per il cherokee, però, è stata Apple.

Che dal dicembre 2010 l’ha inserita fra le lingue disponibili su iPhone e iPad. Decisioni in controtendenza con l’utilizzo delle lingue su internet, dove le lingue meno parlate rischiano l’estinzione. Secondo lo studio “Europe’s Languages in the Digital Age”, condotto dall’associazione Meta-Net e pubblicato a settembre, le lingue europee meno utilizzate rischiano di sparire a breve dalla Rete. In prima fila ci sono l’islandese, il lettone, il lituano e il maltese. Ma anche l’italiano sarebbe in pericolo. E il cherokee? “Salvato” (per ora) dalle grandi società proprio perché a rischio estinzione: grazie a Google e Apple si cerca di incoraggiare i nativi americani ad utilizzare la lingua tradizionale nella vita di tutti i giorni.


Greta Sclaunich
28 novembre 2012 (modifica il 29 novembre 2012)

Il bluff di Grillo: ai suoi deputati stipendi da nababbi

Libero

Il leader del Movimento Cinque Stelle scrive le regole per i futuri deputati: indennità dimezzata, ma restano tutti i benefit. Che tradotto vuol dire un risparmio per ogni onorevole di soli 2.500 euro


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La guerra ai benefit della casta di Beppe Grillo è solo un bluff. Una volta eletti i futuri deputati del Movimento Cinque Stelle ne beneficeranno come tutti gli altri. La loro busta paga conterrà infatti uno stipendio di 5000 euro lordi, più tutti i bonus accessori. A scriverlo, nero su bianco sul blog, lo stesso Grillo: “L’indennità parlamentare percepita – si legge – dovrà essere di 5 mila euro lordi mensili (oggi è pari a 10.435 euro lordi mensili), il residuo dovrà essere restituito allo Stato insieme all’assegno di solidarietà (detto anche di fine mandato). I parlamentari avranno comunque diritto a ogni altra voce di rimborso tra cui diaria a titolo di rimborso delle spese a Roma, rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, benefit per le spese di trasporto e di viaggio, somma forfettaria annua per spese telefoniche e trattamento pensionistico con sistema di calcolo contributivo”.

Un risparmio irrisorio - E così il risparmio netto per ogni onorevole si tradurrà in circa 2500 euro. Troppo poco per il consigliere regionale Giovanni Favia che su Fb scrive: "Non vorrei che la differenza tra un parlamentare tradizionale ed uno 5 Stelle sia 14.000 contro 11.000 euro mensili". "E' come se io - spiega -, oltre al mio stipendio autoridotto (2.700 euro, ndr), mi tenessi la diaria a forfait di 2.200 euro netti mensili. Non sono d'accordo. La politica è abituata ai rimborsi a forfait, le aziende a pie' di lista. Noi del M5S ci siamo sempre comportati come i secondi. Sono certo si tratti di un malinteso". "La nostra parola d'ordine - ricorda - è togliere i soldi dalla politica, in nome di passione, onore e servizio civile. Levare l'osso al cane, è la medicina per ripulire la politica e per riconoscere gli approfittatori. Chi pensa che non basti uno stipendio pulito da 3.000 euro, più i rimborsi 'a ricevuta', più le convenzioni per vitto ed alloggio, più le card gratis per viaggiare in treno aereo, etc... può anche non candidarsi con noi". Secondo il consigliere regionale Favia, ogni spesa dovrà essere certificata con scontrini e fatture, e andrà evitato qualsiasi tipo di rimborso fisso.

Blitz animalista contro i mattoncini Lego «Costruzioni circo e zoo sono diseducative»

Corriere della sera

L'associazione Centopercentoanimalisti: «Chiediamo alla Lego di ritirare le confezioni abberranti»


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MILANO - Blitz dell'associazione «Centopercentoanimalisti» contro i mattoncini colorati della Lego. Nella notte tra mercoledì e giovedì un gruppo di animalisti ha affisso manifesti a favore della liberazione degli animali in cattività e uno striscione sulla sede della Lego spa a Lainate (Milano). La nota casa di giocattoli è sotto accusa per le costruzioni che riproducono il circo e lo zoo: «Ci chiediamo come un nome prestigioso come la Lego possa aver partorito l’idea di produrre costruzioni diseducative di questo livello - è scritto sul forum dell'associazione - I bambini penseranno che sia "naturale" per gli animali essere strappati alla loro natura per finire detenuti in uno zoo, i bambini penseranno che sia "normale" vedere animali rinchiusi nelle gabbie e costretti con la violenza a esibirsi davanti a un pubblico. Chiediamo alla Lego che faccia un passo indietro, si renda conto dell'enorme danno che fa agli animali e ritiri dal mercato le confezioni aberranti».


Redazione Milano online29 novembre 2012 | 11:31

Ecco il manuale per annullare gli atti del Fisco

Libero

Prima di ricorrere al giudice, il contribuente può contestare le cartelle pazze con una semplice domanda. Ecco come si fa

di Claudio Antonelli 


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Esisteva un modo di dire tra gli esperti tributaristi. «Italia, paradiso del sommerso e inferno dell’emerso». La prima parte non è quasi più vera. Mentre la seconda ancora permane nell’immaginario comune del contribuente e molto spesso nella realtà dei fatti. Dalle cartelle pazze fino a procedimenti automatizzati che spesso fanno di tutta l’erba  un fascio, le storie di ordinaria (in)giustizia sono infinite. Bisogna però riconoscere che con la mediazione tributaria (pur con un terribile vizio di forma: il giudice è lo stesso ufficio che accusa) l’Erario ha voluto e vuole dare nuovo input alla semplificazione. Cioè rendere meno infernale l’inferno dell’emerso. Così come ha licenza di aprire tavoli di trattative per recuperare più in fretta soldi evasi, può da solo ammettere un errore fatto e stoppare l’eventuale contenzioso. Uno dei cardini della mediazione (anche se lo strumento è pre-esistente) è infatti l’autotutela.

La procedura  Quando a un contribuente viene recapitata una cartella di pagamento, che risulta essere sbagliata, o addirittura vengono richieste somme già pagate con un ravvedimento fatto di recente, è bene muoversi al più presto. Il cittadino che vuole contestare il contenuto e la somma da pagare scritta nella cartella può infatti avvalersi dell’autotutela che è uno strumento utile sia per l’Amministrazione finanziaria, sia per il contribuente in quanto si possono in questo modo effettuare delle verifiche ed evitare che il contenzioso si protragga con conseguente spreco di tempo e di denaro. Con una domanda in carta semplice, si può presentare l’istanza segnalando l’atto per il quale si richiede l’annullamento e, soprattutto, i motivi per i quali il contribuente chiede l’annullamento della cartella.

Ovviamente per sostenere le proprie tesi, il contribuente è obbligato a presentare tutta la documentazione necessaria per permettere all’Amministrazione finanziaria di verificare effettivamente che c’è stato un errore e che quindi si può procedere all’annullamento, in tutto o in parte, dell’atto di riscossione.  L’annullamento può essere chiesto in primis se c’è errore di persona, poi se il calcolo della multa è sbagliato. Se c’è doppia imposizione, se l’Erario non ha tenuto conto di documenti fatti pervenire in data successiva. Infine se l’amministrazione finanziaria non ha computato pagamenti già versati. Il riconoscimento dell’errore può essere sancito sia di fronte a una pendenza di giudizio, ma anche se ci fossero sentenze già in giudicato.

Ovviamente l’annullamento dell’atto illegittimo comporta automaticamente l’annullamento degli atti sequenziali (ad esempio, il ritiro di un avviso di accertamento infondato comporta l’annullamento della conseguente iscrizione a ruolo e delle relative cartelle di pagamento) e l’obbligo di restituzione delle somme riscosse sulla base degli atti annullati. Siccome il potere della scelta è di fatto in mano allo stesso ufficio che ha commesso l’errore, nessuno può avere la certezza dell’accoglimento. Potrebbe intervenire  la Direzione regionale da cui l’Ufficio dipende. Ma è raro. I piani alti poi intervengono solo se la cifra supera i 516 mila euro. Sotto è l’incertezza.

Resta il ricorso  Comunque anche  nel caso in cui lo  Stato dovesse rigettare l’istanza, non tutto è perduto; infatti, il contribuente ha ancora la possibilità di fare ricorso entro i termini di scadenza della cartella di pagamento, a seconda dei casi, presso il Giudice di Pace o presso la Commissione Provinciale Tributaria. Ciò  non significa desistere.  D’altronde è certo che solo con la conoscenza degli atti e degli strumenti di difesa il cittadino può far valere la propria voce. In caso contrario non si fa altro che supportare le tesi dei furbetti.

Va poi segnalato che dal mancato esercizio del potere di autotutela può derivare un danno alla stessa amministrazione, specie nei casi di negligenza del comportamento omissivo, le cui responsabilità possono essere fatte ricadere sul soggetto operatore dell’amministrazione stessa. Infine, sotto la cifra dei 20 mila euro oggi vale per intero l’istituto della mediazione tributaria. Dallo scorso aprile, quando il contribuente riceve la notifica da parte dell’Agenzia delle Entrate di un atto del valore non superiore a ventimila euro, deve necessariamente avviare il procedimento per la mediazione tributaria, se vuole poi impugnare l’atto davanti alle Commissioni tributarie, altrimenti queste  prenderanno in considerazione il ricorso proposto direttamente presso di loro solo per dire che… non può essere esaminato. Anche in questo caso però giudice e accusa indossano la stessa divisa.

Primarie Pd, nodo "autocertificazione": hanno cambiato le regole

Libero

Accusano Renzi di voler modificare le regole in corsa, ma lo hanno fatto i fedeli del segretario nelle ultime ore: dall'autocertificazione al diritto di veto



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Sicuri che sia Matteo Renzi a voler cambiare le regole del ballottaggio delle primarie del Pd? Certo, lui lo ha chiesto, invocato, ma non ha ottenuto risultati. Semmai, chi ha cambiato le regole in corsa, è la cricca di Pierluigi Bersani. Obiettivo? Rendere la vittoria del rottamatore pressochè impossibile. Il sospetto del broglio lo lancia il costituzionalista e senatore del Pd (ala veltroniana), Stefano Ceccanti, in una dichiarazione su L'Unità. Ceccanti spiega che "la delibera del 26 novembre presenta una forzatura, e cambia in modo sostanziale quanto previsto dal regolamento che parlava di una 'autocertificazione' (il meccanismo che prevede che per votare al secondo turno, nel caso in cui non si abbia preso parte al punto, è necessaria una giustificazione, ndr).

Si introduce un controllo delle motivazioni da parte dell'organismo provinciale, e peraltro all'unanimità, da parte dello stesso organismo. Insomma - sgancia la bomba Ceccanti -, proprio chi dichiara di non voler cambiare le regole in realtà lo sta facendo surrettiziamente". E per rendersi conto del trucchetto è sufficiente ripercorrere tutte le dichiarazioni del presidente dei garanti delle primarie, Luigi Berlinguer. Partiamo da domenica sera, subito dopo il voto. Berlinguer parla di "autocertificazione" e specifica che "non chiederemo il certificato medico". Una linea confermata lunedì 26 novembre, nel pomeriggio: "Basta dichiarare, non certificare l'avvenuta impossibilità di votare".

La truffa - Un radicale cambio di rotta, insomma, rispetto alle dichiarazioni solo di poche ore prima. Altro che "autocertificazione", ora sono le sezioni provinciali a decidere caso per caso. Quindi martedì Berlinguer chiude la discussione: "Le regole non si cambiano, sono state approvate all'unanimità il 15 ottobre", scrive in una nota. Peccato che invece le abbiano cambiate il pomeriggio precedente. Obiettivo? Favorire Bersani. La pietra tombale sulla discussione la pone poi Nico Stumpo, il responsabile primarie Pd a livello nazionale e bersaniano doc: "Non avete votato al primo turno perché eravate all'estero? Portateci i biglietti aerei...". Oggi, mercoledì 28 novembre, è arrivato il "contentino" ai renziani: ci si potrà pre-iscrivere anche online, senza recarsi fisicamente alla sezione, ma comunque la richiesta di poter votare verrà vagliata caso per caso. Una truffa. Bella e buona.

Voto degli immigrati Non solo il cambiamento delle regole. Come scrive Libero in edicola giovedì 29 novembre, in Campania i grandi proprietari terrieri hanno mobilitato gli immigrati per il segretario Pd. "Noi solo votare scheda padrone", dicevano domenica 25 novembre ai seggi a chi, spinto dalla curiostità di vederli in coda l'unico giorno libero della settimana se li ritrovava nei seggi allestiti per le primarie.

Il papà dei videogiochi compie 40 anni

Corriere della sera

Due barrette e una pallina hanno dato via a una storia di intrattenimento che oggi domina i mercati



MILANO - In genere quando si parla di compleanni è buona norma dire che il festeggiato non dimostra l'età che ha ma per Pong c'è da fare un'eccezione. Il primo videogioco di massa il 29 novembre, oggi, compie 40 anni e c'è da dire che ne dimostra molti di più. Niente di grave, è solo il segno dell'evoluzione tecnologica che procede con accelerazioni esponenziali, mai graduali. Eppure se oggi giochiamo a Call of Duty o Halo lo dobbiamo proprio a quelle due barrette bianche che respingevano una pallina su uno schermo tutto nero.

VIDEOGIOCHI, QUESTI SCONOSCIUTI - Questa storia parte nel 1971 da Sunnyvale, in California, dove due ingegneri poco meno che trentenni, Nolan Bushnell e Ted Dabney, hanno già realizzato Computer Space, uno dei primi video game da sala giochi. Siamo negli anni in cui il videogioco è un oggetto elettrico, composto da tanti chip e senza un codice da scrivere. Per la gente comune è sinonimo di flipper, niente di più. Bushnell e Dabney pensano che sia ora di dare una svolta a questo mercato fatto solo di biglie metalliche e così, nel 1972, chiamano con loro Al Alcorn, un giovane fresco di laurea in ingegneria elettronica per dargli una mano. Il nuovo arrivato era promettente ma non aveva mai visto un videogioco in vita sua: per metterlo alla prova, Bushnell gli mente dicendo di aver avuto una commessa dalla General Electric per realizzare un gioco elettronico che simulasse il tennis. La storia non era campata in aria: Ralph Baer, padre della Magnavox Odissey, la prima console della storia, stava già lavorando a un progetto simile e Nolan Bushnell aveva avuto la fortuna di vederla in azione.



IL PRIMO PONG - Alcorn non si scoraggia, lavora sodo, e a metà agosto, dopo soli tre mesi, presenta ai due datori di lavoro la prima versione di Pong. Due barrette laterali simulano delle racchette e una pallina si muove tra loro cambiando direzione a seconda di come viene colpita. In più accelera man mano che il gioco va avanti. Già dalla prima partita Bushnell e Dabney rimangono incollati al monitor e capiscono di avere tra le mani una miniera d'oro. È il momento di farla fruttare senza perdere altro tempo. A settembre di quell'anno costruiscono un cabinato che possa contenere il gioco, in pratica uno scatolone di legno rosso-arancione con un televisore, due rotelle che comandano le barrette e una fessura per le monete. Sopra appare solo una scritta, Pong, nata dal suono prodotto dal gioco. 

Non ci sono istruzioni né altri riferimenti al gioco: i tre sperano di fare successo contando sull'effetto sorpresa. Per provarlo lo installano nel loro locale preferito, l'Andy Capp's Cavern di Sunnyvale, e siccome il cabinato è piccolo lo poggiano sopra un barile. Pochi giorni dopo arriva una telefonata del gestore del locale: il cabinato non funziona più. Alcorn è incredulo, spaventato, non può pensare di aver perso tanto tempo dietro a un oggetto che dura così poco. Con sua sorpresa però, una volta arrivato sul posto, scopre quale è il problema: la cassetta portamonete, riadattata da una lavatrice a gettoni, è piena di quarti di dollaro. Le monete sono così tante da essere traboccate sui circuiti bloccandone il funzionamento. La leggenda di Pong aveva mosso il primo passo. 

 

IL SUCCESSO - I tre costruiscono altri dodici cabinati che vanno subito a ruba e nel novembre 1972 decidono di partire con la prima vera produzione in serie. Mentre Alcorn e Dabney assemblano cinquanta Pong a mano, Bushnell si mette al telefono per iniziare a venderli. È lui la mente commerciale di questo primo nucleo dell'azienda che verrà battezzata Atari. Dopo solo un pomeriggio passato a chiamare mezza America torna da Alcorn e Dabney con una notizia sensazionale: ha venduto non cinquanta ma trecento cabinati a 937 dollari l'uno, un prezzo inferiore alla soglia mentale dei mille dollari ricavata guardando una targa automobilistica. Il 29 novembre l'azienda comunica ufficialmente l'uscita del gioco. Pong è diventato realtà.

GLI IMITATORI - Negli anni successivi vengono vendute ottomila unità del gioco, non c'è pub o locale che non ne abbia almeno uno al suo interno, e nel 1975 esce la prima versione domestica. Visto l'enorme successo, i concorrenti si danno da fare per copiarlo o promuoverlo all'estero. Tra loro emergono tre aziende giapponesi che rispondono al nome di Nintendo, Konami e Namco, le stesse che daranno i natali a Super Mario, Frogger e Pac-Man. Il videogioco poteva finalmente iniziare il suo assalto nei salotti di tutto il mondo. Con buona pace delle due barrette bianche.

Giocalo online


Alessio Lana
29 novembre 2012 | 10:17

Così il fascismo sopravvisse al Duce

Luca Gallesi - Gio, 29/11/2012 - 07:30

Socializzatori, corporativisti e tradizionalisti: nelle pubblicazioni del dopoguerra tutte le anime dei "reduci"

Ci fu un tempo in cui la politica era scontro di passioni e confronto di visioni; ci fu un tempo in cui i militanti sacrificavano volentieri al partito tempo e denaro; ci fu un tempo in cui la ricchezza delle idee era inversamente proporzionale alla disponibilità di mezzi.


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Anche a quel tempo l'impegno politico poteva aprire le porte della galera, ma solo per reati d'opinione o in conseguenza di una militanza troppo vivace e certamente non per furto, appropriazione indebita o truffa. Sembrano tempi lontanissimi, o forse addirittura mai esistiti, eppure la storia della politica italiana del dopoguerra parte proprio da lì, dall'accesa partecipazione delle masse alla vita politica prima che la politica, per dirla con Guccini, diventasse solo «far carriera».

La militanza politica era vissuta con disinteresse e spirito di sacrificio, come ricordano a esempio le storiche divisioni tra democristiani e comunisti immortalate da Guareschi che però trascura un terzo protagonista della politica di allora: i neofascisti, tanto determinati e appassionati quanto ignorati.
Un prezioso aiuto a capire il tempo che fu ci viene da uno studio di Elisabetta Cassina Wolff, docente di Storia contemporanea all'Università di Oslo, la quale, grazie a un contributo dell'università norvegese, ha pubblicato per Mursia un saggio dedicato ai giornali e alle idee dei reduci della Repubblica Sociale Italiana: L'inchiostro dei vinti. Stampa e ideologia neofascista 1945-1953 (pagg. 394, euro 18).

Pur essendo una pubblicazione accademica, il libro è scorrevole e appassionante e arricchisce la conoscenza del mondo degli «esuli in patria», aggiungendosi agli studi di Giuseppe Parlato e ai saggi di Antonio Carioti che in anni recenti hanno fatto luce sul mondo, a lungo negletto, dei fascisti dopo Mussolini. Privi di rappresentanza politica ma ricchi di idee e passione, i neofascisti sopravvissuti alla catastrofe, prima di organizzarsi in un partito politico si confrontano e si aggregano su una miriade di riviste, ricche di appassionati dibattiti ideologici che la Wolff ha pazientemente ricostruito.

Sono esaminate raccolte di pubblicazioni rarissime e spesso ignorate dagli storici, che vanno da La Rivolta Ideale a Lotta politica, da Rataplan a Asso di bastoni, da Imperium a Meridiano d'Italia, da Il Rosso e il Nero a Tabula Rasa a tutte le altre che si richiamano esplicitamente all'esperienza fascista, ragione per la quale sono stati esclusi pur interessanti periodici come Pensiero Nazionale del fascista rosso Stanis Ruinas e Pagine Libere degli epigoni dei sindacalisti rivoluzionari. Nel variegato schieramento neofascista emergono le tre grandi correnti proposte inizialmente da Giorgio Pini e ormai accettate dalla storiografia ufficiale: quella dei «socializzatori», rivoluzionari e di sinistra; quella dei «corporativisti», sostanzialmente conservatori; e infine quella dei «tradizionalisti», seguaci di Evola e ironicamente definiti «figli del Sole».

A giudicare da come sia finita l'esperienza neofascista - seppellita con Rauti tra sputi e schiaffi - si stenta a credere che invece sia nata in mezzo a grandi slanci ideali e solide basi ideali. Il dibattito tra le diverse anime del neofascismo è acceso ma alto, e sin dall'inizio fa piazza pulita dei luoghi comuni che vedono il fascismo come una dittatura totalitaria che si impose con la violenza per agire come braccio armato del capitalismo. Il fascismo è una parte integrante della storia italiana, il tentativo di raggiungere l'effettiva indipendenza nazionale con tutte le forze disponibili e soprattutto con la partecipazione responsabile di tutti gli italiani, senza alcuna differenza, alla costruzione della casa comune.

Quanto poi ai contenuti effettivi di questa rivoluzione mancata, non può che stupire il livello elevato del dibattito tra idealisti gentiliani, corporativisti conservatori e tradizionalisti evoliani. Il neofascismo, insomma, seppe andare oltre la rivendicazione del proprio passato e offrì critiche efficaci e proposte interessanti alla democrazia parlamentare di cui profeticamente denunciava l'inevitabile trasformazione in partitocrazia corrotta.

Il dibattito ideologico tra le varie anime fu intenso, esplicito e spesso sincero fino alla brutalità, come dimostra la critica di Julius Evola verso l'eccessivo opportunismo del Msi, che già nel 1953 era guidato, secondo il filosofo, da politicanti incapaci di guardare aldilà di mete contingenti. Il modello da seguire, suggeriva l'autore del celebre Gli uomini e le rovine, doveva invece essere il Partito Comunista Italiano, una forza organizzata dotata di mezzi e denaro, con un notevole peso elettorale e soprattutto una chiara e precisa visione del mondo che pretendeva, e otteneva, una granitica e intransigente fedeltà alle idee professate. Altri tempi, altri uomini, stesse rovine.

Clamoroso a New York: un giorno intero senza morti e violenza

La Stampa

Dichiarazione a sorpresa del Dipartimento di Polizia: «Non si ricordava nella storia della città una giornata senza neanche una segnalazione relativa a omicidi o altri reati violenti»

new york


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Per la prima volta New York ha trascorso una giornata senza neanche un crimine o un atto di violenza. La notizia è talmente sorprendente che il portavoce del dipartimento di Polizia cittadino ha dichiarato la giornata di lunedì quella con il minor tasso di spargimento di sangue nella storia recente. Non un singolo omicidio, non uno sparo, né altro incidente violento è stato segnalato nell’arco di tutto il giorno.

A proposito di statistiche, malgrado il picco di omicidi toccato nel luglio scorso, «New York è sulla giusta strada - ha detto il portavoce - per raggiungere il più basso tasso di omicidi dal lontano 1960». Gli omicidi infatti sono scesi del 23% rispetto all’anno scorso. Dall’inizio del 2012 fino ad oggi New York ha registrato 366 omicidi, a fronte di 427 nello stesso periodo dell’anno scorso. Molti analisti hanno commentato il dato, concordando che «è molto insolito» un così basso numero di omicidi per una città degli Stati Uniti che conta otto milioni di persone. 

Le nozze in chiesa resistono solo al Sud

Luciano Gulli - Gio, 29/11/2012 - 08:31

Nel Nord per la prima volta i matrimoni civili superano quelli religiosi. Record a Trieste e Livorno

A Mèlito Porto Salvo, punta più estrema della Calabria, ho accompagnato ieri un mio giovane amico da un orefice.


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Voleva acquistare un braccialettino, una catenella, un chenesò (furono orecchini, alla fine) per una ragazza che festeggerà a breve i suoi primi diciott'anni. Si usa così da queste parti. È la tradizione. E se si usa così per una festa dei diciott'anni, figuratevi per un matrimonio. Il regalo, naturalmente. E per un matrimonio partono da 80 a 150 euro a cranio, dipende dalla sciccheria del menù. Vi presenterete con moglie e 2 figli? Moltiplicate per 4. E buon divertimento. Ma prima, ecco la cerimonia con tutte le cose al loro posto. La Chiesa, intanto, che al Sud è ancora un punto passabilmente fermo. Coi fiori, il parroco commosso, musica, cameraman (il filmino va per la maggiore), i genitori degli sposi in grande spolvero, e a seguire tutti gli altri.

Con gli uomini perversamente incravattati (certe bestemmie!) anche se il rito si celebra a luglio o ad agosto con 36 gradi all'ombra. Seguirà il banchetto (una volta 600 invitati erano un dato medio; ora siamo attestati sui 3/400). Quattro ore a tavola, infine, per scalare un menù manicomiale, omicida, capace di atterrare un bisonte. Così vuole la tradizione. E almeno questa (il resto essendo stato sbranato con tutta la coda dalla televisione e dalla pubblicità che ha stravolto e omologato usi, costumi e consumi) resiste impavida. Lo dice l'Istat, rivelando che al Sud sono solo il 23 per cento (contro il 52 per cento del Nord, dato record) i matrimoni civili. Ci si sposa di meno, conferma l'Istat. E se proprio si deve, si va sempre di più dal sindaco. Sorprende, ma mica tanto, in fondo, il dato del Nord, dove la quota di matrimoni civili ha superato quelli religiosi.

Diminuiscono anche i matrimoni misti (9.333 in meno, l'anno scorso, rispetto al 2008, il 29,2 per cento, addirittura) perché il fenomeno dell'immigrazione si è notevolmente ridotto. Non è merito della Bossi-Fini. È che non siamo più appetibili, come Paese, se non come stazione di posta lungo la via per le Fiandre, la Germania, il Baltico, più a nord che si può. È il matrimonio come idea, come progetto, che è ormai in crisi nera. Anche se il dato medio nazionale (il 52 per cento del nord e il 23 del Sud, passando per un 47 per cento del Centro Italia) nasconde profonde differenze territoriali. Vince la fascia tricolore del sindaco, rispetto alla stola del prevosto, in certe province del Nord: Livorno e Trieste ((62,5%), Massa-Carrara (56,5%), Bolzano (56%), seguite da Genova e Ferrara (55,7%), Grosseto (55,3%) e Udine (55,1%).

Eppure solo 15 anni fa i matrimoni civili erano solo il 20 per cento delle unioni ufficiali. «Gli italiani stanno cambiando, non si crede più al matrimonio come unica strada per formare una famiglia, e si convive, con la speranza che prima o poi le coppie di fatto possano avere il dovuto riconoscimento», ragiona Gian Ettore Gassani, presidente degli avvocati matrimonialisti. È la prudenza, il calcolo, tutta roba che non ha niente a che fare col sentimento, a deprimere le fantasie dei potenziali nubendi. Ora, all'effetto schiuma frenata, concorre anche lo spettro dell'impoverimento: la separazione, il divorzio, gli alimenti al coniuge: un incubo sempre più ricorrente.

L’avvocato tappabuchi salva le strade

La Stampa

La singolare battaglia di un legale di Calì: se il Comune non ha soldi per riparare l’asfalto ci possono pensare i volontari che così salvano dal degrado intere aree della città

lorenzo cairoli


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Di cosa ha bisogno la Colombia per crescere? Di gente come l’avvocato José Ríos Alzate, per esempio. Che non crede che lamentarsi sia la soluzione, nè nascondere come uno struzzo la testa sotto la sabbia per non vedere il degrado che lo accerchia. Originario di Chigorodó, Antioquia, residente a Cali dal 2005, tutte le mattine accompagna i figli a scuola e tutte le mattine vive un calvario con la sua auto sbatacchiata da una trentina di buchi - a volte, voragini vere - che butterano l’asfalto come segni di vaiolo su l’ovale di un viso.

L’Avenida 6N con Calle 67, a nord di Cali, diventa presto la sua ossessione e siccome conosce perfettamente il suo paese, la negligenza dei suoi politici, l’esecrabile vaghezza dei suoi amministratori, campioni mondiali di corruzione e nepotismo, decide di non aspettare più interventi miracolosi quanto improbabili da parte dell’alcaldia ma di risolvere il problema a modo suo. Parla con gli inquilini delle case che si affacciano sui punti più danneggiati della strada e con il direttore del collegio dei figli. “Ripariamola noi la strada - suggerisce con impeto - Con meno di cinque milioni di pesos si compra l’asfalto necessario e una squadra di operai che tappa i buchi”.

La passione di questo “paisa” mette tutti d’accordo e in poco tempo il denaro è raccolto. Gli operai fanno il loro dovere e la Avenida 6N con Calle 67 smette di essere un supplizio per gli automobilisti di Cali. Non pago del successo, il vulcanico avvocato dichiara guerra ai crateri che infestano le strade della succursale del cielo e lancia la campagna, meglio sarebbe definirla la crociata, ’Adopta un hueco por Cali’ (’Adotta un buco per Cali’). “Basta con le parole - spiega José Ríos Alzate.

Fatti. Se chi ci governa è sordo, smettere di piangere, rimboccarsi le maniche e risolvere i problemi della citta’”. A chi insinua che dietro a questo esemplare civismo si nascondano interessi di natura economica e politica, Ríos Alzate replica lapidario. “Sono un avvocato aziendale, guadagno bene, non sono il burattino di nessuno e nessuno si nasconde dietro di me. Non voglio arricchirmi con questa crociata. Se i politici non sono in grado di risolvere i problemi di Cali, risolviamoli noi. Cali ha bisogno dei suoi cittadini. Basta con l’inazione o delegare agli altri quello che potremmo fare noi”.

Con un metro di asfalto si possono tappare più o meno otto buchi ’normali’ - per normali si intende buchi di un metro quadrato profondi circa dieci centimetri - per un costo di 280mila pesos, meno di 150 euro. “Una squadra di operai si muove quando hai almeno di sette metri di asfalto - spiega l’avvocato - Perchè siamo anche su Twitter? Per dare più risonanza alla nostra campagna. Oggi uno studente universitario voleva donare 30mila pesos. Gli ho proposto di parlare coi suoi vicini per riuscire ad acquistare almeno un metro di asfalto. Così quando arriveremo a sette, anche loro potranno adottare i buchi che vorranno. Subito dopo ha chiamato un signore di Aguablanca disposto a versare sul mio conto un milione di pesos. Gli ho risposto che non accetto denaro. Chi aderisce alla campagna compra il suo asfalto, mi passa una fattura che comprovi l’acquisto e io contatto la squadra”.

Intanto il comune, nella persona di Ómar Cantillo, sottosegretario de la Infraestructura de Cali, ha incontrato l’avvocato Ríos Alzate, prospettando una possibile sinergia tra l’alcaldia e la campagna ’Adopta un hueco por Cali’. “Il 90% della nostra rete stradale ha problemi di questo genere - ha ammesso Cantillo. Ríos Alzate, intanto, si prepara a riparare altri 40 buchi. “La squadra è pronta. Abbiamo dieci metri di asfalto donati da un’agenzia di cui sono stato consulente. In otto giorni di lavoro cancelleremo i buchi dalla strada e la restituiremo a Cali come nuova”. Chi volesse aderire alla campagna può contattare l’avvocato via Twitter @joseriosalzate.

Casalegno, il coraggio della ragione

La Stampa

Il vicedirettore della Stampa moriva 35 anni fa, vittima delle Br Gli ideali azionisti, la passione civile, la voglia di capire

alberto sinigaglia
torino


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Carlo Casalegno morì 35 anni fa. Alle 13,40 del 29 novembre 1977 cessarono 13 giorni di sofferenza. Il 16 novembre all’ora di pranzo quattro giovani terroristi avevano atteso il vicedirettore della Stampa nell’androne di casa, in corso Re Umberto 54 a Torino. Quattro colpi di rivoltella Nagant calibro 7,62 al volto, tutti andati a segno, avevano dato agli assalitori la certezza di averlo ucciso. Alle 14,05 uno sconosciuto telefonava all’agenzia Ansa:

«Qui le Brigate rosse. Abbiamo giustiziato il servo dello Stato Carlo Casalegno». Sessantun anni, solo, disarmato. Sapendolo minacciato, ogni giorno il direttore Arrigo Levi lo accompagnava a casa con la scorta. Aveva insistito anche quel mercoledì, ma Casalegno era rimasto al giornale: doveva finire il lavoro con il caposervizio della terza pagina. Insieme portarono in tipografia gli articoli da comporre. Presero un caffè alla macchinetta parlando dell’intervista che nel pomeriggio «il professore» avrebbe registrato alla Rai sul presidente Arafat in visita a Gerusalemme. Uscì alle 13,30.

Era per tutti «il «professore» perché era stato insegnante e perché alla Stampa aveva portato un’intensa formazione intellettuale e morale: l’antifascismo, la resistenza, gli ideali del Partito d’Azione intrecciati con il pensiero gobettiano. La passione per la storia sarebbe stata superata dal giornalismo. Vicedirettore di Alberto Ronchey, confermato da Arrigo Levi, seguiva la politica, la cultura, Tuttolibri. Le riforme civili, la giustizia, la democrazia erano temi ricorrenti negli editoriali e nella rubrica «Il nostro Stato».

Pur sapendosi in pericolo, a fine settembre era andato alla «tre giorni del dissenso» a Bologna, raduno degli Autonomi, dei devoti della P38, del «partito armato». Voleva capire la «miscela esplosiva» di «migliaia di giovani carichi di combattività e di rabbia [...] esaltati da utopie rivoluzionarie o incoscienti per impulsi goliardici». «Al terrorismo rosso e nero - scriveva Casalegno il 9 novembre sotto il titolo “Terrorismo e chiusura dei covi” - si aggiunge un duplice squadrismo, di estrema destra e di estrema sinistra, che nel nostro Paese ha assunto proporzioni sconosciute nel resto dell’Occidente». Eppure si opponeva alle proposte di leggi speciali: «Le leggi già in vigore offrono tutti i mezzi necessari per combattere l’eversione, purché siano applicate con risolutezza e imparzialità contro tutti i violenti e i loro complici, e per tutti i reati». Quell’articolo gli costò la vita.

OGGI A TORINO

Nel 35° anniversario della morte di Carlo Casalegno, oggi alle 11 il Centro Pannunzio deporrà una corona d’alloro in corso Re Umberto 54, a Torino, dove abitava il giornalista. Alla presenza delle vedova, Dedi, parteciperanno il presidente del Consiglio comunale Giovanni Ferraris, l’assessore provinciale Umberto D’Ottavio, il direttore del Pannunzio Pier Franco Quaglieni e il presidente dell’Associazione Vittime del Terrorismo Dante Notaristefano. Verrà letta la motivazione della medaglia d’oro conferita a Casalegno dal Presidente della Repubblica, che ha inviato al Pannunzio il telegramma pubblicato qui a fianco.

Alle 15, nella Sala Rossa del Comune, la Città e La Stampa celebreranno Casalegno in una cerimonia a cui interverranno il sindaco Piero Fassino e l’ex sindaco Diego Novelli (in carica nel ’77), il direttore della Stampa Mario Calabresi, Giovanni Ferraris e Alberto Sinigaglia.

Pronto? Mi serve un esorcista…»

La Stampa

La Curia di Milano, dopo aver raddoppiato il numero di preti incaricati di svolgere questo compito, attiva un numero per rispondere alle sempre più numerose richieste

redazione
roma


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A Milano c’è bisogno di esorcisti a tal punto che il numero dei sacerdoti incaricati di svolgere questo compito è stato raddoppiato nei giorni scorsi da 6 a 12 e che adesso la Curia ha deciso di attivare un centralino (02.8556457) attivo dal lunedì al venerdì proprio per rispondere alle tante richieste.

«Dalle domande che arrivano l’esigenza è anche raddoppiata - spiega monsignor Angelo Mascheroni, vescovo ausiliare e responsabile del Collegio esorcisti dal 1995 -. Giungono molte richieste di nomi, indirizzi e numeri di telefono... Per questo abbiamo attivato un centralino. Chi ha bisogno può chiamare e troverà una persona che smista le segnalazioni sul territorio per evitare alle persone di affrontare lunghi viaggi».

Intanto i 12 esorcisti hanno già segnalato giorni, luogo e orari in cui sono disponibili al pubblico. «Mentre si preparavano a questo nuovo ministero, dopo una lezione di dogmatica e di Sacra Scrittura - prosegue monsignor Mascheroni -, ho suggerito loro di tenere la propria agenda e di non lasciarsi sopraffare dal super-lavoro. Bisogna salvare l’incolumità professionale di ciascuno, perchè questi sacerdoti svolgono anche altri ministeri, di parroco, vicario parrocchiale o decano». «Chiedo sempre - aggiunge - se prima di rivolgersi a un esorcista sono stati da maghi, che magari hanno spillato soldi.

Chiedo anche se sono andati da specialisti, perchè talvolta si tratta di fenomeni mentali, psichici e psichiatrici. Poi bisogna difendersi anche dai parenti, perchè a volte sono più accaniti loro dei fratelli, figli, genitori, insistono nel dire: ’c’è di mezzo il diavolo!’. Il ministero fondamentale degli esorcisti è quello dell’ascolto e della consolazione, perchè arrivano persone disfatte che maledicono il prossimo. Vanno accolti tutti con grande serenità e non bisogna smarrirsi di fronte alle parole che sentono, perchè il Signore è sempre più forte del demonio. Però i fenomeni davvero diabolici, almeno secondo la mia esperienza, sono molto rari».

Mascheroni racconta poi la sua lunga esperienza spiegando che «arrivano giovani e anziani, uomini e donne, persone di diversi livelli culturali, dalla quinta elementare alla laurea. Di solito telefonano i parenti, per i ragazzi chiamano i genitori dicendo che il figlio non va più a scuola, si droga, è ribelle... In realtà non c’è il demonio, ma a 18 anni i giovani non vogliono più imposizioni. È importante quindi discernere bene le situazioni». Ma in definitiva la Chiesa di Milano che cosa deve fare? «La Chiesa deve dare ascolto a queste persone, perchè è un ministero anche questo. Poi, se il demonio è davvero presente, il Vangelo ci dice come si è comportato Gesù: pregando, digiunando e amando».

Messico, risorge “San Nazario” il narcotrafficante con gli altari

La Stampa

Uno dei più pericolosi e sanguinari narcotrafficanti, dato per morto nel 2010, sembra sia ancora vivo e attivo mentre la gente crea altari dedicati a lui e legge il suo bizzarro vangelo

lorenzo cairoli



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Il 10 dicembre 2010 le agenzie di stampa messicane battono una notizia che lascia impietriti tutti i giornalisti del paese. Nelle redazioni, un’atmosfera surreale: c’è chi esulta come se il Messico avesse vinto la Coppa del Mondo e chi guarda il display del proprio computer basito, come i colleghi statunitensi quando videro sgretolarsi le Torri Gemelle.

Sarebbe morto in uno scontro a fuoco di oltre 24 ore tra la Polizia Federale e narcotrafficanti de ’La Familia’ Nazario Moreno González, alias El Chayo, alis El Dulce, alias El Pastor, alias El Más Loco, uno dei più spietati narcotrafficanti messicani - con Jesús Méndez Vargas, il maggior indiziato nella strage di Morelia - e fondatore della ’Familia Michoacana’ uno dei cartelli più violenti mai visti in azione in Messico. A dare la notizia è Alejandro Poiré, portavoce del governo, anche se del cadavere del Chayo non c’è traccia, ma questo, al momento, sembra essere un dettaglio irrilevante.

La cosa incredibile è che quando si sparge la voce della sua morte la gente di Michoacan e soprattutto di Apatzingán incomincia a venerarlo come un santo e il suo culto, in poco tempo, diventa motivo di imbarazzo per la polizia locale. La gente si raccoglie in preghiera attorno ad altari improvvisati e chiede a San Nazario di intercedere con Dio perché li liberi dal peccato e li protegga. Bacia le icone del narcosanto, in cui El Chayo é ritratto col capo aureolato, l’aria più da attore di fiction che da campione di sacertà, il naso aquilino, le sopracciglia cespugliose, gli occhi scuri e penetranti.

Cita a memoria passaggi del suo Vangelo, un libro di cento pagine intitolato ’Pensamientos’, un delirante pastiche di messianismo, sintassi da scuola serale, ortografia claudicante, stridenti inni al perdono - considerando che in vita El Chayo non perdonò mai niente a nessuno - e Dio ovunque, in ogni pagina, in ogni paragrafo. Bizzarro forse ma perfettamente in linea col personaggio che di fronte a corpi decapitati e a teste mozze srotolate ai suoi piedi sentenziava come un Caligola amerindio: “Esto es justicia divina” - “Questa è giustizia divina”.

La polizia cerca in tutti i modi di scoraggiare questo culto. Disperdendo i proseliti a manganellate, distruggendo gli altari - come è successo a El Cerrito de la Cruz o nella comunità di Holanda, nel municipio di Apatzingán - ma nel giro di 48 ore gli altari riappaiono in altri quartieri della città e dello stato di Michoacan. E pensare che ’Pensamientos’ non era nato per guidare un gregge così dissennato. El Chayo lo scrisse per indottrinare e motivare i suoi sicari. Nessun cartello aveva mai mescolato prima della ’Familia’ narcotraffico e fondamentalismo religioso, violenza estrema e unzione divina.

Ma quanti sono i seguaci di San Nazario? Per la Procuraduría General de la República è impossibile censire l’entità del fenomeno, quello che è certo è che il vangelo di San Nazario, alias El Chayo, alias El Más Loco, è gia’ arrivato alla quarta edizione - chi lo stampi e dove si stampi è ancora un rompicapo per gli inquirenti - e che nella sola città di Apatzingán è stato distribuito a più di 26mila persone, un quarto dell’intera popolazione. Ora, a quasi due anni di distanza dalla battaglia di Apatzingán, le agenzie stampa messicane battono un’altra notizia che mette sossopra tutte le redazioni dei giornali del paese. Forse El Chayo non è morto.

Anzi, è assai probabile che il narcosanto più che in odore di santità viva in odore di dorata latitanza. Un’irruzione dell’esercito messicano coordinata dal SEIDO - Subprocuraduría Especializada en Investigación para la Delincuencia Organizada - in un ranch chiamato Los Caballos ha permesso di scoprire documenti che confermerebbero che El Chayo è vivo, non solo, ma che è a capo dell’organizzazione dei Caballeros Templarios, il nuovo volto della ’Familia’, che invece di lucrare sulla cocaina ha investito tutto sulle droghe sintetiche.

Nel ranch di proprietà di Enrique Plancarte, il cervello finanziario della ’Familia’, l’esercito ha sequestrato armi sofisticatissime, un arsenale di granate, gioielli, orologi, denaro e soprattutto i libri contabili dell’organizzazione - distribuzione del denaro illecito, nomi dei collaboratori, fatture e lettere, molte lettere indirizzate proprio al El Chayo. Il narcosanto dunque è risorto. Una rogna in più per la polizia michoacana. 

C'è la crisi, aumentano le truffe ai danni dei religiosi

La Stampa

vatican

Parrocchie e congregazioni nel mirino di personaggi che approfittano della bontà e della solidarietà per raggiri e furti

Fabrizio Mastrofini
Roma


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I casi si moltiplicano, come si capisce dalle lettere e dagli articoli sulle riviste e sui siti cattolici. Le formule della truffa sono le più diverse. Si va dal fantomatico direttore di una Caritas che telefona al vero direttore di una Caritas diocesana di una città vicina perché un suo operatore in missione è stato derubato e impossibilitato a prendere il treno. Si chiede dunque di recarsi in stazione, trovare la persona, portargli i contanti, promettendo di rimborsare il prima possibile.

Naturalmente i soldi indietro non arriveranno. Va per la maggiore la richiesta di un bonifico per alcune centinaia di euro per poter sdoganare un sostanzioso lascito di un benefattore svizzero. In questa rete, tessuta abilmente da un tale Vittorio Casoni, sono caduti decine di parroci, congregazioni religiose femminili e istituti dell’Emilia Romagna. I colpi messi a segno sono almeno 23. Altre truffe effettuate dalla stessa persona lo vedevano presentarsi a diversi parroci chiedendo soldi per comprare medicine. Alla fine, per fortuna, è stato arrestato.

Se sei parroco o rettore di santuario, spiega don Marcello Matté, potresti ricevere la visita di persone, soprattutto slavi, che dichiarano di essere specializzati in dorature e restauri, presentando come referenza documenti vaticani e dei propri vescovi. Naturalmente falsi ma tanto basta a convincere i sacerdoti ad affidare loro calici, pissidi ed oggetti in oro che naturalmente svaniscono. Il fenomeno è vasto sebbene ancora abbastanza sommerso a causa della vergogna delle vittime che in tanti casi omettono di presentare denuncia. Anche perchè si tratta di ignori, nel senso più letterale del termine. In ogni caso qualcosa si muove per prevenire.

Ad esempio il Centro nazionale economi di comunità – che raccoglie religiosi e religiose – sta emettendo regolarmente degli avvisi. Perché le truffe coinvolgono anche delle aziende. Come questo caso: «sono l’Amministratore di una ditta che si occupa da tantissimi anni di Arredamenti per Comunità Religiose, questa mattina un sacerdote è arrivato presso i nostri uffici contestando il fatto di aver ordinato alla nostra azienda, circa tre mese fà, 100 sedie consegnando un acconto di € 200,00 senza ricevere la merce.

Ovviamente colui che si è presentato a nome della nostra azienda era un truffatore che oltretutto si è presentato senza appuntamento e ovviamente ha proposto le sedie ad un prezzo particolarmente incoraggiante. Sarebbe buona regola, in questi casi, avere almeno una sola precauzione, fare l’ordine senza dare alcun acconto, se ciò non viene accettato dal venditore è molto probabile che ci troviamo di fronte ad un truffatore».

Oppure si mette in guardia su «un modulo che sta arrivando nei vostri Istituti a nome della Avron s.r.o. che chiede di verificare la veridicità dei vostri dati e di mandare gli aggiornamenti attraverso il sito del Registro del Mercato Nazionale. Attenzione a quello che firmate! O vi ritroverete a pagare 1271 euro all'anno senza rendervene conto». Conclude padre Matté: «è parte dello stile evangelico una fiducia pregiudiziale nel nostro prossimo. Per non lasciarla abbattere, manteniamoci vigili».

Il viaggio di Ob River, attraverso l’Artico con passaggio a Nordovest

La Stampa

Il primo cargo marittimo a compiere la traversata è salpato dalla Norvegia verso il Giappone. Tappa in Russia. Potrebbe aprire una nuova “rotta” commerciale per l’energia

francesco semprini
new york


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E’ candidato a diventare il primo cargo marittimo a compiere la traversata dell’Artico attraverso il passaggio a Nordovest. La Ob River, una nave commerciale adibita al trasporto di gas naturale liquefatto, è salpata alcuni giorni fa dai fiordi della Norvegia settentrionale facendo rotta verso la Russia, prima tappa della spedizione che la porterà in Giappone. Un viaggio dai connotati avventurosi attraverso un percorso marittimo ancora tutto da conquistare e che potrebbe portare un vantaggio economico non indifferente per il trasporto navale.

L’arrivo in terra nipponica è infatti previsto per l’inizio di dicembre, e questo significherebbe un risparmio di almeno venti giorni rispetto alle tradizionali rotte compiute dalle navi commerciali. Un’impresa importante ma non impossibile come hanno spiegato gli armatori della Ob River, dal momento che a favorire il passaggio a Nordovest sono le mutazioni climatiche del Pianeta causa primaria dell’aumento delle temperature e dello scioglimento di parte dei ghiacci. Inoltre la volatilità del mercato energetico, in particolare del gas naturale, rende l’impresa appetibile dal punto di vista economico.

Realizzata nel 2007 dall’armatore greco Dynagas, la Ob River è dotata di uno scafo fortificato con l’uso di particolari tecniche e materiali, e può trasportare sino a 150 mila metri cubi di gas. L’imbarcazione è stata noleggiata dal colosso energetico russo Gazprom che l’ha preparata appositamente per oltre un anno prima di dare il via libera alla missione. Il carico di gas naturale è avvenuto nel porto di Hammmerfest, nel nord della Norvegia, lo scorso 7 novembre e poco dopo il cargo marittimo ha preso il largo nelle acque del mare di Barent.

L’equipaggio è composto da 40 persone, e per buona parte del suo viaggio la Ob River sarà scortato da un rompighiaccio nucleare russo, come previsto dalle norme di sicurezza della navigazione. «E’ un’avventura straordinaria - dice alla Bbc Tony Lauritzen, direttore commerciale di Dynagas - L’abbiamo pianificata a lungo e tutto sta andando bene. L’equipaggio a bordo è entusiasta». 
Lauritzen spiega che le attuali condizioni del ghiaccio rendono la tratta meno ostica e pericolosa consentendo «di raggiungere mercati ad alto valore aggiunto con un risparmio del 40% di carburante». Ma non sono solo i ghiacci l’unico fattore che ha permesso di rompere gli indugi. C’è anche l’aumento della produzione di gas da scisto negli Stati Uniti e in Canada che ha ridotto la domanda di gas naturale di importazione.

Questo ha costretto gli esportatori, come Gazporm, a cercare nuovi sbocchi azzardando avventure fino a poco tempo fa considerate troppo ardite. Inoltre l’incidente nucleare di Fukushima del 2011 ha spinto il Giappone a esplorare l’ipotesi di impiego di risorse energetiche alternative. L’impresa della Ob River è destinata, in ogni caso, a segnare un precedente importante per il passaggio a Nordovest, e l’inizio di una nuova era nel trasporto marittimo, come spiegano gli esperti. Grazie alle mutate condizioni climatiche, infatti, negli ultimi anni si è registrato un’intensificarsi dei traffici marittimi nelle tratte più a nord settentrionali con il record registrato quest’anno in termini di lunghezza stagionale e numero di cargo che hanno percorso queste rotte.

Leonardo, la Tavola Doria ritrovata Da mercoledì in mostra al Quirinale

Il Messaggero
di Fabio Isman


ROMA - Un eccezionale dipinto scomparso dal nostro Paese da oltre mezzo secolo, pochissimo studiato prima e che forse farà assai discutere gli studiosi dell’arte, è stato recuperato dai carabinieri. È così straordinario che, da domani al 13 gennaio, sarà esposto al Quirinale. Il Capo dello Stato inaugura infatti questa mattina la mostra d’un quadro solo, la cosiddetta Tavola Doria. Per i più, la copia cinquecentesca della scena centrale della mitica Battaglia d’Anghiari, commissionata a Leonardo per Palazzo Vecchio. Ma, per alcuni, perfino un bozzetto di sua mano. Veniva venduta fino a 120 milioni di dollari: la volevano, pare, anche il sultano del Brunei, uomo tra i più ricchi al mondo, e il fondatore di Microsoft Bill Gates.

CatturaLa storia. Era nella raccolta dei Doria di Genova. Passa agli eredi, i Doria d’Angri, che a Napoli vendono tutto nel 1940: pure il palazzo dove si era affacciato Garibaldi nel 1860, e che oggi è sede universitaria. La acquista il nobile genovese Giovanni Nicolò De Ferrari (omonimo di Raffaele, il mecenate). E da lì, sparisce. Due marescialli del Comando carabinieri Tutela culturale, Salvatore Morando e Sebastiano Antoci, l’hanno ritrovata in un caveau al Porto Franco di Ginevra, dopo infinite e incredibili peripezie: trent’anni d’indagini e due di una caccia serrata. Era passata per la Svizzera e per la Germania, era andata a New York, e infine era stata venduta nel lontano (ma ricco) Giappone.

Dal 1992, ne era proprietario il Tokyo Fuji Art museum, sorto nel 1983, pieno di capolavori acquistati sul mercato. L’ha restituita gratuitamente all’Italia, in cambio della certezza di ospitare, e organizzare anche altrove, lunghe mostre di questo affascinante oggetto del mistero. Ma le curiosità non si fermano qui: il museo nipponico è della setta buddista Soko Gokkai, di cui sono adepti anche il celebre ex calciatore Roberto Baggio e l’attrice Sabina Guzzanti.

Il recupero è frutto di lunghe indagini, coordinate dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo e dal suo sostituto Patrizia Ciccarese, a volte pure rocambolesche. E la mostra è organizzata da Louis Godart, consigliere per la Conservazione del Patrimonio artistico del Quirinale. Il catalogo (Gangemi) è curato da Luciana Del Buono e c’è anche un libro dello stesso Godart, edito da Mondadori: La Tavola Doria, sulle tracce di Leonardo e della Battaglia di Anghiari attraverso uno straordinario ritrovamento (170 pag, 17 euro). Perché la simultaneità è straordinaria: si sono conclusi da poco, a Firenze e tra le polemiche, i vani tentativi di Maurizio Seracini (sponsor National Geographic) per ritrovare i presunti residui del dipinto di Leonardo sotto un’altra battaglia, quella di Scannagallo dipinta da Giorgio Vasari tra il 1555 e il ’72, ed ecco che rispunta la misteriosa Tavola.

Il valore. Un inventario dei Doria la accreditava nel 1617 a Leonardo, con un valore smisurato: 300 scudi genovesi quando, nello stesso elenco, un Tiziano ne valeva 60 e un altro 20, 30 un Tintoretto, 20 un Veronese. A fine Cinquecento, ne realizza un’incisione Lorenzo Zacchia, e vi scrive: «Tavola dipinta dalla mano di Leonardo». Poi, diventa una copia. È venduta all’asta D’Angri nel 1940: un memorabile funzionario, Bruno Molajoli, aveva vincolato 21 suoi quadri. Anche il Giovanni Carlo Doria a cavallo, di Pieter Paul Rubens: lo vorrà Hitler a Linz, lo recupererà dopo la guerra Rodolfo Siviero, ora è a Genova, a Palazzo Spinola. Anche la Tavola torna in Liguria, è esposta una sola volta, come copia: nel 1940 a Milano, a una mostra di Leonardo. Ma subito scompare. Per anni, soltanto buio fitto. Le indagini iniziano già nel 1982; ma a lungo, restano senza esito.

Le indagini. Si saprà poi che, a New York e nel massimo riserbo, hanno tentato di venderla anche i Wildenstein, tra il 1974 e il 1987: lì, probabilmente, la vede Federico Zeri, che poi, richiesto di un’expertise, la rifiuta. La studia anche un altro esperto tedesco nel 1989, ma rifiuta di dire dove: è pericoloso, spiega, il quadro è della mafia giapponese. La vera caccia al dipinto comincia nel 2009, quando i medesimi carabinieri che hanno già riportato in Italia importanti capolavori d’archeologia scavati di frodo e finiti ai più grandi musei del mondo, vengono a sapere che è in vendita.

Cederla è difficile: l’acquirente non potrebbe mostrarla a nessuno né prestarla ai musei, senza rischiare il sequestro e il processo. Così, un giapponese contatta il ministero, tentando di cederlo all’Italia, coinvolge perfino alcuni funzionari, che la vedono già in Svizzera. Dove appunto la Tavola era stata portata, forse nella speranza di poterla vendere al nostro Paese, l’unico acquirente possibile. Ma nel 2009, i carabinieri della Tutela scoprono che il quadro è stato nascosto al Porto Franco di Ginevra, vasto come 22 campi di calcio. La Svizzera collabora: al rischio di una confisca, chi lo detiene preferisce un accordo gratuito.

I misteri. Le prime analisi sottolineano varie singolarità, compresi i fili di canapa per «legare» il colore alla tavola, come usava Leonardo. Sotto il dipinto c’è un disegno, con tanti pentimenti. Vi sono numerose figure non finite. Ma soltanto ora, con la Tavola a disposizione degli studiosi e tante indagini diagnostiche già eseguite anche dall’Opificio delle Pietre dure a Firenze, potrà cominciare il vero dibattito sulla natura di questo dipinto. Che non si sa neppure come sia giunto da Firenze a Genova. C’è chi pensa perfino che Leonardo l’avesse con sé in Francia. E Pompeo Leoni, cui vanno molti suoi disegni, l’abbia donato ai Doria: ne avevano salvato il padre dalla condanna alle galere. Ma, originale o copia, il dipinto è davvero importante e averlo riportato a casa, un grande successo, enorme merito. Il presidente della Repubblica l’ha capito subito e, nel massimo segreto, si è organizzata la mostra. Gli occhi di chi ama l’arte possono bearsi un po’ di più.


Martedì 27 Novembre 2012 - 15:35
Ultimo aggiornamento: 15:36

Quando Winston Churchill salvò il "Gorgonzola cheese"

La Stampa

Gli inglesi riscoprono il formaggio risparmiato dalle bombe della Guerra mondiale

gianfranco quaglia



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Winston Churchill ne era così goloso da preferirlo al Blue Stilton, il re dei formaggi britannici. Si racconta che lo statista fosse innamorato del «Gorgonzola cheese» made in Italy a tal punto che durante la guerra avesse ordinato ai piloti della Raf di segnare sulle mappe militari con un cerchietto rosso l’area di produzione (da Novara alla Lombardia) per evitare che i bombardieri distruggessero i caseifici. Non è leggenda: l’erborinato italiano era davvero il formaggio più consumato nel ristorante della Camera dei Comuni di Londra. A distanza di 60 e più anni il Consorzio di tutela del Gorgonzola, con sede a Novara, tenta di ripetere i fasti di quell’epoca d’oro. Quando, poco prima e dopo il secondo conflitto mondiale, nei fine settimana partiva da Novara un treno merci carico di forme diretto a Londra.

Adesso lo sbarco nel Regno Unito avviene con tecniche più veloci e meno laboriose, attraverso la promozione, battendo a tappeto l’alta ristorazione. La passione degli inglesi per il gorgonzola è palese: i dati delle esportazioni fanno registrare un incremento del 3,5 per cento nel primo semestre 2012 rispetto allo stesso periodo 2011. Ma i sudditi di Sua Maestà amano il famoso erborinato Dop come prodotto di fine pasto. Il Consorzio del Gorgonzola, invece, vuole diffonderlo come ingrediente inserito all’interno di una ricetta. La campagna promozionale prevede il coinvolgimento dello chef Theo Randall il cui ristorante InterContinental Park Lane si è aggiudicato il riconoscimento di miglior locale italiano a Londra.

A lui è stato affidato il compito di coordinare una serata di gala e una raccolta di ricette. In campo sono stati chiamati anche i giovani chef del Westminster Kingsway College, che si cimenteranno in un concrso di piatti a base di gorgonzola. Infine il Consorzio ha curato la pubblicazione di un libro di cucina in lingua inglese, con informazioni sulla storia del formaggio e sulle caratteristiche della Dop. All’interno una vasta proposta di ricette britanniche. Il volume sarà dato in omaggio ai londinesi che acquisterano una confezione speciale di erborinato in uno dei trenta «delicatessen» della capitale britannica.