mercoledì 5 dicembre 2012

Robert Capa, la leggenda: in un libro documenti e foto inedite

Il Messaggero
di Leonardo Jattarelli


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ROMA - «La guerra? Un inferno che gli uomini si sono fabbricati da soli». Robert Capa appuntò questo pensiero sul suo taccuino durante lo sbarco in Normandia. Un paradosso della vita, per una vita come la sua. Sicuramente l’epigrafe che avrebbe voluto sulla propria tomba l’ebreo Endre Erno Friedmann, nato a Budapest nel 1913, considerato da sempre il fotoreporter più celebre di tutti i tempi, l’inventore del fotogiornalismo moderno, colui che immortalò con la sua Rolleiflex (alcuni affermano che la macchina di Capa fosse una Leica e che la Rolleiflex appartenesse alla sua giovanissima compagna, la comunista tedesca Gerda Taro morta a 27 anni vicino Madrid schiacciata da un carro armato durante la guerra civile spagnola) ben cinque conflitti bellici, l’ultimo dei quali gli fu fatale.

Saltò in aria in un campo minato nel ’54, durante la guerra d’Indocina. A far risplendere ancora una volta le gesta dell’intrepido viaggiatore solitario, nervi d’acciaio, cuore di leone e passione sfrenata per lo ”scatto” è oggi una nuova e straordinaria pubblicazione edita da Contrasto (la stessa casa editrice che ha pubblicato in Italia il diario di Capa, Leggermente fuori fuoco) dal titolo emblematico Robert Capa, tracce di una leggenda (240 pagine, 21,90 euro), firmato dai giornalisti Bernard Lebrun e Michel Lefebvre. La nobile prefazione è quella del fotografo americano John G. Morris, collega di Capa, poi responsabile della rivista Life e direttore della storica Agenzia Magnum e oggi, a 96 anni, corrispondente del National Geographic.

DOCUMENTI 

Inediti, lettere, pubblicazioni, oltre 300 documenti e centinaia di foto ci conducono nell’avventura europea e mondiale di quello che lo stesso Harris definisce «il più grande testimone che io abbia conosciuto delle tragedie del Novecento». E se il libro focalizza la sua attenzione su tre stagioni fondanti della carriera di Capa, quella che lo vede rifugiato a Parigi dal ’33 al ’35, la sua campagna in Spagna durante la Guerra Civile fino al ’39 e il lungo soggiorno americano fino al ’54, non tralascia anzi approfondisce ogni singolo fotogramma dell’affascinante viaggio del piccolo grande uomo, amico fraterno del più ignoto combattente come dei miti di ogni tempo, da Hemingway a Cartier-Bresson, da Bunuel a Joris Ivens. La tecnica seguita dai due autori del libro è quella, affascinante, del continuo rimando; un lungo flashback che non fa in tempo a prendere appunti sul passato che è già tornato al presente; così fin dall’inizio, dove il personaggio Capa viene tratteggiato non dai suoi esordi berlinesi ma dalla casa-atelier di Parigi, qualche anno dopo a metà degli anni ’30 al numero 37 di rue Froidevaux, nel XIV arrondissement.

L’ATELIER PARIGINO

Tutto proviene da questo posto magico: «I 4.500 negativi della ”valigia messicana” riportati nel 2007 dal Messico, i suoi otto taccuini di provini ma anche fotografie e oggetti che gli erano appartenuti». Robert Capa nel libro di Lebrun e Lefebvre è, volta a volta, l’amante della scrittura, il giornalista, il «mascalzone» e il lavoratore infaticabile, l’amante del poker, delle tante donne e dello champagne e il silenzioso cronista sul campo di battaglia. Ogni traccia della personalità e degli innumerevoli passaggi pubblici e privati della vita del grande fotografo vengono sezionati, scandagliati, alcuni ne vengono portati alla luce per la prima volta, altri hanno il valore di una testimonianza ispiratrice. Capa la leggenda, che ha stregato romanzieri e registi trasformandosi in archetipo, da Patrick Modiano (Chien de Printemps) a Romain Gary (Les Racines du ciel) fino al Clark Gable eroe-reporter di L’amico pubblico n.1 e al James Stewart de La finestra sul cortile.

IL PERSONAGGIO 

Robert Capa il rifugiato, a Parigi nel ’33 all’età di 20 anni con solo biglietto d’andata dall’Austria; il suo primo reportage su Trotskij; nei panni di attore in romanzi d’appendice per potersi ricomprare la sua Leica; in quello di amabile figlio nelle lettere a sua madre: «...Le mie scarpe sono ancora buone e il mio amico giapponese mi ha regalato un impermeabile che mi ha portato da Londra. E, inoltre, ho il cappello». FALLING SOLDIER La leggenda di un nome inventato (chi dice che provenga dall’ungherese Kapa che significa zappa, chi da càpa che sta per squalo, chi anche dal suo amato Frank Capra) neanche troppo lentamente fa il giro del mondo.

Sarà l’unico, il grande reporter del Fronte popolare e dei miliziani spagnoli; l’autore dell’ancora chiacchierata foto Falling Soldier alla quale il libro di Lebrun e Lefebvre dedica ampio spazio; il giornalista che per la prima volta si firma su Ce soir nel ’38 senza bisogno di pubblicare una foto a corredo; l’autore del celebre Taccuino cinese durante la guerra d’Indocina, fino al Robert Capa l’americano che nella primavera del ’47 al ristorante del MoMa fonda l’agenzia Magnum. Nel mezzo, la lunga parentesi di vita e miracoli di un irraggiungibile cronista che sul risvolto della copertina del suo Leggermente fuori fuoco, spiega: «Scrivere la realtà è ovviamente difficile, per questo talvolta mi sono concesso di andare leggermente oltre e leggermente accanto».


Mercoledì 05 Dicembre 2012 - 14:40

New York, preso il folle della metropolitana

Corriere della sera

L'uomo aveva spinto sui binari Ki Suk Hanche è morto. È polemica per i fotografi che hanno immortalato l'evento

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Mentre la polizia di New York ha arrestato il folle che ha spinto sui binari Ki Suk Han, 58 anni, cresce la polemica per il fotografo che ha immortalato la scena. Martedì alla fermata Times Square l'uomo di origini coreane si è avvicinato alla banchina. E, per cause, ancora da accertare, si è messo a litigare con un'altra persona che in uno scatto d'ira l'ha buttato sui binari proprio quando stava per arrivare il treno.

LA POLEMICA - In quel momento c'era anche fotografi del New York Post che non ha perso tempo. Impugnato la macchina e ha cominciato a scattare una sequenza di immagini fino alla tragedia. Il giornale ha quindi pubblicato le foto. Ed è scoppiata la polemica. «Troppo oltre - hanno scritto su Twitter alcuni giornalisti - e nauseante». Molti lettori si sono invece chiesti come mai i fotografi abbiano pensato a scattare, piuttosto che aiutare il malcapitato. Ma loro si sono difesi dicendo che hanno tentato di avvisare il macchinista con i flash. Nell'articolo sull'incidente pubblicato assieme alla drammatica foto, il giornale riferisce che uno dei fotografi ha raccontato che il treno ha travolto Han come se fosse stato una bambola di pezza.

 L'ARRESTO - Intanto gli agenti sono riusciti a individuare l'assalitore grazie alle telecamere di sorveglianza all'interno della metropolitana. Si dovrebbe trattare di una persona con problemi mentali.

Video : La dinamica L'arresto

Redazione Online 5 dicembre 2012 | 9:28

Le primarie online di Grillo come la Corrida. Ecco i video: "Perché mi candido? Boh..."

Libero

Nelle videocandidature per le politiche del 2013 si trova di tutto. I candidati parlano dei propri figli, di biscotti, di somari a scuola, ma su politica e programmi nemmeno una parola

Video e discorsi amatoriali che mostrano il volto dei grillini. Il messaggio di Beppe galvanizza gli attivisti. Ma loro sembrano non avere argomenti


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Le "parlamentarie" del Movimento cinque stelle sono in corso e si chiuderanno online domani. C'era attesa per vedere finalmente le facce dei grillini che si candideranno alle politiche del 2013. Chi sono i 1400 attivisti che con tanto di videospot si raccontano agli elettori del Movimento cinque stelle? Dando un'occhiata ai video bisogna dire che le presentazioni riocordano tanto i provini del Grande Fratello. Non quelli ufficiali ma quelli commentati ogni settimana dalla Gialappa's. C'è chi comincia il video inquadrando un divano vuoto, c'è chi invece pensa che il movimento abbia una forza innovativa che condurrà il paese in una nuova era come quella annunciata dai maya. A voler essere maledettamenti "normali" a volte si rischia di essere ridicoli. Così i candidati alla Camera e al Senato del M5S sembrano prepararsi più per la puntata finale di XFactor che per un turno elettorale.

I video sono un mix di foto del matrimonio, bambini che incitano al voto, e lunghissimi monologhi senza la minima idea di un programma politico. Poca enfasi, frasi appese al filo dell'inconcludenza, inquadrature e livelli audio da sperimentazioni tecnologiche del 1970. Poi ci sono i silenzi, lunghi e imbarazzanti. La location dei video è la più casuale possibile. Salotti, cucine, finti studi televisivi, parchi e divani vuoti. C'è chi non nasconde di essere stato un somaro a scuola, chi non sa cosa fare una volta arrivato in parlamento e chi ammette tristemente: "C'ha ragione chi dice che siamo populisti, perchè quello siamo, populitsi", il tutto detto con un accento romanesco testaccino. Poi c'è chi fa il geometra, chi l'impiegato, chi l'imbianchino o il "manovale". La cosa importante è dire che si hanno 3-4 figli, che si sanno fare i biscotti, ma nessuno risponde all'unica domanda che conta: "Perchè ti candidi?". E soprattutto: "Cosa vuoi fare appena eletto?". Lì silenzi e tanti dubbi. Gli stessi che guardando solo qualche video avranno il resto degli italini su Beppe Grillo e il suo Movimento.




Guarda il video dei candidati 5 Stelle su LiberoTv

Francia: l'«idraulico polacco» e la villa storica rasa al suolo per errore

Corriere della sera

Operai di Varsavia abbattono una magione del Settecento anziché restaurarla, torna la sindrome degli euroscettici

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PARIGI – Fino a pochi giorni fa a 12 chilometri da Bordeaux si trovava una magnifica villa del Settecento, la «Bellevue», orgoglio della cittadina di Yvrac, benché un po’ acciaccata. L’uomo d’affari russo Dmitry Stroskin aveva comprato «Bellevue» per restaurarla e farne il cuore della sua vita da francofilo, affidando i lavori a una impresa polacca (Stroskin vive abitualmente a Varsavia e commercia tra Francia, Polonia e Russia). Solo che c’è stato un errore: invece di abbattere la piccola dependance e rinnovare la villa, gli operai hanno fatto il contrario. Addio «Bellevue», completamente rasa al suolo.

LA SINDROME DELL'IDRAULICO POLACCO - La disavventura del signor Stroskin ha dato un nuovo impulso alle polemiche sull’«idraulico polacco», ormai mitica figura creata dalla fantasia e dai timori degli euroscettici: nel 2005 il dibattito sull’approvazione della Costituzione europea fu dominato in Francia dalla paura per gli effetti perversi della direttiva Bolkestein, che liberalizzava la prestazione dei servizi all’interno dell’Unione. Chi avrebbe più ingaggiato un francese, se per riparare lo stesso tubo c’era subito a disposizione un idraulico polacco disposto a fare il lavoro per un decimo del prezzo? Al referendum sulla Costituzione europea vinse il «no», uno stop all’integrazione che scontiamo ancora oggi con la crisi dell’euro.

LA RIVINCITA DI VARSAVIA - Da allora molte cose sono cambiate. La Polonia non è più un Paese depresso appena entrato nell’Unione capace di sconvolgerne gli equilibri con lavoratori qualificati poco e pagati ancora meno. In un’Europa in recessione, la Polonia vanta nel 2011 una straordinaria crescita del 4,3%: i flussi migratori si stanno invertendo, ed è dall’Ovest che i lavoratori cominciano a trasferirsi in cerca di impiego a Est.


L'ARCHITETTO PARIGINO -Eppure, in totale controtendenza, a Yvrac l’idraulico polacco l’ha fatta grossa. «Nel giugno 2011 è stato in effetti concessa una licenza di costruzione a scopo di restauro – ha spiegato al giornale locale Sud-Ouest il sindaco Claude Carty -, ma riguardava una parte infima della dependance». Al numero 53 de l’avenue de la Chapelle è piazzato in effetti un grande cartello che indica «lavori in corso» e «restauro», che però è stato troppo radicale. «Sono sotto choc – dice il proprietario della villa distrutta -, ma non mi arrendo. Riavrò la mia villa, la farò ricostruire identica all’originale, in pietra di Bordeaux. Mi ero infatuato di questo posto dopo anni che cercavo la casa dei miei sogni in Francia». Lavori, stavolta, affidati a un architetto parigino.

Stefano Montefiori
Stef_Montefiori5 dicembre 2012 | 17:41

Il tempo libero è un diritto "immaginario", non è risarcibile

La Stampa



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Contro i disservizi della giustizia che costringono gli avvocati a passare nei tribunali e nelle cancellerie più tempo di quello che sarebbe necessario se il sistema funzionasse in maniera efficiente, è inutile passare alle carte bollate chiedendo al Ministero di Via Arenula il risarcimento delle ore sottratte - dal dissesto organizzativo - al tempo libero e al riposo. La Cassazione ha, infatti, respinto il ricorso con il quale l'avvocato milanese Nicola Sculco chiedeva al Guardasigilli di essere risarcito per tutte le ore perse nelle lungaggini burocratiche. Ad avviso dei supremi giudici il «tempo libero» non è un «diritto fondamentale della persona» perchè è rimesso alla «esclusiva autodeterminazione del singolo» che deve scegliere tra «l'impegno instancabile nel lavoro e il dedicarsi, invece, a realizzare il proprio tempo libero da lavoro e da ogni occupazione».

Pertanto, secondo la Cassazione non ha alcuna importanza «verificare l'entità esatta dei disservizi connessi all'attività di amministrazione della giustizia, nè quantificare in modo preciso il numero di ore che un avvocato è costretto ad impiegare nello svolgimento di attività che potrebbero essergli risparmiate in presenza di un sistema più efficiente». Inoltre - proseguono gli `ermellini´ nella sentenza 21725 - «poichè l'avvocato è un libero professionista, può ben scegliere e decidere la quantità degli impegni che è in grado di gestire in modo ragionevole». «Ossia egli può dosare - spiega l'alta Corte - con adeguata organizzazione professionale ed avvalendosi dell'opera di collaboratori, il giusto equilibrio tra lavoro e tempo libero».

«Gli esborsi che sarà chiamato a sostenere, anche in termini di sacrificio del proprio tempo libero, saranno posti, entro i limiti consentiti dalle tabelle professionali, a carico dei clienti che abbiano chiesto di avvalersi della sua opera», conclude il "verdetto". Già nel 2011, la Cassazione aveva respinto un ricorso di Sculco contro la Telecom che gli aveva fatto perdere tempo con un tecnico che gli aveva dato informazioni sbagliate per far funzionare Internet. Nel 1999, invece, la Suprema Corte diede ragione al legale contro il fisco, affermando che in caso di "persecuzione fiscale" è possibile chiedere, oltre alle sgravio dell'imposta non dovuta, anche il risarcimento dei danni per la "sopraffazione" subita.

Fonte: Ansa

Corruzione, l'Italia in fondo alla classifica europea (con Bulgaria e Grecia)

Corriere della sera

Atene scende di 14 posti. L'Italia giudicata come la Tunisia. I più virtuosi Danimarca, Finlandia e Nuova Zelanda

«La corruzione continua a produrre devastazioni nelle società ovunque nel mondo». Lo sottolinea Transparency International, che punta il dito soprattutto contro il livello «deludente» di corruzione nell'Eurozona «nei Paesi più colpiti» dalla crisi economica e finanziaria. Nel dettaglio, in una scala che va da 0 (corruzione percepita più forte) a 100, l'Italia e la Grecia ottengono soltanto rispettivamente 42 e 36 punti e si piazzano rispettivamente al 72esimo e al 94esimo posto in classifica. Il nostro Paese ha così perso tre posti rispetto a un anno fa, mentre per la Grecia la discesa è stata di 14 posizioni.

Anche quest'anno dunque l`Italia rimane in fondo alla classifica europea della trasparenza, accompagnata da Bulgaria e Grecia, con un voto ben lontano dalla sufficienza e soprattutto dai Paesi ritenuti più etici: Danimarca, Finlandia e Nuova Zelanda (tutti e tre con un voto di 90/100).
L'Italia si colloca così allo stesso livello della Tunisia, mentre Atene è alla pari della Colombia. Voto superiore a 60 punti, invece, per gli altri paesi più colpiti dalla crisi: l'Irlanda è 25esima, la Spagna 30esima e il Portogallo 33esimo.

Ottengono più di 70 punti Germania e Francia: sono al tredicesimo e al 22esimo posto. I paesi più virtuosi (punteggio oltre 90) sono Danimarca, Finlandia e Nuova Zelanda, mentre il Regno Unito è diciassettesimo e gli Stati Uniti diciannovesimi. I paesi della Primavera araba hanno tutti punteggi inferiori o appena superiori a 40, la Russia è al 133esimo posto (28 punti) mentre l'ultima posizione è condivisa da Afghanistan, Corea del Nord e Somalia.

Redazione Online5 dicembre 2012 | 11:32

Il governo russo rassicura: «Non ci sarà l'Apocalisse»

Corriere della sera

Panico in tutto il Paese per la profezia dei Maya


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MOSCA - Diverse persone in tutto il mondo credono veramente che il 21 dicembre il mondo finirà, quando giungerà al termine un ciclo di 5.125 anni previsto dal calendario Maya. In Russia però la cosa è stata presa assai seriamente da un popolo che dopo il crollo dell'ideologia comunista ha cercato nuovi punti di riferimento, anche nelle sette più stravaganti. Così c'è chi fa incetta di beni di prima necessità, dai fiammiferi alle scatolette di salmone. E chi semplicemente non regge alla pressione psicologica, rendendo necessario l'intervento di psicologi e sacerdoti.

Le autorità sono spaventate e per cercare di riportare la calma non hanno pensato a nulla di meglio che a dichiarazioni apodittiche in puro stile sovietico. Qualcosa tipo «noi lo sappiamo, non ci sarà assolutamente nessuna catastrofe». A parlare è stato il ministro della protezione civile in persona: «Ci sono metodi per monitorare quello che succede nel mondo», ha dichiarato Vladimir Puchkov. Poi si è imbarcato in uno stranissimo ragionamento (tutto da dimostrare): «Catastrofi globali avvengono una volta ogni dieci, quindici milioni di anni e gli ultimi cataclismi seri si sono verificati alcune centinaia di anni fa». Quindi, per ora, nessun rischio. Naturalmente questo non vuol dire che non ci saranno inondazioni, tornado e carestie. Ma il mondo non finirà.

Le rassicurazioni, comunque, non sembrano aver tranquillizzato tutti. Nella prigione femminile del paese di Gornoye, vicino Vladivostok, i discorsi sulla profezia avevano creato un profondo turbamento delle recluse, alcune delle quali erano riuscite a evadere. Così è stato convocato un sacerdote, padre Tikhon.

1 La chiesa, naturalmente, non nega che un giorno ci sarà la fine del mondo. Ma come ha precisato acutamente il patriarca d'Ucraina, «l'Apocalisse arriverà, ma sarà provocata dal declino morale dell'umanità, non da un allineamento di pianeti alla fine del calendario Maya».

A Chelyabinsk, in Siberia, si sono comunque dati da fare per costruire un arco di ghiaccio in stile Maya. E l'hanno piazzato nella centrale via Karl Marx. A Ulan Ude, la capitale della repubblica di Buryatiya tra il lago Bajkal e la Mongolia, l'attesa per il 21 dicembre è diventata frenetica a causa delle predicazioni di un monaco tibetano chiamato «l'oracolo di Shambhala». La gente si è affrettata ad accumulare provviste di candele e pesce secco per sopravvivere a un lungo periodo di buio e carestie. Lo stesso panico ha colpito anche la cittadina di Omutninsk, ai piedi degli Urali, dopo un articolo scherzoso del giornale locale sulla profezia dei Maya: nei negozi non si trova più una candela.

Alcuni russi prendono molto sul serio le profezie: qualche anno fa 35 persone si chiusero in una galleria scavata sottoterra per dar retta alla parole di un santone che (anche lui) aveva predetto la fine del mondo. La polizia ci mise sei mesi a convincerli a uscire fuori.

Nelle grandi città c'è invece chi ha preso l'intera questione come una buona occasione per farsi quattro risate. Un agente di viaggi ha messo in vendita biglietti per il paradiso e per l'inferno. Una azienda di Tomsk, nella Siberia occidentale, ha lanciato un kit di sopravvivenza da 20 euro con cibo in scatola, l'immancabile bottiglia di vodka e anche corda e sapone per chi pensasse di non riuscire a reggere allo stress.

Ma le autorità, come abbiamo visto, non prendono la cosa sottogamba. Un gruppo di deputati ha chiesto alle televisioni di non parlare più della profezia. E il direttore dell'Istituto di Sanità ha proposto di trascinare in tribunale chi continuerà a diffondere queste voci. Naturalmente il 22 dicembre, se non sarà successo nulla.


Fabrizio Dragosei
5 dicembre 2012 | 7:54

Quelle slot machine che entrano nelle case con l'ok dello Stato

Corriere della sera

Mille nuovi giochi autorizzati online

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Forse è solo un esempio in più di un'Italia in cui si predica in un senso di marcia e si razzola nell'altro. È il Paese in cui i partiti della maggioranza chiedono liberalizzazioni, ma bloccano le gare sulle concessioni demaniali. È l'economia dalla quale tutti dicono che lo Stato deve ritirarsi, mentre la Cassa depositi e prestiti (controllata dal Tesoro) moltiplica le sue iniziative a sostegno delle imprese. Va dunque capito Luigi Magistro, nuovo direttore generale dei Monopoli dello Stato, se per un attimo è parso applicare lo stesso doppio senso di marcia anche a oggetti banali come le slot machine . Quegli strani ingranaggi si stanno forse ritirando dai bar sotto casa o dalle sale Bingo di quartiere, a tutela dei cittadini, ma hanno appena fatto il loro ingresso dalla porta principale in un posto che conosciamo anche meglio: casa nostra (e il nostro smartphone ).

Aveva detto appena una settimana fa Magistro in un'intervista al Corriere : sulle slot machine «dovremo intensificare i controlli, ma anche ripianificare la collocazione, evitandone la presenza vicino alle scuole, ai luoghi di culto, agli ospedali»; semmai, ha aggiunto Magistro, bisognerà «concentrare la presenza nel territorio» e «limitare al massimo l'introduzione di nuovi giochi».

Detto fatto. È appena asciutto l'inchiostro su quelle frasi, che dall'altro ieri le slot machine sono entrate nelle case (benché Magistro avesse dimenticato di dirlo). È la sorpresa di Natale: da lunedì, più di mille nuovi giochi di modello slot sono legalmente «online». Basta introdurre codice fiscale e numero di carta di credito, quindi giocare sul computer dal sofà in soggiorno. Sarà forse lontano dagli ospedali e dalle scuole, dalle chiese, dalle sinagoghe o dalle nuove moschee, come sancisce il decreto voluto dal ministro della Salute Renato Balduzzi per difendere i più vulnerabili. Ma è in tinello a portata dei figli, dei nipoti, dei vecchi genitori e dei cassaintegrati rimasti a casa tutto il giorno.

Secondo i Monopoli dello Stato, non è che l'applicazione di una legge di due anni fa. Altri tempi. Nel frattempo però né l'agenzia né il ministero del Tesoro, che la controlla, hanno rinunciato a distribuire 50 nuove concessioni per le slot sul web. In fondo è solo il prosieguo di un aumento dell'offerta di gioco d'azzardo (legale) che ha sprigionato tassi di crescita cinesi in un Paese che, per il resto, vive una decrescita del Pil fra le più rapide al mondo. Nelle scommesse legali gli italiani hanno speso 15,4 miliardi di euro nel 2003 e 79,8 miliardi nel 2011.

È un incremento del 52% l'anno, per un fatturato che vale il 5% del Pil e mette il settore fra le prime industrie del Paese. In base ai dati dei Monopoli, in Italia la spesa media in scommesse per abitante maggiorenne è stata di 1.586 euro nel 2011: il 13,5% del reddito. È ormai una delle grandi voci di spesa degli italiani, che nel frattempo tirano la cinghia su tutto il resto. Ogni euro in più speso in scommesse, spesso, è un euro in meno in acquisti di prodotti utili di imprese italiane rimaste oggi senza mercato nel Paese.

Ma per i conti dello Stato, si sa, è una manna. Le concessioni agli impresari del gioco d'azzardo fruttano circa 8 miliardi l'anno all'Erario, a cui si aggiungono le tasse sulle vincite. In totale si tratta di entrate che riducono il deficit di quasi l'1% del Pil ogni anno. Il problema è che nel 2012, per la prima volta, la crescita delle scommesse sta frenando: saliranno al più del due per cento, mentre le entrate erariali sono per la prima volta in calo di 500 milioni.

Facile dunque sospettare che le nuove slot online servano (anche) a incrementare i flussi di cassa per lo Stato. Non solo a sfidare le piattaforme offshore, come si dice. Come fossero queste le riforme strutturali per risanare l'Italia.


Federico Fubini
5 dicembre 2012 | 7:19

Madrid: basta agli “errori” nazionalisti nei libri di testo delle scuole pubbliche

La Stampa

Il fiume Ebro non nasce “all’estero” come sostengono i manuali catalani e il 1978 è l’anno di nascita della Costituzione, non del 1°Festival di S. Sebastian come scrivono i baschi

gian antonio orighi
Madrid


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Basta con la “pulizia educativa “ dei nazionalismi nelle scuole pubbliche. Forte della maggioranza assoluta, il governo del premier popolare Mariano Rajoy presenta oggi il rivoluzionario ddl Lomce  ( Legge di Miglioramento della Qualità dell’Insegnamento ), che fa tabula rasa dell’immenso potere di cui finora godono le regioni nello stabilire i programmi in vigore in tutte le materie di insegnamento scolastico. Attualmente in Catalogna, Paesi Baschi e Galizia è possibile che il governo regionale decida tra il 35% ed addirittura il 45% degli insegnamenti che si praticano nelle scuole.

Con la riforma, il governo centrale controllerà il 100% delle materie “fondamentali” e che devono occupare almeno il 50% dell’orario scolastico. Alle elementari: Scienze Naturali e Sociali, Matematica, Lingua spagnola e Letteratura, e 1ª lingua straniera. Alle Medie inferiori: Biologia, Fisica, Chimica, Geografia e Storia. Alle Medie superiori: Filosofia, Arte, Matematica ed Inglese. Le regioni potranno aggiungere materie speciali, come il vernacolo locale. In questo modo non sarà più possibile, per i catalani, sostenere che il fiume Ebro (il più grande di Spagna) nasce “all’estero” o ai baschi che il 1978 (anno di approvazione della Costituzione spagnola), sia degno di essere ricordato per la prima edizione del Festival del Cinema di San Sebastian.

Il «patto» choc del pm col bombarolo di Brindisi

Gian Marco Chiocci - Mer, 05/12/2012 - 09:02

Il procuratore Dinapoli si sarebbe accordato col legale dell'assassino per far cadere l'ipotesi di terrorismo. Tutto pur di non cedere l'inchiesta all'Antimafia di Lecce

Toglietegli tutto, ma non il suo bel fascicolo. Quello sull'uccisione della povera Melissa Bassi, dilaniata dall'esplosione di una bombola di gas alla scuola «Falcone Morvillo» di Brindisi il 19 maggio scorso.


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Quello che doveva tornare per forza alla sua procura, anche a costo di aiutare l'avvocato del killer reo-confesso Giovanni Vantaggiato a smontare l'ipotesi della finalità terroristica che, altrimenti, l'avrebbe lasciato sui lontani lidi dell'antimafia di Lecce.

Non si è mosso ovviamente per offrire una sponda o un aiuto all'assassino, il procuratore brindisino Marco Dinapoli, finito ieri davanti alla commissione disciplinare del Csm per i rapporti di un certo tipo con il legale del bombarolo indagato, ma per rimettere le mani su un'indagine a cui evidentemente teneva da pazzi. Un fascicolo sul quale erano puntati gli occhi della stampa nazionale e internazionale, ansiosa di sapere il perché di quell'attentato. Dinapoli avrebbe passato all'avvocato Orlando «sentenze e commenti di dottrina» che sarebbero serviti a preparare una memoria difensiva e smontare l'ipotesi dell'aggravante terroristica, peraltro confermata anche dal Riesame che, a proposito del folle gesto di Vantaggiato, scrisse che «voleva terrorizzare la nazione».

Uno scenario investigativo spuntato all'indomani della contestatissima conferenza stampa di Dinapoli, ad appena 24 ore dall'attentato, nel corso della quale il capo dei pm brindisini, pur con un certo intuito, disse che si trattava con tutta probabilità di un gesto isolato, non collegato alla criminalità organizzata o all'eversione, men che meno alla nuova trattativa Stato-mafia, di cui poteva essere autore una «persona arrabbiata e in guerra con il mondo, che si sente vittima o nemico di tutti e che utilizza una simile occasione per far esplodere tutta la sua rabbia». Aggiunse che esistevano anche dei filmati sul killer in azione (che, di lì a poco, sarebbero finiti anche sulle prime pagine dei quotidiani) e «immagini terribili» dell'assassino che azionava con un telecomando l'ordigno. Fiuto da segugio.

Il tempo gli ha dato ragione, almeno per quanto riguarda la dinamica e le motivazioni del gesto. Peccato, però, che quell'improvvisa confidenza con la stampa (costatagli in passato anche una denuncia, poi archiviata, da parte dell'ex ministro Fitto per una fuga di notizie riferita a quando Dinapoli era coordinatore del pool mani pulite a Bari) avesse scatenato la reazione del capo della Dda di Lecce Cataldo Motta («nessuna pista si può escludere, non siamo in condizioni di dire che è il gesto di un folle») e del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso («tutte le ipotesi riferibili alla strage sono ancora all'esame delle autorità inquirenti»). Qualche ora ancora e il fascicolo avrebbe messo le ali verso l'ufficio inquirente salentino. L'iniziale ipotesi di strage contro ignoti si trasformò infatti in strage con finalità terroristica. Una «mutazione» giudiziaria che sottrasse a Dinapoli la titolarità del fascicolo per trasferirla a Lecce.

Tanto il procedimento disciplinare quanto l'indagine penale di Potenza per abuso d'ufficio e favoreggiamento (conclusasi con un'archiviazione, perché il gip ha riconosciuto non c'è alcunché di penalmente rilevante nella condotta del magistrato brindisino) sono partiti proprio dagli esposti firmati da Motta. Alle denunce sono state allegate le intercettazioni telefoniche tra l'avvocato Orlando e la moglie di Vantaggiato, cui il penalista avrebbe confidato di essere stato contattato dal procuratore, e copie delle sentenze sul terrorismo passategli dallo stesso. Al Giornale il legale di Vantaggiato si limita a un no-comment. «Non ho nessuna dichiarazione da fare. Sono questioni che non mi toccano, non c'è alcuna ragione per cui io intervenga in questa storia».

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it

La spesa? Si farà con il «Lombard» Ecco la moneta che affianca l'euro

Serena Coppetti - Mer, 05/12/2012 - 07:45

Andare a fare la spesa e pagare in «Lombard». A fine mese prendere lo stipendio e trovarsene una parte in «Lombard».
 

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Comprare il biglietto per il treno spendendo «Lombard». Potrebbe succedere in Lombardia, come già accade in Sardegna (col Sardex), o in Svizzera (col Wir), ma anche in Inghilterra (Bristol Pound), presto in Francia (Nantò) e la lista - sorprendentemente lunga - potrebbe continuare con i 23 circuiti complementari in Germania, i 40 giapponesi e le esperienze (in corso) in America. È allo studio anche in Lombardia l'adozione della moneta «complementare» - che potrebbe essere chiamata «Lombard» - da affiancare all'Euro con l'obiettivo di facilitare la ripresa economica nella Regione.

Detto così pare una trovata folcloristica nella quale sfugge il senso reale. Ne è consapevole Andrea Gibelli, leghista vice presidente della Regione e assessore alle attività produttive che proprio per non lasciare aperti spiragli di fraintendimento, ieri ha promosso un rigoroso convegno scientifico nel quale non ha semplicemente presentato la proposta, ma accompagnato da studiosi del Politecnico e della Bocconi ha portato i casi reali di moneta complementare già avviati in altri paesi. Esempi concreti con risultati concreti e quantificabili in soldoni.

«La moneta complementare che noi stiamo studiando non è un attacco agli istituti di credito alle banche e all'euro - ha tenuto a precisare - È un'operazione territoriale di natura “complementare“ che Regione Lombardia deve avviare per avviare le imprese paralizzate dal blocco del credito, credit crunch, operato proprio dagli stessi istituti di credito», ha spiegato Gibelli. Come? Il meccanismo funziona come un baratto. Per avere accesso ai «Lombard» imprese o soggetti singoli, privati o pubblici, devono iscriversi al «circuito di credito» nel quale ci sarà un istituto di garanzia - qui potrebbe essere Finlombarda - predisposto per l'emissione. Il «Lombard» non sarebbe carta né moneta sonante, ma denaro “virtuale“ che verrebbe caricato su un “borsellino digitale“, una sorta di conto collegato con la Carta regionale dei Servizi. Il principio poi è quello dello scambio: ne prendi tanto quanto ne devi spendere.

«Si crea e si distrugge nella transazione», precisa Gibelli. Dunque non si accumula, non si converte in euro, non fa ricchezza. «È una camera di compensazione tra debiti e crediti tra imprese non in moneta corrente che riduce l'esposizione bancaria, viene emessa senza interessi bancari e favorisce il pagamento a breve termine», spiega Gibelli. Gli esempi. In Svizzera il Wir affianca il franco svizzero dal 1934, lo utilizza un impresa su 4 e muove il 2 per cento dell'economia con 75mila imprese iscritte al circuito. In Sardegna attivo dal 2009, il Sardex è partito con 200 imprese per un giro di affari di 350mila euro. Oggi coinvolge 80mila imprese per 4 milioni di euro con un trend di crescita del 300 per cento. Ma non è «moneta» di scambio solo tra imprese. Ad esempio il sindaco di Bristol si è fatto pagare l'intero emolumento in «Bristol puond» per non pesare sull'economia», racconta Gibelli. La moneta infatti «facilita gli scambi quando la moneta ufficiale scarseggia». Il governatore Formigoni ha sottolineato che il convegno è stata un'iniziativa ufficiale della Regione».

L'ultimo referendum democratico di Facebook

Corriere della sera

La chiamata al voto è per determinare la possibilità di votare anche in futuro. C'è bisogno di un quorum di 300 milioni

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MILANO - Avete sette giorni di tempo per votare su un referendum che stabilisce se potrete continuare a votare in futuro. Se fosse uno Stato democratico a proporlo, sarebbe quanto meno sconcertante. Ma nel reame delle monarchie illuminate dei social network è possibile anche questa apparente contraddizione. E infatti Facebook sta chiamando alle urne virtuali il suo vastissimo elettorato di utenti (oltre 1 miliardo) per chiedere loro di esprimersi sulla possibilità di continuare a votare sui cambiamenti nelle policy e nei regolamenti del social network in futuro. In ballo ci sono anche alcune modifiche sull’attuale funzionamento della piattaforma, a partire dal sistema di messaggi privati e dalla condivisione dei dati degli utenti con altri siti affiliati.

DAL 3 AL 10 DICEMBRE - Tutti gli iscritti a Facebook, inclusi gli italiani, sono invitati dunque, tra il 3 e il 10 dicembre, a votare gli aggiornamenti proposti alla Normativa sull'utilizzo dei dati e alla Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità. Il voto sarà effettuato tramite questa applicazione sviluppata da un fornitore di servizi esterno. Un ente indipendente eseguirà lo spoglio dei voti per assicurare l'accuratezza dei risultati.

COSA SI VOTA - Ma quali sono i principali temi in gioco? In sostanza gli utenti dovranno dire se vogliono eliminare il sistema di votazione attuale, messo in piedi dalla piattaforma per accogliere il parere della comunità di iscritti, in cambio di un meccanismo più indefinito in cui si ricevono opinioni via webcast e formulari; se sono d’accorso sul fatto che Facebook possa condividere i loro dati con siti affiliati, come Instagram; se gli va bene una modifica nelle impostazioni dei messaggi privati, per cui cambia (ampliandosi) la possibilità di essere contattati da altri con quello strumento.

Contro la condivisione delle informazioni con Instagram, applicazione acquisita dal social network in blu, si sono già espresse alcune associazioni per i diritti digitali, come l’Electronic Privacy Information Center (EPIC) e il Center for Digital Democracy, secondo le quali la possibilità di combinare informazioni personali dai due servizi solleva questioni di privacy. Ad ogni modo nella consultazione in corso si prendono o si respingono tutte le modifiche in blocco, inserite in lunghi documenti che ben pochi leggeranno. Per cui se si sceglie i “documenti proposti” si dà il via libera alle modifiche citate; se si barra “i documenti esistenti” rimane tutto come oggi, a patto di raggiungere il quorum.

IL QUORUM - Già, perché il voto degli utenti sarà vincolante solo se partecipa almeno il 30 per cento degli iscritti. Una cifra spropositata: vuol dire oltre 300milioni di persone. È come se tutti gli abitanti degli Stati Uniti andassero ai seggi. Basti pensare che a una precedente votazione di questo tipo fatta dalla piattaforma si sono “presentati” in 300mila. Insomma, una mission impossible per chi vorrebbe mantenere il “diritto di voto” degli iscritti. E proprio la bassa partecipazione è la ragione addotta dal social network per abbandonare il sistema attuale. Tuttavia non sembra che al suo posto sia stato approntato un meccanismo alternativo chiaro ed efficace. In compenso, i votanti che fino ad ora si sono espressi nell’attuale referendum sono per la stragrande maggioranza contrari alle modifiche proposte. Quorum o meno, è forse qualcosa di cui Mark Zuckerberg dovrebbe tenere conto.

Carola Frediani
5 dicembre 2012 | 10:59

I primi voli di Neuron, caccia europeo senza pilota. E senza futuro

Corriere della sera

È un «dimostratore tecnologico» per le tecnologie necessarie per realizzare un velivolo da combattimento automatico

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Il primo Neuron ha volato il 1° dicembre dalla base militare francese di Istres. È un velivolo da combattimento senza pilota (Ucav, Unmanned Combat Aerial Vehicle) costruito da sei nazioni (Francia, Italia, Svezia, Spagna, Svizzera e Grecia) sotto la guida della francese Dassault celebre per i suoi caccia Mirage. Neuron è però soltanto un «dimostratore tecnologico» per imparare quelle tecnologie necessarie per realizzare un velivolo di questo genere affidabile e che in prospettiva (c’è chi dice dal 2030) sostituirà gli attuali caccia con pilota. Costeranno meno e non metteranno a rischio vite umane. Ma data la loro complessità per conquistare la sicurezza nell’impiego è ancora indispensabile lavorare molto.

PROGETTO - Gli Stati Uniti sono impegnati da tempo su questo fronte facendo volare vari prototipi e oggi sono all’avanguardia. Ora è arrivata anche l’Europa con Neuron (apertura alare di 12,5 metri) pesante al decollo quasi sette tonnellate. In Francia il progetto partì ancora nel 2003 e poi si aggiunsero le altre partecipazioni con l’Italia che, attraverso AleniaAermacchi-Finmeccanica ha una quota del 22 per cento guidando altre società della Penisola tra cui Selex Galileo.

 I primi voli di Neuron I primi voli di Neuron I primi voli di Neuron I primi voli di Neuron I primi voli di Neuron

INVISIBILE - Neuron che ha caratteristiche di invisibilità (cioè radar e sensori infrarossi quasi non lo vedono) dovrà dimostrare di effettuare missioni inserite in una rete di comando e controllo, lanciare armamenti da un vano interno che si apre quando necessario e certificare di essere in grado di individuare e riconoscere l’obiettivo in maniera autonoma. Per riuscire in tutto ciò a bordo è necessaria un’«intelligenza» molto evoluta tutta da sviluppare. Per questo un Ucav è cento volte più complicato di un velivolo senza pilota da ricognizione ormai molto diffuso e normalmente impiegato in decine e decine di modelli.

PARTECIPAZIONE ITALIANA - L’Italia partecipa al progetto fornendo vari sistemi (distribuzione elettrica, sistema dati aria) ma soprattutto il sistema di armamento autonomo (battezzato Smart Integrated Weapon Bay) il quale dovrà essere capace appunto di rilevare l’obiettivo, riconoscerlo e chiedere al comando di terra l’autorizzazione per il lancio delle armi. Tutto da solo.

NON HA FUTURO - Neuron, dunque, è una palestra tecnologica importante. Peccato che non abbia futuro. Francia e Gran Bretagna infatti hanno siglato un accordo per andare avanti insieme e per il momento da sole nello sviluppo dei successori di Neuron. Anche Londra infatti sta per far volare un suo Ucav che ha sviluppato in piena autonomia. Costruito da Bae Systems e chiamato Taranis, dopo vari rinvii, compirà il primo volo agli inizi del 2013. L’Italia è rimasta dunque spiazzata e altrettanto la Germania che peraltro aveva già sperimentato un velivolo analogo, il Barracuda.

E pure AleniaAermacchi aveva accumulato esperienza negli anni scorsi a partire dal 2005 con alcuni velivoli sperimentali più semplici come Sky-X e Sky-Y. Ma l’operazione di un caccia senza pilota è impresa necessariamente comune e quindi per il momento la situazione che si è creata è più di conflitto che di partecipazione. Intanto Neuron continuerà a volare per i prossimi due anni sperando che nel frattempo, mentre si perfeziona la tecnologia, maturino anche le condizioni politiche per una vera e necessaria cooperazione europea a vantaggio di tutti sotto ogni aspetto.

Giovanni Caprara
5 dicembre 2012 | 10:46

I critici da blog? Mettono Don Camillo nei "Promessi Sposi"

Luigi Mascheroni - Mer, 05/12/2012 - 07:30

Certe "stranezze" compaiono su diversi forum e blog letterari. Una ricerca mostra tutte le gaffe degli "esperti" in Rete

Don Abbondio? È l'antagonista di Peppone. Pinocchio? L'ha scritto Walt Disney. Alexandre Dumas? Un noto attore francese.


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E Il deserto dei Tartari? È una regione geografica.
E questa sarebbe la critica online? O anche solo il livello medio delle discussioni dei «lettori forti» nei forum e sui blog letterari? Sulle pagine culturali dei quotidiani, sulle riviste specializzate, e naturalmente sui siti letterari, si continua a scrivere che la vecchia critica è morta (insieme al romanzo), che il «nuovo» arriva dalla Rete e che la capacità di capire il mood e i fenomeni che stanno per imporsi passano ormai dal web.

Altro che accademia, altro che giornali di carta, altro che... Altro che web. Prima fu il tempo dei siti letterari, dei lit-blog, delle riviste online come canale privilegiato di informazione e dibattito culturale... Poi fu quello dei social network, della critica fatta a colpi di «Mi piace» su Facebook, di link condivisi, di tweet di 140 caratteri... Poi fu... Ora è il tempo di rivedere il concetto di critica e di web. E di chiedersi se seriamente la Rete può essere il luogo deputato della critica letteraria. Forse (ma forse) alcuni blogger sono in grado di «muovere le vendite» di un libro, o di lanciare un fenomeno editoriale. Forse (ma forse) il loro ruolo comincia a essere guardato dagli uffici stampa delle case editrici e dagli store on-line di libri e di e-book per il traffico che riescono a generare... Forse i lettori-utenti di quei blog costituiscono un'élite del mondo del libro. Forse. Ma qualitativamente? Qual è il livello?

Una risposta (parziale ed empirica, visto il campione ridotto della ricerca), prova a darlo uno studio di Libreriamo (www.libreriamo.it), il social book magazine per la promozione dei libri e della lettura ideato da Saro Trovato, condotto tramite monitoraggio web su 5.000 utenti di blog, forum e community, per capire quanto i lettori online siano ferrati in ambito letterario. Risposta: poco. Interrogati su autori, romanzi e personaggi della letteratura mondiale, un lettore su due (51%) risponde in maniera errata. Esempi? Uno su 4 (25%) pensa che Don Abbondio sia l'antagonista di Peppone, mentre più di uno su tre (37%) crede che Pinocchio sia stato scritto da Walt Disney. Alla domanda «Cos'è il Cantico dei Cantici?», la maggioranza (54%) risponde che si tratta di una poesia di San Francesco, confondendola con il Cantico delle Creature.

E i Malavoglia? Se il 43% risponde esattamente, il 33% li confonde con i Malatesta, e altri credono si tratti di un'espressione comune per indicare persone pigre (21%). Ancora. Solo il 34% riconosce che Alexandre Dumas sia il padre de I tre moschettieri, mentre il 18% è convinto sia un attore francese. Qualcuno confonde poi la figura femminile che guida Dante attraverso i nove cieli del Paradiso, scambiando Beatrice (64%) con Penelope (21%), e addirittura qualcuno (13%) con Monna Lisa. Infine, Il deserto dei Tartari: se la maggioranza (41%) si ricorda che è un titolo di Buzzati, altri ritengono che sia un'area geografica (31%). O una marca di dentifricio (12%). A riprova che sul web si può dire, davvero, di tutto.

Stato-mafia, Consulta: intercettazioni Napolitano da distruggere

Il Messaggero
di Massimo Martinelli

Per i giudici costituzionali la procura di Palermo ha violato la riservatezza del Quirinale


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ROMA Ci sono quattro intercettazioni di troppo negli atti raccolti della procura di Palermo sulla posizione di Nicola Mancino. Sono le telefonate che l’ex ministro dell’Interno fece al capo dello Stato, a ridosso delle festività di fine dello scorso anno. Lo ha stabilito ieri la Corte Costituzionale, fissando un principio che in futuro dovrà essere rispettato da tutti i magistrati d’Italia: le intercettazioni in cui viene captata per caso la voce del presidente della Repubblica non possono diventare parte di un fascicolo giudiziario.
Devono essere distrutte immediatamente, senza essere sottoposte alla valutazione delle parti del processo. E questo, come ha sostenuto ieri mattina in udienza l’Avvocato dello Stato, Michele Di Pace, perché «le comunicazioni del presidente della Repubblica sono collegate alle funzioni che questo organo costituzionale esercita. Dunque al capo dello Stato va riconosciuta l’immunità giuridica funzionale all'esercizio dei suoi poteri e le intercettazioni telefoniche sono in contrasto con questa prerogativa giuridica». E ancora, se la voce del presidente finisce in un brogliaccio giudiziario, l’altro Avvocato dello Stato Gabriella Palmieri ha spiegato che «la procura non può non omettere la richiesta al Gip di distruzione».

QUATTRO TELEFONATE La decisione pone fine ad un conflitto di attribuzioni che era stato sollevato dal Quirinale lo scorso 30 luglio, dopo aver appreso che agli atti dell’inchiesta in cui Nicola Mancino è indagato per falsa testimonianza c’erano anche quattro telefonate tra lo stesso senatore e il presidente Napolitano. La prima, il 24 dicembre 2011 alle ore 9.40, è di 3 minuti; la seconda, il 31 dicembre 2011, alle ore 8.48, di 6 minuti; la terza, il 13 gennaio 2012, alle ore 12.52, di 4 minuti e la quarta, infine, il 6 febbraio 2012, alle ore 11.12, di 5 minuti.

Secondo quello che è trapelato, In occasione delle festività, Mancino avrebbe approfittato per fare gli auguri al presidente; e al tempo spesso avrebbe manifestato le sue preoccupazioni per le intenzioni dei pm palermitani di metterlo a confronto con l’ex Guardasigilli Claudio Martelli nell’aula di tribunale in cui si celebra il processo per la presunta trattativa Stato-mafia all’epoca delle stragi del ’93. Dello stesso argomento, peraltro, Mancino aveva parlato con il capo dell’ufficio legislativo del Quirinale, Loris D’Ambrosio, scomparso di recente. E la ferma ma educata risposta del consigliere di Napolitano era stata scambiata da qualcuno per disponibilità, costringendo lo stesso Napolitano a riconfermare pubblicamente stima e apprezzamento per il suo collaboratore.

LA TESI DEI PM
Dopo quel primo incidente diplomatico, il Quirinale si rivolse alla Consulta, che ieri ha bocciato le tesi dei legali della procura. Uno di loro, il professor Alessandro Pace, aveva sostenuto che «il caso di intercettazione fortuita non può essere regolato né vietato». E aveva proposto una similitudine: «Non si può vietare di scivolare accidentalmente su una strada ghiacciata mentre diverso è vietare il pattinaggio su una strada di transito». Di diverso avviso i giudici costituzionali, che hanno disposto l’immediata distruzione dei quattro nastri con la voce di Napolitano.

massimo.martinelli@ilmessaggero.it

Mercoledì 05 Dicembre 2012 - 09:07


Trattativa Stato-mafia, il ricorso di Napolitano: le tappe della vicenda

Il Messaggero


ROMA - Dietro il ricorso del Capo dello Stato alla Corte Costituzionale, con cui Giorgio Napolitano ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato verso la Procura di Palermo, c'è il nodo di alcuneintercettazioni che hanno coinvolto lo stesso Presidente quando le utenze dell'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino nei mesi scorsi furono messe sotto controllo dai pm palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Secondo l'accusa, Mancino - che si insedia al Viminale a inizio luglio 1992 - avrebbe mentito sui rapporti tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra intercorsi nei primi anni '90, durante la stagione delle stragi.

Oggi Mancino è accusato di falsa testimonianza. Nel periodo che ha preceduto l'avvio del procedimento a Palermo che lo vede con altri imputato, ci sono stati contatti tra lui e il Colle, in particolare telefonate con Loris D'Ambrosio, il consulente giuridico del Quirinale morto il 26 giugno, e in alcune occasioni, con lo stesso Napolitano. Queste ultime conversazioni sono state in tutto quattro, come si Š saputo dagli atti depositati per conto della Procura di Palermo su richiesta della Corte Costituzionale durante l'iter del conflitto tra poteri: in due casi a chiamare è stato Mancino, per altro alla vigilia di Natale 2011 e, pochi giorni dopo, il 31 dicembre; in altre due occasioni, a telefonare Š stato il Presidente.

Il contenuto delle conversazioni non è noto, ma la notizia dei colloqui tra i due è finita sui giornali e ha suscitato il caso: quelle intercettazioni andavano distrutte? I pm hanno sostenuto da subito che l'unica via per distruggerle è quella prevista dall'art. 269 del codice di procedura penale, cioè con udienza stralcio di fronte al Gip e alla presenza delle parti, che se interessate possono acquisire atti a loro utili. Un passaggio, quest'ultimo, che mette però in campo un'eventualità: che i contenuti delle intercettazioni diventino pubblici. Ritenendo lese le proprie prerogative il 16 luglio scorso Napolitano ha sollevato di fronte alla Consulta conflitto d'attribuzione nei confronti della Procura di Palermo.

Il relativo ricorso, predisposto dall'Avvocatura dello Stato, è stato trasmesso alla Corte il 30 luglio.
Il 19 settembre la Consulta ha giudicato ammissibile il conflitto, ne ha dimezzato l'iter sotto il profilo dei termini temporali, e ha chiesto alla Procura di Palermo quante fossero state le conversazioni di Napolitano indirettamente captate, in che date fossero avvenute, e copia dei decreti che disposero le intercettazioni. Il 12 ottobre, la Procura di Palermo si è costituita in giudizio. Il 23 novembre Avvocatura e Procura hanno depositato le rispettive memorie. E oggi è giunta la decisione della Corte: il ricorso di Napolitano è stato accolto e le intercettazioni al centro del conflitto andranno distrutte secondo la procedura prevista per le intercettazioni vietate dall'art. 271 del codice di procedura penale. Per conoscere per intero la sentenza e le sue motivazioni, bisognerà attendere qualche settimana, molto probabilmente gennaio.



Martedì 04 Dicembre 2012 - 20:52
Ultimo aggiornamento: 20:58

Muore a 116 anni la più vecchia del mondo Ora il primato va a un'italiana d'America

Corriere della sera

L'americana Besse Cooper era del 1896. La sua «erede» è Dina Manfredini, nata l'anno dopo in Emilia sotto Umberto I

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Quando le avevano chiesto il segreto della sua longevità, Besse Cooper non aveva avuto dubbi: «Mi faccio i fatti miei e non mangio cibo spazzatura». Era nata a Sullivan County, nel Tennessee, il lontano 26 agosto 1896. Quell'anno il repubblicano William McKinley venne eletto presidente degli Stati Uniti d'America, in Italia uscì la prima copia della Gazzetta dello Sport e, in Grecia, Spiridon Louis vinse la maratona della I Olimpiade.

LA DONNA CHE VISSE TRE SECOLI - Dopo una vita che ha attraversato tre secoli, martedì, all'età di 116 anni e 100 giorni, Besse è morta a Monroe, in Georgia. «Si è alzata, ha fatto colazione e si è fatta sistemare i capelli», ha detto il figlio Sidney. «Sembrava proprio pronta per andare». Besse aveva quattro figli, dodici nipoti e svariati pronipoti. Ex insegnante, vedova dal 1963, aveva vissuto da sola fino al 2001 quando, a 105 anni, decise di trasferirsi in una casa di riposo, forse aspettandosi di morire di lì a poco. Con i suoi 116 anni entra nella lista delle 100 persone più longeve del pianeta, collocandosi all'8º posto assoluto.

ITALOAMERICANA LA PIU' VECCHIA - Con la scomparsa di Besse il primato di persona più vecchia del mondo (vivente) passa ora all'italoamericana Dina Manfredini. Ha 115 anni e vive a Johnston, nello Iowa, ma è nata in Italia, nella frazione di Sant’Andrea Pelago di Pievepelago, in provincia di Modena, il 4 aprile 1897. Poche settimane dopo Marconi avrebbe depositato presso l'Ufficio Brevetti di Londra una domanda per un sistema di telegrafia senza fili, Oscar Wilde sarebbe presto uscito di galera e di lì a poco un gruppo di studenti liceali torinesi avrebbe fondato la Juventus. Un'altra vita vissuta a cavallo di tre secoli, ma anche di due continenti. Di primato Dina ne ha anche un altro: è una delle ultime quattro persone nate in Italia sotto il regno di Umberto I e una delle ultime 17 persone ad essere nata nel XIX secolo.

E dell’Italia chissà cosa ricorda: aveva appena 23 anni quando lasciò per sempre il nostro Paese per trasferirsi con il marito Riccardo negli Stati Uniti, a Des Moines, nello Iowa. Una vita fa. Oggi ha tre figli, sette nipoti, sette pronipoti e dodici bisnipoti e, pare, gode di ottima salute. Dopo una vita dedicata completamente alla famiglia e alla casa, della quale continuò ad occuparsi fino a 90 anni, oggi vive in una casa di riposo. «E' una delle persone più straordinarie che io conosca», dice il parroco della zona Tom DeCarlo. «Non sente più tanto bene, ma, insieme, parliamo ancora italiano».

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CLASSIFICHE - Ma anche dando un'occhiata alla top 100 delle persone più longeve di sempre (viventi e passate a miglior vita) le curiosità non mancano. Un dato salta subito all'occhio: si tratta di una classifica quasi tutta al femminile, visto tra i 100 superanziani del mondo gli uomini sono solo 7. Anche sul podio ci sono solo donne. Al primo posto c'è la francese Jeanne Calment, morta nel 1997 a 122 anni. Medaglia di bronzo per l'americana Sarah Knauss (morta nel 1999 a 119 anni). Al terzo posto Lucy Hannah (americana, scomparsa nel 1993 a 117 anni). C'è anche un po' di Italia: Venere Pizzinato, nata nel 1896 ad Ala, nell'allora Trentino austroungarico e morta nel 2011 a Verona, all'età di 114 anni e 252 giorni (al 39 esimo posto) e Virginia Dighero, nata nel 1891, a Lavagna, e morta nella cittadina ligure all'età di 114 anni e 4 giorni (92 esimo posto).


Federica Seneghini
@fedesene5 dicembre 2012 | 8:21

Dalla rettifica all'evasione: dieci bufale sul caso Sallusti

Luca Fazzo - Mer, 05/12/2012 - 09:13

Sui fatti che hanno portato all'arresto del direttore circolano ricostruzioni sbagliate e fantasiose. Ecco tutte le bugie e cosa è accaduto veramente


Sul «caso Sallusti» ogni opinione è lecita. Ma intorno alla vicenda giudiziaria del direttore del Giornale sono fiorite sui giornali e su internet anche ricostruzioni erronee - se non fantasiose - dei fatti, rimbalzate fino a venire presentate come verità.

Un elenco delle principali bugie diffuse in questi due mesi può aiutare a formarsi un'opinione più precisa.


1 «SALLUSTI È STATO CONDANNATO PER UN ARTICOLO SUL “GIORNALE”»

In realtà, la condanna riguarda due articoli pubblicati su Libero il 18 febbraio 2007, uno a firma del cronista Monticone e uno a firma «Dreyfus». Per il primo Sallusti, all'epoca direttore responsabile, viene condannato per omesso controllo; per il secondo come autore dell'articolo. È questa seconda accusa che costa a Sallusti la condanna al carcere.

2 «SALLUSTI HA SCRITTO L'ARTICOLO»

Ormai è pacifico che l'articolo a firma Dreyfus fu scritto dal giornalista Renato Farina, che se ne è assunto la responsabilità. Ma già nel ricorso per Cassazione era scritto chiaramente che Sallusti non era affatto Dreyfus. Se Sallusti fosse stato condannato solo per omesso controllo anche in relazione al secondo articolo, non avrebbe potuto ricevere una pena detentiva.

3 «HA COMMISSIONATO L'ARTICOLO A DREYFUS»

Negli atti del processo non c'è traccia che Sallusti abbia dato indicazioni a Dreyfus/Farina sul tono dell'articolo. La condanna di Sallusti avviene «quale autore dell'articolo redazionale a firma Dreyus».

4 «NON HA PUBBLICATO LA SMENTITA DEL GIUDICE»

L'unica smentita pervenuta alla redazione di Libero fu quella del procuratore della Repubblica per i minori, che successivamente non ha mai sporto querela. Il giudice Cocilovo non ha mai inviato alcuna richiesta di rettifica, come da lui stesso ammesso quando ha testimoniato nel corso del processo a Sallusti.

5 «SE AVESSE PUBBLICATO LA SMENTITA NON SAREBBE STATO QUERELATO»

Il quotidiano La Stampa, che per primo aveva pubblicato la notizia della tredicenne autorizzata da Cocilovo ad abortire, pubblicò la rettifica inviata dal procuratore capo.
Ciò nonostante Cocilovo sporse ugualmente querela per diffamazione anche nei confronti del quotidiano torinese, ben tre mesi dopo la pubblicazione dell'articolo.

6 «COCILOVO NON HA FATTO APPELLO»

Contro la sentenza di primo grado del tribunale di Milano, che condannava Sallusti a una ammenda di 5mila euro e a un risarcimento danni di 10mila, fecero appello sia il pubblico ministero che la parte civile, ovvero il giudice Cocilovo. Cocilovo sostenne che il risarcimento era troppo esiguo. La Corte d'appello condannò Sallusti a 14 mesi di carcere e alzò il risarcimento a 30mila euro.

7 «AUGURÒ LA MORTE AL GIUDICE»

L'articolo di Dreyfus (ovvero Farina) per cui Sallusti è stato condannato diceva «Se mai ci fosse la pena di morte, questo sarebbe il caso» ma è stato ritenuto diffamatorio solo nella parte in cui l'autore accusava - dandogli dell'assassino ma senza mai indicarlo con nome e cognome - il giudice Cocilovo di avere ordinato alla ragazzina di abortire, mentre in realtà il magistrato si era limitato ad autorizzarla a decidere da sola senza consultare il padre.

8 «SAPEVA CHE NON SAREBBE FINITO IN CELLA»

Con la sua decisione di non chiedere, dopo che la condanna è diventata definitiva, nessun tipo di misura alternativa al carcere, Sallusti si è esposto effettivamente alla concreta possibilità di finire a San Vittore. Se la sua pratica non fosse stata avocata dal procuratore capo Edmondo Bruti Liberati, i magistrati dell'ufficio esecuzione erano pronti a spiccare nei suoi confronti un ordine di carcerazione. Lo stesso Bruti Liberati avrebbe dovuto emettere l'ordine di carcerazione se il tribunale di Sorveglianza avesse ritenuto inammissibile l'istanza di arresti domiciliari.

9 «È EVASO PER ANDARE IN REDAZIONE»

Dal momento in cui nei suoi confronti è stato spiccato l'ordine di esecuzione della pena, Sallusti non si è più mosso dalla redazione del Giornale. Per tutto il pomeriggio di venerdì ha atteso al suo posto l'arrivo della Digos che si è presentata solo a mezzogiorno dell'indomani. Dopo la notifica dell'arresto, Sallusti è stato portato nella casa di via Soresina e da qui pochi minuti dopo ha manifestato l'intenzione di disobbedire agli obblighi. Prima ancora di raggiungere il marciapiede, è stato nuovamente arrestato per evasione.

10 «È UN DIFFAMATORE DI PROFESSIONE»

Sul certificato penale di Sallusti, depositato agli atti del processo in Cassazione, figurano solo due condanne non annullate o indultate: entrambe infliggono al giornalista la pena dell'ammenda, una per 300 euro e l'altra per duecento. Le motivazioni della sentenza d'appello parlano di «un precedente penale specifico», che è la stessa quantità di condanne subite da altri direttori di giornali. La sentenza della corte di Cassazione si limita a prendere atto che Sallusti «non è incensurato».

Byron Moreno torna in Ecuador, deportato dagli Stati Uniti

Corriere della sera

L'ex arbitro che diresse Corea-Italia nel 2002 era stato condannato per traffico internazionale di droga

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L'ex arbitro di calcio Byron Moreno, diventato a dir poco impopolare in Italia dopo la sua discussa direzione di Corea del Sud-Italia ai Mondiali del 2002, è ritornato in Ecuador in qualità di deportato dagli Usa.

L'ARRESTO - Moreno, 43 anni, era stato arrestato due anni fa all'aeroporto di New York: aveva 6 chili di eroina nascosti in dei sacchetti di plastica e avvolti intorno al corpo, non proprio snello. Condannato a due anni e mezzo, ora si è visto ridurre la pena per la sua buona condotta.

13' DI RECUPERO - La sua carriera sportiva si era interrotta non dopo il Mondiale asiatico, ma nel settembre 2002, quando la sua Federcalcio lo sospese: aveva concesso 13' di recupero in una gara di campionato tra Quito e Barcellona, finita 4-3 mentre al 90' la squadra locale era sotto per 2-3. A ogni partita era diventato uno showman da espulsione. Poi gli show tv, sullo stile di Scherzi a Parte o del Bagaglino. E il traffico di droga.

INDAGINE DEL FISCO - Martedì è stato rimpatriato insieme ad altri 56 connazionali. La polizia ha evitato che venisse contattato dai giornalisti facendolo uscire da una porta laterale e poi salire su un'auto di servizio. Vestito interamente di nero, smagrito e - secondo quanto riferiscono i suoi compagni di viaggio - con i capelli lunghi, Moreno è adesso libero per quanto riguarda le accuse di traffico di droga ma si trova sotto indagine da parte del fisco di Quito. La polizia di Stato, infatti, ha stimato che il valore della merce che Moreno stava cercando di contrabbandare negli Stati Uniti spaziasse tra i 60 mila e gli 80 mila dollari al chilo (45 mila-60 mila euro), e l'Ecuador intende vederci chiaro.

Maria Strada 
4 dicembre 2012 | 19:12

Abusivo sul posto disabili Lo blocca e viene denunciato

Corriere della sera

È accaduto ad un papà che doveva parcheggiare perché trasportava la figlia con handicap


Cattura
Ha voluto che si facesse giustizia e per questo ha atteso i carabinieri. Ma alla fine si è ritrovato multato lui, che trasportava la figlia disabile in auto e aveva trovato il posto per ii portatori di handicap occupato da un abusivo.

È accaduto ad un papà di 47 anni di Pedrengo, in provincia di Bergamo. Con la figlia, bimba affetta da disabilità, stava andando a trovare la madre. Al momento di parcheggiare ha notato che il posto auto delimitato dalle strisce gialle e indicato dal cartello come «riservato ai portatori di handicap», era occupato da un'auto che non esponeva nessun contrassegno.

A quel punto il papà ha chiamato il 112, per chiedere un intervento dei carabinieri. E con la sua vettura si è messo immediatamente dietro la vettura parcheggiata abusivamente. Voleva bloccarne l'uscita, in attesa dell'Arma. Per questo, alla fine, è stato lui ad essere denunciato, per violazione del codice della strada.

Redazione online4 dicembre 2012 | 15:49