sabato 15 dicembre 2012

Perché Benedetto XVI riceve politici anti-gay?»

La Stampa

vatican

Polemiche per l’incontro con lo speaker del parlamento ugandese favorevole a una legge che prevede l’ergastolo per “omosessualità aggravata”. Lombardi: “Nessuna benedizione”

alessandro speciale
città del vaticano


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Come se non bastasse la tempesta scatenata dal passaggio sul matrimonio del Messaggio di papa Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace, negli ultimi giorni è esploso sulla rete un altro caso che ha rinfocolato le polemiche tra la comunità omosessuale e la Chiesa cattolica.

Né è stata protagonista la presidente del Parlamento ugandese Rebecca Kadaga, a Roma per la Settima Assemblea dei Parlamentari per la Corte Penale Internazionale e lo stato di diritto, organizzata alla Camera dei deputati – un incontro durante il quale è stata premiata, tra gli altri, la suora americana Simone Campelle, leader dell'iniziativa 'Nuns on the bus' contro i tagli alle spese sociali voluti da repubblicani. Kadaga è stata ammessa al baciamano con il papa durante l'udienza generale di mercoledì 12 dicembre in Vaticano, a cui aveva partecipato insieme ad un gruppo di parlamentari ugandesi.

Nella sua qualità di speaker del Parlamento di Kampala, Kadaga ha sostenuto pubblicamente il famigerato disegno di legge “anti-omossessualità” che, nella sua versione originale, presentata nel 2009 dal deputato David Bahati, prevedeva la pena di morte per chi fosse riconosciuto colpevole di “omosessualità aggravata”, ad esempio in caso di relazione con un minorenne o di infezione di Aids. Sin dalla sua presentazione, la legge – subito ribattezzata 'Kill the Gay Bill' – è stata al centro di polemiche e aspre critiche da parte della comunità internazionale e delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani.

Il provvedimento è ancora in discussione – e difficilmente verrà approvata entro la fine dell'anno malgrado le promesse in questo senso da parte di Kadaga. Nella sua versione attuale, prevede l'ergastolo, e non più la pena di morte, per l'“omosessualità aggravata” ma mantiene il quadro generale di inasprimento delle pene per le relazioni tra lo stesso sesso, già adesso illegali in Uganda.
Il 'caso' è esploso quando il brevissimo incontro di Kadaga con il pontefice – un baciamano e un saluto di qualche parola che non dura più di 20-30 secondi – è stato però presentato da alcuni organi di stampa ugandesi come una “benedizione” di papa Ratzinger alla presidente del Parlamento.

Per il presidente nazionale Arcigay, Flavio Romani, Benedetto XVI, con la “benedizione data ieri in Vaticano alla delegazione parlamentare ugandese guidata dalla portavoce Rebecca Kadaga, una delle più forti promotrici della 'Kill the Gay Bill'... continua a rappresentarsi come un apostolo di ingiustizia, divisione e discriminazione ai danni delle persone omosessuali, lesbiche e transessuali”.
In realtà, ha spiegato a Vatican Insider il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, “non c'era nessun tipo di particolare rapporto con la delegazione né c'è stata una benedizione”.

Il gruppo di parlamentari ugandesi è passato a salutare il papa “come tutti quelli che partecipano all'udienza” e questo “non è assolutamente un segno di approvazione specifica per le attività svolte o le proposte avanzate da Kadaga”. Lombardi ricorda inoltre la chiara opposizione della Chiesa cattolica alla pena di morte, in tutto il mondo e in ogni caso. Uno dei cable di Wikileaks aveva mostrato come nel 2009 gli Stati Uniti si fossero impegnati attivamente – e apparentemente con un certo successo – per sensibilizzare i diplomatici della Santa Sede nei confronti della legge anti-omosessualità in Uganda.

Nel dicembre 2009, quando la discussione sul 'Kill the Gay Bill' era all'apice, l'osservatore permanente della Santa Sede all'Onu, monsignor Celestino Migliore, respinse ogni forma di “violenza e ingiusta discriminazione” nei confronti degli omosessuali, mentre poche settimane dopo, l'arcivescovo di Kampala, monsignor Cyprian. K. Lwanga, condannò il disegno di legge perché prendeva di mira “il peccatore e non il peccato” e non rispecchiava un “approccio cristiano” alla questione dell'omosessualità.

Il bar di Hemingway rischia di chiudere

La Stampa

Venezia, l’Harry’s ha i conti in rosso da tre anni e un debito da sei milioni. Due banche in campo per salvarlo
 
anna martellato
venezia


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Se lui ci fosse ancora, magari qualcosa si sarebbe inventato, per salvare il “suo” Harry’s Bar senza compromessi. Perché lo storico locale a due passi da Piazza San Marco a Venezia, frequentato dal giornalista e scrittore Ernest Hemingway, ha i conti in rosso, ormai da tre anni. E un debito di circa sei milioni di euro. 

Non a causa di mala gestione, visto che il proprietario, l’80enne presidente e amministratore delegato Arrigo Cipriani negli ha aperto altre sedi a New York, Hong Kong, Mosca, Dubay e Montecarlo (che reggono benissimo). Bensì per una crisi dovuta, dice Cipriani in un’intervista rilasciata al Gazzettino, «alla mancanza degli americani, che si sente. E non è compensata dai nuovi ricchi russi o cinesi». Come dire, paese che vai, crisi che trovi. E l’Italia ne è nel bel mezzo. 

L’offerta di salvataggio arriverebbe da due banche, la Banca popolare di Vicenza e il Banco Popolare. Che però, in cambio, chiedono un passo indietro di Cipriani, il quale dovrebbe cedere alcune delle sue deleghe a due manager esterni, affidando la ristrutturazione aziendale a Gianluca D’Avanzo e Salvatore Cerchione, consiglieri di amministrazione per conto del fondo Blue Sky Investment nella società lussemburghese che controlla il gruppo della ristorazione tra i più noti al mondo.

Ecco il prezzo da pagare per salvare il locale caro all’autore de “Il Vecchio e il Mare”, tanto per citare uno dei capolavori di Hemingway: una riduzione significativa dei costi del personale, nel locale veneziano in tutto una settantina. Ma Cipriani sa cosa vuole, e ha le idee chiare. Prima di tutto, cedere delle deleghe non è un preambolo del suo ritiro. Secondo, bene abbassare i costi “in un modo o nell’altro”, ma “questi due manager - dice riferendosi a D’Avanzo e Cerchione - dovranno arrivare ad un accordo con il personale che preveda una riduzione dei costi per evitare licenziamenti”. 
Cipriani aveva già cercato di cambiare gli accordi per tentare di diminuire il costo, tanto che lo scorso marzo i camerieri erano arrivati allo sciopero.

La figlia del boss torna a sedersi in consiglio comunale: contestata

Corriere della sera

Teresa Costantino, assunta all'Aler su pressioni di Zambetti, sostiene la maggioranza del sindaco Celeste


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(foto studio Sally)

SEDRIANO – Dopo due mesi di assenza dalle sedute, venerdì sera è tornata in consiglio comunale a Sedriano Teresa Costantino, la figlia di Eugenio, imprenditore (è titolare di negozi Compro Oro) legato al clan della 'ndrangheta Di Grillo-Mancuso, in carcere dal 10 ottobre scorso con l'accusa di aver comprato voti per l'assessore regionale Domenico Zambetti. Teresa Costantino, che - secondo la Procura di Milano - fu assunta all'Aler («sul lavoro era altezzosa», raccontò una funzionaria) proprio su pressioni di Zambetti e alla quale l'ente assegnò anche una casa in via Fratelli Bronzetti, è tornata in consiglio per permettere alla maggioranza, capeggiata del sindaco Alfredo Celeste attualmente ai domiciliari, di avere ancora i numeri per continuare il mandato approvando, di volta in volta, gli atti all'ordine del giorno.

9 CONTRO 9 - Dopo l'arresto di Celeste, una dei suoi consiglieri si è dimessa, e il consigliere che le è subentrato, Roberto Franchetti (già assessore di Celeste prima della separazione fra Lega e Pdl ndr), si è subito proclamato all'opposizione. Inoltre, la presidente del consiglio comunale, Elisabetta Cattaneo, ha deciso di astenersi dalle votazioni, pur mantenendo il proprio ruolo. Per questo, senza la presenza della Costantino, maggioranza e opposizione si troverebbero con lo stesso numero di consiglieri, ovvero 9. Durante il consiglio, la Costantino non ha aperto bocca e anche alla fine si è allontanata, accompagnata dai vigili, senza fare dichiarazioni.

CONTESTAZIONI – All'uscita l'aspettavano alcuni manifestanti della Carovana Antimafia Ovest Milano, che l'hanno accolta con slogan di protesta: «Mafiosa», «Dimissioni», «Vergogna». Le contestazioni sono proseguite anche all'uscita degli altri consiglieri e assessori, mentre subito dopo la fine della seduta, all'interno della sala consigliare, c'era stato anche un acceso scambio di accuse fra un sostenitore della maggioranza e il capogruppo della Lega Nord, Davide Garavaglia. I vigili erano intervenuti a placare gli animi. «Il modello Sedriano, ovvero che una giunta inquisita continui a governare, non deve passare – hanno dichiarato i rappresentanti della Carovana Antimafia Igor Bonazzoli e Giampiero Sebri – chiediamo a tutti i sindaci del Magentino di andare insieme dal Prefetto a pretendere che il consiglio sia sciolto per infiltrazioni mafiose». Alfredo Celeste, agli arresti domiciliari dal 10 ottobre, si proclama «totalmente estraneo ai fatti».

SURROGA – L'unico punto all'ordine del giorno del consiglio di venerdì era la surroga del consigliere Antonella Pigliafreddo, dimissionaria, e l'ingresso di Roberto Franchetti. L'opposizione ha però colto l'occasione per leggere in aula la presa di posizione del consiglio pastorale, che chiede ai consiglieri di maggioranza di dimettersi. «Una cosa che possiamo fare tutti insieme, come vi abbiamo già proposto», ha spiegato il consigliere di opposizione del Pd Maria Teresa Olgiati. Richiesta che è stata respinta: «Continuate a spargere falsità, solo questo sapete fare», ha ribattuto il vicesindaco Adelio Pivetta.

La Olgiati, che fa parte anche del consiglio pastorale, è stata anche accusata di averne «pilotato» il voto. «Ma il consiglio pastorale è composto da 36 persone, che ragionano con la loro testa. Com'è possibile affermare cose del genere?», ha ribattutto la Olgiati. Una richiesta di dimissioni è arrivata, nelle scorse settimane, anche dal coordinamento provinciale del Pdl. Nei prossimi giorni si attende una decisione ufficiale da parte del partito. Sul «caso» Sedriano sono state presentate anche interrogazioni parlamentari.

Giovanna Maria Fagnani
15 dicembre 2012 | 16:20

Lanciò estintore durante scontri a Roma "er pelliccia" impugna la sentenza

Il Messaggero

I difensori del giovane, condannato a tre anni, puntano al riconoscimento delle attenuanti e allo sconto di pena


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ROMA - I difensori di Fabrizio Filippi, diventato famoso con il soprannome di "er Pelliccia", immortalato mentre scaglia un estintore contro le forze dell'ordine durante i disordini che devastarono il quartiere San Giovanni, a Roma, il 15 ottobre 2011, hanno impugnato la sentenza con la quale il Gup ha inflitto 3 anni di reclusione al giovane di Bassano Romano, in provincia di Viterbo. I legali dello studente di 24 anni, secondo quanto si è appreso, vorrebbero ottenere il riconoscimento delle attenuanti generiche e, quindi, una riduzione di pena. Filippi, individuato grazie alle foto pubblicate su alcuni giornali, fu arrestato alcuni giorni dopo gli incidenti. Secondo l'accusa, l'estintore era stato lanciato contro il vice questore Claudio Cacace. Il giovane si difese con un'incredibile versione: «volevo aiutare a spegnere un incendio».


Sabato 15 Dicembre 2012 - 16:30
Ultimo aggiornamento: 16:31

Verano abbandonato, tra degrado e furti

Il Messaggero
di Raffaella Troilli


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ROMA - «È un posto pericoloso. Non c’è anima viva», che detta così può anche far sorridere, ma rende l’idea di come si sente chi va a trovare i propri cari al Verano. Sulla rampa del Caracciolo le transenne tra poco saranno più antiche del muro che sta crollando. E lassù, le cappelle monumentali sopra l’Altopiano Pincetto sono recintate, pericolanti, abbandonate al degrado e in balia della natura. Ad avvicinarsi troppo si fanno brutte scoperte. In una, dell’Ottocento, s’intravedono resti di ossa; in un’altra se si guarda per terra si scopre un uccello morto. Le tombe sono sommerse dalla vegetazione, alcune anche dal guano.

Il Verano, il giorno dopo il furto del busto di Almirante, è deserto. E’ un cimitero, non ci si aspetta di fare lo struscio, ma l’impressione d’esser soli e impuniti è fortissima. I pochi visitatori non si meravigliano, Carmen Del Papa ha scritto sulla tomba del figlio: «Non rubate niente qui dentro». Ma il cartello non funziona bene. «Ogni tanto sparisce qualcosa, anche piccole cose». E Rita Masotti seduta anche lei sulla navetta interna aggiunge: «E’ un monumento questo posto e andrebbe curato di più. In certi punti poi è così buio, che se devi fare le scale hai paura di cadere». Fosse solo quella la paura.

Ceri e lumini per terra, tombe rotte, alcune depredate delle croci e degli oggetti di metallo, vegetazione selvaggia: alcune zone del Verano sono più abbandonate di altre, il degrado è evidente, specie quella all’ingresso di Portonaccio, dal lato dove sta pure la tomba di Togliatti, oltre che quella di Almirante. I furti sono continui, «ma non sono gli zingari i responsabili, quelli entrano solo per lavarsi - dice un fioraio - chi viene a rubare è chi entra col furgone». È singolare poi che durante la settimana sia vietato l’accesso alle auto private, mentre nel weekend venga ammesso. «Che diventano tutti buoni?», commenta a piazzale del Verano, Walter D’Ortensi, fuori al suo chiosco di fiori.

TRILUSSA
Non si salva neanche la tomba di Trilussa, avrebbe bisogno di un restauro, a malapena si legge qualcosa, bisogna conoscerla per riuscire a leggerla, la sua favola «c'è un'ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e se ne va. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa». Una giovane sta mettendo un mazzo di fiori sulla tomba della nonna, una signora ha portato piante di vischio ai suoi defunti. «Qui si rubano tutto, specie gli oggetti meno da cimiteriali - dice - andate laggiù nel reparto vecchio, la prima a sparire è stata la statua di bronzo di una bambina, non passava inosservata tanto era bella. I familiari per un po’ hanno messo un messaggio sulla tomba contro i ladri e i vandali».

IL FIORAIO
Il Colombario è buio e transennato, poco invoglia a entrare per posare un fiore o pregare, alcune tombe sono divelte, c’è poca cura e si percepisce ovunque. Invece si incontrano pannolini di bimbi, bottiglie di birra, vetri rotti, marmi spezzati, eterni cantieri. Peccato perché non è solo un monumento, è il luogo che custodisce come una livella il signor Rossi, Alfredino Rampi o Marta Russo assieme a tanti personaggi più noti, esempio Rodari, De Filippo, Foscolo, Belli, Mastroianni, Rossellini, Fabrizi, Saragat, Sensi, Sordi, Montessori, Ungaretti, Vianello, Moravia. Si lamenta ancora Ortenzi, uno dei fiorai di piazzale del Verano. «Sono chioschi, i nostri, degni di un cimitero monumentale? Ci avevano presentato un progetto, dovevamo anche spostarci, si è fermato tutto». Si aggira tra escrementi, resti di capitelli, rifiuti. E si vergogna.


Sabato 15 Dicembre 2012 - 14:48

Gianni Brera, 20 anni fa il calcio perdeva il suo cantore più grande

Il Messaggero


MILANO - «Il vero calcio rientra nell'epica». Gianni Brera raccontava così dalle colonne del Giorno Italia-Germania 4-3, con un resoconto «a metà tra epinicio e ditirambo». Mercoledì saranno 20 anni di pallone senza la sua firma, e forse è un po' anche per questo che le domeniche hanno sempre meno l'aura del mito. “Eupalla, Puliciclone, Rombo di Tuono”: trasformati da quella penna la corsa, i salti, i tiri, i voli della palla non sono mai stati solo sport. Anche se fu lui a imporre un nome diventato universale per uno degli undici giocatori, quello a suprema difesa del portiere: «il libero».

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Avvolgeva le gesta sportive del fumo dell'immancabile sigaretta o della pipa, e da figlio povero della Padania che «gigioneggia con i suoi miti» creava epopea, nell'era pre-televisiva. «Lessi la prima volta “Rombo di Tuono”, e subito me ne innamorai - rivela oggi Gigi Riva - Al tempo non lo ammisi ma il soprannome coniato da Brera mi piaceva molto. E chi ci avrebbe mai pensato? Però rendeva perfettamente, confesso che da quel giorno mi sono sentito perfino un pò più forte. Di sinistro ero meglio io, ma di testa di sicuro lui...».

Gioan fu Carlo era nato in provincia di Pavia nel '19; paracadutista della Folgore fuggito alla Gestapo e poi partigiano; laureato in Scienze politiche e di profonda cultura classica; allievo ideale dei Bacchelli e degli Zavattini, e per questo aedo dello sport come vita che scorre, da fermare con prosa ricca e profonda quasi fosse il letto del suo fiume; un passato giovanile da centrocampista di quantità e qualche timido tentativo da pugile, anzi da pugilatore avrebbe scritto lui; a 30 anni il più giovane direttore della Gazzetta dello Sport, dopo i mirabolanti reportage dal Tour tra cui spicca un celebre ritratto di Fausto Coppi. Poi capo dei servizi sportivi della novità Il Giorno, il Giornale, Repubblica, in mezzo la direzione del Guerin Sportivo dove dialogava con i lettori di calcio e vita col soprannome di Arcimatto. Soprattutto, ammiratore di Gipo Viani, del Padova e del suo Paron Nereo Rocco. Cioè, in fin dei conti, di quel modo di vivere il calcio.

L'invenzione del libero. Niente di più naturale che fosse lui a coniare la parola libero, scrivendola sulla tovaglietta di una cena con Rocco, o a “brevettare” il termine “contropiede”. Anch'esso sinonimo di una filosofia, di calcio e di vita, tutta italiana. “Figlio del dio Po” e precursore nell'utilizzare il termine “Padania”, trasformò leggende di provincia in categorie universali. Come quando teorizzava l'atavica inferiorità fisica del popolo italico come fondamento di un unico, possibile gioco: il difensivismo, per uccellare l'avversario atleticamente più forte.

«Il termine Abatino non mi ha mai dato particolarmente fastidio», ricorda Gianni Rivera, che per tutti gli altri era invece Golden Boy. Brera lo aveva però messo tra le pagine del suo libro dedicate agli strali polemici, felice di sfidare nelle opinioni i rivali giornalisti e per nulla timoroso di esser smentito dai fatti. «A dire il vero - prosegue il campione degli anni '60 e '70, cui toccò in sorte carriera diversa da quella di «giocatore da amichevole» - Brera aveva coniato quel soprannome per Bulgarelli, Mazzola e il sottoscritto: la compagnia degli abatini. Io fui l'unico a rispondere, e rimase appiccicato a me. Semplicemente, avevamo due idee diverse di come sfruttare i 110 metri del campo di gioco. Ma questo non ci impediva di incontrarci e parlarne al bar: spesso pensarla all'opposto e ritrovarsi di fronte a un bicchiere è l'ideale, nel calcio..».

Per questo al centro della tavola di casa Rocco, a Trieste per una celebre intervista tv, una bottiglia di buon rosso non poteva mancare. «Veniva a vedermi a Cagliari, e si portava il suo vino dalla Lombardia - racconta ancora Riva - La sera dopo la partita andavamo a cena con due o tre compagni, e ci raccontava moltissime cose. Era profondamente colto, anche di sport: mai conosciuto un giornalista così informato sui muscoli del corpo umano, sarà stato il ring. Era legatissimo alla sua terra, ma quando dovevo decidere tra Cagliari e il calcio del nord mi ripeteva: sentiti libero, scegli prima l'ambiente».

La letteratura. La sua terra era sempre al centro anche dei romanzi, il più famoso - “Il corpo della Ragassa” - diventato film con Festa Campanile. «Ci ritrovammo quando smisi di giocare, ospiti fisso di una tv il lunedì: si finiva a parlare di tante cose e a bere Barbaresco. Non era un giornalista, era uno scrittore - l'omaggio di Rivera - Lui stesso non aveva problemi ad ammetterlo: povero di origine, preferiva il giornalismo solo perché si guadagnava di più». Soprattutto, ci guadagnavano i tiri, gli scatti e i salti della palla. Toccati sempre dalla grazia di un epiteto inconsueto, illuminante e talvolta persino immortale.


Brera: da Abatino a Rombo di Tuono, tutte le invenzioni del Gadda del calcio

Il Messaggero

ROMA - La compagnia degli Abatini. Rombo di Tuono. Bonimba. Piscinin. Ma anche contropiede, centrocampista, libero. La lingua e le sue invenzioni: è questo il segreto del giornalismo di Gianni Brera, anche oltre le opinioni, i partiti presi, le battaglie ideologiche. Per Umberto Eco, il suo giornalismo fu un «Gadda spiegato al popolo». E risulta curioso - paralleli lombardi a parte - che sia suonato come giudizio di condanna proprio in bocca al più divulgativo degli intellettuali moderni. La creazione di parole, e soprattutto di epiteti, aveva davvero qualcosa di epico: come il soprannome omerico, instradavano il lettore associandosi in un lampo agli eroi narrati.

Cattura Riva era ROMBO DI TUONO, tanto quanto Achille è e sarà per sempre piè veloce. Così Gianni Rivera diventa ABATINO perchè fisicamente troppo fragile, leggero. Al suo opposto c'è la potenza devastante dell'attaccante del Cagliari, avvertita ancor prima che scocchi la saetta appunto come il rombare di un tuono. Prima, c'era stato PEPPÌN Meazza e quel nomignolo lombardo raccontava la grandezza umile del campione di un'altra epoca. La classe di Causio poteva avere un solo nome: Barone, anche se in origine il nome era BARON TRICCHETRACCHE, a immagine dei fuochi d'artificio delle sue finte. È una forza della natura quando tira di sinistro Paolino Pulici, e subito diventa PULICICLONE. Rotonda la gioiosa propensione al gol di Boninsegna, all'arte BONIMBA. La corsa costante di Lele Oriali assomiglia alla pallina di un flipper, di qui PIPER. Per chi lo aveva visto crescere sin da bambino nelle nebbie delle giovanili Milan, Franco Baresi non poteva essere che il PISCININ.

Helenio Herrera è ACCACCONE, in piccolo c'è Heriberto che è ACCACCHINO. Gullit diventa SIMBA. Virdis invece MASSINISSA. Tra i grandissimi, Maradona diventa un PRESTIPEDATORE, Armando Picchi era stato PENNA BIANCA. Poi c'è l'amore per il Genoa, il VECCHIO BALORDO. Ad ispirare il personalissimo glossario atletico c'era una divinità privata EUPALLA, protrettrice del bel gioco così come Atena lo era stata degli eroi greci sotto le mura di Troia. L'ideologia del calcio di Viani e Rocco ha delle parole chiave: il difensore aggiunto è un battitore LIBERO, e a distanza di anni sarà titolato così il film internazionale su Franz Beckenbauer (“Il libero”); l'azione che riparte dalla difesa un CONTROPIEDE, parola mutuata dal movimento opposto del coro nella tragedia greca.

Ci sono anche definizioni semplici: se un calciatore per ruolo agisce al centro del campo, come chiamarlo se non CENTROCAMPISTA?. E se un attaccante segna molto, atterrando un avversario come il matador fa col toro nell'arena, non sarà forse un GOLEADOR? C'è poi un'altra pagina del linguaggio breriano. L'amata terra bagnata dal Po è PADANIA, all'origine solo un' indicazione geografica senza implicazioni paraparlamentari. Berlusconi che sbarca nel calcio è il CAVALIERE. E chi col pallone cinchischia a centrocampo fa MELINA: era solo un gioco in voga a Bologna, è diventato anch'essa categoria dello spirito umano.



Italia-Germania 4-3

di Gianni Brera
Il Giorno, 18 giugno 1970

Italia: Albertosi; Burgnich, Facchetti; Bertini, Rosato (dal 1' del p.t. suppl. Poletti ), Cera; Domenghini, Mazzola (dal 46' Rivera), Boninsegna, De Sisti, Riva.
 
Germania Ovest: Maier; Vogts, Patzke ( Held dal 65' ); Schnellinger, Schultz, Beckenbauer; Grabowoski, Overath, Seeler, Müller, Löhr (Libuda dal 51' ).
 
Arbitro: Yamasaki ( Messico )
 
Marcatori: Boninsegna all'8' del p.t.; Schnellinger al 45' del s.t.; Müller al 4' del p.t.suppl.; Burgnich all' 8' del p.t.suppl.; Riva al 14' del p.t. suppl.; Müller al 5' del s.t. suppl.; Rivera al 6' del s.t. suppl.
 
"Il vero calcio rientra nell' epica... la corsa, i salti, i tiri, i voli della palla secondo geometria o labile o costante..."

Non fossi sfinito per l' emozione, le troppe note prese e poi svolte in frenesia, le seriazioni statistiche e le molte cartelle dettate quasi in trance, giuro candidamente che attaccherei questo pezzo secondo ritmi e le iperboli di un autentico epinicio. Oppure mi affiderei subito al ditirambo, che è più mosso di schemi, più astruso, più matto, dunque più idoneo a esprimere sentimenti, gesti atletici, fatti e misfatti della partita di semifinale giocata all' Azteca dalle nazionali d'Italia e di Germania. 

Un giorno dovrò pur tentare. Il vero calcio rientra nell' epica: la sonorità dell' esametro classico si ritrova intatta nel novenario italiano, i cui accenti si prestano ad esaltare la corsa, i salti, i tiri, i voli della palla secondo geometria e labile o costante...Trattandosi di un tentativo nuovissimo, non dovrei neanche temere di passare per presuntuoso. "Se tutti dovessero fare quello che sanno", ha sentenziato Petrolini, "nulla o quasi verrebbe fatto su questa terra".

È vero. Prima di costruire il ponte di Brooklyn, l' architetto che lo progetta non è affatto sicuro di esserne capace. Io stesso, disponendomi a cantare una partita di calcio, non saprei di poterne cavare qualcosa di valido. Però la tentazione è grande: ed io rinuncio adesso perché sono stremato, non perché non senta granire dentro la voglia di poetare. Italia-Germania è giusto di quelle partite che si ha pudore di considerare criticamente. La tecnica e la tattica sono astrazioni crudeli.

Il gioco vi si svolge secondo meno vigili istinti. Il cuore pompa sangue ossigenato dai polmoni con sofferenze atroci. La fatica si accumula nei muscoli male irrorati. La squadra, a stento nata traverso la applicazione assidua di molti, si disperde letteralmente. Campeggia su diversi toni l' individuo grande o fasullo, coraggioso o perfido, leale o carogna, lucido o intronato. Se assisti con sufficiente freddezza, annoti secondo coscienza. 

Non ti lasci trasportare, non credi ai facili sentimenti, non credi al cuore (anche se romba nelle orecchie e salta in gola). Ho sempre in mente di aver cercato invano di capire come siano andate realmente le cose nella finale mondiale 1934. Nessun cronista italiano aveva visto: tutti avevano unicamente sentito.

Ora mi terrorizza l' idea che qualcuno debba scorrere un giorno questo articolo senza capire né poco né punto come si sia svolta la memorabile semifinale Italia-Germania dei mondiali 1970. Retorica ne ho fatta solo a rovescio, giustificando la mia umana impotenza a poetare. Ho dato un. idea di quanto avrebbe meritato lo spettacolo dal punto di vista sentimentale? Bene, non intendo abbandonarmi a iperboli di sorta.

Fuori dunque le cifre: e vediamo di interpretarle secondo onestà critica e competenza. Soffoco i miei sentimenti di tifoso con fredda determinazione. Parliamo allora di calcio, non di bubbole isteroidi. I bravi messicani sono impazziti a vedere italiani e tedeschi incornarsi con tanto furore. Adesso fanno i loro ditirambi. Pensano di apporre una lapide all' Azteca. Sarei curioso di leggere: e magari di veder fallire in altri la voglia di poetare ore rotundo.

I nostri ospiti hanno gaiamente bruciato adrenalina ad ogni sconquasso, e Dio sa quanti ne siano stati perpetrati in campo. Ma domenica c'è Italia-Brasile, e sarà, garantito, anche peggio. Basterà una lapide un po' più grande per ricordare tutto. Non anticipiamo, please. In finale sono due "equipos bicampeones": dunque è sicuro ( a meno di eventi imponderabili ) che la Coppa Rimet avrà finalmente un padrone definitivo. Questo conta!

La squadra azzurra, benchè gloriosissima finalista, non va troppo lodata per ora. Guardiamola freddamente. L' Italia è finalista, con il Brasile, della Coppa Rimet: questo può bastare alla nostra gioia di tifosi, anche se sul partitone di ieri, che ci ha portato a battere i tedeschi, è meglio ragionare, di modo che non si gonfino equivoci pericolosi. La prima doverosa constatazione è questa: gli italiani si sono battuti, quasi tutti, con slancio virile, molto ammirevole e, in certo modo, sorprendente. È difficile non dirsi fieri di questi guaglioni, dopo quanto si è visto e sofferto.

Se l' altura non è un' opinione, vinceremo per la terza volta i mondiali: questo ho detto e ripeto. Ma bisognerà che non giochiamo come s'è fatto ieri, proprio no. La memorabile partita è stata avvincente sotto l'aspetto agonistico e spettacolare: si è conclusa bene per noi, e questo è il suo maggiore pregio, ai miei occhi disincantati. Sotto l' aspetto tecnico-tattico, è da ricordare con vero sgomento. Sia gli italiani sia i tedeschi hanno fatto l'impossibile per perderla. Vi sono riusciti i tedeschi.

Evviva noi! Errori ne sono stati commessi millanta, che tutta notte canta. I tedeschi ne hanno forse commessi meno di noi, ma uno solo, madornale, è costato loro la sconfitta. Enumero gli errori italiani. Si parte con Mazzola, buon difensore, si segna e si regge benino. Marcature discutibili (su Seeler andava messo d'urgenza Burgnich): ma all' avvio tutto fila. 

Boninsegna tenta di servire Riva, stolidamente soffocato in mischia, riceve un rimpallo di Vogts e cannoneggia a rete: sinistro imperdonabile: gol. È il 7' . I tedeschi arrancano grevi. Giocano con tre punte e mezzo, come con gli inglesi: le ali, Muller e Seeler. Acuiscono via via il forcing ma non cavano più di due tiri-gol di Grabowski: li sventano Rosato e Albertosi. Muller conclude fuori una volta. Seeler non riesce a tirare affatto: rifinisce soltanto.

Gli italiani concludono spesso con Riva, tuttavia mal situato. Mazzola tiene Beckembauer e potrebbe segnare al 40' se l'arbitro gli concedesse la regola del vantaggio. Facchetti inciampa nei piedi di Beckembauer, lanciato a rete, e lo fa ruzzolare. Un arbitro meno onesto darebbe rigore (17' ). Riva spreca di testa una palla-gol (40') e un' altra ne sbuccia a metà (parata in angolo di Maier:42').

Secondo tempo. Mazzola e Boninsegna sono stati avvertiti il mattino che uno di loro verrà sostituito da Rivera. Nell'intervallo si sostituisce Mazzola, il migliore in campo. Un collega tedesco, Rolf Guenther, sospira: "L' ultima nostra speranza è riposta in Rivera". Maledetto. Come sostituire Bonimba, pure molto bravo, e autore del gol? Dunque, fuori Mazzola. 

Entra Rivera e assiste smarrito al forcing tedesco, sempre più acre. Domenghini è chiamato su Beckembauer ma, ben presto, Schoen manda in campo Libuda, a destra, sul più sciagurato Facchetti dell' anno, e poi addirittura espelle Patzke e getta in mischia Held, un grintoso biondone dal piglio da ss. Domenghini deve dividersi, a soccorso di tutti.

Il forcing tedesco è così fiducioso che Riva al 5' e Rivera al 12' possono battere a rete autentiche palle-gol. Purtroppo sono sciape, e Maier le para entrambe. Sotto Albertosi, continue gragnuole. Seeler giganteggia, sgomitando Bertini e venendone sgomitato. Mischie furenti nella nostra area. Due falli da rigore rilevati per onestà (e dàlli): Rosato su Beckembauer e Bertini su Seeler. Una rimbombante traversa di Overath (19' ). Una respinta di Rosato sulla linea. Un gol sbagliato da Muller. Due o tre parate gol di Albertosi.

I tedeschi ci assediano. Rivera guarda. Domenghini affoga. Dal'area, continui richiami. Nessuno torna, dalle posizioni di punta (eppure Riva è meglio in difesa che all' attacco, di questi tempi: sissignori). Il predominio tedesco è avvilente. Il pubblico ruggisce all' ingiustizia del punteggio. I tedeschi attaccano con Libuda, Seeler, Muller, Held e Grabowski di punta, e dietro loro premono Beckembauer e Overath. Un vero disastro. Una sproporzione di forze impressionante. Valcareggi prende atto. Io arrivo ad augurarmi che segnino alla svelta i tedeschi perchè mi vergogno (e ne soffro).

Sono difensivista convinto ma questo non è calcio: è una miseria pedatoria. E anche stupidità. Non abbiamo vigore sufficiente al facile contropiede. I tedeschi schiumano rabbia. Infine pareggia Schnellinger, al 47' 30". E meno male che è lui, der italiener. Non l' abbiamo corrotto: Carletto è onesto Segna. È la sesta punta. Schoen gioca senza libero, ormai. Vogts su Riva e Schultz su Bonimba. Gli altri, tutti avanti (per nostra fortuna).

Tempi supplementari. Si fa male Rosato, entra Poletti. A parte una lecca a Held, che se la merita, gioca di punta per i tedeschi, e segna al 5' . Cross di Libuda (che inciucchisce Facchetti), testa a rifinire di Seeler: palla morta in area, Poletti non stanga via, accompagna di petto verso porta: Muler si frappone: Poletti e Albertosi fanno la magra: 1-2. Sciagura. Pubblico osannante. Meritiamo, meritiamo, come no?

Ma qui incominciano gli errori tedeschi. Pur imitando Ramsey, Herr Schoen ci ha preso per degli inglesi. E insiste a WM. Vogts commette fallo su Riva. Rivera tenta il pallonetto perché incorni qualcuno: chi c'è in area tedesca? Il furentissimo Held. Il quale di petto mette graziosamente palla sul sinistro di Burgnich, l'immenso: 2-2. Dice che il pubblico si diverte, a questi scempi. Il critico prende atto: ma rabbrividisce pure.

I tedeschi sono proprio tonti: ecco perché li abbiamo quasi sempre battuti. Nel calcio vale anche l' astuzia tattica non solo la truculenza, l' impegno, il fondo atletico e la bravura tecnica. I tedeschi seguitano a pencolare avanti in massa. Così segna anche Riva. Domenghini si ritrova all' ala sinistra (dove non è il mio grande grandissimo sbirolentissimo Bergheim?): crossa basso: trova Riva. Riva tocca a lato di esterno sinistro, secco, breve: scarta di netto Vogts ed esplode la rituale mancinata di collo. Gol strepitoso.

É il 14' del primo tempo supplementare. I tedeschi sono anche eroici (e quante botte pigliano e danno). Sono stanchi morti, ma quando Seeler suona il tamburo (con il gomito in faccia a Bertini) tutti ritrovano la forza per tornar sotto e pareggiare. É angolo a destra. Batte Libuda. Seeler stacca da sinistra e rispedisce a destra: Muller dà una incornatina che Albertosi segue tranquillo: sul palo è Rivera (ma sì, ma sì): il quale sembra si scansi. 

Albertosi lo strozzerebbe. Rivera china il capino zazzeruto e la fortuna sua e nostra gli offre subito il destro di salvare sé e la squadra. É il 6' : lanciato sulla sinistra: Boninsegna ingaggia l' ennesimo duello con il cottissimo Schultz: riesce a crossare basso indietro: i pochi tedeschi in zona sono su Riva. Rivera in comodo allungo si trova la palla sul piatto destro e freddamente infila Maier, già squilibrato prima del tiro.

Adesso è proprio finita. I tedeschi sono battuti. Beckenbauer con braccio al collo fa tenerezza ai sentimenti (a mi, nanca un po' ). Ben sette gol sono stati segnati. Tre soli su azione degna di questo nome: Schnellinger, Riva, Rivera. Tutti gli altri, rimediati. Due autogol italiani (pensa te!). Un autogol tedesco (Burgnich). Una saetta di Bonimba ispirata da un rimpallo fortunato.

Come dico, la gente si è tanto commossa e divertita. Noi abbiamo rischiato l' infarto, non per ischerzo, non per posa. Il calcio giocato è stato quasi tutto confuso e scadente, se dobbiamo giudicarlo sotto l'aspetto tecnico-tattico. Sotto l'aspetto agonistico, quindi anche sentimentale, una vera squisitezza, tanto è vero che i messicani non la finiscono di laudare (in quanto di calcio poco ne san masticare, pori nan).

I tedeschi meritano l' onore delle armi. Hanno sbagliato meno di noi ma il loro prolungato errore tattico è stato fondamentale. Noi ne abbiamo commesse più di Ravetta, famoso scavezzacollo lombardo. Ci è andata bene. Siamo stati anche bravi a tentare sempre, dopo il grazioso regalo fatto a Burgnich (2-2). 

 L' idea di impiegare i dioscuri Mazzola e Rivera è stata un po' meno allegra che nell' amichevole con il Messico. Effettivamente Rivera va tolto dalla difesa. Io non ce l' ho affatto con il biondo e gentile Rivera, maledetti: io non posso vedere il calcio a rovescio: sono pagato per fare questo mestiere. Vi siete accorti o no del disastro che Rivera ha propiziato nel secondo tempo?

Tutto all'aria, tutto sconnesso. Se non vedete e amate, almeno rispettate chi vede, e proprio perché vede si raccomanda che Rivera sia punta o mezza punta, non centrocampista, mai! Da punta è andato benissimo, sia nell' amichevole con il messico, sia con gli stessi tedeschi, sebbene di palle ne abbia lavorate assai poche. I sentimentali, immagino, avranno cantato sonori peana per tutti. Preferisco attenermi alla realtà non senza ringraziare i tedeschi per la loro cieca dabbenaggine tattica e l'arbitro Yamasaki per la sua vigile comprensione...

Ora siamo in finale, e si può vincere. Ma bisogna condurre veramente la squadra, non guardarla atterriti dalla panchina. Valcareggi e Mandelli, guidati da Franchi (ma sì) hanno molta fortuna: Napoleone gradiva moltissimo i generali fortunati. Sono graditi anche da noi, benché siamo tifosi e non imperatori. Però la fortuna - alla lunga - meritata. Mercoledì è stata meritata, onestamente: e fortuna è stata anche quella di non vincere 1-0 in 90' rubando la partita da pitocchi, dopo la rabbiosa e squassante offensiva tedesca.

Il 4-3, a pensarci, legittima tutto: anche le nostre fondate ambizioni a vincere definitivamente la rimet. Ma se commettiamo gli sfondoni di mercoledì con il fiero e disinvolto Brasile, poco poco ne prendiamo de goleada. Attenti, allora. Da domani studiamo la partita, ci ragioniamo su e vediamo com è possibile farla nostra, se davvero sarà possibile.

Venduto all’asta per 600 mila dollari il pianoforte del film Casablanca

Corriere della sera



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Il pianoforte verticale usato nel film Casablanca da Dooley Wilson, che impersonava il musicista Sam e suonava “As time goes by”, è stato venduto all’asta da Sotheby a New York per 600 mila dollari. Non è stato rivelato il nome dell’acquirente.

In realtà il proprietario, un collezionista giapponese che l’aveva comprato negli anni ’80 per 154 mila dollari, sperava di ricavarne almeno 1milione e 200 mila.

L’aveva messo all’asta per celebrare il settantesimo anniversario dell’uscita del film che narra la storia tra l’apparentemente cinico americano, Rick Blaine, interpretato da Humphrey Bogart, e l’antinazista norvegese Ilsa Lund, Ingrid Bergman, all’inizio del 1941 nell’Africa francese occupata dai nazisti. Una storia in cui si assiste all’antagonismo tra amore e virtù.  Rick e Ilsa sono innamorati. Lei è sposata con uno dei leader della resistenza cecoslovacca al nazismo, ma crede che il marito sia morto in un campo di concentramento. All’ultimo appuntamento, alla stazione per prendere l’ultimo treno che dovrebbe portarli lontano da Parigi che sta per essere occupata dal tedeschi, Ilsa non si presenta. Poco prima ha saputo che il marito è scappato ed è ferito. Rick non conosce il motivo dell’assenza e si sente profondamente tradito.

I due si ritrovano inaspettatamente a Casablanca, occupata dai tedeschi, dove Rick gestisce un bar. Ilsa sta scappando con il marito. Sono ancora molto innamorati uno dell’altra, ma lei deve fuggire, deve portare il marito in salvo a Lisbona, allora neutrale da dove avrebbero potuto raggiungere l’America. Solo Rick è in possesso dei permessi di viaggio, ma non vuole darglieli anche perché crede che in quella stazione di Parigi si sia consumato un inganno verso di lui.

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Quando tutto si spiega lui, nonostante sia innamoratissimo, briga perché la coppia parta, inganna gli ufficiali francesi (collaborazionisti) e quelli tedeschi e riesce a caricarli sull’aereo in partenza per Lisbona. Mentre lui e l’ufficiale francese passato dalla sua parte decidono di scappare a Brazzaville (ora in Congo), capitale della Francia Libera guidata da Charles De Gaulle, e di unirsi alla resistenza.

Il pianoforte venduto all’asta, in particolare, appare ben in vista in una delle scene più famose del capolavoro, tra l’altro vincitore di numerosi premi, tra cui un Oscar (nel 1944), quella in cui Rick e Ilsa, appoggiati al pianoforte, stanno brindando a Parigi (in uno dei flash back) con un bicchiere di champagne in mano e lui pronuncia la frase. “Here’s looking at you, kid” (alla tua salute, bambina).

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Le riprese del classico delle seconda guerra mondiale, ambientato in Marocco, a Casablanca, ma girato interamente in California, negli studi della Werner Bros, a Burbank, e all’aeroporto di Van Nuys, sobborgo di Los Angeles, cominciarono il 25 maggio 1942 e finirono il 3 agosto. Il film doveva programmato per il 1943 ma fu anticipato il giorno di Thanksgiving 26 novembre 1942, subito dopo l’invasione dei nazisti in nord Africa ai primi di novembre.

Il film (giudicato uno dei migliori del secolo scorso) in Italia, apparso nelle sale dopo la seconda guerra mondiale (ovviamente), venne censurato. Nell’edizione originale per convincere Rick a consegnargli le lettere di passaggio, il marito di Ilsa lo stimola nell’orgoglio ringraziandolo per aver lottato dalla parte degli oppressi e ricordandogli “di aver combattuto contro gli italiani in Etiopia”. La frase non compare nell’edizione italiana, come il nome di un faccendiere imbroglione, Ferrari, viene trasformato in Ferrac, per nascondere la sua origine. Infine scompaiono due scene in cui è presente il capitano Tondelli: nella prima è ossequioso con i tedeschi, nella secondo litiga con un militare tedesco e un ufficiale francese osserva: “Italiani e tedeschi non andranno mai d’accordo”.

Massimo A. Alberizzi
twitter @malberizzi
malberizzi@corriere.it

Nelle foto la locandina e alcune sequenze del film. Nella prima si vede il pianiforte venduto all’asta per 600 mila dollari

La scalata alla Mole per celebrare i 150 anni del monumento-simbolo

La Stampa

Dopo la scultura di giaccio altra più di 3 metri, sabato sera l’arrampicata fino in cima. Diretta su La Stampa.it a partire dalle 18,30

torino


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L’inaugurazione della Mole Antonelliana di ghiaccio, in piazza Emanuele Filiberto ha dato il via alle celebrazioni per i 150 anni della Mole Antonelliana (anniversario che in verità cade nel 2013). La Città di Torino, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema ed Espress Edizioni, ha poi organizzato una scalata vertiginosa sulla Mole (quella vera) in programma per sabato alle ore 19. L’impresa, che verrà trasmessa in diretta sul sito LaStampa.it, verrà realizzata da Maurizio Puato e Renzo Luzi: i due saliranno lungo la Mole partendo da quota 45 metri fino a raggiungere la stella in alto a quota 167.

L’evento sarà accompagnato per tutta la sua durata da musiche e proiezioni sulla cupola della Mole (riproposte sugli schermi e sui palazzi di via Montebello), oltre che da una serie di eventi collaterali: i disegni dell’artista Ilaria Urbinati, le suggestive immagini di Puato e Luzi che scalano in vetta e le fotografie dei partecipanti del workshop “Tutt’intorno alla Mole, la gente, Torino” (in mostra nella galleria del sito dedicato all’evento, www.espressedizioni.it). Anche i locali commerciali di via Montebello parteciperanno all’evento, proponendo iniziative di intrattenimento a tema.

Prima della scalata però è anche prevista, alle ore 16 nella Sala Conferenze del Museo Nazionale del Cinema, una tavola rotonda dedicata ad Antonelli e alla storia della Mole, coordinata da Guido Tiberga con Alberto Barbera, Maurizio Braccialarghe, Maurizio Puato, Ilaria Urbinati, Marco Magnone. Nella stessa sala, saranno esposte le tavole originali con le illustrazioni del volume AA,A. Il diario fantastico di Alessandro Antonelli,

Architetto, edito da Espress Edizioni.

Ancona, a spasso col carro armato antinucleare in città. Niente cintura di sicurezza: non è obbligatoria

Il Mattino

Un appassionato ha immatricolato il blindato al Pra, ora lo usa come un fuoristrada. Sorpresa nel cuore della città


OSIMO - A passeggio con il carro armato per le vie del centro storico. E' successo a Osimo dove un appassionato ha immatricolato al Pra di Ancona il blindato come veicolo con targa estera. Da ieri viaggia su strada (e senza cinture di sicurezza perchè classificato come veicolo storico) il Brdm 2 di produzione sovietica dismesso dall'esercito della Repubblica Ceca e acquistato da Benedetto Barbalarga, consulente aziendale di Osimo.

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Il 40enne è addirittura andato in ufficio fino alla Baraccola di Ancona al «volante» del suo blindato a 4 posti costruito per le incursione su terreni contaminati da radiazioni nucleari ma utilizzato sempre e solo per esercitazioni dalle truppe ceche prima della demilitarizzazione. Barbalarga ha scorrazzato per la Ss16 di Osimo e su via I Maggio ad Ancona a 70 km/orari, in certi frangenti rallentando anche il traffico. Ma il mezzo da 7 tonnellate riesce a tenere una velocità massima di 90 km/h. Prima tappa osimana, piazza Boccolino.

Il carro armato ieri alle 9, per circa 10 minuti, è stato parcheggiato sulL’area carico-scarico davanti all'albero di Natale tecnologico, attirando curiosità e commenti dei passanti, mentre diversi anziani si prestavano all'obiettivo per le foto ricordo. «Sono venuto a provare il Brdm 2 su strada dopo il restauro e il collaudo. E’ comodo da guidare - commenta il collezionista osimano - e ha una visibilità migliore di quella che immaginavo ma l'unico inconveniente è rappresentato dalla chiave che non puoi mettere in tasca». E lo sottolinea mentre mostra un’enorme T di ferro, la chiave d'accensione appunto.

Venerdì 14 Dicembre 2012 - 21:39    Ultimo aggiornamento: 21:46

Margherita Hack non si vuole operare «Voglio stare in pace, come va va»

Corriere della sera

L'astrofisica ha problemi al cuore, non vuole affrontare l'operazione a rischio e poi la degenza:


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FIRENZE - L'astrofisica novantenne Margherita Hack ha deciso di non operarsi al cuore nonostante un riacutizzarsi di alcuni problemi cardiaci. «Preferisco così, volevo stare in pace, inutile campare cinque anni di più male, meglio stare a casa con il mio lavoro e i miei animali», ha spiegato oggi. «Preferisco così - ha aggiunto, non senza una nota ironica - e faccio anche risparmiare l'Asl».

La scienziata, che sulla vicenda ha rilasciato un'intervista al quotidiano Il Piccolo, ha spiegato che le "e' stata prospettata un'operazione ed ho detto no. L'operazione sarebbe potuta essere risolutiva in un certo senso, ma presentava anche dei rischi: l' idea mi e' venuta di notte, semplicemente. Mi sono resa conto che in ospedale mi mancavano la mia attività, mio marito, i miei animali e tutte quelle comodità, privacy compresa, che in ospedale non ci sono. Una vita a metà. Qui a casa - ha continuato l'astrofisica - magari al rallentatore, ma faccio le cose normali. E allora, ho pensato: un'operazione a rischio, un'altra degenza e poi una lunga convalescenza? No: come va va».

14 dicembre 2012