lunedì 14 gennaio 2013

La svolta animalista di Gardaland Addio agli spettacoli con i delfini

La Stampa

zampa


In pensione i quattro mammiferi cresciuti all’ombra delle montagne russe e delle cascate artificiali

Cattura
Gardaland dice basta ai delfini negli spettacoli acquatici. La svolta animalista del più grande parco di divertimenti italiano manda in pensione Robin, Teide, Betty e Nau, i quattro mammiferi cresciuti nel Palablu, all’ombra di montagne russe e cascate artificiali. Per loro una dorata vecchiaia in un acquario, probabilmente quello di Genova.

La decisione è stata presa da Merlin Entertainments, la società inglese proprietaria della struttura di Castelnuovo del Garda, che con i suoi 750 mila metri quadri e le 32 attrazioni si è conquistata - la classifica è di Forbes - il quinto posto tra i parchi di divertimento al mondo. «Merlin ha nel suo dna una politica di profondo rispetto per gli animali - spiega il direttore del Parco, Danilo Santi - . La scelta di dire addio al delfinario ne è quindi una diretta conseguenza»

La mummia di Lenin divide Mosca: pressioni per rimuoverla

Il Messaggero
di Maria Ferretti

Il 2013 sarà finalmente l’anno della sepoltura di Lenin oppure il fondatore dello Stato sovietico continuerà ad essere esposto nel Mausoleo sulla Piazza Rossa? Alla vigilia della ricorrenza della morte del leader bolscevico, scomparso il 21 gennaio del 1924, a Mosca girano come di consueto voci contrastanti. Quest’anno però c’è anche un pizzico di mistero.


Cattura A settembre, infatti, il Mausoleo è stato improvvisamente chiuso per lavori di restauro, dopo che la Duma in estate si era espressa a favore della sepoltura di Lenin. I lavori dovevano concludersi per la fine di dicembre. Ma alla vigilia di Capodanno l’edificio è stato ricoperto da un cupolone di tela, che lo cela agli sguardi indiscreti. Secondo la versione ufficiale, il Mausoleo si stava infatti piegando su un lato, il che richiedeva di prolungare i lavori fino a maggio.

LE PRESSIONI Non ci sarebbe niente di strano, se non fosse che negli ultimi tempi le pressioni per togliere Lenin dalla Piazza Rossa si sono moltiplicate. Lo chiede la Chiesa ortodossa, che mal tollera la presenza delle vestigia del passato comunista. Lo chiedono i militari, interessati non tanto alle sorti di Lenin quanto allettati dall’idea di trasferire la necropoli del Cremlino. Lo chiede quel che resta dei liberali degli anni d’oro del crollo dell’Urss, i primi ad aver reclamato, la rimozione del corpo imbalsamato del simbolo del comunismo. Lo chiedono i nuovi storici ufficiali del regime, tutti intenti a tessere gli elogi della Russia imperiale e a dipingere la rivoluzione bolscevica come un complotto ordito da perfidi stranieri per distruggere la grandeur della Santa Rus’, che aveva conservato la vera spiritualità cristiana mentre l’Occidente si corrompeva laicizzandosi.

Richiesta, questa, non di poco conto, visto che sono in corso i preparativi per celebrare in pompa magna, a giugno, i 400 anni della dinastia imperiale dei Romanov, il cui ultimo rappresentante, Nicola II, giustiziato dai bolscevichi, è stato recentemente beatificato: come conciliare i festeggiamenti col mantenimento davanti al Cremlino del corpo imbalsamato dell’emblema della rivoluzione? Nella Russia postcomunista alla ricerca di un’identità, il recupero del glorioso passato imperiale è l’asse portante della riscrittura della storia insegnata fin dai banchi di scuola.

I RUSSI DIVISI
Resta ancora profondamente divisa, tuttavia, l’opinione pubblica, che è spaccata a metà sulla questione della sepoltura, ma che considera invece in maggioranza Lenin fra i grandi della storia russa, fra i primi in classifica dopo Pietro il Grande. E che continua a valutare in termini positivi la rivoluzione d’Ottobre, mentre è molto tiepida nei confronti dello zarismo e dello stesso ultimo zar, il “martire” che, nonostante l’ampio battage pubblicitario orchestrato da Chiesa e mass-media, non riesce a riscuotere le simpatie della popolazione.

Era stato Stalin a volere l’imbalsamazione del corpo di Lenin, oggetto di culto di una nuova religione di Stato centrata sulla venerazione del Capo infallibile e immortale, fonte di legittimazione per chi fosse riuscito a proclamarsene l’unico erede. Vane erano state le proteste della vedova, Nadežda Krupskaja, relegata a icona silenziosa. Fu una decisione che Lenin, schivo e laico, difficilmente avrebbe condiviso: era restio persino a farsi ritrarre.

Il culto della sua persona venne creato dopo la sua morte, imbalsamando non solo il suo corpo, ma anche i suoi scritti in una rigida ortodossia, il marxismo-leninismo. Il culto del capo, che permetterà a Stalin di appropriarsi del carisma della rivoluzione, diventerà negli anni trenta l’elemento portante dell’ideologia sovietica e servirà a legittimare la sanguinaria dittatura imposta al Paese ammutolito dal terrore.


Domenica 13 Gennaio 2013 - 14:01
Ultimo aggiornamento: 14:02

Morto Gallinari, il brigatista «contadino»

Corriere della sera

Considerato l'assasino materiale di Aldo Moro, non è stato lui a sparare e non disse nulla per anni. Aveva 62 anni
 
Per molti anni è stato considerato l’assassino materiale di Aldo Moro. Non solo il carceriere, ma il killer che fece fuoco sul presidente della Democrazia cristiana, all’alba ore del 9 maggio 1978. Non era vero, a sparare fu un altro brigatista, ma Prospero Gallinari non disse nulla per tutto il tempo in cui ebbe addosso quell’etichetta.



È morto Prospero Gallinari (14/01/2013)


Perché non gli piaceva parlare delle responsabilità dei singoli «compagni» nelle singole azioni, né con i magistrati (davanti ai quali s’è sempre rifiutato di rispondere), né con i giornalisti o con gli storici; neanche nei suoi libri s’è soffermato su quelli che considerava particolari poco rilevanti. Perché il fatto di non aver premuto il grilletto sul corpo dell’ostaggio non lo liberava dalla responsabilità di quella morte, di quel sequestro, dell’azione terroristica che ha cambiato il corso della politica e della storia dell’Italia repubblicana.

Prospero Gallinari è uno dei brigatisti rossi che ha partecipato a quell’operazione, come a tante altre firmate dall’organizzazione a a cui ha sempre rivendicato la propria appartenenza. Sia prima, quando si proclamava un combattente, sia dopo, quando dichiarò chiusa quell’esperienza e si considerò uno sconfitto. Scelse di fare politica impugnando le armi, sparando, ferendo e uccidendo vittime inermi.

Lui che veniva da Reggio Emilia rappresentava componente «contadina» delle Br, che più di altre evocava i presunti legami con la lotta partigiana, diversa da quella «operaia» dei milanesi e dei torinesi, o «terziaria» dei romani. Ha partecipato al dibattito interno, alle divisioni e alle scissioni che hanno caratterizzato il «partito armato», convivendo scelte e forse segreti che non ha mai voluto svelare. Fossero grandi o piccoli. A cominciare da quelli che ancora accompagnano il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro. Di cui è stato complice attivo e consapevole, anche se non fu lui a sparare in quella mattina di primavera di 35 anni fa, che sembrava pieno inverno.


Giovanni Bianconi 14 gennaio 2013 | 13:14

Morto l'ex brigatista Prospero Gallinari

Corriere della sera

Il cadavere trovato nel garage della sua casa a Reggio Emilia: si pensa sia stato colpito da un malore. Aveva 62 anni

CatturaL'ex brigatista rosso Prospero Gallinari è stato trovato morto nel garage della sua abitazione a Reggio Emilia. Aveva 62 anni: era nato a Reggio l'1 gennaio 1951. Gallinari è stato stroncato probabilmente da un malore improvviso: a dare l'allarme alcuni vicini. Sul posto è intervenuta la polizia per accertamenti.

Cattura1CHI ERA - Gallinari divenne famoso soprattutto per la sua attività di contestatore prima e di terrorista poi. Nel 1969 aderì al «gruppo dell'Appartamento», a Reggio Emilia, con Alberto Franceschini, Tonino Paroli e ad altri dissidenti del Pci che dopo il Convegno di Pecorile, sulle colline reggiane, decisero di iniziare alla lotta armata. Durante l'arresto, nel 1979, venne ferito seriamente alla testa dalla polizia.


IL SEQUESTRO MORO - A quel punto aveva già preso parte al rapimento di Aldo Moro e di lui si era parlato come dell'esecutore materiale dell'omicidio del leader della Dc. Nel 1993 però Mario Moretti lo discolpò e si assunse la responsabilità dell'omicidio in un libro-intervista con Rossana Rossanda e Carla Mosca. In quel periodo Gallinari uscì dal carcere per motivi di salute, legati in particolare a seri problemi cardiaci. Nel 1983, durante le fasi del processo di primo grado per la morte di Moro, viene colpito da due crisi cardiache e nel 1984 gli vengono applicati tre by-pass. Nel 1993 un nuovo ricovero per problemi coronarici, seguito da uno per ischemia cerebrale. Dopo un'ulteriore operazione nel 1997, la sospensione della pena per le precarie condizioni di salute. Nel marzo 2006 Bompiani ha pubblicato «Un contadino nella metropoli», il suo libro di memorie.

«L'AMICIZIA È RIMASTA SEMPRE» - «È una notizia brutta, di quelle che nella vita non vorresti mai sentire. In questi casi, soprattutto per noi, tutto diventa personale e deve restare solo personale». Così Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse, ha accolto la notizia. «Non avevamo più molti contatti, ci sentivamo una-due volte all'anno. È un po' per tutti noi: è difficile che sia rimasta una frequentazione. Ma l'amicizia è rimasta sempre».



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Redazione Online14 gennaio 2013 | 10:06

Pomigliano, nessun accordo sui 19 operai in mobilità

La Stampa

Fumata nera dopo un incontro di mezz’ora tra vertici della newco e sindacati
Fumata nera per l’accordo tra vertici della newco e sindacati all’ufficio regionale del lavoro di Napoli sulle 19 procedure di mobilità avviate da Fabbrica Italia Pomigliano il 31 ottobre. Lo rendono noto gli stessi esponenti di Fim, Uilm, Fismic e Ugl, al termine dell’incontro, durante il quale hanno ribadito il proprio `no´ ai 19 licenziamenti. Un incontro durato poco più di mezz’ora, durante il quale i sindacati hanno spiegato le ragioni della contrarietà ad un accordo sulla mobilità.

Cattura
«Niente lista di mobilità, né altri ammortizzatori sociali per i 19 lavoratori di Fabbrica Italia Pomigliano che rischiano il licenziamento già a partire da domani, alla luce del mancato accordo tra azienda e sindacati». È quanto rende noto Luigi Mercogliano, segretario regionale della Fismic, al termine dell’incontro con i vertici aziendali della newco, presso l’ufficio regionale del lavoro a Napoli.

«Tenuto conto che, secondo la legge, l’eventuale applicazione dei criteri di individuazione - ha spiegato Mercogliano - prevede l’anzianità di servizio dei soggetti da licenziare, si determinerebbe l’impossibilità per gli stessi ad accedere alle liste di mobilità o ad altri ammortizzatori sociali. La Fismic, insieme agli altri sindacati, ha espresso parere negativo ai licenziamenti, e chiesto all’azienda di individuare soluzioni alternative che consentano la gestione condivisa delle eccedenze di personale». Secondo i criteri disposti dalla legge sulle mobilità, potrebbero essere gli ultimi assunti a dover lasciare il proprio posto di lavoro, il che renderebbe meno salde le posizioni dei 19 lavoratori della Fiom, assunti su disposizione della Corte d’Appello di Roma, per far posto ai quali l’azienda ha avviato le procedure di mobilità’’. 

Ci legge, ma non ci capisce: querela "Libero" per un pezzo ironico

Libero

L'ex premier si infuria per il pezzo sul presunto allarme dei servizi italiani per i rapporti di Romano con la Cina

di Franco Bechis



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Quando si fa ironia e si riceve in cambio una minaccia di querela, o non ci si è fatti capire o chi querela ha scarso spirito. Diciamo che il colpevole sono io, che ho cercato - evidentemente senza farmi capire da Romano Prodi - di ironizzare sul presunto allarme dei servizi italiani in un rapporto rivelato da Repubblica a proposito dello sbarco a Milano dell’agenzia cinese di rating Dagong. Questa apertura di uffici che dovrebbe avvenire entro la prossima primavera viene descritta con toni da tregenda dagli 007 italiani, come dovessero calare i cosacchi sull'Italia.

Ho ricordato agli 007 che Dagong ha come principale consulente (ne hanno scritto tutti i giornali in tutto il mondo e per primo il China Daily) proprio Romano Prodi, un tipo che potrebbe sembrare un cosacco ogni tanto da come si veste, ma che è pur sempre stato presidente del Consiglio italiano e perfino presidente della commissione europea.

È naturale che con il suo profilo Prodi possa essere il consulente più ascoltato dalla Dagong quando si tratta di decidere investimenti in Italia. Non credo che per il professore bolognese questo possa essere un’offesa, visto che è un mestiere da lui esercitato per anni come consulente delle più grandi banche di affari internazionali. Nell’articolo ironizzavo per altro sullo stesso allarme degli 007 italiani: dovrebbero avere cose più importanti da fare che stare lì a mettere insieme rassegne stampa sulle acquisizioni cinesi di questi anni. Se a loro preoccupa la Dagong di cui è consulente Prodi, il professore dovrebbe cercare di convincerli del contrario, e se fosse il caso querelare i servizi segreti italiani e non Libero, che si è limitato a riportare il loro scritto, già pubblicato da Repubblica (come citato). 



Prodi, gli 007 italiani: è un pericolo per l'Italia

Libero

Surreale report dei nostri servizi su Repubblica: colpa sua per la calata della finanza cinese

10/01/2013
di Franco Bechis


Cattura
Allarme rosso! I servizi segreti italiani hanno tirato giù dal letto il presidente del Consiglio Mario Monti e già che c’erano anche il presidente del Copasir, Massimo D’Alema. Non c’è tempo da perdere, perché proprio mentre i politici italiani si baloccano con le elezioni, il nemico è pronto ad approfittarne e sta per infiltrarsi nella Regione più ricca del paese e con furbizia da lì si cuccherà una ad una le più belle aziende italiane, mettendo ko l’economia nazionale.

E chi è il nemico, la spia di segreti industriali intercettata dai valorosi 007 italiani? Un tipo da fare andare per traverso colazione, pranzo e cena sia a Monti che a D’Alema: Romano Prodi. Vero che nell’ultima relazione riservata dei servizi a governo e Copasir che lancia l’allarme sulla calata della finanza cinese in Italia il nome dell’ex premier italiano non viene mai fatto. Ma anche i bambini capiscono che a lui ci si riferisce quando nella relazione riservata i servizi italiani si inquietano per la prossima apertura a Milano della sede della «agenzia di rating cinese Dagong - global credit rating - arma strumentale per Pechino per la ricerca e valutazione di fattibilità degli investimenti in Italia».

Il Vaticano, le regole e l'antiriciclaggio

Corriere della sera


L'Europa, la Santa Sede e quella promozione mancata:il MoneyVal si è limitato a dare un giudizio di “insufficienza”, rinviando a una successiva riunione un'ulteriore valutazione, che dovrà tener conto non solo delle regole, ma anche della loro effettiva attuazione.


Cattura
Il Signor Bruelhart, direttore generale dell’Autorità di informazione finanziaria (Aif) della Santa Sede non capisce perché Bankitalia abbia deciso di bloccare i bancomat della Deutsche Bank in Vaticano. Come emerso nel corso di un'ispezione della Vigilanza della Banca d'Italia, Deutsche Bank Italia aveva stipulato una convenzione per lo svolgimento di sistemi di pagamento automatici (Pos) nell'ambito della Città del Vaticano, senza chiedere la prescritta autorizzazione alla stessa Vigilanza.

Autorizzazione chiesta successivamente, ma negata per le seguenti ragioni:
- assenza presso la Città del Vaticano di un idoneo sistema di regole e controlli di vigilanza bancaria e, quindi, della possibilità di scambio di informazioni tra le rispettive autorità di controllo;
- la Città del Vaticano non è presente nell'elenco degli Stati ritenuti equivalenti a quelli europei a fini antiriciclaggio.

Secondo il dottor Bruelhart, invece, lo Stato Vaticano avrebbe posto in essere adeguati sistemi di controllo, e incassato il giudizio positivo per la vigilanza sull’antiriciclaggio lo scorso luglio nella riunione plenaria del MoneyVal (il Comitato di esperti per la valutazione di misure contro il riciclaggio di capitali del Consiglio d'Europa).

Per quel che riguarda la normativa e i controlli bancari, bisognerebbe credergli sulla parola, poiché al momento sono del tutto assenti. Quanto all'antiriciclaggio, non è vero che il MoneyVal abbia promosso il Vaticano. Al termine di una riunione, disertata dai rappresentanti dell'Uif italiana (Unità di informazione finanziaria) in quanto diffidati dal Ministero dell’Economia (chissà perché…) dall'esprimere le proprie valutazioni negative, il MoneyVal si è limitato a dare un giudizio di “insufficienza”, rinviando a una successiva riunione un'ulteriore valutazione, che dovrà tener conto non solo delle regole, ma anche della loro effettiva attuazione.

Sotto il profilo antiriciclaggio, la definizione di un Paese extra Ue come “equivalente” a quelli comunitari, vuol dire che le banche extra Ue effettuano sui loro clienti una adeguata verifica, e che tale verifica è considerata valida dalle banche italiane. In assenza di equivalenza, l'adeguata verifica dev'essere effettuata dalle banche italiane sulla base delle informazioni fornite dalle corrispondenti banche extra Ue. In tale contesto, lo Ior ha più volte rifiutato le informazioni richieste dalle banche italiane presso le quali aveva aperto dei conti, preferendo chiudere tali conti e trasferire i relativi fondi in altri Paesi più disponibili.

All'affermazione che l'Aif vaticana ha stipulato protocolli d'intesa con altri Stati, si può replicare che l'Italia - come l'esperienza del passato dovrebbe aver insegnato - è l'unico paese effettivamente interessato alla regolarità dei comportamenti delle istituzioni finanziarie vaticane. Va inoltre considerato il fatto che è quasi impossibile realizzare all’interno della Città del Vaticano strutture pubbliche di controllo realmente autonome ed efficienti, proprio per le piccole dimensioni del suo territorio, e del suo apparato pubblico (le persone che decidono sono poche e frequentano la stesse stanze). Ciò rende molto probabile che le regole astratte vengano vanificate da comportamenti distorti e opportunistici.

MULTIMEDIA

Le società anonime occultano risorse al Paese
Le società anonime occultano risorse al Paese
Prodotti finanziari e trappole per clienti
Prodotti finanziari e trappole per clienti
Fine del contante, fine del sommerso
Fine del contante, fine del sommerso

Milena Gabanelli13 gennaio 2013 (modifica il 14 gennaio 2013)

Messico, il macabro esercizio dei narcos Amputate le zampe a centinaia di cani

Il Messaggero


Cattura
CITTA' DEL MESSICO - E’ tornato a giocare, anche se i narcotrafficanti messicani gli hanno amputato le zampe anteriori.E’ tornato a farlo grazie a delle protesi. E’ la storia del cane Pay de Limon, ospite del canile di Città del Messico, trovato quasi un anno fa in un bidone dell'immondizia senza le zampe anteriori. E' uno dei 128 cani vittime dei narcos di cui si sta occupando il canile.


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Domenica 13 Gennaio 2013 - 20:16
Ultimo aggiornamento: 20:24

Il mistero della blogger più famosa del mondo: senza nome né volto mostra solo il decolleté

Il Mattino

Scrive dalla Spagna, il suo nick è Aliciatetas: ha raggiunto i cinque milioni di contatti ma non se ne conosce l'identità


Cattura
MADRID - E' ormai conosciuta come la "blogger delle tette" (boob blogger) ma si presenta con lo pseudonimo di Alicia Young. Posta ogni giorno sul suo blog una foto che ritrae, in primo piano, il suo generoso decolleté, ripreso in diverse situazioni. Accompagna l'immagine con brevi testi che parlano di cose personali o propongono riflessioni su questioni di crisi nel suo paese. In questo modo Alicia Young, una giovane spagnola che non ha rivelato il suo vero nome o il suo volto, è diventata un vero e proprio fenomeno web in Spagna, con oltre 3 milioni di contatti registrati dal suo blog (dall'emblematico nome aliciatetas) e migliaia di fan.

Il sito Huffington Post in versione spagnola riferisce che in soli due mesi il blog di Alicia ha raggiunto oltre 3,5 milioni di visualizzazioni. Anche così ha attirato l'attenzione dei giornali internazionali come The Sun e The Daily Mail. Si conosce poco della sua identità: si sa che Alicia vive a Valencia, in Spagna, che è un ingegnere e che ha 31 anni di età. Nel suo profilo Facebook si legge: "Io vengo dalla terra del sole e del buon cibo, sono divertente e estroversa, ingegnere e ingegnosa. Se volete vedere la mia scollatura, seguitemi sul mio blog...". Oltre al suo seno, ripreso in lingerie o in abiti scollati, mai del tutto scoperto e, spesso, decorato con qualche scritta sopra e alle lunghe gambe di lei non si vede altro.

In un'intervista, Alicia ha rivelato che non mostra il suo volto a causa del suo lavoro. L'identità della ragazza che è dietro le scollature resterà dunque celata: "Perché, come tutti quelli che hanno una vita reale, ho un mio lavoro che è abbastanza serio". Sull'origine di questo blog circolano voci differenti. Secondo alcuni si tratterebbe di un banale stratagemma di una porno-professionista. Alicia ha negato l'accusa dichiarando al giornale Las Provincias: "Con il mio blog non voglio far altro che illuminare la vita delle persone e non fare del male a nessuno". Ha anche rivelato di aver ricevuto offerte economiche per il suo spazio in rete ma di non avere intenzione, almeno per ora, di fare soldi con il blog.

Il successo dell'iniziativa non smette di sorprendere la stessa Alicia: "Ho capito che qualcosa stava accadendo nel blog, quando, dopo 12 ore dal lancio, avevo raggiunto già più di 170.000 visite... pazzesco! Penso agli articoli che sono stati pubblicati in tutto il mondo, ai commenti e alle mail che ho ricevuto e resto senza parole ... ", ha scritto mercoledì 9 Gennaio, mentre nel pomeriggio di ieri ha scritto: "Sono andata a vedere le statistiche. Abbiamo superato i 5 milioni... mamma mìa!"

 
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La blogger senza volto, mostra solo il seno


domenica 13 gennaio 2013 - 12:12   Ultimo aggiornamento: 12:12

Macchinista ubriaco alla guida del treno bloccato sulla Orte-Fiumicino

Il Messaggero
di Riccardo Tagliapietra

L'allarme dato dai passeggeri perché il convoglio procedeva a scatti. L'accusato: ho bevuto solo una birretta


Cattura
«Ho bevuto solo una birretta». Davanti ai poliziotti c’è un uomo, 35 anni, romano. Ha appena soffiato dentro l’etilometro e in pochi secondi il risultatostampato sul rullino di carta lo inchioda: 2 milligrammi di alcol per litro di sangue. Lo hanno pizzicato gli agenti della Polfer mentre guidava ubriaco, non un’auto, ma il treno Regionale che da Orte porta a Fiumicino. Un convoglio con una decina di vagoni impegnato ogni giorno con più di 100mila pendolari. Ad accorgersi che qualcosa non andava sono stati proprio i passeggeri, spaventati dalle manovre un po’ troppo brusche del macchinista, che fermava e ripartiva dalle stazioni con spaventosi strattoni e allunghi generosi.

Tanto che alla stazione di Monterotondo il capo stazione, allertato dai clienti, ha fatto fermare il convoglio chiedendo l’intervento della polizia. Sono circa le 21 dell’altra sera. Il Regionale che porta a Orte-Fara Sabina è quasi a Monterotondo. Alle stazioni precedenti le manovre del macchinista hanno messo in allarme i pendolari. Strattoni, frenate brusche, rallentamenti lungo tutto il percorso. Tanto che qualcuno decide di allertare il capostazione. Il convoglio arriva a Monterotondo, rallenta, poi una brusca accelerata e una nuova frenata.

Ma il macchinista liscia la stazione e va lungo di un centinaio di metri. Tanto che per far scendere i passeggeri spaventati è costretto a una retromarcia fuori programma. Qualcuno pensa a un guasto, altri sono infuriati, perché questo disguido va ad aggiungersi a quelli che flagellano ogni giorno la Orte-Fiumicino. Il capostazione va in cabina di guida. Parla col macchinista. L’uomo, però, è completamente ubriaco, tanto che al ferroviere basta poco per capire, e decidere di chiedere aiuto.
Gli agenti della Polfer arrivano e bloccano il 38enne alla guida del treno. Serve un etilometro.

L’ALCOLTEST
Attraverso il 113 viene dirottata in stazione una pattuglia della polstrada. È una richiesta insolita. I poliziotti e l’etilometro arrivano a Monterotondo, il macchinista si sottopone alla prova: è completamente ubriaco. Viene fermato e denunciato alla procura della Repubblica. Per gli agenti avrebbe potuto far «sorgere il pericolo di un disastro ferroviario», come prevede il codice penale che contempla per queste violazioni, oltre a tutti gli «oneri» accessori, la reclusione fino a due anni. Il resto del suo futuro lo decideranno le ferrovie che lo hanno sospeso dal servizio. Il regolamento parla chiaro: a tutto il personale non è permesso bere alcolici. Nemmeno una, «semplice birretta», come ammesso dal macchinista. Anche se in questo caso, i dubbi sulla quantità di alcol ingurgitato, sono parecchi.


Domenica 13 Gennaio 2013 - 12:49
Ultimo aggiornamento: 12:52

Morto Carrea, addio all'ultimo gregario di Coppi

La Stampa

Se n'è andato nel sonno a 88 anni, nella sua abitazione di Cassano


Cattura
Addio all'ultimo "angelo" di Fausto Coppi: nella notte, all'improvviso, è morto Andrea "Sandrino" Carrea, 88 anni, una lunga carriera al fianco del Campionissimo. Era rimasto solo lui della pattuglia dei grandi corridori di quella straordinaria generazione, che aveva perso il leader indiscusso nel lontano 1960. In pochi anni, si erano spenti prima Ettore Milano e poi Franco Giacchero, adesso un malore ha portato via Carrea, memoria storica delle imprese del Campionissimo, che ancora pochi giorni fa, il 2 gennaio, a Castellania, aveva rievocato momenti della sua carriera accanto a Fausto. Andrea Carrea è morto verso le 4,30, probabilmente per un infarto: lascia la moglie Anna e il figlio Marco. I funerali verranno celebrati martedì.

Suicida a 26 anni Aaron Swartz, genio ribelle della Rete

Corriere della sera

Inventore del software Rss e del social network Reddit, era nel mirino delle autorità Usa per le attività di hackeraggio
Dal nostro inviato  MASSIMO GAGGI



NEW YORK - Geniale, depresso, sempre in corsa a perdifiato attraverso una realtà che non accettava o di cui amava deformare i contorni, Aaron Swartz - ideatore di RSS, uno dei formati più usati per la distribuzione di contenuti via web e cofondatore del sito di «social news» Reddit - ha deciso ieri di farla finita, togliendosi la vita a New York.

Cattura
Aveva appena 26 anni: solo un ragazzo, ma con sulle spalle già l'esperienza, i successi le contraddizioni e i conflitti di un'intera vita. Il suo contributo al software RSS l'aveva dato quando aveva appena 14 anni. Poi l'ingresso nella Stanford University e l'uscita, dopo appena un anno, deluso dall'atmosfera intellettuale che aveva trovato. Una storia fin qui simile a quella di altri geni della rete, come Steve Jobs. Ma la sua mente febbrile, probabilmente era anche più vulnerabile.

Sicuramente quella mente correva veloce, forse troppo veloce. E non si è mai fermata: proponendo continuamente idee nuove, come quelle alla base di Reddit (sito poi acquistato nel 2006 dall'editore Condé Nast, usato anche da Obama per rispondere alle domande dei giovani elettori), ma anche interpretando il ruolo del ribelle della rete. Prima l'attivista politico di Demanding Progress che si batte contro ogni forma di controllo o supervisione di Internet che bolla come censura. Poi l'hacker che infrange più volte la legge: arrestato nel 2011 a Boston per aver sottratto in modo fraudolento documenti riservati penetrando in computer protetti e successivamente incriminato per aver rubato milioni di documenti archiviati online dal Massachusetts Institute of Technology. Già in precedenza Swartz era finito nel mirino degli investigatori dell'Fbi che indagavano su varie effrazioni di casseforti informatiche, pur senza essere chiamato a rispondere di un reato preciso.

Inseguito dai fantasmi di una vita passata a innovare, a rompere gli schemi a frantumare perdendo la sensibilità del confine fra lecito e illecito, ma anche inseguito dalla sua depressione, Aaron raccontava i suoi tormenti, le battaglie psicologiche, sul suo blog. Dove aveva parlato anche della morte: «C'è un momento, immediatamente prima di quello in cui la vita non è più degna di essere vissuta, nel quale il mondo ti sembra rallentare attorno a te. Una miriade di dettagli ti appaiono all'improvviso, dolorosamente luminosi davanti ai tuoi occhi». Non è un post recente, è del 2007, ma questo testo che lui stesso aveva intitolato «Il momento prima di morire» ora guida le ricerche di chi cerca di capire le ragioni del suo gesto. Di Aaron Swartz ha parlato ieri anche suo zio, Michael Wolf: «Aaron osservava il mondo, ma intanto sviluppava una logica nel suo cervello che non riusciva necessariamente a riconciliare con quello che vedeva davanti a sé». Anche lui si interroga sui fantasmi tecnologici che hanno ucciso il nipote.

Massimo Gagg
i13 gennaio 2013 | 9:39

Ecco il casellario giudiziario di Travaglio, il grande inquisitore

Libero

Previti, Confalonieri, Del Noce, Schifani: ecco tutte le condanne per diffamazione subìte dal fondatore del Fatto Quotidiano

di Filippo Facci

La letterina con l’elenco delle condanne di Travaglio - letto molto parzialmente da Berlusconi - rimarrà nella piccola storia della nostra televisione come una nemesi straordinaria: le sedie e le parti invertite, lui che legge e l’altro non può replicare, il clima da mattinale di questura. A chi non è piaciuta, non piace Travaglio. Il che non toglie che i contenuti della lettera siano assolutamente veri.


Cattura
• Nel 2000 è stato condannato in sede civile per una causa intentata da Cesare Previti dopo un articolo su L’Indipendente del 24 novembre 1995: 79 milioni di lire, pagati in parte attraverso la cessione del quinto dello stipendio.

•  Nel giugno 2004 è stato condannato dal Tribunale di Roma in sede civile a un totale di 85.000 euro (più 31.000 euro di spese processuali) per un errore contenuto nel libro «La Repubblica delle banane» scritto assieme a Peter Gomez e pubblicato nel 2001. Nel libro, a pagina 537, così si descrive «Fallica Giuseppe detto Pippo, neo deputato Forza Italia in Sicilia»: «Commerciante palermitano, braccio destro di Gianfranco Miccicché... condannato dal Tribunale di Milano a 15 mesi per false fatture di Publitalia. E subito promosso deputato nel collegio di Palermo Settecannoli». Dettaglio: non era vero. Era un caso di omonimia tuttavia spalmatosi a velocità siderale su L’Espresso, su il Venerdì di Repubblica e su La Rinascita della Sinistra: col risultato che il 4 giugno 2004 sono stati condannati tutti a un totale di 85mila euro più 31mila euro di spese processuali; 50mila euro in solido tra Travaglio, Gomez e la Editori Riuniti, gli altri sparpagliati nel gruppo Editoriale L’Espresso. Nel 2009, dopo il ricorso in appello, la pena è stata ridotta a 15.000 euro.

• Nell’aprile 2005 eccoti un’altra condanna di Travaglio per causa civile di Fedele Confalonieri contro lui e Furio Colombo, allora direttore dell’Unità. Marco aveva scritto di un coinvolgimento di Confalonieri in indagini per ricettazione e riciclaggio, reati per i quali, invece, non era inquisito per niente: 12mila euro più 4mila di spese processuali. La condanna non va confusa con quella che il 20 febbraio 2008, per querela stavolta penale di Fedele Confalonieri, il Tribunale di Torino ha riservato a Travaglio per l’articolo Mediaset «Piazzale Loreto? Magari» pubblicato sull’Unità del 16 luglio 2006: 26mila euro da pagare; né va confuso con la citata condanna a pagare 79 milioni a Cesare Previti (articolo sull’Indipendente) e neppure va confuso con la condanna riservata a Travaglio dal Tribunale di Roma (L’Espresso del 3 ottobre 2002) a otto mesi e 100 euro di multa per il reato di diffamazione aggravata ai danni sempre di Previti, reato - vedremo - caduto in prescrizione.

•  Nel giugno 2008 è stato condannato civilmente dal Tribunale di Roma al pagamento di 12.000 euro più 6.000 di spese processuali per aver descritto la giornalista del Tg1 Susanna Petruni come personaggio servile verso il potere e parziale nei suoi resoconti politici: «La pubblicazione», si leggeva nella sentenza, «difetta del requisito della continenza espressiva e pertanto ha contenuto diffamatorio».

•  Nell’aprile 2009 è stato condannato dal Tribunale penale di Roma (articolo pubblicato su L’Unità dell’11 maggio 2007) per il reato di diffamazione ai danni dell’allora direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce. Il processo è pendente in Cassazione.

•  Nell’ottobre ottobre 2009 è stato condannato in Cassazione (Terza sezione civile) al risarcimento di 5.000 euro nei confronti del giudice Filippo Verde, che era stato definito «più volte inquisito e condannato» nel libro «Il manuale del perfetto inquisito», affermazioni giudicate diffamatorie dalla Corte in quanto riferite «in maniera incompleta e sostanzialmente alterata».

•  Nel giugno 2010 è stato condannato civilmente dal Tribunale di Torino (VII sezione civile) a risarcire 16.000 euro al Presidente del Senato Renato Schifani, avendo evocato la metafora del lombrico e della muffa a «Che tempo che fa» il 10 maggio 2008.

•  Nell’ottobre 2010 è stato condannato civilmente per diffamazione dal Tribunale di Marsala: ha dovuto pagare 15mila euro perché aveva dato del «figlioccio» di un boss all’assessore regionale siciliano David Costa, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e successivamente assolto in forma definitiva.

•  Ora la condanna più significativa. Si comincia in primo grado nell’ottobre 2008: il presunto collega beccò otto mesi di prigione (pena sospesa) e 100 euro di multa in quanto diffamò Previti. L’articolo, del 2002 su l’Espresso, era sottotitolato così: «Patto scellerato tra mafia e Forza Italia. Un uomo d’onore parla a un colonnello dei rapporti di Cosa nostra e politica. E viene ucciso prima di pentirsi».

Lo sviluppo era un classico copia & incolla, dove un pentito mafioso spiegava che Forza Italia fu regista di varie stragi. Chi aveva raccolto le confidenze di questo pentito era il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, che nel 2001 venne convocato nello studio del suo avvocato Carlo Taormina assieme a Marcello Dell’Utri. In quello studio, secondo Riccio, si predisposero cose losche, tipo salvare Dell’Utri, e Travaglio nel suo articolo citava appunto un verbale reso da Riccio.
E lo faceva così: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti».

E così praticamente finiva l’articolo. L’ombra di Previti si allungava perciò su vari traffici giudiziari, ma soprattutto veniva associato a un grave reato: il tentativo di subornare un teste come Riccio. Il dettaglio è che Travaglio aveva completamente omesso il seguito del verbale del colonnello. Eccolo per intero: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti. Il Previti però era convenuto per altri motivi, legati alla comune attività politica con il Taormina, e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria di Dell’Utri».  Il giudice condannò Travaglio ai citati otto mesi:

«Le modalità di confezionamento dell’articolo risultano sintomatiche della sussistenza, in capo all’autore, di una precisa consapevolezza dell’attitudine offensiva della condotta e della sua concreta idoneità lesiva della reputazione».  In lingua corrente: Travaglio l’aveva fatto apposta, aveva diffamato sapendo di diffamare. La sentenza d’Appello è dell’8 gennaio 2010 e confermava la condanna, ma gli furono concesse attenuanti generiche e una riduzione della pena. La motivazione, per essere depositata, non impiegò i consueti sessanta giorni: impiegò un anno, dall’8 gennaio 2010 al 4 gennaio 2011. Così il reato è caduto in prescrizione. «La sentenza impugnata deve essere confermata nel merito... (vi è) prova del dolo da parte del Travaglio». Il quale, ad Annozero, ha bofonchiato di un ricorso in Cassazione: attendiamo notizie.

L’America in coda per comprare armi in attesa del bando

La Stampa

Martedì le nuove regole della Casa Bianca. E il fucile del killer della scuola va a ruba

maurizio molinari
corrispondente da new york


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Armerie prese d’assalto in Iowa, file per acquistare fucili e munizioni in California, sgomitate fra i clienti in Wisconsin: gli americani affollano i negozi che vendono armi da fuoco in una corsa collettiva contro il tempo che ha fatto registrare in dicembre oltre 2 milioni di acquisti per anticipare le misure restrittive che l’amministrazione Obama annuncerà martedì. 
A riassumere la corsa alle armi è il dato mensile con cui la «National Shooting Sports Foundation» indica il numero di controlli eseguiti su cittadini americani che acquistano qualsiasi tipo di pistola, fucile o munizione.

In dicembre sono stati 2,2 milioni ovvero il 58,6% in più rispetto allo stesso mese del 2011 descrivendo una fenomeno omogeneo in tutti Stati Uniti. Per l’Fbi il numero degli acquirenti controllati nel 2012 è stato di 19,6 milioni, con un aumento del 19% sul 2011. Se alla fine del 2008 un più contenuto aumento della vendita di armi fu dovuto all’elezione alla presidenza di Barack Obama, per il timore di una generica limitazione del diritto di portare armi, in questa occasione il boom di acquisti segue il massacro di bambini a Newtown, in Connecticut, perché molti americani ritengono verosimile che il Congresso ripristini una misura specifica: il bando delle armi d’assalto, in vigore dal 1994 al 2004. E dunque vogliono assicurarsi di averne a sufficienza in casa. Questo spiega perché gli acquisti in dicembre si sono concentrati sul fucile semiautomatico AR-15, l’arma con cui Adam Lanza ha fatto strage nella scuola elementare «Sandy Hook» di Newtown.

Andando a parlare con i titolari di armerie, si trovano conferme a pioggia. Jack Smith, che vende fucili a Des Moines in Iowa, assicura al «New York Times»: «Se avessi avuto 1000 AR-15 li avrei venduti tutti, quando ho chiuso il negozio la gente batteva sul vetro per spingermi a riaprire, mostrandomi mazzette di banconote per farmi capire che volevano fare acquisti». A Simi Valley, in California, c’è la fila di fronte all’armeria perché persone come Bob Davis, 64 anni, pensano «il governo ci vuole togliere le armi e dunque è ora di comprarle».

Alle fiere di armi in Wisconsin il costo degli AR-15 è balzato da 500 dollari - prima della strage di Sandy Hook - a 1700 mentre a Saraland in Alabama i titolari dell’armeria aspettano il 15 gennaio, quando la task force guidata dal vicepresidente Joe Biden farà l’annuncio sulle misure restrittive, convinti che «ci porterà ottimi affari». A Wausau, Wisconsin, il Frederick Prehn, titolare del «Central Wisconsin Firearms», spiega che «in genere vendiamo 50 armi al mese ma in dicembre sono state 225».

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D’altra parte la «National Rifle Association», la lobby dei portatori d’armi, ha registrato 100 mila iscrizioni in più dall’indomani della strage toccando quota 4,2 milioni ed è convinta di poter raggiungere presto il traguardo di 5 milioni. E’ un pubblico che fa gola a tutti: il canale sportivo di Nbc, la tv liberal per eccellenza, ha confermato la sposorizzazione dello «Shot Show», la maggiore fiera di armi che inizia fra 48 ore a Las Vegas.

Per comprendere tale tendenza bisogna tener presente che il Secondo Emendamento alla Costituzione fu voluto dai «Padri Fondatori» per consentire ai cittadini di «portare armi» al fine di tutelarsi dal rischio di un «governo tirannico». All’epoca il riferimento era al ritorno dei colonialisti britannici ma da allora il timore ha accomunato conservatori, libertari e liberal assertori del bisogno di proteggersi dalla ipotetica minaccia di un governo che potrebbe diventare oppressivo, grazie alle armi di polizia e forze armate.

La Corte Suprema, in una sentenza del 2008, ha avvalorato tale interpretazione rifiutando di apporre limiti al Secondo Emendamento e dunque l’opera della task force di Biden è delicata. Da qui l’ipotesi che proceda su terreni dove il consenso popolare c’è: dall’aumento di controlli sugli acquirenti, per individuare criminali e malati di mente, a regole più rigide per l’industria del videogames affinché riduca messaggi violenti. Il sindaco di New York Michael Bloomberg è invece convinto che Obama adopererà anche i poteri presidenziali per misure rigide, bando incluso. In attesa le singole comunità reagiscono in ordine sparso. Ad esempio, nel distretto rurale di Montpelier, Ohio, le scuole hanno deciso di addestrare i bidelli all’uso di revolver per trasformarli in guardie armate ai cancelli, come deterrente anti-killer.

Giappone, morta la donna più vecchia del mondo: aveva compiuto 115 anni

La Stampa

Nata il 24 dicembre del 1987, Koto Okubo deteneva il primato di longevità dallo scorso dicembre. Ora il Guinness passa a un suo connazionale: Jiroemon Kimura

TOKYO

È morta Koto Okubo, classe 1897, la donna più vecchia del mondo. L’ultracentenaria ha esalato l’ultimo respiro in una casa di riposo a Kawasaki, sua città natale, dove vive anche il figlio. Lo riporta The Japan Times online.

Nata il 24 dicembre del 1987, la signora Okubo ha assunto il titolo record di longevità lo scorso dicembre dopo la morte negli Stati Uniti di Dina Manfredini, italo-americana di 115 anni. Adesso il Guinness passa ad un altro giapponese, Jiroemon Kimura, di 115 anni. Appena due giorni fa, in Afghanistan, è morta Hasano, una signora di 136 anni che però non era mai stata registrata nel Libro dei Primati Guinness

Moro e le lacrime di Prospero Gallinari dal “gruppo dell’appartamento” alle Br

La Stampa

la parabola dell’irriducibile che si iscrisse alla Fgci a 14 anni e prese le armi senza mai rinnegarle

La storia politica di Prospero Gallinari , morto oggi nel garage di casa, è strettamente legata alla vicenda del sequestro Moro, di cui è stato protagonista anche come uno dei carcerieri dello statista, con Anna Laura Braghetti, Mario Moretti e il `quarto uomo´, che sembra essere Germano Maccari. 


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La sua militanza comincia a 14 anni quando si iscrive alla Fgci reggiana e inizia a frequentare il circolo Gramsci, punto di ritrovo di due generazioni: la sua e quella dei partigiani. Con lui, Alberto Franceschini e Roberto Ognibene. Dopo i primi contrasti con la linea del partito nasce l’idea di ritrovarsi per proprio conto in un appartamento, in via Emilia San Pietro.

Alla fine degli anni ’60 il gruppo lascia il Pci. Nel novembre del 1969 Gallinari partecipa all’assemblea costitutiva del Cpm, il Collettivo politico metropolitano, a Chiavari. È dell’agosto 1970 il convegno di Pecorile, in provincia di Reggio Emilia, in cui vengono fondate le Brigate Rosse. Dalle quali Gallinari si allontana poco dopo, per seguire Corrado Simioni, che ha appena rotto con Renato Curcio. Nel 1973 ritorna, insieme a Mario Moretti. 

Operaio, verso il 1972 passa in clandestinità ed entra in contatto con il `Superclan´ di Corrado Simioni. `Gallo´, come è soprannominato Gallinari, ricompare il 6 novembre 1974 a Torino, quando è arrestato insieme ad Alfredo Buonavita, a bordo di un’ auto rubata, e si dichiara prigioniero politico. Nel maggio 1976 è tra i ventitré imputati del processo di Torino, per i fatti dal febbraio 1973 (sequestro Labate) a fine 1975 (il sequestro del giudice Sossi). Il 2 gennaio del 1977 evade dal carcere di Treviso insieme ad altri dodici detenuti per reati comuni.

Arriva a Roma nell’aprile del 1977 e si unisce alla Colonna romana. Il 16 marzo 1978 partecipa alla strage di Via Fani e al sequestro di Aldo Moro. È tra gli inquilini di Via Montalcini, insieme ad Anna Laura Braghetti e a Mario Moretti. Gallinari viene arrestato il 24 settembre 1979 da personale della Questura, mentre nel centro di Roma monta una targa falsa a un’auto rubata. Nel conflitto a fuoco, le forze dell’ordine lo colpiscono alla testa. Con lui c’è la compagna Mara Nanni. Tra i documenti sequestrati a Gallinari, un piano particolareggiato per un’incursione di brigatisti sull’isola dell’Asinara, allo scopo di provocare una evasione in massa dei detenuti politici. Durante gli anni di prigionia, non ha mai collaborato con i magistrati. 

Il 23 ottobre 1988, dal carcere di Rebibbia, Gallinari e altri brigatisti rossi, tra cu Francesco Lo Bianco e Bruno Seghetti, inviano alla stampa un lungo documento per dire che la «guerra è finita» e lo Stato «ha vinto». Il 24 dicembre 1988, in un altro documento affermano che tutti i militanti delle formazioni armate sono stati arrestati. Nella metà degli anni Novanta, a causa di gravi motivi legati alla salute, dopo quindici anni di prigione Gallinari ottiene i primi permessi premio per poter tornare a casa. Il primo dicembre 1990, il Tribunale di sorveglianza di Torino respinge la richiesta di differimento della pena avanzata da Gallinari, affetto da disturbi cardiaci. Nel 1996 la pena viene sospesa. 

Il 2 gennaio 1977, quando manca meno di un mese alla sua scarcerazione per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva, Gallinari evade dal carcere di Treviso con altri 12 detenuti, tra cui Vincenzo Andraus, il `boia delle carceri´. Nel 1978 Gallinari, che nel frattempo si guadagna la fama di `capo militare delle Br´, partecipa al rapimento di Aldo Moro in via Fani. Gallinari sarà arrestato nuovamente il 24 settembre 1979, a Roma, nel quartiere Appio, dopo una sparatoria con la polizia, nella quale viene ferito gravemente. Sottoposto ad un intervento chirurgico al cervello, riesce a riprendersi. Il 24 agosto 1981, nel supercarcere di Palmi, sposa Anna Laura Braghetti. Il 24 gennaio 1983 è condannato all’ ergastolo nel primo processo per il rapimento Moro (sentenza poi confermata nei processi successivi). Nello stesso anno è colpito da due crisi cardiache. L’1 ottobre 1984, dopo un infarto, è operato al cuore e gli vengono applicati tre by-pass.

Gallinari fa parte degli irriducibili del terrorismo fino al 23 ottobre 1988, quando, senza pentimenti o dissociazioni, firma con altri detenuti un documento che riconosce che «la lotta armata contro lo Stato è finita». L’1 dicembre 1990 il tribunale di sorveglianza di Torino respinge la richiesta di differimento della pena e il 21 marzo 1991 la Corte di Cassazione respinge il suo ricorso. Nel marzo 1993, dopo un’ altra crisi cardiaca, è ricoverato al Policlinico di Roma, dove è sottoposto a terapia intensiva nell’unità coronarica. Poi, un nuovo ricovero all’ospedale Umberto I per ischemia cerebrale e un altro nel ’97 all’ospedale reggiano S.Maria Nuova per l’ applicazione di un defibrillatore. In seguito ha ottenuto la sospensione della pena per le precarie condizioni di salute; da anni era tornato a vivere a Reggio Emilia.

È stato considerato per molto tempo l’esecutore materiale dell’ uccisione di Moro, secondo le testimonianze di diversi pentiti, nessuno dei quali però ha partecipato alla gestione del covo di via Montalcini a Roma. In un’intervista Mario Moretti si è poi addossato la responsabilità dell’uccisione e Adriana Faranda ha raccontato che, quando Moro lo salutò, il `duro´ Gallinari pianse. Gallinari, nonostante non corrispondesse alla descrizione fatta dai testimoni, fu ritenuto l«ing.Altobelli’, intestatario dei contratti di via Montalcini e lui stesso, in un’intervista dell’’89 a `Tg1 Sette´, aveva ammesso di essere Altobelli. Questa identificazione è stata invece successivamente esclusa sia da Moretti sia da altri ex terroristi. Sempre Gallinari, secondo il pentito Antonio Savasta, brucio’ le carte di Moro rimaste in mano ai brigatisti, durante una riunione a Moiano, in Umbria. 

Nel marzo 2006 esce per Bompiani `Un contadino nella Metropoli´, libro di memorie scritto di pugno da Gallinari. «Eravamo in guerra - raccontava l’ex terrorista - come quei poveri ragazzi mandati in Vietnam. Il contesto nazionale e internazionale era questo. Tutto è partito dal movimento operaio. Alle nostre manifestazioni per una migliore condizione sociale, contro la disoccupazione, lo Stato ha risposto con le azioni di polizia, con le cariche. Le forze reazionarie hanno risposto con la strage di Piazza Fontana. A quel punto, non potevamo fare altro, a nostra volta, che rispondere con le armi. Una vera e propria dichiarazione di guerra».

Finisce con un fiasco totale il blitz francese per liberare un loro agente tenuto in ostaggio dagli shebab in Somalia

Corriere della sera

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L’attacco è avvenuto intorno alle due di notte. Cinque elicotteri francesi provenienti da una nave militare al largo della costa volando sul pelo dell’acqua sono comparsi nel cielo di Bula Marer, un villaggio a una trentina di chilometri a sud di Merka, nel Basso Shebele, zona controllata dai miliziani islamici Al Shebab. Si sapeva che in quell’area i fondamentalisti avevano un campo d’addestramento. Ma nessuno era al corrente che lì fosse tenuto prigioniero l’agente francese Dennis Allex (tra l’altro non è questo il suo vero nome).

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“La battaglia è durata almeno 45 minuti – ha raccontato al Corriere – un agente dei servizi segreti somali e ci sono stati parecchi morti tra i jihadisti. I francesi hanno perso uno dei loro uomini e un altro è sparito. Non si sa bene se sia morto, se si nasconda da qualche parte o se sia stato catturato”.

Quest’ultima è l’ipotesi più probabile perché il comunicato twittato dagli shebab a metà mattina già rivendicava il sequestro del soldato francese.  Confusione anche sull’ostaggio che si tentava di recuperare: è stato ucciso dai suoi carcerieri, come sostiene Parigi, o invece è vivo e forse al momento dell’attacco non si trovava neppure a Bula Marer, come sostengono gli shebab?

Il ministro della difesa francese Jean-Yves Le Drian in una conferenza stampa in mattinata ha sostenuto che il tentativo di liberare Dennis Allex non aveva nulla a che fare con le operazioni in Mali. Ma viene spontaneo immaginare che con tutta probabilità gli islamici somali avrebbero vendicato i loro confratelli che combattono nel Sahara, prendendosela con l’ostaggio nelle loro mani. Inoltre è stato accertato che shebeb somali nelle scorse settimane hanno raggiunto il nord del Mali per unirsi ai gruppi islamici che lo occupano.

In un comunicato gli shebab dileggiano i francesi e il loro tentativo di liberare il loro connazionale:“Hanno attaccato un edificio dove speravano di trovare Allex ma la loro missione si è trasformata in un disastroso fallimento. L’ostaggio è vivo e sta bene e sarà giudicato entro due giorni”, hanno sentenziato gli shebab in un comunicato.

Ma non solo. I fondamentalisti somali accusano François Hollande di non aver voluto intavolare trattative per liberare il suo uomo, come aveva spiegato recentemente un leader shebab, Sheikh Mus’ab Abdul Wadud, che aveva lanciato un ammonimento: “Non cercate di liberare Allex, ma piuttosto sedetevi a trattare”.

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Hollande invece ha sostenuto esattamente il contrario e che cioè erano stati gli islamici a non voler negoziare. In realtà gli shebab – subito dopo la cattura – avevano posto sì delle condizioni, ma inaccettabili, per esempio il ritiro del contingente dell’Unione Africana dislocato nell’ex colonia italiana. Hollande ha confermato poi in televisione che “Dennis Allex è stato assassinato”.

“Questa operazione – ha infine ammonito – conferma la determinazione di combattere il terrorismo”.

Dennis Allex era stato catturato a Mogadiscio il 14 luglio 2009  da un commando legato a uno dei ministri dell’ex governo somalo. Assieme a lui era stato prelevato un altro agente francese Marc Aubriere. I due si erano registrati all’albergo Sahafi come giornalisti . In realtà avevano il compito di addestrare le truppe somale. Meno di un mese dopo Marc Aubriere era tornato libero in circostanze misteriose.


Massimo A. Alberizzi
twitter @malberizzi
malberizzi@corriere.it

In alto Dennis Allex come appariva in un video diffuso in ottobre. In basso shebab in perlustrazione

Ritirato il permesso di soggiorno finita la favola del marocchino eroe

Il Mattino

Il documento era stato rilasciato dal ministero dell'Interno per motivi umanitari dopo il salvataggio di una famiglia finita in un canale del Fucino


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AVEZZANO - Al marocchino eroe, Adoiou Abderrahim, 48 anni, arrestato di nuovo per droga, è stato ritirato ufficialmente il permesso di soggiorno che gli era stato dato da Ministro degli Interni per motivi umanitari dopo aver salvato una famiglia finita in un canale del Fucino.

Intanto domani alle 12 dovrà presentarsi, assistito dall’avvocato Roberto Verdecchia, davanti al Gip del tribunale di Avezzano nel corso dell’udienza di convalida.
Lo straniero aveva commosso l’Italia ottenendo un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Poi, però, qualche settimana dopo, l’arresto per essere stato trovato con dell’hashish da spacciare e l’altro giorno un nuovo guaio per essere stato trovato in casa con 50 grammi di hashish. Udienza di convalida anche per il fratello, Rachid Adoiou 34 anni e una ragazza straniera.

domenica 13 gennaio 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 11:11

Dall'Irlanda all'Australia: il sogno è un matrimonio sul lago d'Orta

La Stampa

Nel 2012 boom di nozze nella suggestiva cornice dell'isola dell'Alto Novarese. E c'è chi spende tremila euro per sposarsi a mezzanotte

marcello giordani


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C’è la coppia scozzese che si è sposata con gli invitati e i testimoni, oltre allo sposo, rigorosamente in kilt e con l’accompagnamento delle cornamuse. Gli australiani invece hanno pensato che il clima sul lago d’Orta fosse quello di Sidney ed hanno scelto bermuda e maglietta per dire sì. Una coppia napoletana è arrivata e partita in Vespa mentre gli inglesi vogliono a tutti i costi arrivare a Villa Bossi, sede del muncipio, in barca dall’isola, con tanto di accompagnamento musicale a suon di violino. L’anno scorso i fidanzati che hanno scelto di sposarsi civilmente ad Orta sono state 82, un numero record: tra loro anche il regista del Dottor House, che ha impalmato una produttrice americana di teatro.

Quest’anno Villa Bossi sarà al centro di una lunga fase di restauro, che interesserà il tetto e la facciata, e il Comune ha deciso che ci si potrà sposare anche al Palazzotto di piazza Motta, proprio nel cuore del borgo storico tra i più belli d’Italia. «Il fatto che tante coppie straniere scelgano Orta come luogo per le nozze - dice il sindaco Cesare Natale - la dice lunga sulla capacità di attrazione che ha la nostra località, apprezzata e conosciuta in tutto il mondo. Il Palazzotto offrirà una location suggestiva ulteriore per gli sposi». Degli 82 matrimoni, 35 sono stati di coppie straniere, in stragrande maggioranza di inglesi ed irlandesi. Sono loro a scegliere come giornata preferita per le nozze il venerdì, mentre il sabato è il giorno più gettonato dagli italiani.

Sposarsi ad Orta non costa pochissimo, ma per il 2013 l’amministrazione comunale ha deciso di non applicare aumenti alle tariffe: dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18, il costo è di 600 euro; se si sceglie il sabato, dalle 9 a mezzogiorno sono 800 euro, il pomeriggio, dalle 12 alle 18, si sale a mille euro. La domenica è il giorno più salato, mille e 200 euro. Se qualcuno vuole strafare e punta al matrimonio straromantico con la luna e la vista dell’isola, mano al portafoglio, perché un sì pronunciato tra le sei di sera e mezzanotte ha un costo di tremila euro. Per chi ci vuole aggiungere il tocco musicale, la barca, e un addobbo floreale degno di Orta, allora il prezzo sale di parecchio. Ma quasi tutte le coppie chiedono violini e barca dall’isola con foto e filmino, perché al ritorno a Sidney, a Manchester o a Dublino, tutti rimarranno innamorati di un panorama impagabile come quello con San Giulio sullo sfondo.


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Il Lago d'Orta conquista gli inglesi 






Viaggio nel tempo: in locomotiva da Torino a Orta

Altra immolazione in Tibet E’ la prima del nuovo anno

La Stampa

La vittima è un ragazzo:dal febbraio del 2009 sono 96 le persone che si sono tolte la vita per protestare contro le politiche di Pechino

ROMA


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Un giovane tibetano di 19 anni si è immolato ieri per protestare contro il controllo cinese del Tibet, portando a 96 il numero delle immolazioni dal febbraio 2009. Quella di ieri è la prima immolazione del 2013. Secondo le informazioni, Tseba, di 19 anni, si è dato fuoco nella città di Achok, nella prefettura di Kanlho (Gannan per i cinesi), nella provincia cinese del Gansu, alle 13 circa di ieri, morendo sul posto a causa delle ferite riportate. Dandosi fuoco, il giovane ha urlato slogan per la liberazione del Tibet dall’occupazione cinese e in favore del ritorno del Dalai Lama. Il corpo è stato consegnato alla famiglia. L’area nella quale il giovane si è dato fuoco è stata già teatro di molte immolazioni nell’anno scorso, che è terminato con un bilancio di 81 di questi atti estremi, il più alto da quando, nel febbraio 2009, è cominciata questa forma di protesta contro la Cina. L’ultima immolazione risaliva al 9 dicembre scorso.

Le immolazioni sono riprese nonostante le autorità cinesi abbiano rafforzato i controlli nelle aree tibetane, offrendo anche ricompense economiche e taglie per ottenere informazioni. Non solo: da diverso tempo, le comunicazioni nelle aree tibetane cinesi sono a singhiozzo, mentre in alcune sono state tagliate. Non funzionano reti cellulari e telefoniche, inesistenti i collegamenti internet. Nei giorni scorsi agenti di polizia hanno anche sequestrato in case e monasteri (come era già successo a dicembre) antenne satellitari e ricevitori, per vietare ai locali di poter seguire trasmissioni straniere. Il leader spirituale dei buddisti tibetani, Il Dalai Lama, in esilio dal 1959 a Dharamsala nel nord dell’India, la scorsa settimana ha chiesto alle autorità di Pechino di capire le ragioni di questi atti, respingendo le accuse, rivoltegli dal governo cinese, di essere dietro a questi atti estremi. Per il leader tibetano, le immolazioni sono indice della disperazione a cui i tibetani sono stati trascinati dalla politica di disinformazione e di censura operata da Pechino, che annienta la cultura tibetana nelle aree.

Le Femen a seno nudo a San Pietro contro il Papa e per i gay

Il Messaggero


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ROMA - «Homophobe, shut up (Omofobo, stai zitto)!»: con questo grido, in lingua inglese, rivolto al Papa, alcune attiviste del gruppo femminista «Femen» si sono denudate rimanendo a seno nudo in piazza San Pietro, durante l'Angelus celebrato da Benedetto XVI. Le donne, che avevano dipinto sul torace la frase «In gay we trust», sono state subito raggiunte da poliziotti e carabinieri, che le hanno coperte e portate in questura.



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La attiviste di Femen a seno nudo contro il Papa (foto Toiati/Livieri)


Domenica 13 Gennaio 2013 - 14:25

Gb, uccelli selvatici a rischio per i gatti domestici

La Stampa

zampa


I volatili britannici sono minacciati da milioni di felini predatori accolti nella case britanniche


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Gli animali domestici sono i migliori amici dell’uomo ma tra i peggiori nemici degli uccelli. Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Plos One mostra che i gatti domestici sono diventati una seria minaccia per la sopravvivenza delle specie native di uccelli e per la salvaguardia degli ecosistemi naturali nel Regno Unito. Lo studio «Spatio-Temporal Variation in Predation by Urban Domestic Cats (Felis catus) and the Acceptability of Possible Management Actions in the UK» è stato promosso da Rebecca Thomas dell’Università di Reading.

Gli uccelli selvatici britannici sono minacciati da milioni di felini predatori accolti nella case in Uk. Secondo i ricercatori, i proprietari dei gatti dovrebbero fare più attenzione a inibire gli attacchi dei pet a quattro zampe rivolti ai volatili. Lo studio dimostra che i gatti domestici sono in parte responsabili del declino di molti uccelli selvatici nativi britannici. Una minaccia che sta aumentando negli ultimi anni con l’incremento delle «presenze feline» nelle case in molte città. «Gli uccelli che vivono in queste aree urbane affollate di gatti - ha spiegato la Thomas - devono fronteggiare una minaccia costante. I nostri risultati dimostrano che ogni gatto ammazza in media 18,3 uccelli ogni anno».