giovedì 31 gennaio 2013

A Cuba non c’è droga?

La Stampa

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yoani sanchez



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Il mio occhio sinistro soffriva una cheratite piuttosto aggressiva. Era il risultato della scarsa igiene dell’ostello dove vivevo e di successive congiuntiviti mal curate. Mi prescrissero un complesso trattamento, ma dopo un mese che somministravo collirio non si notava alcun miglioramento. Mi bruciavano gli occhi quando guardavo le pareti dipinte di bianco e i luoghi dove si rifletteva la luce del sole. Le righe dei taccuini apparivano sfumate e non riuscivo a guardare neppure le mie unghie. Yanet, la ragazza che dormiva nel letto a castello di fronte, mi raccontò cosa accadeva. “Ti rubano l’omatropina per bersela, la usano per sballare, poi ti riempiono il flacone con un’altra sostanza”, mi disse sussurrando davanti alle docce. Cominciai a sorvegliare di notte il mio armadietto e mi resi conto che diceva la verità. La medicina che avrebbe dovuto curarmi veniva consumata da alcune mie colleghe dell’ostello mescolata con un po’ d’acqua… ecco perché la mia cornea non guariva.



Elefanti azzurri, percorsi di plastilina, braccia che si allungavano verso l’orizzonte. Scappare, volare, saltare dalla finestra senza farsi male… verso un abisso, erano le sensazioni che ricercavano quelle adolescenti allontanate dai loro genitori e che vivevano secondo gli scarsi valori etici trasmessi dai professori. Alcune notti, nella zona sportiva, i maschi estraevano un infuso dal fiore conosciuto come “campana”, la cosiddetta droga del povero.

Alla fine del mio decimo grado, cominciarono a circolare anche in quel liceo di campagna le polveri da inalare e l’“erba” in piccoli pacchetti. Certi prodotti venivano spacciati soprattutto dagli studenti che vivevano nel poverissimo quartiere de El Romerillo. Dopo averli ingeriti, si udivano risatine nelle aule, guardi smarriti oltrepassavano la lavagna e la libido andava a mille grazie a tutti quegli “incentivi per vivere”. Assumendo dosi regolari non si sente più lo stimolo della fame nello stomaco, confermavano alcune amiche già “adescate”. Per fortuna, non mi sono mai lasciata tentare. 

Finito il periodo della scuola in campagna (1), seppi che fuori dalle pareti di quel collegio accadevano cose simili, ma su scala maggiore. Nel mio quartiere di San Leopoldo, imparai a riconoscere le palpebre semichiuse dei “fatti”, la magrezza e la pelle smorta del consumatore incallito e il comportamento aggressivo di alcuni che dopo aver preso “una dose” si credevano padroni del mondo. Quando arrivarono gli anni duemila aumentarono le offerte sul mercato dell’evasione: morfina, marijuana, coca - attualmente costa 50 pesos convertibili al grammo - pasticche di vario tipo; Parkizol rosa e verde, Popper e ogni genere di sostanze psicotrope.

I compratori appartengono ai più variegati strati sociali, ma la maggior parte di loro cerca una fuga dalla realtà, un momento piacevole, vuole uscire dalla routine e lasciare alle spalle l’asfissia quotidiana. Inalano, bevono, fumano, e dopo puoi vederli ballare una notte intera in discoteca. Passata l’euforia si addormentano proprio davanti a quella stessa televisione dove Raúl Castro assicura che “a Cuba non c’è droga” (http://mexico.cnn.com/mundo/2013/01/28/raul-castro-pide-combatir-el-narcotrafico-cuando-esta-naciendo).


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Note del traduttore

(1) Quando Yoani parla di ostello, liceo in campagna, collegio, si riferisce all’esperienza della beca, che quasi tutti gli studenti cubani hanno fatto: un periodo di preparazione al lavoro in campagna, lontani dalle famiglie. Era la cosiddetta scuola al campo, prima dell’università, basata sull’idea - di per sé formativa - che lo studio dovesse andare di pari passo con il lavoro. Gli alunni venivano separati dalle famiglie per un certo periodo di tempo e vivevano in ostelli (albergues) di campagna - di solito poco igienici - dove studiavano e lavoravano. La scuola al campo è stata abolita da una recente riforma di Raúl Castro. I cubani non la rimpiangeranno.

(2) Traduzione vignetta di Garrincha (fumettista cubano).
- Cosa ha detto Raul in Cile?
- Che a Cuba non c’è droga.

Vendola: innamorato del mio compagno sogno un matrimonio davanti alla mia famiglia e alla comunità

Il Messaggero

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ROMA - Nichi Vendola non demorde sul matrimonio con il proprio compagno. «Sono sempre innamorato del mio compagno e penso a coronare il mio amore con lui con una cerimonia di fronte alla mia comunità e alla mia famiglia. Sono innamorato di lui e mi piacerebbe avere diritto anche alla cerimonia», ha detto a "28 minuti" su Radio2.


Giovedì 31 Gennaio 2013 - 13:47

Yoani Sanchez ottiene il passaporto

La Stampa

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Ora la blogger cubana potrà viaggiare all’estero


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Le autorità cubane hanno consegnato il passaporto a Yoani Sanchez, la nota dissidenti blogger che ne aveva fatto richiesta sulla base della nuova legge sull’emigrazione che ha allentato le restrizioni sui viaggi all’estero. Lo ha reso noto lei stessa su Twitter, rammaricandosi però che ad altri oppositori del regime castrista come Angel Moya, marito della leader delle Dame bianche, Berta Soler, non sia permesso di espatriare.

La Sanchez, vincitrice nel 2008 del premio Ortega y Gasset del Pais per il giornalismo online grazie al suo blog «Generazione Y», l’anno scorso aveva dovuto rinunciare a un viaggio in Brasile proprio perché non le era stato rilasciato il passaporto. La blogger non ha ancora annunciato viaggi all’estero. Il 14 gennaio aveva fatto domanda per il passaporto avvalendosi della nuova legge che non richiede più il permesso del governo per viaggiare all’estero od ottenere un passaporto, tranne che per le stelle dello sport e i funzionari del partito comunista. 

Ingroia risponde a Ilda Boccassini: «Non sai cosa pensava di te Borsellino» Il fratello: «Non tirate in ballo Paolo»

Il Messaggero

Salvatore Borsellino mette un punto alla polemica. Il ministro Severino: auspico toni più pacati


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ROMA - «Ho atteso finora una smentita, invano. Siccome non è arrivata dico che l'unica a doversi vergognare è lei che, ancora in magistratura, prende parte in modo così indecente e astioso alla competizione politica manipolando le mie dichiarazioni. La prossima volta pensi e conti fino a tre prima di aprire bocca». E' durissima la replica di Antonio Ingroia, pm candidato di Rivoluzione Civile, a Ilda Boccassini che ieri lo ha attaccato per essersi paragonato a Giovanni Falcone («Si vergogni, tra di loro ci sono anni luce»).

«Non le dico cosa pensava di lei Borsellino».
Ma Ingroia si spinge persino oltre e affonda: «Quanto ai suoi personali giudizi su di me, non mi interessano e alle sue piccinerie siamo abituati da anni. Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei. Ogni parola in più sarebbe di troppo».

La replica a Maria Falcone.
Poi il leader di Rivoluzione civile risponde anche a Maria Falcone, sorella del pm ucciso dalla mafia, che su Repubblica ha accusato Ingroia di sfruttare il nome del fratello per scopi elettorali: «Con tutto il rispetto per il cognome che porta, dico: si informi prima di parlare. Io non ho mai usato il nome di Giovanni Falcone per i voti. Lei invece sì, quando si candidò per prendere il seggio al Parlamento europeo e non venne neppure eletta».

Grasso: paragone inopportuno. Al fianco di Ilda Boccassini si schiera l'ex procuratore antimafia, oggi capolista del Pd al Senato nel Lazio, Pietro Grasso: «Giovanni Falcone ha fatto cose talmente eclatanti che oggi, paragonarsi a lui, mi sembra un fuor d'opera», ha detto ad Agorà, su Rai Tre. «C'è da riconsiderare - ha aggiunto - ciò che ha subito Giovanni Falcone nella sua vita: ha subito un attentato all'Addaura ed è stato accusato di esserselo procurato da solo; è stato accusato di aver insabbiato le carte dei processi nel rapporto con la politica; è stato accusato di fare il professionista dell'antimafia; è stato accusato di andare nei palazzi della politica, dove effettivamente è riuscito a fare una legislazione che tutti ci invidiano». Secondo l'ex capo della Dna, «la prima legge che bisognerebbe fare è sulla corruzione: cercare di insinuare la possibilità di denuncia da parte di corrotto o di corruttore per far emergere il reato».

Il fratello di Borsellino: lascino Paolo fuori dalla campagna elettorale. Nel dibattito interviene anche Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, presidente dell'associazione antimafia Agende Rosse e amico di Antonio Ingroia. Parlando a Vanity Fair si rivolge sia a lui sia alla Boccassini: «Contino entrambi fino a 30 prima di aprire bocca e lascino il nome di mio fratello fuori da questa campagna elettorale. In questo caso il mio amico Ingroia ha già detto una parola di troppo, il suo intervento è stato fuori dalle righe. Antonio dovrebbe evitare di riferire cosa avrebbe detto una persona che è morta. La verità è che Paolo è morto. In teoria io potrei dire qualsiasi cosa senza essere smentito. Per questo non si dovrebbe parlarne. Per questo avevo raccomandato a Ingroia di non tirare fuori il nome di mio fratello in questa campagna elettorale. Perchè mio fratello non è mai entrato nelle campagne elettorali, non c'è mai voluto entrare e non ci vorrebbe certo entrare da morto».

Severino: auspico toni più pacati.
Capisco che in campagna elettorale si usino dei toni alti, mi piacerebbe che nelle campagne elettorali si usassero dei toni più costruttivi, più programmatici e pacati», ha detto il Guardasigilli Paola Severino. «Credo che il paese - ha aggiunto parlando in margine ad una cerimonia tenutasi alla procura di Roma - lo apprezzerebbe in un momento nel quale abbiamo bisogno di costruire tanto. Quando si parla di magistrati sarebbe estremamente auspicabile utilizzare toni pacati, calmi e di alta ispirazione morale».


Mercoledì 30 Gennaio 2013 - 12:31
Ultimo aggiornamento: 20:54

Il programma di Ingroia? Sequestri e occupazioni

Domenico Ferrara - Gio, 31/01/2013 - 09:48

Ecco il programma dell' ex pm di Palermo: sequestro preventivo di beni e permissivismo sulle occupazioni


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Nella campagna elettorale i nodi vengono al pettine. Soprattutto se si è leader di una coalizione che annovera posizioni ben distinte, per non dire agli antipodi: dal giustizialismo-legalitario dell'Idv al permissivismo dei rinfondalori e dei comunisti, passando per l'ambientalismo dei Verdi e di ex esponenti del WWF. Ecco dunque che l'ex procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, comincia a svelare idee programmatiche che sollevano polveroni persino in seno a Rivoluzione Civile. Basti pensare a Nello Di Nardo, senatore uscente Idv, capolista per il Senato in Liguria, Basilicata e Puglia, e strenuo sostenitore del condono edilizio. Una posizione che, al netto delle scarse possibilità di elezioni di Di Nardo, non collima con il rispetto delle regole e della legalità sbandierato da Ingroia, da sempre contrario a ogni forma di abusivismo.

La candidatura di Di Nardo ha creato malumori tra gli altri candidati. "Ho la garanzia di Ingroia e Rivoluzione Civile che noi non proporremo condoni edilizi. Di Nardo? Non si può sparare su tutta l’Idv per colpa sua…”, ha dichiarato Stefano Leoni, ex presidente del Wwf e candidato con Ingroia per la Camera in Veneto 2. Ma non c'è solo Di Nardo. In una intervista al Resto del Carlino Bologna, l'ex pm siciliano rispondendo a una domanda sull'occupazione di spazi vuoti da parte dei centri sociali (in particolare di quella di via Torleone a Bologna ad opera dei ragazzi del collettivo di Bartleby) ha risposto in maniera a dir poco enigmatica: "Al di là della vicenda specifica che non conosco, è inutile dire che da uomo di legge il rispetto delle norme è un valore assunto in sé. Ma da politico mi rendo conto che i vuoti della politica e i suoi ritardi nell'offrire spazi adeguati possono determinare queste fughe in avanti, ma che interpretano esigenze vere". Una dichiarazione che palesa il tentativo di non scontentare i compagni del Pdci e di Rifondazione Comunista.

Ma forse, il punto più importante del programma del magistrato in aspettativa lo ha sciorinato lui stesso l'altro ieri sera a Ballarò. Il tema è quello della lotta all'evasione fiscale. Dopo essersi accodato al coro di politici che annunciano l'abolizione dell'Imu sulla prima casa, proponendo invece una patrimoniale sui patrimoni di almeno 1,5 milioni di euro, l'ex pm ha spiegato la sua ricetta per contrastare l'evasione. Quale? Applicare gli stessi strumenti usati per i mafiosi o per i corrotti anche per i cittadini. Secondo il leader di Rivoluzione Civile, bisogna creare un "Alto commissariato per la lotta ai patrimoni illeciti" per identificare i patrimoni di “corrotti ed evasori fiscali”.

Per stanare tali patrimoni, per Ingroia basta incrociare le banche dati, ma soprattutto, "quando si inseguono patrimoni, si possono abbassare le garanzie, perché non è in gioco la libertà personale dell’imputato, come nel processo penale. Nel processo di caccia ai patrimoni si può avviare un processo di tipo presuntivo. Ci sono degli indizi di evasione fiscale e corruzione, sulla base dell’incrocio dei dati, che fanno presumere che quella persona possa, non che sia accertato penalmente, essere un evasore fiscale".

Insomma, una strategia che alcuni potrebbe bollare come propria di uno stato di polizia fiscale. Non pago, Ingroia ha poi rincarato la dose facendo un altro esempio: "C’è una sproporzione tra i beni di cui questa persona risulta essere titolare, direttamente o per interposta persona, e il reddito dichiarato? Bene: in questo caso, come si fa per i mafiosi, si sequestrano questi beni, si avvia un procedimento, la persona avrà diritto a provare la provenienza lecita del bene o che non ha evaso le tasse, e se non riesce, tutto questo verrà sequestrato nell’arco di sei mesi. Vedrà le casse dello Stato come rientrano rapidamente". Dunque, viene mantenuta l'inversione dell'onere della prova e spetta al cittadino dimostrare quanto l'accusa sostiene. Nel frattempo, i suoi beni vengono sequestrati.

Più che una lotta all'evasione fiscale, sembra una politica del sospetto, dove la presunzione di innnocenza lascia spazio alla presunzione di colpevolezza. E dove il sequestro preventivo viene praticato come strumento ordinario utilizzato nel momento in cui si ravvisano sproporzioni, incongruenze o indizi su un qualunque cittadino. Che dovrà poi dimostrare nel processo la sua innocenza. Insomma, abusivismo, occupazioni e lotta all'evasione: chissà se su questi punti la coalizione di Ingroia la pensi allo stesso modo...

YouTube, arrivano i video a pagamento

La Stampa

Il servizio in abbonamento verrà lanciato in primavera e costerà da 1 a 5 dollari al mese

giuseppe bottero


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La qualità costa. Almeno nei programmi di Youtube, pronta a lanciare un servizio di video in abbonamento per andare oltre gli incassi pubblicitari. Una sorta di muro sui contenuti che Google starebbe studiando insieme con una manciata di produttori americani, i primi- scrive Advertising Age- ad aver sposato l’idea di lanciare un «canale deluxe» sulla piattaforma video più cliccata del pianeta. Finora YouTube si era spinta al massimo a vendere spazi promozionali, facendo precedere il video da uno spot di pochi secondi. Gli abbonamenti costeranno da 1 a 5 dollari al mese, e Youtube starebbe preparando anche un servizio di streaming, sorta di «pay-per-view» 2.0.

Nessuna conferma, per ora, sui produttori che aderiranno alla sperimentazione, ma tra i primi partner dovrebbero esserci Machinima, Maker Studios e Fullscreen. Il lancio è previsto per la prossima primavera. Da tempo si parla di trasformare una parte di Youtube in contenitore di programmi a pagamento, e lo stesso Salar Kamangar- Ceo del gruppo- aveva aperto alla possibilità di abbonamenti mensili.

L’Africa chiede aiuto all’Europa per salvare i gorilla di montagna

La Stampa

zampa

Ne sono rimasti appena 880 esemplari. Negli ultimi dieci anni la popolazione è diminuita del 75%
roberto giovannini


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Africa chiama Europa per salvare gli ultimi gorilla di montagna, appena 880 esemplari di questo possente animale africano, scampati al bracconaggio e alla deforestazione selvaggia che negli ultimi anni ha decimato la specie del 75% e oggi minacciati dallo spettro delle perforazioni petrolifere che incombe sul Parco Nazionale del Virunga, loro ultimo baluardo di salvezza tra Congo, Uganda e Ruanda. Per questo il direttore del Parco Nazionale del Virunga, Emmanuel De Mérode, è venuto in Europa a chiedere aiuto per salvare la specie e fermare questo tragico conto alla rovescia verso l’estinzione.

Negli ultimi dieci anni la popolazione dei gorilla di montagna è diminuita del 75% a causa dei bracconieri a caccia della loro carne (bushmeat), del commercio illegale di prodotti derivati e della deforestazione, che ogni anno distrugge nel bacino del Congo ben 700.000 ettari di foresta. Oggi sopravvivono solo in due aree tra il Parco Nazionale del Bwindi e il Parco Nazionale del Virunga, dichiarate dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, ma secondo le Nazioni Unite al tasso attuale di bracconaggio e perdita di habitat, la maggior parte delle popolazioni di gorilla potrebbe sparire entro 10 anni. 

E ora si aggiunge la minaccia delle grandi industrie del petrolio che hanno già acquistato concessioni per l’esplorazione petrolifera in circa l’85% del Parco del Virunga. Ma a pagare per l’oro nero in cui il parco affonda le sue radici saranno i suoi habitat, i suoi abitanti e le tante comunità locali, già prostrate da guerre, povertà e conflitti, la cui sopravvivenza dipende dalla vitalità delle risorse naturali, e per il cui benessere il gorilla potrebbe essere un importante alleato. Ma quanto “vale” il gorilla – una delle scimmie più simili all’uomo, con cui condivide oltre il 98% del proprio patrimonio genetico – per l’economia locale?

Sul mercato del commercio illegale, un piccolo di gorilla può essere venduto ad una somma che va da 15.000 a 40.000 dollari nei mercati africani, la sua mano viene venduta come trofeo a meno di 6 dollari e un chilo di carne di gorilla vale da pochi centesimi a pochi dollari, una strage indecorosa a vantaggio di pochi. Ma da vivo e in un habitat sano e vitale, ogni gorilla fa arrivare all’industria del turismo 25.000 dollari l’anno, che a pieno regime potrebbero essere 62.000, mentre l’indotto prodotto complessivamente dal turismo per i gorilla di montagna è di 22 milioni di dollari l’anno, e potrebbe arrivare fino 54,4 milioni di dollari l’anno, con gran parte del ricavato a sostegno dell’economia locale.

“Salvare il gorilla di montagna significa salvare il Cuore Verde dell’Africa, la sua straordinaria natura e i villaggi e le comunità che vivono nel meraviglioso Parco del Virunga – spiega Isabella Pratesi, direttore Politiche di Conservazione Internazionali del WWF Italia – le attività esplorative ed estrattive avrebbero un impatto catastrofico sulle comunità locali e sull’ambiente. Ettari di foresta verrebbero abbattuti, le nuove strade costruite consentirebbero un ingresso facilitato ai bracconieri. Il gorilla è la scimmia geneticamente più simile a noi, il suo sguardo è magnetico e porta con sé la forza irresistibile delle nostre origini. Non possiamo permettere che scompaia per sempre. Oggi più che mai il destino del Parco e di tutti i suoi abitanti è nelle nostre mani.”

Per questo il WWF raccoglie l’appello del direttore del Parco del Virunga e lancia un nuovo capitolo della campagna Green Heart of Africa tutto dedicato ai gorilla di montagna. Da oggi nelle 190 stazioni delle metropolitane di Roma, i manifesti del gorilla invitano gli italiani a “votare la natura, la vera forza del cambiamento” mentre sul sito www.wwf.it/gorilla si possono sostenere le attività anti-bracconaggio grazie all’acquisto di attrezzature per i guardiacaccia (30 euro), le attività di

sensibilizzazione sulle popolazioni locali contro il consumo di carne di gorilla e per un turismo responsabile che non danneggia l’ambiente (50 euro) o le attività di lobby internazionale per fermare le industrie petrolifere che vogliono devastare il Parco del Virunga (100 euro). Oppure si può scegliere di adottare un gorilla o un trio africano su www.wwf.it/adozioni. Da oggi si possono sostenere le azioni del WWF anche nei Punti Vendita SisalPay, consegnando il codice a barre che si trova sui materiali WWF o scaricandolo dal sito del WWF, indicando SisalPay come opzione di pagamento.

Microsoft reinventa Office: la nuova versione sbarca sulla “nuvola”

La Stampa

Al via l’opzione per affittare il software. Il pacchetto include 60 minuti di chiamate gratuite in tutto il mondo attraverso Skype
new york


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Microsoft ha lanciato su scala globale la reinvenzione del celebre pacchetto Office debuttando di fatto nella nuvola informatica: si chiama Office 365 Home Premium ed è pensato più come un servizio su abbonamento che come un prodotto, sebbene il software possa essere comprato in scatola come avvenuto finora. Il nuovo pacchetto di applicazioni - che include Word, Excel, PowerPoint, OneNote, Outlook, Publisher e Access - rappresenta la prima revisione dal 2010 e punta a sfidare le app offerte gratuitamente da Google via Internet. Una volta scaricato online, il programma può essere usato dall’utente attraverso un massimo di cinque dispositivi, inclusi pc, Mac e il tablet Surface (restano esclusi gli iPad di casa Apple). Un’altra grande rottura rispetto al passato è che il software si aggiornerà automaticamente, permettendo all’utente di usare in qualsiasi momento la versione più aggiornata del software. 

Per la prima volta in assoluto il pacchetto include 60 minuti di chiamate gratuite al mese verso cellulari, telefoni fissi e pc in tutto il mondo attraverso Skype, il servizio di chiamate via computer che Microsoft acquistò nel 2011. L’abbonamento a Office 365 Home Premium consente anche il salvataggio di documenti nella nuvola informatica - lo spazio per immagazzinare file online - attraverso SkyDrive. L’accesso all’ultima versione di un documento può essere effettuato da tutti i dispositivi legati all’abbonamento stesso. «Questo è molto di più di un altra versione di Office», ha dichiarato in una nota Steve Ballmer, l’amministratore delegato di Microsoft. «Questo è un Office reinventato come un servizio cloud per consumatori con tutte le caratteristiche delle applicazioni Office che le persone conoscono e amano», ha aggiunto. 

L’abbonamento annuale costa 99 dollari all’anno ma gli utenti possono scegliere un abbonamento mensile da 9,99 dollari. Fino ad ora, per potere installare Office sui loro computer, i consumatori hanno pagato con un singolo esborso il pacchetto di programmi. Quell’opzione è ancora disponibile, per 139,99 dollari e oltre, attraverso una nuova versione chiamata Office 2013. 

(TMNews)

Trapianto di due braccia al militare che perse gli arti nella guerra in Iraq

La Stampa

Usa, l’intervento a Baltimora su un giovane soldato di 26 anni


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Un rarissimo doppio trapianto di braccia è stato eseguito al Johns Hopkins medical center di Baltimore: l’intervento è stato condotto su un giovane soldato Usa, Brendan Marrocco, 26 anni, che aveva perso tutti e quattro gli arti durante la guerra in Iraq e Afghanistan. Marrocco è il primo membro delle Forze Armate americane e solo il settimo paziente negli Stati Uniti ad essere stato sottoposto a impianto doppio delle braccia. L’operazione è stata condotta da un team di specialisti guidati da Andrew Lee, direttore di chirurgia della ricostruzione, lo scorso 18 dicembre. La complessa procedura durata ore ha richiesto il collegamento sotto le lenti di un microscopio di muscoli, vene, capillari, tendini del donatore di braccia a Marrocco.

Il giovane aveva perso gli arti nella Pasqua del 2009 quando il veicolo militare che stava guidando è stato fatto esplodere da bombe nemiche. «Brendan sta bene - ha detto il padre ai media Usa - oramai è passato poco più di un mese». Ma per vedere se il soldato riuscirà ad usare le braccia ci vorrà tempo è riabilitazione. Lo stesso chirurgo, Lee, ha spiegato che i risultati ottenuti precedenza sono stati «generalmente buoni», ma le nuove braccia non funzionano al 100%. I pazienti tuttavia riescono ad usarle per legarsi i lacci delle scarpe, pettinarsi e realizzare altri gesti.

Agevolazione ai genitori del disabile, l’autovettura non va per forza adattata

La Stampa


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La Ctr di Roma respinge l’appello dell’Agenzia delle Entrate contro la sentenza che aveva accolto il ricorso sulla richiesta di rimborso dell’eccedenza IVA pagata al 20% per un’autovettura destinata anche al trasporto del figlio minore disabile. In questione è l'applicazione delll’aliquota ridotta al 4% per i veicolo adattati al trasporto degli invalidi non muniti di patente speciale.

La Cassazione (1428/13) rigetta il ricorso del fisco e richiama la direttiva comunitaria n. 2008/78/CEE che elimina ogni forma di discriminazione negativa basata esclusivamente sull’handicap. L'agevolazione è estesa anche ad “altri beneficiari”, ossia “i familiari di soggetti portatori di handicap”, a prescindere dell’“adattamento funzionale dell’autovettura”. La legge 388/2000 ha disposto che l’agevolazione è estesa a favore dei parenti dei portatori di handicap psichico: per essi non risulta necessario alcun adattamento alla struttura del veicolo.


Fonte: http://fiscopiu.it/news/agevolazione-i-genitori-dei-disabili-l-autovettura-non-deve-essere-forza-adattata

WhatsApp a pagamento, la rivolta degli utenti

Corriere della sera

Le proteste: dopo un anno il servizio di messaggistica non è più gratuito. «È come il canone Rai, boicottiamolo»

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«Cos'è il canone della Rai?». «Nulla contro le app a pagamento, ma dovrebbero esserlo fin da subito e non diventarlo in seguito… Per me è una cialtronata». «Non è la cifra il problema, ma il dover dare i dati della carta di credito. Cosa che il 99% degli utenti Android non credo abbia mai fatto». Questi i toni dei commenti che stanno affollando in queste ore i forum di telefonia e la pagina di download di WhatsApp su Google Play, negozio di applicazioni per Android. Il programma di messaggistica fra smartphone via Internet impone a chi possiede un dispositivo con il sistema operativo del robottino verde il pagamento di una tassa annuale dopo i primi 12 mesi di utilizzo. Nell'ultimo aggiornamento, si fa riferimento in maniera specifica alla possibilità di acquistare l'estensione temporale del servizio: "in-app purchase" è il termine tecnico che descrive la necessità di mettere mano al portafoglio in un secondo momento.

Il canone, equiparato da un adirato commentatore a quello della tv di Stato, è di 0,79 centesimi. Oltre ai telefoni cellulari intelligenti Android, sono coinvolti nella novità anche i Blackberry e i dispositivi con os Windows. Tutti casi in cui il primo download non comporta alcun costo. Chi ha un iPhone ha invece dovuto sborsare subito 0,89 centesimi, pedaggio (fino a nuovo ordine) una tantum. L'approccio differente si deve alle diverse abitudini dell'utenza, come sottolineato nel terzo commento citato: chi si avvicenda sull'App store della Mela è tradizionalmente più abituato a pagare per scaricare le iconcine colorate. Per emergere nel marasma delle applicazioni gratuite presenti su Google Play, i genitori di WhatsApp, Brian Acton e Jan Koum, hanno evidentemente individuato in un anno il periodo necessario per assicurarsi la fedeltà degli utenti.

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E vista la mole di messaggi in verde, hanno avuto ragione: lo scorso 31 dicembre è stato annunciato il raggiungimento di quota 18 miliardi di scambi al giorno. Di fornire il servizio gratuitamente e provare a fare cassa con i messaggi pubblicitari, i due hanno sempre messo le mani avanti, non se ne parla. Secondo Acton e Koum, accomunati anche da un passato in Yahoo!, le sponsorizzazioni rappresentano «un insulto all'intelligenza dell'utente».

Le condizioni di acquisto in esame sono spiegate chiaramente nella descrizione sui vari negozi digitali e sul sito ufficiale della soluzione, ma la ricezione dell'avviso della scadenza del periodo gratuito non è stata comunque accolta di buon grado. «Mi mancano sette giorni al rinnovo e già non funziona più… parliamone», fa notare un utente. «Questa storia del pagamento non mi piace. Chi possiede un Apple paga una sola volta, io invece mi ritroverei a pagare quella cifra ogni anno. Non trovo giusto l'atteggiamento», aggiunge un altro, che ha evidentemente scoperto da poco la novità.

Su Twitter c'è chi propone uno spostamento di massa su WeChat, alternativa di origine cinese, e sui forum si parla di ChatOn, sistema di messaggistica griffato Samsung, e Viber, piattaforma mediante la quale è anche possibile (tentare di) telefonare appoggiandosi alla Rete. Ci sono anche Line e Facebook Messenger, ma, come fa notare un internauta, WhatsApp conta su una base utenti consistente che lo rende veicolo preferenziale per raggiungere la maggior parte dei propri contatti. E, fra un protesta e l'altra, c'è anche chi reputa la cifra richiesta ragionevole in considerazione del lavoro degli sviluppatori e dell'assenza di pubblicità.

Ma i problemi, passeggeri nel caso sovracitato, non finiscono qui: le autorità canadesi e olandesi di protezione della privacy hanno puntato il dito contro l'accesso indiscriminato da parte di WhatsApp all'intera rubrica di chi si iscrive. Solo l'ultima versione per iPhone consente di caricare manualmente i contatti da inserire nella lista dell'applicazione, mentre gli altri sistemi operativi lasciano che sia WhatsApp a scandagliare la rubrica - e a registrare i numeri di telefono dei potenziali utenti - per individuare chi ha già scaricato il servizio. I creatori dell'app si sono impegnati a risolvere il problema, ma non hanno ancora fornito lumi sui tempi.


Martina Pennisi
29 gennaio 2013 | 19:52

Cittadinanza onoraria ai figli di immigrati, perchè ho votato contro

Corriere della sera
di Matteo Forte, consigliere comunale Pdl

La cittadinanza onoraria ai nati a Milano da genitori stranieri è pura propaganda elettorale. Di per sé si tratta di una misura che introduce una discriminazione: perché un bimbo nato a Milano ha la cittadinanza ed uno nato nell’hinterland no?


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D’altronde l’art. 14 della legge 91 parla chiaro: «I figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza italiana, se convivono con esso, acquistano la cittadinanza italiana, ma, divenuti maggiorenni, possono rinunciarvi, se in possesso di altra cittadinanza». E non si può nemmeno dire che chi ha votato contro quella mozione in Consiglio comunale, come il sottoscritto, lo abbia fatto per la “paura del diverso”, come con pena ho sentito dire in aula.

Nel mio intervento sono stato molto chiaro: non sono culturalmente figlio della Rivoluzione francese, che vede nella cittadinanza l’unica forma espressiva della dignità di ciascuno. Ciò si traduce, specie nella lettura tipica della sinistra, nella possibilità di voto come modalità unica di incidere nella vita civile. Tra l’altro non senza un immediato interesse elettorale da parte di chi propaganda la concessione della cittadinanza ad ogni costo.

La forma espressiva delle comunità di stranieri che vivono nella nostra città e nella nostra regione, così come la capacità di incidere nella vita della società, è ben fotografata dai numeri elaborati dalla Camera di Commercio lo scorso aprile. Questi dicono che nel milanese le piccole aziende con un titolare straniero sono il 20,6% e danno lavoro a 36mila lavoratori. Mentre l’Osservatorio Regionale sull’Immigrazione ha contato più di 368 associazioni di stranieri, di cui oltre il 40% si trova proprio nella nostra provincia. Innanzitutto questa sterminata realtà chiede una interlocuzione con le istituzioni, perché la loro esistenza non può essere derubricata a goliardia.

Gli imprenditori stranieri creano occupazione e ricchezza; le associazioni si occupano della prima accoglienza, dell’assistenza medica e legale, piuttosto che della mediazione culturale nelle scuole e negli ospedali. Si tratta di stranieri già integrati, che non aspettano un gesto compassionevole dall’amministrazione, ma il riconoscimento di un ruolo pubblico di fatto già da essi svolto. Il voto è l’ultimo dei problemi e, semmai, è l’approdo di un percorso di inclusione sociale che, per parte loro, c’è tutta l’intenzione di intraprendere. La mozione discussa in Consiglio comunale in questo momento è, invece, paragonabile solo all’affissione di un manifesto elettorale. Strumentalizza gli stranieri e riduce ale sole urne il tema della partecipazione alla vita di un Paese.

Costretti a uscire dal Museo d’Orsay “Si sono lamentati del vostro odore”

La Stampa

Gaffe della direzione del tempio parigino degli impressionisti: umiliata e obbligata a uscire dalle sale di Van Gogh una famiglia disagiata che aveva vinto una giornata premio al museo

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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Puzzano, quindi per loro niente Van Gogh. Sabato scorso, al Musée d’Orsay, la realtà ha superato la fantasia. E l’incredibile vicenda, rivelata dal «Figaro», ha scatenato uno scandalo considerevole, alla fin fine forse anche sproporzionato rispetto ai fatti.

Eccoli qui. Protagonista è una famiglia disagiata, padre madre e figlio di dieci anni, cui un volontario dell’associazione Atd, «Agir tous pour la dignité», agire tutti per la dignità, aveva deciso di regalare una giornata alla Gare d’Orsay, la Mecca degli impressionisti. La visita è cominciata con un pranzo al ristorante del museo dove, racconta il volontario, tutto si è svolto regolarmente, anzi il personale si è mostrato «charmant et prévenant», affascinante (addirittura) e premuroso. I guai sono cominciati nelle sale dedicate a Van Gogh, dove un sorvegliante ha apostrofato i tre «défavorisés» invitandoli a uscire perché «dei visitatori si sono lamentati del loro odore». 

Rifiuto del volontario, che però ha portato i suoi assistiti nelle sale dedicate all’Art Nouveau, di solito molto meno frequentate. Ma, uscendo da queste gallerie, i quattro sono stati circondati da altrettanti guardiani che, racconta il volontario, «ci hanno intimato l’ordine di andarcene». Fin qui la cronaca. Che però ha avuto un seguito perché il volontario ha raccontato tutto, parlando di «umiliazione» per una famiglia che ne subisce già molte. Il Museo si dice «peiné» per l’episodio, spiegando che i guardiani hanno peccato di eccesso di zelo e forse sono intervenuti solo per evitare proteste da parte degli altri visitatori. Il volontario ha controreplicato che nessuno aveva parlato ai suoi amici né tantomeno si era lamentato. Il vicepresidente dell’Atd ha scritto alla direzione del Museo e al Ministero della Cultura.

L’incidente è ancor più imbarazzante perché la ministra in carica, Aurélie Filippetti, insiste molto sulla cultura come veicolo di lotta contro le diseguaglienze e anzi il 30 dicembre scorso ha invitato 400 assistiti dalle associazioni benevole parigine a una visita speciale alle grandi mostre in corso nella capitale. Lo stesso Musée d’Orsay, scusandosi, ricorda che lavora con le associazioni e ha anche organizzato una formazione specifica per il suo personale (senza grande successo, si direbbe). Resta l’imbarazzantissima gaffe. Stavolta, come dire?, il museo degli impressionisti non ha fatto per niente una buona impressione. 

Questa di Marinella è la vera storia

La Stampa

Uno psicologo appassionato di Fabrizio De Andrè ha ricostruito la vicenda di cronaca e l’identità della donna che ispirò la canzone
marco neirotti


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Quando si muore si muore soli», cantò Fabrizio De André. E provò a dar sollievo, seppur postumo e artistico, alla solitudine ultima di una prostituta uccisa e buttata in un fiume. Raccontò d’aver letto di lei da ragazzo, una notizia su un quotidiano, mentre era ad Asti o a Revignano, pochi chilometri dal capoluogo, e di averci ripensato più tardi, quando già scriveva canzoni. Alla sventurata donna volle «reinventare una vita e addolcire la morte». E scrisse, nel 1964, La canzone di Marinella, che, incisa da Mina, illuminò la sua carriera.

I medici “sentono” il dolore dei pazienti

La Stampa
Washington


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I medici ”sentono” il dolore dei pazienti, e anche il loro sollievo. A dirlo, uno studio dell’Harvard Medical School pubblicato sulla rivista Molecular Psychiatry.  Il legame medico-paziente è così intimo che addirittura l’effetto placebo funziona contemporaneamente sia sul paziente che riceve una terapia finta, sia sul medico che, senza saperlo, somministra un placebo. Numerosi studi hanno evidenziato che il rapporto medico-paziente è una parte significativa del percorso di guarigione. Ma questo studio dimostra qualcosa in più, e cioè che il cervello del medico si “accende” empatizzando con il paziente al punto da sentire lui stesso l’effetto placebo che il paziente sperimenta.

Gli esperti hanno infatti visto che quando un medico, senza saperlo, fornisce al paziente un placebo, nel suo cervello si attivano le stesse aree neurali attivate in quello del paziente associate alla riduzione del dolore (corteccia prefrontale ventrolaterale destra) e alle gratificazioni (corteccia cingolata anteriore rostrale). Precedenti studi hanno svelato che queste due regioni si attivano anche quando i pazienti fanno esperienza dell’effetto placebo, cioè quando beneficiano di una terapia finta.

Gli esperti hanno scansionato il cervello degli ignari medici con la risonanza magnetica mentre questi applicavano a `finti pazienti´ (attori d’accordo con i ricercatori) uno strumento finto che doveva lenire il dolore. Ebbene questo strumento placebo, cui i medici credono perché precedentemente è stato applicato loro «lenendo» con un trucco il loro dolore, accende nel loro cervello le stesse aree che si attivano nei pazienti quando sono sotto effetto placebo. Significa che il rapporto medico-paziente e cosi intimo che l’effetto placebo funziona nel cervello di entrambi, sia del paziente che lo riceve, sia del medico che lo somministra.

L'imam all'obitorio per l'addio a Jimmy l'egiziano

Corriere del Mezzogiorno

Estremo saluto al clochard, noto in tutta la città, e deceduto per il freddo la notte tra 7 e 8 dicembre


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NAPOLI - Se n'era andato la notte tra il sette e l’otto dicembre, sferzato dalla pioggia e dal freddo, minato dai malanni di chi vive per strada e dalla solitudine. Fino a ieri mattina il suo corpo è rimasto in una cella frigorifera dell’obitorio del Nuovo Policlinico. In attesa, vana, che qualche eventuale parente si facesse vivo e che fossero espletate tutte le pratiche burocratiche necessarie alla concessione del permesso di sepoltura.

CERIMONIA - Stamane, infine, Jimmy l’egiziano è stato seppellito al cimitero di Poggioreale, al termine della cerimonia funebre officiata dall’imam della moschea di piazza Mercato e da un suo assistente. Ci si ritrova alle dieci, nella sala mortuaria della palazzina numero 20: Lorenzo e Carla dell’associazione Siloe; Giuseppe e Stefano della comunità di Sant’Egidio. L’imam è un giovane etiope alto e dinoccolato, ha il sorriso dolce e parla poco l’italiano. Il corpo di Jimmy è adagiato sulla lettiga della stanza numero otto. Ai piedi ha ancora le buste che utilizzava al posto delle scarpe, nelle sue ultime settimane di vita. Il dorso è nudo. Indossa un pantalone scuro. La barba lunga.

IMAM - L’imam ed il suo correligionario arrivano intorno alle dieci e mezza. Portano con sé, in una busta di plastica, profumi e saponi. Prima di cominciare il rito vestono una tuta bianca con cappuccio fornita dagli impiegati della camera mortuaria. Le mani protette da guanti. Iniziano a lavare il corpo. Fuori la stanza, chi ha conosciuto l’egiziano ricostruisce frammenti di vita. “Anni fa gli spararono”, racconta Stefano, che abita in piazzetta Scacchi ed incrociava il clochard ogni giorno. “Accadde”, prosegue, “quando provò a guadagnarsi da vivere come posteggiatore abusivo a piazza Santa Maria la Nova”. Carla e Lorenzo parlano di quella volta che andarono tutti a mangiare la pizza a Marigliano, delle sere in cui Jimmy partecipava al giro dell’associazione Siloe tra i senza fissa dimora, quasi che fosse anch’egli un volontario.

L'AMORE PER YLENIA - Ancora ricordi: quella bottiglietta di Gatorade, sempre piena di vino e sempre troppo rapida nello svuotarsi. L’amore per Ylenia, con la quale l’egiziano condivideva la strada e l’alcool. Giuseppe rammenta le ultime sere:”Ogni volta gli chiedevamo di seguirci, di accettare la proposta di un ricovero alla Tenda oppure presso le suore. Ti guardava, sembrava che lo avessi convinto, poi non se ne faceva nulla”. Dopo le abluzioni, l’imam chiede un panno per asciugare il corpo. Si recupera della carta assorbente. Lo coprono e lo adagiano in una cassa di legno chiaro. La sosta in una stanzetta lì vicino, per la preghiera, poi l’ultimo viaggio, a bordo del furgone del servizio cimiteriale del Comune, verso Poggioreale. Volontari ed imam si salutano. Carla porge la mano ad uno dei due officianti, quello barbuto. Il religioso la ritrae: «Mi dispiace no, sei una donna». Jimmy l’avrebbe abbracciata, invece, se solo avesse potuto.

Fabrizio Geremicca
29 gennaio 2013

Igloo, collari digitali e oasi a tema: così rinasce il nuovo Zoo di Napoli

Corriere del Mezzogiorno

Se ne occuperanno i londinesi del «Grand lab». Animali liberi e barriere naturali


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NAPOLI - Di progetti avveniristici per lo Zoo ce ne sono stati tanti. Tutti disattesi. Stavolta la mano passa ai privati che sembra abbiano le idee chiare. La cittadella del divertimento si farà perché è l'unico modo per guadagnarci. Così nascerà un «Romantik park» in cui passeggiare, guardare gli animali, e anche mangiare e fare shopping. Al momento è tutto top secret e proprio per questo si scatenano le proteste e le polemiche. «Il sindaco de Magistris non ha mantenuto le promesse sul superamento delle condizioni di prigionia in cui vivono gli animali dello zoo di Napoli», ha detto il presidente della Lav Gianluca Felicetti.

VERSO IL FUTURO - Insomma dopo l'accordo con la multinazionale del divertimento Brain's Park (fitto di Zoo, Edenlandia, Cinodromo per 400 mila euro all'anno e impegno economico di otto milioni), ci si chiede cosa accadrà. La risposta del sindaco è stata precisa: «Questa amministrazione intende ribadire quanto sostenuto da sempre circa la sua volontà di realizzare un parco pubblico aperto ai cittadini e gestito attraverso il coinvolgimento dei comitati e delle associazioni del territorio. Sempre, infatti, abbiamo affermato con chiarezza che il nostro obiettivo è quello di superare la logica e la pratica degli animali in gabbia per sostenere, al contrario, il potenziamento della vocazione

ambientale e naturalistica di tutta l'area, attraverso la promozione di percorsi naturalistici e ambientali da svolgere in un parco godibile da parte di tutti i cittadini. Non possiamo non ricordare, inoltre, che sulla struttura grava una procedura fallimentare ancora in atto, dunque si deve attendere l'azione del Tribunale che dovrà procedere a firmare il contratto con soggetti privati. Solo a fine di questo iter obbligato, si terrà un tavolo di confronto con tutti i soggetti interessati sul futuro dell'area, evitando inoltre ogni forma di speculazione. Risultano quindi infondate le preoccupazioni espresse dalla Lav».

ISPIRAZIONE SAN DIEGO - Insomma il progetto c'è ma è top secret. Qualcuno lo ha visto ed apprezzato. Se dovesse essere realizzato Napoli avrà un parco ecologico tra i più belli d'Europa e in grado di competere con quelli americani. Ed è proprio allo Zoo di San Diego che si ispira. Un grande percorso diviso in aree tematiche e con gli animali controllati in libertà. Niente gabbie ma soltanto barriere naturali e un grande center all'americana con negozi e ristoranti che dovrebbero prendere vita nell'ex cinodromo. Brain's Park ha affidato lo studio di fattibilità alla londinese Ground Lab, architetti specializzati nel settore e che avrebbero proposto soluzioni interessanti. Le gabbie degli anni

Quaranta non verranno distrutte perché tutelate dalla Soprintendenza, ma potrebbero diventare «contenitori» per altre iniziative. In alcune aree potrebbero sorgere dei grandi igloo trasparenti che funzioneranno da serra per creare microclimi particolari. Potrebbero ospitare in particolar modo rarissime piante tropicali e uccelli. Per quanto riguarda l'attrazione maggiore, cioè tigri e leoni, il progetto è di lasciarli in completa libertà nelle loro oasi con barriere naturali, ma con sistemi di allarme antifuga. Inoltre potrebbero essere utilizzati collari particolari, un po' come quello che doveva essere il braccialetto per i detenuti, per avere gli animali pericolosi sempre sotto stretta osservazione di guardiani e veterinari.

IL COMMENTO DEI VERDI - Insomma leoni e tigri da Napoli non si muoveranno. Come assicurano i verdi ecologisti: «Rispetto al Duemila - spiegano il commissario regionale Francesco Emilio Borrelli e il capogruppo in Comune Carmine Attanasio - quando gli ospiti erano oltre 800, ne sono rimasti meno di 300 di cui un terzo costituito da caprette, asinelli, maialini, pony, galline. Trasportarli via è estremamente oneroso oltre che complicato e pericoloso come testimoniato le relazioni dei docenti della facoltà di Veterinaria della Federico II: i Professori Vincenzo Peretti e Luigi Esposito oltre allo zoonomo Nando Cirella. Chi vuole deportare e separare senza un piano economico, un nuovo sito dove vivere e una relazione medica che autorizzi spostamenti di animali spesso anziani e malati non ha a cuore veramente la sorte di questi esseri». Se tutto andrà liscio i lavori potrebbero cominciare già tra un mese.

Vincenzo Esposito
29 gennaio 2013

La Cina multa chi sputa in strada

La Stampa

Dal 1° marzo parte la campagna per diffondere le buone maniere. Le forze dell’ordine potranno imporre sanzioni sa 26 a 1300 euro

ilaria maria sala
hong kong


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Dal prossimo 1° marzo a Shenzhen (metropoli di 10 milioni di abitanti ai confini con Hong Kong), la civiltà sarà imposta per legge, pena multe salatissime. Con una nuova campagna per diffondere le buone maniere, o «wenming», sono state compilate dieci proibizioni che fanno parte della «Legge per la promozione del comportamento civile» e che vanno dal non sputare al non fumare in luoghi dove è proibito, al non gettare cartacce o gomme da masticare. Vietato anche lasciare i bisogni del proprio cane in strada, abbandonare spazzatura, o incenerirla in luoghi inadatti, danneggiare gabinetti pubblici. L’ordinanza è stata compilata dopo aver chiesto, tramite sondaggi, ai residenti cinesi ed esteri quali fossero i dieci comportamenti locali che trovavano più spiacevoli. Ora però alcuni si lamentano del fatto che, fra le proibizioni, non compare quella di lasciare che i bambini facciano i loro bisogni per strada...

Le multe, da 26 a 1300 euro, saranno imposte dalle forze dell’ordine più invise nelle città cinesi, ovvero i «chengguan», una forza di para-polizia, sottopagata, che ricorre impunemente a multe salate spesso arbitrarie, più simili a estorsioni per finanziarsi che ad altro. Altro problema legato alla decisione di multare chi non si comporta come si deve, la realtà demografica di Shenzhen: una città ricca, dotata di innumerevoli fabbriche che hanno attirato la maggioranza dei suoi abitanti, è anche popolata da lavoratori migranti che di certo non guadagnano abbastanza per far fronte alle multe. Per chi non può pagare, è prevista una corvée di lavori «socialmente utili», che potrebbe dunque vedere i meno abbienti ritrovarsi a servire la comunità gratis per un periodo di tempo determinato di volta in volta dai «chengguan». 

Il giro di vite a Shenzhen si ispira a esperimenti riusciti o meno in altre città di cultura cine: il primato per i comportamenti «incivili» censurabili con una multa va a Singapore, amministrata con ampio paternalismo e autoritarismo, con una formula apertamente ammirata dal governo cinese. Anche Hong Kong ha cercato, in particolare dopo lo scoppio della polmonite atipica Sars, di imporre per legge comportamenti più igienici: ma se Singapore è sufficientemente autoritaria da riuscire a imporre diktat governativi, Hong Kong e la Cina sono abitate da persone molto più individualiste e che non vedono nulla di male nel compiere piccole infrazioni.

Trend Micro: un terminale Android è più in pericolo di un Pc

La Stampa
valerio mariani

In un anno Android ha raggiunto i volumi di minacce totalizzati dai Pc in quindici.


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I Pc non sono più di moda e il cybercrime si è già adeguato. Secondo l’Annual Roundup e Mobile Security di Trend Micro, il 2012 si è concluso con un totale di 350mila minacce per Android e nel 2013 si toccherà quota un milione. La crescita di malware per Android ha registrato un rapporto di 14 a 3 rispetto a quelli per il Pc. In pratica, è bastato un solo anno perché Android raggiungesse i volumi di minacce totalizzati dalla piattaforma Pc in quindici anni. L’anno che si è appena concluso ha definitivamente sfatato anche un altro mito, quello per cui la piattaforma iOS fosse la più sicura. Sempre secondo il report, nel 2012 le minacce basate su piattaforma Java hanno soppiantato quelle su Windows portando, tra l’altro, al primo attacco ad ampio raggio contro la piattaforma Mac. 

Il report evidenzia uno scenario completamente nuovo del cybercrime che mette come primo obiettivo degli attacchi le piattaforme mobili, come Android, e i sistemi più in crescita negli ultimi anni, come iOS, grazie soprattutto alla diffusione di iPhone e iPad. Ma non solo, anche i campi di battaglia, e di conseguenza le tecniche, sono cambiati: i social network, per esempio, si dimostrano terreno fertile per chi vuole danneggiare gli utenti. I dati condivisi su Facebook, Twitter e tutti i social più utilizzati, diventano lucrosa merce di scambio per chi è interessato: è la cosiddetta social engineering, tecnica che agisce indisturbata grazie all’indifferenza delle suddette piattaforme. 
D’altronde, lo scambio di dati personali è anche la maggiore fonte di guadagno per i social network stessi. Smartphone, tablet e social sono terreno fertilissimo per i cybercriminali soprattutto in questa fase preliminare, in cui l’utente non è sufficientemente educato a questo nuovo tipo di attacchi.

Sempre secondo il report di Trend Micro, solo il 20% dei possessori di un terminale Android ricorre a una protezione. Purtroppo non basta aver installato un App sospetta, magari scaricata da un server nigeriano, per essere a rischio visto che il pericolo si può nascondere anche su App conosciute e considerate sicure. Il pericolo può essere agire nell’ombra limitandosi a rubare dati personali, come i contatti in rubrica, oppure semplicemente scaricando velocemente la batteria. Così, se poco tempo fa Kaspersky Lab aveva comunicato che la quantità di spam nel traffico e-mail è diminuito costantemente durante tutto il 2012 (8,2% in meno rispetto al 2011), arrivando ai livelli di cinque anni fa, la cruda verità è che è cambiato il tipo di minaccia. Ormai lo spam non serve più, altri tipi di attacchi risultano molto più semplici e fruttosi. 

Google Maps sbarca in Nord Corea

Il Messaggero


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ROMA - Anche la Corea del Nord, uno dei Paesi al mondo più impenetrabili, approda su Google Maps, il sistema di mappe di Google. I dati sono stati compilati attraverso lo strumento Map Maker, che consente agli utenti comuni di contribuire al sistema- fornendo informazioni ricavate dalle immagini satellitari e dalla propria conoscenza del territorio, già usato per Paesi come l'Iraq e l'Afghanistan.

Nel caso della Nordcorea, sono state le immagini satellitari la principale fonte di informazioni, poichè nel Paese l'accesso a Google è vietato ai cittadini. «Si tratta di uno sforzo che va avanti da alcuni anni e oggi la nuova mappa della Corea del Nord è pronta e disponibile su Google Maps», ha annunciato, come riferisce la Bbc, il responsabile di Google Map Maker, Jayanth Mysore. Un gran numero di cittadini della vicina Corea del Sud, ha spiegato Google, hanno offerto il proprio contributo per compilare le mappe del Nord. L'annuncio giunge dopo la recente visita umanitaria in Corea del Nord dell'amministratore delegato di Google, Eric Schmidt.


Martedì 29 Gennaio 2013 - 10:20
Ultimo aggiornamento: 10:23

Quegli uomini che dominano in tv

La Stampa
flavia amabile

I programmi in prima serata quasi senza donne mentre nei Tg Rai 9 presenze su 10 sono maschili. E l'Agcom le dimentica nel Regolamento


Tutti conoscono la «par condicio» politica, quella che impone un eguale trattamento tra i partiti nelle loro presenze in tv in modo da evitare differenze troppo marcate nella loro visibilità. Da quest’anno è obbligatoria anche la «par condicio di genere», e quindi è necessario garantire pari opportunità nei programmi televisivi tra donne e uomini. È l’effetto di una modifica della legge storica sulla «par condicio» del 2000, entrata in vigore il 26 dicembre scorso. 

Complice le vacanze di Natale, o chissà che altro, la modifica non era stata inserita nel Regolamento applicativo diffuso il 4 gennaio dall’Agcom, l’Autorità per le Comunicazioni. 

Sono dovuti passare undici giorni ed è stata necessaria una lettera di protesta per veder porre rimedio alla mancanza con una circolare che ricordava la nuova norma. Ci si sarebbe aspettati un adeguamento da parte delle emittenti televisive, la parità dietro lo schermo. 

«Invece, nulla», denuncia Rosanna Oliva, presidente della Rete per la Parità e fondatrice di «Aspettare stanca», due delle 50 associazioni firmatarie dell’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria che hanno inviato la lettera di protesta all’Agcom e che stanno lavorando per ottenere «par condicio» nelle candidature e nei programmi televisivi. 

E quando Rosanna Oliva dice «nulla», non è solo un modo di dire. Non solo era stata dimenticata la nuova norma ma non vengono nemmeno pubblicati i dati sulle presenze donne/uomini in tv, come sarebbe previsto. «Non abbiamo fatto in tempo - fanno sapere dall’Agcom - i dati saranno pubblicati tutti alla fine della campagna elettorale. E comunque l’obbligo non esiste». 

Le associazioni di donne non sono d’accordo e anche su questo punto annunciano battaglia e pretenderanno la diffusione dei dati a partire almeno da febbraio. Finora, quindi, esiste un solo dato ufficiale sulle presenza di donne in tv in quest’inizio di campagna elettorale, arriva dall’Osservatorio di Pavia e si riferisce ai soli programmi della Rai. Agli uomini va il 96, 1% delle presenze durante i tg e il 76.8% durante i talk show. Dati decisamente desolanti. 

Dalla rilevazione effettuata dalla Stampa sui principali programmi di approfondimento serale, da Porta a Porta a Ballarò e Servizio Pubblico risulta che, ad esempio, Bruno Vespa abbia realizzato sette puntate dal 12 al 21 gennaio con una sola donna ospite prima di ravvedersi e prevedere una serata di «mea culpa» con sole donne in studio. Italia Domanda, la trasmissione di Canale 5, trasmette tre puntate con soli uomini e alla quarta il 23 gennaio invita anche una donna, Linda Lanzillotta, insieme con cinque uomini. Servizio Pubblico di Michele Santoro fa informazione senza donne per le prime due puntate alla terza (non a caso il 24 gennaio) si adegua e invita due donne, Mara Carfagna e Lara Comi. A Ballarò, nelle tre puntate trasmesse, si salvano grazie alla presenza di economiste, sindacaliste e giornaliste, ma la presenza femminile politica in senso stretto è irrilevante. 

Io, clochard, un niente di troppo

Il Messaggero
di Ruggero Angelilli


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ROMA - Mi chiamo Ruggero, ho 60 anni, sono un clochard. Potevo esserci io al posto dei due somali morti nel tunnel, potevo fare la loro stessa fine. Se continua così, se tutti fanno finta di non vedere che la povertà è aumentata e quelli che vivono per strada sono sempre di più, tanto vale che noi clochard chiediamo un certificato di morte presunta. Facciamo prima. Senza aspettare di morire in un tunnel per il fuoco o su un marciapiede per il freddo. Chiedo al Comune e ai partiti politici di qualsiasi colore di fare qualcosa, di offrire più posti letto e strutture ben organizzate, almeno nei mesi più freddi. Se i dormitori funzionano bene i senzatetto ci vanno subito.

Io abito dentro di me. Non ho una casa dal 1987, da quando mi sono separato. I soldi per un affitto non li avevo e ho cominciato a dormire ai giardinetti di San Paolo. Facevo il carrozziere: un po’ lavoravo, un po’ no. Poi per qualche anno ho vissuto con una donna, quando ci siamo lasciati mi sono ritrovato di nuovo in strada. Dormivo alla stazione Trastevere sui cartoni, nei sacchi di plastica. Sono stati anni belli, quelli alla stazione, eravamo un gruppo affiatato, dieci amici e c’era un’atmosfera serena. Ho dormito ovunque, sulle panchine, nei pronto soccorso degli ospedali.

Da qualche anno ho una roulotte, me l’hanno procurata i volontari della comunità di Sant’Egidio. Se non mi avessero aiutato loro rischiavo anche io di finire come i somali bruciati. Ho le candele, una radiolina, un fornelletto a gas, i libri. Niente altro: non ho la luce e l’acqua la prendo alla fontana di villa Sciarra, la scaldo e riesco anche a lavarmi. Cucino cose semplici, passo il tempo a dipingere e disegnare. Amo i libri, adesso sto leggendo Macbeth. Quando posso aiuto anche gli altri, qui a Sant’Egidio, mi arrangio con lavoretti e se ho qualche soldo faccio l’elemosina.

Non mi pento della mia vita da clochard. Lo so, gli altri mi considerano un pezzente e mi vedono strano. Anche io li vedo strani. Penso: poverini, si sono fatti infinocchiare dal logorio della vita, dalla tirannide delle cose, dalla cocaina elettronica, come chiamo i pc, i telefonini, internet. Io invece mi sento libero.

Chi l’ha detto che bisogna avere una casa, una tv, una macchina, una lavatrice? A me non manca nulla. Non mi interessano le persone normali, chiamiamole così: pensano di avere il potere sulla vita e sulla morte, credono di essere meglio degli altri, inseguono i titoli.

A me non interessa niente di tutto questo, non cambierei la mia vita con la loro. Se qualcuno me lo proponesse direi: lasciatemi dove sto. Sono un niente di troppo e mi va bene così. A 60 anni non ho paura di invecchiare e niente mi spaventa.


Martedì 29 Gennaio 2013 - 09:19
Ultimo aggiornamento: 09:20

mercoledì 30 gennaio 2013

Alberto Sordi, a Villa Borghese una strada intitolata al mito del cinema

Il Messaggero
di Gloria Satta

La decisione del Comune a dieci anni dalla morte dell’attore


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Dieci anni fa, nella notte tra il 24 e il 25 febbraio 2003, moriva Alberto Sordi. Ma il grande attore, ambasciatore della romanità nel mondo intero, è sempre vivo nel cuore della gente. Ora Roma avrà una strada intitolata ad Albertone. Viale del Museo Borghese, a due passi dalla Casa del Cinema e Largo Mastroianni, diventerà Viale Alberto Sordi. La proposta, lanciata dall’assessore alla Cultura Dino Gasperini, è stata approvata dalla Commissione toponomastica del Comune e dalla Sovrintendenza e domani andrà in Giunta. La cerimonia d’intitolazione è in programma il 16 febbraio alla presenza del sindaco Alemanno, della signorina Aurelia Sordi, sorella di Alberto e affettuosa custode della sua memoria, e dei rappresentanti della Fondazione Alberto Sordi.

«Sarà dunque Albertone a dare idealmente il benvenuto ai visitatori di Villa Borghese», commenta Gasperini. «La scelta della strada è stata ponderata: trovandosi nel cuore di Roma, simboleggia lo stretto legame di Sordi con la città. Non è un tratto a scorrimento veloce ma si addentra nel Parco: offrirà così a tutti la possibilità di soffermarsi a ricordare». Aggiunge Alemanno: «Finalmente a dieci anni dalla mote di Sordi colmiamo un’inaccettabile lacuna: Roma dedica una strada ad uno dei suoi più grandi interpreti. Ed è solo l’inizio di una serie di celebrazioni che caratterizzeranno il 2013 in suo onore».

IL LEGAME
Il legame di Sordi con Roma è stato una vera storia d’amore. La Capitale è il luogo in cui si sono magicamente intrecciati i film dell’attore e le vicende private di una biografia densa di eventi, incontri, successi. Alberto considerava Roma la città più bella del mondo malgrado il traffico, i problemi della convivenza e i mutamenti intervenuti negli anni. E tutta la sua vita si è svolta nel segno della Capitale. A cominciare dalla nascita, avvenuta il 15 giugno 1920 in via San Cosimato a Trastevere, per concludersi dieci anni fa nella grande casa del Celio. La Basilica di Santa Maria in Trastevere è stato il primo palcoscenico di Sordi chierichetto che, per l’irrefrenabile voglia di esibirsi, si attirava gli scappellotti del parroco. Nella Cappella Sistina il futuro attore, ancora bambino, cantò nel coro delle voci bianche.

Nei teatri Valle, Sala Margherita, Quattro Fontane da adolescente fece parte della claque. E nei pratoni di Cinecittà, nel lontano 1936, girò il primo film come comparsa, Scipione l’Africano.Una volta famoso, l’attore stabilì il suo quartier generale negli studi della Safa Palatino, prese un ufficio in via Emilia, quindi donò il terreno di Trigoria dov’è stato edificato il Campus Biomedico. Nel 2000, in occasione del Giubileo degli Artisti, Sordi incontra Giovanni Paolo II in Vaticano. Tre anni dopo la piazza del Campidoglio ospita le migliaia di romani che visitano la camera ardente di Sordi. E ai suoi funerali solenni, in San Giovanni in Laterano, partecipano in 250mila. Recitava uno dei tanti striscioni: «Ieri un americano a Roma, oggi un romano in cielo».


Martedì 29 Gennaio 2013 - 08:48
Ultimo aggiornamento: 09:05

Ingroia: "Se la Boccassini sapesse cosa diceva Borsellino di lei..."

Libero

Guerra tra toghe, atto secondo. Dopo il "piccolo uomo, si vergogni" della rossa, la controreplica dell'ex guatemalteco. E nello scontro s'inserisce pure Grasso...


Cattura
Tutto inizia con il paragone con Giovanni Falcone e la durissima replica di Ilda Boccassini: "Antonio Ingroia si paragona a Falcone? Si vergogni. La sua piccola figura di magistrato è lontana anni luce da quella di Giovanni". E' guerra tra toghe, insomma. Tra la toga che in politica ci è scesa direttamente (Ingroia, leader di Rivoluzione civile) e quella che la politica la fa dall'aula del tribunale di Milano (Ilda la rossa). Il piccato Ingroia non ha fatto attendere la sua risposta, articolata in più parti. La prima è arrivata martedì sera a Ballarò: "La Boccassini si informi prima di parlare. Legga con attenzione le mie dichiarazioni".

Il "pizzino" di Ingroia - La seconda parte della replica è arrivata il mattino successivo, in una notta vergata dal civil-rivoluzionario in persona. "Ho atteso finora una smentita, invano - scrive Ingroia riferendosi alle dichiarazioni della Boccassini -. Siccome non è arrivata, dico che l'unica a doversi vergognare è lei che, ancora in magistratura, prende parte in modo così indecente e astioso alla competizione politica manipolando le mie dichiarazioni. La prossima volta pensi e conti fino a tre prima di aprire bocca". Ma il meglio - della risposta - deve ancora venire. Eccolo: "Quanto ai suoi personali giudizi su di me, non mi interessano, e alle sue piccinerie siamo abituati da anni. Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava lei. Ogni parola in più - si conclude la nota di Ingroia - sarebbe di troppo".

E spunta pure Grasso... - Il livello dello scontro si alza. La guerra tra toghe si fa sempre più dura. Ed è in questo contesto che spunta anche il terzo incomodo, l'ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, "salito" in politica spinto da verve democrat, al fianco del compagno Pier Luigi Bersani. E, di fatto, il Grasso si schiera con la Boccassini: "Giovanni Falcone ha fatto cose talmente eclatanti che oggi, paragonarsi a lui, mi sembra un fuor d'opera". Così il candidato Pd ad Agorà su Rai3. "C'è da considerare - ha proseguito - ciò che ha subito Falcone nella sua vita. Ha subito un attentato all'Addaura ed è stato accusato di esserselo procurato da solo; è stato accusato di aver insabbiato le carte dei processi nel rapporto con la politica; è stato accusato di fare il professionista dell'antimafia; è stato accusato di andare nei palazzi della politica, dove effettivamente è riuscito a fare una legislazione che tutti ci invidiano". Ingroia perde, insomma: due toghe a uno.



Ingroia: "Io come Falcone". La Boccassini: "Si vergogni"

Libero

L'ex pm si paragona all'eroe anti-mafia per le critiche ricevute dai colleghi. Ilda perde il controllo. Poi la controreplica: "Si informi"

 

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Il cortocircuito delle toghe. Uno scontro all'arma bianca tra la toga che politica ha deciso di farla in prima persona (Antonio Ingroia) e quella che, invece, la fa dall'aula del tribunale di Milano, la rossa Ilda Boccassini. Il leader di Rivoluzione Civile, aspramente criticato da più fronti per la sua discesa in politica, si difende e rilancia ricordando che di Piero Grasso, candidato col Pd, non si parla quanto di lui.

Il paragone con Falcone - Il pm prezzemolino, poi, alza l'asticella e spara contro i colleghi magistrati, in prima fila nello stigmatizzare la sua avventura politica: "L'unica spiegazione che posso dare è che ho detto sempre quello che pensavo anche affrontando critiche, criticando a mia volta la magistratura associata e gli alti vertici della magistratura. E' successo anche ad altri più importanti e autorevoli magistrati, a cominciare da Giovanni Falcone. Forse non è un caso - ha concluso Ingroia - che quando iniziò la sua attività di collaborazione con la politica le critiche peggiori giunsero dalla magistratura. E' un copione che si ripete".

Il macigno di Ilda - Il leader di Rivoluzione Civile, senza giri di parole, si paragona a Falcone, il magistrato eroe che fu ucciso dalla mafia nella strage di Capaci il 23 maggio 1992. Ed è qui che entra in campo la seconda toga, Ilda Boccassini, la paladina della crociata anti-Cav, in prima linea nel processo-spettacolo sulle notti di Arcore, e che con Falcone era unita da un profondo legame. Da Ilda, affidate al TgLa7 di Enrico Mentana, arrivano parole pesantissime: "Come ha potuto Ingroia paragonare la sua piccola figura di magistrato a quella di Giovanni Falcone? Tra loro esiste una distanza misurabile in anni luce. Si vergogni".

La replica di Antonio - Non si è fatta aspettare la controreplica dell'ex procuratore aggiunto di Palermo, ed è arrivata dagli schermi di Ballarò. Ingroia ha respinto le accuse della sua ex collega: "Probabilmente non ha letto le mie parole, si informi meglio. Io - ha aggiunto - non mi sono paragonato a Falcone, ci mancherebbe. Denunciavo soltanto una certa reazione stizzita all'ingresso dei magistrati in politica, di cui fu vittima anche Giovanni quando collaborò con il ministro Martelli. Forse basterebbe leggere il mio intervento".

Buffa e il caso Weisz : se lo sport è cultura

Corriere della sera


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Non potrei mai perdonarmi di non aver segnalato il più bel programma culturale che mi sia capitato di veder negli ultimi tempi. Sto parlando di «Federico Buffa racconta Arpad Weisz», trasmesso a rotazione da Sky Sport per celebrare il giorno della memoria. Fino a poco tempo fa, di Weisz, nato a Solt il 16 aprile 1896, s'erano perse le tracce: era stato allenatore, dalla fine degli anni '20 in poi, di Inter (allora Ambrosiana) e Bologna, alle quali aveva fatto vincere ben tre scudetti e altri prestigiosi tornei; si precisava che era un ebreo ungherese, deportato e ucciso dai nazisti.

Federico Buffa ha dato voce e volto alla sua incredibile storia, passata quasi inosservata prima che Matteo Marani decidesse di raccontarla in un libro, Dallo scudetto ad Auschwitz . Ungherese, buon calciatore di scuola danubiana, ottimo allenatore, quasi un precursore nell'attenzione scientifica che mette nella sua professione. In Italia è a Milano (abitava in Corso Italia, vicino al palazzo che ora ospita il Touring e all'epoca era la sede della prima radio italiana) e a Bologna. Scopre Giuseppe Meazza, a Bologna inventa lo squadrone che «tremare il mondo fa». Poi le leggi razziali di Mussolini, un lungo peregrinare per l'Europa, fino ad Auschwitz.

Buffa è un narratore straordinario, capace di fare vera cultura, cioè di stabilire collegamenti, creare connessioni, aprire digressioni. Ne esce un ritratto vivido, febbrile, commovente, non solo di Arpad Weisz, ma della storia del calcio, delle tattiche di gioco, della letteratura, della politica, della musica. Ecco, questo è raccontare lo sport, dare senso ad avvenimenti che apparentemente non ne hanno, osservare il lato notturno della storia che ancora avvolge il mondo in una nebbia opaca.
P.S. Un solo piccolo appunto: Buffa si mesce Tokaj da una bottiglia con tappo filettato!

Aldo Grasso30 gennaio 2013 | 9:18

In Italia un ragazzo straniero down non può ottenere la cittadinanza

Corriere della sera
di Stefano Pasta


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Che l’attuale legge sulla cittadinanza non sia un fiore all’occhiello della nostra giurisprudenza è forse un fatto noto. Tuttavia, l’ingiustizia di questa legge non finisce mai di stupire. Ad esempio, rende impossibile ai ragazzi down, nati e cresciuti nel Belpaese, di diventare italiani una volta spente le diciotto candeline. Il caso è stato sollevato da una cittadina albanese che vive regolarmente in Italia da molti anni e che ha scritto a inizio gennaio al portale online stranieriinitalia.it: “Mio figlio è nato qui e ha appena compiuto 18 anni ma è affetto dalla sindrome di down. Può diventare cittadino italiano entro il compimento del suo diciannovesimo compleanno? Posso presentare io per lui la domanda al Comune di residenza?” Implacabile la risposta della legge italiana: no, la domanda sarà respinta, perché la nostra legge non considera un ragazzo down idoneo a presentare la richiesta. Il motivo? È incapace di intendere e volere.
Spiega l’avvocato Gaetano De Luca, legale della Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità):

“Lo scoglio sta nel giuramento, passaggio imprescindibile quando si vuole ottenere la cittadinanza per un diciottenne straniero nato in Italia. Si tratta di un atto personalissimo e dunque nessuno, neanche il genitore o un amministratore di sostegno nominato dal Tribunale, può pronunciarlo per conto di un figlio o di un tutelato. Purtroppo, questo non è l’unico caso di cui siamo a conoscenza”.


Sempre la Ledha ha fornito una consulenza al ricorso di un altro ragazzo down a cui è stata bocciata la domanda: il Tar del Lazio si pronuncerà a breve e potrebbe fare giurisprudenza. Applicando questo tipo di ragionamento, se si è down, la legge esclude in toto i “nuovi italiani” dalla possibilità di ottenere la nuova cittadinanza. Con meno diritti tra i disabili in quanto di origine straniera. E discriminati tra i figli di immigrati in quanto disabili psichici. Ma il caso di questi ragazzi evidenzia anche i danni provocati da un’altra stortura dell’attuale legge: la cittadinanza dei diciottenni nati e cresciuti in Italia non è un diritto, ma una concessione dello Stato. Che infatti, come in questo caso, può scegliere di non concederla.

Secondo la Ledha, il problema potrebbe essere risolto se l’Italia rispettasse la Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità, ratificata dal nostro Paese con la legge n. 18 del 2009. Spiega l’avvocato De Luca: “Obbliga gli Stati firmatari a riconoscere alle persone disabili il diritto di cambiare cittadinanza”.

Ecco, appunto, ora anche le Nazioni Unite sono una voce in più in favore della riforma!
(nel video, la presentazione dell’iniziativa di un’agenzia pubblicitaria in occasione dell’ultima Giornata mondiale della sindrome di Down)

Anonymous, le donne dietro la maschera

Corriere della sera
di Marta Serafini


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La regola numero 29 di internet recita: “in rete le ragazze sono uomini e tutti i ragazzini sono agenti dell’Fbi sotto copertura”. Nel libro Noi siamo Anonymous (edito in Italia da Piemme) la giornalista di Forbes Parmy Olson racconta la storia dei seguaci di Guy Fawkes. Profili, tradimenti, colpi scena. Da Chanology fino alle operazioni contro Paypal e Sony. Poi, i contatti con gli attivisti della primavera araba e le relazioni con Wikileaks.

Quattro anni di cyber-movimento vengono ripercorsi e molto romanzati. Nerdo, Sabu. E anche  Kayla, gli hacker più famosi del mondo diventano personaggi da film (e chissà come la prenderebbero loro, gli anon). Ma Parmy Olson è una donna. E nelle pagine del suo libro non può fare a meno di parlare anche di hacktivism e stereotipi di genere .

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Emblematica è la storia di Kayla, uno degli esponenti più famosi di LulzSec, il sottogruppo di Anonymous autore delle più importanti operazioni degli ultimi quattro anni. Kayla per anni ha affermato di essere una 14enne, un’adolescente diventata esperta di informatica perché figlia di un ingegnere elettronico.  All’inizio della sua “carriera” di hacktivist si lamentava di come la sua vita online sia più difficile a causa del suo sesso.In realtà, scrive Olson:

“la persona reale dietro il suo nick si garantiva maggiori opportunità e possibilità di compiere azioni di hackeraggio sotto le spoglie di una  ragazza misteriosa”.
E ancora:

“Le donne sono rare sui forum di hacker, da qui lo slogan Non ci sono donne su internet. Se le ragazze rivelano il loro vero sesso spesso ricevono commenti misogini del tipo Tits or Gfto (facci vedere le tette o vai fuori dai piedi). Così molte si camuffano e fingono di essere maschi”. Già, peccato che Kayla, la mitica Mata Hari di Anonymous, in realtà pare essere il 24enne disoccupato inglese ex militare Ryan Acroyd, la cui sorellina minore si chiama Kayleigh.

Il genere in rete dunque non sembra esistere. Sembra vincere il neutro. La Olson racconta anche di un gruppo di hacktivist transgender.  “Il fatto di non avere un’identità definita in rete, ha spinto alcuni di loro a cambiare sesso anche nella vita reale”. La teoria pare azzardata, anche perché non stiamo parlando di grandi numeri.

Quello che però colpisce è che quella maschera davvero azzeri tutto. Provenienza, status sociale, professione. E sesso.  We are Legion, il bellissimo documentario di Brian Knapperberger, si apre con la testimonianza di Mercedes, una giovane esponente di Anonymous. L’impressione è di avere di fronte una persone senza genere, asessuata, dal look assolutamente identico a quello dei suoi coetanei maschi, che usa le stesse espressioni e lo stesso slang.

Qualche mese fa  su uno dei canali IRC (Internet Relay Chat) di OpItaly ho incontrato un hacktivist che diceva di essere una donna. E probabilmente  era vero:
“Siamo in poche. Ma anche noi ragazze partecipiamo agli attacchi DDDoS (Distribuited Denial of Service)”, mi ha spiegato.
Quando le ho chiesto se ci fossero discriminazioni di genere non mi ha risposto. L’argomento non sembrava interessarlo/la. Il problema è che non posso sapere se davvero fosse una donna. Non lo posso e non lo devo sapere.

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Spesso si dice che la rete sia maschilista, che le donne vengano insultate perché l’anonimato permette di dare libero sfogo alla misogina senza il rischio di incorrere in sanzioni morali o materiali. E questo è in parte vero. La maggior parte delle regole sono scritte dagli uomini anche nel mondo virtuale. Ma è anche vero che io donna posso fingermi un energumeno alto 2 metri ribaltando così in un secondo i ruoli.

E se qualcuno mi insulta e mi dà fastidio posso cambiare identità per difendermi. Oppure posso decidere di sfruttare il fatto di essere donna a mio vantaggio. Kayla era un esperto di ingegneria sociale, sapeva bene come manipolare il pensiero altrui e farsi dare informazioni. E non a caso ha scelto di essere una donna nel suo mondo virtuale.
Che non sia un caso?