martedì 4 dicembre 2012

Equitalia vuole 8 milioni di euro dal killer della "Uno bianca"

Libero

La cartella esattoriale è arrivata a Fabio Savi nel carcere di massima sicurezza di Spoleto dove sta scontando l'ergastolo: sono i soldi che lo Stato ha anticipato alle vittime


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Poiché l'uomo è nullatenente è scattato il pignoramento di un quinto dello stipendio che prende per il suo lavoro dietro le sbarre: circa 60 euro al mese 

Una cartella esattoriale pesante quella che è entrata nel carcere di massima sicurezza di Spoleto. Equitalia vuole da Fabio Savi, l'unico civile della banda della "Uno bianca" otto milioni di euro. La notizia, resa nota da "Qn", rivela anche che, visto che è nullatenente, gli verranno pignorati 60 euro al mese dello stipendio di 300 che percepisce per il lavoro in carcere. I fratelli Savi furono arrestati nel novembre del 1994, insieme agli altri componenti della banda che dall'87 al '94 fu protagonista di 105 crimini e 24 omicidi tra Bologna, Romagna e Marche. Fabio Savi, come il fratello Roberto, nel marzo del 1996 fu condannato a 3 ergastoli.

Poi la riduzione ad un ergastolo. Nell’ambito del processo ai fratelli e agli altri complici, venne stabilito che lo Stato versasse ai parenti delle 24 vittime 19 miliardi di lire, circa 10 milioni di euro. Cifra che versò lo Stato. Adesso Equitalia glieli ha richiesti indietro con tutti gli interessi.

"Era il minimo che potessero fare - ha commentato il presidente dell'associazione delle vittime Rosanna Zecchi - Lui non ha pagato niente. A noi ci ha risarcito lo Stato. D'altronde la maggior parte dei componenti della banda erano dipendenti dello Stato, erano poliziotti. Io mi chiedo perchè non glieli hanno prelevati prima questi soldi. Ha ucciso persone inermi, che potevano dare un contributo allo Stato. E' giusto. Spero che chiedano il rimborso anche agli altri. Anche se mi pare che sia tutto un po' tardivo. Le condanne in Cassazione erano chiare, avevano detto che ci dovevano risarcire".

Dalla Finocchiaro a Veltroni: col Pd un governo di mostri

Libero

Bersani e il Partito Democratico appaiono lanciati verso Palazzo Chigi. "Libero" vi svela quale sarà la squadra: Vendola, D'Alema, Errani...una tragedia

di Marco Gorra 


Vocazione maggioritaria di ritorno o incipiente delirio di onnipotenza che sia, nel Pd in piena sbornia da primarie la tentazione di fare da sé si fa fortissima. Due elementi spingono in questa direzione: il trend innescato nei sondaggi dal successo delle primarie (ieri il Tg7 di Mentana dava il Pd al 34,6%, che sommato a Sel e cespugli vari proietta la coalizione oltre il 40%) e la quasi certezza che si voterà col Porcellum. Lo scenario per Bersani, dunque, è una maggioranza massiccia alla Camera e dignitosa in Senato ottenibile en solitaire, cioè senza bussare da Casini e soci e contentandosi di coprirsi al centro con le risorse indigene (Renzi) ed oriunde (Tabacci).  Questa maggioranza di sinistra-centro, se nel lungo periodo offre scarse garanzie di tenuta, reggerà però quanto basterà per presentarsi al Colle - dove nei desiderata di Bersani il padrone di casa a quel punto dovrebbe essere diventato Mario Monti - con la lista dei ministri in tasca. E l’elenco dei membri del futuribile governo Bersani - elenco che Libero ha provato a stilare con criterio il più realista possibile - fa impressione.


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Le certezze - A Palazzo Chigi, ovviamente, andrà Bersani.

La Farnesina è prenotata da Massimo D’Alema, che ad autoaffondarsi per bucare le gomme a Renzi è stato il primo ed andrà risarcito con un ministero di prima fascia.

Per Nichi Vendola, oltre alla nomina a vicepremier, si profila un dicastero ad alto impatto sociale: la destinazione più probabile è il ministero del Lavoro (a mitigare il tutto potrebbe soccorrere la nomina di un sottosegretario più moderato come il leader delle Acli Andrea Olivero).

Anna Finocchiaro avrebbe finalmente l’occasione di coronare il sogno di diventare Guardasigilli mentre

Il governatore emiliano Vasco Errani, incarnazione del bersanismo, sarebbe in pole per il Viminale.

Difficile, poi, levare i Beni culturali a Walter Veltroni.

All’Economia non potrebbe che finire Stefano Fassina, arcigno responsabile economico del partito e massimo interprete della linea Cgil.

Lo Sviluppo economico, anche per ragioni di bilanciamento, a quel punto sarebbe perfetto per Bruno Tabacci.

Il candidato naturale per la Salute sarebbe il senatore chirurgo Ignazio Marino,
 
Mentre il nome giusto per la Difesa sarebbe quello di Enrico Letta (il cui lavoro in  commissione alla Camera è trasversalmente apprezzato).

Capitolo Cencelli:
 
Ai socialisti di Riccardo Nencini toccherà un ministero di fascia media (tipo i Rapporti con le Regioni),

Mentre ai vendoliani andrà dato un secondo posto di peso: il numero due di Sel Gennaro Migliore finirebbe all’Agricoltura.

L’immancabile tributo alla società civile si potrebbe pagare nominando lo storico (nonché spin doctor del segretario) Miguel Gotor all’Istruzione.


Laura Puppato che sulla green economy ha incentrato il programma per le primarie, sarebbe perfetta per l’Ambiente.

In quota bersaniani duri e puri i nomi in lizza sono quelli della direttrice di YouDem Chiara Geloni (Pari opportunità)

E delle parlamentari Marina Sereni (Rapporti col Parlamento)

E Paola De Micheli (Infrastrutture).

In lizza pure i due membri senior del terzetto del comitato elettorale di Bersani Alessandra Moretti e Roberto

Speranza per cui resterebbero Turismo e Politiche Giovanili.

E Rosy Bindi? Convenienza vorrebbe che la si dirottasse altrove, magari su una prestigiosa poltrona istituzionale. Ma, qualora la Bindi si impuntasse, negarle un ministero sarebbe difficile. Al limite, si potrebbe tentare di limitarne l’esposizione assegnandole un dicastero minore, come quello all’Attuazione del programma.

Concessioni balneari, proroga di 5 anni: governo battuto in Senato

La Stampa

Per la commissione Bilancio può essere solo dal 2015 al 2020


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ROMA - Governo battuto in Senato sulla proroga delle concessioni balneari per altri 30 anni: la proroga sarà solo di 5, dal 2015 al 2020.

Concessioni, proroga di 5 anni.
Stamani la Commissione Bilancio del Senato aveva dato parere contrario all'emendamento dei relatori al dl Sviluppo. Per la Bilancio la proroga poteva essere appunto solo dal 2015 al 2020, e quindi di 5 anni. Ora la decisione passa alla Commissione Industria.


Martedì 04 Dicembre 2012 - 11:19
Ultimo aggiornamento: 13:27

Cosa c'è dietro il no di Israele all'Onu, qualche ipotesi

Vittorio Dan Segre - Mar, 04/12/2012 - 11:32

Ci sono tre motivi per spiegare la dura reazione di Israele all'ingresso della Palestina nell'Onu come membro osservatore: due politici, uno economico


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Ci sono varie possibili interpretazioni del fatto che Israele, provocando l'ira di Washington, dell'ONU, e di una parte notevole dell'opinione pubblica israeliana stessa - per non parlare di quella mondiale - ha deciso di reagire all'accettazione della Autorità palestinese all'ONU come stato osservatore in maniera non solo brutale ma provocativa. La prima e più comune è il desiderio del Premier Natanyahu (scosso dal successo che l'ala estremista del suo partito ha ottenuto nelle primarie del Lilud), di scavalcare a destra i suoi detrattori con misure antipalestinesi per garantirsi un largo sostegno nelle elezioni generali fissate per il 22 Gennaio.

Considerazioni elettorali non si possono certo escludere, ma non bastano a spiegare questa furiosa e, per molti osservatori, controproducente reazione di Gerusalemme. Una seconda ragione, avanzata da vari analisti e legata alle dichiarazioni del mese scorso di ministro degli esteri, é che a Israele conviene provocare la caduta di Mahmud Abbas tornato trionfatore a Ramallah dal riconoscimento dello stato palestinese dalla Conferenza Generale dell'ONU il 29 Novembre.

Non solo Abbas non controlla un terzo dei palestinesi in Palestina (che si trova sotto il suo avversario Hamas a Gaza), ma è inutile trattare con una entità che ha fatto del vittimismo e delle sue accusa a Israele la sua strategia politica. Mahmud Abbas non ha nulla da offrire, nulla da garantire per cui ogni trattativa con lui é priva di valore. Se esiste un'entità palestinese con cui vale la pena di trattare  questa è Hamas perché se non altro può offrire una tregua d'armi (come si é visto con il recente scontro a con Gaza), è meglio attendere che maturino le condizioni per trattare con questa (come del resto si é già fatto sottobanco sia per la liberazione del soldato Shalit sia per definire le condizioni della tregua - come si sta facendo in questo momento al Cairo).

C'é tuttavia chi pensa che ci siano ragioni più profonde per questa politica anti stato palestinese. Al Middle East Forum tenutosi via conference call l'8 novembre scorso Lawrence Solomon, uno dei più noti esperti di energia e del suo impatto sull'ambiente, amministratore delegato della Energy Probe Research Foundation di Toronto, ha sostenuto la seguente tesi che è condivisa dalla maggioranza degli esperti politici israeliani. Prima della guerra del 1973 non solo Israele costruiva a Gerusalemme unita dalla guerra del 1967 e nelle zone occupate ma era anche il beniamino di molti stati in particolare di quelli africani.

La crisi energetica provocata dall'OPEC dopo la guerra del Kippur, diede inizio all'isolamento politico di Israele grazie all'arma del petrolio saudita puntata non solo contro lo stato ebraico ma contro ogni stato che lo sostenesse. Il prezzo del petrolio triplicò, Yasser Arafat fu accolto armato all'Assemblea Generale dell'ONU che l'anno seguente bollò il movimento di liberazione ebraico, il sionismo, come razzista. Da allora l'isolamento e la delegittimazione di Israele non fecero che aumentare. Ciò che ora sta succedendo é la rivoluzione nel mercato energetico grazie, non solo alla scoperta di sempre nuovi giacimenti sottomarini di gas davanti alle coste israeliane e di Cipro ma al perfezionamento delle tecniche di estrazione del petrolio dalle rocce Shale.

Prodi: «Ora il partito deve aprirsi Via al ricambio generazionale»

Corriere della sera

L'ex premier: «Bello il discorso della sconfitta di Renzi, ha un futuro. Ho contribuito alla riuscita delle primarie»

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«Mi è piaciuto il modo in cui Matteo Renzi ha riconosciuto la sconfitta: la politica è fatta anche di questi momenti e bisogna saperli gestire». Presidente Romano Prodi, di questo passo qualcuno potrà pensare che lei ha votato per il sindaco di Firenze...
«Non penso che nessuno sia autorizzato a pensare alcunché, dato che la mia scelta è e resta riservata. Ho ritenuto fosse mio dovere contribuire alla riuscita di queste primarie, di cui modestamente credo di essere uno dei principali sostenitori. L'ho fatto, andando a votare e dicendolo pubblicamente, ma mantenendo sempre un profilo da esterno. Credo che la politica sia una cosa seria, non da dilettanti o da irresponsabili. E che il mio ruolo passato, unito a quello attuale, imponga una certa sobrietà in questo senso».

Ammetterà che Renzi non se l'è giocata male...
«Ha fatto la sua partita nel modo e con gli argomenti che riteneva giusti. Il risultato dice che una parte significativa dell'elettorato l'ha ascoltato e ha capito le sue argomentazioni, anche se ho l'impressione che le polemiche dell'ultima settimana non siano state apprezzate dalla maggioranza degli elettori del centrosinistra».

Il quasi 40 per cento ottenuto dal sindaco rischia di diventare un problema per il Partito democratico?
«E perché mai? Quando dall'elettorato arriva una legittimazione diretta, com'è avvenuto in questo caso, non è mai un problema. Considerando l'età e l'impostazione che ha dato alla sua campagna, Renzi ha un futuro davanti a sé. Ha creato una squadra nel territorio, un serbatoio di energie che, se bene utilizzato, non potrà che dare vitalità al partito».

Ha vinto Bersani, il suo pupillo ai tempi del governo del 2006...
«Pier Luigi si è mosso molto bene e si è meritatamente ritagliato una posizione di grande forza. È stato capace di interpretare i tormenti e i nodi che assillano il Paese, dando alle primarie un profilo ricco di contenuti». Ma adesso, proprio in virtù di una vittoria così ampia, molti si aspettano da Bersani un rinnovamento ampio, a cominciare dalla classe dirigente: ne sarà capace?  «Ora ha gli strumenti per farlo. Ha in mano il partito dopo una battaglia personale molto coraggiosa. Non dimentichiamo che non erano pochi nel Pd quelli che non volevano le primarie. E sono loro, a questo punto, i veri sconfitti».

Riuscirà Bersani ad essere, almeno un po', rottamatore?
«Preferisco il termine riformatore. Il ricambio generazionale è necessario. Ma deve partire dal basso. Non è il segretario che deve circondarsi di chissà quale schiera di eletti, ma vanno create le condizioni perché possa emergere una nuova classe dirigente».

E quali sono gli strumenti necessari? «Penso alle primarie di collegio, a una riforma elettorale che restituisca voce ai cittadini, a un Pd inclusivo e aperto ai fermenti dal basso. È triste pensare che ci sono parlamentari di cui nessuno ha mai visto la faccia sul territorio».

Quanto le sente sue queste primarie? 
  «Ne sono orgoglioso soprattutto per il Pd, che ha dimostrato di sapere anticipare una voglia di cambiamento sempre più incalzante. Nel momento in cui i partiti hanno perso la capacità di fare selezione interna, tenendo agganciati settori della società civile, le primarie rappresentano un'importante evoluzione della democrazia. In questo senso, lasciando da parte gli Stati Uniti, che hanno una storia loro, l'Italia è all'avanguardia. La Francia ci sta seguendo e penso che anche la Germania, dove ancora la struttura-partito ha una sua efficacia, imboccherà presto questa strada».

Le primarie alle quali partecipò lei nel 2005 superarono i 4 milioni di votanti: qualcuno, rispetto alle attuali, le ha però definite «celebrative»: è d'accordo? «La consultazione di allora non presentava un panorama concorrenziale, ma proprio per questo il dato dell'affluenza è stato ancora più spettacolare: fu la conferma che incrociavamo una fortissima esigenza che veniva dal basso. Ed è importante che quella lezione sia stata compresa negli anni successivi dal Pd».

C'è chi dice che la vittoria di Bersani farà rispuntare in Berlusconi la voglia di riprovarci: lei crede?
«Berlusconi non si è mai ritirato. Si è messo in un angolo e aspetta di vedere cosa più gli conviene fare. Non se n'è andato».


Francesco Alberti
4 dicembre 2012 | 8:22

Le Favole da rottamare

Corriere della sera


«Dobbiamo vincere ma senza raccontare favole, perché poi non si governa». Questa frase, pronunciata da Pier Luigi Bersani subito dopo la vittoria, è forse il risultato più importante delle primarie del centrosinistra. Se il candidato premier ha sentito il bisogno di dirlo nel momento del successo, vuol dire che è consapevole che di favole ne sono state raccontate in questi mesi, e che è giunta l'ora di smetterla.


Nella favola più in voga si narra che l'arrivo della sinistra al governo libererà ingenti somme di denaro pubblico da investire in grandi opere (le «migliaia di cantieri» di cui parla Vendola), o in ritorni alle pensioni di anzianità (il progetto Damiano, poi bloccato dalla Ragioneria dello Stato perché costava 17 miliardi), o in «stimoli alla crescita» e «politiche industriali» (il keynesismo alla Fassina).

Questa favola si basa su due illusioni. La prima è che una sinistra vincente in Italia possa, in alleanza con i socialisti francesi e i socialdemocratici tedeschi, ribaltare il tavolo europeo e mettere fine al rigore. Ma pure in Francia la sinistra vinse promettendo di riscrivere il Trattato europeo che impone la disciplina di bilancio, e una volta al governo si è precipitata a votarlo così com'era. E in Germania i socialdemocratici hanno approvato il Fiscal Compact, e non sembrano disposti a suicidarsi alle elezioni proponendo di spennare i tacchini tedeschi per i debiti dei passerotti italiani.

La seconda illusione è che Mr. Spread non sia più con noi. È vero, ieri è finalmente tornato, anche se per poco, sotto quota 300, la casa dei conti pubblici non brucia più, e questo si deve proprio a quelle politiche di rigore che nelle favole si sogna di rottamare. Però non è immaginabile alcuna crescita se le banche italiane continueranno a pagare interessi doppi di quelle tedesche e a farli pagare tripli alle imprese e alle famiglie. Lo spread ce lo abbiamo ancora sotto la pelle. E non si può nemmeno escludere che, se facciamo le mosse sbagliate, si debba ricorrere all'ombrello della Bce prima o dopo le elezioni.

Di favole ne sentiremo anche altre in campagna elettorale. Tipo quella che dice che possiamo risolvere i nostri problemi uscendo dall'euro (Grillo), o che potremmo risolverli tornando all'autorevolezza e alla credibilità di quando c'era lui (Berlusconi). Il Bersani che ha vinto le primarie ha dunque ora il dovere, oltre che il diritto datogli dal voto popolare, di agire da premier in pectore. Il suo Pd assomiglia oggi di più a un grande partito europeo, sia per le dimensioni elettorali fotografate dai sondaggi, sia per il pluralismo culturale che vi ha portato la sfida delle primarie. Il successo delle idee liberal, eretiche fino all'altro ieri e ora approvate da quattro elettori su dieci, può allargare il campo della sinistra. A patto che non si creda all'ultima favola che si racconta nel Pd: e cioè che le primarie le ha vinte il «profumo di sinistra» di Vendola, che ha preso quasi il 16%, e le ha perse il «profumo di destra» di Renzi, che ha preso il 40%.


Antonio Polito
4 dicembre 2012 | 7:44

Google vi imbroglia», la crociata di Microsoft a colpi di pubblicità

Corriere della sera

Per l'attacco al rivale investiti milioni di dollari

NEW YORK - Fregati da Google? L'attacco di Microsoft al suo eterno rivale è durissimo. La settimana scorsa la società fondata da Bill Gates ha creato il sito Scroogled.com per avvertire gli utenti americani della sezione shopping di Google che i risultati ottenuti derivano da annunci pubblicitari pagati, non sono più frutto della selezione fatta dal motore di ricerca sulla base di parametri oggettivi. E da ieri questo stesso messaggio viene veicolato con una massiccia campagna pubblicitaria: spot in tv e pagine di pubblicità sui grandi giornali.

Cattura Lo slogan, a caratteri cubitali e vergato coi colori del logo di Google, è «Don't get scroogled». Non fatevi fregare da Google è una traduzione inevitabilmente approssimativa perché il neologismo «Scroogle» evoca Ebenezer Scrooge, l'avido senza cuore del «Canto di Natale» di Charles Dickens, ma a molti pare un'abbreviazione di «screwed by Google» (fottuti da Google). Comunque un pugno allo stomaco, come conferma la riga successiva dell'annuncio che accusa la società di Mountain View di non «fornire una ricerca onesta» ai suoi utenti dell'area Shopping. Firmato Microsoft e Bing, il motore di ricerca del gruppo di Seattle che funziona bene e cresce, ma non riesce a intaccare la leadership di Google che da sola occupa più dei due terzi del mercato del «search» (67%).

L'attacco sembra mirato ad aprire uno spiraglio per Bing che dice di trattare in modo oggettivo le informazioni commerciali, anche se riceve molta pubblicità ben pagata. E che vorrebbe conquistare quote di mercato proprio in questa stagione di vendite natalizie. Ma liquidare la vicenda come una battaglia per i regali di fine d'anno sarebbe riduttivo e fuorviante. Intanto va detto che in questo campo, se è vero che Google nei mesi scorsi ha cambiato le sue regole senza dare troppo nell'occhio (per adesso solo negli Usa: in Italia il nuovo sistema basato su inserzioni pagate arriverà a metà febbraio, per ora su «Shopping» ci sono ancora annunci «free»), è anche vero che Bing si comporta in modo non molto diverso.

Insomma Microsoft è un predicatore poco credibile. Google sostiene addirittura che il suo sistema è più trasparente proprio per la scelta «tutto-pay» di Google Shopping, mentre sul suo motore «search» di base gli annunci pagati sono ben distinti dalla graduatoria oggettiva prodotta da ogni ricerca. La società sostiene addirittura che gli annunci pagati sono migliori di quelli «free» perché chi spende soldi sta più attento a confezionare un messaggio attraente, un'offerta che appaia davvero conveniente. Però è vero che i fondatori Larry Page e Sergey Brin che ancora nel 2004 promettevano agli utenti «risultati oggettivi, imparziali per i quali non accetteremo pagamenti», hanno cambiato rotta.

Cosa legittima perché un gigante protagonista del mercato mondiale come Google deve adeguarsi alla rapida evoluzione dell'economia e delle tecnologie e deve difendere la sua redditività. Ma è legittimo anche l'intervento di Microsoft che ha deciso di spendere milioni e milioni per sottolineare un cambiamento di rotta che Google non ha occultato, ma al quale non ha nemmeno dato visibilità. E che assesta un altro colpo a «Don't be evil», il vecchio slogan «buonista» dell'azienda californiana.

Questo è probabilmente il cuore della campagna di Microsoft nella quale c'è lo zampino di Mark Penn, il guru della campagna di Hillary Clinton del 2008 approdato due anni fa a Seattle. Ruppe con Hillary anche perché voleva usare strumenti di pubblicità negativa contro il candidato Obama. Ora lo sta facendo con Google. Più che per conquistare pezzi di mercato, per accentuare le difficoltà di un avversario messo proprio ora sotto assedio dalle «authority» regolamentari dei governi negli Usa in Europa.

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Massimo Gaggi
4 dicembre 2012 | 9:30

Le primarie di Grillo, quello strano mix di hacker, tecnici e facce folkloristiche

La Stampa

Al via le “parlamentarie” sul web per la scelta dei candidati del Movimento Cinque Stelle alle prossime elezioni

jacopo iacoboni


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Le primarie di Beppe Grillo, che con brutto neologismo ha chiamato «parlamentarie», sono cominciate ieri; e sono un incrocio di cose interessanti e cose inquietanti.
È interessante che si scelgano tutti i candidati, non solo il leader (anche perché qui non c’è da sceglierlo, è il Capo), che non si paghi nulla, che chiunque possa farlo da casa, senza code o registri. Sono interessanti a modo loro i candidati - singolare impasto di professionalità, specialmente tecniche o informatiche, e velleità.

Tra i 1400 «candidabili» di Grillo ci sono tantissimi tecnici, è quasi IL partito dei tecnici, molti informatici, spesso liberi professionisti. Gli operai sono relativamente pochi, gli studenti meno di quanto si poteva pensare, a occhio. Le donne davvero tante. Tra i militanti storici spiccano i torinesi Marco Scibona, uno dei leader No Tav, o Yari Latini, un vero hacker, che ha realizzato l’architettura informatica del sito, o Michele Santarella, disabile di Rivoli, impegnatissimo sul tema dei diritti. A Firenze c’è Simone Curini, autore di Agorà 2.0, il portale che punta a sostituire Liquid Feedback.

Spiccano l’astrofisica torinese Daniela Albano, o antichi attivisti abbastanza noti come Salvatore Arduino, Bengt Ferraris, Michele Santarella. C’è - forse si poteva evitare - anche il folklore più preoccupante, tipo la casalinga toscana che fa il video in cui la figlia invita a votarla «perché mamma Gianna fa i dolcini buoni», la mamma che sta tre minuti zitta col giocattolo del figlio, o l’imperdibile slogan del siciliano Dino Piluso, «Contro ogni sopruso, vota Piluso» (questo è davvero pronto per il Parlamento). Ma anche molte facce giovani, ingenue, magari, ma non peggio di tanti che abbiamo già visto all’opera.

L’area della fronda non s’è affatto ritirata, ma è odiatissima. E’ stata creata una pagina facebook sulle contraddizioni dei «dissidenti», gli invisi allo Staff: ci sono Massimo Sernesi, di Pavullo, che ha osato dire «bisogna arginare lo strapotere di Grillo, Casaleggio e i vari fanatici che li osannano senza ragionare». C’è Michele Morini che denuncia «le statistiche del sito sono scomparse, metà degli aventi diritto veri sono stati esclusi», e Serenella Spalla (entrambi di Ravenna). C’è il napoletano Fabio Alemagna, che nel 2008 organizzò la manifestazione «Io sono Saviano», contro tutte le mafie, con l’autore di Gomorra.

Tavolazzi ha compilato venti domande per Grillo, pubblicate anche sul blog di Fabio Chiusi, cose tipo: chi gestisce tecnicamente il voto? Dov’è ospitato il server? Perché gli elenchi non sono pubblici? Chi dirimerà eventuali controversie? Finora, zero risposte. Ieri, mentre il sito ieri crashava un po’, Grillo scriveva che «il voto è individuale e bisogna evitare che sia pilotato da fantomatiche assemblee o comitati», che «dobbiamo evitare la replica delle congreghe partitiche su base locale create per favorire uno o più candidati a scapito di tutti gli altri», e che «chi cercherà di pilotare il voto sarà diffidato e escluso». Magari il Capo serra le file perché ha sentore che qualcosa sfugge allo Staff. Tra l’altro Federica Salsi, la militante critica di Parma, ha riacceso liti recenti andando dai carabinieri a denunciare minacce di morte. Il culto della trasparenza si scontra con le dinamiche del sospetto.

Pensioni, che cosa cambia da gennaio Ecco tutte le nuove soglie per l'età

Corriere della sera

L'uscita a 66 anni e tre mesi. Il limite dei 70 anni. Chi vorrà potrà lavorare fino a 75. Gli esodati e le vecchie regole

ROMA - Ancora per un po' il vecchio regime pensionistico e quello nuovo introdotto dalla riforma Fornero convivranno. Poi finiremo tutti per essere proiettati in un sistema che ci riserverà non poche sorprese. Solo per dirne una: se uno vorrà, potrà lavorare, in prospettiva, fino a 75 anni e più. Forse un'opportunità per alcuni (pochi), un incubo per le aziende.


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I REQUISITI - Ma andiamo con ordine. Per tutto il 2012 sono andati in pensione coloro che avevano maturato i requisiti nel 2011 (prima della riforma) ma che dovevano aspettare la cosiddetta «finestra mobile»: 12 mesi per i lavoratori dipendenti, 18 per gli autonomi. E quindi per questi ultimi il vecchio regime finirà a giugno prossimo. Poi, ancora per qualche anno, ci trascineremo gli «esodati», i lavoratori che, per evitare restino senza reddito, potranno andare in pensione con le vecchie regole (130 mila i soggetti salvaguardati finora dal governo, ma potrebbe essere necessario ampliare la platea).

LE NOVITA' - Col 2013, però, la riforma Fornero comincerà a prendere il largo, comprese quelle novità già introdotte sotto il governo Berlusconi, come l'adeguamento di tutte le età pensionabili alla speranza di vita. La conseguenza sarà un aumento incredibile dell'età necessaria per lasciare il lavoro, con effetti che finora sono stati trascurati ma che potrebbero creare problemi alle aziende e ai giovani in cerca di occupazione. Al lavoro a 75 anni? Il combinato disposto della riforma e degli adeguamenti alla speranza di vita fa sì che il lavoratore, dal 2013, possa scegliere di restare in attività fino a 70 anni e 3 mesi senza essere licenziato (70 anni nel 2012), cioè 4 anni in più della soglia normale di accesso alla pensione di vecchiaia. La legge prevede espressamente anche in questo caso la tutela dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (anche se poi è stato attenuato dalla legge 92 del 2012).

FINO A 75 ANNI - Prima della riforma, invece, si poteva restare fino a 65 anni e dopo l'azienda poteva licenziare. Non solo. Questo tetto salirà, per effetto degli adeguamenti automatici fino a 75 anni e 3 mesi nel 2065, applicando le stime contenute nell'ultimo rapporto della Ragioneria generale dello Stato sugli scatti in relazione alle previsioni di allungamento della vita elaborate dall'Istat. In pratica, un giovane che è nato nel 1990, cioè che ha 22 anni e cominciasse a lavorare adesso, potrebbe appunto restare in attività fino a 75 anni. Possibile? Forse si può immaginare per lavori di concetto (difficile per un manovale, un autista, un chirurgo). La riforma, comunque, incoraggia la permanenza al lavoro prevedendo un coefficiente di calcolo della pensione più alto per chi lascia a 70 anni (prima i coefficienti si fermavano a 65), senza considerare che accumulando più contributi l'assegno sale, visto che dal 2012 è scattato il contributivo pro-rata per tutti.

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FINE DELLE ANZIANITA' - La pensione «per stakanovisti», la chiama Angelo Raffaele Marmo in un libro che esce oggi, "Le nuove pensioni" (Oscar Mondadori). Lungo 400 pagine ricche di tabelle ed esempi, Marmo, direttore generale della comunicazione del dicastero del Lavoro, già portavoce del ministro Sacconi, da esperto della materia qual è, conduce per mano il lettore in tutti i segreti della riforma. E anche se il volume non contiene valutazioni, ma solo spiegazioni, suscita inevitabilmente alcuni interrogativi.

A mettere in moto l'ascesa senza fine dell'aumento di tutte le età pensionabili è la regola dell'adeguamento alla speranza di vita, inventata da Sacconi e Tremonti nel 2011 e poi accelerata da Fornero (dal 2019 ogni due anni e non più ogni tre). Così, dal prossimo gennaio scatterà la prima di queste correzioni, che allontanerà per tutti di tre mesi il traguardo. Per andare in pensione di vecchiaia ci vorranno come minimo 66 anni e 3 mesi per i dipendenti pubblici e privati e per gli autonomi (contro i 66 anni del 2012). Stessa cosa per le dipendenti pubbliche.

PRIVATI IN VANTAGGIO FINO AL 2018 - Potranno invece lasciare il lavoro a 62 anni e tre mesi le dipendenti privati: un vantaggio che si esaurirà nel 2018, quando il limite minimo sarà, per tutti i lavoratori, di 66 anni e 7 mesi. Da gennaio salirà anche la soglia per accedere alla pensione d'anzianità, che la riforma ribattezza «anticipata»: 42 anni e 5 mesi per gli uomini e 41 anni e 5 mesi per le donne. E se uno uscirà prima di aver raggiunto 62 anni d'età subirà pure un taglio dell'assegno: dell'1% per ogni anno fino ai primi due, poi del 2%. Salirà di tre mesi, infine, il tetto per la pensione degli stakanovisti: da 70 anni nel 2012 a 70,3, appunto. Giovani e flessibili.

La stessa riforma prevede però una importante novità per chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995 e sta quindi tutto nel regime contributivo, concedendo la possibilità di accedere alla pensione di vecchiaia con tre anni di anticipo: a 63 anni, che saliranno a 63 anni e tre mesi dal prossimo gennaio (che aumenteranno fino a 68,3 nel 2065). Quindi per i giovani di fatto c'è una fascia flessibile di pensionamento a scelta tra 63 e 70 anni, con l'assegno tutto calcolato sulla base dei contributi versati. Un sistema più equo e sostenibile.

LA CRISI E I GIOVANI - Più in generale, un aumento dell'età pensionabile era certamente necessario. Ma quando questo accade in un periodo di crisi come l'attuale le conseguenze sui giovani possono essere negative. Lo ha spiegato, qualche giorno fa, Carlo Dell'Aringa, esperto di mercato del lavoro, commentando sul Sole 24 Ore il dato record sulla disoccupazione giovanile (36,5%): «A fronte di un livello dell'occupazione che ristagna da due anni, abbiamo avuto un aumento di quasi mezzo milione di occupati tra i 56 e i 66 anni. Ecco perché i giovani non entrano». Considerazioni che paiono ovvie, mentre solo qualche anno fa molti economisti sostenevano non ci fosse alcuna correlazione tra aumento dell'età pensionabile e disoccupazione giovanile. La realtà, invece, è più complessa.


Enrico Marro
4 dicembre 2012 | 10:37

Il direttore scrive al giudice: "Perché voglio andare in cella"

Luca Fazzo Enrico Lagattolla - Mar, 04/12/2012 - 08:10

Depositata la nuova richiesta di Sallusti: "Non cerco alcun privilegio". Giovedi in tribunale per l'udienza. Ma il giudice Brambilla non deciderà prima del weekend

Milano - Poche righe nero su bianco, per dire al suo giudice quello che ha già detto a tutta Italia: Alessandro Sallusti non ci sta.


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Non vuole scontare la sua pena agli arresti domiciliari nella bella casa di via Soresina. Lo ha dimostrato con i fatti sabato scorso, uscendo sulla soglia e facendosi così arrestare per evasione. Lo mette per iscritto ieri mattina nella lettera che i suoi difensori consegnano al giudice di sorveglianza Guido Brambilla.
«Signor Giudice - scrive “con osservanza” il direttore del Giornale - ho ricevuto la notifica del provvedimento emesso nei miei confronti con il quale mi è stato concesso di espiare la pena detentiva per cui sono stato condannato presso il mio domicilio.

Le chiedo tuttavia di voler revocare questa Sua decisione, non avendo io richiesto alcun beneficio o misura alternativa ed essendo il mio caso stato additato dalla stampa quale frutto di una condizione privilegiata rispetto a quella di altri condannati verso i quali l'applicazione della detenzione domiciliare non è stata richiesta o concessa. In tal senso, pertanto, Le chiedo di voler provvedere».
È la seconda volta, da quando la sua condanna a quattordici mesi per diffamazione è diventata definitiva, che Sallusti formalizza il suo rifiuto a trattamenti di favore.

Lo aveva fatto il 23 ottobre scorso, quando per la prima volta gli era stato notificato l'ordine di arresto, e aveva scritto al procuratore Edmondo Bruti Liberati di non avere alcuna intenzione di chiedere misure alternative al carcere: ma Bruti aveva ugualmente sospeso l'esecuzione della pena. E si era innescata la lunga partita - più simile a un surplace tra ciclisti che a un vero e proprio braccio di ferro - tra il giornalista, che puntava a rendere visibile l'assurdità della sua condanna, e la Procura della Repubblica che traccheggiava, nella speranza che o la politica o il Quirinale smontassero il caso.
Nulla di tutto ciò è avvenuto. È arrivato l'arresto di Sallusti in diretta tv, nel cuore della redazione, durante la riunione del mattino di sabato. E ora a dover sciogliere il nodo è il giudice Guido Brambilla.
Cosa deciderà il giudice? Accontenterà - per così dire - Sallusti, revocandogli gli arresti domiciliari e spedendolo a San Vittore? O resterà sulle sue posizioni, ritenendo che i domiciliari non siano un riguardo ma una doverosa applicazione della legge varata per svuotare un po' le carceri? In ogni caso la decisione non dovrebbe essere imminente. Brambilla ha fatto sapere di essere carico di fascicoli qualunque, e quindi difficilmente deciderà prima del weekend.

Fino ad allora, il direttore del Giornale si è impegnato a rispettare le regole imposte da Brambilla, uscendo di casa solo tra le 10 e le 12 «per soddisfare le proprie indispensabili esigenze di vita». Nel dubbio se il lavoro sia ricompreso tra queste esigenze, Sallusti ieri ha preferito non venire in redazione. Ma è rimasto in contatto telefonico con i suoi «vice», come il decreto del giudice gli consente, ha dato le sue indicazioni. E lo stesso continuerà a fare in questi giorni, in attesa che Brambilla decida. O che - come i rumors dalla Capitale fanno ipotizzare - non sia il presidente Napolitano a chiudere il caso.

Prima della decisione del giudice di Sorveglianza, però, arriverà il nuovo processo scaturito dall'arresto in diretta: il giudizio per direttissima per evasione, fissato per dopodomani davanti al giudice Carlo Cotta. Una condanna (il reato è punito col carcere da sei mesi a un anno) potrebbe appesantire sgradevolmente la posizione processuale di Sallusti. Ma i suoi difensori, video alla mano, puntano a dimostrare che il giornalista in realtà è stato fermato prima ancora di allontanarsi di casa.

Uccisi lea Garofalo, il coraggio di Denise mi ha spinto a collaborare»

Corriere della sera
di Alessandra Coppola e Cesare Giuzzi


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«Il coraggio di Denise, la forza che ha, mi è servita da esempio». È così che Carmine Venturino ha cominciato, la penna, un foglio a righe, il corsivo che si confonde con i caratteri in stampatello, in cella ha riscritto la storia della morte di Lea Garofalo, la mamma di Denise, testimone di giustizia abbandonata dallo Stato, rapita nel centro di Milano il 24 novembre 2009, uccisa e bruciata in un capannone alla periferia di Monza.  

Un finale che Carmine conosce perché c’era, l’ha visto, ha partecipato. «È una cosa molto delicata e credo che a tutti farebbe piacere sapere come sono andati realmente i fatti sulla scomparsa di lei, in particolar modo a Denise: io voglio far luce su questa storia per lei». Che è stata la sua fidanzata. Chiuso il processo di primo grado a fine marzo con sei ergastoli — l’ex compagno di Lea e padre della ragazza Carlo Cosco, legato alle ’ndrine di Petilia Policastro, Crotone, insieme ai fratelli Vito e Giuseppe, a Rosario Curcio, a Massimo Sabatino e allo stesso Venturino —, le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e del pm della Direzione distrettuale antimafia Marcello Tatangelo non si sono fermate. Per l’appello, che comincerà a breve, gli elementi raccolti sembrano destinati a raccontare un’altra vicenda.

La svolta è nella confessione di Carmine, oggi 34 anni, spinto dai Cosco a corteggiare Denise, 21 anni questo mese, per sorvegliare Lea. La storia tra i due ragazzi, però, a tratti appare vero amore. Lei ne parla anche in una rara intervista, a Santo Della Volpe per Libera Informazione: «Mi è spiaciuto solo per Carmine — Denise spiega la decisione di parlare con i magistrati, compiuti i 18 anni —. Ho fatto fatica a raccontare quello che sapevo di lui, in fondo mi ero affezionata. Ho sofferto quando ho saputo che anche lui aveva collaborato ad uccidere mia madre, a fare quello che avevano fatto…».
Il rimorso, forse. La paura di una condanna enorme.  

Venturino scrive che «la sofferenza per aver perso Denise non mi ha lasciato scelta». Cerca di spiegarsi: ha dovuto partecipare all’eliminazione di Lea, sostiene, per «la legge che vige in Calabria», che è diversa da quella che regola il resto del mondo. «Non sono un mafioso, non sono un mostro». Annota anche che ci sono state «testimonianze false». Lascia intendere che la ricostruzione è imprecisa, a cominciare dal dettaglio dell’acido. L’aveva raccontato agli inquirenti un compagno di cella di Carlo Cosco a Catanzaro, Angelo Cortese: «Ribadì la sua volontà di far uccidere la moglie e di fare sparire il cadavere». Sabatino aveva confidato a un altro detenuto, Salvatore Sorrentino, un piano per rapire la donna e scioglierne il corpo in «cinquanta litri d’acido»
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Carmine sa che le cose sono andate diversamente. È lui a indicare ai carabinieri, ormai mesi fa, il terreno smosso in via Marelli a San Fruttuoso, tra Cinisello Balsamo e Monza, sul quale sono stati riversati i resti di Lea. Legata, torturata per sapere cosa avesse rivelato sui traffici dei Cosco. Alla fine strangolata, il corpo chiuso in un bidone e dato alle fiamme. Gli assassini non potevano aspettare: in un contenitore stretto è bruciato più in fretta. Le radiografie dei denti hanno confermato definitivamente che sono le sue spoglie. Ma già la collana di maglia d’oro piatta aveva dato un indizio forte: l’indossava quel giorno, era ancora lì, nascosta tra la terra e la cenere.

L’orrore del delitto non cambia, semmai aggrava la posizione degli arrestati. Né è diverso il primo capitolo, già raccontato. La Garofalo nel 2002 era entrata nel programma di protezione testimoni, ne era uscita 4 anni dopo perché le sue dichiarazioni non erano state ritenute significative. Tra il 2007 e il 2009 era di nuovo protetta, finché esasperata dalle pressioni della famiglia, dalla difficoltà di nascondersi, dalla sensazione di abbandono (numerose le lettere inascoltate alle istituzioni) era tornata allo scoperto e aveva ceduto a un invito a Milano dell’ex compagno, per discutere degli studi della figlia. Una trappola.

All’appuntamento vicino all’Arco della Pace, Lea trova Sabatino, Curcio e Venturino, che la caricano su un furgone. Da qui in poi si procede con le testimonianze di chi c’era, e l’ex fidanzato diventa prezioso. S’aggiungono altri indagati (i proprietari dell’area in cui sono stati ritrovati i resti), qualcuna delle responsabilità individuate in primo grado sarà probabilmente rivista in appello.

Carmine che ha cominciato a scrivere in estate e che in principio ha chiesto di restare tra i detenuti comuni, oggi è protetto. A modo suo, s’è avviato sulla strada di Denise, che così spiegava, attraverso i suoi legali Enza Rando e Ilaria Ramoni, la scelta di esporsi: «Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita».

Il cane-eroe dei terremotati si è suicidato dalla scogliera

Oscar Grazioli - Mar, 04/12/2012 - 08:55

Alex, abituato a salvare gli altri, si è lanciato da una roccia  alta 15 metri rispondendo a un misterioso istinto primordiale

Cosa sia successo ai suoi delicati meccanismi neuronali nessuno probabilmente lo saprà mai dire. Si possono fare tutta una serie infinita di congetture più o meno prosaiche, più o meno scientifiche oppure di pura fantasia.


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Fatto sta che Alex, il cane eroe in forza all'unità cinofila dei vigilie del fuoco di Busalla è morto e apparentemente si è suicidato. Il suo proprietario e conduttore, Massimo Angeloni vigile del fuoco in forza alla cittadina ligure, era presente al momento della tragedia e ricorda di averlo visto improvvisamente gettarsi in mare da un'altezza di 15 metri, fatto abbastanza insolito, sia per un cane abituato a lavorare soprattutto sulle macerie. Il vigile si è subito avvicinato alla scogliera e ha tratto un sospiro di sollievo, quando ha visto Alex nuotare tra i flutti.

«Anche questa volta è andata bene» ha detto tra sé e sé, dato che il cane non era la prima volta che si trovava in condizioni di apparente pericolo. Essendo poi un Golden Retriever (razza molto simile al Labrador), anche se non istruito specificamente per i salvataggi in mare, come tutti questi cani ha un istinto natatorio molto sviluppato, oltre a una forza fisica in grado di superare momenti di grande difficoltà. E invece, quando il vigile è sceso all'altezza del mare, si è reso conto che il corpo di Alex galleggiava ormai privo di vita.

Alex era stato impiegato anche nel terremoto de l'Aquila, dove aveva lavorato intensamente per diversi giorni, aiutando i volontari a ritrovare alcuni dispersi tra le macerie. Il suo incredibile tuffo dall'alto della scogliera di Camogli, dove si è consumato il dramma, rimane avvolto nel mistero. Fulvio Pittaluga, responsabile dei vigili del fuoco di Busalla dove Alex era assegnato per le operazioni di protezione civile, cerca di darsi una spiegazione, ragionando su un eventuale richiamo dell'istinto verso uno stimolo a noi ignoto. «Forse uno stimolo di quelli che sentiva nelle ricerche, non possiamo dirlo» dichiara il comandante.

Già, ma quale se a mare non c'era nessuno in difficoltà, cosa che spiegherebbe benissimo l'istinto di gettarsi anche in un'operazione di salvataggio, per quanto disperata. «Avrà sentito qualcosa» dicono i colleghi, con il dubbio disegnato sul viso. Qualcuno parla invece apertamente di suicidio, mentre altri ne parlano ma sottovoce, quasi fosse una bestemmia. Può dunque un animale e in questo caso un cane togliersi volontariamente la vita? La domanda continua ad affascinare gli etologi e la gente comune, anche sulla base di leggende metropolitane suggestive ma pur sempre leggende, come quella che vorrebbe lo scorpione suicida di fronte al cerchio di fuoco che lo circonda.

Certamente non sarà un'amabile bestiola ma milioni di scorpioni nel mondo hanno subito il triste destino di essere arsi vivi dal bambino di turno che voleva dimostrare agli altri la veridicità della leggenda del suicidio. Un'altra situazione che ha fatto discutere molto è il «suicidio» in massa dei lemming: piccoli roditori artici che in realtà è frutto di un cartoon di Disney più che della realtà.
Il suicidio ammette la coscienza di sé e la propria posizione nel mondo circostante. Solo pochissimi animali, come i delfini, alcuni primati e forse gli elefanti, sono dotati di questa caratteristica, mai sviluppata comunque come nell'uomo. La realtà è che abbiamo perso Alex, un cane di sei anni fedele al suo lavoro di salvare vite umane e tutti quelli che lo hanno conosciuto ora ne piangono l'assenza. Quel che ha visto o sentito solo il mare lo sa.

La sonda Voyager 1 raggiunge il confine del sistema solare

La Stampa

Potrebbe entrare a breve nello spazio interstellare. Sta per varcare una soglia mai oltrepassata prima
Washington


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La sonda americana Voyager 1 si trova nella zona di confine del sistema solare e sta per varcare una soglia che nessuna macchina di fabbricazione umana aveva mai oltrepassato prima. La strumentazione a bordo della sonda, lanciata nel 1977, indica che Voyager si trova a 18,5 miliardi di chilometri dal sole. Quest’ultima zona in cui si trova Voyager è stata ribattezzata dagli scienziati «autostrada magnetica», uno spazio dove le particelle ad alta energia provenienti dallo spazio interstellare entrano nel sistema solare e quelle a bassa energia provenienti da quest’ultimo fuggono via.

«Crediamo che si tratti dell’ultima tappa del periplo di Voyager 1 prima di entrare nello spazio interstellare», ha detto Edward Stone, responsabile del progetto presso l’Istituto di tecnologia della Califorania (Caltec) a Pasadena. «Secondo i nostri calcoli, Voyager 1 potrebbe uscire dal sistema solare entro due mesi, al massimo entro due anni». Le due sonde Voyagers, lanciate nel 1977 a un mese di intervallo l’una dall’altra, sono entrambe ancora in funzione: Voyager 2 si trova attualmente a 15 miliardi di chilometri dal sole. Il programma di esplorazione di Voyager aveva per obiettivo lo studio dei pianeti esterni del sistema solare. Voyager 1 e 2 hanno sorvolato Giove, Saturno, Urano, Nettuno oltre che 48 dei loro satelliti. 

Il poliziotto gli aveva regalato gli stivali Il senzatetto è di nuovo a piedi scalzi

Corriere della sera

Il gesto dell'agente newyorchese Larry DePrimo,  ripreso in un video da un turista, aveva commosso il mondo

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Avete comprato gli stivali per darli al senzatetto di Times Square, diventando in breve campione mondiale di generosità. Ma è servito a poco il gesto del poliziotto newyorchese Larry DePrimo: il clochard destinatario del dono, Jeffrey Hillman, 54 anni, è di nuovo a piedi scalzi. Intercettato dal New York Times ha dichiarato, non molto lucidamente: «Li ho nascosti. Valgono un sacco di soldi. Potrei rischiare la vita».



Il video che aveva commosso il mondo
 

New York: poliziotto dona stivali a un senzatetto e diventa eroe (01/12/2012)


IL VIDEO CHE AVEVA COMMOSSO IL MONDO - Solo la settimana scorsa, un turista aveva diffuso su Internet la foto del 25enne DePrimo, che in una gelida notte di metá novembre aveva comprato un paio di caldi stivali per un senzatetto a piedi nudi. L'immagine era stata rilanciata dai siti di tutto il mondo, ma apparentemente la generosità del giovane agente non è servita. L'uomo ha detto al New York Times che vive in strada da una decina di anni. Originario del New Jersey, ha due figli ed è stato cuoco dell'esercito americano negli Stati Uniti e in Germania. Alla domanda su come sia diventato un senzatetto, ha risposto: «Non lo so».


Redazione Online3 dicembre 2012 | 22:38

Scusi, che strada devo fare per...?" L'informazione la dà il Qr code

La Stampa

Si sta sperimentando il nuovo sistema sulla provinciale per Cassinasco


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Si chiamano QR Code ( Quick Response ovvero risposta veloce) sono codici a barre bidimensionali che, inquadrati con Smartphone o con IPhone, vengono decodificati, permettendo così di visualizzare un testo o una pagina web specifica. Da qualche giorno uno di questi codici è stato affisso sulla provinciale a Cassinasco. Precisa Paolo Biletta, dirigente del Servizio Lavori Pubblici: “I QR Code che stiamo sperimentando rimandano a informazioni testuali riguardanti la limitazione della circolazione e gli eventuali percorsi alternativi. L'utente automobilista ha anche a disposizione la cartina dettagliata in mappa o ‘street wiew’, quindi potrà crearsi da solo e senza navigatore dei percorsi alternativi”.

Insultato per la fede al pollice: "Filippo così rivela la sua omosessualità"

Libero

L'anello al dito non è proprio andato giù ad uno dei lettori di "Libero". E così ha mandato una lettera a Facci dove lo accusa di essere omosessuale. Il giornalista fiero della sua eterosessualità dà l'ok per la pubblicazione della lettera


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Filippo Facci. Le sue opinioni fanno discutere. I suoi articoli pure. Adesso anche il suo pollice. Da sempre il giornalista di Libero porta al pollice un anello. Un optional al dito che non è andato giù ad uno dei suoi (?) lettori. Con una lettera, scritta a macchina, un certo "Boobi" ha espresso tutto il suo (volgarissimo) disappunto per l'anello di Facci. L'appassionato contestatore di dita altrui ha inviato la missiva al giornalista esprimendo tutta la sua rabbia. Ampi stralci della missiva in questione sono stati omessi poiché non pubblicabili a causa della loro volgarità (e quelli che vi riportiamo, ahinoi, sono altrettanto grevi). Facci, da par suo, ha deciso di ridere delle accuse, di rivendicare con orgoglio la sua eterosessualità e di pubblicare la lettera.
 
Il testo della missiva - : "Caro Facci, la fede al pollice è un segno inequivocabile della tua omosessualità. E mi stupisco che un reazionario come Maurizio Belpietro abbia potuto assumerti a Libero. Nella corte da avanspettacolo berlusconiana, mix di troie, truffatori, ruffiani, idioti e venditori di fumo, occupi, dolce Filippa, un posto di seconda fila. Ti sopravanza quella pazza di Alfonsina Signorini. A te, fragile bambola dalle bionde chiome e dallo sguardo impaurito, oltre a Libero, rimane quel miserando programmuccio su La7, dove è più evidente il tuo sommo fastidio di avere accanto una conduttrice femmina. Feltri, Sallusti e ora Belpietro ti sopportano con crescente disagio. Fosse dipeso da loro, saresti al confino come i pederasti durante il ventennio fascista. Abbi cura di te, Facci, finocchietto".

Firmato "Boobi". Nemmeno Facci pensava che quell'anello potesse dare così fastidio. Evidentemente Boobi non legge Tolkien.

Addio a Casini, Fini e Di Pietro: rischiano di non entrare in Parlamento

Libero

L'Udc di Pierferdy al 3,8 per cento: sotto la soglia di sbarramento, fissata al 4. Per Gianfranco e Tonino l'ingresso in aula è solo un miraggio: sono al 2,5 e all'1,5%


Da un lato il boom del Partito Democratico, che cavalcando l'effetto-primarie, secondo il sondaggio proposto da Enrico Mentana al TgLa7, flirta con il 35 per cento. Dall'altro il crollo verticale di tre vecchie volpi del Parlamento: Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Antonio Di Pietro. Parte del rinnovamento, in politica, con tutta probabilità lo faranno le urne: con le percentuali di cui è accreditato, il terzetto resterà fuori dal parlamento. Nel dettaglio, l'Udc di Casini viene dato al 3,8%, sotto al 4% necessario per superare lo sbarramento. Disperata la situazione di Di Pietro (l'Idv arriva ai minimi, ossia l'1,5%) e quella di Fini, intorno al 2,5 per cento.


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E Casini parla... - Il presidente della Camera, oggi, lunedì 3 dicembre, non ha proferito parola (ma che Futuro e Libertà di futuro in Parlamento non ne abbia è cosa nota da tempo). Casini e Di Pietro, al contrario, hanno rilasciato dichiarazioni che diventano "succose" alla luce del risultato proposto dal sondaggio di Mentana.

Il leader centrista ha ribadito la sua diversità da Vendola e ha poi "chiamato" Bersani: "Vogliamo dare rappresentanza ai popolari e ai moderati, che sono tanti, che vogliono continuare nella ricostruzione del Paese. Come dice Bersani siamo tranquillì bisogna stare più tranquilli". Poi il consueto attacco a Silvio Berlusconi: "Se credo al suo ritorno in campo? Non dico che credo, non dico che non credo. Assisto un po' confuso...". Peccato che il Cavaliere, con una sua eventuale lista, venga dato attorno al 7%; alla guida del Pdl intorno al 18%: insomma, Berlusconi - in caso di ritorno in campo - a differenza di Casini in Parlamento ci entrerà.

Tonino disperato - Quindi le dichiarazioni di Di Pietro, sempre più disperato: "L'Italia dei Valori - ha detto Tonino - ha partecipato alle primarie del Pd per individuare non solo il candidato premier di centrosinistra, ma soprattutto quale linea politica portare avanti. Ora Bersani deve decidere se è con Monti: in tal caso noi costruiremo una proposta politica alternativa. Se, al contrario, si pone in discontinuità con Monti, saremo vicini per costruire insieme un'alternativa". Già, "insieme". Di Pietro cerca in tutti modi di riagganciarsi al treno della sinistra, che però, di lui, non ne vuole più sapere. Tonino straparla di alleanze, ma il suo futuro appare certo: fuori dalle stanze della politica.

Ecco la carica dei postulanti che chiede un posto a Bersani

Libero


Il leader del Pd, Pierluigi Bersani, si riempie la bocca della parola "progressita" e delle sue varianti. Gli piace, quell'etichetta. Peccato che nel Partito Democratico, di progresso, non se ne veda l'ombra. L'esito delle primarie parla chiaro: un bel tuffo nel passato a tinte rosse. Un passato che non cambia mai. Un barlume di speranza lo aveva dato Matteo Renzi, bocciato dal popolo di sinistra, attaccato a vecchi schemi e facce antiche. Speranza vana. Vince Bersani, e il palco del teatrino di sinistra si riempie di figure con le quali, nostro malgrado, abbiamo imparato ad avere confidenza: i postulanti che al segretario e al suo apparato chiedono "un posto".


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Padrone Nichi - Una sedia, e anche di un certo rilievo, la vuole Nichi Vendola, il presidente della Regione Puglia, comunista, e a cui spetterà in caso di vittoria della sinistra un posto importante nella nuova squadra di governo. Alle primarie, Nichi, è stato schiacciato, umiliato da Renzi: ma il suo peso specifico, nelle logiche di sinistra, diventa maggiore rispetto a quello del rottamatore. Vendola vuole più tasse per i ricchi e la patrimoniale (a cui, non a caso, Bersani ha aperto nell'ultimo confronto televisivo prima del secondo turno delle primarie).

Nichi, inoltre, non ha perso tempo e scordando di governare la sua Puglia ha iniziato a dettare l'agenda di un possibile governo a Bersani: "La Carta di intenti - tuona Nichi - archivia l'agenda Monti. Continuo a essere un oppositore del governo Monti". Il governatore, con un tratto di penna, si arroga il diritto di cancellare tutta quella corrente del Pd che vuole proseguire, giusto o sbagliato che sia, nel solco tracciato dal premier. E Bersani, di fatto, accetta: "Un governo con Sel? Certo, ma anche espressione di civismi, di riscossa civica".

Strepitoso, e puntualissimo, l'intervento di Riccardo Nencini, segretario nazionale del Psi, che ha inviato una lettera agli iscritti al Partito socialista subito dopo la conclusione delle primarie. "Ancora una volta, care compagne e cari compagni, i socialisti hanno mostrato di esserci: in piedi e con la schiena dritta". Tralasciando l'attacco al sapore di soviet, arriviamo alla sostanza. Nencini verga: "L'elezione a candidato premier della coalizione di Pier Luigi Bersani, che abbiamo sostenuto sin dal primo turno in accordo con i nostri compagni del Pse, è motivo di compiacimento poichè la

coalizione Italia bene comune, di cui il Psi, nella sua piena autonomia e libertà è parte integrante, ha 
 mostrato - pur nel corso di una campagna elettorale in cui non sono mancate asprezze talora anche eccessive - coesione e forte volontà di rinnovamento nella prospettiva, sempre più concreta, di assumere la responsabilità del governo della nostra Italia per i prossimi cinque anni". Eccoli, i socialisti, che cominciano a bussare alla porta del leader nella "prospettiva" di "assumere responsabilità di governo": un ruolo non deve essere negato nemmeno al loro "uno virgola".

Rispunta Tonino - Una "bussatina" prova a farla anche il derelitto Antonio Di Pietro, che con la sua Italia dei Valori, oggi, viene accreditato di percentuali poco superiori a quelle dei socialisti di Nencini. "L'Italia dei Valori - spiega Tonino - ha partecipato a queste primarie per individuare non solo il candidato premier, ma soprattutto quale linea politica portare avanti. Ora Bersani deve decidere se è con Monti, in tal caso noi costruiremo una proposta politica alternativa, oppure se in discontinuità con Monti, in questo caso saremo vicini per costruire insieme un'alternativa". Sorvolando sul contributo che possa dare l'Idv oggi, il messaggio è chiaro: caro Bersani - questo il sottointeso di Di Pietro - ci siamo anche noi e, per piacere, non dimenticarci.

Dipietrini in fuga - Poi c'è un altro ex pm che si spende in felicitazioni. "Un cambiamento radicale nei contenuti politici da parte del segretario Pd Bersani, appena uscito vittorioso dalle primarie": questo il pomposo auspicio espresso dal sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Auspicio per che cosa? Per un'alleanza tra il suo movimento Arancione e il Partito Democratico, ovviamente. De Magistris non si nasconde, e "bussa duro": "Per una eventuale alleanza dobbiamo vedere quali saranno i contenuti politici proposti dal Pd". Tra gli ex dipietristi, merita una menzione anche Massimo Donadi, fresco di strappo con l'Idv, e che con il suo nuovo partitino si è subito proposto come papabile alleato di via del Nazareno.

Vecchi "mostri" - La lista dei postulanti si arricchisce poi con tutti i volti, che con agilità, da decenni slittano di legislatura in legislatura. Rosy Bindi lo ha detto: vuole una deroga per essere rieletta, e Livia Turco si è affannata a far sapere che "mi batterò affinchè la ottenga". Bersani ribadisce che "il Pd osserverà la norma statuaria che limita a tre i mandati parlamentari". Ma poi aggiunge: "Salvo deroghe richieste individualmente e votate dalla direzione del partito". Una farsa, insomma. Poi c'è Massimo D'Alema che - nobile gesto - non si ricandida. E spiega: "Per quanto mi riguarda, posso dare una mano a Bersani e gliela darò". Come? Ottenendo una bella poltrona da ministro nel caso di vittoria ovviamente. Il dicastero degli Esteri, nel dettaglio: a sinistra non si fa che parlare di Baffino alla Farnesina. Nel nome del rinnovamento...

Cartolina da Bakwa

La Stampa

maggiore mario renna - comando brigata alpina taurinense


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Bakwa è un luogo remoto dell'Afghanistan sud-occidentale dove vivono diverse migliaia di persone, sparpagliate in una miriade di villaggi che sorgono in lande desertiche ai piedi di montagne basse e aguzze. È un distretto tra i più poveri della regione ma anche tra i più suggestivi. E pericolosi, perché qui trovano rifugio numerose bande armate di fuorilegge e perchè è il crocevia dei traffici legali e illegali diretti dall'Helmand verso il confine iraniano. 

È a Bakwa che il nostro Esercito due anni fa ha schierato la Task Force South East, costruendo un argine per limitare le infiltrazioni da sud di insorti e criminali. È dalla base operativa avanzata 'Lavaredo' (così battezzata dagli Alpini del 7^ reggimento di Belluno che la inaugurarono) che i nostri escono in pattuglia tutti i giorni insieme alle forze afghane, lungo itinerari a tratti costellati di trappole esplosive. È il posto dove un mese fa è morto in combattimento l'alpino Tiziano Chierotti, e altri prima di lui. 

Bakwa è un nome di peso, nelle dinamiche della provincia di Farah, che a breve transiterà sotto la responsabilità delle autorità afghane. Al tempo stesso è anche il nome di un'altra bella pagina per i nostri militari, che dal 2010 a oggi hanno lavorato duramente per facilitare la transizione nel distretto. Quattro giovani comandanti di compagnia ci raccontano come, nello spazio di una cartolina: 

Capitano Maximiliano Lasi (classe 1982, Castelbolognese - provincia di Ravenna), comandante della 106^ compagnia mortai 'Tempesta' del 2^ reggimento Alpini 
Bakwa significa per me la prima missione. Paesaggi nuovi e stupefacenti. La gente dei villaggi che affronta mille avversità. E noi, pieni di voglia di fare. Senza fermarci mai, abbiamo assistito le forze di sicurezza afghane e la popolazione del posto. È stata dura, con il pericolo sempre nell'aria. Prima di uscire per una delle ultime pattuglie, i miei Alpini mi hanno stupito. Concentrati, tosti, sorridenti. Con la carica del primo giorno.

Capitano Antonio Leotta (classe 1982, Giarre - provincia di Catania), comandante della 9^ compagnia 'Valanga' del 32^ reggimento genio guastatori alpini 
Bakwa l'hanno definita 'l'università degli ordigni esplosivi improvvisati'. È vero: erano tutti insidiosissimi perché congegnati in modo sempre diverso. C'è una creatività letale, da queste parti. Ma ne abbiamo comunque scovati e neutralizzati a decine, con il giusto mix di tecnica ed esperienza, e pure un po' di fortuna. E con quel quid di alta tensione emotiva, che a tu per tu con l'ordigno si trasforma in concentrazione.

Capitano Erman Panarese (classe 1981, Benevento), comandante della compagnia trasmissioni della Task Force South East 
La base di Bakwa è uno dei posti più isolati che esistano. Lo abbiamo collegato con il comando di Herat e con l'Italia mettendo in campo antenne satellitari, telefoni, computer e pure una rete WiFi. Tutti ci siamo avvicinati a casa, così. Sono uscito in pattuglia tutte le volte che ho potuto: per testare i sistemi di comando e controllo della Task Force ma anche per vedere l'Afghanistan estremo, quello che non ti immagini.

Capitano Francesco Lamura (classe 1981, Taranto) comandante della 23^ compagnia 'La Gravida' del 2^ reggimento Alpini 
La missione a Bakwa è stata intensa sin dal primo giorno. Pattuglie insieme agli Afghani durate giorni, per garantire la sicurezza degli assi di comunicazione, pernottando - si fa per dire - nel deserto. Mi ero preparato a rischi e pericoli, prima di partire. E ho visto cadere un mio Alpino a pochi metri da me, tragicamente. Per farci forza abbiamo fatto squadra, nella base. E penso che la squadra stia giocando proprio bene. Torneremo cresciuti.

Tenuta di Montalcino, raid vandalico: distrutti più di 600 ettolitri di vino

Il Messaggero

Raid nella cantina Case Basse di Gianfranco Soldera: dispersa l'intera produzione fatta dal 2007 al 2012, danneggiate barriques e botti


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SIENA - Atto vandalico in una delle aziende del Brunello di Montalcino: ignoti sono entrati nella cantina della tenuta Case Basse distruggendo l'intera produzione di vino fatta dal 2007 al 2012, circa 600 ettolitri.Lo riporta il sito specializzato WineNews.it avendo avuto conferma da Gianfranco Soldera, proprietario della tenuta. L'incursione vandalica risalirebbe alla notte scorsa. Dalla cantina non ci sarebbe stato nessun furto di bottiglie, vino, materiali o altri beni ma distruzione di barriques e botti. Case Basse è un'azienda di 23 ettari complessivi di cui 6,5 a vigneto per una produzione di 10.000 bottiglie all'anno.

Secondo quanto appreso, i vandali si sono introdotti nella cantina aprendo i rubinetti di botti e barriques, senza distruggerle come scritto in precedenza, e lasciando che tutto il vino Brunello contenutovi defluisse nelle fogne. In serata, i carabinieri della compagnia di Montalcino hanno precisato che sono andati perduti in questo modo 686 ettolitri di vino pregiato.
Per entrare nella cantina i vandali hanno rotto una porta dotata di vetro antisfondamento; l'ambiente violato risulta privo di allarme. Prima di essere messo in commercio il Brunello di Montalcino deve invecchiare in cantina almeno cinque anni: l'atto vandalico, che ha riguardato quantità delle vendemmie che vanno dal 2007 al 2012, ha quindi distrutto l'intera produzione delle ultime sei annate.


Lunedì 03 Dicembre 2012 - 21:24
Ultimo aggiornamento: 21:49

Canada, sos per il branco di renne più grande del mondo

La Stampa

Si riduce a velocità drammatica: da 900 mila capi a meno di 25 mila in pochi anni. Scambio di accuse per le responsabilità. Colpa della caccia tradizionale o delle prospezioni minerarie?


Babbo Natale senza renne. La notizia è di sapore natalizio, ma tutt’altro che lieta: stanno scomparendo le renne canadesi, note con il nome di caribù. Secondo dati ufficiali del ministro delle Risorse naturali e della fauna la popolazione del George River, in Quebec, già stimata come la più grande del mondo, era ridotta, a luglio scorso, quando è stato condotto lo studio, a 27.600 esemplari con una stima per eccesso del 10%. In veloce e ulteriore calo: le stime dei biologi prevedevano che per ottobre i capi sarebbero scesi sotto quota 25 mila. E se vi paiono tanti considerate che fino a non molti anni fa il branco contava 800.000/900.000 esemplari, che solo a ottobre 2010 erano ancora 74 mila. Non è una brutta notizia solo per Babbo Natale. Survival international rappresenta i timori degli indigeni Innu, che vivono nell’area e dipendono dalle renne per la loro sopravvivenza. 

Già messi a dura prova negli negli Anni 50 e 60 dalla sedentarizzare e dalla conversione forzata al cattolicesimo, gli innu, non molto diversamente dai pellerossa negli Usa, vivono in poveri villaggi afflitti dalla piaga dell’alcolismo con tassi di violenza e di suicidio da record. In queste condizioni mantenere lo stile di vita tradizionale è una lotta spesso impari contro il governo che distribuisce la loro terra a terzi sottoforma di concessioni minerarie, inonda il cuore del loro territorio per realizzare enormi complessi idroelettrici e costruisce strade che distruggono ciò che resta dell’habitat naturale. 

Come ha raccontato un anziano del popolo innu, George Rich, agli inviati di Survival International denunciando lì’impatto devastante delle attività di prospezione mineraria: “La Quest Minerals ha recentemente annunciato di voler costruire una strada attraverso il cuore delle zone di riproduzione del branco, e dai siti di esplorazione è un va e vieni continuo di elicotteri e aerei." 

I progetti industriali promossi dal Canada sulla terra degli Innu hanno distrutto ampi tratti dei terreni da pascolo delle renne, interrompendo i percorsi migratori. C’è, naturalmente, un’altra versione dei fatti che punta il dito contro le pratiche di caccia degli indigeni stessi. Che obiettano di aver convissuto con i caribù per migliaia di anni senza causare loro danni, amministrando le uccisioni in modo oculato e dando ai branchi il tempo e il modo di riprodursi in pace. Cosa che continuerebbero volentieri a fare, se potessero riavere il pieno controllo del territorio. Sono allo studio delle misure, dice il governo canadese. Le renne continuano a sparire. Gli innu seguiranno.