giovedì 6 dicembre 2012

L'annuncio di Cook a Business Week «Dal 2013 Apple tornerà a produrre negli Usa»

Corriere della sera

L'ad di Cupertino parla anche di 600 mila nuovi posti di lavoro: «Investiremo 100 milioni per la produzione dei Mac»

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Apple scommette sugli Stati Uniti. Cupertino investirà oltre 100 milioni di dollari per produrre computer Mac negli Usa, spostando così una piccola parte della produzione dalla Cina in casa. Il cambio di strategia arriva direttamente per bocca di Tim Cook che ha rilasciato una lunghissima intervista a Businessweek. «Il prossimo anno porteremo parte della produzione negli Stati Uniti», ha messo in evidenza Cook. Dichiarazioni importanti, dunque, che arrivano all'indomani della peggiore giornata di borsa degli ultimi quattro anni per Cupertino, il cui titolo ha perso il 6,43%,.

IN QUALE STATO? - Apple torna in America, dunque, con Cook che però mette le mani avanti affermando di «non ritenere che Apple abbia la responsabilità di creare un certo tipo di posti di lavoro», ma piuttosto che l'azienda «ha la responsabilità di creare posti di lavoro» in generale. «Stimiamo di aver creato oltre 600mila posti di lavoro», annuncia ancora il successore di Jobs. E se Cook non ha specificato in quale stato degli Usa verrà effettuato l'investimento, ha messo in evidenza che spenderà per le attività produttive previste per il prossimo anno in Usa 100 milioni di dollari.

UN TIMIDO RESPONSABILE? - Ma non solo. Nella lunga intervista, Cook inizia proprio dal suo rapporto con il fondatore di Apple, Jobs. Un legame diventato più stretto prima della morte di quest'ultimo più di un anno fa. «Non gli ho mai chiesto cosa avrei dovuto fare raccogliendo la sua eredità. Ma cosa sarebbe stato giusto». Parole molto diplomatiche dunque. Ma al nuovo Ceo di Cupertino è sfuggita anche qualche battuta. Parlando del carattere di Jobs, celebre per le sue sfuriate e la sua intransigenza spiega: «Un weekend- era l'estate del 2001 - mi chiamò e mi disse "Devo parlarti", io risposi "Quando?". E lui di rimando "Ora"», a conferma che se Steve chiedeva qualcosa, bisognava rispondere subito. Altro passaggio interessante dell'intervista, quello in cui Cook racconta di sé: «Non sono timido, ma non mi piace stare sotto i riflettori». Low profile, dunque. E non scarso fascino come affermano gli oltranzisti della linea Jobs. «Sono una persona responsabile, la gran parte della mia vita è Apple».

I NEMICI IMPRECISI - Cook ha passato in rassegna anche i punti di forzi di Cupertino, mettendo in risalto la buona qualità del design e dei sistemi operativi rispetto ad altri big del Tech: «Abbiamo creato i migliori prodotti elettronici della storia. E la nostra forza è il lavoro di squadra. Siamo "prodotto-centrici" e curiamo ogni dettaglio nei particolari». Il mantra di Steve che ritorna, dunque. Ma non solo. I dettagli fanno la differenza, secondo, Cook con Samsung o Microsoft. A Surface e Galaxy (i tablet concorrenti dell'iPad) Cook fa poche concessioni: «Creano confusione e sono ben lontani dall'essere semplici».

GLI OPERAI USA E QUELLI CINESI - Altro capitolo affrontato è Foxconn, la compagnia cinese cui Apple appalta la produzione, e il rispetto dei diritti dei lavoratori. «Stiamo lavorando in modo del tutto trasparente per migliorare la condizione degli operai. Invito tutti a fare come noi». Ma, a quanto pare, data l'intenzione di riportare la produzione negli Usa, il problema cambierà. E Cupertino dovrà preoccuparsi di più dei diritti dei lavoratori americani.


Marta Serafini
@martaserafini6 dicembre 2012 | 16:38

Usa, addestramento militare shock con attori mutilati

Il Messaggero


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ROMA - L'azione di combattimento è simulata, ma i mutilati da portare in salvo sono veri: attori con arti amputati che sono stati scelti da un reduce del Vietnam per preparare al combattimento reclute dell'esercito americano nella maniera più realistica possibile. Un addestramento estremo che nelle intenzioni degli ideatori serve prima di tutto a limitare l'inerzia dovuta allo shock emotivo. Ma sul quale sono piovute addosso puntuali le critiche di parte della società civile a stelle e strisce.


CLICCA QUI PER GUARDARE IL VIDEO (attenzione, immagini forti)



Giovedì 06 Dicembre 2012 - 17:18
Ultimo aggiornamento: 17:23

Bertinotti contestato: "Vergogna, hai il vitalizio"

Andrea Cuomo - Dom, 28/10/2012 - 08:40

Al "No Monti Day" sinistra e black bloc sfilano contro Monti

 

Roma Da un lato i volti un po' vintage della sinistra d'antan, quella dal velluto un po' liso e dal cachemire infeltrito. Dall'altro le sagome nere dei «black bloc» in versione fortunatamente vorrei-ma-non-posso (o potrei-ma-non-voglio) che stavolta hanno solo fatto temere il peggio.


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Sono le due anime del «No-Monti-Day» celebrato ieri pomeriggio a Roma da una sfilza di sigle di partiti, sindacati, associazioni della sinistra non governativa.
Due anime che si sono incontrate e non si sono piaciute, al punto che Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera, si è beccato frasi non proprio complimentose dalla folla: «Hai sbagliato manifestazione, vai a fare gli inciuci con Cicchitto. Vergognati, hai anche il vitalizio!», alcune gentilezze rivolte all'ex leader di Rifondazione, che da parte sua ha timbrato il cartellino con questa frase da consegnare ai posteri: «In Italia c'è un vuoto di progettazione politica, è un vero disastro».
Le due anime del corteo, quella paciosa e radical chic e quella barricadera e con la voglia di menar le mani, non avendo molto da dirsi a parte qualche slogan contro il governo («sMontiamolo» il più creativo, è tutto dire) si sono alla fine separate. Le frange composte da presunti studenti, no Tav, squatter e altre mine vaganti una volta giunte in piazza San Giovanni, tappa finale del corteo partito ore prima da piazza della Repubblica, hanno abbandonato qualche migliaio di pacifici antimontiani ai comizi, decidendo di scaldarsi con qualche fatto. È iniziato l'autonominato «corteo selvaggio», al quale centinaia di manifestanti si sono preparati travisandosi il viso, indossando i panni neri del «black bloc», rovistando nelle campane della raccolta vetro per trovare bottiglie, armandosi di bastoni trovati chissà dove. Preparativi che hanno fatto pensare al peggio le forze dell'ordine schierate in tenuta antisommossa.
I «selvaggi» si sono diretti verso Santa Croce in Gerusalemme e poi a Porta Maggiore. Da qui hanno imboccato la Tangenziale, bloccando all'altezza dello Scalo San Lorenzo la carreggiata in direzione Tiburtina. Poi, una passeggiata sulla bretella per l'autostrada A24, bloccata anch'essa per qualche minuto, quindi il ritorno sulla Tangenziale, stavolta in direzione San Giovanni. Per farsi notare gli incappucciati hanno lanciato sassi e petardi nell'altra carreggiata, fortunatamente vuota grazie al blocco volante orchestrato dalle forze dell'ordine. Forze dell'ordine con cui i «black bloc» hanno cercato lo scontro proprio all'uscita dalla tangenziale: qualche fumogeno e qualche bottiglia contro gli agenti, poi una ritirata strategica e pochi minuti dopo lo scioglimento di un corteo che selvaggio lo è stato solo un po'.

Scene già viste mille volte, così come gli assalti alle banche, bersagliate da molotov e sconciate dagli spray. Tutto parte di un copione stanco e trito, al punto che è bastato un po' più di attenzione da parte della Questura per tenere tutto sotto controllo. Per Roma, comunque, un altro pomeriggio di disagi, con decine di bus deviati, le fermate metro Manzoni e San Giovanni off-limits e tante saracinesche abbassate. «Chiederemo un risarcimento per i negozianti costretti a chiudere di sabato pomeriggio», ha annunciato Giuseppe Roscioli, presidente di Confcommercio Roma.

Adesso Ingroia apre un blog. E attacca ancora la Consulta

Sergio Rame - Gio, 06/12/2012 - 10:48

Dal Guatemala l'ex procuratore di Palermo apre un blog per criticare l'Italia: "Io come i partigiani". Ma sembra più un manifesto politico: "Ribadisco la mia non neutralità"

Da "partigiano della Costituzione" quale si è più volte autodefinito, l'ex procuratore di Palermo Antonio Ingroia ha inaugurato oggi dal Guatemala, dove adesso lavora, un blog (che ha appunto intitolato Partigiani della Costituzione) sul sito della rivista Micromega, con un articolo dal titolo Povera Italia.

Il succo? Bordate contro l'Italia.


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Attraverso il nuovo blog, Ingroia coglie l'occasione per tornare a criticare la decisione della Corte costituzionale che obbliga la distruzione delle quattro conversazioni intercettate dalla procura di Palermo fra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, indagato nel procedimento sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia. Critiche che già ieri gli avevano causato la presa di distanza del Csm e dell'Anm.

Per l'ex procuratore, la sentenza sul conflitto di attribuzioni fra Quirinale e procura di Palermo di cui Ingroia era il numero due fino a un mese fa rappresenta "un pasticcio politico", a vantaggio del capo dello Stato. "Apro oggi un blog da quaggiù, in Guatemala, terra difficile ed assai lontana dal Paese cui ho dedicato la mia vita, per una semplice ragione. Sento l’esigenza di far sentire la mia voce. Anche per non darla vinta a quelli che pensavano di essersi liberati di me col mio trasferimento in America Centrale...", ha spiegato Ingroia in qualcosa di molto simile a un manifesto politico.

Più che un blog, sembra sin dalle prime battute un programma politico. Partigiani della Costituzione perché Ingroia ci tiene a dedicarlo ai "partigiani che hanno fatto la democrazia nel nostro Paese e che per combattere meglio la loro battaglia per la libertà scelsero di fare resistenza lontano dalle loro città". Ingroia si paragona proprio a loro: come questi si nascosero sulle montagna, l'ex procuratore di Palermo sta sull’altopiano dove sorge Città del Guatemala. "Ribadisco la mia non neutralità - ha argomentato - io sono stato ed ancora mi sento, anche se nel diverso ruolo di funzionario dell’Onu, magistrato indipendente, ma rispetto ai valori non sono neutrale".

Che Ingroia fosse un "partigiano", nel senso che non fosse super partes, lo si era capito già da tempo. Non solo dalle comparsate al congresso dei Comunisti italiani, ma dagli attacchi mossi direttamente dalla procura di Palermo. "Mi sento partigiano della Costituzione - ama ripetere - come ho più volte rivendicato pubblicamente". Tanto che non si fa alcun problema a "demolire" politicamente la sentenza della Consulta: "C’è chi si meraviglia, autorevoli esponenti delle istituzioni e perfino la magistratura associata. 

Perché - dicono - la Corte Costituzionale non si tocca, non può essere criticata. Mi chiedo dove sta scritto". Tanto che le critiche già mosse ieri da Ingroia non hanno scandalizzato chi aveva manifestato il proprio scandalo quando da parte del centrodestra era stata fatta una critica a questa o quella sentenza. "Si facciano sentire adesso...", aveva lanciato la sfida, ieri, il capigruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto.

Morale della favola? Il soccorso rosso è sceso in campo: da Antonio Di Pietro a Oliviero Diliberto, sono tutti scesi in campo in sostegno del magistrato. "Altra cosa, ovviamente, sono le invettive e gli insulti delegittimanti spesso piovuti addosso alle magistrature di ogni ordine e grado - ha avvertito lo stesso Ingroia - ma non confondiamo le due cose. Perché, altrimenti, si corre il rischio che il cliché dell’invettiva berlusconiana contro i provvedimenti giudiziari a lui non congeniali venga equiparato con ogni forma legittima di esercizio del diritto di critica, a discapito della libertà di espressione". Insomma, nell'immaginario di Ingroia, Silvio Berlusconi non può criticare, lui invece sì.

Soccorso rosso in campo per Ingroia

Andrea Cuomo - Gio, 06/12/2012 - 10:51


Roma - Giorni difficili per Antonio Ingroia, il magistrato dei due mondi, che più è lontano dall'Italia (ultimo indirizzo conosciuto, il Guatemala dove combatte la criminalità internazionale per conto dell'Onu) e più sembra presente.


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Incassato lo schiaffo della Corte costituzionale, che si è pronunciata a favore del Quirinale nella querelle delle intercettazioni a Giorgio Napolitano, il procuratore aggiunto a riposo di Palermo deve ogni giorno contare sul Giornale le firme dei lettori che vogliono querelarlo perché diffamati dalle sue parole sulle presunte origini mafiose di Forza Italia. Ma niente paura, arrivano i nostri. Scatta il soccorso rosso per Ingroia. A suonare la trombetta della riscossa è Antonio Di Pietro, che di Ingroia è ex collega.

«Non entro nel merito ma riaffermo il diritto di ogni cittadino, anche se si chiama Ingroia, di esprimere le proprie idee - spiega il leader dell'Italia dei Valori -. Abbiamo attivato le adesioni online per il sostegno a Ingroia con la e-mail iostoconingroia@gmail.com e con il sito iostoconingroia.it». Insomma, l'ex magistrato di Mani pulite combatte il Giornale sullo stesso terreno plebiscitario.
Quanto alla sentenza della Corte costituzionale, Di Pietro annuncia che l'Idv «depositerà un disegno di legge, sia alla Camera che al Senato, affinché la commissione giustizia affronti e risolva» il vuoto legislativo che riguarda le intercettazioni casuali del Capo dello Stato.

Sulle posizioni di Di Pietro si allinea rapidamente Paolo Ferrero, segretario nazionale di Prc, che a proposito della Consulta parla di «sentenza evidentemente politica, che non fa bene alla democrazia» e quanto al Giornale va giù duro: «È vergognoso l'attacco del Giornale a Ingroia e indecente l'ipotesi di causa collettiva: pensino a fare informazione e rispettino il ruolo e la storia del magistrato di Palermo».

E a proposito di soggetti smarriti, ecco anche Oliviero Diliberto, segretario del Pdci (i comunisti italiani, ricordate?). «Noi comunisti - dice Diliberto - abbiamo sempre nutrito il più alto rispetto per le istituzioni e ci siamo costantemente astenuti dal commentare le sentenze. Tuttavia, in un momento come questo ribadiamo la piena fiducia nella procura di Palermo, che abbiamo sempre ritenuto, e certo non da oggi, baluardo essenziale della legalità nel nostro Paese.

In tal senso, proponiamo di costituire un comitato che si batta contro la scelta scellerata del Giornale di raccogliere le firme contro un magistrato valoroso come Antonio Ingroia, atto evidentemente eversivo che mina tutti gli equilibri istituzionali e la divisione tra i poteri dello Stato. Occorre che tutti i democratici reagiscano con la massima determinazione». Soccorso rosso la trionferà?

L’ultima messa nella “cattedrale” Bilbao dà l’addio al suo stadio

La Stampa

Dopo la gara contro lo Sparta Praga il San Mamés verrà demolito. Se ne va un pezzo di storia. Nel 1977 ospitò la finale di Uefa vinta dalla Juve

filippo femia (agb)


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«Adios viejo San Mamés». Giovani e anziani di Bilbao, che passano accanto allo stadio, sussurrano da giorni parole di commiato: stasera ospiterà l’ultima partita europea della sua leggendaria storia. Poi verrà demolito, inghiottendo con sé cent’anni di imprese di uno dei club spagnoli più gloriosi: è l’unico, insieme a Barça e Real, che ha partecipato a tutte le edizioni della Liga senza mai retrocedere. La nuova casa dell’Athletic è solo qualche centinaio di metri più in là, dove già svetta lo scheletro del “San Mamés Barrià” (nuovo San Mamés in basco) circondato da decine di gru. Il nuovo impianto, ispirato all’“Allianz Arena” di Monaco, sarà inaugurato nella stagione 2013/2014 e avrà 10 mila posti in più rispetto all’attuale capienza.

Il San Mamés, secondo stadio più vecchio della Spagna (dopo El Molinón di Gijon), viene inaugurato nel 1913 e il primo gol porta la firma di Pichichi, cui è intitolato il trofeo di capocannoniere della Liga. La “Catedral”, come è soprannominato, ha un curriculum continentale che pochi possono vantare. Solo sei avversari sono riusciti a profanarla: per il resto 15 pareggi e 56 trionfi. Uno di questi, però, è quello che ha avuto il sapore più amaro: una ferita ancora aperta nella storia dell’Athletic. Nel 1977 ospitò la gara di ritorno della finale di Coppa Uefa contro la Juve. Il successo per 2-1 non bastò (all’andata finì 1-0 a Torino) e consegnò a Scirea & C. il primo trofeo internazionale bianconero.

Lo stadio è da sempre lo scrigno dell’orgoglio basco. Nel club militano soltanto calciatori dei Paesi Baschi (spagnoli o francesi) e della Navarra. «Preferiamo chiamare la squadra Athletic e non Bilbao: evoca tutto il popolo basco e non solo una città», spiegano con fierezza i ragazzi che guidano i tour nella pancia dello stadio. L’ultima messa europea nella cattedrale non sarà di quelle notti gloriose, in cui i vecchi gradoni tremano sotto il peso dei tifosi che si sgolano per i propri idoli.

E non solo per la modestia dell’avversario, lo Sparta Praga. La squadra di Bielsa attraversa una difficile crisi. Non è riuscita a bissare il “miracolo” della scorsa stagione (finale di Europa League e di Coppa del Re): è già eliminata in Europa e in campionato stagna nelle ultime posizioni. Carlos Ruiz Herrero, ultimo Pichichi del club, ripensa a quei match leggendari e non riesce a frenare la nostalgia: «Tutti i giocatori, noi e i rivali, sanno che giocare al San Mamés in Europa ha un sapore speciale. E’ incredibile pensare che non si giocheranno più partite di questo tipo nella cattedrale».

twitter@FilippoFemia

Io infiltrato nel Movimento Cinque Stelle»

Corriere della sera

Viaggio all'interno del non-partito del comico genovese. Il racconto di un giornalista che si è «finto» un grillino
Pubblichiamo in anteprima un estratto dell'articolo di Mauro Suttora, in edicola domani su Sette con il Corriere della Sera.

 

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Maledetto neon. Quello nella sala sotterranea dell’albergo La Rotonda di Saronno (Varese), dove il 18 novembre partecipo alla conferenza regionale lombarda del Movimento 5 Stelle (M5S), è squallido quanto la luce bianca da obitorio che quarant’anni fa mi fece scappare dalla mia prima riunione politica, al ginnasio di Bergamo. Sono un grillino. Qualche mese fa mi sono “registrato” nel portale di Beppe Grillo: un po’ per simpatia personale, un po’ per curiosità professionale. È gratis, basta mandare la scansione di un documento. E ora eccomi qua a fare la vita del militante semplice, anzi del “cittadino attivo” come si dice in grillese. (....)

Gli anti-politici. L’8 settembre faccio un salto a una manifestazione in piazza XXV Aprile che ripete la richiesta del primo Vaffa-day, cinque anni fa: via i pregiudicati dal Parlamento. Purtroppo c’è poca gente, e in più tanto nervosismo perché è appena scoppiato il caso di Giovanni Favia, consigliere regionale M5S emiliano beccato in un fuorionda di Piazza pulita ad accusare Grillo e il suo consulente Gianroberto Casaleggio di ogni nefandezza.

Mi stupisco: avevo intervistato Favia pochi mesi prima, era la punta di diamante del movimento. I militanti sono assediati dai giornalisti che chiedono se è vero che nel M5S manca la democrazia interna, come denunciato da Favia. In quasi tutti i grillini c’è un fervore palingenetico: sono convinti di essere i primi a voler «fare politica in modo pulito». Io invece ne ho già visti tanti, con questo lodevole proposito. (...)

(...) Gli incontri sono sempre molto operativi, “concreti”: bisogna organizzare i banchetti o i criteri per le liste elettorali, le “graticole” per selezionare i candidati o la lista dei “referenti” provinciali del gruppo regionale comunicazione, sottogruppo ufficio stampa. Non si parla quasi mai di politica, in realtà. Per quello ci sono i post quotidiani di Grillo sul suo portale nazionale. Scritti a volte da lui (o chi per lui: alcune finezze lessicali come “mesmerismo mediatico”, nel famoso post sul punto G della Salsi del 31 ottobre, non gli appartengono) o appaltati ad altri: il polemista Massimo Fini, l’anarchico Ascanio Celestini, l’economista della “decrescita felice” Maurizio Pallante, l’esperto di servizi segreti Aldo Giannuli, il prof universitario di matematica torinese Beppe Scienza che vent’anni fa dava consigli ai risparmiatori sull’Europeo. (...)

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La cosa che m’infastidisce di più nel M5S è la fede assoluta in internet. «La Rete risolve ogni problema», tuona Grillo dai palchi dei comizi, ed è piacevole starlo ad ascoltare. «Grazie alla Rete scopriremo gli arrivisti che cercano di fare carriera nel M5S», dicono sicuri i miei compagni di riunione. Poi però basta che si candidi un qualsiasi Gianni Colombo a Milano, lo si googla per controllare e, panico: ce ne sono centinaia! Come scoprirne i passati misfatti, le candidature in altri partiti?

Il povero Biolé è stato fatto fuori perché aveva già fatto il consigliere comunale in una lista civica apartitica del suo paesino di 500 abitanti sulla montagna cuneese negli Anni 90, volontario ambientalista benemerito con vent’anni d’anticipo rispetto a molti grillini neofiti; ma oggi, a scoppio ritardato di due anni, è diventato un reprobo da espellere, con tanto di lettera degli avvocati Squassi e Montefusco di Milano per conto del signor Grillo Giuseppe, “proprietario unico del marchio 5 Stelle”. (...)

(...)Dopo aver frequentato e votato per sessantottini, radicali, verdi, leghisti e dipietristi, mi affido abbastanza disperato a Grillo. Perché, nonostante tutte le critiche e quindi anche questo articolo, il M5S mi sembra l’unica cosa nuova nella vita pubblica italiana oggi. Probabilmente sbaglio, e dopo la sesta illusione arriverà come sempre la delusione. In effetti, il neon delle riunioni è orrendo come 40 anni fa.

Mauro Suttora
6 dicembre 2012 | 12:59

Grillo? Una risata lo seppellirà Ora i comici gli fanno la guerra

Paolo Bracalini - Gio, 06/12/2012 - 08:25

Da Crozza a Benigni, gli ex colleghi del leader a 5 Stelle usano battute e risate contro la sua politica da cabaret

Roma - Siamo alle comiche finali dei comici veri. Prima, ai bei tempi di Berlusconi, il fronte era comune, la gag era servita sul piatto ricco del Cavaliere.


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Nei tempi grigi dei professori invece siamo al tutti contro tutti, o se si vuole al molti contro Grillo, comico divenuto politico e leader del secondo partito italiano (nei sondaggi). C'è Grillo che attacca Benigni, che sfotte Grillo, che è sfottuto da Gene Gnocchi (a sua volta ri-sfottuto da Grillo), ma anche da Crozza a Ballarò (a sua volta scomunicato da Grillo come «punto G» delle grilline), e pure da Fiorello.

Una rissa tutta da ridere. A farne le spese è l'(ex?) comico Grillo, per la dura legge del cabaret: se passi tra i comuni mortali, o peggio tra i politici, una risata ti seppellirà. Inevitabile per Grillo, passato da comico-distruttore dei politici (i socialisti che in Cina non sanno a chi rubare) a organizzatore di comiche (involontarie) «parlamentarie» dei candidati M5S, con video fatti in casa (o tinello), improbabili onorevoli esperti in pinoli fotovoltaici, colla di baccalà o scioglimento di ghiacciai nella parodia di Crozza, che ha già messo il guru Casaleggio tra le imitazioni del suo repertorio.

O il candidato che dice «la libertà di informazione dev'essere libera», l'altro che «è ora di metterci la faccia» ma la sua, nel video sfuocato fatto con la webcam, non si vede, o il catastrofista che si congeda dall'elettore con un «è scontato che ci sarà il diluvio universale, buona vita a tutti» (e questi sono candidati veri non parodie). Finora Grillo non ha dedicato comunicati politici a Crozza, solo un anatema su Ballarò. Il duello a sfottò c'è stato invece con Gene Gnocchi, reclutato dal Pd nel ballottagio a Parma, giocato anche sul registro comico.

«Sono qui solo perché Bernazzoli (candidato sindaco Pd, ndr) mi ha promesso un assessorato. La sfida mia con Grillo? Macché. Siamo diversi, lui ha i grillini, io non mica gli “gnocchini”, al massimo gli gnocchetti che fa mio fratello in una trattoria qui vicino». Poi la stoccata: «Grillo è un populista, sulla giustizia la pensa come Berlusconi». Il leader Cinque stelle, dopo la vittoria clamorosa del suo Pizzarotti, non si era trattenuto a infilzare Gnocchi, contravvenendo alla regola della sottrazione del filosofo Casaleggio (meno appari, più ti votano): «A Parma è stato istituito un nuovo piatto cittadino: gli Gnocchi Fritti!» e giù boati dal suo popolo.

Le battute degli altri non fanno ridere, se ridono di te. Grillo si è legato al dito le risate provocate da Roberto Benigni alla Festa nazionale del Pd. «Ero sulla roulotte ho ricevuto un fax vi porto i saluti di Beppe Grillo, ve li leggo: “Cari elettori del Pd buonasera, vi volevo salutare e dirvi di andare tutti aff.. pezzi di m... piduisti falliti ma vaff... stro...”, è una cosa personale ve la leggo dopo». Tempo 24 ore e Grillo ha lanciato il missile dal suo blog: «Le feste del pdmenoelle costano una cifra. E gli artisti invitati sul palco lo fanno per solidarietà verso il pdmenoelle o a fronte di un ricco cachet?

E questo cachet a quanto ammonta? Domande perdute nel vento, blowing in the wind...». E pensare che Benigni aveva evitato l'affondo diretto, per «non parlare male dei colleghi», e di Grillo, perché «io sono Pinocchio, non lo sento il grillo, non lo seguo». A Grillo ha controrisposto Lucio Presta («Benigni ha preso solo i soldi dei biglietti, Grillo parli dei suoi di cachet»), manager anche del fan grillino Celentano e già di Santoro, probabile simpatizzante. Anche Fiorello si è ritorto, da collega, contro il comico Grillo, quando aveva detto che la mafia chiede il pizzo ma non strangola nessuno. «Beppe non sa niente di mafia, ha detto una grande cazzata». Ci vediamo in Parlamento, ci sarà da ridere.

Grillo padre padrone pretende dagli eletti dimissioni in bianco

Andrea Cuomo - Mer, 24/10/2012 - 08:23

Il comico avrebbe imposto ai candidati in Sicilia un congedo prefirmato e lo stipendio dimezzato


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Non ancora eletti e già dimissionari. I grillini candidati alle elezioni regionali in Sicilia si trovano in una situazione pirandelliana: ignorano se riusciranno a mettere piede a Palazzo dei Normanni ma sanno già che, se ci riusciranno, dovranno stare sempre sul chi-va-là: hanno infatti firmato un documento con cui, nel caso di elezione, rimettono «in bianco» il loro mandato. Una pratica abituale nel Movimento 5 Stelle, che però fino a qualche tempo fa aveva un tratto episodico, quasi folcloristico. Ora che i grillini rischiano di sbancare alle elezioni siciliane, il rischio però è quello di trovarsi un'assemblea regionale piena di consiglieri (o meglio di deputati, come si chiamano colà) seduti su uno scranno che scotta più di un arancina appena fritta.

Le dimissioni in bianco sono uno dei principali meccanismi su cui si incardina il loro concetto di democrazia diretta. «Noi - fanno sapere dal Movimento 5 Stelle - non abbiamo mai parlato di dimissioni in bianco. I candidati hanno periodicamente facoltà di rimettere il mandato nelle mani degli elettori, nel corso di riunioni pubbliche che si concludono con una votazione, abbiamo fatto firmare un impegno a rispettare questa regola da parte dei candidati del Movimento 5 Stelle». Insomma, gli eletti due volte l'anno possono ricevere il pollice verso e tornare a casa se non vanno a genio a chi li ha votati. Un principio anche giusto, in teoria. Conoscendo però l'ascendente che Beppe Grillo e il suo guru Gianroberto Casaleggio vantano sul popolo five stars, ben si capisce come l'impegno a sottomettere la prosecuzione del proprio mandato all'assemblea pubblica equivalga di fatto al consegnarsi anima e corpo al proprio padre-padrone, che ha sui suoi uomini potere di vita o di morte. Politica, s'intende.

La pratica ha messo in allarme anche i radicali, che vedono a rischio l'articolo 67 della Costituzione, quello che così recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Ciò vuol dire che il rapporto che lega eletto ed elettore non assomiglia in nessun modo a un contratto, la cui violazione possa essere in qualche modo perseguita. «Se domenica prossima fossi in Sicilia a monitorare le elezioni per conto dell'Osce dovrei segnalare una grave violazione della Costituzione italiana da parte del Movimento 5 stelle.

Mi riferisco all'annuncio che Grillo ha imposto a tutti i suoi candidati di firmare le dimissioni in bianco dal ruolo di consigliere regionale. Si tratta di una pratica che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha già condannato e che lede il diritto indisponibile di ogni eletto a esercitare pienamente e liberamente il proprio mandato elettorale. Inoltre faccio notare come il sedicente nemico della partitocrazia mette così ancora più potere nelle mani dei partiti e non dei cittadini», dice il deputato radicale e presidente della commissione Diritti umani dell'Osce Mario Mecacci, il cui cognome appare peraltro assai appropriato al tema.

Oltre alle dimissioni prefirmate, i candidati grillini all'Ars hanno dovuto sottostare anche al taglio forzoso dell'eventuale appannaggio, che non potrà eccedere i 5mila euro lordi al mese, pari a circa 2500 euro netti. La parte non riscossa, precisa il Movimento 5 Stelle, non andrà al partito, ma sarà restituita al mittente, la Regione Sicilia. Una trovata, questa, che non lede alcun diritto costituzionale, ma solo le tasche dei futuri deputati siciliani di Grillo.

Crolla l'alibi «macchina del fango»

Andrea Cuomo - Gio, 18/10/2012 - 07:02


Roma. È il 25 settembre 2010. Un Gianfranco Fini abbronzatissimo affida a una telecamera il suo messaggio all'Italia che aspetta da settimane una sua parola chiarificatrice sulla vicenda della casa di Montecarlo.
 

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Lui è teso e impacciato: «Se dovesse emergere con certezza - garantisce - che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera, non per personali responsabilità, che non ci sono, bensì perché la mia etica pubblica me lo imporrebbe». Una promessa che è opportuno ricordargli, ora che la «macchina del fango» ha cambiato piloti e i colleghi dell'Espresso parrebbero avere messo la parola fine sulla triste vicenda tirata fuori nell'agosto 2010 dal nostro giornale, legando una volta per tutte il nome del cognato di Fini alla proprietà dell'appartamento di boulevard Princesse Charlotte.

Facile parlare di dossieraggio, di campagna a orologeria, di fango. Da due anni e passa serve a evitare di dare risposte. È il vice di Fini, Italo Bocchino, il 9 agosto 2010, a parlare per primo di «metodo della bastonatura mediatica» al quale Berlusconi «ha dato vita, o che ha tollerato con l'unico obiettivo di piegare Fini alla sua linea». Il 23 settembre, due giorni prima del videomessaggio di Fini, ancora Bocchino ospite ad Annozero parla di «patacca» e garantisce: «Dalle indagini da noi fatte risulta che il cognato di Fini non è proprietario delle società di cui, guarda caso, parla il giornale di proprietà della famiglia del presidente del consiglio» grazie a «un'operazione di dossieraggio in Italia e all'estero, anche con stanziamenti di somme».

Passano i mesi, Fini esce dal Pdl per fondare Futuro e Libertà ma non molla lo scranno che domina Montecitorio, malgrado il cognato Giancarlo Tulliani venga paparazzato ancora una volta a Montecarlo. A fine gennaio 2011 al Senato il ministro degli Esteri Franco Frattini torna a chiedere le dimissioni di Fini e sono ancora i dioscuri di Fini a difenderlo: «Il vero mandante del dossier è Berlusconi, Frattini il fattorino», attacca Bocchino. «È un'operazione di marca goebelsiana», azzarda Benedetto Della Vedova. «Do una notizia per chi ha a cuore la verità: la casa di Montecarlo non è del signor Giancarlo Tulliani. Abbiamo qui le carte, le ho portate. Carta canta, villan dorme», assicura incautamente Giuseppe Consolo.

E siamo al settembre 2012, quando la lettera di Lavitola a Berlusconi ridà fiato a Gianfranco Fini: «ll signor Berlusconi è un corruttore - dice l'ancora presidente della Camera a Otto e mezzo - e ora se vuole mi quereli. Io parlo agli elettori, a me dispiace che tanti amici non abbiano capito qual è la natura del Pdl. Provo disgusto nei confronti di una persona che davvero merita di essere conosciuto per quello che autenticamente è. E non mi riferisco a Lavitola». Il nostro giornale pacatamente ricorda a Fini, al di là delle cortine fumogene sparate dal lentigginoso faccendiere napoletano, le venti questioni ancora aperte sull'affaire Montecarlo.

La più importante è la prima: «C'entra Lavitola con la coincidenza che nell'appartamento della contessa Colleoni a Montecarlo donato ad An, di cui lei era presidente, tra milioni di potenziali inquilini ci sia andato ad abitare proprio suo cognato Giancarlo?». No, Lavitola non c'entra. Ed è l'Espresso, e non i diabolici infangatori al soldo di Berlusconi del Giornale, a ricordarlo oggi al presidente (dimissionario?) Fini.

Ma per i segugi di «Repubblica» Montecarlo non vale una notizia

Andrea Cuomo - Ven, 19/10/2012 - 08:23

Lo strano silenzio del quotidiano di Ezio Mauro: è l'unico a ignorare lo scoop dell'Espresso. Eppure anche il settimanale appartiene al gruppo De Benedetti

 

La notizia è che per Repubblica le novità sul caso della casa a Montecarlo non sono una notizia. Ieri il quotidiano di largo Fochetti è stato l'unico a non dedicare nemmeno una riga alla vicenda che rende le dimissioni da presidente della Camera di Gianfranco Fini un atto necessario di coerenza.


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Oltre ai cattivoni del giornale che state sfogliando, che l'affaire come è ben noto l'hanno scoperto e reso noto e che per questo da oltre due anni sopportano le accuse di dossieraggio, killeraggio mediatico, utilizzo di metodi variamente battezzati (qualcuno li definì addirittura «goebbelsiani» dando mostra se non altro di un certo talento per l'aggettivazione a effetto), tutti hanno dato più o meno spazio a quella che era indubbiamente una notizia di rilievo.

E se Libero, che come il Giornale ha aperto sulla questione del quartierino di boulevard Princesse Charlotte, è comunque liquidato come quotidiano di area berlusconiana, e quindi «nemico» giurato di Fini, gli altri si sono limitati a fare il loro lavoro applicando la regola: è una notizia, la pubblico. Il Corriere della Sera e la Stampa gli hanno dedicato l'apertura di pagina 15, il Fatto Quotidiano il titolo di apertura («Casa di Montecarlo, ora Fini è nei guai»), il Tempo pagina 9, mentre al Messaggero è bastato un riquadro a pagina 9 per evitare quello che in gergo giornalistico si chiama «buco». Rimasto esclusiva di Repubblica.

Eppure la notizia stavolta non esce dal bagagliaio della «macchina del fango», ma da un settimanale che di Repubblica è cugino, l'Espresso. I due giornali appartengono allo stesso gruppo, ma evidentemente più delle sinergie possono le convenienze politiche. O forse, sforzandoci di essere buoni, possiamo ipotizzare un soprassalto di orgoglio: ammettere di avere sbagliato in largo Fochetti (ma siamo onesti: in nessuna redazione) è cosa che non si fa volentieri.

Poi, siccome il bavaglio alle notizie dura poco, ieri su repubblica.it la notizia magicamente riappare, anche se non nella parte alta del sito, sotto il titolo «Fini, nuove carte sulla casa di Montecarlo. L'acquirente era un fiduciario di Tulliani». Cliccando si finisce sulle pagine web dell'Espresso. C'è pure la possibilità di gustarsi di nuovo il videomessaggio che Fini diffuse il 25 settembre 2010, quello dell'ipse dixit: «Se la casa di Montecarlo è davvero di Tulliani mi dimetto».

Una tardiva resipiscenza che non cancella un silenzio che colpisce ma non sorprende. Nei giorni caldi dell'agosto 2010, quando lo scandalo monegasco montava e dal nostro giornale tracimava su tutti gli altri, Repubblica era l'unica testata a trattare distrattamente la faccenda, in modo certo assai diverso dalla fame con cui appena pochi mesi prima aveva spolpato un'altra faccenduola immobiliare, quella della casa di Claudio Scajola al Colosseo. Allora ogni giorno erano ettari di articoli, fotografie, visure, piantine, perizie, citofonate, testimonianze. Ma in quel caso trattavasi di un ministro Pdl, in questo di un oppositore interno a Berlusconi. Due case, due misure.

Il fatto è che in quei mesi stava maturando un'importante svolta politica e quindi giornalistica. Gianfranco Fini da post fascista stava diventando l'eroe di una sinistra a corto di eroismo home made. Così Repubblica si offrì come megafono di comodo al presidente della Camera. Dal gennaio 2011 a oggi non si contano le interviste-lenzuolo al presidente di Montecitorio: la prima il 12 gennaio 2011, poi il 24 luglio 2011, il 27 gennaio 2012 (videointervista su repubblica.it), il 17 aprile 2012, il 27 agosto 2012 e, da ultimo, il videoforum con i lettori di repubblica.it del 4 ottobre 2012. È proprio vero: non c'è amico più caro del nemico del tuo nemico.

Fanno il pugno poi si vergognano del comunismo

Libero

Imbarazzo tra i Bersani boys per la foto che li ritrae festeggiare la vittoria alle primarie con il gesto dei compagni: «Macchè, è esultanza da stadio»


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Il pugno chiuso? Stavo afferrando una farfalla. E tu? Io ho un’artrosi da tanti anni che mi impedisce di aprire la mano.  Io invece tengo sempre il pugno chiuso per un’antica usanza di famiglia. E tu? Ah sapessi: è un linguaggio in codice per parlare con le popolazioni aborigene delle Nuova Zelanda e con gli extraterrestri venusiani, noti dispensatori di pugni chiusi. Non arriviamo a questi paradossi, ma è davvero divertente il ventaglio di scuse che i militanti del Pd hanno messo in campo per giustificare quel gesto che è venuto loro naturale, nel momento della vittoria.

«È da stadio», dice uno dei collaboratori di Bersani. «Io lo faccio sempre quando faccio gol», giura un altro. E la splendida Alessandra Moretti arriva all’abiura:  «Il comunismo? Che c’entra il comunismo?». Ma sicuro: il pugno chiuso non c’entra nulla con il comunismo. E la bandiera rossa è nota solo perché la usa il torero. La vicenda è questa. Domenica sera, al cinema teatro Capranica di Roma,  c’è stata la festa per la vittoria alle primarie. La foto simbolo di quel momento immortala Bersani abbracciato ai suoi giovani collaboratori: la medesima Moretti, Tommaso Giuntella e Roberto Speranza. Ebbene: tutti e tre hanno il pugno alzato. Cioè il pugno chiuso. ne è nato un piccolo caso.

Nuovi guai per l'assassino di Pasolini: Pelosi rinviato a giudizio per rapina

Il Messaggero
di Michela Allegri


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ROMA - Torna sul banco degli imputati Pino Pelosi, questa volta per una rapina.Dopo la condanna a nove anni di carcere per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, ucciso il 2 novembre del ’75, Pino «la Rana» si è confrontato più volte con la giustizia, entrando e uscendo dalle aule di Tribunale, tra piccole accuse di furto e la recente condanna per omicidio colposo, per aver provocato l’incidente stradale in cui morì il suo amico Olimpo Marocchi. Adesso, invece, l’ex ragazzo di vita è stato rinviato a giudizio al tribunale di Viterbo, per un colpo in banca in cui ha fatto da «palo». Tornerà alla sbarra, difeso dall’avvocato Alessandro Olivieri.

Insieme a Pelosi è imputato anche Stefano Lemma. L’accusa, formulata dal pubblico ministero Fabrizio Tucci, nei confronti di entrambi è tentato furto aggravato. Era il 27 gennaio del 2010 quando Pelosi e Lemma decisero, dopo giorni di appostamento, di derubare la filiale della Monte dei Paschi di Siena, a Vetralla. Avevano organizzato tutto nei dettagli: Pelosi avrebbe dovuto aspettare fuori dall’istituto di credito, tenendo sotto controllo la situazione; Lemma, invece, si sarebbe dovuto introdurre all’interno passando da una finestra sul retro dell’edificio. Ma al momento di agire, dopo aver rotto il vetro, qualcosa era andato storto. Perché il loro atteggiamento sospetto aveva attirato l’attenzione dell’appuntato Antonio Rizzo, costringendoli alla fuga. E Pelosi era stato riconosciuto.


Giovedì 06 Dicembre 2012 - 11:23
Ultimo aggiornamento: 12:25

Casa Impastato diventa «bene culturale» Il governatore percorrerà i «cento passi»

Corriere del Mezzogiorno

È il primo caso in cui il riconoscimento istituzionale viene conferito a un luogo simbolo della lotta alla mafia


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PALERMO - In occasione dell'anniversario della morte di Felicia Impastato, madre di Peppino, l'attivista di Lotta Continua ucciso nel 1978, il presidente della Regione Rosario Crocetta venerdì prossimo alle 18 scoprirà una targa con la quale si dichiara la «Casa Memoria di Felicia e Peppino Impastato», a Cinisi, bene culturale, testimonianza della storia collettiva e simbolo della lotta contro la mafia. L'evento segna una tappa storica.

È infatti il primo caso in cui si riconosce un bene culturale con questa motivazione, indicando la lotta alla mafia quale espressione dell'identità di un popolo, quello siciliano, in passato descritto nell'immaginario collettivo in stretta collusione con l'organizzazione criminale. Il governatore percorrerà quindi i cento passi che separano Casa Memoria da Casa Badalamenti, e visiterà la casa che fu del boss, oggi bene confiscato di proprietà del Comune di Cinisi assegnato all'associazione «Peppino Impastato» e «Casa Memoria». Seguirà un incontro con la stampa con interventi di Crocetta, del sindaco di Cinisi, Salvatore Palazzolo, Giovanni Impastato, Claudio La Camera (progetto Un Ponte per la memoria), Umberto Santino (Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato), Benno Plassmann (Centro Echolot, Berlino).

05 dicembre 2012

Sassi e Vitaletti, la coppia dei campioni che consegnò l’Italia alla moviola

Massimo M. Veronese - Mer, 05/12/2012 - 18:32

Tutto per colpa di un derby, di Rivera e di un sbuffo bianco sulla linea di porta. Così nacque la macchina più infernale del calcio protagonista di tutti i processi del lunedì


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Dopo John Brodie, William McCrum, Ken Aston, Karl Rappan, Giuseppe Trivellini, Nathaniel Creswick, Leonidas e Viktor Panenka inventori della rete, del rigore, del cartellino rosso, del catenaccio, del tuffo, dei 90 minuti, della rovesciata e del cucchiaio continuiamo la nostra carrellata sugli uomini che hanno creato il calcio, sull’undici che ha rivoluzionato le nostre giornate sportive.

Il giorno che gli ha cambiato la vita ha come data il 22 ottobre 1967, pomeriggio consacrato al derby, Inter-Milan 1-1. «Eravamo appena tornati da San Siro quando io e Heron, guardando il filmato, ci siamo accorti che la palla del pareggio di Rivera, rimbalzando a terra dopo aver colpito la traversa, sollevava uno spruzzo di gesso. Se c'è polvere di gesso, ci siamo detti, ha toccato la linea bianca, quindi non è entrata del tutto, quindi non è gol. Facciamolo vedere...» E fu l’avvento dell’Anticristo. Tre fotogrammi soli, mandati in onda il giorno dopo su «Telesport», quando c’era solo la Rai.

Tre fotogrammi per non chiarire nulla, ma quanto basta per mettere in moto una macchina infernale che ha sostituito la partita, maledetto gli arbitri, rovinato le domeniche e fatto la fortuna dei processi del lunedì. Carlo Sassi, il papà, la racconta così: «La moviola vera in realtà nasce alla fine degli anni 70 quando la pellicola viene sostituita dal nastro videomagnetico. Fino ad allora il lavoro di preparazione era lunghissimo: ci voleva un’ora e mezza solo per sviluppare la bobina con il filmato della partita, poi con una cinepresa riprendevamo le immagini da moviola, quindi un’altra ora per stamparle. Stavo ancora al montaggio e già sentivo partire la sigla della Domenica Sportiva». Benedetta moviola. Ci fosse almeno stato il rewind...

Violenza contro la donna

La Stampa

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yoani sanchez


La voce di Julieta Venegas echeggia nell’ampia sala del Teatro Nazionale. Scala le vette, feconda l’anima. Mi trovo in una poltrona, nella penombra, quando risuonano i primi accordi. Ho lo sguardo fisso al palcoscenico. Per arrivare in tempo, da casa mia, ho attraversato il quartiere La Timba, tra cani che abbiano agli incroci e donne con vestiti logori che si affacciano alle finestre. Sono arrivata a teatro con i miei dubbi, il mio progesterone, le mie unghie così corte da sembrare le mani di un adolescente, la mia mancanza di femminilità nel vestire, i miei capelli resistenti al pettine, la mia maternità, la mia determinazione. Sono proprio io, con queste ovaie che indicano l’orologio della mia fecondità e un figlio che un giorno di questi mi renderà nonna… meglio prepararsi alla rapidità della vita. 

Per questo motivo cerco di catturare il ritmo delle canzoni di Venegas, ripetendo un ritornello e tamburellando con le dita per scandire il tempo. La lotta contro la violenza domestica che lei conduce mi tocca da vicino anche se non ho mai vissuto sulla mia pelle alcun sopruso familiare o matrimoniale. Conosco bene quei volti taciturni, abbattuti, pensierosi, che vedo a ogni passo. Nell’ascensore, nella coda dell’autobus, in questa città dove nonostante la sua grandezza finiamo per incontrare diverse volte le stesse persone.

Vedo occhi che non hanno il coraggio di affrontare gli sguardi, per vergogna e per timore che il prevaricatore scopra le richieste di aiuto, ma ogni centimetro di pelle, ogni pezzetto di abito dice: “Salvami! Tirami fuori da questa situazione!”. Vedo la ragazzina che indossa un vestito attillato con il prosseneta che non la perde di vista un istante. Vedo la donna dai seni abbondanti per i molti parti con il marito che lancia il piatto in tavola gridando: “Questo è tutto quel che c’è da mangiare?”. Vedo la segretaria che si trucca davanti allo specchio pensando che se compiacerà il capo a fine mese avrà in regalo un chilo di pollo e qualche saponetta. Vedo la ballerina che modifica la smorfia di schifo in un gesto di piacere dopo il bacio del decrepito gerarca che le promette una vita migliore. 

E vedo, torno a vedere, tra una canzone di Julieta Venegas e l’altra, il presidente della Federazione Studentesca Universitaria della Facoltà di Economia. La stessa persona che sabato scorso nell’anfiteatro Manuel Sanguily dell’Università dell’Avana dava il benvenuto ai possibili nuovi alunni. Per convincere i ragazzi a iscriversi a quella facoltà, questo giovanotto ha detto: “Facciamo molte attività, i giochi sportivi del Caribe, le feste nello stabilimento balneare della FEU, inoltre partecipiamo a tutte le azioni contro le Damas de Blanco”.

Io ero proprio lì, in quel salone, provavo una tristezza incredibile per quel giovane che giudicava una forma di svago andare a insultare donne, impedendo loro di uscire dalle case e gridando ogni tipo di improperi. Due giorni dopo, seduta sulla soffice poltrone del Teatro Nazionale, mi rendo conto di come la stessa retorica ufficiale possa stimolare e condannare la barbarie, invitare un’artista talentuosa per denunciare la violenza domestica e - al tempo stesso - spegnere il canto di libertà di tante donne. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

In Cina per portare lavoro in Italia”, ma i (nostri) giovani si sacrificano poco

Corriere della sera
di Fabio Savelli


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Una pagina sul Corriere della Sera per lanciare una provocazione. “Cerchiamo persone che credano nella nostra follia, in cambio garantiamo che nessun talento sarà usato e gettato via”, è la frase-(spot)?  NewCrazyColors, nome anglosassone, ma media impresa a conduzione (totalmente) italiana. Quartier generale: Monza, Brianza, la patria del mobile e dell’arredamento. Dipendenti oltre cento in tre sedi diverse. Due di queste sono agli antipodi: una nella New York, ombelico del vecchio mondo. L’altra, avveniristica, e cromaticamente identica alla sede brianzola (per trasmettere l’identità aziendale) nella nuova frontiera del commercio mondiale: la Shanghai luci e ombre, capitale dei nuovi traffici, depositaria del lusso sfrenato, enclave dei grandi marchi della moda italiana e mondiale a caccia dei nuovi ricchi.

“Perché vogliamo bene a questo Paese e siamo stanchi di vederci così seduti, in attesa di un benessere che non ci appartiene più”, dicono i due soci Roberto Iannaccone e Roberto Casanova, replicando alla Nuvola a chi li ha giudicati temerari (a dir poco) per quella pagina sul Corriere, intrisa di annunci lavorativi per ruoli aziendali (finora) scoperti. La loro storia? Self-made men, direbbero gli inglesi. Un passato da ex animatori sulle navi da crociera (ricordano qualcuno), poi la decisione di convertire quella professione stagionale in un’azienda in grado di offrire servizi nel turismo. Erano in tre, quando partirono. 1995. Preistoria.

I primi cinque anni con il freno a mano tirato, poi la scelta di uno dei soci di defilarsi e la riconversione al mondo dei concept store, del design d’interni per le grandi griffe della moda. Clienti come Prada, Dolce&Gabbana, Armani, Fendi, Ferragamo. La vendita di prodotti legati al design nudo e puro. E la sinergia con i grandi architetti di fama mondiale, come Rem Koolhaas, che ha progettato per Prada (e con NewCrazyColors) lo store di Prada aperto nel 2001 a Beverly Hills. La crescita di fatturato che avviene in maniera esponenziale dal 2008 in poi, una crescita anti-ciclica con la Grande Crisi a mietere vittime nel mercato mondiale. Di recente lo sbarco sul mercato americano, la partnership commerciale con l’americana Coach, multinazionale nel campo degli accessori di fascia alta. Ecco. “La decisione di puntare sul mercato del lusso diventa la scelta vincente”, rileva Iannaccone.

In gergo i loro prodotti diventano su misura. Salgono di gamma. “Sculture”, le definisce lui stesso, attingendo al marketing emozionale. La ricerca spasmodica nel campo dei materiali, con la sinergia di università e centri di ricerca. “Gli investimenti nell’innovazione sempre crescenti”, dice Casanova, l’altro socio. “E il risultato è che abbiamo sempre più commesse da dover gestire in sempre minor tempo”, ammette. Da qui le assunzioni, 17 l’anno scorso, altrettante quest’anno. Dai profili commerciali, a quelli squisitamente tecnici. Un personale cresciuto anche di statura (intellettuale), designer, ma anche artigiani e operai. La cifra del loro modello di business è quello che chiamano “industria dell’artigianato”. Sullo sfondo il made in Italy, la ricerca di reti distributive in Cina, “così lontana culturalmente dai nostri canoni organizzativi, ma terribilmente affascinata dal fashion e dal lusso”.

E ora il paradosso: “Stiamo progettando per i nostri clienti prodotti su misura per i punti vendita a Tokyo, Los Angeles, Berlino, Londra e Parigi. Ma ci mancano addetti, commerciali, artigiani. Soprattutto ci servono giovani, dove siete? Soprattutto perché il sabato non volete lavorare se c’è una sfilata d’alta moda il lunedì seguente?“. Ai nostri giovani il diritto di replica.

twitter@FabioSavelli

Big Data, così la Rete svelerà il futuro

La Stampa

paolo mastrolilli
inviato a new york


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D’accordo, siamo tutti spiati. Lo sappiamo che il “Grande Fratello” ci guarda e ormai non possiamo più muovere un passo senza essere pedinati, almeno nel mondo digitale. Ce lo ha ricordato ancora in questi giorni William Binney, ex genio della segretissima National Security Agency americana, che ora è passato a denunciare il sistema e avverte che l’Fbi registra e possiede ogni e-mail inviata da qualunque cittadino degli Stati Uniti.

Tutto questo può sembrare minaccioso, e in parte lo è davvero, ma è l’unico aspetto tangibile del fenomeno “Big Data”? L’enorme massa di informazioni di cui disponiamo grazie alla rete, un oceano di notizie in continua crescita esponenziale, è solo un pericolo? Rick Smolan e Jennifer Erwitt hanno provato a rispondere a queste domande con il libro “The Human Face of Big Data”, uscito martedì, e inviato gratis a quelli che i due autori definiscono come le persone più influenti al mondo. Obiettivo: avviare una vera discussione approfondita e globale sul funzionamento, le prospettive e i pericoli della nuova società dell’informazione.

Smolan nasce come fotografo, e quindi la sua idea parte dalle immagini più singolari raccolte su Big Data. Il progetto, però, si è presto allargato, diventando una specie di piattaforma per scambiare esperienze. Chiunque può accedere al sito, scaricare un’applicazione, e scambiare le proprie informazioni con quelle di milioni di persone, per confrontarsi, misurarsi, discutere. Il risultato è il libro pubblicato martedì, che però è solo il primo passo di un’operazione che ambisce a diventare permanente, e consentire una conversazione globale costante sul “volto umano” di Big Data. Perché dietro a quei numeri, a quelle informazioni, ci sono storie di esseri umani.

Il primo elemento che balza all’attenzione sono le potenzialità positive del fenomeno. I pericoli e le minacce li conoscevamo già, veri o esagerati che siano. Chi lo sapeva, però, che grazie a Big Data saremo in grado di prevedere con circa due giorni di anticipo quando la nostra nonna novantenne cadrà in casa, fratturadosi il femore? Esiste una compagnia che sta già lavorando a questo progetto, per creare un modello che basandosi sulle informazioni disponibili nella storia sanitaria della nonna, ci consentirà di sapere quando è più probabile che cada e quindi quando è più utile starle vicino per impedirlo. Stesso discorso per la depressione.

Un modello simile consentirà di anticipare di un paio di giorni lo scivolamento di una persona nella depressione, e quindi evitare le conseguenze più negative di questo stato. Davanti a prospettive del genere, diventa quasi ovvio scoprire che Big Data ha permesso a Singapore di risolvere il problema della mancanza di taxi nei giorni di pioggia, svelando l’abitudine dei guidatori a fermarsi durante gli acquazzoni per evitare incidenti. Certo, questa massa di informazioni verrà usata anche da governi, istituzioni, dipartimenti di polizia, per fare indagini e magari acchiappare i ladri. Ma è una prospettiva che deve davvero spaventarci?


L’Fbi registra ogni email inviata da qualunque cittadino americano”
La Stampa

A levare i veli sul Grande fratello delle posta elettronica è il genio dissidente William Binney. Grazie al programma antiterrorismo varato dopo l’11 settembre le autorità possono rintracciare i messaggi spediti negli ultimi dieci anni

francesco semprini
NEW YORK

 
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Utenti della rete? Tutti intercettati. Chiunque negli Stati Uniti utilizzi la posta elettronica è virtualmente sotto sorveglianza delle autorità federali. A levare i veli sul Grande fratello delle e-mail è William Binney, la gola profonda della National Security Agency, considerato il genio dissidente. Era uno dei massimi esperti matematici dell’agenzia che lasciò nel 2001 perché in contrasto con il persistente ricorso a pratiche di controllo dei cittadini da lui stesso definite anticostituzionali. Ed oggi torna a far parlare di se e dei controversi programmi di intercettazione nel corso di un’intervista nella quale, questa volta, punta l’indice verso l’Fbi. 

Il bureau «ha accesso ai tutti i dati che è in grado di raccogliere, ovvero virtualmente tutte le email che vengono inviate e ricevute in questo Paese», spiega l’ex funzionario delle sicurezza nazionale. Ciò significa che «tutti i membri del Congresso sono sotto sorveglianza, nessuno escluso». La gola profonda dell’Nsa intende dire che chiunque, per qualsiasi ragione, dovesse diventare un obiettivo del governo, il governo stesso, l’Fbi o qualsiasi altra agenzia potrebbe andare «nella grande banca data raccolta dai federali, prendere tutto il materiale possibile e analizzarlo». In sostanza le autorità sarebbero in grado di rintracciare qualsiasi cosa sia contenuto nella posta elettronica di ogni cittadino almeno negli ultimi dieci anni.

Questo perché, secondo quanto riferito dall’esperto, il Grande fratello della posta elettronica ha avuto l’accesso a questa montagna di informazioni con il «Terrorist Survelliance Program», ovvero il programma di sorveglianza e intercettazioni varato, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, dall’ex presidente George W. Bush. A poco valgono le rassicurazioni del numero uno della Nsa, Keith Alexander, il quale più volte ha sottolineato che l’agenzia non conserva «in alcun modo» i «file» degli americani. Affermazioni che lo stesso Binney definisce un «gioco di parole». 

Non a caso, il recente scandalo rosa ai piani alti di Langley, che ha costretto alle dimissioni il generale David Petraeus, è nato proprio dalle intercettazioni di email tra il direttore della Cia, la sua amante e una terza donna. Un triangolo puntualmente captato dalle autorità federali che per mantenere un controllo costante sulla enorme massa di dati che circolano giornalmente sulla rete si servono di una tecnologia potentissima chiamata Naris in grado di raccogliere sino a cento miliardi di email da mille caratteri ognuna. Del resto non è la prima volta che indicazioni di questo genere emergono grazia a fughe di notizie provenienti dall’amministrazione Usa, e che già in passato hanno sollevato timori.

Così per far fronte al rischio di trovarsi tutti protagonisti involontari del Grande fratello americano, il Congresso sta mettendo a punto una serie di modifiche all’Electronic communications privacy act, per limitare l’accesso senza opportuno mandato ai dati definiti «cloud». L’emendamento, passato in commissione Giustizia del Senato, impone uno specifico mandato per accedere ai dati elettronici precedenti a 180 giorni mentre per quelli più recenti già esiste l’obbligo del via libera da parte delle autorità giudiziarie. Una misura che rassicura solo fino a un certo punto dal momento che, come osserva Binney, il governo potrebbe procedere con propri mezzi a controlli preventivi di mail e altri dati. 

Sergio Tacchini" addio. Lo storico marchio lascia l'Italia

La Stampa

I cinesi chiudono negozio e fabbrica nel Novarese: 42 dipendenti in mobilità

marcello giordani


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Il 24 gennaio si spegneranno per sempre le luci del negozio «Sergio Tacchini» di Castelletto Ticino, nel Novarese; allo stesso tempo scatterà la mobilità per 42 dei 55 dipendenti rimasti nello stabilimento di Bellinzago. A febbraio scadrà la cassa integrazione per gli addetti allo spaccio aziendale di Caltignaga, chiuso nel febbraio di quest’anno. Hembly, la società cinese che il 2 maggio 2007 ha acquisito l’azienda fondata dal campione di tennis novarese, ha deciso di concentrarsi sulla direzione commerciale e sulla gestione del marchio.

Per questo il sindacato teme che il 2013 possa coincidere con altre dismissioni ed ulteriori riduzioni a Bellinzago. Sergio Tacchini, che negli anni Sessanta è stato protagonista di sei Davis, fondò l’azienda a Caltignaga nel 1966. Tacchini anticipò la strategia dei campioni dello sport a servizio del marketing: era orgoglioso di essere riuscito a convincere in un pub di Londra il padre di McEnroe a firmare un contratto che fece del tennista americano il primo grande testimonial di abbigliamento per il tennis. L’idea ebbe un successo commerciale clamoroso, maglie, pantaloncini e calzettoni Tacchini fecero il giro di tutti i campi del mondo, e l’azienda arrivò a 280 dipendenti.

A McEnroe seguirono campioni come Connors e Djokovic. La ditta novarese vinse la gara per le forniture alle Olimpiadi di Montreal e di Atlanta; nel frattempo il marchio si estendeva ad occhiali e profumi. Nella seconda metà degli anni Novanta la svolta; la concorrenza da Europa dell’Est e Asia comincia a farsi sentire, e Tacchini delocalizza la produzione. Nel 1997 la Sandys, nuovo nome della società, si affida ad un polo di terzisti in Estremo Oriente. La concorrenza dei paesi emergenti diventa sempre più forte e nel 2004 Tacchini concentra la produzione in Cina, Portogallo e Grecia.

Tre anni dopo la cessione a Hembly, principale operatore nella distribuzione dei prodotti moda in Cina, tramite la società H4T. E’ di settembre la decisione della società cinese di rilanciare il marchio affidandosi a Img, colosso del marketing. Img farà da agente delle licenze per il marchio sportivo italiano. «La strutturazione internazionale delle licenze e la forte esperienza nel mondo della moda e del tennis rendono Img il partner perfetto per lo sviluppo del brand» ha dichiarato Janny Tang, direttore generale di Sergio Tacchini. «Ma a Novara, Caltignaga, Bellinzago e Castelletto Ticino, la strategia made in China - come dice Domenico Turri, segretario provinciale tessili Cisl - ha portato solo riduzione del personale».

Ultimatum alla Chiesa di Parigi «Date ai poveri le case sfitte»

Corriere della sera

Cécile Duflot, responsabile dell'Alloggiamento, dà battaglia per i senza tetto. Il vescovo: li aiutiamo già
Dal nostro corrispondente STEFANO MONTEFIORI


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PARIGI - Al numero 39 di rue Gay-Lussac, tra i giardini del Lussemburgo e il Pantheon, le quattro suore dell'Adorazione vivono in un palazzo tutto per loro; nel VI arrondissement, il più ricco e caro della capitale (in media 12.520 euro al metro quadro), il grande seminario accanto alla chiesa di Saint-Sulpice ospita ormai solo una ventina di studenti e la maggior parte dei locali resta vuota. In totale, nella capitale sono una decina gli immobili come questi, appartenenti alla Chiesa cattolica, che la ministra Cécile Duflot vuole requisire entro la fine dell'anno per dare un riparo ad almeno qualcuno delle migliaia di senza tetto di Parigi.

La responsabile (verde) della Giustizia territoriale e dell'Alloggiamento ha annunciato di avere scritto una lettera all'arcivescovo di Parigi, monsignor André Vingt-Trois: «Voglio ben sperare che non sarà necessario dare prova di autorità - ha detto Duflot in un'intervista al Parisien -, non riuscirei a comprendere se la Chiesa mostrasse di non condividere i nostri obiettivi di solidarietà».

I toni scelti, tra l'ultimatum e l'ammonimento, forse non sono stati appropriati perché il centrodestra ha reagito con sdegno e la diocesi di Parigi con una secca nota per dire che «la Chiesa non ha atteso le minacce di requisizioni agitate dal ministro Duflot per prendere iniziative». L'entourage del cardinale Vingt-Trois ha sottolineato che da cinque anni la Chiesa apre ogni inverno le sue parrocchie per aiutare i senza tetto, l'anno scorso ne ha accolti circa 120. «Ma ci sono congregazioni religiose che non sono in grado di ospitare i clochard - dicono alla Conferenza dei vescovi di Francia -, e non è facile chiedere a 10 suore ultrasettantenni di aprire le porte della loro casa».

La Chiesa cattolica ha una lunga tradizione di impegno quotidiano e molto concreto verso i poveri francesi. Lo ha ricordato ieri anche Avvenire , il giornale dei vescovi italiani, evocando «l'insurrezione della bontà» lanciata dall'abbé Pierre a favore dei clochard già nel 1954 e l'attività di una importante ong come Emmaus. Ma l'atmosfera politica e sociale non è propizia a una collaborazione serena tra governo e istituzioni religiose.La crisi economica ha aggravato un problema degli alloggi che si trascina da anni, in particolare nella capitale. A Parigi il mercato immobiliare è bloccato; a parte i miliardari sauditi o russi, pochi hanno i soldi per comprare o prendere in affitto case che i proprietari comunque si rifiutano di svendere o di dare in locazione senza avere mille garanzie di essere pagati ogni mese.

Il risultato è che gli appartamenti vuoti sono ormai ben più dei 105 mila censiti dall'Insee (l'istituto di statistica) nel 2009, pari a circa l'8% di tutte le case di Parigi. Le persone costrette a vivere per strada sono 150 mila in tutta la Francia, e il governo quindi usa la minaccia delle requisizioni un po' per fare tornare sul mercato almeno una parte degli appartamenti, e un po' nella speranza di dare una risposta all'emergenza dei senza tetto (non solo clochard solitari ma talvolta intere famiglie). È stato il solito impertinente Canard enchaîné a pubblicare, il 14 novembre scorso, una prima lista degli immobili vuoti appartenenti alla Chiesa a Parigi.

Ma, come fa notare la diocesi, «prima di prendersela con la Chiesa, la signora Duflot ha forse fatto ricerche sulle superfici disponibili negli uffici pubblici, le banche, le compagnie di assicurazione, i ministeri?». Il sospetto è che c'entrino qualcosa anche le tensioni tra cattolici e governo su matrimonio e adozione per gli omosessuali. La ministra assicura di non avere alcuna questione aperta con la Chiesa. «Ma ogni giorno 1.500 richieste di aiuto restano senza risposta. Se è necessario, come sembra probabile, procederemo con le requisizioni».

Stefano Montefiori
@Stef_Montefiori6 dicembre 2012 | 9:46

Hacker rubano 36 milioni di euro sui conti di 30 banche europee via sms

Corriere della sera

Colpiti anche clienti italiani. L'attacco attraverso un trojan dormiente sui Pc che si è trasferito sugli smartphone

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Oltre 36 milioni di euro, sui conti di 30 banche europee. Una cifra da capogiro. Rubata da un gruppo di hacker anche di clienti italiani. A darne notizia è stato il Financial Times nell'edizione online, rilevando che si tratterebbe del primo caso di furto che ha preso specificatamente di mira le procedure di sicurezza sui servizi bancari via internet che sfruttano i cellulari.

VIRUS DORMIENTI - Secondo il quotidiano finanziario infatti, questa frode ha sfruttato un «trojan» a due stati, un virus che rimaneva inizialmente dormiente sui PC degli utenti, e da lì si trasferiva sui loro smartphone. A questo punto il trojan, avendo infettato entrambi i terminali, poteva registrare i codici di verifica che venivano inviati sui cellulari e utilizzarli per creare una sessione di online banking in parallelo. Con quest'ultima venivano effettuati trasferimenti su altri conti. Secondo una società spcializzata sulla sicurezza nell'online banking, la Guardian Analitics, si tratterebbe del secondo furto di rilievo di questo genere dall'inizio dell'anno. La frode avrebbe riguardato 30 mila utenti bancari online di Germania, Italia, Spagna e Olanda, dice il Financial Times.

LA DINAMICA - Nel frattempo Check Point e Versafe, società che si occupano di sicurezza online, hanno pubblicato un report in cui viene spiegata la dinamica dell'attacco. Il malware, sempre guidato dai server di comando dei criminali, ha prima infettato i computer delle vittime e poi compromesso i loro dispositivi mobili, in modo da intercettare gli Sms per bypassare il processo bancario di autenticazione a due fattori. Con le informazioni sottratte e il numero di autenticazione della transazione (TAN), gli hacker hanno poi eseguito un trasferimento automatico di fondi dai conti delle vittime verso account di appoggio in tutta Europa, con transazioni dal valore variabile tra 500 e 250.000 Euro.

ANDROID E BLACKBERRY - Per l'attacco è stata usata una nuova iterazione particolarmente efficace di un attacco bot (il Trojan Zeus). Nello specifico, sono stati presi di mira dispositivi mobili Android e Blackberry, a conferma di un trend crescente di attacchi verso dispositivi Android. «Gli attacchi informatici sono in costante evoluzione per sfruttare al meglio le tendenze che si verificano sul mercato. Poiché il mobile banking continua a guadagnare spazio, vediamo attacchi più mirati in quest’area, ed Eurograbber ne è un primo esempio», ha affermato Gabi Reish, Head of Product Management di Check Point Software Technologies.

Marta Serafini
@martaserafini6 dicembre 2012 | 10:08

Blackberry prende fuoco e ferisce un bimbo

Corriere della sera

Lo smartphone era in carica nel letto dell'11enne quando all'improvviso si è incendiato. La Rim investiga l'accaduto

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MILANO - Kian McCreath, inglese di Coventry, ha 11 anni, uno sguardo serio e vagamente crucciato. In mano tiene quello che sembra un tizzone consumato dalle fiamme, nero come la pece e accartocciato su se stesso. È ciò che resta del cellulare del fratello Mason, un BlackBerry Curve 9320 che nella notte dello scorso 25 novembre ha preso fuoco all’improvviso nel letto del bambino, danneggiando il materasso, schizzandogli addosso della plastica rovente e, soprattutto, lasciandogli una cicatrice permanente in bella evidenza sul retro di una gamba.

I telefonini BlackBerry sono popolarissimi in Gran Bretagna, dove l’anno scorso sono stati gli smartphone più venduti grazie anche a una clientela affezionata di giovanissimi. Quello acquistato in un negozio di Birmingham dal padre di Kian e Mason, Pete, non aveva dato alcun problema per una settimana. Poi, quella notte, mentre si trovava in carica sul materasso, ha emesso un suono secco simile a una piccola esplosione e ha fatto partire le fiamme. La fortuna è stata che il bambino si è subito accorto dell’accaduto e le sue urla hanno richiamato l’attenzione della madre e del fratello.

«È stato davvero spaventoso. Mi sono svegliato con le gambe in mezzo a un incendio in fondo al mio letto. Ora ho difficoltà a dormire», ha raccontato Kian. Mentre i suoi genitori hanno chiesto alla Rim, la società che produce i BlackBerry, di ritirare il modello dal mercato. L’azienda canadese non è rimasta indifferente all’accaduto, anzi si è subito attivata per capire cosa sia successo: «Prendiamo molto sul serio reclami del genere e un membro esperto del nostro team ha incontrato la famiglia per avviare un’investigazione approfondita», ha fatto sapere la Rim con una nota ufficiale. Il problema, che ha scatenato un piccolo giallo, è che «al momento – continua la nota – la famiglia non ci ha fornito la batteria o il caricatore per analizzarli. Dicono di non sapere dove sia il dispositivo». Fatto singolare, vista la presenza di diverse foto con il bambino che tiene in mano il telefono o quantomeno ciò che ne rimane.

1 «Abbiamo una squadra in standby – dice ancora la Rim – che condurrà questa indagine con priorità assoluta. Siamo impegnati ad assicurare che i nostri prodotti siano sicuri e facciamo investimenti ingenti in ricerca e sviluppo e test per assicurarci di essere conformi a tutti gli standard qui in Inghilterra e in giro per il mondo». In attesa di sviluppi, la vicenda fa tornare di forte attualità il tema della sicurezza dei nostri telefonini e il timore che in qualche modo, in casi per fortuna statisticamente isolati, possano mettere a rischio la nostra incolumità.

Vero è che la letteratura sul Web abbonda di bufale accertate in materia, di immagini di ustioni medie o gravi associate ad hoc a esplosioni di telefoni cellulari e dovute invece ad altre cause. Allo stesso tempo, però, è successo più di una volta che alcuni modelli siano esplosi, causando ferite gravi o finendo addirittura per uccidere i loro proprietari. È accaduto per esempio nel 2010 in India a un giovane di 23 anni. E in rete non è difficile trovare traccia di episodi analoghi, per fortuna con conseguenze meno tragiche, come la vicenda dell’iPhone 4 che l’anno scorso ha iniziato a emettere fumo accompagnato da una fiammata a bordo di un aereo diretto in Australia.

Nessun ferito, tanta paura, mentre le indagini hanno dimostrato che il Melafonino era stato riparato in un centro assistenza non autorizzato. La storia recente peraltro insegna che episodi del genere siano spesso legati all’uso di accessori non originali, soprattutto batterie che hanno la tendenza a surriscaldarsi con troppa facilità. Mentre la vicenda del piccolo Kian, e in generale il buon senso, dovrebbero suggerirci di separarci dai nostri cellulari quantomeno quando andiamo a dormire. E non solo perché c’è il rischio, seppur remoto, che possano avere la malaugurata idea di ribellarsi ed esplodere.

Elio D'Oliviero
5 dicembre 2012 | 17:15