domenica 23 dicembre 2012

Addio all'uomo sulla Lambretta Era nella foto simbolo del gallismo italiano

Corriere della sera

Morto Carlo Marchi, il fiorentino ritratto nello scatto del 1951

Lo scatto di Ruth Orkin
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FIRENZE - Era stato operato in autunno alla spina dorsale. Intervento riuscito, ma il male si era manifestato nuovamente. Nella villa di piazza Calda, sulle colline della sua Firenze, Carlo Marchi, 82 anni, imprenditore, marito di Gioia Falck (dinastia dell'acciaio), con la quale ha avuto tre figli, e fratello di Bona Frescobaldi (la famiglia del vino), ha combattuto contro un tumore con la forza di spirito che sempre lo ha contraddistinto. Poi si è arreso, assistito dalle tante persone che gli hanno voluto bene.

Era un grande personaggio, Carlo, e non solo per la foto ormai famosa del ragazzo dal viso d'angelo sulla Lambretta diventata il simbolo del «latinloverismo», ma anche per la vita straordinaria tra Stati Uniti e Italia, New York e Hollywood. Marchi aveva una somiglianza sorprendente con Clint Eastwood e nella capitale del cinema veniva scambiato spesso per l'attore. Qui si era fatto molti amici, da Gregory Peck a Henry Fonda. E aveva avuto un flirt con la figlia di Henry, Jean, che poi, raccontò anni dopo, «era diventata antipaticissima». Studi in ingegneria ed economia, non aveva mai perso l'amore per Firenze dove sino all'ultimo qualche improbabile fan lo ha rincorso chiamandolo Clint.Marco Gasperetti

Che un fotografo possa diventare famoso anche per un solo scatto può succedere (anzi, la storia della fotografia è piena di casi del genere). Ma che la fama venga dall'essere il soggetto fotografato, per di più un soggetto inconsapevole, questo appare più difficile. Eppure è ciò che è successo a Carlo Marchi, secoli prima di Instagram e YouTube. Il 22 agosto del 1951 la fotografa Ruth Orkin intende dar corpo letteralmente al concetto di gallismo italiano, così assolda una fotomodella, la fa passeggiare per le vie di Firenze e la segue con la sua Leica. Il risultato è «American girl in Italy», la seconda foto più venduta al mondo.

Dieci uomini in ordine sparso sul marciapiede che spogliano con lo sguardo una donna mentre passa per strada. Carlo Marchi è il ragazzo seduto alla Lambretta, pullover, biondo, aria scanzonata, l'incarnazione del pappagallo di cui negli anni immediatamente successivi la serie cinematografica «Poveri ma belli» farà un vero e proprio prodotto di esportazione. La nostra fortuna e la nostra vergogna. Il maschio che possiede con lo sguardo, gli occhi sempre pronti, rapaci, innescati, fervidi di un'energia quasi tangibile, materiale, qualcosa di molto simile ai logoi spermatikoi del caro vecchio Democrito. Il seduttore mai pago, e per questo sempre vivo. L'infinito amatore in potenza, sempre attento a non sciupare l'occasione.

Il latin lover era diventato un marchio, un motivo di curiosità per le straniere in vacanza (anche dopo la rivoluzione femminista): forse più per il piacere di essere «corteggiate» (un altro termine macho-stilnovista) che per gli incontri galeotti che potevano derivarne. Ovviamente basta una quasi impercettibile differenza nei modi perché il Don Giovanni diventi un lumacone e, oggi che nessuno rischia cadute di stile perché non c'è più niente da cui cadere, oggi che tutti ci guardiamo, tutti contro tutti, dai nostri cilindri trasparenti e ciechi, il lumacone è una semplice, torva certezza.

Il bello è che Carlo Marchi si era allontanato anni luce da quella foto. Nel 1956 era già negli Stati Uniti dove, dopo aver studiato, fatto mille lavori e girato in lungo in largo, è diventato un imprenditore e si è sposato con quella che sarà la donna della sua vita. Tre figli e cinquant'anni trascorsi insieme. Una monogamia felice, l'utopia realizzata a dispetto del cliché a cui ha dato il volto. La sua esistenza è la miglior dimostrazione di quanto possa essere diversa la realtà dall'immagine pittoresca e troglodita nella quale il mondo ama ancora rinchiuderci (anche grazie alla complicità di qualche campagna pubblicitarie dei grandi brand del cosiddetto made in Italy).

Mauro Covavich
23 dicembre 2012 | 8:56

Troppo bella? Il capo ti può licenziare

La Stampa

L’ha stabilito la Corte Suprema dell’Iowa: se la donna rappresenta una minaccia per il matrimonio del superiore può essere “cacciata”


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Una dipendente troppo bella e attraente da rappresentare una minaccia per il matrimonio del suo capo può essere licenziata. Lo ha stabilito la Corte Suprema dell’Iowa, precisando che un licenziamento sulla base di queste motivazioni potrebbe non essere giusto e corretto ma non viola le norme vigenti sui diritti civili in Iowa.

La sentenza della Corte Suprema arriva in risposta al caso presentato da Melissa Nelson, licenziata dopo 10 anni da suo capo perché la loro «relazione era percepita come una minaccia» per la sua famiglia. Nelson, sposata con due figli, è stata assistente di John Knight nel suo studio dentistico fino al 2010, quando è stata licenziata su richiesta della moglie di Knight che, dopo aver trovato alcuni messaggi che i due si erano scambiati, ha chiesto al marito di allontanarla. Nei messaggi - ammette la stessa moglie di Knight - non c’era allusione a un’eventuale relazione fra i due.

Una retorica da canzonette del pm quasi-candidato

Corriere della sera

Ingroia e la politica dopo la parentesi Onu in Guatemala

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Quelli come Antonio Ingroia non si accontentano di fare bene il loro lavoro, vogliono anche redimere il mondo. Per loro la spada della Giustizia è sempre senza fodero, pronta a colpire o a raddrizzare le schiene. Dicono di impegnarsi ad applicare solo la legge senza guardare in faccia nessuno, ma intanto parlano molto delle loro indagini anche fuori dalle aule giudiziarie, contenti di esibire la loro faccia. L'esposizione mediatica, gli interventi ai congressi di partito sono un diritto, ma per dimostrare la propria imparzialità non bastano frasi a effetto, intrise di retorica alla Toto Cutugno: «Partigiani della Costituzione», «Il libro dei sogni», «Un tesoro smarrito sul fondo dell'anima» (non della schiena, dritta per intenderci).

Dopo un periodo di pausa attiva (da due mesi stava svolgendo un lavoro investigativo patrocinato dall'Onu in Guatemala contro i narcos), dopo il via libera del Csm, Ingroia ha offerto la sua disponibilità a candidarsi (io ci sto!) chiedendo ai vari Di Pietro, Ferrero, Diliberto di «fare un passo indietro». Tra i fan del nuovo líder máximo spiccano i nomi di Moni Ovadia, Sabina Guzzanti, Fausto Bertinotti, Gino Strada, Vauro.

L'ex procuratore aggiunto vorrebbe anche Maurizio Landini e Michele Santoro. In Guatemala ci è finito mentre si chiudeva «la madre di tutte le indagini» della Procura di Palermo, quella sulla presunta trattativa Stato-mafia, con le famose intercettazioni riguardanti anche il Colle (che non pochi problemi hanno creato nei rapporti istituzionali) e il consigliere giuridico del Quirinale, Loris D'Ambrosio, un tempo stretto collaboratore di Giovanni Falcone, stroncato poi da un infarto.

A Palermo ha abbandonato l'inchiesta nella sua fase più delicata e il comizio di venerdì non ha certo giovato alla sua reputazione (già incrinata dalla gestione di Massimo Ciancimino) e alla credibilità della magistratura italiana, alimentando il sospetto che l'attività giudiziaria, specie se clamorosa, venga intesa da alcuni come opportunità per una carriera politica. Le debolezze del magistrato non lo rendono più umano, ma soltanto più simile a un cittadino al di sotto di ogni sospetto.



Ingroia in politica, "Nasce un nuovo polo alternativo a Berlusconi e Monti" (21/12/2012)

Aldo Grasso
23 dicembre 2012 | 10:32

Regista napoletano ucciso in Brasile L'amico confessa: «Sono stato io»

Il Mattino

di Maria Chiara Aulisio


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NAPOLI - Ucciso da un amico in seguito a una lite. Thiago Sousa Santos, 22 anni, venditore ambulante di Bahia, lo ha confessato tra le lacrime a Mariana Ouais capo della «terza delegacia de homicídios» di Salvador dopo cinque ore di duro interrogatorio. «Sì, sono stato io ad ammazzare Tito Piscitelli». Il regista napoletano, quarantadue anni, volontario in un’organizzazione umanitaria per la difesa dei diritti dei bambini nelle favelas, era stato colpito con un coltello alla gola la notte del 24 novembre in un vicolo del centro di Bahia.

La polizia inizialmente pensò a una rapina, l’uomo fu trovato in strada senza più soldi, oggetti e documenti di identità: le prime indagini ipotizzarono che a scatenare la furia omicida di uno o più malviventi potesse essere stata una reazione della vittima all’aggressione. L’altro ieri la svolta. Prima la confessione, poi l’arresto del giovane brasiliano con l’accusa di omicidio. Il «Correio de Bahia», principale quotidiano della cittadina di Salvador, riporta alcuni stralci dell’interrogatorio e ricostruisce fedelmente la dinamica della drammatica vicenda sulla base degli atti forniti al giornale dal capo della locale sezione omicidi.

A incastrare Thiago Sousa Santos - spiegano gli investigatori - sono state le telecamere, quelle installate lungo la strada dove si è consumato il delitto e quelle per il videocontrollo montate all’interno dei negozi di elettronica dove il giovane brasiliano era andato a fare acquisti utilizzando la carta di credito del volontario napoletano. «Thiago Sousa - si legge nella nota della polizia - è stato ripreso dalla videosorveglianza mentre entrava nel vicolo di Ladeira dos Aflitos in compagnia di Attilio Piscitelli. Le stesse telecamere lo hanno filmato di nuovo dopo qualche minuto mentre tornava indietro da solo.

Subito dopo la scoperta del cadavere dell’italiano». Nei giorni successivi all’omicidio, prima che i familiari di Tito Piscitelli bloccassero la sua carta di credito, il ragazzo brasiliano si era concesso un discreto shopping. Aveva acquistato televisori, stereo, computer, telefoni cellulari e dvd in alcuni centri commerciali della città senza pensare alle tracce che avrebbe lasciato. Così, non è stato difficile per gli investigatori risalire all’identità del giovane trovato in casa di alcuni parenti presso i quali aveva trovato ospitalità nel tentativo di far perdere le tracce. Al capo della sezione omicidi Thiago Sousa Santos, che pare avesse già precedenti penali, ha raccontato che la lite è avvenuta per banalissimi motivi, un vivace botta e risposta sfociato in una violenta discussione.

Non si esclude l’ipotesi che il litigio tra i due potesse anche essere collegato all’attività di volontario che Tito svolgeva nelle favelas dove probabilmente aveva conosciuto il giovane venditore ambulante. Piscitelli, un passato da regista, si era trasferito a vivere in Brasile circa quattro anni fa: «Lo ricordo perfettamente - dice l’avvocato Mario Luiz Piccaglia de Menezes, Console onorario del Brasile a Napoli - era venuto qui da poco per questioni legate al visto. Sono davvero addolorato, è una brutta vicenda che ha molto colpito anche la comunità brasiliana a Napoli e che spero non intacchi l’immagine di un paese quotidianamente impegnato nella lotta alla delinquenza e alla criminalità».


sabato 22 dicembre 2012 - 10:10   Ultimo aggiornamento: 14:02

L’ex sindaco torna libero Leini lo applaude come un re

La Stampa

Dopo il carcere e i domiciliari per i legami con la ’ndrangheta

nadia bergamini
leini


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Cappotto blu, completo scuro e cravatta viola. Sono circa le 11 quando fa la sua apparizione tra lo stupore generale. L’occasione è l’inaugurazione del nuovo asilo nido, a Leini. Il nastro è appena stato tagliato da un gruppo di bimbi, mentre il prefetto di Vercelli Giovanni Icardi, uno dei tre commissari governativi che dallo scioglimento del Comune per presunte infiltrazioni mafiose, governa la città con i colleghi Rita Piermatti e Flavia Pellegrino, legge un breve documento, quando Nevio Coral, l’ex sindaco della città, imputato nel processo «Minotauro» con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, ossia di aver fatto affari con la ‘ndrangheta, varca la soglia della nuova struttura.

Carezze ai bambini
Nell’ingresso ci sono intere famiglie con bambini al seguito, rappresentanti delle associazioni locali, insegnanti, semplici cittadini. L’attenzione di tutti si concentra subito su di lui, tutti gli occhi sono puntati e le parole si fermano. Coral, da venerdì pomeriggio è un uomo libero. Il giudice, infatti, gli ha revocato gli arresti domiciliari che da mesi lo tenevano separato dal mondo. In tanti gli si fanno subito incontro, gli sorridono. Qualcuno azzarda: «Finalmente è tornato. Meno male». Lui saluta tutti, sorride, accarezza i bambini.

Un lungo abbraccio è destinato ai suoi ex consiglieri, Angela Ricco Pitta e Monica Zanini, presenti alla cerimonia. Poi è la volta del parroco, don Carlo Fassino, che sulla vicenda ha sempre tentato di smorzare i toni. Applausi, strette di mano e abbracci: Coral visita tutte le aule, mentre la folla gli si fa incontro con aria rassicurante, solo qualcuno, sconceretato dall’accoglienza che gli viene riservata, mugugna in un angolo “ma non si vergogna? Un po’ di pudore non guasterebbe!”.

Accuse dimenticate
E’ una voce fuori dal coro. Leini o meglio una buona parte di leinicesi che mai ha creduto davvero alla sua colpevolezza, è come se all’improvviso la città avesse ritrovato il suo re, come se a nessuno importassero le pesantissime accuse, le indagini. Qualcun’altro prova a sottolineare a denti stretti: «Va beh, gli hanno tolto i domiciliari, ma continua a essere imputato. Mica lo hanno assolto ancora». Tutto è, infatti, ancora da decidere. Ma a nessuno sembra interessare». Coral osserva tutti e si gode la libertà, accompagnato da un’incredibile e quanto mai imprevedibile bagno di folla. Una scena (quasi) insolita per Leini, per il Piemonte, per il Nord.

La sfida di Iwobi L'africano lumbard punta al Pirellone

Corriere della sera

Bergamo lo lancia, atteso l'ok di Salvini


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Non si può ancora parlare di ufficialità. Ma Tony Iwobi da Gusau, Nigeria, ha già superato due selezioni su tre. Se anche la Lega Lombarda guidata da Matteo Salvini darà il suo via libera, il lumbard africano di casa a Spirano sarà in assoluto il primo leghista di colore a correre per il Pirellone. Iwobi, 54 anni, è del resto abituato a essere «il primo»: il primo leghista venuto dall'Africa eletto in un Consiglio comunale (nel 1995, proprio a Spirano) e il primo a diventare capogruppo di maggioranza con preferenze record, il primo a diventare anche assessore (nel gennaio di quest'anno, delega ai Servizi sociali) con la giunta padanissima di Giovanni Malanchini. Per non parlare del tesseramento, avvenuto nel 1993 .

In Italia dal '76, Iwobi di professione fa l'informatico: nel suo Comune, da presidente della commissione Cultura, ha promosso iniziative - balzate sotto i riflettori della cronaca - per la promozione del dialetto, dalla segreteria telefonica bilingue (italiano e bergamasco, esordio per tutti con un sonoro «Oela!»), ai corsi di dizione. A chi gli chiede perché ha scelto la Lega, Iwobi risponde riferendosi al suo Paese d'origine: «In Nigeria il federalismo ha dato soluzioni».

Non solo. Sull'immigrazione ricorda che «è giusto che tutti rispettino le regole. Gli immigrati onesti, integrati e perbene sono i primi a essere d'accordo». Quello di Iwobi è uno dei nomi che giovedì sera, nel clima incandescente dovuto all'esplosione dell'ultimo filone dell'inchiesta sui presunti rimborsi illeciti in Regione, è stato avallato dalla segreteria provinciale orobica per la corsa alle regionali. Un imprimatur giunto dopo che le sezioni si erano consultate e a loro volta avevano presentato al direttivo guidato da Cristian Invenizzi una quarantina di nomi.

Molti sono stati scremati, ora tocca alla Lega lombarda, che arriverà a nove. Iwobi sembra essere uno dei favoriti, visto anche il bacino di voti rappresentato dall'area della Bassa che lo ha indicato. La certezza non è assoluta, ma le possibilità che il lumbard africano di Spirano diventi una delle opzioni fra cui i bergamaschi potranno scegliere in vista del voto di febbraio è concreta. La segreteria orobica ha poi lanciato altre candidature, fra cui quella del capogruppo a Palafrizzoni, Alberto Ribolla, e dei sindaci Silvana Saita (Seriate), Roberto Anelli (Alzano) ed Heidi Andreina (Credaro). Per la Valle Brembana schierata la segretaria di circoscrizione, Antonella Gregis.

Ha preferito invece dedicarsi al ruolo di coordinatore federale dei Giovani padani Lucio Brignoli, dato come possibile candidato - nella Lega 2.0 è uno dei volti nuovi emergenti - ma che ha deciso di non scendere in campo. La rosa di nomi è stata vagliata contemporaneamente alla richiesta per gli uscenti del Consiglio regionale coinvolti nell'inchiesta sui rimborsi - Daniele Belotti, Giosuè Frosio e Roberto Pedretti - di fare un passo indietro.

Non essendo più da esaminare la loro situazione, la scelta definitiva sui candidati avverrà già sui tavoli della Lega lombarda e non in Consiglio federale, dove si parlerà invece dei parlamentari. Sui deputati i bergamaschi hanno inoltrato una valutazione: se l'operato di Giacomo Stucchi, oggi vicesegretario federale, è stato promosso a pieni voti e sufficiente è stato definito l'impegno di Pierguido Vanalli e Nunziante Consiglio, su Carolina Lussana sarebbe giunta una bocciatura. Questo sulla scorta anche del «poco presente sul territorio» sottolineato dalla circoscrizione di riferimento. Un parere negativo che mette un macigno sulla corsa al parlamento.

Anna Gandolfi
23 dicembre 2012 | 11:56

A Natale non comprare un cucciolo, adottalo: scatta la campagna per i cani abbanondani

Il Giorno

 

"È Natale, ricordati di me" è questo lo slogan della campagna lanciata dalla piazza del Duomo di Monza, dall'onorevole Michela Vittoria Brambilla, a nome della Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente


CatturaMichela Vittoria Brambilla presenta la campagna "E' Natale, ricordati di me"

Monza, 22 dicembre 2012 - "È Natale, ricordati di me" è questo lo slogan della campagna lanciata dalla piazza del Duomo di Monza, dall'onorevole Michela Vittoria Brambilla, a nome della Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente. "Portare a casa un cucciolo – afferma – vuol dire introdurre in famiglia un nuovo compagno di vita. Prima di compiere un passo così impegnativo è doveroso riflettere bene sulla responsabilità che comporta. Ma una volta maturata la decisione, per renderla ancora più bella e significativa, è molto meglio andare in un rifugio e scegliere lì il nuovo amico, anzi – come spesso accade – "farsi scegliere" da lui. Per ogni cucciolo comprato, magari a caro prezzo, ce n'è uno costretto a vivere in un canile dove non potrà mai conoscere il calore di una famiglia".

Non tutti sanno che, secondo i dati ufficiali del ministero della Salute relativi al 2011, oltre 142 mila cani attendono nelle 915 strutture di accoglienza del nostro Paese. Animali che si possono adottare direttamente, portandoli a casa, o "a distanza", contribuendo al loro mantenimento. "Adottare per Natale un animale abbandonato – afferma Michela Vittoria Brambilla – è un gesto d'amore che farà molto bene a tutti: al nuovo amico, che troverà attenzioni e coccole, alla famiglia adottante, che sarà arricchita da un nuovo affetto, a questo Paese che ancora combatte la piaga del randagismo. Basta poco per trasformare un buon Natale

Il ritorno arancione di Bertinotti: "Ingroia mi piace, e io ci sto"

Libero

L'ex leader comunista benedice il partito delle toghe. Scrive un peana per il pm e spera anche in una chiamata


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Un endorsement per Ingroia che preoccupa lo stesso pm. Fausto vuole tornare in sella?

Fausto Bertinotti torna a farsi sentire. Dal suo blog sull' Huffington Post benedice il nuovo movimento arancione di Antonio Ingroia. Insomma l'ex presidente della Camera ed ex leader di Rifondazione Comunista con un messaggio chiaro fa due cose: spinge l'ex pm a candidarsi e con un endorsement esplicito spera magari in una chiamata da parte di Ingroia. Bertinotti mette il cappello sul partito togato e dice pure lui: "Io ci sto". Con un giro di parole Fausto vuole dichiarare amore eterno ad Ingroia: "L'avvio della campagna elettorale avviene sotto i peggiori segni.

E, mentre ritorna anche Berlusconi, prende corpo, per la prima volta in Italia, un partito borghese che, sotto l'insegna di Mario Monti, può diventare un partito di massa. Come era facile prevedere e come avevamo previsto, il governo Monti è stato un governo costituente. La piattaforma politica e programmatica sulla quale il centrosinistra ha effettuato le primarie, e con la quale si presenta alle elezioni, non rompe con questo quadro, non ne rappresenta un'alternativa ma, accettando di fatto il dettato centrale delle politiche di rigore, ne configura solo una versione emendata.

C'è bisogno di ben altro e di tutt'affatto diverso. Una lista di alternativa a quest'Europa reale sarebbe un bel segno e meriterebbe un incoraggiamento". Ingroia ora sa che Bertinotti è con lui. Ma c'è da giurare che l'ex pm farà a meno di un apparentamento con l'ex leader comunista. Lui vuole facce nuove, non vecchi dinosauri.

Il libro e la svastica Il destino nero degli intellettuali SS

Stenio Solinas - Dom, 23/12/2012 - 08:34

Ecco come giuristi, economisti e filosofi scelsero Hitler. Umiliati dalla Grande Guerra, cercavano la rivincita

Credere, distruggere di Christian Ingrao (Einaudi, 405 pagine, 34 euro) ha per sottotitolo «Gli intellettuali delle SS». Racconta come giuristi, economisti, filosofi, linguisti e storici che ne fecero parte teorizzarono una coscienza e superiorità di razza che, una volta calata nel crogiolo della Seconda guerra mondiale, si fuse nell'Est Europa nella pianificazione di una distruzione di massa nei confronti di chi, essendo “inferiore”, poteva e doveva essere eliminato.


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Nato come tesi di dottorato, il saggio di Ingrao, attualmente direttore dell'«Institut d'Histoire du Temps Présent» di Parigi, ricostruisce in primis il retaggio della sconfitta tedesca nella Grande guerra in chi, per età, non aveva fatto a tempo a parteciparvi; analizza poi la militanza culturale nazista come reazione a questo vissuto; affronta infine «le pratiche genocidiarie delle Einsatzgruppen sul fronte orientale e nella partecipazione alle politiche di germanizzazione e di trasferimento di popolazioni, anch'esse innervate da tensioni utopiche e omicide». In pratica, come sottolinea l'autore, Credere, distruggere è, a livello storiografico, la replica tematica di ciò che, a livello narrativo, è stato il romanzo Le Benevole di Jonathan Littell, uscito a cavallo fra la discussione universitaria di quella tesi e la sua successiva trasformazione in volume.

In Credere, distruggere, molta importanza viene data al «silenzio degli Akademiker», ovvero il tabù della Grande guerra, indice per Ingrao non di una tabula rasa, di un'insignificanza, ma di un trauma. Lo stesso discorso vale, ancora con più forza, per «l'assenza universale di evocazione della sconfitta tedesca del 1918». In sostanza, l'impossibilità di rievocare quell'esperienza vissuta in età infantile e/o adolescenziale, è da legarsi al «coagularsi di una credenza nella scomparsa - a scadenza più o meno breve - della Germania statuale, certamente, ma anche biologica». Ciò che non viene nominato, insomma, è dovuto da un lato al suo essere inconcepibile, e dall'altro rimanda a un angoscia apocalittica per ciò che potrebbe accadere. Viene anche da qui, secondo Ingrao, l'idea di vivere assediati «da un mondo di nemici» e, attraverso il nazismo, il transfert di una rivincita anche ideale, il sogno di un invincibile «Grande Reich millenario».

È una ricostruzione per molti aspetti condivisibile, a cui però manca il tassello, come dire, politico. Come e perché quelle frustrazioni di un ceto intellettuale colto, ben educato, si trasformano in una realtà di massa, in un partito di massa che arriva al potere attraverso libere elezioni? Senza soffermarvisi, Ingrao riporta in proposito una frase di Ernst von Salomon su cui vale invece la pena riflettere: «Fu allora che divenne chiaro in tutte le discussioni che c'era qualcuno, un ospite muto, ma del tutto visibile e che tuttavia dominava la discussione, perché proponeva i temi, descriveva i metodi, determinava le azioni. E quell'ospite muto si chiamava Adolf Hitler».

Von Salomon non era uno scrittore qualunque. Nato nel 1902, neppure lui aveva fatto a tempo a partecipare alla guerra, ma in realtà, dopo il 1918, c'era stato il «tempo dei disordini», i «corpi franchi» impegnati a difendere i confini di quello che era stato l'impero del Kaiser e contemporaneamente a lottare contro il bolscevismo interno, la resistenza contro l'occupazione alleata e lo scontento legato alle clausole del trattato di Versailles che praticamente strangolavano la Germania. A nemmeno vent'anni, von Salomon aveva fatto parte della squadra che aveva assassinato Walter Rathenau, il politico che incarnava ai loro occhi la resa tedesca, e dopo la prigionia aveva continuato un'attività di sovversione intellettuale nei confronti dell'odiata Repubblica di Weimar. I giornali e le riviste dell'epoca si chiamavano

La Resistenza, l'Avanzata, l'Azione, il Fronte Germanico, proliferavano le leghe e le associazioni di ex combattenti, il cemento rappresentato dalla Grande guerra prima, dal già citato «tempo dei disordini» dopo, si trasformava in un muro eretto contro il neonato Stato tedesco a cui non veniva riconosciuta alcuna legittimità. Il «silenzio» da parte dei più giovani di cui parla Ingrao, e il loro rifiuto di «evocare la sconfitta» si univano insomma al reducismo vociante e bellicoso dei fratelli maggiori per i quali l'esercito, per quanto umiliato dalle draconiane imposizioni dei vincitori, rimaneva l'unico vero legame con la grandezza passata.

All'interno di tale situazione, dove il disprezzo per Weimar si univa però a una condizione di «sorvegliato speciale» che impediva alla Germania una realistica scappatoia militar-golpista, Hitler, dopo l'errore iniziale del mancato putsch di Monaco, si inserì con una strategia di conquista legale del potere, dall'interno dunque, dalle istituzioni, dal basso e non dall'alto, e coagulò istanze di rivincita, nostalgie di ciò che era stato, insicurezze economiche del presente, in un blocco popolare in grado di sublimarle e armonizzarle.

Come scriverà von Salomon, che al partito nazista non aveva aderito e che del razzismo non aveva mai voluto saperne («Ho consultato l'enciclopedia. Ariano è un ceppo linguistico. Sono forse un vocabolo?»), il problema era che quelli come lui avevano scritto «una volta della fede nel nostro popolo, del suo grande compito storico; avevo parlato una volta dei nostri sogni supremi, dell'immane e supremo fine per raggiungere il quale ci eravamo mossi; avevo una volta, e per questo i miei camerati erano morti, per questo ci eravamo lasciati trascinare attraverso i penitenziari, avevo una volta coniato il detto che il nostro fine supremo, la nostra più intima fede era la vittoria della germanicità sulla terra!». Nell'incarnare il destino tedesco, di fatto Hitler diveniva per von Salomon, anche contro lo stesso von Salomon, una fatalità a cui era impossibile sottrarsi.

L'inabissarsi di von Salomon in colpe non sue, il suo essere comunque partecipe di «un destino tedesco», ha nel saggio di Ingrao un contraltare nel generale Otto Ohlendorf, responsabile del Servizio di sicurezza (SD) della Germania nazista, «uno dei rappresentanti più vicini a Himmler e, allo stesso tempo, uno dei membri eminenti della burocrazia ministeriale», responsabile dei massacri di massa nell'Europa dell'Est. Nel 1948 a Norimberga, Ohlendorf prova a giustificare il proprio operato, anche se così facendo sa di condannarsi di fronte al tribunale alleato, e lo fa in un'ottica tedesca dalle quale è estraneo ciò che intanto è accaduto, ovvero la rinascita politica della Germania, una Germania senza esercito, renana e federale, rivolta a Occidente...

Parla ancora come se si fosse nel 1918, come se il sistema di credenze naziste avesse ancora senso e, al di fuori di esso, non ci fosse altro che «carestia, rivoluzione e derelizione nazionale». E invece la Germania è sopravvissuta al «destino tedesco» che qualcuno aveva deciso di incarnare in suo nome, e non è un caso che di fronte a un Ohlendorf che prova a spiegarlo e a un von Salomon che se ne assume le colpe, Hitler avesse già scelto di sigillarlo con un reciproco patto di morte.

Fini, highlander della Casta: solo lui non si è dimesso...

Libero

Gianfranco promise: "Mi dimetto quando cade il Cav". E' passato un anno: non lo ha fatto e ha difeso la scelta rendendosi ridicolo. Ma ora dovrà lasciare lo scranno più alto di Montecitorio


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L'orridissimo Fini (copyright del Cavaliere). Gianfranco contrattacca Berlusconi: "L'orrido è lui, che non si è mai fatto vedere sul banco dei deputati". Il leader di Fli, al contrario, sulla sua poltrona si è palesato con solenne regolarita. Anzi, lo scranno di presidente della Camera lo ha occupato. E non lo hai mai mollato.

Promesse da Fini - Tutto ebbe inizio dopo lo strappo, dopo il "che fai, mi cacci?", dopo le accuse e le schermaglie con Silvio Berlusconi. "Io sono pronto a dimettermi da presidente di Montecitorio nello stesso momento in cui Berlusconi si dimette da presidente del Consiglio", disse il 24 febbraio del 2011 nel salotto televisivo di Michele Santoro. Un'affermazione ridicola, ma tant'è. Poi il Cavaliere, più di un anno fa, per la precisione alle 21.40 di sabato 12 novembre, lasciò l'incarico di premier. E Liberocominciò a premere su Gianfranco: d'altronde una promessa è una promessa, e va rispettata. Ma Fini è un bugiardo. Passa un'ora, passa un giorno, passa una settimana, passa un mese, passa un anno. Si è dimesso? Nemmeno per idea.

Risposte sconcertanti - Ogni promessa è debito, ma non per l'emblema della Casta, Gianfranco Fini. Il leader futurista - che lo scranno di presidente lo avrebbe abbandonare da tempo, da quando fa politica attiva con il suo partitino - ha difeso la sua posizione cimentandosi in sconcertanti acrobazie retoriche. Una su tutte. Si tratta della risposta che diede a uno studente nei giorni caldi dell'insediamento di Monti (era il 12 dicembre 2011), quando (ormai da un mese) stando alle sue parole avrebbe dovuto lasciare. "Come mai Berlusconi si è dimesso e lei no?", chiese tagliente il ragazzo. E Gianfranco: "Io ho detto che mi sarei dimesso quando lo avrebbe fatto Berlusconi. Ma le dimissioni di Berlusconi sono arrivate dopo la constatazione del venire meno della solida maggioranza di cui disponeva". Ogni commento è superfluo.

Lo scandalo dei benefit - Ora però, con le dimissioni di Monti, la parabola di Fini a Montecitorio, volente o nolente, sta per terminare. Gianfranco dovrà mollare lo scarnno al quale disattendendo ogni promessa si è incatenato. Val la pena ricordare, in conclusione, che Fini godrà di alcuni benefici (auto blu, uffici, personale) per essere stato presidente della Camera, seppur tra i più parziali della storia repubblicana. Vale ancor di più la pena ricordare che in questa legislatura, i benefit per gli ex persidenti della Camera, sono stati sforbiciati: prima erano a vita, ora dureranno "solo" dieci anni. Ma con un'eccezione: per gli ex presidenti eletti deputati nella scorsa o nell'attuale legislatura i 10 anni decorreranno a partire dalla fine di questa legislatura. In soldoni, sono stati "sforbiciati" solo Pietro Ingrao e Irene Pivetti. Fini, giusto per intendersi (come Violante, Casini e Bertinotti), avrà i benefit fino al 2023.

La Cia contro il film sull'eliminazione di Bin Laden

La Stampa

Il direttore Morell smentisce "Zero Dark Thirty": non è stato tutto merito dell'agente Maya e del "waterboarding", errata la ricostruzione dell'attentato a Khost

maurizio molinari corrispondente da newyork


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La Cia si scaglia contro "Zero Dark Thirty", il film di Kathryn Bigelow e Mark Boal, che racconta come l'America ha cercato, trovato ed eliminato Osama bin Laden. Le critiche di Langley alle pellicole di Hollywood non sono una rarità ma un comunicato firmato dal direttore - seppur ad interim - della Cia per smontare il valore di un film è qualcosa che ha ben pochi precedenti. 

Michael Morell guida la Cia dall'indomani delle dimissioni di David Petraeus in attesa della scelta del successore ed è in tale veste che ha pubblicato online un "messaggio ai dipendenti" nel quale solleva tre obiezioni di fondo al thriller appena uscito nelle sale d'America. La prima è di metodo perché "la ricerca di Osama bin Laden è stato uno sforzo durante un decennio condotto grazie all'impegno continuo di centinaia di agenti" e dunque "non può essere attribuito a un ristretto gruppo di individui" come avviene nel film, evidenziando in particolare il ruolo avuto dall'agente Maya, interpretata da Jessica Chastain.

Si tratta di un'obiezione che lascia trapelare lo scontento che molti 007 devono aver sollevato, non condividendo evidentemente il ruolo centrale assegnato a Maya ed a pochi altri. In secondo luogo, scrive il direttore ad interim, "il film dà la forte impressione che gli interrogatori condotti con tecniche rafforzate sono state decisivi per trovare Bin Laden" mentre si tratta di "un argomento di dibattito che non sarà mai risolto". In questo caso è un'obiezione dal forte significato politico perché gli "interrogatori rafforzati" - come viene definito il "waterboarding", l'affogamento simulato, che si vede in più scene del film - furono autorizzati dall'amministrazione Bush e sospesi da quella Obama, passando attraverso un aperto duello fra l'ex vicepresidente Dick Cheney e il presidente Obama che ha spaccato l'intelligence community.

Il film avvalora la tesi di Cheney e il comunicato di Morell risponde difendendo di fatto le posizioni di Obama. Ma è la terza obiezione quella più aspra perché chiama in causa la rappresentazione sullo schermo dell'attentato kamikaze contro la base della Cia a Khost, in Afghanistan, nel quale il 30 dicembre 2009 morirono sette agenti segreti infliggendo a Langley il bilancio più sanguinoso dall'indomani dell'11 settembre 2001. "Il film si prende delle libertà nella descrizione del personale Cia e delle sue azioni, inclusi di alcuni morti servendo il nostro Paese e non possiamo accentare che una produzione di Hollywood offuschi la loro memoria" scrive Morell. 

Il problema nasce dal fatto che "Zero Dark Thirty" attribuisce l'attentato di Khost ad un errore della donna che guidava il locale team della Cia: talmente convinta di aver trovato una fonte capace di portarla a Bin Laden da convincere la sicurezza della base a far entrare la sua auto senza sottoporla ai rituali controlli, con il risultato di consentire all'agende doppio di farsi esplodere nel bel mezzo di un gruppo di agenti Cia e di militari.

Più fonti di intelligence e militari hanno in passato attribuito la strage di Khost a gravi errori della Cia ma la smentita di Morell punta a difendere l'onore di Langley. Il direttoe ad interim ammette che la Cia, attraverso il suo ufficio di pubbliche relazioni, ha aiutato Bigelow e Boal ma si discosta nettamente dai risultati sullo schermo, sottolineando come "ci troviamo di fronte ad un film e non ad un documentario". E dunque la vera storia dell'eliminazione di Bin Laden deve essere ancora raccontata. 

Ironia della sorte vuole che a criticare "Zero Dark Thirty" siano oggi esponenti dell'amministrazione e del partito democratico - prima di Morell era stata la senatrice democratica Dianne Feinstein a farlo - mentre fino a pochi mesi fa chi più temeva l'impatto della pellicola erano i repubblicani, prevedendo che avrebbe esaltato il ruolo del presidente Obama.

Il giorno del maestro

La Stampa

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yoani sanchez


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Erano quasi le dieci quando una vicina ha bussato alla mia porta. Suo nipote doveva portare un regalo alla maestra e la signora cercava carta colorata per confezionare un pacchetto. Da qualche parte avevamo un po’ di carta con dei fiorellini lilla disegnati, sufficiente per incartare due saponette e un rossetto. Oggi, il bambino è uscito di casa tutto contento, con il regalino tra le mani, verso una scuola che sin dal primo mattino diffondeva musica dagli altoparlanti.

Il giorno dell’educatore è sempre stato una grande festa in tutti i collegi cubani, un momento in cui gli studenti celebrano i professionisti dell’insegnamento. Ma non è certo il momento di fare troppe feste né di nascondere con commemorazioni la situazione attuale di questo importante settore. 
L’alta qualità dell’educazione cubana, che tanti nel mondo continuano a indicare come un esempio di efficienza, è un miraggio almeno dagli anni Ottanta. Mantenuta dal Cremlino, la nostra Isola arrivò a esibire una struttura scolastica che non aveva niente a che vedere con le sue reali possibilità economiche e produttive.

Come se un uomo debole e senza denti possedesse un braccio degno del più robusto culturista. La sproporzione - tra ciò di cui godevamo e quel che realmente potevamo permetterci - risultò evidente quando venne a mancare il sussidio sovietico e le scuole del paese entrarono in uno stato di profonda crisi dal quale non si sono ancora riprese. Una crisi che non riguarda soltanto il deterioramento materiale dei locali e delle aule, ma anche la perdita di qualità dell’insegnamento e la svalutazione da un punto di vista etico - morale dell’educazione. 

Il maestro è al centro del problema, perché non è più un professionista rispettato ma si è trovato a occupare gli ultimi gradini della scala lavorativa. Gli esperimenti per formare pedagoghi emergenti hanno peggiorato la situazione, al punto che oggi è normale trovare insegnanti di spagnolo che non conoscono la differenza tra literal (letterale) e literario (letterario). 

L’eccesso di ideologia, il modo manicheo di illustrare la propria storia nazionale, il taglio della creatività e dello spirito critico, sono alcune tra le tante caratteristiche negative che oggi presenta l’educazione cubana. Nonostante tutto, ci sono ancora professori che si distinguono per la dedizione e la preparazione con cui svolgono il loro compito. Educatori che non hanno perso la voglia di insegnare, nonostante i bassi salari, il collasso materiale, la mediocrità dilagante e l’intromissione della politica nel loro lavoro. A questi insegnanti, i migliori auguri per un giorno di festa. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Incubo mine, la grande alleanza per salvare migliaia di bambini

Gaia Cesare - Dom, 23/12/2012 - 09:06

Sono circa 110 milioni gli ordigni disseminati in mezzo mondo. Una Onlus raccoglie fondi e li devolve a chi opera sul campo

L'ultima è stata trovata su una spiaggia della penisola di Skallingen. Era il 2009 e la Danimarca credeva di essersi già liberata dall'incubo.


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Invece l'incubo si è chiuso solo pochi giorni fa, quando quella mina è stata rimossa dal suolo e la Danimarca si è proclamata, insieme a Gambia, Guinea-Bissau, Giordania, Repubblica del Congo e Uganda, uno degli ultimi sei Paesi ad aver bonificato il proprio territorio e oggi ufficialmente mine-free, libero dalle mine. Anche nella pacifica e progredita Europa, ci sono voluti 67 anni per stanare appena ottomila ordigni sul territorio danese. Un dato che offre la misura di una sfida globale ben più difficile da vincere. Nel mondo, secondo le stime delle Nazioni Unite, sono ancora circa 110 milioni le mine disseminate dai Balcani al Medio Oriente fino al Sud Est asiatico, sia in mare che in terra: 23 milioni solo in Egitto, 10 milioni in Afghanistan, 16 milioni in Iran, 10-20 in Angola, 3 milioni nella vicina Bosnia. Ventimila le vittime ogni anno, di cui un terzo sono bambini.

Feriti, mutilati o uccisi da questi residuati di guerra che colpiscono anche quando le armi tacciono: è di appena sei giorni fa la strage di dieci bambine in Afghanistan. Con un triste primato che ci riguarda: fino ai primi anni Novanta, l'Italia è stata fra i principali produttori di mine terrestri e anti-uomo. Poi la firma al trattato di Ottawa del 1997, con il nostro Paese impegnato a osservare il divieto di produzione, acquisto, vendita o utilizzo delle mine anti-uomo. «L'Italia ha eccelso nella produzione, ora ha insieme un obbligo morale e una grande opportunità per contribuire alla soluzione del problema», spiega Manoli Taxler, che alla luce dell'esperienza accumulata nel suo lavoro per conto delle Nazioni Unite, da Haiti al Sudafrica alla Somalia, a settembre ha fondato la Onlus «Associazione per lo Sminamento umanitario».

Con un chiaro intento: trovare canali non commerciali per il finanziamento di operazioni di sminamento umanitario e delle attività ad esso collegate, dall'educazione delle popolazioni al rischio delle mine, alla cura delle vittime fino alla distruzione dei depositi. «Il nostro obiettivo è mettere insieme professionisti del settore, a loro vogliamo lasciare le attività operative. Io e gli altri soci ci occuperemo di trovare fondi, con l'intento di erogarli ad associazioni già specializzate, alle Ong straniere che già operano nel settore, a programmi di sminamento già avviati». Il traguardo - insiste Taxler - è quello delle zero vittime in un anno.

Per questo servono denaro e professionalità. D'altra parte ci vogliono circa 2-3 euro per produrre una mina ma mediamente più di mille per distruggerla. Un lavoro lungo e difficile, il cui esito più sicuro si ottiene con un intervento manuale, che richiede personale specializzato che proviene prevalentemente, ma non esclusivamente, dall'esercito. Un lavoro che può richiedere l'utilizzo di macchine o il supporto di cani addestrati a fiutare l'esplosivo o addirittura di ratti sminatori e che va effettuato in condizioni particolari, quando le temperature non sono troppo alte né troppo basse e dopo un'attenta valutazione delle condizioni del terreno. «Perché non succeda quello che accade in Irak, dove i bimbi vengono mandati dai loro genitori a raccogliere ferraglia per poi rivenderla a peso, ma tornano a casa senza una mano o senza una gamba - racconta Taxler.
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O come succede in Sud Sudan, dove le popolazioni cacciate dalle proprie terre dopo anni di conflitto vorrebbero rientrare nelle loro case, coltivare il terreno che ha lasciato loro il nonno, ma non possono perché i campi sono completamente minati». Ora anche l'Italia può fare la sua parte. Con la speranza che gli Stati Uniti, unico Paese della Nato ancora fuori dal Trattato di Ottawa, e gli altri 32 Paesi non firmatari (tra cui Cina, Russia, Turchia, Egitto, Finlandia, Israele) tornino sui propri passi e dicano addio alle mine.

007, paparazzi, curiosi I droni invadono i nostri cieli

La Stampa

Dilaga la moda degli aerei senza pilota: al Giglio in tre sorpresi a filmare il relitto Costa

massimiliano peggio
torino


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Piccoli e agili come insetti, sono destinati a conquistare i cieli danzando sulle leggi della fisica. Sono i nano robot volanti: i droni fai da te, gioielli di elettronica alla portati di tutti, o quasi. Volano fino a 150 metri d’altezza. Sono silenziosi, portano con sé telecamere ad alta definizione. Un tempo c’erano i gadget da rivista per ragazzi a insidiare la privacy altrui: mini cannocchiali spia, cimici da 007 della porta accanto. Fregature da quattro soldi, per lo più. Adesso no. Con la tecnologia «prêt-à-porter», i droni sono più simili a elicotteri in miniatura quasi invisibili. Altro che giocattoli. Sono cyberpredatori capaci di spostarsi in qualsiasi punto dello spazio e con qualsiasi inclinazione.

Nati nella laboratori militari, i grandi droni strategici hanno rivoluzionato il modo di fare la guerra. Aerei senza pilota. Uccidono a distanza senza mettere a repentaglio la vita dei soldati. Macchine alla Blade Runner per intenderci, oggetti da fantascienza. Nelle università e nelle aziende di giovani visionari tecnologici, invece, si sono sviluppati piccoli esemplari per impieghi comuni. Si usano per spot pubblicitari, nel cinema, nella sorveglianza e nella sicurezza urbana. Ma non per questo i piccoli robot volanti, i quadrotor, dotati di quattro eliche, sono meno sofisticati dei cugini militari. 

Il web è pieno di siti e di immagini che raccontano l’epopea di questi droni e della loro diffusione amatoriale e professionale. Sono macchine intelligenti che volteggiano e imparano a correggere i propri errori. Si stabilizzano a mezz’aria, fanno «tonneau» in spazi ridotti. E si controllano a distanza come banali modellini, con consolle portatili dotate di monitor. Dal 1991 c’è anche una competizione internazionale: l’International Aerial Robotics Competition (Iarc), che si è tenuto per la prima volta nel campus della Georgia Institute of Technology. E Diy Drones è il sito che raccoglie i creatori di droni da tutto il mondo: «This is the home for everything about amateur Unmanned Aerial Vehicles, UAVs» si legge nella home page. 

E come in tutti i fenomeni ci sono anche gli abusi. I pirati dell’aria. Nei giorni scorsi tre ragazzi, due austriaci e uno svizzero, sono stati fermati dai carabinieri mentre spiavano il relitto della Costa Concordia con un drone dotato di telecamere. Del ronzio del nano robot volante se ne sono accorti gli operai addetti alla messa in sicurezza della nave adagiata davanti alla coste del Giglio. Di fatto i tre ragazzi non hanno commesso nessun reato, ma attorno al relitto vige il divieto di sorvolo. 
Più in generale i droni non possono violare impunemente gli spazi del cielo, che è soggetto alle leggi dell’aviazione civile. Non possono spingersi al di sopra dei 150 metri, senza incorre in violazioni. Ma il vero rischio, in futuro, non è il volo.

È la difesa della privacy. La tecnologia migliora e con essa l’accessibilità e anche i prezzi si riducono. Tra qualche anno si avranno nano robot sempre più piccoli, non più grandi di una libellula. Altro che giochi da spie. I cyberpredatori artigianali, magari assemblati in garage, saranno giocattoli ideali per «paparazzi». E perché no, anche di pirati tecnologici e di terroristi. Come fantasmi i nano droni potranno entrare dalle finestre, superare recinzioni, insinuarsi nelle fessure e rubare informazioni. Non c’è limite alla fantasia. Finché i robot non prenderanno coscienza di sé, bisognerà affidarsi alla coscienza di chi li governa. Dopo, non restano che Asimov e le sue leggi sulla robotica: «Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno». 

Usa, troppo flatulento in ufficio: gli arriva lettera di richiamo formale

Il Messaggero


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NEW YORK - «Troppo flatulento», tanto da creare un ambiente «intollerabile» e «ostile» con i colleghi. È la reprimenda formale inviata, in una lettera di cinque pagine, a un dipendente federale americano, accusato di «rilasciare odori non piacevoli» per i suoi colleghi di ufficio.

«Flatulenza incontrollabile». L'uomo, 38 anni del Maryland, aveva presentato prima del richiamo formale la documentazione medica sul suo stato di salute, alla base della flatulenza e che lo ha tenuto lontano dal posto di lavoro per diversi giorni. Una giustificazione che, però, non è servita: nella lettera di richiamo si precisa che «nulla della documentazione presentata indica che la flatulenza è incontrollabile. Si ritiene che sia una condizione da poter tenere sotto controllo».

La lettera di richiamo.
La saga è andata avanti per mesi prima della reprimenda: in maggio il dipendente era stato avvicinato dai responsabili del dipartimento. Ma nulla era accaduto. Lo stesso si è ripetuto nei mesi successivi fino a quando le lamentele dei colleghi hanno portato a una lettera formale.


Sabato 22 Dicembre 2012 - 15:32
Ultimo aggiornamento: 15:48

Arriva il paté salva-oche È vegetale e non ingrassa

Corriere della sera

Il successo di «Faux gras» (e i dubbi dei buongustai)

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Decisivi sono stati i video degli animalisti dove si mostrano le sofferenze inflitte alle oche, ingozzate di mangime. E così in Francia, ma non solo, è scattata una nuova offensiva pre-natalizia contro il foie gras . Il Paese è stato messo sotto inchiesta dalla Commissione europea perché il 75% del prezioso paté sarebbe prodotto in condizioni illegali, ma la protesta ha presto valicato i confini nazionali per coinvolgere anche la vicina Gran Bretagna: giovedì la Camera dei Lord ha ritirato il foie gras dal menu mentre il ministro dell'Agricoltura ha chiesto ai cittadini inglesi di boicottarlo, come ha già fatto lo scorso ottobre in Italia la Coop, che ha deciso di non venderlo più.

Quello del foie gras è un mercato «crudele» che solo in Francia coinvolge, ogni anno, 700 mila oche e 4 milioni di anatre. Ma la rivincita degli animali passa ora attraverso le creative battaglie dei difensori dei loro diritti, i quali, come racconta Le Monde , stanno scuotendo la coscienza dei francesi e degli europei, invitandoli a trascorrere feste di fine anno senza crudeltà. E diffondono nuovi prodotti come il «Faux Gras», pubblicizzato soprattutto in Belgio dal sodalizio animalista Gaia: un «finto» paté vegetale, di produzione tedesca (Tartex) che ormai si trova anche nei supermercati alla modica cifra di 3,50 euro all'etto.

L'aspetto è verosimile, ma il gusto? C'è chi storce il naso di fronte a un vago sapore di cannella e tartufi, ma è consolante sapere che, oltre ad essere eticamente corretto, ha il 40 per cento in meno di calorie di quello vero. Anche in Italia i paté biologici cominciano ad essere apprezzati (quelli della Allos e della Landkrone sono al gusto di curry o di peperoncino oppure mescolati a polvere dei preziosi funghi essicati Shitake), mentre cresce l'interesse per tutte le alternative agli alimenti di origine animale.

Perché tanti sono i cibi «crudeli» o scarsamente ecocompatibili. Nella lista dei peggiori, l'americano Huffington Post inserisce, ad esempio, il tonno rosso, forse il caso più clamoroso di pesca intensiva, dove la quantità di pesce catturato supera di gran lunga la quota consentita con pericolose conseguenze ambientali (la specie mediterranea è quasi al collasso). E non va meglio con le pinne di squalo, «lussuoso» cibo della cucina cinese (dove una zuppa può costare anche 70 euro) che comporta l'usanza cruenta di tagliare le pinne allo squalo vivo, per poi rigettarlo in mare dove spesso muore dissanguato.

Senza dimenticare le aragoste che secondo tradizione vengono buttate nell'acqua bollente mentre sono ancora vive. Ma anche la carne d'allevamento è finita nella lista nera dell'alimentazione americana: allevare animali destinati alla macellazione industriale è dannoso sia per l'ambiente, provocando inquinamento da gas metano, sia per gli animali, spesso tenuti in condizioni impossibili.
 E dunque è il momento delle alternative vegane e vegetariane: tonno e salmone, ad esempio, contengono gli acidi grassi essenziali Omega 3? Ebbene, al loro posto, si possono utilizzare olio e semi di lino, in assoluto la fonte vegetale più ricca di questo prezioso elemento.

Nulla di punitivo: sono infatti l'ingrediente base dell'ottima crema Budwig, pilastro della dieta Kousmine, sempre più seguita. I semi macinati vanno mescolati a succo di limone, semi oleosi (noci, mandorle o nocciole), yogurt e frutta fresca. Quanto alla carne, in prima fila tra i suoi sostituti ci sono i legumi (dal lupino ricco di azoto al tempeh o alla soia sempre più diffusa), seguiti dalle farine di cereali (come il seitan o il muscolo di grano), per finire con il tofu, detto anche «formaggio vegetale», in realtà una proteina, sempre ricavata dai fagioli della soia.

E per veglione di fine anno, Cornelia Pelletta, che tiene i corsi di cucina vegetariana socratica, suggerisce un «paté d'oca contenta», fatto mescolando proprio il tofu, tagliato a dadini e sbollentato, a carciofini sott'olio, oppure a funghetti, o ancora a pomodorini secchi, mentre Dario Cicala, che gestisce la gastronomia naturale «Mens Sana» a Milano, propone paté a base di legumi, creme di lenticchie rosse (bastano 15 minuti e un tocco di curcuma) o ancora lo strudel di alghe, con pasta sfoglia di kamut. Dulcis in fundo, l'hummus macrobiotico di Elena Alquati, dell'associazione «L'Ordine dell'Universo»: ai ceci messi a bagno per un'intera notte e cotti per un'oretta si aggiungono le preziose prugne umeboshi, la tahina e cipolla grattugiata cruda. E sarà un veglione all'insegna della bontà.

Giovanna Pezzuoli

Giovanna Pezzuoli
23 dicembre 2012 | 10:13

L'annus horribilis di Tonino: da corteggiato ad appestato

Paolo Bracalini - Dom, 23/12/2012 - 08:15

Abbandonato dai suoi, escluso da Vendola, snobbato da Ingroia, De Magistris e Grillo oggi Di Pietro vale meno del 2%. E si riduce a finanziare le convention degli arancioni


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Roma - Grillo non è interessato, il Pd neppure, Nichi Vendola non ne ha bisogno, persino Antonio Ingroia e Luigi de Magistris (lanciato in politica da lui), gli impongono condizioni («con noi se fai un passo indietro»), mentre la sua Idv perde pezzi e quasi si squaglia.

Non c'è dubbio, questo 2012 andrà rubricato come l'annus horribilis di Antonio Di Pietro. I sondaggi lo danno sotto il 2%, un disastro. Come da copione quando i leader sono in disgrazia, gli ex yes men scoprono all'improvviso la parola «no», e se ne vanno in cerca di più fortunati lidi. Così è successo a Di Pietro che alla Camera è da tempo sotto il numero minimo legale per avere un suo gruppo parlamentare. Ha iniziato che aveva una trentina di deputati, alla fine ne aveva 17, quasi la metà, il partito con più fuggitivi del Parlamento. La prospettiva di non essere più in grado di far rieleggere qualcuno, nemmeno se stesso, non aiuta a far proseliti.

Dalla foto di Vasto (Bersani, Vendola e Di Pietro) scambiata per il viatico di un nuovo centrosinistra, sembra passato un secolo, non un anno. Dopo aver vissuto sulle disgrazie del Pd, raccogliendone i frutti, il giochetto si è rivoltato contro di lui e ora si trova fuori dall'orbita del Pd, con le vie d'uscita sbarrate, da una parte e dall'altra. Per Grillo che viaggia da solo col suo M5S su medie da secondo o terzo partito, imbarcare Di Pietro sarebbe inutile e anzi dannoso. Al massimo lo candiderebbe al Quirinale, come beau geste, sapendo che resterebbe tale.

L'unico spiraglio, per Di Pietro, sono gli arancioni di Ingroia, una lista civica che lo accetterà solo se rinuncia al simbolo Idv e al posto da capolista, riservato al magistrato palermitano, che in questo caso tratta da forte contro debole. Di Pietro però ha ancora armi a sua disposizione. Primo, un piccolo patrimonio di voti, quelli rimasti. Secondo, i soldi, che la sua Idv ha messo da parte negli anni d'oro del finanziamento pubblico. Un fondo di diversi milioni di euro che si rivela utilissimo, ora, per lanciare una nuova formazione priva di risorse.

E Di Pietro ha già iniziato a «sponsorizzare» Ingroia. Confida un braccio destro di Tonino che la manifestazione arancione del 12 dicembre al teatro Eliseo di Roma è stata pagata (3mila euro) con le casse dell'Idv. E anche la convention di venerdì al teatro Capranica è stata coperta dal generoso pretendente al posto (nella lista civica), Antonio Di Pietro. Nella stessa condizione di Di Pietro, costretto a far la corte a Ingroia se non vuole farsi cinque anni fuori dal Parlamento, ci sono altri partitini come i Verdi, Rifondazione comunista e Federazione della sinistra.

Via i simboli, e a rischio sopravvivenza è un sacrificio relativo, ma poi quanti ne accetteranno, di politici di professione, Ingroia e De Magistris? Il rumor, raccolto dal dipietrista Francesco Barbato, parla di due posti in lista a partito. «Siamo al manuale Cencelli, alla lottizzazione delle liste come nella prima Repubblica - si arrabbia Barbato -. Ma chi è Ingroia per dare le patenti agli altri? Che ne sa lui di politica? E perché De Magistris non si occupa piuttosto di Napoli, visto che fa il sindaco?».

Il problema riguarda soprattutto la nomenclatura dell'Idv, unico partito in Parlamento di quelli che confluiranno nella lista degli Arancioni. I fedeli rimasti con Di Pietro si dannano per essere ricandidati, ma non c'è posto per tutti, e molte candidature sono irricevibili se Ingroia vuole pulizia e società civile. La Mura, tesoriera di Tonino fin dagli inizi, ad un passo dal rinvio a giudizio a Massa, verrà digerita dagli Arancioni? E gli altri parlamentari uscenti Idv? Problemi di difficile soluzione per Di Pietro. Meno male che l'annus horribilis sta per finire.

Ecco l'equazione del divorzio perfetto

Gaia Cesare - Mer, 12/09/2012 - 08:54

Serve per stabilire quanto dare al coniuge dopo l’addio ed evitare lunghi e costosi iter giudiziari

Si comincia coi fiori e le promesse eterne e si finisce con la calcolatrice in mano. Altro che formula dell'amore perfetto (l'ultima l'ha elaborata l'università di Monaco).


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Per evitare che la Guerra dei Roses intasi i tribunali, gli inglesi sono pronti ad affidarsi alla formula del divorzio perfetto. Un modo per avere la certezza che se e quando si arriverà al triste addio, ognuno sappia quanto avrà in tasca. Calcolate la differenza di reddito fra i coniugi, individuate una cifra che va dall'1,5 al 2 per cento di quella differenza, moltiplicatela per ogni anno di coabitazione fino a un massimo di 25 anni e saprete fin d'ora quanto aspettarvi alla fine del vostro matrimonio (sempre che non ci sia prole al seguito, per quella c'è una formula più complicata). Così in Canada, dal 2005, hanno evitato un gran numero di controversie matrimoniali, senza per questo sminuire il ruolo dei giudici, che rimangono formalmente non vincolati dalle linee guida stabilite per legge. Un esempio? Lui guadagna 60mila euro l'anno, lei ne guadagna 30mila, vivono insieme da vent'anni: lui dovrà a lei fra i 9mila e i 12mila euro l'anno.

Les jeux sont fait. Fine dello stillicidio di accuse, ripicche, inganni, trovate diaboliche per sborsare di meno o incassare di più. Almeno così sperano i membri della Commissione giustizia inglese, le cui conclusioni faranno parte di un rapporto che verrà sottoposto l'anno prossimo ai ministri competenti. Con il chiaro obiettivo di sollevare i tribunali da lunghe e costose cause per stabilire come dividere i beni quando tra i coniugi non c'è intesa sull'addio. La novità - che in Italia, invece, è una certezza - è che tra le raccomandazioni dispensate a Londra dalla Law Commission c'è quella di escludere dal divorzio l'abitazione di famiglia, ereditata o acquistata prima il matrimonio.

Accade così che mentre i cervelloni di mezzo mondo si accaniscono per trovare la formula dell'amore perfetto, i lucidi giuristi di Sua maestà stiano cercando la formula del divorzio sostenibile. D'altra parte, recenti studi governativi hanno svelato che il numero dei divorzi nel Regno Unito è aumentato dal 2009 a un tasso annuale del 4,9%. Se poi è vero quanto sostengono i sociologi di tre diverse università americane - cioè che il divorzio è contagioso e che l'addio fra una coppia di amici aumenta del 75 per cento le possibilità che una coppia si lasci (si chiama divorce clustering) - allora è meglio correre ai ripari.

Anche perché divorziare costa caro, soprattutto a Londra, dove ogni coniuge finisce per sostenere un costo di circa 40mila sterline tra consulenza legale, perizie e burocrazia. Con qualcuno in grado di speculare sulle disgrazie altrui. Succede infatti che siano nati proprio a Londra e dintorni i primi fondi di investimento per finanziare le separazioni. Con un ritorno annuale dell'8 per cento circa per gli investitori che mettono sul piatto un minimo di 20mila sterline.

Ecco perché da tempo, pur professando l'importanza della famiglia e del matrimonio, a Downing Street e dintorni stanno studiando un modo per accelerare la pratica più in voga del momento. Cercando di mettere a punto il divorzio fai-da-te, a portata di click, con accesso libero al divorce information hub, un network in grado di dare tutte le dritte giuste sull'ammontare degli alimenti e la custodia dei figli. Riduzione dei tempi, risparmio di denaro pubblico e privato e minore stress per figli e coniugi sono gli obiettivi dei consulenti governativi.

Forse per evitare spiacevoli inconvenienti come quello registrato l'anno scorso nel Lancashire, dove il devoto marito Andrew Castle ha modificato una poltrona di casa e l'ha trasformata in una sedia elettrica legandola con un filo di metallo alla corrente. La meritata vendetta dopo la richiesta di divorzio della sua cara Margaret.

Mettersi in regola? No, grazie Ai cinesi piace la clandestinità

A Prato, capitale del "distretto parallelo" del tessile, le domande di emersione dal lavoro nero sono state appena mille. A fronte di 25mila irregolari stimati


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Chiamateli pure fantasmi. Perché nonostante siano il motore di quel «distretto parallelo» industriale che produce ogni giorno un milione di capi di abbigliamento low cost - con un giro d'affari di due miliardi - gran parte dei cittadini cinesi che lavorano nel manufatturiero di Prato per aziende di connazionali non esistono né per il comune della città toscana né per il ministero degli Interni.
Erano e rimangono in gran parte clandestini. Lavoratori inchiodati alle macchine da cucire per dodici ore al giorno, sette giorni su sette. Senza nessuna tutela e spesso senza neppure un'identità.

Anche se hanno garantito ai loro boss asiatici introiti da capogiro nel bel mezzo della crisi economica peggiore degli ultimi ottanta anni. Lo dicono i dati del Viminale sulla sanatoria che si è chiusa il 15 ottobre scorso e ha permesso a 134.576 lavoratori stranieri irregolari, in tutta Italia, di tentare la strada della regolarizzazione (le domande devono essere vagliate dal ministero). A Prato, la via d'uscita dall'emersione è stata percorsa da appena 1054 lavoratori extracomunitari irregolari. Chiamarlo flop è un eufemismo. Perché i numeri non lasciano dubbi ma avevano lasciato speranze. Le stime - elaborate sulla base di statistiche e a seguito dei blitz quotidiani sulle imprese del manufatturiero «parallelo» e del suo indotto - parlano di circa 20-25 mila clandestini presenti sul territorio.

Considerata l'altissima densità di immigrati cinesi a Prato - i residenti sono 13.056 su un totale di 30.186 stranieri, cioè quasi la metà, e inclusi i «non» residenti rappresentano il 43,3% della popolazione straniera totale - l'amministrazione comunale prevedeva un'emersione di almeno 8mila e fino a 12mila lavoratori clandestini provenienti dal gigante asiatico. D'altra parte le imprese orientali attive a Prato - secondo un libro-inchiesta della giornalista Silvia Pieraccini - sono circa 4.500, di cui 3.400 solo nel distretto degli abiti low cost. E invece nulla di fatto. Anche perché la metà delle 1.054 domande è stata presentata da lavoratori domestici, colf o badanti e non da lavoratori nel settore industriale, come sono gran parte dei cinesi presenti a Prato e dintorni.

«I dati sono più che deludenti», spiega al Giornale Giorgio Silli, assessore all'Integrazione della prima amministrazione comunale di centrodestra a Prato in cinquant'anni di potere rosso incontrastato. Come nel resto d'Italia, a giustificare la scarsa adesione può avere influito un sistema esoso e poco ghiotto: era previsto che la domanda venisse presentata dal datore di lavoro, dietro versamento di mille euro, non rimborsabili in caso di rifiuto di domanda, e oltre al pagamento degli ultimi sei mesi di contributi evasi. Ma tutto questo non basta a spiegare il fenomeno.

«Era l'occasione della vita per molti imprenditori cinesi, quella di non andare in carcere», spiega l'assessore Silli riferendosi alle pene previste, da sei mesi a tre anni di carcere e una multa di 5mila euro per chi impiega un lavoratore straniero irregolare. E invece «hanno calcolato che il pagamento dei contributi avrebbe reso il loro prodotto non più concorrenziale». «Non solo -spiega Silli, che ci tiene a ricordare di aver lavorato molto in questi anni per l'integrazione e si lancia ora in una lettura sociologica del fenomeno -: i lavoratori cinesi sono disposti a farsi schiavizzare perché sanno o sognano anche loro di diventare un giorno imprenditori».

Delusione e rabbia da parte delle istituzioni pratesi, che vedono l'industria tessile cinese e il suo indotto ingrassare in barba alle regole italiane. «E poi ogni giorno circa un milione e mezzo di euro parte via money transfer da Prato verso la Cina». Il distretto parallelo marcia ma lascia a bocca asciutta la città.

Depardieu batte Hollande E la gauche medita vendetta

Gaia Cesare - Sab, 22/12/2012 - 07:48

Ormai è un corpo a corpo. Una battaglia tra due visioni del mondo, della politica e del futuro della Francia. Una sfida che si combatte non solo a colpi di idee, ma anche di numeri e soprattutto di simboli.
 

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L'affaire Depardieu - la decisione dell'attore di lasciare la Francia e di prendere un nuovo passaporto (belga?) per sfuggire alla scure fiscale della gauche di François Hollande - ieri si è arricchito di nuovi avvincenti spunti di discussione e scontro: un sondaggio per Le Figaro che racconta come la maggioranza dei francesi «comprenda» la fuga di Depardieu e una lettera al vetriolo inviata a Libération da Catherine Deneuve in difesa della star amica. In tutti e due i casi sono punti nel pallottoliere di «Gégé». Ai quali però il governo vuole rispondere con una linea ancora più dura sui super-ricchi, rispolverando una vecchia idea del «nemico» Sarkozy: aprire la caccia agli «espatriati fiscali» per tassarli sulla base della nazionalità e non della residenza.

È la prova che il caso Depardieu non smette di agitare Parigi e di animare il dibattito sul successo, sul denaro come ricompensa del talento, sulla libertà di goderselo o il dovere di rendere alla propria patria un pezzo della fortuna che ci si è conquistati. Una lotta fra destra e sinistra, ma non solo. La battaglia sta diventando guerra ora che di mezzo ci sono i Grandi, i giganti del cinema che hanno reso la Francia un brand internazionale quanto il foie gras. Così Catherine Deneuve e Brigitte Bardot sono scese in campo da una parte, quella di Depardieu, mentre l'attore comico Philippe Torreton combatte dall'altra, quella del governo socialista che insegue il sogno di togliere ai ricchi per dare ai poveri. Ideologia, insulti, vendette, risentimenti. E ieri l'ultima puntata di questa saga in cui il dibattito sul «patriottismo fiscale» dei ricchi sta coinvolgendo non solo i francesi ma l'intero palcoscenico mondiale.

Ad animare gli spettatori, i numeri sfoderati dal Figaro: il 40% dei francesi «comprende» la decisione di Obélix di lasciare la Francia (mentre il 35% si dice invece choccato dalla sua scelta) e il 41% sostiene che il livello delle imposte dirette e indirette «è troppo alto e incita i più ricchi a lasciare il Paese». Più che il principio di tassare i ricchi, a cui si dicono favorevoli 8 francesi su 10, è il livello delle imposte a sembrare sproporzionato, tanto da giustificare la fuga di star e milionari. Poi c'è la polemica sui toni e gli argomenti usati contro Gégé. Che ieri ha visto scendere in campo un'icona come la Deneuve. L'attrice ha affidato a Libération poche righe, ma dense di «sincera delusione», per replicare all'attore Torreton che qualche giorno prima aveva accusato Depardieu di «abbandonare la nave in piena tempesta».

«Con quale diritto, con quale preoccupazione democratica sembrate animare la vostra sporca vendetta?», scrive la star che accusa il collega di prendersela «con un uomo vacillante», «con il suo fisico e con il suo talento», mostrando di essere agitato «da quotidiana meschineria». «L'uomo - riferito ancora a Depardieu - è cupo ma l'attore è immenso» e «lei alla fine non esprime che tutto il suo rancore». Poi cita Voltaire: «Non sono d'accordo con le sue idee ma mi batterò fino alla morte perché le possa esprimerle». Di mezzo anche un affondo al premier Ayrault che aveva definito «meschina» la scelta di Gégé: «Parole ufficiali che non sono degne di un uomo di Stato».
La lista dei vip del cinema solidali è lunga.

Da Fabrice Luchini a Jamel Debouzze. Fino all'altra icona, Brigitte Bardot, che difende la star: «Sostengo Depardieu, vittima di un accanimento estremamente ingiusto». E attacca Torreton, chiedendogli di «tenere il suo veleno, la sua volgarità e la sua gelosia per insultare chi ne vale la pena». Parole che non spingono la gauche di Hollande a fare marcia indietro. Tutt'altro. Il ministro del Bilancio Jérôme Cahuzac vuole rincorrere gli espatriati fiscali ovunque si trovino, tassandoli sulla base della nazionalità e rivendendo anche gli accordi fiscali con altri Paesi «per evitare che quelli che decidono di vivere fuori dalle nostre frontiere si esonerino dagli obblighi fiscali che hanno nei confronti del Paese in cui sono nati, cresciuti, sono stati educati, formati e hanno conosciuto la prosperità se non la fortuna». La guerra è appena cominciata.



In Belgio l'oasi dei vip francesi in fuga dal fisco di Hollande

A Néchin, minuscolo villaggio al confine con la Francia, il rifugio di decine di milionari. A cui si è aggiunto Gérard Depardieu...

Gaia Cesare - Gio, 22/11/2012 - 08:34



«Non li vediamo mai - dice ai giornalisti venuti a curiosare, col suo francese che sa di Nord, una sorridente signora appena uscita dalla boulangerie -. Ma vediamo le loro belle case a un passo dalla frontiera. E siamo contenti». «C'est bien, c'est bien qu'ils viennent chez nous», dice un'altra soddisfatta col suo carrello della spesa. «Ci fa piacere che vengano qui. Vuol dire che si sta bene». «Qui» è Néchin, paesino da duemila anime, nel sud-ovest del Belgio, con aria buona, molte mucche, tanti campi di patate e un numero sorprendente di milionari. Quasi tutti francesi. Che infatti sono il 27% degli abitanti di questo sperduto villaggio della Vallonia. Attratti dalla campagna? Forse. Conquistati dalle ex fattorie convertite in lussuose ville? Sicuramente.

Ma soprattutto attirati come calamite da un mix ghiotto per i palati di vip e ricconi di Francia: Néchin è a 1,6 chilometri dal confine francese, (quattro minuti di macchina in tutto, appena quindici dalla rinomata Lille, capoluogo della regione francese Nord-Pas-de-Calais) ma si trova in Belgio, dove non esiste alcuna imposta sulla fortuna, né tassazione sulle plusvalenze e dove le tasse di successione sono ben più vantaggiose che in Francia. Et voilà: è sufficiente risiedere da questa parti, senza necessariamente prendere la cittadinanza, per essere assoggettati al fisco belga. Un paradiso fiscale - da oltre vent'anni - per molti milionari francesi, tra cui diversi membri della famiglia Mulliez, proprietaria dei supermercati Auchan e della catena di negozi sportivi Decathlon e tra cui anche il cantante Johnny Hallyday, scappato qualche anno fa perché stufo delle lungaggini per ottenere la cittadinanza belga.

Un'oasi che pare ancora più felice oggi ai ricconi di Francia in vista della tassa «Paperoni» che sarà introdotta tra qualche mese, cioè l'imposta al 75% sulla quota di guadagni che eccede il milione di euro, la stessa, per intendersi, che ha già messo sull'attenti Bernard Arnault, uomo più ricco di Francia e patron del colosso del lusso Lvhm, che dopo aver tentato di prendere la cittadinanza belga ha provocato enormi polemiche e ispirato l'irriverente copertina di Libération «Vattene, ricco coglione». Succede così che nella vicina città di Estaimpuis, tra un piatto di foie gras e un altro di aragosta e carciofi, nel rinomato ristorante Ferme du Château, sia stato avvistato Gérard Depardieu, star internazionale considerata da Forbes fra le più potenti e ricche del mondo. Una gita oltre confine per Obélix?

Sì, ma con un chiaro intento, rivelato per primo dal giornalista del belga Le Soir Frédéric Delepierre, abitante di Néchin, secondo cui il contratto di acquisto sarebbe già stato firmato. Interpellato direttamente dalla radio Europe-1, un Depardieu dichiaratamente alterato per le domande sull'argomento, non ha smentito la notizia. Ma ha finito per infuriare molti francesi. A cominciare dai vicini abitanti di Roubaix, località francese a nord-est di Lille (e a meno di dieci chilometri da Néchin) dove la metà dei residenti vive al di sotto della soglia di povertà. Il sindaco della città ha lanciato un appello all'attore: «Venga qui, abbiamo una grande identità e un'immagine bella e ribelle». Parole dietro le quali si nasconde anche tanta rabbia:

«Credo che i francesi siano delusi da Depardieu», spiega il portavoce del sindaco, Bertrand Moreau, perfettamente cosciente che l'invito sia semplicemente una boutade, «ma poi, perché no?», dice. «I francesi si aspettavano un po' più di militanza da lui. Siamo nel pieno di una crisi e ognuno deve fare uno sforzo, soprattutto quelli che possono permettersi di farlo. Lui può ma invece se ne va». Fugge dalla gauche di Hollande, lui che in campagna elettorale ha sostenuto lo sconfitto Nicolas Sarkozy, salendo persino sul palco del mega-raduno di Villepinte facendo il tifo per «il nuovo amico» e difendendolo dalle accuse «ingiuste» dei suoi avversari con un celebre endorsement: «Non sento che parlar male di una persona che ha fatto solo del bene». Intanto a Néchin si festeggia: «Guardatevi attorno - dice Chantal ai giornalisti corsi sulle orme dell'attore - Il paese è morto. Qui non c'è nulla. Speriamo che almeno lui sia dei nostri, che crei qualche attività e che porti un po' di buonumore».

Il piano dei soldati per uccidere Obama

In manette quattro militari: pianificavano un attentato. L'allarme: "Cresce la rabbia contro di lui"


Lo ami o lo odi, recita la locandina del documentario anti-presidente che in soli tre giorni ha sbancato il botteghino a stelle e strisce. E a giudicare dal clima che si respira da qualche tempo negli Stati Uniti, sembrano sempre più numerosi gli americani che covano odio per Barack Obama. Un odio cieco e viscerale, che in genere attraversa e prende di mira le più illustri presidenze, ma che con l'arrivo di un nero alla Casa Bianca si è combinato all'intolleranza razziale e a uno pseudo patriottismo d'accatto in grado di generare un mix esplosivo, fatto non solo di disprezzo verbale, ma di violenza vera e propria.

L'ultima prova è negli arresti compiuti ieri alla base militare Fort Stewart, in Georgia, dove quattro soldati si sono armati fino ai denti (uno di loro ha speso 87mila dollari per mettere in piedi l'arsenale), hanno fondato il gruppo anarchico «Fear», comprato un terreno nello Stato di Washington per utilizzarlo come campo di addestramento e si sono messi in testa di poter compiere attentati in grande stile, tra cui l'assalto alla loro stessa caserma, per sognare poi il colpo finale: eliminare il presidente in persona.

Obiettivo ambizioso, forse improbabile, ma segnale comunque preoccupante di un clima, di un'escalation di pessimi sentimenti che uniti agli estremismi di qualche singolo o gruppo sovversivo possono avere esiti letali. Come accaduto proprio al gruppo «Fear», che per paura di essere scoperto, prima dei fermi della polizia, ha ucciso un commilitone e la sua fidanzata sospettati di poter fare la spia. Già nel 2008, a un mese dal suo ingresso alla Casa Bianca, l'allora candidato democratico Obama era finito nel mirino di un gruppo di esaltati di estrema destra. Le manette erano scattate per due neonazisti del Tennessee, 18 e 20 anni. La coppia aveva pianificato una strage in una scuola afroamericana: voleva sparare a 88 studenti e decapitarne 14, per poi concentrarsi su un attentato al leader democratico.

Ed è proprio dal 2008, anno dell'elezione di Obama, che non solo gli episodi, seppur isolati, di odio contro il presidente si fanno preoccupanti, ma anche le dichiarazioni esplicite di intolleranza e soprattutto i numeri di una macabra fenomenologia. Da quando alla Casa Bianca siede lui, primo presidente nero della storia, i gruppi «per la supremazia della razza bianca» e le coalizioni paramilitari fondate su teorie cospirazioniste sono aumentati del 755% (da 149 nel 2008 a 824 nel 2010 fino ai 1.274 al marzo di quest'anno) secondo il rapporto annuale dell'organizzazione per i diritti civili Southern Poverty Law Center. «Una crescita scioccante», ha commentato Mark Potok, direttore della ricerca. E potrebbe essere solo l'inizio. «La verità è che queste milizie diventano ogni giorno più allarmate per la tangibile possibilità di un secondo mandato del presidente di colore. La loro rabbia sta crescendo».

Come cresce l'antipatia di una parte dell'elettorato nei confronti del presidente (finora sempre in vantaggio, ma un sondaggio Gallup ieri lo dava al 46% contro il 47% di Romney, la differenza più bassa mai registrata nelle ultime 15 elezioni). Sospetti e dietrologia sui veri obiettivi del leader democratico sono condensati negli 87 minuti di documentario di Dinesh D'Souza, ex membro dello staff di Reagan e autore di «The roots of Obama's rage» («Le origini dell'odio di Obama»), libro che ha trasformato nel film «2016 Obama's America», record di incassi lo scorso week end e già entrato nella storia come il documentario politico conservatore di maggior successo.

Il paradosso è che l'odio di cui si parla è quello del presidente Obama per gli Stati Uniti. La teoria è che la sua rielezione equivarrebbe alla morte degli Usa. Una fine che il presidente vorrebbe realizzare per portare a buon fine la politica anticolonialista di suo padre, con un obiettivo: mandare il Paese in bancarotta e creare uno Stato socialista, dismettendo le testate nucleari per poi permettere agli «Stati Uniti dell'Islam» di allearsi con Marocco e Pakistan e far fuori Israele. In soli tre giorni il film ha realizzato 6 milioni e mezzo di dollari. La ciliegina sulla torta dopo le campagne sul presidente musulmano e sul presidente nato fuori dal suolo americano.

Hollande, 100 errori in 100 giorni

Gaia Cesare - Mer, 10/10/2012 - 07:16

Negli anni Settanta e Ottanta volavano le «aquile», François Mitterrand e Helmut Schmidt: «leader capaci di una visione complessiva e di assumersi responsabilità strategiche».


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Negli anni Novanta sulla scena irrompono i «falchetti», Tony Blair e Gerhard Schröder, «leader coraggiosi ma limitati». Infine si arriva ai nostri giorni, quelli dei «polli di batteria», François Hollande, José Luis Zapatero e Walter Veltroni, «allevati negli apparati, a cui capita il potere per caso, leader che sostituiscono le frasi alle scelte e preferiscono trovare nicchie di consenso piuttosto che affrontare problemi strutturali».

In 86 pagine, «nel tempo che dura un film» ma che è invece un ebook - I cento giorni di Hollande (edito da go-Ware, 1,99 euro) - la parabola della sinistra europea e dei leader che l'hanno incarnata negli ultimi quarant'anni è condensata in una conversazione tra i due autori, Giulio Sapelli, storico ed economista, e Lodovico Festa, firma del Giornale e analista politico.

Un quadro desolante, che racconta di una traiettoria discendente partendo dal bilancio dei primi tre mesi di governo del presidente francese. «Un pollo da batteria» anche lui come Zapatero (l'ex premier spagnolo definito da Sapelli «leader per sbaglio», che «si affida ai matrimoni gay invece che studiare l'economia»), entrambi accomunati dalla stessa strategia fallimentare: recitare frasi invece che perseguire obiettivi.

Il resoconto, giorno per giorno, dei primi cento del «presidente normale» diventa così un calendario denso di provvedimenti di facciata - dal taglio degli stipendi di presidente e premier all'annuncio dell'introduzione dei matrimoni gay - ma «privo di misure necessarie per arrivare al cuore dei problemi, né a quelli della finanza né al fondo della questione europea». In campagna elettorale Hollande «promette di offrire un'alternativa alla Merkel, poi non è capace di balbettare una scelta chiara - spiega Festa - sostituendosi all'asse Merkel-Sarkozy con una posizione ancora più subalterna».

Poi ci sono i comportamenti personali: il caso della Trierweiler, la compagna del presidente in competizione con l'ex Ségolène Royal, che «ha svelato l'incapacità di Hollande di governare la propria vita familiare, una circostanza pericolosa per un leader perché lo copre di ridicolo». Tutti scivoloni che spiegano la clamorosa perdita di consensi del capo dell'Eliseo, crollato in poche settimane da un'approvazione iniziale del 61% al 46% di oggi.

Ma è il confronto con i «giganti» della sinistra europea, in testa Mitterrand e Schmidt (le «aquile» capaci di guardare i problemi dall'alto) che fa impallidire i leader della sinistra del nuovo millennio. «Negli anni Settanta e Ottanta - spiega Sapelli nella conversazione con Festa - due sono i fattori che distinguono l'ieri socialista dall'oggi: lo sforzo di un approfondimento culturale e la tensione a essere autonomi dalla forte spinta liberista impressa man mano a quella stagione da Margaret Thatcher e Ronald Reagan».

Nella lista dei grandi di allora entra anche Bettino Craxi, «protagonista di un disegno politico che sarà sconfitto - dice Sabelli - ma che con Ezio Tarantelli e Pierre Carniti mette a segno una politica del lavoro che darà i suoi frutti, con Schmidt è decisivo nel resistere all'ultima carica brezneviana, con Mitterrand è protagonista della costruzione della nuova Europa (isolando gli oppositori alla riunificazione tedesca)». Alla fine si salvano anche Blair e Schröeder, i «falchetti» «capaci di perseguire disegni ambiziosi e con invidiabile audacia», «dotati di visione e coraggio», anche se incapaci di autonomia rispetto all'ondata liberista e alla sua deriva finanziaria. Resta da capire che ne sarà dei pulcini di oggi, Ed Miliband nel Regno Unito e Alexis Tsipras in Grecia. Sono piccoli di aquila o di pollo?

Dalla tv ai vestiti fino ai soldi, quelli che... vivono senza

Gaia Cesare - Mer, 01/08/2012 - 09:05

C'è chi ha abbandonato il televisore 24 anni fa e non ha visto crollare le Twin Towers. Ecco le storie delle persone che hanno preferito togliere piuttosto che aggiungere

Si può stare per 24 anni senza guardare la tv? Si può, lo ha fatto un ingegnere elettronico inglese, Andrew Lohmann, 53 anni, ex teledipendente, che nel 1988 ha deciso di disfarsi del suo televisore.


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Com'è finita? Non ha mai visto le immagini dell'attacco alle Torri Gemelle, mai una puntata del Grande Fratello ma in compenso la sua vita ne ha guadagnato parecchio («Sono diventato molto più socievole e ho fatto un sacco di nuove amicizie femminili», racconta).

L'anno scorso i coniugi Strauss, Richard e Rachel, si sono guadagnati il titolo di Mr e Mrs Green per essere riusciti a produrre un solo sacchetto di spazzatura in un anno. Come? Riciclando tutto e coltivando il proprio orto nel giardino della villetta di Longhope, un villaggio nella contea di Gloucester, Inghilterra centrale, dove vivono con la loro piccola Verona, 10 anni. A chi, come loro, vuole vivere senza spazzatura, la coppia dispensa consigli dal proprio sito myzerowaste.com, compreso qualche preziosa dritta sui cinque modi per riciclare una caffettiera e trasformarla - badate bene - in una lampada o in un vaso.

Mentre tutto ci spinge ad avere, fare, consumare, mentre «vivere senza» sembra un'impresa titanica - provate a immaginare come stareste senza cellulare, senza tv, senza computer, senza comprare, senza buttare, semplicemente senza una qualsiasi delle mille cose o attività che riempiono le vostre giornate - c'è invece chi ha deciso di togliere. Sono tanti e stanno diventando i supremi paladini dell'essere sull'avere, individui che tolgono all'io per regalare all'umanità o forse semplicemente un gruppo di volenterosi e cocciuti in sfida con loro stessi per sfidare il mondo, pronti a lasciare tutto per non farsi scappare il resto o più banalmente a caccia di un rimedio universale che ammazzi la noia e scandisca le giornate.

In Germania grande successo ha avuto il documentario di Heidemarie Schwermer, una nonna oggi settantunenne, che nel 2009 ha raccontato i suoi tredici anni «senza soldi». «Living without money» è il racconto di una donna che non ne può più di spendere e consumare e si inventa una vita fatta di scambi: di cose e di favori. Il baratto nella sua arte più pura, un esperimento talmente ben riuscito da farle decidere, a due anni dalle prime prove generali, di lasciare il lavoro e tutto ciò che possedeva per trasferirsi in una casa in affitto con una sola valigia e uno zaino. Non senza ottimi risultati: «Vivere senza soldi mi ha dato qualità della vita, ricchezza interna e libertà».

Ma attenzione, qui di mezzo non c'è solo il denaro. Spiega la regista Line Halvorsen: «Questo non è un film che insegna a vivere senza soldi, ma è il ritratto di una donna che ha fatto una scelta coraggiosa e ispiratrice». Scelta simile a quella dell'ex fotografo giapponese Masafumi Nagasaki, 76 anni, venti dei quali passati senza vestiti sull'isola deserta di Sotobanari, in territorio giapponese ma al largo di Taiwan. «Andare in giro nudi sembra una cosa impossibile in una società normale, ma qui sull'isola è la cosa giusta, è come un'uniforme. Se ti metti addosso i vestiti, ti senti completamente fuori luogo». Nagasaki non è il solo. In Rete spopolano i racconti di chi ha deciso di «vivere senza»: non solo senza vestiti ma addirittura senza un lavoro.

Per scelta, certo, ma forse di questi tempi necessità fa virtù. Finisce che il sito voglioviverecosi.com cita Hugo ed esalta chi dice addio al posto fisso o al posto che non c'è («Un uomo non è un pigro se è assorto nei propri pensieri. Esistono un lavoro visibile ed uno invisibile»). E via con l'elogio degli italiani «improduttivi e felici» raccontati tra l'altro nel libro di Serena Bortone e Mariano Cirino («Io non lavoro», edito da Neri Pozza). Una filosofia di vita, per chi vuole godersi il quotidiano «senza ritmi ingessati», «senza seguire le convenzioni sociali», «senza i progetti di vita di mamma e papà». Se poi c'è bisogno di qualche dritta, ci pensa WikiHow, il manuale internettiano del «come si fa» a dispensare consigli per vivere bene «senza»: il lavoro o il denaro - già detto - ma anche gli amici o i rimpianti. Obiettivi ambiziosi? Sfide improbabili? Chissà, forse meglio vivere senza farsi troppe domande.