giovedì 17 gennaio 2013

Il telelavoro di Bob, programmatore assenteista

Corriere della sera

La truffa è stata scoperta dopo un'indagine interna: si pensava a un virus. E' stato licenziato in tronco

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E’ stato bello fin che è durato. Poi un controllo nei sistemi di sicurezza ha messo fine alla truffa, che pare andasse avanti da mesi. Protagonista della storia, un programmatore di software quarantenne, noto solo come “Bob”, che, stufo di passare la giornata alla scrivania arrovellandosi fra codici e numeri, ha dato un nuovo significato all’espressione “telelavoro”, togliendo di fatto il lavoro (che faceva però fare ad altri, spacciandolo poi per suo e ricevendo pure elogi per la sua dedizione e la sua bravura).

L'APPALTO - In pratica l’uomo – descritto come tranquillo e anonimo, di quelli per intenderci che non ti giri a guardare due volte in ascensore – aveva appaltato il suo noioso lavoro d’informatico ad un’azienda di Shenyang, in Cina, che ogni giorno, grazie ai codici di autenticazione che lui stesso aveva provveduto a far recapitare dall’altra parte del mondo tramite FedEx, si collegava in remoto al server VPN (acronimo per Virtual Private Network) della ditta americana del softwerista e svolgeva tutti i suoi compiti, mentre nel frattempo “Bob” passava la giornata a farsi i fatti suoi online (guardando video dedicati ai gatti su Youtube, aggiornando i profili Facebook e LinkedIn e navigando in eBay e Reddit). Non solo.

IL REPORT - A fine giornata dalla Cina arrivava pure un report con l’elenco degli interventi eseguiti, così che il programmatore potesse fare la sua bella relazione giornaliera ai capi. Risultato: trimestre dopo trimestre, le quotazioni di “Bob” all’interno dell’azienda erano cresciute a tal punto che i vertici lo consideravano ormai il miglior softwerista della compagnia, salvo però doversi ricredere in fretta. A far scoprire il trucchetto di “Bob” è stata proprio la connessione VPN aperta con Shenyang dalla sua postazione lavorativa e attiva regolarmente da mesi, che ha insospettito i responsabili della rete interna che, temendo la presenza di un virus o una violazione dei loro sistemi di sicurezza, hanno quindi fatto fare un controllo al Verizon Risk Team. E la verità è stata a dir poco sconcertante per tutti.

LE CREDENZIALI - «Il punto focale della nostra indagine è stato lo stesso programmatore – ha spiegato Andrew Valentine di Verizon in una nota sul Security Blog – le cui credenziali erano state utilizzate per creare e mantenere aperta la connessione con la Cina e far così credere che l’impiegato stesse regolarmente lavorando alla sua scrivania dalle 9 alle 5, quando in realtà passava tutto il tempo a navigare online, come si è poi scoperto analizzando una sua tipica giornata di lavoro. Ulteriori ricerche nel computer dell’uomo hanno poi permesso di scoprire centinaia di fatture in pdf emesse per la compagnia cinese, mentre un successivo controllo della cronologia web ha fatto venir fuori tutta la storia». Manco a dirlo, l’intraprendente “Bob” è stato licenziato in tronco.


Simona Marchetti
17 gennaio 2013 | 15:52

L'asino è vivo, Google è innocente»

Corriere della sera

Una foto che mostra l'animale a terra dopo il passaggio di un'auto della Big G scatena l'accusa. Poi la chiarificazione
MILANO - Le foto, alla fin fine, possono davvero mentire: c'è un asinello a terra in mezzo a una strada in Sudafrica. È stata scattata da una delle auto di Street View. La schermata delle mappe online di Google non lascerebbe dubbi. La «scena del crimine» e la «vittima» investita e poi abbandonata in Botswana, hanno suscitato un vivace dibattito su internet: «Google ha ucciso un asino». Mountain View si è vista costretta a una smentita ufficiale. Ma cosa è realmente accaduto?



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COLPEVOLE O INNOCENTE - Premettiamo: l’asino sta benissimo e non c'è nessun automobilista spietato a Google. Ma partiamo dall’inizio: il 14 gennaio, su Twitter, alcuni utenti accusano Google di aver investito un povero asinello. Pubblicano un link alle foto incriminate. E l'accusa è subito chiara: «Cattiva Google!». Dalle istantanee provenienti dalle mappe, infatti, si vede tra nuvole di polvere «l’animale ferito». Ulteriori scatti, inoltre, lo mostrano mentre cammina tranquillo su una strada del villaggio di Kweneng prima del passaggio di una Google Car. Il dubbio che Google sia colpevole potrebbe venire. E infatti, le reazioni nella blogosfera alle «foto choc» non si fanno attendere. Gli animalisti salgono sulle barricate, il clamore in Rete è grande.

«BAGNO DI SABBIA» - La versione reale però pare sia tutt'altra. Mercoledì sera, il portavoce della Big G assicura attraverso un post nel blog della società che in realtà «l’asino sta benissimo, non è stato ferito». Con ironia aggiunge: «Il nostro team di Street View ha a cuore sia le persone sia gli asini». Per provare la propria innocenza, Google rilascia le immagini interne di quelle riprese, ovvero i dati grezzi. Le foto svelano subito il «mistero» e mostrano quanto realmente accaduto. Come? Seguono l’ordine esatto degli eventi. «Le fotografie vengono scattate a 360 gradi. Guardando quelle foto, sembra che la nostra auto abbia investito un asino, ma non è così», scrive Kei Kawai di Street View. «L’asino era sdraiato sulla carreggiata, forse faceva un bagno di sabbia, chi può dirlo, in ogni caso le foto sono state scattate prima che l’asino vedesse l’auto avvicinarsi, si alzasse e si facesse da parte. Posso confermare che l’animale è vivo e vegeto!»

GUIDA A SINISTRA - Un ulteriore indizio a conferma della non colpevolezza di Google: nel Paese sudafricano la guida è a sinistra. Dunque, guardando le foto in quest’ordine, l'animale è dapprima disteso a terra e pochi istanti dopo si trova sul ciglio della strada. C'è da sottolineare che una collisione in senso contrario avrebbe quasi sicuramente fatto sbandare l’auto. Inoltre, l’incidente con l’asino (gli animali pesano in media 250 chilogrammi) avrebbe lasciato evidenti tracce sulla strada e sulla macchina.



Google e l'asino (17/01/2013)
 
Elmar Burchia
17 gennaio 2013 | 15:49

Salvatore Borsellino molla Ingroia «Le liste fatte con vecchie logiche»

Corriere della sera

La rottura per la collocazione in lista dei giovani delle «agende rosse» a favore di uomini di partito
Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso in Via D'Amelio, prende le distanze da Antonio Ingroia e dal suo movimento «Rivoluzione Civile». Anche se «con rammarico» afferma che non sosterrà la lista capeggiata dall'ex procuratore aggiunto a Palermo. «Difficilmente -afferma- potrò confermare quell'appoggio che, dopo alcune perplessità iniziali, avevo dato alla lista. Probabilmente qualcuno era interessato unicamente alla mia candidatura e una volta venuta a cadere questa ipotesi, non ha ritenuto di volere dare fiducia ai giovani da me indicati».


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SU FACEBOOK - Una rottura clamorosa visti anche i rapporti che Ingroia aveva con Paolo Borsellino. Il fratello del magistrato ha affidato il suo sfogo a Facebook dopo che i due candidati del movimento delle agende rosse da lui indicati erano stati relegati dietro esponenti di partito, agli ultimi posti e senza possibilità di essere eletti. «Giovani - afferma Salvatore Borsellino - che pure hanno sempre profuso il loro impegno civile anche a sostegno di quei magistrati che, continuando a indossare la loro toga vanno in cerca della verità e della giustizia».

GIOVANI ESCLUSI - E aggiunge con amarezza: «Avevo pensato di dovere aspettare la pubblicazione delle liste» ma non si può che prendere atto che «i due rappresentanti del mio movimento che, insieme a tanti altri giovani, mi avevamo dato la disponibilità ad essere candidati nella lista di Rivoluzione Civile e che io avevo indicato come elementi di punta per il loro curriculum, per le loro qualità intrinseche e per l'impegno, non hanno trovato posto nella lista Ingroia se non posposti, e non di poco,ad altri nomi sia di politici che della società civile». I primi «in base alle contrattazioni di vecchio stampo tra i partiti componenti la lista», i secondi «scelti in base alla notorietà ed alla visibilità mediatica che non sempre coincidono con l'impegno civile».

LA REPLICA - Immediata la replica di Ingroia. «Nutro grande stima, affetto e riconoscenza per l'impegno e la passione profusi in questi anni da Salvatore Borsellino nella lotta per la verità sulle stagioni più buie della nostra storia -afferma- conoscendolo, capisco anche il suo disappunto per il fatto che la lista civica che abbiamo organizzato contiene anche, al suo interno, esponenti di punta di partito, ma Salvatore deve sapere che noi non siamo antipolitica. Noi crediamo nella possibilità di mettere insieme le energie migliori della società civile e della buona politica. Quegli stessi partiti che hanno combattuto dentro e fuori il Parlamento la battaglia per la verità sulla trattativa Stato-mafia e sulla stagione delle stragi».

INGENEROSO - E poi l'invinto a riconsiderare i giudizi durissimi. «Chiedo a Salvatore Borsellino di avere pazienza, verificando che i nomi inseriti nelle nostre liste certamente non sono stati scelti in base alla notorietà e alla visibilità mediatica, ma selezionati in base a storie lunghe e dolenti di impegno civile, spesso segnate da tragedie come quella di Salvatore. Un solo nome per tutti, Franco La Torre. Chiedo a Salvatore quindi di rispettare questi nomi e questi nostri candidati. Non meritano di essere considerati scelti "in base alle contrattazioni di vecchio stampo tra i partiti componenti la lista". Sarebbe ingeneroso da parte sua».



Ingroia: «Grasso? Voleva dare premio a Berlusconi» (29/12/2012)

Ingroia: «Non sono l'uomo della provvidenza» (29/12/2012)

Ingroia in politica, "Nasce un nuovo polo alternativo a Berlusconi e Monti" (21/12/2012)Redazione Online17 gennaio 2013 | 14:36

Il rapitore di Calevo era già stato graziato 2 volte

Federico Casabella - Gio, 17/01/2013 - 07:50

Genova - Due volte graziato da due diversi presidenti della Repubblica. Un uomo particolarmente fortunato, se non un vero e proprio recordman.
 
E, a quanto pare, non un uomo condannato per errori giudiziari o scambi di persone. Ma un reprobo.


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Parliamo di Pierluigi Destri, il capo della gang che lo scorso dicembre ha sequestrato l'imprenditore spezzino Andrea Calevo che venne segregato per due settimane nella cantina di una villetta di Sarzana. L'organizzatore di quel sequestro è tornato in carcere lo scorso 31 dicembre, poco dopo la liberazione dell'ostaggio. Sì un ritorno perché Destri, professione costruttore residente a Sarzana, le porte della galera se l'era viste spalancare più volte durante la sua vita ma, con altrettanta curiosa «fortuna», in un paio di occasioni era riuscito ad uscire «pulito» dalle sue pendenze grazie a provvedimenti ad personam.

A scoprirlo è un'inchiesta de Il Secolo XIX che riporta le due grazie concesse nel tempo al rapitore-costruttore. La prima è riferita al 28 ottobre 1971. L'uomo, all'epoca quasi trentenne, finisce dietro le sbarre per avere dato fuoco ad un locale pubblico: nessuna spiegazione nel verbale della polizia su quali siano i motivi che spingono Destri all'attentato incendiario. Il sarzanese si becca tre anni di pena da scontare ma, in un contesto storico particolare per l'Italia, schiacciata tra la rivoluzione sessantottina e le stragi di stampo terroristico, due anni gli vengono concessi per via dell'indulto, mentre uno viene annullato per decisione dell'allora Capo dello Stato Giuseppe Saragat che lascia l'uomo in libertà.

Dal 1971 al 1977, passano sei anni e Pierluigi Destri torna ad avere guai con la giustizia questa volta accusato di truffa ed emissione di assegni a vuoto. Anche in questo frangente viene condannato a quattro mesi di carcere ma anche in questa situazione un provvedimento ad personam lo salva dalla pena. A sedere sulla poltrona più alta del palazzo del Quirinale è Giovanni Leone che decide di rimetterlo in libertà.

Ma la doppia grazia non basta a Pierluigi Destri che torna nuovamente in carcere per avere realizzato in maniera totalmente abusiva una villetta a Sarzana, la stessa dove il mese scorso nascose Andrea Calevo, che gli viene sequestrata ma che continua a frequentare costringendo i carabinieri a mettergli le manette ai polsi.

Sconta la sua pena, questa volta non c'è nessun intervento del Capo dello Stato, ma nel 2005 rieccolo nei guai per una mazzetta offerta ai funzionari del comune di Ameglia che vennero profumatamente pagati in cambio del via libera ad una serie di licenze edilizie. Nel 2009 Destri si trova nuovamente sotto indagine. Questa volta con l'accusa di omicidio per la scomparsa di uno degli operai alle sue dipendenze a cui il costruttore doveva novemila euro di arretrati. Ma adesso difficilmente potrà sperare in una ennesima grazia.

Soldi dei poveri alle Maldive Per costruire pannelli solari

Franco Battaglia - Gio, 17/01/2013 - 07:48

L'arcipelago delle vacanze d'oro affonda? Un'università di Milano vuole salvarlo con le lampadine "eco". E i soldi ce li mette la Caritas

E poi ci lamentiamo che l'università italiana è al 300mo posto nelle classifiche internazionali. Queste classifiche contano quel che contano, ma qualcosa pur conteranno.


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Pensate, l'università di Milano Bicocca e la Caritas avviano un progetto-pilota in un atollo delle Maldive per installare pannelli fotovoltaici (FV). Mi chiedo se il Rettore dell'Ateneo è a conoscenza del progetto di cui non si capisce cosa ci sarebbe di pilota, visto che pannelli FV sono stati installati in tutto il mondo, massime in Italia, e hanno dimostrato di essere un colossale, sesquipedale, mostruoso fallimento. In Italia, ad esempio, sono installati 12 gigawatt (GW) FV che, al modesto costo di 70 miliardi di soli impianti, producono 1 GW, tanto quanto un reattore nucleare dal costo di 3 miliardi. E poi ci chiediamo come mai la crisi.

Il governo Monti ha continuato a sovvenzionare il FV con denaro pubblico (ha garantito, Monti, 13 miliardi l'anno) fino alla grid-parity, ha detto il suo ministro. L'inglese purtroppo va di moda anche dove inopportuno, soprattutto per confondere le idee: significa fino a quando il costo del kWh da FV e da fonti tradizionali si uguaglieranno, sì da rendere il primo competitivo sul secondo. A parte il fatto che competitivo non lo sarà mai, neanche se fosse gratis, perché il FV produce quando brilla il sole e non quando chiediamo noi energia, cioè è inutile. A parte ciò, dicevo, quello che sta accadendo è che la grid-parity si sta raggiungendo perché il costo del kWh sta salendo vertiginosamente fino a raggiungere quello da FV.

Ogni anno 13 miliardi al FV: Monti, senza fare alcuna manovra, avrebbe dovuto solo cancellare la parola fotovoltaico dal vocabolario italiano. Ha dimostrato di essere un incompetente di questioni energetiche, come di fatto ogni economista è. E temo che lo sia anche di economia: disse che era venuto, come il Messia, a salvare l'Italia dal baratro economico e - ricordate? - cominciò a prendersela coi tassisti. Come un Bersani qualunque. Delle due una: o Bersani è un genio, un grande economista, senza aver avuto bisogno dei lumi della Bocconi, oppure fate voi. Altrettanto «geniali» appaiono i promotori del progetto alle Maldive. Pare che siano biologi.

I biologi di solito non distinguono il kW dal kWh. Nulla di male, sono bravissimi in genetica, biologia molecolare e cose simili. Sulle questioni energetiche ove quelli della Bicocca si sono presuntuosamente immersi, stanno sperperando il denaro pubblico (nostro) e stanno ingannando gli abitanti dell'atollo che - lamenta il responsabile dell'area internazionale della Caritas italiana - hanno subìto un devastante maremoto. Soldi per i poveri dirottati in pannelli FV e lampadine farlocche alle Maldive. Chiamano quelle lampadine a basso consumo: ma scusate, se l'elettricità dal sole è gratis (così dite voi), che importanza ha quanto consumano?

Temo che la Caritas stia facendo la carità a qualcun altro. In ogni caso, non fa alcuna carità a quelli delle Maldive, ammesso che lì abbiano bisogno della nostra carità. Vi chiederete come mai alle Maldive accettino la patacca. Che gli stanno vendendo dicendogli che è per evitare che affondino per via del riscaldamento globale. Evidentemente è à la page raccontare frottole su affondamenti e deragliamenti, e presentarsi poi come salvatori. Monti docet. Il sindaco dell'atollo - che si è detto compiaciuto del progetto, che prevede, nell'ordine (cito dal comunicato-stampa congiunto UniMIB-Caritas), pannelli FV, lampadine a basso consumo, lezioni agli indigeni - auspica un secondo progetto che dovrà dare, dice il sindaco, acqua potabile e sistema fognario. Cominciare da acqua potabile e fogne, no, vero? Forse è una legge di natura: così come ogni villaggio ha il suo scemo, ogni Paese ha da avere il suo Vendola.

La mafia in Lombardia guadagna 10 milioni al giorno

Corriere della sera

La presenza di cosche a Milano è pari a Foggia o Trapani. Il mercato lombardo della droga è il più redditizio

 

MILANO - Il Pil nero della Lombardia vale 3,7 miliardi di euro. E questo è il valore medio. Perché secondo la stima più elevata i ricavi complessivi dell'economia illegale in regione potrebbero essere superiori ai 5,2 miliardi (GUARDA LA SCHEDA). Per avere un termine di paragone: il bilancio dell'intera sanità lombarda, capitolo di spesa che assorbe gran parte del bilancio del Pirellone, ammonta a 16 miliardi. Significa che le organizzazioni criminali italiane e straniere in regione ricavano circa 10 milioni di euro al giorno. Stringendo l'obiettivo, la provincia di Milano è la terza in Italia per numero di aziende confiscate alle mafie, indice significativo delle infiltrazioni criminali nell'economia legale. La radiografia delle penetrazioni mafiose in Lombardia (e in tutta Italia) è contenuta nel rapporto «Gli investimenti delle mafie», realizzato dal centro di ricerca Transcrime dell'Università Cattolica per il ministero dell'Interno.

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La presenza mafiosa - Il primo capitolo dello studio analizza l'indice di presenza mafiosa nelle province italiane, un indicatore ricavato dall'incrocio di dati su indagini giudiziarie, reati, denunce e confische di beni. Si scopre così che Milano ha un «indice di presenza mafiosa» pari a quello di zone a tradizionale insediamento criminale come Foggia, Brindisi o Trapani, la provincia del capomafia Matteo Messina Denaro. E se in molte altre realtà le infiltrazioni criminali sono più pervasive, Milano è anche l'unica provincia nella quale esiste un contemporaneo e significativo radicamento di Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra. E proprio a partire dall'analisi della ricchezza della mafia calabrese si può approfondire il tema degli investimenti: la 'ndrangheta ricava il 23 per cento dei suoi profitti nella propria regione d'origine, il 21 per cento in Piemonte e il 16 per cento in Lombardia, a conferma del ruolo strategico ricoperto dalle «colonie» del Nord.

La ricchezza criminale - Il mercato lombardo della droga è in assoluto il più redditizio in Italia, con ricavi stimati tra gli 840 milioni e i 2,4 miliardi di euro. Un valore doppio rispetto alla seconda regione in «classifica», la Campania (nonostante i clan che trattano stupefacenti tra le province di Napoli e Caserta siano tra i più potenti al mondo). Incrociando le tabelle messe a punto dai ricercatori di Transcrime si scopre però un dato interessante: soltanto un terzo di quei ricavi in Lombardia finisce alle organizzazioni criminali «tradizionali» (Cosa nostra, camorra e 'ndrangheta).

È la dimostrazione che Milano è un hub della droga per buona parte dell'Italia e del Sud Europa, un luogo di vendita e stoccaggio degli stupefacenti dove operano e guadagnano molto anche gruppi mafiosi stranieri (albanesi, serbi, marocchini). La Lombardia ha anche il primato dei ricavi collegati alla contraffazione: circa un miliardo di euro l'anno che arrivano dal commercio illegale di attrezzature elettroniche e informatiche, abbigliamento, cosmetici e accessori falsi. Ricavi simili arrivano dallo sfruttamento della prostituzione, «settore» nel quale la Lombardia è seconda soltanto al Lazio.

Infiltrazioni nell'economia - Spiegano i ricercatori di Transcrime: «Interessante notare che nel settore "alberghi e ristoranti" i tassi più alti di concentrazione delle organizzazioni mafiose si registrano nel Nord Italia. Il valore più alto in assoluto a livello nazionale è quello della provincia di Lecco, seguito da Milano». Ovviamente qui si parla soltanto di aziende confiscate, quelle entrate nell'obiettivo della magistratura. Il quadro sconta quindi una «cifra nera» di sommerso che resta sconosciuta.

Milano è comunque la terza provincia in Italia per numero assoluto di aziende confiscate. Si legge nell'analisi: «Al Nord la maggior parte delle aziende mafiose si concentra in Lombardia, dove le province di Lecco (7,3 confiscate ogni 10 mila registrate), Milano (3,4) e Brescia (2,7) mostrano tassi anche superiori a quelle di altre aree del Sud, testimoniando il grado di infiltrazione e di diffusione delle organizzazioni mafiose anche nell'economia del Nord». E mentre nelle zone d'origine non esistono commistioni, in Lombardia le mafie sperimentano infiltrazioni attraverso «joint venture» tra diverse organizzazioni criminali o sfruttando la disponibilità delle imprese legali.

Gianni Santucci
17 gennaio 2013 | 8:38

Alla Bolaffi la moneta delle Idi di Marzo

La Stampa


Dopo una lunga “battaglia” con i compratori internazionali, è stata l’azienda torinese Bolaffi ad aggiudicarsi all’asta a New York, per 106mila dollari, la moneta d’argento delle “Idi di marzo”, fatta coniare nel 42 a.C. da Bruto, di cui esistono ancora in circolazione solo poche decine di esemplari. La moneta raffigura da un lato il profilo di Bruto, a capo della cospirazione, e sull’altro l’indicazione “Eid mar” (Idi di marzo) e l’immagine di un pileo (copricapo tradizionalmente considerato simbolo di libertà) tra due pugnali. Il denaro, che nel 2008 è stato segnalato dall’opera «100 Greatest Ancient Coins», al primo posto tra le cento monete più importanti dell’antichità, è l’unico conio antico a celebrare apertamente un omicidio e uno dei pochissimi menzionati da un autore classico, lo storico Cassio Dione, nella sua «Storia romana».



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Grillo attacca Santoro per lo show con Berlusconi: pensa ai soldi

Il Messaggero


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PISTOIA - «Vedere Santoro che va ospite in una trasmissione di Berlusconi...». Beppe Grillo attacca il conduttore di Annozero a Pistoia in piazza Duomo, per la partenza dello Tsunami Tour, che con un camper lo porterà in giro in tutta Italia in vista delle elezioni politiche. «Allora sei stupido - ha detto -. Allora vuoi gli ascolti, i soldi, gli sponsor...».

Attacco a Santoro.
«Santoro che va ospite di una trasmissione di Berlusconi non si era mai visto. È tutto fasullo, la comunicazione è fasulla», ha continuato Grillo. «Quando ho visto Santoro ospite di Berlusconi sono rimasto stupefatto».

«Berlusconi ha paura ad andare in piazza».
«I leader hanno paura ad andare in piazza; non ci va nessuno perchè hanno paura, e giustamente. Berlusconi ha detto che hanno tentato di ammazzarlo e gli hanno tirato una statuina», ha detto ancora Grillo nel comizio di apertura dello Tsunami Tour a Pistoia, dove ha commentato le dichiarazioni del Cavaliere, il quale ha detto che farà solo apparizioni televisive perché durante eventuali manifestazioni di piazza potrebbero nascere disordini. «Hanno paura e per questo possono andare solo in tv», ha aggiunto il leader del Movimento 5 stelle. «In Sicilia sono andato ad Agrigento e ad accogliermi c'erano 10mila persone. È arrivato Alfano, che è di Agrigento e ha fatto il comizio - ha affermato tra l'altro Grillo - non perchè aveva paura ma perchè non c'era nessuno. Allora hanno paura ad andare in piazza e possono andare solo in tv».


Martedì 15 Gennaio 2013 - 18:58
Ultimo aggiornamento: 18:59

La Germania ritira l’oro dall’estero”

La Stampa

Nei piani della Bundesbank c’è la riduzione delle quantità depositate a New York e il rimpatrio di tutto il metallo giallo custodito a Parigi

berlino


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La Bundesbank si appresta a rimpatriare una parte dei propri depositi di oro custoditi all’estero. Il quotidiano economico “Handelsblatt” scrive che domani la Buba darà l’annuncio ufficiale di voler ridurre la quantità di oro depositata a New York e di ritirare completamente il metallo giallo custodito nei forzieri parigini della Banque de France. Attualmente le riserve di oro tedesco depositate all’estero sono ripartite nei forzieri della Fed a New York, dove è custodito il 45% delle riserve auree tedesche ammontanti a 3.396 tonnellate, con il 13% giacente presso la Bank of England a Londra e l’11% presso la Banque de France. Nella sede della Bundesbank di Francoforte giace invece il 31% delle riserve.

Prodotti Apple: cala la popolarità tra i giovanissimi

La Stampa

Secondo un’indagine di Buzz Marketing, lo storico marchio è insidiato da Microsoft e Samsung
claudio leonardi


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Non solo i dati di vendita raccontano che i prodotti Apple non sono più così saldi nel cuore dei giovani, e soprattutto dei giovanissimi. Ci sono anche ricerche di mercato. Per esempio quella realizzata da Buzz Marketing e riproposta da Forbes . Tina Wells, responsabile del sondaggio, così ne sintetizza il risultato: “Apple ha fatto un ottimo lavoro per abbracciare la generazione X e quella dei più grandi [ i cosiddetti Millennial], ma io non credo che sia in sintonia con i ragazzini Millenial. Questi sono coinvolti dai portatili/tablet Surface di Microsoft e i Samsung Galaxy”. 

Pochi giorni fa abbiamo parlato dei primi segnali di diserzione da Facebook , oggi sembra che un altro grande marchio della tecnologia abbia iniziato a stancare i teenager. Le ragioni sembrano simmetriche. Apple è nella memoria e nel cuore di quelli che oggi sono i genitori, che spesso lasciano in eredità il loro vecchio iPhone quando ne comprano un nuovo. E si sa che i ragazzi, quando sentono odore di genitori, se possono si allontanano. E poi, da un punto di vista strettamente tecnico, l’ultimo iPhone, quinta rivisitazione del modello uscito nel “lontano” 2007, non ha proposto novità clamorose, mentre Microsoft e Samsung hanno presentato prodotti sostanzialmente nuovi. 

I dati raccolti dalla società Smarty Pants, specializzata nelle preferenze merceologiche dei ragazzi, segnalerebbero che un solido 67% degli adolescenti ricchi continua a volere acquistare i nuovi iPhone, ma un 22% preferirebbe un Galaxy Samsung. A quanto pare, solo un anno fa era impensabile che un ragazzino potesse preferire un qualunque prodotto a un iPhone.  Questa dinamica non è sfuggita ai concorrenti.

Samsung ha speso milioni di dollari nel corso degli ultimi mesi in una campagna pubblicitaria, per trasmettere l’idea che l’iPhone è per anziani e che gli adolescenti dovrebbero passare al “next big thing”. Anche la cultura Apple (quasi un culto, avevamo azzardato in un precedente articolo è finita nel mirino dei pubblicitari, che hanno rappresentato quanto sia assurdo aspettare in una coda chilometrica per uno smartphone. Il saldo finale è che Samsung nel terzo trimestre 2012 ha distribuito 56,9 milioni di pezzi, quasi il doppio dei 26,9 milioni spediti da Apple, secondo Strategy Analytics.

Anche Research In Motion (RIM), fino ad ora annidata nel mercato professionale con il suo Blackberry, sta tentando di superare la sua crisi conquistando i giovanissimi, alleata con marchi specializzati su questo target per sviluppare specifiche applicazioni mobili e programmi dedicati alla fascia tra i 16 e i 20 anni. Troppo presto, naturalmente, per declamare de profundis o tracciare rotte credibili del mercato del futuro.

Anche perché le preferenze adolescenziali sono come gli amori che caratteriscono quell’età: estremi e volatili. Gli esperti convergono tutti nell’affermare che Apple ha tutti gli strumenti per risalire nel gradimento dei più giovani. Ha creato una sinergia tra hardware, software e consumi digitali che ha solo iniziato la sua penetrazione nelle abitudini delle persone. L’azienda di Cupertino “ha bisogno solo di concentrarsi sull’innovazione, e i ragazzi torneranno”, ha dichiarato Tina Wells a Forbes.

Distruggere le intercettazioni” La Consulta: il capo dello Stato deve avere riservatezza totale

La Stampa

«La pubblicazione sarebbe dannosa per tutto il sistema costituzionale» Depositate le motivazioni sul conflitto tra Colle e pm di Palermo: «Rischio che la tutela venga compromessa».

francesco grignetti
roma


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Sono le “attività informali”, quali le telefonate, il cuore del potere del Quirinale. E sono appunto, le telefonate del Capo dello Stato, intangibili. Ne è vietata l’intercettazione. Quando capita, e può capitare, come è successo alla procura di Palermo, nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia, quelle telefonate vanno distrutte e assolutamente senza contraddittorio, cioè senza la presenza degli avvocati. 

Sono state depositate le motivazioni della sentenza della Corte costituzionale che dà ragione al Quirinale e dà torto alla procura di Palermo. Il ragionamento della Consulta ruota attorno ai poteri del Quirinale. Spiegano: “È indispensabile che il Presidente affianchi continuamente ai propri poteri formali, che si estrinsecano nell’emanazione di atti determinati e puntuali, espressamente previsti dalla Costituzione, un uso discreto di quello che è stato definito il “potere di persuasione”, essenzialmente composto di attività informali”. E’ quella che chiamano “moral suasion”. Chiedere ai presidenti del Consiglio in che cosa consista. E’ davvero il fulcro del potere. E non c’è dubbio che il Presidente chieda e pretenda la massima riservatezza su questo. 

Ebbene, dice la Consulta: la “moral suasion”, le cosiddette “attività informali”, sono una funzione essenziale del Capo dello Stato. Perciò protette dalla Costituzione. E perciò, essendo le intercettazioni (casuali, non c’è dubbio) che coinvolgono il Quirinale “atti che violano la legge”, vanno immediatamente distrutte. Così ordina la Consulta; così dovrà essere a Palermo. Addirittura “già la semplice rivelazione ai mezzi di informazione dell’esistenza delle registrazioni costituisca un vulnus che deve essere evitato”.

Edicola digitale sotto sequestro La procura di Milano: «È ricettazione»

Corriere della sera

Denuncia della Mondadori: «Organizzazione criminale». Avvocato dei provider: «A rischio la libertà della Rete»

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La Procura di Milano sequestra in via preventiva un portale di condivisione per giornali, libri, fumetti e cd musicali. Quello che si definisce un sito pirata da cui si scaricano contenuti illegalmente. Il provvedimento disposto dal pm Ferdinando Esposito è senza precedenti, perché per la prima volta si procede per il reato di ricettazione contro un sito Internet. Secondo l'associazione dei provider italiani, ora tutti corrono il rischio di venire puniti per la pubblicazione di articoli sotto copyright. L'avvocato della Mondadori ribatte che il sito in questione è un'organizzazione criminale, mentre i blog rischiano solo eventuali sanzioni per la violazione del copyright.

IL PORTALE - Il procedimento nasce dalla denuncia della Mondadori, presentata il 12 giugno del 2012 contro Avaxhome, portale di condivisione di contenuti online. Ovviamente non autorizzato dai detentori dei diritti, gli editori, e quindi abusivo. Proprio per evitare noie giudiziarie, il sito ha base nella lontana Russia. Il sequestro è stato dunque notificato il 23 novembre ai provider italiani, che hanno poi provveduto a inibire l'accesso. Avaxhome diffonde sulla rete gratuitamente una serie di testate, di ogni parte del mondo, e quindi anche italiane. Un vero problema per la Mondadori che ha recentemente attivato un servizio di edicola online.

IL MEGAUPLOAD ITALIANO - Il caso di Avaxhome ricorda per certi versi la vicenda Megaupload, specializzato nella condivisione di film. E segue il sequestro disposto in Spagna di un'altra popolare edicola pirata, Kiosque. «Ma oltre che per la violazione del diritto d'autore - sostiene l'avvocato Fulvio Sarzana, legale dell'associazione provider - per la prima volta in Italia si perseguono coloro che pubblicano articoli sul web come se avessero rivenduto una macchina rubata. Il pericolo è che anche tutti coloro che pubblicano sul web articoli altrui senza autorizzazione possano essere indagati per un reato così grave».

UN SITO PIRATA - Non è dello stesso avviso l'avvocato Gualtiero Dragotti, dello studio Dla Piper, che nella causa in corso segue per Mondadori gli aspetti legati alla proprietà intellettuale. «Avaxhome riproduceva in Italia, e lo fa ancora all'estero - spiega l'avvocato - giornali, riviste, libri, fumetti. Il tutto integralmente. E non si tratta di un sito senza scopo di lucro. Ma di un'organizzazione criminale. Questi signori guadagnano con un sostanzioso apparato pubblicitario e poi con le opzioni premium per scaricare più velocemente. I timori di chi sente la rete minacciata non hanno alcun senso». Ma il blog che riproduce un articolo apparso su altre testate rischia o no? «Un utente che sulla Rete riproduce integralmente un articolo, soprattutto se riporta la dicitura riproduzione riservata, eventualmente è passibile per la violazione del copyright. Non certo per ricettazione, perché ovviamente non ne trae alcun profitto».

LA POSIZIONE DI SEGRATE - In un comunicato emesso in serata, l'azienda di Segrate sottolinea che «nonostante l’attività svolta dal sito si presenti come gratuita, in realtà nasconde un business rilevante fondato sulla vendita di spazi pubblicitari e sulla violazione dei diritti di tutti gli editori coinvolti, e non ha quindi nulla a che vedere con la condivisione di contenuti on line senza scopo di lucro».

Antonio Castaldo
@gorazio28 novembre 2012 | 17:26

La vita quotidiana in Italia ai tempi dell'uomo di Similaun

Il Messaggero
di Sergio RInaldi Tufi


ROMA - L’età del Rame: la Pianura Padana e le Alpi al tempo di Ötzi. Nel titolo proposto per la grande mostra che si terrà al Museo Diocesano di Brescia dal 26 gennaio al 15 maggio, il comitato scientifico presieduto da Raffaele C. de Marinis (Università Statale di Milano) ha voluto evocare la celebre mummia rinvenuta nel 1991 nel ghiaccio del Similaun, 3200 metri di altitudine al confine fra Val Venosta (Alto Adige, Italia) e Ötztal (Tirolo, Austria: da qui deriva il nomignolo Ötzi, attribuito al corpo dopo il ritrovamento). Vedremo l’equipaggiamento che l’Uomo del Similaun portava con sé, nonché (dopo vent’anni di studi e analisi) le ricostruzioni della sua fisionomia e del suo stato di salute.

E così Ötzi sarà protagonista anche se il corpo non sarà presente: rimarrà al sicuro nella sua teca supertecnologica nel Museo di Bolzano. Ma ovviamente nella mostra c’è anche ben altro: l’età del Rame (o Eneolitico: 3400-2200 a.C.) è quella in cui si sviluppa la metallurgia, con la lavorazione appunto del rame spesso fuso in lega con l’arsenico; in cui si potenziano l’agricoltura e l’allevamento ereditati dal Neolitico; in cui si inventano l’aggiogamento degli animali per trazione, l’aratro, la ruota, il carro; in cui le società sembrano articolarsi in gerarchie.


Cattura L’UOMO DEI GHIACCI
Ötzi, si diceva, è stato rinvenuto negli anni ’90 del secolo scorso: ma nell’area dell’arco alpino e della Pianura Padana fino alle sue propaggini sud-orientali (province di Modena, Bologna, Forlì-Cesena)le scoperte cominciano nell’ultimo scorcio dell’Ottocento (nel 1884-85 Gaetano Chierici scava la necropoli di Remedello Sotto presso Brescia) e in pratica non si sono mai interrotte: nel 2009-2010 si mettono in luce le 74 tombe di Via Celletta dei Passeri a Forlì. Un lungo lavorìo portato avanti da decine di studiosi.

Cominciamo proprio dalla presenza-assenza dell’Uomo di Similaun: la documentazione esposta in mostra ci confermerà che ormai si sa tutto di lui, a partire dalla datazione (3300-3100 a.C). Tranne un dato: che ci faceva lassù, per poi essere ucciso? Era un uomo in fuga? Un guerriero? Un malvivente che aveva avuto pane per i suoi denti? La vittima di un delitto?

I TATUAGGI Trovato casualmente nel ghiacciaio da due escursionisti tedeschi che avevano sbagliato strada, l’Uomo deve l’eccezionale conservazione del suo corpo e del suo equipaggiamento alle peculiari condizioni climatiche. Aveva capelli e occhi castani; il suo sangue era del gruppo 0. Sorpresa: presentava sul corpo 57 tatuaggi, sia pure semplici (punti, linee, crocette), che sono i più antichi a noi noti, e non erano eseguiti con aghi, ma con minuscole incisioni poi coperte con carbone vegetale. Aveva 45-50 anni ed era alquanto malconcio: insofferenza al lattosio, colesterolo alto, arteriosclerosi, predisposizione all’infarto. Forse aveva lavorato in una fonderia: tracce di rame e arsenico nei capelli, polmoni anneriti dal fumo.

Non morì però per tutto questo: una freccia di selce all’interno della spalla sinistra rivela che fu colpito da dietro. Sembra in un agguato, con colluttazione: sono state accertate tracce di sangue di quattro persone diverse. La situazione doveva essere precipitata all’improvviso: poco prima aveva consumato con calma un abbondante pasto a base di stambecco e cereali. Interessante l’equipaggiamento, a partire da un inatteso ombrello a graticcio. Il perizoma, la sopravveste e i gambali sono in pelle di capra; il cappello è in pelliccia di orso; le scarpe hanno la suola di pelle di orso con il pelo rivolto verso l’interno.

Ötzi era armato fino ai denti: pugnale in lama di selce con impugnatura di frassino, dentro fodero in corda; arco, pure in legno; faretra con 14 frecce; ascia con lama trapezoidale. L’ascia e la lama del pugnale consentono di stabilire un nesso con la già ricordata necropoli di Remedello Sotto, in uso, con 124 tombe,lungo tutto l’Eneolitico. Le armi (in selce o in rame) sembrano evidenziare, in una nuova articolazione della società, l’affermarsi della categoria del guerriero; e sono sempre le armi con la loro diffusione a testimoniare quanto ampia fosse la rete di comunicazioni e scambi.

LA CERAMICA
Anche la ceramica testimonia l’ampio raggio dei rapporti: è presente nel Bresciano quella inquadrabile nella cultura del Vaso Campaniforme (2500-2200 a.C.), così chiamata in quanto rappresentata da contenitori a forma di campana, con tipica decorazione a pettine. E ancor più ampia è la diffusione delle sculture, dalla Penisola Iberica alle steppe a nord del Mar Nero passando per il sud della Francia, le Alpi, la Grecia meridionale: statue-menhir (e cioè massi infitti nel suolo e istoriati con figure di vario genere), stele a forma umana, incisioni rupestri.

Pur diverse fra loro, le stele di Aosta e di Sion (Capitale del Vallese in Svizzera) e le statue-stele del Trentino-Alto Adige raffigurano personaggi maschili armati e personaggi femminili con gioielli e abiti riccamente decorati. Celeberrimi e enigmatici, i massi istoriati della Val Camonica e della Valtellina mostrano, fra i tanti soggetti, armi e dischi solari come simboli maschili, mantelline e pendagli a spirale come simboli femminili, mantelli a scacchiera associati con branchi di cervi di dubbia interpretazione. I dubbi del resto riguardano un po’ tutte queste sculture e la loro funzione: il fatto che tavolta siano disposte in allineamenti significa probabilmente che erano destinate a delimitare luoghi scelti per riti religiosi.

Il Partito Pirata vero all’arrembaggio dei falsi pirati clonatori di simboli

La Stampa

Oscurato il sito. Atto di precetto del legale del movimento: «Erano stati diffidati, ora ci devono centomila euro»

raphaël zanotti


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Che la battaglia elettorale sarebbe stata aspra, ce lo si aspettava. Che ci si potesse ritrovare tra sciabole, uncini e polvere da sparo, meno. Il Partito Pirata, quello originale che si rifà al movimento svedese e tedesco, è andato all’arrembaggio dei suoi emuli di Marco Marsili, l’esperto di marketing che ha clonato il simbolo del partito presentandosi alla prossime elezioni nazionali.

Ieri il tribunale di Milano ha oscurato il sito www.votapirata.it che era stato registrato dallo stesso Marsili e che riproduceva, anche attraverso il logo e i colori, il sito del movimento internazionale che si batte per una modifica delle norme sul diritto d’autore. L’azione della magistratura, che avviene a meno di 24 ore dalla decisione della commissione elettorale su una legittimazione del Pirate Party, rischia di mettere in seria difficoltà la lista di Marsili, balzata all’onore delle cronache per altre due clonazioni clamorose: quella della lista “Rivoluzione Civile” di Antonio Ingroia e quella del “Movimento 5 Stelle” di Beppe Grillo (anche se per un semplice appoggio esterno al catanese Andrea Foti).

Il blitz picaresco al Viminale non era piaciuto nemmeno a dei “filibustieri a tutto avvezzi” come gli appartenenti al Partito Pirata di Athos Gualazzi, il primo nato in Italia nel 2006. Marsili, forte dei riflettori mediatici che si sono accesi su di lui e i suoi, in questi giorni si è autoproclamato candidato premier del Partito Pirata, ma rischia di costargli caro. «Il signor Marco Marsili è stato diffidato fin dal 30 marzo 2012 dall’utilizzare il simbolo, una vela nera gonfia sulla destra in campo bianco, e la dicitura “partito pirata” in tutte le sue declinazioni - spiega l’avvocato Marco Ciurcina, legale del Partito Pirata originale - Nonostante questo, in questi mesi il signor Marsili ha continuato a utilizzare simbolo e nome, creando confusione in simpatizzanti, elettori e mezzi di comunicazione”. Una confusione che costa.

Il tribunale di Milano ha infatti stabilito che il signor Marsili dovrà pagare una penale di 500 euro per ogni nuova violazione e di 200 per ogni giorno di mancato adempimento dell’ordinanza. «Le violazioni che abbiamo registrato - continua il legale - ammontano ormai a 100.000 euro. Abbiamo provveduto a inviare al signor Marsili un atto di precetto».  Insomma, le acque si sono fatte agitate intorno alle urne e la battaglia sul vessillo pirata è appena all’inizio.

Così cambiano le regole sulle patenti di guida

Corriere della sera

In vigore da sabato 19 gennaio la direttiva europea che rivoluziona il codice della strada e introduce nuovi esami

ROMA - La nuova direttiva Si chiama Terza Direttiva Patenti il nuovo protocollo dell’Unione Europea che entrerà in vigore sabato 19 gennaio e cambierà completamente, dal punto di vista normativo, le prospettive e gli obblighi dei motociclisti: interesserà tutti i centauri con l’unica eccezione di chi, a oggi, è già in possesso della patente A senza limitazioni.


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Le età – Per poter conseguire direttamente (ossia senza passare da licenze inferiori) la patente illimitata occorreranno non più 21 bensì 24 anni di età. Se invece si è già titolari di patente A2 (ottenibile come in passato dai 18 anni) serviranno i due canonici anni di “apprendistato” ma con una sostanziale differenza: il passaggio alla A “senza limiti” non sarà più automatico ma bisognerà sostenere una prova pratica. Esami pratici (con tanto di visita medica) saranno sempre obbligatori per tutti i passaggi di livello, in modo che si possa dimostrare dimestichezza con la moto della categoria superiore a quella guidata fino a quel momento. Resta invece invariata l’età necessarie a conseguire la A1 (16 anni, abilita a condurre scooter e moto di 125 cc fino a 11 kW/15 Cv di potenza).

Patentino addio, arriva la Am – La nuova patente Am per i ciclomotori si conseguirà a 14 anni (ma all’estero sarà valida solo a partire dai 16 anni), vedrà una differenziazione degli esami a seconda che si voglia guidare il motorino o la minicar e non sarà più un semplice “patentino” ma una vera e propria licenza di guida, soggetta alla decurtazione di punti in caso di infrazioni, da conseguire presso un’autoscuola, mentre prima si tenevano corsi anche nelle scuole superiori con un notevole risparmio di denaro per le famiglie. Resta invariata la norma che impedisce ai minorenni di portare passeggeri su moto, ciclomotori, tricicli e minicar.

Più potenza per i diciottenni – I cambiamenti riguardano soprattutto i veicoli guidabili con la patente A2: i limiti di potenza si alzano in modo consistente, per cui i diciottenni potranno guidare moto con potenza massima di 35 kW/48 Cv (il limite attuale è 25 Cv/34 Cv) e un rapporto potenza-peso non superiore a 0,2 kW/ kg (invece degli 0,16 kW/kg oggi in vigore). Saranno quindi, di fatto, escluse le moto sportive specialistiche. Sarà ancora possibile guidare moto depotenziate ma queste non dovranno derivare da modelli che, in versione «full power», superino i 70 kW: misura che dovrebbe limitare una pratica diffusa e pericolosa, cioè l’utilizzo da parte dei diciottenni di maximoto “depotenziate” solo sul libretto e non nei fatti. Limiti per i neopatentati – Per tre anni dal conseguimento della licenza di guida, i neopatentati dovranno attenersi a particolari limiti di velocità: in autostrada non potranno superare i 100 km/h, su strade extraurbane i 90 km/h.

Fabio Cormio
14 gennaio 2013 (modifica il 15 gennaio 2013)

Usa, condannato il ragazzino che uccise il padre neonazista

Corriere della sera

L'omicida, Jospeh Hall, aveva 10 anni ai tempi del delitto. I giudici:«C'è stata premeditazione»

Jeff Hall, l'uomo ucciso dal figlio (Ap/Huffaker)

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Un bambino di 12 anni, Joseph Hall, è stato riconosciuto colpevole di aver ucciso, quando aveva 10 anni, il padre neo-nazista. «Il minore sapeva che quanto fatto era sbagliato», ha dichiarato il giudice Jean Leonard della Corte della Contea di Riverside, a est di Los Angeles, aggiungendo che il bambino aveva premeditato l'aggressione dopo le minacce del padre di separarsi dalla moglie e di abbandonare la famiglia. Adesso il ragazzino rischia di restare in carcere fino a 23 anni.

L'OMICIDIO - Joseph Hall ha ucciso il padre 32enne Jeff con diversi colpi di arma da fuoco, esplosi alla testa mentre l'uomo dormiva, ubriaco, su un divano. «Ha messo il tamburo della pistola sulla testa del padre e ha premuto il grilletto - ha aggiunto il giudice - c'è stata premeditazione e comprensione nell'atto di commettere questo crimine».
Il giudice ha anche detto che il bambino, nei due anni precedenti l'omicidio, era stato educato all'estremismo attraverso attività dell'organizzazione neo-nazista «National Socialist Movement».

Redazione Online15 gennaio 2013 | 10:00

Usa, allarme per la marcia dei robot “Lavoreranno al posto degli uomini?”

La Stampa

L’uso delle macchine invade settori tradizionali un tempo riservati agli umani: negli ospedali della Silicon Valley portano già i pasti ai pazienti, distribuiscono medicine e ferri ai chirurghi. Un robot-operaio costa 20 mila dollari e lavora per 3 anni...

paolo mastrolilli
inviato a New York


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Vi ricordate “Metropolis”, il film girato da Fritz Lang nel 1927, in cui i robot facevano tutto il lavoro al posto degli uomini? Ecco, ci siamo. L’unico problema è che gli uomini, liberati dalla fatica, non sono in vacanza a godersi la vita, ma in buona parte sono disoccupati, senza un soldo, e forse senza un futuro. I robot sono arrivati, però stanno competendo con noi per il lavoro, e in genere vincono.

Non stiamo parlando di uno scenario da fantascienza, ma della realtà descritta nell’ultima puntata della famosa trasmissione giornalistica televisiva della Cbs “60 Minutes”. Lo speciale si intitola “March of the Machines”, la marcia delle macchine, ed è andato in onda domenica scorsa. In sostanza sostiene che il ruolo dei robot nelle nostre fabbriche, ma anche negli ospedali o negli uffici, sta crescendo in maniera epocale.

Purtroppo, però, prendono il posto di persone che poi non trovano più un lavoro. Non esistono ancora numeri precisi sulla disoccupazione provocata dalle macchine, ma un fatto è chiaro: dall’inizio della crisi economica ad oggi, molti posti sono stati bruciati e mai rimpiazzati. Le compagnie sono sopravvissute e in troppi casi, superate le difficoltà della recessione, sono tornate a fare profitti, ma i disoccupati sono rimasti fuori dalla porta. La teoria degli scienziati intervistati da “60 Minutes” è che parecchi di loro hanno ceduto il posto ai robot, e non lo riavranno più indietro. 

In parte, è un problema legato alla dimensione tecnologica del nuovo lavoro. Basti pensare che Apple, Amazon, Facebook e Google valgono insieme circa un trilione di dollari, eppure impiegano in totale meno di 150.000 persone, ossia meno dei lavoratori che ogni mese entrano sul mercato americano. Sono aziende nuove, diverse, che hanno semplicemente bisogno di personale limitato. La questione, però, tocca anche diversi settori tradizionali.

A Devens, in Massachusetts, ci sono i magazzini del grande centro di distribuzione Quiet Logistics, che impiega fianco a fianco 100 esseri umani e 69 robot. Gli ordini dei clienti vengono trasmessi direttamente alle antenne dei robot, che grazie ai codici a barre vanno a prenderli negli scaffali, li impacchettano e li spediscono. Inutile sottolineare che sono molto più efficienti, ubbidienti e meno costosi delle persone, che a breve rimpiazzeranno del tutto.

Nei corridoi di El Camino Hospital, nella Silicon Valley, i robot non si limitano a portare i pasti ai pazienti, ma distribuiscono anche le medicine e i ferri ai chirurghi: quanto dureranno ancora gli infermieri? E poi ci sono i robot che sostituiscono gli impiegati negli sportelli delle banche, o quelli che fanno ricerche di archivio per gli avvocati, avvertendo che nemmeno i lavori intellettuali sono più al sicuro dalla “marcia delle macchine”.

Un robot di nome Baxter, capace di svolgere varie funzioni manifatturiere, costa 22.000 dollari e dura circa 3 anni, ossia 6.500 ore lavorative. In pratica costa 3,4 dollari all’ora, ossia grosso modo la paga di un operaio cinese: di questo passo, i posti esportati all’estero con la globalizzazione e l’outsourcing torneranno negli Usa, ma se li prenderanno le macchine invece delle persone. 

Il rischio luddismo, così, riappare all’orizzonte, carico di una nuova rabbia. Infatti la costruzione di questi robot sta creando lavoro, ma è molto specialistico e riguarda un numero ridotto di esseri umani. Magari in futuro la crescente domanda per realizzare macchine sempre più sofisticate farà aumentare l’occupazione anche fra le persone. A patto di evitare il rischio di far nascere Hal, il computer super intelligente di “2001 Odissea nello Spazio”, diventato così ambizioso da mettersi in testa di fare a meno degli uomini.

La cyberpolizia europea contro i reatri via Web

Corriere della sera

Costituita a l'Aia sotto la direzione dell'ex capo della polizia danese, Troels Ortig: «Nel cyberspazio nulla è sicuro»

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MILANO - È nato sottotraccia, quasi in incognito come si conviene alle forze speciali di sicurezza. Eppure il nuovo centro europeo contro il cybercrimine, che ha mosso i primi passi già con l'inizio dell'anno nuovo e venerdì 11 gennaio ha inaugurato ufficialmente la sede, sarà uno dei punti nevralgici dove si combatterà la guerra digitale. L'European CyberCrime Center (o EC3) è l'arma di difesa che l'Unione mette in campo contro i reati a mezzo internet, sia che si tratti di malware destinato agli utenti sia di operazioni ben più sofisticate e massive che mirano a mandare in tilt siti web di istituzioni e banche o a rubare dati sensibili o scambiarsi comunicazioni criminali. La sensibilità della Commissione europea in materia di cybersicurezza era peraltro stata rimarcata in più di un'occasione, ultima delle quali l'introduzione della sicurezza informatica tra le nuove priorità enunciate da Neelie Kroes, commissario per l'Agenda digitale prima di Natale.

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CHI, DOVE, CON QUALI SOLDI – L'EC3 è costituito da 43 esperti di sicurezza che si occuperanno di presidiare la rete per difendere gli interessi degli utenti (privati o pubbliche istituzioni) e per sgominare associazioni criminali che si avvalgono di metodi di anonimizzazione e cifratura per comunicare liberamente online senza essere intercettati. A coordinare il lavoro della polizia informatica è Troels Orting, già a capo della polizia danese e con una lunga esperienza nell'unità anticrimine tecnologico. La sede è la stessa dell'Europol, a l'Aia, e anche il budget a cui attingerà i fondi per il 2013 è il medesimo della polizia europea: 7 milioni dei circa 80 a disposizione dell'Europol. In tempi di crisi economica non sarebbe stato semplice reperire nuovi fondi, ma l’impegno della Commissione ha permesso che l'EC3 venisse realizzato col budget di Europol, e l’obiettivo per il futuro è aumentare i soldi a disposizione.


STRUMENTI E COLLABORAZIONE
- Al momento la nuova squadra di esperti lavora in una Cyber Innovation Room che sarà una parte del nuovo Laboratorio in fase di costruzione. A disposizione dei poliziotti della rete anche una sandbox dedicata, e cioè un ambiente digitale in cui eseguire test sul software malevolo (malware) e dove provare tutte le vulnerabilità dei programmi, in particolare quelli per smartphone. L'EC3 collaborerà non solo con le unità anticrimine informatico dei Paesi membri Ue, con alcune istituzioni comunitarie come l'Agenzia europea per la sicurezza delle reti e delle informazioni (Enisa),

L'European College Police ed Eurojust. Le alleanza dell'EC3 non si limitano però al vecchio continente: rapporti ottimi – assicura Orting – anche con l'Fbi, i servizi segreti statunitensi, alcune grandi aziende specializzate in sicurezza come Microsoft, Google, Symantec e McAfee e i principali sistemi di pagamento online come VISA, MasterCard e Paypal. Insomma le schiere dei "buoni" si infittiscono di personaggi che fanno sistema, ma i nemici restano tanti e sono molto agguerriti come puntualizza Orting: “Speriamo che sia sufficiente, ma nel cyberspazio niente è sicuro al cento per cento, e dobbiamo essere pronti a fronteggiare questa realtà”.


Gabriele De Palma
15 gennaio 2013 | 9:38

Androne usato come parcheggio: l’auto va spostata

La Stampa

E' vietato alterare la destinazione della cosa comune impedendo agli altri di farne uso secondo il loro diritto. Lo afferma la Cassazione (sentenza n. 19615/12).


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L’androne di un condominio è usato da alcuni inquilini per la sosta ed il parcheggio delle loro autovetture. Gli altri condomini, contrariati da questa condotta, si rivolgono al Giudice di Pace perché accerti la proprietà comune dell’androne e ordini ai convenuti di astenersi dal tenere il comportamento contestato. Il GdP rigettava la domanda, ma il Tribunale, in sede di appello, accoglie le richieste dei condomini e inibisce la sosta ed il parcheggio nell’atrio d’ingresso del condominio, condannando gli appellati in solido al pagamento delle spese di entrambi i giudizi di merito.

I due soccombenti ricorrono in Cassazione: secondo loro, ogni condomino «può servirsi del bene condominiale nella sua interezza e in qualsiasi momento, poiché sarebbe ammesso l’uso promiscuo della parte comune». Ma la Suprema Corte fa propria la decisione dei giudici d’appello: l’uso della cosa comune da parte di ciascun partecipante è sottoposto a due limiti fondamentali: il divieto di alterare la destinazione della cosa comune e il divieto di impedire agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto. Se manca il rispetto di una delle due condizioni l'uso è illecito. Nel caso sussistono entrambi gli elementi, «mutamento della funzione e scandimento in uno stato deteriore del bene». Il ricorso viene per questo rigettato e i condomini, di conseguenza, dovranno cercarsi un altro parcheggio.

http://www.dirittoegiustizia.it

CuBox, il cubo-pc più piccolo di tutti

Corriere della sera

Prodotto da Solid Run, ha soli 5 centimetri di lato per 91 grammi di peso: potete e attrezzato, costerà 120 euro

MILANO - Il computer del futuro forse non sarà un tablet ma un minuscolo cubetto di cinque centri di lato. La corsa alle tavolette aperta dall'iPad nel gennaio 2010 ci ha fatto distrarre dalle altre sperimentazioni in corso, facendoci vedere i tablet come l'unica via tracciata per il futuro. Ma c'è anche altro: Google nel 2012 ci ha deliziato con i suoi Glasses, gli occhiali che si trasformano in monitor, mentre dall'Inghilterra la risposta è stata Raspberry Pi, il computer racchiuso in una sola scheda di 85 per 54 centimetri.


UNA NUOVA VIA – Ora è l'americana Solid Run a dire la sua con CuBox Pro, il cubotto delle meraviglie appena giunto sul mercato in una versione aggiornata e più interessante rispetto al primo modello del 2011. Largo e alto il doppio di una moneta da due euro e meno della metà di una lattina per bibite, nei suoi 91 grammi questa scatoletta nera racchiude un chip Arm dual core da 800 Mhz, due giga di Ram e memoria espandibile fino a 64 giga tramite schede MicroSD. Insomma, è un computer in tutti i sensi che accanto al sistema operativo Linux Ubuntu offre anche Android, una manna per chi non è espertissimo di computer.



NATO PER DIVERTIRE - La dotazione mostra una spiccata vocazione per l'intrattenimento e la navigazione: l'uscita HDMI permette di connetterlo al televisore di casa in Full HD a 1080p, l'integrazione con Google Chrome consente di surfare agevolmente sul web mentre il media player XBMC lo trasforma in un media center da connettere a qualsiasi computer, smartphone o tablet e perfino all'Xbox o alla PlayStation. Ovunque si trovino i file lui li legge e li trasferisce sulla TV. Per gli audiofili non manca l'uscita audio digitale, dedicata agli home theatre, mentre l'attacco eSata consente di attaccare un hard disk esterno e leggerne i file ad altissima velocità.

SOLO 3 WATT - Il piccolo gigante è competitivo anche sul fronte energetico. A pieno carico il consumo si assesta intorno ai 3 watt, una bazzecola se paragonato ai 100-150 di un portatile anche se qui manca il monitor. Ma il vero pezzo forte è il prezzo, pari a 160 dollari (120 euro), che potrebbe sconquassare il mercato decretandone una nuova via per i computer casalinghi.


Alessio Lana15 gennaio 2013 | 9:56

Il principe William va poco in chiesa”

La Stampa

vatican

Le critiche della stampa inglese nei confronti di colui che un giorno diventerà il Governatore supremo della Chiesa d’Inghilterra

redazione
roma


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Un giorno diventerà Governatore supremo della Chiesa d'Inghilterra, ma per ora il principe William si reca ben poche volte a messa durante l'anno. La rivelazione è del tabloid britannico Daily Mail, che ha citato una fonte vicina all'erede al trono e alla moglie Kate: «Molto raremente vanno a messa in privato nel corso della settimana o di domenica», ha rivelato un funzionario di palazzo. Secondo il giornale, i duchi di Cambridge frequentano la chiesa anglicana solo in occasione delle cerimonie ufficiali e delle feste comandate, quando proprio non possono farne a meno.

Ben diverse, sottolinea il Mail con tono critico, sono le abitudini degli altri membri della famiglia reale. La regina Elisabetta II è una devota cristiana, e non manca mai il suo appuntamento settimanale con la funzione religiosa. Anche il principe Carlo, nonostante il suo interesse per le altre fedi, in particolare l'islam, frequenta la chiesa regolarmente. Un giorno William, quando salirà al trono, avrà, fra i suoi vari titoli, anche quello di «difensore delle fede» e di capo titolare della chiesa: il suo giudizio sarà determinante nella nomina delle più alte cariche ecclesiastiche.

Telecamere in tangenziale contro i lanciatori di sassi

La Stampa

L’ipotesi sarà discussa in un incontro con prefetto, questore e Ativa
claudio laugeri

Telecamere contro il lancio di sassi sulla tangenziale. La proposta sarà discussa in un incontro chiesto dalla Polstrada con questore, prefetto e vertici della Ativa, la società autostradale che gestisce la tangenziale torinese. E proprio dall’azienda arriva una dichiarazione di disponibilità: «Valuteremo la possibilità di inserire questo intervento nelle opere legate alla sicurezza» dice il presidente, Giovanni Ossola.


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I costi
Certo, «il progetto deve essere approvato da Anas, perché ogni intervento potrebbe avere ripercussioni sulle tariffe», spiega ancora Ossola. Lo stesso vale per un’eventuale sistemazione di reti lungo la tangenziale, oltre che attorno al perimetro dell’area dove poggiano i piloni di sostegno. A pochi metri da quelle recinzioni c’è il campo nomadi di strada dell’Aeroporto: per i ragazzini è un gioco tagliare le «maglie» per arrivare più vicino alla strada e fare il tiro a segno contro le auto. La zona è vicina allo svincolo per Borgaro. Trecento metri della paura. Due episodi in quattro giorni, altrettanti nelle ultime settimane.

Un nuovo caso
L’ultimo risale a domenica, quando un pullman di pellegrini è stato centrato da un sasso che ha mandato in frantumi un finestrino. «Era un doppio cristallo, è stato danneggiato soltanto quello esterno. Non è la prima volta che accadono episodi del genere - spiega Enrico Penna, 50 anni, responsabile dell’Ufficio Movimento dell’Autoindustriale Vigo di San Mauro Torinese - Non siamo assicurati contro gli atti vandalici, consulteremo i nostri legali per valutare una richiesta di danni all’Ativa». Il lancio è avvenuto alle 18,30, al rientro dei 35 pellegrini dalla gita all’abbazia Casanova, a Carmagnola.

Vista la scarica di «proiettili» (due pezzi di cemento e quattro pietre grandi come arance) contro il pullman, un automobilista si è fermato per offrire aiuto. All’autista ha raccontato di aver visto un gruppo di ragazzini nella scarpata, poi fuggiti verso il campo nomadi.
Due giorni prima, erano stati gli stessi agenti della Polstrada a vedere una quarantina di ragazzini nella stessa scarpata. Avevano appena colpito l’auto di un’impiegata Fiat che tornava a casa dopo una giornata di lavoro.La sua «Punto» è stata colpita di striscio, un sasso ha danneggiato la carrozzeria e spaccato la calotta dello specchietto retrovisore sul lato destro. E appena hanno visto i poliziotti, i ragazzini sono fuggiti nel buio, verso le baracche di strada dell’Aeroporto.

I controlli
Dopo questi episodi, la Polstrada ha deciso di modificare le procedure di pattugliamento: oltre all’intensificazione di passaggi nelle zone «a rischio», è prevista anche la sosta. Ma non può certo essere questa la soluzione al problema. Qualche dato: nel 2012, le denunce di automobilisti sono state 15, l’anno precedente 12. E quasi tutte riguardano quei 300 metri della paura. L’unica eccezione riguarda un pullman danneggiato vicino all’uscita per Volpiano, sulla Aosta-Torino. Anche quello, vicino a un insediamento di alcune famiglie nomadi. Le pietre avevano centrato la parte anteriore del bus, a pochi centimetri dal parabrezza.

La prevenzione è difficile. Le pattuglie di Polstrada e Ativa passano in continuazione, ma nessuno può permettersi il lusso di piantonare quei 300 metri d’asfalto. E qualsiasi intervento sulla tangenziale «deve avvenire secondo regole ben precise», spiega Ossola. Ecco perché non è stata ancora piazzata una rete lungo le corsie, per scoraggiare i lanci. Ancora il presidente Ativa: «Certo, possiamo chiedere l’autorizzazione per installare quelle reti, sempre che un tale dispositivo sia a norma di legge. Comunque, serve sempre l’approvazione di Anas. Ma è chiaro che faremo tutto il possibile per garantire la sicurezza».

I nomadi
Dal 2008 al 2010, gli episodi di quel genere in zona erano la metà rispetto agli anni successivi. All’epoca, però, c’era una situazione diversa nel campo nomadi di strada dell’Aeroporto. I «capi» riuscivano ancora a farsi rispettare e potevano essere interlocutori attendibili anche per le forze dell’ordine. Poi, gli equilibri dell’insediamento sono «saltati». Il rispetto degli «anziani» è merce sempre più rara. E il comportamento dei ragazzini è la conseguenza più lampante.