venerdì 11 gennaio 2013

Wojtyla presto santo, ha fatto diversi miracoli»: la conferma del cardinal Re

Il Messaggero

Parla uno dei suoi più stretti collaboratori: canonizzazione sicura, se non quest'anno sarà nel 2014


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CITTÀ DEL VATICANO - Giovanni Paolo II sarà santo in tempi molto brevi, forse già entro quest'anno. Lo ha confermato quello che fu uno dei suoi più stretti collaboratori, il cardinale Giovanni Battista Re, che pur senza fornire date certe ha spiegato che in virtù dei «diversi miracoli» compiuti dal beato Wojtyla non bisognerà attendere molto per vederne la definitiva elevazione all'onore degli altari. «Se non sarà quest'anno, sarà l'anno prossimo. Siccome ha fatto più di un miracolo, ce ne sarà sicuramente uno riconosciuto valido per la sua canonizzazione», ha risposto il card.

Re a una domanda sulla possibilità che Giovanni Paolo II venga proclamato santo entro il 2013. «Io non ho elementi sufficienti per dire che sarà entro quest'anno, ma so che fino a qualche tempo fa erano esaminati tre o quattro miracoli per vedere quale fosse il più 'solidò», ha detto ancora il porporato durante la presentazione dello spettacolo «Il Papa e il Poeta», recital multimediale sulle poesie di Karol Wojtyla, scritto dal vaticanista di Avvenire Mimmo Muolo, che andrà in scena giovedì all'Auditorium della Conciliazione nell'ambito della rassegna «Fede a teatro».

L'ex prefetto della Congregazione dei Vescovi, e prima ancora sostituto per gli Affari generali presso la Segreteria di Stato, ha ricordato che «l'unica cosa di cui c'è ora bisogno per la canonizzazione di Giovanni Paolo II è il riconoscimento di un miracolo», e ha sottolineato che le sue informazioni su a che punto sia l'esame del miracolo risalgono a qualche mese fa, quando «ce n'erano tre o quattro su cui si stavano raccogliendo gli elementi». «Nei miracoli la Congregazione per le Cause dei Santi è molto rigida - ha osservato.

Quello scelto deve passare da una Consulta composta da sette medici e questi devono essere d'accordo nel dire che si tratta di un fatto che non si può spiegare dal punto di vista umano e scientifico». Poi esso passa all'esame della Commissione di cardinali e vescovi, che però «giudicano solo se il miracolo è stato ottenuto per l'intercessione» del candidato alla santità. «Chi decide se è o non è un vero miracolo sono i medici», ha aggiunto. E «se questo avvenisse nei prossimi mesi, subito dopo si può procedere, trovando la data, scegliendo il periodo più adatto». «Se non sarà quest'anno sarà l'anno prossimo - ha ribadito il cardinale -. Siccome di miracoli ne ha fatti più di uno, adesso ne troveranno uno che tiene a questo esame».

Sono state in particolare voci dalla Polonia a suggerire che Giovanni Paolo II potrebbe essere canonizzato nell'ottobre di quest'anno, in una data che coinciderebbe con l'inizio del suo pontificato. Nei giorni scorsi l'arcivescovo di Danzica, mons. Sawoj Leszek God, ha dichiarato a «Super Express»: «Affinché la canonizzazione possa avere sito positivo bisogna scegliere un miracolo. Però su questo punto non c'è problema. È probabile che se ne sia scelto uno, e che sia stato confermato, fra altri, da medici e teologi. Abbiamo miracoli.

Dal punto di vista procedurale non ci sono ostacoli. Perciò tutto dipenderà dalla decisione del Papa, Benedetto XVI». La stessa notizia era stata data in precedenza dall'agenzia cattolica Kai, che parlava di «informazioni non confermate», ancora a Roma su «guarigioni inesplicabili» attribuite a Giovanni Paolo II dopo la sua beatificazione. Secondo Kai, se la canonizzazione di Giovanni Paolo II «deve aver luogo nell'ottobre del 2013, l'annuncio di Benedetto XVI bisognerà attenderlo in marzo». E sempre secondo Kai, ottobre è «tradizionalmente il mese delle canonizzazioni».

Nella conferenza stampa, rimarcando che Giovanni Paolo II «è stato grande come uomo, come Papa e come santo» e sottolineando che temi delle sue poesie si ritrovano poi anche nel Pontificato, il card. Re ha anche rivelato un episodio fin qui inedito della vita di Wojtyla. «Nella cava di pietra dove aveva trovato lavoro a 18 anni dopo aver dovuto lasciare l'università perchè occupata dai tedeschi - ha raccontato - lui lavorava con un operaio che faceva brillare le mine. E fu questo a dirgli un giorno: “tu sarai un grande prete, canterai anche bene”». «Il Papa ci ha poi confessato - ha aggiunto Re - che prima di allora l'idea di farsi sacerdote non era mai venuta in mente».



Mercoledì 09 Gennaio 2013 - 17:25
Ultimo aggiornamento: 17:29

Lettera del '93 sulla trattativa «Attentati per farvi cedere»

Corriere della sera

Le quaranta righe dattiloscritte spiegano il tentativo di «patteggiamenti con nuovi governanti politicanti»

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ROMA - Di lettere anonime ne circolarono molte, nella stagione sanguinosa delle stragi di mafia, fra il 1992 e il 1993. Alcune attendibili, altre meno. Ma ce n'è una, spedita dopo le bombe di Roma e Milano del 27 luglio '93, che può aiutare a fare un po' di luce sulla presunta trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra. E su coloro che erano informati delle intenzioni dei boss di scendere a patti con le istituzioni, usando gli attentati come arma di ricatto. Rimasta sepolta nei cassetti e in qualche antico faldone processuale, viene ora svelata da una nota a pie' di pagina della relazione del presidente della Commissione antimafia Beppe Pisanu.

Si tratta di quaranta righe dattiloscritte, giunte per posta ordinaria agli uffici milanesi della Direzione investigativa antimafia guidata all'epoca dal futuro capo della polizia Gianni De Gennaro. Un foglio che fu valutato degno di attenzione se proprio De Gennaro si preoccupò, dopo averlo classificato come «riservato», di trasmetterlo alla segreteria speciale del ministro dell'Interno Nicola Mancino «per opportuna conoscenza». Era l'11 agosto 1993. L'elaborato pare concepito da qualcuno che faceva parte dell'ala anti-stragista di Cosa Nostra, e svela i propositi mafiosi di «trattare patteggiamenti con nuovi governanti politicanti per preparare il terreno». A questo dovevano servire le esplosioni di Roma e Milano e prima ancora quella di Firenze, scrivono gli anonimi estensori della lettera che parlano al plurale».

«Siamo contro la dirigenza di C.N. (Cosa Nostra, ndr ) che sta portando al suicidio dell'organizzazione con la recente assurda campagna di attentati», si presentano gli autori. «Siamo fuori e vogliamo aiutarvi a distruggerla». Riferiscono progetti risalenti, a quanto dicono, al febbraio '93, cioè subito dopo la cattura di Riina avvenuta il 15 gennaio per mano dei carabinieri del Ros. E che, alla luce degli attentati di maggio e luglio, «si rivelano veraci e servono a capire».
Secondo gli autori del documento la mafia aveva elaborato una cosiddetta «fase uno» della nuova strategia, che prevedeva di piazzare «vetture-bomba dimostrative su avvertimento nel centro delle città e presso consolati all'estero, di notte e senza vittime». E subito dopo la fase due: «Attesa di contatti su iniziativa dei sevizi per poi trattare il f... (illeggibile, ndr ) alle indagini su C.N. e per l'arrangiamento dei processi in corso».

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La fase uno si era concretizzata con gli attentati sul continente, tutti avvenuti, effettivamente, nel cuore della notte. Le vittime (dieci morti e molti feriti tra Firenze, Milano e Roma) furono causali, nel senso che non erano nelle intenzioni dei dinamitardi, come poi confesseranno i pentiti. In quei giorni di agosto '93, dunque, si sarebbe attivata la fase due, cioè l'attesa di un contatto da parte dei servizi segreti per mettere fine alla campagna stragista. Secondo l'anonimo, l'obiettivo era un freno alle indagini sulle cosche e un aggiustamento dei processi, ma ora sappiamo che in quelle stesse settimane - come ricostruisce la relazione di Pisanu - cominciò il lavorio tra gli uffici ministeriali e alcuni apparati per discutere le problematiche del «carcere duro» per i mafiosi. Che con ogni probabilità approdarono alla decisione del ministro della Giustizia Conso, nei primi giorni di novembre, di non rinnovare 334 decreti «41 bis» per altrettanti detenuti.

Nell'esposto senza firma le «colombe» della mafia avevano indicato anche le fasi 3 e 4, di reazione all'eventuale rifiuto statale al «patteggiamento» coi boss: «Attentati alla frontiera slovena, organizzati da amici croati per scambi di armi e traffico di droga», prima dell'attacco finale: «Ingresso sul campo di tutte le famiglie di Cosa Nostra per una enorme offensiva spettacolare di colombizzazione su tutto il territorio». Eventi che per fortuna non sono avvenuti: chissà se perché nessuno mai li progettò, e dunque gli anonimi esageravano o mentivano; se i capimafia non hanno avuto la forza di realizzarli, oppure se qualcuno si mostrò effettivamente disponibile alla trattativa. Magari lanciando il segnale della mancata proroga degli oltre trecento «41 bis» decisa da Conso, come oggi accusa la Procura di Palermo. Disponibilità da cui la stessa Dia, in una relazione di quegli stessi giorni, aveva messo in guardia i vertici politici dello Stato: «L'eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l'applicazione dell'articolo 41 bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla "stagione delle bombe"».

L'ex ministro della Giustizia ha spiegato, diciassette anni dopo, di aver deciso da sé quelle mancate proroghe, anche in virtù del fatto che nella mafia si stava affermando la linea più dialogante con le istituzioni di Bernardo Provenzano: con Riina in carcere, disse Conso, «subentra questo vice che aveva un'altra visione, sempre mafioso, però puntava sull'aspetto economico». All'epoca tra gli investigatori e gli inquirenti non si aveva la consapevolezza di questa spaccatura. Strano l'avesse il professore divenuto Guardasigilli. L'anonimo citato da Pisanu sembra ora confermare che effettivamente qualcuno, all'interno degli apparati, poteva avere almeno il sospetto che tra i mafiosi ci fosse qualcuno contrario al proseguimento della strategia stragista. E nelle sue conclusioni lo stesso presidente dell'Antimafia sottolinea: «I servizi segreti potevano esserne informati, e quindi anche il governo».

Giovanni Bianconi
11 gennaio 2013 | 8:17

Elezioni, depositati i simboli al Viminale

di Luca Romano



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Sin dall'alba, una lunga coda al Viminale per depositare nomi e simboli dei partiti. Non mancano le curiosità: dalla lista civica nazionale "Io no voto" al Partito Pirata. E un "Cinque Stelle" diverso dal movimento di Grillo Sin dall'alba, una lunga coda al Viminale per depositare nomi e simboli dei partiti. Non mancano le curiosità: dalla lista civica nazionale "Io no voto" al Partito Pirata







Berlusconi , la rissa con Santoro «Non ho nessuna colpa della crisi»

Corriere della sera

Il Cavaliere su La7: «Nel 2009 ristoranti pieni».«Sull'Imu Monti testa dura». E sulle cause di diffamazione è scontro

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Prima le strette di mano con Michele Santoro e Marco Travaglio. Poi Granada, la famosa canzone cantata dagli altri da Claudio villa. Inizia così l'attesa puntata di «Servizio Pubblico», in onda su La7 con ospite Silvio Berlusconi che scende nell'«arena nemica». Non mancheranno i momenti di tensione con Santoro e Berlusconi che quasi vengono alle mani sulle cause di diffamazione a Travaglio. Ma tanti sono anche i siparietti. Uno su tutti quello sulle scuole serali, che diventerà un vero e proprio tormentone della serata.

ACUSTICA E IMPRESA - L'avvio è faticoso. Partono le prime scintille. Tra i due c'è uno scambio di battute sull'acustica in studio. «Non sento, c'è un rimbombo... Sono diventato anche sordo, colpa dell'età», dice il Cavaliere. E Santoro replica: «Segua il labiale». E il Cavaliere: «Benissimo cercherò di sforzarmi». Ma i problemi di audio proseguono, è lo stesso Santoro a comunicarlo e quindi viene mandata in onda la pubblicità. Intanto nel pubblico si siede anche l'attrice Isabella Ferrari.

I RISTORANTI PIENI DEL 2009? - A pausa finita, finalmente, arriva la prima domanda sulla crisi di Giulia Innocenzi, investita con Luisella Costamagna del compito di intervistare il Cavaliere: «Non ho nessuna responsabilità per la crisi. I ristoranti nel 2009 erano pieni, era difficile prenotare un aereo», risponde Berlusconi riprendendo la sua dichiarazione del 4 novembre 2011 a Cannes, dopo il G20. C'è confusione sulle date. «La recessione è stata internazionale, gestita male dal governo dei Professori. Poi sempre sul governo dei tecnici: «I professori sono stati sordi a ogni nostro intervento e hanno determinato questa situazione di crisi, diciamocelo chiaro si erano tutti montati la testa.

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Le prime schermaglie sull'acustica
L'invettivia sul comunismo
Berlusconi a Santoro: «Lei ha fatto le serali»

L'IMU E LE SERALI -Poi Luisella Costamagna chiede al Cavaliere di rispondere all'operazione memoria sull'Imu. A tenere i tempi delle risposte è il giornalista Sandro Ruotolo. «L'Imu doveva comprendere tutte le imposte locali, doveva colpire gli immobili ad eccezione della prima casa, che consideriamo sacra» ma «non potevamo assumerci la colpa di far cadere il governo, un disastro dopo avergli votato la fiducia». Santoro gli contesta la risposta. È la prima polemica tra i due: «Facile parlare per lei davanti a una telecamera...». Ma il diverbio rientra subito tra battute e frecciatine sulle scuole serali che Santoro avrebbe frequentato, al contrario di lui, il Cavaliere, che ha «studiato all'università». Un tormentone che ritornerà durante tutta la serata.

LIRE O EURO A VERONICA? - Non manca poi un accenno alla vicenda degli alimenti alla ex moglie Veronica Lario. Dopo aver annunciato, ospite da Lilli Gruber, che la cifra da corrispondere per la separazione ammontava a 200 mila euro al giorno e non a 100, Berlusconi torna sui suoi passi e dice: «Mi sono sbagliato, sono 100, io ragiono in lire». E via di nuovo con le battute «Santoro siamo da lei o da Zelig?», chiede Berlusconi a Michele Santoro. E il conduttore: «Lei è molto più Zelig di me...».

ARRIVA TRAVAGLIO, SPALLUCCE E APPUNTI - Ed è sulle donne di Silvio che interviene per la prima volta Marco Travaglio. Mentre il giornalista gli ricorda che per le sue ragazze paga 105 mila euro al mese, il Cavaliere fa spallucce. Intanto però prende qualche appunto per replicare meglio. Quella delle donne è la prima parte della "congiura". Si passa alla «congiura di Monti». Travaglio gli ricorda le prime dichiarazioni in cui parlava «di una crisi, la peggiore del '29». E di una continuità tra il suo esecutivo e quello del Professore. Ma il Cavaliere non cede e grida: «Non ha sentito Monti che nella conferenza stampa prima di Natale ha detto che se uno toglie l'Imu sulla prima casa è un pazzo e dopo un anno bisogna rimetterla doppia? Era una testa dura da convincere e non siamo riusciti a convincerlo».

LA MERKEL CHE ASPETTA? - Altro momento di ilarità quando Santoro mostra a Berlusconi la registrazione della Merkel che lo aspetta, spazientita, a un vertice Nato mentre lui è parla al cellulare. «Lei, Santoro, si sta scavando la fossa. Ero al telefono con Erdogan», ricorda il Cavaliere che minimizza. «La Merkel non era spazientita, era contenta».

TREMONTI E LA LETTERINA A TRAVAGLIO - In un video Santoro mostra a Berlusconi la ricostruzione della crisi fatta da Tremonti. La replica? « La realtà è che abbiamo ricevuto una lettera dalla Bce firmata da Trichet, tutto il resto sono cose che non hanno alcun fondamento, sono cose che non corrispondono alla realtà. Non è che se una cosa la dice Tremonti è per forza vera». Poi è di nuovo il momento di Travaglio, e il Cavaliere svela il contenuto dei fogli tenuti in mano per tutta la puntata: «E' una letterina per lei, Travaglio». Berlusconi risponde alla "requisitoria" del giornalista sui suoi rapporti con la mafia, dopo essersi scambiato di posto con Travaglio. «Dell'Utri è una persona perbene, molto cattolico e ha un solo difetto: è nato a Palermo». E non manca l'ironia: «Caro Travaglio, io ho fatto la tua fortuna, sono il tuo core business».

LA RISSA FURIOSA - Dopo le battute, la situazione si surriscalda. È la rissa televisiva. Salgono i toni. Petto contro petto Santoro e Berlusconi quasi si toccano, come a sfiorare lo scontro fisico. Sull'elenco delle cause di diffamazione contro Travaglio elencate da Berlusconi, Santoro si infuria, grida, si rifiuta di stringere la mano al Cavaliere. «Lei non sta rispettando gli accordi presi, i suoi hanno chiesto di non entrare nel merito dei processi», perde il controllo il conduttore. Intanto Berlusconi si scambia di nuovo posto con Travaglio ma prima di sedersi pulisce la sedia con un fazzoletto. È uno degli ultimi momenti topici di una serata che in parte delude le aspettative di chi pensava a un Berlusconi show. A chiudere, come da tradizione, è Vauro con le sue vignette.

Berlusconi a Servizio Pubblico Berlusconi a Servizio Pubblico Berlusconi a Servizio Pubblico Berlusconi a Servizio Pubblico Berlusconi a Servizio Pubblico

 La rissa Berlusconi-Santoro La rissa Berlusconi-Santoro La rissa Berlusconi-Santoro La rissa Berlusconi-Santoro La rissa Berlusconi-Santoro


HASHTAG E COMMENTI - Berlusconi è stato l'unico ospite della puntata, dal titolo «Mi consenta». Su Twitter sono impazzati i commenti (qui la diretta Twitter dei giornalisti del Corriere della Sera). L'hashtag #Berlusconi è entrato fin dal pomeriggio nella classifica degli argomenti più discussi. Poi spazio anche a #serviziopubblico e #miconsenta. Non sono mancati gli hashtag ironici #seviziapubblica e #staseranonguardosantoro.



Marta Serafini
@martaserafini10 gennaio 2013 (modifica il 11 gennaio 2013)



Dal minuetto alle urla nella Fossa dei Leoni

Corriere della sera

Santoro ne esce come il duro e puro che affronta il nemico Silvio come il lottatore che si cala tra gli avversari
di  ALDO CAZZULLO

Cattura«Comunque vada, a me va bene» sussurra il Cavaliere prima di sedersi. Va in onda il concorso di interessi. Santoro ne esce come il duro e puro che affronta Berlusconi senza fare sconti, Berlusconi come il lottatore che si cala nella fossa dei leoni.
Ognuno esce vincitore per il suo pubblico. Cortesie iniziali, siparietti sorridenti (allargati a Vauro), scambi di lettere con Travaglio, alterchi inevitabili, giusta tensione; assolutamente da evitare, e quindi evitata, la rottura. Anche quando lo scontro per un attimo si fa serio, Santoro in difesa di Travaglio grida a Berlusconi che ha «tradito i patti» e si dovrebbe vergognare, ma Berlusconi ride: «Ora dovrebbe essere lei ad alzarsi e andarsene».

Vent'anni dopo, entrambi hanno ancora bisogno l'uno dell'altro; anche se per entrambi potrebbe essere stata davvero l'ultima volta. Cinecittà, teatro 3, ore 20. Il primo ad arrivare è Roberto Gasparotti, che è qui per l'ispezione. Gasparotti è uomo-chiave del berlusconismo: da sempre controlla luci e inquadrature quando il capo va in tv. Finito il sopralluogo in studio, si mette sulla porta ad attenderlo: «Tutto sotto controllo. Il regista lo conosco bene, è Alessandro Renna: bravissimo. Lavora con Santoro fin dai tempi di Mediaset: una garanzia, stiamo tranquilli. E poi Michele è bravo, il presidente è bravo... sarà un bel match. Regolare».

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C'era anche Massimo Boldi tra i sostenitori di Berlusconi da Santoro
Il secondo ad arrivare è Massimo Boldi: «Sono qui nel ruolo di capretta». Prego? «Non lo sa? Alla vigilia di una corsa importante, nella stalla del purosangue mettono un animale mite, di solito una capretta, per metterlo calmo. Ecco, la capretta sono io. Il purosangue è il mio amico Silvio». Infatti, appena arriva Berlusconi, Boldi si infila con lui al trucco: «E pensare che stasera su Canale5 fanno un mio film, Matrimonio alle Bahamas ...».

Poi l'attore accompagna l'ex premier in studio, i due conversano fitto, sembrano recitare una parte, presidente sta facendo le prove per Santoro? «Ma no, stiamo rifacendo lo sketch del divano Lillo! Ai tempi del Derby era il cavallo di battaglia di Massimo. Ve lo ricordate? Quello del cliente che paga dieci milioni un divano che costa un terzo e sul libretto delle istruzioni trova scritto: "Sei un genio!"». Luisella Costamagna all'epoca era troppo giovane e non se lo ricorda, Berlusconi le sorride: «La vedo su tutte le tv!» («senti chi parla» è la risposta).

Un saluto alla Innocenzi, pure lei amica di Boldi. Lunga stretta di mano con Travaglio, il pubblico accenna a un applauso tipo momento storico. Anche l'incontro con Santoro è cordiale: sorrisi, auguri reciproci. L'arena è ovviamente in gran parte per il conduttore, ma è arrivata pure la claque di Berlusconi, «alla fine dovrebbero essere cinquanta giovani - spiega Gasparotti -. Li ha selezionati la segreteria di Alfano». Presidente, almeno si è allenato? «Figuriamoci, ho passato la giornata a Palazzo Grazioli assediato dai capi dei piccoli partiti, oggi era l'ultimo giorno per definire le alleanze, volevano tutti parlare con me...».

Santoro apre evocando toreri, arene, Granada, sfide definitive. Lieve ironia su Lilli Gruber che aveva rivendicato le origini austroungariche, cui contrappone la recita in napoletano («Chisto è 'o paese do sole...»). Per carità, nessun appeasement: non servirebbe a nessuno dei due. E poi Gasparotti ha ragione, entrambi in tv sono bravi, forse i migliori ognuno nel suo ruolo, il difetto di Berlusconi è la logorrea ma Santoro provvede talora a interromperlo, sia pure con sgarbo: «Se urlo faccio una parte scontata, per cui lei deve seguire il labiale»; «va bene, proverò». Ci si mettono pure i gruppi elettrogeni, che interrompono la trasmissione dopo il celebre video sui «ristoranti pieni e gli alberghi iperprenotati» e dà modo al Cavaliere di calibrare la risposta.

Lui è attento a non dare segni di nervosismo. Qui non c'è bisogno di difendere la D'Urso come da Giletti, consigliare un otorino come alla Gruber, minacciare di andarsene come ha fatto persino da Vespa. Incassa. Finge di divertirsi quando Santoro gli propone di fare un bel colpo di Stato per liberarsi del Parlamento. Appena può cerca la sintonia parlando male di Monti: «Qui lei sfonda una porta aperta!» sorride il conduttore. «Io aspetto ancora la risposta sull'Imu» prova la Costamagna. «La risposta l'hai avuta» chiude Santoro. E quando dopo un affondo riuscito il pubblico accenna a un applauso, lui magnanimo lo ferma: «Per carità!».

Capita che si urli, capita più spesso che si rida. «Presidente si è arrabbiato?» domanda Santoro, quasi premuroso. «E perché? Mi sto divertendo. Mi sembra di essere a Zelig». E poi battute sull'università della libertà, quella dove dovrebbe insegnare il noto liberale Putin, e le scuole serali di Santoro. Sketch sui duecento milioni di lire al giorno da pagare a Veronica. Di Travaglio Berlusconi dice: «Lui guadagna moltissimo, soprattutto su di me. È un diffamatore professionale». Poi quando deve sedersi al suo posto finge di pulire la poltroncina.

Il conduttore si arrabbia davvero, l'ex premier all'uscita sorride: «Mi sono proprio divertito». Santoro: «Io per vincere non dovevo battere Berlusconi. Dovevo "vendere il giornale", fare pubblico. Mi sa che ci sono riuscito». Non è stata una pantomima. È stato un incrocio di personaggi e di mondi agli antipodi ma che si sostengono l'uno con l'altro. Santoro è per Berlusconi quel che Berlusconi è per Santoro. Come nella poesia di Kavafis sui barbari, della cui fine i romani della decadenza si dolgono molto: «E ora, che sarà di noi senza barbari? Dopo tutto, quella gente era una soluzione».

11 gennaio 2013 | 10:09







Berlusconi-Santoro, boom di ascolti per La7: quasi 9 milioni

Corriere della sera

Sono stati 8.670.000 gli spettatori di Servizio Pubblico andato in onda giovedì su La7, pari al 33,58% di share

Boom di ascolti per Berlusconi da Santoro. Sono stati 8.670.000 gli spettatori di Servizio Pubblico andato in onda giovedì su La7, pari al 33,58% di share. rete.

LA7 - Polverizzato dunque il record di La7: il giornalista era andato vicino al primato già all'esordio del programma il 25 ottobre 2012 con 2.985.000 spettatori e il 12.99% di share. Un risultato in linea con la prima puntata di «Quello che (non) ho» di Fabio Fazio e Roberto Saviano (3.036.000 spettatori e 12,66% di share), andata in onda il 14 maggio 2012. I dati Auditel parlano di 6,2 milioni di spettatori sintonizzati su La7 dalle 20.30 alle 22.30 (fascia che comprende anche il programma di Lilli Gruber «Otto e mezzo») e 4,6 milioni nella seconda parte della serata con share, rispettivamente del 20,48% e del 31,02%.


Redazione Online11 gennaio 2013 | 11:05

Twitter sbarca anche in Corea del Nord

Corriere della sera

Il Paese più isolato del mondo attiva un account. Tempestato d'insulti l'imprenditore texano che è tra i 3 following
dal nostro inviato PAOLO SALOM

PECHINO - Misteri di Twitter. Persino il Paese più isolato della Terra ha un account, anzi: più di uno. La Corea del Nord, dove Internet è come il diavolo e solo pochissimi tra i fedeli del regime vi hanno accesso, è presente sul social network almeno dal 15 luglio 2010 con il nome @uriminzok, letteralmente, «la nostra nazione». Followers: 11.922, nemmeno troppi per l’indirizzo ufficiale di un governo che spesso fa tremare il mondo. Following: tre, e cioè il Vietnam «comunista», un altro sito di propaganda nordcoreano, e un giovane imprenditore texano, Jimmy Dushku, 25 anni, di Austin. Ed è questo il «mistero» che ha suscitato la curiosità dei media internazionali, sollecitati dalla recente visita del presidente di Google Eric Schmidt a Pyongyang.

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SORPRESA - Intervistato da Mother Jones, Jimmy Dushku ha raccontato la sua sorpresa nello scoprire di avere la Nord Corea tra i suoi duemila follower: «Non potevo crederci, anche se mi è sempre piaciuto fare amicizia con persone dalle origini più diverse», ha spiegato, raccontando, soprattutto, come il solo collegamento con Pyongyang gli sia valso una serie di minacce via Twitter. «Io seguo @uriminzok per pura cortesia. Al mio nuovo follower ho poi inviato un semplice messaggio: "Buona giornata, amico mio", in coreano».

MESSAGGI - Tanto è bastato perché la homepage di Jimmy su Twitter si riempisse di frasi sgradevoli. Chi lo accusava di essere una «spia», chi un «servo di Kim Jong-un», chi addirittura gli garantiva una «brutta fine». Certo, resta un mistero il motivo per il quale l’account «ufficiale» del regime più secluso al mondo abbia deciso di seguire proprio questo venticinquenne americano. Che, nonostante la giovane età, non è proprio uno qualunque: una foto lo mostra mentre gioca a golf con l’attore Dennis Quaid, mentre in un’altra appare su un jet privato. Il suo?

AFFARI - Imprenditore da anni attivo su Internet, Jimmy ha già interessi e investimenti in diverse parti del mondo, Texas, Brasile, Perù. Di sé dice semplicemente: «Sono solo un ragazzo che cerca di rendere il mondo un posto migliore». Racconta, sempre a Mother Jones, di aver ricevuto un invito per visitare Pyongyang. Un’occasione, forse, per spiegare il mistero che circonda Jimmy e il suo nuovo follower: la Nord Corea. «Questo Paese è sempre stato al centro dei miei interessi, per ragioni storiche. Al di là dei titoli che suscita sui giornali, comunque, dobbiamo ricordarci che ci sono persone in carne e ossa che vivono laggiù».

@PaoloSalom11 gennaio 2013 | 13:46

La stampante divora la motivazione Rebus per le condanne di 110 boss

Corriere della sera

Maxiprocesso «Infinito», nulle in Cassazione le 120 pagine recuperate. Ora gli imputati sperano nell'Appello


MILANO - Se i processi fossero organismi con una vita propria, e un po' (specie i maxiprocessi) lo sono, ieri il maxiprocesso di 'ndrangheta «Infinito» avrebbe avuto il batticuore di una giornata sulle montagne russe: iniziata con l'illusione ottica di 110 condanne di Tribunale annullate dalla Cassazione, e finita invece con la messa a fuoco che la Suprema Corte mercoledì sera in realtà non ha annullato indirettamente le condanne dei 110 e neanche direttamente quelle almeno dei 4 imputati al suo cospetto, ma soltanto una ordinanza integrativa delle motivazioni. Senza la conseguenza di scarcerazioni-choc o di condanne nulle, ma pur sempre con l'incognita futura di un incidente procedurale che il Corriere aveva segnalato l'8 giugno scorso.

Lunedì 4 giugno 2012, infatti, Roberto Arnaldi, cioè il giudice milanese dell'udienza preliminare di metà del maxiprocesso ai 110 imputati che (su 119) avevano scelto il rito abbreviato e il 19 novembre 2011 su richiesta dei pm Boccassini-Dolci-Storari erano stati condannati a 8 secoli, aveva notificato ai difensori una ordinanza integrativa delle 900 pagine di motivazione che pensava di aver depositato venerdì 1 giugno, salvo accorgersi sabato 2 e domenica 3 che la stampante birbante e l'incompleto collage dei singoli file scritti al computer si erano mangiati 120 pagine.

Aveva allora così scritto: «Il giudice, rilevato che a causa di un problema insorto con la stampante non sono state riprodotte le parti relative alle "locali" di 'ndrangheta di Bresso-Solaro-Limbiate e al trattamento sanzionatorio, dispone l'integrazione della presente sentenza con le pagine da 752-1 a 752-59 relative alla "locale" di Bresso, con le pagine da 698-1 a 698-14 per Solaro e Limbiate, e con le pagine da 859-1 a 859-47 per il trattamento sanzionatorio». Quasi tutti i legali degli imputati avevano allora impugnato la sentenza in Appello (dove il dibattimento è in corso e oggi ha una udienza) anche sotto questo profilo: i pochi imputati al centro dei capitoli inizialmente mancanti lamentavano la nullità della sentenza per totale assenza della motivazione nella prima versione, mentre tutti additavano il fatto che la quantificazione delle loro pene fosse indicata ma non spiegata nella versione monca della motivazione.

Solo tre avvocati, e cioè Raffaele Della Valle, Donatella Rapetti e Manuela Cacciuttolo, ideavano invece per 4 loro clienti una strada diversa: un ricorso in Cassazione «per abnormità» dell'ordinanza integrativa del 4 giugno 2012. Ed è questo provvedimento integrativo della motivazione, e non invece l'intera sentenza, che mercoledì sera la Cassazione ha annullato, senza rinvio a Milano, accogliendo la tesi difensiva con argomenti però ancora non depositati.

Il primo tam-tam ieri annuncia dunque qualcosa che non è vero: la Cassazione non ha annullato le 110 condanne in rito abbreviato di metà del processo «Infinito» (l'altra metà, con 41 condanne, è stato concluso con rito ordinario il 6 dicembre scorso dalle giudici Balzarotti-Speretta-Greco). Anzi, la Cassazione neppure ha annullato le condanne anche solo dei 4 imputati al centro del ricorso, e cioè Annunziato Moscato, Massimiliano Croci, Francesco e Vincenzo Iucolano, per i quali ha annullato solo il provvedimento del 4 giugno che integrava la motivazione con le 120 pagine mancanti l'1 giugno. Resta dunque in piedi, per loro come per gli altri 106, non solo il dispositivo di condanna, ma anche la restante motivazione della sentenza.

E ora che accadrà? La giurisprudenza di Cassazione, tanto più dopo le Sezioni Unite del 2008, contempla che i magistrati d'Appello dispongano del potere di integrare, se ritengono di trovare gli elementi di merito nel materiale sottoposto al loro vaglio, anche motivazioni gravemente carenti. Lo scenario più probabile è dunque che il processo d'Appello ai 110 imputati di «Infinito» prosegua normalmente, e alla fine i giudici facciano in sentenza le loro valutazioni: o assolvendo o condannando, nel secondo caso integrando loro quelle motivazioni omesse dal giudice di primo grado a causa del pasticcio della stampante. È tuttavia chiaro che la questione continuerà ad alimentare un margine di incertezza sino al definitivo approdo in Cassazione.

Come pure è ovvio che già oggi i legali di tutti gli imputati proporranno ai giudici d'Appello (Rosa Polizzi, Ivana Caputo e Giuseppe Bocelli) la propria interpretazione giuridica. Essa è incentrata sul fatto che la sentenza di condanna di primo grado, in quanto menomata di parti rilevanti come la spiegazione del trattamento delle pene, di fatto non esisterebbe più, e dunque postula che il dibattimento dovrebbe regredire sino alla fase dell'udienza preliminare: la conseguenza sarebbe che ora ripartirebbero da capo i termini di custodia cautelare di fase, ma i detenuti verrebbero scarcerati nel momento in cui fossero comunque consumati i termini massimi generali di custodia cautelare.

Luigi Ferrarella
11 gennaio 2013 | 10:53

L'ultima vergogna di Fini: fa fuori i dirigenti locali per candidare i "tullianos"

Libero

Nelle liste di Gianfranco solo i fedelissimi. E tra questi c'è anche Totaro (il socio in affari della moglie Elisabetta). Il partito in rivolta contro il "capo"


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Rigido controllo delle liste? Fuori i nomi scomodi? Il nuovo che avanza? Bene. Prendete e archiviate tutta questa serie di balle che Mario Monti ci vuole propinare. Gianfranco Fini, sempre lui, semplicemente ha distrutto il castello ideologico del Professore. Si parla delle liste elettorali dei "centrini", e si scopre che in Puglia, l'incorreggibile Gianfranco, caccia tutti i dirigenti locali e gli uscenti del suo partitino. Ma infila in lista il socio della moglie, Mario Totaro, legato a doppio filo a Elisabetta e a Nicoletta Romanoff, figlia di Giuseppe Consolo, avvocato di Fini già "imbucato" in lista al Senato. Con Monti e grazie a Fini, questa la sostanza, si candidano anche i "tullianos".

La difesa di Totaro - Totaro, da par suo, spiega che "in relazione a fantasiose notizie di stampa circa la genesi della mia candidatura, faccio presente di essere iscirtto a Italia Futura fin dal 2011. Essendomi stato richiesto direttamente dalla direzione regionale di Italia Futura in Puglia di candidarmi come capolista al Senato nella lista per Monti, ho accettato volentieri l'incarico. Non vi è stata alcuna interferenza al riguardo da parte di altri al di fuori di Italia Futura".

Partito distrutto - Inutile soffermarsi sulla rabbia del partito pugliese di Fini: il Fli locale sta per chiudere, causa fallimento (e tutto ciò a un giorno dalla deadline per presentare le candidature). Lo scontro non è più arginabile. Da una parte i dirigenti locali erano convinti di poter strappare un posto in parlamento, ma Gianfry ha deciso di candidare in Puglia solo non pugliesi. Dall'altro lato c'è la base futurista, un manipolo di duecento militanti che inveisce contro il presidente della Camera e che chiede le dimissioni del coordinatore regionale Francesco Divella.

Le nomine - Il punto è che sulle nomine ha deciso Divella, applicando le decisioni del "grande capo" Fini. In Puglia per la Camera verranno eletti solo dirigenti nazionali di Fli. Il quadro è stato presentato dal Corriere del Mezzogiorno in un lungo retroscena che descrive un partito vicino al collasso: alla prima prova elettorale su scala nazionale, i futuristi, dilaniati dalle lotte interne, rischiano di sparire.

Imbucati e salvati - Tra tutte le situazioni limite, la più ingestibile è proprio quella pugliese: il coordinatore Divella, secondo le indiscrezioni, sarebbe a un passo dalle dimissioni. E come Divella, anche Gianmarco Surico (aspirante parlamentare) e il manipolo di dirigenti (fa eccezione solo Salvatore Tatarella). Nelle liste di Fli, che si prepara a un clamoroso flop alle urne, compaiono soltanto dirigenti nazionali. C'è Fini, ovviamente. Ma anche Italo Bocchino (probabilmente in Campania) e Roberto Menia (proprio in Puglia). E i giochi, di fatto, si chiudono qui: alla Camera, con tutta probabilità, non ci saranno più di due finani.

Arrivano i "tullianos" - Gli scandali più difficili da digerire per la base futurista, però, si concretizzano al Senato. In corsa c'è Alessandro Ruben (consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) e, soprattutto, come accennato, anche Mario Totaro. Quest'ultimo, sottolinea il Corriere, è l'imprenditore putignanese che alla moglie di Fini, Elisabetta Tulliani, è legato da un accordo commerciale. Nel dettaglio, gli affari dei Totaro-Tulliani sono quelli relativi alla Mafrat di Totaro stesso, che distribuisce la linea di moda Dandyl'EN, creata da Nicoletta Romanof (figlia di Giuseppe Consolo, l'avvocato che difese Fini nel caso Montecarlo) e appunto da Elisabetta Tulliani.

Ricchi in fuga da gang e miseria Guatemala, nascono le città “private”

La Stampa

Nella periferia della capitale sorge “Paseo Cayalà”, rifugio dell’elite bianca. Ma i poveri protestano: «Così ci ghettizzano e non si combatte la violenza»

filippo femia (agb)


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Muri bianchi immacolati, auto di lusso e parchi pulitissimi. Giovani alla moda saltellano tra le vetrine di boutique esclusive mentre uomini d’affari sorseggiano caffé in un bistrot che affaccia sulla piazza. Non fosse per l’architettura coloniale, potrebbe essere uno scorcio di Ginevra. Ma è una “città privata” del Guatemala, un paradiso artificiale costruito per i ricchi in fuga dalla criminalità della capitale. E’ l’ultima moda del Paese centroamericano, la risposta alla dilagante insicurezza. Il Guatemala è infatti uno degli stati più insicuri del mondo, prezioso corridoio per il narcotraffico dei cartelli messicani. E dopo l’elezione dell’ex generale Perez Molina le cose non sono migliorate, anzi.

Paseo Cayalà è arrampicato sulle colline che circondano Città del Guatemala. Dista solo undici chilometri dalla metropoli, ma sembrano anni luce: niente traffico, inquinamento o mendicanti. E’ qui che l’elite bianca si rifugia, tra manipoli di guardie private a sorvegliare ogni angolo, inseguendo il sogno di una vita più sicura. Il prezzo per uno dei 110 appartamenti di questo El Dorado posticcio varia dai 260 agli 800 mila dollari, in un Paese in cui il salario medio raggiunge a stento quota 300.
«Cayalà offre un’opportunità unica per vivere senza l’ossessione della violenza», spiega Diego Algara, proprietario di una delle discoteche più esclusive del Paese.

Ma il progetto, realizzato da 25 architetti con un budget di 66 milioni di dollari, ha suscitato polemiche fin dall’inizio. E’ una campana di vetro separata dal mondo reale, accusano i critici. «Questo complesso crea un universo a parte per chi se lo può permettere, vende un’illusione che tutto sia in ordine ma in realtà ghettizza i poveri», sostiene l’architetto Carlos Mendízabal. «Se i ricchi fuggono non ci saranno più incentivi per migliorare le cose nella capitale – spiega Alejandro Biguria, da anni impegnato a riqualificare il centro storico -. Cayalà non può essere considerata una città perché manca una varietà socioeconomica e culturale». Della popolazione di origine Maya, oltre il 40% dei 14 milioni di abitanti, non c’è infatti nessuna traccia. Se non nelle cucine dei ristoranti e nelle ditte di pulizia.




fotogallery : Guatemala, ecco la città blindata solo per ricchi


Twitter@FilippoFemia

Morto Calderone, boss di mafia pentito

La Stampa

Aveva 78 anni e viveva oltreoceano sotto falsa identità. Fu tra i primi a collaborare con la magistratura


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È morto il boss Antonino Calderone, il pentito di mafia che agli inizi degli anni Novanta con le sue rivelazioni ha disegnato una delle prime mappe aggiornate di Cosa Nostra nei diversi mandamenti in Sicilia. Lo storico pentito catanese aveva 78 anni, ed è morto nella località segreta oltreoceano nella quale viveva da anni sotto falsa identità. Con Tommaso Buscetta, Salvatore Contorno e Francesco Marino Mannoia, Calderone fu tra i primi boss mafiosi a collaborare con la magistratura in Sicilia. Fornì indicazioni preziose sull’ organizzazione di Cosa nostra e sugli affiliati in diversi mandamenti dell’ isola.

A dare la notizia è stato il Capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli, che ha preso parte all’inaugurazione della nuova sede dell’Ufficio relazioni esterne della Polizia. «Calderone -ha sottolineato Manganelli- ha dato un grande contributo alla conoscenza del fenomeno mafioso. Ho telefonato ai famigliari». Era un pentito con la memoria di ferro, Antonino Calderone, l’ex picciotto ci Cosa nostra morto negli Stati Uniti. Con le sue prime dichiarazioni rese ai magistrati tra il 1987 e il 1988 provocò una raffica di arresti. La sua carriera criminale iniziò con l’uccisione di quattro giovani, anzi giovanissimi: Benedetto Zuccaro di quindici sanni, Giovanni la Greca di quattordici anni, Riccardo Cristaldi di quindici anni e Lorenzo Pace di quattordici anni.

Fu lo stesso Calderone ad ammettere davanti ai magistrati: «Li abbiamo sequestrati e rinchisui in una stalla perché disturbavano la tranquillità del quartiere con continui atti di teppismo. Vennero strozzati e buttati in un fosso». Calderone disse di avere deciso di collaborare con la giustizia per le stesse ragioni di Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno. Il fratello di Calderone, Giuseppe, venne ucciso nel 1978 a Catania alle prime avvisagalie di guerra. Giuseppe, detto «Cannarozzu d’ argento» («Gola d’argento»), ucciso nel 1978, che oltre a rappresentare sotto l’Etna la Commissione aveva, tra l’ altro garantito la latitanza di Luciano Liggio, negli anni Settanta, in provincia di Catania, a Vaccarizzo, dove la polizia scoprì, quando già il boss corleonese era riparato al Nord, una villa fortificata, con annessa una «prigione», in previsione di alcuni sequestri di persona in progetto nel catanese.

Calderone dopo l’ uccisione del fratello ( il delitto spiano’ la strada all’ affermazione di due cosche: Ferlito e Santapaola) capì di esse in pericolo e fuggì a Nizza dove aprì una lavanderia. Si pentì, inviando messaggi al giudice Giovanni Falcone, quando si rese conto che anche in Costa Azzurra c’era una discreta presenza di Cosa nostra, che reinvestiva i proventi della droga nell’ edilizia residenziale, e che dunque i suoi rivali non avrebbero tardato a scovarlo. Calderone racconta la storia della mafia a Catania e retrodata agli anni ’30 la sua presenza nel capoluogo etneo, ma ne disegna il radicamento sul territorio a partire dalla fine degli anni ’60. Il suo racconto ricostruisce la guerra per la supremazione tra i Ferlito ed i Santapaola, dalla strage di via Iris (28 aprile 1982: sei morti) sino alla strage della Circonvallazione di Palermo, del giugno del 1982. Alfio Ferlito viene ucciso dai rivali durante la traduzione dalle carceri di Enna a quelle di Trapani, muoiono anche due carabinieri ed un civile.

La strage, spiegherà Calderone, segnalava la piena intesa operativa tra cosche di Palermo e Nitto Santapaola, che insieme sarebbero tornate ad «agire» il 3 settembre, in via Isidoro Carini, per uccidere il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie e l’ agente di scorta. Ma Calderone illumina anche i giudici sul perverso intreccio di rapporti tra grande imprenditoria catanese e mafia. Le cosche estorcono denaro, ma al momento opportuno non si tirano indietro nel propiziare gli affari delle imprese, alle quali forniscono anche false fatture Iva. Ed il «racconto» del pentito spazia anche sui forti legami tra mafia catanese, nissena ( in particolare gelese), agrigentina, puntati sulla conquista di ricchi sub appalti. Un settore nel quale il boss Giuseppe Madonia aveva una funzione di garanzia e di equilibrio degli interessi di tutta la mafia.

La notizia della morte di Antonino Calderone è stata data dal capo della Polizia Antonio Manganelli, tra gli artefici della scelta di Calderone di abbandonare Cosa Nostra e diventare, negli anni ’80, collaboratore di giustizia. Calderone, ha detto Manganelli, era un profondo conoscitore della realtà siciliana, «ci ha dato un grande contributo per la conoscenza del fenomeno mafioso». Il capo della polizia ha anche ricordato quando, dopo la sua scelta di «smettere la pelle di mafioso» lo stesso pentito gli «affidò» la sua famiglia, alla quale oggi Manganelli al telefono ha espresso il suo cordoglio inquirenti la mappa delle famiglie che si erano riorganizzate. 

Da uomo a donna in un minuto e in mille scatti

Corriere della sera

Il video sulla «trasformazione» di un ragazzo australiano

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Un minuto e quarantatrè secondi per immortalare una trasformazione che ha dell’incredibile: quella di un bel ventenne australiano che in quasi tre anni ha cambiato letteralmente faccia, diventando una donna altrettanto incantevole. Un percorso di vita che il ragazzo – conosciuto solo con il nickname di iiGethii - ha descritto in un migliaio di foto, che sono poi diventate un video (con musica ad hoc: Girl dei Beatles) postato sul suo canale Youtube lo scorso ottobre e visto da allora da quasi 600mila persone.

Come ha raccontato lo stesso transessuale presentando il filmato approvato dalla Trans Picture Association, «questo video descrive la mia trasformazione da uomo a donna, che ho cominciato fra i 20 e i 21 anni e per la quale ho impiegato tre anni (e circa mille foto), sottoponendomi alla Ffs» (acronimo per Facial Feminization Surgery, ovvero quell’insieme di operazioni chirurgiche necessarie a trasformare un volto maschile in femminile, ndr). Nel primo frame - datato 8 dicembre 2009 – si vede iiGethii prima che tutto avesse inizio, con i suoi lunghi capelli neri, la mascella squadrata e le sopracciglia folte: decisamente un bel ragazzo, niente da dire, che però negli scatti successivi progressivamente cambia, lasciando il posto ad un giovane dall’aspetto sempre più femminile (e non certo meno gradevole), che sorride per la prima volta al mondo dopo sette mesi di foto (e altrettanti cambiamenti).

Video : La trasformazione di iiGethii

LO SCORRERE DEI MESI IN POCHI ISTANTI - Quando il conteggio dei mesi termina (siamo a fine 2012), del ventenne del 2009 sono rimasti solo gli occhi, scuri e profondi (anche se dalla forma più allungata rispetto all’originale), mentre l’immagine che rimanda la videocamera è quella di un’attraente brunetta dagli zigomi scolpiti e incorniciati da morbidi riccioli e le labbra piene. «Congratulazioni, sei assolutamente favolosa! Un mix di Natalie Portman e Jennifer Garner», si legge in uno degli oltre 800 post lasciati sotto al video e in molti sembrano condividere, arrivando nella maggior parte dei casi a fare i complimenti al giovane australiano per il coraggio della scelta fatta. Ma a giudicare dall’elevato numero di commenti rimossi a causa delle espressioni offensive che contenevano, la scelta di iiGethii è destinata per forza di cose a far discutere.

Simona Marchetti
10 gennaio 2013 | 12:48

Ecco i capelli alla Cleopatra: ricercatrice Usa ricrea le acconciature delle vestali

Il Messaggero
di Emilio Laguardia


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Facciamo un'acconciatura all'Agrippina, o preferisce i riccioli di Giulia Domna? - capita di sentire proporre alle signore della buona società di Baltimora quando incontrano i pettini e le forbici di Janet Stephens, giovane parrucchiera americana. Professionista dell'hairstyling e con un master in cosmetologia conseguito a Firenze, Janet Stephens è rimasta folgorata, alcuni anni fa, dalle statue delle matrone romane conservate nei musei italiani. Osservandone le elaborate acconciature, cominciò a chiedersi se fosse stato possibile riproporle oggi, utilizzando però solo gli strumenti e le tecniche del passato. E cancellando dal suo "necessaire" bigodini, phon, spray, lacche, mollette e permanenti.

FESTO E OVIDIO

Iniziò allora una serie di furiose letture, da Festo a Ovidio, da Plinio a Virgilio, imparando anche il latino e selezionando dai classici tutti i riferimenti al mondo della parruccheria romana. Cominciò poi un vero e proprio "grand tour" tra statue e bassorilievi romani che l'ha portata a realizzare un ricchissimo archivio di foto e filmati. Janet Stephens, che si autodefinisce la prima «parrucchiera archeologa» e che pubblica regolarmente i suoi lavori sul Journal of Roman Archaeology, può essere considerata l’erede delle antiche «ornatrices», le schiave romane che curavano i capelli delle loro padrone rendendoli morbidi e lucenti con l’olio di sambuco e, grazie ai suoi studi, riesce a comprendere, osservando una statua, le tecniche di realizzazione di un'acconciatura antica.

Fino ad oggi, dal suo atelier sono state ricreate le intricate capigliature di Livia, l’austera moglie di Augusto, Plotina, consorte di Traiano, Cleopatra, Faustina Maggiore e Giulia Domna, la moglie siriana dell'imperatore Settimio Severo. Con un'intuizione sorprendente: a differenza di quanto si possa pensare, le matrone romane non utilizzavano parrucche, extensions o forcine metalliche, ma solo i propri capelli naturali, avvolti in lunghe trecce che venivano poi legate fra loro avendo cura di nasconderne i nodi, o utilizzando come supporto la «vitta», un robusto cordone di lino o di lana che, usato come un moderno posticcio, avrebbe conferito volume alla capigliatura. Non mancavano i lunghi ricci a «tire-bouchon» realizzati, ieri come oggi, con l’utilizzo di un ferro caldo che i Romani chiamavano «calamistrum». Pochi ed essenziali aghi d'osso avrebbero finito poi per dare solidità all’elaborata acconciatura.

L’ULTIMA CREAZIONE

La creazione più recente di Janet Stephens, «La capigliatura delle vestali» (visibile a questo link: www.youtube.com/user/jntvstp?feature=watch), è stata presentata con successo all'ultimo convegno dell’Archaeological Institute of America, tenutosi a Seattle dal 3 al 6 gennaio 2013. Le vestali erano le grandi sacerdotesse dell'antica Roma e, come moderne monache di clausura, vivevano nella Casa affacciata sul Foro Romano, i cui resti sono oggi di nuovo aperti al pubblico. Partendo da una statua di vestale conservata al Palazzo Altemps di Roma, la ricercatrice americana è riuscita a ricostruirne l'intricata acconciatura, individuando anche la tecnica di realizzazione dei «seni crines», i sei lunghi

ricci che cascavano sulle spalle delle sacerdotesse, vero e proprio simbolo di appartenenza all’Ordine. E non solo donne. Osservando le statue romane maschili, Janet Stephens ha riconosciuto la presenza di ricci creati artificialmente, soprattutto fra gli imperatori di età Antonina, ricci che incorniciano la testa secondo un complesso sistema di divisione geometrica. E d’altra parte è noto che Caracalla amasse tingersi i capelli di giallo per farsi ammirare dalle biondissime «bodyguard» germaniche di cui si circondava. Tutti dal «coiffeur» dunque, uomini e donne della Roma antica, perchè non bisogna «trascurare i capelli», come dice Ovidio, «la mano può dare o togliere bellezza alla chioma».


Giovedì 10 Gennaio 2013 - 09:37

Che bello vivere a Nashville 40 anni dopo, il mito si rinnova

La Stampa

Fiorisce il Country come negli anni Settanta, la popolazione cresce e l’economia pure: assicurazioni, start up, editoria, scuole di eccellenza

paolo mastrolilli
inviato a New York


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L’ultima volta che Nashville era stata così popolare, Richard Nixon aveva appena abbandonato la Casa Bianca. Correva il 1974, quasi quarant’anni fa, e Robert Altman si era lasciato convincere ad esplorare le potenzialità di una sceneggiatura ambientata in questa singolare città del Tennessee: conservatrice, sonnolenta e un po’ razzista, da una parte; ma anche liberal, eccitante e piena di musica, dall’altra. 
Alla fine il fascino di Nashville aveva sedotto il regista, che camminando per le sue strade e incontrando la gente, si era deciso a girare il film forse più famoso della sua carriera.

Il mondo così si era accorto che nel cuore del sud americano c’era questa curiosa mecca della musica country, dove giovani di talento, impresari senza scrupoli e anche politici venivano a ritagliarsi la loro fetta di sogno americano. Un mito era nato, dietro la faccia levigata di Keith Carradine e le note di “I’m Easy”, anche se i veri musicisti country che popolavano la città avevano preso quella pellicola quasi come un’offesa. Carrellata sul futuro, quarant’anni dopo. Cosa è restato in piedi di quel mito? Dal 1975 ad oggi, quasi l’oblio. Nashville è rimasta nell’immaginario collettivo come era nel film di Altman, mentre il resto del sud si sviluppava, con Atlanta, Dallas, Houston, Miami, Austin, San Antonio, Phoenix e persino Charlotte, lanciate molto più velocemente nel futuro.

Senonché, l’America ad un certo punto ha deciso di ridare un’altra occhiata a questa città, e cosa ha trovato? La musica country è ancora qua, glorificata anche da una nuova serie televisiva della Abc, che naturalmente si chiama “Nashville” e racconta la rivalità tra due donne cantanti. La popolazione è cresciuta, fino a 600.000 abitanti nel comune e 1,6 milioni nell’area metropolitana, e l’economia è andata di pari passo. Il resto del paese, il resto del sud che aveva fatto il passo più lungo della gamba, ha subito la crisi economica come un colpo basso: Nashville, invece, alla fine del 2012 aveva la disoccupazione oltre due punti sotto la media nazionale.

Grazie all’industria della musica, certo, ma anche quella della sanità, le assicurazioni, le automobili, l’editoria religiosa, l’istruzione di alto livello, guidata dalla Vanderbilt University. E’ ancora una strana città meridionale, dove gli hippie e i musicisti capelloni camminano per il centro insieme ai fedeli cristiani della destra religiosa; è ancora, insieme, liberal e conservatrice, e ciò fa parte del fascino che sta attirando sempre più giovani e immigrati. Un posto a dimensione d’uomo, come si diceva un tempo, pieno di carattere.

Un po’ l’hanno aiutata le celebrità che non si sono mai allontanate, tipo la coppia reale del cantante Keith Urban e Nicole Kidman. Un po’ è stata la noia per le grandi aree urbane cresciute troppo, tipo Atlanta. Un po’ la saggezza dei politici come il sindaco Karl Dean, che ha investito 623 milioni in un grande centro congressi dentro la città, offrendo agevolazioni fiscali a chiunque volesse trasferirsi da queste parti. Risultato: Nashville si è ritrovata di colpo in testa a tutte le classifiche sulla qualità della vita.

Un sondaggio Gallup l’ha inserita ai primi cinque posti delle regioni americane dove la crescita economica è più facile; le associazioni degli imprenditori l’hanno qualificata come una delle migliori città per le start up tecnologiche; e i critici i sono appassionati ai suoi ristoranti. Il tutto è stato riassunto dalla rivista GQ in una parola: “Nowville”. Il posto in assoluto, quello dove trovarsi ora, è diventato Nashville, anche per lo snob New York Times che le ha dedicato uno speciale.
Troppa fretta? Gloria passeggera? Anche la gente del posto, sindaco compreso, ammette che c’è ancora molto da lavorare: rafforzare le infrastrutture, garantire servizi migliori, potenziare le scuole, superare una volta per tutte le tensioni razziali. Chi rinasce dopo quarant’anni di oblio, però, finisce per convincersi di essere immortale.


Novità su conciliazione lavoro e congedi

La Stampa


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Continua l'attuazione della riforma del lavoro. Nel 2013 arrivano risorse (78 milioni per il periodo 2013-'15) e nuovi criteri per la conciliazione dei tempi tra lavoro e famiglia ed il congedo parentale. L’INPS si occuperà del monitoraggio della spesa. Il provvedimento (al quale manca il placet della Corte dei Conti per il "via libera") prevede che dopo undici mesi di maternità, le donne che decideranno di tornare al lavoro potranno chiedere voucher di importo pari a 300 euro al mese per sei mesi da utilizzare per pagare baby sitter. Altrimenti avranno un contributo con bonifico diretto dell’INOS all’asilo nido pubblico o privato scelto dalla madre. Per ottenere il bonus bisogna fare richiesta all’INPS; ci sarà una graduatoria nazionale, che valuterà l’indicatore ISEE (quindi il reddito) e l’ordine di presentazione delle domande.

Restano da stabilire le modalità per la domanda online. I voucher saranno erogati entro 15 giorni alle lavoratrici madri che avranno scelto l’opzione del baby sitting. Per ogni voucher mensile, la lavoratrice vedrà ridotto per pari durata il periodo di congedo parentale. In quanto a quest'ultimo, per l’accesso e l’utilizzo per i padri in soluzione unica (non a ore), c’è distinzione tra quello obbligatorio, che sarà di un giorno, e quello facoltativo di due giorni (scalato dal periodo che spetta alla madre), a partire dalle nascite del 2013. Ne potranno godere tutti i padri, anche adottivi o affidatari, che ne facciano richiesta entro il quinto mese di vita del figlio, avvisando il datore di lavoro con almeno 15 giorni di preavviso.

Il Governo ha anche approvato il Decreto Salva infrazioni UE, che unisce interventi diversi volti ad adeguare le normative italiane alla normativa europea, chiudendo anche quattro procedure di infrazione. E' previsto il congedo parentale a ore, novità per l’ordinamento italiano: padri e madri potranno usufruirne in modo più elastico del congedo parentale, suddividendolo anche in ore, per esempio scegliendo di lavorare a mezza giornata (indennità 30% dello stipendio).

L'ex congedo facoltativo, permette a entrambi i genitori un periodo di sei mesi ciascuno, fino a un massimo di 10 in tutto, che possono diventare 11 nel caso in cui sia il papà a prendere almeno tre mesi consecutivi. In tema di maternità, è estesa alle lavoratrici autonome del settore della piccola pesca marittima e delle acque interne, l’indennità di maternità riconosciuta alle lavoratrici autonome, artigiane ed esercenti delle attività commerciali e alle imprenditrici agricole. Per gli ultimi due mesi di gravidanza e i tre successivi alla data del parto è riconosciuto l’80% del salario giornaliero convenzionale previsto per i pescatori della piccola pesca marittima e delle acque interne.


Fonte: www.fiscopiu.it
http://fiscopiu.it/news/conciliazione-lavoro-e-congedi-nuovi-contributi-e-regole

Trentamila spie iraniane ai quattro angoli del mondo

Fiamma Nirenstein - Gio, 10/01/2013 - 07:36

Un rapporto del Pentagono rivela dimensioni e alta qualità dell'intelligence degli ayatollah, presente anche negli Usa

L'intelligence iraniana è qua, è là, è ovunque. Ed è molto bene armata e preparata. Lo riporta il Washington Free Beacon traendolo da un rapporto del Pentagono di 66 pagine. Abbiamo a lungo coltivato il mito della Cia, della sua determinazione e della sua onnipresenza, fino a toccare con mano pesantemente, nel caso di Bengasi, quanto i tempi siano cambiati.


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Adesso per realizzare trame davvero thrilling possiamo girare non pochi film sulle spie iraniane. Intanto, è bene sapere che esse sono un esercito, trentamila persone. Le spie si muovono sotto attività coperte e clandestine impegnandosi poi in attività differenziate; possono essere semplici spie come tecnici addetti al furto di tecnologie, oppure si occupano di compiere attentati terroristici con esplosivi, o di assassinare singoli nemici, compatrioti e stranieri. Il Pentagono rivela nelle conclusioni del suo rapporto una certa ammirazione per il Ministero degli Esteri e della Sicurezza iraniano, il Mois, definendolo «una delle più dinamiche e più grandi agenzie di intelligence del Medio Oriente».

Chiamiamola pure intelligence, ma si va molto oltre. Il ministero ha utilizzato i fanatici Corpi della Guardia Rivoluzionaria Islamica, Irgc, in attentati terroristici dall'Argentina al Libano, fornisce supporto finanziario, materiale tecnologico e altri servizi vari a Hamas, agli hezbollah e ad Al Qaida in Iraq, tutte organizzazioni categorizzate come terroriste dagli Stati Uniti secondo l'«executive order 13224». Al Mois interessano soprattutto le aree in cui l'Iran ha interessi diretti, dall'Afghanistan all'Austria, dal Kuwait e il Libano all'Asia Centrale alla Germania, la Francia, la Turchia,

l'Inghilterra, l'Azerbaigian, la Croazia, e le Americhe, inclusi gli Stati Uniti, ma con un intensa recente espansione in Argentina, Bolivia, Brasile, Venezuela, Ecuador. Nel Sud America, gli uomini dell'agenzia sono soprattutto gli Hezbollah stessi, che l'Iran nutre e alleva anche a casa loro, il Libano, con la più diretta fra le azioni di assistenza, dal training alle armi al denaro alla vita sociale. Gli Hezbollah sono i cocchi dell'intelligence iraniana, lo strumento più efficiente.A dirigere le operazioni di intelligence, c'è nientemento che l'ayatollah Khamenei in persona, e per diventare dirigenti della sezione intelligence bisogna farsi clerici. Ma il reclutamento è invece largo, audace e vario, tanto che persino alcunoi ebrei sono nel servizio e fra questi si conta anche il viceministro del Mois, Said Emami.

Le operazioni mediorientali sono in fase di espansione anche nel Mediterraneo: sono state installate molte basi di ascolto, la tecnologia elettronica è ampiamente utilizzata, le ultime due stazioni sono state costruite nel nord della Siria e sulle alture del Golan e come si capisce servono direttamente gli hezbollah. L'Iran dispone anche di un cybercomando per contrapporsi alle operazioni di disturbo tecnologico nella costruzione della bomba atomica, come la famosa operazione Stuxnet del 2010. Ci dice il Washington free beacon che negli anni Novanta le spie dell'agenzia hanno compiuto una quantità di assassinii chiamati appunto «gli assassinii a catena» che divennero uno scandalo internazionale.

La Russia è stata ed è un partner molto attivo, seguendo la tradizione del Kgb nell'addestrare centinaia di operativi del Mois. L'alleanza fra forze tanto diverse nasce dal comune interesse antiamericano, e per questo non solo si sono addestrate le spie iraniane, ma sono stati piazzati nelle centrali di Teheran agenti russi con le loro attrezzature e i loro codici. I servizi iraniani collaborano anche con Al Qaida: dopo il settembre del 2001 parecchi terroristi si rifugiarono dall'Afghanistan in Iran, c'è chi dice che persino Bin laden lo fece.

Il rapporto americano parla anche degli assassinii dei dissidenti iraniani in patria e all'estero. Si ricorda che fra il dicembre del '79 e il maggio '96 furono assassinati dal Mois 17 iraniani, compreso l'addetto stampa negli Usa al tempo dello Scià, Ali Tabatabei. Fra il novembre '88 e il dicembre '98 sono noti gli omicidi di 22 dissidenti, e le attività attuali continuano: in genere gli agenti si infiltrano nelle comunità degli esuli fingendo di far parte di gruppi di sostegno. Le informazioni sul Mois si sono infittite quando il generale Ali Reza Asgari decise di defezionare, e fu lui stesso a provvedere Israele delle informazioni necessarie a bombardare nel 2007 il reattore nucleare che per fortuna ora non si erge più, dopo che Israele lo distrusse. Anche gli Stati Uniti sono riusciti a danneggiare via cyberspace, e forse non solo, il programma di arricchimento dell'uranio perché qualcuno li ha provvisti delle informazioni necessarie. Le spie, si sa, a volte si girano dall'alta parte, anche quelle iraniane.

Chi ha paura di TripAdvisor?

Corriere della sera



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Dovrei forse scusarmi per il lungo black out, ma la verità è che il primo articolo dell’anno mi esce dalla penna soltanto oggi per colpa di TripAdvisor e delle sue recensioni risibili o truffaldine. Hanno ragione foodblogger e colleghi a ripeterlo ogni giorno, come fosse un mantra. Quel sito è opera del maligno.

Se i ristoranti affondano, è colpa di TripAdvisor e dei commenti che lo abitano, incolti e gonfi di rancore. Se la categoria dei giornalisti gastronomici perde terreno, è colpa di TripAdvisor, che intorbidisce le acque cristalline della critica. Se lo chef pluristellato Gennaro Olivieri Pancaldi dell’Antica Caldarrosta, feritosi al mignolo lo scorso lunedì, dovrà disertare il prossimo show cooking in Fiera, la colpa è di TripAdvisor, che lo bersaglia. Oggi su Milano incombe un cielo grigio e poroso come cartoncino ed è inutile che vi dica chi dobbiamo ringraziare.

TripAdvisor al rogo! Non s’è mai visto, in questo ambito, un movimento di popolo così compatto e unanime nell’emettere una condanna. Io – che pure lo consulto in segreto, di tanto in tanto – sento di dovermi unire al coro di sdegno. Anche se, vi confesso, non mi è ben chiaro quale sia l’esatta imputazione.

Come è noto, quello spazio web (e allo stesso modo i suoi competitori) è un enorme recipiente di opinioni. Nel calderone c’è di tutto: l’invettiva rozza del cliente-teppista, la calunnia livorosa del concorrente, il peana apocrifo concordato con l’amico; ma anche il giudizio libero autentico e sincero di un pubblico scolarizzato e normodotato. Nulla che somigli alla verità assoluta, naturalmente. Sono espressioni soggettive e vanno consultate con discernimento, secondo posologia, prima e dopo i pasti. Ma oltre a queste cautele di buon senso, che altro occorre?

Quando i ristoratori si infuriano in occasione di una bacchettata inferta su Trip, penso a un riflesso condizionato dalla scarsa abitudine alle pubbliche critiche. Ma non c’è dubbio che si tratti di una reazione comprensibile.

Più oscura la radice del risentimento espresso da chi si occupa di cibo a tempo pieno, per professione o per spasmodico diletto. Mi sarebbe piaciuto intravvedere, per lo meno, analoga intransigenza nei riguardi dei conflitti di interesse, delle amicizie indebite, delle larvate commistioni tra cronaca e pubblicità che inquinano largamente altri territori del web gastronomico.  E non mi si venga a dire che il guaio di TripAdvisor è l’anonimato. Al contrario, proprio quella è la cerniera che consente uno spiraglio di franchezza, scelta ardua nella marmellata dei foodologi itineranti di prima e seconda generazione.

A meno che la vera colpa di TripAdvisor non sia l’ingerenza tra chi è deputato a esprimere un parere (per diritto di testata, per l’altisonanza delle frequentazioni, per beneplacito dell’emerita comunità culinaria) e la massa, ingloriosa e anonima, della clientela.

Col casco spacca la faccia a un vigile Il giudice lo rimanda a casa libero

Corriere della sera

Un motociclista 21enne ha «bruciato» due semafori rossi e ha aggredito un agente: denunciato a piede libero


SESTO SAN GIOVANNI - Protetto dal casco, ha tirato una testata e un calcio a un vigile. Immobilizzato e portato al comando, se l'è cavata con una semplice denuncia a piede libero, su ordine del giudice. L’episodio è accaduto martedì pomeriggio a Sesto San Giovanni. Una pattuglia della polizia locale è intervenuta in via Puricelli Guerra, nel centro storico, per fermare un motociclo con a bordo due persone: il centauro alla guida aveva appena «bruciato» due semafori rossi tra viale Italia e via padre Ravasi. F. C., 21 anni, residente a Milano, già noto alle forze dell’ordine sceso dal mezzo ha iniziato ad inveire contro i due agenti di pattuglia che gli stavano contestando l’infrazione.

I ghisa, nonostante le minacce, hanno proseguito nella verbalizzazione della multa, fino a quando il giovane ha rimesso e allacciato il casco della moto, come se volesse abbandonare i propri documenti agli agenti. In realtà ha deciso di aggredire fisicamente uno dei due vigili. Prima una poderosa testata (con casco) al viso, poi un calcio. E’ stato subito immobilizzato e condotto al comando della polizia locale di via Volontari del Sangue, con l’accusa di aggressione.

Il pubblico ministero di turno al Tribunale di Monza, immediatamente interpellato, ha disposto la denuncia a piede libero del 21enne, che se ne è andato dal comando come se nulla fosse successo. Magra consolazione, il ghisa aggredito ha incassato la solidarietà della giunta comunale. «Desidero esprimere, a nome dell’Amministrazione, la piena vicinanza all’agente aggredito – ha dichiarato il vicesindaco Claudio Zucchi (Idv) – e un plauso al comportamento fermo, ma estremamente corretto, suo e dei suoi colleghi». L’episodio si inserisce in un momento delicato per la polizia locale: dall’1 febbraio, a seguito di un accordo tra sindacati dei vigili e Comune, a causa anche dei tagli di bilancio, non ci sarà più il turno notturno.

Ferdinando Baron
9 gennaio 2013 | 18:50

E morta Mariangela Melato signora della scena italiana

La Stampa

Nata aMilano, attrice di cinema e teatro, aveva 71 anni. Sapeva alternare in modo straordinario i registri drammatici e quelli comici



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L’ironia, l’intelligenza e la grande bravura di Mariangela Melato non ci sono più. È morta stamattina a 71 anni in una clinica romana. La notizia è stata diffusa intorno alle 10 in prima battuta su Twitter, dove un tam tam di cinguettii dolorosi è rimbalzato incessante. La Melato era nata a Milano il 19 settembre 1943: «Mio padre era di origini tedesche - raccontava lei - duro e sensibile insieme. Io gli assomigliavo. Mia madre, milanese allegra, estroversa, mi rimproverava.

“I tudesch in andaa via - diceva -, ma la raza l’è restada”. I tedeschi erano andati via, ma la razza è rimasta»)  Giovanissima aveva studiato pittura all’Accademia di Brera, per pagarsi i corsi di recitazione di Esperia Sperani disegnava manifesti e lavorava come vetrinista alla Rinascente. Non ancora ventenne era entrata a far parte della compagnia di Fantasio Piccoli poi era passata a registi come Dario Fo, Luchino Visconti e Luca Ronconi.

Sulla scena s’era affermata nell’Orlando furioso (1968) di Luca Ronconi, ma era anche un’eccellente ballerina, cosi come aveva dimostrato sul palcoscenico del Sistina interpretando Belcore nella commedia musicale di Garinei e Giovannini Alleluia brava gente (1971). «Bella? Ma no, ero strana» diceva di se stessa. Il suo viso particolare la aveva aiutata a non chiudersi nello stereotipo della amorosa. Attrice brillante e capace di registro comico fulminante, aveva anche affrontato personaggi di grande impegno nelle tragedie Medea (1986) e Fedra (1987) di Euripide e nelle commedie Vestire gli ignudi di Pirandello (1990) e La bisbetica domata di Shakespeare (1992).


Anche nel cinema ha alternato ruoli drammatici (La classe operaia va in paradiso, 1971, e Todo modo, 1976, di Petri; Caro Michele, 1976, di Monicelli; Oggetti smarriti, 1979, e Segreti segreti, 1985, di Giuseppe Bertolucci) a quelli da commedia, come in Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972) e Film d’amore e d’anarchia (1973) di Lina Wertmüller; Casotto (1977) e Mortacci (1988) di Sergio Citti; Aiutami a sognare (1980) di Pupi Avati.

Orgogliosa, indipendente, dalla fortissima personalità, ci piace ricordarla in una delle sue ultime interpretazioni sulla scena, Nora alla prova , l’adattamento che Luca Ronconi ha fatto di Casa di bambola, sempre inquietante pietra miliare del femminismo moderno offerta appunto come durante una prova. La Melato, splendida, energica era capace sia di porgere le sfumature del passaggio di Nora dalla ingenua trepidazione alla presa di coscienza, sia, novità, di dare spessore a Kristine: personaggio solitamente considerato di comodo ma che a ben guardare anticipa la Nora del futuro, in quanto donna sola, emancipata, lavoratrice, convinta, per quanto dolorosamente, della necessità della propria scelta. A testa alta sempre, come lo è stata lei nella vita.

La Chiesa tedesca blocca lo studio su preti pedofili

La Stampa

Tradita la promessa di fare luce sullo scandalo scoppiato nel 2010. Il criminologo: siamo stati censurati

alessandro alviani


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La Chiesa in Germania tradisce la promessa di voler far luce sullo scandalo dei preti pedofili scoppiato nel 2010? La Conferenza episcopale tedesca ha congelato un importante studio commissionato nel 2011 all’Istituto per la ricerca criminologica della Bassa Sassonia per chiarire i casi di abusi avvenuti tra il 1945 e il 2010. Il contratto con l’istituto è stato rescisso perché il rapporto di fiducia col direttore del centro, Christian Pfeiffer, si era guastato, ha detto il vescovo Stephan Ackermann, delegato della Conferenza episcopale in materia di abusi. Proseguiremo l’indagine con un altro partner, ha assicurato. Pesanti, invece, le accuse mosse da Pfeiffer: lo studio è fallito a causa della volontà della Chiesa di censurarlo, ha attaccato. 

Secondo l’agenzia dpa la collaborazione sarebbe saltata in quanto la Conferenza episcopale avrebbe chiesto, a seguito di forti resistenze interne contro l’indagine, di intervenire a posteriori sui risultati, di autorizzarli prima della pubblicazione e, all’occorrenza, di vietarli. Alcune diocesi avrebbero inoltre distrutto in passato diversi atti sugli abusi e non avrebbero risposto ora alle richieste di chiarimento avanzate da Pfeiffer. Eravamo partiti bene, ma all’improvviso sono emerse resistenze dall’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, ha detto Pfeiffer alla tv pubblica tedesca. Evidentemente, ha aggiunto, alcuni non vogliono che i casi vengano chiariti perché temono di danneggiare la Chiesa. Anche così, però, il danno d’immagine è stato inevitabile: la Chiesa, è la domanda che circola ora, è davvero interessata alla piena trasparenza e a un’indagine indipendente?