sabato 8 dicembre 2012

Compie trent’anni il Commodore 64 il computer più venduto nella storia

La Stampa


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È sbarcato nei negozi alla fine del 1982, vanta oltre settanta milioni di pezzi venduti e c’è chi ancora sforna programmi per questa macchina

Ha trent’anni, ma ancora resiste nel Guinness dei primati come il computer più venduto nella storia: il Commodore 64 è sbarcato nei negozi di tutto il mondo alla fine del 1982, ma ancora oggi il suo ricordo è vivo fra i milioni di utilizzatori, al punto che c’è chi continua a sfornare programmi che “girano” sulla macchina. 

Nonostante l’avvento di altri best seller negli anni successivi, il Commodore 64 mantiene il primato come il pc più venduto della storia, con oltre 70 milioni di pezzi. In tutto il mondo si susseguono le celebrazioni a cui però non potrà partecipare l’inventore del primo personal computer di massa, Jack Tramiel, scomparso lo scorso 8 aprile: «Anche se non è stato il primo pc della storia, il Commodore 64 è stato comunque il primo ad avere una potenza di calcolo tale da permettere agli artisti che progettavano videogiochi di esprimere il loro potenziale - spiega Marco Accordi Rickards, direttore del Museo del Videogioco di Roma - probabilmente è per questo che è ancora nel cuore di molti, anche giovani, che continuano non solo ad usarlo ma anche a scrivere programmi e giochi dedicati».

Fiat costretta ad assumere un impostore

Pierluigi Bonora - Sab, 08/12/2012 - 07:48

I giudici danno ragione all'operaio Fiom che si fingeva finanziere: è tra i 145 che hanno vinto la causa. Lingotto costretto ad assumerlo


La fabbrica Fiat di Pomigliano d'Arco non finisce di stupire, nel bene e nel male. Mentre il 28 novembre hanno potuto nuovamente varcare i cancelli dell'impianto i 19 operai Fiom «assunti» dai giudici della Corte d'Appello di Roma e, contestualmente, è stata avviata la procedura di uscita dallo stabilimento di altrettante tute bianche come disposto dall'azienda, il Giornale è stato informato a proposito di una vicenda alquanto paradossale: l'ennesima dimostrazione che, in Italia, un gruppo industriale non è più libero di compiere le proprie scelte, soprattutto davanti a casi con risvolti giudiziari.

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Nella lista dei Fiom da riassumere (come detto, 19 di questi, avendo presentato al giudice ricorsi singoli, sono già rientrati) figura una persona, per altro eletta nell'allora Rsu tra le file del sindacato rosso, che l'azienda aveva già licenziato, con effetto immediato, il 29 luglio 2008. L'espulsione dalla fabbrica Fiat del carrellista di Pomigliano d'Arco, trova ragione nel fatto che l'operaio Fiom, spacciandosi per ufficiale delle Fiamme Gialle ed esibendo un distintivo contraffatto avrebbe in varie occasioni preteso dai titolari di esercizi commerciali della zona agevolazioni sull'acquisto di alcuni prodotti nonché la consegna di merce senza pagarne il corrispettivo.

Una volta smascherato, il carrellista è stato denunciato all'autorità giudiziaria, mentre l'azienda gli ha inviato la lettera di licenziamento. Tra le motivazioni «il gravissimo nocumento all'immagine della società datrice di lavoro» e il «venir meno del vincolo di fiducia sotteso al rapporto di lavoro, compromettendo le aspettative dell'azienda a un corretto adempimento degli obblighi contrattuali». Il ricorso dell'operaio Fiom contro la sua defenestrazione dalla fabbrica è stato respinto in prima istanza (9 dicembre 2010), ma successivamente accolto dalla Corte d'appello di Napoli presieduta da Umberto Marconi (sentenza depositata il 13 luglio scorso), che ha dichiarato illegittimo il licenziamento e condannato la società a reintegrarlo nel posto di lavoro, oltre a versargli le retribuzioni maturate dal giorno dell'uscita.

E ora il suddetto operaio carrellista dell'hinterland napoletano, che si fingeva ufficiale della Guardia di Finanza, si trova nella lista dei restanti 126 che avranno la precedenza di assunzione, come sentenziato dai magistrati. Un'imposizione per la quale il Lingotto è impegnato in un estenuante braccio di ferro con la Fiom. Il sindacato guidato da Maurizio Landini, intanto, nonostante il rifiuto della newco a riconoscere le Rsa in fabbrica e gli operai della Fiom assunti il 28 novembre, ha convocato un'assemblea retribuita di quattro ore da svolgersi il 13 e 14 dicembre prossimi, e chiesto una saletta per le attività sindacali. In discussione le procedure di licenziamento dei 19 addetti che devono lasciare spazio ai «colleghi» della Fiom.

Offerti a Kodak 500 milioni per i brevetti In campo la strana alleanza tra Google e Apple?

Corriere della sera

L'ipotesi di un cartello tra Mountain View e Cupertino per la tecnologia delle fotografie su mobile, nonostante la rivalità

Eastman Kodak ha ricevuto un'offerta per 500 milioni di dollari per i suoi brevetti digitali da un consorzio che include giganti della Silicon Valley. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti, secondo le quali l'offerta ricevuta per l'asta avvicina quella che era l'icona della fotografia a una possibile uscita dalla bancarotta. Kodak lo scorso mese ha raggiunto un accordo con i creditori per ottenere 830 milioni di dollari in prestito, ma l'intesa si basa sul presupposto che Kodak riesca a vendere i propri brevetti per almeno 500 milioni di dollari.

IL PRECEDENTE DI NORTEL - Secondo quanto riportato da The Verge e da Bloomberg, che cita fonti anonime, a fare l'offerta sarebbero state Apple e Google. I due storici rivali avrebbero dunque fatto cartello. Obbiettivo, ridurre i costi di una possibile asta su due parti contrapposte. L'accordo, di cui si parla da questa estate, è finalizzato a rilevare in particolare una serie di brevetti nel settore della fotografia digitale che hanno un valore minimo di 500 milioni di dollari e sul quale stavano battagliando due gruppi: uno guidato proprio da Apple (e all'interno del quale c'erano anche Microsoft e Ventures Management), l'altro da Google. L'unione tra Cupertino e Mountain View a una prima occhiata potrebbe lasciare perplessi, essendo i due colossi comptetitor nel mondo del mobile. Ma, se confermata. potrebbe essere finalizzata a ridurre i costi nel caso si scatenasse una battaglia a suon di offerte, come già successo per Nortel, l'azienda canadese che aveva liquidato i suoi brevetti nell'ambito della telefonia cellulare scatenando una guerra tra Google, da una parte, ed Apple (con Rim e Microsoft) dall'altra.

GLI ALTRI COMPETITORS - Al momento però né Apple né Google confermano la notizia. Altro elemento che dà da pensare è che Kodak quest'estate ha citato in giudizio Apple, accusandola di usare impropriamente 10 brevetti di sua proprietà. Apple avrebbe registrato ed usato per i suoi dispositivi alcuni brevetti che di fatto erano già parte del portfolio di Kodak, secondo l’accusa. I brevetti in causa riguardano una tecnologia che permette di vedere fotografie su uno schermo. E non solo. L'offerta di 500 milioni non è così alta da convincere gli altri competitors a ritirarsi: tra i soggetti interessati all’acquisto dei brevetti Kodak ci sarebbero infatti anche Microsoft e Intellectual Ventures Management.

M.Ser. 8 dicembre 2012 | 12:34

Gaeta, morta la mamma di Niky il bimbo costretto a vivere sul mare

Il Messaggero
di Giovanni Del Giaccio

Aveva abbandonato tutto insieme al marito per costruire la barca Walkirye e consentire a Niky di combattere una particolare forma d'asma. La loro storia aveva commosso l'Italia


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E' morta ieri sera a Gaeta, a bordo dell'imbarcazione "Walkirye" ormeggiata presso la scuola nautica della Guardia di Finanza, Paola Ida Giacotto,mamma del bambino costretto da una particolare forma di asma a vivere sul mare. La storia di Paola, del marito e di quel figlio che è costretto a girare di porto in porto per cambiare continuamente clima ha commosso l'Italia quando è stata resa nota, all'inizio degli anni 2000. La vicenda è diventata anche un film per la tv. Quando i genitori, originari della provincia di Novara, si sono accorti che il loro bimbo malato di asma poteva salvarsi e vivere meglio a contatto con il mare, infatti, hanno abbandonato la loro attività e costruito in giardino, con l'aiuto dei cognati, la barca sulla quale hanno deciso di vivere.

Inizialmente trasportando turisti stranieri fino all'isola d'Elba e poi alternando soste nei porti nei quali opera la Guardia di Finanza, che fornisce agli occupanti della barca una speciale assistenza attraverso i suoi reparti navali. Niky ha frequentato la scuola grazie a un costante collegamento a distanza con le sue insegnanti e i compagni di classe, riuscendo sempre al meglio. La signora, secondo quanto riferisce la Finanza, era malata da tempo. E' stata allestita una camera ardente nei locali della caserma "Bausan" di Gaeta che sarà aperta dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 19. I funerali dovrebbero tenersi lunedì.


Sabato 08 Dicembre 2012 - 12:20
Ultimo aggiornamento: 12:56

Fini: "Berlusconi appartiene a un'altra era geologica". Ma lui è in Parlamento dal 1983

Francesco Maria Del Vigo - Sab, 08/12/2012 - 11:40

Il presidente della Camera attacca Berlusconi: "Si è definito un dinosauro, perché non credergli?". Ma lui è in politica da 40 anni e alla Camera da 30

Gianfranco Fini si iscrive nel 1969 alla Giovane Italia, associazione studentesca del Movimento Sociale Italiano, nel 1977 diventa segretario del Fronte della Gioventù.


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Nel 1983 viene eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati. Da allora è sempre stato rieletto. Nel 1987 diventa segretario del partito. Poi la nascita di Alleanza Nazionale, la coalizione con Silvio Berlusconi, la confluenza nel Popolo della Libertà e l'uscita per fondare Futuro e Libertà per l'Italia. Nel corso degli anni ha ricoperto gli incarichi di vicepresidente del Consiglio dei ministri, ministro degli Esteri e presidente della Camera dei deputati.

Lo stesso Gianfranco Fini, non un omonimo, in Parlamento da ventinove anni e in politica da quasi quaranta, oggi ha esternato così: "Berlusconi si è simpaticamente definito un dinosauro, se lo dice lui perchè non credergli? E i dinosauri appartengono ad un’altra era geologica, come tutti sanno". Un fremito nel mondo dei paleontologi. I dinosauri sono comparsi sulla terra duecentrotrenta milioni di anni fa, prima, evidentemente, c'era solo Gianfranco Fini.

Stuprata e multata: è la legge dell'emiro

Fausto Biloslavo - Sab, 08/12/2012 - 09:55

Alza un po' il gomito e vedendola brilla la sequestrano. Poi abusano di lei in tre, tutta la notte.
 

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Il risultato è che la giovane vittima viene condannata perchè ha bevuto senza licenza, un reato negli Emirati Arabi Uniti. In nome dell'interpretazione più arcaica della sharia, gli stupratori rischiano di farla franca, ma la manager violentata è già stata punita, anche se solo con una multa. Non è un caso che Human Rights Watch, una delle organizzazioni non governative più attive nel campo dei diritti umani, punti il dito contro gli Emirati per gli episodi di violenza sessuale. «Ci sono stati molti casi, negli ultimi anni, in cui lo Stato ha condannato le donne che denunciavano uno stupro» spiega Samer Muscati, ricercatore dell'associazione.

L'incredibile vicenda della manager inglese di 28 anni violentata a Dubai è stata pubblicata ieri dal quotidiano britannico The Independent. Il suo nome non è stato rivelato.
Tutto inizia al Rock Bottom Cafè, un bar di Dubai dove vengono serviti alcolici a buon prezzo. Un taxista pachistano ha raccontato di aver caricato la donna ubriaca, che si addormenta durante il tragitto. Nei pressi del suo appartamento, nel Jumeirah Beach residence, non riesce a usare un bancomat per pagare il taxista essendo brilla.

A quel punto arriva una macchina rossa con due tizi a bordo che sostengono di conoscere la donna e saldano la corsa. La caricano in auto e comincia l'incubo. Sequestrata in un appartamento viene violentata a turno da tre stupratori, che filmano la scena. «Li ho scongiurati di lasciarmi andare, ma loro ignoravano le mie preghiere e ridevano», racconta la donna. Alle 8.30 del mattino gli stupratori la lasciano andare. Una vicina di casa l'accompagna alla polizia. E di fronte all'inflessibile autorità islamica inizia il bello. La poveretta racconta tutto, ammettendo di aver bevuto tre bicchieri di vino. Forse erano di più, ma a Dubai bere senza licenza è un reato, anche se nessun hotel o bar che serve alcolici te la chiede.

Due dei tre stupratori, giovani iraniani, sono stati arrestati, ma negano e potrebbero farla franca. Secondo il loro avvocato la donna si è inventata tutto perché «guarda troppi film d'azione». Ancora prima di processare i sospetti, l'inflessibile giustizia islamica degli Emirati ha punito la donna ritenendola colpevole di aver bevuto alcol senza licenza. Per fortuna non l'hanno sbattuta in galera, ma costretta a pagare una multa di 1000 dinari locali, poco più di 200 euro. Ad altri connazionali è andata peggio. Ayman Najafi e Charlotte Lewis si sono presi un mese a testa di carcere per un bacetto in ristorante, che hanno sempre giurato fosse amichevole. Rebecca Blake e Conor McRedmond sono stati condannati a tre mesi di prigione per aver bevuto e qualche effusione in un taxi. Loro hanno sempre negato e alla fine la prova del Dna li ha scagionati.

www.faustobiloslavo.eu

Doppio centro

La Stampa

maggiore francesco napoli - aeronautica militare



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Pochi giorni fa, per la seconda volta, i cacciabombardieri AMX dell’Aeronautica Militare hanno centrato con bombe a guida laser il loro bersaglio, ancora una volta lo stesso: le antenne che i gruppi di ribelli adoperano per le trasmissioni radio nel distretto di Bakwa, la base degli Alpini del 2° reggimento.  Laggiù la copertura dei cellulari è inesistente e i collegamenti via radio rimangono l’unica risorsa per non rimanere isolati. Per garantirsi una minima capacità di comunicazione, i gruppi di insorti presenti a Bakwa montano sulla cima delle montagne – in modo quasi invisibile - piccole antenne e ripetitori alimentati a energia solare.

Queste maglie radio rudimentali servono a segnalare il passaggio di convogli e i movimenti delle forze di sicurezza afghane, e sono perciò funzionali al piazzamento di ordigni esplosivi improvvisati lungo gli assi di comunicazione. Per i nostri piloti e per le truppe a terra, le antenne degli insorti sono un obiettivo molto ricercato e difficile da scovare, ma niente affatto impossibile. Per individuarle, si parte innanzi tutto dalle osservazioni fatte dai militari a terra che individuano possibili obiettivi. La presenza di antenne viene poi confermata tramite missioni di ricognizione aerea con i Predator, i velivoli senza pilota muniti di foto-camere molto sofisticate, e con gli stessi AMX, dotati di un sistema di ricognizione tattica ‘ogni-tempo’.

Al rientro dalle missioni, le centinaia di immagini riprese dall’alto vengono studiate dai foto-interpreti. Ci vuole molta esperienza e ‘colpo d’occhio’, nel vero senso della parola. Un’antenna ripresa dalla quota alla quale volano gli apparecchi ha semplicemente l’aspetto di una piccola macchia nera delle dimensioni di un metro quadro in un raggio di cinquecento metri. Quando finalmente si ha la ragionevole certezza che si tratta proprio di antenne e pannelli di alimentazione, si passa alla pianificazione della missione degli AMX per abbattere le antenne, evitando danni collaterali.

Per questo è necessario uno stretto coordinamento fra i due AMX in volo, il team che opera sul terreno e il Predator che inizia a sorvegliare l’area dell’obiettivo con buon anticipo. Solo quando i piloti dei due AMX hanno la conferma dell’assenza di persone nei dintorni, orientano i velivoli in modo da inquadrare bene l’obiettivo e, mentre il pilota del primo velivolo punta il bersaglio col laser, l’altro sgancia la bomba. Pochi attimi, e gli insorti sono ridotti al silenzio.
 
I velivoli dell’Aeronautica Militare Italiana in Afghanistan sono inquadrati nella Joint Air Task Force di stanza a Herat, che ha il compito di gestire gli assetti assegnati al Comando operativo NATO per l’Afghanistan che operano prevalentemente nella regione occidentale del Paese. La JATF si articola su tre unità operative che operano a sostegno delle forze alleate e afghane: Il Task Group ‘Black Cats’ dotato di velivoli cacciabombardieri AMX, che svolge missioni di ricognizione e di supporto aereo ravvicinato con equipaggi del 51° Stormo di Istrana, del 32° Stormo di Amendola (Foggia) e del 3° Reparto Manutenzione Velivoli di Treviso; il Task Group Astore che opera con aeromobili a pilotaggio remoto Predator RQ-1C del 32° Stormo e svolge missioni di ISR (Intelligence, Surveillance, Reconaissance) e infine il Task Group ‘Albatros’, su velivoli C-130J e C-27J della 46^ Brigata Aerea di Pisa.



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Quei parenti tra i candidati a 5 Stelle

Corriere della sera

In Sicilia corre Azzurra Cancelleri, sorella del leader grillino in Regione. In lista disoccupati, avvocati e casalinghe

MILANO - L'identikit non è semplice: svolgono le professioni più disparate, sono in maggioranza donne e in molti casi ventenni o trentenni. Tra loro, però, secondo accuse che spuntano sulla Rete, c'è anche qualche parente di troppo. Parliamo dell'esercito dei Cinque Stelle che prepara le truppe e punta su Roma. Disoccupati, insegnanti, avvocati, casalinghe, impiegati. Le file dei candidati ora hanno nomi e cognomi. Ognuno con una storia alle spalle.


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Si va dall'assistente dello scenografo EmanueleLuzzati al ricercatore della Nasa, passando per molti, moltissimi giovani. Ci sono i grillini della prima ora come Vito Crimi o Riccardo Nuti, ma anche qualche new entry. In Piemonte, forse, ci sarà un senatore No Tav: si tratta di Marco Scibona, che già faceva parte dello staff del gruppo consiliare grillino piemontese. Ma la vera novità è rappresentata dalla valanga rosa, che conquista il 55% dei posti in lista. «Noi donne abbiamo una marcia in più», commenta Arianna Spessotto, ventisettenne, trionfatrice in Veneto.

Un bel salto per lei, senza lavoro, e ora prossima a sbarcare in Parlamento: «Sono agitata, devo ancora elaborare». E poi spiega: «Sono disoccupata da tre mesi, ho una laurea in economia e alcune esperienze a tempo determinato alle spalle, oltre a quattro stage che non mi hanno portato da nessuna parte». Lavora e studia, invece, Dalila Nesci, 26 anni, giornalista pubblicista, futura capolista in Calabria: «Mi sto laureando in giurisprudenza, ma al momento lavoro al Tropea Festival». Anche per lei un eventuale approdo a Montecitorio sarebbe «una grande emozione, felicità, ma anche un forte carico di responsabilità per quello che dovremo fare». Tanto che quasi si ritrae: «Noi candidati siamo solo portavoce delle idee del movimento».

Chissà se le quote rosa grilline contribuirannoa togliere al movimento l'etichetta di machista legata al caso Salsi. «Sono state polemiche strumentali, non sono mai stata discriminata per il mio essere donna» dichiara Donatella Agostinelli, 38 anni, prima nelle Marche. E guarda ai prossimi impegni: «Sono serena, ma la campagna elettorale è tutta da costruire. Di cosa mi vorrei occupare? Mi sono spesa in passato per la tutela dell'ambiente, mi piacerebbe riportare al centro del dibattito politico i beni comuni». Per adesso, sul web ha fatto molto discutere il risultato di una donna, Laura Castelli, molto vicina al consigliere regionale piemontese Davide Bono.

Ma a gettare un'ombra sul risultato complessivo delle Parlamentarie è un post di Gino Camillo, che su Facebook contesta la vittoria di Yvonne De Rosa nel Vecchio Continente. «Non riesco a capire come possa risultare la prima eletta nella circoscrizione Europa - scrive - dato che si è iscritta al MeetUp di Londra solo il 6 novembre 2012 e che prima di questa data era venuta a un solo MeetUp il 19 ottobre per accompagnare il suo ragazzo Roberto Fico (primo tra i candidati nella circoscrizione Campania 1 e volto storico dei grillini, ndr )». E attacca: «Parentopoli e paracadutati all'ultimo minuto in politica sono cose che fanno i partiti. Non il Movimento 5 Stelle».

In effetti, scorrendo le liste dei candidati non sono pochi i legami affettivi o familiari. In Sicilia corre Azzurra Cancelleri, sorella di Giovanni - eletto all'Ars e candidato grillino alla presidenza della Regione -, con un passato nello staff di Sonia Alfano (europarlamentare idv, candidata con gli Amici di Beppe Grillo nel 2008). In Liguria sarà capolista Cristina De Pietro, sorella del consigliere comunale genovese Stefano. In Lombardia, passa le forche caudine delle primarie Tatiana Basilio, mentre difficilmente sarà in lista il marito (anche lui alle Parlamentarie) Simone Ferrari.

Al Senato potrebbero arrivare in coppia dalla Puglia Maurizio e Tiziana Buccarella, fratello e sorella, primo e quarta in lista per Palazzo Madama. Ma proprio Maurizio, il più votato in regione, rigetta l'idea di una parentopoli grillina: «Io mia sorella non l'ho votata - assicura -. Anzi, non si è votata neppure lei. Non c'è nessun familismo perché nessuno può nominare nessuno, nessuno può manovrare il voto: nel movimento non ti candidi, ma ti candidano». Sarà. Però c'è anche chi pur avendo tutti i requisiti non è scesa in campo. Come Cinzia Piastri, moglie del sindaco di Parma Federico Pizzarotti.

Emanuele Buzzi
8 dicembre 2012 | 7:45

La gaffe dell'Europa del Nobel Il video «dimentica» l'Italia

Corriere della sera

Nelle immagini per la cerimonia solo leader tedeschi e francesi Protesta la Farnesina. Poi scuse formali e nuovo filmato

BRUXELLES - Una gaffe storica del Consiglio dei 27 governi dell'Ue, che ha «dimenticato» in un video il ruolo dell'Italia come Paese fondatore, ha generato un incidente diplomatico con protesta ufficiale della Farnesina e immediate scuse del vertice dell'istituzione comunitaria. La vicenda ha anche rilanciato le polemiche sulla sottovalutazione a Bruxelles dell'Italia, che è tra i principali contribuenti netti al bilancio Ue, proprio mentre sono in corso delicate trattative economiche - dalle misure anti-crisi alla ripartizione del bilancio 2014-2020 - dove gli interessi italiani rischiano di uscire penalizzati.

Il caso scaturisce dal presidente stabile del Consiglio, il belga Herman Van Rompuy, che ha fatto produrre per le tv e gli altri media audiovisivi un filmato di accompagnamento per la consegna del Premio Nobel per la Pace all'Unione europea, in programma lunedì prossimo a Oslo. L'intenzione era sintetizzare in pochi minuti l'evoluzione del progetto europeo con eventi e politici famosi, insieme a commenti di comuni cittadini di varie nazionalità. In genere queste iniziative vengono gestite con grande attenzione geopolitica dall'euroburocrazia proprio per non urtare suscettibilità nei Paesi membri.

Germania, Francia o Regno Unito fanno tremare i Palazzi di Bruxelles quando ritengono trascurati loro interessi nazionali, grandi, piccoli o anche solo d'immagine. In questo caso, poi, appariva impossibile non citare la nascita della comunità con il Trattato di Roma del 1957 o padri fondatori come Ernesto Rossi, Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi. Invece il video partiva dal premier britannico Winston Churchill ed evidenziava i protagonisti dell'Europa unita fino all'asse franco-tedesco tra il presidente François Mitterrand e il cancelliere Helmut Kohl o all'annuncio dell'allargamento a est del premier danese Anders Fogh Rasmussen.

Immagine dopo immagine, l'Italia non esisteva. Nemmeno tra le interviste ai comuni cittadini spuntava un italiano. La diffusione in Rete del video ha così provocato un crescendo di proteste via Internet. La delegazione diplomatica presso l'Ue, guidata dall'ambasciatore Ferdinando
Nelli Feroci, conscia di quanto siano importanti questi episodi marginali per il posizionamento in trattative Ue di ben altra rilevanza, ha esteso la protesta ufficiale al Consiglio di Van Rompuy. «Siamo intervenuti con chi di dovere, anche ai più alti livelli - ha dichiarato Nelli Feroci -. L'errore è stato quindi riconosciuto e sono state fornite scuse formali.

Ci è stato confermato il ritiro del video per il Premio Nobel e la diffusione di una versione corretta». Dopo poche ore è arrivato il nuovo filmato con l'aggiunta di immagini di De Gasperi e del Trattato di Roma, accompagnate da didascalie ben evidenti. Questa vicenda segue la recente vittoria dell'Italia alla Corte europea di giustizia per far pubblicare i bandi di assunzione nelle istituzioni Ue in tutte le 23 lingue ufficiali, che ha frenato l'avanzata del trilinguismo (inglese, francese e tedesco) promossa soprattutto da Berlino e Parigi.

Aggiunge così un segnale positivo mentre nella campagna elettorale italiana fioccano accuse incrociate - a esecutivi del presente e del passato - di non essersi fatti rispettare a Bruxelles. E di aver accettato lo strapotere della Germania nell'imposizione di misure anti-crisi più utili a mantenere bassi i tassi d'interesse sul debito di Berlino o a sostenere le banche tedesche esposte nei Paesi a rischio, che a favorire l'indilazionabile rilancio dell'economia italiana.

Ivo Caizzi
8 dicembre 2012 | 7:36

Da Napolitano agli esperti: tutti glorificano la «crosta»

Vittorio Sgarbi - Sab, 08/12/2012 - 10:14

Abbagliati dal (finto) Leonardo. La "Tavola Doria viene esposta in pompa magna al Quirinale e accompagnata  da un sontuoso catalogo. Ma non c'entra nulla con Da Vinci. E i critici lo sanno

Quale possa essere la ragione per la quale persone colte e stimabili, anche se forse non compiutamente esperte di pittura del Rinascimento, si avventurino nella pomposa presentazione di un dipinto, non so se più insignificante o più imbarazzante, resta un vero e proprio mistero.


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Il carico principale se lo è assunto un dotto archeologo, consigliere del Presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico, Louis Godart; ma al coro di tripudio per «il rientro di un grande capolavoro» partecipano tanti altri, con note, affermazioni, gridolini di entusiasmo, affidati a un catalogo or ora sontuosamente e imprudentemente pubblicato.

Inizia lo stesso Giorgio Napolitano, padrone di casa, giacché «il grande capolavoro», la cosiddetta Tavola Doria, è ospitato con tutti gli onori nel Palazzo del Quirinale: «L'Italia è tornata in possesso di un capolavoro universalmente citato». In verità, non c'è un solo studioso di pittura italiana (se non nell'equivoca mitografia di Leonardo) che si sia occupato dell'opera, o che l'abbia citata con qualche interesse. Nell'unica mostra in cui fu esposta, a Milano nel 1939, la tavola è registrata come opera di un maestro toscano. Segue un testo, evidentemente inconsapevole, di Lorenzo Ornaghi, ministro per i Beni e le Attività Culturali: un pastone di banalità e di compiacimento.

Non può mancare una nota celebrativa di Leonardo Gallitelli, Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, che fa riferimento «alla importante restituzione al patrimonio culturale italiano della Tavola Doria», mostrando d'ignorare quanti veri capolavori ci siamo lasciati sfuggire, nell'assoluta indifferenza, come io ho tante volte denunciato, perché non accompagnati dal falso nome di Leonardo che, in questa occasione, è il convitato di pietra, la ragione reale della patetica impresa. Non ce n'è traccia nell'accorto intervento di un altro papavero, Roberto Cecchi, oggi sottosegretario al ministero ma in passato Segretario Generale del Mibac, che promosse l'acquisto del tanto discusso Crocifisso attribuito a Michelangelo, e ora si compiace senza esporsi.

Come invece fa, improvvidamente, l'architetta che lo ha sostituito nella funzione tecnica: Antonia Pasqua Recchia. La quale, nulla vedendo e nulla sapendo, ravvisa nella grottesca, inutile e mortificante impresa, «molti aspetti, tutti positivi», e aggiunge anche il suo «personale turbamento»: «anzitutto e soprattutto emerge il valore del dipinto, la cui bellezza emoziona al primo sguardo... ed è una gioia sapere che una simile opera è rientrata nel nostro Paese, parte del nostro patrimonio culturale, per poter essere ammirata da tutti e studiata dagli specialisti». I quali, invece, e pour cause, la ignorano, essendo un'opera insignificante e con un valore oscillante tra i 3 e i 4 mila euro, come un frammento di pittura da carretto siciliano cui è assimilabile.

È la stessa Recchia a farci capire che l'operazione, che era stata sventata agli Uffizi, quando, lei ignara, la Sovrintendente del Polo museale, meditava di esporre la «crosta» a Firenze, è cresciuta fino a diventare «una lunga, complessa e assai delicata operazione, che ha richiesto una intensa interlocuzione con soggetti e Stati esteri, che ha dato prova di straordinaria professionalità e di coesione interistituzionale» (sic), quando è intervenuta la magistratura. Ed ecco allora che, al coro, si aggiungono Giancarlo Capaldo, Procuratore aggiunto presso il Tribunale di Roma, e Patrizia Ciccarese, Sostituto Procuratore. Così, mentre il mondo degli esperti sapeva da anni della bufala, i magistrati romani furono «evocati», tecnicamente, da due marescialli dei Carabinieri, soltanto nella primavera del 2010.

Capaldo scrive nel catalogo le più sensate osservazioni, ma non fino al punto dall'astenersi per incompetenza, o chiamare qualche vero esperto come consulente della Procura per avere una buona giustificazione per lasciare perdere. Invece ci casca. E, da persona sensibile, ci spiega anche perché: «La caccia a un'opera d'arte scomparsa è una impresa piena di fascino e di emozione». E ancora, con disarmante onestà, rivelando l'arcano di tanta inutile agitazione, propria dei dilettanti e degli inesperti, che s'incantano al suono dei grandi nomi: «Qui mi limito a questo breve cenno solo per spiegare come la possibilità che l'opera fosse di Leonardo avesse fatto scattare nei carabinieri e in me un intenso coinvolgimento sconfinante in una sorta di frenesia».

Comincia così, inutilmente e con dispendio di soldi ed energie, una caccia che lo stesso Capaldo assimila alla «scena finale del film I predatori dell'arca perduta». Questo ci racconta il Procuratore aggiunto. Ed immaginiamo allora viaggi di carabinieri, magistrati, sostituti, dirigenti del ministero, in Europa, Stati Uniti e Giappone, con questo risultato: «La caccia si è conclusa con soddisfazione lasciando in tutti... l'orgoglio di aver restituito all'Italia un'opera di immenso valore artistico e, forse, addirittura, l'opera di un genio». Le conclusioni (e anche le premesse) non potrebbero essere più errate, perché l'opera non è di «immenso» valore, e non è stata realizzata da un genio.

Seguono nel bel catalogo Cangemi il saggio, prevalentemente storico, di Louis Godart, che non si sbilancia sull'autore della tavola, parla quasi esclusivamente del «messaggio politico» della battaglia di Anghiari, e si lascia sfuggire soltanto una volta la parola «capolavoro», pur non sottraendolo all'anonimato. Si sbilancia di più, sulla base di «indagini scientifiche», Claudio Falcucci, ipotizzando l'esecuzione «di un pittore che aveva frequentato la bottega di Leonardo», o perfino di Leonardo stesso, autore di un disegno-memoria della non completata impresa in Palazzo Vecchio. Eppure lo stesso Falcucci, mettendo le mani avanti, osserva: «Sono personalmente convinto che l'utilizzo a scopi attribuzionistici delle indagini scientifiche costituisca, nella generalità dei casi, una forzatura». Proprio così.

Chiude la disperata letteratura sull'inutile ritrovamento un utile contributo di Fabio Isman, studioso-detective: Come e quando siamo arrivati a quel bunker. Un diario della «caccia», in taluni momenti perfino comico. Come sempre Isman è il più concreto, un vero cronista, divertito e appassionato, ma non si sporca le mani. Dei due marescialli che ha visto in azione riferisce gli stati d'animo. Il primo, agricoltore mancato: «Non m'intendo d'arte, non è il mio mestiere, sono uomo della terra. Ma come l'ho vista, ho pensato a Leonardo: la Tavola Doria è davvero troppo bella. Sia un originale, o una copia, per noi non fa differenza». Per me, sì; e per qualunque studioso che non voglia perdere tempo.
Il secondo maresciallo: «Ho tirato un sospirone di sollievo e provato una grande pace interiore: una tranquillità dentro».

Io invece ero molto inquieto: quando Alessandro Nicosia mi ha invitato alla presentazione della Tavola Doria non ci volevo credere. Sapevo che Federico Zeri aveva rifiutato la perizia del dipinto, che riteneva una «crosta», come mi disse nel 1978. Da allora nessuno studioso si è pronunciato. Come nessuno studioso, se non l'archeologo Godart, ha scritto nel catalogo (sarebbe come affidare a un illustre ortopedico un'operazione di cardiochirurgia). Ci sarà una ragione? In conclusione: la Tavola Doria non è di Leonardo, non è un capolavoro, non è opera di un maestro toscano del '500. È una modesta e sgradevole patacca di un pittore del '600, rimaneggiata nei recenti restauri, come si può vedere al confronto con la fotografia degli anni '50 di Girolamo Bombelli, utilmente allegata da Isman. Un'opera scolastica, goffa, meccanica, ripetitiva, d'infima qualità.

E pensare che al Quirinale era passata, felice e distratta, la Dama dell'Ermellino. Leonardo sorriderà.

Medellin, coppia vive all’interno di un tombino

La Stampa


María García e suo marito Miguel Restrepo, 62 anni, vivono da vent’anni in all’interno di un tombino, nella zona centrale di Medellin (Colombia). Poco per volta la coppia ha “arredato l’abitazione” con piastrelle improvvisate, un ventilatore, un televisore, e pochi altri oggetti per rendere normale una vita che di normale ha poco.
 

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Della Pergola, il giornalista che trovò in una prigione la schedina della vita

Massimo M. Veronese - Ven, 07/12/2012 - 17:10

Perseguitato dalle leggi razziali, senza più una lira, si rifugiò in Svizzera travestito da mendicante e finì ai lavori forzati. Ma fu lì, alla vigilia di Natale, che s'inventò il Totocalcio, il gioco che fece impazzire gli italiani, finanziò lo sport nazionale e arricchì centinaia di fortunati. Ma non lui...

Si chiude (non a caso...) con il numero 11 la nostra carrellata sugli uomini che hanno creato il calcio, la formazione che ha rivoluzionato le nostre giornate sportive.


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Abbiamo conosciuto John Brodie (creatore della rete), William McCrum (il rigore), Ken Aston (il cartellino rosso), Karl Rappan (il catenaccio), Giuseppe Trivellini (il tuffo), Nathaniel Creswick (i 90 minuti), Leonidas (la rovesciata), Viktor Panenka (il cucchiaio), Carlo Sassi e Heron Vitaletti (la moviola), Aldo Missaglia e Gigi Scarambone (le pagelle). Chiudiamo con Massimo Della Pergola, padre di tutte le schedine e del 13 al Totocalcio.

Era il prigioniero numero 21.915 ma in quel campo di prigionia svizzero trovò la sua fortuna. Ci era arrivato a piedi da Como, travestito da mendicante, inseguito dalle leggi razziali che lo volevano morto, l'accusa di espatrio clandestino diventò il suo salvacondotto, la pena da scontare la sua salvezza. Massimo Della Pergola, triestino, ebreo, giornalista di talento, alla vigilia di Natale del 1943 non aveva più niente, lavoro, famiglia, futuro, lavorava nel campo di Pont de la Morge come manovale alla bonifica delle sponde del Rodano, ma aveva già in testa una magnifica ossessione, il gioco più amato dagli italiani: la schedina Totocalcio madre di tutte le scommesse e di tutte le speranze, uno dei simboli del sogno consumista degli anni del miracolo economico.

All'inizio era un'idea confusa, poi quei segni così strampalati, uno, due, ics, diventarono un gioco con regole precise e infinite combinazioni. La prima schedina è del 5 maggio 1946, è il fiume di lire che sgorga da lì a rimettere in piedi lo sport italiano dalle macerie della guerra, a pagare le Olimpiadi di Roma e Cortina. Negli anni Novanta distribuisce mille miliardi l'anno, ma a Della Pergola quell'idea non fruttò una lira «e non ho mai giocato una schedina in vita mia». Il genio non ha prezzo.

Omaggio Rai a Battisti: proteste dal suo paese che non è stato citato

Il Messaggero


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RIETI - L’intenzione era buona, la realizzazione ha lasciato a desiderare a molti. Soprattutto a Poggio Bustone, paese natale di Lucio Battisti, dove la trasmissione «Emozioni...Pensieri e parole»,condotta da Massimo Giletti e andata in onda mercoledì sera su Rai Uno, non è piaciuta affatto. In particolare, perché non è mai stato menzionato il luogo di nascita del cantautore e dove Lucio ha trascorso la sua infanzia. Dove è ritornato per anni a trascorrervi le vacanze, fonte di ispirazione dei suoi più bei successi e dove sarebbe ritornato un giorno a vivere dopo aver ristrutturato la casa paterna.
A farsi portavoce del malcontento è Lello Santori, zio di Lucio Battisti.

«La trasmissione non si è rivelata all’altezza della caratura dell’artista. Non c’è stato - dice Lello Santori - un minimo filo conduttore ma una serie di immagini montate alla bell’è meglio, intercalate dagli ospiti cantanti. Anche un mostro sacro come Mogol è stato liquidato, dopo poche battute. L’unico che ha ben interpretato lo spirito battistiano è stato Michele Zarrillo. Per rendere davvero omaggio a Lucio, gli autori della trasmissione si potevano avvalere di artisti o persone che sono state vicine a Lucio, invece, Lucio Battisti è stato il pretesto per un passaggio televisivo dove collocare cantanti che con Lucio non hanno o non hanno mai avuto nulla in comune.

D’ora in avanti - prosegue lo zio del cantate - si dovranno ricordare tutti che Lucio è nato in un luogo che si chiama Poggio Bustone. Faccio inoltre presente che Lucio non era orfano. Ha avuto la sua famiglia alla quale è stato molto legato. Ha i suoi parenti, con me ha avuto un rapporto molto stretto prima e dopo il suo grande successo. Nessuno potrà mai cancellare questi fatti, neanche la vedova che ha avuto il coraggio di vendere la casa paterna di Lucio».


Venerdì 07 Dicembre 2012 - 18:40
Ultimo aggiornamento: 18:47

Solo sessanta voti per candidato Grillo esulta per le primarie ma sono state una pagliacciata

Libero



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Beppe Grillo si vanta dei risultati delle primarie del Movimento 5 stelle, ribattezzate "Parlamentarie" ed effettuate online, ma in realtà sono state un flop totale. "I voti disponibili erano circa 95.000 per 1.400 candidati presenti in tutte le circoscrizioni elettorali incluse quelle estere", spiegava il 6 dicembre il comico con un post pubblicato sul suo blog a un paio di ore dalle chiusura dei gazebo virtuali. Ed esultava: "E' il primo movimento o partito politico nel mondo a eleggere i suoi rappresentanti in Parlamento attraverso Internet, questo mentre in Italia non esiste neppure il voto di preferenza".

A conti fatti - Un'autocelebrazione che è però una pagliacciata e che non convince gli stessi grillini. Basta fare due conti, infatti, per capire che queste primarie sono state un flop totale. Ragiona così un militante: "95000 voti diviso 1400 candidati, fa 67,9 preferenze medie. Ogni iscritto, tre voti: 95.000 diviso 3 è uguale a 31.667 votanti. 31.667 votanti diviso 1400, uguale 22,7 iscritti per candidato. Partecipazione dal basso? Più che altro, piccoli club privati e casta estremamente chiusa". E un altro aggiunge: "95mila persone è la popolazione del mio quartiere". I grillini sono delusi: "Ragazzi, che brutta figura, 95.000 voti a tre preferenze per votante significa solo 32.000 persone che hanno votato, e il bello è che c'erano 1400 candidati. Vuol dire che ogni candidato  è riuscito a farsi votare solo da una trentina di persone, praticamente dagli amici del bar sotto casa, o poco più! Ehm...".

Qualche dubbio - Non solo. Alla tristezza del risultato si aggiunge un sospetto: "Costo zero? Chi ha pagato il sito, il server e gli informatici per fermare i cattivi hacker? Casaleggio? E 95 mila voti cosa legittimano? E come sono stati raccolti? Chi ha votato e come? Chi ha controllato e come?". Insomma, un disastro.

Sette cartelle cliniche in quattro anni Ma neppure una era davvero la sua

La Stampa

Una volta scambiato per un bimbo di otto anni, un’altra per un anziano di 76 e poi per un paziente deceduto «Colpa del nome troppo comune»

roma


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Una volta è stato scambiato per un bimbo di otto anni, un’altra per un anziano di 76 ed infine per un paziente deceduto. Protagonista della disavventura è Franco Salerno, piccolo imprenditore romano che dal 2009 sta lottando contro una grave malattia, aggravata dalla frustrazione di non riuscire ad ottenere la sua cartella clinica dall’ospedale Grassi di Ostia, dove è stato operato quattro anni fa. La sua unica «colpa», per così dire, è quella di avere un nome fin troppo comune, neanche fosse il signor Rossi.

E così, dal 2009 ad oggi continua a ricevere faldoni su faldoni di cartelle cliniche di omonimi, con diagnosi decisamente differenti dalla sua. Oltre al danno, anche la beffa dato che quelle scartoffie sono completamente inutili ai fini del rimborso da parte dell’ assicurazione sanitaria che non può liquidare la diaria della degenza in ospedale senza la cartella clinica corrispondente.

La signora Carmela, la moglie di Franco, sommerge un tavolino di uno dei suoi bar ad Ostia con centinaia di pagine di analisi, diagnosi, test e addirittura dischetti contenenti risonanze e tac. Tutti rigorosamente sbagliati. «Queste sono le cartelle cliniche che abbiamo ricevuto - spiega -. Sono intestate a Franco Salerno, ma nessuna di queste fa riferimento a mio marito.

L’ultima l’ho presa quindici giorni fa e per l’ennesima volta hanno commesso l’identico errore. Io mi chiedo come sia possibile che da quattro anni non riescano a trovare i dati di mio marito». «Vede questo faldone qui? - dice mostrando una delle cartelle sul tavolo - Bene, l’abbiamo aggiornato noi con i dati che man mano ci siamo fatti dare. Alcuni fogli ci sono stati addirittura strappati quando abbiamo fatto presente all’ospedale che non erano quelli di mio marito. È scandaloso».

L’ospedale Grassi, però, sta correndo ai ripari. «Ci scusiamo per quello che è accaduto - dice il direttore sanitario Lindo Zarelli - è evidente che ci sia stato un errore, una mancanza da parte nostra, quanto prima chiamerò la signora e le invieremo una lettera di scuse. È chiaro che ci sia stato un omesso controllo delle cartelle prima dell’invio ai pazienti interessati.

Quello che mi interessa maggiormente, ora, è assicurarmi che vicende simili non accadano mai più». Per il il Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del Malato - Cittadinanzattiva, Guseppe Scaramuzza, però, «non basta una semplice lettera di scuse, ma vanno trovate delle forme di risarcimento anche non pecuniario con servizi sanitari gratuiti per il Signor Salerno e la sua famiglia».

Tutto ha inizio nell’estate del 2009, quando Franco Salerno, all’epoca 63enne, scoprì di avere un tumore e decise quindi di farsi operare all’ospedale Grassi, sul litorale romano, senza allontanarsi troppo da casa. Una vicenda resa ancora più drammatica da un grave lutto familiare che colpì da lì a poco tempo la famiglia dell’uomo con la scomparsa prematura del figlio.

«Tutti noi risentimmo di quello che stava succedendo, eravamo sotto stress e preoccupati - racconta la moglie con un nodo in gola -. Dal giorno di quella tragedia tutto è cambiato, anche se abbiamo sempre trovato la forza per continuare la nostra battaglia contro questo male». «Subito dopo l’operazione all’ospedale ci dissero che non c’erano più altre cure per mio marito e che la sua aspettativa di vita era breve - ricorda -.

Per fortuna cambiammo ospedale e andammo a Marino, dove i medici invece furono più ottimisti». «Ricordo ancora oggi quando quelle persone con il camice bianco mi dissero: `signora, non c’è più niente da fare, qualsiasi cura è inutile´ - dice Carmela -. Oggi sono passati quattro anni e mio marito è ancora con noi, lavora e si sta riprendendo. Anche se del suo ricovero al Grassi, purtroppo, non abbiamo alcun resoconto, se non le fasi dell’operazione ricostruite dal professore che ha eseguito l’intervento su richiesta dell’Ifo, dove ci siamo rivolti per alcune analisi». 

Le misteriose buste blu con 10 sterline dentro

Corriere della sera

Londra, in tanti aderiscono alla campagna di GiveMondays e regalano una piccola somma e un bigliettino ogni lunedì

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LONDRA – «Ero a Clapham Common, andavo di fretta ed ero un po' stressata perché ero in ritardo. All'improvviso la donna davanti a me si gira e mi mette in mano una busta blu. Buon lunedì mi dice, poi si dilegua tra la folla. Non volevo aprirla quella busta, ho pensato che dentro ci fosse qualche brutta sorpresa, che si trattasse di uno scherzo. Invece c'erano dieci sterline e un bigliettino molto carino. Ci ho messo un po' a smettere di sorridere». La testimonianza è di Mayalen Pineiro Paredes, ma potrebbe appartenere a centinaia di altri fortunati. Perché da qualche settimana, a Londra e dintorni, sputano buste blu.

DONA - Sulle panchine dei parchi, tra i surgelati al supermercato, in metropolitana, tra i libri in biblioteca: decine e decine di atti anonimi di gentilezza. Nessuno che obblighi a dare o a ricevere, eppure non mancano le persone che hanno raccolto l'invito della campagna lanciata con il sito GiveMondays.com: «Dare fa star bene! Inizia la settimana nel modo migliore, dona qualcosa». La busta blu, annunciano gli organizzatori sul web, è solo il primo atto, ed ecco una cartina delle buste consegnate e dei luoghi dove qualcuno ha lasciato qualcosa che ancora non sembra essere stato trovato.

DIECI STERLINE - L'effetto è immediato. Sul web abbondano le fotografie dei ritrovamenti, racconti che sprizzano di entusiasmo, felicità, euforia. Dieci sterline, oggi come oggi, non cambiano la vita, ma è il gesto che conta. «Una persona che non conosci sotto sotto ti vuole bene, vuole farti sorridere, vuole darti qualcosa» racconta un beneficiario. «Trovare un regalo del genere ti fa sentire veramente parte della comunità». Se in un periodo di grande crisi i contributi alle organizzazioni solidali scendono del 30% - tanto che per l'inverno sono in difficoltà diversi enti che operano tra la gente più bisognosa – c'è chi è ancora chi senza attingere troppo dal portafoglio è pronto a regalare un sorriso.

Paola De Carolis
7 dicembre 2012 | 14:21

L'auto di James Bond diventa italiana Aston Martin nelle mani di Investindustrial

Corriere della sera

Bonomi: «Siamo davvero orgogliosi di iniziare questa avventura e investire in una icona globale»

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Prestige Motor Holdings, società controllata da Investindustrial, e Investment Dar hanno annunciato che Investindustrial acquisirà per circa 190 milioni di euro il 37,5% del capitale di Aston Martin Holdings attraverso un aumento di capitale che consentirà alla società di investimento europea Investindustrial di diventare il principale azionista di Aston Martin. L'operazione - soggetta all'approvazione dell'Antitrust prevista nel primo trimestre del 2013 - implica un Enterprise Value della Società di circa 940 milioni di euro. È quanto si legge in una nota del fondo di Andrea Bonomi.

L'INVESTIMENTO - Nei prossimi 5 anni Aston Martin investirà oltre 625 milioni di euro in nuovi prodotti e in programmi per lo sviluppo tecnologico. Con il supporto di Investindustrial e di Investment Dar, Aston Martin potrà quindi realizzare il suo ambizioso piano di crescita ed espansione a livello mondiale. Fondata nel 1913 a Londra, Aston Martin è uno dei marchi più esclusivi di auto sportive di lusso in tutto il mondo. Lo status di icona che ha accompagnato negli anni Aston Martin e la fama che si è guadagnata a livello mondiale si basano sulle prestazioni e sull'elegante design delle vetture che produce, vetture che sono state rese leggendarie negli ultimi 50 anni come le auto di 007 in 11 dei film che hanno come protagonista James Bond.

I CONTI - Nel 2011 Aston Martin ha generato un fatturato di 634 milioni di euro e un Ebitda pari a 101 milioni di euro. «Siamo davvero orgogliosi di iniziare questa avventura e investire in una icona globale, oltre che in uno dei marchi simbolo del British style. - ha commentato Andrea C. Bonomi, Senior Principal di Investindustrial - Non vediamo l'ora di lavorare con il management e con Investment Dar per realizzare anche con Aston Martin quel processo di trasformazione e ammodernamento che abbiamo ottenuto con successo in Ducati, grazie all'ampliamento della gamma di modelli e al rafforzamento della rete distributiva in tutto il mondo».

LE REAZIONI - Il Presidente di Aston Martin, David Richards, ha dichiarato: «Siamo lieti che Investindustrial abbia deciso di diventare l'azionista di riferimento di Aston Martin. Con il supporto di Investment Dar, nel corso degli ultimi cinque anni abbiamo posto le basi per affermarci come uno dei leader a livello mondiale nel settore delle automobili sportive di lusso. L'investimento effettuato da Investindustrial valorizza il posizionamento unico raggiunto da Aston Martin nel proprio segmento di mercato. Con questa partnership e il rinnovato impegno di Investment Dar, non vediamo l'ora di lavorare con i nostri azionisti, condividere la nostra visione e realizzare i nostri progetti futuri».


Redazione Online7 dicembre 2012 | 13:11