venerdì 28 dicembre 2012

Burro della Nuova Zelanda

La Stampa

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yoani sanchez



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Il pollo proviene dal Canada, l’etichetta del sale indica l’origine cilena, la salsa creola è “made in USA” e lo zucchero arriva dal Brasile. Il latte mostra una vacca olandese dipinta sulla confezione, il succo di limone è di produzione messicana e gli hamburger annunciano a caratteri cubitali che sono “Cento per cento carne argentina”. Nella confezione del formaggio si dichiara che è un prodotto proveniente da terre germaniche, nei biscotti alcuni caratteri cinesi rivelano la loro origine, mentre il riso risulta coltivato in zone umide vietnamite. Siamo sommersi dai prodotti stranieri! 

E così ho chiesto a un’amica economista perché il burro in vendita nel chiosco del nostro quartiere provenga dalla Nuova Zelanda. Non possiamo produrre a Cuba un alimento così basilare? - ho aggiunto - Non abbiamo un posto più vicino dal quale importarlo? La ragazza, laureata all’Università dell’Avana, mi ha risposto con la stessa frase che dà il titolo a un programma umoristico: “Lascia che ti racconti…”.

Mi ha narrato che quando ha terminato gli studi è stata mandata a svolgere il Servizio Sociale presso una dipendenza del Ministero dell’Industria Alimentare. Quando si è resa conto del pesante esborso per importare merci da paesi così lontani, ha portato al direttore una lista di fatture, tra quelle una riguardava l’acquisto di latte in polvere in un lontano paese dell’Oceania. L’uomo, imbarazzato, ha risposto: “Non ti occupare di queste cose, perché si mormora che quella fabbrica sia proprietà di un gerarca cubano”. 

Non mi sorprenderebbe che individui ben inseriti nei centri di potere di questa Isola possedessero industrie straniere intestate a semplici prestanome. In ogni caso sarebbe inaccettabile che privilegiassero le importazioni da quelle imprese al posto di altre più vicine e più economiche. In questo modo, parte del denaro delle casse nazionali finirebbe nelle tasche di pochi privilegiati cubani, di fatto coloro che decidono da chi dobbiamo fare acquisti. Come se un abile illusionista facesse passare, senza farsi vedere, un mazzo di banconote dalla mano sinistra alla mano destra.

Forse questo è uno dei motivi per cui certe marche - davvero cattive e con prezzi esorbitanti - occupano gli scaffali dei nostri negozi. Il vecchio trucco di “comprare da se stesso” starebbe causando nel paese un eccesso di spesa e la scomparsa dei prodotti nazionali qualitativamente migliori e meno costosi. Lo so, amico lettore, tutto questo può essere frutto soltanto di una paranoia esagerata della mia amica… e anche mia; ma spero che un giorno o l’altro verremo a sapere tutta la verità.

 
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Balle spaziali, fregnacce scientifiche Lo struzzo non infila la testa nella sabbia

La Stampa

luigi grassia

E i gorghi d’acqua non girano sempre nella stessa direzione. E la penicillina non è stata scoperta da Fleming. E la sopravvivenza del più adatto non è stata concepita da Darwin. Un libro di due autori Bbc smonta tutte le false certezze


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Di buone intenzioni è lastricato l’inferno e di errori tenaci sono costellate le credenze scientifiche. Ma è particolarmente spiacevole quando questi errori ci sono stati inculcati a scuola. Per esempio ci hanno insegnato che il vetro è un liquido, molto denso ma pur sempre liquido, e invece no: per i fisici il vetro è un vero e proprio solido, con tutti i crismi. Se le vetrate delle chiese sono più spesse alla base non è perché il vetro coli come un liquido ma perché i vetrai le fanno apposta così, per ragioni di stabilità. Oppure prendiamo l’effetto Coriolis: ci hanno spiegato che l’acqua negli scarichi gira sempre da una sola parte, in conseguenza della rotazione terrestre. Ma non è vero: l’effetto Coriolis influenza i macro-fenomeni come gli uragani, ma è troppo debole per verificarsi nel lavandino o nella vasca. Questa bugia è stata rilanciata a livello mondiale da un popolare documentario della Bbc, in cui (peraltro) l’acqua girava nel senso sbagliato.

Proprio due autori della Bbc, John Lloyd e John Mitchinson, si sono sobbarcati, coinvolgendo centinaia di scienziati, un lavoro certosino di demolizione delle false certezze, che hanno condensato ne «Il libro dell’ignoranza» (2007) e ne «Il secondo libro dell’ignoranza» (2012) editi in Italia da Einaudi. Forse la bubbola con il più antico pedigree è quella secondo cui gli struzzi infilerebbero la testa nella sabbia quando hanno paura: nessuno ha mai visto coi suoi occhi uno struzzo fare una cosa così scema, ma lo scrittore romano Plinio il Vecchio ne ha scritto 2 mila anni fa, e la leggenda sopravvive a 2 mila anni di smentite. Sopravviverà anche a questa.

Ci sono errori dovuti a semplice superficialità: se credete, per esempio, che la velocità della luce sia sempre costante, state citando Einstein in modo impreciso, perché la velocità della luce è indipendente da quella dell’osservatore ma non dal mezzo in cui si propaga (i fotoni corrono un po’ di più nel vuoto e un po’ meno nell’acqua). Altri errori, invece, sono bugie intenzionali, diffusesi come «virus» di computer fino a diventare certezze granitiche: per esempio, un centinaio di anni fa le leghe anti-alcol americane inventarono la balla secondo cui «l’alcol uccide le cellule cerebrali!», ripetuta a pappagallo ancora oggi.

Ovviamente l’abuso di alcol fa male, l’alcol rallenta alcune funzioni cerebrali, ma non uccide le cellule del cervello (e di passaggio: il cervello non è grigio). Ancora: non è vero che nello spazio non ci siano rumori, perché nel «vuoto» la densità è infima ma non è pari a zero. Un buco nero nell’ammasso di Perseo, a 250 milioni di anni luce da noi, emette la nota più bassa mai registrata nella tonalità del si bemolle, come una vuvuzela sudafricana.

Non è vero che dopo la morte le unghie e i capelli continuino a crescere per un po’. L’equivoco nasce dal fatto che la pelle delle dita raggrinzisce e si ritira, e fa sembrare le unghie lunghe. Non è vero che le gobbe dei cammelli contengano acqua. C’è dentro solo del grasso; le riserve d’acqua sono distribuite in tutto il corpo. Non è stato Alexander Fleming a scoprire la penicillina ma Ernest Duchesne 50 anni prima di lui.

Fleming la riscoprì per conto suo, ma identificò il bacillo sbagliato (confuse il rubrum e il notatum) e il suo errore fu corretto anni dopo da un altro biologo, Charles Thom. E l’espressione «sopravvivenza del più adatto» non è stata inventata da Charles Darwin: la coniò il sociologo Herbert Spencer, dopodiché Darwin si complimentò con lui e la fece propria. Doverosa nota finale: quest’articolo è rischiosissimo, potrebbe contenere a sua volta errori a tonnellate. Ma rinviamo per le contestazioni a Lloyd e Mitchinson. Non sparate sul pianista, cioè sul giornalista.

Messico, i maghi delle casse laccate si armano contro l’assedio dei narcos

La Stampa

Nel villaggio di Olinalá gli artigiani costretti all’autodifesa armata contro sequestri ed estorsioni. E i giovani, disperati, se ne vanno

lorenzo cairoli


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Provate a immaginare questa scena. Maestri vetrai di Murano che chiudono le loro botteghe, i loro laboratori e scendono in piazza, a viso coperto e armi in pugno - fucili da caccia ma anche micidiali AK-47 - per scacciare dall’isola un mucchio selvaggio di camorristi che sta seminando panico nella popolazione. Delirante, vero? Così delirante che se fosse un soggetto non troverebbe un solo produttore disposto a leggerlo. Ma nel Messico rurale di oggi città assediate come nella tradizione dei western di Peckinpah e John Sturgess non sono fantasticherie alla Tarantino, bensì il quotidiano di un paese feroce e medievale dove un pugno di sicari di un narcocartello può trasformare una quieta città di artigiani in un crudele incubo azteco.

Arredatori di interni, curatori di musei, mercanti d’arte di tutto il mondo sanno che in Messico, nello stato di Guerrero esiste un villaggio chiamato Olinalá i cui artigiani sono maestri nell’arte della lacca con la quale impermeabilizzano e decorano bauli, vassoi e soprattutto scatole in profumato legno linaloè e zucche dall’albero di jicara. Il lavoro comincia con la smerigliatura di una scatola di legno. L’oggetto è quindi sigillato con una vernice ottenuta da terre e pigmenti che si applicano sulle superfici con un fissatore, che può essere olio di chía o olio di lino. Le terre sono estratte vicino ad Olinalá, arrostite leggermente prima della polverizzazione e mescolate con olio. Tra queste il tecostle, il tóctel e il tesicalte, tutte polverizzate con il tradizionale mortaio piatto, chiamato metate, di uso comune nelle cucine messicane con cui si macina il mais per le tortillas. 

La corteccia di quercia, bruciata e macinata, serve invece per ricavare il colore nero, spesso usato nel primo strato di lacca, a diretto contatto con il legno. La cocciniglia, un insetto parassita del cactus nopal, viene acquistata ad Oaxaca e, una volta preparata, serve per conferire il colore rosso scuro, caratteristico di questo pigmento animale e utilizzato in Messico fin dall’epoca preispanica. Le terre sono applicate in molti strati, fino a realizzare il tono desiderato. Dopo, la cassa ha bisogno di un mese per asciugare. Quindi è pronta per la decorazione. Ogni colore applicato deve asciugare prima che sia posto il seguente. Spesso le spazzole usate per applicare questo colore sono piume di tacchino, code di cervo, punte di agave.

Quello che ignorano i galleristi è il Messico medievale dove vivono gli artigiani olinaltechi. Strade sterrate lontane, terribilmente lontane da tutto che diventano, nella stagione delle grandi piogge, così impraticabili da trasformare Olinalá in un’isola di tortuoso approdo. I politici che ogni tanto capitano qui a ricasco dei mercanti d’arte stralunano gli occhi di fronte a questo artigianato senza tempo, promettono incentivi e manosante governative, ma la strada che avrebbe dovuta collegare il pueblo a Città del Messico non decolla mai, continua ad essere un odioso macguffin con il quale sedare le proteste degli artigiani e stordirli con promesse farisaiche. Ad oggi quella strada non è mai nemmeno stata discussa in un’aula del Parlamento, non è mai entrata in nessun disegno di legge. Demagogia, e della peggiore. E’ così nel loro isolamento gli artigiani hanno imparato a tramandare la loro tradizione, mentre il mondo li magnificava e i politici messicani li ghettizzavano. 

Nel frattempo la malavita organizzata ha cominciato a irrompere nello stato di Guerrero e nei municipi de la Montaña. Sequestri, estorsioni, intimidazioni vissuti dagli artigiani in silenzio fino al mese di ottobre, quando l’assassinio di un giovane tassista li ha fatti insorgere. Chiusi i laboratori, fermato il metate, chiuse a chiave scatole bauli e lacche, gli artigiani hanno messo mano alle armi, si sono coperti il volto e hanno organizzato ronde e indetto il coprifuoco. Nell’”autodefensa” non solo artigiani ma anche miti contadini, casalinghe, maestri, commercianti, tutti pronti a dare la vita pur di scacciare le mele marce da casa loro. Un fenomeno che si è allargato a macchia d’olio in tutta la regione, come già era successo in fotocopia nella vicina Huamuxtitlán.

Così la gente emigra. Stanca di aspettare una strada che il governo non costruirà mai. I vecchi artigiani si portano i loro segreti nella tomba, i giovani preferiscono andarsene con le loro casse che al paese vengono comprate per pochi pesos mentre in Canada e in Cile vengono contese a suon di dollari. Senza contare che adesso gli artigiani olinaltechi debbono fare i conti con la progressiva estinzione del loro amato albero di linaloè, che sostituiscono con legname comune profumato chimicamente. 

Pd, trasparenza nelle parlamentarie: nelle liste condannati, prescritti, e rinviati a giudizio, ecco i nomi

Libero

Da nord a sud i candidati non sono proprio puliti come Pier va dicendo. E non basta avere Grasso capolista per avere la medaglietta della legalità


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Pierluigi Bersani ha detto: "Piero Grasso è un simbolo della legalità". Nulla da dire sul curriculum dell'ormai ex Procuratore nazionale Antimafia. Il Pd ha la medaglietta della legalità. Ma le cose non sono così trasparenti come appaiono. Il 29 e 30 dicembre in tutta Italia si vota per le "parlamentarie" di Pd e Sel.

E a dare un'attenta occhiata alla lista dei candidati qualcosa non torna. Il Pd e Bersani non stanno facendo proprio di tutto per poratre la legalità nel nuovo parlamento. Infatti fra i candidati del Pd alle parlamentarie ci sono quei nomi che non ti aspetti e che stridono fortemente con le promesse del segretario. Tra i candidati ci sono condannati, prescritti, indagati e rinviati a giudizio. Non male per un partito che chiama Piero Grasso a fare il capolista.

A Messina c'è la candidatura di Francantonio Genovese, indagato per abuso d'ufficio e al centro di una polemica per una rete familiare piazzata negli enti di formazione regionale.
Qualche chilometro più a sud, ad Enna c'è la candidatura di Vladimiro Crisafulli che è sotto inchiesta per abuso d'ufficio. Se si va verso nord le cose non cambiano.
All'Aquila tra i candidati spunta Giovanni Lolli, rinviato a giudizio per favoreggiamento, prescritto.
A Potenza invece c'è Antonio Luongo, rinviato a giudizio per corruzione.
Antonio Papania invece, candidato a Trapani, ha patteggiato la pena per abuso d'ufficio.
Infine c'è anche Andrea Rigoni a Massa Carrara che si è beccato una condanna in primo grado per abuso edilizio, ora prescritta.

Tutti questi nomi non sono alla prima esperienza in politica. Non sono al primo tentativo, ma sono tutti deputati uscenti, già eletti a Montecitorio nelle file del Pd. Non basta Piero Grasso per dare una lavatina ai vetri e mettersi l'arbre magique dell'antimafia e della legalità. E di sicuro le 300-500 firme da raccogliere per accedere alla candidatura alle parlamentarie non sono proprio un ostacolo per questi signori. Il Pd forse doveva controllare meglio. E Bersani doveva vigilare di più. Prima di alzare il telefono e chiamare Piero Grasso. Altrimenti la coerenza nei fatti non c'è. E nemmeno nelle parole.

Soldi, Imu e affari: ecco perché il Vaticano ha bisogno di Monti

Libero


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La benedizione del Vaticano a Mario Monti arriva proprio nei giorni in cui i principali quotidiani italiani, dal Corriere della Sera al Sole 24 Ore (di certo non anti-professore), muovono accuse dure all'agenda dell'attuale premier e candidato tale per il 2013. "Troppo stato", attaccano gli influenti economisti Alesina e Giavazzi, aria fritta secondo Zingales che non vede segnali veri di un piano per la crescita. Epperò, l'Osservatore romano è "salito in campo" a fianco di Monti, il cui "impegno è nobile" perché "recupera il senso più alto della politica, che è pur sempre, anche etimologicamente, cura del bene comune". Soldi, Imu e affari - Comune o meno, di sicuro il prof il bene della Chiesa lo ha fatto.

Sul Giornale Vittorio Feltri apre con gli "spiccioli" del maxi emendamento al ddl stabilità approvato prima di Natale: 17 milioni di euro di aiuti a due istituti assai cari ai porporati, l'ospedale Gaslini di Genova (vicino ad Angelo Bagnasco, 5 milioni) e il Bambin Gesù di Roma (12 milioni, per la gioia di Tarcisio Bertone). In tempi di tagli con la mannaia alla sanità, certi aiuti solidali valgono bene un endorsement così impegnativo. Restano questioni aperte, perché se sull'esenzione dalla temutissima Imu il governo tecnico ha fatto un gran favore al Vaticano, sugli aiuti alle scuole paritarie c'è molto da fare.

Negli ultimi 10 mesi, Papa Benedetto XVI ha ricevuto Monti ben 7 volte, un piccolo record segno che il dialogo tra governo italiano e San Pietro non è stato mai così solido. Più per questioni di crisi e congiuntura, forse, che per reale disposizione d'animo, ma in questi casi poco conta. L'importante è che in caso di un bis di Monti, il prof si impegni di più sulle delicate questioni etiche, chiudendo la porta a Nichi Vendola e alle istanze della sinistra.

I flop tecnologici del 2012

La Stampa

Dal Blackberry 10, alle mappe di Apple, dall’Ipo di Facebook al Nexus Q

roma


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Nel momento dei consuntivi di fine anno i siti di informazione tecnologica, a partire da Wired Us , stanno sottolineando i peggiori flop del 2012. Il giudizio di «epic fail» cade sulle mappe di Apple , che in ambiente iOS6 (l’ultimo sistema operativo degli smartphone e tablet di Cupertino) hanno soppiantato le collaudate Google Maps, con un servizio ben al di sotto del precedente.

Altra caduta è quella della Rim, che ha visto i conti precipitare a capofitto verso il baratro, dopo che il pluriannunciato Blackberry 10 , interamente «touch», non ha ancora visto la luce. Lo smartphone dovrebbe essere presentato nei primi mesi del 2013; ma troverà spazi di mercato tra Samsung Android e iPhone (iOS), mentre il gigante Google ha di recente acquisito la Motorola proprio per entrare nella competizione? 

A sfiorare il flop è stata persino Instagram che ha annnunciato, e poi ritirato sull’onda delle proteste, un nuovo regolamento sulla proprietà dei contenuti. Nel caso specifico le fotografie degli utenti, che nella versione ritrattata della privacy policy avrebbero potuto essere in qualche modo commercializzate da Instagram stessa, entrata peraltro quest’anno nel regno di Facebook che l’ha acquistata.

Alcuni osservatori hanno incluso l’Ipo borsistico del social network di Zuckerberg tra gli eventi tech che non sono andati secondo le aspettative. Mentre è proprio della vigilia di Natale la foto familiare del proprietario di Facebook che ha riaperto il problema della privacy. Sua sorella ha infatti protestato per l’immagine intima della famiglia finita su Twitter dopo essere stata postata su Facebook da lei stessa. 

Ma tornando ai gadget è, secondo Wired Usa, fallimento anche per il Google Nexus Q, un riproduttore musicale sferico e costosissimo che funziona però soltanto con Google Play e YouTube e non con iTunes
(Fonte: TMNews)

Cellulare tuttofare: sostituisce anche le chiavi dell’auto

La Stampa

Hyundai applica sperimentalmente il Connectivity Concept alla i30: il sistema attiva il dialogo tra l’auto e il proprio smartphone

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Hyundai si appresta a rivoluzionare l’infotainment e, in senso più ampio, il rapporto tra elettronica di bordo e smartphone. Con il Connectivity Concept, applicato sperimentalmente ad una attuale i30 , la casa coreana ha dimostrato come sia possibile eliminare le chiavi con trasmettitore - quelle usate nei sistemi keyless - sostituendole proprio con il telefonino. Sfruttando una tecnologia Nfc, che permette l’identificazione senza contatto entro una distanza massima di 10 cm, il sistema attiva il dialogo tra l’auto e lo smartphone e permette l’apertura dell’auto. 

Una volta a bordo il guidatore può inoltre attivare una successiva fase di scambio dati con il sistema di infotainment, in modo da aggiornare istantaneamente le regolazioni individuali dell’auto, la rubrica della navigazione, la playlist dei brani musicali e tutte le altre preferenze, comprese quelle relative a internet. Nel suo sistema Connectivity Concept Hyundai ha anche previsto la ricarica wireless dello smartphone - soluzione già proposta da Chrysler - semplicemente appoggiando il telefonino in una determinata posizione nella plancia. 

Hyundai sta lavorando anche ad ulteriori sviluppi del sistema Connectivity Concept: ne è un esempio il progetto a cui lavora con la Broadcom Corporation per trasformare l’auto in una rete ethernet ad alta velocità, eliminando così i complessi e costosi cablaggi e portare i vantaggi della connettività wireless anche i dispositivi legati alla sicurezza ed all’assistenza alla guida, come le telecamere per il controllo dell’ambiente esterno all’auto, i sistemi di lane departure e quelli per il mantenimento della corsia. 

(Ansa) 

Natale 2013 con la cometa: sarà più luminosa della luna

Libero

Ison, scoperta da due scienziati russi, sarà visibile a occhio nudo dal mese di novembre e sarà al suo massimo splendore tra dicembre e gennaio 2014

 Al momento si trova a 1 miliardo di km dalla Terra e 939 milioni di km dal Sole in direzione della costellazione del Cancro, ma arriverà fino a 1,2 milioni di km dal sole 

 

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Il Natale del 2013 sara allietato da una stella cometa degna di quella che, secondo il Vangelo, celebrò la nascita di Gesù. Una super-cometa di luminosità senza precedenti si sta avvicinando al Sole. Si chiama 'Ison' e al momento è solo un flebile puntino oltre Giove. Da agosto prossimo sarà visibile con un piccolo telescopio o un potente binocolo. Da ottobre, quando sarà ormai dalle parti di Marte, inizierà lo spettacolo pirotecnico del ghiaccio di cui è composta che si dissolverà dando vita ad una coda luminosissima. Il clou sarà a partire da novembre prossimo quando sarà così luminosa da superare per intensità prima Venere e poi la luna piena. In condizioni ideali potrebbe essere visibile anche in pieno giormo come capita spesso con il nostro satellite. Spettacolo garantito, dicono gli astronomi, almeno per tutto gennaio 2014.

Scoperta da due astronomi russi, Vitali Nevski e Artyom Novichonok, con la sua orbita parabolica, sembra provenire, in un viaggio durato milioni di anni, dalla cosiddetta 'Nube di Oort': il deposito di comete (pllae di ghiaccio) che giace oltre i confini del Sistema Solare. Il suo nome ufficiale è C/2012 S1. Al momento si trova a 1 miliardo di km dalla Terra e 939 milioni di km dal Sole in direzione della costellazione del Cancro, con magnitudo (luminosità) 18,8 (più è alto il numero e meno è visibile). Ma il 28 novembre del 2013, quando avrà raggiunto il peri-elio (il punto più vicino al Sole) a 1,2 milioni di km brillerà in cielo (con magnitudo stimata di -13) in direzione ovest e promette di dare uno spettacolo maggiore della Hale-Bopp che con le sue due code si fece ammirare per mesi nelle notti del 1997. Il 2013 sarà l’anno delle comete. Un’altra, battezzata 2014 L4 (PanSTARRS), è stata scoperta lo scorso anno e tra marzo e aprile, darà spettacolo nei cieli dell’emisfero settentrionale. Non come Ison ma comunque promette bene.

Nel Motel dei rifugiati dove solo il freddo ti evita di finire in mezzo alla strada

La Stampa

Dalle primavere arabe a Lampedusa, ora vivono a Settimo

niccolò zancan
settimo torinese

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Io sto con Salomon Achampong, 22 anni, dal Ghana, che invece di aspettare l’ultimo giorno da rifugiato ospitato e sopportato, ha deciso di mettere le sue cose in uno zainetto azzurro e partire. «Sono troppo stanco di non fare niente. Vado alla stazione, parto per Palermo. C’è un amico che può ospitarmi per qualche giorno. Devo trovarmi un lavoro. Ho in tasca un permesso di soggiorno che vale un anno.

Voglio giocarmi al meglio questa possibilità». Anche Kofi Ameyaw non si arrende. È scappato dalla guerra di Libia con il sogno di fare il muratore in Italia. «Ma qui non c’è lavoro. Così passo le giornate a raccogliere vecchi vestiti buttati nei bidoni dell’immondizia. Torno in albergo, li lavo e li rivendo al mercato di Porta Palazzo». Kofi abita nella stanza 421 con tre amici, ed è piena zeppa di sacchi impilati con cura. Traboccano di vecchi abiti profumati. È un piccolo imprenditore, a suo modo.

Di sicuro, qui nell’hotel dei rifugiati, al Motel Giglio di Settimo Torinese con vista sull’autostrada, si è guadagnato la stima degli altri. Perché Kofi è uno dei pochi a mettersi in tasca dei soldi. Uno dei pochi già proiettato nel futuro. Cioè, ora. «L’emergenza Nord Africa», come il Governo aveva chiamato le ondate migratorie del 2011, sta per finire. Ultimo giorno, 31 dicembre 2012. Non saranno stanziati altri fondi. A parte quelli necessari per una proroga di tre mesi, per evitare a tutti di finire sulla strada durante l’inverno. Anche questa è crisi. 

Qui c’è già aria di sbaraccamento. La cucina è sporca. Capovolte le sedie del salone. Al piano terra non funziona il riscaldamento. Immondizia sulle scale, verso le camere. Oggi al Motel Giglio vivono 147 immigrati. Anche in 5 per camera. Sono ragazzi che arrivano da Niger, Nigeria, Pakistan, Burkina Faso, Ghana, Mali. Lavoravano in Libia quando è scoppiata la guerra. Sono arrivati a Torino, via Lampedusa. Come altri ragazzi tunisini, scappati durante le rivolte della Primavera Araba. Tutti quelli arrivati dopo il 6 aprile 2011 sono stati costretti a chiedere l’asilo politico. Hanno passato un anno e mezzo qui - 1250 euro al mese per la gestione di ogni singolo rifugiato - molti non hanno imparato neppure una parola di italiano, non hanno mai lavorato.

Non sono per niente felici.«Non mangiamo carne, solo pasta da 15 mesi. È stato un bruttissimo Natale», dice Joy. A ogni piano, un odore diverso, piccole cucine da campo sulla moquette lercia. Musica africana rimbalza dalle porte. Al quinto piano abitano gli immigrati dal Bangladesh. Sono tutti in corridoio, intenti ad aggiustare una bicicletta. «L’Italia è bella ma dura. Nessuno ci aiuta a ingranare». Qualcuno è più intraprendente, qualcun altro è già ubriaco alle cinque di pomeriggio. Bance Harouna, 25 anni, dal Burkina Faso, dice di saper costruire muri e aggiustare motori: «In Libia lavoravo alla grande, qui le porte sono tutte chiuse. E adesso stanno per sbatterci fuori...». 

«Molti si perderanno per strada, qualcuno ce la farà», dice il mediatore culturale del consorzio Connecting People, Abderlrahaman Hussam. Lui c’è. Anche alle sette di sera. E conosce bene le storie di questi ragazzi. «Bisogna essere sinceri. Molti pensavano che l’Italia fosse un Paese diverso, più accogliente e ricco, dove magari ti danno un sussidio di disoccupazione. Ma non bisogna prendere per buone tutte le lamentele.... La carne viene servita, per esempio, magari non la mangiano perché non è carne halal. Il problema è che molti di questi ragazzi sono rimasti fermi, senza provare neppure ad imparare l’italiano. E senza lingua, non c’è speranza. Adesso avranno un anno di permesso di soggiorno per cercare lavoro e ottenere il rinnovo...».

L’Hotel ha luci così basse che nemmeno sbuca nella nebbia. Dentro c’è un bambina che non riesce a dormire e si stropiccia gli occhi, un ragazzo afghano con la camera che sembra una ciminiera, creme sbiancanti sui comodini, cracker, birre di marche mai viste, vecchi televisori sintonizzati con parabole appoggiate ai muri. Michael balla un reggae in corridoio. Il suo amico legge un foglio con poche parole in italiano: «Un bambino, un uomo, un anziano...». Sulla la porta della stanza 308 c’è una scritta: «Jesus». È quasi ora di cena quando in corridoio passa Salomon Achampong con il suo piccolo zaino azzurro, saluta tutti e se ne va. 




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Ultimo albergo, immigrati senza futuro

La ricerca contro il cancro costretta a pagare l'Imu

Corriere della sera

Garattini: Stato ingrato, da anni ci deve 10 milioni di Iva

«Ma che razza di regole sono?». Quando Silvio Garattini ha letto della Città della Speranza costretta a pagare 89.400 euro di Imu tolti agli studi sulle leucemie infantili, non ha potuto trattenere un moccolo di sconforto: il «suo» Istituto Mario Negri, baluardo della guerra al cancro, di euro ne ha dovuti versare 360 mila. Allo stesso Stato che non gli restituisce 10 milioni di Iva. C'è poi da stupirsi se siamo trentaseiesimi al mondo nella ricerca scientifica?


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Non si tratta, purtroppo, di errori burocratici. Non era una svista la pretesa di tutti quei soldi dalla Torre della ricerca padovana costruita grazie alla generosità di tanti cittadini e destinata a essere il cuore (totalmente non-profit) della lotta alle malattie dei bambini. Non è una svista l'Imu di 30 mila euro imposta all'Airc, l'associazione italiana per la ricerca sul cancro per la sua sede centrale e di circa 200 mila alla Firc (la fondazione sorella dell'Airc) per gli immobili ricevuti in dono e non ancora venduti per recuperare i soldi necessari a finanziare i progetti di centinaia di ricercatori. Non è una svista la tassa di 36.200 euro reclamata dall'Ircc (l'Istituto per la ricerca e la cura del cancro) di Candiolo, punto di riferimento non solo dei torinesi ma di tantissimi italiani costretti ai viaggi della speranza. Come non è una svista la stessa Imu richiesta a tante altre strutture simili.

La sgradevolissima sorpresa, inattesa anche per le dimensioni del salasso, dovrebbe spingere tutti coloro che fra poche settimane si daranno battaglia per entrare in Parlamento a farsi un nodo al fazzoletto: il primo impegno deve essere sulla ricerca. Punto di partenza, la modifica immediata della «lettera i) comma 1, dell'articolo 7 del decreto legislativo 504 del 1992» che riconosce l'esenzione dall'Ici, poi trasferita con il copia-incolla nelle regole dell'Imu, agli immobili dedicati «esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all'articolo 16, lettera a), della legge 20 maggio 1985». Che in quasi 28 anni nessuno si sia preso la briga di inserire la ricerca tra i settori non-profit di essenziale interesse pubblico è indecente.

Ancora più indecoroso se mettiamo a confronto le due facce con cui lo Stato si presenta. Rigidissimo nell'esigere la puntualità su ciò che deve avere, pigro fino alla morosità nel rispettare i tempi su ciò che deve dare. Come nel caso dell'Istituto «Mario Negri» di Milano. Nato mezzo secolo fa grazie a una donazione dell'omonimo benefattore insieme con la fondazione, prima in Italia a essere interamente dedicata alla ricerca biomedica.

Partirono in 22, con Silvio Garattini: adesso sono 850. Concentrati in tre sedi a Milano (30 mila metri quadri di laboratori, uffici, stabulari e residence per ricercatori, costato 70 milioni, 20 dei quali raccolti con donazioni private e 50 di mutuo), a Bergamo (6.000 metri quadri, 20 milioni di spesa) e nella vicina Ranica, in un edificio donato dalla San Paolo Torino e riadattato grazie a una donazione privata della famiglia di Aldo e Celeste Daccò, che avevano solo il cognome casualmente in comune col protagonista dello scandalo della sanità lombarda.

Pochi numeri dicono tutto: 11 mila pubblicazioni in riviste scientifiche internazionali, 3 mila specialisti formati nell'arco di alcune decine di anni, una produzione formidabile di progetti di ricerca in particolare nei settori cardiovascolari, psichiatrici, neurologici, tumorali... A farla corta, una realtà utile quanto l'ossigeno in un Paese come il nostro così poco attento e generoso nei confronti di chi spende la propria vita nei laboratori: «Il 40% del nostro bilancio viene da gare che vinciamo per fare ricerca», spiega Garattini, «e proprio perché non abbiamo fini di lucro al punto che non brevettiamo nulla e mettiamo tutti i risultati a disposizione della comunità scientifica internazionale, non accettiamo incarichi che superino il 10% del nostro bilancio».

Fatto sta che lo Stato, nella sua cecità burocratica, ha imposto all'Istituto, nonostante supplisca a tanti vuoti del settore pubblico, un'Iva al 10% sulla costruzione delle due sedi milanese e bergamasca inaugurate nel 2007 e 2010, e un'Iva addirittura al 20% su arredamenti e attrezzature comprate non per ingentilire gli ambienti ma per combattere la guerra quotidiana contro i tumori. Sono una decina, come dicevamo, i milioni di euro di Iva che devono essere restituiti al «Mario Negri». Dei quali quattro, spiega Garattini, già certificati dal ministero: «Ci potremmo pagare un sacco di borse di studio. Macché. Non riusciamo ad averli».

Al contrario, i 360 mila euro di Imu hanno dovuto versarli nei tempi stabiliti. Una brutta storia. Che non fa onore a chi non ha corretto la legge. E che conferma l'umiliante disinteresse per la ricerca che emerge dall'«Annuario scienza e società 2013», a cura di Federico Neresini e Andrea Lorenzet, che sta per essere pubblicato dal Mulino. Basti dire che, nonostante i nostri scienziati siano tra i migliori d'Europa (quarto posto dopo Regno Unito, Germania e Francia con 23 progetti di ricerca finanziati dallo European Research Council) e siano ottavi nella classifica mondiale delle pubblicazioni scientifiche nel decennio 2001-2011, l'Italia investe in questo settore con un'avarizia che sconcerta.

Ogni 1.000 occupati, nel settore pubblico e privato insieme, i ricercatori sono 17 in Finlandia e in Islanda, 12,6 in Danimarca, 12,4 in Nuova Zelanda, 11,1 in Corea, 9,5 negli Stati Uniti, 9,1 in Francia, 8,5 in Germania, 6,3 in Russia e 4,3 da noi. Vale a dire che, sprofondati al 33º posto, arranchiamo poco sopra la metà della media (7,0) dell'Europa a 27 e ci spezza le reni, per dirla mussolinianamente, perfino la Grecia. Ancora più sotto, al 36º posto, inaccettabile per un Paese che si vanta di essere (sia pure ammaccato) tra i primi al mondo, stiamo nella classifica degli stanziamenti rispetto al prodotto interno lordo. Investe nella ricerca il 3,5% del suo pil Israele, il 2,8% la Corea del sud, il 2,7% la Finlandia e giù giù a scendere troviamo all'1,9% la Germania, all'1,6% la media dei paesi Ocse, all'1,4% la Francia, all'1,2 la media europea. Noi siamo allo 0,7%. Appena davanti alla Nuova Zelanda, al Sud Africa e alla Turchia. Proprio un figurone.


Gian Antonio Stella
28 dicembre 2012 | 7:54

Brasile, è sbocciato il fiore «fallo»: il più grande e puzzolente del mondo

Il Messaggero


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RIO DE JANEIRO - È sbocciato in Brasile il più grande e puzzolente fiore del mondo, l'Amorphophallus Titanum, chiamato anche 'fiore-fallo' o 'fiore-cadavere'. Nell'orto botanico di Inhotim (sud-est brasiliano) ha fatto accorrere legioni di ammiratori che, pur di vederlo, sopportano l'odore nauseabondo di carne marcia che rilascia per attirare mosche e scarabei utili per l'impollinazione.

Alto 1,67 metri.
È la seconda volta che questa pianta fa sbocciare il suo gigantesco fiore, che vivrà al massimo per 72 ore. Alto 1 metro e 67 centimetri, è originario dell'Indonesia e può arrivare a tre metri. Scoperto nel 1878 dal botanico italiano Odoardo Beccari, è fiorito in passato anche a Firenze oltre che in Belgio, Germania, Australia, Usa, Gb e Olanda.


Giovedì 27 Dicembre 2012 - 20:05
Ultimo aggiornamento: 20:18

Non mi converto all'islam". E loro gli tagliano la lingua

Diana Alfieri - Ven, 28/12/2012 - 08:31

Il giovane, di nazionalità indiana, è stato bloccato la notte di Natale in una strada di Bonn. Gli aggressori: "Di che religione sei?". Poi lo sfregio

Ha rifiutato di convertirsi all'Islam, il giorno di Natale e per questo gli hanno tagliato la lingua.


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L'orrore del fanatismo religioso, il corto circuito di un'integrazione che non c'è. É successo a uno studente indiano a Bonn, in Germania, vittima di un gruppo di estremisti islamici. Gli aggressori hanno prima chiesto alla vittima di che religione fosse, e poi davanti al suo rifiuto di convertirsi all'Islam, sono passati all'azione, mettendo in pratica ciò che pochi minuti prima avevano solo minacciato di fare. La polizia non ha diffuso le generalità dello studente, che è stato soccorso da un passante. Ricoverato in ospedale, è stato dimesso il giorno dopo. Anche se può considerarsi soltanto un episodio non è sempre facile in Germania la convivenza tra tedeschi e comunità musulmana.

É ancora fresca la polemica su Thilo Sarrazin, ex ministro delle Finanze e membro del consiglio direttivo della Bundesbank, che nel suo libro «Deutschland schafft sich ab» («La Germania si distrugge da sola») aveva scritto scatenando un putiferio che gli immigrati islamici «sono diversi, ignoranti, bloccano la Germania», e, soprattutto, che a differenza di tutti gli altri immigrati «non si integrano». E poi: hanno ottenuto dal welfare tedesco più di quanto abbiano dato, sono poco istruiti e, riproducendosi in maniera superiore alla media, contribuiscono all'impoverimento intellettuale della Germania. Poi ci furono le proteste, le risse, le manifestazioni per la proiezione pubblica, poi vietata, del film anti-islamico «Innocence of Muslims», iniziativa lanciata da un piccolo movimento di estremisti ultra-conservatori.

Toccò alla cancelliera tedesca Angela Merkel ammorbidire la situazione per evitare tensioni e violenze. Disse: «Ci sono buoni argomenti legali per un divieto» e poi «la libertà d'espressione conosce anche dei limiti». Frase che scatenò altre discussione ma che non impedì alla cancelliera di ribadire pochi giorni dopo che «l'islam è parte integrante della Germania» e che non bisogna confondere i musulmani tedeschi con gli islamisti pronti alla violenza: «Si deve fare grandissima attenzione a non mettere tutti in un gruppo». Di certo nel mondo occidentale gli episodi di violenza contro chi non si piega ai dettami del corano si stanno moltiplicando.

In Francia un uomo è stato condannato a sei mesi di prigione, per avere aggredito un'ostetrica ed avere rotto la porta di un blocco operatorio per rimettere il velo alla moglie che stava per partorire, mentre un ristoratore è stato aggredito per essersi rifiutato di chiudere per il Ramadan. Episodi, ma anche fenomeni. Donne rapite e costrette a sposarsi con un estraneo. Oppure stuprate, torturate, se non addirittura brutalmente uccise dai loro stessi familiari. Più di 17mila le donne che in Gran Bretagna subiscono violenze di ogni tipo per una questione d'onore legate ai principi religiosi. E c'è l'Italia da Rachida Radi, uccisa nel reggiano a martellate perché si stava convertendo al cattolicesimo, a Hina Saleem a Brescia e Sanaa Dafani a Pordenone, perchè volevano vivere come un'occidentale. L'ultima frontiera del vivere civile.

Dall'omicidio Garofalo al massacro del tassista Milano nera, l'ora dei verdetti

Il Giorno

Sentenze al Palazzo di Giustizia di Milano di Mario Consani

Milano, 28 dicembre 2012


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Una città in nero costretta a regolare i suoi conti davanti ai giudici. Vecchi delitti, nuovi omicidi, storie di affetti familiari, di passioni perverse, di violenza senza senso che esplode improvvisa. È stato un anno complicato per i tribunali milanesi.  

A marzo la corte d’assise ha pronunciato sei ergastoli per la morte di Lea Garofalo, «pentita» di ’ndrangheta fatta rapire e uccidere nel 2009 dall’ex compagno Carlo Cosco, padre della loro figlia Denise, condannato insieme a cinque familiari e amici.  

È stata la stessa Denise, 19 anni, ad accusare ripetutamente il padre e la sua famiglia di aver fatto sparire la mamma. Per «odio personale e onore criminale» - ha sostenuto l’accusa - attraverso «un’azione programmata con lucida crudeltà».

E a novembre il più giovane degli imputati ha condotto gli inquirenti al ritrovamento dei poveri resti di Lea, fino ad allora nascosti.

In aprile una storia familiare - ed una condanna - del tutto diversa. Un anno e quattro mesi di reclusione ha deciso il tribunale per Marinella Colombo, la manager milanese che strappò i figli all’ex coniuge tedesco cui erano stati affidati e poi li tenne a lungo nascosti. I giudici l’hanno ritenuta responsabile di sottrazione di minori ma non di sequestro internazionale di persona e maltrattamenti, come sosteneva l’accusa.

A maggio si è chiuso il cerchio, almeno quello del primo processo, per l’assassinio senza senso del tassista Luca Massari, 45 anni, ammazzato a calci e pugni per aver investito involontariamente un cagnolino. Già condannato un anno fa a 16 anni di carcere Morris Ciavarella, in primavera anche per i fratelli Pietro e Stefania Citterio, che avevano partecipato all’aggressione selvaggia, è arrivato il verdetto: 14 anni per lui e 10 mesi per lei, solo per le minacce urlate al poveretto.

E sempre a fine maggio, la corte d’assise ha condannato all’ergastolo l’imprenditore Stefano Savasta, per i giudici mandante dell’omicidio del suo rivale in amore Stefano Cerri, da quattro anni svanito nel nulla, piccolo imprenditore anche lui, colpevole di avere una relazione sentimentale con l’ex segretaria e amante di Savasta.

In ottobre il verdetto per un’altra tragedia assurda: dieci anni di carcere al vigile Alessandro Amigoni per un colpo sparato alle spalle durante un inseguimento, col quale a febbraio uccise il giovane cileno Marcelo Gomez Cortez, disarmato, moglie e due figli piccoli, lasciandolo esanime sull’asfalto in zona Parco Lambro. Omicidio volontario, secondo il giudice.

Altra storia di amore e passione finita con delitto, quella del giovane medico Vittoria Orlandi, 29 anni, che ha ucciso per gelosia a coltellate la moglie del suo maturo amante anche lui medico, Marzio Brigatti, 62. Sentenza pronunciata prima di Natale: la dottoressa dovrà scontare 14 anni di reclusione.

La caffeina fa dimagrire, non il caffè

La Stampa

SYDNEY

Scienziati australiani, in esperimenti su topi di laboratorio, hanno osservato che la caffeina pura può eliminare l’aumento di peso, mentre usando un estratto di caffè i livelli di grasso non si riducono, ciò a causa di altri componenti non ancora ben conosciuti.


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Nello studio dell’Università del Queensland, pubblicato sul Journal of Nutrition, i topi sono stati alimentati con una dieta concentrata di grassi animali, latte condensato e zucchero per raddoppiare il peso corporeo e imitare i sintomi dell’obesità umana. Quando ai topi veniva somministrata una dose regolare di caffeina, il peso corporeo tornava gradualmente al normale, mentre i topi alimentati con estratto di caffè restavano in sovrappeso. Il farmacologo cardiovascolare Lindsay Brown, che ha guidato la ricerca, ha espresso sorpresa per i risultati. «La nostra ipotesi era che ogni effetto osservato con il caffè fosse dovuto alla caffeina, ma altri componenti nel caffè, non sappiamo quali, sembrano contrastare le proprietà di riduzione di peso della caffeina», scrive. 

Alcuni di essi non sono stati ancora identificati, mentre si sa poco degli effetti degli altri che danno al caffè il suo colore, come cafestol, kahweol e melanoidina. «La domanda ovvia per un farmacologo è: che effetto hanno?» aggiunge, lamentando che si sappia così poco su una delle bevande più consumate nel mondo. Mentre è certo che la caffeina brucia il grasso, Brown sconsiglia di ricorrere a prodotti come le pillole alla caffeina per restare svegli, come le No Doz, come trattamento di controllo del peso. Lo studio indica tuttavia che sia la caffeina che il caffè, purché non sia ristretto, migliorano le funzioni del cuore oltre che del fegato.

Morto il generale Schwarzkopf Nel 1991 guidò «Desert Storm»

Corriere della sera

Fu a capo della coalizione internazionale per liberare il Kuwait invaso da Saddam. Aveva 78 anni

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È morto alcune ore fa a Tampa, in Florida, il generale Norman Schwarzkopf, 78 anni, eroe della guerra del Vietnam, divenuto famoso in tutto il mondo come comandante della coalizione internazionale che, nel 1991, con l'operazione «Desert Storm» cacciò le truppe di occupazione di Saddam Hussein dal Kuwait.

GUERRA-LAMPO - Una operazione che fu condotta in appena sei settimane, con la partecipazione di circa 540 mila soldati americani e 200 mila di altri Paesi della coalizione e per la quale si guadagnò onorificenze - oltre che la 'Medaglia Presidenziale della Liberta« negli Stati Uniti - anche in Gran Bretagna, Francia, Belgio, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein, e che gli valse il soprannome di 'Stormin Norman', con cui era conosciuto a tutti.

LA CARRIERA - Al termine della sua carriera è stato a capo dello 'Us Central Command', che supervisiona tutte le operazioni militari Usa in una ventina di Paesi, dal Mediterraneo orientale fino al Pakistan e che ha il suo quartier generale a Tampa. Ed è proprio a Tampa che, poco dopo la fine della Guerra del Golfo, aveva scelto di stabilirsi dopo il suo ritiro, in cui ha scritto anche un libro di memorie dal titolo 'It Doesn't Take A Herò, divenuto presto un bestseller. Nel momento di massima notorietà, Schwarzkopf, che si definiva politicamente 'indipendentè, rifiutò anche diverse offerte di entrare in politica.

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LE CONDOGLIANZE DI BUSH - Il primo ad esprimere tristezza per la sua morte è stato il suo comandante in capo di allora, l'ex presidente George H. W. Bush. «Barbara ed io siamo in lutto per la perdita di un vero patriota americano e uno dei grandi leader militari della sua generazione», ha affermato in un comunicato l'ex presidente, che da settimane è ricoverato in un ospedale di Houston, in Texas, per problemi respiratori. «Per me, Norman Schwarzkopf incarnava il credo '"dovere, servizio, Paes!e" che ha difeso la nostra libertà», ha affermato ancora l'ex presidente, definendo il generale «un uomo buono» e «un vero amico».


Redazione online28 dicembre 2012 | 3:46

Lo spot che i ministri non hanno mai fatto

Corriere della sera

La campagna di informazione a tutela dei più giovani sull'uso sicuro dei cellulari mai fatta dal ministero della Salute

Renato Balduzzi prima di alzarsi dalla poltrona più importante del ministero della Salute non ha ritenuto opportuno fare quella campagna di prevenzione per un uso sicuro del telefono cellulare che un anno fa lo stesso Consiglio superiore di sanità auspicava.


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Ripercorriamo le tappe di questa vicenda.
 
Il 31 maggio dell’anno scorso l’Agenzia della ricerca sul cancro con sede a Lione (Iarc), che fa capo all’Oms, inserisce nella categoria 2B le radiazioni non ionizzanti emesse dal telefono cellulare. È la categoria del “possibile cancerogeno”. Il ministro della Salute dell’epoca, Ferruccio Fazio, dichiara: «Anche la bistecca alla brace è cancerogena, mica diamo indicazioni di non cuocerla più». Parallelismo improprio, purtroppo uscito dalla bocca di un medico e (peggio ancora) ministro che non ha voluto cogliere l’invito della stessa Agenzia dell’Oms a “prendere misure pratiche per ridurre l’esposizione ai campi elettromagnetici, per esempio l’utilizzo di auricolari o vivavoce oppure di sms”.

Fazio non si fida dell’Oms così richiede un parere al Consiglio superiore di sanità composto da esperti in igiene pubblica, medicina dello sport, geriatria, ortopedia, ginecologia. I nove (poco) esperti della materia ai quali si affida Fazio emanano il parere solo cinque mesi dopo avere ricevuto l’incarico e, guarda il caso, il giorno dopo l’inchiesta di Report “L’onda lunga” che mostrava i dubbi sulla ricerca finanziata dalle industrie del settore e i pericoli potenziali sulla salute messi in evidenza dalla ricerca indipendente.

Era l’11 novembre del 2011, il ministro Balduzzi, da poco subentrato a Fazio, pubblica un comunicato dal titolo: “Parere del Consiglio superiore di Sanità su possibili rischi da uso non appropriato dei telefoni cellulari. Ministero avvierà campagna di informazione per sensibilizzare ad utilizzo appropriato”. Invece non avvia proprio niente a protezione di quella fascia più debole ed esposta alle radiazioni perché, come ha dichiarato l’oncologo svedese Lennart Hardell: «Il cervello si sviluppa fino all’età di 20-25 anni, durante la crescita il cervello è probabilmente più sensibile alle onde».

Pochi giorni prima che si dimettesse il Governo Monti il ministro Balduzzi risponde a una mia precisa domanda circa il ritardo della campagna di informazione annunciata dal Css e mai realizzata: «Presso il ministero della Salute è attivo un gruppo di lavoro che probabilmente entro l’anno realizzerà una campagna informativa tesa a promuovere un uso più consapevole del telefono cellulare». Risponde anche a un question time di alcuni deputati Pd che lo sollecitano: «Ho richiesto all'Istituto superiore di sanità un approfondimento ulteriore”. Il prossimo ministro probabilmente non darà avvio alla campagna di sensibilizzazione perché preferirà sentire un parere tecnico del vecchio ed esperto zio medico d’America.

Guarda il video

L’avvocato Balduzzi, indifferente alle pronunce della Iarc-Oms, non ha sentito neppure il richiamo della Cassazione quando lo scorso ottobre, per la prima volta in Italia e al mondo, ha stabilito un legame di concausalità tra un forte uso del cellulare e un tumore. La parola fine alla vicenda di Innocente Marcolini colpito da un neurinoma. Ma Balduzzi giudica bene sé stesso (bontà sua) perché, afferma, «Ho sempre sollecitato a seguire le istruzioni, che significano, per quanto riguarda i cosiddetti telefonini, un uso moderato, gli auricolari, attenzione per la fasce minori. Seguiamo ciò che c'è scritto nelle istruzioni dei telefonini”.

Dove e con quali mezzi abbia veicolato la sua sollecitudine non si sa. Di certo c’è soltanto che avrebbe dovuto fare quella campagna d’informazione che non ha fatto perché sa bene che ben pochi leggono e credono alle istruzioni scritte sui manuali (dei produttori) ma molti crederebbero alle indicazioni espresse da un ministero della Salute. Intanto i gestori della telefonia ringraziano, perché una campagna all’uso del cellulare può ridurre l’impatto delle radiazioni che colpiscono il target sempre più in crescita, quello dei giovani, ma anche vanificare milioni di euro di campagne pubblicitarie. Regaliamo noi ai più giovani uno spot sull’uso del cellulare al fine di ridurre l’impatto di quelle radiazioni che possono essere cancerogene. Ci voleva poco. A tutti buone feste.
Agli ex ministri Balduzzi e Fazio un sms: «Nel dubbio perché non avete protetto i più deboli».

Guarda l'inchiesta integrale "L'onda lunga" andata in onda a Report il 27 novembre 2011

Si ringrazia l'associazione "Applelettrosmog- per la prevenzione e la lotta all'elettrosmog" per la gentile concessione dell'utilizzo dei disegni


Sabrina Giannini
sabrina.giannini@reportime.it
27 dicembre 2012 (modifica il 28 dicembre 2012)© 

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Sabrina Giannini
sabrina.giannini@reportime.it
27 dicembre 2012 (modifica il 28 dicembre 2012)

Ora la Germania «esporta» anziani in fuga dalla crisi

Corriere della sera

Verso gli ospizi dell'Europa dell'Est
Dal nostro corrispondente PAOLO LEPRI


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BERLINO - Renate Apel, pensionata, settantaquattro anni, ha lavorato tutta la vita ad Amburgo, prima in uno di quegli stand dove si arrostiscono salsicce e poi in una fabbrica di sigarette. Adesso, con il suo assegno mensile, non riesce più a tirare avanti. Per sopravvivere, bussa ogni settimana alla porta della Hamburger Tafel, una «banca del cibo» che distribuisce alimenti recuperati nei supermercati e ristoranti. «Non posso nemmeno fare visita a mia figlia che vive a nord di Hannover. Essere poveri fa sentire anche più soli», ha detto a Der Spiegel , che ha raccontato recentemente il suo caso simbolo.

Ma il suo è un problema di tanti, destinati a diventare ancora di più. Secondo i dati del ministero del Lavoro e degli Affari sociali, guidato dalla cristiano-democratica Ursula von der Leyen, saranno infatti centinaia di migliaia i tedeschi che dopo aver lavorato trentacinque anni percependo un salario lordo di 2.500 euro riceveranno una pensione di circa 688 euro, ritenuta inferiore ai livelli minimi di sussistenza. E a essere colpiti da un drastico abbassamento del livello di vita saranno tutti i cittadini, non solo casalinghe, lavoratori part-time e coloro che hanno gli stipendi più bassi, come ha chiaramente indicato Ursula von der Leyen attirandosi le critiche di molti colleghi di governo.

Queste cifre si riferiscono a proiezioni sul 2030, ma il problema della povertà nella fascia più anziana della popolazione è un'emergenza tra le più discusse già oggi in Germania. Per sua fortuna, Renate Apel sta bene. Ma tanti suoi coetanei, in cattive condizioni di salute, sono costretti a trasferirsi all'estero, dove l'assistenza alle persone che ne hanno bisogno è meno costosa. È un nuovo esodo, di cui ha parlato per primo il quotidiano popolare Bild , che ha smesso di descrivere la vita spensierata dei pensionati tedeschi che scelgono paesi esteri dove il tempo è più buono e la vita è meno cara per parlare invece dei tanti «profughi della salute» che vengono curati lontano dalla loro patria.

Stando alle cifre che sono state sottoposte all'attenzione dell'opinione pubblica dall'associazione di assistenza Sozialverband Deutschland (Vdk), oltre 10.000 pensionati tedeschi vivono in case di riposo ungheresi, ceche, slovacche. Altri anziani vengono assistiti e ricoverati anche in Ucraina, Grecia, Turchia e perfino in Thailandia, dove il potere di acquisto è superiore del settanta per cento. E si tratta di un fenomeno che aumenterà al ritmo del 5 per cento ogni anno, perché attualmente sono già circa 400.000 i tedeschi che non possono sostenere i costi di una struttura di accoglienza e di cura nel loro Paese. È stato calcolato che la spesa per un posto letto in un ospizio o in una casa di risposo tedesca varia dai 2.500 ai 3.400 euro mensili, e poco più della metà di questa cifra può venire coperta da un contributo della previdenza sociale. Al problema dei costi si aggiunge quello della scarsità di mano d'opera qualificata: se la tendenza non verrà invertita si prevede infatti che nel 2030 mancheranno quasi 500.000 lavoratori in questo tipo di strutture che già adesso di affidano a personale proveniente dall'estero.

Il governo sta tentando di correre ai ripari, ma i problemi da affrontare sono tanti e gli strumenti per risolverli sono diversi. Certo, non ci si può affidare al misterioso benefattore di Braunschweig, la città della Bassa Sassonia dove buste piene di contanti sono state fatte arrivare per qualche tempo, nei primi mesi di quest'anno, a strutture di assistenza, chiese, organizzazioni umanitarie. Anche lui è andato in pensione.


28 dicembre 2012 | 8:01

A Veronica 100 mila euro al giorno Berlusconi mantiene il patrimonio

Corriere della sera

Depositata a Natale la sentenza di separazione non consensuale

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MILANO - A Veronica Lario vanno tre milioni di euro ogni mese, a Silvio Berlusconi resta la villa di Macherio stimata 78 milioni, ma entrambi rinunciano a chiedere «l'addebito» di colpa: dopo oltre tre anni finisce così, con una sentenza depositata attorno a Natale dalla nona sezione civile del Tribunale di Milano, la causa di «separazione non consensuale». Un'azione giudiziaria implicita già il 31 gennaio 2007 nella lettera di Veronica a Repubblica sulla «mia dignità di donna» ferita da taluni apprezzamenti del marito durante la premiazione dei Telegatti, ma formalmente avviata dalla moglie il 3 maggio 2009 dopo la lettera all'agenzia Ansa in cui reagiva alla presenza dell'allora premier alla festa a Casoria della 18enne Noemi Letizia, e definiva «ciarpame senza pudore» la ventilata candidatura di «veline» alle Europee.

 Coda e occhialoni per Eleonora e mamma Veronica Coda e occhialoni per Eleonora e mamma Veronica Coda e occhialoni per Eleonora e mamma Veronica Coda e occhialoni per Eleonora e mamma Veronica Coda e occhialoni per Eleonora e mamma Veronica

L'assegno di mantenimento - circa 100.000 euro al giorno, tre milioni tutti i mesi, 36 milioni ogni anno - riflette i criteri dell'articolo 156 del codice civile così come interpretato da consolidate sentenze di Cassazione circa i parametri del mantenimento del tenore di vita analogo a quello goduto durante la convivenza, nel caso sussista una disparità economica tra i due coniugi; e, nella sostanza, in questa somma contabilizza il fatto che la moglie di Berlusconi esca dalla causa senza proprietà immobiliari.

Nella lunga e travagliata causa tra due persone insieme da un trentennio e sposate da 22 anni, infatti, c'era stato un momento nel quale una intesa era parsa abbordabile sulla base dell'offerta a Veronica Lario di riconoscerle l'usufrutto a vita di Villa Belvedere, la magione di Macherio a lei particolarmente cara perché ci ha vissuto 20 anni e vi ha cresciuto i tre figli Barbara, Eleonora e Luigi. Ma presto la temperatura della causa era di nuovo salita, e a quel punto l'offerta di Silvio a Veronica era scesa a un assegno di non più di 300.000 euro al mese, 10 volte meno di quanto stabilito ora dalla sentenza notificata ai legali Ippolita Ghedini e Cristina Rossello per Berlusconi, e all'avvocato Cristina Morelli per Lario.

 Veronica Lario in Svizzera Veronica Lario in Svizzera Veronica Lario in Svizzera Veronica Lario in Svizzera Veronica Lario in Svizzera

La riservatezza con la quale la nona sezione del Tribunale civile ha dal 2009 «blindato» questa causa di separazione è del resto stata tale che soltanto al deposito della sentenza, calato forse non a caso proprio nel deserto dei giorni natalizi al sesto piano del palazzo di giustizia, gli stessi cancellieri e perfino molti giudici della sezione hanno scoperto quali colleghi (Nadia Dell'Arciprete e Alessandra Cattaneo) avessero composto il collegio giudicante insieme alla presidente della sezione, Gloria Servetti.

La sentenza nulla statuisce sull'assegnazione della casa coniugale, il che equivale a dire che la villa di Macherio (che Veronica aveva preferito lasciare nel settembre 2010) resta a chi ne è l'intestatario, cioè a Berlusconi: il Tribunale, infatti, nelle separazioni interviene sulla casa coniugale solo quando vi siano figli minori, o maggiorenni ma economicamente non indipendenti, e nessuno di questi due è il caso dei coniugi Berlusconi-Lario. L'assegnazione della casa coniugale non è suscettibile di applicazione estensiva e quindi, in assenza dei requisiti sui figli, la casa coniugale non può essere assegnata a titolo di mantenimento dell'altro coniuge. Villa Belvedere a Macherio è stimata 78 milioni, ma i suoi 120.000 metri quadrati richiedono una costante e impegnativa manutenzione per la quale l'ex premier calcola di aver impiegato circa 20 milioni in un decennio e stima di doverne spendere 1,8 all'anno.

Oltre ai 3 milioni al mese da versare a Veronica Lario e alla permanenza della villa di Macherio nel patrimonio di Silvio Berlusconi, c'è un terzo importante dato nella sentenza. Entrambi i coniugi hanno infatti rinunciato a chiedere «la separazione con addebito» all'altro coniuge di «un comportamento cosciente e volontario contrario ai doveri nascenti che derivano dal matrimonio», come «la violazione del dovere di fedeltà coniugale». Un esito tutt'altro che scontato in rapporto a com'era partita la causa e più in linea con l'impressione maturata nei rispettivi entourage quando nel secondo faccia a faccia (non il 30 gennaio 2010 in Prefettura, ma l'8 maggio 2010 in Tribunale) Silvio e Veronica erano stati fatti rimanere da soli, per qualche momento senza avvocati, davanti al presidente.

Tecnicamente la separazione è rimasta di tipo «non consensuale», ma con un clima civile e non lontanissimo da un accordo di massima, che peraltro potrebbe sempre intervenire a modificare in qualunque momento, se i coniugi lo desiderassero, i paletti minimi fissati ora dal Tribunale con la sentenza. Per il resto il verdetto non mette naso nel perimetro societario dell'impero di Berlusconi, nè nelle prospettive che in esso hanno o potranno avere i tre figli avuti da Veronica (a ciascuno dei quali è stato intestato il 7,5% di Fininvest) rispetto ai due figli nati dal precedente matrimonio, Marina e Piersilvio, da tempo ai vertici del gruppo. E ora all'ex premier resta da affrontare l'ipoteca giudiziaria più insidiosa: il giudizio di Cassazione sui 540 milioni che sinora due sentenze di merito hanno condannato Fininvest a risarcire a Carlo De Benedetti per la corruzione di un giudice del «lodo Mondadori».

Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it28 dicembre 2012 | 7:33