venerdì 30 novembre 2012

Israele, tremila nuovi alloggi in Cisgiordania

Corriere della sera

La risposta del governo di Tel Aviv al riconoscimento Onu. Gli insediamenti anche nella parte araba di Gerusalemme
Prima mossa di Israele dopo il riconoscimento Onu alla Palestina, diventato membro osservatore: il governo di Tel Aviv intende autorizzare la costruzione di 3mila nuovi alloggi per i coloni in Cisgiordania ed a Gerusalemme est.


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ANCHE NELLA PARTE ARABA DI GERUSALEMME - È quanto riporta il quotidiano Haaretz, citando una fonte del governo israeliano che precisa che le costruzioni saranno realizzate anche nella parte araba di Gerusalemme est e nella cosiddetta zona E1 nei pressi della cittá, che si trova tra la parte settentrionale e meridionale della Cisgiordania. Il premier Benjamin Netanyahu si era impegnato con l'amministrazione Usa a non costruire nella zona E1 per mantenere la contiguità territoriale tra le due sezioni della Cisgiordania dove i palestinesi intendono stabilire il proprio stato.

L'OLP «UN'AGGRESSIONE CONTRO UNO STATO» - E subito arrivano le reazioni di parte palestinese: l'annunciato via libera del governo d'Israele alla costruzione di 3.000 nuovi insediamenti rappresenta «un'aggressione israeliano contro uno Stato e il mondo si deve assumere la responsabilità» di rispondere, ha dichiarato Hanan Ashrawi, del comitato esecutivo dell'Olp. Mentre il presidente Abu Mazen, lancia un appello per la ripresa dei negoziati di pace, a patto che Israele fermi la sua politica di colonizzazione.

ONU:«UNA DECISIONE CHE NON AIUTA» L'Onu, a sua volta, ha ricordato a Israele che la decisione di ampliare con 3.000 nuove case gli insediamenti in Cisgiordania, «non aiuta», il processo di pace con i palestinesi. «L'Onu e lo stesso segretario generale, Ban Ki-moon, hanno più volte ripetutesi che i le nuove colonie non aiutano il processo di pace», ha dichiarato, Farhan Haq, uno dei portavoce del Palazzo di Vetro.

TERZI RIFERIRA' IN PARLAMENTO- Venendo alla posizione italiana (govedì il nostro rappresentante all'Onu ha votato sì) è «assolutamente utile» che il governo riferisca in Parlamento: lo ha affermato il ministro degli Esteri Giulio Terzi auspicando «un dibattito» sul tema. La richiesta all'esecutivo era stata avanzata venerdì da esponenti del Pdl. Un dibattito parlamentare può essere l'occasione per «discutere della strategia dell'Ue», con i Paesi europei che si sono presentati «molto divisi» nel voto all'Onu, ma che concordano sull'essere «fattori di impulso del processo di pace», ha aggiunto Terzi. L'Italia, ha proseguito, e i Paesi Ue, vogliono rappresentare un «elemento costruttivo» per il rilancio della pace nella regione.

GLI USA: «NO AD ATTI UNILATERALI»- Gli Stati Uniti che giovedì hanno votato no, ritornano sulla questione: il conflitto tra israeliani e palestinesi potrà essere risolto «solo attraverso negoziati diretti e non attraverso atti unilaterali» dice la Casa Bianca. Una risoluzione contro cui hanno votato appunto gli Usa, insieme con Israele e pochissimi altri Paesi ( sette in tutto). Washington ha assicurato in ogni caso che non esiste alcun piano di ritiro degli aiuti alla Palestina.



Redazione Online30 novembre 2012 | 21:07

Là, dove l’epilessia è opera del demonio

Corriere della sera
di Claudio Arrigoni

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E’ l’albergo più antico e caratteristico di Addis Abeba, capitale dell’Etiopia. Per questo meta di molti tour turistici. Gli ospiti sono in terrazza con il tablet, molti camerieri parlano inglese o francese. La scena si svolge qui. Dalla cucina esce una ragazza, portata a braccia da altre quattro. Si dimena. Passano dalla hall, la portano sul retro. Lei continua a dimenarsi. Un ragazzo cerca di tenerla ferma. Alcune inservienti e cuoche si fanno il segno della croce continuamente. Altre prendono una piccola bibbia e dei santini e glieli avvicinano al petto e sul volto. Le spruzzano acqua. Accendono fiammiferi e le fanno annusare lo zolfo che si sprigiona. “Lo sappiamo, è il diavolo, ora lo cacciamo, ci pensiamo noi”: un autista che parla inglese cerca di allontanare una cardiologa italiana di Medici con l’Africa, lì per caso e che voleva intervenire.

Essere presente quando una chiara crisi epilettica viene trattata con un esorcismo colpisce. Anche se si è preparati, anche se si sono letti reportage, fra i quali un bel pezzo di poche settimane fa su Corriere Salute, e qualche missionario della Consolata, che mi ospitava, lo aveva detto, anche se si conosce la povertà appena scesi dall’aereo che porta ad Addis Abeba. Negli stessi giorni, in Italia, ecco la notizia che la diocesi di Milano ha raddoppiato il numero degli esorcisti perché è aumentata la richiesta. E allora pensi: anche qui ci sarà chi pensa che una crisi epilettica sia una possessione demoniaca?

Con il massimo rispetto per chi ha fede o crede alla possessione del demonio, chi pratica esorcismi ha giuste e approfondite conoscenze mediche per riconoscere patologie e condizioni di disabilità? Tornando a quella ragazza con epilessia dell’hotel di Addis, si potrebbe chiedere alle associazioni nazionali che si occupano di epilessia (Fie, Aice, Lice, Aime) di intervenire o cercare di far intervenire quelle internazionali. Portare aiuto o conoscenza o anche solo solidarietà non deve avere confini.

Ero ad Addis Abeba perché per la prima volta in Etiopia, paese fra i più poveri d’Africa, due atleti locali partecipavano alla gara podistica più affollata d’Africa, la Great Ethiopian Run, con protesi simili a quelle di Oscar Pistorius. Un messaggio di speranza – anche noi possiamo correre – in un paese dove la disabilità è spesso una condanna a morte: per le strade non ci sono paraplegici, chi lo diventa deve sperare di avere una famiglia a sostenerlo. E l’esempio della paraplegia è voluto, dato il forte aumento degli incidenti stradali dovuti all’aumento del traffico automobilistico o la completa assenza di sicurezza sul lavoro.

Ma il riferimento alla fine è a ogni forma di disabilità. Una pediatra di una ong italiana di un ospedale non lontano da Addis ha fatto capire a una madre che il suo bambino era nato con sindrome di Down. Non lo ha più toccato, lasciandolo morire. La sindrome di Down è universale, non fa differenza per il colore della pelle, eppure girando per l’Africa subsahariana non si incontrano persone con tale sindrome. Si potrebbe continuare.

Chiaro che la prima cosa che si pensa è il confronto. Ed è sbagliato farlo. Ogni situazione va vista all’interno della realtà dove si trova. La povertà e la situazione sociale giocano un ruolo decisivo: in Etiopia c’è un medico ogni 30 mila persone, un’ostetrica ogni 100 mila, bambini e bambine – bellissime – ti corrono dietro per un birr, 4 centesimi di euro, e quasi metà della popolazione vive con un euro al giorno.

Nel maggiore centro protesi di Addis Abeba mi spiegano che lo scorso anno sono arrivate 420 persone amputate (solo 12 agli arti superiori) e che nel paese si calcola con grande approssimazione un numero superiore ai 40 mila amputati. Quelli che arrivano qui riescono ad avere le protesi, gli altri sono in carrozzina, se va bene (magari “creativa”, come quella della foto in evidenza, fatta utilizzando tubi).

Vivere queste situazioni porta a riflettere. A relativizzare i problemi, come è giusto che sia. Ma poi fa capire di non cedere sui diritti e non fare passi indietro sulle conquiste. Lo si deve a chi è qui, ma anche a chi è là, a morire o chiedere la carità o essere cacciato di casa. Lo si deve a quella ragazza, che alla prossima crisi avrà intorno persone, anche amiche che sicuramente le vogliono bene, pronte a cospargerla di bibbie e santini facendole annusare zolfo.

Il leader dei No Tav beccato sul Frecciarossa

Luca Romano - Ven, 30/11/2012 - 14:45

Francesco Richetto ha ricevuto un provvedimento di divieto di dimora appena sceso da un treno ad alta velocità alla stazione di Roma Termini


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Ironia della sorte. Lui, Francesco Richetto, leader del movimento No Tav, beccato in un treno ad Alta Velocità. Precisamente un Frecciarossa.

Richetto, 32 anni, già condannato in primo grado per gli scontri del G8 universitario del maggio 2009 a Torino, ha ricevuto la notifica del provvedimento di divieto di dimora, spiccato dal gip Rosanna La Rosa nei suoi confronti per l’assalto agli uffici della Geostudio appena sceso da un treno ad alta velocità alla stazione di Roma Termini.

"All'incirca un paio di milioni di italiani che migrano, tornano o si muovono da nord a sud o viceversa avranno scoperto che gli unici treni da Torino a Roma sono ormai i treni ad alta velocità. Certo che l'alta velocità viene usata, sei obbligato, basta farsi un giro sul sito di trenitalia e si scopre la misteriosa mia presenza su di un treno, l'unico ormai che collega queste città", si è giustificato Richetto. Alla faccia della coerenza...

Palazzomontecitorio.it" acquistato da un blogger

Il Messaggero

Il governo dimentica di tutelare il dominio


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ROMA Il Governo ha dimenticato di acquistare un dominio internet, forse uno tra i più importanti nel nostro Paese dopo quello del Quirinale e di Palazzo Chigi.Sembra infatti, stando a quanto riporta l'agenzia stampa “Prima Pagina News”, che il prestigioso palazzo romano, sede della Camera dei Deputati, sia stato dimenticato., pe lo meno sul web. Digitando, infatti, sul browser www.palazzomontecitorio.it oppure .com/.org non appare un sito istituzionale dello Stato Italiano bensì un semplicissimo blog creato da un giovane torinese che aveva già acquistato, tempo fa, per pochi euro, i domini internet di Palazzo Grazioli sui quali aveva collocato dei finti siti di escort per lanciare una provocazione sul caso Ruby.


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Anche in questo caso il giovane blogger non si è lasciato scappare l’opportunità di dimostrare quando siano poco attenti e antiquati i nostri parlamentari. «Questa volta non ho voluto inserire immagini forti - dice il ragazzo - Ma volevo dimostrare che non bastano semplici slogan o chiamare dei decreti “2.0” per dimostrare che si sta al passo con i tempi. Chiunque avrebbe potuto acquistare il dominio e creare una casella di posta come ad esempio segreteria@palazzomontecitorio.it ed inviare mail a raffica, magari ad altri Paesi, creando non pochi problemi. Io amo il mio Paese e non l’ho fatto. Per me è una semplice provocazione». Ma cosa ne sarà ora del dominio? «Al momento è online così, scarno. Lo venderò. Mi auguro si faccia sentire qualcuno dal Palazzo».



Giovedì 29 Novembre 2012 - 20:10
Ultimo aggiornamento: Venerdì 30 Novembre - 17:27

Tanti soldi per salvare un cane?» La raccolta fondi che divide la Francia

Corriere della sera

Licka sarà operato da dottori "umani" «con una tecnologia all'avanguardia e molto costosa»
Un cucciolo di labrador di 9 mesi di nome Kaporal, ma ribattezzato Lycka dal nuovo proprietario, sta dividendo la Francia, con il popolo del web già mobilitato in sua difesa con una campagna su Facebook che sta riscuotendo grande successo (e donazioni a valanga) e una radio locale che, per contro, lancia dibattiti dal titolo «è moralmente accettabile spendere tanti soldi per salvare la vita di un cane?».


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L'OPERAZIONE - A scandalizzare i benpensanti transalpini, il fatto che questo cagnolone color miele, nato con una rara malformazione cardiaca, verrà operato il prossimo 20 dicembre dai chirurghi dell’ospedale Montsouris di Parigi, nel 14° arrondissement, dopo che i veterinari dell’Ecole Nationale Vétérinaire d’Alfort si erano rivolti a loro per un consulto. Insomma, il piccolo Lycka sarà operato da dottori “umani” che, colpiti dalla sua sfortunata storia, hanno accettato di prestare la loro opera gratis, anche se alla fine per l’intervento serviranno comunque 3mila euro «perché è necessario l’impiego di una tecnologia all’avanguardia e, di conseguenza, molto costosa», spiega a Le Parisien Orianne Vatin dell’associazione animalista SPA. Soldi che però il proprietario del cane, il signor Christian Collin di Villiers-sur-Marne, non ha, visto oltretutto che in questo momento è anche disoccupato.

LA RACCOLTA FONDI - E così la sezione di Vaux-le-Penil della SPA, dove Lycka era stato adottato nel giugno scorso all’età di tre mesi, si è offerta di pagare il 70% delle spese, lanciando poi una raccolta fondi sulla propria pagina Facebook per coprire il resto della somma. «Una persona ci ha offerto 300 euro in un colpo solo – racconta ancora la Vatin – e il nostro appello è stato accolto al di là di ogni immaginazione, al punto che ieri pomeriggio avevamo già quasi tutta la cifra necessaria all’operazione».

LA CAMPAGNA - Ma la campagna di solidarietà canina non ha incontrato unanime consenso umano né, tantomeno, medico e dopo aver rilanciato il dibattito aperto su una radio locale sulla legittimità o meno «di destinare una tale somma per salvare un cane», Le Parisien ha dato voce al malcelato malcontento del dottor Didier Ménard, che lavora nel fatiscente quartiere di Franc-Moisin a Saint-Denis. «Mi piacerebbe poter ottenere lo stesso successo anche se fosse uno dei miei pazienti ad aver bisogno di una protesi – sottolinea ironico il medico - perché con 3mila euro potrei alleviare le sofferenze di tante persone che non se lo possono permettere. Capisco l’attaccante di quest’uomo per il suo cane e che voglia fare di tutto per salvarlo, ma facendo un passo indietro da tutta questa storia, mi pare che viviamo in una società davvero strana».

LA REPLICA - A replicare al medico ci hanno però pensato gli amici virtuali di Lycka su Facebook («un animale è capace di più gratitudine di un essere umano», scrive uno; «chi non ama gli animali, è davvero capace di amare?», s’interroga un altro), mentre per la combattiva Vatin «la questione non si deve nemmeno porre, perché una vita è una vita e vale sempre la pena di essere salvata». Che sia umana o canina.


Simona Marchetti
30 novembre 2012 | 16:44

Ikea, cani avvelenati nel parcheggio Scandalo a Catania

Il Messaggero



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CATANIA - Un'agonia lenta sotto gli occhi dei clienti. Sono morti così due dei quattro cani avvelenati all'interno del parcheggio Ikea a Catania. Linda Strazzeri, presidente dell'associazione "L'altra zampa" intervenuta sul posto con altri volontariracconta quei momenti: «I cani erano in condizioni pessime, perché erano in preda alle convulsioni. Quale è il motivo di tanta cattiveria, è una cattiveria non so come altro chiamarla». Il Comune di Catania aveva ricevuto da parte di Ikea diverse richieste per allontanare gli animali dal suo parcheggio. La mano che ha avvelenato gli animali è ancora ignota e la magistratura ha aperto una inchiesta.

I cani erano infatti di proprietà dell'amministrazione pubblica che li aveva dotati di microchip.I cani erano dunque seguiti, e spesso giocavano con i bambini come spiega Maurizio Catania, dell'ufficio Diritti Animali: «Sicuramente se qualche bambino avesse, erroneamente, toccato queste polpette, perché di solito c'è la classica polpetta avvelenata, magari per gioco, potevamo assistere a tragedie di dimensioni più ampie». Resta l'indignazione per una prassi che, purtroppo, non è confinata al caso che coinvolge il colosso svedese. «Non è un obbligo amare gli animali, però rispettarli sì, assolutamente, e poi non doveva accadere, non c'erano i presupposti, erano cani docilissimi».

GUARDA IL VIDEO


Venerdì 30 Novembre 2012 - 16:16
Ultimo aggiornamento: 16:25

Grillo: «In Italia colpo di Stato dolce Fine democrazia un passo alla volta»

Il Messaggero



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ROMA - «In Italia è in atto un colpo di Stato progressivo. La fine della democrazia un passo alla volta, per abituare il cittadino al cambiamento. Dolce, soffice come lo shampoo di Gaber». Beppe Grillo dalsuo blog va all'attacco della riforma sulla legge elettorale, elencando uno alla volta quelli che chiama «colpetti di Stato» messi in atto dalle forze politiche. «Il primo passo - scrive il leader del Movimento 5 Stelle - fu la legge porcata Calderoli voluta e utilizzata da tutti i partiti nonostante le sceneggiate di facciata del pdmenoelle. I parlamentari sono diventati "di nomina", come i cavalieri antichi, di 5 segretari di partito. Non più preferenze da parte degli elettori, ma, con una liberalità assoluta, amici, amanti, mogli, compari, avvocati di fiducia, sodali a cui fare evitare la galera».

«Il secondo colpetto - incalza Grillo - è avvenuto con la nomina di Rigor Montis (inserito a forza nel Parlamento come senatore a vita per meriti sconosciuti) a presidente del Consiglio senza che il precedente governo fosse sfiduciato dal Parlamento in aula. Un fatto mai successo prima. Un precedente inquietante. E ora il terzo colpetto di Stato, nessuno sa quando si voterà, se ci sarà l'election day, con quale legge elettorale, con che circoscrizioni, se ci saranno premi e premiolini e chi lo deciderà. Nulla di nulla a pochissimi mesi dalle elezioni, mentre Napolitano a fine mandato estende le sue prerogative di garanzia della Repubblica a sovraintendente della prossima legislatura».
Per il leader del Movimento 5 Stelle il tentativo dietro la riforma è chiaro, già scritto.

«Il prossimo presidente deve essere Monti - sintetizza - nessuna coalizione deve vincere, nessun governo politico dovrà guidare la Nazione, la legge elettorale in gestazione con Calderoli in qualità di legislatore, estrema beffa e presa per il culo degli italiani, va disegnata per escludere ogni possibilità di vittoria del M5S e riproporre la minestra riscaldata della coalizione Pdl, pdmenoelle, udc con la new entry Sel. Un governissimo dei partiti in cui governa un altro, un cosiddetto "tecnico" (ma di che?) scelto dalla Bce». «Un uomo di fiducia della finanza internazionale che sta facendo dell'economia italiana un deserto dei tartari. Va detto, gridato, anche in sedi internazionali, e lo farò - assicura - che l'Italia non è più una democrazia, ma una partitocrazia affiliata ai poteri economici internazionali.

Chi ha portato allo sfascio il Paese si esibisce in televisione e concede interviste ai giornali proponendosi come il nuovo che avanza, senza pudore, senza vergogna invece di scomparire dalla circolazione. Ridono nei salotti, con il riso di Franti, i responsabili della disoccupazione, della svendita del Paese, della corruzione (mai una legge), della mafia (con cui lo Stato ha trattato), del conflitto di interessi (mai una legge), del debito pubblico con cui hanno rovinato l'Italia e riempito le tasche delle lobby, della distruzione delle imprese, di una pressione fiscale inumana e degli stipendi più bassi d'Europa».

«Non potete essere sia la malattia, sia la cura. Dove siete stati negli ultimi 20/30/40 anni? - chiede polemico - Con il culo al caldo grazie ai soldi degli italiani! E da lì non volete muovervi a qualunque costo, anche stravolgendo la legge elettorale sotto elezioni. Neppure Stalin o Mao hanno avuto la vostra faccia di bronzo, di cambiare le regole del gioco all'ultimo minuto dichiarando che è per la democrazia. Ci vediamo (comunque) in Parlamento. Sarà un piacere».



Venerdì 30 Novembre 2012 - 09:16
Ultimo aggiornamento: 16:21

Grillo, rifiutato il ricorso sull'Irap. I giudici: «Paghi ». E il M5s: «È una tassa rapina»

Corriere della sera

E intanto il consigliere ferrarese Tavolazzi accusa: «Grillo e Casaleggio vogliono gestire tutti i fondi parlamentari»

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Non ci sono solo i dati di Swg che danno in calo il M5s al 19,5% a rabbuiare la giornata di Beppe Grillo. O la "dissidente" bolognese Federica Salsi che ora lo accusa di essere «cattivo e violento». Altra brutta notizia arriva dalla commissione tributaria della provincia di Genova. Il comico genovese aveva fatto ricorso per la restituzione di 577.296 euro versati come Irap dal 2007. Ma i soldi non gli verranno restituiti, come stabilito da una sentenza del 14 novembre 2012. Se infatti Grillo sosteneva di aver svolto il suo lavoro di artista in maniera autonoma e di non essere dunque costretto a pagare l'imposta, i giudici genovesi hanno stabilito che il comico in realtà si sia avvalso del lavoro di collaboratori e che dunque la sua attività non fosse autonoma. Niente soldi indietro, dunque.

IL POST ANTI IRAP - Ciò che colpisce ancora di più è però che, due giorni dopo la sentenza, sul sito del Movimento Cinque Stelle sia comparso un post a firma di Marino Mastrangeli dal titolo: «Aboliamo l'Irap, imposta rapina che tassa imprese anche in perdita e penalizza chi ha più lavoratori. Si legge nel post: «Cari cittadini e cittadine a 5 stelle, propongo di presentare nella prossima legislatura, tramite i parlamentari del MoVimento 5 Stelle, un progetto di legge per abrogare l'Imposta Regionale sulle Attività Produttive (Irap), compensando questo ingiusto gettito fiscale con l'eliminazione totale degli sprechi di denaro pubblico dello Stato italiano (eliminazione già prevista nel Programma Politico del M5S)».

LA DENUNCIA DI TAVOLAZZI - E non è finita qua. Anche tra i dissidenti si inizia a parlare di soldi. Il consigliere ferrarese espulso dal M5S Valentino Tavolazzi ha reso pubblica su Facebook una lettera che i candidati alle politiche del movimento starebbero ricevendo in questi giorni. Denuncia Tavolazzi: «Questo messaggio li invita a sottoscrivere un impegno formale, riguardante l’uso del denaro che i gruppi M5S alla Camera ed al Senato avranno a disposizione per la comunicazione istituzionale», denuncia Tavolazzi. Che aggiunge: «L’impegno predisposto dai legali di Casaleggio prevede che sia Grillo a decidere regole e composizione di un fantomatico comitato che dovrà sovraintendere all’uso di quei fondi e decidere a quale struttura di comunicazione destinarli. I candidati devono firmare ora, per tutta la legislatura, che delegheranno in toto la destinazione del tesoretto pubblico e che approveranno ad hoc lo statuto del gruppo».

CARO CANDIDATO - Nel testo della lettera pubblicata da Tavolazzi si legge: Caro candidata/o, ad integrazione del documento da te approvato: “Codice di comportamento eletti MoVimento 5 Stelle in Parlamento”. Il Regolamento della Camera dei Deputati e del Senato prevede che a ciascun gruppo parlamentare vengano assegnati dall’Ufficio di Presidenza contributi da destinarsi agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare, nonché alle “funzioni di studio, editoria e comunicazione ad essa ricollegabili”. La costituzione di due “gruppi di comunicazione”, uno per la Camera e uno per il Senato, sarà definita da Beppe Grillo in termini di organizzazione, strumenti e di scelta dei membri, al duplice fine di garantire una gestione professionale e coordinata di detta attività di comunicazione, nonchè di evitare una dispersione delle risorse per ciò disponibili.

Ogni gruppo avrà un coordinatore con il compito di relazionarsi con il sito nazionale del M5S e con il blog di Beppe Grillo. La concreta destinazione delle risorse del gruppo parlamentare ad una struttura di comunicazione a supporto delle attività di Camera e Senato su designazione di Beppe Grillo deve costituire oggetto di specifica previsione nello Statuto di cui lo stesso gruppo parlamentare dovrà dotarsi per il suo funzionamento. È quindi necessaria l’assunzione di un esplicito e specifico impegno in tal senso da parte di ciascun singolo candidato del M5S al Parlamento prima delle votazioni per le liste elettorali con l’adesione formale a questo documento».

Come dire, insomma, che i cordoni della borsa li terranno Grillo e Casaleggio. Peccato, però, che né l'uno né l'altro abbiano espresso la volontà di candidarsi alle elezioni.


Marta Serafini
@martaserafini30 novembre 2012 | 12:52

Vaticano soddisfatto per il riconoscimento dello Stato palestinese

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


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CITTA’ DEL VATICANO - Il Vaticano manifesta soddisfazione per l'esito della votazione all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a favore di uno Stato palestinese. In passato si erano espressi in questa direzione già Paolo VI e Giovanni Paolo II, il primo pontefice che ricevette più volte in Vaticano, Yasser Arafat. Benedetto XVI durante il suo viaggio in Israele, due anni fa, aveva chiarito la linea diplomatica della Santa Sede che pur restando neutrale si sarebbe battuta per il riconoscimento del diritto di due popoli in due Stati, da una parte i palestinesi che chiedevano di poter essere riconosciuti a livello internazionale e di poter vivere in libertà e senza costrizione nei movimenti, dall’altra gli israeliani con il loro sacrosanto diritto a vivere in sicurezza, senza essere continuamente minacciati.«La Santa Sede, che è osservatore al Palazzo di vetro, accoglie con favore la decisione dell'Assemblea Generale, con la quale la Palestina è diventata Stato Osservatore non membro delle Nazioni Unite» hanno fatto sapere in Vaticano.

Con l'occasione la Santa Sede ha riproposto all’attenzione di tutta la comunità internazionale il riconoscimento di uno statuto speciale internazionalmente garantito per la città di Gerusalemme, luogo santo per ebrei, musulmani e cristiani, «ai fini di preservare la libertà di religione e di coscienza, l'identità e il carattere di Gerusalemme quale Città Santa, e il rispetto e l'accesso ai Luoghi Santi situati in essa». Una soluzione salomonica che però è sempre stata accantonata perché ritenuta impraticabile soprattutto dagli israeliani. «Condividiamo la gioia della popolazione palestinese e dei suoi leader.

La strada verso la pace è lunga e si percorre attraverso il negoziato che va ripreso» ha commentato il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal. I 138 si, 9 no e 41 astenuti possano essere «un passo anche a favore di Israele che ormai potrà dialogare con uno Stato e non con estremisti o terroristi come si riteneva nel passato». La strada però è ancora lunga. Twal fa presente che «Israele è in disaccordo e speriamo che passo dopo passo si possa arrivare ad una soluzione giusta per entrambi i popoli. I negoziati devono essere ripresi per trovare le soluzioni migliori».


Venerdì 30 Novembre 2012 - 13:25
Ultimo aggiornamento: 14:27

Samsung «arrotola» il telefonino

Corriere della sera

Il Wsj: gli schermi flessibili in arrivo entro metà 2013. Le possibili applicazioni: dai tablet ultrasottili agli orologi

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Si piegano, si avvolgono, si indossano. I vantaggi? Banalmente si potrà infilare il telefono in tasca senza rischio che si frantumi. I display flessibili per smartphone potrebbero essere sul mercato entro la prima metà del 2013. Dopo anni di sviluppo e di false anticipazioni sui siti di tutto il mondo, due fonti autorevoli come Wall Street Journal e Bbc si sono sintonizzate sull'annuncio: Samsung sarebbe pronta a dare il via alla produzione di massa di schermi flessibili, in plastica (anziché in vetro) per rendere i telefonini più leggeri, indistruttibili e, soprattutto, pieghevoli. Anche LG, Philips, Sharp, Sony e Nokia stano lavorando su questo fronte, ma l'azienda coreana, che da tempo sta sfornando prototipi, sembra intenzionata a bruciare la concorrenza. E a mettere fuori gioco Apple, che ha già depositato una richiesta di brevetto per dispositivi elettronici con display flessibili.

Telefonini e tablet flessibili Telefonini e tablet flessibili Telefonini e tablet flessibili Telefonini e tablet flessibili Telefonini e tablet flessibili

SOTTILI E RESISTENTI - Diverse le tecnologie che consentono di ottenere il risultato: Samsung usa gli schermi Oled (Organic Light Emitting Diode), capaci di emettere luce propria - più sottili e leggeri del tradizionale Lcd, retroilluminato - molto sottili e compatibili con un supporto flessibile quale può essere la plastica o un foglio metallico, che garantirebbe, oltre alla flessibilità, anche la durata. Per i suoi schermi flessibili, Samsung ha registrato un novo marchio: «Youm». Invece del classico vetro, monta più strati di pellicola. Lo schermo, morbido e flessibile, diventa avvolgibile praticamente ovunque.

Al Consumer Electronic Show 2011, Samsung aveva già dimostrato questa tecnologia in uno schermo malleabile di 4.5 pollici, con uno spessore di 0.3 millimetri, suscettibile di essere piegato in forma cilindrica senza rompersi. Un assaggio dei possibili impieghi è suggerito dal filmato visibile sul sito OLED-Display.net: frigoriferi con schermi interattivi, parabrezza che mostrano informazioni sul percorso, monitor trasparenti, display arrotolati in una penna.

I COSTI - La ricerca in questa direzione è partita negli ani '60, quando sono comparsi sul mercato i primi pannelli solari pieghevoli. Il primo prototipo di display ripiegabile a tecnologia Oled l'ha presentato Philips nel 2005. Che cosa è cambiato da allora? L'azienda sudcoreana sembra aver individuato il punto di compromesso tra tecnologia e costi di produzione, anche se Samsung non ha detto al Journal quanto voglia davvero investire nei nuovi dispositivi flessibili. L'articolo riporta solo che «una persona che conosce la situazione» ha riferito che i dispositivi frutto di questa innovazione saranno presentati nella prima metà del 2013. Il Galaxy s4 - atteso per maggio - potrebbe essere il prossimo dispositivo «pieghevole» della storia.

GLI ALTRI - La Bbc fa il punto sullo stato dell'arte della tecnologia. E cita anche il primo e-reader, il Kindle Amazon, che impiega uno schermo di plastica, con tecnologia e-ink. Ma la scocca del dispositivo è rigida. Innovazioni a metà, frenate per una questione di costi. Un analista del settore hi-tech, Abhigyan Sengupta, della MarketsAndMarkets, che ha recentemente pubblicato uno studio sugli scrhermi pieghevoli, spiega che un prodotto interamente flessibile - fronte, retro, batterie, touchscreen - avrebbe ancora costi troppo elevati.

CARBONIO - Un altro materiale delle meraviglie è il grafene, un materiale cristallino, bidimensionale, costituito da un singolo strato di atomi di carbonio. Leggero, resistente (100 volte più dell’acciaio), flessibile (5 volte più dell’acciaio), trasparente, impermeabile, con ottima conducibilità (termica, elettrica ed elettronica). Scoperto dagli scienziati André Geim e Kostya Novoselov, premio Nobel per la fisica nel 2010, ha un campo di impieghi potenzialmente sterminato, in elettronica e in varie tecnologie come perfetto sostituito del silicio. L'asso nella manica di Andrea Ferrari, ricercatore dell'Università di Cambridge, che per la Nokia studia dispositivi pieghevoli: telefoni, tablet, pannelli solari e schermi tv.


Antonella De Gregorio
30 novembre 2012 | 12:38

L'sms «Pinocchio» ti svuota il conto Blitz a Napoli e in mezza Italia

Il Mattino


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NAPOLI - La Polizia postale e delle Comunicazioni di Roma ha terminato una complessa attività investigativa concernente il fenomeno del phishing nella sua più recente versione. L'hano chiamato smishing, neologismo per dire, a pesca di polli da spennare con un messaggino. Un messaggino bugiardo.
Una truffa che inizia, infatti, con un sms truffaldino che rimanda l'ignaro utente su pagine web in tutto identiche a quelle di siti commerciali, di operatori telefonici e di istituti di credito: servono a catturare dei dati delle carte di credito.

Le indagini hanno portato all'esecuzione di cinque arresti a Roma e Pesaro e di 15 provvedimenti di perquisizione locale e personale nei confronti di cittadini italiani ed extracomunitari di età compresa tra i 30 ed i 55 anni dislocati a Roma, Pesaro, Napoli, Treviso, Trento, Vicenza, Cosenza, Vibo Valentia, Guidonia. Gli arresti sono stati eseguiti nella flagranza di reato: gli indagati sono stati trovati in possesso di carte di credito clonate pronte per l'utilizzo sia tramite internet che presso esercizi commerciali.


Venerdì 30 Novembre 2012 - 11:05    Ultimo aggiornamento: 11:08

Siria offline: su Twitter le istruzioni per aggirare il blocco

La Stampa

Google riattiva il servizio Speak2Tweet e compaiono numeri di telefono per collegarsi via modem. Anche Anonymous si schiera contro Assad
federico guerrini


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Si teme il peggio per quanto riguarda l’evolversi del conflitto siriano. Per chi lo osserva dall’esterno, uno dei sintomi più inquietanti è il totale blackout di Internet a cui è andato incontro il Paese a partire dalle 11.26 di ieri mattina. Amnesty International ha subito rilasciato un comunicato in cui esperime tutta la propria preoccupazione.

“Temiamo che possa essere la spia delle intenzioni del governo siriano di nascondere al mondo la verità su quanto sta accadendo sul terreno – ha detto la vice direttrice per il Medio Oriente e l’Africa, Ann Harrison – chiedendo il rispetto della popolazione civile”. Nella giornata di ieri governo e ribelli si sono rimpallati vicendevolmente la responsabilità dell’oscuramento, che a molti ha fatto tornare in mente l’Egitto, dove, nel corso della dittatura araba, il dittatore Mubarak taglio per breve tempo la nazione fuori dalla Rete, cosa che peraltro non gli fu di alcun aiuto e non impedì la sua caduta.

Fino a questa notte in realtà alcuni network consentivano ancora di collegarsi allo spazio Web del Paese. La società Renesys che monitora i flussi Internet in tutto il mondo, ne aveva individuati cinque ; il fatto che alcuni di essi fossero stati i canali di distribuzione attraverso cui degli attivisti pro regime avevano cercato di infiltrare con dei virus i computer dei ribelli , aveva fatto sospettare che la loro sopravvivenza non fosse casuale, ma dovuta a un tornaconto nel regime. Durante la notte, anch’essi però sono stati spenti.

Nel frattempo molti degli sviluppi ricordano quanto già accaduto in Siria, Tunisia ed Egitto, durante le rivolte della Primavera Araba. Su Twitter è comparso l’hashtag #SyriaBlackoout , attraverso cui è possibile seguire tutte le news sul fenomeno. Google ha riattivato il servizio Speak2Tweet , che permette di registrare per telefono brevi messaggi (le linee telefoniche funzionano a intermittenza e a macchia di leopardo nel Paese) che vengono automaticamente trasformati in testo postato su Twitter.

Gli hacker di Anonymous si sono schierati coi rivoltosi: con un comunicato apparso sul loro sito hanno annunciato di voler rimuovere dal Web qualsiasi contenuto del regime di Assad non ospitato su network siriani, iniziando dai siti delle Ambasciate della Siria all’estero e in particolare dalla sede diplomatica in Cina. Tutte le news e gli effetti di tali attacchi informatici verranno comunicati su Twitter tramite l’account @OpSyriaIRC. Sempre sul sito di microblogging sono comparsi alcuni numeri telefonici messi a disposizione dal gruppo Telecomix per chi voglia collegarsi al Web con una connessione dial-up.

La sindrome del veterano azzanna anche i cani soldato

Oscar Grazioli - Ven, 30/11/2012 - 07:17

Diventano nervosi e aggressivi oppure cadono in depressione. I farmaci ansiolitici non bastano: per evitare la messa a riposo occorre recuperarli in ambienti rilassanti 

Inizia con un quiz il pregevole articolo del Los Angeles Times sullo stress postbellico sofferto dai "cani della guerra". "Rimarreste sorpresi nell'apprendere che i cani impiegati sui fronti bellici soffrono di stress post traumatico, come i militari?" Quasi il 90% del campione risponde che no, non sarebbe per niente sorpreso.


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Dice il sergente Garry Laub a propositi di Cora, un Malinois che lui stesso ha addestrato. "Era un cane straordinario, capace di segnalare bombe sottoterra acquattandosi con delicatezza vicino al punto preciso dove scavare. Percentuale di errori? Quasi zero". E sapete cosa pretendeva, dopo una giornata di lavoro in cerca di bombe? Un biscotto, una carezza, talvolta un giocattolo da masticare. "Per lei era tutto un gioco" afferma il sottufficiale, "ma sapeva cosa doveva fare e giocava duro fino all'ultima bomba".

Poi, dopo diversi mesi in Irak e dozzine di missioni, improvvisamente il cambiamento. Cora non è più la stessa. Diventa riluttante a lasciare la sua stanza, un rumore secco la fa scattare e comincia a conoscere la paura. In più, ora ringhia e attacca briga con gli altri cani nel quartier generale, il suo sergente è il primo ad avvertirne i segni. "Post Traumatic stress disorder" (Ptds) è la diagnosi e costituisce il culmine di un processo determinato non da un singolo evento ma da una sequela di episodi che minano i nervi del cane esattamente come quelli dell'uomo. Non c'è nulla da fare, sul campo di combattimento per questi soggetti.

L'equilibrio si è spezzato ed è il momento di essere rimpatriati, prima di commettere errori che potrebbero costare numerose vite umane, oltre alla loro. Una volta a casa, questi cani, proprio come accade per gli uomini, necessitano di cure specifiche. Veterinari comportamentalisti ed esperti addestratori di cani si occupano dei soggetti come Cora, non lesinando inizialmente trattamenti con farmaci ansiolitici (Xanax) e sedute di terapia cognitivo comportamentale. Se sono stati rimpatriati al momento giusto e non troppo tardi, come Cora, spesso è sufficiente trattarli come veri e propri onorati veterani di guerra e lasciarli vivere in ambienti privi di agenti stressanti, così rifioriscono in poche settimane.

Walter Burghardt Jr., esperto di comportamento animale e ufficiale nella base aerea di Lackland (Texas) sostiene che il 10% dei cani che ha protetto le truppe americane in Irak e Afghanistan soffre di Ptds grave. "Arrivano a casa distrutti e non possono più lavorare". Il 50% si rimette ma deve essere assegnato a posti di lavoro meno stressanti, mentre gli altri vengono ritirati da qualunque compito militare e sono posti in adozione, come cani d'affezione.

Dal tragico attacco dell'11 settembre, i militari hanno aumentato il contingente di cani addestrati per operazioni sul fronte bellico e sono attualmente oltre 2500 i Pastori Tedeschi, i Malinois e i Labrador addestrati al riconoscimento delle bombe, specie quelle sotterrate, una delle principali armi degli eserciti afghani e irakeni. Cora è ora in una base aerea della Georgia, mentre il suo conduttore è stato trasferito nell'Arkansas. Hanno ancora qualcosa in comune: la tristezza per essersi dovuti lasciare. Almeno per ora.

Il cioccolato che non si scioglie

Corriere della sera

Rimane solido anche se esposto per tre ore a 40 gradi. Sarà venduto nei Paesi più caldi
È una trovata alla Willy Wonka quella degli scienziati che lavorano alla fabbrica di cioccolato Cadbury. L’azienda inglese ha infatti «inventato» il cioccolato che rimane solido anche se esposto per tre ore consencutive a 40 gradi. Normalmente invece inizia a sciogliersi a 34 °C.


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BREVETTO La scoperta, per cui la Cadbury ha richiesto il brevetto, comporta un cambiamento nella fase di produzione del cioccolato, quando vengono mescolati e sminuzzati in un contenitore riempito con palline metalliche burro di cacao, olio vegetale, latte e zucchero. Quest’ultimo ingrediente viene ridotto in particelle più piccole e quindi ricoperto con uno strato minore di grasso, rendendo la barretta di cioccolato più resistente al caldo.

POLEMICHE - La nuova specialità di casa Cadbury, chiamata «cioccolato tollerante alla temperatura» ha però già scatenato le polemiche dal momento che non potrà essere assaggiata dai cittadini britannici. Il gruppo americano Kraft, che da due anni ha acquisito il marchio britannico, ha fatto sapere che venderà questo cioccolato solo nei Paesi più caldi come India e Brasile e non verrà invece commercializzato in Gran Bretagna. Immediate le reazioni a questa scelta perché, al momento dell’acquisto dell’azienda inglese, la Kraft aveva assicurato che avrebbe continuato a produrre «cioccolato britannico per i britannici». Robert Halfon, deputato del Partito conservatore, ha dichiarato: «È una notizia deludente. Abbiamo inventato questo marchio e ora non possiamo goderne i frutti. Li esorto a riconsiderare la decisione e a permettere ai britannici di assaggiare questo cioccolato».

MENO BUONO - Ma dall’azienda per ora non sono arrivati ripensamenti, spiegando che non esiste ragione per cui questo tipo di cioccolato debba essere venduto in Gran Bretagna «Questo cioccolato tollerante alle alte temperature è più adatto ai climi caldi», spiegano gli scienziati, «in particolare nei Paesi meno sviluppati, dove i sistemi per mantenere la temperatura stabile sono insufficienti». Inoltre, aggiungono, «la barretta in questione ha un sapore meno buono del cioccolato "normale"».


Carolina Saporiti
29 novembre 2012 (modifica il 30 novembre 2012)

Navigare su tablet: ecco le tariffe migliori

Corriere della sera

Tra Tim, Vodafone, Wind e Tre, quali proposte scegliere in base alla frequenza di utilizzo che si fa della tavoletta

MILANO - Uso «sporadico»? Può bastare un euro al mese. Uso «standard» o «frequente»? Di euro ce ne vogliono appena cinque. Uso «intenso»? Una dozzina di euro e niente più pensieri. Perché se è vero che il mercato è un dedalo di offerte e promozioni, la maggior parte degli italiani che utilizzano una tavoletta per connettersi a Internet rientrano in quattro profili ben determinabili. E per ciascuno di loro gli operatori offrono una o più proposte convenienti. A dirlo è un’analisi realizzata dal sito «SosTariffe.it» che Corriere.it è in grado di anticipare. Riservata a chi è già in possesso di un tablet, può essere letta, senza avanzare pretese di scientificità, anche come un semplice consiglio a fare due conti e guardarsi intorno. Come un modo per capire, riconoscendosi in una o in un’altra tipologia di consumo, se per caso si sta spendendo troppo.

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USO SPORADICO - Questi utenti usano il tablet per attività che richiedono anche un ingente traffico di dati, ma lo fanno soprattutto da casa appoggiandosi alla rete Wi-Fi domestica. La connessione 3G viene accesa in mobilità molto raramente e solo per scaricare la posta o cercare poche informazioni su internet. Limitandosi parecchio, si riesce a non andare oltre i 300 mega ogni 30 giorni offerti per esempio sul mercato dalla Tre (in abbinamento a una chiavetta in comodato d’uso gratuito) con un canone di appena 1 euro al mese. Attenzione però: non è possibile superare la soglia di 10 mega al giorno. Troppo poco? Quando si sfora si spendono 90 centesimi per altri 500 megabyte da consumare entro il giorno dell’acquisto.

USO STANDARD - Trentacinque ore stimate di utilizzo al mese, più o meno un’ora e mezza al giorno su rete mobile e un consumo complessivo di circa un giga. Pochi video in streaming, ma un’attività intensa sui social network, che comunque non richiede un traffico smisurato. Con cinque euro al mese è possibile acquistare una tariffa della Tre che permette di allargarsi fino a 3 giga ogni 30 giorni. O, con la Wind, si spende la stessa cifra se si abbinano al traffico per il tablet altre promozioni e pacchetti molto gettonati (All Inclusive, Super Noi, Noi Tutti e simili). E se la copertura di un operatore nella zona in cui si vive non è soddisfacente, o se non si vogliono sottoscrivere altre opzioni, chi rientra in questo profilo può rivolgersi anche a Tim e Vodafone, la cui proposta è di circa 7,4 euro al mese (si compra un pacchetto annuale da 89 euro).

USO FREQUENTE - Qui le ore di utilizzo mensili diventano 65 (circa due e mezza al giorno) e si raggiungono i 3 giga di traffico. La fruizione di YouTube e di video in streaming è più massiccia e il tablet, per quanto alternato con il pc, è uno strumento di lavoro o di svago molto presente. È possibile scegliere una tariffa della 3 e della Wind identica alla tipologia precedente. Con un’avvertenza: superato un giga di traffico, la Wind limita a 32 kbps la velocità massima a cui si può navigare.


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USO INTENSO
- Rientra in questa tipologia che usa il tablet spesso e volentieri, anche tre ore al giorno, ancora di più di quanto fa con il personal computer. E dunque, oltre alla posta elettronica, presentazioni e documenti, scarica volentieri app e vede filmati in streaming. In questo caso da segnalare l’offerta della Tim che costa 12,41 euro al mese e dà diritto a 5 giga (10 per le nuove attivazioni entro il 31 dicembre) ogni 30 giorni. Bisogna però corrispondere subito in anticipo il canone annuale (149 euro). Ci sono ovviamente utenti che superano ulteriormente questa soglia e sul mercato trovano delle offerte all’altezza della situazione come la «Internet Fly» della Vodafone che con un contributo mensile di 25 euro dà un traffico di 7 giga, peraltro a una velocità davvero interessante, fino a 43,2 Mbps. Velocità che diventa altissima sulle reti di nuova generazione LTE. Serve però un tablet abilitato e con la Tim, per esempio, si spendono 30 euro al mese per 20 giga di traffico.

All’opposto, si può pure fare a meno di qualsiasi tariffa, almeno di una dedicata alla nostra tavoletta. Ricorda Giuliano Messina, cofondatore e amministratore di SosTariffe.it: «Per chi acquista un nuovo tablet è sempre consigliabile valutare anche la possibilità di rinunciare al modello con connettività cellulare integrata a favore di quello di base con solo collegamento Wi-Fi». Certo, è una scelta che ha senso soprattutto se si possiede un telefonino di nuova generazione con un’offerta che prevede almeno qualche giga e consente di usare lo smartphone come modem: «Così», aggiunge Messina, «si può collegare in pochi secondi la tavoletta al proprio cellulare». E, a prescindere che se ne faccia un uso sporadico, standard, frequente, intenso o intensissimo, non si deve aggiungere nemmeno un centesimo per navigare dal tablet.


Elio D'Oliviero
29 novembre 2012 (modifica il 30 novembre 2012)

La casta dei giudici ha il posteggio riservato

Luca Fazzo - Ven, 30/11/2012 - 07:46


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«Vorrei sapere perché un medico, un'ostetrica o un ' infermiera devono parcheggiare a pagamento nel silos di via della Commenda per lavorare in clinica Mangiagalli mentre (da sempre) i giudici, gli impiegati del tribunale e i loro uscieri della Procura hanno tutta la via Fanti e le vie adiacenti al Tribunale con i parcheggi loro riservati?! Sono lavoratori di serie A mentre i sanitari di serie B? Chi stabilisce questi privilegi e vantaggi? Loro? A beh!.. ... Ma non c'e' nessuno che se ne vergogni? O almeno che se ne renda conto. ? Almeno abbiamo il coraggio di parlarne! Grazie!»

La lettera è firmata da un signore di Milano, Maurizio Barbieri Carones. É una di quelle lettere che nelle redazioni risultano provvidenziali, perché costringono il cronista impigrito dall'abitudine a notare ciò che gli sta sotto gli occhi tutti i giorni, tanto da non farvi più nemmeno caso. Il lettore ha scattato la fotografia a pochi metri dal palazzo di giustizia. Non specifica se abbia notato il cartello durante una passeggiata, o se invece stesse cercando affannosamente un posto dove posteggiare la sua auto, e abbia dovuto girare al largo dai posti riservati. Sta di fatto che si è indignato. E la circostanza che l'ingiustizia svettasse a pochi metri dal palazzo di giustizia deve essergli parso una contraddizione e un' aggravante.

Cosa dice, il cartello? Che molti posti auto circostanti il tribunale sono stati requisiti a favore della Procura della Repubblica. Sì obietterà che i magistrati hanno ben la necessità di parcheggiare i loro mezzi. Ma molte toghe sono intestatarie di un posto riservato nei cortili interni del tribunale. Inoltre le auto con il contrassegno degli uffici giudiziari possono accedere all'area transennata lungo via San Barnaba. Senza contare che a pochi passi dal tribunale c'è un autosilos dove - dopo l'entrata in vigore dell'area C - è agevole trovare posto a prezzi ragionevoli. E soprattutto che, tranne sporadiche eccezioni, gli orari di lavoro del magistrato medio sono totalmente compatibili con l'utilizzo del mezzo pubblico per il tragitto casa-lavoro.

Nonostante tutto ciò, evidentemente, la fame di posti auto da parte del palazzaccio non si placa. E va a cannibalizzare posti cui ambirebbero anche centinaia di altre persone che svolgono nella stessa zona professioni altrettanto nobili: primi i tra tutti, i sanitari del Policlinico e delle strutture ad esso collegate, che spesso fanno orari più scomodi di quelli dei giudici. Il parcheggio riservato alla Procura, insomma, sembra appartenere anch'esso alla schiera dei piccoli privilegi della casta. Come già i pass per le corsie preferenziali (addirittura trecento, secondo fonti autorevoli) rilasciati in bianco dal Comune di Milano agli uffici giudiziari.

É possibile, a dire il vero, che una parte rilevante dei posti ufficialmente riservati alla «Procura della Repubblica» in realtà siano occupati non da magistrati ma da cancellieri, impiegati, dipendenti delle forze dell'ordine. Ma anche per questi vale lo stesso discorso: perché un commissario per venire dall'ufficio al tribunale deve montare sulla Punto di servizio e non sull'autobus 94? Perché, se persino il procuratore della Repubblica viene tranquillamente al lavoro in bicicletta, lo stesso non posso fare i suoi colleghi?

De Benedetti, l'ingegnere ora fa il no global

Libero

Per l'industriale si deve risparmiare in spese militari e investire quei soldi nella scuola


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«Togliere soldi alle attività militari e alle missioni all’estero per investire nella scuola e nel sapere». «C’è la necessità di una patrimoniale e di contratti a costo zero per i neoassunti». «Sull’Ilva ci vorrebbe un sequestro conservativo per mettere a norma il sito». «Le società che creano disagi crescenti non sono sostenibili». A parlare non è un leader del movimento no global o un esponente ambientalista e pauperista, ma l’ingegner Carlo De Benedetti. Che quando torna a casa dorme sulla sua montagna di soldi, alla faccia dei no global (e del Cav).

Napolitano si alza lo stipendio Uno schiaffo agli italiani

Libero

Nel comparto pubblico Re Giorgio è l’unico ad aver salvato lo stipendio dalla spending review: nel 2013 ai 239.192 euro che prende già, il presidente ne aggiungerà altri 8.835. Pure le toghe sfuggono ai tagli


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"Il bel gesto evidentemente non è arrivato. Dopo anni di tagli ai costi della politica, la rabbia popolare e la scure calata anche dal governo di Mario Monti, l’unico a non avere tirato la cinghia nelle istituzioni italiane è Giorgio Napolitano. Certo, nessuno ha osato toccare lo stipendio personale del presidente della Repubblica, aspettando quel bel gesto che non è arrivato. Ma fa impressione scoprire che lo stipendio di Napolitano sarà l’unico in tutto il comparto pubblico ad aumentare nel 2013.

La notizia è nascosta fra i trasferimenti del ministero dell’Economia sui costi della politica raccontati dalla tabella 2 allegata alla legge di stabilità", spiga il vicedirettore di Libero, Franco Bechis, sul quotidiano di venerdì 30 novembre. Dal Quirinale arriva uno schiaffo agli italiani: Napolitano si alza lo stipendio. Nel comparto pubblico, Re Giorgio è l'unico ad aver salvato la paga dalla spending review: nel 2013 ai 239.192 euro che già prende, ne aggiungerà altri 8.835. L'inquilino del Colle ignora la rabbia dei cittadini tartassati e non si cura nemmeno della spending review che investe gli organi dello Stato. E anche le toghe sfuggono ai tagli: Csm, ermellini, Tar e Corte dei Conti potranno spendere di più.

I centurioni di De Gaulle presi a modello dagli Usa

Stenio Solinas - Ven, 30/11/2012 - 08:33

Torna in edizione integrale il romanzo che racconta l'epopea dei parà francesi che combatterono in Nord Africa. Al Pentagono è considerato un manuale militare


Nel 1960, a cavallo fra quella che tre anni prima era stata «la battaglia di Algeri» e due anni dopo, con il trattato di Evian, si sarebbe trasformata nell'indipendenza dell'Algeria, Jean Lartéguy pubblicò Les Centurions, il romanzo in cui una vittoria militare ai confini dell'impero coloniale francese si trasformava di fatto in una sconfitta per l'incapacità politica di assumersene la responsabilità.


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In Italia il libro uscì cinque anni dopo, con il titolo Né onore né gloria, adombrando in fondo quello del successivo, ma come data coevo romanzo di Lartéguy, Les Pretoriens, dove già nel passaggio dalla la figura di centurione a quella di pretoriano si delineavano i contorni di ciò che l'opinione pubblica anticolonialista aveva bollato come «la sale guerre», la guerra sporca, e i francesi d'Algeria, razzisticamente, come «pieds noirs»…

Nello stesso anno, Né onore né gloria era intanto divenuto un film, un buon film di guerra, non partigiano anche se retorico, con un cast di tutto rispetto (Anthony Quinn, Alain Delon, Maurice Ronet, Jean Servais, Claudia Cardinale), ma cinematograficamente bisognò aspettare ancora un anno perché con La battaglia di Algeri Gillo Pontecorvo entrasse a gamba tesa nella ricostruzione di ciò che veramente era stata per la Francia l'Algeria: un combinato disposto di repressione militare, sfruttamento economico e cecità politica, doppi giochi e tradimenti, promesse mancate, cinismo e coda di paglia. L'Eliseo, ovvero la presidenza della Repubblica, ne vietò allora la programmazione e quando nel 1971 il divieto fu levato, una bomba fece saltare in aria il cinema di Parigi che doveva proiettarlo...

Per vederlo, i francesi hanno dovuto aspettare il 2004. Sponsorizzato dal governo algerino e basato sui Souvenirs de la Bataille d'Alger di Saadi Yacef, uno dei capi dell'Fln, Il Fronte di liberazione nazionale, il film di Pontecorvo era in fondo il romanzo di Lartéguy raccontato dall'altra parte: non c'erano il bene e il male contrapposti, non c'erano partigiani angelici e terroristi militari sanguinari, o viceversa. La dignità e l'orrore stavano in entrambi i campi e, nel rispettivo codice di comportamento, terroristi e paracadutisti erano lì a svolgere il compito loro assegnato.

Non è un caso che al tempo dell'Afghanistan e dell'Iraq, sia il romanzo sia il film siano stati presi a modello dal Pentagono statunitense, come fossero una sorta di «manuali» da studiare per comprendere le dinamiche delle cosiddette «guerre asimmetriche»; e non è un caso che, appena un anno fa, il romanzo vincitore del Goncourt, il più prestigioso premio letterario di Francia, sia stato quell'Art français de la guerre nel quale l'Algeria, così come l'Indocina, sono lì a ricordare un passato che non passa.

Adesso Mursia pubblica, in versione integrale rispetto a quella garzantiana di oramai mezzo secolo fa, e ripristinando il titolo originale, I centurioni, appunto (519 pagine, 19 euro), quello che è oramai un classico, e ne affida la traduzione a uno specialista in materia, Gianfranco Peroncini, autore per la stessa casa editrice di Il sillogismo imperfetto. La guerra d'Algeria e il “Piano Pouget” (794 pagine, 26 euro), monumentale ricostruzione non solo di quel conflitto, ma delle componenti politiche, sociali, ideali e psicologiche che ne fecero il paradigma dell'incontro-scontro fra imperi e colonie.

Spiace solo che in questa nuova edizione, una certa sciatteria tipografica (refusi etcetera), mortifichi a volte il piacere della lettura. Ufficiale e poi corrispondente di guerra, premio Albert Londres come «grand reporter», Lartéguy, morto a 80 anni l'anno scorso, racconta dunque nei centurioni i combattenti di una guerra perduta in partenza, eppure paradossalmente vinta nella sua realtà militare facendo tesoro proprio della precedente sconfitta militare indocinese. È lì che i “paras” si rendono conto di cosa sia una “guerra di popolo” e un “esercito popolare”, è lì che capiscono come le gerarchie e le burocrazie siano roba vecchia, è lì che un esercito professionale e di leva scopre la sua debolezza nel confronto con un esercito politico, superiore per motivazioni e comprensione della posta in gioco.

Rispetto al connazionale Jean Hougron, autore di un ciclo, La nuit indochinoise, esemplare nel raccontare che cosa sia stata per i coloni francesi la seduzione tossica e febbrile del Vietnam, Lartéguy si muove sempre e comunque all'interno di un'élite scelta di guerrieri, idealmente modellata sulla retorica romana delle legioni impegnate a proteggere la grandezza di un impero e i diritti delle popolazioni che ne facevano parte, e perciò prima incredula e poi indignata all'idea che l'una e gli altri potessero essere oggetto di baratto.

Il fallito putsch di Algeri del 1961, quando cioè i paracadutisti del generale Salan cercheranno di mettere De Gaulle, arrivato da poco alla presidenza della Repubblica proprio sull'onda dell'«Algeria francese», nasce, troppo tardi, proprio da questa incredulità-indignazione e non è un caso che I centurioni sia dedicato a Jean Pouget, il maggiore paracadutista teorico, ancora nel 1958, del piano che ne porta il nome e che è al centro del saggio di Peroncini: l'idea cioè di un Algeria franco-musulmana autonoma ma integrata, dove i leader dell'Fln avessero posti di responsabilità e l'esercito facesse da garante...

In realtà, per quanto «soldati politici» i centurioni raccontati da Lartéguy restavano degli «impolitici» per stili di vita, gusti, consuetudini. «Non eravamo pronti. Abbiamo scoperto a un tratto la nostra potenza, ma troppo presto e troppo in fretta». Inoltre, come ha spiegato bene Raymond Aron, un'Algeria integrata demograficamente avrebbe sommerso la madrepatria. Ci sarebbe voluto un generale De Gaulle fra i paras di Algeri, ma c'era solo un generale Massu. «Io non possiedo la sua cultura, il suo senso politico, la sua necessaria durezza. Non è sufficiente prendere il potere, bisogna essere in grado di esercitarlo». È quello che fece De Gaulle, liberandosi dell'Algeria come di un corpo infetto, anche se in quel corpo scorreva molto sangue francese.

Quando il calcio divenne un affare di Stato

La Stampa

Il 30 novembre del 1872 a Glasgow si giocò Scozia-Inghilterra
giulia zonca


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Le squadre erano sperimentali, i tifosi curiosi, le maglie provvisorie. La prima sfida tra nazionali della storia del calcio è uscita un po’ arruffata ma non sembra che siano passati 140 anni. Scozia contro Inghilterra, a Glasgow, e reperire tutti gli scozzesi era stato difficile, per ottimizzare alla fine li presero dalla stessa squadra, Queen’s Park, il club che allora trionfava nei tornei antenati del campionato. Gruppo compatto, senza ct, i nomi li ha scelse il capitano e lo schema non esisteva.

Tanti attaccanti e correre, stessa tattica degli avversari che invece pescarono i titolari in giro per il paese sotto la guida di Charles Alcock, il padre della partita. Era sia il capitano (ma non giocò perché si era infortunato) che il segretario della federazione inglese che l’impaziente, il visionario ansioso di futuro e stanco di incontri tra contee. Era il momento di allargare i confini, di aprirsi al mondo.
C’erano 4000 spettatori, il biglietto costava uno scellino e l’atmosfera mancava totalmente.

La Scozia stava in blu per comodità (era il colore del Queen’s Park, perché cambiarlo), l’Inghilterra in bianco sempre per questioni di praticità, era la divisa più facile da reperire, ma nessuno prevedeva di dare un colore al destino della Nazione. Dovettero ritardare l’inizio causa nebbia e quando si cominciò non fu certo uno spettacolo. Il pubblico si distraeva e il gioco era noiosissimo. A dispetto dello schieramento senza regole non si vide neanche un gol, un tristissimo 0-0 tra fango e sbadigli che non lasciava ben sperare.

Andò così male che decisero di riprovarci con il ritorno. Non si poteva chiudere l’esperimento con un fiasco così e si diedero appuntamento a Londra mesi dopo. Meno male, altrimenti ai Mondiali non ci saremmo mai arrivati Scozia contro Inghilterra, a Glasgow, e reperire tutti gli scozzesi era stato difficile, per ottimizzare alla fine li hanno presi dalla stessa squadra, Queen’s Park, il club che allora trionfava nei tornei antenati del campionato. Gruppo compatto, senza ct, i nomi li ha scelti il capitano e lo schema non esisteva.

Tanti attaccanti e correre, stessa tattica degli avversari che invece pescavano i titolari in giro per il paese sotto la guida di Charles Alcock, il padre della partita. Era sia il capitano (ma non giocò perché si era infortunato) che il segretario della federazione inglese che l’impaziente stanco di incontri tra contee. Era il momento di allargare i confini, di aprirsi al mondo.

C’erano 4000 spettatori, il biglietto costava uno scellino e l’atmosfera mancava totalmente. La Scozia stava in blu per comodità (era il colore del Queen’s Park, perché cambiarlo), l’Inghilterra in bianco ma nessuno prevedeva di dare un colore al destino della Nazione. Il pubblico si distraeva e il gioco era noiosissimo. A dispetto dello schieramento senza regole non si vide neanche un gol, un tristissimo 0-0 che non lasciava ben sperare. 

L'atollo pagato dagli sceicchi davanti a Riccione

Corriere della sera

Il piano del Comune: hotel e negozi per 3.000 persone Il progetto sarà presentato a febbraio. Spesa prevista, un miliardo

Una riproduzione dell'atollo artificiale
RICCIONE (Rimini) - L'ultima (e unica) volta che ci provarono finì con un'esplosione che scosse l'intera costa del divertimentificio, da Rimini a Cesenatico. Si chiamava Isola delle Rose (dal nome del suo creatore, l'ingegnere bolognese Giorgio Rosa), piattaforma di 400 metri quadrati piazzata nel mare Adriatico, a 11 chilometri e rotti dalle coste, fuori dalle acque territoriali italiane, ma dentro, saldamente ancorata, a quella stagione di contestazioni e utopie che fu il Sessantotto. Doveva essere una micro-nazione, con tanto di moneta, governo e lingua ufficiale: visse 55 giorni, finché Digos e guardia di Finanza, bracci armati di uno Stato che si sentiva schiaffeggiato, non ne presero possesso, facendola saltare in aria nel febbraio del '69 con 1000 chili di esplosivo.

L'ATOLLO - Ora ci riprovano, leggermente più a sud, davanti a Riccione. Non un'isola: addirittura un atollo. Non una micro-nazione, né un'avanguardia di chissà quale progetto secessionista, ma qualcosa di ambizioso in termini di progettazione e spirito d'impresa. Far sorgere dal nulla, in mezzo all'Adriatico, a 3 miglia in linea d'aria da viale Ceccarini, un atollo di 1 chilometro di diametro in grado di ospitare un porto (con terminal per le navi da crociera in viaggio tra Venezia, Grecia e Croazia) e poi hotel, residence, centri di ricerca in tema di green economy, parchi, negozi: il tutto, per una popolazione di circa 3 mila persone e con possibilità di balneazione assolutamente inedite, dato che la profondità del mare, a quella distanza dalla costa, è di 12 metri.

L'IDEA - Meglio sorvolare sui pensieri che devono avere attraversato le menti dei funzionari ministeriali romani quando Luca Emanueli, che dirige un centro di ricerca sui sistemi costieri presso il dipartimento di Architettura dell'Università di Ferrara, e Cristian Amatori, capo di gabinetto del sindaco di Riccione, il pd Massimo Pironi, misero per la prima volta sul tavolo l'idea. «Superato il primo attimo di sconcerto e viste le carte - racconta Amatori -, l'approccio è stato, non solo collaborativo, ma entusiastico». Da allora, con l'avvento del governo Monti, l'idea ha cominciato a marciare. Quattro sono i ministeri interessati: Infrastrutture, Ambiente, Sviluppo e Beni culturali (con l'aggiunta di quello per la Coesione sociale per eventuali contributi comunitari).

IL PROGETTO - Il progetto, come racconta il Carlino Rimini , non è ancora stato presentato. Lo sarà in febbraio con un convegno all'università di Ferrara. Ma è già in corso l'istruttoria per attivare la procedura di Valutazione di impatto ambientale. Il costo è di un miliardo di euro. Cifra pazzesca, di questi tempi. Da reperire sotto l'ombrello del project financing: «Abbiamo già ricevuto l'interessamento - afferma il sindaco Pironi - di imprenditori sauditi e di alcuni fondi d'investimento inglesi e olandesi».

MODELLO DUBAI? - Chi pensasse al modello Dubai è fuori strada. «Non sarà un'oasi ad esclusivo beneficio di vip - prosegue Amatori -. L'intento è integrare e ampliare l'offerta turistica di Riccione senza togliere nulla al patrimonio esistente sulla costa, che ha ormai raggiunto la saturazione». Di fatto, un'estensione del territorio: «Trattandosi di un progetto senza precedenti - dice Emanueli, che lavora con specialisti di varie discipline -, si sono dovute esplorare nuove strade sotto il profilo urbanistico e legislativo. Fondamentali inoltre gli studi sull'andamento del moto ondoso e dei fondali». Per ora non c'è traccia di comitati anti-atollo. «Ma forse perché il progetto non è ancora ufficiale», ride Amatori. In compenso gli amanti della sabbia si mettano il cuore in pace: «Le spiagge non sono previste: il mare ne farebbe un sol boccone...».

Francesco Alberti
30 novembre 2012 | 7:51

Lavoro: ferie non godute, scatta l'indennità d'ufficio

La Stampa


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Il datore di lavoro deve mettere mano al portafogli e pagare al dipendente l'indennità per le ferie non godute nel caso in cui il lavoratore, per motivo non dipendente dalla sua volontà come nel caso di malattia, non abbia potuto consumare i giorni destinati al «riposo annuale». Questa regola vale anche nel caso in cui i contratti collettivi non prevedano una clausola del genere. Lo sottolinea la Cassazione che ha accolto il ricorso di un capotreno al quale `Trenitalia´ non voleva corrispondere l'indennizzo per i 18 giorni di ferie non godute nel 1998, essendo stato Adriano P. malato dal 19 settembre 1999 al 6 gennaio 2000.

Sia in primo che in secondo grado, il Tribunale e la Corte di Appello di Roma avevano detto `no´ all'indennizzo rilevando che «in base al contratto collettivo non è da riconoscere alcuna indennità sostitutiva, prevista solo per l'ipotesi di risoluzione del rapporto di lavoro». Ma per la Suprema Corte - sentenza 21028 - le cose non stanno affatto così poiché «il diritto alle ferie nel nostro ordinamento gode di una tutela rigorosa, di rilievo costituzionale».

«Ne consegue - scrivono gli `ermellini´ - che allorché il lavoratore assentatosi dal lavoro a causa di una lunga malattia, non abbia goduto, in tutto o in parte, delle ferie annuali entro il periodo stabilito dalla contrattazione collettiva in assenza di alcuna determinazione al riguardo da parte del datore di lavoro, non può desumersi dal silenzio serbato dall'interessato alcuna rinuncia e quindi il datore è tenuto a corrispondergli la relativa indennità sostitutiva delle ferie non godute».

«Pertanto le clausole di contratti collettivi - conclude la Cassazione - che prevedono esclusivamente il diritto al godimento delle ferie e non anche dell'indennità sostitutiva, in applicazione del principio di conservazione del contratto, devono essere interpretate nel senso che in ogni caso la mancata fruizione delle ferie per causa non imputabile al lavoratore, non può escludere il diritto di quest'ultimo all'indennità sostitutiva delle ferie, in considerazione della irrinunciabilita' del diritto stesso, costituzionalmente garantito».

(Fonte: Ansa)