domenica 13 gennaio 2013

Sessant’anni fa la morte di Stalin interruppe l’Olocausto comunista

Enrico Silvestri - Dom, 13/01/2013 - 17:44

Il 13 gennaio 1953 un articolo della Pravda iniziava la compagna contro i dottori ebrei accusati di volere eliminare i dirigenti del partito in Urss e negli altri Paesi Comunisti. Un piano diabolico, interrotto il 5 marzo con la morte del dittatore


La strategia migliore per cementare una nazione è sempre stata offrire al popolo un nemico bel definito da combattere e gli ebrei nei secoli sono puntualmente stati individuati come bersaglio ideale. Sta nell’Abc di qualsiasi dittatore, un decalogo che il compagno Stalin dimostrò di conoscere a menadito, come durante le purghe del ’36/’38 durante le quali tra migliaia di suoi nemici, veri o presunti, moltissimi erano ebrei.


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E ancora su di loro si scatenò l’ultima persecuzione ordita dal dittatore georgiano, accusandoli di essere al centro di un complotto internazionale per eliminare i vertici del partito in Unione sovietica e negli altri Paesi comunisti. Un nuovo pogrom ufficialmente iniziato sessant’anni fa, esattamente il 13 gennaio 1953, quando la «Pravda» pubblicò il primo articolo in cui venivano ufficializzate queste accuse. Un periodo di terrore durato solo un mese e mezzo, perché il 5 marzo un colpo apoplettico si portò via l’anziano tiranno ed evitò alla comunità israelitica una secondo Olocausto.

L’antisemitismo aveva del resto permeato la società russa fin dalla secondo metà dell’Ottocento e non a caso lo stesso termine pogrom è una parola russa che significa «devastazione». All’inizio del Novecento poi la polizia segreta zarista produsse un clamoroso falso «I Procolli dei Savi di Sion», cioè il piano segreto con cui gli ebrei stavano preparando la conquista del mondo attraverso il controllo della finanza e dei media. Iosif Vissarionovic Dugašvili detto Stalin, in russo «acciaio», crebbe dunque con un odio feroce contro gli ebrei. Soprattutto dopo che il padre ubriacone, dilapidato il patrimonio familiare, fu costretto a vendere tutti i suoi beni a diversi banchi di pegni, tutti gestiti da ebrei. Un antisemitismo sotto traccia ma tenace, come dimostrò durante le grandi purghe degli anni Trenta quando falcidiò la vecchia guardia bolscevica, infierendo in particolare sui vecchi comunisti di origine ebraica che caddero a migliaia davanti ai plotoni di esecuzione.

La repressione conobbe una pausa d’arresto durante la Grande Guerra Patriottica contro il nazismo, ma riprese violenta già verso le fine degli anni Quaranta, quando nella sua paranoia iniziò a vedere trame e nemici ovunque, soprattutto tra gli ebrei. Già dal 1949 iniziarono gli arresti di importanti personalità ebraiche, mentre il 27 novembre del 1951 finì in carcere Rudolf Slànsky, segretario generale del partito comunista cecoslovacco, e il suo vice Bedrich Geminder. Entrambi ebrei e legati a Lavrentij Pavlovic Berija, capo della polizia segreta, avevano creato in Cecoslovacchia un centro per l’invio di aiuti e armi a Israele impegnata a difendersi dagli attacchi degli arabi.

Essendo ormai del tutto mutato l'atteggiamento, un tempo favorevole, di Stalin nei confronti di Israele, Slànsky e Geminder vennero accusati di «cosmopolitismo», «sionismo» e di perseguire una politica antiaraba. Il processo, celebrato tra il 20 e il 27 novembre del 1952, con 11 imputati su 14 ebrei, si concluse con la condanna a morte di Slànsky, Geminder e altri nove con l’accusa di alto tradimento e spionaggio. Nel maggio 1952 furono invece processate quindici persone collegate al comitato ebraico antifascista, colpevoli di aver chiesto otto anni prima a Stalin, di istituire in Crimea una Repubblica ebrea. Processo concluso a luglio con la condanna a morte di 13 imputati. Nel novembre dello stesso anno la stampa ucraina annunciava come a Kiev molti ebrei fossero stati fucilati per «ostruzionismo controrivoluzionario».

I tempi erano maturi per scatenare una repressione su vasta scala e nell’ottobre del 1952 una lettera spedita al Comitato Centrale da Lidja Timašuk ne divenne il pretesto. Cardiologa dell’Ospedale del Cremlino, dopo aver visitato Andrej Zdanov, vittima di un malore, la dottoressa aveva infatti emesso una diagnosi per confutare quella degli altri medici che l’avevano curato. Pochi giorni lo storico dirigente sovietico morì e Stalin ordinò l’arresto di molti medici, fra cui diversi specialisti operanti al Cremlino, compreso il direttore stesso dell’Ospedale, Egorov, ed il suo stesso medico curante, Vinogradov accusati di cospirazione. A loro carico la lettera della dottoressa Timašuk ma anche molte confessioni estorte con la tortura. E il 13 gennaio 1953 la Pravda, organo del partito comunista, iniziò una violenta campagna stampa contro i medici ebrei con un articolo dal significativo titolo: «Sotto la maschera dei professori-dottori: Spie e assassini infami».

Due milioni di ebrei sovietici si trovarono improvvisamente, in grande pericolo: i mezzi di comunicazione cominciarono a auspicare la caccia all’ebreo, sempre formalmente mascherata con la formula della mobilitazione antisionista: epurazioni e avvisaglie di pogrom cominciarono a svilupparsi per tutto il Paese. In Siberia, Kazakhstan e Birobidzan i campi di concentramento, allestiti negli anni precedenti con meticolosa e silenziosa programmazione, erano ormai pronti a ospitare i nuovi internati. I maggiori intellettuali ebrei - come lo scrittore Il’ja Erenburg, il violinista David Ojstrach, lo scrittore Vasilij Grossman e tanti altri furono costretti a firmare la «Dichiarazione Ebraica» per auspicare una deportazione «a salvaguardia della sicurezza della popolazione ebraica dalla giusta collera dei Popoli».

Impossibile, come sempre quando di mezzo c’è l’Unione sovietica staliniana, azzardare dei numeri, ma si calcola che tra denunciati, arrestati, internati e fucilati la repressione abbia colpito in poche settimane 600mila ebrei. Poi l’improvviso colpo di scena, il 1° marzo a 73 anni mentre si trovava nella sua villa nel comune di Kuntsevo, ora quartiere di Mosca, Stalin venne colpito da un colpo apoplettico. Le guardie davanti alla sua camera da letto non osarono forzarne la porta blindata fino alla mattina dopo, quando il tiranno era già in condizioni disperate: metà del corpo era paralizzata e aveva perso l’uso della parola. La sua agonia durò fin all’alba del 5 marzo. E nelle settimane successive il secondo grande Olocausto si esaurì per la semplice mancanza di ordini: la morte del dittatore aveva con ogni probabilità salvato la vita a due milioni di ebrei.

In quarantamila chiedono aiuto per mangiare

La Stampa

Indagine tra le associazioni del Banco alimentare “Torino è l’area più bisognosa del Piemonte”

luca ferrua
torino


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«A Torino sono almeno 41 mila le persone che hanno bisogno di aiuto per mangiare». Roberto Cena, guida piemontese del Banco Alimentare non ha dubbi: «Abbiamo lavorato a lungo con le oltre duecento associazioni che collaborano ai nostri progetti proprio con l’obiettivo di avere un cifra di riferimento». I numeri però non rendono l’idea come le immagini. Quelle che si vedono alla fine del mercati, davanti ai cassonetti dove i supermercati si liberano degli alimenti scaduti.

Il cibo distribuito
«Nel 2012 - spiega Cena - il Banco Alimentare ha fatto avere a persone bisognose oltre 5300 tonnellate di cibo in Piemonte, la metà è stata destinata alla sola città di Torino che certamente è il punto chiave dell’emergenza, l’anello debole della regione». I numeri di persone in cerca di aiuto in città aumentano in modo esponenziale e il 2012 è stato un anno molto difficile. «Purtroppo la città che in passato è stata il traino dell’intero Piemonte è diventata l’area più bisognosa».

La forza della provincia
«Nelle piccole città - spiega Cena il tessuto sociale regge meglio». La sensazione è che la crisi sia stata meno dura, i costi siano più bassi e che ci sia anche più solidarietà. Secondo il Banco Alimentare la crisi non è diventata così feroce nel resto del Piemonte». «Non so quale sia la spiegazione certa - aggiunge cena ma altrove la situazione è migliore. Non capitano con la stessa frequenza i casi che troviamo a Torino.»

Le risorse
Ovviamente con la crisi diminuiscono anche le quantità di cibo provenienti dalla grande distribuzione. «questo non è un male - spiega Cena - noi lavoriamo soprattutto contro lo spreco. I supermercati come le mense collaborano con noi in modo fondamentale e noi li aiutamo stilando statistiche precise sulle eccedenze e li aiutamo a ridurre lo spreco, a capire le cose che non vanno più. questo ovviamente riduce le eccedenze».

Gli aiuti
Il calo di risore si riflette anche sugli aiuti. «La generosità delle persone non si discute - continua - ma è chiaro che ognuno deve pensare prima alla sua famiglia e la paura della crisi tocca più o meno tutti». E al venir meno della solidarietà dei privati sovente non corrisponde un maggiore intervento della politica. «Parlano sempre di bene comune - dice quasta volta con rabbia il presidente del Banco Alimentare ma non sanno che cosa capita davvero in città, di quanto la popolazione è davvero diventata più povera. La rete di solidarietà torinese è sempre eccezionale ma non è più sufficiente».

Vecchi e nuovi poveri
Ci sono categorie che da anni sono clienti fissi delle associazioni. Ci sono i barboni, che ha problemi di salute mentale o psichica, gli stranieri che non hanno ancora trovato una loro dimensione in città oggi però le cose sono cambiate. «E’ questo il vero dramma - continua Cena -, l’allargamento della fascia di povertà. Ma non dobbiamno dimenticare che se gli irriducibili sono una fascia persa, ormai a pezzi. Gli altri sono una fetta recuperabile che non desidera altro che tornare alla sua normalità».

La professoressa
Al Banco non fanno nomi ma tra le storie più trsiti raccontano quella di un’insegnante andata in pensione dopo anni di scuola in una media cittadina. Dopo una vita dedicata agli studenti ora si trova sola con un affitto da pagare e una pensione che non basta. Pochi mesi fa, con vergogna e orgoglio si è avvicinata a chiedere aiuto per il cibo. Ora è diventata una cliente fissa perché a fine mese i soldi per mangiare sono finiti.

La rabbia
A fine anno il Banco Alimentare ha organizzato una grande cena per mille indigenti, quattro chef stellati, bicchieri di cristallo, tovaglie eleganti per regalare una notte da sogno. A margine però c’era anche tanta rabbia e tanta disperazione. «Ho visto - racconta Cena - gente che si riempiva i sacchetti di cibo sotto il tavolo per poter mangiare qualcosa il giorno dopo. Uno mi chiesto una candela perchè gli avevano tagliato la luce, un altro mentre il vicino si è alzato per andare in bagno gli ha mangiato tutto ciò che aveva nel piatto». Poveri contro poveri. «E c’è stato di peggio - aggiunge alla fine regalavamo un sacchetto con caffè e un pacchetto di cioccolatini, ho visto chi lo rubava al vicino, chi ripassava fino a cinque volte, chi litigava per averne un altro».

La paura
Immagini dure di una Torino che soffre per una situazione che moli non si sarebbero mai immaginati di vivere. «Gente che si sta abbrutendo a tal punto da perdere ogni freno inibitore - conclude Cena. Temo che noi non bastiamo più ma tutti abbiamo il compito di aiutare quelli che ce la possono ancora fare a venirne fuori e ti chiedono aiuto per farcela». 

Aspiranti pirati, rivoluzionari e grillini Ecco chi c’è dietro le liste “tarocche”

La Stampa

Hanno presentato simboli identici a quelli del partito hacker, di Ingroia e dei 5 Stelle. E ora che sono arrivate le diffide ne rivendicano la paternità

raphael zanotti
torino


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Si definiscono “pirati” anche se il Partito Pirata, quello originale che s’ispira ai colleghi svedesi, li ha diffidati dall’usare simbolo e nome. Si definiscono “braccio politico di Anonymous” anche se Anonymous Italia, ieri, pare li abbia sbugiardati attraverso un messaggio sul sito Byoblu di Claudio Messora. Ma chi sono davvero Marco Marsili, Max Loda e Massimiliano Foti, i tre attivisti che hanno depositato al Viminale simboli quasi del tutto identici al Partito Pirata, alla lista Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia e al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo?

Mente dell’operazione è Marco Marsili, poliedrico esperto di marketing con agganci anche importanti. Le sue scorribande piratesche sono soprattutto nel campo politico. Legato ai Verdi di Pecoraro Scanio tra il 2000 e il 2003, lo troviamo nei Liberaldemocratici di Segni e Scognamiglio nei successivi tre anni. Dopo un breve passaggio nell’Italia dei Valori, crea un proprio Movimento Politico dei Cittadini, per avvicinarsi quindi alla Lega Nord. Diventa responsabile delle relazioni esterne dell’Assessorato regionale allo Sport della Lombardia nel 2011, ma l’incarico dura appena 10 giorni.

L’assessore in carica, la leghista Monica Rizzi, lo licenzia in tronco per aver dato alle stampe il libro “Onorevole Bunga Bunga. Berlusconi, Ruby e le notti a luci rosse di Arcore”. Lui ricambia, denunciando l’attività di dossieraggio della stessa Rizzi nei confronti dell’ala maroniana del partito che non vede di buon occhio la candidatura del Trota, il figlio del Senatur. Finisce male il connubio col Carroccio anche se, con la Lega, Marsili ha campato bene negli ultimi anni.

La sua Elimar Multimedia, società di comunicazione integrata nata grazie ai contributi della Provincia di Milano e delle Camere di Commercio di Milano e Monza, annovera tra i suoi clienti la Lega Nord, Telepadania, Media Padania, il presidente del consiglio regionale Fabrizio Cecchetti, l’ex assessore leghista Carla De Albertis e lo stesso assessorato allo Sport di cui è stato addetto alle relazioni esterne. Ma l’avventura è finita e Marsili, da aspirante pirata, capisce che la nave sta affondando.

Si lancia quindi in una nuova avventura fondando, nel 2011, la lista Pirate Party. In Italia un partito dei pirati già esiste, è quello presieduto da Athos Gualazzi, ma sonnecchia perso tra mailing list e un interminabile dibattito interno su come organizzarsi strutturalmente senza essere strutturato. Marsili capisce il momento, mette a frutto gli anni passati nel sottobosco della politica e si lancia nella competizione elettorale. Non lo frena nemmeno un’ordinanza del tribunale di Milano che gli inibisce l’uso del simbolo e del nome nel marzo 2011.

Sulla sua nave Marsili imbarca Max Loda: professore, laureato in biologia e geologia, ex leghista e taroccatore di liste. A Torino Loda è piuttosto conosciuto. Ha tentato più volte senza successo di essere eletto. Ha annunciato azioni provocatorie come l’idea di portare a passeggio davanti alla moschea un maiale al guinzaglio e nel 2006 si è candidato con una propria lista, “Immigrati Basta”, che annunciava la “soluzione finale” del “problema islamico, del problema criminalità e del problema lavoro”. Nel volantino una sua foto mentre impugna un manganello. Di Loda, Marsili dirà: “Personalmente ho grande stima per una persona che, negli anni, ha tentato in tutti i modi a bucare il sistema, anche con liste tarocche per rubare voti ai ‘cattivi’”. Il programma elettorale cristallino, insomma.

D’altra parte il tarocco sembra un segno distintivo dei nuovi pirati di Marsili. Nell’esecutivo nazionale figura anche Pierre Dalla Vigna, direttore delle Edizioni Mimesis. Il suo vicedirettore per la narrativa Fabio Filippuzzi nel 2010 verrà svergognato: copiava intere opere di Peter Handke e Jean-Paul Enthoven spacciandole per sue. Dalla Vigna si dirà “sconcertato” dalla scoperta. Il battesimo del fuoco del Pirate Party non è di quelli col botto. Il partito si presenta in varie competizioni elettorali, spesso uscendo a urne inviolate, ma riesce a piazzare due suoi consiglieri nella ridente Briennio, paesino di 439 anime (343 elettori) che si affaccia sul lago di Como.
Da qui può partire l’avventura delle elezioni nazionali. La ciurma va però ampliata e dunque ecco spuntare l’ ultimo acquisto del Pirate Party: Massimiliano Foti, catanese da anni residente nel Bergamasco.

Foti e Loda sono amici su facebook dal 2011. Secondo gli screenshot attribuiti ad Anonymous Italia e postati dal blogger Claudio Messora tra i tre avviene un fitto scambio di messaggi dopo il deposito dei simboli clonati. A Foti verrebbe suggerito di “ripetere il mantra” che il simbolo dei 5 Stelle, in realtà, sarebbe stato depositato all’Agenzia delle Entrate nel 2007 dallo stesso Foti e che dunque, se c’è un taroccatore, questo è Beppe Grillo. Così avviene. Foti dichiara di essere un grillino della prima ora, ma sui siti del Movimento nessuno pare ricordarselo agli incontri. Stabilire se gli screenshot di Anonymous sono reali o meno (Marsili ieri li ha definiti dei falsi) è impossibile vista la natura, questa sì pirata, della rete di hackers. Ma se qualcuno ha usato impropriamente il nome dei vendicatori digitali, attribuendo loro contenuti o dichiarandosi falsamente loro braccio politico, è probabile che prima o poi i suo sito verrà assaltato. Basterà aspettare.

Shoah, Roma si arricchisce di 36 nuove «pietre»

Corriere della sera

Lunedì e martedì gli «Stolpersteine» verranno posati a Trastevere e al Ghetto davanti alle case degli ebrei deportati

 
La «Pietre d'inciampo» vengono messe a Roma (Jpeg)

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ROMA - Via Garibaldi, civico 38. La prima delle nuove trentasei «pietre d’inciampo» che ricordano le vittime della deportazione nazifascista sarà posta lunedì mattina alle 9 nella via trasteverina che sale verso il Gianicolo. A posizionarla l’artista Gunter Denmig, il deportato da ricordare è Augusto Sperati. Seguiranno alle 10 in via Arenula 41 le «pietre» di altre vittime, Laura Romanelli, Margherita Sonnino e Angelo Romanelli, Mosè Marco Sonnino, Samuele Sonnino, Amelia Piperno. E poco dopo davanti al civico 83 saranno ricordati Alfredo Donato Di Nola e Livia della Seta. E poi sempre restando nel primo Municipio la deposizione continuerà a Santa Maria del Pianto, piazza Mattei, via del Portico d’Ottavia, via Catalana, Campo de Fiori, via Mormorata e via Giotto.

QUARTO ANNO - Quarta edizione delle «pietre d’inciampo» a Roma. Dopo le deposizioni del 2010, 2011 e 2012, che hanno collocato in città 156 Stolpersteine, eccoci a un nuovo momento di restituzione della memoria per chi non c’è più, spazzato via dalla barbarie totalitaria. Cinque i municipi coinvolti: dopo il I e il IX che registreranno le pose delle pietre nella giornata di lunedì 14, il giorno successivo l’iniziativa prosegue nei municipi II, XVII e XVIII. Tra le figure commemorate anche il professor Gioacchino Gesmundo, insegnante del liceo Cavour e fervente antifascista, uno dei 335 martiri delle Fosse Ardeatine. Come sempre, il giorno e l’ora della collocazione delle pietre sono annunciati agli inquilini da una lettera del Municipio in cui si spiega che il progetto vuole «ricordare abitanti del quartiere uccisi e perseguitati dai fascisti e dai nazisti, deportati, vittime del criminale programma di eutanasia o oggetto di persecuzione perché omosessuali».


LE PRIME A COLONIA - L’inciampo non è fisico ma visivo e mentale, costringe chi passa a interrogarsi su quella diversità e agli attuali abitanti della casa a ricordare quanto accaduto in quel luogo e a quella data, intrecciando continuamente il passato e il presente, la memoria e l’attualità. Le prime Stolpersteine sono state installate a Colonia nel 1995; da allora a oggi ne sono state distribuite oltre 37.000 in diverse città tedesche ed europee. Invitato per la prima volta in Italia nel 2010, Memorie d’inciampo a Roma è curato da Adachiara Zevi ed è promosso da Aned(Associazione Nazionale ex Deportati), Anei (Associazione Nazionale ex Internati), Cdecd(Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea),

Federazione delle Amicizie Ebraico Cristiane Italiane, Museo Storico della Liberazione. Gli Stolpersteine sono finanziati da sottoscrizioni private; il costo di ognuno, compresa l’installazione, è di 120 euro. Presso la biblioteca della Casa della memoria e della storia è attivo uno «sportello» curato da Daniela Mantarro, con la collaborazione di Elisa Guida.(casadellamenoria@bibliotechediroma.it, tel. 06/45460501 e sportello@arteinmemoria.it). A loro possono rivolgersi quanti intendono ricordare familiari o amici deportati attraverso la collocazione di una Stolpersteine davanti alla loro abitazione.

 

Paolo Brogi
12 gennaio 2013 | 18:52



 

Quel treno incrociato nel '42 dai soldati italiani: il film inedito di un militare

Corriere della sera

Enrico Chierici, fotografo dell’ottava armata italiana, lo realizzò a bordo di un convoglio diretto in Russia

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Il treno dei soldati italiani diretti in Russia incrocia convogli di civili diretti nel senso opposto. Siamo nel giugno del 1942. E il sottotenente Enrico Chierici, della Sezione fotografi ottava armata, filma con la sua cinepresa personale. A Bobruisk, in Bielorussia, incrocia un treno piantonato da soldati tedeschi. A bordo e sul marciapiede civili, qualcuno è scalzo, due ragazze si affacciano da un finestrino.

Sono venti minuti di filmato inediti che riemergono dal lontano passato e che Home Movies ha appena restaurato dopo averli ricevuti dalla famiglia del fotografo genovese scomparso nel 2001. Immagini che aprono interrogativi: chi sono quei civili inquadrati da Chierici? Rimpatriati tedeschi? Deportati di altre nazionalità? Ebrei diretti ai campi di sterminio? Recuperato un anno fa dalla famiglia di Chierici il filmato viene oggi presentato a Bologna nel Salone della Borsa alle 18.

IL FILMATO - A restaurarlo Home Movies con la collaborazione dell’Istituto storico Parri. «Chierici era convinto che i civili fossero ebrei – spiega Paolo Simoni di Home Movies -. Noi stiamo cercando di fare le verifiche anche attraverso i soldati reduci dalla campagna di Russia. Comunque sia il filmato appare importante, anche per il clima che traspare dai volti degli stessi soldati italiani che sembrano ignari di quanto li aspetta in Russia». Le immagini partono da Bologna, con la formazione del treno che poi attraverso Austria, Germania, Polonia e Bielorussia va ad est. Il titolo è «Da Bologna a Stalino».

LE IMMAGINI - «Non possono essere deportati ebrei», spiega però Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah di Roma. «Non per la data, Auschwitz era aperto da marzo ’42 e aveva già ricevuto migliaia di ebrei dalla Slovacchia e dalla Francia. Mancano però sui vestiti dei civili inquadrati da Chierici i contrassegni con la stella di David, i vagoni non sono piombati… Insomma forse si tratta di rimpatriati tedeschi». A Home Movies sono però convinti di aver trovato una piccola miniera di immagini, perché Chierici – fotografo con una famiglia impegnata nel settore – ha realizzato altri film sulla Russia. Tutto materiale che è ancora da riorganizzare.

Filmato inedito

Paolo Brogi
12 gennaio 2013 | 16:01

La Casa Bianca: niente Morte Nera «Non vogliamo distruggere pianeti»

Corriere della sera

Una petizione di 34mila americani chiedeva la costruzione della stazione spaziale: sarebbe costata 850 milioni di miliardi

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MILANO - 850 milioni di miliardi di dollari: tanto sarebbe costata all'amministrazione americana la costruzione di una stazione spaziale su modello della "Morte Nera", l'arma di distruzione di massa capace di distruggere i pianeti in pochi secondi con i cannoni laser, costruita dall'Impero Galattico nel Film Guerre stellari.

LA PETIZIONE - Non è un calcolo astruso perché al presidente Obama è arrivata sul serio la richiesta, firmata sul sito della Casa Bianca da 34.435 americani, di costruire una maxi-stazione spaziale simil-Morte Nera (il nome originale è "Death Star"), per «garantire, dopo quella aerea, anche la superiorità spaziale agli Stati Uniti». Sembra una barzelletta ma non lo è. Tanto che la Casa Bianca ha formalmente respinto la richiesta. «L'amministrazione condivide il vostro desiderio di creare posti di lavoro e una forte difesa nazionale, ma una "Morte Nera" non è all'orizzonte - scrive Paul Shawcross, capo dell'ufficio bilancio della Casa Bianca per la scienza e lo spazio -. L'amministrazione non appoggia l'idea di far saltare in aria i pianeti». Secondo la petizione, il progetto non solo aiuterebbe gli Usa a uscire dalla crisi, ma rafforzerebbe il sistema di difesa nazionale.

IL PIL DEL PIANETA - C'è però un piccolo particolare: il costo della mega-stazione, che nella versione cinematografica somiglia a una piccola luna di 160 km di diametro - sarebbe proibitivo. Come ha sottolineato lo stesso Shawcross: «La costruzione della "Morte Nera" è stata stimata in oltre 850.000.000.000.000.000 di dollari (850 milioni di miliardi, di gran lunga superiore al Pil dell'intero pianeta ndr). Lavoriamo sodo per ridurre il deficit, non per espanderlo». E in tempi di battaglie - reali - su "fiscal cliff" e innalzamento del tetto del debito c'è da crederci.


Redazione Online12 gennaio 2013 | 19:55

Madrid, manifesto teatrale mostra il pube femminile: rimosso dai bus per turisti

Corriere della sera

«Immagine che può urtare la sensibilità dei bambini»

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MADRID – Gli autobus sono rossi, luccicanti, a due piani, molto londinesi anche se la fermata è davanti al Museo del Prado e non in Trafalgar Square. I bambini in visita a Madrid ne vanno pazzi come in qualsiasi altra parte del mondo. Possono questi simboli del turismo internazionale, giocattoli viaggianti, ospitare sulle fiancate il disegno di un pube femminile? Per la «Madrid City Tour», la società privata concessionaria del servizio, no. L’immagine, stilizzata, ma non troppo, fa parte della campagna pubblicitaria per «Yerma», un’opera teatrale che ha appena debuttato al Centro Dramático Nacional (CDN) della stessa capitale spagnola. «Yerma» (con la Y evidenziata tanto per ribadire il concetto) mette in scena i tormenti, gli imbarazzi e le ansie di una donna davanti alla propria fertilità. «Il disegno non ha nulla di pruriginoso, è un richiamo simbolico alle tematiche della rappresentazione - spiegano al Centro Dramático Nacional – eppure la Madrid City Tour ci ha chiesto di cambiare immagine. Secondo loro poteva ferire la sensibilità dei bambini».

NUOVI MANIFESTI - La soluzione è stata quella di cambiare manifesto. Ora sia sui double-decker sia sugli autobus normali del Comune compaiono i faccioni dei tre attori protagonisti. «Però la concessionaria municipale non ci aveva fatto alcuna obiezione all’uso del manifesto con il disegno del pube. Abbiamo preferito usare il volto degli attori perché sono artisti conosciuti e per il pubblico locale sono un’attrazione più immediata». Agli stranieri che salgono e scendono dai bus a due piani i teatranti avrebbero voluto proporre l’opera secondo il suo significato universale, con un’immagine (immediatamente) riconoscibile. Non hanno potuto farlo. Perché ciò che sarebbe stato accettabile e non volgare per i madrileni non lo è per i turisti?

DOPPIO STANDARD- La polemica ha un sapore retrò, quasi vittoriano per restare in ambito anglosassone. Non tanto come termometro della pudicizia sessuale. La società spagnola è forse meno eroticizzata di quella italiana, ma pubblicità da contenuti esplicitamente sessuali sono la norma ormai. L’anomalia di questo caso è soprattutto nel doppio standard che emerge dalle diverse valutazioni della compagnia dei trasporti turistici e di quella dei trasporti municipali: quel che è sconveniente per i figli degli stranieri va bene per i bambini spagnoli. Madrid è la vetrina del Paese. Negli ultimi 10-15 anni il centro turistico è diventato un vero asset economico nazionale. Con i suoi milioni di visitatori, i tre splendidi musei, i bar di tapas, è una Spagna diversa dal resto del Paese, molto più pulita, ordinata, libera persino da grafiti imbrattamuri. Un disegnino osé potrebbe stonare nell’insieme da bomboniera.

I responsabili ovviamente negano. Alle domande del giornale El Mundo, la Madrid City Tour ha messo una toppa che non chiude neppure lontanamente il buco: «Non c’è stata alcuna censura, ci mancherebbe. Abbiamo semplicemente consigliato di cambiare iconografia dato che quella proposta sarebbe stata vista da moltissimi bambini». Quando si è in vacanza tutto dev’essere sognante e sereno per invogliare alle spesa. È il modello Disney perseguito a caro prezzo con centinaia di spazzini, giardinieri e poliziotti sguinzagliati nelle aree turistiche a dispetto dei tagli alle spese pubbliche. Evidentemente, secondo gli strateghi della Madrid City Tour, il sesso infastidisce di più la sensibilità dei bambini quando sono in vacanza. In giorni normali, quando vanno assonnati a scuola, fa parte della quotidianità della vita.


Andrea Nicastro
@andrea_nicastro 12 gennaio 2013 | 12:53

Prima Porta, lo scandalo delle sepolture centinaia di bare ferme nei depositi

Il Messaggero
di Elena Panarella

Cremazioni a rilento, gli operatori del settore: oltre 200 salme in attesa


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In ospedale, al supermercato, all’ufficio postale, in autobus, in macchina. In coda, sempre. Un destino beffardo che adesso accomuna incredibilmente icomuni mortali e perfino chi passa a miglior, si fa per dire, vita. È proprio il caso di dirlo, perché incolonnati si sta pure dentro a una bara. Succede a Roma, al cimitero di Prima Porta: anche per l’ultimo viaggio bisogna scontrarsi con ingorghi interminabili e attese infinite prima di una sepoltura o una cremazione. Le ragioni ufficiali sono molteplici e si possono sintetizzare in quell’universo complicato che si chiama burocrazia, ma anche nella crisi che riduce il personale e che spinge tante volontà verso la cremazione, perché costa meno di un percorso tradizionale.

Comprensibile, però, che nessuna spiegazione possa bastare a chi ha perso una persona cara e si ritrova a dover attendere anche venti giorni prima di portare a termine la sepoltura o la cremazione. Il ritardo non cambia l’evento ma è un disservizio che aggiunge strazio al dolore e connota la Capitale di inciviltà. Insomma non c’è motivo che tenga nel vedere centinaia di bare accatastate una addosso all’altra nel deposito dove ci sono gli impianti per la cremazione e tante altre nella camera mortuaria in attesa di essere tumulate.

LA BUROCRAZIA «Tralasciando i problemi che sussistono da sempre - spiega Mario Menicucci, presidente del Comitato diritti operatori funebri (Codiof) - Oggi bisogna sottolineare gli ulteriori disagi introdotti ultimamente: prima di tutto il cambio nella cassa per i pagamenti delle tasse cimiteriali, dove alla fine di dicembre è subentrata la procedura con uno sportello bancario e non più con i dipendenti Ama, ma cassieri che fanno quello che possono ma certamente erano abituati ad altro. Questo ha modificato il metodo di inserimento dei pagamenti creando disagi all’utenza, con file agli sportelli che si protraggono per oltre due ore».

Intanto dall’Ama si sta valutando come trovare una soluzione per eliminare questi disagi. «È tutto assurdo», tuona Marco Cervone, un cittadino anche lui in fila per sbrigare le pratiche dovute. «Ho assistito a scene che hanno dell’incredibile, una signora anziana che per pagare un loculo è stata portata di peso davanti allo sportello, dopo ore di attesa, per essere vista dal cassiere, essendo lei la firmataria dell’assegno. Insomma invece di snellire le pratiche burocratiche c’è un vero e proprio intasamento».

LE CREMAZIONI
Altro problema è quello dell’ufficio cremazioni. «Dove tra una difficoltà e l’altra - continua Menicucci - è praticamente impossibile evadere l’enorme e crescente numero di richieste di cremazioni, con un personale pure ridotto. Si calcola che dalla fine dell’anno ad oggi ci siano oltre 200 salme in attesa di cremazione, tanto che il deposito del forno crematorio non può ricevere altre giacenze e la camera mortuaria del cimitero è al collasso». Il tempo di attesa dalla presentazione della domanda all’effettiva cremazione «è stimato intorno ai quindici, venti giorni, se va bene», continua il presidente del Codiof.

«Ultimo, ma non per importanza, è la questione delle cosiddette pratiche non urgenti - conclude Menicucci - relegate alle sole aperture pomeridiane, gestiti da pochi (uno) impiegati che, anche in questo caso, rendono praticamente impossibile venire incontro alle numerose esigenze degli operatori. Certe volte si ha come l’impressione che l’Ama non abbia ancora compreso l’importanza del servizio svolto e che se cercasse di migliorare non farebbe un favore agli operatori del settore, secondo loro potenziali concorrenti (e non è così), ma al cittadino nel momento più difficile della sua vita».



FOTOGALLERY

Prima Porta, lo scandalo delle sepolture (foto Ag. Toiati)




Sabato 12 Gennaio 2013 - 09:38
Ultimo aggiornamento: 13:00




Scandalo sepolture, familiari dei defunti: «Così il dolore dura di più»

Il Messaggero
di Elena Panarella

Il racconto di Teresa: impressionante la vista di tutte quelle casse


CatturaTante bare. Incastrate una all’altra. Sui coperchi qualche fiore appassito. Una sciarpa della squadra del cuore sbiadita, Un’immagine sacra, una foto. E’uno scorcio del deposito di salme al cimitero Flaminio di Prima Porta. «Quando perdi una persona che ami - si sfoga Marta Miconi - il dolore vince sempre.

Tanto più se a quella persona cara non riesci a dire addio, a dare l’ultimo saluto. Più di due settimane di attesa per realizzare la sua volontà e far cremare il suo corpo. Lo strazio aumenta con il passare dei giorni e tutto si trasforma in un problema insormontabile agli occhi dei parenti». Un vero calvario con cui ha fatto i conti, alcune settimane fa, una delle tante famiglie che si trovano tutti i giorni a dover combattere con questa burocrazia.

«È avvilente», riesce a dire solo questo lo zio di Marta, che ha perso la moglie alla fine di dicembre. «Dopo il funerale - aggiunge qualcun altro - siamo venuti qui a Prima Porta, siamo entrati in uno stanzone pieno di tante, anzi tantissime bare. Abbiamo recitato un’ultima preghiera e siamo andati via lasciando tutto così, in sospeso. In attesa che arrivi il giorno per terminare la pratica, e sì perché è così che viene considerata la questione.

Mi chiedo, ma come è possibile far entrare i parenti tra quelle distese di bare in un momento poi così delicato senza nemmeno avvertirle?». Una situazione imbarazzante per tante famiglie che dopo il funerale vorrebbero concludere il rito definitivamente e in tempi brevi e invece si devono scontrare con una brutta realtà.

«A dicembre - racconta Teresa Del Mastro - mi sono trovata purtroppo davanti a due disgrazie: due persone care decedute nel giro di poco tempo l’una dall’altra. In entrambi i casi avevano scelto la cremazione. Dopo il secondo funerale arriviamo a Prima Porta, come al solito c’è l’attesa, poi una volta accompagnata la bara all’interno del deposito mi sono trovata davanti a una cosa assurda. Nello scaffale sopra c’era la cassa con la persona che avevamo accompagnato molti giorni prima. Comunque è davvero impressionante la vista di così tante bare tutte insieme oltre che vergognoso. Insomma bisognerebbe fare qualcosa per risolvere il problema».

I NUMERI

«Per quanto riguarda le cremazioni - spiegano dall’Ama - la media dell’attesa da quando viene presentata la domanda è di sette giorni, a fronte dei sei giorni di un anno fa, a causa del forte incremento di questa pratica. Basti pensare che sei anni fa erano meno di 6mila ogni anno, nel 2012 sono state 10.700 e nel 2013, visto il trend, ne attendiamo circa 12mila. Sulle tumulazioni invece c’è da aggiungere che sono circa 250 le salme in deposito, un numero fisiologico in un cimitero come il Flaminio che ne accoglie 15mila ogni anno e specialmente nei periodi in cui si registrano più decessi, come nei mesi più caldi come agosto, o più freddi come gennaio».

«Nell’ultimo periodo, forse a causa della crisi - continuano dall’azienda - registriamo qualche ritardo nel sostenere le spese di sepoltura da parte delle famiglie. Diamo costantemente massima attenzione all’utenza, come dimostrano la costruzione della chiesa al cimitero Laurentino o i lavori per l’abbattimento delle barriere architettoniche al Flaminio e al Verano, o ancora il potenziamento della vigilanza armata e la creazione di una sala operativa centralizzata».


elena.panarella@ilmessaggero.it

Sabato 12 Gennaio 2013 - 09:43

L’esperta che spiega le scoperte: “Progettiamo comprensione”

La Stampa

Angela Morelli è una “graphic e information designer”: per lavoro “semplifica” concetti scientifici per renderli accessibili a tutti: «L’informazione ha valore solo quando può essere capita»

claudia nardi


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Può il risultato di una ricerca scientifica essere al tempo fondamentale a farci capire come usiamo le risorse del pianeta ma essere sconosciuta ai più? Secondo Angela Morelli, Graphic ed Information Designer, assolutamente si. E’ proprio qui che intervengono esperti come lei con il compito di semplificare informazioni complesse, rendendole così accessibili a tutti. Ed è proprio per questo suo ruolo che nel 2012 la dott.ssa Morelli è stata nominata Young Global Leader” dal World Economic Forum, per aver saputo comunicare al meglio il concetto di “acqua virtuale”. Che ruolo ha un information designer e perché è così importante comunicare il concetto di “virtual water”, ce lo siamo fatti spiegare direttamente da Morelli, la quale ha dedicato negli ultimi anni grandi energie e passione alla comunicazione di questo concetto riscuotendo grandi riconoscimenti a livello internazionale. 

Innanzitutto cos’è un information designer?
Quando dici che sei un information designer di solito la prima cosa che ti chiedono è che cosa è l’information design. Ancora non ho trovato una definizione che superi quella data da Richard Saul Wurman, inventore del format TED, straordinario architetto e designer, un visionario, il quale sostiene che: Information design è la progettazione della comprensione. E’ trovare il giusto equilibrio tra immagini e parole al fine di comunicare con chiarezza informazioni più o meno complesse a chi quella informazione deve capirla ed usarla.

Non dobbiamo andare troppo lontano per capire dove abbiamo bisogno di designer e professionisti che progettino informazione con cura, pensiamo a tutti quei documenti che ci passano sotto mano ogni giorno e che non riusciamo ad utilizzare perché difficili da leggere o navigare. Io credo che l’informazione abbia valore solo nel momento in cui possa essere compresa e dati che non sono progettati in modo accurato non sono informazione, anzi, generano errori, ritardi, costi addizionali e tanta frustrazione. L’obiettivo dell’information designer è fare in modo che semplici dati acquisiscano per chi li riceve valore informativo, evitando il rischio che restino un mucchio di nozioni dalle quali non si riesce a ricavare un messaggio. L’information designer ha il compito di identificare e rendere visibile quel messaggio per l’audience e comunicarlo con chiarezza. 

Grazie alla sua abilità di farsi ambasciatrice del concetto di “acqua virtuale” attraverso il design e la comunicazione, lei è stata eletta Young Global Leader 2012. Si aspettava di ottenere questo prestigioso riconoscimento?
‘I cambiamenti non avvengono in un giorno. Sono un processo lento fatto di migliaia di singole azioni, di energie, menti, anime. Connetterle può essere a volte di vitale importanza per trasformare un potenziale in realtà. Mi auguro di riuscire in questa impresa.’ Questo rispondevo la mattina del 12 Febbraio 2012, dopo aver ricevuto una lunga e-mail che mi comunicava la nomina di Young Global Leader 2012. Ero sorpresa ed incredula, e riuscivo solo a pensare ‘Perché io?’. Percorrere a ritroso i miei ultimi 12 anni non mi ha aiutato a trovare una risposta chiara ma a capire meglio il potenziale di quello che possiamo innescare con energia, passione, entusiasmo.

Non ho mai creduto troppo nei titoli e nelle nomine da appendere al muro, perché possono valere duro lavoro, ma anche mediocrità e menzogna. Credo però moltissimo nelle azioni, nella dedizione, nel rispetto, nello scambio di idee, nella collaborazione, perché è lì che gettiamo le basi del cambiamento, veloce o lento che sia. Non conosco tutte le ragioni della mia nomina, ma sento la responsabilità e l’opportunità di continuare a percorrere, con la stessa passione, la strada che sto percorrendo. Sento forte il ruolo sociale della mia professione e sento di dover condividere quello che ho imparato, perché la condivisione può essere il motore di nuove storie vicine o lontane, combattute per cause nobili.

Da dove è partito il suo percorso?
A 18 anni ho iniziato la mia avventura al Politecnico di Milano. Volevo diventare ingegnere. Gli anni del Politecnico hanno lasciato una impronta indelebile sul modo in cui penso e progetto, ma sono stati anche importantissimi per capire quello che non volevo fare. Non volevo fare l’ingegnere. Tutto quello che avevo studiato mi appassionava moltissimo ma la parola design, senza sapere cosa fosse in realtà, mi faceva sentire ’le farfalle nello stomaco’. Grazie ad un master in Disegno Industriale a Milano e ad una meravigliosa esperienza lavorativa presso lo studio di Isao Hosoe ho capito che volevo specializzarmi in Communication Design e nel 2005 ho deciso di trasferirmi a Londra: volevo imparare l’inglese alla perfezione ed entrare alla Central Saint Martins per frequentare il Master biennale in Communication Design. La selezione è stata durissima e conseguire l’ammissione è stata la realizzazione di un sogno. Al secondo anno di Master ho deciso di specializzarmi in Information Design. Il 12 Giugno 2007 al termine del primo anno di Master in Information Design era il giorno in cui avrei dovuto discutere la mia proposta per il progetto che avrei intrapreso nel secondo anno e che sarebbe durato 12 mesi.

Ricordo che ho parlato della crisi dell’acqua, non avevo le idee chiare su cosa esattamente avrei fatto, ma ero sicura che avrei scoperto qualcosa di straordinario degno di essere comunicato con bellezza, chiarezza, funzionalità. E qualcosa di straordinario c’era, ma era invisibile. Per cinque mesi mi sono immersa nello studio di ogni cosa che fosse relativa al pianeta acqua e durante quei mesi ho imparato tantissimo. Ma la cosa più importante l’ho imparata grazie alle ricerche del Professor Tony Allan premio mondiale dell’acqua 2008 e del Prof Arjen Hoekstra fondatore del Water Footprint Network. Grazie a questo pezzo di scienza ho scoperto che il 92% dell’acqua che ciascuno di noi usa ogni giorno si nasconde nel cibo che mangiamo.

Chiudere il rubinetto dell’acqua quando ci laviamo i denti è si importantissimo, ma è ancora più importante rivolgere l’attenzione a quello che mangiamo e a come produciamo ciò che mangiamo. Da quel momento in poi ho deciso di dedicarmi allo studio e comunicazione di un pezzo di scienza che credevo dovesse essere accessibile a tutti. La collaborazione ed il supporto continuo degli scienziati è stato ed è fondamentale per essere certa che sto comunicando in maniera esatta ed accurata. Questo è un mestiere che riesce solo se siamo disposti ad ascoltare e studiare senza sosta. Qualsiasi sia il contenuto che stiamo comunicando. 

Secondo la sua opinione, quanto è importante comunicare la scienza ad un pubblico non esperto?
Credo sia fondamentale perché ci aiuta a rendere visibile ciò che si nasconde dietro ogni scelta quotidiana, e questo è un presupposto imprescindibile se vogliamo davvero generare il cambiamento culturale di cui abbiamo bisogno. La mia è stata una sfida che oscillava tra l’amore folle per la bellezza del pianeta e la consapevolezza che la natura è essenziale per la salute e la crescita dell’economia, della società, degli individui. Alla domanda che cosa accende ed alimenta il mio motore ogni giorno la risposta è la convinzione che la comprensione precede il cambiamento e l’azione. Io credo nell’importanza di comunicare la scienza e credo nell’importanza del design, perché ci consente di farlo con strumenti che possono generare comprensione attraverso interesse, meraviglia, gioia, bellezza. 

Dott.ssa Morelli, la sua infografica chiarisce come utilizziamo in media a livello mondiale le risorse idriche. Qual è la speranza?
Grazie allo straordinario lavoro dei ricercatori e scienziati del Water Footprint Network oggi conosciamo l’acqua necessaria a produrre migliaia di prodotti e ci siamo resi conto che, ad esempio, ci sono prodotti come la carne che richiedono molta più acqua per essere prodotti che ortaggi o frutta. Siamo caduti nella trappola del consumare sempre più carne, carne a prezzi stracciati che arriva da animali allevati con mangimi che richiedono milioni di litri di acqua per essere prodotti. Torniamo alle sane vecchie abitudini di non mangiare carne tutti i giorni, di prediligere le carni bianche.

Facciamo diventare la carne il lusso della domenica. La dieta mediterranea è amica di un consumo di acqua più sostenibile. Sconfiggiamo la più grossa follia moderna: lo spreco. In economie come la nostra buttiamo via il 30% del cibo che compriamo. E con quel 30% buttiamo via tutta l’acqua usata per produrre quel cibo. Ci siamo piegati al malsano orribile meccanismo di produrre sempre più cibo per avere il lusso di buttarlo via. Dobbiamo smettere. Quel cibo è acqua ed energia che vanno dritte nel cestino dei rifiuti.

Un Travaglio sbiadito e succube del «nemico» deriso persino sul web

Paolo Bracalini - Sab, 12/01/2013 - 08:53

I suoi sostenitori delusi dalla sudditanza del giornalista trasformato addirittura in imputato dalla lettera del Cav

Come si chiamerà in psicologia, sindrome di Arcore? Colpisce i giornalisti che si occupano per anni di un politico e ci costruiscono sopra buona parte dei loro articoli o bestseller o carriere brillanti.


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Quando poi te lo ritrovi davanti, in carne ossa e cipria, non riesci proprio, per quanto ti sforzi, a essere aggressivo come ci si aspetterebbe visto che lo meni da vent'anni. Un po' ti sta addirittura simpatico, rivedi in lui un pezzo della tua storia, in fondo ci convivi da una vita, sei diventato Travaglio grazie a Berlusconi, una specie di complicità è inevitabile per quanto ti raccomandi di nasconderla bene. Lo si percepiva nella performance mite, a tratti burrosa di Travaglio con Berlusconi, solo un remoto ricordo della durezza dei suoi articoli sul Cainano, Psiconano, il Cavaliere di Hardcore e via sfottendo. Il Cavaliere ha conquistato punti (anche percentuali, pare), Santoro ha conquistato lo share, record che La7 si sognava, la Costamagna e la Innocenzi hanno dimostrato la grande preparazione di truccatori e parrucchieri della rete Telecom, ma Marco Travaglio, cos'ha portato a casa?

Lui è contento della performance, del botto di share (ma chi l'ha fatto, poi?), della sua battuta ritwittata cinquantamila volte, della calma esibita mentre Santoro perdeva le staffe, del taglio gandhiano dei suoi interventi. I fangroup, adoranti, si adeguano alla lettera secondo Marco, anche se il 32% dei lettori del Fatto.it dice che è uscito vincente Berlusconi, contro il 49% che dice perdente. Ma su Facebook e Twitter, dove lo show è stato supercommentato, sono molte le critiche: le domande non fatte, l'occasione persa, il «trappolone» in cui sarebbe caduto persino lui, l'indagatore della trattativa Stato-mafia, che poi accetta la trattativa sulle domande da fare a Berlusconi (è la critica più ricorrente dalla rete).

Forse troppa la mitezza di Travaglio, che ha ripetuto il copione della letterina quando, per la prima volta, ce l'aveva lì davanti il Caimano, poteva metterlo all'angolo scendendo dalla cattedra al ring, ma niente. Immagine un po' sbiadita dell'inquisitore da cui ci attendevamo colpi di artiglieria che avrebbero costretto Berlusconi a lasciare lo studio dopo pochi minuti, come pronosticavano bookmaker che, visto il risultato opposto, possono tornare all'ippica. Rispetto a Travaglio Vespa è parso Torquemada, Giletti sembrava Travaglio, e anche dalla D'Urso senz'altro più grinta. Una sfilza di assist a Berlusconi che neppure El Shaarawy, un Travaglio che replica con garbo ai siluri di Berlusconi. Striscia la delusione sui social network, dove appare persino il comico-disturbatore Pinuccio, regista satirico pugliese (per giunta blogger del Fatto), quello che chiama i politici dopo clamorose figuracce per sfotterli fingendo che rispondano al telefono.

Clamoroso al Cibali: dopo i Formigoni, le Gelmini, la Minetti, i Fiorito, il Trota Renzo Bossi, e ovviamente Berlusconi, stavolta ad essere sfottuto è Marco Travaglio («bravo bravo Marco, bella puntata davvero, però mia suocera mi ha detto “potevate chiamarlo uno di sinistra che almeno lo metteva un po' in difficoltà a Berlusconi”. Comunque bravi dai, ma non lo invitate più sennò quello vince le elezioni»). Il Pd, nel suo profilo Twitter, gioca sulla concomitanza della puntata col reality culinario Master Chef per domandare «Mister Chef, chi ha cucinato chi?», e per mettere sul carrello dei bolliti più Santoro-Travaglio che Berlusconi. Il format si è inceppato fin da subito. Come fai a costruire un legal thriller, col colpevole inchiodato dall'elenco di malefatte del pm-eroe, se quello si palesa a braccetto di Massimo Boldi simulando un vecchio sketch del cabaret Derby?

Così Travaglio, sabaudo sobrio, si è ritrovato dentro ben altro format, inadatto a lui: il cinepanettone, un Natale da Santoro dove vince chi è più simpatico e sa più storielle (e chissà chi tra Berlusconi e Travaglio...), pellicola che poi si è svolta nelle gag tra conduttore e ospite, con Travaglio disinnescato e fuori habitat. Ma la mossa ferale è stata l'inversione di ruoli, coup de theatre del Cavaliere, che con la letterina si è trasformato in Travaglio (anzi, in «parodia di Travaglio» dice il santoriano Freccero), costringendo il giornalista a trasformarsi, propri lui, in imputato-Berlusconi. Ovvero dopo il cinepanettone, per Travaglio, l'angolo dell'horror.

Blogmeter, scontro Santoro-Berlusconi: numeri record su twitter

Lucio Di Marzo - Sab, 12/01/2013 - 09:33

Oltre 200mila i cinguettii sul duello a Servizio Pubblico. Battuto il record registrato dal confronto tv Bersani-Renzi


Un successo. Lo scontro televisivo tra Michele Santoro e Silvio Berlusconi ha centrato l'obiettivo.
 
CatturaE altrettanto bene ha fatto sui social network, dove gli spettatori hanno commentato numerosissimi il duello. È un'analisi realizzata da Blogmeter a mettere in luce i numeri straordinari ottenuti durante la diretta. Sono stati 204.636 i tweet lanciati, con picchi di ben 1.885 al minuto. Non solo numeri buoni, ma cifre che fanno segnalare un nuovo record per quanto riguarda il social da 140 caratteri. Il record precedente, un totale di 131.847 tweet in poche ore, lo aveva fatto segnare lo scontro su RaiUno tra PierLuigi Bersani e Matteo Renzi.

Vincenzo Cosenza, social media strategist di Blogmeter, spiega che se i numeri sembrano piccoli, comunque "segnalano l'esistenza di un nuovo tipo di pubblico". L'hashtag più utilizzato durante la trasmissione? Quello più scontato: #serviziopubblico. I termini più twittati invece sono stati i nomi dei protagonisti. E dunque ecco 62.766 Berlusconi, 40.559 Santoro e 36.495 Travaglio. Importante anche definire il mood, l'umore della conversazione, negativo e prevalentemente non politico.

L'esercito di donne che pulisce il mondo

Enza Cusmai - Sab, 12/01/2013 - 08:21

Colf e badanti sono più di 52 milioni (l'83% di sesso femminile) e a causa della crisi continuano ad aumentare

 

Solo una nazione grande come l'IItalia potrebbe contenere le colf e le badanti di tutto il mondo. Un grande esercito al femminile (otto su dieci sono donne) che con il suo lavoro aiuta i vecchi a non finire negli ospizi e a mantenere le nostre case pulite per 365 giorni l'anno.


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Le colf, insomma, offrono decoro all'ambiente, aiuto nel sociale. E sono tante. Se ne contano 52 milioni e seicento mila in tutto il mondo. Ma nonostante facciano un lavoro umile e preziosissimo, sono trattate come pecore nere nel mondo del lavoro. Oltre la metà non è protetto da alcun limite alla durata dell'orario di lavoro settimanale secondo la legislazione nazionale e circa il 45% non ha diritto a periodi di riposo settimanale.

Inoltre, solo poco più della metà dei lavoratori domestici ha diritto a uno stipendio minimo equivalente a quello degli altri lavoratori. E tra le donne, oltre un terzo non ha protezione della maternità. Queste stime, pochi esaltanti, sono state diffuse dall'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) in un rapporto presentato a Ginevra, in cui tra l'altro, si rileva che tra il 1995 e il 2010 le colf sono aumentate di 19 milioni. E questo fa si che il lavoro domestico rappresenti il 7,5% dell'occupazione femminile dipendente nel mondo.

Il dato è più che giustificabile. Ormai si vive di più, con l'aspettativa di vita media di ben 80 anni e non solo in Giappone. In generale, la vita sul nostro pianeta si è allungata di dieci anni. Si è più longevi ma purtroppo poco sereni e soprattutto più malati. Diventiamo vecchi e abbiamo bisogno di cure «comprate» da badanti e colf che fanno spesso un po' di tutto: puliscono casa, aiutano gli anziani e i meno anziani. Senza badare troppo all'orologio.

«Gli orari dei lavoratori domestici sono tra i più lunghi e i più imprevedibili di tutte le categorie di lavoratori» viene sottolineato nel rapporto. Che poi stila delle differenze. Le ore lavorate superano la media di 66 ore a settimana in Malaysia, tra 60 e 65 ore in Qatar, Namibia, Tanzania e Arabia Saudita. Inoltre solo il 10% dei lavoratori domestici (5,3 milioni) è disciplinato dalla normativa generale del lavoro al pari di altri lavoratori mentre più di un quarto (29,9% o circa 15,7 milioni) è completamente escluso dal campo di applicazione delle leggi nazionali del lavoro.

Tra questi due estremi, esistono regimi intermedi. Diversi Paesi dell'America latina e dei Caraibi, dell'Africa e del mondo industrializzato hanno esteso ai lavoratori domestici le protezioni minime previste per altri lavoratori, ma molto resta da fare, soprattutto in Medio Oriente e in Asia. L'Italia è tra i pochi paesi, insieme alla Francia, a disporre di una convenzione collettiva sul lavoro domestico. Non solo.

Il nostro è il primo paese ad aver espletato le procedure nazionali per la ratifica della Convenzione dell'Ilo per la tutela dei lavoratori domestici. In Italia, dunque, trattiamo bene sia colfe che badanti. Non a caso, pure le donne italiane, complice la crisi, si rimboccano le maniche e si mettono a fare lavori umili senza fare troppo le schizzinose. Infatti, la loro presenza è cresciuta del 3% nell'ultimo anno e ha rimpiazzato parzialmente la flessione del 5% registrata tra le colf straniere. Il lavoro domestico rimane comunque prevalentemente appannaggio della popolazione straniera, che copre - secondo gli studi della Fondazione Leone Moressa - ben l'80,3% della manodopera complessiva impiegato in questo settore.

Elezioni: dai pirati a Cicciolina, la Babele delle liste impossibili

Il Mattino
di Simone Canettieri


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ROMA - Una giungla. Slogan, consigli per gli acquisti, nomi improbabili ed evocativi, mini istanze territoriali e professionali, cespugli e boutade. E poi i doppioni grilleschi-montiani-ingroiani (tecnicamente si chiamano alias) e gli ever green. Benvenuti nella Babele dei simboli elettorali dove Nietzsche e Marx si danno la mano , strizzando l'occhio al Movimento delle casalinghe e a quello del Quinto Moro (uno in più), in difesa della Sardegna. Ieri sera al Viminale stavano già a quota cento: tanti i contrassegni elettorali presentati nella prima giornata di ressa e polemiche. E non è che l’inizio: il mercato del logo sarà aperto fino a domani alle 16 al grido: «Ci siamo anche noi». Insomma non è finita, e c’è da scommettere che domani sera ci ritroveremo in presenza di ulteriori stranezze e stravaganze. Ma tanto, si sa, è un rito che si ripete ad ogni elezione.

LE LISTE

Il carnevale delle urne per adesso è così. Poi la settimana prossima si farà sul serio: con la presentazione delle liste e delle firme tante velleità scompariranno. Anche se Stefania Craxi si è già portata avanti con il lavoro lanciando Luciano Moggi capolista al Senato in Piemonte per i suoi Riformisti Italiani. Intanto, però, una bella spruzzata di fantasia c'è stata. Qualche esempio: Fermiamo le banche e le tasse, Movimento europeo rinascita sarda e Lista internettiana. E qui va aperta subito una parentesi: l'ultra web-democrazia ha partorito ben tre liste dei Pirati. Che già litigano per il simbolo.

LA COALIZIONE

E siccome piccolo è bello ma non si va da nessuna parte, con una buona dose di realismo il Partito dei Cittadini, Lega Centro, Forza Roma, Forza Lazio, Viva l'Italia, No Gerit Equitalia, Mondo Anziani, No alla chiusura degli ospedali e, l'immancabile, Dimezziamo lo stipendio ai politici si sono presentati in coalizione. Il loro capo sarà Ottavio Pasqualucci. Con slancio futurista saltano a cavallo pure i Poeti d'azione, movimento fondato nel '94 da Alessandro D'Agostini. Più decadenti e dickensiani, invece, i paladini di Per i disabili e i meno abbienti, che potrebbero andare d'accordo la lista Pane, Pace e Lavoro.

I NOSTALGICI
Tranquilli, ce n'è anche per i nostalgici della Prima repubblica. Oltre alla ridda di scudi crociati, derivazioni cromatiche e linguistiche della Lega, Msi e Psi, falce e martello non andranno in pensione (nonostante l'avventura di Prc e Pdc con Ingroia). Marco Ferrando, leader del Partito comunista dei lavoratori (Pcl), c'è. Idem Marco Rizzo con il Partito Comunista della Sinistra popolare. E via, allora, con Alternativa comunista e Pcnl. E' il bello della Babele. C'è spazio per tutti. Il Sacro Romano Impero di Mirella Cece non molla: dal '92 lotta per una monarchia costituzionale e ieri era in prima fila per assicurarsi il suo posto sul tabellone del Viminale.

IN PRIMA FILA

Record: il primo a tagliare il traguardo è stato il Maie (Movimento Associativo Italiani all'estero) dell'onorevole Riccardo Merlo. Poi, mano a mano, è toccato ai grandi partiti e a quelli al debutto come Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni, strafelice di essersi piazzata al posto numero 10: «Siamo i fantasisti del centrodestra». Per le altre fantasie ci sarà Ilona Staller, in arte Cicciolina, pronta al rientro in Parlamento con Dna (Democrazia, natura e amore). Siccome il vero nemico da abbattere alle urne sarà l'astensione non poteva mancare la genialata: Io non voto di Carlo Gustavo Giuliana. Un nome, un manifesto politico.

sabato 12 gennaio 2013 - 08:08

L'uomo è molto meno Sapiens di quanto crediamo. Ed è colpa della tecnologia

Il Messaggero


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CALIFORNIA - Siamo meno Sapiens di quanto crediamo. A far nascere questo dubbio è una testi pubblicata su «Trends of Genetics» da Gerald Crabtree, direttore del Laboratorio di Genetica dell’Universitàdi Stanford, California. Secondo il luminare, abbiamo avuto un picco intellettivo in epoche passate ma poi il progresso tecnologico e l'evoluzione neurologia hanno creato un impedimento alle abilità cognitive.

Colpa delle invenzioni, delle medicine, delle comodità oppure è la prova provata che «si stava meglio quando stavamo peggio»? Ci salva lo spirito d'adattamento, di cui ci ha munito madre natura, altrimenti le ricerche conducono tutte a un risultato: siamo meno intelligenti di 2000 anni fa. «In passato - afferma Gerald Crabtree dell'Università di Stanford -, se un cacciatore/raccoglitore non riusciva a procurarsi il cibo o un riparo sicuro, moriva. E con lui tutta la sua progenie. Oggi, invece, un manager di Wall Street che fa un errore riceve un cospicuo bonus e può persino diventare un maschio più attrattivo».

Gli ebrei verso i campi di sterminio il film inedito di un militare italiano

Corriere della sera

Enrico Chierici, fotografo dell’ottava armata italiana, lo realizzò nel giugno '42 a bordo di un treno diretto in Ucraina

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Immagini che vengono da molto lontano, un documento eccezionale realizzato da un fotografo-soldato italiano in Bielorussia nel 1942, una delle poche riprese in cui si vedono deportati ebrei diretti verso i campi di sterminio, volti di vittime ancora ignari di ciò che li aspetta. Venti minuti di riprese che Enrico Chierici, fotografo dell’ottava armata italiana diretta verso la disastrosa spedizione in Russia ha realizzato nel giugno del 1942 a bordo di un treno diretto in Ucraina. Giacevano tra altri materiali lasciati dal fotografo genovese scomparso nel 2001 e che ora, grazie a un lascito della famiglia sono state recuperate da Home Movies, Archivio nazionale del film di famiglia, con la collaborazione dell’Istituto storico Parri dell’Emilia Romagna.

BIELORUSSIA - Il cuore del piccolo filmato è a Bobruisk, nella Bielorussia. È lì nelle stazioni della Bielorussia che il treno dei soldati italiani incrocia convogli di deportati ebrei. Siamo nel giugno del 1942. Sul treno che va verso Stalino c’è il giovane sottotenente Chierici, della Sezione fotografi dell’ottava armata. Gira con una piccola cinepresa, il formato è 9,5. Il treno è partito da Bologna il 2 giugno, ha attraversato vari paesi e ora è arrivato in Bielorussia. Ed è lì che Chierici filma centinaia di persone che piantonate da soldati tedeschi osservano placide la telecamera che li riprende. Sono le immagini, inedite, di un treno carico di deportati ebrei russi, o forse ucraini, uomini, donne e bambini, diretti ai lager nazisti, probabilmente Auschwitz.

FAMIGLIA CHIERICI - «Questo video è straordinario – spiega Paolo Simoni di Home Movies, che oggi sabato 12 gennaio presenta a Bologna nel Salone della Borsa alle 18 la copia restaurata, in occasione della chiusura della rassegna di film amatoriali Cinematic - Lo abbiamo recuperato dalla famiglia di Chierici, su un suo preciso lascito. Sono stati loro a contattarci e a metterci a disposizione tutto il fondo di filmati girati dall’ex sottotenente. Ci sono diversi film girati in Russia, ma quello che ci è apparso straordinario è il filmato di 20 minuti che abbiamo intitolato “Da Bologna a Stalino”. Vedere i volti dei deportati diretti ai campi di sterminio è un fatto molto raro». Le immagini mostrano la partenza delle truppe italiane da Bologna, il 9 giugno del 1942, e poi seguono il percorso del treno tra Austria, Germania, Polonia, Bielorussia e Ucraina.

DEPORTATI - In Bielorussia si incrociano due treni di deportati che vanno nella direzione opposta sono due. Il primo è in corsa e passa in velocità, non c’è tempo di vedere granché. Il secondo invece è in sosta e la cinepresa riesce a cogliere lo sguardo di molti deportati che appaiono ignari del loro destino. Ci sono anche due ragazze ebree che sorridono mentre si affacciano per guardare il cineoperatore. «Queste immagini di Chierici non sono ufficiali – spiega Simoni -, il sottotenente aveva solo con sé questa cinepresa personale con cui ha colto dei momenti che forse non gli sarebbe stato permesso girare». Non solo i deportati appaiono sereni, lo sono anche i soldati italiani che non sanno ancora cosa li aspetta in Unione Sovietica dove la spedizione italiana perderà centomila uomini. «È da un anno che abbiamo questo video – spiega ancora Simoni -. Stiamo ancora facendo degli incroci per comprendere a pieno quelle immagini, anche attraverso i reduci della campagna di Russia». E i deportati? Possibile che qualcuno sia scampato alla Shoah e possa riconoscersi in queste straordinarie immagini?

Paolo Brogi
12 gennaio 2013 | 9:46

Arabia Saudita, donne nella Shura Ma le pari opportunità sono lontane

Andrea Cortellari - Ven, 11/01/2013 - 12:23

Un decreto reale apre alla presenza di membri donne nell'Assemblea consultiva. Ma le possibilità per la popolazione femminile sono ancora molto limitate

In Arabia Saudita è in atto un lento cambiamento. La monarchia di Abd Allah non è di certo tra le più permissive per quanto riguarda i diritti delle donne, distante dai canoni diffusi nel mondo occidentale.


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Ma negli ultimi anni piccole concessioni stanno ampliando le possibilità concesse a una sottomessa popolazione femminile. Un decreto reale approvato oggi permetterà alla popolazione femminile di prendere parte al Consiglio Consultivo della Shura. I 150 membri vengono nominati dal monarca. Tra di loro, da questo momento in poi, ci sarà un venti per cento costituito obbligatoriamente da donne. Una piccola concessione nella partecipazione alla vita pubblica non fa però dell'Arabia un Paese in cui i diritti della donna siano pienamente riconosciuti. E anche la presenza di una componente femminile nella Shura va temperata: all'interno del Consiglio uomini e donne saranno separati ed entreranno da porte diverse, per evitare ogni commistione.

Human Rights Watch, ong che si occupa di vigilare sull'applicazione dei diritti umani a livello internazionale, sottolinea in un recente articolo le limitazioni che ancora sembrano lontane dal cadere. Le donne, in Arabia Saudita, hanno lo stesso status di un minorenne. Non possono studiare, guidare e decidere sulla propria educazione. Allo stesso modo - senza il permesso di un "guardiano" - non possono neppure allontanarsi dal Paese. Lo sport è un altra delle attività in cui la popolazione femminile è estremamente limitata.

Tuttavia due donne - le prime nella storia - hanno partecipato alle ultime Olimpiadi di Londra. Sempre Human Rights Watch sottolinea gli sforzi (insufficienti) del governo per favorire una maggiore partecipazione delle donne alla vita pubblica: possono ottenere licenze per praticare l'avvocatura, aprire studi a proprio nome e difendere i clienti in aula. Ma una concessione teorica si scontra con un altro dato: la disoccupazione femminile tocca il 34%. E anche chi ottiene un titolo di studio difficilmente trova lavoro in una società che ancora fatica a recepire le piccole modifiche introdotte dalla monarchia.

Don Mario, il prete online Sul web la messa in cinese

Corriere della sera

«Qui è seguita, forse la vedono anche a Pechino»


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MILANO - Ogni domenica don Giuseppe Zhang, numero tre dell'album delle figurine, celebra la messa delle 15.30. In cinese. Cinquanta parrocchiani si raccolgono nella cappella laterale della Santissima Trinità, tappezzata di scritte bilingue. Non è riservata a chi vive a Chinatown: la diretta e la registrazione sono online (lnx.milanotrinita.it ). E non è escluso che facciano il giro del mondo. Don Mario Longo, il parroco, ci va cauto: «Se arriviamo fino in Cina? Non saprei...». Non è il caso di aprire questioni internazionali con un Paese in cui essere fedeli al Vaticano è ancora una sfida. Di contatti, però, ne ha raccolti tanti. Per la funzione in mandarino, ma anche per il resto dell'offerta multimediale: «Bibbia ed eventi speciali», «Radio Trinità», le foto delle prime comunioni, la rassegna stampa...

Dopo i 360 pannelli fotovoltaici e la pista di pattinaggio in cemento catalitico, unica in Italia, l'ultima iniziativa ad aver attirato l'attenzione è l'«Album di famiglia», tre euro al bar dell'oratorio, 60 centesimi per un pacchetto di figurine. Possono venir fuori il cappellano cinese don Giuseppe, il «collega» burkinabè don Anicet Kaboré, le due suore cinesi. Oppure chierichetti, coro, animatori, segreteria, la squadra di basket, quella di pallavolo. «I nostri campioni - scrive don Mario nella presentazione - che ogni giorno fanno qualcosa di bello per gli altri».

Carta, colla e web: tutto si tiene. «Non capisco chi lo critica: se Internet si usa bene, può essere utile». Il parroco è su Facebook, come copertina una vecchia foto con il cardinale Martini, e ogni sera conversa «di cose serie con almeno quattro, cinque fedeli». L'idea delle celebrazioni online gli è venuta quando era a Civate, nel Lecchese: «Una ragazza partiva per l'Erasmus e ha detto: mi mancherà la messa... Da allora metto tutto in Rete. Quest'anno anche la novena: si sono collegate 40-50 famiglie. I ragazzi, soprattutto, hanno mille impegni, la piscina, il corso d'inglese, quello di uncinetto - ride -: non riescono a venire in chiesa per nove sere consecutive». E lui non si scompone. Brusco, ma bonario. A un pensionato che gioca a carte scappa una parolaccia, don Mario lo riprende e sorride. Due ragazzine vogliono intervistarlo per il giornalino, e lui, certo, si farà intervistare. Una signora, che racconta di essere scampata al naufragio del Giglio, chiede appuntamento per dopo: «Bisogna prendere il numerino», scherza.

Don Mario è un milanese (di Città studi) pratico e aperto. Sessantacinque anni, da tre in zona Sarpi. Per cominciare, s'è guardato intorno: «La comunità cinese è necessario conoscerla e rispettarla». Oltre gli stereotipi. Non muoiono mai? «Il primo funerale che ho celebrato è stato per un cinese». Involtini primavera? «Mangiano per vivere, non per sopravvivere: solo cose buone». L'assedio al quartiere? «Su 14 mila abitanti, 1.500 sono cinesi: in molti lavorano qui, ma vivono altrove».

Cattura Duecento, circa, frequentano la parrocchia. Qualcuno ha chiesto di essere battezzato, qualcun altro ha scelto di far battezzare i figli. Don Mario accoglie tutti. «Molti ragazzini vengono in oratorio. Cattolici o meno». Ai residenti (alcuni) che si lamentano «per il degrado» di via Paolo Sarpi, «io rispondo che si risolve creando situazioni come questa», indica i tavoli, il biliardo, il bar, il campetto: «Giovani e anziani, musulmani e cristiani, stanno insieme e giocano». Al piano di sopra l'associazione Aleni organizza corsi di italiano, e anche di cinese per le seconde e terze generazioni, che rischiano di dimenticare la lingua dei nonni. «Il 10 febbraio festeggiamo il Capodanno», nel segno del Serpente.

Se quando va a benedire i negozi viene accolto con sospetto, don Mario s'interroga e poi si dà una spiegazione: «Vengono da un Paese con un'autorità fortissima, hanno paura di forme di controllo». Lo stesso don Giuseppe non gli ha ancora confessato dove ha fatto il seminario in Cina. «Ho imparato che sono molto sensibili, hanno la loro visione della vita e dello stare insieme». Non è il caso di insistere.

nuovitaliani.corriere.it


Alessandra Coppola
11 gennaio 2013 | 11:57

Ora la Scozia tassa il whisky per ubriacarsi d'indipendenza

Marco Zucchetti - Ven, 11/01/2013 - 08:55

Sgarbo a Londra per fare cassa. La proposta: una sterlina a bottiglia. Obiettivo un miliardo per l'autonomia

La battaglia del grano fu un pallino dell'Italia fascista; la guerra del calcio incendiò El Salvador e Honduras nel 1969; la rivolta del whisky, invece, rischia di essere il leit motiv dell'indipendenza scozzese.


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A legare a doppio filo la politica separatista e il distillato nazionale è stato John Kay, professore di economia e consigliere del governo autonomo scozzese, il quale ha proposto di tassare di una sterlina ogni singola bottiglia prodotta tra Highlands e Lowlands. Tralasciando il comprensibile orrore dei liberali di tutto il mondo, dietro questa idea c'è l'esigenza di far cassa. E anche il desiderio - un po' più subdolo - di pugnalare i cugini inglesi. Il mercato dello scotch, infatti, non conosce crisi (nel 2011 ne sono state esportate 40 bottiglie al secondo, per un giro di affari di cinque miliardi di sterline), ma la maggior parte dei produttori ha sede fuori dai sacri confini di Scozia. In particolare, il 40% del settore è in mano alla Diageo, colosso degli alcolici che le tasse le versa al fisco di Sua Maestà.

Il fatto che imprese di mezzo mondo (inglesi comprese) realizzino ogni anno profitti per 3 miliardi di sterline grazie a torbati e affini non va proprio giù agli scozzesi, i quali per voce di Sir George Mathewson (presidente del Consiglio economico di Edimburgo) si dicono favorevoli al nuovo balzello. Che per essere introdotto avrà bisogno di un escamotage: dato che la facoltà di tassare l'alcol spetta solo al governo britannico, si dovrà quindi tassare l'acqua con cui il whisky viene fabbricato. Il risultato non cambierà: 1,2 miliardi di sterline di extra-gettito (teorico) ogni anno. Non male per un governo in difficoltà che mira a diventare indipendente con il referendum in programma nel 2014.

Ma se per Churchill il whisky - con l'aggiunta di un buon sigaro - era il segreto della longevità, forse per la Scozia non sarà il segreto della serenità economica. I produttori sono già sul piede di guerra, minacciano di cancellare i due miliardi di sterline di investimenti già previsti e ricordano come un calo di vendite potrebbe causare licenziamenti tra gli 11mila impiegati nel settore. Ed ecco che il conflitto fratricida del barilotto rischia di avere le sue vittime collaterali: i lavoratori. Non è comunque la prima volta che le pulsioni separatiste scozzesi cozzano contro le ritorsioni unioniste. Esattamente un anno fa, il responsabile del Foreign office di Londra, William Hague, aveva avvertito: «Se la Scozia ci lascerà, non promuoveremo più i suoi whisky nel mondo». Indipendenza=crisi economica=disoccupazione.

D'altronde la guerra è guerra e si combatte anche così, armati di fisco e campanilismo, orgoglio e pregiudizio. Sparando imposte patriottiche e difendendosi in trincee di terrorismo sociale. L'esercito dello scotch è schierato: il generale Lagavulin, il colonnello Oban, il maggiore Glenmorangie, tutti reclutati obtorto tappo affinché l'infinita lotta di Edimburgo per emanciparsi da Londra si concluda con un colossale brindisi di festeggiamenti. Nella speranza che non finisca invece naufragando in un bicchier d'acqua. O di scotch. Sono i profitti realizzati ogni anno da produttori che hanno sede fuori dai confini della Scozia. Il 40% del settore è in mano alla Diageo È il numero di bottiglie esportate dalla Scozia, ogni secondo, solo lo scorso anno. Il giro d'affari complessivo, nel 2011, è stato di 5 miliardi di sterline

Francia: ebrei, musulmani e cattolici tutti in piazza contro il matrimonio gay

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


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Città del Vaticano - Con la benedizione del Vaticano, delle autorità islamiche e di quelle ebraiche, centinaia di migliaia di persone domenica prossima, a Parigi, scenderanno in piazza per protestare contro l'imminente legalizzazione del “matrimonio omosessuale” e dell’adozione di bambini da parte di coppie gay. Al contempo a Roma, davanti all'ambasciata francese in piazza Farnese, si terrà una analoga manifestazione organizzata da un gruppo di genitori francesi alla quale hanno aderito diverse associazioni, tra cui Famiglia Domani, per solidarizzare con i cattolici d'oltralpe impegnati su diversi fronti a contrastare la normativa.Monsignor Hippolyte Simon, arcivescovo di Clermont e vicepresidente della Conferenza episcopale francese, l'ha definita una manifestazione dal carattere popolare, e soprattutto «apolitico e aconfessionale».

La marcia per il Family day francese, secondo le previsioni dovrebbe portare in piazza circa 500.000 persone. Ma al di là dei numeri, ha sottolineato l'Osservatore Romano, saranno sicuramente in tanti a protestare per il progetto di legge che il 29 gennaio sarà dibattuto e votato dall’Assemblea nazionale. A promuovere la manifestazione a Parigi, conosciuta con lo slogan «La manif pour tous» (La manifestazione per tutti), è un gruppo di trentaquattro associazioni, tra cui la Confederazione nazionale delle associazioni familiari cattoliche, la Federazione nazionale delle associazioni familiari protestanti, l’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia, il Concistoro ebraico di Francia, ma anche medici e pediatri, e un paio di associazioni di giuristi.


Il cardinale arcivescovo di Parigi, André Vingt-Trois, presidente della Conferenza episcopale francese, ha annunciato che non parteciperà al corteo riservandosi di andare forse a salutare i manifestanti. Il rischio che intravedono le gerarchie cattoliche è che «se si dà a questa manifestazione un carattere confessionale, si rischia d’indebolirla. Fornendo argomentazioni a coloro che vogliono rinchiuderla in una particolarità religiosa, per squalificarla ulteriormente. Mentre, invece, si tratta di una questione che chiama in causa l’insieme dei cittadini, perché il progetto modifica profondamente il Codice civile e, dunque, la concezione stessa del matrimonio civile». L’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia ha potuto constatare di persona «l’unità dell’episcopato nell’affrontare questioni assai delicate. Matrimonio e famiglia non sono temi che appartengono alla Chiesa, ma sono parte del patrimonio dell’umanità».


Giovedì 10 Gennaio 2013 - 17:12
Ultimo aggiornamento: 18:02

Un software per l’anestesia”

La Stampa

Così si “vede” lo stato di incoscienza del paziente, ma la tecnica è ancora poco diffusa
daniele banfi


E’ il peggiore degli incubi per chi si deve sottoporre a un intervento chirurgico: risvegliarsi durante l’anestesia.


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Chi è finito sotto i ferri almeno una volta nella vita lo sa bene. Di leggende metropolitane, a riguardo, ne circolano molte, ma episodi simili, come il risveglio, appunto, per quanto rari, possono verificarsi durante gli oltre 200 milioni di operazioni chirurgiche che si svolgono ogni anno in tutto il mondo.

Eppure l’anestesia resta una delle conquiste fondamentali della medicina: è infatti fondamentale per condurre operazioni sempre più precise e mini-invasive, che necessitano della completa immobilità del paziente. Una storia di successi crescenti che ebbe inizio a Boston, nel 1846, quando William Morton realizzò la prima macchina per la somministrazione di anestetici. Grazie alla sua invenzione il medico Warren Jackson riuscì ad effettuare nello stesso anno la prima operazione chirurgica su un paziente completamente sedato. Una vera e propria rivoluzione, destinata a cambiare per sempre la medicina, ma che ancora oggi - sorprendentemente - resta circonfusa da una vera e propria aura di mistero.

In Italia uno dei massimi esperti è Dario Caldiroli, direttore dell’Unità Operativa di Neuroanestesia e Rianimazione della Fondazione Istituto Nazionale Neurologico Carlo Besta di Milano, balzato agli onori della cronaca insieme con la sua équipe e al neurochirurgo Paolo Ferroli per aver effettuato uno dei primi di interventi cerebrali in Europa con l’ausilio della sola anestesia locale.

Dottor Caldiroli, che cosa si intende per anestesia?
«Quando si parla di anestesia generale il rischio è di fare molta confusione con i termini. Per noi addetti ai lavori in questa parola sono racchiusi tre concetti. Il primo è la perdita di coscienza, il secondo è l’analgesia - vale a dire uno stato in cui c’è assenza di dolore - e il terzo è il rilassamento muscolare. Quando tutti e tre i punti vengono soddisfatti, allora si può parlare di anestesia».

Perché il primo punto è particolarmente importante?
«Perché la persona non deve essere in grado di ricordare nulla. Ma cosa vuol dire perdita di coscienza? E’ difficile dirlo così come è difficile stabilire il concetto di incoscienza. Per l’anestesista un paziente incosciente è una persona che ha gli occhi chiusi, che non ha contatto con l’ambiente esterno e che non risponde ad alcuna stimolazione dolorosa».

Quali sono i meccanismi d’azione di questa procedura?
«Prima di tutto occorre precisare che nell’anestesia generale viene utilizzato un mix di farmaci. Mentre per l’analgesia e il rilassamento muscolare si utilizzano gli oppiacei e i curari rispettivamente, per la perdita di coscienza esistono diverse molecole - una su tutte il propofol- il cui meccanismo d’azione è pressoché sconosciuto. Ed è per questo che il campo dell’anestesiologia è ancora una scienza “misteriosa”. Si conoscono molto bene gli effetti, ma non altrettanto i meccanismi».

Ma, se si conosce così poco, come è possibile verificare che la persona sia effettivamente anestetizzata?
«Sino a qualche anno fa l’unico approccio per valutarlo, oltre all’osservazione del paziente sul letto operatorio, era clinico. A seconda del tipo di anestesia somministrata, per vena o inalatoria, si andava a valutare la concentrazione plasmatica o quella dell’emissione respiratoria. Il valore dava un’idea se la persona era effettivamente sotto anestesia totale. Un metodo valido, ma poco accurato. Ecco perché negli ultimi anni si è fatto strada un approccio più strumentale, basato sull’analisi dell’attività cerebrale tramite elettroencefalogramma, l’Eeg. In particolare viene utilizzato il sistema di monitoraggio Bispectral Index, che permette agli anestesisti di accedere a informazioni provenienti dall’Eeg elaborate in misura dell’anestetico somministrato».

In che cosa consiste?
«Attraverso un algoritmo di calcolo il software fornisce al medico un valore numerico che è indice dello stato di coscienza del paziente e che, all’occorrenza, consente di aggiustare le dosi di anestetico da somministrare. Purtroppo, però, questo approccio non è ancora particolarmente diffuso. E’ un peccato, perché la situazione ideale dovrebbe prevedere l’integrazione di questi due metodi».

L’incubo di tutti e svegliarsi durante un’operazione. E’ davvero possibile?
«Sì, il fenomeno è ben noto e prende il nome di “risveglio intraoperatorio”. Si verifica più frequentemente negli interventi d’urgenza e nei parti cesarei, situazioni dove viene somministrata un’anestesia più leggera. In quest’ultimo caso alcune statistiche parlano di risveglio in quasi la metà dei casi. Risveglio che può essere del tutto conscio o accompagnato da amnesie, che però vengono registrate nella memoria implicita. Gli inglesi la chiamano “awareness”, ovvero la memorizzazione di eventi particolari e di specifici occorsi durante l’anestesia».

Quanto ci si deve preoccupare?
«Il fenomeno, tolte le situazioni di emergenza e i tagli cesarei, è abbastanza raro: lo 0,1% delle operazioni. Detto ciò, non è da sottovalutare assolutamente, poiché effetti a lungo termine ce ne sono. Una serie di studi, infatti, ha dimostrato che alcune persone colpite da risvegli intraoperatori sviluppano per un certo periodo disturbi comportamentali, come insonnia e stati d’ansia, e nel peggiore dei casi anche disturbi post-traumatici da stress. Anche al Besta di Milano, attualmente, stiamo lavorando per indagare meglio questa situazione. Ed ecco perché la necessità di integrare i due metodi che ho citato è sempre più pressante per evitare il fenomeno».