domenica 16 dicembre 2012

Due anni di prigione all’uomo che sfregiò Rothko a Londra

La Stampa

Ci vorranno 20 mesi e quasi 250mila euro per restaurare l’opera

roma


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E’ stato condannato a due anni di prigione un uomo di origine polacca, Wlodzimierz Umaniec, 26 anni, che ha sfregiato una tela di Mark Rothko alla Tate Modern Gallery di Londra il 7 ottobre scorso. 

L’azione di Umaniec è stata definita dal giudice della Inner London Crown Court, Roger Chapple, «completamente deliberata, pianificata e volontaria». Un gesto ritenuto «totalmente inaccettabile» per promuovere il suo movimento e che ha danneggiato un’opera d’arte, un «dono fatto al paese» (l’artista americano donò la tela alla Tate nel 1969). 

A ottobre Umaniec, che vive a Worthing, sud-est dell’Inghilterra, ha inciso il suo nome sulla tela «Black on maroon», che vale tra i 6 e gli 11 milioni di euro, ammettendo un danno da 6mila euro, ma le stime per il suo restauro ammontano a circa 246mila euro. 

Umaniec, co-fondatore del movimento artistico «yellowism», un blog sull’arte concettuale, ha saltato una transenna e ha imbrattato l’opera con il suo nome e «12, un pezzo potenziale di yellowism»” prima di scappare.

I lavori per restaurare il dipinto, che appartiene a una di opere note come «Seagram murals»”, saranno complessi e richiederanno circa venti mesi, secondo il tribunale, perchè l’inchiostro usato da Umaniec è penetrato nella tela. 

Meteorite precipita a Palermo, è giallo Potrebbe essere un frammento dell'asteroide Toutatis

Il Mattino


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PALERMO - Una bambina palermitana dice di esserselo vista precipitare sotto il terrazzo di casa con una «luminosa scia rossa», ma molti in città giurano di aver avvistato una strano oggetto di colore acceso scendere dal cielo. Il meteorite - come riporta il sito Siciliainformazioni.com - è stato ritrovato in un campo del quartiere Brancaccio del capoluogo siciliano e la stessa bimba “avvistatrice” ha tentato di raccogliere con i genitori quel grosso masso rovente con un giornale, ma al contatto la carta ha iniziato ad emettere del fumo.

A quel punto sono intervenuti la polizia e i vigili del fuoco, che hanno preso in consegna la pietra fumante. Le prime verifiche effettuate hanno confermato che la pietra non è radioattiva. Il meteorite è stato ora affidato all’istituto di vulcanologia che studierà da quale parte dello spazio quella pietra è giunta sulla Terra.
 
Le prime ipotesi. Secondo i più razionali, si tratterebbe di un semplice frammento dell'asteroide Toutatis, sfrecciato vicino alla Terra pochi giorni fa, mentre sui social network i soliti apocalittici proclamano già: “E' un altro segno della fine del mondo in arrivo, i Maya avevano ragione...”.


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Espone bandiera della Pace, multata

Corriere della sera

Il condominio multa per 50 euro una signora che aveva messo alla finestra la bandiera Arcobaleno: contrario al regolamento

 


(Fotogramma)
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ROMA - Espone la bandiera arcobaleno della pace. Il condominio la multa con una sanzione di 50 euro. L’infrazione, secondo il regolamento invocato dal condominio, avviene a San Giovanni negli immobili della Cooperativa ferrovieri fondata dai lavoratori socialisti ai primi del ‘900. La signora colpita, Nella Ginatempo, annuncia che non intende pagare la multa che le è stata comunicata con l’ultima bolletta condominiale maggiorata di 50 euro. «La bandiera era di mio marito, l’artista Melo Franchina, scomparso due anni fa – spiega Nella Ginatempo, sociologa in pensione -. Tra l’altro il condominio mi contesta anche di aver appeso alla porta di casa una sua foto alla memoria…».

BANDIERA TRASFERITA - La protesta per la multa è stata appena comunicata dall’interessata ai lettori del sito PeaceLink. L’ingresso dell’immobile della contesa è da Via Monza, altri ingressi del complesso con centinaia di appartamenti sono su via La Spezia e via Orvieto. Nella Ginatempo ha intanto trasferito la bandiera arcobaleno dentro la finestra del suo appartamento. Attualmente è esposta dietro i vetri. A casa la sociologa pacifista tiene lezioni di italiano per giovani immigrati. A qualcuno anche questa attività non è piaciuta. Oggetto del contendere è però la bandiera appartenuta a Franchina, l’architetto artista noto anche per aver installato pochi anni fa al Circo Massimo una grande scritta luminosa «No war» frutto di 700 fiaccole accese. Ora però la sua bandiera è diventata un problema nel condominio a San Giovanni. Intanto altri vicini che avevano in passato esposto la bandiera arcobaleno, saputo del contenzioso, non hanno gradito l’intervento censorio del condominio. E forse per reazione potrebbero tornare ad esporre il vessillo arcobaleno. A San Giovanni l’argomento pace è oggetto di contesa.

Paolo Brogi
16 dicembre 2012 | 16:07

Scuola: dai cellulari al fumo, la lunga lista dei divieti in classe

La Stampa


Dai cellulari al fumo, dalle minigonne ai baci, ai comportamenti poco consoni ad un luogo così importante come la scuola, la lista dei divieti in aula si è spesso modificata a seconda dei momenti e si è via via `arricchita´ di nuove norme. Riuscire a mantenere la disciplina all'interno delle scuole è, infatti, una sfida che tiene impegnati quotidianamente docenti e presidi nel tentativo di essere educatori prima che docenti. Anche se, a volte, i divieti possono sembrare bizzari o esagerati. E se, poco prima dell'avvio dell'anno scolastico, il Garante per la Privacy ha indicato alcune linee generali a tutela della riservatezza a professori, genitori e studenti, le singole scuole possono agire autonomamente indicando ulteriori paletti.


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L'utilizzo di cellulari, degli smartphone e dei tablet è sempre stato un tabù nelle scuole anche se in realtà la questione è regolata da ogni istituto in totale autonomia, quindi ogni scuola può decidere se vietarli completamente o meno. In generale l'uso di cellulari e smartphone è consentito per fini strettamente personali, ad esempio per registrare le lezioni, e sempre nel rispetto delle persone.

E, anche se gli istituti scolastici nella loro autonomia possono decidere come regolamentare o se vietare del tutto l'uso dei cellulari, il Garante ha stabilito che non si possono diffondere immagini, video o foto sul web se non con il consenso delle persone riprese. È bene ricordare che la diffusione di filmati e foto che ledono la riservatezza e la dignità delle persone può far incorrere lo studente in sanzioni disciplinari e pecuniarie o perfino in veri e propri reati. Stesse cautele vanno previste per l'uso dei tablet, se usati a fini di registrazione e non soltanto per fini didattici o per consultare in classe libri elettronici e testi on line.

Questione spinosa è quella del sequestro. L'insegnante può sequestrare l'apparecchio qualora verificasse un utilizzo illecito per impedire che questo possa essere reiterato, ma deve restituirlo al termine delle lezioni o affidarlo in custodia alla scuola per una successiva restituzione ai genitori ma non può portarselo a casa o in borsa così come non può assolutamente perquisire gli studenti: tutti reati perseguibili penalmente.

Non lede, invece, la privacy l'insegnante che assegna ai propri alunni lo svolgimento di temi in classe riguardanti il loro mondo personale. Sta invece nella sensibilità dell'insegnante, nel momento in cui gli elaborati dovessero essere letti in classe, trovare l'equilibrio tra esigenze didattiche e tutela della riservatezza, specialmente se si tratta di argomenti delicati.

Vietato fumare a scuola, indipendentemente se ad accendersi la sigaretta sia uno studente o un professore: a stabilirlo è la legge che vieta il fumo nei luoghi pubblici e che, tra l'altro, prevede sanzioni in denaro. A volte i regolamenti di istituto possono essere più o meno tolleranti consentendo ad esempio il fumo all'aria aperta. Baci, abbracci ed effusioni più o meno spinte di ogni genere hanno visto alcuni presidi mettere un punto.

Ma non sempre la motivazione di questo tipo di divieti e di carattere morale, a volte prevale l' `esigenza´ sanitaria. Ha fatto scuola qualche anno fa la circolare del preside Rusconi del liceo `Newton´ di Roma che vietò i baci all'interno della scuola per prevenire un' epidemia di influenza aviaria. Pantaloni a vita bassa, minigonne e sandali. Sicuramente non è il modo migliore di presentarsi in classe.

Attualmente non c'è una legge che disciplini l'argomento a livello nazionale lasciando il tutto alla tolleranza dei singoli insegnanti. E, nel corso degli anni sono stati diversi gli interventi, a volte inconsueti, in tal senso. Sul banco degli imputati sono finiti prima di tutto i capi d'abbigliamento più amati dai giovani: dai pantaloni a vita bassa, alle minigonne, dai jeans strappati ai bermuda, al piercing o canottiere troppo corte e magliette «nude look».

Non solo, insieme ai vestiti all'ultima moda, spesso sono stati banditi anche accessori e gadget colpevoli di essere `fonte di distrazione´ per gli studenti: dalla gomma da masticare, alle figurine, fino appunto al cellulare. Nel campo degli indumenti il più incriminato è stato senza dubbio la minigonna. Il rivoluzionario capo introdotto da Mary Quant nel 1964 torna prepotentemente di moda in Italia negli anni Novanta. Le ragazze la indossano senza problemi anche nelle aule scolastiche, e i presidi non ci stanno.

Fa scalpore il caso dell'Istituto professionale per il commercio e turismo di Sanremo, dove il preside Fillo Copelli approva un regolamento che vieta agli studenti di indossare abiti `sconvenienti´: minigonne, ma anche magliette «nude look», pantaloni con gli strappi e scollature eccessive. E nel suo decalogo aggiunge anche il divieto di masticare la gomma americana, di affiggere sui muri manifesti o volantini e di usare il telefono pubblico della scuola .

Gli studenti, in maggioranza ragazze, rispondono con tre giorni di sciopero. Ma il gesto del preside finisce addirittura in Parlamento. Per l'esponente dei Verdi, Athos De Luca, la circolare `viola la libertà di costume´, così il senatore presenta al ministro della Pubblica Istruzione un'interrogazione in cui chiede `in base a quali criteri il preside abbia effettuato questa opera di censura nei riguardi di usi e costumi delle nuove generazioni, ormai accettati da tutti´.

Era il 1996. Condannano la minigonna anche i presidi di alcune scuole di Genova e Potenza, che scatenano una campagna contro l'abbigliamento `balneare´ tra i banchi. Secondo la preside della scuola media `Piero Sentati´ di Castelleone, in provincia di Cremona, l'indumento sarebbe colpevole di catalizzare l'attenzione dei ragazzi durante le lezioni.

E così anche lei, nel maggio del 2001, la mette al bando insieme a `pantaloncini troppo corti, magliette tipo canottiera, piedi senza calze´. E chi non rispetterà la richiesta, sarà rifornito di `abbigliamento di recupero´, vestiti d'emergenza pronti per l'occasione. Stessa polemica anche in Sardegna, qualche anno dopo, a Sardara, in provincia di Cagliari, la preside dell'Istituto comprensivo `Giuseppina Miceli´ rivolge un aut-aut alle studentesse: basta con l'abbigliamento sexy durante le ore di lezione.

Stesso copione anche a Senigallia, dove il preside del Liceo Scientifico `Medi´ firma una circolare invitando gli studenti a «fare un corretto uso della moda nel rispetto dell'istituzione». Non va meglio agli studenti maschi. Soprattutto a chi predilige l'abbigliamento alternativo. Ad aprile del 2003 il preside del liceo artistico `Ferrari´ di Morbegno, in provincia di Sondrio, firma una circolare che impone ai ragazzi di `presentarsi con acconciature e abiti formali´.

Chi arriva a scuola con `jeans strappati, creste colorate e piercing eccessivi´ rischia infatti di non essere ammesso in classe. Alla Scuola Media Statale `Palazzeschi´ di Torino l'abbigliamento dei ragazzi è oggetto di un regolamento interno, che invita gli alunni a presentarsi a scuola `vestiti in modo semplice e ordinato, conforme alla serietà dell'ambiente scolastico´.

In particolare sono vietati `calzoncini corti, canottiere, minigonne succinte, jeans volutamente sfrangiati o strappati e, per i maschi, capigliature lunghe e disordinate´. Anzi, agli studenti è vivamente consigliato `l'utilizzo della divisa scolastica´. Inoltre, la disposizione vieta ai ragazzi di masticare chewing gum all'interno della scuola .

Anche a Quartu, in provincia di Cagliari, il preside di un liceo Artistico vieta agli studenti look troppo estroversi: anellini sull'ombelico, pantaloni a vita bassa, capelli «a punta», trucco eccessivo.
Con una circolare del 25 agosto 1998, il ministero dell'Istruzione vieta l'uso dei cellulari in classe. Il provvedimento, in realtà, è rivolto agli insegnanti, che all'epoca erano i più assidui utilizzatori del telefonino.

Ma quando la nuova moda conquista i ragazzi, il divieto viene esteso anche a loro. Nel 2001 i Comunisti Italiani hanno addirittura presentato un progetto di legge alla Regione Lazio per introdurre una multa nei confronti di chi usa il telefonino in classe. Nel febbraio 2002, il preside dell'Istituto professionale di Rimini, «Luigi Einaudi», dirama una circolare per vietare ai ragazzi di servirsi del telefonino in aula.

Non è proibito portarlo a scuola , ma è vietato farlo funzionare in orario di lezione. In una scuola media di Budrio, in provincia di Bologna, il padre di un alunno denuncia la preside che ha sequestrato il telefonino del figlio. Anche se lo studente lo utilizzava durante le ore di lezione, contravvenendo a una precisa circolare del responsabile d'Istituto.

Al liceo scientifico statale «Francesco Severi» di Frosinone vengono incriminati soprattutto gli sms, che distraggono gli alunni e possono essere usati per scambiare infomazioni durante i compiti in classe. All'Istituto Comprensivo Statale di Bussolengo, in provincia di Verona, il regolamento della scuola dice che gli alunni devono presentarsi a scuola «vestiti in ordine e puliti». Ma vieta anche di portare tutti gli oggetti non strettamente pertinenti alla vita della scuola tra cui cellulari e walk-man.

Incidente in taxi, il tour operator paga i danni

La Stampa


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L'incidente in taxi durante la vacanza "all inclusive" deve essere risarcito dal tour operator vhe ha organizzato il viaggio. La Cassazione ha accordato, quattordici anni dopo il fatto, un risarcimento danni ad una donna rimasta vittima di un incidente durante il trasferimento in taxi verso Nuova Delhi dall'aeroporto di Jaipur ove l'aereo, proveniente da Udaipur, era stato costretto ad atterrare per le avverse condizioni atmosferiche. In appello, la turista si era vista negare il risarcimento richiesto al tour operator sulla base del fatto che «l'evento dannoso» era da attribuire «alla condotta colposa del terzo prestatore».

La Suprema Corte, invece, ha sancito che «il tour operator è direttamente responsabile allorquando l'evento dannoso risulti come nella specie da ascriversi alla condotta colposa del terzo prestatore della cui attività si sia avvalso, essendo tenuto al risarcimento dei danni sofferti dal turista consumatore di pacchetto turistico in conseguenza della medesima, salvo in ogni caso il suo diritto di rivalsa nei confronti del prestatore medesimo». L'autista del taxi aveva violentemente tamponato un autobus che lo precedeva, in difficili condizioni meteorologiche. Sarà ora la Corte d'appello di Perugia a stabilire il giusto risarcimento.

La vendetta di Depardieu «Restituisco il passaporto francese»

Corriere della sera

L'attore francese, che ha già comprato casa in Belgio per fuggire al fisco, scrive al primo ministro e al presidente

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Gerard Depardieu fa sul serio: dopo aver deciso di trasferire la residenza in Belgio per fuggire il fisco francese (e in particolare la super tassa del 75% sui redditi da paperone), adesso annuncia in una lettera aperta al primo ministro, Jean-Marc Ayrault, che è pronto a rinunciare al passaporto francese e pubblicata dal Journal du dimanche. «Io non ho chiesto di essere approvato, ma chiedo di essere rispettato!». L'attore ha scritto al capo del governo che qualche giorno fa aveva definito come «abbastanza patetica» la decisione di Depardieu di trasferirsi a Nechin, una cittadina famosa per ospitare i ricchi espatriati fiscali francesi.

«Vi restituisco il mio passaporto e la mia Securitè Sociale (la Protezione sociale francese) che non ho mai utilizzato. Non abbiamo più la stessa patria, sono un vero europeo, un cittadino del mondo, come mio padre me lo ha sempre inculcato» afferma Depardieu rivolgendosi a Ayrault. «Tutti quelli che hanno lasciato la Francia - sottolinea ancora l'attore francese - non sono stati insultati come lo sono stato io. Me ne vado, dopo aver pagato in 2012, l'85% di imposte sui miei redditi».

LA LEGGE - Questa è la risposta dell'attore alle polemiche politiche alla paventata eventualità di ritirare la nazionalità francese agli «esiliati». Su questo in Francia si discute di presentare una nuova legge, in particolare il partito socialista ha messo in piedi anche un gruppo di lavoro che all'inizio del prossimo anno, dovrà presentare alcune proposte per bacchettare i ricchi che fuggono la stangata fiscale.

 Gerard Depardieu vende la super villa Gerard Depardieu vende la super villa Gerard Depardieu vende la super villa Gerard Depardieu vende la super villa Gerard Depardieu vende la super villa

IN BELGIO - Così si spiega la reazione del 63enne attore francese che nel frattempo ha anche messo in vendita la sua immensa proprietà parigina, una dimora storica di 1.800 metri quadrati, in uno dei quartieri più belli della capitale, Saint-Germain-des-Pres. Circolano cifre astronomiche, intorno ai 50 milioni di euro. Depardieu andrà a vivere nel paesino belga di Nechin, nel comune di Estaimpuis, il più vicino al confine, dove ha già comprato casa e dove dovrà trascorre almeno 180 giorni all'anno per sfuggire al fisco francese.

«ESILIO PATETICO» - La notizia della fuga in Belgio di Gerard Depardieu sta scuotendo da alcuni giorni i francesi, che amano i suoi film (più di 170), ma che apprezzano anche l'uomo, nonostante i suoi eccessi: l'attore, nato a Chateauroux (centro) in una famiglia modesta, dovrà rendere conto alla giustizia francese l'8 gennaio per guida in stato di ebbrezza.


Redazione Online16 dicembre 2012 | 11:52

Business dei negozi Compro oro «Rischi d'infiltrazioni criminali»

Corriere della sera

Su 42 rivendite controllate più della metà è fuorilegge. Boom di nuovi investitori a Milano


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MILANO - Eugenio Costantino il faccendiere della 'ndrangheta accusato di aver venduto voti all'ex assessore regionale Domenico Zambetti era il re dei compro oro. Ne possedeva quattro: a Settimo milanese, a San Pietro all'Olmo di Cornaredo, a Busto Garolfo e a Cuggiono. Il boss non figurava mai nelle società di gestione. Aveva intestato i negozi ad alcuni prestanome. Come alla moglie Anna Turbinelli e all'amante Giovanna Olivero. Tanto era bastato per eludere controlli e conquistare le licenze. Quello dei compro oro, i negozi che ritirano gioielli e preziosi usati e pagano in contanti, è un mondo grigio. Ci sono infiltrazioni della malavita - e nel caso di Costantino si parla di 'ndrangheta -, ma anche commercianti onesti. Che non dovrebbero essere l'eccezione ma la regola.

Eppure è così. Nell'ultimo anno la polizia amministrativa della divisione Pas, guidata dal primo dirigente Michele Sinigaglia, ha effettuato 42 controlli. In 26 casi sono state trovate irregolarità. Una cifra enorme se si pensa che i «problemi» con la legge hanno riguardato più di un negozio su due. E a Milano, esclusa la provincia, i famosi negozi «compro oro» sono 216. Per dare l'idea del «boom» basta tener conto che la media nazionale parla di un punto vendita ogni 13 mila abitanti. A Milano è di uno ogni 6 mila, più del doppio. E le richieste di nuove licenze, nonostante una lieve flessione, non si fermano.

Quest'anno le domande per nuove aperture arrivate in Questura sono state dieci. Dodici un anno prima e 15 nel 2010. Se i documenti sono a posto, se i titolari sono «negativi» sul fronte dei precedenti penali, se i locali del negozio sono in regola con le norme Asl si parte. Il business ha attirato nuovi investitori: il prezzo dell'oro è di 41,43 euro al grammo. Negli ultimi quindi anni s'è passati da 8,32 euro a un picco di 44,34. L'impennata nel 2005: da allora un guadagno medio di 30,67 euro e una crescita del 285,71%.

In realtà la cifra pagata dai negozianti ai venditori è molto più contenuta, perché le cifre sono riferite all'oro zecchino. Ma anche perché di mezzo c'è il guadagno. A volte però si nascondono i problemi. Tra le violazioni rilevate anche 15 casi nei quali il personale del negozio non corrispondeva a quello indicato nella licenza e, soprattutto, l'omessa registrazione degli oggetti acquistati. I gioielli per legge devono restare dieci giorni in giacenza prima di essere fusi o rivenduti. Un provvedimento per far si che le forze dell'ordine possano trovare eventuale refurtiva. Ma se non si registra la merce il rischio che dietro ci sia la ricettazione di oggetti rubati è alto. David Gentili è presidente della Commissione comunale antimafia parla di «dati preoccupanti»: «Il Comune, con l'applicazione della legge 231 del 2007, progetto a cui stiamo lavorando in questi mesi, potrà, in collaborazione con la Questura, svolgere un importante ruolo nel comprendere quali di queste numerose attività siano strumento di riciclaggio».


Cesare Giuzzi
16 dicembre 2012 | 11:43

Internet in alta quota: addio ai rifugi isolati

Corriere della sera

La banda larga satellitare approda nei locali alpini aperti anche per le feste di Natale


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SONDRIO - La tecnologia avanza. Anzi, continua a salire in alta quota. Entro Natale il rifugio Ca' Runcash, che in questi giorni sta organizzando come altri quaranta in tutta la regione il cenone di San Silvestro, sarà dotato di banda larga satellitare. E così, anche all'Alpe di Campagneda, in Valmalenco, a più di duemila metri di altezza, si potrà navigare su internet. «Se la connessione funzionerà, per noi sarà un bel passo avanti», racconta il rifugista Giancarlo Sertori. «Non dovremo tutte le volte aspettare di scendere in città per leggere una mail». Non solo. Il gestore potrà gestire più facilmente gli ordini e le prenotazioni e i turisti che sceglieranno di passare in rifugio le feste di Natale potranno ottenere notizie aggiornate sul meteo o sulle escursioni da fare. «Tra pochi giorni, insomma, saremo un po' meno fuori dal mondo rispetto a prima».

Ma quello del Ca' Runcash non è un caso isolato. In tutta la regione sono già 37 i rifugi dotati di collegamento internet via satellite, persino la capanna Marco e Rosa, la più alta della Lombardia, appesa a 3.609 metri in mezzo ai ghiacci del Bernina. Le installazioni, realizzate dalla Regione Lombardia in collaborazione con Ersaf, l'Ente regionale per i servizi all'agricoltura e alle foreste, fanno parte del progetto Vetta (Valorizzazione delle esperienze e dei prodotti turistici transfrontalieri delle medie e alte quote): «Vogliamo riqualificare i rifugi lombardi e renderli più attrattivi migliorando la qualità dei servizi offerti», spiega Stella Contri della direzione generale Sport e Giovani della Regione. Perciò il Pirellone ha deciso di dotare (su richiesta) i rifugi in provincia di Como, Lecco, Sondrio e Varese iscritti nel registro regionale di una connessione Adsl satellitare, un computer per i gestori, uno a uso dei clienti e una linea telefonica VoIP, quella che funziona attraverso la rete internet.

Per portare il materiale in quota i tecnici hanno utilizzato le jeep o l'elicottero. Ma c'è anche chi, per evitare anche il minimo impatto sul territorio, ha scelto mezzi più tradizionali: «Noi abbiamo portato su la parabola e il resto dell'attrezzatura a piedi e con l'aiuto di un asino», racconta Luigi Pozzebon, gestore della Capanna Monza. «Il nostro rifugio propone ai clienti un'esperienza a stretto contatto con la natura. Ci è sembrato più coerente evitare l'elicottero». Il progetto iniziale, avviato nel 2010, prevedeva l'installazione della rete presso 28 rifugi: 360 mila euro la spesa preventivata dalla Regione. «Durante i lavori, però, abbiamo risparmiato risorse - dice Stella Contri -. Così siamo riusciti a rispondere alle richieste di altri nove rifugi. E nel 2013 abbiamo in previsione di effettuare altre dieci installazioni».

Ma altre novità sono in arrivo nel prossimo anno: entro la primavera sarà online il nuovo sito dei rifugi lombardi (oggi raggiungibile su www.rifugi.lombardia.it) dove, attraverso il sistema Open Data, sarà consultabile da tutti il registro regionale delle strutture. E per trovare le informazioni pure da smartphone e tablet è in cantiere anche un'app.

Isabella Fantigrossi
15 dicembre 2012 | 16:55

Le cene pagate nei giorni di festa e i 315 taxi verso l'ignoto

Corriere della sera

Era un primo maggio e il consigliere Gianluca Rinaldin (Pdl), e due ospiti per un conto totale di 179 euro, mangiarono a un ristorante giapponese...

MILANO - Mai sazi, mai domi, mai fermi. Nemmeno quando gli altri lavorano, nemmeno quando gli altri prendono il sole. Dunque era un primo maggio e Gianluca Rinaldin, lui e due ospiti per un conto totale di 179 euro naturalmente versati dal consigliere regionale del Pdl, mangiarono a un ristorante giapponese. Meglio oppure peggio, come al solito dipende dai punti di vista, si comportò un altro del Pdl, Alessandro Colucci, il quale in un infuocato inizio d'agosto, con una Regione non a pieno regime di sedute, prese posto a un tavolo e ordinò piatti e vini il giorno 1 e il 2 e poi il 3 e pure il 4 agosto mai però facendosi mancare la compagnia, variando di coperti e di conto finale.

I viaggi (non specificati) in taxi Non è uno che ama lesinare, questo Colucci, altrimenti - e oplà, improvviso cambio di esercizio pubblico, di materiale e anche di materia - non avrebbe un 25 gennaio sborsato 2.256,55 euro per comprare, attenzione che l'elenco è lungo, «card memoria aggiuntiva + videocamera HD Samsung + Software gestionale + materiale d'uso e di trasporto». Preciso al centesimo e alla lettera. Altro che Giuseppe Angelo Giammario (Pdl) il quale nel tempo ha riprodotto la dicitura «corsa non specificata» nella nota spesa di 315 corse in taxi. Dove andava per non rivelarlo? Chissà. Tanto poi, chiaro, saranno dimenticanze dei singoli provocate dallo stress e dalle giornate intense, saranno esagerati accanimenti delle forze inquirenti. Però davvero rimane un viaggio curioso questo dei rimborsi di uomini e donne della Regione Lombardia, donne tipo Antonella Angela Maria Sabina Maiolo (Pdl) che risulta esser residente a Milano e che in una libreria Mondadori lasciò alla cassiera 30 euro per l'«Atlante topografico città di Milano».

Le ricariche a getto continuo Del resto perdersi, per un politico, è sempre pericoloso; ancor più lo è non farsi trovare. Ecco, una vigilia di Natale Giulio Boscagli (Pdl) si premunì ricaricando il cellulare di 250 euro. Coperto e al sicuro. Collegato col mondo. Al che non può non tornare in mente, e siamo ancora a Rinaldin, la sua doppietta in rapida serie - dall'11 al 16 maggio 2009 - quando portò a casa un «Apple Mac Book» da 1.029 euro e un «iPad 2 Wi/Fi» per 873,90 euro (prezzo comprensivo, s'intende, di «custodia e garanzia telefonica»). Ora qualcuno potrebbe obiettare che è fin troppo agevole esercizio quello di sparare addosso ai sopra citati. Perché loro, negli accertamenti della Procura e della Guardia di Finanza, in verità si mettono a nudo. E rivelano profondi segreti, passioni magari non note.

Le gite in macelleria Il leghista Massimiliano Orsatti per esempio sul bilancio della Lombardia ha caricato gite in macelleria e cd musicali di Bon Jovi. E Carlo Saffioti del Pdl? Pazzo di francobolli, ne acquistò d'un botto 250 euro. E Nicole Minetti? Frugando fra gli scaffali comprò il libro «Mignottocrazia», acquisto criticato da Roberto Formigoni («Uso improprio del denaro»). Ma si diceva degli interessi personali. Giammario, il mese di giugno, pare sia solito abbuffarsi di panini al bar. Era il 2008: 45 euro di panini il 19, 37 euro il 23, fino al bis del 24 giugno con 46 e 49 euro. Briciole non soltanto in senso letterale rispetto alle cene donate all'umanità. Una volta Giammario pagò 1.125 euro per sfamare 44 persone. La generosità pare dote comune. L'anno scorso, di questi tempi, il leghista Angelo Ciocca si dannava a spargere auguri e doni per un lieto Natale. Comprò «2.000 calendarietti» alla cifra di 1.669,80 euro. Un bel risparmio. Per i successivi servizi postali di spedizione spese quasi il doppio: 3.533 euro e 28 centesimi.


Andrea Galli
16 dicembre 2012 | 8:41

Dai videogiochi al tagliaerba Sfizi dei politici a spese nostre

Stefano Zurlo - Dom, 16/12/2012 - 10:25

Le indagini delle Procure su gran parte delle Regioni mettono a nudo il vizietto dei consiglieri: usare i fondi elettorali per il loro shopping. Senza alcun pudore

È l'arca di Noè dell'abbondanza. Case, pardon ville, e jeep. Piatti a tre stelle e perfino un pranzo nuziale. E poi gelati e iPad, come dire la tradizione e la tecnologia.


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Ma pure giocate a raffica ai videopoker che sono peggio di una malattia. E, come da luogo comune del lusso, ostriche e tartufi. C'è davvero di tutto nel cestone senza fondo dei regali che i consiglieri regionali, del Nord e del Sud, di destra e di sinistra, si sono fatti aspirando come idrovore i soldi pubblici. Ora che le indagini, avviate quasi in simultanea da molte procure, portano a galla le spese senza rete della nostra classe politica, si scopre una lista di sprechi senza rossore.

Per anni i consiglieri, o almeno molti fra loro, dovevano essersi convinti che i soldi arrivassero su un tappeto volante, come nelle favole. Bastava mettere il capriccio di turno in nota spese e il rimborso era assicurato. Un carnevale perenne, un Bengodi come neanche nel Decamerone, un tripudio di attività e feste e cene, affollate come e più di quelle dipinte dal Veronese. In Lombardia sono indagati per peculato, il reato classico che si contesta in queste occasioni, in ventidue. Ed è solo la prima tranche, perché dopo aver guardato dalle parti del Pdl e della Lega, gli inquirenti stanno per scandagliare fatture, ricevute e scontrini della sinistra.

Però quanto emerso finora basta e avanza per far indignare, eufemismo, gli italiani. Davide Boni, ex presidente del consiglio regionale, giustifica per le sue esigenze di etichetta il consumo di trenta grammi di tartufo, pagati 180 euro. Dev'esser stato un pasto memorabile, perché alla fine il conto raggiunge quota 644 euro. Cifra modesta, però, se paragonata con i costi di «funzionamento» del gruppo, sostenuti dal leghista Stefano Galli il 16 giugno 2010 al ristorante Toscano. Certo, la voce «funzionamento» non chiarisce qual che invece ha spiegato l'oste: si trattava di un matrimonio con la bellezza di 103 coperti. Il totale? Seimilacentottanta euro, offerti dal contribuente.

E Nicole Minetti? Lei se la cava, si fa per dire, con poco: 832 euro se ne vanno in apertivi al Principe di Savoia, uno dei più lussuosi hotel milanesi; poi ci sono 899 euro per l'acquisto di un iPhone, ultimo modello. Vuoi mettere, l'aggiornamento ci vuole sempre. E sotto questa voce, nobilitante, può passare perfino il libro Mignottocrazia del fustigatore Paolo Guzzanti che la Minetti compera e si fa rimborsare dalla Regione per 16 euro. Davvero c'è chi non bada a spese e chi bada che tutte, ma proprio tutte le spese, siano recuperate. Il leghista Pierluigi Toscani è più pignolo di un ragioniere e, scontrino per scontrino, mette in conto al Pirellone 90 euro di gelati, 14 euro di lecca-lecca e 752 euro di cartucce da caccia.

A Roma hanno un'altra mentalità. Meno certosina e più fastosa. Franco Fiorito (che ieri ha detto «Ho chiuso con la politica») e Vincenzo Maruccio guidavano i gruppi del Pdl e dell'Idv. Teoricamente abitavano agli antipodi, in realtà si sarebbero portati via una cifra equivalente: circa 1,3 milioni di euro a testa. Un furto bipartisan. Attenzione: stiamo parlando di tanti soldi, ma a loro evidentemente non bastavano mai. Il Batman di Anagni si compra per 800mila euro circa una villa al Circeo. Abusiva, ci mancherebbe. E già che c'è, cerca pure di firmare un abuso tutto suo: la piscina. Non ci riesce, ma continua a spendere.

Nella capitale nevica, gli italiani ironizzano sulla disorganizzazione dei romani, ma sbagliano, perché almeno lui, il Batman, si preoccupa e corre ai ripari: si mette al volante di una jeep. Tanto paga il solito Pantalone. Per la classe politica il bancomat pubblico è senza limiti. Basta spingere il bottone e i soldi escono sempre, come da una fontana. Anche Maruccio aspira qualcosa come 1,3 milioni di euro. Ma qui è interessante notare che una fetta discreta del capitale, 100mila euro circa, viene ingoiata dalle macchinette in sala giochi. Vizio maledetto e inguaribile. Finanziato, pure quello, dagli italiani. Nell'arca dell'abbondanza c'è di tutto. Perfino il tagliaerba e la sega circolare presi dal piemontese Andrea Stara. E pure la riparazione dell'auto della moglie: Silvestro Ladu, ex assessore sardo, la sistema e poi sistema tante altre cose. Il totale è di 253mila euro. Da inserire nel catalogo delle vergogne.

Pd, parlamentarie farsa. Bersani ha pronto un listino bloccato per 90 big

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Una listino con 90 nomi per salvare Bindi&co. che hanno paura di perdere la candidatura alle politiche. Il Pd dà lezioni di democrazia ma in realtà è solo una truffa


Matteo Orfini lunedì chiederà alla direzione nazionale di abolire il listino del segretario. Ma il responsabile alla cultura del Pd sa già che Pier non accetterà


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Il Pd è "democratico". A modo nostro. Dovrebbe aggiungere il segretario Pierluigi Bersani. L'apertura alle primarie anche per scegliere i parlamentari da candidare alle prossime politiche ha fatto pensare ad un partito aperto e senza timori. In realtà tutto il baraccone messo su da Bersani&Co. è una presa in giro per mettersi l'abito elegante della democrazia diretta e girare invece di notte con lo scettro del despota. Infatti le primarie per il parlamento non saranno aperte proprio a tutti. Per essere più chiari: non tutti dovranno misurarsi con il voto della base per avere il pass della candidatura. C'è una casta bella grande che invece verrà candidata senza passare dalle urne del 29 e 30 dicembre. Il problema lo solleva anche chiaramente e senza mezzi termini Matteo Orfini, responsabile cultura del pd, in un'intervista all'Huffington Post.

La casta dei 90 -  Orfini non manda giù il fatto che ci sia una quota di almeno 90 nomi riservata al segretario Bersani. Ovvero Pier potrà scegliere almeno 90 uomini da candidare direttamente senza passare dalle primarie parlamentari. E per smascherare il grande bluff di Bersani, Orfini lunedì porterà alla Direzione nazionale del partito una proposta che scatenerà un terremoto dentro i piani alti del pd. La Bindi e Marini e gli altri matusalemme del pd già tremano. La proposta è semplice: abolire la quota riservata al segretario. " “Nessun politico deve esimersi dal misurarsi con il consenso degli elettori. Riserverei la quota bloccata esclusivamente a persone della società civile.

Nessun politico dovrebbe aver paura di confrontarsi con il consenso. Dunque tutti i nostri dirigenti, sia quelli che si misureranno per la prima volta con una elezione in Parlamento, sia gli uscenti, si sottopongano al giudizio degli elettori", ha spiegato Orfini. Insomma il messaggio è chiaro: la legge è uguale per tutti, altrimenti queste primarie sono una farsa. Orfini è già rassegnato però alla sconfitta. I big e Bersani non accetteranno mai questa proposta. Immaginate la Bindi che deve rifare la campagna elettorale per prendere le prefernze per una candidatura?

Troppa fatica, meglio stare nel listino bloccato di Bersani. "Io la proposta la porterò lunedì in direzione nazionale. So già che tanto non passerà", afferma, senza speranza, Orfini. Scavando dentro le stanze del pd appaiono due anime. Una che al rinnovamneto ci crede davvero e non vuole figli e figliastri. Un'altra quella di Bersani che usa il rinnovamento come volano di marketing. L'unico slogan per queste parlamentarie del pd che possa essere coerernte è: "Voi occupatevi delle briciole, che ai big ci pensiamo noi", firmato Bersani. E' questa la lezione di democrazia che il pd vuole dare agli altri partiti?

La Casta fa affari pure con la crisi: ecco i politici che ci hanno guadagnato

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Tra azioni, immobili e buoni del Tesoro, nell'anno della tempesta finanziaria i politici diventano più ricchi

 di Franco Bechis


Pier Ferdinando Casini vende. Non che abbia diritte superlative: proprio nel bel mezzo della tempesta finanziaria sull’Italia, il leader dell’Udc ha pensato bene di sbarazzarsi dei titoli azionari più sicuri che aveva nel portafoglio, quelli tedeschi. Antonio Di Pietro compra. Che cosa? Che fantasia: ancora casa, il 3 agosto 2012 a Montenero di Bisaccia.  Emma Bonino vende un negozio. Renzo Lusetti si acquista un Suv e azioni bancarie. Il vecchio leader repubblicano Giorgio La Malfa sa che è tempo di crisi e bisogna risparmiare. Così si vende l’Alfa 147 acquistata nel 2008 e si prende in leasing una Lancia Musa.

Sempre fedele alla Fiat, però. Il portavoce dell’Udc, Roberto Rao, ha scelto di acquistare 20 mila euro di Btp nel momento più rischioso (un grande affare, però, perché i rendimenti erano da record: il 10 novembre 2011). Paola Concia ha invece formalizzato nella dichiarazione patrimoniale depositata alla Camera dei deputati di essersi sposata. Questo in effetti è avvenuto con la compagna Ricarda Trautman, con cui si è sposata a Francoforte.

Ma la dichiarazione «coniugata» depositata in Parlamento ha il sapore di una provocazione politica: la legge italiana infatti non riconosce i matrimoni gay, per cui la Concia è nubile come era l’anno precedente. La sua disobbedienza civile però non ha voluto affrontare grandi rischi. «Coniugata»   è scritto nella copertina della dichiarazione patrimoniale depositata alla Camera, ma non è contenuta all’interno della dichiarazione dei redditi, in cui è segnata la casella «nubile» per non incorrere nell’accusa di frode fiscale.

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150 dichiarazioni - Sono alcune delle chicche che emergono dalle nuove dichiarazioni dei redditi dei parlamentari, quelle presentate nel 2012 e che sono consultabili solo per i circa 150 deputati e senatori che hanno accettato di metterle on line nel proprio spazio sul sito della Camera o del Senato. Un anticipo sul tradizionale -  e obbligatorio a termini di legge -  deposito di tutte le dichiarazioni dei redditi annuali di parlamentari e ministri tecnici.

Con la chiusura anticipata della legislatura dei redditi 2012 dei parlamentari si rischia di perdere ogni traccia, e anche dovessero spuntare fuori nella prossima primavera, l’interesse sarà rivolto ai nuovi entranti. Si perderanno le tracce perfino di molti protagonisti del governo tecnico, la cui trasparenza sui redditi si è fermata agli obblighi di legge e alla loro situazione patrimoniale a fine 2010, ben prima che assumessero ruoli di governo. Conviene fare tesoro quindi di quelle 150 dichiarazioni volontarie fin qui volontariamente presentate, facendo presente che la trasparenza non è di casa nella maggiore parte del Parlamento, e che quindi solo un ristretto manipolo di deputati e senatori - non pochi leader - hanno aderito alla campagna sulla trasparenza on line lanciata dai radicali, ovviamente tutti presenti. 

Le dichiarazioni reddituali e patrimoniali messe on line volontariamente fra agosto e novembre sono anche una buona cartina al tornasole di come si siano comportati con il proprio patrimonio mentre quello degli altri italiani veniva ampiamente tosato sia dalle tempeste sui mercati sia dalle manovre economiche varate alla fine del governo di Silvio Berlusconi sia durante il governo di Mario Monti. I due tosatori - è bene dirlo in anticipo, non sono nel ristretto elenco di chi ha accettato la trasparenza. Non vi figurano né Monti, né Berlusconi né i loro due ministri che hanno ampiamente pescato nelle tasche degli italiani: Giulio Tremonti e Vittorio Grilli.

Portafoglio titoli - Sono pochi i politici che hanno mosso il proprio portafoglio di investimenti mobiliari. Il più famoso è certamente Casini, che nell’anno della crisi ha pensato soprattutto a fare cassa vendendo gran parte delle azioni acquistate solo un anno prima:  cedute 987 azioni Intesa San Paolo e 262 azioni Eni. Ma ceduti anche i piccoli pacchetti di azioni tedesche Baasf (53 azioni), Daimler Ag (33 azioni), Siemens Ag (37 azioni), Allianz Se (40 azioni), Sap Ag (84 azioni), Bayer Aktingasellschaft (47 azioni) e una raffica di titoli francesi: Lvmh Moet Hennessy Louis Vuitton, Schneider Electric, AXA, l’Oreal, Total, e Vinci. Casini ha messo in vendita per altro mezza Europa, cedendo titoli belgi (Anheuser-Busc InBev), spagnoli (Iberdrola) e olandesi (Unilever).

Piuttosto attiva sui titoli azionari anche la moglie di un  famoso leader politico, Walter Veltroni. Lei si chiama Flavia Prisco, e nell’anno della crisi ha movimentato quasi 79 mila euro in titoli azionari esteri. Sono indicati nella dichiarazione dei redditi solo con un codice, e quindi è difficile scoprire su quali Paesi abbia puntato. Magari anche sull’Africa, tanto cara al marito. Dal modello unico si riesce solo a capire il valore complessivo di quegli investimenti finanziari esteri della signora Veltroni: 650 mila euro, che sono sempre una bella sommetta. Tanto più che lei presenta una dichiarazione dei redditi da 33.178 euro, che si somma a quella del marito di 235.063 euro. È  la classica coppia che deve stare attenta al redditometro, perché con quel patrimonio (non mancano case) e quel reddito si rischia l’accertamento automatico.

I Veltroni poi debbono temere il programma economico di Nichi Vendola come pochi altri: verrebbero tosati senza pietà. C’è da scommettere che faranno il tifo per Mario Monti premier. Anche Vincenzo Vita (del Partito democratico), ex sottosegretario alle Comunicazioni, presenta un rapporto dettagliato dei propri investimenti mobiliari. Ma le cifre qui sono assai ridotte e alla fine ammontano a 59 mila euro investiti in fondi comuni, 38 mila euro in obbligazioni e 60 mila euro di premi lordi versati. Renzo Lusetti, oltre a comprarsi un suv Mercedes (Ml 320) ha ricevuto in eredità 2.900 azioni Bper e ha acquistato invece 36 mila azioni della Banca delle Marche e 5 mila azioni Tercas.

Il mattone - Sono molti di più quelli che hanno seguito - chissà con quale risultato  - la scelta di investimento principe suggerita da Di Pietro: il mattone. Emma Bonino ha fatto trading nel settore: ha comprato una casa a Roma con relativa soffitta, in compenso ha venduto un negozio di sua proprietà sempre a Roma il 26 giugno scorso. In più ha ereditato una piccola quota di immobili a Torino e a Cavalermaggiore, in provincia di Cuneo. Ha solo venduto sei porzioni di immobili il capogruppo Pd al Senato, Anna Finocchiaro, e due ne ha cedute a familiari.

Ma non si può sapere molto di quelle transazioni perché tutti i dettagli sono stati da lei stessa cancellati con pennarello nero per questioni di privacy. Roberto Rosso, deputato che è uscito e rientrato nel Popolo della Libertà, sfoggia un bel patrimonio immobiliare nella nuova dichiarazione dei redditi: alloggio a Trino Vercellese e a Sestriere (ma in condominio), poi la comproprietà di un alloggio ad Alassio e a Trino Vercellese di una casa, di un magazzino, di un bar centrale e di un negozio di alimentari.

Hanno acquistato appartamenti anche due ex ministri come Lucio Stanca (Pdl) a Milano nel settembre scorso e Cesare Damiano (Pd) a Roma, con un mutuo Banco di Napoli. Ha ereditato a Ferrara il 50% di una casa Dario Franceschini mentre ha acquistato nel frusinate il 50% di una casa l’ex ministro Pdl Franco Frattini. A Piglio, uno dei regni immobiliari di Franco Fiorito. Evidentemente da quelle parti si fanno buoni affari.