venerdì 4 gennaio 2013

Roma, figlio muore in un incidente Alla madre chiedono 700 euro per pulire il sangue

Luisa De Montis - Ven, 04/01/2013 - 12:38

Una lettera recapitata alla madre chiede settecento euro per la pulizia della carreggiata, dopo lo schianto in cui è rimasto vttima il figlio


Settecento euro per pagare la pulizia di un tratto di strada di Roma dove il figlio è morto. Soldi che serviranno a coprire l'intervento di Sicurezza e Ambiente, società che si occupa di ripristinare le condizioni delle strade dopo gli incidenti. La notizia - riportata da Repubblica - ha dell'incredibile. Sembra uno scherzo di pessimo gusto, ma non lo è. La madre di Valerio Leprini, morto nel 2009 in un incidente stradale, ha ricevuto dopo l'incidente mortale una lettera con la richiesta di settecento euro per la pulizia della carreggiata.

Valerio, 15enne, "morì sbattendo la testa su un palo dell'illuminazione pubblica fuorilegge", spiega la madre. Una circostanza per cui tre vigili e un funzionario del X municipio sono "imputati per omicidio colposo". Il palo fu eliminato dopo l'incidente. Nei giorni successivi la madre di Valerio ricevette la lettera in cui le si chiedeva di pagare 700 euro. Una cifra non da poco. L'accusa della donna non è però principalmente sulla cifra. Ma sulla "sensibilità da utilizzare in simili circostanze".  "A questo punto non mi stupirei se un domani mi dovessero chiedere di risarcire il palo dell'illuminazione pubblica ammaccato dalla testa di mio figlio".

I periti su Provenzano: non è in grado di capire Il superboss potrebbe evitare il processo

Corriere della sera

Il referto: «Ha scarse capacità di capire ed esprimersi»

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Per come sta, è difficile immaginare che possa partecipare a un nuovo processo a suo carico. Bernardo Provenzano, infatti, versa in «uno stato di ridottissimi contenuti di coscienza e responsività all'ambiente, nonché scarse capacità di esprimersi, di comprendere ed eseguire ordini elementari». Tradotto dal linguaggio tecnico-scientifico, capisce poco o nulla di quello che gli capita intorno e non riesce a interloquire in maniera accettabile con le altre persone.

È la conclusione a cui sono giunti i periti nominati dal giudice di Palermo Piergiorgio Morosini che deve decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio per dodici imputati coinvolti a vario titolo nel procedimento sulla cosiddetta trattativa fra lo Stato e la mafia al tempo delle stragi. Uno di loro è proprio Provenzano, che secondo l'accusa avrebbe tessuto l'ultima parte dei contatti tra Cosa nostra e le istituzioni. Ma a questo punto la sua permanenza al fianco degli altri imputati (boss del suo calibro come Riina e Bagarella, ex carabinieri e uomini politici di ieri e di oggi) sembra fortemente a rischio. L'avvocato Rosalba Di Gregorio ha già chiesto che la posizione del padrino corleonese venga stralciata, il giudice deciderà la prossima settimana, all'udienza dell'8 gennaio, dopo aver ascoltato i pubblici ministeri.

La perizia firmata dallo psichiatra Renato Ariatti e dal neurologo Andrea Stracciari è stata depositata ieri, e ripercorre le varie tappe del decadimento psicofisico del capomafia rimasto latitante per quarantatré anni, fino all'arresto avvenuto nell'aprile 2006, e depositario di molti segreti. Dopo l'operazione del 17 dicembre scorso per la rimozione di un ematoma cerebrale provocato da una caduta (la terza in poche settimane) e un periodo di coma farmacologico durato diversi giorni, Provenzano è ancora ricoverato sotto falso nome all'ospedale di Parma. Gli ultimi controlli hanno evidenziato «un normale quadro post-chirurgico», che gli consentirebbe di essere trasferito in un reparto di «lungodegenza critica» o altri centri di riabilitazione, ma la relazione degli specialisti precisa: «Alterna occhi aperti spontaneamente con apertura occhi al dolore, reagisce prontamente al dolore a destra, meno a sinistra, non collabora, né esegue ordini con costanza».

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Dall'analisi delle cartelle cliniche e di tutti i referti, oltre che da un colloquio con il detenuto avvenuto il 12 dicembre, pochi giorni prima dell'ultima caduta, i periti concludono che «il signor Provenzano è affetto da una ingravescente sindrome parkinsoniana, poco sensibile alla terapia», da cui derivano diverse e gravi conseguenze tra cui «cadute con danni oggettivi», nonché «una forma severamente disabilitante sul piano motorio». Il tutto «in un contesto globale improntato ad un constante peggioramento», registratosi soprattutto nell'ultimo anno. Quando i due professori sono andati a visitarlo nel carcere di Parma, il capomafia s'è mosso e ha parlato a fatica. Mostrando difficoltà di concentrazione. Per esemplificare ciò, i periti hanno trascritto alcuni passaggi della conversazione, affiancate da alcune loro considerazioni.

Come il seguente.

Medico: «Ci dica qualcosa di Lei. Come si chiama?».
Provenzano: «Provenzano Bernardo». 


M: «Quanti anni ha? ... quando è nato?».
P: «...Ottanta... 1933... la mia famiglia è stata una famiglia bisognosa». (Deficit di astrazione con perseverazione concettuale e incapacità di spostare l'attenzione da un argomento all'altro) .
M: «In che giorno compie gli anni?».
P: «Non ricordo».
M: «Quando festeggia il compleanno?».
P: «...Siamo una famiglia povera... (deficit di astrazione) ».


 O come quest'altro.
 

M: «Ha avuto o ha dei processi in corso? In questo periodo c'è un processo a Palermo?».
P: «...Per me?».
M: «Per lei».
P: «...Mi hanno condannato per altri 2 ergastoli».
M: «Ci sono altri processi in questo momento?».
P: «Non mi ricordo».
M: «Secondo lei non ha altri processi?».
P: «...Quelli che mi hanno notificato».
M: «Come si sente? Dimentica qualcosa?».
P: «...Non sono una persona istruita... può essere».

 
A proposito della sua lunga latitanza, di cui ricorda esattamente la durata, Provenzano ha ricordato: «Cambiavo spesso casa... aspettando il bel tempo... la libertà». E quando i periti gli hanno chiesto se i suoi familiari lo andavano a trovare ha risposto: «No... mia moglie... tutti che ci cercavano... i miei figli si misero a lavorare». E in altri frammenti: «Il nome di mia moglie mi sfugge... Pregavo e non pregavo».

L'alternanza di momenti di lucidità a momenti di confusione, potrebbe far sospettare che il capomafia ancora formalmente sottoposto al «carcere duro» simuli qualche forma di pazzia, al fine di alleggerire le posizioni processuali o modificare le condizioni di detenzione. Ma i periti scrivono che il comportamento di Provenzano non sembra dettato «da strategie falsificatorie, volontaria accentuazione dei sintomi, ridotto impegno... In atti non si trova mai nessun accenno a eventualità simulatorie, o comunque di enfasi strumentale consapevole, e noi stessi abbiamo rilevato l'assenza di atteggiamenti istrionici o enfatici e di eclatanti comportamenti falsificatori».La parola sul destino giudiziario di Provenzano ora passa al giudice.

Giovanni Bianconi4 gennaio 2013 | 10:43

E’ Morto Valerio Negrini, il quinto Pooh

Corriere della sera
di F. Dassisti 


Stroncato da un infarto, il fondatore e paroliere del gruppo aveva 66 anni. La band: «Lascia un vuoto incolmabile»

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«È stato il fondatore dei Pooh, ma soprattutto quello che con i suoi versi, da "Pensiero" a "Tanta voglia di lei", da "Pierre" a "Uomini soli" ha portato il nostro gruppo al successo per tre generazioni». Così, affranto, Red Canzian parla dell'amico Valerio Negrini, morto improvvisamente per un infarto che lo ha colpito ad Andalo, dove si trovava in vacanza con la famiglia.

A nulla è valso il trasporto con l'elisoccorso all'ospedale Santa Chiara di Trento. Negrini, che era nato a Bologna il 4 maggio del '46, aveva avuto un altro infarto nel mese di aprile, ma lo aveva superato. Negrini fonda i Pooh nel febbraio del 1966 riservando a se stesso il ruolo di paroliere, batterista e occasionalmente voce solista.

Nel '71, dopo che la fama del complesso è andata consolidandosi grazie ad album come «Opera prima» e «Memorie» e grazie a brani come «Tutto alle tre» e «Piccola Katy», Negrini prende una decisione insolita nel mondo dello spettacolo: rimane come compositore e regista occulto dei Pooh lasciando agli altri (e in particolare a Stefano D'Orazio che lo sostituisce alla batteria) le luci della ribalta e le tournée.

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Una scelta anche legata forse a contrasti col produttore Giancarlo Lucariello. Negrini scriverà soprattutto con Roby Facchinetti che insieme a Red Canzian e Dodi Battaglia dichiara: «La nostra strada è sempre stata tracciata dalla sua poesia». «È una parte della mia vita che se ne va», aggiunge D'Orazio, il batterista che ha lasciato la formazione due anni fa. La poetica di Negrini è riuscita a entrare in forte sintonia con la coscienza collettiva degli italiani. La leggerezza delle melodie si univa a testi semplici che tuttavia spesso si ispiravano a tematiche serissime: l'adulterio in «Tanta voglia di lei», le sofferenze di un carcerato in «Pensiero», il militari uccisi dal terrorismo in Alto Adige in «Brennero 66», l'omosessualità in «Pierre». Negrini lascia tre figlie: Alice nata nel 1979, Linda nel 1990 e Ginevra nel 2006. E la moglie Paola con cui era sposato dal 1995.



Mario Luzzatto Fegiz
3 gennaio 2013 (modifica il 4 gennaio 2013)

Acqua potabile, dove e perché è fuorilegge?

La Stampa

a cura di rosaria talarico
Roma

Il 31 dicembre è scaduta la deroga alla legge sulle acque potabili che dava la possibilità di posticipare l’adeguamento di alcuni parametri nei Comuni che non riuscivano a rispettarli. Cosa succede ora?


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Il tempo è finito. Nel Lazio, specie nel Viterbese, dal primo gennaio non si può più utilizzare l’acqua del rubinetto di casa e delle fontane pubbliche perché contiene arsenico e fluoruro in quantità superiori ai limiti stabiliti dalla legge. I Comuni interessati sono circa una cinquantina. Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente spiega che i sindaci «hanno dovuto emettere delle ordinanze di divieto dell’uso dell’acqua. Il Lazio è l’unica Regione che non è riuscita a rientrare nei parametri stabiliti per queste sostanze, non facendo investimenti per i potabilizzatori». Ciò vuol dire che i cittadini saranno costretti ad andare a prendere l’acqua da autobotti non potendo usare quella di casa nemmeno per cucinare o lavarsi i denti. Anche le aziende alimentari saranno colpite.

Quante sono le persone coinvolte?
Nel 2012 sono stati poco meno di un milione i cittadini che hanno bevuto «acqua in deroga». I Comuni che hanno ottenuto nuove deroghe per i parametri di qualità dell’acqua potabile sono stati 112, concentrati nel Lazio e in Toscana. Secondo Cittadinanzattiva e Legambiente, dal 2003 al 2009 sono state 13 le Regioni che ne avevano fatto richiesta su un totale di 13 parametri (arsenico, boro, cloriti, cloruri, fluoro, magnesio, nichel, nitrati, selenio, solfato, trialometani, tricloroetilene, vanadio).

Perché superare il livello di queste sostanze è considerato fuori legge?
L’allarme riguarda in particolare arsenico, boro e fluoruri, presenti nell’acqua del rubinetto in concentrazioni superiori ai limiti di legge. In particolare, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) l’arsenico contenuto nell’acqua potabile e nel cibo può causare cancro, lesioni cutanee, malattie cardiovascolari, effetti sullo sviluppo, danni al sistema nervoso e diabete. 

Com’è possibile avere delle deroghe quando è in gioco la salute?
Nel 2011 la legge sulle acque potabili dava la possibilità di chiedere una deroga su alcuni parametri, per i territori che non riuscivano a rispettarli. «Inizialmente l’hanno chiesta 13 Regioni – afferma Zampetti di Legambiente - poi ci sono stati gli interventi. Il Lazio è arrivato impreparato. Inizialmente i Comuni interessati erano una novantina e alcuni investimenti sono stati fatti. Ma nel Viterbese, dove le concentrazioni di arsenico sono più alte in quanto trattasi di un’area vulcanica, la Regione ha stanziato i fondi solo a fine ottobre. Sono partiti gli interventi più urgenti, ma la fine dei lavori è prevista per il 2014».

Qual è il ruolo della Commissione europea nella concessione delle deroghe?
Nel 2010 la Commissione europea ha concesso alcune deroghe respingendone altre. In particolare ha rifiutato il rinnovo per 128 Comuni che avevano chiesto di innalzare la concentrazione dei livelli di arsenico nell’acqua dal valore stabilito di 10 microgrammi per litro a 30, 40 o 50 microgrammi per litro, a seconda dei valori riscontrati nei propri acquedotti. Il rifiuto, secondo un dossier di Cittadinanza attiva, ha colto le autorità italiane impreparate. Il provvedimento europeo ha però provocato un’accelerazione degli investimenti e degli interventi di ripristino della qualità dell’acqua. Così alcuni Comuni non hanno richiesto più deroghe, altre le hanno ottenute per valori più bassi in una seconda tranche di deroghe concesse dall’Europa a marzo 2011.

Qual è la situazione attuale?
Il Lazio è l’unica Regione fuori norma. Lombardia e Umbria, insieme alle Provincie autonome di Bolzano e Trento hanno completato gli interventi e riportato la qualità dell’acqua sotto i limiti di legge entro dicembre 2011. Anche la Campania, con il completamento dell’acquedotto Sistema Alto ha risolto la questione dei fluoruri in provincia di Napoli e non ha chiesto nuove deroghe per il 2012.

Cosa possono fare i cittadini interessati da questo problema?
L’associazione dei consumatori Codacons ha lanciato un mega ricorso al Tar del Lazio da parte dei residenti dei Comuni dove l’acqua è inquinata. L’obiettivo è puntare a un risarcimento per il disagio e i rischi corsi. È possibile anche una riduzione delle tariffe dell’acqua, in caso di vittoria. Un risarcimento era stato già disposto dal Tar in favore di 2000 cittadini, in seguito a un ricorso del Codacons per il fatto illecito «costituito dall’esposizione degli utenti del servizio idrico ad un fattore di rischio (l’arsenico disciolto in acqua oltre i limiti consentiti in deroga dall’Unione Europea), almeno in parte riconducibile, per entità e tempi di esposizione, alla violazione delle regole di buona amministrazione», si legge nella sentenza. 

L'invenzione del metrò 150 anni sottoterra

Il Messaggero
di Roberto Bertinetti


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Quando venne inaugurato il primo tratto, il 10 gennaio 1863, il Times commentò: “Crediamo sia un insulto al buon senso comune pensare davvero che la gente possa mai preferire lasciarsi trasportare attraverso il fetido sottosuolo, in mezzo a un’oscurità che si può toccare con mano e a pericoli di ogni tipo”. Gli abitanti della capitale, però, si mostrarono di avviso diverso e la Metropolitan Railway divenne subito popolare: un secolo e mezzo fa collegava appena due stazioni (Paddington e King’s Cross), negli anni seguenti si sarebbe spinta sino a South Kensington e a Mansion House, racchiudendo il cuore della metropoli all’interno del cerchio che è oggi, appunto, la Circle Line.

Con quattrocento chilometri di binari, duecentosettanta stazioni e tre milioni e mezzo di utenti in media al giorno, l’underground celebra l’anniversario e progetta il futuro immaginando un’ulteriore espansione che le assicuri una leadership europea del settore, a dispetto dei fastidiosissimi disagi che i permanenti lavori in corso garantiscono ai pazienti passeggeri. Il progetto dei trasporti sotterranei, che nessuno in precedenza aveva immaginato al mondo, fu accettato a fatica in epoca vittoriana. Si temeva, infatti, che il traffico sovrastante, avrebbe fatto franare le gallerie, che le case sarebbero crollate a causa degli scavi. Molti catastrofisti si spinsero addirittura a prevedere la morte dei temerari passeggeri a causa delle esalazioni del vapore delle locomotive.

IL SUCCESSO 

Al contrario, il successo fu immediato. Il 10 gennaio 1863, narrano le cronache, “la folla agli ingressi era fitta come quella di un teatro al debutto di un attore tra i più popolari”. Di fatto, sottolinea Peter Ackroyd in London Under, si trattava di un vero e proprio spettacolo, con vagoni che sparivano per incanto sotto la superficie della terra come demoni in una pantomima, soddisfacendo così l’insaziabile fama di sensazionalismo dei londinesi e la loro idolatria del progresso. L’attuale rete inizia a prendere forma compiuta a fine Ottocento, quando cambia anche il sistema di scavo: al posto del pionieristico “tagli e ricopri”, che non permette grandi profondità, gli ingegneri introducono il traforo, in inglese “tunnelling shield”, ovvero il “tube”, da cui il nomignolo con il quale è universalmente nota. L’espansione è continua: nel 1900 la

Central Line, quindi Bakerloo Line e Piccadilly Line nel 1906 e un anno più tardi Northern Line, sempre con vetture senza finestrini visto che, si afferma, al buio c’è ben poco da vedere. Il prototipo della popolarissima mappa ancora oggi utilizzata risale all’inizio degli anni Trenta. A realizzarla è Harry Beck, un tecnico dell’azienda, che si ispira allo schema di un impianto elettrico. In precedenza si seguivano fedelmente i percorsi: troppe curve, un mare di complicazioni, un rompicapo per cambiare linea. Da Beck il colpo di genio, definito dallo storico Eric Hobsbawm «una delle migliori opere d’avanguardia tra le due guerre», con il risultato di raddoppiare il numero dei passeggeri.

IL RIFUGIO

Durante il periodo peggiore del secondo conflitto mondiale, con Londra martoriata dai bombardamenti dai bombardamenti aerei tedeschi, diventa un protettivo rifugio. I cittadini si raccolgono la sera nelle stazioni (aperte sino alla mezzanotte), poi quando vengono cacciati la rabbia esplode silenziosa e le autorità permettono loro di restare senza limiti. Pagando un biglietto, naturalmente. Simbolico, ma nel rispetto delle regole. Sacro agli inglesi. Chi ha ricostruito storie e leggende della metropolitana più antica al mondo afferma che le linee hanno particolari connessioni mentali: la Northner trasmette disperazione, la Central energia, la Circle gusto per l’avventura. Tutte, secondo lo scrittore G. K. Chesterton, “ci fanno sperimentare la millenaria magia di Londra e, a chi sa percepirle, offrono testimonianze del continuo dialogo tra passato e presente”.

Ci sono racconti di spiriti o di strane presenze nelle sue profondità. Certamente esistono stazioni fantasma con marciapiedi in disuso, tabelloni e manifesti quasi privi di colore. Ne restano, pare, circa quaranta, silenziose e invisibili. A queste va aggiunta quella di Walford East, che i turisti cercheranno invano sulla mappa perché è stata costruita in uno studio e serve soltanto i protagonisti della popolare serie tv Eastenders, un’autentica icona della cultura popolare contemporanea. A fermare la metropolitana di Londra ci hanno provato i topi nel 1996, tre giorni di stop, e più di recente i fondamentalisti islamici. Ma dopo una pausa le vetture riprendono sempre a correre. Come d’abitudine da un secolo e mezzo. Verso il futuro, garantiscono i londinesi.

Le «femmine» scaricate nel water Gadget sessisti, protestano le femministe

Corriere del Mezzogiorno

L'avvocato d'Orsi Pisani: «Oggettistica e adesivi offensivi per la dignità delle donne in vendita a Napoli»


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NAPOLI - Un segnale triangolare raffigurante un’icona femminile gettata nel water e sotto la scritta: “Femmine”, è il gadget esposto in questi giorni in alcune cartolerie e rivenditori di souvenir di Napoli.

MESSAGGIO OFFENSIVO - Realizzato da una nota azienda che produce biglietti augurali della provincia di Napoli, l’adesivo riproduce una figura stilizzata di donna, come quelle che si trovano sulle toilette per signora, riversa a testa in giù verso un wc. Su un lato del triangolo-gadget l'avvertenza «Vietato l'ingresso alle coppie».

DA RIMUOVERE - «Non c’è dubbio che il messaggio contenuto nel gadget è così di cattivo gusto, che davvero non si riesce a cogliere una benché minima ironia, nemmeno greve, che possa giustificarne la produzione» è il commento amareggiato di Marianna d'Orsi Pisani, avvocato e operatrice culturale, impegnata nelle battaglie per la tutela dei diritti delle donne. «Una provocazione sessista così gratuita che non trova giustificazioni. Auspico – conclude d’Orsi Pisani, che venga rimosso al più presto, la sola visione provoca un senso di disturbo».

Antonio Cangiano
03 gennaio 2013 (modifica il 04 gennaio 2013)

Donne che vogliono smettere L'identikit dei fumatori elettronici

Corriere della sera

Il business con boutique e aromi da mischiare: 320mila clienti. Gli «svaporatori» sono il 2 per cento del totale dei fumatori

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MILANO - Quel vapore che arriva al palato al gusto di vaniglia, fragola, rum o cioccolato sembra conquistare fumatori incalliti e non fumatori. Il numero di amanti della sigaretta elettronica («svaporatori» in gergo) cresce a ritmi vertiginosi. Si calcola che gli affezionati in Italia siano già 320 mila, ma che almeno un milione e mezzo l'abbiano provata. E qualcuno azzarda: «È il fumo del futuro». Mille i punti vendita concentrati nel nord del Paese, un'esplosione iniziata un anno fa e divenuta più evidente dopo l'estate, oltre una decina i brand nazionali freschi di registrazione: Smoke, A tutto svapo, All Smokers Club, Smooking... per un business da 250 milioni di euro in vertiginosa espansione. Un mercato che persino la neonata Associazione nazionale fumo elettronico (A.Na.F.E.) fatica a controllare

(GUARDA).

TRENDY - Senza contare l'indotto che la moda del «fumo digitale» sta generando, completa di attività manifatturiere. Mentre cresce la pressione dell'Associazione tabaccai, perché il ministero della Salute metta ordine nella materia («Se accanto agli aromi si vendono flaconi con estratti di nicotina o tabacco anche in minime percentuali deve intervenire il Monopolio, devono essere i tabaccai a venderli», dice Francesca Bianconi, presidente di Assotabaccai/Confesercenti), la sigaretta elettronica amplia la platea dei suoi fan, complice uno slang divertente e un insieme di accessori decisamente trendy (custodie porta kit, caricabatterie usb, drip tip ovvero boccagli) di ogni foggia, colore e prezzi in linea con la crisi. E l'Italia, senza tanto clamore, si prepara a sfondare sul mercato mondiale nella produzione di aromi, forte dell'esperienza maturata da aziende come la piemontese Flavour-art nel campo alimentare.

DONNE - In Francia è Le Monde a tratteggiare il profilo del consumatore: più donne che uomini, età media 30 anni, una quota consistente (il 5%) di persone che cominciano a fumare le sigarette elettroniche senza essere prima passati per quelle tradizionali. Per l'Italia è l'A.Na.F.E. a elaborare un primo identikit dello «svaporatore» nazionale: tre su dieci sono fumatori abituali, fedeli alla sigaretta elettronica da oltre un anno, il 50% ha tentato almeno una volta di smettere e ricorre alla sigaretta elettronica come ultima spiaggia.

Ci sono, anche se non ancora censiti, non fumatori tra i fan dell'«aggeggino» brevettato nel lontano 1963 da un americano (Herbert A. Gilbert) e rispolverato dal cinese Hon Link nel 2003. La conferma sul campo. A Milano, come a Vicenza e a Torino, chi s'è lanciato nel business spiega: «L'ho venduto a persone che l'hanno trovato un gioco divertente, un hobby, e a genitori per i figli adolescenti, ovviamente a nicotina zero».

BUSINESS - Roberto Bovone, 48 anni, milanese, ex pubblicitario, racconta di avere aperto con un amico l'attività «ma solo dopo aver provato da fumatore la sigaretta elettronica. Ho aperto Doctorsmoke e il business ci è scoppiato in mano». Un minuscolo locale, molto tempo da dedicare ad ogni cliente. Giovanni, muratore, 30 anni, è un uomo da «quaranta Marlboro al giorno. Mi sto liberando della nicotina. Per le sigarette spendevo un capitale ogni mese. Non era più sostenibile». Patrizia M. ha 54 anni e lavora in banca.

A convincerla non sono stati Paris Hilton né Kate Moss, né Katherine Heigl che ha «svaporato» in diretta al David Letterman Show, ma una collega di lavoro. I fan del fumo digitale sono solo il 2% dei fumatori in Italia. Abbastanza da preoccupare i tabaccai (oggi 57mila): «Per la prima volta - spiega la presidente di categoria - l'aumento del prezzo del tabacco non ha pareggiato i conti con il calo dei consumi. Per questo, oltre che perché ci deve essere un controllo di qualità su ciò che viene messo in commercio, mentre ora quel business è assolutamente fuori controllo, chiediamo una norma chiara».

Paola D'Amico
pdamico@corriere.it4 gennaio 2013 | 11:15

Lo staff di Ingroia: “ Twitter censura l’account di Rivoluzione civile”

La Stampa

I collaboratori dell’ex procuratore di Palermo protestano per la sospensione. Motivo: «utilizzo improprio»

roma

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«Dalle 17 di ieri Twitter ha indebitamente e ingiustamente sospeso il nostro account @RivCivile. La motivazione? Un utilizzo improprio». E’ quanto ha denunciato in una nota lo staff della lista Rivoluzione civile, che parla di «censura». 
«Ma quale utilizzo improprio: finora - si legge ancora nel comunicato - abbiamo utilizzato l’account per twittare idee e link del nostro sito www.rivoluzionecivile.it , pensieri e interazioni con gli altri utenti.

Così uno degli elementi fondamentali della campagna di comunicazione della lista Rivoluzione civile adesso è inutilizzabile, nonostante le numerose segnalazioni di protesta». «Per questo - hanno concluso i collaboratori di Ingroia - chiediamo a tutti gli utenti della rete che in questi giorni stanno seguendo e partecipando al nostro progetto di segnalare il problema ai gestori del social network e di continuare a scriverci tramite la pagina Facebook (Rivoluzione civile), il sito www.rivoluzionecivile.it e su twitter (@io_ci_sto e @antonioingroia)». 

(TMNews)

Muccioli e l'addio a San Patrignano: «Contro di me un complotto di ricconi»

Corriere della sera

Il figlio del fondatore della comunità di recupero scrive su Facebook per spiegare le ragioni delle sue dimissioni


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BOLOGNA - Più di 16 mesi dopo le dimissioni da tutti gli incarichi nella comunità di San Patrignano, fondata nel 1978 da suo padre Vincenzo, Andrea Muccioli spiega su Facebook la sua versione dei fatti sull'uscita di scena dalla comunità per il recupero dei tossicodipendenti, che ha sede a Coriano (Rimini) e attualmente ospita oltre 1.300 ragazzi. «I ricconi frustrati che conosci hanno deciso di espropriare la comunità con un semplice ricatto: il posto dipende dai nostri soldi, o te ne vai via tu o noi interrompiamo immediatamente i finanziamenti e voi dovete chiudere nel giro di un mese. Un complotto preparato da tempo, rallentando il flusso delle donazioni per creare un bel buco e dare al momento opportuno la colpa a me», scrive Muccioli in risposta ad un ex ragazzo di Sanpa che, come altri, gli aveva chiesto «cos'è veramente successo».

I FATTI - Le dimissioni a fine agosto 2011 (Andrea guidava Sanpa da 16 anni, dalla morte del padre nel '95) all'epoca erano state fatte risalire a screzi sulla gestione e i bilanci di San Patrignano tra il figlio del fondatore e la famiglia di Letizia e Gianmarco Moratti, principale finanziatrice della comunità. «La scusa ideale - scrive ora Andrea Muccioli sul social network, senza citare i Moratti - è stata la famosa casa, quella che hanno fatto vedere ai giornalisti raccontando che ero fuori di testa e mi volevo costruire una reggia, dimenticandosi che per sette anni loro erano lì, a progettarla insieme a noi, ad arredarla con i loro architetti». E aggiunge: «Mi sono sacrificato per provare a dare un'altra chance alla comunità. Ho rifiutato soldi e favori da parte dei ricconi, perchè per avere sicurezze economiche per la mia famiglia avrei dovuto rinnegare la verità e affermare davanti a tutti che non c'era stato nessun complotto, che loro, i padroni, erano i continuatori ideali dell'opera di mio padre, che i loro dieci scagnozzi erano il gruppo dirigente ideale per la continuazione».

«HO LA COSCIENZA A POSTO»- «Se avessi voluto arricchirmi, o una vita di agi o di potere, non avrai mai fatto - sottolinea Muccioli - la vita che ho scelto, perchè avendo vissuto accanto a mio padre per tanto tempo sapevo cio' che sceglievo. Io ho la coscienza a posto e l'animo tranquillo di chi si e' sempre comportato con trasparenza e onesta», «anche a 48 anni, senza lavoro, con un affitto da pagare e dovendo chiedere a mia madre un aiuto economico per mandare avanti la mia famiglia». «Il posto invece - critica - è stato tradito e insudiciato nel suo spirito, perchè tradito nella verità. Troppe falsità sono state dette ai ragazzi solo per difendere una squallida scalata al potere. Troppa malafede per costituire le presunte nuove basi di una rinascita. Infatti hanno avuto bisogno di confezionare l'eretico da bruciare in piazza tra gli applausi della folla». «Oggi in me - conclude - c'è molta più serenità che amarezza, e quest'ultima non e' più dovuta a risentimenti personali, ma alla grave preoccupazione che quel posto possa perdere la vocazione per cui e' stato concepito e realizzato»

Redazione online03 gennaio 2013

La Berlinguer fa un servizio su Grillo e Beppe si infuria: "Il Tg3 deve chiudere!!"

Libero

Nel suo tg la "zarina" perla di una raccolta fondi prommossa da Grillo per riempire le casse del Movimento. Il leader cinque Stelle non ci vede più e vuole la testa di Bianca

Un attacco totale contro il Tg3. Grillo invoca il complotto mediatico e chiede la chiusura della testata


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“Raitre deve chiudere”. Messagio diretto e senza giri di parole alla zarina Bianca Berlinguer. Beppe Grillo se la prende con terza rete e precisamente con il Tg3.  Lo fa in un post pubblicato sul suo blog dal titolo ‘La disinformazione di Rai3′. Il leader del Movimento Cinque Stelle si lamenta per un servizio della testata che a suo dire danneggia i suoi attivisti. “Dal Tg3 del pdmenoelle delle ore 19 del 2 gennaio 2013: ‘Sul sito (del M5S) parte la campagna di raccolta fondi. Obbiettivo: 1 milione di euro si chiama.

Perche’ e’ quella la cifra di cui, fatti i conti, avrebbe bisogno il comico per pagare studi legali, promuovere il simbolo, organizzare la tourne’e elettorale che lo portera’ in giro per l’Italia. E cosi’ il MoVimento che si vanta di non avere chiesto neanche un euro per il voto alle Parlamentarie e disprezza i rimborsi elettorali ai gruppi politici si ritrova a sperare nel contributo volontario degli iscritti’”. Questa la tesi dell'accusa di Grillo. Poi arriva la sentenza e l'attacco alla zarina: “Si ricorda a Bianca Berlinguer- conclude Grillo- che il M5S non ha mai avuto contributi elettorali, a differenza del pdmenoelle che ha incassato centinaia di milioni di euro grazie alle tasse degli italiani e contro la volonta’ espressa in un referendum. I fondi richiesti sono volontari e non obbigatori. Raitre deve chiudere”.


Gurada il video del servizio del Tg3 contestato da Grillo

Mamma blogger regala iPhone al figlio Ma detta (e mette online) le regole d'uso

Corriere della sera

Vietato usarlo di notte o a scuola. Un'autrice dell'Huffington Post inventa il parental control per smartphone

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Gregory Hofmann è un tredicenne statunitense che, come un numero crescente di suoi coetanei, è riuscito a farsi donare l’ambito iPhone per Natale. Ma nel pacchetto regalo preparato dai genitori c’era una sorpresina: un contratto. Un documento in 18 punti stilato dalla madre che prevede una serie di regole di comportamento e di obblighi cui ottemperare, pena il sequestro del “mezzo”. Bisogna dire che la mamma del ragazzo, Janell Burley Hofmann, che ha altri 4 figli, non è aliena né alla tecnologia né alle riflessioni sulla buona educazione. È infatti una blogger abbastanza nota che tiene una rubrica sul rapporto coi figli e il ruolo dei genitori sull’Huffington Post. E, non a caso, ha deciso di rendere pubblico il contratto con il figlio, postandolo online.

IL CONTRATTO - “Buon Natale!”, esordisce il documento. «Tu sei ora l’orgoglioso possessore di un iPhone. (…) Sei un ragazzino bravo e responsabile e te lo meriti. Tuttavia insieme a questo regalo ci sono delle regole da seguire. (…) In caso di inadempienza verrà rescisso il contratto e il tuo possesso dell’iPhone». Ed ecco, continuando a mescolare affetto e autorità, bastone e carota, alcune delle regole auree ideate da Janell Burley Hofmann e indirizzate al tredicenne.

LA PASSWORD - La prima, e quella che indubbiamente fonda tutto il resto. «È il mio telefonino. L’ho comprato, l’ho pagato, lo sto prestando a te. Non sono meravigliosa?». Da cui naturalmente, come corollario, discende la numero 2, probabilmente la più controversa di tutte: «Saprò sempre la password». E ancora, sul rapporto coi genitori, la numero 3, lievemente minacciosa: «Non ignorare mai una chiamata da mamma e papà. Mai».

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SPEGNERLO LA SERA - La lista di obblighi prosegue soffermandosi sull’ecologia di utilizzo del telefonino e sulle buone maniere. «4. Consegna il telefonino ai genitori alle 19.30 nei giorni lavorativi, e alle 21 nei weekend». Nella notte va quindi spento. E guai a portarlo a scuola. Oppure, regola 13: «Non fare miliardi di foto e video. Non c’è bisogno di documentare tutto. Vivi le tue esperienze. Saranno salvate nella tua memoria per sempre».

SESSO E TELEFONINO - E poi, ancora, alcune regole si soffermano su un utilizzo civile del mezzo. Non usarlo per offendere altri, scrive ad esempio la madre. Non mandare messaggi che non diresti anche a voce, in faccia a qualcuno. Spegnilo in luoghi pubblici come il cinema. E infine, le dolenti note, le più spinose da trattare per un genitore. Ma mamma Hofmann sembra sapere il fatto suo e va dritta al punto. Regola 10: «No porno. Cerca informazioni sul web di cui discuteresti apertamente con me. E se hai domande particolari, chiedi a me, o magari a papà», aggiunge con perfidia coniugale la blogger. E ancora, per restare in questo campo minato, la regola 12, sempre più importante e di cui si parla troppo poco, scritta da manuale, e utile anche per i più grandi: «Non inviare immagini delle tue parti intime, o di qualcun altro. Non ridere. Un giorno sarai tentato di farlo malgrado la tua notevole intelligenza. È pericoloso e potrebbe rovinare la tua vita di adolescente e di adulto. È sempre una cattiva idea. Il cyberspazio è vasto e più potente di te. Ed è difficile far scomparire qualcosa del genere, tra cui una cattiva reputazione».

BAMBINI E MOBILE - Può darsi che il “contratto” della mamma blogger possa far sorridere o innervosire ma certo ha il merito di guardare in faccia la realtà. Secondo un recente studio Qualcomm, ad esempio, il 25 per cento dei genitori americani permette ai figli di 13 anni (e anche meno) di possedere un telefonino o tablet. E l’utilizzo di queste tecnologie non è sempre così consapevole. Il 53 per cento di madri e padri le usa come strumento di pacificazione, per “sedare” i ragazzini o distrarli quando serve. Di certo non sarà il caso del giovane Gregory Hofmann. Che potrà ora godersi il suo iPhone insieme a un accresciuto senso di responsabilità. Anche se, a quanto pare, il suo primo commento nello scartare il regalo e l’allegato contratto è stato: “Oh cielo, perché? Perché ha dovuto fare una cosa del genere?”.

Carola Frediani
3 gennaio 2013 | 16:49

Tu paghi il pirata e lui ti fa installare sull'iPhone tutte le app che vuoi (gratis)

Corriere della sera

Gli AppStore paralleli con software gratuito: ma oltre ai danni inferti agli sviluppatori è forte il pericolo virus o pagamenti inattesi

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Nella vita reale morto un Papa se ne fa un altro, in quella digitale la chiusura di un sito illegale porta spesso invece alla nascita di decine se non centinaia di emuli. È il caso di Hackulous, Installous e AppSync, veri e propri AppStore paralleli molto frequentati da chi era in cerca di app a pagamento da scaricare gratis sul proprio iPhone. La chiusura avvenuta nei giorni scorsi non ha certo fermato né arginato l'emorragia di app pirata, anzi ha spostato più in là l'asticella della pirateria. Non solo infatti sono nati nuovi servizi che permettono il download illegale ma lo fanno anche su telefoni Apple "non sbloccati". Ovvero privi del jailbreak, la procedura che li sblocca togliendo i vincoli imposti da Apple e che finora era indispensabile per installare app non provenienti dall'App Store di Cupertino.

IL PIRATA 15ENNE - Tra gli appassionati sta facendo parlare molto di sè Zeusmos. Non solo perché ha alle spalle un genietto (del male) di appena 15 anni, Kevin Ko. Ma anche perché permette di aggirare i limiti imposti da Apple attraverso il cloud computing, la cosiddetta nuvola. Tramite una semplice interfaccia web consente di scaricare di tutto senza subire blocchi da parte di Apple o delle autorità competenti. L'altra novità, che ci dice quanto Ko abbia le idee chiare anche sul "business plan", è che per aprire lo scrigno delle meraviglie occorre sottoscrivere un abbonamento a pagamento (a meno che il proprio telefono non sia già sbloccato, in quel caso infatti è gratis). Il servizio al momento ancora non è partito e prima di lanciarsi al suo interno è bene ricordare che la procedura lede soprattutto i piccoli sviluppatori indipendenti. Lo stesso autore dell'applicazione giustifica la sua opera dietro al «provare prima di comprare», come un metodo insomma per testare le applicazioni a pagamento che non hanno una versione demo.

LA PROPOSTA CINESE - Dall'occidente all'oriente: la seconda neonata nel mondo della pirateria digitale a buon mercato si chiama Kuaiyong e viene dalla Cina. Anche questa permette di scaricare applicazioni direttamente sul telefonino senza pagare un centesimo ma il funzionamento è differente: è semplice e ingegnoso quanto malvagio. Ogni applicazione presente sul sito è stata acquistata con una licenza Apple enterprise, ovvero un contratto d'uso riservato agli sviluppatori che consente di solito cento installazioni di una certa app su altrettanti device. A quanto pare tanti piccoli sviluppatori hanno acquistato una licenza per ogni applicazione moltiplicandone quindi la possibilità di scaricamento per offrirla ora agli utenti.

PERICOLO MORALE - Oltre a chiedersi per quale motivo ci si impegni tanto nell'organizzazione di un «furto» anziché creare qualche applicazione più utile, in Rete si parla anche di moralità ma soprattutto si affaccia sempre più la paura che le applicazioni vendute tramite questi canali possano essere infettate da virus. Non sempre infatti gratis è sinonimo di gratuito, neanche sul web.

Alessio Lana
2 gennaio 2013 (modifica il 3 gennaio 2013)

Quella bomba-tsunami pensata dai militari Usa

Corriere della sera

Alla fine del conflitto l'esercito testò in Nuova Zelanda ordigni capaci di provocare inondazioni sulle coste giapponesi

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MILANO- Alla fine della seconda guerra mondiale invece di sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki gli Stati Uniti avrebbero potuto usare una bomba-tsunami capace di inondare le città costiere giapponesi. A raccontarlo al Daily Telegraph è Ray Waru, giornalista e scrittore neozelandese che durante alcune ricerche storiche su file militari negli archivi del suo paese avrebbe trovato documenti ancora top secret . Che testimoniano come nel giugno del 1944 gli Usa assieme alla Nuova Zelanda portarono avanti l'operazione «Project Seal» per testare nelle acque della Nuova Caledonia ordigni in grado di provocare un'onda anomala alta fino a dieci metri e capace di distruggere anche una piccola città costiera.

TEST - L'idea della bomba tsunami fu lanciata da E.A. Gibson, ufficiale americano che aveva osservato come durante le esplosioni in mare, provocate per distruggere la barriera corallina vicino alle isole del Pacifico, seguissero a volte grandi onde anomale. I test diedero esito positivo e durante le prove furono fatte esplodere in mare circa 3700 ordigni prima nelle acque della Nuova Caledonia poi in quelle che costeggiano la penisola di Whangaparaoa, vicino Auckland. In un primo momento l'esercito statunitense pensò di poter usare «la bomba tsunami" come possibile alternativa all'atomica, ma già all'inizio del 1945 gli Usa abbandonarono il progetto perché si resero conto che per provocare una onda abbastanza distruttiva avevano bisogno di almeno 2 milioni di chilogrammi di esplosivo. I neozelandes invece continuarono le loro ricerche almeno fino al 1950

TESTIMONIANZE - Ray Waru, nel suo libro «Segreti e tesori», afferma che questi documenti dimostrano come la seconda guerra mondiale sarebbe potuta cambiare radicalmente se la bomba-tsunami fosse stata usata: «Presumibilmente, se l'atomica non avesse funzionato, un'onda anomala avrebbe travolto tanta gente. Se la bomba-tsunami fosse stata presente in un film di James Bond tutti l'avrebbero considerata qualcosa di pura fantasia. Invece questi documenti dimostrano che è stata realtà». La collaborazione militare tra Stati Uniti e Nuova Zelanda continuò per oltre 40 anni fino a quando negli anni ottanta il governo neozelandese decretò che nessuna nave armata con testate nucleare potesse entrare nelle sue acque territoriali. Gli Usa considerarono questo un affronto e declassarono il rapporto con l'antico partner, considerandolo non più uno stato alleato, ma solo un paese amico.

Francesco Tortora
3 gennaio 2013 | 14:41

Guerra politica subacquea nel Garda sul busto sommerso di Mussolini

Corriere della sera

Posizionato sul fondale dai «neri», incatenato dai rossi. E su Facebook i sostenitori annunciano vendetta


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TORRI DEL BENACO (Verona) — Attentato: hanno impiccato il duce. E’ l’allarme lanciato ieri su Facebook. E così la saga continua. E’ guerra aperta nei fondali del lago di Garda a Torri. Hanno rotto il naso e messo una catena con lucchetto attorno al collo del duce, new entry dell’ormai famoso «villaggio divertimenti» per sub, (posizionato a 40 metri di profondità nello specchio d’acqua antistante il lungolago nord di Torri). Un villaggio sempre più animato evidentemente, dove si combattono guerre d’altri tempi: un anno fa il «piccolo balilla», rapito a più riprese, riposizionato, frantumato e con la mano mozzata. Al suo posto da qualche tempo è stato posizionato un «Nanilla», un balilla nano, che combatte per pareggiare i conti contro i sette nani di Biancaneve, che «ingiustamente» a detta dell’assessore regionale Massimo Giorgetti, non vengono mai attaccati.

Distrutti due mesi fa anche la scultura della «Fiamma» dell’Arma e il presepe subacqueo fatto dai carabinieri, ricollocato nuovo di zecca a Natale, con tanto di benedizione delle autorità. Infine il 28 ottobre, nell’80esimo anniversario della marcia su Roma, è stato ancorato con bulloni alla roccia, il busto di Mussolini. Ed ora la scoperta domenica, da parte del presidente di Ags, Alberto Tomei, che con il gruppo di amici sub si immerge spesso nelle acque del suo paese, del duce «impiccato», (non potendolo far sparire, in quanto appunto ancorato). Ribatezzato «il testone», la notizia della sua «prigionia» è stata postata agli amici, tra cui anche a Giorgetti, che ironicamente, al telefono, commenta:

«Chi ha ucciso il piccolo balilla ora vuole ripetere l’atto con il capoccione, anche se questo è resistito un po’ di più, perchè l’hanno piantato nella roccia con i chiodi. Probabilmente nascerà su Facebook, come in precedenza per il piccolo balilla, un gruppo di sostegno anche per il duce». Ed eccoli già i post del gruppo di sostegno: «Attentato, ormai è guerra aperta!» è il grido di Tomei sul suo profilo, (tolto dopo poche ore); «Il grande vecchio resiste sul fondo alla faccia degli invidioso rossi»; «Speriamo esca quanto prima!!». «...se esce fa una strage ..... e sarebbe ora !!!!», sono alcuni commenti che sono già fioccati su FB. Insomma, a quanto pare, nessuno trova pace, nemmeno sepolti in fondo al lago, del resto i simboli del passato rimangono radicati nei cuori dei seguaci.


Annamaria Schiano
02 gennaio 2013 (modifica il 03 gennaio 2013)

Ubuntu arriva sul cellulare

La Stampa

Il sistema operativo open source è stato adattato per portare sul telefono la potenza di un pc desktop

torino


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Il sistema operativo Ubuntu arriva sugli smartphone Android. Il software open source basato su Linux è stato adattato per permettere agli utenti di eseguire applicazioni desktop anche sul cellulare. Il codice sarà inizialmente rilasciato in forma di file installabile su Samsung Galaxy Nexus, in sostituzione di Android, ma il fondatore di Ubuntu, Mark Shuttleworth, ha detto di essere in trattative con alcuni produttori per mettere in vendita entro l’anno dispositivi dotati del sistema già pre-installato.

Sebbene alcuni analisti avanzino dubbi sul fatto che i consumatori vogliano veramente la potenza di un computer a tutti gli effetti sul loro cellulare, e pur riconoscendo che i primi ad essere attratti dalla novità saranno probabilmente appassionati e hobbisti, Shuttleworth confida alla Bbc di vedere orizzonti più ampi: «E’ la prima volta nella storia che una piattaforma per pc completa viene portata su un telefono. Guardando ai prossimi tre-cinque anni, credo che sia un passo che anche Apple e Microsoft dovranno fare. Noi ci portiamo avanti».

Un modello di smartphone con il nuovo software verrà presentato in occasione del Consumer Electronics Show (Ces) di Las Vegas la prossima settimana (8-11 gennaio).


(Agb)

Chiavi addio, ci pensa lo smartphone Hyundai prova la serratura digitale

Corriere della sera

In futuro sarà sufficiente avvicinare il proprio smartphone  al finestrino per aprire le portiere dell’auto

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MILANO- Chiavi addio. A qualche giorno dall’apertura del CES 2013, il Consumer Electronics Show di Las Vegas (8-11 gennaio), dove auto e connettività si dimostreranno ancora una volta più integrate, l’ultima novità riguarda il sistema di apertura della vettura: in futuro sarà sufficiente avvicinare il proprio smartphone al finestrino per aprire le portiere dell’auto.

ACCENDE ANCHE IL MOTORE-L’idea è di Hyundai che l’ha portata a bordo, per ora solo a titolo sperimentale, di una i30 e si basa su quello che i tecnici chiamano NFC, Near Field Communication ovvero, un chip che mette in comunicazione due oggetti molto vicini, permettendo di scambiarsi informazioni: il «tag» del finestrino riconosce i dati presenti nello smartphone e apre la portiera. Per accendere il motore sarà poi sufficiente posizionare il cellulare sulla consolle centrale, spingere un pulsante e il gioco è fatto. Lo stesso smartphone si potrà ricaricare (nella sua posizione) in modalità wireless, senza fili, per induzione. Il sistema ideato da Hyundai potrebbe poi consentire, attraverso lo smartphone di «impostare la posizione del sedile del guidatore e degli specchietti retrovisori esterni», spiega Allan Rushforth, coo di Hyundai Motor Europe. Sarà commercializzato, assicurano i coreani, a partire dal 2015.

Alessandro Marchetti Tricamo3 gennaio 2013 | 11:49

Sterminio di cani in Ucraina, nulla è cambiato

Corriere della sera

Spenti i riflettori di Euro 2012 le proteste internazionali sono cessate e i dog hunter sono tornati in azione

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Da quando, il 6 luglio scorso, si sono spente le luci sugli Europei di calcio a Kiev, capitale dell’Ucraina, le indicibili violenze perpetrate sui randagi del Paese ex sovietico non fanno più notizia. Ma Andrea Cisternino, ex delegato Oipa in Ucraina, fotografo di professione e animalista convinto, a Kiev ci vive e continua ad assistere all’eccidio dei cani. E se prima si limitava a raccontarlo al mondo con i suoi reportage, attraverso il suo sito iononpossoparlare.com e il suo libro Randagi, storie di uomini e animali, ora è passato all’azione diretta, progettando uno spazio protetto, unico al mondo per concezione dove i branchi potranno vivere in pace, al riparo dalle fucilate, dalle sevizie e dal veleno.

Che progetti ha per i randagi ucraini in questi ultimi mesi, dopo la fine degli Europei?
«Ho deciso di fondare una mia associazione che si chiama International Animal Protection League. Sto anche realizzando una struttura unica al mondo, non un rifugio con box ma un enorme terreno recintato e protetto dove trasferire i branchi sopravvissuti che saranno sterilizzati, assistiti dai volontari e potranno vivere al sicuro. Il terreno di 7000 mq è stato messo a disposizione da un privato. Lo dividerò in ampie sezioni per i singoli branchi e qui i cani vivranno liberi come in natura e i volontari potranno prendersene cura in assoluta sicurezza. Nella struttura, che si chiamerà Rifugio Italia ci sarà anche una clinica veterinaria dotata di un’ambulanza, un gattile, una casa dove i volontari potranno dormire nelle notti d’inverno quando la temperatura scende fino a 35 gradi sotto zero. All’esterno, metteremo delle telecamere per la video sorveglianza donate da un’associazione tedesca».

Come è cambiata, se è cambiata, la situazione dei randagi ucraini dopo la fine dei campionati di calcio?
«Per i cani di strada non è cambiato nulla, solo che ora ce ne sono di meno perché l’eccidio perpetrato da quelli che qui vengono chiamati “dog hunter”, cacciatori di cani ma anche di gatti, è iniziato nel 2010 e ha fatto migliaia di vittime e tutt’ora continua a pieno ritmo Quello che è cambiato è il comportamento degli animalisti stranieri: niente più proteste o manifestazioni, sono spariti tutti. Dopo il can can mediatico i cani ucraini sono stati dimenticati e sono tornati a morire in silenzio. Me lo aspettavo, mi spaventava molto il “dopo Euro 2012”. Lo sapevano anche i dog hunter che scrissero, già nel 2011, su un loro sito: "Quando sarà finito il campionato di calcio noi andremo avanti e non resterà un solo randagio in Ucraina"».

A Kiev ci sono rifugi privati efficienti per randagi? E cosa accade invece nei canili comunali? «Nella capitale c’è un solo canile comunale dove gli animali catturati in strada vengono soppressi dopo tre giorni di permanenza. C’è anche qualche struttura privata , io ne conosco tre , ma purtroppo alcune non hanno una buona fama, La migliore secondo me è Sirius».

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C'è qualcuno che sterilizza i cani di strada? E se sì, non le sembra è un atto generoso ma inutile visto che poi gli animali reimmessi nei loro branchi di origine vengono uccisi?
«Qui sono l’associazione Etn tedesca e l’austriaca Fier Pfoten a sterilizzare. Hanno investito molti soldi, ma io ho molte volte documentato le uccisioni di randagi sterilizzati da loro. Forse con quei fondi sarebbe stato meglio costruire rifugi. I dog hunter dissero addirittura che si sarebbero accaniti sui randagi sterilizzati da Fier Pfoten per mandar via l’associazione dall' Ucraina».

Lei ha spesso descritto i volontari ucraini come molto combattivi e determinati. Dove nasce questa cultura zoofila in un Paese che considera la vita degli animali meno di niente?
«I volontari del posto, quasi tutte donne, mettono la propria vita in gioco per aiutare i randagi e molte volte queste persone vengono picchiate così brutalmente che finiscono all’ospedale. Ci sono anche stati casi di tentati accoltellamenti. Io ho denunciato questa vergogna al viceministro dell’Ecologia e ambiente Igor Vildman durante un nostro incontro e lui non conosceva neanche l' esistenza dei volontari di strada».

I dog hunter sono privati cittadini o tra di loro ci sono anche impiegati statali? Sono ancora online i loro siti Internet? Da che cosa sono motivati secondo lei?
«Sono privati cittadini, motivati da odio puro verso i cani. Hanno un sito su internet che si chiama vredy.org dove pubblicano mappe per trovare i branchi da sterminare o ricette per fare veleni. Eppure una legge del 2006 proibisce l'uccisione di randagi ma non è mai stato fermato nessuno perché arrestarli non interessa ai politici né alla polizia. Solo un dog hunter di 19 anni, Alexey Vedula e il suo compare Polibin , sono stati processati e condannati a 4 anni di carcere per avere torturato e ucciso più di cento cani. Ma è successo solo perché hanno pubblicato in Internet il video e le foto di quello che avevano fatto. Spesso i dog hunter sono potenti e hanno forti agganci con la politica. Addirittura alcuni di loro sono invitati in televisione a raccontare come avvelenano i cani e i gatti. Un dog hunter ha persino mostrato in televisione un documento del ministero degli Interni che lo autorizzava a uccidere. Ora stanno cercando di far passare una legge proposta dal primo ministro Nicolay Azarov per dare l'autorizzazione a uccidere i randagi a fucilate se ritenuti pericolosi o malati. Addirittura daranno il porto d’armi gratuito a chi lo vorrà per questo scopo».

Ma chi controlla se i cani sono pericolosi o malati? Ha avuto contatti con esponenti politici ucraini?
«Lo scorso luglio ho incontrato il viceministro Vildman che ha accettato il mio progetto di fare incontrare i volontari di strada con esponenti del governo presso l'ambasciata italiana. Più recentemente, il 6 settembre, ho conosciuto il presidente ucraino Leonid Kravciuk che ha detto che i politici del Paese non hanno umanità verso gli animali e che occorre fermare i dog hunter».

Giorgia Rozza
2 gennaio 2013 (modifica il 3 gennaio 2013)

La ricerca Usa: un po' di ciccia non fa male e allunga la vita

Il Mattino
di Deborah Ameri

Chi è leggermente obeso ha il 6% in meno di rischio di morte: l'adipe protegge il cuore


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LONDRA - Aspettate a smaltire gli stravizi culinari delle feste. Qualche chilo in più potrebbe salvare la vita. Agli anatemi finora lanciati dalla comunità scientifica contro il giro vita che si allarga e la ciccia che si accumula risponde il più grande e controverso studio mai realizzato sul legame tra obesità e mortalità. Il risultato? Essere in sovrappeso non porta alla tomba, anzi. Diminuisce il rischio di morte prematura.

E’ quello che ha scoperto la rispettata epidemiologa americana Katherine Flegal, del National centre for health statistics del Centro per il controllo delle malattie e la prevenzione del Maryland, in Usa.
La scienziata e il suo team hanno analizzato i risultati di oltre cento studi realizzati in vari Paesi del mondo sull’obesità, setacciando i dati di tre milioni di persone e le circostanze di 270.000 morti. Le conclusioni non lasciano dubbi. Essere moderatamente in sovrappeso taglia del 6% il rischio di decesso prematuro. E persino essere affetti da obesità lieve non aumenta ma diminuisce (del 5%) il pericolo. Il paradosso della bilancia passa attraverso l’indice di massa corporea (Imc). Chi può vantare un peso ideale ha un Imc compreso tra 18,5 e 24,9. Essere moderatamente in sovrappeso, come dice lo studio, significa avere un indice di massa corporea tra 25 e 29,9.

Mentre nel caso di un’obesità lieve il valore è compreso tra 30 e 34,9. E’ questo il limite che demarca il supposto beneficio dell’adipe. Perché se l’Imc è superiore a 35 il soggetto in questione è affetto da obesità severa e ha il 29% di possibilità in più di andare incontro a morte prematura. Un destino che tocca, tra l’altro, anche chi è sottopeso. Con Imc inferiore a 18,5 il rischio di decesso aumenta del 10%. Allora qual è il vantaggio del grasso? Le ipotesi sono diverse e non verificate. La più accreditata è che qualche chilo in più protegga il cuore. E sostenga durante periodi di malattia, quando magari l’appetito se ne va.

E’ vero anche che i rischi dell’essere cicciottelli vengano minimizzati dal progresso della medicina e dai nuovi farmaci che entrano in commercio ogni anno. E anche il fattore fitness potrebbe essere importante. In sovrappeso, ma in forma, si può. La dottoressa Flegal aveva già pubblicato risultati simili su obesità e mortalità nel 2007. La comunità scientifica era rimasta freddina e incredula. «Spazzatura», li aveva definiti Walter Willett, professore di Epidemiologia alla scuola di Medicina di Harvard. E anche il nuovo studio, pubblicato ora sul Journal of the american medical association, lascia molti esperti perplessi. «Flegal è una ricercatrice estremamente in gamba e la rispetto. Ma sono basito – ha commentato Tam Fry, portavoce del National obesity forum in Inghilterra – Possibile che tutti fino a oggi si siano sbagliati?

L’obesità viene ormai paragonata al fumo per il numero di morti che causa. Se la gente legge questi risultati e decide di non tenere il proprio peso sotto controllo potrebbe avere a che fare per tutta la vita con problemi al cuore, fegato, reni e pancreas». E’ la stessa Flegal a rispondere ai dubbi sull’Independent di Londra, che alla sua ricerca ha dedicato l’apertura del giornale di ieri: «Questi risultati non sono una licenza ad abbuffarsi di cibo. Qui parliamo di mortalità, non di salute – precisa - Non stiamo raccomandando alla gente di ingrassare. Stiamo solo fornendo un po’ di prospettiva. L’idea che se sei magro vivrai per sempre e se sei grasso vai incontro a morte certa non è corretta. Il rapporto tra adipe e mortalità è molto più complesso di quanto credevamo».

giovedì 3 gennaio 2013 - 10:10

I giudici: «Parolisi uccise Melania perché nella pineta lo aveva respinto»

Il Mattino
di Teodora Poeta


Depositata la ricostruzione del Gip di Teramo Tommolini. Non c'entrano le amanti, fu un raptus dovuto dalla frustrazione



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TERAMO - E’ stato un raptus per un rapporto sessuale negato: non c’entrano amanti o segreti di caserma. Ecco il punto chiave del delitto di Melania Rea secondo la ricostruzione del Gip di Teramo, Marina Tommolini. «è maturato nell'enorme frustrazione vissuta da Salvatore Parolisi nell'ambito di un rapporto divenuto impari per la figura ormai dominante di Melania». E’ il passaggio più importante delle motivazioni depositate ieri della sentenza di primo grado all'ergastolo per Salvatore Parolisi, il caporal maggiore dell'Esercito in carcere dal 19 luglio del 2011 per aver ucciso sua moglie.

In 67 pagine il giudice ricostruisce l'intera vicenda, evidenziando l'importanza del dato fattuale rispetto alla prova scientifica. Quella mattina del 18 aprile di due anni fa la giovane famiglia è andata a Colle San Marco, ma «Melania non gradendo la scarsa igiene delle altalene dei piccoli e trovando il gioco sull'altalena dei grandi pericoloso per la figlia, ha proposto di lasciare il pianoro e di andare al chiosco della pineta (a Ripe di Civitella, ndr), curiosa di conoscere i luoghi ove si addestrava il marito e in cui era già stata, dovendo però desistere per la neve».

Mamma e figlia si sono incamminate verso la staccionata. Salvatore le ha raggiunte con l'auto e loro salgono. Lungo il tragitto sono arrivate le due telefonate alle quali Melania non ha risposto, «forse perché c'era la musica in auto o forse perché aveva momentaneamente disinserito la suoneria per far addormentare la figlia», è la spiegazione. Sono le 15-15.05 quando la coppia arriva sul luogo del delitto. La bimba secondo il giudice resta in auto a dormire. La temperatura è più fredda. Salvatore ha nello zaino il pantalone militare e la relativa casacca in goretex. Li indossa sopra ai suoi abiti, «munendosi di un coltello a serramanico forse per cercare un albero della cuccagna da portare alla suocera o forse per tagliare un qualcosa da mangiare che Melania aveva portato per la merenda della bambina, senza poter escludere che avesse anche le scarpe ed i guanti militari». Melania deve fare pipì.

Va dietro al chiosco. Secondo il giudice suo marito, vedendola seminuda, verosimilmente si eccita, avvicinandola e baciandola per avere un rapporto sessuale. Ma Melania, sia per il problema dell'ernia, sia per il fatto della presenza in auto della figlia, lo rifiuta. Forse rimprovera anche pesantemente Salvatore che, a quel punto, reagisce all'ennesima umiliazione, sferrando i primi colpi. Melania tenta di reagire e di prendere il cellulare che forse aveva nella tasca del giacchino, ma con la difficoltà dell'avere ancora i pantaloni abbassati cade in ginocchio, e, con le braccia divaricate, si appoggia sulle tavole. Pochi minuti e la sfilacciata relazione finisce nel sangue. Saranno le bugie dette dal caporal maggiore ad incastrarlo.

«Nel tentativo di allontanare i sospetti che lo vedevano come il maggior indiziato per il delitto di Melania - si legge ancora nelle motivazioni - ha fornito una mole di menzogne (così com'era solito fare nella propria vita quotidiana) che, inconsapevolmente, se valutate unitamente a tutti gli altri elementi raccolti, hanno costituito una sorta di confessione». Confessione mai fornita agli inquirenti perché Salvatore ancora oggi continua a dichiararsi innocente.

mercoledì 2 gennaio 2013 - 21:09   Ultimo aggiornamento: giovedì 3 gennaio 2013 08:08

Petrolio? No grazie L’Italia ferma le trivelle

La Stampa

I tecnici: entro il 2020 la produzione potrebbe raddoppiare
luigi grassia


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L’Italia non sarà l’Arabia Saudita ma nel suo piccolo ha anche lei il suo bel tesoretto di petrolio e di metano, custoditi sottoterra e sotto i fondali marini. C’è però una condizione per goderne: non bisogna dire «no grazie». Noi italiani vedremo sgorgare nuovo greggio e nuovo gas soltanto se ci daremo la pena di sfruttarli, altrimenti è come se quel tesoretto non esistesse. La Strategia energetica nazionale (Sen) prevede lo sviluppo delle energie alternative ma propone anche di aumentare l’estrazione di idrocarburi in Italia fino a 24 milioni di barili di petrolio equivalente all’anno (l’unità di misura che omogeneizza petrolio e gas naturale) e questo sarebbe più che un raddoppio rispetto agli 11 milioni del 2012. Il raddoppio in soli otto anni, dice il documento della Sen, «richiederà investimenti per 15 miliardi di euro, creerà 25 mila posti di lavoro e frutterà un risparmio sulla fattura energetica nazionale di 5 miliardi di euro all’anno».

E l’ambiente? La Sen impone «il rispetto dei più elevati standard internazionali in termini di sicurezza e tutela ambientale». Ma in Italia non è proprio aria, quasi tutte le richieste di trivellazione vengono bocciate. Per esempio la provincia di Novara, che ha in Trecate uno dei principali centro storici di estrazione del petrolio, ha scoperto una nuova zona di sviluppo potenziale a Carpignano, ma qui nel mese di giugno un referendum popolare ha respinto a schiacciante maggioranza (93%) la proposta dell’Eni di trivellare un pozzo; e ancora in quel di Novara la richiesta della britannica Northern Petroleum di estrarre greggio nei dintorni di Borgomanero ha provocato a fine dicembre la lettera di protesta di un gruppo di sindaci. 

E non si tratta di casi isolati: in tutta Italia appena si vede in giro un geologo che saggia il terreno fioriscono i comitati del no. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, ha un profilo netto: fra gli analisti del settore si schiera con decisione con chi darebbe via libera al petrolio e al gas italiani, nel rigoroso rispetto dell’ambiente ma senza cedimenti verso quella sindrome che in America chiamano «nimby» (not in my backyard, cioè «non nel mio cortile»). 

Dice Tabarelli: «In Italia c’è una dorsale del petrolio e del gas che parte da Novara e poi si distende lungo l’Appennino fino in fondo alla Calabria e prosegue in Sicilia. Nel Mare Adriatico c’è una dorsale parallela offshore, da Chioggia al Gargano. In un secolo e mezzo in Italia sono stati perforati 7 mila pozzi, di cui 800 ancora attivi. Persino alle isole Tremiti, dove ci sono resistenze a trivellare, c’è già un pozzo, attivo dal 1962 senza danni per l’ambiente. La produzione italiana potrebbe facilmente raddoppiare, proprio come prevede la Strategia energetica nazionale, semplicemente perforando dove già si sa che il petrolio c’è. Invece è tutto bloccato».

Tabarelli cita il caso di Chioggia: «Lì gli ambientalisti non vogliono i pozzi perché dicono che c’è il rischio della subsidenza, cioè che il terreno sprofondi. Ma basta entrare nella basilica di San Vitale a Ravenna per accorgersi che nei secoli c’è stata una subsidenza di un metro. In quella zona è un fenomeno naturale, l’estrazione del petrolio non c’entra». Scusi Tabarelli, ma sia pure nell’ambito del fenomeno naturale, mettersi pure a estrarre il petrolio non potrebbe provocare un po’ di subsidenza in più? «Tutti gli studi geologici dicono di no. Poi qualche singolo geologo disposto a dire che c’è pericolo lo si trova sempre». Un piccolo sceiccato italiano del petrolio è (o potrebbe essere) la Basilicata.

Questa regione nel 2012 ha estratto 5 degli 11 milioni di barili italiani ma ha risorse non sfruttate per altri 400 milioni di barili accertati (e i tecnici valutano un potenziale di un miliardo di barili). Tabarelli si scandalizza perché «in Basilicata è stata bloccata addirittura la ricerca dei giacimenti, dico la pura e semplice ricerca, e questo atto potrebbe essere incostituzionale da parte di una Regione». Il presidente di Nomisma Energia va giù ancora più deciso: «Io mi auguro che nel prossimo Parlamento qualcuno si prenda la responsabilità di fare una legge che dica che una volta rilasciata dal ministero la Valutazione di impatto ambientale, che in Italia è severissima, poi gli enti locali non possano sollevare altri ostacoli, e se lo fanno che vengano penalizzati».

Rifiuti, imposte fino al 500% in più Ma la monnezza ci ha sommerso

Gabriele Villa - Gio, 03/01/2013 - 08:15

Dopo la crescita della vecchia Tarsu negli ultimi 15 anni, ora arriva la stangata della Tares, con aumenti anche del 300%. Intanto il Sud annega nelle emergenze

Odore d'ingiustizia. Puzza di fregatura. L'ultimo saccheggio, nelle tasche degli italiani, si chiama come oramai purtroppo sappiamo Tares, la nuova tassa che andrà a sostituire la vecchie imposte sui rifiuti (Tarsu e Tia) e che, come hanno già giustamente strillato nei giorni scorsi Adusbef e Federconsumatori, si tradurrà in un aumento del 25 per cento per le famiglie e toccherà rincari anche del 300 per cento per gli esercizi commerciali.


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Una stangata che sarebbe, forse, appena appena tollerabile se il governo dei tecnici e le varie autorità locali avessero scritto la parola fine ad una delle più croniche emergenze italiane, che asfissia molte città del Sud e non risparmia anche Roma. Ma così non è. Se a Napoli, in Campania (dove non sono bastati ben 13 miliardi di euro spesi del tristemente famoso commissariamento extra-long) e a Palermo infatti l'emergenza spazzatura è un fatto quotidiano, il nuovo epicentro della crisi si è spostato tra Puglia e Calabria con disagi pesantissimi a Foggia, dove, alle difficoltà di sempre nella gestione o nello smaltimento dei rifiuti solidi si sono aggiunte, a complicare le cose, anche le minacce della criminalità organizzata che gioca l'alternativa delle discariche abusive e vuol mettere le mani su un business che non conosce crisi. Situazione molto pesante anche a Catanzaro e Lamezia Terme dato che, nei giorni scorsi, le strade sono state sommerse dall'immondizia perché le vecchie discariche di Alli, Pianopoli e della stessa Lamezia Terme sono oramai sature.

Emergenza con risvolti penali poi a Reggio Calabria, dove il Comune è commissariato per mafia e i dipendenti delle società che si occupano della raccolta sono da tempo senza stipendio, con il risultato che la città, dove già la raccolta differenziata non esiste, è sommersa di rifiuti. Sul limite di esplodere, la gestione dei rifiuti a Roma. Nella Capitale oramai da parecchio tempo si va avanti a colpi di deroghe, dopo che la gara per «esportare» l'immondizia capitolina all'estero è andata deserta. L'ultima proroga per continuare a stipare la discarica di Malagrotta è stata concessa dal commissario giovedì scorso, contestualmente all'individuazione della località di Monti Dell'Ortaccio quale sede del nuovo impianto di raccolta. Una scelta, che ha scatenato puntualmente la protesta non solo gli abitanti delle due zona (Malagrotta come Monti dell'Ortaccio) che subito scesi in strada per respingere al mittente le proposte, ma anche del sindaco Alemanno e degli ambientalisti.

E se vogliamo continuare ad invelenirci, parlando di conti, costi e stangate per noi contribuenti, basti pensare che già la progenitrice della Tares, la Tarsu, in alcuni Comuni negli ultimi 15 anni era cresciuta addirittura del 470 per cento, a parità di superfici e rifiuti prodotti (dai 43 euro del 1996 ai 207 euro del 2011). Mentre secondo un rapporto della Uil-Politiche territoriali: in tre anni, dal 2008 e il 2010 il rincaro medio nelle venti città capoluogo di Regione è stato del 7,6 per cento.

Ciò significa che una famiglia media, di quattro componenti, che vive in una appartamento medio di 80 metri quadrati e che ha un reddito imponibile Irpef di 36mila euro, mentre nel 2008 si vedeva recapitare una bolletta di 194 euro, già nel 2010 ha dovuto sborsare 209 euro, circa 15 euro in più mentre nel 2012 per le famiglie italiane la stangata per questa tassa è stata di 225 euro medi, con un aumento del 2,4 per cento rispetto al 2011 e del 14,3 per cento, rispetto agli ultimi cinque anni, sempre stando ai dati emersi dal monitoraggio svolto dall'Osservatorio periodico sulla fiscalità locale della Uil. Il caso più clamoroso pensate dove si è verificato? A Napoli dove in tre anni la Tarsu è cresciuta del 48 per cento e il cittadino medio, sommerso dai rifiuti e dalle rivolte, già paga 336,80 euro all'anno, la cifra più alta tra i capoluoghi. E adesso largo alla Tares e ai suoi prossimi sconquassi nelle nostre bollette. Ci sarà un motivo se l'hanno già soprannominata «l'Imu della spazzatura».

Current Tv passa ad al Jazeera La tv del Qatar sbarca (davvero) negli States

Corriere della sera

L'anticipazione su un blog del New York Times

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Il canale televisivo statunitense Current Tv, tra i cui fondatori figura l'ex vicepresidente Al Gore, ha annunciato che sarà acquistato dalla tv del Qatar Al-Jazeera. «Siamo fieri e felici che l'impresa internazionale di informazione Al-Jazeera abbia comprato Current Tv», è il messaggio scritto sulla pagina Facebook del canale televisivo Usa, fondato nel 2005, dopo che su un blog del New York Times poche ore prima era stata anticipata l'operazione.

IL FINE - L'obiettivo della tv a stelle e strisce è quello di «dare la parola a coloro che, di solito, non vengono ascoltati, dire la verità ai potenti, fornire dei punti di vista diversi e indipendenti e raccontare storie di persone che altri non raccontano», continua il messaggio, assicurando che Al-Jazeera condivide questa visione dell'informazione. Stando al blog del New York Times, l'operazione - di cui non è stato reso noto l'importo - permetterà al canale dell'emirato di aumentare la sua penetrazione negli Stati Uniti, dato che al momento è visibile solo in alcune grandi città come New York e Washington, in modo tale da fare una maggiore concorrenza alla Cnn (Time Warner) e ad altri canali all news. Allo stato Current Tv è visibile da 60 milioni di famiglie statunitensi sui 100 milioni che hanno la tv via cavo e satellitare.

Redazione Online3 gennaio 2013 | 8:48