sabato 30 novembre 2013

Il signor Esselunga tira fuori i conti I figli? Coperti d'oro

Gabriele Villa - Sab, 30/11/2013 - 08:35

"A Giuseppe e Violetta beni per 150 milioni. Pure un castello". Il re dei supermarket rettifica le cifre fatte circolare dagli eredi

Confermato. È una dinasty tra gli scaffali del supermercato. Ma adesso dopo un primo, un secondo e un terzo capitolo di veleni e rancori il patriarca Bernardo Caprotti prima di mollare tutto e di «andare in pensione», il 23 dicembre, come annunciato, lasciando Esselunga all'età di 88 anni, ha deciso di svuotare il carrello delle imprecisioni e di puntualizzare.


Cattura
Accusato, in buona sostanza, con un paginata sul Corriere della Sera, di aver dato in tutti questi anni più quattrini alla segretaria che ai figli, ecco che avant'ieri, in una lettera recapitata al sito Dagospia ha rivelato i dettagli delle sue donazioni e delle sue elargizioni di famiglia. Per chi si fosse perso i capitoli precedenti sintetizziamo: Bernardo Caprotti aveva fatto entrare in azienda i figli Giuseppe e Violetta. In particolare Giuseppe era destinato a succedergli ma il tasso di litigiosità è cresciuto, ci sono stati contrasti nella gestione dell'azienda, tanto che patron Bernardo sostiene che i figli si siano schierati con un manager che stava rovinando Esselunga e così lui ha deciso di riprendersi le azioni che aveva donato loro e sono finiti in tribunale. Dopodiché il patriarca ha preso la decisione di ritirarsi dal lavoro attivo come «dipendente» e di non lasciare l'azienda, che ha costruito scaffale dopo scaffale, a quei due figli un po' «ribelli».

Fatto sta che a quel punto sul Corriere è comparso un articolo che ha elencato tutte le donazioni fatte agli altri figli, ai manager e alla segretaria che ha fatto sembrare Giuseppe e Violetta come i reietti dimenticati dal padre-padrone. Fin qui il riassunto delle puntate precedenti. E si arriva così alla lettera a Dagospia. «La cosa grave- sottolinea Caprotti- è la disinformazione, cioè le illazioni del Corriere su come ho trattato i miei primi due figli. Sebbene si tratti, a mio modo di vedere, di un orrore capitalista, debbo chiarire: Giuseppe ha incassato a vario titolo euro 84.300.000. Violetta : euro 72.400.000. Più 4 milioni da me dati al suo primo marito, per sostenere il suo business a New York«. Basterebbero queste cifre a sedare alcuni malumori ma Caprotti aggiunge che i suoi due figli di primo letto «hanno avuto anche le due case più importanti di famiglia: un castello sul lago di Ginevra con 450 mila metri di terreno per Violetta e la villa patrizia della famiglia ad Albiate in Brianza per il fratello Giuseppe, quadri e arredi compresi».

«Che io abbia scacciato Giuseppe nel 2004 -scrive ancora Bernardo Caprotti- è assolutamente falso. Lui se ne è andato nell'aprile di quell'anno, ma lo abbiamo retribuito con l'indecente emolumento da amministratore delegato dal 2004 fino al giugno 2008, dunque per 4 anni. Non è più stato presente un giorno. Violetta se n'è andata nell'autunno del 1996, 4 mesi dopo che le avevo destinato - fiduciariamente - il 32% di Esselunga. 32 a lei, 32 a Marina, 36 a Giuseppe, estromettendo la mia consorte». E non finisce così. «Vorrei dire, a seguito di qualche malevolo commento, che su tutto ciò che ho dato ho pagato le tasse. Poi, che altre donazioni possono aver luogo, senza passare per il notaio: Ricerca sul Cancro, Vidas, Bambini nefropatici, Shoah, San Raffaele, sono stati i miei preferiti». «Per il resto- conclude Bernardo Caprotti- è stato un terribile schifo, una congiura. Così mi sono condotto e preferirei non aggiungere altro evitando, fin che sarà possibile, macigni devastanti».

Emma Morano compie 114 anni: è la nonna d’Europa

La Stampa

sergio ronchi
VERBANIA

È la quinta persona più anziana del mondo: nella sua vita ha visto 11 Papi. Il messaggio di Napolitano: “Auguri da tutti gli italiani”



Cattura La supercentenaria verbanese Emma Morano festeggia oggi il 114° compleanno, un traguardo che raggiunge dopo aver scalato le vette della longevità fino a diventare la persona più anziana d’Europa e la quinta nel mondo. E' una giornata di grande movimento nella piccola abitazione di vicolo San Leonardo, a pochi passi dal lungolago di Pallanza, a cominciare dalla presenza della troupe de «La vita in diretta» di Rai Uno. 

Il messaggio di Napolitano: «Auguri da tutti gli italiani»
Sono giunte numerose altre richiesta di visita da parte di giornalisti e fotografi, ma ad alcune i parenti hanno dovuto dare risposta negativa per evitare un impegno eccessivo e troppo prolungato: esso stravolgerebbe infatti la tranquillità e le ore di sonno che caratterizzano la vita quotidiana e potrebbe avere conseguenze traumatiche. Non si rinuncia però al consueto momento di festa con parenti, vicini di casa, amici e con intrattenimento musicale. Nella circostanza non manca l’amministrazione cittadina e il commissario straordinario Michele Mazza. Stamattina il prefetto Francesco Russo ha consegnato a nonna Emma un messaggio del Presidente Giorgio Napolitano: «Accolga, anche a nome di tutti gli italiani, i più cordiali e benauguranti saluti»

«Ma siete proprio sicuri che non c’è nessuno più anziano di me?»
Emma Morano vive tuttora in invidiabili condizioni di salute e trascorre in autonomia la maggior parte della giornata, provvedendo alle faccende domestiche e preparandosi il cibo. Nella casa a ridosso del campanile di San Leonardo, un vecchio edificio del centro storico sul lungolago di Pallanza il tempo sembra essersi fermato. Quando, alcuni mesi fa, ha appreso della scomparsa di Maria Redaelli (la donna che deteneva il record in Italia) aveva commentato: «Poveretta, mi spiace per lei - risponde - ma io sto bene. non posso lamentarmi e conto proprio di arrivare ai 114 anni il prossimo novembre». Sorride pensando al record di longevità: «Non mi sembra vero: chi l’avrebbe mai detto! Ma siete proprio sicuri che non ci sia qualche altra con più anni?». E ancora: «Cosa vuole che le dica d’altro? A voi è una cosa che interessa, ma per me non cambia niente, è un giorno come gli altri». 

Una vita a cavallo di tre secoli
Chiede di prenderle un sacchetto dal tavolo, estrae una caramella: «Ne mangio una ogni tanto per passare il tempo». La donna che ha attraversato tre secoli è nata a Civiasco in provincia di Vercelli il 29 novembre 1899, prima di cinque sorelle (spentesi tutte oltre i 90 anni di età) e di tre fratelli, mentre la mamma, a ulteriore testimonianza della longevità della famiglia, ha vissuto 91 anni e una zia 101. Trasferitasi per motivi di lavoro in giovanissima età a Villadossola, è poi arrivata a Verbania dove si è sposata con Giovanni Martinazzi ed ha perso l’unico figlio a soli sette mesi di vita. Ha lavorato come filatrice alla ditta Maioni di San Bernardino e poi al Collegio Santa Maria fino a 75 anni. Se un segreto esiste per la sua longevità, oltre che dagli studi medici lo si può ricavare forse dalla regolarità a cui è improntata la sua vita. Va a letto ogni giorno prima delle 19 e si alza prima delle 6: ma soprattutto è praticamente immutata fin dalla giovane età la sua razione giornaliera di cibo.

Ogni giorno due uova crude e carne macinata
«La mia colazione è con biscotti e latte o acqua – racconta -. Durante il giorno mangio due uova crude e uno cotto, come mi suggerì il dottore quando non avevo ancora 20 anni; a pranzo pastina e carne macinata e a cena solo un po’ di latte». Si ferma qui, poi scoppia in una risata quando le viene ricordato che quando capita non disdegna i dolci. Lo scorso anno sono stati diversi i momenti importanti per la super centenaria. Prima ha ricevuto la visita del ricercatore statunitense James Clement, in giro per il mondo per uno studio della Harvard medical school of Boston del Massachusetts per scoprire tramite il Dna il segreto della longevità e dell’immunità alle principali malattie. Tra le soddisfazioni più grandi il telegramma con cui il Capo dello Stato le comunicava il conferimento della onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana. E pensare che nella sua lunghissima esistenza ha visto passare undici Papi.


Il business dei telefoni invisibili

Domenico Ferrara - Ven, 29/11/2013 - 17:50

Il racconto di un hacker: la nuova moda delle aziende, per tenere nascosti i loro segreti, è quella di rifornirsi di cellulari cripati, spogliati da ogni sistema di geolocalizzazione

C'è un mercato nascosto che fa della segretezza delle comunicazioni il suo business plan. Un mercato di cellulari inviolabili, forniti da aziende del settore a privati o ancora ad altre aziende che vogliono mantenere celati i loro affari.

Cattura
A parlarne è un hacker che opera anche nell'ambito della sicurezza mobile sulle reti gsm. Quando parliamo con lui (che preferisce rimanere anonimo), il dubbio che la storia sia un po' surreale è presente. Ma quando senti squillare il telefono dell'ufficio e ti appare come mittente il tuo numero, nonostante il cellulare sia riposto in tasca, il dubbio diventa confusione. "Agganciandomi a una rete, ho clonato tutti i dati inerenti al tuo numero, ho creato una sim virtuale e ho telefonato utilizzando il t

Praticamente, avrebbe potuto chiamare qualunque persona della mia rubrica e non, accedere alle mia mail, ai miei contatti e altro ancora. Tutto ciò grazie a un particolare bug che, “se venisse utlizzato in maniera diffusa, farebbe crollare il mercato della telefonia e delle reti cellulari”, dice lui, aggiungendo che “in teoria questo sistema potrebbe anche far decadere l'attendibilità di ogni intercettazione”. Quando chiediamo di più su questo mercato della segretezza delle comunicazioni, l'hacker ci fornisce un prospetto aziendale in cui viene spiegato per filo e per segno il prodotto offerto, definito “Crypto Phone”.

Un apparecchio che viene spogliato di bluetooth e gps (in modo da non rendere possibile alcuna geolocalizzazione) e che non contiene sim, se non una virtuale. Nel telefono le aziende provvedono a installare una applicazione che funziona come client Voip per comunicazioni criptate basate su protocollo SIP/SRTP e trasposto TLS V3 (un sistema di cifratura). La App necessita di un sistema server PBX compatibile dedicato per l'instradamento del traffico voce e dati in modo sicuro. “In pratica i server sono di proprietà dell'azienda che li utlizza, quindi inviolabili”, spiega l'hacker. Mettiamo il caso che i vertici di un'azienda vogliano mantenere segrete le loro comunicazioni, ecco che potrebbero usare questo sistema chiuso appoggiandosi a connessioni di rete esistenti, wi-fi o 3g di operatore telefonico.

Naturalmente, essendo il Crypto Phone un sistema chiuso, la rubrica dei contatti si riferisce alla numerazione interna del server in quanto non è possibile chiamare in modo criptato numeri telefonici della comune telefonia, così come è possibile chiamare solo altri apparecchi dotati della stessa applicazione specifica. "Questo è un mercato che sta prendendo piede da due anni e che ha sostituito quello precedente gestito dai cinesi e basato sulla fornitura di sim con carte di credito intestate ad altre persone. Ormai si è ricorsi a questo nuovo stratagemma, le aziende utilizzano un pool di ingegneri informatici, lasciano solo una rete wi-fi attiva attraverso la quale non vengono però trasmesse informazioni e ogni volta viene generato un ID casuale”. L'azienda fornisce sia i server, al prezzo di 15mila euro circa, sia i singoli telefoni, al costo di 1.500 euro. E le comunicazioni "scottanti" restano al sicuro.

Lega, dalla lauree in Albania alle case Bossi e la sua «family» verso il processo

La Stampa

paolo colonello
milano

I pm di Milano chiudono l’inchiesta. Oltre a Umberto Bossi coinvolti i figli (Riccardo e Renzo), Rosi Mauro e l’ex tesoriere Belsito. “Appropriazione indebita per circa 40 milioni di euro”



Cattura
Dalle multe per eccesso di velocità alle cartelle esattoriali, dai pigiami alla ristrutturazione della casa di Gemonio e di Roma. E poi i diplomi in Albania, il leasing della BMW, i costi dell’ospedale, perfino gioielli e le cure dal dentista. C’è di tutto nel dettagliato resoconto delle spese di Umberto Bossi e dei suoi figli, nonché dell’ex vicepresidente della camera Rosi Mauro e dell’ex tesoriere della lega Francesco Belsito, detto “il nano”, contenuto nell’avviso di conclusione indagine depositato oggi dalla procura di Milano a chiusura dell’inchiesta sulla truffa per i rimborsi elettorali dei vertici del Carroccio. Svariati milioni di euro di soldi pubblici incamerati a titolo personale dagli ex responsabili dal partito di “Roma Ladrona”. Un duro colpo soprattutto per Umberto Bossi che si è ricandidato alla segreteria del partito da cui era stato defenestrato un anno fa proprio sull’onda dello scandalo. 

I conti esaminati dalla procura sono relativi ai contributi pubblici presi per tre anni. E precisamente: 22 milioni euro nel 2008; oltre 17 milioni nel 2009 e quasi 18 milioni nel 2010, che però non vennero ritirati per l’intervenuto blocco dei rimborsi ordinato dall’allora presidente della camera Gianfranco Fini. Una quantità notevole di denaro di cui una parte, secondo le accuse, sarebbe stata spesa dagli indagati per acquisti personali. Per esempio risulta che Rosi Angela Mauro ha speso 77 mila euro per far comprare la laurea in Albania a Pierangelo Moscagiuro, il suo capo scorta appropriandosi complessivamente di quasi 100 mila euro. 

Umberto Bossi avrebbe speso invece 208 mila euro; il figlio Riccardo, pagando multe e perfino staccando assegni per il mantenimento della ex moglie, di 157mila e 933 euro; mentre Renzo, noto come “il trota”, tra multe, assicurazioni e acquisto di auto, avrebbe raggiunto la rispettabile cifra di 145 mila euro e rotti.Recordman delle distrazioni, l’ex tesoriere Belsito si sarebbe appropriato, con prelievi continui di cui dunque non si conosce sempre l’esatta destinazione, di due milioni e 400 mila euro.

Soldi, contesta l’accusa, di cui si sarebbero appropriati nel giro di appena tre anni, fino al 2011.
Ma la procura se da una parte si prepara alla richiesta di rinvio a giudizio, dall’altra chiede al gip anche delle archiviazioni. Per non essere riuscita a provare il reato, però. Queste riguardano Roberto Calderoli, la moglie di Bossi, Manuela Marrone, Matteo Brigandì e, per alcuni episodi, alcuni degli stessi indagati. 



Visite mediche, auto e ristrutturazioni. Tutte le spese della famiglia Bossi
La Stampa


Cattura
I pm contestano al fondatore del Carroccio pagamenti con soldi pubblici per 208 mila euro. I figli Riccardo e Renzo si sarebbero appropriati di circa 310 mila euro
Con i soldi della Lega Nord, l’ex segretario Umberto Bossi ha pagato spese personali per oltre 208mila euro, tra cui abbigliamento per circa 26mila euro, spese di ristrutturazione di due abitazioni, una a Roma (81mila euro) e una a Gemonio. È quanto contestano al fondatore del Carroccio i magistrati di Milano, che oggi hanno chiuso l’inchiesta che vede indagato Umberto Bossi per truffa aggravata e appropriazione indebita. Inoltre, nella lista delle spese inserite nell’avviso di chiusura inchiesta ci sono anche i pagamenti di multe, cartelle esattoriali, spese mediche (tra l’altro 1.500 per il dentista), oltre a 2.000 euro per gioielli e 160 euro per un regalo di nozze. 

Nello stesso atto firmato dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e i sostituti Roberto Pellicano e Paolo Filippini, risultano, inoltre, contestazioni di appropriazione indebita per i figli Riccardo e Renzo Bossi. Per il primogenito la somma è di 157.933 euro, mentre per l’ex consigliere regionale in Lombardia, Renzo, si parla di 145.524 euro. Riccardo ha speso soprattutto per autovetture (per esempio 20mila per il riscatto del leasing di una Bmw X5), oltre che per pagare debiti personali, 2.400 euro per il mantenimento della ex moglie, più di 14mila euro per l’affitto di una abitazione (a cui si aggiungono le spese di luce e gas), a cui si vanno ad aggiungere multe, affitto di garage e anche 439 euro per pagare il veterinario. Il fratello minore Renzo - come era già emerso in fase di inchiesta - ha speso 77mila euro per una laurea all’università Kristal di Tirana in Albania (che non avrebbe mai frequentato), 48mila euro per una Audi A6 e il resto delle somme per pagare quasi esclusivamente multe e cartelle esattoriali.

Io, ebreo cacciato da scuola ho la laurea 75 anni dopo”

La Stampa

umberto gentiloni

La storia di Sami Modiano


«Ero tra i primi della classe, tra i più bravi, benvoluto dall’insegnante che non teneva conto della religione. Che fossi ebreo non importava a nessuno, almeno fino a quel giorno del 1938». L’infanzia negata in un tempo lontano, nell’isola di Rodi, passata sotto il controllo italiano nel 1912. Sami Modiano ha otto anni e mezzo, frequenta la scuola elementare maschile. «L’anno scolastico era appena iniziato quando una mattina il maestro mi chiamò. Ero contento, mi ero preparato all’interrogazione, convinto che mi avessero chiamato per questo. Invece il maestro mi disse che ero stato espulso dalla scuola.

Non capii, rimasi senza parole. Mi mise una mano sulla testa dicendomi che mio padre mi avrebbe spiegato i motivi dell’espulsione. Ricordo come fosse oggi la mano sul capo, il tentativo di rassicurarmi e la successiva conversazione con mio padre che mi parlò di Mussolini e dell’esistenza di una razza ebraica di cui facevamo parte. Ero troppo piccolo per capire, provai a consolarmi così. 
Ma il dispiacere era enorme. Fino a quel momento ero contento, libero, sereno. Non mi sentivo diverso dagli altri bambini, dai miei amici. Ora era finita l’infanzia. Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La sera mi addormentai come un ebreo». Attimi scolpiti nella memoria in un tornante della sua esistenza. Un punto di non ritorno che condurrà quel bambino in un lungo viaggio attraverso le tenebre del Novecento.

Con la sua comunità viene deportato il 23 luglio 1944: destinazione Auschwitz. In pochi degli oltre duemila sopravvivono. Sami è solo al mondo, riesce a ricominciare: prima alle porte di Roma, poi in Congo belga per tornare a Rodi molti anni dopo, quando l’isola delle rose aveva cancellato le tracce dell’antica comunità ebraica. Il rammarico più grande è di non aver potuto studiare, «di non avere conseguito un’educazione, una cultura degna di questo nome». Questa mattina, settant’anni dopo quella espulsione la Sapienza Università di Roma ha deciso di inaugurare l’anno accademico 2013-2014 conferendo a Samuel Modiano il Diploma di Dottorato di ricerca honoris causa «Storia, Antropologia, Religioni».

La motivazione dà conto della fatica e del senso di una vita: «Per l’instancabile impegno con cui si dedica a testimoniare la sua tragica esperienza, segnata dall’espulsione da scuola, a Rodi, all’età di otto anni - ordinata in ottemperanza al dettato delle Leggi razziste - e dalla deportazione ad Auschwitz-Birkenau nell’estate del 1944, nella ricorrenza del Settantacinquesimo anniversario dell’emanazione delle Leggi del 1938; per proseguire al più alto livello l’azione di promozione della Memoria e di sostegno alla ricerca storica». Il dottorato di norma viene attribuito per alti meriti scientifici nel campo della ricerca o dell’innovazione.

Per chi non ha finito la scuola elementare e non si è potuto avvicinare a un corso universitario il titolo di studio più elevato a livello internazionale è un segnale preciso, un sigillo a una instancabile attività di testimone e maestro per le giovani generazioni. Certo un debito di riconoscenza dell’Italia tutta nei confronti di chi pagò il prezzo più alto alle logiche dell’odio, ma anche un riconoscimento a un impegno incessante nelle scuole, nelle università nei luoghi dove si formano i nuovi italiani. Sami Modiano diviene così un illustre membro della comunità scientifica, impegnato a diffondere saperi e costruire conoscenze. «Non mi sento pronto né adeguato» aggiunge sorridendo, colto da un’emozione che non immaginava: «Dico sempre ai ragazzi di non perdere tempo, o buttare via anni preziosi. Nessuno può restituirli; lo studio costruisce libertà, ci aiuta a guardare al futuro con fiducia».

Tutte le strade e le autostrade con obbligo di gomme invernali e catene

Corriere della sera

Si rischia una multa di 84 euro viaggiando senza

Alcune ordinanze sono entrate in vigore da metà novembre, altre lo saranno in questi giorni. Prima di partire in auto per zone nelle quali potrebbe nevicare è bene ricordare di portarsi le catene o di aver montato le gomme invernali. Si rischia - oltre alla sicurezza- una multa di 84 euro e di non proseguire il viaggio. Ecco quindi le ordinanze in vigore sulle principali autostrade e strade italiane. (Fonte: Polizia di Stato).
Cattura
29 novembre 2013






Gomme invernali: istruzioni per l’uso
Corriere della sera

Anche per l’auto scatta il cambio di stagione. Da novembre scattano le ordinanze
 
Cattura1 Quando bisogna mettere le gomme invernali?

«Quando si scende sotto i 7 gradi di media - spiega Fabio Bertolotti, di Assogomma -. Ma i proprietari/gestori delle strade, possono imporli: una direttiva di quest’anno stabilisce una durata minima delle ordinanze dal 15 novembre al 15 aprile».

2 Che cosa si rischia se si viaggia con gomme estive dove sono obbligatorie le invernali?

Innanzitutto, l’auto è meno controllabile. «Inoltre - spiega Ambra Gentile, commissario capo della Polstrada di Roma - comporta la sanzione amministrativa da 84 a 335 euro. Se si paga entro 5 giorni, la sanzione è di 58,80 euro. E viene intimato al conducente di non proseguire se non si è messo in regola».

3 Come si fa a sapere su quali strade sono obbligatorie?

«Lo si vede dai cartelli - continua Gentile -. Ma anche sul sito web della Polizia di Stato-Viabilità Italia e su quelli degli enti proprietari o concessionari delle strade o autostrade».

4 Da che cosa si riconosce una gomma invernale?

«Dalla marcatura M+S, M/S, MS, M-S o M&S - spiega Bertolotti - riportata sul fianco. Se si vogliono le migliori prestazioni invernali va verificata l’esistenza anche delle 3 montagnette con fiocco di neve. Non può mancare il simbolo dell’omologazione ( E in un cerchio o e in un rettangolo)».

5 Esistono gomme adatte a tutte le stagioni?

Sì, le all season : devono riportare la marcatura M+S. Ma sono un compromesso pensato specialmente per la città, dove le condizioni non sono estreme.

6 La pressione è la stessa delle gomme estive?

È meglio gonfiarle a 0,2 bar in più. La pressione va sempre controllata ogni 30/45 giorni, possibilmente dal gommista che utilizza strumenti più precisi.

7 Quale dev’essere la profondità dei tasselli perché sia in regola?

Per il Codice, lo spessore minimo del tassello è sempre di 1,6 mm. Ma a questo punto le prestazioni sono già ridotte, specie sulla neve. Meglio sostituire le gomme a 3/4 mm.

8 Quando vanno rimontate le gomme estive?

Quando la temperatura media supera i 7 gradi. Non si viene multati circolando con le invernali, ma col caldo si consumano di più e sono meno efficienti.

9 Sono più sicure delle estive solo sulla neve?

No. Infatti si chiamano invernali. Sono più sicure anche sull’asfalto bagnato e freddo.

10 Perché le invernali fanno più presa delle estive?

Gli incavi più larghi aiutano ad evacuare la pioggia. La mescola del battistrada è più morbida anche col freddo e aderisce meglio al fondo. La carcassa si deforma anche a bassa velocità: in frenata aumenta l’impronta a terra. I numerosi intagli sul battistrada servono ad «aggrapparsi» su neve e ghiaccio.

11 In che senso le gomme invernali sono più sicure?

«Perché permettono di trasmettere più coppia in trazione e riducono gli spazi di arresto», risponde Siegfried Stohr, ex pilota di F1 e istruttore di guida. «Sono migliori anche per la capacità di sterzare e rispondere al volante in condizioni critiche».

12 Richiedono una tecnica di guida differente?

«Sì, occorre maggiore prudenza perché d’inverno l’aderenza è sempre precaria - prosegue Stohr. - Consiglio di fare, dove possibile, un test di frenata per capire quanti metri siano necessari per fermarsi. In ogni caso bisogna guidare dolcemente, anticipando curve e frenate».

13 Le invernali sono utili solo se in montagna?

No, anche in pianura si verificano forti nevicate: meglio essere sempre pronti all’emergenza.

14 Con la trazione integrale si può farne a meno?

«No. Le 4x4 sono avvantaggiate in salita - dice Stohr -, ma non in discesa, dove conta l’aderenza delle gomme».

15 È corretto montare solo due gomme invernali?

No. La diversità di aderenza fra le gomme dei due assali può innescare sbandate difficili da recuperare. In discesa il rischio è enorme.

16 Con le invernali non si ha più bisogno delle catene?

In genere, sì. Ma se lo strato di neve è profondo 15/20 cm le catene sono indispensabili.

17 Le «calze da neve» sono omologate?

Il Tar ha di recente smentito il ministero del Trasporti, che non le ha mai equiparate alle gomme invernali e alle catene. «Ma il ministero ha impugnato la sentenza, quindi è opportuno attendere l’esito del procedimento per potersi esprimere con certezza», risponde Ambra Gentile, della Polstrada. Vista l’incertezza della legge, è meglio non usarle laddove è richiesto l’obbligo di «mezzi antisdrucciolevoli».

18 Ma le «calze» sono efficaci come le gomme invernali o le catene?

Non proprio, anche se hanno una loro efficacia. Si mettono più in fretta e più facilmente delle catene e sulla neve funzionano. Ma: vanno tolte sull’asfalto, altrimenti si rovinano (per questo motivo i produttori consigliano di accelerare e frenare dolcemente); impongono di andare piano (non oltre i 50 orari); sul pantano che segue la nevicata non fanno presa (al contrario delle gomme invernali); non sono adatte per pendenze superiori al 10%.

19 Le invernali funzionano anche sul ghiaccio?

La mescola invernale aiuta anche su brina e ghiaccio, purché non stratificato. In quest’ultimo caso - ma si tratta si ambienti estremi - , l’unica soluzione sono le gomme chiodate. Ci sono anche invernali chiodabili.

20 Quanto costano le gomme invernali?

A seconda della misura, della marca e del canale di vendita, i prezzi cambiano. In genere si parte da circa 50 euro a gomma, per un’utilitaria. «Poi ci vogliono altri 100 euro circa - aggiunge Guido Schiavon, presidente di Federpneus - se oltre si richiede al gommista anche lo stoccaggio del treno estivo. Al prezzo corrisponde la qualità, come per qualsiasi prodotto. È raro che dai gommisti si trovino gomme cinesi a prezzi stracciati: sia perché sono di bassa qualità, sia perché l’assistenza del produttore è un problema... Con un treno di pneumatici europei non si sbaglia mai».


22 ottobre 2013 (modifica il 22 ottobre 2013)

Due cuori e una capanna, ma a chi spetta la capanna se i cuori s’infrangono?

Corriere della sera

di Maria Silvia Sacchi


Cattura
È una delle cose a cui non si pensa. O, meglio, non si provvede. Per scaramanzia, perché non si vogliono “turbare” i sentimenti, per timore della reazione dell’altro. Molto spesso, per cultura: perché non si sa. Eppure quando una convivenza si rompe – e succede spesso – problemi e sgambetti sono dietro l’angolo. Così può diventare difficile dimostrare che la casa dove si abita la si è acquistata insieme, magari con l’aiuto dei propri genitori. Che si è deciso insieme che uno dei due partner riducesse il suo impegno lavorativo per curare i figli e per questo si ritrova con un reddito inferiore. Che il denaro che c’è sul conto corrente comune è di uno solo e non di entrambi.

In Italia le convivenze avanzano a passo svelto, come dimostra anche il tasso di figli nati da coppie non sposate (1 su 4). Giovani che vanno a vivere insieme perché vogliono fare una prova, adulti già passati attraverso le “forche” della separazione e che non vogliono ripassarci di nuovo, persone convinte invece che i sentimenti non devono essere ingabbiati. Le famiglie di fatto da mezzo milione che erano nel 2007 sono arrivate a sfiorare il milione in soli quattro anni.
Per questo i notai sabato 30 novembre apriranno le porte dei loro consigli notarili per illustrare a tutti coloro che lo vorranno i contratti di convivenza. Un vero e proprio “open day” come si usa nelle scuole ma per educare invece a pensare alle proprie cose per tempo. Indirizzi e contatti si trovano sul sito www.contrattidiconvivenza.it

«Proponiamo un accordo, che deve risultare da un atto scritto e redatto da un notaio, con cui la coppia definisce le regole della propria convivenza attraverso la regolamentazione dell’assetto patrimoniale e alcuni inerenti i rapporti personali – dice Domenico Cambareri, consigliere nazionale del Notariato con delega alla comunicazione -. È diretto a tutte le persone legate da un vincolo affettivo che decidono di vivere insieme. Vedremo sabato quale sarà la reazione delle persone». Le quali, di norma, non ci pensano, esattamente come accade con il testamento. Salvo accorgersi che “c’è un problema” quando la rabbia e il dolore provocati dalla rottura della relazione impediscono di fare uso del buon senso e dell’equità. I due slogan scelti dai notai dicono con chiarezza dove sta il nodo: «Siamo due cuori e una capanna». Vi diciamo a chi spetta la capanna se i cuori si infrangono». «Non ci lasceremo mai. Se accadrà non dovrete litigare sul mutuo».

Il contratto di convivenza – che potrà essere sottoscritto in tutta Italia dal 2 dicembre – può disciplinare aspetti che riguardano le modalità di partecipazione alle spese comuni (sia in denaro che in lavoro casalingo), i criteri di attribuzione della proprietà dei beni acquistati durante la convivenza, le modalità di uso della casa adibita a residenza comune (sia se acquistata che in affitto), le modalità di definizione dei rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza, la facoltà di assistenza reciproca in caso di malattia o la designazione reciproca ad amministratore di sostegno.
Quanto ai diritti ereditari, va ricordato che in Italia sono vietati i patti successori e, dunque, se si vuole lasciare qualcosa al convivente bisogna ricorrere al testamento, ma solo nei limiti lasciati liberi dalla legge che tutela i parenti più vicini.

I farmaci effervescenti? Mettono a rischio il cuore

Il Mattino


Cattura
ROMA - Il rischio per la salute è alto, e a dimostrarlo è uno studio della University of Dundee e pubblicato sul BMJ-British Medical Journal. Il sale contenuto in alcuni farmaci (quelli di tipo effervescente, solubile o simili formulati) di uso comune puo' rappresentare una fonte di rischio cardiovascolare per chi li assume: il rischio di infarto e ictus sale del 16% per chi prende farmaci contenenti sodio rispetto a chi prende gli stessi farmaci ma in una formulazione con meno sodio. Il rischio di ipertensione si moltiplica di sette volte e i tassi di mortalita' erano il 28% piu' alti.

Farmaci particolarmente ricchi di sodio sono ad esempio quelli effervescenti o solubili, ma in generale il sodio e' un eccipiente di molti medicinali perche' aiuta l'organismo ad assorbirne il principio attivo. ''Noi ci siamo concentrati principalmente su analgesici, integratori vitaminici e antinausea'', spiega George all'ANSA, confrontando il rischio cardiovascolare di 1,2 milioni di individui che prendevano formulazioni ad alto contenuto di sodio (ad esempio gli effervescenti) o versioni a minor contenuto di sodio degli stessi farmaci. Gli esperti hanno monitorato il campione nell'arco di molti anni di osservazione.

E' emerso che i pazienti che prendevano farmaci contenenti sodio avevano un rischio cardiovascolare del 16% maggiore e erano sette volte piu' a rischio di divenire ipertesi e i tassi di mortalita' erano il 28% piu' alti in questo gruppo di individui rispetto agli altri che prendevano gli stessi farmaci ma in formulazioni con meno sodio. Secondo George alla luce di questo studio e' bene che nel bugiardino dei farmaci ci sia anche una chiara indicazione dei livelli di sodio in essi contenuti che possono anche superare la dose giornaliera massima di sale raccomandata.

 
Segui @mattinodinapoli
venerdì 29 novembre 2013 - 10:09   Ultimo aggiornamento: 10:10

Cassazione: niente marchio del Cavallino per i ferraristi spontanei

La Stampa


Cattura
Doccia fredda per le associazioni spontanee dei ferraristi, gli appassionati dei bolidi della casa di Maranello: la Cassazione ha dato ragione al ricorso con il quale la Ferrari ha invocato il divieto di utilizzo del marchio del Cavallino Rampante, e della mitica «F» su sfondo rosso e braccio superiore allungato, da parte del Ferrari Club di Milano che dal 1979, all’epoca di una passione nata dalle imprese di piloti come Niki Lauda e del mai troppo rimpianto Gilles Villeneuve, organizza in proprio le trasferte dei supporter della rossa e promuove manifestazioni e raduni.

Ad avviso della Prima sezione civile della Suprema Corte - sentenza 26498, presidente Corrado Carnevale, relatore Carlo Piccinini - la tutela del marchio Ferrari e il diritto all’uso esclusivo può essere giustamente invocato dalla casa automobilistica nonostante il club dei ferraristi milanesi ai tempi del patron Enzo Ferrari sia stato tranquillamente tollerato, e anzi intrattenesse rapporti cordiali con il Commendatore. Nel sito internet del Club milanese, infatti, si legge l’auspicio a «poter ritornare con Maranello al feeling che c’era ai tempi del Commendatore»: una delle frasi preferite del grande Enzo, «solo nella competizione c’è vita», apre l’homepage.

Tornando alla decisione degli ermellini, secondo la Cassazione, la circostanza che il club svolga una attività commerciale - «è incontestata la corresponsione delle quote associative in occasione di eventi organizzati», scrive la Corte - anche se senza fine di lucro, rende evidente che il club milanese agisce con struttura di impresa avvalendosi di un marchio che non è autorizzato a usare. Così è stata annullata con rinvio per nuovo esame, la sentenza con la quale la Corte di Appello di Milano, il 22 luglio 2006, in accordo con quanto già stabilito dal Tribunale del capoluogo lombardo, aveva escluso che l’uso dei marchi Ferrari, Cavallino Rampante e Ferrari Club da parte del Ferrari Club di Milano potesse danneggiare il business dei Ferrari Club ufficiali.

(Fonte: Ansa)

Il “lato tigre” dei nostri gatti

La Stampa

LUCIO BIANCATELLI


Cattura
Cosa hanno in comune il gatto e le tigre, e come è iniziata la domesticazione del gatto? Lo abbiamo chiesto a Francesco Petretti, naturalista, documentarista e divulgatore televisivo, membro del Comitato Scientifico Wwf.

Francesco, in cosa il gatto conserva atteggiamenti e comportamenti che rivediamo nella cugina tigre, allo stato selvatico?
«Per tutto quello che riguarda la sfera della caccia. Sappiamo benissimo che un gatto, per quanto sia pigro e ben nutrito, in realtà conserva sempre l’anima del cacciatore. La caccia è fatta di agguati, di punta della coda che si muove quando sta osservando una preda, che sia una lucertola o un uccellino. Esattamente quello che fa una tigre quando sta scrutando un cervo o un cinghiale nella foresta indiana. L’approccio alla preda è uguale, ma anche il gioco è lo stesso. Anche i cuccioli di tigre giocano con la preda come farebbe uno dei nostri gatti con un topolino, un modo per ’imparare’ le tecniche di caccia e di gestione della cattura. E poi non dimentichiamo che la tigre è, tra i felini, uno dei pochi che fa le fusa, esattamente come un gatto».

Questo accade nei contesti familiari, tra madre e cuccioli?
“Sicuramente fa parte del comportamento cosiddetto ’nuziale’, cioè del corteggiamento, della relazione madre -piccoli, ma lo si può vedere con evidenza anche nei casi in cui le tigri sono in cattività, quando hanno un rapporto particolarmente affettuoso con il loro conduttore”.

Quando è avvenuta la domesticazione del gatto, e perché è avvenuta?
«E’ partita dalla regione Mediterranea, soprattutto dal Nord Africa, dall’Egitto. Fu messo nelle case ma ancor prima nei granai, per tenere a bada i topi che hanno sempre rappresentato una grossa perdita economica Nei granai e nei depositi di frumento. Possiamo far risalire la domesticazione a circa 5.000 anni prima di Cristo, con la specie Felis libica nordafricano che poi in buona parte ha dato origine al gatto domestico come lo conosciamo noi».

Nonostante la sua spiccata indipendenza dunque, il gatto si è ben adattato a questa unione con l’uomo..
.«Sicuramente mantiene la sua indipendenza e la sua autonomia, ma chi ha un gatto scopre che dopo un po’ il nostro felino domestico è molto più simile all’affezionato cane di quanto non si creda. In realtà il gatto sviluppa anche un’affezione con il suo padrone, e questo è forse il punto di differenza maggiore tra tigre e gatto. La tigre è sostanzialmente un felino solitario, il gatto è anche un felino sociale, come il leone. E questa è la sua doppia natura..»

La carta geografica europea: per gli americani è un enigma il sondaggio

Nino Materi - Ven, 29/11/2013 - 08:32

L'unica nazione individuata con esattezza è l'Italia. Ma noi non possiamo fare i maestri: 9 su 10 non sanno dov'è Potenza

Andiamoci piano, noi italiani, a criticare l'ignoranza geografica degli americani. Provate infatti a chiedere a un connazionale dove si trova Potenza. Il 90% vi risponderà «in Calabria» (confondendo Potenza con Cosenza), il 9% risponderà genericamente «al Sud» e solo l'1% azzeccherà la risposta (ma solo perché originario della Basilicata).


Cattura
Detto questo, passiamo ad analizzare il deficit da cartina geografica della middle class statunitense che mostra di sapere poco o nulla dell'esatta collocazione dei paesi del Vecchio continente. Dagli Usa arriva però una notizia confortante: tutti gli americani sanno dov'è l'Italia. Una competenza che potrebbe ritorcersi contro di noi solo in caso di bombardamenti sul Bel Paese da parte della U.S. Air Force. Nessun rischio «bellico», invece, per paesi dell'Est Europa. La maggior parte degli americani consultati nel sondaggio dimostrano infatti di non avere la minima idea dei nomi e della corretta posizione degli Stati compresi tra Germania e Russia. In mancanza di un Atlante, queste nazioni sono diventate: «la terra delle pellicce», «la patria di Borat», «il paese di Dracula», «destinazioni low-cost per le vacanze», «ex comunisti» e via così metaforicando. Anche in corrispondenza dell'Italia qualche simpaticone a stelle e strisce ha scritto «pasta», «pizza», «mandolino» o «mafia». Ma questa, si sa, sarà sempre la nostra condanna a vita. Del resto i luoghi comuni sono geograficamente trasversali: del resto, noi italiani, non immaginiamo sempre i tedeschi ubriachi di birra e ruttanti? o i sovietici sempre col colbacco e strafatti di vodka? E allora, di cosa ci lamentiamo?

In Italia lo studio della Geografia è poco più di un optional. Domanda, scoraggiato, un professore di Geografia alla stampa.it (rubrica «L'editoriale dei lettori»): «Per un paese come il nostro che resta una delle prime dieci economie mondiali non è controproducente non valorizzare l'insegnamento della Geografia (soprattutto Economica) nelle Superiori?. Nei licei, da dove generalmente esce la classe dirigente, praticamente questa materia non esiste». Ma torniamo agli americani e al punto grande punto interrogativo davanti al mappamondo. In un certo senso sono recidivi. Nel 2006 anno fa venne fuori un'altra ricerca che li prendeva in giro non poco: «Non sono bastati tre anni di guerra e oltre 2.400 vittime tra i soldati Usa, né le polemiche quotidiane sull'andamento delle operazioni militari nel Golfo: a tutt'oggi il 63% dei giovani americani non ha idea di dove si trovi l'Iraq», sentenziava uno studio del National Geographic condotta su 510 intervistati, tutti giovani tra i 18 e i 24 anni.

1Ma non si tratta solo dell'Iraq perché la stessa ignoranza geografica colpisce anche altre nazioni nel mondo: quelle di cui si parla continuamente in televisione o sui giornali. Un esempio? Nonostante le cronache sui massacri nel Darfur, i giovani non hanno imparato dov'è il Sudan, tanto che oltre la metà ignora che si trovi in Africa, mentre il 20% lo situa in Asia e il 10% in Europa. Le cose non vanno meglio dentro i confini americani. Basta considerare che - come riportato da repubblica.it - il 50% degli intervistati non sa «localizzare» lo Stato di New York. Anche sul fronte «numero degli abitanti» poche idee ma confuse: il 30% ritiene la popolazione Usa sia tra uno e due miliardi, quando in realtà sono 300 milioni. Il 74% pensa che l'inglese sia la lingua più parlata nel mondo, invece del cinese. Severo il giudizio del National Geographic che definisce «allarmante» l'ignoranza dei giovani americani in geografia, ed esprime preoccupazione per le conseguenze e per il progressivo declino della materia nelle scuole. «Eppure la conoscenza geografica è ciò che ci permette di legare persone, luoghi ed eventi, è così che diamo senso al mondo», sentenzia John Fahey, ricercatore del National Geographic.

Ma, invece di fare i maestrini con gli americani, pensiamo alla nostra di geografobia. Un'altra testimonianza probante? la lettera inviata da un lettore di Beppe Severgnini per la sua rubrica Italians: «Caro Beppe, ultimamente mi sono trovato ad osservare, e quindi ad approfondire, un curioso fenomeno che ho scoperto essere molto diffuso: l'ignoranza geografica tra gli italiani (...). Per l'Europa vige la confusione più totale; quasi nessuno sa quali sono le nazioni dell'UE, e sintetizzando si può così riassumere: 1) gli Stati vengono continuamente confusi tra loro, la Slovenia con la Slovacchia, la Lettonia con l'Estonia, la Finlandia con la Svezia, etc, e non parliamo delle capitali o altre città. 2) Alcune nazioni sembrano addirittura mai sentite, altre riesumate (tipo la Cecoslovacchia, che un enorme numero di persone continua a credere esista). 3) Altri trovano soluzioni esilaranti inglobando tutto l'Est in "Russia". Si badi bene che parlo esclusivamente di persone diplomate o laureate».

Non avevamo dubbi.

Mario, il tramonto di un nome: da simbolo dell’italianità al declino

Corriere della sera

Nel secolo scorso era uno dei più diffusi. Adesso , come certifica l’Istat, è diventato improbabile

Cattura
Se c’era una cosa probabile per un maschio del secolo scorso era di chiamarsi Mario. Che non era male, perché veniva dall’etrusco e voleva dire «uomo», forse anche «condottiero», come l’anèr greco che ha dato origine ad Andrea. Quel nome era talmente piaciuto ai genitori dell’epoca che si era diffuso rapidamente, fino a trasformarsi nel paradigma dell’italiano medio.

Sulle schede elettorali tipo c’era scritto «Mario Rossi», quando la Nintendo si era ispirata a un idraulico italiano aveva pensato a un «Super Mario», Ligabue in «Certe notti» cantava «ci vediamo da Mario» e volendo risalire indietro fino al cinema degli anni Cinquanta, Capannelle nei «Soliti ignoti» si metteva a cercare un Mario tra i ragazzini e si sentiva rispondere: «Qua di Mario ce ne so’ cento». «Ma io voglio uno che ruba». «Sempre cento ne so’».

1
Quei tempi ora sembrano destinati a finire, chiamarsi Mario è diventato improbabile e lo certificano i dati dell’Istat. Il nome resiste nelle generazioni adulte, conta ancora 362.645 sull’elenco telefonico nazionale (quinto posto dopo Giuseppe, Antonio, Giovanni e Francesco), ma è praticamente sparito nelle ultime generazioni, risulta fuori dalla lista dei primi trenta scelti dai genitori nel 2013, scalzato dal papale Francesco, al primo posto (Bergoglio, comunque, di nome si chiama Jorge Mario...), e poi dagli Alessandro, Andrea, Lorenzo, persino Christian con l’«h» e senza.

Mario Draghi (Ansa)I primi segnali negativi si erano avuti nel 2011, quando nessun nato è stato registrato all’anagrafe di Gorizia, una vera e propria roccaforte, dove esistono due club dedicati al Santo che organizzano feste in pizzeria la sera dell’onomastico alle quali un tempo partecipava perfino Soldati. Ma adesso il tracollo è ovunque. I motivi? C’è stato chi ha sparato contro il nome, come Vasco Rossi, che si è messo a cantare «ringraziando Dio non mi chiamo Mario» pur di fare una rima. C’è stata la declinazione in «Mariuolo» dedicata da Bettino Craxi al Chiesa di Tangentopoli. Ma dev’essere stata proprio l’identificazione con l’italiano qualunque, quel suo essere troppo normale e troppo poco evocativo, a determinare il minor fascino del nome.

2
Che pure qualche rappresentante piuttosto in vista ultimamente l’ha avuto e ancora ce l’ha, dal governo di Mario Monti ai gol di Mario Balotelli, fino alla nomina di Mario Draghi al vertice della Banca centrale europea, chissà che non basti a risollevarne le sorti. E scusate se la speranza viene espressa da due che «ringraziando Dio» si chiamano Mario.


29 novembre 2013

Sony e la parrucca intelligente. Con Gps

Corriere della sera

Si chiama Smartwig e oltre a un navigatore avrà una fotocamera e diversi sensori per monitorare chila indossa

1
MILANO - Trentacinque anni dopo il Walkman e le sue cuffie, Sony vuole metterci qualcosa di nuovo in testa. L’idea nasce da due inventori giapponesi intenzionati a stupire con SmartWig, cioè la parrucca «intelligente». In tema di tecnologia da indossare, gli ingegneri insieme al colosso hanno sviluppato un particolare copricapo in grado non solo di adattarsi perfettamente alla testa di una persona - e coprire la eventuale calvizie - ma che è anche dotata di fotocamera, di un sistema di navigazione, di sensori che sappiano monitorare i valori fisiologici. La capigliatura posticcia, però, può fare molto altro.

INVENZIONE - Se non fossimo in novembre, parrebbe un pesce d’aprile. Ciò nonostante, quando gli inventori alla Sony danno libero sfogo alla loro creatività, i risultati - spesso - sono dei grandi successi globali. Hiroaki Tobita e Takuya Kuzi, dei Sony Computer Science Laboratories, hanno presentato tre varianti della parrucca multifunzione SmartWig. Si tratta di una normale parrucca in grado però di comunicare in modalità wireless con un dispositivo mobile e dotata di fotocamera, puntatore laser e un sensore Gps. Certo, un’idea bizzarra, ma dopotutto inventare per questi signori è un lavoro serio. E poi, altri colossi del settore sono attivi da tempo nell’arena della tecnologia indossabile: il prossimo anno Google intende commercializzare i suoi famosi Google Glass, a settembre Samsung ha presentato il suo smartwatch Gear e aziende quali Nike e Jawbone hanno creato dei braccialetti che raccolgono ogni sorta di dati e statistiche.

CatturaSMART - Ma torniamo alle super-parrucche giapponesi: il primo modello di SmartWig funge da sistema di navigazione grazie a un sensore Gps. Come? Il gadget peloso indica il percorso attraverso delle micro-vibrazioni nella parte del cranio interessata. In altre parole: una piccola scossa sul lato destro indica la direzione a destra. Può essere utile, per esempio, ai non vedenti che potrebbero ricevere così le indicazioni mentre camminano. Il secondo modello, invece, è dotato di un puntatore laser e può far scorrere le slide di PowerPoint semplicemente orientando la testa da un punto all’altro del riquadro. Infine, il terzo prototipo di smart-parrucca: sostituisce i termometri e i misuratori di pressione e, con un semplice clic, monitora le onde cerebrali, archivia suoni e immagini che, all’occorrenza, l’indossatore può recuperare.

BREVETTO - Sony ancora non sa se la parrucca intelligente verrà mai lanciata sul mercato. Nel frattempo, tuttavia, il gruppo nipponico ha già depositato la domanda di brevetto negli Usa e in Europa. Sony, da questo punto di vista è molto attiva: solamente lo scorso anno ha depositato oltre 3000 brevetti scalzando, negli Usa, importanti società quali Microsoft e General Electric. La SmartWig, che potrà essere indossata sia sui capelli naturali che direttamente sulla nuda pelle, rappresenta una vera e propria rivoluzione per il settore della tecnologia indossabile, dicono i due inventori.

29 novembre 2013

La lettera: «Nella mia busta paga c'è solo 1 euro: la legge ci costringe all'elemosina»

Il Mattino




Gentile redazione del Mattino.it,

sono un’ incaricata annuale monoreddito, con due figli che frequentano la scuola. Mio marito in seguito alla grave crisi economica, sono ormai due anni che non lavora. Quindi le spese sono tutte a mio carico. Questo mese ho aperto il mio statino ed ho trovato 1€ in busta paga, con le seguenti motivazioni: acconto irpef € 797.27 anticipato pur non avendo altri redditi, mentre gli altri soldi sono dovuti per le detrazioni in quanto avevo mio marito a carico.

Egli ha ricevuto a dicembre 2013 un indennizzo di disoccupazione in un'unica soluzione di € 3000 in tal modo superando i 2850 € annui stabiliti dalla legge per essere a carico del coniuge ho dovuto restituirne 400 il mese di agosto e il restante il mese di novembre. La mia domanda è questa: è possibile che vi siano leggi che debbano permettere alle famiglie di elemosinare il cibo? Tutto questo che sta accadendo per me è una vera vergogna nei riguardi dei nostri giovani figli ai quali sono stati rubati i sogni e le speranze».

A. C.

 
Segui @mattinodinapoli
venerdì 29 novembre 2013 - 12:59   Ultimo aggiornamento: 13:03

Napoli, guarda dove finiscono i nostri rifiuti differenziati»

Il Mattino

Un video mostra i cassonetti (marroni) per la differenziata svuotati nel camion per i rifiuti indifferenziati



Il sindaco di Napoli ha presentato in pompa magna il nuovo piano della raccolta differenziata che prevede l'installazione di cassonetti marroni dedicati alla raccolta della frazione umida. Uno dei quartieri coinvolti è Fuorigrotta. Il video che allego è stato registrato nella notte tra il 27 e 28 novembre 2013 e mostra chiaramente che non viene fatta nessuna distinzione tra i il materiale indifferenziato e quello umido.

Il cassonetto marrone dell'umido, infatti, viene svuotato nello stesso camion dove, immediatamente dopo, vengono riversati i rifiuti indifferenziati dei cassonetti grigi. Una delusione enorme per tutti i cittadini del mio quartiere che avevano accolto favorevolmente l'installazione dei nuovi cassonetti e che ogni giorno, nonostante la mancanza del porta a porta, fanno la raccolta differenziata nella speranza di avere una città più pulita.

Lettera firmata


Primo piano - Napoli, la differenziata finisce tra i rifuti...

 
Segui @mattinodinapoli
venerdì 29 novembre 2013 - 10:15   Ultimo aggiornamento: 16:36

venerdì 29 novembre 2013

Ecco il caricabatteria per cellulari che va a idrogeno

Corriere della sera

 

Ecco Brunton, il carica batteria con reattore ad idrogeno adatto per smartphone, tablet e console per videogiochi (Olycom)

 

 

 

Urss, Kissinger, massoneria Ecco i misteri di Napolitano

Paolo Bracalini - Ven, 29/11/2013 - 08:21

Da dirigente Pci intrattenne rapporti riservati con Unione sovietica e Usa, dove andò durante il sequestro Moro. E da allora la "fratellanza" mondiale lo tratta con riguardo

«Il presidente Napolitano è stato sempre garante dei poteri forti a livello nazionale e degli equilibri internazionali sull'asse inclinato dal peso degli Stati Uniti» scrivono i giornalisti di inchiesta Ferruccio Pinotti (del Corriere della sera) e Stefano Santachiara (Il Fatto) in I panni sporchi della sinistra (ed. Chiarelettere).


Cattura
Il primo ritratto, di 60 pagine, è dedicato proprio al presidente della Repubblica («I segreti di Napolitano»), «l'ex ministro degli esteri del Pci» come lo definì Bettino Craxi interrogato dal pm Di Pietro nel processo Enimont. I rapporti con Mosca, quelli controversi con Berlusconi (il mensile della corrente migliorista del Pci, Il Moderno, finanziato da Fininvest, ma anche dai costruttori Ligresti e Gavio), e le relazioni oltreoceano, con Washington.

Una storia complessa, dalla diffidenza iniziale del Dipartimento di Stato Usa e dell'intelligence americana («nel 1975 a Napolitano gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti»), alle aperture dell'ambasciata Usa a Roma, al «misterioso viaggio» di Napolitano negli Stati uniti nel '78, nei giorni del sequestro Moro, l'altro viaggio insieme a Occhetto nel 1989, fino «all'incontro festoso, molti anni dopo, nel 2001, a Cernobbio, con Henry Kissinger, ex braccio destro di Nixon, che lo saluta calorosamente: “My favourite communist”, il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: “Il mio ex comunista preferito!”».

Il credito di Napolitano presso il mondo anglosassone si dipana nel libro-inchiesta anche su un fronte diverso, che Pinotti segue da anni, la massoneria, e che si intreccia con la storia più recente, in particolare con le dimissioni forzate di Berlusconi nel 2011, a colpi di spread e pressioni delle diplomazie internazionali. Su questo terreno gli autori fanno parlare diverse fonti, tra cui una, di cui non rivela il nome ma l'identikit: «Avvocato di altissimo livello, cassazionista, consulente delle più alte cariche istituzionali, massone con solidissimi agganci internazionali in Israele e negli Stati Uniti, figlio di un dirigente del Pci, massone, e lui stesso molto vicino al Pd».

Il quale racconta: «Già il padre di Giorgio Napolitano è stato un importante massone, una delle figure più in vista della massoneria partenopea» (proprio nei giorni successivi all'uscita del libro sarebbe spuntata, dagli archivi di un'associazione massonica di primo piano, la tessera numerata del padre di Napolitano, ndr). Tutta la storia familiare di Napolitano è riconducibile all'esperienza massonica partenopea, che ha radici antiche e si inquadra nell'alveo di quella francese...».

Avvocato liberale, poeta e saggista, Giovanni Napolitano avrebbe trasmesso al figlio Giorgio (legatissimo al padre) non solo l'amore per i codici «ma anche quello per la “fratellanza”» si legge. E poi: «Per quanto riguarda l'attuale presidente, negli ambienti massonici si sussurra da tempo di simpatie della massoneria internazionale nei confronti dell'unico dirigente comunista che a metà anni Settanta, all'epoca della Guerra fredda, sia stato invitato negli Stati Uniti a tenere un ciclo di lectures presso prestigiosi atenei. Napolitano sarebbe stato iniziato, in tempi lontani, direttamente alla «fratellanza» anglosassone (inglese o statunitense)».

Da lì il passo ad accreditare la tesi, molto battuta in ambienti complottisti, di un assist guidato a Mario Monti, è breve, e viene illustrata da un'altra fonte, l'ex Gran maestro Giuliano Di Bernardo («criteri massonici nella scelta di Mario Monti») e da uno 007 italiano. L'asse di Berlusconi con Putin - specie sul dossier energia - poco gradito in certi ambienti, entra in questo quadro (fantapolitica?). Con un giallo finale nelle pagine del libro, raccontato dalla autorevole fonte (senza nome): Putin avrebbe dato a Berlusconi delle carte su Napolitano. Se queste carte esistono, riguardano più i rapporti americani di Napolitano che quelli con i russi». Materiale per una avvicente spy story su Berlusconi, Napolitano, Monti, Putin, la Cia, il Bilderberg...

Il coniglio e i piccoli uomini

Alessandro Sallusti - Gio, 28/11/2013 - 15:00

Si chiama Pietro Grasso, da poco è presidente del Senato. Ha diretto il plotone di esecuzione violando anche le ultime norme che erano rimaste da violare

Piccoli uomini, senza il senso della Storia, della giustizia e della libertà hanno messo in scena una Piazzale Loreto bis, aggiungendo vergogna a vergogna nazionale.


Cattura
Il piccolo presidente Napolitano, detto dagli amici «il coniglio», si è goduto lo spettacolo al riparo della fortezza del Quirinale durante la giornata, per poi festeggiare in serata all'Opera di Roma. Ha mandato avanti, il coniglio, un altro piccolo uomo suo servitore, che guarda caso è un fresco ex pm. Si chiama Pietro Grasso, da poco è presidente del Senato. Il Grasso ha diretto il plotone di esecuzione violando anche le ultime norme che erano rimaste da violare, così, tanto per non farsi mancare nulla. Gli altri non meritano neppure citazione, tanto piccoli uomini si sono dimostrati. Faccio un'eccezione per il piccolo Schifani, il più infido tra i traditori di Forza Italia. Nei suoi mielosi interventi dentro e fuori l'aula per l'ipocrita difesa di Berlusconi, ha detto di sentire un «dovere morale». Dichiarazione fuorviante perché potrebbe far credere ai più distratti che lui sappia che cosa sia la morale. Meglio avrebbe fatto a dire: faccio così perché sono «uomo d'onore».

E come sempre, quando c'è da fare scorrere sangue senza nulla rischiare, non potevano mancare gli intellettuali. In questo caso si chiamano “senatori a vita”, tipo l'architetto Renzo Piano e lo scienziato Carlo Rubbia. Parliamo di due amici di Napolitano (tanto amici che ce li farà mantenere a noi fin che campano) che l'Italia sanno a malapena dove è sulla cartina geografica. Ma hanno un pregio persino superiore ai loro meriti accademici: sono rigorosamente di sinistra. Ieri, per la prima volta da quando sono stati nominati, hanno onorato (si fa per dire) il loro lauto vitalizio e si sono presentati in aula per partecipare alla mattanza e da domani, orgogliosi, racconteranno l'avventura e l'emozione alle dame dei salotti radicalchic, sorseggiando champagne tra una tartina di caviale e l'altra.

Questa è l'Italia che vorrebbe riscrivere la storia: due compari siciliani, Grasso e Schifani (fino a pochi mesi fa il primo praticamente indagava sul secondo), quattro rimbambiti grillini (che se Berlusconi non avesse governato a lungo mai e poi mai avrebbero avuto la giusta libertà di dire e fare ciò che hanno detto e fatto negli ultimi anni), un centinaio di senatori di sinistra così ipocriti e vigliacchi da non fare scattare neppure l'applauso all'annuncio della decadenza. Se l'avessero fatto, li avrei rispettati. Ma in tal caso si parlerebbe di uomini, non di piccoli uomini.

Quando il pool graziò il Pds e i giudici diventarono casta

Sergio d'Angelo - Ven, 29/11/2013 - 08:25

Mani pulite con la regia di Md sfiorò il partito per dimostrare che avrebbe potuto colpire tutti Il Parlamento si arrese, rinunciando all'immunità. E così consegnò il Paese ai magistrati

Per rendersi credibile alla magistratura, il tacito accordo tra Md e Pds avrebbe dovuto coinvolgere magistrati della più varia estrazione e provenienza politica e culturale.

Cattura
Nel 1989 era entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale che apriva la strada ad un'attività dell'accusa priva di qualunque freno, nonostante l'introduzione del Gip (giudice delle indagini preliminari), in funzione di garanzia dei diritti della difesa. C'è un significativo documento - intitolato I mestieri del giudice - redatto dalla sezione milanese di Md a conclusione di un convegno tenutosi a Renate il 12 marzo 1988, in casa del pm Gherardo Colombo. In quel testo l'allora pm di Milano Riccardo Targetti tracciò una netta distinzione tra «pm dinamico» e «pm statico», schierandosi naturalmente a favore della prima tipologia, come il nuovo codice gli consentiva di fare.

Che cosa legava tra loro i componenti del pool Mani pulite? Nulla. Che Gerardo D'Ambrosio (chiamato affettuosamente dai colleghi zio Jerry) fosse «vicino» al Pci lo si sapeva (lui stesso non ne faceva mistero), ma non si dichiarò mai militante attivo di Md. Gherardo Colombo era noto per aver guidato la perquisizione della villa di Licio Gelli da cui saltò fuori l'elenco degli iscritti alla P2: politicamente militava nella sinistra di Md, anche se su posizioni moderate.
Piercamillo Davigo era notoriamente un esponente di Magistratura indipendente, la corrente più a destra. Francesco Greco era legato ai gruppuscoli dell'estrema sinistra romana (lui stesso ne narrava le vicende per così dire «domestiche»), ma nel pool tenne sempre una posizione piuttosto defilata. Infine, Di Pietro, una meteora che cominciò ad acquistare notorietà per il cosiddetto «processo patenti» (che fece piazza pulita della corruzione nella Motorizzazione civile di Milano) e l'informatizzazione accelerata dei suoi metodi di indagine, per la quale si avvalse dell'aiuto di due carabinieri esperti di informatica.

Il 28 febbraio 1993, a un anno dall'arresto di Mario Chiesa, cominciano a manifestarsi le prime avvisaglie di un possibile coinvolgimento del Pds nell'inchiesta Mani pulite con il conto svizzero di Primo Greganti alias «compagno G» militante del partito, che sembra frutto di una grossa tangente. Il 6 marzo fu varato il decreto-legge Conso che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti. Il procuratore Francesco Saverio Borrelli va in tv a leggere un comunicato: la divisione dei poteri nel nostro Paese non c'era più. Il presidente Oscar Luigi Scalfaro si rifiuta di firmare il decreto, affossandolo.

Alla fine di settembre il cerchio sembra stringersi sempre di più intorno al Pds, per tangenti su Malpensa 2000 e metropolitana milanese: tra smentite del procuratore di Milano Borrelli e timori di avvisi di garanzia per Occhetto e D'Alema, la Quercia è nel panico. Il 5 ottobre Il Manifesto titola I giudici scagionano il Pds: l'incipit dell'articolo - a firma Renata Fontanelli - è il seguente: «. La posizione di Marcello Stefanini, segretario amministrativo della Quercia e parlamentare, verrà stralciata e Primo Greganti (il «compagno G») verrà ritenuto un volgare millantatore. Il gip Italo Ghitti (meglio noto tra gli avvocati come «il nano malefico») impone alla Procura di Milano di indagare per altri quattro mesi poi il 26 ottobre come titola il Manifesto a pagina 4 titola D'Ambrosio si ritira dal pool per impedire speculazioni sui suoi rapporti «amicali» con il Pds.

Quali indicazioni si possono trarre da questa vicenda? Il pool dimostrò che la magistratura sarebbe stata in grado di colpire tutti i partiti, Pds compreso; la Quercia era ormai un partito senza ideologia e il suo elettorato si stava fortemente assottigliando (era al 16%): c'era dunque la necessità di trovare un pensiero politico di ricambio, che poteva venire solo dall'esterno; nessuna forza politica avrebbe mai potuto modificare l'assetto istituzionale nonché l'ordinamento giudiziario senza il consenso della magistratura; alla magistratura fu fatto quindi comprendere che l'unico modo di conservare i propri privilegi sarebbe stato quello di allearsi con un partito in cerca di ideologia.

Il Psi con Bettino Craxi, Claudio Martelli e Giuliano Amato avevano minacciato o promesso un drastico ridimensionamento dei poteri e privilegi dell'ordine giudiziario. Ma la reazione delle toghe fu tanto forte da indurre un Parlamento letteralmente sotto assedio e atterrito a rinunciare ad uno dei cardini fondamentali voluto dai costituenti a garanzia della divisione dei poteri: l'immunità parlamentare. A questo punto il pallino passò al Pds, che non tardò a giocarselo.

Di giorno nel centro di accoglienza, di notte i raid: presi dopo 54 colpi

Il Giorno

di Paola Pioppi


Tre in manette ma la banda potrebbe essere più articolata. Indagini scattae dopo colpo a Cavallasca. Ricostruiti altri 53 furti, di cui 19 commessi nel Comasco e 9 nel Lecchese


Cattura
Como, 29 novembre 2013 - Di giorno ospiti del centro di accoglienza, di notte in giro per la Lombardia a commettere furti nelle abitazioni, incuranti della presenza dei proprietari. Sono 54 i colpi che l’indagine, condotta dalla Squadra Mobile di Como, contesta a un gruppo di albanesi domiciliati nel centro di accoglienza di via Saponaro di Milano o in campi nomadi dell’hinterland milanese. Sono i luoghi dove la refurtiva veniva smerciata, di ogni genere e valore. In carcere, su ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Maria Luisa Lo Gatto e chiesta dal sostituto procuratore Antonio Nalesso, sono finiti tre albanesi, ma gli inquirenti ritengono che la banda responsabile di quei 54 colpi fosse più articolata, e gli accertamenti sono ancora in corso.

Zenel Gjoni, albanese di 23 anni residente a Rozzano, era in carcere al Bassone già da agosto, condannato a due anni per un furto in abitazione commesso a Lenno, dove era stato arrestato dai carabinieri. L’ordinanza ha raggiunto in carcere anche Fadil Bajrami, 26 anni, detenuto a Tolmezzo sempre per furti, mentre nel campo nomadi di via Novara a Milano, è stato arrestato Francesck Gjerkaj, 21 anni.

Le indagini sono partite un anno fa da un furto in abitazione realizzato a Cavallasca, il 20 novembre: gli investigatori, avevano tenuto sotto controllo alcuni dei telefoni rubati in quell’occasione. Da quel momento, sono stati ricostruiti altre 53 furti, di cui 19 commessi nel Comasco e 9 nel Lecchese. La banda ogni notte colpiva più abitazioni di una stessa zona, per poi affrettarsi a vendere la refurtiva ad altri stranieri, realizzando il guadagno in poche ore. Il quartier generale dello smercio era soprattutto il centro di accoglienza di via Saponaro, mischiati tra un centinaio di ospiti e capaci di nascondere sia la refurtiva che i luoghi in cui veniva conservata.

Nel corso delle indagini sono state recuperate una decina di auto rubate utilizzate per gli spostamenti, mentre durante gli arresti è stata recuperata refurtiva recente: 11 telefoni cellulari, 4 penne usb, un computer portatile, orologi, anelli, occhiali. Il 24 febbraio la banda aveva agito in due case a Vertemate con Minoprio, due giorni dopo altre due a Capiago Intimiano, tra 28 marzo e 1° aprile ad Albese, Eupilio, Barni e Longone al Segrino, a inizio maggio tra Fino Mornasco e Grandate, per posi spostarsi ad Alzate Brianza il 15 maggio, dove ha realizzato tre furti, e tre giorni dopo a Erba, Albese, Luisago. Nel Lecchese i colpi contestati sono stati realizzati a Cassago a fine marzo, a Oggiono il 26 marzo, il 13 metà aprile a Galbiate, Valgreghentino, Olginate: una sequenza di sette colpi in una notte.

Io, cieco, rischio la vita per andare a lavorare”

La Stampa

giampiero maggio
ivrea (torino)

Ivrea, la battaglia di un disabile: “Scendo dal bus e resto senza aiuto”



Cattura
Umberto Breglia ha 43 anni ed è cieco. A portargli via la vista, un po’ per volta, è stata una retinite pigmentosa genetica. Lui, che all’epoca aveva 20 anni, ha capito quel che gli stava capitando. Si è adeguato all’handicap e ha lottato: ha imparato il linguaggio braille, ha continuato a studiare e ha insegnato in un centro professionale. Fino a 25 mesi fa, quando è rimasto senza lavoro.

Ma nemmeno questa volta si è arreso. Lunedì prossimo, dopo aver vinto un concorso, farà il centralinista al carcere di Ivrea. Poco più di 1100 euro al mese. Ogni mattina partirà da Torino, dove vive, per raggiungere la casa circondariale. Un’ora di viaggio, tra metro, treno e autobus, senza problemi. Fino all’ultima fermata del pullman prima del carcere: scenderà direttamente sulla statale, dove sfrecciano decine di auto al minuto. Da qui in avanti per lui sarà impossibile raggiungere il posto di lavoro. «A meno che - spiega - io non voglia rischiare la vita finendo sotto una macchina».

Quasi 150 metri di tragitto pieno di ostacoli. Senza strisce pedonali, senza un semaforo con un segnalatore acustico, senza un marciapiede che conduca alla casa circondariale. Banalità per chi non è costretto a convivere con un handicap del genere, una priorità per chi, come Umberto, deve muoversi sfidando il buio. 


Ora lancia un appello: «Aiutatemi, mettetemi nelle condizioni di poter andare al lavoro senza dover rischiare la vita ogni giorno». Ha chiesto al Comune di Ivrea che venisse spostata la fermata il più vicino possibile al carcere. E che, soprattutto, venissero disegnate le strisce pedonali a ridosso del semaforo. Tutto inutile.

La prima risposta lo ha lasciato impietrito. Poche righe inviate via mail dal Comune. C’era scritto: «Le devo comunicare che, purtroppo, ci sono criticità strutturali su quel nodo per cui nell’immediato risulta molto complicato attuare delle modifiche». Detto in burocratese, si dovrà arrangiare. Il sindaco della città, Carlo Della Pepa, ora assicura: «Faremo il possibile per aiutarlo». L’alternativa, per Breglia, sarà il taxi: «Ma ho già fatto i conti. Dalla stazione di Ivrea al carcere mi costerà più di 400 euro al mese...». 

Fra 4 giorni dovrà prendere servizio al centralino. Sveglia alle 5,30, anche se il treno, a Torino, partirà due ore dopo: «Chi è come me deve essere il più lucido possibile, nessuna imprudenza. Dovrò essere bello sveglio». Poi, prima delle 9, puntuale, sarà alla fermata vicino al carcere: «Rinunciare a quel lavoro? Non ci penso nemmeno». 

In fondo chiede soltanto una cosa: poterci arrivare sano e salvo. 

La caduta di Nigella, da dea del focolare a “schiavista drogata”

La Stampa

alessandra rizzo
londra

Le dipendenti accusate di truffa: era una tiranna



Cattura
Da anni era per tutti Nigellissima, la dea del focolare che dai canali della Bbc o dalle pagine dei suoi libri condivideva ricette di Natale e altre delizie. Ma da giorni Nigella Lawson è stata travolta da uno scandalo che ha fatto a pezzi la sua immagine: sarebbe una cocainomane dedita all’uso quotidiano di stupefacenti e avrebbe comprato il silenzio di due collaboratrici per evitare che il marito, oggi ex, lo venisse a sapere.
La saga, scatenata da un processo a due ex impiegate di origine italiana, sta appassionando il paese e dominando da giorni le pagine dei tabloid britannici. Da star della tv, Nigella è diventata bersaglio di accuse in tribunale e di scherno su Twitter.

Per lei, 53 anni e due figli, è un crollo d’immagine verticale. Figlia dell’ex cancelliere dello scacchiere di Margaret Thatcher, Nigel Lawson, laureata ad Oxford, una vita tra i palazzi eleganti di Chelsea, Nigella ha conquistato il successo grazie ad un’immagine sexy e al tempo stesso rassicurante. Nel 2003 aveva sposato in seconde nozze il miliardario e collezionista Charles Saatchi. Matrimonio finito male, con una fotografia che lo scorso giugno ha fatto il giro del mondo: Saatchi che le stringe le mani intorno al collo in un ristorante di lusso a Londra e, secondo le ricostruzioni dei giornali, Nigella che scappa in lacrime. Da lì una causa di divorzio e l’inizio di una saga sfociata nelle rivelazioni di questi giorni.

L’accusa di essere cocainomane giunge infatti da Saatchi, nel corso del processo a carico delle sorelle Francesca ed Elisabetta Grillo. Le due sono accusate di aver abusato della carta di credito affidata loro per lavoro, utilizzandola invece per spese personali per centinaia di migliaia di sterline. Tra gli acquisti a loro imputati ci sarebbero 4.700 sterline in voli per New York, un conto da 1.200 sterline all’hotel Ritz a Parigi, e articoli di Miu Miu e altri stilisti. Le due negano la frode.

Eppure sembra quasi che il processo sia a carico di Nigella. Prima l’accusa dell’ex marito, in un’e-mail letta in aula: «È chiaro che adesso le Grillo se la caveranno sulla base del fatto che tu eri così sconvolta dalle droghe che hai permesso loro di spendere a piacimento... E sì, credo a ogni loro parola». Poi l’avvocato delle due imputate ha rincarato la dose: «Se il signor Saatchi dice la verità, allora la signora Lawson è una criminale recidiva». Infine le accuse delle sorelle che, di fronte alla richiesta di spiegazioni, si lamentavano di essere trattate dalla coppia «peggio di schiave filippine», secondo la ricostruzione di uno degli assistenti finanziari di Saatchi. 

Per Nigella, le ripercussioni potrebbero essere onerose. La sua partecipazione al programma americano «The Taste», sul canale Abc, appare in dubbio. Resta confermata per il momento la nuova serie per la Bbc prevista a Gennaio. Ma il danno è fatto. «Nessuno in Gran Bretagna sarà in grado di guardare la serie se non per morbosa curiosità, e sghignazzando ogni volta che Nigella misura la farina», ha scritto il «Daily Telegraph». «Nessuno invidia più la dea de focolare».



Londra, la star tv Nigella presa per il collo dal marito

La Stampa

La furiosa lite tra il miliardario e la conduttrice immortalata dai paparazzi. Scotland Yard indaga



Cattura
Lui è Charles Saatchi, miliardario e famoso collezionista d’arte. Lei è Nigella Lawson, cuoca e star televisiva. Insieme da 10 anni, sono stati pizzicati dai `paparazzi´ del britannico Sunday People in un ristorante di mayfair; E le foto-shock della furiosa lite tra i due sono una testimonianza emblematica della violenza sulle donne. E ora Scotland Yard ha deciso di indagare. 

In una foto su vede Charles Saatchi che mette una mano sulla bocca della donna, come a volerla far tacere, in un’altra le stringe il collo e lei sembra implorarlo, con gli occhi spalancati come nello sforzo. I due hanno lasciato il locale separatamente e lei è stata fotografata mentre attraversa la strada in lacrime, il volto sconvolto. La coppia non ha voluto fare commenti sull’accaduto. Ma Scotland Yard ha fatto sapere che, per quanto Nigella non abbia presentato alcuna denuncia, gli inquirenti vorranno interrogare i due sull’accaduto. Sposati da dieci anni, lui è al terzo matrimonio, lei al secondo.

Napoli, tra le armi storiche spuntano i mitragliatori Uzi: l'inchiesta

Il Mattino


Cattura
Cosenza.I carabinieri del Nucleo Tutela patrimonio culturale hanno sequestrato, in esecuzione di un decreto emesso dalla Procura di Cosenza, settanta armi di interesse storico a palazzo Arnone, sede della sovrintendenza ai beni storici artistici ed etnoantropologici. Le armi erano nascoste in tre casse semiaperte e incustodite nella Galleria nazionale. All'interno c'erano 33 pistole e 14 fucili di diversa forma e modello molte delle quali ad avancarica, un mitragliatore Sten Mk2 munito di caricatore, una pistola mitragliatrice Uzi semiautomatico, due sciabole, due bastoni, un bilancino in ottone e materiale per la pulizia.

Le indagini hanno consentito di appurare che si tratta di armi cedute nel 2006 dal 10° Cerimant di Napoli all'allora soprintendente e valutate di interesse storico, perciò destinate al museo delle armi, divise e decorazioni dell'amministrazione provinciale di Catanzaro. Tuttavia esistono diverse discrepanze nell'elenco delle armi trasmesse al museo. Almeno sei pistole tra quelle sequestrate non facevano parte del materiale acquisito a Napoli nè sono state denunciate all'autorità di pubblica sicurezza.

Mancano inoltre due sciabole, due pugnali di epoca fascista, otto ostile di vario genere e due fucili. Le ipotesi di reato per cui si procede, a carico di ignoti, vanno dal furto aggravato, all'uso improprio di beni culturali ed alla detenzione illecita di armi comuni da sparo e da guerra.

 
Segui @mattinodinapoli
venerdì 29 novembre 2013 - 10:23   Ultimo aggiornamento: 11:34

Un albero per ogni neonato»: a Napoli dovevano essere 10mila

Il Mattino

di Gerardo Ausiello

Zero interventi, a Napoli dovevano essere 10mila Il Comune: «Problemi di risorse e di organizzazione»


Cattura
NAPOLI - ​«Un albero per ogni neonato». Lo impone la legge, o almeno ci prova. Già, perché a Napoli i bambini (in barba alla crisi) arrivano numerosi ma gli alberi si fanno attendere. A conti fatti, da gennaio ad oggi all’ombra del Vesuvio sono stati dati alla luce quasi 10mila neonati. Ognuno avrebbe dovuto avere il suo alberello, dotato di targhetta nominativa, con cui crescere insieme, secondo lo spirito di una norma che punta a riconciliare uomo e natura, vita con vita, dimensione privata e pubblica. Le piante e spazi verdi, invece, latitano clamorosamente.

E la situazione non cambia molto nel resto della Campania. Qualcosa ogni tanto si muove ma si tratta soprattutto di interventi isolati ed estemporanei, senza una regia e un piano strategico. Un gruppo di alberi, ad esempio, è stato piantato l’anno scorso all’esterno del centro polifunzionale di Soccavo. Prima ancora era stato il turno di largo Madre Teresa di Calcutta, a Chiaia. Il mese scorso, invece, qualche ramoscello è spuntato in piazza Muzii, all’Arenella, al termine dei contestati lavori di realizzazione dei box sotterranei: quest’anno 300, ma tutti senza targhetta.

Di questo passo la legge del 10 gennaio 2013, che ha rispolverato vecchie norme approvate nel lontano 1992, è destinata a finire in soffitta. Perché? «Siamo sempre a corto di fondi - spiega Mario Coppeto, presidente della Municipalità Vomero - In base a una ricognizione effettuata dai tecnici, ci sono 48 fossette disponibili ed altri 50 arbusti da sostituire. Abbiamo stanziato 30mila euro, che bastano però solo a coprire la metà delle operazioni. Ci aspettiamo uno sforzo maggiore dal Comune, che potrebbe almeno farsi carico delle spese per rimuovere i ceppi degli alberi tagliati perché malati o pericolosi».

Per Fabio Chiosi, presidente della Municipalità Chiaia, «bisognerebbe destinare a questa voce un budget ad hoc ogni anno. Altrimenti non ci saranno mai fondi sufficienti». Non è solo un problema di risorse. In passato la Regione aveva previsto un tesoretto a cui avrebbero dovuto attingere i Comuni (con più di 15mila abitanti) per i nuovi alberi. La risposta degli amministratori locali, tuttavia, è stata deludente. Così in un primo momento quei soldi venivano investiti in azioni strutturali, come la forestazione. Poi, con la finanziaria 2011, è scattata la rivoluzione: i sindaci devono ora identificare le aree in cui prevedere le piante, che vengono fornite direttamente dai vivai di Palazzo Santa Lucia. Anche questo sistema, però, rischia di non decollare.

«Parliamo di una legge bella ed utile, ma difficilmente applicabile, specie nelle grandi città - ammette il vicesindaco Tommaso Sodano - In base alle norme in vigore, infatti, i Comuni dovrebbero piantare alberelli alti pochi centimetri e dunque facilmente sradicabili. Ecco che interventi del genere finirebbero per avere quasi esclusivamente un valore simbolico. Viceversa gli alberi robusti e con una circonferenza ampia, come querce e cedri, possono costare migliaia di euro. Per questo il nostro obiettivo è piuttosto incrementare la quota pro capite di verde valorizzando in particolare i parchi cittadini, dai Camaldoli alla Villa Comunale».

Gli ambientalisti, comunque, ci credono: «Ogni anno promuoviamo la festa dell’albero con l’obiettivo di creare nuovi giardini dell’accoglienza e parchi interculturali. E i risultati si iniziano a vedere», dice il presidente regionale di Legambiente, Michele Buonomo. Più pessimista Guido D’Angelo, ordinario di Diritto urbanistico alla Federico II: «Sempre più norme giuridiche risultano prive di effettività, quasi come le norme di buona educazione».

 
Segui @mattinodinapoli
venerdì 29 novembre 2013 - 11:59   Ultimo aggiornamento: 12:01