domenica 30 giugno 2013

Cerca un ladro su Facebook, trova 2,5 milioni di numeri di telefono degli utenti

Corriere della sera

Lo strano caso di Brandon Copley. Che ha scritto al colosso per avvertire della falla nella privacy, ricevendo una denuncia

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MILANO - «Siamo al lavoro affinché non capiti più». Erano arrivate giusto qualche giorno fa le ultime scuse in ordine di tempo da parte di Facebook. Sei milioni di indirizzi email e numeri di telefono, infatti, erano stati pubblicati a causa di un baco. E a pochi giorni di distanza, un’altra clamorosa fuoriuscita di dati personali chiama in causa il gigante di Menlo Park. Brandon Copley, sviluppatore americano di app per dispositivi mobili, è riuscito ad entrare in possesso di oltre 2 milioni e mezzo di numeri di telefono personali degli iscritti al social network. Come? Attraverso una semplice ricerca portata avanti con il tool «Graph Search». E, aspetto ancor più curioso, Copley non avrebbe ottenuto le informazioni personali con l’intento di violare i sistemi di sicurezza di Facebook, ma provando a rintracciare un ladro che tentava di rivendere merce rubata sul sito di annunci Craigslist.

E se lo sviluppatore è riuscito nel suo intento originario - trovando il nominativo del ladro legato al suo numero di telefono e denunciandolo -, è però nella sua ricerca andato ben oltre. Venendo in possesso, allo stesso tempo, anche di una quantità spropositata di numeri di telefono personali degli utenti. «Personalmente ho usato il sistema di ricerca per la cattura di un criminale. Ho avuto il suo numero, e l’ho usato per scoprire se fosse su Facebook, per poi denunciarlo alla polizia», ha spiegato lo stesso Copley in una mail scritta al quartier generale di Facebook lo scorso 5 marzo. «Ma c'è un grado di vulnerabilità nel sistema che permetterebbe a chiunque di creare anche un database di numeri di telefono degli utenti», ha continuato, con lo scopo di avvertire Facebook sui rischi che corrono i dati personali rilasciati dagli utenti.

È proprio questo, infatti, il fulcro della questione: al contrario del bug che causò la pubblicazione di sei milioni di indirizzi e numeri di telefono, questa volta il gigante di San Francisco non avrebbe alcuna responsabilità nella raccolta di dati approntata dallo sviluppatore americano. I dati, in realtà, sono stati resi pubblici in primis dagli utenti stessi, inconsapevoli che, impostando lo status «pubblico» al fianco del proprio numero di telefono, lo avrebbero reso disponibile e ricollegabile alla propria identità, nel momento in cui qualcuno avesse provato a ricercarlo all’interno del social.

Proprio attorno a questa spiegazione è stata improntata la prima risposta che Facebook ha dato allo sviluppatore: «Facebook è in grado di rendere disponibili gli strumenti per la privacy, incoraggiando gli utenti ad usarli, ma non può cambiare per loro le impostazioni, quindi non c'è molto altro che avremmo potuto fare». Copley, tuttavia, non si è arreso, e dopo aver individuato la presunta falla di informazioni contestualmente alla segnalazione del ricettatore di Craigslist, ha continuato la sua opera di archiviazione dei dati personali di centinaia di migliaia di utenti. «Ho poi continuato a raccogliere dati fino a raggiungere i 2,5 milioni di numeri, per mostrar loro come una funzione simile è un problema per la sicurezza», ha raccontato al portale Techcrunch, che lo ha intervistato. Usando il suo token (chiave) d’accesso del suo account da sviluppatore, grazie alla «Facebook Search API» ha eseguito migliaia di ricerche al giorno per numeri di telefono, finché tra marzo e aprile il suo account personale è stato bloccato più volte.

Un vero e proprio avvertimento, culminato poi nella lettera che il 26 aprile Facebook gli ha fatto recapitare indirettamente, tramite i suoi avvocati, nonostante le intenzioni meramente di denuncia del suo lavoro di raccolta delle informazioni. «Si stanno acquisendo illegalmente dati di utenti di Facebook, e sembra che vi si acceda tramite strumenti automatizzati al fine di accumularli senza autorizzazione», scrivevano i legali nella lettera. Chiedendo poi, di conseguenza, la consegna di una relazione scritta sul metodo adoperato per ottenere i dati, con tutte le informazioni riguardanti le persone le cui identità erano state violate, e i nomi degli eventuali favoreggiatori che avessero fornito informazioni a Copley stesso.

La vicenda è ancora in divenire, e ancora non è chiaro se Facebook porterà avanti effettivamente azioni legali contro lo sviluppatore, determinato invece a premere sulla questione, per dimostrare come le informazioni dei profili personali degli utenti restino in realtà ampiamente accessibili. Una determinazione, quella di Copley, facilmente riscontrabile nelle parole con cui ha concluso il colloquio con Techcrunch: «Facebook? Crea interfacce che incoraggiano gli utenti a condividere sempre più dati pubblicamente, e permette loro di effettuare ricerche utilizzando solo un numero di telefono. Poi, però, vuole anche mantenere un senso di privacy, e di controllo sull’utenza, al punto da combattere chiunque cerchi di accedere ai dati che esso ha spinto a rendere pubblici».

Nicola Di Turi
@nicoladituri30 giugno 2013 | 16:39

Datagate: il Guardian, l'Italia collabora, ma poi cancella l'articolo. I nostri servizi: notizia falsa

Corriere della sera

La fonte delle indiscrezioni sarebbe «inattendibile». Spiegel: Nsa avrebbe intercettato massicciamente Francoforte

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Lo scandalo Datagate, ora estesosi dalle iniziali rivelazioni di Snowden, sullo spionaggio interno agli Stati Uniti a quello degli Usa nei confronti anche degli alleati europei, diventa sempre più intricato. Il Guardian, che ne aveva inizialmente parlato, fa retromarcia. È stato rimosso da internet - ma è uscito in edicola- l'articolo dove un giornalista diceva che sette paesi europei fra i quali l'Italia collaboravano alla raccolta di dati personali aiutando gli Stati Uniti nell'ambito del programma Prism. La pagina web risulta sospesa sulla homepage del quotidiano britannico in attesa di «verifiche», ma il pezzo è ancora rintracciabile da Google. Per altri media inglesi, come il Daily Telegraph, la fonte delle rivelazioni è inattendibile. Fonti degli 007 italiani parlano di collaborazione con gli Usa in funzione anti-terrorismo ma non certo per la consegna di dati personali. È falso quindi che l'Italia passi dati personali agli Usa così come scritto sabato dal Guardian. La collaborazione tra servizi italiani e quelli di altri Stati, rilevano le stesse fonti, naturalmente esiste ed è stata potenziata dopo l'11 settembre, ma «riguarda la difesa del nostro Paese da azioni terroristiche e dei nostri contingenti all'estero, non certo la raccolta e la condivisione di banche dati personali che peraltro è anche vietata dalla nostra legge».

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LE «RIVELAZIONI»- La fonte delle rivelazioni del Guardian è Wayne Madsen, ex luogotenente della Marina americana che per dodici anni ha lavorato alla Nation Security Agency. Criticato in America per le sue teorie «cospirazioniste», nella sua newsletter personale «Wayne Madsen Report» - accessibile solo a pagamento- in passato sosteneva che il presidente degli Usa Obama fosse gay.

L'INCHIESTA TEDESCA - Nessuna smentita invece su altri documenti pubblicati dal tedesco Der Spiegel, secondo i quali i diplomatici europei sarebbero stati intercettati dalla Nsa. La reazione del ministro della giustizia tedesco Sabine Leutheusser-Schnarrenberg è veemente: «Se le notizie saranno confermate, la vicenda ricorda l'atteggiamento che si teneva tra nemici durante la guerra fredda». Stando alle statistiche che ha potuto controllare il settimanale di Amburgo, l'Nsa avrebbe mediamente controllato ogni giorno circa 20 milioni di collegamenti telefonici e 10 milioni di dati internet. Sotto particolare osservazione era stata posta la città di Francoforte, sede della Bce, di Bundesbank e dei più grandi istituti di credito tedeschi. In giornate particolarmente «calde», come, ad esempio, il 7 gennaio del 2013, solo le intercettazioni telefoniche sarebbero state circa 60 milioni.

A Fort Meade, quartier generale della Nsa, venivano conservati i metadati relativi alle comunicazioni telematiche e telefoniche, cioè quando e quali utenze sono entrate in contatto diretto. Secondo un documento riservato dell'Nsa visionato sempre dallo Spiegel, la Germania è considerata un partner «di terza classe»: ciò significa che il Paese è ritenuto un alleato, ma che l'agenzia si riserva la possibilità di procedere con operazioni di spionaggio. Esclusi dalle attività di spionaggio sarebbero invece stati i partner di seconda classe, tra cui il Canada, l'Australia, la Gran Bretagna e la Nuova Zelanda. «Possiamo intercettare le comunicazioni della maggior parte dei partner stranieri di terza classe. E lo facciamo anche», si legge in un documento dei servizi in possesso dello Spiegel.

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COMMISSIONE UE - Intanto l'Unione europea ha chiesto immediate spiegazioni agli Stati Uniti sulle informazioni filtrate sulle stampa di uno spionaggio sistematico ai danni dell'Europa e delle sue istituzioni da parte dell'agenzia americana Nsa. Lo riferisce un comunicato della Commissione europea. «I partner non si spiano l'uno con l'altro» ha aggiunto poco dopo la vicepresidente della Commissione Ue e responsabile Giustizia Viviane Reding sul presunto spionaggio Usa. «Non possiamo negoziare un grande mercato transatlantico se c'è anche il minimo dubbio che i nostri partner fanno attività di spionaggio negli uffici dei nostri negoziatori».

FRANCIA - Anche la Francia ha chiesto agli Stati Uniti spiegazioni sulle informazioni filtrate sulla stampa di uno spionaggio sistematico ai danni dell'Europa. Lo rende noto il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius.


Datagate: Guardian fa passo indietro, "Fonte inaffidabile" (30/06/2013)
Leader stranieri spiati al G20 del 2009 da Gran Bretagna e Stati Uniti (17/06/2013)
Usa: bufera intercettazioni sulla Casa Bianca (07/06/2013)


Redazione Online30 giugno 2013 | 17:48

Lo Ior, il broker del Vomero e i misteri di Emanuela Orlandi

Il Mattino

di Daniela De Crescenzo

L'affarista napoletano Carenzio telefonò nell'agosto dell'85 all'Ansa: «La ragazza è in Vaticano», ma nessuno gli credette



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Chi lo conosce lo descrive come uno che ama fare show, uno spiantato, ma forse nasconde più di un mistero Giovanni Carenzio, il broker finito in manette venerdì nell’ambito dell’inchiesta sul riciclaggio che ha coinvolto anche monsignor Nunzio Scarano e l’ex 007 Giovanni Zito. Il suo nome compare infatti nell’inchiesta sul rapimento di Emanuela Orlandi, la ragazza sequestrata a Roma il 22 giugno del 1983. Per ritrovare le tracce di Carenzio bisogna ritornare all’agosto del 1985. In una nota del 5 agosto, infatti, la Questura di Roma ricostruisce una storia a dir poco oscura.

Questi i fatti: il 4 agosto, una domenica, alle 15,52 un anonimo con inflessione straniera chiama la Questura dicendo di essere un uomo dei Lupi Grigi (il movimento estremista nazionalista turco, ritenuto responsabile dell'attentato a Giovanni Paolo II) e avverte: «Emanuela Orlandi è viva e il Vaticano ne è a conoscenza». Poi racconta che l’organizzazione ha sequestrato a Nola un ragazzo di venti anni. Il suo nome? Giovanni Carenzio. Lo sconosciuto spiega di aver già informato l’Ansa di Napoli. La telefonata viene recuperata e si accerta che era stata fatta dalla Capitale.

Poco dopo, intorno alle 17 viene fermato, sempre a Roma, un ragazzo in apparente stato confusionale che dice di essere Carenzio. Racconta di essere stato rapito a Nola dai Lupi grigi e di essere stato portato in un appartamento dove avrebbe visto una donna di spalle: i rapitori gli avrebbero detto che si trattava di Emanuela Orlandi. Poi lo avrebbero liberato. Le indagini si chiudono con una denuncia: Carenzio non viene ritenuto credibile, anche perché si scopre che da poco era stato dimesso da una casa di cura in Puglia dopo un grave incidente.

Perciò il ragazzo viene riaffidato ai genitori. Del resto le telefonate anonime nel caso Orlandi sono ricorrenti: ce ne saranno tante prima e dopo il 4 agosto. Ma il 5 agosto, risulta dalle cronache dell’epoca, in un’udienza del processo ad Alì Agca, accusato di essere l’autore dell’attentato al Papa, il terrorista torna a parlare del rapimento della Orlandi attribuendolo ai Lupi Grigi. E il presidente Severino Santiapichi rileva che il comportamento dell’uomo è stato certamente condizionato dalla telefonata anonima giunta alla redazione dell' Ansa e riportata dai quotidiani e dalla televisione.

Il nome di Carenzio nell’85 era già noto alle forze dell’ordine: l’allora ventenne aveva fatto parte del movimento anticamorra e, risulta dalla nota, aveva più volte contattato i media rivolgendosi anche al cronista del Mattino Enzo Perez. Il ragazzo, nato a Pompei, era stato seminarista, ma aveva presto rinunciato a farsi prete e aveva completato gli studi al Rosmini di Palma Campania. Dopo l’85 per ventisei anni il nome di Carenzio scompare dalle cronache giudiziarie per trasferirsi in quelle mondane.

Il giovane si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza e a Saviano comincia a frequentare l’entourage dell’onorevole Carmine Mensorio, che finirà suicida nel ’96 dopo essere stato coinvolto in un’inchiesta sul favoreggiamento di una serie istituti di vigilanza dell’agro nolano. Ma quando Mensorio muore il broker ha già trovato la sua strada che non lo ha portato nelle stanze della politica: in Spagna, durante una vacanza con un gruppo di amici conosce Dolores Molina de Aguilar.

La ragazza appartiene a una famiglia ricchissima, lui la sposa e la coppia appare frequentemente sulle pagine che i giornali dedicano alla vita mondana. Carenzio è un personaggio noto in Spagna come in Italia dove torna spesso, soprattutto d’estate quando si trasferisce a Quisisana di Capri. Con gli amici si vanta di aver ospitato perfino Al Gore. Ma Giovanni e Dolores si dedicano anche agli affari: nel 2007 con la Vientos de Famara SL marito e moglie partecipano a una gara per la realizzazione di un grande parco eolico.

Il progetto prevede un mega intervento nel comune di San Bartolomé de Lanzarote, ma non è viene mai realizzato. Nel 2011 la debacle: la società finanziaria da lui costruita crolla. Per truffare i clienti avrebbe utilizzato il sistema «classico» messo in campo prima di lui da Tom Ponzi e da Bernard Mardoff: raccoglieva soldi promettendo e consegnando interessi molto più alti di quelli previsti dagli istituti di credito, ma in realtà per pagarli utilizzava il capitale dei clienti. Poi smette di pagare e piovono le denunce. Un colpo che fa crollare anche il matrimonio. Carenzio torna a Napoli dove va a vivere al Vomero: finché viene arrestato per riciclaggio in un’inchiesta che nasce dallo Ior. E dopo ventotto anni il suo nome torna a essere accostato a una vicenda che tocca il Vaticano.

domenica 30 giugno 2013 - 10:36   Ultimo aggiornamento: 13:26




Ior, il broker Carenzio si avvale della facoltà di non rispondere

Il Mattino


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Questa mattina, nel carcere di Poggioreale, a Napoli, davanti al gip Polito, si è tenuto l'interrogatorio di Giovanni Carenzio, il broker arrestato nell'ambito dell'inchiesta che ha portato in carcere, tra gli altri, monsignor Scarano. L'uomo, assistito dagli avvocati Elio D'Aquino e Marcello Marino, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Carenzio, ha spiegato D'Aquino, «era visibilmente provato, di qui la scelta di rimandare ad altra data il chiarimento della sua posizione». Lo stesso Carenzio «si riserva pertanto di rendere dichiarazioni spontanee ai pm procedenti» ha aggiunto il legale.
 
domenica 30 giugno 2013 - 11:44

Il Tour pronto a cancellare l’impresa di Marco Pantani

La Stampa

Se il nome del «Pirata» comparisse nella lista dei ciclisti che hanno fatto uso di doping nell’edizione del 1998


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Il titolo di Marco Pantani, trionfatore al Tour de France del 1998, potrebbe essere cancellato dall’albo d’oro della corsa francese qualora il suo nome dovesse comparire nella lista dei ciclisti che in quell’edizione hanno fatto uso di doping. «È una cosa che possiamo considerare, sì», ammette Pat McQuaid, presidente dell’Uci, a «L’Equipe». 

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Il 18 luglio, una Commissione del Senato francese pubblicherà un elenco sulla base di un’analisi fatta a posteriori sui campioni di sangue prelevati ai corridori in quell’anno. Un elenco che sarà reso pubblico durante questa edizione del Tour, visto che la richiesta di differimento da parte dei rappresentanti dei ciclisti è stata seccamente respinta. Pantani, scomparso tragicamente il 14 febbraio del 2004, ha conquistato il suo unico Tour nel 1998 dopo aver conquistato la leadership alle Deux Alpes. Quel giorno, Pantani precedette di 2’ Rodolfo Massi, staccando di 9’ Jan Ullrich e di oltre un quarto d’ora Jalabert. Nella passerella sui Campi Elisi, il Pirata arrivò con oltre 3’ su Ullrich e 4’ sull’americano Bobby Julich, che successivamente hanno ammesso di aver fatto uso di doping.

Putin firma la legge anti-gay

La Stampa

Mosca: propaganda omosessuale vietata in presenza di minori. Multe per politici, eletti e giudici


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Il presidente russo Vladimir Putin ha promulgato una legge controversa che punisce qualsiasi atto di «propaganda» omosessuale in presenza di minori, già definita discriminatoria dai difensori dei diritti dell’uomo. In base alla legge, la «propaganda di relazioni sessuali non tradizionali davanti a minori» è punibile con una multa che va dai 4mila ai 5mila rubli 

Chi occupa una carica pubblica rischia una multa dai 40 ai 50 rubli (1.000-1.250 euro) mentre chi ha un ruolo nella magistratura è punibile con una multa da 800mila a 1 milione di rubli (19mila-23.400 euro). Gli stranieri sono pure punibili con una multa fino a 100.000 rubli e possono essere rinchiusi 15 giorni o addirittura espulsi. L’omofobia è molto diffusa in Russia, dove l’omosessualità era considerata un reato fino al 1993 e come una malattia mentale fino al 1999

Saviano affonda De Magistris: "La sua amministrazione? Due anni di nulla"

Libero

In un'intervista a Repubblica, lo scrittore campano seppellisce il Sindaco arancione: "Se Bassolino vuole ricandidarsi, qualcosa significa.."


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Attaccare Luigi De Magistris, ormai, è come sparare sulla croce rossa. L'indagine che ha colpito il fratello Claudio, le buche per le strade, il traffico in tilt, i trasporti a singhiozzo, l'irrisolta questione dei rifiuti: la rivoluzione arancione di De Magistris si è trasformata in un fallimentare carnevale.

I fallimenti di De Magistris - A nulla valgono le operazioni mediatiche del Sindaco De Magistris, come la cittadinanza ad Abu Mazen e le regate di American's cup, fumo negli occhi lanciato a chi ancora (pochi) continua a crede alla sua amministrazione: la sua amministrazione è un fallimento, uno dei peggiori che la città abbia conosciuto. A certificarlo, ad apporre il suo sigillo a questa verità autoevidente è ora Roberto Saviano, a cui pure, inizialmente, la vittoria di De Magistris non era dispiaciuta. I due, da qualche tempo, si punzecchiano a cadenza quotidiana, ma ora il dioscuro di Fabio Fazio lo attacca come mai prima.

Saviano: due anni di nulla - E lo fa, ovviamemente, dalle colonne di Repubblica, che lo intervista sul suo ritorno in città, su Napoli e i suoi problemi. "Di cosa c’è bisogno per imprimere, finalmente, una svolta?". La risposta di Saviano è al vetriolo: "Occorre rompere definitivamente con il passato. In questi giorni, forse conseguenza del sostanziale fallimento del processo relativo alla gestione dei rifiuti che lo ha coinvolto, Antonio Bassolino, secondo alcuni, avrebbe intenzione di ricandidarsi a sindaco della città", è la premessa. Poi l'affondo: "Se dopo solo due anni di amministrazione de Magistris si arriva anche solo a ipotizzare un’enormità del genere, credo che nessun commentatore, neanche il più prevenuto, potrebbe peggio descrivere il nulla di questi due anni di amministrazione". Affondato.

Il prelievo (difficile) sulle «Pensioni d'Oro»

Corriere della sera

Dopo il «no» della Consulta il governo punta a bloccare l'indicizzazione La pronuncia «Il contributo di solidarietà è una palese violazione dell'articolo 53 della Costituzione»

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Tre giorni fa il ministro del Lavoro Enrico Giovannini è stato chiaro sulle intenzioni del governo: «Sulle pensioni d'oro non si può mettere un contributo di solidarietà perché è stato bocciato dalla Corte Costituzionale - ha detto - ma si può bloccare l'indicizzazione (ovvero l'aggiornamento Istat)». Un «blocco» - ha aggiunto - che a seconda del livello di importo al quale si fissa «può produrre effetti non trascurabili». Si ripartirà da lì, dopo che ai primi di giugno la Consulta ha stabilito senza ombra di dubbio che il contributo di solidarietà chiesto ai pensionati che prendono più di 90 mila euro lordi l'anno viola la Costituzione.

La Corte ha bocciato la norma varata nella terribile estate del 2011 dal governo Berlusconi, e poi rafforzata dal governo Monti con il «Salva Italia», che aveva introdotto, per il periodo agosto 2011- dicembre 2014, una sovrattassa temporanea sulle pensioni più alte, con l'obiettivo della «stabilizzazione finanziaria», di evitare cioè il rischio default. In questo caso, i giudici hanno stabilito che il contributo di solidarietà fosse una palese violazione dell'articolo 53 della Carta Costituzionale, che fissa un principio molto semplice: ogni italiano deve pagare una quantità di tasse in proporzione alla propria capacità contributiva. Chi guadagna di più, insomma, deve pagare di più. In base a questo articolo, però, non è neppure ammissibile che un pensionato che incassa dall'Inps una determinata cifra, debba subire un prelievo più alto di un cittadino lavoratore dipendente o autonomo che dichiara lo stesso reddito. Dunque, sempre secondo la Consulta, non è possibile usare due pesi e due misure: o si tassano tutti i redditi alti o non si tassa nessuno.

Prima Tremonti poi Fornero
Ma di cosa parliamo? È presto detto. Nell'ambito di una manovra economica straordinaria, l'esecutivo del centrodestra, a pochi mesi dalla sua uscita di scena (ad agosto del 2011), aveva chiesto un sacrificio a tutti i pensionati più ricchi, chiamandoli a pagare un contributo straordinario del 5% sulla parte di assegno Inps che oltrepassa i 90 mila euro e del 10% sulla quota che supera i 150 mila. Poi, alla fine dello stesso anno, il governo Monti e l'ex-ministro del welfare, Elsa Fornero, hanno rincarato ulteriormente la dose, applicando un contributo di solidarietà del 15% anche sulla parte di rendita che, per pochi fortunati, supera i 200 mila euro.

Interessati al «contributo di perequazione sui trattamenti pensionistici» (così tecnicamente viene definito il prelievo) sono tutti i pensionati, sia ex lavoratori pubblici che privati, in quanto ai fini dell'individuazione dei soggetti tenuti al contributo la legge (ora bocciata) non fa riferimento al rapporto di lavoro precedente al pensionamento, ma soltanto all'importo complessivo della somma intascata, considerando tutti i trattamenti, sia quelli obbligatori che quelli integrativi e complementari, erogate da Inps, ex Inpdap nonché da enti diversi, con esclusione delle sole prestazioni assistenziali (assegni straordinari di sostegno a reddito, pensioni erogate alle vittime del terrorismo, rendite Inail).

La sentenza
Il prelievo, sottolinea la Corte costituzionale, ha natura tributaria. Quando si parla di Fisco, però, le richieste devono essere commisurate alla «capacità contributiva» (secondo l'articolo 53 della Costituzione) dei cittadini, che sono «eguali davanti alla legge» (articolo 3), e non si può distinguere tra tipologie di reddito per penalizzare alcuni o premiare altri. Proprio qui sta il punto: con i «contributi di solidarietà» che si sono accumulati fra 2010 e 2011, un reddito da 200 mila euro lordi si vedeva chiedere 18 mila euro se maturati da pensione, 15.500 se guadagnato lavorando in un ufficio pubblico e zero euro se frutto di lavoro privato, perché in quest'ultimo caso (come voluto dalla manovra-bis di Ferragosto 2011), il contributo scatta solo oltre i 300 mila euro. C'è quindi un contrasto con il principio della «universalità dell'imposizione» e si determina una «disparità di trattamento» non tanto «fra dipendenti o fra dipendenti e pensionati o fra pensionati e lavoratori autonomi o imprenditori, quanto piuttosto fra cittadini».

Ticket da restituire
Le somme prelevate finora (il ticket appunto trattenuto sulle pensioni d'oro) dovranno essere restituite, come già accaduto non per le pensioni, ma per gli stipendi dei dipendenti pubblici sopra i 90 mila euro, oggetto di un altro prelievo di solidarietà già bocciato dalla Corte costituzionale. La somma in gioco non è decisiva, sono 25 milioni di euro l'anno. E questo perché le pensioni ricche rappresentano una piccola quota stimata in 33 mila quelle sopra i 90 mila euro, appena 1.200 oltre quota 200 mila euro. Ma più dei numeri conta il messaggio; difficile far digerire alla stragrande maggioranza degli italiani alle prese con le difficoltà economiche qualcosa che viene percepita come un «regalo» ai più ricchi. Ma anche il contributo di solidarietà è una peculiarità tutta italiana, visto che in altri paesi europei come la Spagna, la Francia o la Germania, le pensioni non vengono neppure tassate o subiscono un prelievo assai ridotto di pochi punti percentuali.

Domenico Comegna
30 giugno 2013 | 10:46

Con la Folgore in Somalia vent'anni dopo la strage

Gian Micalessin - Dom, 30/06/2013 - 08:00

Nel 1993 uno scontro a fuoco al Check Point Pasta costò la vita a quattro soldati italiani. Oggi siamo di nuovo lì. Per addestrarli a difendere la pace

Da Mogadiscio


«É qui?». Il maresciallo Giorgio Maiuccaro punta l'antenna della radio sul vetro incrostato di fango. Albert, l'autista in divisa ugandese serra lo sterzo, annuisce con quel sorriso scintillante sul volto di pece.


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Il «mamba» uno scatolone d'acciaio con una mitraglia appesa altetto arranca sull'asfalto, sobbalza tra le voragini, rallenta in prossimità della muraglia ferita. Oltre il finestrino blindato ci sono una parete di cemento rabberciata alla meglio, un cancello masticato dalle schegge, un nugolo di guardie armate dagli sguardi affannati. «Cavolo che botta» gli occhi del maresciallo si soffermano sul disastro. É stato dieci giorni fa, il 19 giugno: «Dalla nostra base saranno 600, 800 metri e non è stata una bazzecola. Gli shebab hanno fatto saltare il cancello con un autobomba, hanno ucciso le guardie e sono entrati. I militari africani dell'Unisom hanno combattuto, ma per aver la meglio sugli shebab c'hanno messo due ore. E alla fine qui c'erano 22 cadaveri».

Per i trenta paracadutisti del 186mo reggimento Folgore arrivati a Mogadiscio 20 anni dopo la battaglia di Check Point Pasta quell'attentato è un beffardo benvenuto. Il buongiorno d'una guerra insidiosa e spietata. Come quella che il 2 luglio 1993 cancellò la vita di tre nostri soldati. Con la micidiale zampata del 19 giugno gli shebab, i miliziani al qaidisti, fanno capire quanto sia precaria la pace abbozzata dopo la loro cacciata da Mogadiscio di due anni fa. Certo la Somalia ora ha un governo provvisorio. Nella sua capitale sbarcano delegazioni di tutto il mondo. Turchia, Qatar, Norvegia, Inghilterra ed altri fanno a gara nel contendersi il suo futuro e le sue risorse. Ma dentro questo blindato usato dai nostri parà per muoversi con i soldati ugandesi non si respira il profumo di una pace imminente, non s'intravvede lo scintillio di un futuro dorato.

All'Arco di Trionfo Popolare, vestigia italiana sopravvissuta a decenni di battaglie una guardia somala in berretto e camicia bianca dirige il caos a colpi di fischietto. Una vacca si fa largo tra auto ed asinelli parcheggiati davanti ai negozi di telefonini e computer. In quel serpente di fango, buche e asfalto nessuno riconoscerebbe l'infiorata via trionfale su cui nel 1985 Bettino Craxi saliva a villa Somalia al fianco del dittatore Siad Barre. Tra le voragini di mura incancrenite s'avviluppano grovigli di mondezza ed erbacce, si piegano le rovine di palazzine diroccate attraversate branchi di bimbi randagi. Il maresciallo Giorgio Maiuccaro e i trenta della 14a compagnia sanno di non potersi aspettare niente di meglio. «Siamo una forza d'intervento rapido, dobbiamo garantire la sicurezza di chi parteciperà a questa missione e lavoriamo con gli ugandesi perché con loro porteremo soccorso a chi si troverà in difficoltà».

Il mandante della missione è stampigliato sulle mostrine con il simbolo dell'Unione Europea. Una missione ancora all'inizio, progettata per formare, come in Afghanistan, le forze di sicurezza somale. Una missione importante per l'Italia chiamata a rimettere piede in un ex colonia dove l'Inghilterra ha già riaperto l'ambasciata e dove tante, troppe nazioni sgomitano per avere un ruolo. Noi, per ora, abbiamo dalla nostra solo il ricordo. «Ad ogni passo fuori dalla base - racconta il tenente colonnello Tiziano Viero, vice comandante della missione - i somali mi si stringono attorno, mi chiedono perché c'avete messo tanto, perché c'avete abbandonato». In quella nostalgia velata di risentimento, in quei «perché ci avete abbandonato?» c'è la difficoltà del nostro ritorno.

Un ritorno intriso a volte di ferite sanguinanti. Una attraversa il cuore e la mente del colonnello Gerolamo De Masi, chiamato a guidare la missione: «Sa vent'anni fa, quella mattina del 2 luglio ero un giovane capitano» abbozza il comandante. Davanti a lui sulla spiaggia tra l'oceano e il perimetro della base i blindati Lince della Folgore manovrano assieme ai Mamba ugandesi. Tra le dune circondate da immondizia e filo spinato i parà spiegano come disporsi in caso d'attacco, come riportare in base un mezzo danneggiato, come prestar soccorso ad un ferito. Ognuno di loro è già passato per l'Afghanistan, il Libano e il Kosovo.

Quasi tutti si sono ritrovati al centro di combattimenti o attacchi. La battaglia di Check Point Pasta invece l'hanno solo sentita raccontare: «Ce ne parlano i più anziani, la conosciamo dai loro ricordi» ammette il sergente Salvatore Scaffidi. Per il comandante Gerolamo De Masi non è così. Lui la mattina del due luglio 1993 quando il riverbero dell'aurora si confonde con i traccianti dei kalashnikov è proprio lì nello slargo di Check Point Pasta. Con lui ci sono il caos degli ordini urlati e contraddetti, il sibilare dei proiettili, l'adrenalina nella gola, le immagini al rallentatore.

Fino alla vampata di quel razzo piantato tra il cingolo e la carcassa del blindato italiano, la scheggia infilata nell'avambraccio, il sangue che cola. «Non riuscivo a stringere il fucile, non riuscivo più a sparare, e davanti a me Pasquale Baccaro si dissanguava prigioniero del blindato. Per tutti questi anni ho conservato l'immagine dei suoi due compagni feriti, tirati fuori dai rottami e portati via da un carro Centauro. Sono passati vent'anni e questa missione è tutt'altra cosa, ma il ricordo non è svanito. Il due luglio non potremo deporre una corona di fiori a Check Point Pasta perché le condizioni di sicurezza non lo consentono. Ma li ricorderemo dentro la base.

E loro saranno di nuovo al nostro fianco. Di nuovo con noi qui a Mogadiscio».

I servizi segreti Usa mi chiesero l'accesso al nodo telefonico di Palermo»

Corriere della sera

Gian Mario Rossignolo, presidente di Telecom nel 1998, ha confidato a Report di aver immediatamente informato l'allora premier Romano Prodi: “Non ricevetti risposta, ma non so cosa è successo dopo di me”

 

Report aveva ricostruito in una lunga e complessa inchiesta giornalistica la vicenda dello spionaggio Telecom, di quella cioè che è stata definita la più grande operazione di spionaggio dai tempi del Sifar. Un’attività di dossieraggio realizzata dalla security messa in piedi dagli uomini alle dipendenze di Tronchetti Provera.

La storia che avevamo raccontato si chiudeva con una telefonata di Gian Mario Rossignolo che ha ricoperto la carica di presidente di Telecom Italia nel 1998 e nel 2009. Il manager ci ha confidato di essere stato sollecitato da personaggi legati ai servizi statunitensi a utilizzare un centro d’ascolto telefonico a Palermo. Nel corso dell’inchiesta giornalistica è stato scoperto anche un centro d’ascolto ai confini con l’Est Europa.

Guarda l'inchiesta "Debiti e Spie" andata in onda a Report il 16 maggio 2010


Sigfrido Ranucci
30 giugno 2013 | 12:27

Caso Ior, il broker arrestato truffò gioielliere ma per il pm era «introvabile»

Corriere della sera

Giovanni Carenzio si era fatto dare orecchini con smeraldi, del valore di 20 mila euro, poi era svanito nel nulla


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ROMA - Prima di essere arrestato 48 ore fa assieme al responsabile della contabilità del patrimonio Vaticano e a uno 007 nell'ambito dell'inchiesta sui fondi illeciti nascosti su un conto dello Ior, il broker Giovanni Carenzio era finito nei fascicoli della Procura per una vicenda di tutt'altro «spessore» criminale. Il furto, un anno fa, di due orecchini di smeraldo, valore vicino ai 20mila euro, dalla gioielleria Salini, con un banale espediente. Entrato nell'atelier di via Monserrato (tra via Giulia e corso Vittorio Emanuele) il broker si faceva consegnare i preziosi per farli vedere alla moglie, appartenente a una ricca famiglia spagnola, e aggiungendo che avrebbe fornito in seguito i dati per la fatturazione ad una società estera.

Da allora non si è fatto più vedere, chiedendo continui rinvii quando veniva contattato dal titolare della gioielleria, Fabio Salini. Ma, beffa nella beffa, la denuncia a carico dell'operatore finanziario ha rischiato di essere archiviata per le difficoltà della Procura a reperire Carenzio. Tra i motivi addotti dal pm, l'impossibilità di risalire ai titolari delle utenze telefoniche che lo stesso broker aveva fornito a Salini e da questo utilizzate per le sue richieste di pagamento. Nell'opposizione all'archiviazione, l'avvocato Mario Geraci, che assiste il gioielliere, ha invece dimostrato come i numeri di telefonino siano intestati alla madre di Carenzio (il cui reale decesso è stato una delle scuse per rinviare il pagamento).

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Non solo. Il legale ha fornito agli inquirenti una ampia ricostruzione del personaggio (quasi 5.000 risultati digitando il suo nome su Google) e dei suoi precedenti con la giustizia. Operatore finanziario con base alle Canarie e in Svizzera, Carenzio ha accumulato una lunga serie di denunce per evasione fiscale, frode, appropriazione indebita, riciclaggio, corruzione. E di lui, nel 1985, si era occupata anche la Digos, quando l'allora 20enne aveva telefonato da Nola (Napoli) alla polizia capitolina. Sosteneva di essere uno dei Lupi Grigi, quelli di Ali Agca e l'attentato a Papa Wojtyla, e annunciava l'imminente liberazione di Emanuela Orlandi.




Fulvio Fiano30 giugno 2013 | 9:42







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  • Video: l'arresto
  • Casa assegnata solo a uno dei figli: gli altri hanno diritto all’indennizzo

    La Stampa

    Il bene assegnato ad un erede si considera come entrato nel suo patrimonio sin dall'inizio, ma c'è il diritto degli altri condividenti a vedersi indennizzati della mancata disponibilità dello stesso. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza 5768/13.


    Il caso


    CatturaUna donna, con testamento olografo, nomina unico erede il figlio convivente, stabilendo l’obbligo per quest’ultimo di dare ai fratelli ed alle sorelle la loro “giusta parte”, previo il recupero delle spese da lui sostenute per l’assistenza della testatrice. Fratelli e sorelle ricorrono al tribunale, che assegna in quote indivise la casa (quale bene caduto in successione): condanna l'uomo a rilasciare l’immobile ed a versare oltre 22mila euro a titolo di indennizzo per l’occupazione esclusiva del bene e condanna gli assegnatari a corrispondere al convenuto oltre 149mila euro a titolo di conguaglio. Le cose cambiano dopo il giudizio di appello, dove l’immobile viene assegnato all’unico erede designato, condannandolo al pagamento dei conguagli in favore degli altri condividenti. Questi fa ricorso per cassazione. La Suprema Corte afferma che dalle due operazioni - quella di riconduzione nel patrimonio della de cujus del bene ceduto al coerede, attuale ricorrente, e quella diretta all'attribuzione in sede divisionale del medesimo bene all’erede - discendono effetti diversi.

    «Dall'azione di riduzione», precisano ulteriormente gli Ermellini, «deriva la restituzione in natura del bene o la sua imputazione nella massa disponibile, con conseguente insorgenza del diritto degli altri condividenti di vedersi indennizzati della mancata disponibilità dello stesso sino dal momento della domanda; dalla divisione, e dal conseguente effetto dichiarativo, deriva che, rispetto al condividente assegnatario, il bene si considera come entrato nel suo patrimonio sin dall'inizio». L'erede, nel possesso dei beni ereditari, è tenuto all’obbligo di rendiconto. Pertanto, non può essere messo in risalto il solo effetto dichiarativo della divisione per porre nel nulla la necessità che vengano indennizzati i mancati redditi di cui gli eredi avrebbero potuto godere nel caso in cui non vi fosse stata l'alterazione della quota di legittima, «tenuto conto della esclusiva disponibilità, medio tempore, del cespite da parte di chi poi se lo sarebbe visto assegnare».

    Fonte: www.dirittoegiustizia.it

    Wikipedia non è responsabile dei contenuti che pubblica

    La Stampa

    Importante precedente per il web italiano, per il tribunale di Roma l’enciclopedia non è responsabile per errori, omissioni o anche diffamazioni presenti nelle voci: un principio che può valere per altri?

    luca spinelli


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    Il tribunale di Roma ha deciso: Wikipedia non può essere ritenuta civilmente responsabile per quanto pubblicato all’interno delle sue voci. La sentenza - annunciata mercoledì da un comunicato della fondazione Wikimedia - potrebbe costituire non solo una rilevante decisione a favore della più grande enciclopedia online, ma anche un precedente importante in Italia per la libertà di pubblicazione su Internet. Vediamo i fatti.

    Il 30 gennaio scorso Cesare Previti, ex ministro della difesa del governo Berlusconi, chiamava in giudizio la fondazione Wikimedia sostenendo che la voce su di lui fosse un «pettegolezzo pseudo giornalistico alimentato dall’opera di soggetti […] assolutamente inattendibili», e ritenendo la fondazione responsabile di illecito perché «senza Wikipedia non esisterebbe la pubblicazione diffamatoria». Previti chiedeva un risarcimento a discrezione del giudice e una anche penale per ogni giorno di ritardo dalla rimozione delle informazioni ritenute diffamatorie. La versione oggetto di querela è ancora raggiungibile online, tramite la cronologia presente in ogni pagina.

    La sentenza del tribunale di Roma ha però dato torto all’ex parlamentare: Wikimedia non è responsabile dei contenuti che pubblica, poiché non li elabora ma si limita a fornire uno strumento, illustrandone chiaramente le modalità di utilizzo. La fondazione che gestisce Wikipedia è quindi a tutti gli effetti equiparata dal giudice a un fornitore di spazio web, non essendo stato «dimostrato [...] che nella gestione dell’enciclopedia [...] svolga funzioni diverse da quelle di hosting provider».
    Se da un lato il provvedimento conferma una tendenza già diffusa a livello internazionale, è la prima volta in Italia che una sentenza assolve esplicitamente Wikimedia da ogni responsabilità civile, e apre importanti scenari anche per associazioni e privati che gestiscono blog, forum, social network e altre piattaforme che si limitano a dare spazio alla libera espressione degli utenti, senza intervenire nei contenuti.

    La sentenza, infatti, stabilisce non solo l’esistenza di una precisa distinzione tra fornitore di spazio e autore dei contenuti - equiparando de facto la gestione di un dato sito a un servizio di hosting - ma afferma inoltre che in tale caso al fornitore non può essere attribuita nemmeno una responsabilità omissiva (ovvero per non aver verificato quanto pubblicato da altri), poiché - nel caso di Wikipedia - è anche presente un’apposita dichiarazione di non responsabilità. Ad essere responsabile o corresponsabile di eventuali diffamazioni non è quindi chi mette a disposizione la piattaforma, ma semmai l’utente individuale che le ha pubblicate. Secondo il giudice è la natura aperta del sito a escludere «l’obbligo di garanzia», fatto che trova un «bilanciamento nella possibilità lasciata a chiunque di modificarne i contenuti e di chiederne la cancellazione».

    Per un commento sulla vicenda abbiamo raggiunto Marco Berliri, avvocato dello studio Hogan Lovells che ha gestito la causa per conto della fondazione Wikimedia.

    La vittoria nella causa Previti v. Wikimedia è un importante risultato per Wikimedia e probabilmente una delle prime sentenze di questo tenore in Italia. Qual è il suo giudizio sulla vicenda?
    Sono ovviamente estremamente soddisfatto, non tanto da un punto di vista “personale” ma perché ritengo che questa sentenza aiuti a fare chiarezza sulla (mancanza di) responsabilità di chi gestisce una piattaforma di condivisione di contenuti.

    Più specificamente?
    Il giudice ha chiaramente negato che Wikimedia possa essere ritenuta responsabile per i contenuti pubblicati da terzi, qualificando la sua attività quale hosting provider, che si limita ad offrire al pubblico la struttura tecnologica quale semplice piattaforma sulla quale pubblicare i contenuti. Non è certamente un precedente isolato, ma è molto importante perché è il primo che riguarda Wikipedia in Italia.

    E se l’illecito, la diffamazione per esempio, c’è davvero?
    La rete non è un porto franco dove non esistono regole, come alcuni vogliono farci credere. Tuttavia è importante che la responsabilità sia ascritta all’autore dell’eventuale condotta illecita, non a chi si limita a mettere a disposizione lo strumento tecnologico. Se così non fosse, non esisterebbero i blog, le piattaforme di video sharing, o social media.

    Il tribunale ha affermato che Wikimedia non è responsabile dei contenuti, anche perché il suo sistema permette liberamente la pubblicazione e modifica delle informazioni. Crede che questa sentenza possa avere ripercussioni più generali rispetto la tutela della libertà di espressione su Internet in Italia?
    Certamente. Il giudice ha primo di tutto riconosciuto lo status di hosting provider - e non di content provider - di Wikimedia, esonerandola dalla responsabilità per i contenuti ospitati. Nel sostenere ciò, ha sottolineato che tale esclusione di responsabilità è bilanciata dalla possibilità, riconosciuta a chiunque, di contribuire alla compilazione delle voci dell’enciclopedia e di rettificarne i contenuti.

    Credo che questa decisioni rappresenti un precedente importante non solo per Wikimedia ma per tutte le piattaforme che ospitino contenuti creati da terzi: il Tribunale di Roma ha infatti evidenziato come non possa essere riconosciuta all’hosting provider neanche una responsabilità per condotta omissiva. Ci tengo a sottolineare come siano principi ampiamente affermati in altre giurisdizioni e confermati da numerosi precedenti della Corte Europea di Giustizia. Spero che altri provvedimenti simili confermino questo indirizzo anche in Italia.

    La controparte ha trenta giorni a disposizione per ricorrere all’eventuale appello, ma la fondazione ha già annunciato battaglia: «se il signor Previti dovesse optare per il ricorso, la Wikimedia Foundation intende opporsi all’appello con tutte le sue forze».

    Buenos Aires, rimossa la statua di Colombo «Va restaurata». Ma gli italiani insorgono

    Corriere della sera

    La presidente Kirchner vuole sostituire il monumento con quello di una leader della rivolta anti spagnola


    Cattura
    BUENOS AIRES - È stata rimossa la gigantesca statua di Cristoforo Colombo che da decenni si trova alle spalle della Casa Rosada, sede della presidenza argentina, a Buenos Aires. Le autorità precisano che la decisione è stata presa per permettere il restauro del monumento. Ma la comunità italiana insorge: la disputa con il governo della presidente Cristina Fernandez de Kirchner, che vuole sostituire Colombo con una statua della leader della guerrilla anti spagnola Juana Azurduy, va avanti infatti da mesi, in attesa di una decisione definitiva della magistratura.

    «POSSIBILITA' DI CROLLI» - I lavori erano iniziati sabato mattina. La preparazione è durata qualche ora ma poi la statua è stata spostata in pochi minuti da una quindicina di operai e due gru gialle. Il gigantesco monumento è stato appoggiato su una piattaforma di legno davanti al piedistallo, nella Plaza Colon alle spalle della Casa Rosada. Uno degli ingegneri responsabili dell'operazione aveva precisato ai media locali che l'obiettivo della rimozione è sottoporre la statua a un restauro. «Non vogliamo trasferirla in un altro posto ma restaurarla, visto che diversi rapporti hanno confermato la possibilità di crolli», ha precisato l'ingegnere Juan Arriegue. Ma a Buenos Aires l'operazione ha colto un po' tutti - sia i cittadini sia i media - di sorpresa, visto che qualche giorno fa la magistratura aveva ordinato che per tre mesi la statua rimanesse al suo posto, in attesa di una decisione definitiva. «Il restauro rientra nelle attività autorizzate» dalla magistratura, ha precisato però Arriegue.

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    SIMBOLI OPPOSTI - La comunità italiana in Argentina si batte ormai da tempo con determinazione contro lo spostamento della statua, chiedendo che resti dove si trovava ormai da molti decenni. La vicenda dello spostamento - donata nel 1910 dalla comunità italiana in Argentina - era ormai da tempo al centro delle polemiche a Buenos Aires. Il progetto di portare il monumento nella città di Mar del Plata - confermato da più parti - era stato promosso dal governo della presidente Cristina Fernandez de Kirchner, che vuole sostituirla con una statua della leader della guerrilla anti spagnola Juana Azurduy, donata dalla Bolivia. Due simboli opposti dunque: da un parte l'artefice della scoperta del nuovo continente, e dunque della colonizzazione europea, dall'altra la combattente meticcia che aveva a cuore le comunità indigene. Ma le autorità cittadine e la comunità italiana, guidate dal sindaco Mauricio Macri, si oppongono alla sostituzione: la statua deve restare nella capitale perché appartiene alla città di cui è un simbolo, dicono, e non al governo federale.

     


    Argentina: rimossa la statua di Colombo a Buenos Aires (30/06/2013)


    Redazione Online30 giugno 2013 | 7:47

    Gay Pride, la sfilata in corso Buenos Aires Presente il sindaco: «Diritti per tutti»

    Corriere della sera

    Migliaia in corteo per la giornata dell'orgoglio omosessuale


    Cattura
    Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha partecipato al corteo del Gay pride. Si è trattato della prima volta per un sindaco del capoluogo lombardo. «Io non guardo indietro - ha detto Pisapia -, rispetto le idee diverse dalle mie ma prendo atto che c'è una comunità che si sente ancora discriminata e dare il benvenuto a un corteo gioioso è importante per un sindaco, soprattutto per dire che lottiamo per riconoscere i diritti di tutti senza discriminare nessuno». Soddisfazione nella comunità gay sia per la presenza del sindaco sia per la partecipazione, diverse migliaia di persone, all'edizione 2013 del Pride a Milano.

     Gay pride, migliaia alla sfilata Gay pride, migliaia alla sfilata Gay pride, migliaia alla sfilata Gay pride, migliaia alla sfilata Gay pride, migliaia alla sfilata

    LE POLEMICHE - Proprio sul passaggio della parata nell'arteria clou dello shopping milanese, nei giorni scorsi, si erano scatenate polemiche: da una parte, alcuni commercianti del «Consorzio Buenos Aires» si sono espressi a favore, srotolando striscioni di solidarietà; dall'altra gli oppositori, appoggiati dal consigliere del Carroccio a Palazzo Marino Luca Lepore, contrari alla chiusura al traffico in un momento di calo dei consumi che continua a colpire soprattutto il settore dell'abbigliamento.



    Gay pride, migliaia alla sfilata (29/06/2013)

    Gay Pride 2013, i colori dell'orgoglio: «Vogliamo i diritti» (15/06/2013)

    Redazione Milano online28 giugno 2013 (modifica il 29 giugno 2013)




    Gli orecchini di Giggino per sentirsi vicino ai gay

    LuRo - Ven, 28/06/2013 - 10:04


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    Mentre Napoli sprofonda nella cattiva amministrazione, la sua giunta è a pezzi e la maggioranza che lo sostiene è allo sbando per colpa delle polemiche sul suo operato, il suo sindaco Luigi De Magistris fa le prove in attesa di partecipare al Gay pride che si terrà nel capoluogo campano il 29 giugno prossimo. Giggino ha infatti partecipato a una campagna di comunicazione dall'inequivocabile titolo, «diversamente uguali», indossando un bel paio di orecchini rosso fuoco e lasciandosi anche fotografare seduto accanto alla scrivania del suo ufficio con i suoi nuovi ed eccentrici accessori (nella foto si vede il particolare degli orecchini rossi).

    Il sindaco ha anche lanciato un appello al parlamento «perché vari una legge contro l'omofobia e riconosca il matrimonio e le adozioni, liberandoci da costrizioni oscurantiste». De Magistris, dunque, si mischierà a gay, lesbiche e transessuali, e grazie ai bizzarri orecchini riuscirà perfettamente a confondersi.




    Campania Pride, in migliaia per le strade del centro. De Magistris: felice di esserci

    Corriere del Mezzogiorno


    Giovani, famiglie con bambini, transessuali e lesbiche chiedono a gran voce la parità nei diritti civili


    Cattura
    NAPOLI - Migliaia di persone stanno sfilando nel centro storico di Napoli per il Campania Pride 2013: giovani, famiglie con bambini, transessuali e lesbiche chiedono a gran voce parità nei diritti civili. In testa al corteo c'è il sindaco della città, Luigi de Magistris. I manifestanti, che colorati e festosi stanno attraversando la città, vengono da tutta la Campania ma anche da altre regioni d'Italia.



    LA PARTENZA - In testa al corteo, che è partito da piazza Cavour e si concluderà sul lungomare, un gruppo di famiglie aderenti all'associazione «Famiglie arcobaleno», associazione dei genitori omosessuali. «La società è pronta e anche la gente è pronta, solo la politica non lo è - dice Giuseppina Lodelfa - presidente dell'associazione - La nostra è una realtà che conta 300 famiglie in tutta Italia, quindici solo in Campania; siamo genitori omosessuali e vogliamo gli stessi diritti delle famiglie eterosessuali».

    LA SODDISFAZIONE DEL SINDACO - De Magistris ha espresso viva soddisfazione per la buona riuscita dell'evento. «Napoli - ha detto - è una città molto inclusiva, siamo in prima linea sui diritti civili e lo siamo anche oggi che abbiamo co-organizzato questa manifestazione. Lo siamo in particolare nel pretendere dal Parlamento di uscire dall'oscurantismo per diventare finalmente un paese laico che unisca le persone con l'unico vincolo che deve conoscere l'umanità: l'amore. Vogliamo una legge contro l'omofobia, per le adozioni e i matrimoni gay».

    IL COMMENTO SU FACEBOOK - «Sono felice di essere quì, al Gay Pride di Napoli»: lo scrive sulla propria pagina Facebook il sindaco del capoluogo campano, Luigi de Magistris, che sta sfilando in testa al corteo che sta attraversando il centro di Napoli. «Questa amministrazione - ha aggiunto de Magistris - è un'unica cosa con quanti portano avanti la battaglia per i diritti civili. L'unica unione che riconosco è quella dell'amore. L'Italia non è ancora un Paese pienamente democratico e laico, come dimostra il ritardo del Parlamento, il quale continua a non legiferare in merito alle coppie di fatto».

    Redazione online29 giugno 2013

    Le intercettazioni: il solito abuso da Paese incivile

    Vittorio Feltri - Sab, 29/06/2013 - 07:55

    Fabrizio Miccoli rischia di chiudere con lo sport, distrutto nella sua reputazione


    Fabrizio Miccoli, calciatore di ottimo livello, già della Juventus e del Palermo (dove fino a qualche mese fa era considerato un padreterno), ora disoccupato, rischia di chiudere con lo sport.

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    Non ha più il fisico di un atleta professionista? Forse anche per questo. Ma soprattutto perché è stato distrutto ingiustamente nella propria reputazione. Il fatto è noto. Parlando con un amico (non un boy scout), egli ha manifestato disprezzo nei confronti del giudice Giovanni Falcone, assassinato dalla mafia una ventina di anni orsono. Non vale neanche la pena di riferire le parole esatte uscite dalla sua bocca: sono troppo offensive nonché gratuite. Ma il problema è un altro. La telefonata di cui trattiamo è stata intercettata - mi auguro lecitamente - e illegalmente resa pubblica. Da chi, non si sa. More solito. Cosicché tutti, ma proprio tutti, si sono scagliati contro Miccoli, trasformandolo in dieci minuti da idolo degli stadi a simbolo del male. I media dell'Italia intera poi hanno contribuito a linciarlo.

    Lui ora è considerato un reietto e i suoi tentativi di rimediare alla topica con una conferenza stampa sono risultati fallimentari. Non è nostra intenzione difendere l'ex giocatore rosanero per i concetti espressi durante la conversazione malandrina. Certe bischerate non vale neanche la pena di commentarle: conviene dimenticarle. Tuttavia giova ricordare che le intercettazioni penalmente irrilevanti non dovrebbero uscire dai fascicoli giudiziari, per cui in questa vicenda il calciatore è una vittima e non un reo.

    Qualcuno obietterà che insultare un magistrato ucciso è un reato. Lo sarebbe se l'ingiuria fosse stata pronunciata davanti a più persone, alla radio, in televisione o scritta su un giornale. Si dà invece il caso che a Miccoli sia sfuggita mentre chiacchierava al cellulare, e si dovrebbe sapere che i colloqui telefonici, al pari della corrispondenza, sono affari privati e tali devono rimanere, a meno che non contengano notizie di crimini commessi o progettati. Ora, se io dialogando con un conoscente mi lascio andare a pesanti e oltraggiosi giudizi su Tizio o Caio, non violo il codice. Non solo. Ma ho il diritto che le mie opinioni, per quanto indegne, rimangano fra me e il mio interlocutore, e non siano in alcun modo divulgate.

    Bestemmiare non è un esercizio encomiabile né in pubblico né in privato. Ma sacramentare in piazza e al bar comporta il pericolo di una denuncia; farlo in privato non si deve, però si può. Insomma, se si fosse rispettato il suo diritto alla riservatezza, adesso Miccoli non sarebbe al centro di una campagna che lo discredita e gli rende la vita insopportabile. È paradossale che sia lui a pagare per una battuta destinata a restare segreta e non, piuttosto, chi - delittuosamente - quella segretezza ha infranto, consegnando ai giornalisti la registrazione dello scandalo.

    Questa è la vera vergogna. Del resto Miccoli è diventato famoso e importante per i gol e non per la dialettica: mai nessuno si è abbeverato alla sua fonte culturale, ben sapendo che sarebbe morto di sete. Sputtanare un calciatore perché ha detto una bischerata è un'operazione incivile, ma perfettamente coerente con l'inciviltà di un Paese che usa le intercettazioni (abusandone) come un ventilatore nel quale gettare sterco per lordare chiunque. Un Paese che, da quando si è dato addirittura un'authority per proteggere la privacy dei cittadini, non fa altro che calpestarla, trascurando l'esigenza di disciplinare la delicata materia della giustizia «auricolare». Se il governo c'è, si svegli o sia il Parlamento a svegliarlo.

    Mistero in Utah “Ecco la testa di un Bigfoot”

    La Stampa


    Una testa di Bigfoot, la leggendaria creatura scimmiesca sarebbe stata ritrovata in Utah. “E’ da anni che sono sulle loro tracce - ha commentato soddisfatto Todd May , l’artefice della scoperta - sono la mia passione da sempre”



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