lunedì 31 dicembre 2012

Gatto visita tomba del padrone, ogni giorno con un piccolo dono

Corriere della sera

Porta foglie, stecchi e rametti, bicchieri di plastica o fazzoletti di carta: incredibile se non ci fossero così tanti testimoni


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MONTAGNANA (Pistoia) — Da quando è morto il suo padrone, poco più di un anno fa, Toldo, gatto bianco e grigio di tre anni, ogni giorno si reca sulla sua tomba. Porta con sé foglie, stecchi e rametti, bicchieri di plastica o fazzoletti di carta e li lascia, come piccoli doni, sulla lapide di Renzo Iozzelli, morto il 22 settembre del 2011, a 71 anni. Renzo era molto legato a Toldo, lo aveva preso in una colonia felina quando aveva tre mesi.

Se non ci fossero tanti testimoni che quotidianamente notano il felino aggirarsi tra le tombe, spesso seduto sulla lapide di Renzo, parrebbe una storia uscita dall’immaginazione di Walt Disney. Invece è tutto vero. Lo racconta la vedova di Iozzelli, la signora Ada, e lo confermano in molti fra quelli che notano da mesi questo gattino aggirarsi intorno al cimitero, più volte al giorno. «Anche oggi — ci racconta la signora Ada — sono andata al camposanto e Toldo mi è venuto dietro. Per strada una persona che conosco mi ha detto che stamani, di buon’ora, il gatto era già stato lì».

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Quello di Toldo a Montagnana, piccolo paese in collina, poco fuori Pistoia, è davvero un caso singolare. Così particolare da attirare l’attenzione dei media. «Mi hanno telefonato per venire a fare delle riprese e intervistarmi per la trasmissione televisiva La vita in diretta — ci spiega Ada — ma ho detto che non me la sento». Tutto è iniziato il giorno stesso del funerale di Renzo Iozzelli: anche Toldo seguì il feretro fino al camposanto, ma la cosa non destò particolare stupore.

Dal giorno successivo, però, ecco il primo segnale che stava accadendo qualcosa di insolito. «Andammo al cimitero con mia figlia e trovammo sulla tomba un rametto di acacia. Io pensai subito che fosse stato il gatto, ma mia figlia era convinta che lo dicessi solo per lo stato emotivo in cui mi trovavo in quei momenti». E non è tutto. La sera, fu il genero a recarsi al cimitero, e trovò Toldo proprio lì, a fare la «guardia» al suo padrone. «Da allora la storia è continuata. In paese lo sanno tutti. L’hanno visto tante persone — conferma la vedova — Non viene solo con me, va spessissimo da solo. Mah, non so che dire. Mio marito era molto affettuoso con lui. Renzo amava gli animali. È quasi come se Toldo volesse essergli riconoscente. È un gatto speciale, non si può che volergli bene».


Paolo Vannini
28 dicembre 2012 (modifica il 31 dicembre 2012)

Il vescovo si schiera con don Piero Corsi: "Le donne provocano"

Luca Romano - Lun, 31/12/2012 - 15:53

Nella polemica sul femminicidio, il vescovo di Senigallia difende don Corsi:  "Le donne provocano, vestono e si atteggiano con scarsa dignità"

Non si placano ancora le polemiche sulle parole di don Piero Corsi, il parroco di Lerici finito nell'occhio del ciclone per aver appeso in parrocchia il volantino tratto dal sito Pontifex in cui le donne venivano accusare di avere le proprie colpe quando vengono uccise dai mariti o, più in generale, dagli uomini.

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A rintuzzare la polemica è il vescovo emerito di Senigallia, Odo Fusi Pecci, che in una intervista a Pontifex ha, a sua volta accusato, le donne di "provocare" gli uomini.

La polemica sul femminicidio e sulle posizioni di una parte (benché minima) della chiesa cattolica rischia di farsi sempre più accesa. "La donna si è allontanata dalla virtù e dalla famiglia: per questo faccia autocritica quando si parla di femminicidio", aveva detto don Corsi qualche giorno fa. A sua difesa si è schierato il vescovo emerito di Senigallia. "Alcune volte le donne provocano, vestono e si atteggiano con scarsa dignità e poca attenzione alla moralità", ha spiegato Odo Fusi Pecci dichiarando apertamente di condividere le teorie di don Corsi. "La violenza va eliminata e non è mai giustificabile contro nessuno, tanto meno verso le donne", ha continuato il vescovo ai microfoni di Pontifex. "Chi ricorre alla violenza, va contro Dio. Tuttavia, alcune volte, le donne provocano - ha concluso, infine, il prelato - condivido le teorie di don Corsi, quello che ha detto richiama anche al concetto di corresponsabilità nello scandalo".

San Siro in crisi, luci spente sul trotto: ultima corsa dopo 87 anni. Le gare a Torino

Corriere della sera

I conti sono in rosso:«Ridotti del 40% i contributi a favore degli ippodromi»


MILANO - È passata alla storia in meno di due minuti e venti. Tutti in testa dall'inizio alla fine. Negli ultimi duecento metri la rimonta di Ille Ri , che quasi l'affianca prima di «rompere» il trotto e consegnare alla cavalla Nautica Wise l'ultima corsa nella storia dell'Ippodromo del Trotto di San Siro. Con lei entra negli annali dell'ippica mondiale il driver Roberto Andreghetti. I fari dell'impianto si spengono quando sono quasi le 19. Gli spalti vuoti, le ricevute delle giocate sul pavimento, i sogni, le scommesse, la disperazione e la gioia che dopo 87 anni lasciano per l'ultima volta il Trotto. Dopo anni di agonia, l'impianto chiude. La società Trenno srl ha deciso così: sospensione dell'attività agonistica del trotto a partire dal primo gennaio 2013.

 San Siro, il trotto chiude San Siro, il trotto chiude San Siro, il trotto chiude San Siro, il trotto chiude San Siro, il trotto chiude

GIÙ IL SIPARIO - Un finale amaro sulla pista che vide, il 25 giugno del 2002, l'addio di Varenne a San Siro. Ma la storia di quest'impianto è soprattutto la fotografia di un'epoca. Che non c'è più e forse mai ci sarà, anche se la speranza è quella di rialzarsi dalla crisi e tornare, magari dalla primavera del prossimo anno. Ma la prospettiva è ancora un sogno, il presente è un cancello chiuso. Le scuderie già trasferite, l'ultimo atto restavano appunto le gare. E la giornata di domenica ha terminato definitivamente i giochi: poco più di 2.500 spettatori, 68 mila euro giocati sul campo e 340 mila «riversati» dalle agenzie di tutta Italia.

L'IPPICA - Resta aperto il Galoppo. «Il contesto dell'ippica italiana, sempre più precario nel corso degli ultimi due-tre anni, si va ulteriormente deteriorando - sostiene la società che gestisce l'impianto -. L'Agenzia per lo sviluppo del settore ippico, in gestione temporanea, ha nuovamente ridotto, per problemi di bilancio dovuti al minor gettito derivante dalla raccolta delle scommesse, il numero di corse in calendario rispetto agli anni precedenti, rendendo più onerosa la gestione di ippodromi largamente sottoutilizzati rispetto al passato. La stessa Assi, dopo aver comunicato a inizio anno 2012 la riduzione del 40% dei contributi previsti in favore degli ippodromi, deve ancora versare i corrispettivi dello scorso mese di giugno (mentre le società hanno regolarmente pagato i lavoratori e i fornitori), né ha indicato una data certa per la regolarizzazione dei mancati versamenti».

LE SCOMMESSE - Ma non è solo la crisi del sistema ippico nazionale a mettere in ginocchio il settore. C'è il calo delle scommesse, diminuite mentre il settore dei giochi d'azzardo ingrassa le casse dello Stato e cresce in modo esponenziale: «La raccolta delle scommesse ha registrato un costante calo, tanto che si stima di chiudere il 2012, a livello nazionale, con una raccolta di gioco pari a un miliardo di euro, con una diminuzione di oltre il 25% rispetto all'anno precedente. La gestione del trotto di San Siro genera perdite significative a carico della società Trenno (Gruppo Snai)». Non più sostenibili.

L'AREA - Le gare in programma sono state dirottate su altri impianti, in particolare all'ippodromo di Vinovo (Torino) mentre resta il nodo dell'area. Il timore di una speculazione edilizia non è infondato. Enrico Fedrighini, storico esponente dei Verdi milanesi, chiede che l'area sia vincolata, almeno urbanisticamente, così come già è per quella del Galoppo (monumento nazionale): «Bisogna vigilare contro gli speculatori. Inoltre una volta chiusi i lavori del cantiere M5 l'intera zona, dal Meazza fino al Lido, deve diventare una Ztl. Con accesso in auto solo ai residenti: si deve arrivare solo con mezzo pubblico».

Cesare Giuzzi
31 dicembre 2012 | 11:16

I grandi gialli della cronaca nera del 2012

La Stampa



Roberta Ragusa scompare il 13 gennaio, marito sospettato di omicidio

13 GENNAIO: Roberta Ragusa, 45 anni, madre di famiglia scompare dalla sua abitazione di Gello di San Giuliano Terme (Pisa) nella notte tra il 13 e il 14 gennaio. Inizialmente viene seguita la pista dell’allontanamento volontario che però viene accantonata dopo le prime settimane di indagine. I carabinieri cercano la donna a più riprese organizzando battute sul territorio, scavando nei terreni circostanti, ma anche in alcune aree mirate della provincia di Pisa, ma senza successo. La sera della scomparsa Roberta aveva fatto la lista della spesa e dato il bacio della buonanotte ai due figli, un dato che porta gli inquirenti a scartare definitivamente la pista dell’allontanamento volontario. Il 2 marzo il marito di Roberta, Antonio Logli, 49 anni, viene iscritto sul registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere, ma finora a suo carico non sono emerse prove o fatti significativi.



Aperta la tomba di De Pedis nell’ambito delle indagini su Emanuele Orlandi

27 APRILE: Colpo di scena al processo sul delitto di via Poma. Raniero Busco, condannato in primo grado a 24 anni per l’omicidio di Simonetta Cesaroni, all’epoca dei fatti sua fidanzata, viene assolto in Appello per non aver commesso il fatto. Il 18 ottobre il procuratore generale Alberto Cozzella presenta in Cassazione il ricorso contro la sentenza di assoluzione. Simonetta Cesaroni, 21 anni, viene uccisa con 29 colpi di tagliacarte negli uffici sede degli ostelli della gioventù di via Poma, a Roma, il 7 agosto del 1990. Dopo 22 anni l’omicidio resta ancora un mistero. - 14 MAGGIO 2012: Dopo una lunga polemica sul motivo per cui Enrico De Pedis sia stato sepolto a Sant’Apollinaire, la procura di Roma, nell’ambito delle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, dispone la riapertura della tomba del boss della banda della Magliana. L’ispezione viene effettuata sui resti di De Pedis e nell’ossario della cripta della basilica romana. Enrico De Pedis conosciuto come `Renatino´, fu ucciso nel 1990 e la sua salma finì in un primo tempo al Verano. Poi, in seguito a un `nulla osta´ vaticano, firmato dall’allora cardinale vicario Ugo Poletti, venne trasferita nella cripta di Sant’Apollinare. L’apertura della tomba e il trasferimento della salma del boss placano le polemiche, ma non portano a nessuna rivelazione nelle indagini sulla scomparsa della Orlandi.



Si torna a parlare di Angela Celentano

24 SETTEMBRE: Si torna a parlare del caso di Angela Celentano, scomparsa il 10 agosto del 1996 sul Monte Faito, all’età di tre anni. I genitori Maria e Catello Celentano annunciano di essere stati contattati da una ragazza che dice di essersi riconosciuta nelle foto di Angela pubblicate sul sito. La giovane, che dice di chiamarsi Celeste Ruiz, scrive via mail dal Messico e invia alla sorella di Angela una foto: la somiglianza è impressionante. Vengono avviate le indagini ma l’esame del dna effettuato sulla ragazza messicana, dal cui pc sono partite le mail, dà esito negativo. La ragazza non somiglia affatto alla giovane ritratta nella foto e ha 16 anni e non 19 come Angela Celentano. Dall’attività investigativa della Polposta di Napoli emerge che qualcuno, probabilmente un hucker, si sarebbe impossessato dell’ip della giovane messicana. Gli investigatori hanno anche accertato che dallo stesso ip è stato creato anche un falso profilo Facebook a cui è stato dato il nome di Celeste Ruiz e anch’esso fasullo. L’attività investigativa in Messico prosegue in rogatoria: la Procura di Torre Annunziata ha affidato le indagini alla polizia messicana per cercare di risalire alla persona che si è impossessata dell’ip della giovane. I genitori di Angela Celentano sono convinti che la pista messicana possa portare a una svolta.



Parolisi viene condannato all’ergastolo

26 OTTOBRE: Il caporalmaggiore dell’Esercito, Salvatore Parolisi viene condannato all’ergastolo per l’omicidio della moglie, Melania Rea, assassinata con 35 coltellate il 18 aprile 2011 sul Colle San Marco di Ascoli Piceno. Parolisi, giudicato con rito abbreviato, viene condannato al massimo della pena, con isolamento diurno. Al caporalmaggiore il Gup commina anche tutte le sanzioni accessorie, compresa la perdita della patria potestà genitoriale, stabilendo inoltre il pagamento di una provvisionale di un milione a favore della figlia Vittoria e di 500mila euro per i genitori di Melania. È il 18 aprile 2011 quando Carmela Melania Rea, 29 anni, scompare sul Colle San Marco di Ascoli Piceno, dov’era andata per trascorrere qualche ora all’aria aperta insieme al marito, Salvatore, militare del 235esimo Reggimento Piceno, e alla loro bambina di 18 mesi. Secondo quanto verrà riferito da Parolisi , l’unico in grado di confermare questa circostanza, la donna si allontana per andare in bagno in uno chalet. Nessuno però, si apprenderà in seguito, l’ha mai vista entrare.



I corpi di due donne madre e figlia vengono ritrovati nella villa del marito

13 NOVEMBRE: Nel corso di un blitz nella villetta dell’ex direttore sanitario del carcere di Poggioreale, Domenico Belmonte, in via Palizzi, a Baia Verde, Comune di Castel Volturno, i poliziotti della Squadra mobile, del commissariato di Castel Volturno e della polizia scientifica di Caserta scoprono i resti di Elisabetta Grande, moglie di Belmonte, e della figlia Maria, scomparse nel 2004. I corpi vengono trovati in un’intercapedine creata tra il garage della villetta e il pavimento. Qualche giorno dopo Domenico Belmonte viene fermato con l’accusa di sequestro di persona, duplice omicidio e occultamento di cadavere. Con la stessa accusa viene indagato in stato di libertà anche il genero. Domenico Belmonte non ha mai denunciato la scomparsa della moglie e della figlia. «Non mi sono mai recato successivamente al 2001 all’interno della camera d’aria presente sotto il solaio della mia abitazione - dice per difendersi dalle accuse - Non ho mai denunciato le scomparse di mia moglie e di mia figlia perché si sono allontanate volontariamente e perché ritengo che sia una cosa vergognosa per un uomo dire che è stato abbandonato da moglie e figlia, perché ciò starebbe a significare che una persona non è nessuno per i suoi famigliari». E ai pm sui cadaveri dice «non ho sentito nessun odore anche perché sto spesso in giardino a pensare. Non ho idea di chi possa averli messi lì». Il 7 dicembre Belmonte viene scarcerato dal Tribunale del Riesame.



La scomparsa di Yara Gambirasio

29 NOVEMBRE: A due anni dalla scomparsa di Yara Gambirasio, la 13enne di Brembate di Sopra, paesino di 9mila anime in provincia di Bergamo, arrivano i risultati di uno degli esami medico legali di allora: la ginnasta è stata uccisa nell’arco di un’ora dall’uscita della palestra. Un dato che però non serve a fare luce sull’assassino della giovane, che al momento resta ancora sconosciuto. Dopo oltre due anni dalla sua scomparsa, la speranza di dare un volto all’omicida di Yara non svanisce, così come le manifestazioni di vicinanza alla famiglia, ma al momento la morte della ginnasta resta ancora un mistero. Sono le 18.30 del 26 novembre 2010 quando Yara scompare nel nulla. A quell’ora la giovane esce dal centro sportivo a Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo, dove è andata a portare uno stereo per una gara prevista la domenica successiva. L’ultima a vederla è una sua insegnante di ginnastica ritmica. Dei 700 metri, che separano il centro sportivo da casa Gambirasio, Yara percorre solo pochi passi. Alle 18.49 il suo cellulare Lg nero viene spento per sempre. Dopo tre mesi di ricerche la 13enne viene trovata morta in un campo a Chignolo d’Isola.



Misseri si autoaccusa al processo, l’avvocato lascia l’incarico

5 DICEMBRE: Michele Misseri si autoaccusa per l’ennesima volta dell’omicidio di Sara Scazzi. Questa volta lo fa durante il processo. Rispondendo alle domande dell’avvocato della figlia Sabrina, lo zio di Sarah dichiara di essere l’autore dell’omicidio. «Non è stata Sabrina a uccidere Sarah, sono stato io - dice Misseri - Questo rimorso non lo posso più portare addosso». A quel punto il difensore del contadino di Avetrana chiede la parola alla Corte e annuncia la rimessione del mandato come difensore di Michele Misseri. Nel processo Sabrina Misseri e la madre Cosima Serrano sono accusate di concorso in omicidio volontario, sequestro di persona e soppressione di cadavere. In totale sono imputate sette persone: tra questi Michele Misseri, padre di Sabrina e marito di Cosima, che si è autoaccusato del delitto, Carmine Misseri, e Cosimo Cosma, detto `Mimino´, rispettivamente fratello e nipote di Michele, tutti accusati di concorso in soppressione di cadavere. Secondo l’accusa si sarebbero occupati di nascondere il corpo della 15enne in un pozzo di contrada `Mosca´ nelle campagne di Avetrana, dopo che Sabrina e Cosima l’avrebbero strangolata nella loro casa di via Deledda.

Gaber, il poeta che batte il tempo

Paolo Giordano - Lun, 31/12/2012 - 09:33

A dieci anni dalla morte, un libro celebra l'attualità di un libero pensatore che ancora oggi riesce a spiegarci la realtà

E il bello è che Giorgio Gaber rimane ancora qui. Dieci anni dopo. Attualissimo. Se ne è andato allo schioccare del 2003, dopo aver vissuto, cantato e soprattutto pensato in anticipo sui tempi.


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Rocker quando in Italia quasi non si vendevano neanche le chitarre elettriche.Showman in tv quando la tv era creatività coraggiosa. Poi creatore in proprio (insieme con il grandissimo Sandro Luporini) del teatro canzone, una forma tuttora ineguagliata di ospitalità del libero pensiero. Sul palco Gaber cantava, ovvio, e in un primo tempo nei suoi spettacoli faceva solo quello. Ma poi prese a dialogare con se stesso facendo scoprire a tutti che parlava a ciascuno. Monologhi collettivi, quasi.
Il teatro canzone. Nei primi anni Settanta, giusto dopo la sbronza del '68 e in attesa che il conformismo tracimasse, Gaber diventò il beniamino di chi stava contro purchessia, contro qualsiasi cosa bollata di conservatorismo o peggio, contro il passato o contro il buon senso. Gaber però non era contro. Era altro. E non c'era nulla di peggio, allora, di non scherarsi. Diventa più aggressivo, quasi infastidito dal consenso, specialmente da quello del Movimento, ossia il pubblico schierato acriticamente a sinistra. Piano piano, anche attraverso discussioni con Luporini, Giorgio Gaber si conferma libero in un mondo che spesso credeva soltanto di esserlo. Nasce Polli d'allevamento, che debutta a ottobre del 1978 a Parma. L'iradiddio. 
 Luporini, con il suo stile, ne ha scritto nel passo del libro G. Vi racconto Gaber che pubblichiamo qui di fianco. E lo stesso cantattore (imprudente crasi di moda negli anni '70) riassumeva così quel periodo: «Quando finisco lo spettacolo, so benissimo che s'incavoleranno, che fischieranno, sento questa cosa che mi arriva addosso e di nuovo rimango con l'occhio spalancato di notte, mi ritrovo a non addormentarmi fino alle otto di mattina per superare questo choc dello scontro» (da Il signor Gaber, Gammalibri 1979). Da allora Gaber è stato finalmente di tutti, che significa essere di nessuno e garantire arrabbiature a turno, a destra come a sinistra. Perciò, nel ricordare i dieci anni senza di lui, l'Italia alla fine scopre di averne trascorsi altri dieci con lui. Implacabile. E clamorosamente, talvolta impietosamente, sempre attuale.

Le migliori panzane del 2012 dei politici

Corriere della sera

Vince Berlusconi, chiude il podio la Polverini. Per il sondaggio web di Pagella politica si salvano Monti e Bersani

la top 6


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Chi è il capo dei Pinocchi? Silvio Berlusconi. Sua è la bugia più clamorosa del 2012, quando ha indicato l’Italia come il paese dall’economia più solida al mondo, secondo solo alla Germania. E lui in testa alla classifica ricavata dalla consultazione di Pagella Politica, sito di fact-checking che verifica, in maniera partecipata con i lettori, le dichiarazioni dei protagonisti della scena politica italiana. Frasi poi valutate con una griglia di voti eloquenti: dal netto “vero”, all’incoraggiante “c’eri quasi”, all’interdetto “nì”, fino al preoccupato “Pinocchio andante” e al disarmato “Panzana pazzesca”, per il politico ormai Pinocchio. “Panzana”, ricorda la Treccani, è una parola dall’etimologia incerta ma dal significato sicuro.

Un bugia. Sinonimi: “balla”, “bufala”, “fandonia”, “ciancia”, “fanfaluca”, “fola”, “frottola”, “palla”.
La panzana pazzesca di Berlusconi, che ha ottenuto il 66% dei voti nel sondaggio di Pagella Politica, fu imbastita alla trasmissione La telefonata con Maurizio Belpietro, quando il Cavaliere definì lo spread un “imbroglio”. Ma poiché Pagella Politica si occupa di disinformazione sui numeri, l’informazione scorretta, non la pura e semplice demagogia, la frase vagliata è stata: “Per quanto riguarda il nostro debito non è così elevato come si vuole far credere. L’Italia ha un attivo di 6600 miliardi, è la seconda economia più solida dopo la Germania".

Clamorosamente falsa, purtroppo, come ricordano paper del Fondo monetario internazionale e dell'Eurostat. Dietro a Berlusconi, c’è Beppe Grillo, leader del Movimento 5 stelle (17%) con questa panzana: «È inutile risanare e far ripartire l'acciaio dell'Ilva, le più grandi acciaierie stanno chiudendo». Falsa perché l’Italia nel 2011 ha recuperato dopo la produzione crollata nel 2009 superando anche i livelli degli anni ’90. È il secondo produttore europeo, dopo la Germania. Chiude il podio Renata Polverini, governatore del Lazio, Pdl (10%) che millanta «di essere il primo presidente dal 1970 - cioè da quando sono nate le Regioni – a dimettersi senza avere una motivazione o perlomeno senza aver commesso nulla». Questo, disse, «lo dicono i fatti non lo dico io». Invece lo dice lei e lo smentiscono i fatti, poiché, per restare alla Regione Lazio, nei 25 anni di vita ci sono stati 22 presidenti.

Nel sondaggio seguono, con soglie basse, Nichi Vendola di Sel e Corrado Passera (al 3%) e Matteo Renzi (all’1%). Pagella Politica non giudica il politico, verifica le dichiarazioni, privilegiando quelle più esposte mediaticamente. Il sito è curato da un gruppo di ricercatori e studiosi italiani, under 30, sparsi per l’Italia e il mondo, coordinati, tra gli altri, da Federica Fusi e Amerigo Lombardi (il sito è nato il primo ottobre 2012). Si ispirano al blog americano PolitiFact, che dal 2009 incorona la bugia dell’anno (la panzana del 2012 è di Mitt Romney che, durante la campagna presidenziale, disse che Jeep, controllata dagli italiani, avrebbe spostato tutta la sua produzione in Cina).

Si verificano i fatti e dati citati, non le opinioni, né i politici. Consultando Pagella politica, però, si può agevolmente ricavare una graduatoria dei Pinocchi della politica, sulla base di quante dichiarazioni sono semplicemente vere e quante clamorosamente false (tralasciando le valutazioni intermedie). Berlusconi di cui sono state verificate 21 affermazioni guida il “partito dei Pinocchi” con un terzo di panzane pazzesche (7) e solo una su dieci vera (2). Segue Grillo, verificato 24 volte, con 4 frasi vere e 7 panzane (una su tre è una balla). In una fascia intermedia, grigia, si collocano Maroni, su sette frasi 2 vere e una panzana, e la Polverini, su 10 frasi 2 son vere e 2 false. L’anti-Pinocchio è Monti, con 14 frasi vere su 17 verificate e zero panzane. Come zero sono le panzane di Bersani, a fronte di sole 12 pienamente vere su 21 verificate. Bene, comunque, anche Renzi con 24 dichiarazioni vere e 2 panzane su un vasto campione di 42 dichiarazioni (era molto attivo sotto primarie) e Vendola con 14 vere e 2 panzane su 27.

Luca Mastrantonio
31 dicembre 2012 | 11:54

Epic win 2012: Amazon, Samsung e Instagram

Corriere della sera

La famiglia Kindle, il social dell'anno e il rivale dell'iPhone. Ma è arrivato anche un nuovo Windows, e Siri ci è simpatico

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MILANO - Hanno cambiato il nostro rapporto con telefonini e tavolette e arricchito di possibilità il nostro modo di comunicare. Hanno aggiornato vecchie filosofie oppure lanciato oggetti del desiderio credibili e nuovi. Insomma, a modo loro, sono riusciti a lasciare il segno. Ecco i cinque «top tech»: i cinque grandi successi del mondo della tecnologia del 2012.



SIRI E FIGLI - Gli abbiamo scaricato addosso tutti i nostri dubbi esistenziali e un catalogo di volgarità che mai avremmo pronunciato di fronte a un orecchio femminile, almeno non di bit. Comunque, sempre, abbiamo ottenuto una risposta. Magari insoddisfacente, a volte evasiva, altre del tutto sconclusionata, ma Siri ha avuto il merito di elevare il controllo vocale a modalità d’interazione ordinaria e possibile con i nostri dispositivi, un po’ come lo era stato il touch al posto della tastiera fisica qualche tempo fa. La creatura della Apple, è vero, non è l’unica né la prima, però è quella che ci ha sedotto. Accanto a lei ci sono S Voice della Samsung e altre alternative che vivono in app dai nomi evocativi, da Iris a Robin, ma c’è soprattutto Google Now. Non resta che attendere che entri in una fase matura anche da noi: oltre ad assisterci, ascoltarci e risponderci, osserverà le nostre abitudini per imparare a conoscerci. E dopo essersi sfogato con Siri, qualcuno potrebbe mettersi d’impegno per non fare brutta figura.

 Epic win e fail del 1012 Epic win e fail del 1012 Epic win e fail del 1012 Epic win e fail del 1012 Epic win e fail del 1012



WINDOWS 8, ARIA FRESCA - Non sono i 40 milioni di licenze vendute in un mese dal lancio, né i 4 milioni di aggiornamenti in tre giorni a suggerire di includere il nuovo sistema operativo della Microsoft tra i successi del 2012. Sono buoni numeri, ma non clamorosi (Windows 7, tanto per rimanere in orbita Redmond, ha raggiunto la quota dei 60 milioni in dieci settimane). Windows 8 è stato però un passo necessario e opportuno per introdurre nel mercato di massa un nuovo paradigma che contiene due esigenze basilari: proporre un’interfaccia comune e con contenuti assimilabili tra tutti i dispositivi di un utente, che così è strategicamente invogliato a rimanere nella stessa famiglia, senza eccessivi salti o svolazzi, almeno sul piano del software. E poi affermare nemmeno troppo implicitamente la superiorità concettuale, l’immediatezza visiva dell’approccio mobile, trasferendolo anche sui computer da scrivania dove il touch può pacificamente convivere con mouse e tastiera. Non è una filosofia che ne fagocita un’altra, ma una presa di consapevolezza di un cambiamento in corso.



AMAZON CI PORTA KINDLE
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Dovevamo ancora scoprire i contenitori. O meglio la gamma completa: i dispositivi ancora inediti da noi, quelli a colori e con le offerte speciali di serie in cambio di uno sconto. Parliamo dei Kindle Fire, HD e non, i tablet con cui Amazon ha portato in Italia tutta la sua piattaforma con annesso accesso ad app, giochi, riviste e affini. Prezzo aggressivo, anche se si sceglie la versione senza i consigli per gli acquisti personalizzati e sullo sfondo l’idea forte di sempre: distribuire più tavolette possibile, guadagnare grazie all’uso che gli utenti ne fanno. Di qui lo spazio illimitato nel cloud e l’arrivo di servizi accessori ma non troppo come il «Cloud Player» per scegliere tra milioni di canzoni e ascoltarle ovunque o quasi: su Pc, Mac, smartphone Apple, lettori iPod, telefonini e tavolette Android oltre che sul Kindle Fire. Così Jeff Bezos ha promosso in Serie A la costola italiana di Amazon non solo sul piano che incrocia fisico e virtuale, l’e-commerce, ma anche su quella miniera di possibilità che sono i contenuti oltre i classici eBook.



SAMSUNG GALAXY, IL VERO RIVALE
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Da anni, all’uscita di uno smartphone top di gamma, è facile ascoltare la solita solfa: ecco il rivale dell’iPhone. E nel frattempo il Melafonino della Apple continua a macinare record, scalfito poco o nulla dall’evanescente concorrente di turno. Ma con il Galaxy S III, e più in generale con una gamma che include il riuscito esperimento del «phablet» Note, la Samsung ha dimostrato che dalla sfida si può uscire molto bene e non necessariamente con le ossa rotte. Ottime le performance dal punto di vista degli affari, con 30 milioni di pezzi venduti in cinque mesi, ma anche dal punto di vista tecnico, grazie a uno smartphone che ha convinto per la qualità costruttiva, l’esperienza d’uso e le dimensioni dello schermo. Tant’è che il prossimo upgrade è atteso con ansia, le indiscrezioni in rete si sprecano e la casa madre coreana può esultare: secondo le ultime previsioni degli analisti della IHS, la Samsung è diventata la numero uno al mondo nel settore dei cellulari. Nel 2012 ha raggiunto una quota di mercato del 29 per cento, scalzando dal primato la Nokia scesa al 24 per cento. Quando si dice un’ottima annata.



INSTAGRAM, IL SOCIAL CON IL FILTRO
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Anni fa, esploso Facebook, abbiamo rinunciato a una fetta di privacy e preso a raccontare al mondo cosa facciamo, dove lo facciamo e con chi. Nel 2011, merito del boom di Twitter, abbiamo recuperato il dono della sintesi. Frasi stringate, incisive per forza, abbondanti cinguettii e colpi secchi di retweet: brevità al potere. Ma nel 2012 le parole sono passate in secondo piano: meglio far parlare le immagini, meglio ancora se sfumate, sovraesposte, in bianco e nero o con ritocchi rétro. La forza di Instagram, social network dell’anno, è che rende ogni foto straordinaria? Forse sì, ma non solo. Il bello è che trasforma un momento qualsiasi, persino banale, in un attimo memorabile. Da esibire, da far commentare. Autoreferenziale e insieme social all’ennesima potenza. Quanto amiamo Instagram lo abbiamo capito poco tempo fa: quando chi lo ha creato ha cercato di rompere il giocattolo dando un prezzo di listino alla nostra inestimabile creatività. È per questo che il giorno dopo siamo stati così sollevati, così disposti a credere che si era trattato di un equivoco, che avevamo capito male.


Elio D'Oliviero
28 dicembre 2012 (modifica il 29 dicembre 2012)

Incidenti stradali, allarme assicurazioni: in Italia un'auto su 10 senza copertura

Il Messaggero

Il problema riguarda anche altri paesi europei, è causato dal caro polizze e si ripercuote proprio sui premi facendoli lievitare. A Roma, intanto, il numero dei sinistri è diminuito di oltre il 10% negli ultimi dieci anni.

di Giampiero Bottino


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MILANO - Non bisognava aspettare Batman per rendersi conto che nel nostro Paese la furbizia e l'evasione delle regole sono un prassi molto diffusa. E non solo tra i politici più o meno rampanti. La Fondazione Caracciolo dell'Automobile Clubd'Italia, presentando a Riva del Garda una ricerca sul tema «La sicurezza stradale in Europa: confronto su attività ed esperienze delle Polizie Locali», ha reso noto che in Italia un'auto su 10 circola enza la copertura assicurativa imposta per legge.

Mal comune.
Contrariamente però a quanto si potrebbe pensare sull'onda della nostra atavica propensione all'autoflagellazione, il nostro non rappresenta un caso isolato. Non a caso la Scozia, nota più per la parsimonia che per la furbizia dei suoi abitanti (ma forse in questo caso l'una ha innescato l'altra) è stato il primo Paese ad avviare in Europa una campagna di sensibilizzazione sulle tematiche Rc-Auto. L'iniziativa è stata integrata da un piano di controlli effettuati dalla Polizia locale, impegnata a verificare in tempo reale, ricorrendo a un dispositivo elettronico, la validità della copertura assicurativa dei veicoli.

Il vero problema.
Se la polizza fa piangere una volta all'anno, quando si bisogna provvedere al rinnovo attuale, le inefficienze e i ritardi accumulati dai vari Paesi europei nell'adozione di adeguate politiche mirate alla sicurezza stradale rischiano di provocare lacrime molto più drammatiche e durature. Il programma 2010-2020 si pone l'obiettivo di dimezzare l'incidentalità nell'arco del decennio. I progressi ci sono, per merito soprattutto del miglioramento della sicurezza intrinseca delle vetture e dei deterrenti tecnologici (pensiamo agli autovelox piuttosto che al Tutor), mentre molto resta ancora da fare, a nostro avviso, nel campo dell'adeguamento dell'infrastruttura stradale e ancor più in quello della cultura della sicurezza (basti pensare ai troppi cellulari attaccati all'orecchio di chi guida o al mancato uso delle cinture). Il numero dei sinistri e delle vittime appare - anche in Italia - in progressiva diminuzione, ma è presto per dire se effettivamente il target potrà essere raggiunto. Certamente l'aspettativa per quest'anno, quando la diminuzione degli incidenti a livello continentale dovrebbe essere del 3%, non lascia ben sperare. Anche perché, lutti a parte, gli incidenti stradali in Europa comportano un costo calcolato in 53 miliardi di euro.

La classifica.
Interessante, anche se non particolarmente lusinghiera per noi, la classifica tra le capitali europee per quanto riguarda il tasso di riduzione del numero dei sinistri. La rilevazione dice che nella Città Eterna parla di un calo dell'11% nel corso dell'ultimo decennio, ben lontano dalle città più virtuose come Vilnius, capitale della Lituania, dove la riduzione è stata addirittura del 49% e Praga che si è attestata al 40%, mentre il -16% registrato a Edimburgo più vicino al dato romano. Premesso che il confronto sarebbe stato forse più significativo con metropoli più vicine a Roma in termini di dimensioni e di densità del traffico, rimane comunque la sensazione che dalle nostre parti ci sia ancora parecchio da fare in questa direzione.

Quei cristiani del Pacifico dovranno emigrare?

La Stampa

vatican

Gli atolli di Kiribati rischiano la scomparsa a causa del cambiamento climatico: secondo l’analisi-appello dei gesuiti australiani 100mila abitanti dovranno spostarsi

 

MARIA TERESA PONTARA PEDERIVA roma


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Che sulle Alpi ad ogni inverno aumenti la temperatura media ormai non fa più notizia (in val Badia sono persino arrivati i gabbiani), ma che un intero arcipelago stia per scomparire dalla faccia della terra a causa del riscaldamento globale è già più drammatico, soprattutto per i suoi abitanti, che condividono la nostra stessa fede. L’arcipelago in questione è in realtà una piccola serie di atolli per una superficie complessiva di 811 kmq repubblica di Kiribati (una volta chiamate isole Gilbert, ex colonia inglese, indipendente dal 1979 ) a cavallo dell’Equatore nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico lungo la linea del cambiamento di data.

Già la barriera corallina è in regressione da anni e subisce un’azione distruttiva di sbiancamento per l’aumento di acidità dell’acqua oceanica, ma ora si tratta di atolli abitati da poco più di 100 mila abitanti che dovranno realizzare l’idea di doversi spostare altrove. A darne notizia è il sito dei gesuiti australiani, Eurekastreet, che lancia un appello umanitario. Già lo scorso anno sono giunti in Australia all’incirca 170 mila immigrati da ogni parte del mondo, ma questa volta occorrerà accogliere e garantire ospitalità e lavoro a dei “fratelli” cristiani che andranno inseriti all’interno di comunità civili ed ecclesiali.

Le isole sono infatti abitate per il 55% da cattolici, il 38% protestanti e un 3% mormoni. All’ultima Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico di Doha, come ricorda  Paul Collins, si è fatto esplicito riferimento alla responsabilità dei paesi ricchi e industrializzati (e quindi con maggiori emissioni di gas serra) nei confronti di quelli in via di sviluppo che sono i primi a subire i danni del cambiamento climatico in corso, vista la loro (inevitabile) posizione geografica.

Geograficamente, scrive Collins, è lunga la strada che separa Doha dalla capitale di Kiribati, Tarawa, ma è ancora più lontana dalla nostra mentalità di occidentali comprendere cosa stia avvenendo nel mondo per la stragrande maggioranza per causa nostra. Se è vero che esistono dati che mostrano la responsabilità delle nostre emissioni (e l’Australia è uno dei paesi maggiori esportatori di carbone, fonte primaria di gas serra), non c’è ancora un quadro giuridico che preveda un risarcimento per quanti sono danneggiati. E a Doha Ronald Jumeau aveva lanciato l’allarme anche per le isole Seychelles di cui era rappresentante in quella sede.

Secondo gli esperti dell’IPCC, se non cambiano le cose, entro il 2020 si prevede che in Africa tra i 75 e i 200 milioni di persone verranno esposte al rischio di una grave siccità tale da compromettere la produzione agricola e il conseguente accesso al cibo e 135 milioni di persone sul delta del Gange dovranno emigrare per l’innalzamento del livello dell’acqua. Tutto questo, conclude l’analisi dei gesuiti australiani, mentre tanti scettici, cattolici compresi, fanno finta che non esista alcun problema.

La vita breve di «Pubblico» Chiude dopo 100 giorni il giornale di Telese

Corriere della sera

I redattori restano senza lavoro: «È un surreale giornalicidio». Il direttore/editore si difende: «Soldi finiti»


Un surreale«giornalicidio». Così i redattori di Pubblico descrivono la chiusura annunciata (e realizzata) in appena tre settimane del quotidiano diretto da Luca Telese. Un giornale che - a meno di qualche sorpresa che, però, nessuno vede all'orizzonte - il 31 dicembre chiuderà le pubblicazioni dopo soli 100 giorni di edicola. «Noi eravamo convinti di avere fondi per andare avanti fino a primavera e poi avremo dovuto cercare altri finanziamenti. Invece il 7 dicembre è precipitato tutto: gli editori ci hanno detto che alla fine dell'anno avremo chiuso. È assurdo» accusa Mariagrazia Gerina, una dei 19 redattori di Pubblico durante la conferenza stampa nella sede romana di Lungotevere dei Mellini.

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LA MATEMATICA - Secondo gli editori di Pubblico, a determinare la chiusura è la matematica. «Il punto di pareggio era a 9.600 copie - spiega Telese, nella delicata posizione di direttore/editore -. Poi siamo scesi, con alcuni risparmi, a 8.200. Ma i nostri lettori, seppur affezionati, si fermano a 4.00o. Non ce l'abbiamo fatta ad andare avanti con le nostre forze». Pubblico, infatti, sin dall'inizio si è vantato di non ricevere alcun finanziamento dallo Stato. «Non abbiamo dietro né un grande partito né un grande costruttore - aggiunge -. E così,quando i soldi sono finiti (il capitale sociale iniziale era di 748 mila euro, ndr) i soci hanno dimostrato difficoltà a ricapitalizzare».

ASSEMBLEA - E così, nell'assemblea del 31 dicembre, si deciderà la sorte del quotidiano. Ricapitalizzare l'azienda o metterla in liquidità. All'orizzonte, purtroppo, non si vede nessuno pronto a investire. «Basterebbero 500 mila euro, cinque giorni di "lavoro" di Veronica» ammette Telese dispiaciuto. «Per me è un enorme dolore dire addio a questa avventura - aggiunge -. Per tutti noi era una speranza: volevamo, anche in tempi di crisi, tirare fuori qualcosa di importante. Metterci dalla parte degli ultimi, raccontare il mondo. Ho messo su questa squadra di pazzi con grande passione, i mobili della redazione sono di Ikea e ci siamo scervellati tutti per montarli». Nessun rimpianto?«So di aver sbagliato e ho pagato più di tutti, come direttore che non ha preso l'ultimo stipendio e come editore» aggiunge.

LE ACCUSE - I redattori, però, non nascondono le accuse a Telese. Nero su bianco in una lettera pubblica sul quotidiano e sulsito, i redattori imputano a lui e all'azienda di non aver fatto abbastanza per salvare il quotidiano, cominciando dal prezzo di copertina, «evidentemente troppo alto all'epoca della grande crisi», passando per «la totale assenza di una campagna pubblicitaria che facesse conoscere il giornale ai lettori» e per «la totale mancanza di un "piano B" nel caso in cui le cose fossero andate male». «Gli editori ci hanno detto di non avere contatti quando abbiamo chiesto di cercare nuovi soci. Eppure il nostro è un progetto attraente con buone potenzialità. Il 18 settembre, il primo giorno di pubblicazioni, abbiamo venduto 43 mila copie. Poi siamo scesi, come è normale, ma con la campagna elettorale sarebbe di certo andata meglio. Insomma, chiudiamo proprio quando potevamo crescere» dice Gerina.

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STRADE SEPARATE -«Noi tutti siamo stati scelti da Telese - afferma la Gerina -. Luca mi ha cercato più volte e ho lasciato l'Unità per lavorare qui. Ha messo su una squadra eterogenea, ma magica. Era un rischio, certamente. Eppure abbiamo voluto correrlo». E ora 19 redattori, 3 poligrafici, 8 collaboratori stabili, più una miriade di altre persone che hanno preso parte all'avventura si ritrovano senza stipendio e senza futuro. La frattura con Telese è arrivata il 7 dicembre, ovviamente. «Lì le nostre strade si sono separate. Lui ha una responsabilità doppia, imprenditoriale e giornalistica» afferma la Gerina. E aggiunge: «Un giornale non muore di morte naturale dopo soli tre mesi. L'idea che abbiamo è che più che un'impresa questa sia una scommessa. Hanno puntato sulla roulette, giocando con le nostre vite».

IL SINDACATO - «Questa vicenda ci interroga tutti sul nostro mestiere - spiega Paolo Butturini, segretario di Stampa Romana -. Mancano conoscenze strutturate del lavoro dell'imprenditore. Mi aspetterei delle scuse...». E Roberto Natale, presidente dimissionario della Fnsi, il sindacato dei giornalisti, aggiunge: «In un momento in cui si stanno chiudendo molte testate, il fragile pluralismo italiano perde un'altra voce libera. E questo anche per l'anomalia del sistema di finanziamento pubblico italiano che non aiuta le start-up come questa ma testate che sono in piedi da più di tre anni. Un sistema, peraltro, che il governo Monti non ha voluto riformare». E Giovanni Rossi, dell'Fnsi, annuncia battaglia per la difesa dei lavoratori: «Il nostro settore, purtroppo, è pieno di imprese fantasma che stanno sul mercato per una scommessa. E i lavoratori ci vanno di mezzo. Non ci può essere uno scaricabarile, le aziende devono saldare le pendenze nei confronti degli assunti e dei collaboratori. E questo a prescindere dall'assistenza solidale della categoria».


Carlotta De Leo
@carlottadeleo30 dicembre 2012 (modifica il 31 dicembre 2012)

Lo Stato strozzino alla mia porta

Francesco Cramer - Lun, 31/12/2012 - 08:33

RomaUn paio di giorni fa, Stato, hai bussato alla mia porta. L'hai fatto con la faccia feroce e vorace di Mr. Befera. Cartella esattoriale.

 

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Già alla vista della busta uno si sente male. Ansia, apprensione, paura. Apro. Ed ecco la botta. Equitalia mi impone di pagare la bellezza di 1.042,56 euro. Già allo «zero virgola cinquantasei» girano gli zebedei. Ma arrotonda no? Colpo al cuore. Un salasso. «Ma perché?!?». Mi dici, Stato, che nel 2010 ho pagato in ritardo l'Irpef relativa al 2009. Trasecolo. Ti ho appena sborsato un salasso di tasse tra Imu, Ires, Ivie e tutti gli acronimi più odiosi, ma correttamente saldati. E ora mi fai scucire altri mille euro e rotti. Così mi tagli le gambe. Corro a controllare e l'F24 contestato salta fuori. Ebbene sì: nel 2010 ho pagato di Irpef 3.301 euro ma li ho pagati in ritardo di... ben 24 ore. Avrei dovuto saldarti il conto il 16 giugno, ma l'ho fatto il 17.

Un giorno dopo, soltanto un giorno dopo. Non sei mesi, non sei settimane, non sei giorni. Un solo minuscolo, banale, insignificante giorno. Cerco di ricordare come mai ho sgarrato di così poche ore, ma proprio non mi viene in mente cos'è accaduto. Magari due anni fa, quel 16 giugno, mi si è rotta la moto, avevo l'influenza o semplicemente ho trovato fila in banca o magari allo sportello s'è impallato il sistema. Controllo pure se per caso quel 16 giugno era festa, domenica o il Santo patrono di...
Macché: mercoledì. Maledizione. Mille e rotti euro per 24 ore di ritardo. Bile, pessimismo, fastidio.

E poi, diciamolo: sei bizantino perfino quando mi spieghi come fare a pagare la multa. Sette pagine di casistiche, conteggi, riferimenti normativi, terminologie astruse che sfiancano me che sono laureato; figuriamoci la povera vecchietta di Vidigulfo. Mi scrivi, ad esempio. «Prima di costituirsi in giudizio il contribuente è tenuto a pagare il contributo unificato in base al valore della controversia (art.13, comma 6-quater, del Dpr n.115/2002). Questo valore è determinato secondo le modalità indicate al punto N.B. del paragrafo “Dati da indicare nel ricorso” e deve risultare da apposita dichiarazione resa dalla parte nelle conclusioni del ricorso, anche nell'ipotesi di prenotazione a debito». (!)

A parte la sfiga: sono finito nel tritacarne di Equitalia proprio io, uno che ha pagato e paga sempre tutto, fino all'ultimo centesimo. Ti pago, Stato, Irpef, Iva, Ivie, Tarsu e perfino il canone Rai. Molti amici mi sbeffeggiano: «Pure la Rai?! Sei proprio svizzero tu eh?». Sì, pago. Mal volentieri ma pago. Ma vedere che tu, Stato pignolo e cavilloso, ti accanisci sul contribuente onesto fa letteralmente saltare i nervi. Perché allora tu, maledetto, devi essere più bello e funzionare meglio di un Patek Philippe. E invece non è così. Per una manciata di ore di ritardo mi multi con tale brutalità?

Sarei pure disposto a fare mea culpa e correre a pagare domani stesso, ma allora pretendo che tram, bus e treni spacchino il secondo; che per le vie di Roma si possa mangiar per terra; che per una Tac si attenda un paio di giorni; che saldi immediatamente i tuoi debiti con le aziende di cui ti servi. Invece, i treni arrivano in ritardo e per chiedere un rimborso mi obblighi a gimcane che mi passa la voglia; il centro della Capitale è un cesso di cartacce e rifiuti, per non parlare di Napoli e Casoria; per una risonanza magnetica fai aspettare anni; e – dati della Cgia di Mestre – tu, Stato, devi alle imprese che hanno lavorato per te, qualcosa come 70 miliardi di euro.

Quattro punti percentuali di Pil. Allora hai voglia a dire che «lo Stato siamo noi». No, non siamo noi. Io mi sento snobisticamente e orgogliosamente diverso. Io il mio dovere lo faccio onestamente. Tu, Stato, no. Qualche volta sbaglio. Come ho sbagliato a pagarti in ritardo per una manciata di ore. Ma tu sei molto peggio di me. Io ti mantengo a costo di sudore e sangue, e tu funzioni poco e male. Non sei mio amico ma sei un intralcio quando va bene; un mostro cattivo quando va male. Populismo? Forse. Ma sappi che mi viene voglia di mandarti al diavolo, di lasciarti solo, di puntare a Nord e varcare definitivamente il confine. Tanto la pizza la fanno bene pure a Lugano.

Magistrato morde magistrato: ora è guerra tra i giustizialisti

Stefano Zurlo - Lun, 31/12/2012 - 08:36

La discesa in campo di Grasso e Ingroia scatena sgambetti e schizzi di fango. E persino Caselli attacca l'ex pupillo oggi leader del movimento arancione

Hai voglia a comporre schemi e disegnare frecce e seguire traiettorie. È da giorni che i quotidiani utilizzano come un navigatore vecchie rivalità e antiche contrapposizioni e, insomma, tutti gli appigli e gli spigoli possibili, per raccapezzarsi nel labirinto di guerra della magistratura italiana.


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Anzi, sia detto senza ironia, del partito dei giudici italiani. Con un manipolo di illustri magistrati ormai con un piede in Parlamento e la lingua a briglia sciolta. Ma è impresa vana, perché tutte le semplificazioni, tutte le spiegazioni, tutte le fenomenologie vengono cancellate dal magma impazzito che travolge tutto e tutti. Sì, siamo al tutti contro tutti. Ma proprio tutti. Perché se fino a ieri si poteva sostenere l'esistenza di una linea Violante-Grasso contrapposta all'altra Ingroia-Caselli, ora ci accorgiamo che anche questa divisione è sabbia al vento. Succede dunque, in una sorta di big bang, che Ingroia, freschissimo di leadership arancione, attacchi con parole affilate l'ormai ex procuratore antimafia Piero Grasso, che a sorpresa s'è infilato la casacca del Pd. Dice dunque Ingroia, neoleader dell'arancia meccanica: «Piero Grasso divenne procuratore nazionale perché scelto da Berlusconi grazie a una legge ad hoc che escludeva Gian Carlo Caselli».

Come se non bastasse, Ingroia carica ancora, come in un duello nella polvere del West: «Grasso è il collega che voleva dare un premio, una medaglia al governo Berlusconi per i suoi meriti nella lotta alla mafia». Insomma, fango più fango e stilettate per sbarrare la strada alla concorrenza nata in casa.
Si potrebbe proseguire a lungo con questa filastrocca velenosa, ma intanto esce allo scoperto Caselli che ringrazia Ingroia con parole gelide: «È un amico - è il bacio poco rassicurante che introduce l'intervista concessa alla Repubblica - ha ottenuto di recente un incarico importante dall'Onu in Guatemala. Penso che interromperlo sia un problema anche sul piano dell'immagine internazionale dell'Italia». Più chiaro di così. Altro che sodalizio. Ciascuno per la sua strada. Ma poi, già che c'è, Caselli regola i conti anche con Grasso:

«È un fatto storico che ai tempi del concorso per nominare il successore di Vigna le regole vennero modificate in corso d'opera dall'allora maggioranza con il risultato di escludermi. Ed è un fatto che questo concorso lo vinse Grasso e che la legge che mi impedì di parteciparvi fu dichiarata incostituzionale». Non solo, Caselli, che ha buona memoria, non dimentica la ciliegina messa sulla torta in quel frangente da Grasso: «Grasso ha liquidato la vicenda con disinvoltura da bar dello sport». Dunque, la regola aurea è sempre quella. I pm dopo aver bacchettato la società tutta, ora si bacchettano fra di loro, rievocano pagine più o meno oscure, si contraddicono con metodo, si azzannano con ferocia. Luciano Violante, magistrato prestato alla politica e un tempo presunto burattinaio del partito delle toghe, dà il suo ok a Grasso e punta invece il dito contro Ingroia, sventolando il suo presunto «cedimento al protagonismo».

Ingroia replica a sua volta provando a sporcare l'icona dell'ex presidente della Camera: «Violante la pensa su Grasso come il senatore Dell'Utri». E così i guardiani della legalità, le lame scintillanti della legge si graffiano, si tirano i capelli e recuperano episodi sottovuoto, dissigillando giudizi rancorosi. Uno spettacolo avvilente. E tocca citare Ilda Boccassini a proposito del suo amico Giovanni Falcone: «Non c'è stato uomo in Italia - disse a Giuseppe D'Avanzo nel 2002 - che abbia accumulato più sconfitte di Giovanni». Mortificato perfino nella corsa alla superprocura antimafia da lui stesso inventata. «Eppure - aggiungeva la Boccassini - le cattedrali e i convegni sono sempre affollati di amici che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattini o i burattinai di qualche indegna campagna di calunnie». Purtroppo, la lezione non è servita.

Il paradosso dell'azienda che cerca sarti a 5mila euro e non riesce a trovarli

Federica Dato - Lun, 31/12/2012 - 08:56

L'abruzzese Antichi Telai vuole assumere e offre stipendi ottimi, ma da mesi non arriva neanche un apprendista

La disoccupazione è alle stelle, le tasche italiane son vuote e il Natale s'è fatto più magro. In risposta al fioccare di licenziamenti e titoli di giornale allo spread c'è chi vorrebbe assumere, ma da assumere non trova nessuno.


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A mettere sotto l'albero (altrui) il ricco regalo è Antichi Telai, azienda impegnata dal 1894 nel confezionamento di abiti e camicie su misura. Peccato che a scartarlo, il pacco-lavoro, non si siano presentate ancora mani buone: la ditta abruzzese, che conta una cinquantina di sarti tra dipendenti e collaboratori, da mesi cerca senza successo artigiani d'ago e filo, anche apprendisti. Se in tempi di crisi questa è di per sé una notizia, a far sobbalzare è il dettaglio messo sul piatto dal titolare Antonio Di Pietrantonio: «Un sarto qualificato e a pieno ritmo può arrivare a guadagnare cinquemila euro al mese».

L'incomprensibile ha una spiegazione, che passa «dall'assenza di formazione. Regioni ed enti locali hanno tagliato gli incentivi che permettevano alle piccole e medie imprese di investire sul personale», tanto che «siamo stati costretti a rinunciare al nostro fiore all'occhiello, la puntualità. La mancanza di nuove leve e di una scuola valida dimostra soprattutto un'involuzione culturale». Involuzione che vede la professione manuale, quella fatta di tradizione e conoscenza ed esperienza, svilita. Una svalutazione in favore della laurea a tutti i costi, della carriera che, si spera, corrisponderà al portafoglio gonfio. «Un errore soprattutto famigliare, questo. L'ho commesso io per primo - sospira Di Pietrantonio - sperando che mia figlia potesse contare su possibilità che a me sono state negate». Ma i master non valgono molto più di un'azienda di eccellenza del made in Italy da tre generazioni, forse.

Un cambiamento, quello che ha portato alla semi-sparizione di figure professionali come i sarti, da ricucire agli anni Novanta, «alla prima grossa crisi che ha portato alle delocalizzazioni assassine di distretti». L'eccellenza che disperde il proprio sapere, nella sartoria «come negli altri settori produttivi, dalle calzature alla lana». Perché ad ogni distretto corrispondevano scuole professionali, aziende vogliose e bisognose di manodopera ben istruita. Perché a «livello sindacale gli interessi risiedevano nelle grandi imprese, non nelle piccole realtà», sottovalutate, per il titolare di Antichi Telai, soprattutto dalla classe dirigente «colpevole di non aver saputo valorizzare il patrimonio nazionale: l'abilità artigiana».

L'esigenza di fare un passo indietro, l'arrivo prepotente di lavoratori stranieri - «da Pakistan, Est Europa e India, che ancora non padroneggiano la manualità importante e qualificata indispensabile nella sartoria dedicata al comparto uomo» - e la miopia politica. I vecchi a lasciare un vuoto oggi non colmato, la maestria italiana sgretolata in piccoli pezzi e «l'assenza del giusto approccio all'artigianato. Al fatto che quello del sarto, più in generale quello dell'artigiano, è un mestiere che può fornire molte soddisfazioni». I presunti perché alla difficoltà di Antichi Telai nel reperire manodopera non mancano. Basta sceglierne uno o miscelarli tutti. Qualsiasi via si prenda il paradosso resta: un'azienda cerca disperatamente lavoratori, sarti per la precisione. Annuncia che un sarto a regime può guadagnare fino a 5mila euro al mese e di (aspiranti o esperti) sarti non ne trova. Il tutto mentre la crisi ci divora.

Vietato fumare, permesso sparare Le insegnanti armate nelle scuole

Corriere della sera
di Viviana Mazza


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Gli insegnanti in Utah stanno frequentando dei corsi per imparare a sparare, e alcuni stanno considerando la possibilita’ di andare a scuola armati. E’ una delle reazioni in America alla strage nella scuola elementare di Newtown. Una giovane maestra, ad esempio, ha spiegato alla Cnn di essere pronta a prendersi una pallottola per salvare “ogni singolo bambino” della sua classe, ma di volere essere addestrata ad usare una pistola per potersi anche difendere.

Pure qui in Colorado, nei sobborghi a nord di Denver, dove ho trascorso l’ultima settimana, il dibattito sulle armi fa parte delle conversazioni natalizie. Inevitabile. Seduta al cinema per vedere The Hobbit, penso alla strage di Aurora (vicino Denver) durante la prima di Batman lo scorso luglio. L’assassino sparo’ fila per fila agli spettatori: coppie, famiglie con bambini.  Anche il mio vicino di posto, americano del Colorado, ci ha pensato.

All’Universita’ del Colorado ci sono dallo scorso agosto dormitori dove agli studenti e’ consentito portare le armi. “Gun dorms”, li chiamano. Vietato fumare, permesso sparare. Finora non hanno attratto molti studenti, ma il mese scorso una dipendente ha sparato per sbaglio ad una collega mentre cercava di mostrarle come funziona un revolver. L’universita’ aveva vietato le armi, ma la Corte suprema del Colorado ha stabilito che non puo’ essere proibito.

Il comico Stephen Colbert aveva suggerito sarcasticamente, anni fa, in uno sketch intitolato No Guns Left Behind, che la risposta al bisogno di sicurezza nelle scuole fosse di armare gli insegnanti. La realta’ tragicamente ha imitato la finzione non solo nello stato conservatore ( e mormone) dello Utah che alle elezioni ha scelto il repubblicano Romney, ma anche nello swing state Colorado che ha eletto due volte Obama. I distretti scolastici di Fort Collins e di Colorado Springs si sono attivati gia’ lo scorso mese per consentire a insegnanti, amministratori e genitori di portare armi.

Dopo l’uccisione di 20 bambini e sei donne nella scuola di Newtown, cosa cambiera’?  Nell’armeria di Fort Collins e’ business as usual per Natale. Il bancone dove sono esposti i fucili, tra le teste di Stambecco appese come trofei, e’ affollato. Ma se chiedi al commesso di mostrarti un giubbetto antiproiettile ti dice allarmato che li’  non ne hanno e che forse e’ vietato (ma non e’ cosi’, li vendono in un negozio vicino che si chiama Safe Armour).

Tim, un musicista trentacinquenne che lavora con adolescenti a rischio a Fort Collins, mi dice che la strage di Newtown ha avuto l’effetto di rafforzare le idee di chi e’ contrario alle armi come pure le convinzioni di chi le ritiene necessarie. Nella Costituzione il diritto al possesso di armi e’ legato all’eventualita’ di dover formare una milizia per difendersi, come ai tempi della guerra civile. O come la milizia formata dai nani, da Bilbo Baggins e da Gandalf  nel film The Hobbit. Ma oggi chi possiede pistole e fucili d’assalto nell’America dell’West ne fa un uso individuale e individualistico, e la ragione di fondo e’ una profonda insicurezza.

Montalcini o Montessori sulle mille lire? L'errore di tanti

Corriere della sera


CatturaIn tanti su Twitter hanno salutato Rita Levi Montalcini come la signora delle mille lire. Ma la donna ritratta sulla banconota era Maria Montessori

Mille lire, Montalcini o Montessori? Tanti si confondono


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Vietato dire la verità su Monti E nella rete scatta la censura

Stefano Filippi - Lun, 31/12/2012 - 08:02

L'enciclopedia online Wikipedia cancella la citazione dei collegamenti del premier al Gruppo Bilderberg e Trilaterale ed elimina i riferimenti ai risultati economici negativi del governo dei tecnici. Il Sole24Ore critica il Prof e viene zittito. Ecco il regime strisciante

Il sito internet si chiama www.ilbuio.org ma aiuta a fare luce su una strana serie di coincidenze che riguardano l'augusto professor Mario Monti.


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È una storia che riguarda il premier dimissionario e Wikipedia, l'enciclopedia online più cliccata del pianeta. Si dà il caso che qualche enciclopedista abbia voluto aggiungere alcuni dettagli (non proprio trascurabili ma forse imbarazzanti) alla autorevole biografia del Bocconiano.
Per esempio, che Monti è stato presidente europeo della tenebrosa quanto prestigiosa Trilaterale. Oppure che aveva fatto parte dello «steering committee» del Gruppo Bilderberg. O ancora che è il numero 1 (ancorché onorario) di un altro ristretto «think tank», il club Bruegel di Bruxelles. Tutte cose vere, informazioni facilmente verificabili e largamente diffuse sul web. Invece che ti combina Wikipedia, «enciclopedia libera» di nome ma non di fatto? Ogni volta che qualche utente tenta di infilare queste voci nel profilo di Monti subisce una censura. I moderatori sono intervenuti e hanno ripristinato la voce precedente, mondata da ogni riferimento che associasse il limpido curriculum montiano a lobby influenti, reti di potere esclusive, élite più o meno segrete capaci di orientare le politiche delle organizzazioni internazionali come dei singoli governi.
La storia della censura wikipedica è raccontata nei dettagli sulla pagina principale di Buio.org, un sito «multiautore» di estrema sinistra (tra i link consigliati figurano anche l'Associazione Stalin, Indymedia e il database internazionale sul marxismo) ricco di rimandi da consultare per le opportune verifiche. Si può ricostruire la discussione sulla voce relativa alla Commissione Trilaterale con le numerose purghe operate dai «liberi censori», la relativa cronologia, e la stessa operazione è possibile ripetere per le voci sul Bilderberg e il Bruegel. 
Vengono riportati anche i «nickname» degli amministratori di Wikipedia che sono intervenuti a ghigliottinare le informazioni sgradite. Sembra siano «tra i più attivi e “autorevoli”» dell'edizione italiana dell'enciclopedia web. C'è un occhio di riguardo, dunque, su Mario Monti. Nulla deve turbare la sua immagine irreprensibile, priva di lati oscuri, che non sbaglia mai. Se sul Professore circola qualche informazione che potrebbe metterlo in cattiva luce, scatta immediatamente il tentativo di censurare o sminuire. Soltanto in questi ultimi giorni è successo altre due volte.
La prima è stata venerdì, quando il quotidiano online Formiche.net (il cui fondatore, Paolo Messa, è nello staff del ministro Clini dopo essere stato capo ufficio stampa dell'Udc, fonte Wikipedia) ha rivelato il luogo in cui si stava svolgendo la riunione segreta tra Monti e i centristi: un convento di suore sul Gianicolo legate alla Comunità di Sant'Egidio. Immediata pioggia di false smentite. Ieri, altra sequela di precisazioni e distinguo verso il Sole24Ore che ha fatto i conti in tasca al governo scoprendo che i tecnoministri hanno realizzato soltanto il 25 per cento del programma. Monti l'intoccabile. Il perfetto. Il senza macchia. Soprattutto se le ombre sul suo sobrio e competente operato vanno a toccare l'ambito economico, nel quale il premier dimissionario si ritiene una sorta di messia infallibile.
Ne è riprova ancora Wikipedia, all'erta perfino nella santa notte di Natale. Alle 22.28 del 24 dicembre si potevano leggere i dati non lusinghieri dell'economia italiana durante l'anno del governo tecnico: disoccupazione, Pil, debito, cose che conosciamo fin troppo bene. L'indomani, alle 10.18, qualche Erode aveva già spazzato via tutto. Le due versioni sono a disposizione a questo indirizzo: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Mario_Monti&diff=54873876&oldi.... Il giorno in cui nasce Gesù si fermano tutti i quotidiani, ma non le forbici della wiki-censura pro-Monti. È un fenomeno solo italiano. Un wiki-utente, infatti, ha aggiornato la biografia del professore anche nella disinformata versione in lingua francese. I wiki-cugini, lungi dallo zittire il collaboratore, gli hanno chiesto notizie e dettagli aggiuntivi. E anche la relativa discussione è online.