giovedì 27 dicembre 2012

In Cina ora arrivano i diritti La svolta (attesa) di Foxconn

Corriere della sera

Gli incontri (riservati) tra Apple e la sub-fornitura, le scelte di Samsung e Intel: è l'alba di una nuova stagione di diritti?
Un piccolo sgabello di plastica - e «l'impossibilità di dormire di notte» tanto i dolori erano lancinanti - a segnalare l'anno zero dei diritti dei lavoratori cinesi. E ora una sedia (confortevole) con uno schienale finalmente funzionale per appoggiare le membra durante il turno alle linee di montaggio per assemblare i nostri iPhone e iPad.


Cattura
IL RITRATTO - Pu Xiaolan, lavoratrice in un stabilimento Foxconn nella Cina post-comunista - ombelico manifatturiero del mondo e centro nevralgico per la produzione di elettronica di consumo - è la protagonista principale di un lungo reportage sul New York Times. Che riabilita - in parte - la filiera dell'elettronica globalizzata. E di fatto depotenzia il teorema accusatorio nei confronti dei colossi hi-tech, come Apple, Intel, Microsoft, Samsung, più volte etichettati come utilizzatori finali di un meccanismo straordinariamente incontrollabile, ma perfettamente utile a ridurre al minimo il costo del lavoro, per gonfiare al massimo i ricavi delle multinazionali dell'elettronica.

IL CASO - La cinese Foxconn, il più grande assemblatore al mondo di prodotti hi-tech, è diventato in questi mesi il capro espiatorio di una vasta campagna per migliorare le condizioni delle centinaia di migliaia di lavoratori alle prese con l'ottocentesca catena di montaggio, tra dispositivi inquinanti e molto rumorosi, l'accusa di utilizzare manovalanza minorile in spregio a qualunque normativa sul lavoro, l'ipotesi di salari da fame, senza alcun riconoscimento degli straordinari, data la (tradizionale) assenza del potere negoziale di un sindacato piegato alle istanze del partito unico che sorregge la nomenklatura post-comunista cinese al potere da oltre sessant'anni. Eppure al netto delle considerazioni ideologiche il sistema - preso di mira dalle decine di organizzazioni trans-nazionali che si battono per i diritti sul lavoro - ha avuto la possibilità di perpetuarsi, perché giovava a tutti inondare di prodotti hi-tech ad un prezzo altamente competitivo i mercati mondiali affamati degli ultimi ritrovati della tecnologia.

LA GLOBALIZZAZIONE FACILE - A teorizzare, però, il cambio di passo un alto dirigente Apple - che ha voluto trincerarsi dietro un anonimato sospetto - il quale ha detto molto spontaneamente al New York Times una frase quasi sovversiva: «I tempi della globalizzazione facile sono finiti. Ora dobbiamo cambiare tutti». Il riferimento è al costo del lavoro tenuto artificialmente basso, che ha imposto alle migliaia di cinesi provenienti dai villaggi dell'entroterra condizioni lavorative paragonabili allo "schiavismo" dei secoli scorsi. Solo in Foxconn d'altronde lavorano 164mila dipendenti, un esercito paragonabile a una media città italiana.

Costretti a lavorare con sostanze altamente nocive per la salute (per pulire gli schermi dell'iPhone usciti dalla catena di montaggio), a rischio per le esplosioni derivanti da eventuali cortocircuiti delle macchine (e la perdita di vite umane, la cui contabilità è praticamente impossibile), per finire alle centinaia di ore di straordinario su base mensile, senza alcuna contropartita economica. Ora l'accordo sulle 49 ore settimanale quanto meno introduce un limite oltre il quale non andare. Che ha indotto anche Samsung e Intel a modificare i rapporti con la fornitura di matrice cinese. Troppo presto per dire se siamo all'inizio di una nuova era sul fronte dei diritti sul lavoro. Al New York Times assicurano che la breccia si è aperta.


Fabio Savelli
FabioSavelli27 dicembre 2012 | 19:49

Da gennaio multe stradali più salate Rivolta in Rete: accanimento assurdo

La Stampa

Scatta l’adeguamento all’indice dei prezzi Istat: stangata del 6%. Le associazioni dei consumatori: «I tempi di crisi è insensato, intervenga subito il governo»

enrico caporale (agb)


BrutCatturate notizie per gli automobilisti. Dal 1° gennaio 2013 le sanzioni per le infrazioni al Codice della Strada, in conformità all’art. 195, subiranno rincari di quasi il 6%, un automatico adeguamento al Foi (indice nazionale Istat dei prezzi al consumo per famiglie e impiegati). Si tratta del decimo aumento dal 1995: basti ricordare che un automobilista multato per divieto di sosta pagava 50 mila lire nel 1993 mentre oggi la cifra è salita del 51% (39 euro). L’uso del cellulare senza auricolare alla guida? Da 50 mila lire ai 152 euro attuali.

Pubblicato il 13 dicembre, il Foi è cresciuto del 5,7 per cento. Dunque, in soldoni, il divieto di sosta passerà da 39 a 41 euro. Il mancato uso delle cinture di sicurezza da 76 a 80 euro. La multa per chi telefona mentre guida da 152 a 161 euro. Attraversare un incrocio col semaforo rosso costerà da 154 a 163 euro. Attenzione a non spingere troppo sull’acceleratore dopo Capodanno: una sanzione per autovelox ordinario (tra 10 e 40 chilometri orari sopra il limite) passerà da 159 a 168 euro, che in orario notturno salirà da 212 a 224 euro.

I rincari, ovviamente, non sono passati inosservati. «I comportamenti scorretti vanno sanzionati, noi siamo a favore delle multe – ha precisato Carlo Rienzi (Codacons) -, ma non si può dare addosso ai cittadini in modo così ossessivo». Critica anche la Polstrada che si è appellata direttamente a Monti: «Il premier blocchi subito i rincari, in tempi di crisi sono insensati». A fargli eco Gianprimo Quagliano, presidente del Centro studi Promotor: «Sterilizzare subito gli aumenti con un provvedimento politico.

Abbiamo le imposte sui carburanti più pesanti d’Europa. Il settore dell’auto è stremato. Il crollo delle vendite ha portato il nostro mercato al livello di 33 anni fa». Duro anche il commento di Angelo Sticchi Damiani, presidente dell’Aci. «Nell’ultimo anno c’è stato un calo vertiginoso dell’uso dell’auto. Insistere con questi aumenti è un assurdo accanimento. Fermateli». 

Gli italiani alla guida, però, non sono certo disciplinati. Dal sito dell’Asaps (Associazione Sostenitori Amici Polizia Stradale) risulta che il Belpaese è primo nella classifica europea delle infrazioni: +1.512 per cento in 10 anni. Un verbale ogni 10 secondi a Milano, ogni 12 secondi a Roma. E «solo due italiani su dieci pagano senza contestare - dice Vittorio Carlomagno, presidente di Contribuenti.it -, gli altri ricorrono al Prefetto».

Che dire, da gennaio gli automobilisti dovranno fare più attenzione. Unica consolazione: tra le modifiche al Codice discusse in Parlamento (oltre alla notifica tramite posta elettronica certificata) c’è lo sconto del 20 per cento per chi paga entro cinque giorni.

Niente sigarette ai minorenni, scatta il divieto assoluto di vendita dei tabacchi

Il Mattino

Entra in vigore martedì il provvedimento voluto dal ministro Balduzzi
Sigarette vietate ai minorenni. Dal primo gennaio scatta il divieto ed entra in vigore il giro di vite voluto dal ministro della Salute Renato Balduzzi.


CatturaI rivenditori sono stati allertati dalla Federazione italiana tabaccai. In sostanza da martedì i tabacchi lavorati si potranno vendere solo ed esclusivamente ai maggiorenni. La legge impone che, in caso di dubbio sull'età dell'acquirente, il rivenditore chieda un documento di identità. I distributori automatici dovranno essere aggiornati e adeguati alla lettura automatica dei documenti anagrafici con il nuovo limite d'età. Le sanzioni sono state inasprite. In caso di violazione delle nuove norme la multa va da un minimo di 250 euro ad un massimo di mille euro, se si tratta della prima volta. Per i recidivi, infatti, la multa cambia e passa da un minimo di 500 euro a duemila euro con l'aggiunta della sospensione della licenza per l'esercizio dell'attività.


giovedì 27 dicembre 2012 - 18:06   Ultimo aggiornamento: 18:06

Mamma ruba al supermercato: volevo preparare il pranzo di Natale ai miei figli

Il Mattino

Si è messa a piangere disperata in un market di Vigonza:. «Sono sola, disoccupata, senza un soldo e ho due bambini»


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PADOVA - Ladra per disperazione scoperta in flagranza. Disoccupata, senza soldi e con due figli piccoli da sfamare, almeno per il giorno di Natale. Colta dalla disperazione una donna moldava di 42 anni di Vigonza, il 24 dicembre è entrata al supermercato Ipercoop di via Regia 86.  Mancavano pochi minuti alle 20. Tentando di agire inosservata si è impossessata di un paio di confezioni di carne, di due scatole di sugo e di due confezioni di pasta. Ha nascosto tutto sotto il giubbotto. Poi si è recata alla cassa, sperando che nessuno si accorgesse della sua presenza. Nulla da fare, durante le festività anche all'Ipercoop sono stati potenziati i servizi antitaccheggio e, puntualmente l'ex badante moldava è stata fermata.

La donna non ha opposto alcuna resistenza, si è messa a piangere, ha raccontato di aver lavorato per qualche anno come assistente domiciliare, ma di essere attualmente senza un lavoro e di avere a casa due bambini da accudire. «Ho rubato per sfamare i miei figli», ha detto la donna. Come da prassi, il personale dell'Ipercoop ha chiamato il 112. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della locale stazione al comando del luogotenente Massimo Andreozzi. I militari hanno identificato la donna, che non ha mai avuto problemi con la giustizia. Piangeva, era disperata, ha più volte riferito che i suoi figli il giorno di Natale non avrebbero avuto nulla da mangiare. Di aver tentato di rubare colta dallo sconforto.

La refurtiva, per circa settanta euro, è stata riconsegnata ai responsabili del centro commerciale. desso per la quarantaduenne potrebbe scattare la denuncia per tentato furto. Vista la gravità della situazione in cui versa la donna, disoccupata e con figli a carico, i vertici dell'Ipercoop di Vigonza potrebbero anche ritirare la denuncia, ma quello che in cuor suo spera la donna moldava è che il nuovo anno le porti un lavoro onesto da fare. Per non ritrovarsi mai più in futuro a ricorrere al furto per mettere qualcosa di caldo nel piatto ai propri figli il giorno di Natale. Della vicenda sono al corrente anche gli amministratori comunali di Vigonza che potrebbero a breve aiutare la donna moldava a trovare un impiego.

giovedì 27 dicembre 2012 - 12:12   Ultimo aggiornamento: 19:07

Da Palermo alla Dna passando per il ministero Ecco chi è Piero Grasso

Quotidiano.net

Il procuratore antimafia si candida col Pd

Procuratore nazionale antimafia dal 2005, Pietro Grasso, originario di Licata, 68 anni il prossimo primo gennaio, comincia la sua carriera nel 1969 come pretore a Barrafranca. Pm a Palermo, intorno alla metà degli anni Settanta, si occupa di criminalità e indaga sui reati contro la pubblica amministrazione

Roma, 27 dicembre 2012


Cattura Procuratore nazionale antimafia dal 2005, Pietro Grasso, originario di Licata, 68 anni il prossimo primo gennaio, comincia la sua carriera nel 1969 come pretore a Barrafranca. Pm a Palermo, intorno alla metà degli anni Settanta, si occupa di criminalità e indaga sui reati contro la pubblica amministrazione. Dopo aver seguito l’inchiesta sulla morte del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella (ucciso il 6 gennaio 1980), Grasso, quattro anni dopo, e’ giudice ‘a latere’ nel primo maxiprocesso alla mafia nonche’ estensore di oltre 8mila pagine di sentenza.

Conclusa questa esperienza, arriva la nomina a consulente della Commissione Antimafia cui segue nel ‘91 la chiamata come consigliere alla Direzione Affari Penali del ministero di Grazia e Giustizia, allora guidato da Claudio Martelli, e poi come componente della Commissione centrale per i pentiti al posto di Giovanni Falcone dopo la strage di Capaci. Nominato procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia, affidata a Pierluigi Vigna, Grasso viene applicato alle procure di Palermo e Firenze per seguire le indagini sulle stragi del ‘92 e del ‘93.

Alla procura di Palermo approda, come responsabile, nell’agosto del 1999 fino a quando non subentra proprio a Vigna alla Dna, grazie a “un profilo professionale di assoluta eccellenza, fondato su una grande abnegazione, su una elevatissima cultura giuridica, su un’ampia capacita’ organizzativa e su un profondo intuito investigativo”. All’elezione di Grasso seguono accese polemiche per le modalità con cui viene estromesso dal concorso Giancarlo Caselli. Concluso il primo mandato, l’incarico alla Dna è confermato nel 2010 dal Csm.

A Grasso e ai suoi più stretti collaboratori si deve l’arresto di quasi duemila persone, compresi 13 latitanti che facevano parte della lista dei 30 uomini piu’ pericolosi, oltre al contributo nella cattura, nell’aprile del 2006, del superlatitante Bernardo Provenzano.

Un libro ammette il genocidio armeno e la Turchia non lo censura

La Stampa

Il nipote di Cemal Pasha, uno dei pianificatori: “E’ stato un crimine contro l’umanità”

luigi grassia


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Le notizie sono due:
 
1) che un nipote del famigerato Cemal Pasha, organizzatore del genocidio armeno durante la prima guerra mondiale, in questo ultimo scorcio di 2012 ha scritto un libro per ammettere la realtà del genocidio (da sempre negata dai turchi) citando con abbondanza documenti e lettere di famiglia, e

2) che questo suo libro viene regolarmente pubblicato in Turchia, e in lingua turca, nonostante il fatto che in quel Paese parlare di genocidio armeno sia un reato, eppure le autorità non prendono alcun provvedimento. 

Potrebbe voler dire che la Turchia, anche senza abrogare formalmente il divieto di parlare del genocidio, ha deciso di farlo cadere silenziosamente; e questa sarebbe una bella cosa. Oppure la mancata incriminazione del giornalista Hasan Cemal può significare che le autorità stanno zitte e ferme per non creare un altro caso come quello di Oran Pamuk, il Premio Nobel turco per la letteratura che finì sotto processo appunto per aver scritto e parlato senza mezzi termini del genocidio armeno; per il Paese il processo fu di imbarazzo più delle stesse dichiarazioni di Pamuk.

Nel suo libro Hasan Cemal , che lavora per il quotidiano turco Milliyet, è stato molto esplicito nel prendere posizione: le parole «genocidio armeno» compaiono già nel titolo, e Cemal scrive senza mezzi termini che «negare il genocidio significherebbe rendersi complici di questo crimine contro l’umanità». Aggiunge: «Quel che è successo nel 1915 non è una questione del passato, ma del presente. Possiamo trovare pace solo facendo pace con la storia, ma la storia vera, non una storia inventata o alterata come la nostra».

Gli armeni, che hanno popolato l’Anatolia orientale per migliaia di anni prima che ci arrivassero i turchi, sono improvvisamente scomparsi fra il 1915 e il 1916, e si trattava di almeno un milione e mezzo di persone. I turchi negano che si sia trattato di un genocidio pianificato e contrappongono la tesi di un limitato numero di vittime in disordini civili in entrambe le comunità; il che però non spiega nulla, e lascia inspiegata la scomparsa dell’intero popolo armeno dal territorio.

L’Unione europea non ha messo il riconoscimento del genocidio armeno come condizione per ammettere la Turchia nell’Ue, ma fra le condizioni dell’accesso figura la libertà di parola su ogni questione, inclusa questa, e quindi anche la fine del divieto legale di parlarne. Il quotidiano turco Zaman nel recensire (come hanno fatto altri giornali del Paese) il libro di Hasan Cemal, ha commentato che «la Turchia è sulla strada di infrangere uno dopo l’altro tutti i suoi tabù».

Istanbul capitale del trapianto di baffi

Corriere della sera

Agenzie turistiche fanno affari d'oro. Ogni giorno vengono operati 50 turisti per baffi e barba nuovi. L'intervento costa 1.700 euro

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MILANO – Ancor più dell’hammam poté il baffo. A sorpresa, e con una crescita costante e sostanziosa, la capitale turca è diventata la meta prediletta non solo per i patiti del bagno turco, ma anche per chi desidera rifarsi la peluria tra narici e labbro superiore. Il mustacchio, simbolo di virilità, del passaggio all’età adulta e dell’esplosione sessuale, prediletto da statisti, artisti e militari, è il protagonista ignaro di un nuovo turismo che porta uomini di ogni nazione (ma soprattutto di origine arabica) a Istanbul per sottoporsi al trapianto di baffi. E per aiutarne soggiorno e procedure mediche, nascono in città agenzie dedicate a questa particolare nicchia turistica, e pullulano cliniche private in cui a listino un trapianto costa anche oltre 1.700 euro.

IL SERVIZIO – Come racconta il Guardian, ogni giorno si fanno operare in città circa 50 persone di origine araba, e la popolazione del Medio Oriente corrisponde al 75 per cento della clientela per questo tipo di interventi. Il baffo che nelle terre di Allah è simbolo di forza, potere, virilità, e soprattutto onore («se non dico il vero che mi vengano tagliati i baffi» è solo uno dei molti modi di dire orientali legati al mustacchio), quando manca o si sfoltisce diventa un vero problema: a rivolgersi ai chirurghi turchi sono spesso uomini di mezza età, magari intenti a prendere la terza o quarta moglie, ma anche uomini d’affari, che si presentano raccontando come l’assenza di una peluria forte ponga loro problemi di credibilità anche al lavoro. Per arrivare nelle cliniche specializzate di Istanbul si rivolgono ad alcune agenzie private che si occupano di tutto: i documenti medici preliminari, l’albergo, i tour della città da unire all’operazione. Che ha un costo molto alto: un intervento normale sul solo baffo costa circa 1.700 euro, in cui sono inclusi 4 giorni di permanenza in città, con pernottamenti, pasti ed escursioni.

ALLA MODA TURCA – I clienti migliori arrivano tutti dagli stessi Paesi e le loro richieste sono esplose negli ultimi due anni: sono turisti provenienti soprattutto dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Arabia Saudita, dal Qatar, dall’Iraq e dal Kuwait. Ma anche tra gli europei, soprattutto di nazionalità britannica, si registrano alcuni viaggi per il trapianto del baffo. Complice un boom nella diffusione della cultura turca negli stati mediorientali, dovuta per esempio alla diffusione dei programmi televisivi delle reti turche in Medio Oriente, il numero di turisti arabi (non solo per il trapianto) in Turchia è cresciuto dai 700 mila del 2001 agli oltre 4 milioni del 2011. E alcuni personaggi del Paese sono diventati un esempio da seguire (almeno per quel che concerne il lato fisico). Non a caso, tra i modelli di baffi più richiesti vi è lo stile sobrio e impeccabile del primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan.

Eva Perasso
27 dicembre 2012 | 13:47

2013: i nuovi pericoli per la sicurezza di smartphone e tablet

La Stampa

Secondo Websense urge un controllo in tempo reale sul device mobile.
valerio mariani


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Che le piattaforme mobile siano le più appetibili per gli hacker non lo scopriamo adesso. Ciò che distingue, e distinguerà nel 2013, questo tipo di attacchi da quelli tradizionali è la molteplicità dei campi in cui sarà applicato. Tutti i maggiori vendor di sicurezza, da Stonesoft a F-Secure, da Kaspersky a Websense, azienda che abbiamo interpellato in proposito, puntano il dito sul pericolo associato all’uso di smartphone e tablet, soprattutto se personali ma utilizzati anche per il lavoro (il cosiddetto Byod).  Emiliano Massa, Director of Regional Sales di Websense Italy&Iberia, chiarisce subito la questione: “il Byod e il cloud sono l’accoppiata vincente per gli hacker. Tutti i produttori di dispositivi mobili si danno battaglia sul fronte delle App per fornire tool e Sdk che garantiscano la massima “openess”. Se, da una parta, la mossa è finalizzata a diffondere il più possibile gli strumenti di sviluppo, dall’altra la strategia favorisce anche gli eventuali malintenzionati”. 

Secondo il rapporto di Websense, la possibilità di sviluppare la stessa App per diverse piattaforme, insieme all’accesso da mobile a diversi sistemi e servizi (la voce è solo il quinto tra gli utilizzi più diffusi di tablet e smartphone), non farà altro che agevolare il lavoro degli hacker. Le minacce mobile sfrutteranno una vasta libreria di codici, originariamente progettati per altre piattaforme, come le tecniche di offuscamento, gli attacchi frammentati e altro. Questo potrebbe consentire agli hacker di concentrarsi sull’aggiunta ad un attacco di poche funzioni esclusive, come i metodi che sfruttano i servizi basati sulla posizione dei dispositivi mobili. 

In particolare, sempre secondo Websense, gli sforzi di Microsoft per produrre una piattaforma Windows 8 più intuitiva per gli sviluppatori saranno apprezzati anche dai criminali informatici che ne sfrutteranno le vulnerabilità. Probabilmente i dispositivi mobile di Microsoft vedranno il tasso più alto di aumento delle minacce. La piattaforma Android certo non sarà da meno: dato l’alto grado di apertura, le tecniche di attacco usate sui PC migreranno verso questa piattaforma anche qui a causa dell’impegno di Google per ridurre al minimo la fatica degli sviluppatori nel supportare le nuove versioni del sistema operativo Android.  iOS sarà la meno attaccata, per il grado di “chiusura” della piattaforma di sviluppo, ma, a causa della forte penetrazione di iOS negli ambienti professionali, le aziende dovranno comunque prestare molta attenzione. 

Secondo tutti gli altri paladini della sicurezza, Android sarà il vero problema. Kaspersky sostiene che più del 90% degli attacchi passerà dalla piattaforma di Google. Le previsioni dell’azienda russa dicono che il malware via mobile esploderà nei prossimi 18 mesi, e nel 2013 è molto probabile che sarà l’anno del più grande worm per Android che potrebbe diffondersi via Sms o via App.  Stonesoft dichiara, addirittura, che potremmo assistere al primo caso di brand consumer globale che finisce in bancarotta a causa di un cyberattacco e della conseguente perdita di reputazione e fiducia dei clienti. Secondo F-Secure, invece il malware per mobile sarà sempre più diffuso: i cyber-criminali creeranno toolkit acquistabili e utilizzabili da altri criminali che non hanno vere e proprie abilità hacking. In altre parole, il malware diventerà un servizio per Android. 

Come dicevamo, gli attacchi o le espressioni malevole si potranno manifestare in diversi modi. Via Sms, via mail o anche via chat ma non solo. gli App store saranno, e lo sono già, popolate da App non sicure perché gli attuali controlli non sono efficaci, e perché gli hacker sanno come aggirarli. E, sempre secondo Massa: “non è un problema di responsabilità dei vari player, purtroppo l’App è l’elemento più semplice su cui agire per inserire del malcode all’interno di un device mobile e le cose si complicano se lo smartphone personale è utilizzato anche per lavoro e quindi ospita dati aziendali. Se, infatti, lo smartphone o il tablet sono forniti dall’azienda, allora è possibile controllarne e limitarne l’uso, ma se il terminale è personale, l’azienda non può dimostrarsi troppo invasiva mentre, al contrario, il dipendente diventa il principale responsabile di un cyberdanno, ma solo a patto che abbia firmato preventivamente un accordo specifico con l’azienda”. 

La soluzione, secondo il manager di Websense, è una sola: “sicurizzare i device, implementare metodologie che in tempo reale controllino il download delle App”. Oltre, ovviamente alle mail, le chat e il browser. Ultimo allarme riguarda il social engineering applicato all’e-commerce. Websense ha segnalato un caso emblematico che ha coinvolto la prenotazione dell’iPhone 5 a settembre. I fanatici di tecnologia, infatti, sembrano essere la tipologia più vulnerabile perché focalizzata esclusivamente sull’acquisto di un bene il più in fretta possibile. Qualche giorno dopo l’avvio dei pre-ordini dell’iPhone 5, sono state inviate circa 45mila mail false di notifica di consegna. È bastato costruire un messaggio che risultasse inviato da Ups, il corriere demandato da Apple alla consegna dello smartphone, e inviarlo agli acquirenti in attesa, un gioco da ragazzi per caricare sul Pc o sul device mobile dell’ignaro impallinato un bel trojan bancario.

Bin Laden pagò una mazzetta per la casa-bunker in Pakistan

La Stampa

Un giornale locale: l’ex leader di al Qaeda versò 50.000 rupie a un funzionario amministrativo


Cattura
I meccanismi di corruzione sono così implacabili in Pakistan che perfino Osama bin Laden, il terrorista più ricercato del mondo, dovette pagare una “mazzetta” ad un funzionario pubblico per poter costruire la casa di Abbottabad in cui poi fu scoperto e ucciso da un commando Usa il 2 maggio 2011. Lo ha rivelato il quotidiano pachistano Jang. Il giornale indica che l’ex capo di al Qaida fu costretto a «sganciare» la somma di 50.000 rupie (meno di 400 euro) a favore di un funzionario amministrativo comunale (`patwari´) che solo dopo firmò l’autorizzazione per la costruzione di un edificio di tre piani circondato da una recinzione alta oltre quattro metri.

La vicenda, precisa Jang, è emersa dalla traduzione del diario su cui Bin Laden soleva annotare i momenti salienti della sua giornata. In esso è appunto menzionata l’autorizzazione data ai suoi collaboratori per il pagamento della somma al funzionario. Quest’ultimo, che era all’oscuro della vera identità del richiedente, è stato successivamente arrestato dalla polizia per concussione, mentre la residenza di Bin Laden è stata demolita dall’esercito pachistano nella seconda metà di febbraio. In essa furono rinvenuti il diario e 137.000 documenti. 

Pechino spegne la tv ai monaci tibetani

La Stampa

Apparecchi confiscati per porre un freno al fenomeno delle auto immolazioni:«In onda programmi che fomentano la rabbia anti-Cina»


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Per porre un freno all’allarmante fenomeno delle auto immolazioni, le autorità cinesi hanno confiscato televisori da 300 monasteri nella remota prefettura di Huangnan in Tibet e smantellato apparecchiature di trasmissione satellitare che mandavano in onda programmi “anti-cinesi’’.
Sono 81 i tibetani che quest’anno si sono dati fuoco per protestare contro il dominio cinese. «In questo momento critico per il mantenimento della stabilità sociale nella prefettura di Huangnan dobbiamo rafforzare le misure e combattere con forza la battaglia contro le auto immolazioni’’, riporta l’agenzia di stampa statale del Qinghai.

Il governo locale avrebbe investito 8,64 milioni di yuan (1,39 milioni dollari) per installare 50 trasmettitori che trasmettono il 70 per cento dei canali televisivi della prefettura, dice l’agenzia. La Cina ha più volte denunciato il Dalai Lama e gruppi tibetani in esilio per aver fomentato le aut immolazioni. Da parte loro, gli Stati Uniti e molti altri paesi hanno chiesto a Pechino di porre fine alle politiche repressive e di negoziare con il premio Nobel tibetano. Pechino però ha sempre difeso il suo pugno di ferro in Tibet, dicendo che la remota regione ha sofferto di una povertà estrema e di una stagnazione economica fino al 1950, quando le truppe comuniste l’hanno «pacificamente liberata’’.

Pakistan, ragazza cristiana uccisa con un colpo alla testa

La Stampa

Esecuzione a Quetta. A Natale il massacro in Chiesa in Nigeria. Il Vaticano: 105 mila morti nel 2012



Cattura
Nuovo episodio di violenza a sfondo religioso nel Pakistan musulmano. Una giovane ragazza cristiana è stata uccisa con un colpo di testa a Quetta, capoluogo della provincia sud-occidentale del Belucistan. Lo riferisce la rete Ndtv citando fonti della polizia. Il corpo senza vita della giovane è stato trovato nella sua casa a Brewery Road. L’episodio si aggiunge al massacro di Natale avvenuto in Nigeria, dove alcuni uomini armati hanno attaccato una piccola chiesa gremita di fedeli durante la messa della mezzanotte, in un villaggio nel nord-est del Paese. Hanno ucciso a raffiche di mitra sei persone, tra cui anche il sacerdote che officiava sull’altare, e ne hanno feriti molti altri. Poi, mentre la folla in preda al terrore cercava scampo tra grida , lamenti e corpi senza vita, hanno dato fuoco all’edificio e incendiato alcune case vicine.

«Si stima che anche quest’anno, nel 2012, siano stati uccisi per la loro fede 105 mila cristiani: questo significa un morto ogni 5 minuti. Le proporzioni, dunque, sono spaventose», afferma il sociologo Massimo Introvigne, coordinatore dell’Osservatorio della libertà religiosa in Italia, citando alla Radio Vaticana dati del «centro forse più avanzato di statistica religiosa è quello fondato e diretto - fino alla sua morte nel 2011 - da David Barret, negli Stati Uniti». Nel giorno in cui la Chiesa festeggia Santo Stefano, primo martire, Introvigne ricorda i tanti cristiani che nel mondo soffrono persecuzioni o vengono uccisi per la loro fede.

«Le aree di rischio sono molte, se ne possono identificare sostanzialmente tre principali: i Paesi dove è forte la presenza del fondamentalismo islamico - la Nigeria, la Somalia, il Mali, il Pakistan e certe regioni dell’Egitto - i Paesi dove esistono ancora regimi totalitari di stampo comunista, in testa a tutti la Corea del Nord e i Paesi dove ci sono nazionalismi etnici, che identificano l’identità nazionale con una particolare religione, così che i cristiani sarebbero dei traditori della Nazione, penso alle violenze nello stato dell’Orissa, in India», spiega. «Certamente, in molti di questi Paesi andare a messa o anche andare al catechismo - in Nigeria c’è stata anche una strage di bambini che andavano a catechismo - è diventato di per se stesso pericoloso», aggiunge Introvigne.

Bacio tra due ragazze alla stazione: trasferito il carabiniere di Ostia

Il Messaggero
di Giulio Mancini


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ROMA - «Non ho avuto nessun atteggiamento omofobo nei confronti di quella coppia di donne che si stavano scambiando effusioni in pubblico e ho agito come se fosse etero». È così che si giustifica ilcarabiniere accusato di aver prima offeso e poi minacciato due ragazze che si stavano baciando davanti alla stazione di Acilia. Un intervento, il suo, che già gli però è costato il trasferimento all’Eur. Ha 38 anni, è sposato e padre di due figli, ama la lettura dei classici, tra i quali Cesare Beccaria, e ha un passato di encomi con attestati di stima: sono queste le note caratteristiche dell’appuntato dei carabinieri di Ostia denunciato alla polizia da una ragazza per aver assunto, in divisa e in servizio presso la fermata Roma-Lido, atteggiamenti omofobici nei suoi confronti.

Stando al racconto della donna, rilanciato dall’associazione Project Gay di Imma Battaglia, «la sera del 19 dicembre il militare si è avvicinato alle due ragazze urlando loro di spostarsi, che era uno schifo e una vergogna, in quanto due femmine certe cose è meglio che le vanno a fare di nascosto». «Il militare è mortificato ma è stato molto chiaro rispetto alla vicenda puntualmente registrata nel verbale di servizio redatto la sera stessa - spiega l’avvocato Luciano Randazzo al quale l’appuntato si è affidato per tutelarlo in tutte le sedi giudiziari.

I fatti non sono andati affatto così come sono stati raccontati dalle ragazze. Innanzitutto, il carabiniere in servizio è intervenuto all’interno della stazione, e non al di fuori, su specifica segnalazione di una passante che si era detta disturbata da quanto aveva visto. La coppia di donne si stava scambiando effusioni spinte e non si trattava di un semplice bacio a stampo. Per questo motivo, le ha invitate ad assumere un comportamento consono con il luogo pubblico nel quale si trovavano e per tutta risposta è stato apostrofato in malomodo, con parolacce e ingiurie».

LA DENUNCIA
Nella denuncia dell’associazione gay e nell’esposto presentato alla polizia le donne parlano di offese e che il carabiniere avrebbe «minacciato di denunciarle per atti osceni in luogo pubblico». «C’è la testimonianza degli altri tre militari dell’esercito che smentisce questa condotta da parte dell’appuntato - ribatte l’avvocato Randazzo - Il carabiniere a quel punto ha solo richiesto i documenti per identificarle, così come prevede il regolamento nei casi di ingiurie ad un pubblico ufficiale». «Sarei intervenuto nello stesso modo se si fosse trattata di una coppia eterosessuale» chiarisce il militare che nel frattempo è stato trasferito di zona e di incarico. Ora è affidato alla compagnia Eur. «Siamo consapevoli che questo trasferimento non è un provvedimento punitivo ma si tratta di un atto cautelare per tutelare la sua persona e anche l’Arma da eventuali critiche - conclude Randazzo - Il carabiniere è estremamente dispiaciuto che il suo comportamento, tenuto come da istituto e funzione, sia stato equivocato e ritenuto offensivo».


Giovedì 27 Dicembre 2012 - 09:49
Ultimo aggiornamento: 09:58

I segreti di Leonardo e del sottomarino Toti

La Stampa

ELEONORA ROSSI CASTELLI (magzine)


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Il Toti, il primo sottomarino italiano costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, riposa immobile nel cortile. «Le eliche non si fanno più così – coglie l’occhio da ingegnere di Alfio Trovato –. L’acqua trasmette i suoni molto più velocemente dell’aria. Ma per un sottomarino l’essere silenzioso è essenziale. Gli studi militari di idrodinamica, negli anni, hanno sviluppato eliche sempre più adatte per fare il minor rumore possibile». La storia, il presente e le avanguardie dell’ingegneria: tutto questo è raccolto nel Museo della Scienza e della Tecnologia. Turbine, modelli di draghe e di nostri, ingranaggi complessi e pesantissimi sfilano nei corridoi, per arrivare ai laboratori più avanzati di nanotecnologie e affini.

Una visita curiosa, per un non addetto ai lavori. Ma un ingegnere coglie qualcosa in più. Qui scopre le sue radici. Alfio Trovato, ingegnere ambientale laureato al Politecnico di Milano, ha lo sguardo di chi capisce cosa c’è dietro e cosa vive ancora di ciò che è esposto. E il Museo per lui ha un valore aggiunto: è dedicato a Leonardo, il «padre di tutti gli ingegneri». «Chiunque, in realtà, può intuire a colpo d’occhio come funzionano questi strumenti – commenta davanti ai modelli interpretativi dei disegni leonardeschi  – mentre con la tecnologia di oggi è impossibile comprendere il funzionamento di questi meccanismi per un “profano”».

Ma quanto c’è di attuale, in questi lavori? «Tuttora realizzo così la rappresentazione grafica per l’assemblaggio dei pezzi – commenta Trovato davanti a un disegno del genio del Rinascimento –. Questi schizzi, sotto un certo aspetto, sono come le istruzioni dei mobili Ikea: servono a fare comprendere dove va montato ciascun elemento». La fissazione di Leonardo era il trasferimento del moto, da lineare a rotatorio e viceversa. Tutti i suoi progetti si basano su precisi giochi di incastri tra ingranaggi. Scendendo due rampe di scale, entriamo nell’area del Museo dedicata alle acciaierie Falck, una realtà importantissima, il pilastro su cui l’industria lombarda ha dimostrato per anni la sua solidità.

E anche qui si trova lo stesso gioco di ingranaggi. «I principi meccanici nella realizzazione dei macchinari spesso sono rimasti gli stessi, dai tempi dello scienziato-pittore», commenta l’esperto. Nella sala Falck si fa un salto di più di quattro secoli, osservando la riproduzione di un impianto siderurgico del 1950. «Per lavorare i metalli c’è bisogno di un calore disumano – racconta l’ingegnere –. Questi impianti dovevano sembrare dei gironi infernali. I macchinari erano pesantissimi: per supplire alla raffinatezza meccanica che abbiamo oggi e che permette di usare molto meno materiale, ai tempi si costruivano ingranaggi grossi, spessi, con tantissimo acciaio, per opporre resistenza tramite il peso». Inoltre erano privi delle protezioni di oggi: «Tantissimi operai ci hanno rimesso dita, mani, o addirittura la vita».

Ma il viaggio nel Museo non finisce qui. Oltre agli altri padiglioni e ai laboratori esposti al pubblico, nei depositi si nasconde un vero e proprio universo. Macchine da cassa di fine Ottocento, lampadine, macchine da scrivere e da cucire sono accatastate ordinatamente sugli scaffali dei sotterranei del Museo, a cui si aggiungono 6mila metri quadrati di spazi esterni. «Abbiamo un vero affresco dell’Italia tra ‘800 e ‘900 in 200 tele di grandi autori – spiega il direttore del Museo, Fiorenzo Galli –: Pellizza da Volpedo, Mancini, Fontanesi». Tutto ciò che è tenuto qui è frutto di donazioni ed è in attesa di essere catalogato, studiato, restaurato. «Ogni dipartimento ha il suo staff – continua il direttore –. E poi beneficiamo di consulenze di esperti, sempre assolutamente gratuite. Ci autofinanziamo all’80%, ma avremmo davvero bisogno di quei fondi pubblici che non riceviamo».

Riportiamo a casa l’ultimo Pinocchio

La Stampa

Balestri, protagonista dello sceneggiato tv: “Il burattino è in Francia, assurdo non averlo a Collodi”

federico taddia
forcoli (pisa)


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«Noi italiani siamo dei bischeri: non possiamo farci sottrarre uno dei simboli del nostro cinema, un cimelio che è ancora nei cuori di tutti i bambini di ieri e di oggi». Diretto, sfrontato, scherzoso: è proprio Pinocchio quello che parla, in uno spiccato accento toscano che fa subito simpatia. Andrea Balestri, il bambino scelto da Luigi Comencini per interpretare il burattino più famoso del mondo, oggi ha 49 anni, vive a Forcoli, in provincia di Pisa, e lavora come impiegato in un’azienda di Pontedera. «Faccio una vita normale – confessa lui – ma Pinocchio sono sempre io, abbiamo lo stesso carattere e lui è perennemente dentro di me: mi manca però il burattino. È come un fratello». 

Balestri ha ritrovato l’ultima copia della marionetta originale usata sul set, realizzata dall’artista Oscar Tirelli: un pupazzo con l’anima in legno e la struttura in vetroresina, con 300 metri di ferro per manovrarlo grazie all’abilità e al sincronismo di quattro persone. Un pezzo unico, acquistato da un imprenditore francese per realizzarne copie in serie da vendere ai collezionisti. «Un paio di anni fa sono andato a trovare Tirelli nella sua abitazione di Roma – racconta Balestri – e in un angolo del garage ho visto buttato per terra il burattino, abbandonato e malconcio. Ho convinto il pittore a sistemarlo un po’, perché volevo farlo vedere ai bambini del Parco di Collodi. Lui ha assecondato il mio desiderio e lo ha restaurato. Dopo qualche mese, navigando su Internet, ho scoperto che lo aveva messo in vendita e la quotazione si aggirava sui 30 mila euro. Così è arrivato in Francia: mi sembra davvero scandaloso che non possa essere un nostro patrimonio. Ed è un oltraggio alla memoria di Comencini». 

Il sogno di Balestri è riportare il burattino nella sua casa di Pescia, ed esporlo nel Parco dedicato a Pinocchio proprio per far vedere i complicati meccanismi che permettevo di muoverlo e renderlo vivo. Una copia della marionetta statica è invece conservata negli studi milanesi della San Paolo Film, mentre nel Teatro Prati di Roma è possibile vedere una delle tante teste usate sul set: i materiali erano infatti molto fragili e spesso succedeva che si rompessero tra un ciak e l’altro. «Era normale che accadesse – ricorda Balestri – faceva parte del gioco e Comencini era un maestro insuperabile, sapeva gestire benissimo tutti gli imprevisti». 

Si emoziona ancora l’ex attore nel parlare del suo regista, e nel ricordare come era stato scelto tra oltre tremila bambini: «Alla fine eravamo rimasti in sette, e all’ultimo provino ci ha chiesto di frantumare un quadro con un martello: qualcuno pensava fosse uno scherzo, altri avevano timore nel farlo oppure ci avevano provato ma timidamente. Io invece non ci ho pensato due volte: d’istinto ho sferrato con colpo violentissimo. Lui mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Adesso me lo paghi”. E io gli ho risposto: “Non ci penso nemmeno: me lo hai detto tu di romperlo”. E bastato quello per convincerlo che aveva trovato il bambino che stava cercando». 

E anche sul perché il suo Pinocchio ancora oggi faccia parte della memoria collettiva di intere generazioni e sappia toccare le corde dell’emozione travalicando gli anni, Balestri ha le idee molto precise: «Dal punto di vista cinematografico è un capolavoro, e i capolavori non passano mai di moda. Credo però che oltre alla bravura degli attori e alla bellezza della storia il segreto sia tutto nell’intimo rapporto tra Geppetto e Pinocchio: una relazione d’amore, di affetto e di sacrificio tra padre e figlio che un po’ si è persa nella nostra società, e che invece la favola la fa riemergere con forza e sentimento». 

Tra i progetti di Balestri, che nel tempo libero insieme alla compagna dirige un gruppo teatrale amatoriale, ora c’è quello di trasporre la sceneggiatura di Comencini in musical. «Ho deciso che non sarò io ad interpretare Pinocchio, perché non sarei credibile a 50 anni. Sono sicuro che troverò qualche ragazzo in gamba: magari gli farò rompere un quadro». 

Volantino sul femminicidio, il parroco lascia abito talare: «Io indegno»

Corriere della sera

«Donne, provocate gli istinti e cercate guai». Il vescovo della Spezia aveva convocato don Piero Corsi per un chiarimento
 
La violenza sulle donne? Il femminicidio? È il risultato di continue provocazioni delle donne che vanno dal servire cibo freddo a tavola fino all'abbandono dei figli, passando per gli abiti succinti indossati «anche da donne mature». Se voleva scatenare l'inferno don Piero Corsi, parroco di San Terenzo di Lerici, c'è riuscito affiggendo questa rilettura «sui generis» della lettera pastorale Mulieres dignitatem di vent'anni fa alla bacheca della sua parrocchia. «Le donne e il femminicidio. Facciano sana autocritica, quante volte provocano?», è il titolo inequivocabile del fogliettone appeso nella bacheca della chiesa e improvvisamente rimosso su ordine del vescovo della Spezia Ernesto Palletti che lo ha convocato per un chiarimento.

Cattura
«IO INDEGNO» - E prima dell'incontro con il monsignore don Piero Corsi ha deciso di lasciare l'abito talare: «Con queste poche righe - si legge - dopo una notte insonne per il dolore e il rimorso per la giusta polemica causata dalla mia 'imprudente provocazione, nel rinnovare ancora più sentitamente le scuse non solo a tutte le donne colpite dal mio scritto ma anche a tutti coloro che si siano sentiti offesi dal mio operato o dalle mie parole». Il contenuto del volantino, fotografato prima che si dissolvesse nel nulla, riprende un articolo del sito ultraintegralista Pontifex.it ed è scritto con chiarezza, una specie di autodafè che doveva essere ben compreso dai parrocchiani e, soprattutto, dalle parrocchiane.

LE DONNE - «Una stampa fanatica e deviata attribuisce all'uomo che non accetterebbe la separazione la spinta alla violenza. Possibile che in un sol colpo gli uomini siano impazziti? Non lo crediamo. Il nodo sta nel fatto che le donne sempre più spesso provocano, cadono nell'arroganza, si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni. Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici. Dunque se una famiglia finisce a ramengo e si arriva al delitto (forma di violenza da condannare e punire con fermezza)spesso le responsabilità sono condivise».

IL VOLANTINO - Nel volantino si esamina poi la questione della violenza sessuale: «Quante volte vediamo ragazze e signore mature circolare per strada con vestiti provocanti e succinti? Quanti tradimenti si consumano sui luoghi di lavoro, nelle palestre e nei cinema? Potrebbero farne a meno. Costoro provocano gli istinti peggiori e poi si arriva alla violenza o abuso sessuale (lo ribadiamo. Roba da mascalzoni). Facciano un sano esame di coscienza: forse questo ce lo siamo cercate anche noi?».

LE REAZIONI - È rivolta totale. Dopo l'ira del vescovo - «nel volantino si leggono motivazioni inaccettabili che vanno contro il comune sentire della Chiesa», tuona mons. Palletti - la presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, chiede l'intervento del premier Monti e finanche del Papa: quel documento «lede la dignità delle donne e istiga alla violenza». E mentre viene chiuso il gruppo Facebook di don Corsi, sommerso dagli improperi degli utenti dopo che il contenuto dell' 'analisì sul femminicidio è stato diffuso via web, il sacerdote non demorde e al giornalista di RadioRai che lo intervista dice: «Non so se è un froc...o anche lei o meno: cosa prova quando vede una donna nuda?». Nella bufera che travolge il prete, l'unica voce a favore è proprio quella di Pontifex.it: «Questo innocente gesto ha dato inizio ad una sorta di crociata dei pezzenti messa in piedi da alcuni arroganti tuttologi dell'informazione», scrive il sito.

LA POLITICA - Dalla politica, invece, solo parole di condanna che attraversano tutto lo schieramento, dall'ex ministro del Pdl Mara Carfagna - «idee folli, un danno per la Chiesa» - alla parlamentare del Pd Roberta Pinotti, che chiede «una presa di distanza o un provvedimento». Provvediemnto che forse domani arriverà e che don Corsi si appresta ad accettare «con serenità», dopo aver chiesto «scusa a tutte le donne» per la sua «imprudente provocazione».



Lettera choc sul femminicidio, Don Corsi al Gr2 (26/12/2012)
E a un'altra reporter: «Le auguro che le venga un colpo»

Redazione Online26 dicembre 2012 (modifica il 27 dicembre 2012)

Motorini, arriva la nuova patente Stop ai corsi di guida nei licei

Corriere della sera

Regole più severe per le moto di grossa cilindrata

ROMA - Due ruote, arrivano regole più severe per tutti. Motorini e moto di grossa cilindrata. Per guidare quelle più potenti senza restrizioni, dunque con la patente A, bisognerà aver compiuto 21 anni, aver fatto pratica per almeno due anni con una patente di tipo A2 e aver superato un esame di pratica.

E chi non ha accumulato esperienza sul campo? Dovrà rassegnarsi ad aspettare il ventiquattresimo compleanno. Marcati stretti anche i conducenti di ciclomotori e minicar. Che dovranno conseguire una patente a tutti gli effetti, la AM, che sostituirà il vecchio patentino. Con gli svantaggi che ne conseguono dal punto di vista delle sanzioni. Tutte queste novità entreranno in vigore il prossimo 19 gennaio, compresa la possibilità, per chi ha ancora il vecchio patentino che autorizza la guida di ciclomotori e minicar, di vedersi togliere punti in caso di infrazioni. Questo però vale solo per i maggiorenni. Nella pratica quotidiana la sottrazione di punti prevista dal decreto viene già eseguita perché prevista dall'Ue. Se la violazione è grave si rischia la sospensione della licenza, esattamente come per gli altri automobilisti. Restano esentati i conducenti con meno di 18 anni.

Sono alcune delle nuove disposizioni contenute nel decreto legislativo approvato nel Consiglio dei ministri prenatalizio. Un testo di un centinaio di pagine dove vengono recepite e armonizzate col nostro ordinamento le direttive europee in materia di patenti. Le nuove norme vanno in direzione della sicurezza e della maggiore consapevolezza del cittadino. Quest'anno secondo i dati Aci (Automobile Club) in Italia le vittime della strada sono state 3.800 e i motociclisti hanno versato un contributo pesante, 500 morti.

Tra le altre novità c'è la soppressione dei corsi di guida nei licei, possibilità finora molto apprezzata dagli studenti soprattutto perché notevolmente più economica rispetto alle tariffe delle autoscuole, a volte esose. Per non contare la comodità degli orari.

Tra le sorprese più rilevanti le doppie sanzioni per tutti. Dal giorno di entrata in vigore del decreto i ragazzi al volante di queste due categorie di veicoli (ciclomotori e minicar) subiranno il prelievo di un punteggio doppio se posseggono il Cig o la patente AM da meno di tre anni.

La materia nel suo insieme è complicata perché le disposizioni e i cambiamenti sono numerosi. Gli addetti ai lavori stanno studiando il nuovo testo. «Per noi tutto ciò che incide sulla sicurezza è positivo purché ci sia chiarezza. Aspettiamo una circolare più esplicativa su tutti i punti e speriamo non arrivi il 19 gennaio, altrimenti sarà il caos», commenta Giordano Biserni, presidente di Asaps, associazione amici della polizia stradale.

Stiano tranquilli i possessori del vecchio patentino. Non dovranno richiedere la nuova patente né sostenere ulteriori esami. Sostituiranno l'attuale certificato solo quando arriverà la naturale scadenza o lo dovessero smarrire. Ai nuovi ciclomotoristi verrà invece consegnato il documento indicato dal decreto del 24 dicembre.

Restrizioni anche per i minorenni. La licenza AM si potrà prendere a 14 anni come è adesso ma consentirà di guidare all'estero solo dopo i 16. Angelo Sticchi Damiani, presidente Aci, legge queste norme come un salto di qualità: «Condivido in pieno le restrizioni per le moto di grossa cilindrata. È giustissimo concedere l'uso dei mezzi potenti e veloci a persone che hanno acquisito la capacità di guidare sia attraverso l'esperienza sul campo sia con una prova d'esame pratico. Mi aspetterei la stessa severità per i conducenti delle quattroruote. Non si può rischiare di affidare una macchina di grossa cilindrata alle mani di un ragazzo fresco di patente».
E l'abolizione dei corsi nei licei? Secondo Sticchi Damiani il vantaggio è che «le lezioni presso l'autoscuola sono più efficaci».

Margherita De Bac
mdebac@corriere.it 27 dicembre 2012 | 8:27