lunedì 24 dicembre 2012

Addio alla toga per la politica Caro Ingroia, sei scorretto

Libero

Il giudice palermitano fa una figuraccia con l’Onu, rinunciando all’incarico in Guatemala, per candidarsi con Idv e De Magistris. Il programma? Guerra a tutti

di Filippo Facci


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Cioè, ma rendetevi conto che razza di pacco è quest’uomo. Prima imposta una correttissima carriera «antimafia» paragonandosi di continuo a Paolo Borsellino, che pure era di destra. Poi, progressivamente, diventa un personaggio per meriti catodici (non si ricordano sue inchieste memorabili)  e intanto riesce a inquisire tutti quelli che la mafia l’hanno combattuta portando a casa risultati, tipo il capitano Ultimo o il generale Mario Mori, gente che arrestò Totò Riina.

Poi si incaponisce su Dell’Utri sinché la Cassazione gli distrugge la sentenza d’appello che infatti è da rifare da capo. Intanto si fa turlupinare (col suo amico Travaglio) dal suo più stretto collaboratore di procura, uno che passava notizie a un prestanome di Bernardo Provenzano e che a Ingroia, pure,  aveva ristrutturato il casolare paterno. Questo mentre spara una dichiarazione via l’altra, si fa riprendere persino dal Csm, fa il prezzemolino televisivo, arringa le folle ai congressi di partito, scrive un libro via l’altro, ha pure un segretario organizzativo e insomma non si capisce quando lavori.

Poi mette in piedi un mastodontico procedimento storico-giudiziario su un’inafferrabile «trattativa» dove tira in ballo due o tre repubbliche, produce reati anziché perseguirli (le presunte false testimonianze) e soprattutto tira in ballo il Capo dello Stato costringendo la Corte Costituzionale a pronunciarsi sull’opportunità di intercettare il Quirinale su faccende comunque irrilevanti; quando poi la sua inchiesta è pronta per il rinvio a giudizio, al dunque, il nostro uomo decide di partire per il Guatemala ma tira il pacco anche a loro, continuando a rinviare la partenza.

Poi però parte, e però, una volta giunto in America latina, comincia a rilasciare dichiarazioni rivolte all’Italia, si collega via satellite, apre un blog, un diario, torna periodicamente per appuntamenti di chiara matrice politica (pur negando ogni coinvolgimento, sempre ambiguamente) e pubblica un altro libro, dice che Forza Italia è di matrice mafiosa, si congratula con Bersani perché vincerà le elezioni - sostiene - e, dopo aver scassato l’anima all’intero.

Pianeta col suo esodo in terre lontane, piazza un pacco intercontinentale direttamente all’Onu: dopo meno di un mese e mezzo in Guatemala - che dev’essergli piaciuto moltissimo - chiede l’aspettativa da magistrato e annuncia che il 21 dicembre spiegherà il suo programma politico in un’assemblea al Capranica di Roma, alleati Di Pietro e De Magistris più altri ex magistrati equilibrati. L’incontro in chiama «Io ci sto», mentre in Guatemala non ci sta più. Preannuncio del programma: guerra a Berlusconi, guerra a Monti, guerra alla mafia, guerra alla corruzione, guerra alla finanza, guerra al congiuntivo. Tutto questo, naturalmente, forse: perché non è detto, non escludo, in futuro chissà, chi può dirlo.  ’A megghiu parola è chidda ca’n si dici.

Minigonne vietate in Swaziland perchè “facilitano lo stupro”

La Stampa

Fuori legge anche i jeans a vita bassa, ma il divieto non riguarda la “Reed dance”, ballo annuale di centinaia di vergini che si propongono come spose al re

MBABANE (SWAZILAND)
 

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Minigonne al bando in Swaziland: la legge c’è è va applicata. Peccato che risalga al 1889, quando in piena epoca coloniale, nel paese africano fu emanata un decreto che vietava di indossare abiti indecenti con una pena per i trasgressori fino a sei mesi di carcere. A due secoli di distanza la polizia dello Swaziland ha annunciato l’intenzione di far rispettare rigorosamente quel divieto con particolare riferimento alle minigonne perché «facilitano lo stupro» e ai jeans a vita bassa.

«Lo stupro è facile, perché il piccolo pezzo di stoffa indossato dalle donne è facile da rimuovere », ha detto Wendy Hleta, portavoce della polizia sull’ Independent News Online. I trasgressori, ha aggiunto «saranno arrestati». Il divieto però non riguarderà l’abito tradizionale indossato nella «Reed dance» dalle centinaia di giovani vergini che ogni anno a settembre ballano in topless di fronte al re Mswati III che ha il diritto di scegliere tra loro una nuova sposa.

Instagram, #epicwin o #epicfail?

Corriere della sera
di Greta Sclaunich



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Il 2012 è stato l’anno di Instagram. A due anni dal lancio, il social fotografico ideato da Kevin Systrom ha portato a casa due importanti risultati: ha raggiunto i 100 milioni di utenti ed è stato acquisito (per un miliardo di dollari) dal colosso Facebook. Ma con il successo dei suoi filtri vintage ha influenzato l’intero mondo fotografico legato ai social – Twitter ha lanciato il “suo” Instagram, una serie di filtri di sapore retrò con i quali modificare le fotografie caricate nei tweet; Google ha messo le mani sull’app fotografica SnapSeed rilanciandola e sviluppando nuove funzionalità vintage; Yahoo ha dato una ripulita alla piattaforma di condivisione Flickr introducendo anche filtri “old style”.
Un anno d’oro che, però, si è chiuso con una brusca scivolata: il tentativo di modificare i termini di utilizzo rendendo possibile la cessione a terzi delle foto caricate su Instagram. Senza che agli utenti venisse chiesto il permesso né, ovviamente, versato alcunché.

Che l’obiettivo di Instagram fosse diventare un enorme database di foto sull’attualità non è mai stato un mistero: Systrom, il fondatore, lo aveva già ribadito più volte. Ma non aveva mai spiegato come. Di certo non aveva rivelato che a farne le spese sarebbero stati gli utenti.
Allarme rientrato (per ora): dopo le proteste degli iscritti, delle community di fotografi professionisti e di grandi nomi del settore come il National Geographic, a Instagram hanno dovuto fare una veloce marcia indietro. Ma intanto, l’immagine del social si è un po’ appannata e in molti sono pronti a scommettere che, come Facebook, anche Instagram si stia preparando ad una svolta “commerciale”. In un certo senso si tratterebbe di una mossa plausibile se non necessaria: a due anni dal lancio, il social non ha ancora guadagnato un dollaro. Ma quella tentata è davvero l’unica strada possibile per garantirgli qualche utile? O si potrebbero trovare vie alternative, che proteggano anche i diritti degli iscritti? Il vero banco di prova sarà il 2013.

E Facebook trasferisce alle Cayman mezzo miliardo

Corriere della sera
di Marta Serafini


Anche Facebook elude le tasse? Secondo il Daily Mail, il social network eviterebbe il fisco  usando una scappatoia della legge britannica per mandare il denaro nel paradiso fiscale delle Isole Cayman. A rilanciare le accuse contro Menlo Park, è appunto il Daily Mail, riferendo come il colosso dei social media avrebbe usato il suo quartier generale internazionale in Irlanda per inviare oltre mezzo miliardo di euro in una sussidiaria nelle Isole Cayman.

Da tempo si parla di evasione fiscale a proposito delle big star del web. In questo momento in tutta Europa società come Google e Amazon sono al centro di verifiche fiscali. A dare il la fu Apple. Ma ora quasi tutte le strutture societarie di queste multinazionali, con sedi sparse all’estero, in paesi come l’Irlanda piuttosto che in Stati americani, quali il Delaware, noti per le loro legislazioni fiscali morbide, hanno reso possibile ai big della rete di pagare poche tasse, nonostante i fatturati con cifre da capogiro. Facebook Italy compresa, cui all’inizio del mese la Guardia di Finanza ha fatto visita.


Infografica del Guardian


Le aziende britanniche che acquistano spazi pubblicitari su Facebook ricorrono a Facebook Ireland Ltd, che non risponde all’agenzia delle Entrate britannica né ad altre autorità di giurisdizioni a regime fiscale più alto. In questo modo, sottolinea il Mail, al Regno Unito sono stati versati quasi 300.000 euro, contro un profitto di oltre 10 milioni di euro dell’ufficio di Dublino nel 2011.
Un portavoce del social network ha difeso l’operato dell’azienda:

«Facebook rispetta tutte le più importanti normeaziendali, comprese quelle sulle contabilità e le tasse. Abbiamoil nostro quartier generale internazionale in Irlanda che impiegapiù di 400 persone e una serie di uffici locali più piccoli che forniscono servizi in tutta Europa».
Ma lo scorso anno, Facebook ha riportato profitti per quasi 760 milioni di euro in tutto il mondo. E in pochi sono convinti che davvero Facebook rispetti la legge. Pochi giorni fa, l’agenzia Bloomberg ha rivelato che anche Google ha trasferito 9,8 miliardi di dollari di fatturato a una società di comodo alle Bermuda, evitando così di pagare circadue miliardi di tasse.

I neurochirurghi operavano già nella Roma Imperiale

Corriere della sera

Un reperto archeologico, chiamato «il bambino di Fidene», svela il livello raggiunto dai medici del tempo

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MILANO - Il suo nome oggi non lo conosce nessuno, non sappiamo neppure se era un maschietto o una femminuccia. Aveva cinque o sei anni e viveva nel II secolo dopo Cristo a Fidene, piccola cittadina a pochi chilometri a nord della Roma imperiale, sulla via Salaria. Erano gli anni di Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio; l'Impero aveva raggiunto la sua massima estensione, le politiche interne erano improntate a tolleranza e buona amministrazione, erano state promulgato leggi a favore degli schiavi tanto che gli storici hanno parlato di "buoni imperatori" e di "secolo d'oro" dell'Impero Romano. Fidene in quel periodo era una cittadina di campagna, con alcune ville di nobili ma per lo più abitata da contadini e pastori. Il bimbo era probabilmente figlio di uno schiavo o un liberto di uno dei proprietari terrieri della zona e, quando aveva cinque o sei anni, è stato operato alla testa da un medico che gli ha perforato il cranio in un intervento chirurgico delicatissimo. Il piccolo sopravvisse un mese o poco più. Quindi fu sepolto in una tomba di gente comune, tornata alla luce durante uno scavo a Fidene all'inizio degli anni '90.

IL REPERTO - Gli archeologi si resero subito conto di avere fra le mani un reperto davvero speciale, una delle rare testimonianze di trapanazione cranica nel mondo antico. Oggi, dopo vent'anni, il bambino di Fidene è uno dei fiori all'occhiello del Museo di Storia della Medicina dell'università La Sapienza di Roma. Il cranio, perfettamente conservato, è esposto assieme al resto dello scheletro ed è stata ricostruita la sepoltura come è stata rinvenuta nello scavo. Gli occhi dei visitatori si appuntano sul l'enorme foro in testa: sembra incredibile che quasi duemila anni fa, senza antibiotici o anestesie, sia stato possibile un intervento simile. «Questo reperto è unico perché si tratta per ora della più antica prova di un trattamento chirurgico in qualche modo "palliativo", per gestire una malattia cerebrale grave: molto probabilmente il bambino aveva un tumore al cervello», racconta Valentina Gazzaniga, direttore del Museo romano.

LA MALATTIA - Proviamo a tornare indietro nel tempo e immaginare che cosa possa essere successo al piccolo. Il suo cranio era più ampio della norma, con le ossa spinte dall'interno da una massa. Il bambino aveva probabilmente fortissimi mal di testa e sintomi gravi, dal vomito alle convulsioni, da crisi epilettiche a stati di torpore assoluto. Forse si è deciso di operarlo con un intervento difficile e pericoloso per tentare di lenire le sue sofferenze: il foro nel cranio e la rimozione di una parte di osso erano l'estremo tentativo di ridurre la pressione interna al cervello.

Analizzando l'apertura, di circa cinque centimetri di diametro, i paleopatologi si sono accorti che sui bordi si era parzialmente riformato materiale osseo: segno che il bimbo è sopravvissuto almeno 30, 40 giorni dopo l’intervento, che fu certamente complesso e presumibilmente parecchio costoso. Com'è possibile che un bimbo di umili origini sia stato curato in questo modo? «A quel tempo il padrone era un pater familias, un padre di famiglia per i suoi schiavi e liberti - spiega Gazzaniga -. Aveva obblighi giuridici oltre che morali nei confronti di chi viveva nella sua domus e doveva occuparsi anche della salute dei figli dei propri sottoposti: il bimbo era probabilmente figlio di un liberto e il padrone si fece carico delle sue cure, verosimilmente inviandolo a Roma per l'intervento».

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OPPIO O VINO - Nella Roma imperiale il secondo secolo fu un'età d'oro anche per la medicina e la chirurgia, i medici riuscivano a eseguire interventi tecnicamente difficili come la rimozione di calcoli o il trattamento di ernie o cataratta. «I chirurghi erano digiuni in tema di anestesia e disinfezione del campo operatorio, ma avevano molte conoscenze empiriche: davano al paziente l'oppio o il vino, lavavano gli strumenti chirurgici con acqua e aceto. Non molto, ma meglio di niente», dice Gazzaniga.

Fu soprattutto il famoso medico Galeno a dare le raccomandazioni e le indicazioni per eseguire gli interventi chirurgici, compresi quelli di trapanazione del cranio. Galeno operava a Roma in quegli anni, aveva scritto diffusamente dell'operazione a cui fu sottoposto il bambino di Fidene e quindi, secondo alcuni, potrebbe essere stato addirittura lui a eseguire l’intervento. Non ci sono prove, ovviamente, ma colpisce leggere ciò che scrisse Galeno e immaginare cosa possa aver passato quel bambino, mentre il medico gli somministrava alcol e decotti di erbe sedative e allucinogene prima di usare il kyklyskos, uno speciale scalpello adatto a tagliare le sottili ossa del cranio di un bimbo.

L'INTERVENTO - Stando alla ricostruzione dei paleopatologi, il medico aveva inciso con sicurezza l'osso identificando con buona approssimazione la zona del cervello più compromessa dalla malattia e anche quella dove intervenire sarebbe stato più sicuro, per ridurre al minimo la probabilità di emorragie. Lo scalpello aveva percorso una linea continua, a forma di U, e poi l'osso era stato sollevato e tolto: una tecnica diversa rispetto a quelle usate per la trapanazione in caso di fratture o traumi cranici dai medici dell'antichità, probabilmente scelta perché il paziente era un bambino. La ferita poi era stata fasciata e medicata secondo le ricette di Galeno: polvere delle radici di erbe varie, olio di rosa, sangue caldo di piccione o di colomba, polvere di coralli neri e una mistura di aceto, miele e sale marino in acqua piovana.

Purtroppo la ferita dopo qualche tempo si è infettata, come ha dimostrato l'analisi delle ossa vicine al foro: un'evenienza ovviamente molto frequente a quei tempi, che verosimilmente ha portato alla morte il bimbo in pochi giorni. Nonostante questo tutte le analisi mostrano che di lui si presero cura medici competenti, che fecero di tutto per salvargli la vita: non ci sono segni di stress sulle ossa lunghe o sulla dentatura, segno che la malattia non aveva provocato danni considerevoli fino alla fine. Probabilmente, considerando la bassa estrazione sociale del bambino, oltre al chirurgo si occupò di lui di un servus medicus, ovvero uno schiavo che aveva acquisito competenze mediche particolari e curava gli altri schiavi e i liberti. E oggi il bimbo di Fidene è una preziosa testimonianza, la prova che anche secoli fa i medici cercavano con compassione e determinazione di strappare alla morte i loro malati.

Alice Vigna
23 dicembre 2012 (modifica il 24 dicembre 2012)

Crisi, ridotti gli assegni delle pensioni da gennaio importi tagliati del 3%

Corriere del Mezzogiorno
di Luca Cifoni


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ROMA - Le notizie sono due ed entrambe non suonano molto bene. La prima, già nota, è che dal 2013 scattano i nuovi coefficienti di calcolo delle pensioni contributive, che riflettendo l’aumento della speranza di vita ridurranno gli importi di circa il 3 per cento. La seconda, che emerge dalle pieghe della contabilità nazionale, è probabilmente più inquietante: la pesante recessione di questi anni sta incidendo, negativamente, sui futuri assegni previdenziali. L’andamento del Pil tra il 2008 e quest’anno farà sì che nel 2013 e nel 2014 i contributi versati praticamente non si rivaluteranno ai fini della rendita pensionistica, che di conseguenza risulterà ridotta in maniera permanente.

Per capire cosa accadrà bisogna guardare un po’ più da vicino il sistema di calcolo contributivo. Con una premessa: dal gennaio di quest’anno con la riforma previdenziale ricadono in questo meccanismo tutte le pensioni, ma in modo differenziato: per coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996 in poi il contributivo è puro e dunque saranno totali anche gli effetti di coefficienti e mancata crescita economica sugli assegni. Per coloro che ricadono nel sistema misto (avevano meno di 18 anni di contributi a fine 1995) l’impatto sarà minore ma comunque consistente. Mentre i lavoratori più anziani si vedono applicare il contributivo solo sui versamenti effettuati dal 2012 in poi, con conseguenze molto più leggere anche se non proprio impercettibili.

IL MECCANISMO DI CALCOLO
Il calcolo è piuttosto complesso, ma in sintesi funziona così: i contributi versati vengono accumulati anno per anno e rivalutati ad un tasso dato dalla variazione media quinquennale del Pil nominale (che comprende quindi sia la crescita reale sia l’incremento dei prezzi). Questo capitale viene poi trasformato in una rendita pensionistica attraverso i coefficienti, rivisti ogni tre anni (e in futuro ogni due) in base agli andamenti demografici. Dunque la revisione dei coefficienti riduce la pensione ma sulla base del presupposto teorico che questa sarà percepita per più tempo.

Nel 2013 il taglio sarà intorno al 3 per cento - sempre in riferimento alla quota contributiva - rispetto a quella che a parità di condizioni è toccata a chi è andato in pensione entro quest’anno. Ma c’è anche una novità positiva: dal prossimo anno verranno applicati specifici coefficienti per le età di uscita superiori a 65 anni. Vuol dire che chi lascia il lavoro più tardi ne ricaverà un vantaggio in termine di maggiore pensione. Nel caso di uscita a 70 anni (traguardo che in futuro sarà reso sempre più vicino dai nuovi e più stringenti requisiti di età e contribuzione) il beneficio economico arriverà a superare il 16 per cento, rispetto ai coefficienti attuali.

L’altro elemento da tenere d’occhio nel calcolo, accanto alla demografia, è l’andamento dell’economia. Nel contributivo infatti è previsto che i contributi versati (per i lavoratori dipendenti, complessivamente il 33 per cento della retribuzione) vadano a formare un montante che poi viene rivalutato in base a un tasso di capitalizzazione dato dalla variazione media quinquennale del Pil nominale. A suo tempo fu scelto di misurare l’andamento dell’economia su un arco di cinque anni proprio per minimizzare l’effetto negativo degli anni di recessione.

Ora però capita che alla durissima caduta del Pil del biennio 2008-2009 si vada a sommare quella di quest’anno, destinata con tutta probabilità a proseguire nel 2013. E anche i due anni con il segno positivo sono stati tutt’altro che esaltanti. Ecco quindi che se saranno confermate le previsioni del ministero dell’Economia sull’andamento del Pil nominale il tasso di capitalizzazione per il 2013, che si applicherà per chi andrà in pensione a partire dall’anno successivo, sarà pari ad uno striminzito 0,1 per cento destinato ad essere replicato nel 2014. Praticamente zero, ossia nessuna rivalutazione. Solo successivamente, sempre in base alle attuali stime, il tasso inizierà a ritrovare un valore un po’ al di sopra del’1 per cento. Poco, soprattutto se si fa il confronto con un passato recente di crescita comunque non sfolgorante: i tassi di capitalizzazione erano superiori al 5 per cento negli anni Novanta e poi si sono mantenuti fra il 3 e il 4 fino al 2008.

LE STIME DELLA RAGIONERIA
Dell’effetto della crisi sulle pensioni future ha preso atto anche la Ragioneria generale dello Stato nelle sue recenti previsioni aggiornate sulla spesa previdenziale, che tengono conto delle nuove stime sul Pil. Consideriamo il tasso di sostituzione lordo, ossia il rapporto percentuale tra prima pensione e ultimo stipendio. Nel caso standard di un lavoratore con 68 anni di età e 38 di contributi sarebbe del 70,7 per cento nel 2020: solo pochi mesi fa, con uno scenario un po’ meno negativo ma sempre sfavorevole, era indicato al 71,2. La Ragioneria ritiene che nei decenni successivi l’effetto dell’attuale crisi possa essere riassorbito e stima un tasso di crescita reale medio intorno all’1,5 per cento. Ma senza un ritorno alla crescita, anche per le pensioni saranno dolori.

lunedì 24 dicembre 2012 - 12:12   Ultimo aggiornamento: 12:12

Le 21 notti per far risplendere Michelangelo

Corriere della sera

Al lavoro dalle 20 a mezzanotte, pochi centimetri alla volta. La spolveratura con il «ragno» per eliminare lo strato di laniccia


ROMA - I l Ragno è entrato nella Cappella Sistina la notte del 19 novembre. Il giorno successivo è rimasto acquattato e invisibile dietro un paravento in fondo alla navata, nell'angolo accanto al portone della Sala Regia, aspettando l'uscita dell'ultimo visitatore. È di nuovo buio quando emerge dal suo nascondiglio scivolando silenzioso sui cingoli fino al centro della grande aula deserta. Stende le quattro zampe ancorandole con le ventose al pavimento, raccoglie con il lungo braccio un paio di restauratori armati di piumini, aspiratori e pennellesse e li solleva su fino a quindici metri di altezza davanti alle lunette con le Sibille e i Profeti dipinti da Michelangelo.

IL RITO DELLA SPOLVERATURA - Inizia così il rito della spolveratura della Cappella Sistina, duemilacinquecento metri quadrati di superfici dipinte. Rito che si è ripetuto per ventuno notti, fino all'alba del 14 dicembre, e che il Corriere della Sera ha potuto per la prima volta documentare, grazie alla cortesia del direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci e dell'amministratore monsignor Paolo Nicolini, all'assistenza di Vittoria Cimino capo dell'Ufficio del Conservatore e di Rosanna Di Pinto responsabile dell'Ufficio Immagini.

MOLLICA DI PANE - La spolveratura della Sistina è una pratica antica. La istituì papa Paolo III Farnese, creando con il «motu proprio» del 26 ottobre 1543 il ruolo del «mundator». Erano trascorsi due anni esatti da quando Michelangelo aveva dato le ultime pennellate al Giudizio Universale e fu un suo collaboratore, Francesco Amadori detto l'Urbino, a ricevere dal papa il primo incarico di pulitore. Si nettava ogni figura con un panno di lino e con mollica di pane leggermente inumidita, come testimonia un certo Simone Laghi, doratore, che fu incaricato di riportare gli affreschi alla «pristina bellezza» nel gennaio del 1625.

COTENNA -Nel 1897 è Luigi Lais a intraprendere una spolveratura completa della Sistina, sotto la direzione del pittore Francesco Podesti che gli raccomanda di far «uso in generale della piuma nelle pitture, e della morbida lana in particolare ove non si può fare a meno, senza timore di ledere menomamente lo strato colorato il quale essendo ricoperto di sottile e trasparente cotenna è divenuto solido come smalto».

Cotenna formata dagli strati di olio di lino e olio di noci stesi ripetutamente tra '700 e '800 sui dipinti per ravvivarne i colori offuscati dalla sporcizia e dal fumo dei ceri. Gianluigi Colalucci, che ha guidato gli ultimi restauri, al suo primo ingresso in Sistina negli anni '60 si era offerto volontario per eseguire la spolveratura «che per antica abitudine veniva fatta una volta all'anno». Finiti i restauri, la pratica era stata rallentata, nella convinzione che la pulitura a fondo fosse servita a preservare gli affreschi senza bisogno di ulteriori interventi.

NUOVE TECNOLOGIE - Fu Antonio Paolucci, nominato direttore dei Musei Vaticani nel dicembre 2007, a reintrodurre un piano di manutenzione periodica. Ispirandosi all'antica figura del «mundator» creò l'Ufficio del Conservatore, con il compito di studiare tutte le possibilità offerte dalla moderna tecnologia per prevenire o tenere sotto controllo i rischi di degrado delle pitture. Guidato da Vittoria Cimino - una laurea in Farmacia e un'altra in Tecnologia della conservazione, oltre al diploma dell'Istituto centrale del restauro - l'Ufficio è impegnato a monitorare minuto per minuto i valori di temperatura, umidità, anidride carbonica, velocità e direzione dell'aria in ogni angolo dei Musei, compresa naturalmente la Sistina.

LANICCIA - «Ci siamo accorti che le pareti della Cappella erano ricoperte da uno spesso strato di laniccia quando abbiamo riappeso gli arazzi di Raffaello, per capire in quale sequenza erano sistemati qui in origine», racconta Cimino. «Era l'estate del 2010. Organizzammo subito la spolveratura. Fu la prima volta che il Ragno entrò nella Sistina. Con il braccio snodabile è facile raggiungere i punti più alti sotto la volta e l'intera parete del Giudizio Universale, dietro l'altare. Una volta la spolveratura si faceva montando i ponteggi fino a venti metri. Oggi li utilizziamo solo per pulire il ciclo di pitture dei Quattrocentisti, che arrivano a circa dieci metri di altezza».

STAGISTI AL LAVORO - Alla spolveratura partecipano una decina di restauratori dei Musei Vaticani, aiutati da stagisti - comprese quest'anno due ragazze svedesi - e affiancati da una squadra di attrezzisti. I più giovani confessano di non riuscire a fissare la parete con il Giudizio che per pochi minuti, altrimenti tracollano per l'emozione. Si concentrano, come i chirurghi in sala operatoria, su pochi centimetri quadrati di pittura, cercando di dimenticare la grandiosità delle figure che galleggiano nella profondità dello spazio creato da Michelangelo con il blu di lapislazzuli.

DI NOTTE - Lavorano dalle otto di sera a mezzanotte. Oltre a pulire le pareti, raccolgono campioni di polvere che saranno poi analizzati dai laboratori scientifici; riproducono su schede prestampate i segni grafici delle pitture; esaminano con la lampada di Wood la consistenza del colore; saggiano l'aderenza degli affreschi poggiando il palmo della mano sinistra sulle figure e battendole dolcemente con le nocche della mano destra.

A metà serata, panino con salsiccia e cicoria ripassata consumato nella stanzetta dei custodi e accompagnato da acqua minerale. Qualcuno sogna una birretta, ma in Sistina sono vietati gli alcolici. Si favoleggia tuttavia di un rinfresco, che sarebbe stato allestito sui ponteggi al tempo dei restauri guidati da Colalucci, per festeggiare la pulitura della mano di Nostro Signore che toccando quella di Adamo infonde all'umanità il soffio della vita.

LUCI SPENTE - Allo scoccare della mezzanotte, ripongono tute e attrezzi e si avviano verso l'uscita. I passi risuonano lungo le gallerie dei Musei Vaticani immerse nel silenzio. Dietro di loro i custodi spengono le luci e chiudono le porte; giunti all'Atrio dei Quattro Cancelli consegnano le chiavi ai Clavigeri, che le conservano in trentacinque cassette divise per reparti: tremila chiavi in totale, tra originali e copie. Tra poche ore, alle sei di mattina, saranno le donne delle pulizie a entrare per prime, rifacendo il cammino all'inverso.


TRE ADDETTI - In Sistina lavorano in tre: due donne e un uomo, dipendenti di una ditta che ha preso in appaltato i servizi. Lavano i gradini dell'altare con straccio e spazzolone e i pavimenti a tarsie policrome con un lavasciuga elettrico. Il venerdì puliscono anche le griglie di ottone sul pavimento e la cantoria, passando dolcemente un piumino color porpora sulle pareti che in origine erano affrescate e oggi sono fittamente istoriate con i graffiti incisi nel corso di una mezza dozzina di secoli dai cantori desiderosi di immortalare la propria memoria lasciando nomi, date, perfino un pentagramma.

DESPREZ- Tra le firme si riconosce quella di Josquin Desprez, uno dei più grandi compositori della scuola franco-fiamminga e recentemente identificato da alcuni studiosi nel «Ritratto di musico» di Leonardo. Prestò servizio nella Cappella Sistina tra il 1489 e il 1495 ed è rimasto celebre per la citazione di Martin Lutero: «Gli altri maestri devono fare come vogliono le note, ma Josquin è il padrone delle note, che hanno dovuto fare come vuole lui».

LE FINESTRE - La manutenzione delle grandi finestre centinate, chiuse da quando nel 1993 la Sistina è stata climatizzata, è invece riservata ai manutentori interni dei Musei, che vi accedono salendo le strettissime scale inserite nelle contropareti laterali della Cappella. I gradini terminano all'aria aperta, sul camminamento di ronda, al culmine dei robusti contrafforti ordinati nel 1566 da Pio V quando ci si accorse che la Sistina, a causa dell'instabilità del terreno, stava per spaccarsi in due.

Le finestre si aprono dall'esterno, si scavalca il davanzale e ci si ritrova direttamente sul cornicione che corre sotto la volta, protetto da una leggera balaustra e largo appena una ventina di centimetri: sotto si spalanca l'abisso della navata. Il percorso era praticato fino all'Ottocento dai temerari viaggiatori del Grand Tour, desiderosi di vedere da vicino il capolavoro di Michelangelo. Anche se Goethe ricorda che «chi soffre di capogiro non vi si azzarda» e Stendhal ammonisce di non andarci «dopo aver preso il caffè, perché non si penserebbe che alla paura di cadere».

STANZA DELLE LACRIME - Ancor più riservate sono le pulizie della «camera lachrimatoria», a cui si accede dalla porticina a sinistra dell'altare. Gli unici laici che vi possono entrare sono i Sistini, ovvero i custodi della Cappella, scelti tra i 280 custodi dei Musei Vaticani. Sono tre: Stefano Gnazi, Luca Scilimati, Antonio Cordeschi, e conoscono tutti i segreti. Tra di loro si chiamano «sistinari», alla romana. La stanza delle lacrime è in realtà la sacrestia della Cappella, detta più correttamente Sacrario Apostolico, perché custodisce i paramenti e gli arredi sacri usati dal papa nelle celebrazioni liturgiche. Qui, al termine del conclave, il pontefice appena eletto si ritira per pregare in solitudine e indossare la talare bianca con la quale si presenterà al pubblico dalla loggia delle benedizioni.

EMOZIONE E LACRIME - È la stanza dove molti papi si sono abbandonati al pianto, sopraffatti dall'emozione e dal fardello della responsabilità. Minuscola, con un basso soffitto a volta e una finestrella chiusa da grate che affaccia su un terrazzetto dove sopravvive un limone quasi calvo, si apre in fondo a un breve e claustrofobico corridoio. Fino agli anni Novanta era interamente tappezzata di damasco rosso sangue. Il colore doveva accentuare parecchio l'angoscia del cardinale che aveva appena pronunciato l'«accepto».

Il damasco oggi resta soltanto nella copertura della dormeuse, unico mobile presente, mentre le pareti, restaurate una ventina di anni fa, si presentano intonacate in avorio con resti di affreschi che gli studiosi fanno risalire ai tempi di Alessandro VI Borgia, essendo riapparsa in mezzo ai motivi decorativi la figura di un toro, emblema del papa spagnolo. Nelle due stanzette che seguono, infilate una dentro l'altra, ci sono un piccolo altare in pietra e un minuscolo museo con il prezioso paliotto di madreperla realizzato nel Settecento per le cerimonie battesimali, due manti preconciliari che venivano indossati sulla sedia gestatoria, la vetrinetta con i cilindri di fumogeni bianchi e neri da usare per le fumate del conclave.

I SISTINI - Qui sono i Sistini a compiere, tutte le mattine, le pulizie ordinarie. Raccontano che vi hanno anche dormito, su materassini gonfiabili stesi per terra, con il permesso degli Agostiniani, che fin dal Quattrocento custodiscono il Sacrario. «È accaduto in due occasioni: la notte precedente i funerali di Giovanni Paolo II e quella precedente la sua beatificazione. Abitiamo tra Ladispoli e Bracciano e con il grande afflusso di fedeli che c'era a Roma in quei giorni avevamo paura di restare bloccati nel traffico e di non arrivare in tempo per i preparativi delle cerimonie».

OGGETTI SMARRITI - Sono i Sistini a raccogliere, a fine giornata, gli oggetti smarriti in Cappella dai visitatori, che vengono registrati e consegnati al guardaroba dei Musei. Chi entra in Sistina, forse stordito dalle visioni di Michelangelo, dimentica di tutto: occhiali e macchine fotografiche, borse e sciarpe, documenti e cappelli, perfino grucce, carrozzelle per disabili, passeggini dei bimbi. L'ultima domenica del mese, giorno straordinario di apertura fino a mezzogiorno, il pavimento restituisce un buon numero di portafogli, svuotati dei contanti.

BORSEGGIATORI - L'entrata gratuita e il pubblico particolarmente numeroso attirano giovani borseggiatori che tra la folla hanno vita facile. Ogni tanto sono individuati dai gendarmi e bloccati all'ingresso se la domenica del mese successivo provano a tentare di nuovo il colpo. Dicono i Sistini che non hanno mai trovato animali, neppure i piccioni, che vengono invece sorpresi a svolazzare tra le gallerie dei Musei quando qualche finestra rimane aperta.

UN CAGNOLINO BIANCO - L'unica presenza documentata di un animale in Cappella risale al 1481 ed è quella di un cagnolino bianco, ritratto più volte dagli artisti chiamati da Sisto IV a decorare la fascia inferiore delle pareti con i fatti dell'Antico e del Nuovo Testamento. Orecchie tese, pelo raso, collarino rosso, corre sui prati dipinti dal Perugino per la «Circoncisione di Mosè»; allunga una zampetta oltre il bordo della cornice nella scena di «Mosè che riceve le tavole della legge» realizzata da Cosimo Rosselli e Piero di Cosimo; scodinzola in piedi davanti alla tavola dell'«Ultima Cena»,

ancora del Rosselli; assiste al «Passaggio del Mar Rosso» di Biagio d'Antonio, ma voltando la testa dall'altra parte; viaggia tranquillo avvolto in una coperta sotto braccio a un bambino nelle «Prove di Mosè» di Sandro Botticelli. «Si suppone che questo cagnolino fosse la mascotte dei pittori e che corresse tra loro da una parte all'altra del lungo ponteggio dove lavoravano contemporaneamente, impegnati dal papa a terminare gli affreschi in pochi mesi», racconta Vittoria Cimino che tra il 1996 e il 2000 partecipò al restauro delle pitture sotto la guida di Maurizio De Luca.

LE CINQUE PORTE - Spetta infine ai Sistini il compito di aprire e chiudere quattro delle cinque porte della Cappella (la quinta, da cui defluiscono i visitatori in direzione dei Musei, viene invece chiusa dai Clavigeri). Dopo l'ultimo giro di chiave, la navata vuota e silenziosa resta immersa nella luce crepuscolare diffusa dai faretti fissati fuori dalle finestre. C'è un film del 1997, intitolato «Will Hunting - Genio ribelle», in cui Robin Williams si rivolge al giovane imbranato Matt Damon: «Sai tutto su Michelangelo, come dipingeva, come discuteva con il papa, quali erano le sue tendenze sessuali. Ma se ti chiedessi che odore c'è nella Cappella Sistina non sapresti rispondermi, perché non sei mai stato a guardare il soffitto a testa in su per ore».

L'ODORE DELLA SISTINA - Dicono i Sistini che l'odore cambia con le ore del giorno, con le stagioni, con la nazionalità dei visitatori e delle loro abitudini alimentari (sentore di aglio di francesi e coreani). Filippo Petrignani, che lavora all'Archivio fotografico e seguì i restauri degli affreschi michelangioleschi, è rimasto colpito dal profumo dei ceri, riaccesi dopo decenni il 31 ottobre scorso per la celebrazione dei Vespri in occasione del cinquecentesimo anniversario della Cappella. Vittoria Cimino è emozionata dalla fragranza degli incensi usati nelle celebrazioni liturgiche. A mezzanotte, quando l'aria depurata e climatizzata che entra dai bocchettoni alla base delle finestre è finalmente libera di correre e forma vortici intorno alle figure di Michelangelo facendo volare le vesti dei Profeti e strappando i capelli agli Ignudi, par di sentire l'odore che si respira la mattina in montagna, aprendo le finestre dopo una nevicata.


LAURETTA COLONNELLI
lcolonnelli@corriere.it24 dicembre 2012 | 12:38

Le monache di clausura: «Sarà un giorno di meditazione»La vigilia diversa delle clarisse milanesi

Simonetta Caminiti - Lun, 24/12/2012 - 07:06


C'è Natale e Natale. Nei monasteri di clausura di Milano (la città ne custodisce ben quattordici), il Natale è «una centrale elettrica di preghiera per il mondo». In via Santa Sofia, al Monastero della Visitazione, uno dei primi argomenti con le suore che ci aprono i cancelli è la sorpresa sotto l'albero di Papa Ratzinger: la sua iscrizione a Twitter. «“Suit“? Davvero? E cos'è?». Twitter, non “suit“. Un mondo intero chiuso in una bolla di silenzio: un po' come questo, ma di tutt'altra specie. Ma le suore di clausura “visitandine“ nel cuore di Milano non ne hanno la più pallida idea. «Mi spiace ma noi non utilizziamo questi mezzi moderni». Questo luogo ha trecento anni. Sono due le tuniche sedute dietro una grata. Il loro sarà un Natale di preghiera, di «meditazione, e ciascuna medita in modo personalissimo». Ma la Madre Superiora dà una sorta di traccia da seguire nelle preghiere.

Il 25 dicembre si penserà alle vittime della strage nel Connecticut, per esempio. E il pranzo? «Un risotto, forse una pasta in brodo, e abbiamo tanti panettoni. Non manca niente... A parte la scelta». La suora a sinistra ha settant'anni, ha preso i voti a ventiquattro. «Ho la quinta elementare - spiega - perché una volta studiare era molto costoso. Ho assistito mia sorella, che era malata, e ho potuto seguire la mia vocazione solo quando è guarita». Questa suora è cresciuta a Inveruno e, giovanissima, lavorava in pubblicità per una smalteria. L'altra invece si occupava di assistenza ai minori. La «chiamata» per lei è arrivata a quarantanove anni. Se è mai stata innamorata di un uomo? «No», risponde sorridendo. Le mura sono alte, in un perimetro che sembra blindato ai mortali, puoi restare materialmente incastrato. Là fuori, il traffico assordante e la «movida» di Milano.

Il silenzio, qui, è impenetrabile e al tempo stesso accogliente: una forma di maternità, di simbiosi con «l'ospite interno» che ciascuna delle suore adora e professa per tutta la vita. E nel silenzio (per loro sinonimo di “ascolto“) sarà anche il Natale. Ma queste mura sono più un rifugio o una prigione? «Una prigionia d'amore» disarma la suora più anziana, col tono di una moglie sedotta e felice dopo cento anni di matrimonio. Poi c'è Gertrude, Madre Priora di un altro Monastero: quello delle Benedettine del Santissimo Sacramento (in via Colonna): ha settantacinque anni, il nome della Monaca di Monza, ma lei sì che conosce il web: il Suo Natale alle porte ce lo racconta in una email: «Uscirò dal coro monastico nella navata esterna per deporre la statua di Gesù Bambino nel grande presepio.

Poi ci scambieremo gli auguri con le sorelle - prosegue Madre Gertrude -, e ciascuna troverà alla porta della propria cella un pacchetto con regalini personalizzati e una lettera scritta dalla Madre a nome di Gesù Bambino con un pensiero speciale adatto alle singole sorelle». La suora più giovane, nel suo monastero, ha ventinove anni; Madre Gertrude invece entrò nel chiostro quando ne aveva ventuno e frequentava il terzo anno di Filosofia. Il valore aggiunto delle donne nel clero? Secondo lei, «l'inclinazione a custodire la vita, a donare se stesse, a intuire il cuore degli altri: doti complementari a quelle dell'uomo. La loro testimonianza nella chiesa è indispensabile».

Belluno, no alla strada di montagna “In baita soltanto con l’elicottero”

La Stampa

Il tribunale vieta di l’asfaltatura per arrivare a un rustico a 1800 metri. «Così si potrà rispettare la natura»

anna martellato


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Per raggiungere la baita dovranno andarci in elicottero. Oppure a piedi. Niente strade di montagna provvisorie (che poi diventano definitive), nessuno profanerà quella natura incontaminata: il tribunale di Belluno ha detto no alla richiesta di due turisti padovani di costruire una stradina provvisoria per ristrutturare il rustico acquistato da poco, un tabià a 1800 metri sopra il paesino di Arabba, nel Bellunese. La faccenda della stradina provvisoria per arrivare al rustico non ha convinto il giudice, e men che meno due operatori turistici e un cacciatore del posto che si sono battuti fino all’ultimo per preservare la loro montagna. In alternativa, i due padovani potevano usare l’elicottero: fatti due conti, sarebbe costato meno che realizzare la strada e poi ripristinare l’ambiente circostante. 

La soluzione dell’elicottero come mezzo alternativo è stata proposta proprio dalla controparte; ma i due padovani hanno rifiutato. E per il giudice questo rifiuto è stata la prova dell’intenzione di costruire una stradina ben poco provvisoria. «Ci siamo opposti offrendo delle alternative tecniche, e quella dell’elicottero è risultata la meno costosa e la più rispettosa dell’ambiente - spiega il titolare dell’albergo Genziana Ander Grones intervistato dal “Gazzettino” -. È giusto che ci sia il progresso, ma questo non deve mai mancare di rispetto alla natura». 

Una sentenza, quella firmata dal giudice e confermata in appello, destinata a fare giurisprudenza, e in cui una volta tanto vince la natura. E hanno vinto anche loro, i tre cocciuti abitanti di Arabba innamorati di quella montagna incontaminata in cui vivono e lavorano da sempre, e che grazie alla loro testardaggine sarà preservata dall’invadenza dell’uomo. I tre hanno resistito in giudizio e i due turisti padovani, permesso edilizio per il recupero del tabià in mano, si trovano ora la strada sbarrata.

Trekking sulle orme di Gesù: 70 km di percorso voluto da arabi, israeliani e americani

Il Messaggero
di Stefano Ardito


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Dove ha davvero camminato Gesù? I suoi sandali, duemila anni fa, hanno calcato il selciato della Via Maris, la strada romana che collegava Damasco con Haifa, e che affiora oggi tra campi ed eucalipti. E le vie lastricate di Zippori, la Sepphoris antica, che appartenne al re di Giudea Erode il Grande, fu rasa al suolo dai Romani, e poi fu ricostruita e decorata con straordinari mosaici. È probabile che Gesù sia salito sulla montagna di Arbel, difesa da alte pareti rocciose, dove sorge una sinagoga antica.
È certo, se si crede ai Vangeli, che abbia sostato più volte accanto al Lago di Tiberiade, il piccolo mare di acqua dolce che rifornisce acquedotti e pozzi. A Cafarnao, dove la camminata si conclude, ha certamente visitato quella che archeologi e fedeli indicano come la casa di San Pietro. Certo, nei settanta chilometri del Jesus Trail, il Sentiero di Gesù che attraversa da ovest a est la Galilea, i luoghi legati alla vita e alla predicazione di Cristo sono molto più numerosi.

LA BASILICA DEL MIRACOLO
La maggioranza, però, rispetto a duemila anni fa è profondamente cambiata. Nazareth, la più grande città araba di Israele, ha al centro la moderna Basilica dell’Annunciazione. A Cana spicca la Basilica del Miracolo dove Gesù ha trasformato l’acqua in vino. L’anonimo villaggio di contadini ebrei di Migdal è Magdala, la patria di Maria Maddalena. A Tabgha la Basilica della moltiplicazione dei pani e dei pesci è stata rimaneggiata trent’anni fa. Sono stati l’israeliano Maoz Inon e gli americani David e Anna Landis a inaugurare nel 2008 il Jesus Trail. Un percorso che richiede quattro giorni di cammino, e si rivolge sia ai credenti sia ai laici. Unisce Nazareth, la città di Giuseppe e di Maria, con Cafarnao, la patria di San Pietro.

Lo percorrono un migliaio di trekker ogni anno. Meriterebbe di essere frequentato quanto la Via Francigena e il Camino de Santiago, invece lo conoscono in pochi. Il Jesus Trail è un sentiero facile, fangoso d’inverno e bruciato dal sole in piena estate. Si traversano valli selvagge, periferie e superstrade. Si può camminare da soli o unirsi ai gruppi organizzati da Maoz, David e Anna (www.jesustrail.com), autori anche della guida del percorso. Si pernotta in piccoli alberghi o in ostelli. «Sappiamo che Gesù ha camminato in questa zona. In alcuni tratti siamo riusciti a utilizzare strade antiche, altrove i tracciati storici sono scomparsi sotto all’asfalto. Per noi camminare nello spirito di Gesù è più importante che seguire esattamente i suoi passi» spiega David Landis.

OSTELLI E FATTORIE Lungo il Jesus Trail non si incontrano solo luoghi legati alla vicenda terrena di Cristo. Intorno ai Corni di Hattin è stata combattuta nel 1187 la battaglia nella quale l’esercito di Saladino ha sconfitto i Crociati prima di riconquistare Gerusalemme. A Nebi Shu’eib, ai piedi della montagna, si visita il santuario nazionale dei Drusi, un popolo che vive tra Libano, Siria e Israele e che conserva la sua religione nata prima del Mille in Egitto. Nella successiva discesa, tra i cespugli, compaiono le rovine di Hittin, uno dei 400 villaggi arabi abbandonati dopo la guerra del 1948, quella dell’indipendenza di Israele.

Nonostante i segni dei conflitti passati, il Jesus Trail è una iniziativa di pace. Prima della partenza, i camminatori si incontrano nella Fauzi Azar Inn, il palazzo di una ricca famiglia araba. Suraida Shofar Nasser, l’attuale proprietaria, racconta la storia dell’occupazione israeliana, di come suo nonno Fauzi Azar si sia rifiutato di partire, poi del recupero e della trasformazione in albergo dell’edificio. A Cana, città di arabi cristiani, Su’ad e Sami Bellan spiegano come hanno trasformato in un ostello la loro casa. A Ilanya, in un moshav (villaggio agricolo) ebraico al termine della tappa successiva, Shahar Barkai, ex-istruttore dell’esercito israeliano, ospita insieme alla moglie Hadar i trekker in una fattoria biologica. La collaborazione tra arabi, americani ed ebrei, lungo un sentiero dedicato a Gesù Cristo, è un segno di speranza per una terra splendida e tormentata.

Serpico: “Al Pacino interpretò il mio personaggio meglio di me”

La Stampa

L’ex detective che denunciò la corruzione nel Dipartimento di Polizia di New York: mi odiano ancora oggi, vogliono distruggere l’onore di quello che ho fatto

paolo mastrolilli
new york


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«Mi accolgono meglio all’estero, che nella mia città. Una volta ero a Roma, e una signora mi venne incontro. Pronunciò solo due parole: “E’ vero!”. E poi svenne. La gente pensa ancora che io sia solo un film, e quindi la devo rassicurare».
C’è un po’ di orgoglio, e tanta amarezza, nelle parole di Frank Serpico, il detective diventato famoso in tutto il mondo per il coraggio che ebbe a denunciare la corruzione nel Dipartimento di Polizia di New York.

Era l’inizio degli anni Settanta, e Serpico lavorava nell’ufficio che combatteva il traffico di droga, o meglio, avrebbe dovuto combattere il traffico di droga. Figlio di immigrati italiani, Frank ci aveva messo poco a capire che parecchi colleghi facevano i furbi: da una parte, giravano con le divise e fingevano di dare la caccia ai cattivi; dall’altra facevano accordi con i criminali e li lasciavano operare, in cambio di mazzette e forniture gratuite di stupefacenti. Serpico non era così, e alla fine decise di fare giustizia. Insieme al collega David Durk si mise a parlare, denunciando davanti alla commissione d’inchiesta Knapp tutti gli imbrogli dei colleghi. 

In un ambiente come quello della polizia di New York, non c’è nulla di peggio di un agente che racconta la verità dietro le quinte: diventa subito un “rat”, un topo di fogna, un traditore. Infatti il 3 febbraio del 1971 Serpico si trovò solo davanti ai criminali, durante un’operazione del Dipartimento. I colleghi lo avevano abbandonato, e quando uno spacciatore gli sparò in faccia, non chiesero neppure aiuto. Frank se la cavò, ma lasciò la divisa, con una medaglia d’onore e una pensione di invalidità. Una storia diventata mitica anche grazie al film con Al Pacino, «che interpretò Serpico molto meglio di quanto abbia fatto io nella realtà».

Ora l’ex detective ha 76 anni e vive nella campagna a nord di New York. Qualche giorno fa David Durk, il suo alleato nella denuncia della corruzione al Dipartimento, è morto. Frank ha letto gli elogi funebri sui giornali, ma soprattutto i commenti vergognosi, usciti sui siti internet frequentati dai poliziotti che ancora lo odiano. Uno diceva: «Segui il tuo mentor, ratto schifoso», con l’invito esplicito a lasciare pure lui in fretta questo mondo. Un altro era più sintetico: «Serpirat!», fantasioso neologismo che fa di Serpico e del topo di fogna una cosa sola.

Come mai tanto odio, a oltre quarant’anni di distanza? «Nella vita - ha detto Serpico al Daily News - ho preso le mie responsabilità molto seriamente. Questa, secondo loro, è la mia colpa». Naturalmente non è così, lui non ha alcuna colpa. Quando va a qualche evento pubblico, però, è sempre costretto a difendere le sue azioni: «Il problema è che molti cercano ancora di distruggere l’onore di quanto ho fatto. Personalmente mi interessa poco, ma non posso lasciare che i giovani crescano pensando che chi fa il proprio dovere, chi denuncia la corruzione, è un traditore malfattore». 

Serpico sta scrivendo da decenni un libro che forse non finirà mai, con cui vorrebbe chiarire tutti i punti oscuri della sua storia. Nel frattempo, si limita a dire che «mi piacerebbe sapere perché i miei colleghi non lanciarono l’allarme, quando gli spacciatori mi spararono in faccia. Non l’ho mai scoperto». A questo punto non cerca più gloria, soldi, o riconoscimenti, però gli dispiace che la corruzione sia ancora ovunque tra i poliziotti, e prima di andarsene vorrebbe vedere qualche segnale che il Dipartimento fa sul serio per combatterla. A quel punto toglierebbe volentieri il disturbo, con l’anima in pace: «Non voglio necrologi sui giornali o elogi. Mi basta una pietra sulla mia tomba, con un buco scavato dentro. Un buco dove si raccolga l’acqua, così che gli uccelli possano venire a bere».

Ostaggio del marito in Arabia Saudita libera dopo 10 mesi

La Stampa

“La nebbia non mi è mai sembrata così bella”

silvana mossano
valenza (alessandria)


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La diplomazia ha fatto il suo corso. Il sottosegretario degli Esteri Staffan De Mistura, appena completata la missione di ricondurre in Italia, per Natale, i due marò prigionieri in India, è riuscito a portare a casa anche Chiara Invernizzi, la valenzana da dieci mesi ostaggio, insieme al padre Andrea, del ricchissimo saudita che lei aveva sposato sei anni fa e che adesso si «rifiuta di chiamare ancora marito». 

Ieri, accompagnati da Simone Petroni, console italiano a Gedda, sono atterrati a Malpensa. «In un’alba bellissima è finito un incubo, ma - confessa Chiara Invernizzi - ho avuto paura di non farcela mai». Più volte, in questi mesi, nella febbrile tessitura diplomatica si erano aperti spiragli che, però, il ricco saudita era riuscito a richiudere «solo per capriccio». Senza il suo visto, la donna, che formalmente è ancora sua moglie, non poteva lasciare l’Arabia, e così pure il padre, perché entrambi, a suo tempo, avevano ottenuto il permesso a entrare nel Paese dall’uomo che lei avrebbe sposato. La legge è così: chi autorizza all’ingresso, deve poi consentire l’uscita.

Lo sdoganamento è arrivato soltanto sabato sera, alle nove e mezza. Chiara ha ricevuto la telefonata personalmente dal marito che ne ha tenuto in balìa la sorte per mesi: «C’è il visto, puoi partire». E poi, forse nell’immaginario disegno di riconquistarla, in tono più lieve ha aggiunto: «Merry Christmas, Chiara».  Per Chiara, sì, sarà un bel Natale nella casa valenzana da dove la madre Giovanna Lami ha lottato come una tigre per far conoscere all’opinione pubblica, attraverso giornali e tivù, il caso disperato del marito e della figlia ostaggi a Gedda. Quando ieri sono scesi dall’aereo, «atterrato addirittura con quindici minuti di anticipo, dopo un viaggio di cinque ore», Giovanna Lami è scoppiata a piangere. Una commozione troppo a lungo repressa, perché «da qui dovevo incoraggiarli, nelle telefonate via Skype: non potevo mostrare cedimenti» spiega.

Racconta Chiara: «Mentre mi avvicinavo al portellone di uscita, lo steward mi ha richiamato “signora – ha detto – ha dimenticato…” e mi ha indicato la cappelliera dove avevo posato la abaja, il lungo spolverino nero delle donne arabe». Lei ha replicato: «Tenetelo pure, a me non serve più». Aveva pensato di bruciarla nel caminetto, «ma avrebbe fatto troppo fumo!». Si può ridere ora: degli imprevisti, delle coincidenze strane, delle bizze del destino. E si annodano con affetto i ricordi di quanti, arabi e no, in generosa gratuità, li hanno aiutati, «uomini e donne straordinari» che non hanno chiesto nulla, ma hanno agito «per dovere etico» e perché «sta scritto nel Corano che Dio aiuta le persone di buon cuore». Chiara e Andrea sono persone di buon cuore: andavano aiutate a tornare a casa. 

Ce l’hanno fatta. La strada del rientro in auto, da Malpensa a Valenza, percorsa più volte in questi anni, «non mi è mai sembrata così bella, avvolta di nebbia e ricamata di galaverna, tra campi di neve ghiacciata» dice Chiara, e ride, serena, tranquilla, «dopo aver pianto tanto». Ride dei gatti «che non vedevo l’ora di ritrovare», del pranzo di Natale «che faremo qui in casa, noi tre soli» dice Giovanna Lami, e ride all’idea che «questa sarà la prima notte che dormiremo senza il sonnifero». Intanto, la mente va già oltre il domani e progetta: «Papà e io vogliamo fare il cammino di Santiago di Compostela». Inoltre, lei vuole raccontare in un libro la sua vicenda. «E’ l’unico modo per liberarmene del tutto». Poi, dubbiosa: «Chissà se crederanno a una storia talmente strana…». Ma torna subito a ridere. Merry Christmas? No, questo è un Buon Natale. In Italia. A casa.



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Mesi in ostaggio del marito arabo, il ritorno a casa

Quegli intoccabili al governo graziati da scandali e inchieste

Paolo Bracalini - Lun, 24/12/2012 - 08:32

Due pesi e due misure nel trattamento riservato all'esecutivo. Dal giallo della casa del ministro Grilli all'inchiesta che sfiora Passera, tutti i casi imbarazzanti messi a tacere

Nei bilanci sul governo Monti passa in secondo piano una voce pur presente nell'almanacco 2012 dell'esecutivo: gli scandali. In dodici mesi i membri del governo non se li sono fatti mancare affatto, cinque indagati, ma soltanto due si sono dimessi: il sottosegretario Carlo Malinconico, dopo tre mesi (vacanze luxury pagate a sua insaputa) e l'altro sottosegretario, alla Giustizia, Andrea Zoppini, indagato per concorso in frode fiscale e dichiarazione fraudolenta.


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Gli altri, solo sfiorati dalle polemiche. Lo status di tecnici appoggiati da una strana maggioranza li ha forse messi al riparo dal tiro a segno che avrebbe investito ministri politici. Ma spesso più che tecnici sembrano degli intoccabili. Chiamati per salvare il Paese, pare quasi sconveniente chiedergli conto di stranezze che li riguardino. «Vedo che siamo nell'alta politica» ha risposto ironicamente il premier, in conferenza stampa, alla domanda sulla casa ai Parioli comprata a metà del valore di mercato e ad un prezzo più basso del mutuo richiesto dal ministro dell'Economia Vittorio Grilli (ieri assente). L'ombra di un pagamento in nero per un ministro dell'Economia, da cui dipende la Guardia di finanza, è un sospetto che nessun predecessore avrebbe potuto liquidare con un semplice «sono soltanto pettegolezzi, non si interferisca sulla mia causa di divorzio». Tranne Grilli, già finito nel mirino per le consulenze a Finmeccanica della prima moglie. Nemmeno un graffio, intoccabile.

Quando crollò un pezzo di Domus dei gladiatori a Pompei, l'allora ministro Bondi fu costretto alle dimissioni da un centrosinistra caricato a molla contro di lui, quasi colpevole materiale del crollo. Nel 2012, con il professor Ornaghi ministro, si sono staccati pezzi di intonaco nella Domus della Venere in Conchiglia, poi nel Tempio di Giove, ed è caduta una trave di quattro metri nella Villa dei Misteri, sempre all'interno degli scavi archeologici di Pompei. Ma nessuno si è sognato di accusare Ornaghi, che se l'è cavata con una riflessione filosofica: «Pompei è la metafora del Paese: basta un niente e viene giù qualcosa».

Niente di più, anche lui intoccabile. In Procura è finita invece la casa del ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi. Un altro appartamento vista Colosseo, come quello più noto di Scajola che però si dimise, comprato a prezzo stracciato (180 mila euro per 109mq), grazie a una sentenza del Consiglio di Stato, di cui all'epoca il ministro era presidente di sezione. Patroni Griffi, nei giorni della polemica, confessò di «non dormire più», ma anche di non aver mai pensato alle dimissioni. In effetti lo scandalo si richiuse subito, dimenticato in tempi record.

Su Passera, superministro di Monti, è passato lieve come una piuma l'avviso di inizio indagini partito dalla Procura di Biella («un atto dovuto») per presunti reati fiscali commessi da amministratore di Banca Intesa. «Non c'era sentore di nulla, perché se ci fosse stata avrei preso provvedimenti» è stata invece la difesa del ministro delle Politiche agricole Mario Catania, quando è esploso lo scandalo nel suo ministero: 11 arrestati tra funzionari e dirigenti che truccavano gli appalti per avere in cambio soldi, vacanze, cibo. Anche in quel caso nessun accanimento sul ministro ignaro di tutto. Un po' di polvere ha fatto la vicenda di Silvia Deaglio, figlia del ministro Elsa Fornero.

La dottoressa, ricercatrice dell'Hugef finanziato dalla Compagnia di San Paolo (dove la madre era consigliere di sorveglianza), ha vinto un concorso per professore associato con una commissione presieduta dal presidente dello stesso Hugef, che la premiò anche per «l'ottima capacità di attrarre fondi di finanziamento per la ricerca». Poi è stata chiamata dall'Università di Torino. Dove sono professori ordinari sia la madre che il padre. Anche il viceministro Michel Martone (quello dei giovani «sfigati») è finito sotto tiro per un concorso vinto all'Università. Ma per poco. Il sottosegretario alla Salute, Adelfio Elio Cardinale, è finito tra gli indagati della procura di Bari su presunti concorsi truccati, mentre Roberto Cecchi, sottosegretario ai Beni culturali, è sotto indagine della Corte dei conti per un presunto danno erariale. Tutti però al loro posto. Sfiorati, ma intoccabili.

Due ragazze si baciano alla stazione Un carabiniere le insulta: fate schifo

La Stampa

Polemica sulla vicenda. La denuncia dell’associazione Gay Project: abuso di potere a sfondo omofobico

roma


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Un bacio tra due donne ha scatenato la reazione di un carabiniere e la conseguente presa di posizione dell’associazione Gay Project che ha denunciato quanto avvenuto nella stazione ferroviaria di Acilia, a Roma, classificandolo come «un abuso di potere a sfondo omofobico».

«La sera del 19 dicembre - ha raccontato Imma Battaglia, presidente di Gay Project- nel piazzale antistante la stazione di Acilia (Roma-Lido), una donna ha salutato la sua amica con un bacio sulle labbra, in un’area chiaramente visibile dalle telecamere di sorveglianza. Un carabiniere in servizio, che si trovava dietro ai tornelli ad una distanza di almeno cento metri si è avvicinato alle due ragazze urlando loro di spostarsi, che era uno schifo e una vergogna».

«Alla richiesta ferma di una delle ragazze - aggiunge Battaglia - di motivare quel comportamento, il carabiniere ha reagito chiedendo i documenti alle ragazze. E dopo averle trattenute per circa venti minuti, ha minacciato di denunciarle per atti osceni in luogo pubblico». Una delle ragazze si è quindi rivolta alla caserma di Acilia, che però era chiusa. «Al citofono - ha proseguito Battaglia - i militari le hanno risposto che non erano tenuti a comunicarle le generalità del carabiniere in servizio. I nostri avvocati hanno allora consigliato alla ragazza di sporgere denuncia alla caserma di polizia di un’altra zona, cosa fatta ieri sera».

«La grave ignoranza omofobica di un solo agente rischia - aggiunge Battaglia - di screditare l’immagine di tanti colleghi impegnati ogni giorno nella pubblica sicurezza». Per questo Imma Battaglia propone «corsi di aggiornamenti alle forze dell’ordine affinché non confondano i veri atti osceni con gesti d’affetto leciti e dignitosi», mentre a suo giudizio «l’attacco immotivato da parte di un agente in divisa si configura come un abuso di potere a sfondo omofobico».

«Per questo - conclude - sono necessarie azioni di formazione e perciò chiediamo un incontro con il dirigente di riferimento. Un bacio è un atto d’amore. Ad essere oscene in ogni luogo pubblico sono sempre e soltanto la violenza e la discriminazione».

Usa, la battaglia infinita sui gatti di Hemingway

La Stampa

zampa


I felini polidattili, che vivono nella casa dello scrittore, sono nel mirino del Dipartimento dell’Agricoltura che vuole regolarizzarli come animali da circo

new york


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I gatti di Ernest Hemingway al centro di una battaglia legale: i felini polidattili, con un numero di dita superiore al normale, che vivono nella casa-museo dello scrittore sono nel mirino del Dipartimento dell’Agricoltura che vuole `regolarizzarli´ come animali da zoo o da circo. 

La Corte d’Appello dell’11mo Circuito ha dato ragione alle autorità federali: i gatti a sei dita, usati come pubblicità e disponibili agli scatti dei turisti in visita al museo, sono animali da circo e come tali regolati. E ora la battaglia legale, che va avanti da nove anni, si arricchisce di un altro capitolo: i titolari del museo si apprestano a fare ricorso contro la decisione.

La battaglia sui gatti, discendenti da Snowball il felino prediletto da Hemingway, è iniziata nel 2003 quando uno dei vicini di casa del museo ha presentato una denuncia contro uno dei felini, accusato di aggirarsi «in modo aggressivo» nella sua proprietà. Il dipartimento dell’Agricoltura ha subito stabilito che i gatti dovevano essere “regolarizzati”: a nulla sono valse le rimostranze e le lamentele dei proprietari della casa museo, che si sono visti arrivare anche degli specialisti del comportamento degli animali per verificare a valutare la situazione dei gatti. Il dipartimento dell’Agricoltura si è spinto anche oltre, inviando nel 2005 e nel 2006 agenti sotto copertura per osservare e fotografare i movimenti dei gatti. La conclusione è stata che i gatti avevano bisogno di una balia notturna, altrimenti sarebbero stati confiscati. E la battaglia legale è ancora lungi dall’essere finita in attesa dell’appello. 

Sicilia, i grillini cedono alla burocrazia: per ora niente indennità dimezzata

Mariateresa Conti - Dom, 23/12/2012 - 17:17

Stipendio pieno per il primo mese di attività ai 15 deputati grillini: non sono riusciti a rinunciare alla parte eccedente i 2mila e 500 euro netti

Sull'indennità più che dimezzata, in Sicilia come altrove, hanno impostato la loro campagna elettorale all'insegna della lotta alla casta.


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E subito dopo l'elezione in massa si sono presentati davanti all'Assemblea regionale siciliana con un maxi-assegno simbolico, rappresentazione plastica di quanto la loro elezione avrebbe fatto risparmiare alle casse del Parlamento siciliano. Eppure, alla prova del primo stipendio, i quindici esponenti del Movimento Cinque stelle eletti a fine ottobre all'Ars hanno dovuto arrendersi. Arrendersi alla burocrazia che non è riuscita a trovare una soluzione e che, intanto l'indennità, nella prima busta paga, l'ha lasciata intera.

«Risolveremo questo problema nei primi giorni del 2013», ha spiegato a Repubblica Palermo.it il capogruppo dei grillini al Parlamento siciliano, Giancarlo Cancelleri. Fatto sta però che, sia pure non per cattiva volontà, le indennità siano state versate interamente ai quindici consiglieri.
E per alcuni sono indennità che pesano. A cominciare proprio dal capogruppo, che al netto prende oltre 11mila e 500 euro.

Meglio ancora il vicepresidente Antonio Venturino, che i grillini hanno conquistato un po' per caso - ha avuto 33 preferenze contro le 15 a disposizione - grazie alle fibrillazioni interne alla maggioranza, e in particolare al Pd, il partito che ha candidato con l'Udc il governatore eletto Rosario Crocetta: tra indennità varie, infatti, il vicepresidente arriva quasi, sempre al netto, a 14mila euro. Che la questione della rinuncia al compenso eccedente i 2.500 euro fosse burocraticamente complessa si sapeva dall'inizio. Impossibile tecnicamente, secondo i funzionari, rinunciare a priori alla quota.

E impossibile anche pagare le tasse solo su 2.500 euro e non su tutta l'indennità, come chiesto dai grillini. Unica soluzione possibile, ma di non facile realizzazione, è che il gruppo - che per inciso ancora non ha trovato nemmeno una sistemazione logistica definitiva a Palazzo - faccia ogni mese una donazione destinata a un fondo vincolato da destinare ad attività produttive. Il nodo è aperto. E, almeno per ora, gli stipendi restano interi.

Cold case della storia, l'università di Napoli apre i sarcofagi dei nobili

Il Mattino


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LUCCA - La seconda università di Napoli partecipa alle investigazioni antropologiche e paleopatologiche avviate sugli scheletri delle sepolture nobiliari ritrovate nella Cappella di Santa Lucia a Lucca. Un progetto di studio che segue il modello ormai collaudato per le serie dei granduchi dei Medici di Firenze, dei della Rovere di Urbino e dei sovrani aragonesi di Napoli, ha già permesso di ottenere informazioni nuove sull'aspetto fisico, sullo stile di vita e sulle malattie degli esponenti di questa importante famiglia lucchese.

Nella tomba a cassone sono stati rinvenuti i resti scheletrici, non in connessione, di almeno 48 individui: 17 di sesso femminile, 11 di sesso maschile e 20 di sesso non determinabile. Sono presenti anche 5 bambini di età inferiore ai 13 anni e 4 adolescenti tra i 13 ei 19 anni, mentre 14 individui risultano deceduti tra i 20 e i 29 anni, 3 tra i 30 e i 39, 8 tra i 40 e i 49 ed un solo individuo ha superato i 50 anni. Si tratta di un profilo demografico con un'elevata mortalità giovanile, da ritenere comunque in armonia con un campione di popolazione pre-industriale.

L'analisi paleonutrizionale isotopica degli individui della tomba a cassone, effettuata dal centro di ricerche Isotopiche per i beni culturali e ambientali della seconda università di Napoli, ha rivelato un'alimentazione particolarmente ricca di proteine di origine animale, molto simile a quella dei Medici di Firenze e degli Aragonesi di Napoli. L'altissima incidenza di carie dentaria (64,3% dei denti), superiore a tutte le serie coeve di confronto, depone fortemente non solo per una dieta ricca di zuccheri cariogeni raffinati, ma anche per una predisposizione familiare alla malattia. Particolarmente interessanti sono risultate le tre tombe femminili.

 
domenica 23 dicembre 2012 - 15:03   Ultimo aggiornamento: 15:03