domenica 30 dicembre 2012

Inglese si risveglia dopo ictus e parla gallese

Corriere della sera

L'ottantunenne Alun Morgan era stato in Galles durante  la Seconda Guerra mondiale e aveva appreso alcune parole

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Alun Morgan stava guardando il notiziario dell'ora di pranzo nella sua casa di Bath, nel Somerset, quando la moglie Yvonne si è accorta che l'uomo aveva perso i sensi e ha chiamato un'ambulanza. In ospedale è stato accertato che il signor Morgan era stato colpito da un ictus che gli aveva causato uno stato di afasia, vale a dire un'alterazione del linguaggio dovuta a lesioni delle aree cerebrali deputate alla sua elaborazione. L'uomo, come molti pazienti colpiti da ischemia, non riusciva più a parlare in modo comprensibile. Ma la vera sorpresa è stata che quando ha riacquistato la capacità di esprimersi ha iniziato a farlo in gallese, lingua che conosceva a malapena, essendo stato sfollato in Galles durante la Seconda Guerra Mondiale. Per sua fortuna la moglie conosceva l'idioma e per alcuni giorni ha tradotto ai medici le parole del coniuge.

UNA STORIA CONFUSA - La stampa britannica ha ampiamente trattato il caso di Alun Morgan, ma quello che ne esce è un quadro non del tutto chiaro. Bbc, per esempio, sostiene che il soggiorno in Galles del giovane Alun sia durato quattro anni, periodo più che sufficiente per imparare una lingua, mentre altre testate, tra le quali l'Independent, parlano di qualche mese. In ogni caso resta il fatto che l'anziano cittadino britannico si è risvegliato dal coma esprimendosi in cimrico (l'altro nome della lingua parlata in Galles), senza rendersi conto che non stava usando l'inglese. «Io pensavo semplicemente di parlare - ha dichiarato Morgan - e sono rimasto molto sorpreso quando mia moglie mi ha spiegato che cosa stava accadendo». Col trascorrere dei giorni, e grazie alla terapie riabilitative, l'uomo ha ripreso poco alla volta a parlare in inglese, fino a dimenticare un'altra volta la lingua gallese.

AFASIA - L'afasia a seguito di un ictus (ma altre cause possono essere anche ferite da arma da fuoco alla testa, trauma cranico e tumori cerebrali) è una conseguenza piuttosto frequente, spesso accompagnata da una emiparesi destra, essendo l'area cerebrale deputata all'elaborazione del linguaggio situata nella parte sinistra del cervello. Il neurologo e scrittore inglese Oliver Sacks descrisse l'afasia in quello che è probabilmente il suo libro più famoso, L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello del 1985, saggio nel quale l'autore racconta le sue esperienze cliniche, descrivendo i casi di alcuni pazienti colpiti da lesioni encefaliche. In particolare, il capitolo intitolato Il discorso del Presidente, contiene una riflessione sul modo distorto che i pazienti affetti da afasia hanno di vedere e interpretare il linguaggio verbale.

SINDROME DELL'ACCENTO STRANIERO - Il caso di Alun Morgan potrebbe rientrare in quella che viene definita come «sindrome dell'accento straniero». Si tratta di una rarissima disfunzione neurologica che si manifesta a seguito di ictus o di gravi traumi cranici, a causa della quale il paziente si risveglia parlando in una lingua straniera o con un accento diverso. Il primo caso accertato fu quello di una ragazza norvegese che nel 1941, ferita alla testa durante un bombardamento, si risvegliò parlando con un marcato accento tedesco. Secondo la letteratura scientifica, dal 1941 al 2009 i casi accertati di persone colpite da questa sindrome sono in tutto una sessantina.

Emanuela Di Pasqua
30 dicembre 2012 | 17:45

Viaggio alla fine del rullino Come è morta la fotografia analogica

Corriere della sera

di Daniele Sparisci *



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Pellicole e macerie. Camere oscure profanate dalla luce, stabilimenti deserti, vecchi ritratti ingialliti sulle pareti mangiate dall’umidità. In più di sei anni passati a raccontare la fine della fotografica analogica, il reporter canadese  Robert Burley, ha raccolto in un libro e in un progetto multimediale centinaia di testimonianze di un mondo che non esiste più. “The Disappearance of Darkness: Photography at the End of the Analog Era” (realizzato rigorosamente con apparecchi e tecniche non digitali) è l’epitaffio del rullino, un lungo viaggio negli ex “santuari” della fotografia cancellati da mega pixel e schede di memoria. Molto prima che nascesse Instagram, Burley ha documentato l’implosione di Kodak e Polaroid, visitando ciò che resta delle fabbriche, dagli Usa al Canada, fino a Belgio, Francia e Inghilterra. Scatti spettrali, immagini forti ottenute di nascosto – perché nessuna azienda voleva mostrare a occhi esterni  la propria agonia-  che svelano  l’altra faccia della rivoluzione digitale. Quella meno nota.

“E’ sconvolgente pensare quanto veloce sia avvenuto il passaggio”, osserva questo cinquantenne di Toronto, “ quelle aziende davano lavoro a migliaia di persone, possedevano interi grattacieli. Un impero costruito in un secolo è svanito in meno di dieci anni”.

Lo spartiacque è il 2003, quando per la prima volta le vendite di fotocamere digitali superano quelle tradizionali. Oltre ai reperti di archeologia industriale , le saracinesche sigillate di fotografi di provincia dopo una vita passata a immortalare matrimoni e prime comunioni. “Quando ho iniziato a lavorare al progetto (nel 2005, quando la Kodak era davanti alla Apple nella classifica delle 500 multinazionali più grandi stilata da Fortune) la transizione era ancora in corso, ora posso dire che si è conclusa”.



Foto di Robert Burley


Nostalgia? “No, ma è giusto che i miei studenti di fotografia, tutti nativi digitali, conoscano come si lavorava prima”. Quei segreti nel buio della camera oscura bruciati come un vecchio rullino lasciato al sole.
* Twitter danielesparisci

Addio a Rita Levi Montalcini

Corriere della sera

È morta nella sua abitazione a Roma, aveva 103 anni. I messaggio di cordoglio

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È morta la senatrice a vita Rita Levi Montalcini. Il premio Nobel per la medicina, morta nella sua abitazione a Roma, aveva 103 anni. La notizia del decesso è stata verificata anche dalla Questura di Roma.

 
COSCIENZA CIVILE - «Ha rappresentato la coscienza civile, la cultura e lo spirito di ricerca del nostro tempo e che ha saputo mettere insieme il rigore scientifico col massimo livello di umanità». È il messaggio di Gianni Alemanno, sindaco di Roma. «Con Rita Levi Montalcini se e va una personalità straordinaria, una donna che nella sua lunghissima splendida vita ha mostrato impegno, forza, ingegno straordinari». È quanto si legge in una nota di Walter Veltroni.

PASSIONE - «Con lei - dice il Presidente del Senato, Renato Schifani, in una dichiarazione.- l'Italia perde un grande scienziato e una grande donna, ma la sua figura e il suo insegnamento rimarranno sempre vivi nel nostro ricordo e continueranno a costituire motivo d'orgoglio per il nostro Paese». «Con il suo prezioso e costante impegno nella ricerca e nella medicina ha dato lustro all'Italia nel mondo», dice il presidente dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro.

«È stata una donna che ha testimoniato la sua passione per la scienza ed è stata educatrice delle giovani generazioni, credendo fermamente nella trasmissione del sapere. Rita Levi Montalcini, che ha servito il suo paese con passione civile anche nelle istituzioni, resterà un esempio per tutti noi». Addolorato anche quanto si legge nel messaggio del presidente della Fondazione Italianieuropei, Massimo D'Alema: «Donna eccezionale, che ha fatto grande l'Italia nel mondo, che ha saputo unire alla sua straordinaria capacità intellettuale e scientifica un profondo impegno civile. Sono vicino alla famiglia, ai suoi amici e ai suoi collaboratori».

A TESTA ALTA - «Lascia un segno inconfondibile in tutto il mondo del genio femminile non solo nel campo della medicina», afferma Rosy Bindi, presidente dell`Assemblea nazionale del Pd «Una delle belle figure dell'ultimo secolo, che ha vissuto la sua lunga e luminosa esistenza sempre a testa alta, con grande forza e intelligenza, spendendo tutte le sue energie al servizio della dignità dei malati e della ricerca scientifica». La ricorderemo, sottolinea, «non solo per i suoi successi, il suo infaticabile lavoro, ma anche per la sua autentica passione civile, l'amore per la democrazia e le tante battaglie per la promozione della dignità della donna, i diritti umani, la giustizia, la pace». Giorgia Meloni e Guido Crosetto, fondatori di Fratelli d'Italia-Centrodestra nazionale esprimono il loro cordoglio : «Ha lasciato una traccia indelebile nella storia della nostra Nazione».

SGUARDO LAICO - «La sua incrollabile capacità di guardare al mistero della vita con gli occhi laici e sereni di chi cerca la verità della ragione - afferma Piero Fassino, sindaco di Torino - ne fanno una figura unica, e non solo per la nostra città che le ha dato i natali. La sua profonda fiducia nel futuro, nelle capacità innovative dell'essere umano, il suo convincimento indomito nell'uguaglianza fra le persone e fra i sessi, l'hanno resa, sin dai primi anni del suo studio scientifico un esempio per tutti di come fosse possibile combattere e superare le più grandi sfide nel nome del pensiero laico e illuminato».

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Redazione Online30 dicembre 2012 | 16:07

Cassazione: paragonare gli uomini agli animali è offensivo

La Stampa



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Chissà se "l'aquila di Ligonchio" o la "pantera di Goro" si saranno mai sentite offese, almeno una volta nella vita, per gli epiteti con cui sono state spesso chiamate queste note artiste italiane. Fatto sta che d'ora in poi, appioppare epiteti evocativi di animali alle persone diventa pericoloso anche davanti alla legge. A sancirlo è la Cassazione che sottolinea come gli epiteti che rievocano gli animali «hanno una obiettiva valenza denigratoria in quanto, assimilando un essere umano ad un animale, ne negano qualsiasi dignità in un processo di reificazione e di assimilazione ad una "res" comunemante ritenuta disgustosa o comunque di disumanizzazione".

In questo modo la V sezione penale (sentenza 44966) ha convalidato una condanna per ingiuria nei confronti di un 50enne di Castrovillari, Giuseppe V., colpevole, per tutelare i propri diritti di territorio, di essersi rivolto a Leonardo B. dandogli del "babbuino", "barbagianni"». L'uomo era stato immediatamente querelato ma il giudice di pace di Castrovillari aveva assolto da ogni accusa Giuseppe V. «per la particolare tenuita' del fatto». La condanna per ingiuria era arrivata in secondo grado dal Tribunale di Castrovillari nell'aprile 2011.

Inutilmente Giuseppe V. ha fatto ricorso in Cassazione per chiedere clemenza, sostenendo che gli epiteti utilizzati non erano idonei a ledere l'onore del querelante, visto che il suo sfogo era volto a tutelare le sue proprietà da una sospetta abusività di una costruzione che sarebbe sorta nei pressi della sua abitazione. Piazza Cavour ha respinto il ricorso e ha ribadito che gli epiteti evocativi di animali hanno «una obiettiva valenza denigratoria». Giuseppe V. dovrà anche risarcire il danno patito dalla persona querelata per l'accostamento poco lusinghiero con un animale.

(Fonte: Adnkronos)

I più cercati su Wikipedia: in Italia è Grey's Anatomy, in Germania cul de sac

Corriere della sera

Pubblicata la lista delle parole più cliccate nel 2012 nella ricerca sull'enciclopedia «opensource». Stranezze e curiosità
Paese che visiti, voce di Wikipedia che cambia. L’enciclopedia opensource pubblica la lista delle cento pagine più visitate del 2012 differenziate a seconda delle nazioni ed emergono subito differenze importanti, risultati sorprendenti e inaspettati e altri decisamente attesi e omogenei.


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L’ITALIA – Nel Belpaese la gente cerca comprensibilmente notizie e approfondimenti su Italia e Roma, ma al primissimo posto si trova la voce relativa a «Grey's Anatomy», la serie televisiva ambientata in un ospedale di Seattle. Questa ossessione degli italiani per i serial americani tra l’altro ritorna tra i primi dieci posti, come dimostrano le presenze delle entry «The Vampire Diaries» e «Gossip Girl», pur affiancate da alcune squadre calcistiche, dai “soliti” One Direction (quasi onnipresenti tra le pagine più viste ovunque), da Lucio Dalla e dalle profezie dei Maya (altro denominatore comune a tante nazioni).

GLI ALTRI PAESI - L’Inghilterra è tra le più prevedibili, con la parola Facebook prima della lista, seguita a ruota da Wiki e dai necrologi del 2012. Il Giappone invece ha in prima posizione un’attrice porno, mentre la Russia ha Youtube, la Russia stessa, il porno e la disoccupazione. Gli spagnoli cercano Facebook e la chiocciola della posta elettronica, i One Direction e i Maya e i tedeschi hanno digitato su Wikipedia soprattutto l’espressione Sackgasse, ovvero cul-de-sac, seguita dalla Germania stessa e dai necrologi dell’anno che sta per terminare.

Gli indonesiani dopo Facebook, Indonesia e Youtube approfondiscono soprattutto gli sport e gli iraniani dimostrano nelle loro ricerche, oltre all’attenzione verso il proprio Paese e le proprie tradizioni, un’accesa curiosità per argomenti come sesso, omosessualità, circoncisione femminile. I francesi infine stupiscono tutti con la loro prima entry digitata, ovvero l’arbusto giapponese Houx crénelé, seguito dalle più prevedibili ricerche su Francia, Facebook, Hollande e Wiki.

I CLASSICI E LE STRANEZZE – Volendo riassumere e commentare i curiosi dati della crazy list, come la chiama il Washington Post, si possono trovare negli elenchi dei vari Paesi alcune presenze costanti, come Facebook e altri social network, i necrologi e Wiki stessa. L’altro classico intramontabile è l’attenzione delle persone per il proprio Paese, sempre (o quasi) tra i primissimi digitati, e per i loro leader politici, e per le profezie Maya, che hanno incuriosito o stuzzicato un po’ chiunque e ovunque. Molto più bizzarri invece sono stati alcuni risultati iraniani, tedeschi e persino francesi.

IL PARERE DI UN ESPERTO - Abbiamo chiesto a Nicola , nickname Quatar, uno degli 111 amministratori dell’enciclopedia di Wales, qualche riflessione sui risultati del 2012. Innanzitutto occorre sottolineare, se ce ne fosse bisogno, che le ricerche su Wiki hanno chiaramente una motivazione differente da quelle effettuate su un motore di ricerca, e questo spiega la presenza di alcuni temi o espressioni di nicchia, e inoltre si tratta di approfondimenti spesso trainati da un tam tam mediatico: «La gente va su Wikipedia per approfondire e per verificare alcune supposizioni, e questo è un ruolo delicato che deve far riflettere anche noi redattori – spiega Quatar - per esempio probabilmente il milione e mezzo di visite italiane alla voce Profezie sul 21 dicembre 2012 è dovuto alla ricerca qualche elemento di verità all'interno di tante speculazioni.

Anche il caso di Lucio Dalla è interessante: per molti la sua omosessualità era un fatto ignoto prima della morte e, quando è divenuto argomento di discussione, gli utenti avranno voluto verificare su Wikipedia l’informazione». Insomma, la gente cerca su Wikipedia ciò che vuole appurare e verificare e non solo (e non necessariamente) gli argomenti che più interessano. «A differenza di un motore di ricerca, Wikipedia pone un filtro ai contenuti. I risultati di un motore di ricerca sono, in un certo senso, caotici: alle fonti autorevoli sono affiancati blog, siti personali, contenuti non verificati». Rimane poi sempre valida la regola che la repressione stimola la curiosità, come dimostrano gli iraniani con la loro assidua ricerca di termini come sesso, circoncisione femminile e omosessualità.

Secondo Quatar infine l’arbusto giapponese per il quale vanno pazzi i francesi, ovvero il gettonatissimo Houx crénelé, potrebbe essere giustificato dal fatto che si tratta di una voce abbastanza marginale che esiste in poche edizioni linguistiche. Infine i tedeschi potrebbero essere stati colpiti da un titolo dello «Stuttgarter Zeitung», Auf dem Weg in die Sackgasse, (sulla strada verso un vicolo cieco) e trainati nel loro interesse verso l’espressione cul-de-sac. E poi come sempre la viralità della Rete esplode e stupisce e le regole caotiche che rendono un argomento improvvisamente un tema caldo non sempre sono razionali. Emanuela Di Pasqua

Emanuela Di Pasqua
30 dicembre 2012 | 16:27

Social e condizioni d'utilizzo: come difendersi

Corriere della sera

Il «caso Instagram» ci ha messo la pulce nell'orecchio: siamo andati a leggere i termini di Facebook, Twitter e Youtube

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MILANO - L'annuncio che Instagram avrebbe venduto le foto degli utenti per suo lucro e la repentina marcia indietro del co-fondatore Kevin Systrom, hanno riacceso l'interesse sui termini di utilizzo dei contenuti che carichiamo quotidianamente sui social network. In teoria basterebbe dare un'occhiata ai famosi terms and conditions proposti ogni qualvolta ci si registra a un servizio per sapere che fine faranno video, foto, testi o canzoni ma spesso questi testi sono così lunghi e oscuri da spingere l'utente a correre con il mouse sul tasto "Accetto" senza preoccuparsi di altro.

LE LICENZE VARIANO - Una sola lettura poi può non bastare, le licenze infatti possono variare nel tempo e non tutti i siti avvertono gli utenti dei cambiamenti. YouTube, per esempio, consiglia di «controllare periodicamente i Termini per verificare eventuali modifiche», una cosa che non fa quasi nessuno. Lo ha dimostrato nel 2010 il sito inglese Gamestation che come pesce d'aprile aveva messo nei suoi termini che avrebbe avuto il diritto di rivendicare le anime degli utenti. Nessuno dei suoi 7.500 iscritti se n'era accorto.

POCO CONTROLLO - In generale comunque esistono due tipi di licenze: quelle che riconoscono il la titolarità del contenuto all'utente ma permettono all'azienda di usarlo nei modi più diversi e quelle che cedono la titolarità al sito ma permettono all'utente di usare il contenuto come crede. Insomma, in un modo o nell'altro parte del controllo scema ma è il prezzo da pagare per poter diffondere i contenuti gratuitamente.


YOUTUBE - Non potendo esplorare tutte le diverse licenze presenti in Rete, ci limitiamo a studiare i Termini dei siti più diffusi: YouTube, Twitter e Facebook, partendo proprio dal Tubo. I video caricati sulla piattaforma rimangono di proprietà dell'utente che però cede al sito «una licenza per il mondo intero, non esclusiva, gratuita, trasferibile (con diritto a concedere sub-licenze) ad usare, riprodurre, distribuire, preparare opere derivate, visualizzare ed eseguire tali Contenuti in connessione alla fornitura del Servizio ed in altro modo in connessione con la fornitura del Servizio e dell'attività commerciale di YouTube, comprese, a titolo meramente esemplificativo, la promozione e la ridistribuzione di tutto o parte del Servizio (e delle relative opere derivate) in qualsiasi formato e tramite qualsiasi canale di comunicazione». La licenza però si esaurisce nel momento in cui l'utente rimuove i video ma non se l'utente si cancella: in questo caso i video rimangono sui server dell'azienda.



I CINGUETTII
- Passiamo a Twitter, che presenta le condizioni del servizio corredate da brevi note chiarificatrici. In questo caso l'utente mantiene i diritti sui suoi contenuti ma cede al social network «una licenza mondiale, non esclusiva e gratuita (con diritto di sublicenza) per l’utilizzo, copia, riproduzione, elaborazione, adattamento, modifica, pubblicazione, trasmissione, visualizzazione e distribuzione di tali Contenuti con qualsiasi supporto o metodo di distribuzione». Twitter inoltre può rendere disponibili i contenuti «ad altre società, organizzazioni o altri soggetti partner [...] per la condivisione, trasmissione, distribuzione o pubblicazione [...] su altri supporti e servizi». Cessioni che, si legge, «potranno avvenire senza il pagamento di alcun corrispettivo all’utente».



FACEBOOK
- Alle condizioni annotate di Twitter, Facebook risponde con un contratto illustrato da immagini a tinte pastello. Anche qui i contenuti rimangono di proprietà dell'utente, che può anche controllarne la diffusione tramite le impostazioni sulla privacy. Attenzione: nel contratto si legge che «Facebook non fornisce agli inserzionisti le informazioni o i contenuti degli utenti senza il consenso di questi ultimi», occhio quindi alle impostazioni del proprio account. Comunque sia, basta navigare sul sito per concedere a Facebook il diritto di usare le informazioni dell'utente «in relazione ai servizi e alle funzionalità offerte a te e ad altri utenti come i tuoi amici, i nostri partner, gli inserzionisti che acquistano inserzioni sul sito e gli sviluppatori che creano giochi, applicazioni e siti Web da te utilizzati». L'avvertenza insomma, è leggere sempre ciò che accettiamo quando ci iscriviamo a un servizio ma soprattutto ricontrollare eventuali cambiamenti nel tempo. Iscriversi a un sito infatti è come prendere la cittadinanza: una volta diventati abitanti di un luogo si è sottoposti automaticamente alle leggi che lo governano. Meglio conoscerle.



Alessio Lana
23 dicembre 2012 (modifica il 30 dicembre 2012)

Clinton con le pornostar, il tifoso più solo del mondo e il piccolo “Monti Spread”: le notizie più curiose del 2012

Il Messaggero



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Le principali curiosità del 2012:


20 GEN - Dopo 5 anni una coppia britannica svela finalmente a parenti e amici il sesso del figlio. Il piccolo per evitare ogni stereotipo è stato vestito da bimba e bimbo alternativamente.

9 MAR - Trovato allo zoo di Toronto il modo per intrattenere un orango annoiato: l'iPad. In visibilio i visitatori.
15 MAR - Tre lutti tra i vip animali: morti Yoda (il cane più brutto al mondo), Meow (il gatto di 18 kg, come un uomo di 300) e Nefertiti (il ragno che era stato 100 giorni sulla Iss).
15 MAR - Niente sesso? I moscerini si danno all'alcol. È il risultato di un esperimento dell'Università della California.

29 APR - Un ristorante di Fermignano vicino a Urbino diventa off limits per tutti i politici, accusati dei mali dell'Italia.

2 MAG - Una dodicenne brasiliana vende i suoi lunghissimi capelli per poter comprare una casa alla sua famiglia.
3 MAG - Una versione de “L'urlo” di Edvard Munch è stata venduta da Sotheby's a New York per 119,92 milioni di dollari, diventando l'opera d'arte più costosa mai battuta.
7 MAG - La flatulenza dei dinosauri riscaldò il pianeta: secondo una ricerca produssero una tale quantità di gas da essere un fattore chiave nell'innalzamento delle temperature.
24 MAG - Imbarazzo in casa Clinton per una foto postata su Twitter che immortala l'ex presidente tra due famose pornostar.
30 MAG - Impazza sul web il video di Laverne Everett, la nonnina che festeggia gli 80 anni
buttandosi col paracadute. È scivolata fuori dall'imbracatura, è stata salvata per miracolo.

11 GIU - I vip amano condividere i loro piccoli guai su Twitter: dalla botta in testa con occhio nero di Lady Gaga alle flebo di Pink, Rihanna fino a Shakira morsicata da un leone marino.
16 GIU - L'acrobata americano Nik Wallenda compie la traversata delle Cascate del Niagara camminando su una fune, ovvero una passeggiata di 550 metri nel vento, a un'altezza di 45 metri.
20 GIU - Lasagna da record in un ristorante di Cracovia per la nazionale italiana impegnata negli Europei di calcio: pesava 4,8 tonnellate, è stata cotta per 10 ore e divisa in 10.000 pezzi.

3 LUG - Una coppia di tedeschi ordina aragoste in ristorante in Costa Smeralda per 500 euro e poi le libera in mare.
17 LUG - Barack Obama che assisteva a un match al Verizon Center di Washington onora la kiss cam e bacia la moglie Michelle. Intanto davanti a una gelateria di Chicago è stata addirittura messa una targa per ricordare il primo bacio della coppia.
19 LUG - Trovati 4 reggiseni del '400, assomigliano molto a quelli di oggi. Erano nel castello Lengberg nel Tirolo dell'est.
25 LUG - Un bambino inglese di 11 anni scappa di casa da Manchester e, senza documenti e biglietto, elude i controlli e riesce a salire su un aereo e arrivare a Roma.

4 AGO - Fotografa le macchie del Sole ma casualmente immortala un aereo civile che si staglia sulla fotosfera solare. A Castellana Grotte centrata la percentuale di 1 su 380 mila.
AGO - Tante le curiosità da Londra 2012. Dalla Regina che all'inaugurazione recita da Bond Girl a Hope Solo o Ryan Lochte che assicurano che al villaggio si fa sesso a go-go. Da ricordare la judoka Wojdan Shaherkani, prima donna saudita a partecipare ai giochi e la spadista sudcoreana Shin A-Lam che piange per più di un'ora sulla pedana bloccando la finale. Nell'equitazione poi gareggiano l'atleta più vecchio (il giapponese Hiroshi Hoketsu) e il primo guarito da un infortunio con le staminali (il cavallo americano Ravel).
20 AGO - La famiglia sarda dei Melis entra nel Guinness come la più longeva del mondo: 9 fratelli per 818 anni totali. Ma dal Bellunese si fanno avanti i fratelli Perenzin: 10 fratelli per 846 anni. In Brasile ma sempre di origine italiana ci sono gli Scaramussa: 12 fratelli che arrivano tutti insieme a 969 anni
21 AGO - Arriva la carta igienica gratis ma con la pubblicità. L'idea di 2 imprenditori del Michigan è già un successo.
28 AGO - Larry, il gatto di Downing Street, prende il suo primo topo. Per annunciarlo si è scomodato un portavoce di Cameron.

6 OTT - Un novantenne si presenta dai carabinieri a Cavriago con una sportina con 50 mila euro. «Me li custodite voi? Non mi fido delle banche» ha spiegato. Per lo stesso motivo un 72enne di Agrigento teneva in casa 300 mila euro ed è stato derubato.
12 OTT - Fa il giro del mondo la foto di un occhio gigante trovato su una spiaggia in Florida, ancora sanguinante. Probabilmente apparteneva a un pesce di grossa taglia.
27 OTT - Il 70% del nostro cibo è scadente e pieno di additivi. In una caramella il record: 14 additivi su 25 ingredienti.

12 NOV - Non sarà cool come l'iPad o innovativo come Surface ma dall'India arriva il tablet low cost: si chiama Aakash, cielo azzurro, ha un display da 7 pollici e costa 32 euro
18 NOV - Rilevazione choc della European Cockpit Association che ha interrogato seimila piloti europei: uno su tre confessa di essersi addormentato quando era ai comandi.
23 NOV - Due anziani si rifiutano di lasciare la loro casa a Wenling in Cina, gli costruiscono l'autostrada attorno.
24 NOV - Con oltre 803 milioni di contatti Gangnam style diventa il video più visto nella storia di Youtube (poi supererà anche il miliardo).
28 NOV - Impazzano i nomi di bambini legati a web e social network. In America è nata Hashtag ma in Egitto c'era già la piccola Facebook e in Israele Like. Non mancano Apple, Mac e Siri.

5 DIC - Muoiono a poche ore di distanza due signore da Guinness: la più vecchia e la più alta del mondo. Besse Cooper, 116 anni, e la cinese Yao Defen, alta 2,36.
10 DIC - Si gioca Samp-Udinese ma c'è un solo tifoso friulano nel settore ospiti dello stadio Ferraris di Genova.
12 DIC - “Con gioia mi unisco a voi”: è il primo storico cinguettio del Papa sbarcato su Twitter con l'account Pontifex.
12 DIC - Curiosa confessione di Mario Monti, nell'inedita veste di nonno: «Il mio nipotino? All'asilo lo chiamano Spread».



Sabato 29 Dicembre 2012 - 15:44
Ultimo aggiornamento: 15:47

Anche se controllare è difficile, i botti andrebbero vietati lo stesso

Corriere della sera

di Valerio Pocar, garante degli animali



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Festeggiare l’anno nuovo, con l’ingenua speranza che sia un modo per propiziare un anno migliore, è una tradizione assai antica. Nulla di male, anche se le tradizioni vanno sempre prese con le pinze. Ma i festeggiamenti, come dice la parola stessa, devono essere gioiosi. Tale non è il malcostume dei “botti” di capodanno. Ogni anno almeno un morto e decine di feriti. Anziani e bambini spaventati e resi insonni. Molti animali, poi, sia domestici sia selvatici, (son calcolati a migliaia ogni anno) terrorizzati al punto da fuggire e perdersi e, addirittura, da morire per lo stress.

Perché, allora, quando ci sono tanti modi di festeggiare in letizia? Non poche amministrazioni comunali hanno vietato i botti, con motivazioni diverse, per evitare danni a persone e animali, o anche per ragioni ecologiche e sanitarie, raccogliendo, tra l’altro, un’indicazione dell’Anci, sollecitata da diverse associazione animalistiche. La gran parte dei Comuni, però, non ha accolto l’invito, sia per insensibilità sia per la difficoltà del controllo e della repressione dei comportamenti vietati.

Si dice che anche l’Amministrazione comunale di Milano, proprio per via di questa difficoltà, non ribadirà il divieto, peraltro adottato l’anno scorso. Spero in un diverso orientamento dell’ultima ora, ma affermo con decisione che la difficoltà o l’incertezza della repressione di un comportamento che merita di essere vietato non è un buon motivo per non vietarlo.

Per mille automobilisti che passano col rosso solo due vengono sanzionati: allora aboliamo i semafori? Le norme non valgono solo per essere applicate, ma anche per indicare i comportamenti più opportuni e corretti. Le amministrazioni locali, già che quella centrale tace, non devono essere involontariamente corrive nei confronti di comportamenti riprovevoli e dicano con chiarezza che i botti sono un costume stupido e dannoso. Poco a poco i cittadini capiranno.

I giudici possono salvarli (ma non lo fanno)

Fausto Biloslavo - Dom, 30/12/2012 - 07:43

Basterebbe applicare la legge per evitare l'espatrio. E la lettera di garanzia? È pubblica. Ma non si trova

I marò dovrebbero restare in Italia se la Procura di Roma, dove sono iscritti nel registro degli indagati per duplice omicidio, decidesse una seppur minima misura cautelare come l'obbligo di firma.


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I magistrati sono sempre molto tempestivi ad aprire fascicoli ed interrogare, ma questa volta sembra che non si siano fatti vivi con Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. E probabilmente non intendono farlo, altrimenti i marò potrebbero essere costretti a restare in patria nonostante l'impegno del governo e la loro parola d'onore. Nei giorni scorsi il capogruppo del Pdl in Commissione Esteri della Camera, Enrico Pianetta, aveva lanciato il sasso nello stagno: «Ci sarà pure un giudice a Roma per i due marò.

Hanno il diritto di essere processati in Italia. Non devono tornare in India» aveva dichiarato il parlamentare. Pianetta ha addirittura chiamato in causa Attilio Regolo, il console romano che venne giustiziato dai cartaginesi dopo essersi riconsegnato ai suoi carcerieri: «É un appello che rivolgo con urgenza a chi spetta questo inalienabile dovere - sottolinea Pianetta - L' Italia non viola nessun accordo se li sottopone immediatamente a giudizio».

L'autorità giudiziaria di Roma «ha facoltà» di agire nei confronti dei marò, in quanto indagati. Il procuratore non è obbligato a sottoporli ad interrogatorio, nè adottare misure restrittive, ma in un caso di duplice omicidio c'è ampio spazio per agire. Secondo gli esperti legali basterebbe un banale «obbligo di firma» presso il commissariato di zona per «impedire il rientro dei marò in India», al di là della loro volontà. Un'altra misura cautelare potrebbe comportare il ritiro del passaporto.

In questo caso il mancato rientro dei marò, che al momento sono pronti a partire il 3 gennaio per l'India, non sarebbe un tradimento della parola data dal governo italiano perchè la decisione dell'autorità giudiziaria è autonoma. Non a caso nell'ordinanza indiana per la «licenza» natalizia si legge che il procuratore dello stato del Kerala sapendo dell'apertura di un'inchiesta in Italia temeva che una volta giunti in patria i due marò «potrebbero venir arrestati».

Secondo gli addetti ai lavori «la Procura di Roma dovrebbe far valere la giurisdizione italiana richiamando la sentenza della I sezione penale della cassazione n. 31171 del 24/7/2008 nel caso dell'omicidio Calipari». Il numero due dei servizi ucciso a Baghdad per errore dal militare americano Mario Lozano. La Cassazione stabilì «la giurisdizione esclusiva dello stato di invio del personale militare secondo la cosiddetta legge della bandiera o dello zaino». Così Lozano non venne processato in Italia.

L'altro aspetto da non sottovalutare è che in India vige la pena di morte. Non estradiamo neppure gli assassini prezzolati nei Paesi dove c'è il boia. Teoricamente l'accusa di omicidio volontario contestata ai marò nello stato del Kerala prevede la pena capitale. Riconsegnarli è un gesto d'onore, ma forse cozza con la legge italiana ed una direttiva comunitaria che vieta l'estradizione verso i paesi con la pena capitale.

E nell'intricato caso dei marò il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, si rifiuta di rendere pubblica la «lettera di garanzia» che ha scritto al suo omologo indiano Salman Khurshid per la licenza natalizia. Su facebook si è irritato perchè il Giornale aveva scritto che era secretata. Secondo Terzi non è neppure riservata e si trova «agli atti del nostro Ministero, regolarmente protocollata, e non contiene alcunchè se non formule diplomatiche di saluto assolutamente di rito». A questo punto abbiamo invitato la Farnesina a renderla pubblica non essendoci vincoli di riservatezza. Il portavoce del ministro, Giuseppe Manzo, ha risposto che la nostra richiesta «non può essere accolta».

www.faustobiloslavo.eu

Bombardare Buenos Aires: il piano negli archivi inglesi sulle Falkland

La Stampa

Desecretati documenti sulla guerra di trent’anni fa: se le cose si fossero messe male i generali britannici pensavano di invadere l’Argentina: l’idea era di sbarcare in Patagonia e colpire la capitale con bombe mirate

lorenzo cairoli


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Quando scoppiò la crisi tra Inghilterra e Argentina per la sovranità delle isole Falkland, l’interventista Margaret Thatcher non aveva nessuna intenzione di arrivare allo scontro frontale. Anzi. Avrebbe delegato ben volentieri all’Onu l’amministrazione dell’arcipelago salvo poi concedergli l’indipendenza. Doveva gestire una situazione interna delicata: scioperi a raffica, aspri conflitti sociali. Una guerra per un pugno di isolotti che nessun inglese avrebbe saputo ubicare su una mappa era quanto di più inopportuno le potesse capitare.

Ma il blitz del 2 aprile, ordinato dal generale Galtieri per distrarre il paese dalla rovinosa crisi economica e da una contestazione sempre più incalzante nei confronti della sua Giunta militare, la più feroce e sanguinosa di tutta la storia argentina, fece passare alla Iron Lady i momenti peggiori dei suoi tre mandati a Downing Street. Mai avrebbe immaginato che gli argentini invadessero le Falkland. E mai avrebbero immaginato che lo facessero in modo cosi’ clamoroso e dissennato, tanto piu’ che l’esercito di Galtieri non era pronto a lanciarsi in una sfida tanto impegnativa. “Stupido farlo - chiosò lapidaria la Thatcher - ancor più stupido pensarlo”. Questo si evince da oltre 3.500 incartamenti fino a ieri segretissimi e da oggi resi pubblici dall’Archivio Nazionale Britannico, a trent’anni da questa assurda controversia geopolitica.

Saltata dunque la chanche diplomatica, tanto caldeggiata dagli americani e dal Segretario di Stato Alexander Haigh, la Thatcher si vide costretta a passare la mano ai militari che in caso il conflitto avesse preso una brutta piega erano pronti a invadere l’Argentina sbarcando in Patagonia e bombardando chirurgicamente Buenos Aires. In una nota del 11 maggio il Ministero della Difesa suggeriva alla Iron Lady di attaccare anche gli aeroporti argentini. Mentre lei fino all’ultimo aveva sperato che tutto si risolvesse in una bolla di sapone. Nei documenti resi pubblici anche dettagli sull’affondamento dell’incrociatore argentino ARA General Belgrano, silurato dal sottomarino britannico a propulsione nucleare Conqueror, tragedia nella quale persero la vita 323 argentini. La decisione presa dalla Thatcher nel corso di una colazione di lavoro. La volontà degli inglesi di non interferire mai nelle operazioni di salvataggio degli argentini. I ripetuti e frustranti tentativi di Haigh e del suo staff di indurre alla ragione i dittatori argentini. 

La morte della morte

La Stampa

marco neirotti


Più di cento donne ammazzate in un anno, spesso dopo lungo stalking. Uomini inseguiti e massacrati per uno sberleffo, un insulto, una prepotenza alla guida o per uno stupido furto. Gli assassini d’impeto o covati fanno vittime quanto e più del crimine organizzato. Dietro a tutto ciò - salva la fantasia di un parroco che riesce a immaginare provocanti le vittime stremate da una persecuzione - c’è un senso della morte sfumato dalla sacralità alla banalità, dalla scelta estrema al facile colpo di spugna che spazza via disegni o scritte su una lavagna che non si è capaci di sopportare.


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Sono fondamentali le considerazioni sul massacro di donne - talora amate in modo malato e ossessivo - ma non si deve trascurare l’origine più profonda del gesto omicida in generale in questa epoca: lo svuotamento dell’idea di morte, strumento risolutivo con impressionante leggerezza di qualunque fatica metta a repentaglio l’egoistica quiete, più che un’improbabile serenità, del vivere. La morte è per molti orfana della sacralità che emanava, del mistero che la contornava e ne accentuava la percezione. Vediamo uccidere e poi costituirsi senza pensiero di pena per la vittima (talora è rancore, lacrime che gridano: ecco dove mi hai portato), senza pentimento né tormento, indifferenza per il carcere, spossatezza dopo l’annientamento dell’ossessione.

È successo tutto come se fosse stata la lettura di un libro fino al capitolo che mette paura e orrore, mette alla prova la capacità di reggere e misurarsi: allora, anziché passare oltre, scivolare a un altro capitolo, si butta, si calpesta, si brucia l’intero libro. Se qualcosa è rimasto immutato nell’uccidere quel qualcosa sta di casa nel crimine organizzato, dove l’assassinio è strumento di lavoro, mezzo per garantirsi il predominio, punire tradimenti o sgarri. Una cosa soltanto è cambiata, si è «affinata», quando alla regola che rispettava donne e bambini si è sostituita una logica appresa dal terrorismo: tremate tutti, non ci fermiamo di fronte a nulla, nulla ci fa paura. In realtà una paura forte la provano: paura della cultura della legalità e della cultura in genere, da qui l’odio per i Luigi Ciotti, i Roberto Saviano.

La cultura è sparita dalla morte nel quotidiano, maneggiata come straccio sulla lavagna, gesto del bimbo che si copre gli occhi «e non esiste più il pericolo», dito ansioso sul telecomando per mutare il film spiacevole dentro cui si vive, come Peter Sellers in «Oltre il giardino». L’omicidio ha sostituito con agghiacciante naturalezza la spallata, la scazzottata di un tempo. Lo sciagurato che si sentiva deriso al bar per le intemperanze della moglie ristabiliva l’onore di lei e la dignità propria riempiendo di botte l’incauto davanti a tutti. Oggi tace, va a casa, prende la pistola, torna con quel «telecomando» in tasca, e spara: con l’uomo che offendeva il proiettile cancella magicamente anche le corna. Il problema non c’è più.

Ne verrà un altro, d’accordo, con processo, carcere, ma è un libro nuovo, intonso, senza gravami assillanti. Fragili personalità sono sempre meno attrezzate ad affrontare avversità, accettare sconfitte: ciò che un tempo era delusione, amarezza, oggi è ira e rancore,se sto male la colpa non può che essere degli altri. Mia moglie non mi vuole più perché bevo e sono violento, ma è colpa sua se bevo e sono violento, la odio ma è mia, quindi cancello tutto, la pistola come il tasto reset. In questa lievità dell’ammazzare giocano spesso un ruolo alcol, anfetamine, cocaina, con i cervelli sfrangiati dalla polvere e consegnati alla perdita di controllo e all’onnipotenza.

Alla morte senza sentimento ci si è abituati perché è ovunque senza orpelli né timidezze, è nel film d’azione o nel thriller, è nel continuo rimestare la cronaca nella tv d’intrattenimento, è spettacolo del pomeriggio tra un monologo di leader di partito e lo sguardo azzurro di zio Misseri, è nella sbrigativa criminologia da teleschermo e nella passione morbosa per gli «scavi» dei medici legali . È una sfilata di routine su YouTube, dove si può ammirare un pestaggio o la spinta che lancia una vita sui binari della metro. La morte ha perso rispetto a ogni livello, anche nelle più alte istituzioni. Di fronte al corpo di Eluana Englaro, ridotto a un interminabile inverno dal coma vegetativo, di fronte a una morte scontata per anni, non un ciarlone da bar ma l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non riuscì a trovare altro aggancio alla vita se non quello sessuale: «Mi dicono i medici che può perfino restare incinta».

La società è spaccata in due. Di qua la vulnerabilità di anziani e malati e di quanti - medici, paramedici, volontari, parenti, sacerdoti - hanno a che fare giorno su giorno con il transito alla morte, dove ogni addio è unico, carico di dolori e fatiche, speranze e pace. Di là gli altri, per i quali reale e virtuale sono amalgamati, dove l’assassinio guardato e riguardato in Internet è insieme cronaca e spettacolo, sorpresa e routine, emozione e assuefazione. Nelle case contadine russe, racconta la letteratura, i bambini giocavano nell’unico stanzone, dove la mamma cucinava, e ogni tanto andavano al centro di esso per dare una carezza al nonno che stava passando a miglior vita. Non era assuefazione, era «conoscenza» che accendeva rispetto. 

Sempre meno si apprende il senso della vita e della morte - e del passaggio dall’una all’altra - dal dialogo con narrativa, musica, arte oltre che dai lutti. La morte della Morte sta avvenendo per inedia: prosciugata di cultura, mistero e significati.

Boom delle auto con targa dell’Est Così si dribblano bollo e multe

La Stampa

Esplode il fenomeno: in Rete meccanici accondiscendenti e testimonianze

giuseppe bottero
torino


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Quattro frecce che lampeggiano da almeno mezz’ora, il Suv - marca tedesca, vetri oscurati, targa bulgara - parcheggiato in seconda fila nel centro di Torino. E il proprietario, italianissimo, che finisce con calma l’aperitivo. Certo che la multa, in ogni caso, non arriverà mai. Eccola, l’internazionale dei furbetti, strana alleanza tra rivenditori di Sofia, imprenditori del Belpaese e intermediari che si offrono su internet, alla luce del sole. Basta fare un giro sui siti di annunci più cliccati, da Ebay a Subito.it. «Vendesi Golf del 2006, 4500 euro, immatricolata in Bulgaria». Il prezzo non è trattabile, ma il risparmio è garantito, assicura il proprietario.

Il bollo a Sofia costa un decimo, l’assicurazione quasi: sotto i 200 euro. Un altro giro di clic, altri centinaia di annunci. Macchine di grossa cilindrata, straniere soprattutto: Bentley, Bmw, Mercedes. 
Su un forum Alex racconta la sua nuova vita automobilistica targata Bulgaria. «Parcheggi a a pagamento zona blu gratuiti, disco orario senza limite di tempo, autovelox fisso come se non esistesse: l’avrò preso venti volte. Lo sventurato che fa un incidente con me e ha ragione difficilmente otterrà il dovuto. E la Ztl non esiste».

Già, perché la multa, se il veicolo è immatricolato all’Est, rischia di non arrivare mai. «È più facile aspettarsi la lettera da un morto» scrive il quotidiano di Sofia «24 Chassa», che al fenomeno ha dedicato una lunga inchiesta, raccontando di contravvenzioni che si perdono nei labirinti della burocrazia e rimbalzano tra un ufficio e l’altro. I Comuni hanno un anno di tempo per notificare un verbale fuori dai nostri confini e chi lo riceve due mesi per saldare il conto. Ma è una procedura costosa, che per decenni è stata accantonata.

Secondo la legge italiana i proprietari di un’auto registrata all’estero hanno l’obbligo di registrarla entro un anno. Per dribblare l’ostacolo - e sottrarsi al controllo del redditometro fiscale - bisogna trovare un prestanome residente all’Est. Un utente che si firma «meccanico», probabilmente un imprenditore, la fa semplice. «Ho intestato la macchina a un mio dipendente, problema risolto». E la revisione? «Sarebbe annuale e dovresti portare l’auto in Bulgaria. Ma basta allungare un cinquantino di euro al meccanico bulgaro, per posta, e si occupa lui di tutto».

Poi c’è la carta leasing. Si stipula un falso contratto con concessionarie o agenzie straniere e ci si accorda su un noleggio. Voilà, il fisco è «dribblato». A gravare sui bilanci dello Stato, e a catena su quelli di Regioni e Comuni, sono soprattutto i possessori di auto di lusso. Secondo i dati elaborati dal sito «L’Inkiesta» nel 2011 i «macchinoni» che costano più di 80mila euro immatricolati in Italia sono stati poco più 110mila, più della metà al Nord. Tra questi, i controlli incrociati dei Nuclei speciali di polizia valutaria della Guardia di Finanza, hanno scoperto 2806 casi irregolari, con un importo medio di evasione fiscale alle casse dello Stato di 24.634 euro.

Tra i furbi della targa estera, però, si sta diffondendo il panico. Il rischio massimo, per chi si fa «pizzicare», è un processo con l’accusa di truffa aggravata ai danni della pubblica amministrazione. Il minimo, una contravvenzione che va dagli 80 ai 318 euro. «I controlli sono sempre più severi» scrive in rete Daniel. È così. Due fermi in poche ore a Crema, occhi apertissimi a Milano. Dopo aver bloccato il recordman delle multe mai pagate - un romeno alla guida di un’Alfa 159 immatricolata a Bucarest, un debito di 20 mila euro con Palazzo Marino - il coordinatore Cisl della polizia locale Alfredo Masucci ha alzato la voce. «È da oltre un anno che denunciamo questo problema. Qualcosa si deve fare». Il sindaco Pisapia ha recepito il messaggio ed è scattata un’offensiva europea, dalla Germania al Principato di Monaco, per riempire un buco di 4 milioni di euro. E gli uomini del Fisco preparano controlli più severi in tutto il Paese.

Le reti 4G si allargano. Ma per ora non valgono la pena

Corriere della sera


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Tim allarga la sua rete Lte 4G e arriva a 13 città coperte da Internet in mobilità super-veloce. Anche Vodafone accelera: 8 le città abilitate. Da qualche settimana sto provando la tecnologia 4G (quella di Vodafone). «Che faccio – mi chiedono alcuni amici tech addicted -, corro a fare un abbonamento 4G?». Come direbbero nell’Urbe, io rispondo: “Magna pure tranquillo“. Benché la tecnologia delle reti di quarta generazione sia molto promettente, non c’è davvero fretta di trasformare il proprio abbonamento dati 3G in uno 4G (a proposito: ha vinto il marketing, abituatevi a chiamarlo 4G e non Lte)

Prima di spiegarvi perché, partiamo da una schermata con un po’ di test effettuati in giro per Milano, una delle prime due città (con Roma) che risulta già ampiamente coperta dalla rete di quarta generazione:



Il test è stato realizzato in diversi punti di Milano con un iPad collegato a un modem wi-fi 4G (questo).


I tecnici Vodafone tengono a precisare che i risultati sarebbero potuti essere migliori usando una chiavetta Usb 4G (questa). Peccato che, di fatto, l’utilizzo della chiavetta fosse impossibile o molto complicato. Perché? Perché al momento gli operatori sono partiti con una sola delle tre frequenze su cui funziona la rete Lte italiana. Quella a 1800 MHz. Che come gli 800 MHz serve principalmente per la copertura outdoor (all’aperto). Per una miglior copertura all’interno degli edifici (indoor) bisogna aspettare i 2600 MHz. È per questo che al momento non è facilissimo testare con pieno profitto una chiavetta 4G, che necessariamente si può collegare solo a un pc desktop o a un notebook (vista la stagione, sedersi al parco Sempione una mezz’ora a far dei test non è il massimo della vita). Per altro, dipende da edificio a edificio.

Non è detto che non si possano ottenere risultati molto buoni anche indoor. Nel mio caso, il palazzo del Corriere della Sera è un vecchio edificio industriale ristrutturato, tetragono alle reti 3G, figuriamoci a quelle 4G. Il dato qui sopra segnato con “4G (int.)” è quello registrato nel cortile del giornale, laddove il segnale 4G agganciato fuori dall’edificio, in via Solferino, degrada decisamente fino a scomparire all’interno del palazzo.

I limiti di frequenza si aggiungono a quelli di copertura del Bel Paese. Come dicevamo, Tim sale a 13 città: a Torino, Milano, Roma e Napoli – già servite al lancio del servizio “Ultra Internet 4G Tim” si aggiungono le novità di Ancona, Brindisi, Catanzaro, Forlì, Genova, Padova, Palermo, Taranto e Trento. Vodafone porta il suo 4G anche a Bari, Genova, Napoli, Torino, Padova e Palermo (la partenza era stata su Roma e Milano). 3 Italia ha finora messo in archivio i test nella cittadina di Acuto (Frosinone) e partirà nel 2013 in numero di città non ancora comunicato. Anche Wind partirà nel 2013.

Siamo dunque ben lontani dalla copertura del 3G, che nelle sue più recenti evoluzioni arriva a picchi (decisamente buoni ma teorici) di 42,2 Mbps in download. Non solo ovviamente mancano abbondantissime porzioni di territorio nazionale, ma per ora è precluso l’uso in situazioni plausibili di spostamento lavorativo (e no), tipo reti ferroviarie, autostrade, aeroporti. Come potete vedere dalla schermata qui sopra, i vantaggi non sono dunque tanto sul downlink (scaricamento) quanto piuttosto sulla latenza (tempi di risposta quando si richiede un contenuto) e sull’uplink, ovvero sull’invio di file e documenti.

In questo senso, si conferma l’ipotesi che il 4G può far ragionevolmente gola a chi lavora in mobilità e ha bisogno di inviare tanti Megabyte (fotografi, videomaker, creativi, giornalisti, etc) oppure di farlo molto spesso, ad esempio per un accesso continuo a servizi cloud. Per far questo mancano però al momento anche i device. Si è partiti con chiavette e hotspot portatili oltre a un solitario tablet (Samsung). Per utilizzare altri dispositivi, smartphone in particolare, bisognerà attendere.

Anche per quei modelli come il Nokia Lumia 920 (la nostra videoprova) che supportano tutte le frequenze Lte italiano. Diverso il caso dell’iPhone 5 (che supporta una sola delle frequenze del 4G italiano, quella già attiva a 1800 MHz): qui è Apple che dovrà dare il suo “nulla osta” e abilitare il 4G sul device. Nulla osta subordinato a un “controllo di qualità” che l’azienda californiana farà sulle reti 4G degli operatori, politica che ha già suscitato malumori in altri Paesi, come la Svizzera.

Avanza qualche considerazione sui contratti in essere. Per il 4G, come preannunciato, occorrerà scucire alcuni euro in più rispetto al 3G. In media una decina a seconda della tipologia di contratto prescelto. Gli operatori hanno però, bontà loro, aumentato anche la quota di Gigabyte disponibili al mese: si sale a 15-20 GB (anche qui a seconda di operatore e offerte in essere). Sono tanti? Sono pochi? I dirigenti Vodafone con cui abbiamo parlato si dichiarano più che certi che basteranno a coprire le esigenze di tutti i navigatori, anche i più assidui. Molti di coloro che commentano online, tra forum e blog di settore, si dicono invece scettici, delusi o preoccupati dai “soli” 15 GB al mese.

È vero che quando nel mondo del mobile irrompono velocità da top Adsl (e anche meglio), è facile farsi prendere la mano. Basta scaricare 3-4 app pesanti (giochi), vedere film in streaming o usare molto SkyGo su rete mobile per consumare piuttosto in fretta il monte Giga a disposizione. E c’è da aggiungere che una delle promesse del 4G, soprattutto sulla frequenza 800 MHz che le tv devono liberare, è di attenuare il digital divide andando a coprire aree rurali in cui l’Adsl latita (in Germania si sta seguendo questa strada). Ma al momento il 4G non può certo essere considerato un sostituto tout court del wi-fi (ovvero del cavo) quanto piuttosto un integratore iper-vitaminizzato per utenti professionali, danarosi o comunque molto esigenti. Il sogno di una vera flat in mobilità resta e resterà tale. Con buona pace del digital divide. Così è se vi pare.

Il cinese che sfida le Coop rosse in Emilia Romagna

Corriere della sera

Aperto a Ferrara il primo ipermercato. Il direttore: partita difficile, ma ce la vogliamo giocare


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FERRARA - La Coop sei tu, ma adesso ci sono anche loro. Incasellati come un piccolo esercito. Nelle loro divise rosse, siano commessi o magazzinieri, presidiano ogni metro quadrato dell'ipermercato «Yi Gou», marchio dietro al quale si snoda una catena di centri made in Cina che per la prima volta sbarca in Emilia Romagna, lanciando quella che, in era pre globalizzazione, sarebbe stata considerata una sfida impossibile all'egemonia delle cooperative e di altri colossi della grande distribuzione. Eccole qui le avanguardie di un'avanzata che non si fermerà certo a Ferrara.

Undici ragazzi, età tra i 20 e i 30 anni, tutti rigorosamente cinesi, immigrati di seconda o terza generazione. La cortesia è tipicamente orientale, ma tutto il resto è occidentalizzato. Bandierine tricolori sventolano dal soffitto. E il principale requisito per l'assunzione è l'obbligo di parlare l'italiano, «almeno quello di base: guai non capire il cliente». Anche perché la clientela, per la stragrande maggioranza, è italiana: gente attirata dai prezzi bassi, per non dire stracciati, di questo ipermercato di 1400 metri quadrati (con i magazzini arriva a 2 mila), piazzato strategicamente da qualche settimana alle porte di Ferrara, a un tiro di schioppo dall'autostrada, al fianco di aziende

italiane già affermate «così da sfruttarne la scia in termini di clientela» confessa con candore Chen Jin, 29 anni, responsabile del neo mega store, dopo aver fatto la trafila, da magazziniere a commesso.
Vendono di tutto, gli uomini della «Yi Gou», persino i presepi scontati. Più di 600 articoli. Solo in parte «made in China»: «Abbiamo firme italiane, inglesi e francesi» afferma una delle commesse, Chen Xiaolei, 22 anni, arrivata da bambina nel Ferrarese. «L'offerta - prosegue - è molto estesa: abbigliamento di ogni genere, calzature, oggetti per la casa, detersivi, giochi, addobbi natalizi, sanitari: solo l'alimentazione non è prevista».

«Ce la vogliamo giocare, anche se sarà molto difficile» prosegue Jin, convinto che l'arma qualità-prezzo potrà essere decisiva, ma altrettanto consapevole che da queste parti, e con concorrenti dalle spalle così larghe, il rispetto delle regole sarà molto più che un optional. I dipendenti sembrano formichine in moto perpetuo. Si lavora dalle 9 alle 20, senza giorno di chiusura. E i prezzi sono bassi: difficile trovare un articolo che superi i 30 euro. Chiedere come fanno è come chiedere il nome di chi tira le fila di questo business già sbarcato, e con successo, in alcune città dell'Inghilterra. Pare che la proprietà faccia capo ad alcuni fondi d'investimento in mano a potenti industriali cinesi.

Al telefono, dalla sua casa di Ancona, risponde Paolo Xie, 40 anni, nato in Cina e arrivato in Italia 25 anni fa. Dice di aver preso in affitto la licenza del ramo d'azienda: «È stato un investimento graduale. I primi centri commerciali li ho aperti due anni fa in provincia di Ancona e ora tentiamo in Emilia... ». Alla Coop Estense, colosso che nel Ferrarese vanta due ipermercati e una decina di supermercati, le antenne sono dritte da un pezzo, anche se tendono a minimizzare: «Per il momento, il nuovo arrivo non ha creato problemi - afferma Alessandro Medici -, anche se è ancora presto per una valutazione.

Sappiamo che è partito bene e che la sua forza è nei prezzi: però sarà importante capire se riuscirà a mantenerli nel tempo o se dovrà ritoccarli verso l'alto. Il mercato d'altra parte sta radicalmente cambiando e nessuna realtà imprenditoriale, anche la più radicata, può dormire sonni tranquilli». Batte invece sul tasto delle regole il presidente di Ascom Ferrara, Giulio Felloni: «Nessuna chiusura verso nessuno, ma guai a chi sgarra. Non saranno tollerate furbizie. I prezzi bassi? Ognuno sceglie la politica che preferisce, ma è evidente che poi la qualità del prodotto ne risente... ».


Francesco Alberti
30 dicembre 2012 | 8:37

Che strana Chiesa: perdona il Corvo e si accanisce con don Corsi”

La Stampa

vatican

Intervista con Bruno Volpe, il direttore del sito dal quale il prete di Lerici ha preso il testo sul femminicidio esposto in parrocchia

GIACOMO GALEAZZI
CITTA' DEL VATICANO



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Allarme pacco-bomba davanti alla canonica, biasimo delle autorità ecclesiastiche (Bagnasco, Paglia, Palletti) e fiaccolata per chiedere il suo trasferimento dalla parrocchia di San Terenzo: il manifesto sul femminicidio esposto a Natale da don Piero Corsi ha scatenato una bufera che non accenna a placarsi. Il testo affisso in parrocchia era un editoriale del sito di apologetica cattolica "Pontifex". Vatican Insider ha intervistato Bruno Volpe, il direttore del giornale on line al centro delle polemiche.

Si aspettava uno scandalo del genere?
"Non mi aspettavo questo polverone sul caso Lerici, un polverone che trovo ingiustificato. Spero che accada lo stesso quando troveranno i volantini arcobaleno".

Il vescovo di La Spezia, Luigi Ernesto Palletti è subito intervenuto con il pieno consenso della Cei e della Santa Sede. Cosa ne pensa?
"Credo che il vescovo di La Spezia abbia fatto male a fare rimuovere il foglietto. Mi spiego.  Non sappiamo cosa realmente pensasse prima don Corsi e quel foglietto poteva servire da libero dibattito ed ognuno ha diritto ad esprimere le proprie idee, compreso don Corsi. In Liguria esiste lo scandaloso caso di Don Gallo, libero di dire quello che vuole, comprese eresie, e nessuno lo tocca. Un Vescovo deve usare maggior carità con i propri preti e dico persino con un pedofilo che va protetto e assistito spiritualmente".

Però venerdì sera sono scese in piazza le donne contro don Corsi...
"Ormai in Italia fanno fiaccolate per tutto, anche se perde l' Inter, dunque nessuna meraviglia. Piuttosto é roba da indignarsi per la gazzarra inscenata nella chiesa, ma la stoffa é quella. Duole che la gerarchia sia locale che nazionale sia pronta ad accogliere istanza di suffragette e gay. Penso che le donne abbiano cose da fare più serie, accudire la casa e la famiglia. Poi erano quattro gatti".

Secondo lei i fedeli sono pro o contro il sacerdote di Lerici? 
"Dai sondaggi che leggo, trovo una frattura tra il comune sentire e quello che ha deciso la gerarchia cattolica troppo occupata in politica nazionale e questioni di Imu. Magari ha agito anche per questo. Più gente di quanto non si immagini solidarizza con don Corsi. Non creda che le donne siano tutte sante. Poi la storia del femminicidio non esiste, é una invenzione per giustificare il libertinaggio sessuale di qualche prostituta".

Come finirà la vicenda?
"In una bolla di sapone. Don Corsi tornerà o avrà altra parrocchia. I problemi reali della chiesa sono altri. E' una chiesa strana, che ha misericordia con il maggiordomo e poi si accanisce con Don Corsi. Magari il maggiordomo aveva segreti più grandi e giustizia voleva che il perdono, corretto, seguisse la espiazione totale della pena già blanda. Penso che questa chiesa che fa arrivare le giostre in Piazza san Pietro durante l' Avvento finisca con dare ragione ai tradizionalisti e  a chi rimpiange Monsignor Lefebvre".

Il suo sito si chiama come l'account del Papa su Twitter...
"Che il mio sito abbia lo stesso nome dell' account del Papa non é un problema. Pontifex Roma é nato nel 2008, l' account del Papa solo da qualche tempo. Semmai, sono loro ad aver copiato da noi. Credo che l’iniziativa del twitter papale sia molto discutibile comunque non ci ha mai dato problemi. Qualche giornalista ha accusato Pontifex di misoginia ed omofobia, anche di anti ebraismo e legami con  movimenti nazi. Le premetto che ho querelato Repubblica per diffamazione e lo stesso farò con chi ha scritto certe castronerie. In realtà esiste un sitarello che non cito il quale da tempo sparge veleno nei miei confronti tanto che io sono sotto protezione Digos, ho ricevuto minacce, proiettili  e altri avvertimenti e chi semina odio non fa altro che istigare. Non sono misogino, ma cerco di capire che nelle liti o eventi sanguinosi la colpa non é solo dell' uomo, ma condivisa".

A chi si riferisce?
"Penso ai tanti padri separati che dormono per strada ridotti in miseria, a loro nessuno rivolge un saluto? Penso ai tanti  bimbi abortiti, molti più delle donne uccise. In quanto alla omofobia intanto contesto il termine, ma mi limito a dire. Nei confronti dell' omosessuale occorre avere massima comprensione e delicatezza, senza discriminazioni. Diverso é il discorso degli atti, notoriamente contro natura e contestati nettamente da San Paolo. Ho definito Vendola depravato, secondo la morale cattolica e non ritiro questo giudizio. Chi vive con un uomo é tale in ottica cattolica e non ha alcun diritto, salvo essere imbroglione ed abusivo a definirsi tale per lucrare voti cattolici".

Quando il libro è un'ossessione: ecco i peggiori bibliofili d'Italia

Luigi Mascheroni - Ven, 28/12/2012 - 18:04

Esce il nuovo libro di Mascheroni: Scegliere i libri è un’arte. Collezionarli una follia. Una galleria di ritratti di 25 accaniti bibliofili fra storia dell’editoria, patologia e "libridine"


S’intitola “Scegliere i libri è un’arte. Collezionarli una follia” (sottotitolo: “Ritratti d’autore dei peggiori bibliofili d’Italia") ed è il nuovo libro di Luigi Mascheroni (Biblohaus, pagg. 176, euro 15; prefazione di Mario Baudino): da Giulio Andreotti a Cesare De Michelis, da Alfredo Castelli a Philippe Daverio, da Pablo Echaurren a Vittorio Sgarbi, da Marcello Dell’Utri a Giampiero Mughini, una galleria di ritratti di 25 accaniti bibliofili (famosi e non) fra storia dell’editoria, patologia e “libridine”, che raccontano la passione per i libri, il piacere della lettura, e i vizi del collezionismo. Dal più grande amatore di libri erotici all’infallibile cacciatore di libri proibiti, dal maggior collezionista di libri di fantascienza al monaco solitario che vive insieme a 50mila volumi…

Pubblichiamo qui un estratto del libro, il capitolo dedicato a Simone Berni, il “cacciatore di libri impossibili”…



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Nella sua biblio-casa, a Siena, c’è anche l’opuscolo fantapolitico 5 anni di governo Togliatti, apparso anonimo nel 1953 per le Officine Grafiche Arnoldo Mondadori di Verona e poi sparito, in cui si paventa un Paese portato allo sfascio dal “Migliore”. C’è il libro che Franco Tabasso, nel 1957, scrisse sulle imprese del padre Aristide, agente del Servizio Informazioni della Marina, dal titolo Su Onda 31 Roma non risponde, stampato da una piccola casa editrice di Città di Castello e sequestrato prima della distribuzione, con divieto di successiva ristampa. E c’è anche un esemplare della prima tiratura, pochissime copie, del Codice da Vinci, quella con in quarta di copertina la foto di Dan Brown seduto, e non in piedi come in tutte le altre.

Cercate un libro scomparso? Una prima edizione rarissima? Un titolo dato per disperso o ritirato dal mercato per qualche segreta ragione? Bene, la persona giusta alla quale chiedere aiuto è lui. Simone Berni. Il miglior esperto sul mercato di “insolito li-bresco”, implacabile cacciatore di libri per conto terzi ma anche fanatico collezionista per conto proprio. Sull’argomento ha anche scritto una vera guida (stampata da Biblohaus): Questo è Berni, sottotitolo “Manuale del cacciatore di libri introvabili”. Il titolo e la sovraccoperta, giusto per far capire ai non-bibliofili di cosa parliamo, sono una citazione dell’introvabile Questo è Cefis, la sulfurea biografia non autorizzata del presidente dell’Eni e della Montedison Eugenio Cefis, firmata da un non meglio identificato Giorgio Steimetz, pubblicata nel 1972 dall’Agenzia Milano Informazioni, e subito fatta sparire da tutte le librerie e le biblioteche italiane: insomma, il libro introvabile per eccellenza.

Comunque. Il “Manuale” di Berni è un prontuario prodigo di consigli e trucchi per chi bazzica mercatini, librerie, bancarelle e siti internet specializzati; che mappa i luoghi e le tecniche della caccia; e che censisce le tipologie dei personaggi che popolano il mondo dei libri. Ma nello stesso tempo è un “catalogo delle meraviglie” di tutti i testi scomparsi o perduti (lo sapevate che nel ’62 Bompiani stampò ma non distribuì Il tamburo di latta di Günter Grass, che poi uscì da Feltrinelli?), i titoli rari&rarissimi (l’autobiografia di Moana Pozzi…), le edizioni pirata (i vari Larry Potter...), gli apocrifi (un meraviglioso Il Gatto brasiliano di Conan Doyle apparso a Milano nel ’32 per Valdieri)... Insomma, libri proibiti, o proibitivi.

Senta, Berni: visto che Lei non dà la caccia ai libri solo per rivenderli ai collezionisti, ma molti se li tiene, si può sapere cosa c’è esattamente nella sua biblioteca? “Beh, mi metto in moto su richiesta, per lo più. Fun-ziona così. Sto correndo, come tutte le mattine, lungo il fiume. Mi squilla il cellulare. È un collezionista, e mi dice che vuole una copia della Bibbia di Gutenberg entro il fine settimana”. Prego? “Nel senso che non mancano vere e proprie mission impossible, anzi, sono le sfide più difficili quelle che mi attirano di più, che stimolano la mia creatività. Ma per il collezionista rivolgersi a me può anche rivelarsi controproducente. Spesso non si rende conto di avere a che fare con un potenziale ladro”. ...???...

“Nel senso che posso rima-nere così colpito da un libro introvabile commissionatomi da un cliente, che alla fine decido di tenermelo, rinunciando a un compenso anche cospicuo. Sa, la brama di possesso prende facilmente il sopravvento”. La prego, torniamo alla sua libreria… “Va bene, va bene. La mia libreria… Qualcuno l’ha definita la Biblioteca dei libri perduti, salvo poi scoprire che questo è il titolo di un romanzo di John Harding. E… sì, ammetto di avere qualcosa di interessante. Ma io non la apro a cuor leggero ai visitatori. Di alcuni libri in mio possesso, la maggior parte degli stessi bibliofili neppure ne sospetta l’esistenza. E vorrei che continuassero a non sospettarla. Ciò che è segreto è in salvo. Dalla mia raccolta forse un giorno nascerà un museo. Un giorno”.

E un giorno quel museo immagazzinerà testi unici, perduti, scomparsi, ritrovati, rarità, edizioni pirata, clandestine, false, fantasma, apocrife… Sono pochi pezzi, numericamente elencando, diciamo 1500-2000 al massimo, ma pesantissimi dal punto di vista della… come dire? “anormalità”. Molti sono stati casi interessanti “a tempo”, cioè hanno rivestito un interesse particolare solo per un periodo ben preciso e oggi, a distanza anche di pochi anni, rivestono solo un valore documentale. Altri sono bizzarrie, come alcune prime edizioni di Ignatius Donnelly, un politico del Minnesota vissuto alla fine dell’800 che scriveva strani romanzi d’utopia. Altri sono libri d’esordio di non facile reperimento:

Concerto a sei voci, il primo libro di Giulio Andreotti (è del 1945), o Commiato dal tempo di pace di Indro Montanelli (anno 1935), o il meno pretenzioso Ho ucciso la morte di Maurizio Costanzo (1958). Altri ancora, invece, hanno dato vita a casi destinati a fare epoca, basti pensare a Pasque di sangue di Ariel Toaff pubblicato nel febbraio del 2007 e ritirato dal Mulino pochissimi giorni dopo l’uscita (ne sono girate solo 3mila copie, le restanti sono finite al macero) per le violente proteste della comunità ebraica: nella prima versione del testo, poi ripubblicato “purgato”, Toaff sosteneva la fondatezza della voce secondo cui nei secoli passati gli ebrei, in talune circostanze, compirono sacrifici umani durante i riti pasquali. Scritto da un ebreo, ce n’era abbastanza per farne un libro maledetto…

Libri maledetti.. uhmmm. Qual è il primo acquistato per il puro piacere del possesso? “Come funziona la dittatura fascista, di Gaetano Salvemini, un libro in italiano stampato a New York per sfuggire alla censura. Mi colpì subito quella copertina. Il volto di Benito Mussolini alla sommità di due tibie incrociate. Era chiaro, mi dissi quando lo notai in un sobborgo di Amsterdam, che in Italia un libro del genere, stampato alla fine degli anni Venti, non avrebbe potuto circolare liberamente. Dopo la mia segnalazione nel 2005 oggi tutti lo ricercano. È diventato un piccolo oggetto del desiderio”. E il primo libro introvabile su cui ha messo le mani? “Mondi in collisione di Immanuel Velikovsky, edizione Garzanti 1955, con la sovraccoperta originale e l’introvabile fascetta azzurra. Come argomento siamo sempre nel filone delle scienze perdute. Il libro è un vero must del genere. In America Velikovsky è stato demonizzato per almeno mezzo secolo, dal 1950 in poi, anno in cui osò sfidare la comunità scientifica con il suo irriverente libro”.

Quello con alle spalle la storia più curiosa? “Forse Les Septe Têtes du Dragon Vert di Teddy Legrand, un libro francese degli anni Trenta sul simbolismo iniziatico che trovai con grosse difficoltà e una serie di peripezie per conto di un docente universitario di Roma, ma che poi mi sono tenuto per me (e ti pareva, ndr). Il libro è rarissimo. Recentemente è stata realizzata una riedizione in qualche centinaio di copie. Subito vendute, sono diventate quasi più rare dell’originale. C’è gente che farebbe follie”. Ecco. Libri e follie. La letteratura insegna che c’è gente che per un libro sarebbe pronta anche a uccidere. “Beh, è vero. Ci sono effettivamente collezionisti e feticisti dell’oggetto-libro che sono pronti a ogni sacrificio pur di entrare in possesso di ciò che bramano. Un collezionista emiliano, ad esempio, ha la monomania dei libri dei grandi artisti della fotografia.

Da Helmut Newton a Mario Testino, a William Claxton o David Lachapelle, per non dire di Slava Mogutin, un fotografo russo contemporaneo, specializzato in sog-getti umani di realtà urbane degradate. I suoi album fotografici degli esordi sono introvabili e spuntano valutazioni altissime tra i suoi truci fan. Il collezionista in questione è capacissimo di spendere i diecimila dollari che occorrono per portarsi a casa Hotel Lachapelle di David Lachapelle, un’opera prodotta in cinquanta copie numerate e firmate dall’autore. E stiamo parlando di un libro del 2007. Oggetti del desiderio destinati a triplicare di valore nel giro di pochi anni, o svalutarsi nell’arco di pochi mesi”.

O a incrementare progressivamente. Come tanti titoli che toccano due argomenti particolarmente delicati dal punto di vista editoriale: l’antisemitismo, come il libro di Piero Pellicano uscito per Baldini&Castoldi nel 1938 col titolo Ecco il diavolo, Israele (che però, sul frontespizio, cambiando punteggiatura, diventa Ecco il diavolo: Israele!) oppure gli Ufo, come L’enigma dei dischi volanti di Aimé Michel, edizioni Massimo, 1955, il più costoso libro italiano sull’argomento (ma solo se completo della sovraccoperta originale). Anche se esistono libri ancora più dispendiosi. Se non dal punto di vista economico, in termini di tempo e fatica. “Pochi mesi fa, dopo una caccia infinita, ho messo le mani su un libro sul quale per ora voglio mantenere un riserbo assoluto. Si tratta di un’edizione scomparsa, probabilmente è l’unica copia sopravvissuta. Una mosca bianca che può riscrivere la storia di uno dei più famosi romanzi del ‘900. Dico solo che questa specifica edizione, non dovrebbe esistere”.

Twitter, Francia contro insulti e messaggi razzisti

Il Messaggero
di Francesca Pierantozzi

La portavoce Najat Vallaud-Belkacem: «Sopprimiamo i messaggi d’odio, si devono rispettare i valori della Repubblica»


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PARIGI - Potrebbe bastare un cancelletto per finire davanti al giudice in Francia. Troppi cinguettii antirazzisti, omofobi o antisemiti sulla timeline francofona di twitter avevano già allertato il governo di Hollande, ma ieri l'hashtag di troppo ha fatto insorgere la portavoce del governo Najat Vallaud-Belkacem: non c'è posto per l'odio nella Repubblica francese di Twitter. Subito, già il 7 gennaio, il governo francese intende aprire le discussioni con la piattaforma americana di microblogging per «prevenire la proliferazione di messaggi di odio sul social network».

Poco importa se l'insulto è strettamente limitato a 140 caratteri e se la direzione di Twitter invoca la neutralità sul contenuto dei messaggi che ospita: la Francia non ci sta. «È vanto della Francia aver iscritto nel codice penale la repressione dell'istigazione all'odio o alla violenza nei confronti di una persona per la sua origine, la sua appartenenza o non appartenenza a un'etnia, una nazione o per il suo orientamento sessuale» ha scritto la Vallaud-Belkacem in una tribuna su le Monde intitolata «Twitter deve rispettare i valori della Repubblica. Sopprimiamo i messaggi di odio».

HASHTAG E INSULTI
«Ci sono Paesi che hanno concezioni diverse - scrive la ministra - Ogni tradizione giuridica deve essere rispettata e questo significa che la società Twitter deve fare in modo che messaggi inviati dal nostro territorio, nella nostra lingua e a destinazione dei nostri concittadini non contraddicano i nostri principi». La caccia all'odio cinguettante è dunque aperta in Francia. Il primo hashtag a provocare scandalo e polemiche era stato tre mesi fa #UnBonJuif, ovvero #UnBuonEbreo. Oltre le migliaia di tweet spiritosi o autoironici, molti altri si erano distinti per la virulenta carica antisemita.

L'associazione degli studenti ebrei di Francia era alla fine riuscita a smuovere la neutralità della piattaforma americana e a far ritirare l'hashtag dello scandalo. Nelle scorse settimane la creatività di internauti francesi anti islam o anti gay ha però trovato nuove ispirazione. L'hashtag #SiMonFilsEstGay (SeMioFiglioÈGay) ha scatenato in questi giorni una nuova litania di invettive, alcune particolarmente violente come «lo brucio» o «gli preparo la bara». Poco prima, aveva scalato la vetta degli hashtag più popolari, #SiMaFilleRamèneUnNoir (SeMiaFigliaPortaUnNeroACasa), che ha fornito il pretesto a centinaia di francesi, quasi tutti adolescenti, per elucubrazioni razziste e anti-Islam.

RAZZISMO IN UN TWEET
Fonte di ispirazione per tweet razzisti anche l'hashtag #ChezLesNoirs, un invito a dire in 140 caratteri quali sono le usanze ACasadeiNeri o in alternativa #ChezLesArabes, ACasaDegliArabi. Se ieri sulla rete molti internauti invitavano il governo a ridimensionare la sua suscettibilità, assicurando che la stragrande maggioranza dei twitter francesi non è né razzista né odiosa, molti esponenti del partito socialista chiedono di fari rispettare i principi della République «anche se non si tratta di sguinzagliare la polizia su twitter». Fonti vicine a Najat Vallaud-Belkacem indicavano ieri che «un invito formale è stato già rivolto al responsabile di twitter in Francia e alla direzione americana» per aprire le discussioni. Commentando la crociata del governo, il caporedattore del settimanale L'Express Eric Mettout si è mostrato molto scettico:

«È un'ossessione tipicamente francese, cui si prestano regolarmente ministri in cerca di grandi cause: piegare il web e i social network alla buona educazione francese, a questo tiepido umanesimo (...) In breve, adattare il web al politicamente corretto (...) non funziona mai, ma se non fa bene, è vero anche che non fa nemeno un soldo di danno, e nel migliore dei casi, l'iniziativa fa parlare di sé».
I rapporti del governo francese con i social network sono stati d'altra parte conflittuali fin dall'inizio dell'era Hollande, funestata dal tweet della Premiere Dame, contro la candidatura alle legislative di Segolène Royal, ex compagna di Francois Hollande.


Sabato 29 Dicembre 2012 - 16:28
Ultimo aggiornamento: 16:29

I misteri dell'Antartide: caccia alla vita sotto i ghiacci

Il Messaggero
di Anna Guaita


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Cosa si nasconde nelle viscere dell'Antartide? Scienziati e appassionati di fantascienza sono accomunati da una grande curiosità. Forse, isolata sotto migliaia di metri di ghiaccio solido per centinaia di milioni di anni, qualche forma di vita continua a esistere, indisturbata dall'uomo. Forse vi si nasconde la prova di una civiltà di passaggio sulla Terra prima ancora che vi comparisse l'uomo. Le teorie si intrecciano, e forse fra un po' avremo anche qualche risposta. Una colonna di tredici trattori e ventisei slitte sta marciando verso il lago subglaciale di Whillans, nel sud-ovest dell'Antartide. Quattordici scienziati compongono la squadra americana che fra poche settimane comincerà a perforare una crosta di ghiaccio di quasi mille metri, per arrivare all'acqua che da almeno un milione di anni non vede la luce del sole. La squadra spera di trovarvi microbi che dimostrino come la vita sia possibile anche in condizioni estreme. Se ce ne fossero, diventerebbe verosimile pensare che forme di vita esistano anche sui corpi celesti che hanno laghi gelati, a cominciare dalla nostra Luna, per arrivare a quelle di Giove e Saturno.

GUERRA TRA TEAM
La missione degli americani non è però l'unica in corso nell'Antartide, anzi a dire la verità - anche se gli scienziati impegnati si rifiutano di ammetterlo - è in corso una gara a chi arriva prima: lontano centinaia di chilometri dagli americani, ha lavorato finora la missione britannica, e ancora più distante si è rimessa al lavoro la squadra russa. I britannici erano attestati intorno al Lago Ellsworth, i russi lavorano oramai da un decennio al misterioso Lago Vostok. La squadra britannica ha però riportato un fallimento e ha dovuto interrompere: dopo cinque anni di preparativi, non sono riusciti a perforare i 3 chilometri di ghiaccio per raggiungere l'acqua nelle profondità dell'Antartide. Chiudendo la missione, il professore Martin Siegert si è detto «terribilmente deluso». Ha spiegato che gli strumenti hanno funzionato bene, ma che la perforazione andava troppo a rilento, e il carburante portato di scorta non sarebbe stato sufficiente. Dati i tempi ristretti in cui si può lavorare nell'Antartide, con il gelo crescente man mano che ci si avvicina all'inverno dell'emisfero Sud, non è stato possibile continuare.

Più lontano ancora, i russi stanno per tornare al loro lavoro per decifrare i misteri del Lago Vostok. Mosca è interessata a quel lago da almeno 50 anni, e dieci anni fa ha cominciato a lavorare alle perforazioni. L'anno scorso, in gennaio, è riuscita a bucare una crosta di quasi 4 mila metri e toccare le acque sottostanti. È sembrato uno dei grandi successi scientifici del decennio, solo che nella perforazione un po' di liquidi estranei hanno contaminato l'esemplare portato in superficie. Ecco dunque i russi di nuovo a provarci. E se la loro missione attira ancor più curiosità di quella americana o di quella britannica, la spiegazione è facile: il lago Vostok è vecchio di almeno 30 milioni di anni. E presenta una inspiegabile stranezza: ha un'anomalia magnetica estremamente potente lungo i suoi bordi settentrionali. Gli appassionati di fantascienza non possono che ricordare il film 2001 Odissea nello Spazio, in cui una simile anomalia magnetica sulla Luna è causata dal misterioso monolite nero.

DIRETTA VIA INTERNET
I britannici e gli americani lavorano in trasparenza e hanno due siti su cui si può seguire il loro progredire giorno dopo giorno (ellsworthlive.org.uk per i britannici e Wissard.org per gli americani). I russi sono meno generosi nel raccontare le loro avventure. Ma la comunità scientifica si scambia informazioni e collabora più di quanto i rispettivi governi non vorrebbero. Quindi sappiamo che gli scienziati di Mosca puntano anch'essi a identificare l'esistenza di batteri estremofili, cioè in grado di vivere in condizioni estreme. Il Lago Vostok è uno dei luoghi più remoti e isolati della Terra. È vicino alla base russa omonima, e fu scoperto proprio dai russi nel 1966. È però molto lontano dalla catena delle Montagne Transantartiche, quelle che ispirarono il più famoso racconto di fantascienza ambientato nel Polo Sud, Le montagne della Follia di Howard Phillips Lovecraft. Il grande autore immaginava che uno scavo fra i monti portasse alla luce una razza extraterrestre in ibernazione, una razza orribile e cannibale. Insomma, una specie di Alien ante-litteram. Ma non bisogna preoccuparsi: secondo tutti gli scienziati, per quanto remoto e misterioso, il lago Vostok al massimo rivelerà l'esistenza di microbi infinitesimali, ma non per questo meno spettacolari, almeno quanto a ricadute per la comprensione del nostro universo.