martedì 22 gennaio 2013

Iran, il sedicenne condannato a morte che piange sulla spalla del boia

Corriere della sera

Il destino condiviso tra il carnefice e il giovane detenuto
di  MAURO COVACICH 


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Il condannato e il suo boia abbracciati insieme, uniti da un decreto che li trascende. A nome di chi brandisce la spada, la Giustizia, dopo che ha posato la bilancia? A chi appartiene la Legge? A Dio o agli uomini? In una condanna a morte la risposta è scontata: nessun uomo potrebbe arrogarsi il diritto di troncare la vita di un altro uomo, questa è una Legge esercitata per volontà divina (anche quando si tratti di uno Stato non teocratico), una Legge che amministra gli uomini dall'alto e di fatto li prescinde. La foto di quel sedicenne iraniano consolato dal suo boia sembra rinviare neanche troppo larvatamente alla sventura che li accomuna: una Legge concepita per sudditi, non per cittadini.

L'ordine che scende dal cielo. A eseguirlo e a subirlo saranno due figli mai adulti che condividono la stessa impotenza. Non ci si emanciperà mai da un simile Padre, ci si spartirà con rassegnazione la sua rabbia punitiva. Eccoli infatti i suoi figli, accorsi all'impiccagione, l'evento che dovrebbe ammaestrarli attraverso il terrore. Guardano, fotografano. Tre donne in prima fila (amiche del ragazzo? sorelle?) assistono allo strazio piangendo, coprendosi il volto, mentre il resto del pubblico tiene gli occhi puntati sulla fine del condannato nascondendo a fatica, nel desiderio di giustizia, il sollievo per lo scampato pericolo. Il capro espiatorio infonde una magra certezza - anche stavolta non è toccato a me - è così che rinforza la coesione del gregge. Ma è davvero giusto il suo sacrificio?

Di fronte a una sentenza capitale e alla sua laboriosa esecuzione - non importa che sia un'iniezione letale o, come in questo caso, un'impiccagione - mi vengono sempre in mente le prime pagine di «Sorvegliare e Punire», il saggio di Michel Foucault in cui la morte di un condannato allo «smembramento» (siamo nella Francia di Luigi XVI) arriva dopo una giornata di tentativi e un continuo andirivieni del boia tra Versailles e il luogo del supplizio per trovare alternative che possano, nel rispetto del decreto della corte, ovviare agli infiniti imprevisti. Posso attaccargli altri due cavalli alle braccia? Posso tagliarlo a pezzi? La ligia, scrupolosa applicazione della Legge in lotta contro il caos e la ribellione delle carni umane. Anche in quel caso gli aiutanti del boia si chinavano tra le corde a baciare il resistentissimo moribondo e lui, sperando in un colpo di grazia fuori protocollo, li ricambiava sussurrando: fate pure il vostro mestiere, io non ve ne voglio.

Mauro Covacich
22 gennaio 2013 | 16:17

Cos’è la nuova patente europea?

La Stampa
a cura di maurizio ternavasio


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Sabato scorso in tutta la Ue è entrata in vigore la nuova patente europea: di cosa si tratta?
Di un documento in formato standard, simile a una carta di credito, dotato di un microchip e collegato ad un database che permetterà uno scambio in tempo reale di informazioni da un Paese membro all’altro rendendo più difficile la falsificazione.

Qual è il suo scopo?
La nuova patente è parte integrante di un più ampio pacchetto di misure adottato con l’obiettivo di incrementare la libertà di circolazione, contrastando il fenomeno delle frodi e migliorando la sicurezza stradale. Verranno semplificate le procedure di gestione delle patenti per le persone che trasferiscono la residenza da uno Stato membro a un altro. In questo ambito per di più scatterà il divieto di rilasciare la patente a una persona a cui sia stata ritirata o sospesa o sia soggetta a limitazioni altrove. I periodi di validità armonizzati e le norme sulle visite mediche garantiranno una maggiore certezza giuridica per molti europei che si spostano in altro Stato membro.

Quali sono gli altri vantaggi?
«La polizia stradale dei diversi Paesi europei sino a ieri era tenuta a riconoscere più di 100 differenti tipi di patente - ha spiegato il commissario ai Trasporti Ue, Siim Kallas -. Spesso le foto riportate sul documento non sono più attuali, la categoria per la quale è abilitato un conducente non è chiara e il documento è facile da contraffare». Il rinnovo amministrativo obbligatorio e periodico delle patenti di guida garantirà che tutti i documenti in circolazione possano essere aggiornati mediante le più innovative caratteristiche di sicurezza. 

Cosa capiterà alla scadenza?
Prima della scadenza il titolare dovrà rinnovare la patente nel Paese dove risiede normalmente. A partire da tale data lo Stato membro di residenza applicherà il nuovo periodo di validità e avrà la facoltà di imporre una visita medica se prevista per i suoi cittadini.

Quando verranno fatte le sostituzioni?
Il cambiamento del documento avverrà al momento dei rinnovi, e comunque con il limite temporale del 2033. Per automobilisti e motociclisti dovranno essere rinnovate ogni 10 anni, con la possibilità di estensione a 15 su richiesta dello Stato membro, mentre quelle per conducenti di autocarri e autobus devono essere rinnovate ogni cinque anni, procedura subordinata al superamento di una visita medica. Uno Stato membro potrà esigere che, due anni dopo aver preso la residenza sul suo territorio, il titolare di patente rilasciata in altro Stato membro senza i periodi di validità stabiliti dalla direttiva (ad esempio, con un periodo di validità indefinito) proceda al rinnovo della patente.

La nuova patente prevede qualche importante novità per la guida dei veicoli?
No, ma è stata introdotta una gradualità per le maximoto che potevano essere guidate a 20 anni se erano stati maturati due anni di esperienza con versioni depotenziate, oppure a 21 anni per l’accesso diretto, ossia senza alcuna esperienza precedente. In quest’ultimo caso adesso occorrono 24 anni.

È prevista anche qualche altra novità?
A 16 anni si potrà attraversare l’Europa, varcando le frontiere dei 27 stati membri, in sella ad uno scooter, a patto che lo si faccia a 45 km/h e senza passeggeri. Sempre riguardo alla due ruote, la nuova patente AM per i motorini di cilindrata 50 verrà rilasciata a 14 anni dalle autoscuole e non più dagli istituti scolastici, dopo aver superato un vero e proprio esame di guida teorico e pratico. 

La classificazione dei veicoli rimane immutata?
No, è prevista una nuova classificazione dei veicoli, con ben 15 sottocategorie (AM, A1, A2, A, B1, B, BE, C1, C1E, C, CE, D1, D1E, D, DE). Per passare da una all’altra si dovrà sempre sostenere un esame, le cui modalità saranno stabilite da ogni singolo stato. Eliminati, dunque, tutti i meccanismi automatici. Altre regole per le patenti principali: la A1 si potrà conseguire sempre a 16 anni per guidare le cilindrate fino a 125 cc. A 20 anni si potrà sostenere l’esame per ottenere la patente A a condizione che si sia in possesso della A2 da almeno due anni. La B1 è una novità e serve essenzialmente per potere guidare i quadricicli, e quindi le minicar, che abbiano massa a vuoto inferiore o pari a 400 chilogrammi. Arrivano anche le patenti C1 e D1 che in pratica solo uguali alle C e D con la differenza che queste ultime si potevano ottenere a 18 e 21 anni mentre ora per sostenere l’esame ci vorranno 21 e 24 anni.

Per quanto riguarda le sanzioni?
Chi verrà trovato a guidare senza patente subirà una sospensione e un’ammenda che oscilla dai 1000 ai 4000 euro.

Cosa succede quando si cambia indirizzo?
Bisognerà comunicarlo, ma sulla patente non verrà riportato nulla. Quando la patente dovrà essere rinnovata, sarà ritirata e sostituita con una nuova.

Femminicidio, Don Corsi torna a dire messa a Lerici

Il Messaggero


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ROMA - È tornato a dir messa don Piero Corsi, il parroco di San Terenzo di Lerici (La Spezia) che con un volantino attaccato alla bacheca della chiesa, mutuato dal sito oltranzista cattolico Pontifex.it, avevasostenuto che la colpa del femminicidio e delle violenze sessuali è anche delle donne, ree di aver perso virtù e decenza. Don Corsi, dopo la bufera che si era abbattuta sulla sua persona e sulla parrocchia nel periodo immediatamente precedente il Natale 2012, aveva obbedito al vescovo della Spezia monsignor Palletti che gli aveva 'chiestò una pausa e un periodo di riflessione.

Pausa che don Corsi ha osservato nella casa di riposo eletta a sua abitazione, sulle alture di San Terenzo, non lontano da parrocchia e centro cittadino dove subito dopo Natale si sono svolte manifestazioni e proteste contro quel volantino sul femminicidio. Così, avendo riflettuto abbastanza su quanto era successo e dopo 24 giorni di pausa, che hanno consentito anche di stemperare le proteste, don Corsi ieri è tornato alla sua parrocchia per officiare la messa domenicale. La curia non commenta il ritorno di don Corsi anche se si fa notare che il sacerdote «ha seguito i consigli del suo vescovo».


Lunedì 21 Gennaio 2013 - 21:13
Ultimo aggiornamento: Martedì 22 Gennaio - 13:08

Mentana, furia con Santoro dopo il duello con il Cav

Libero

"Dagospia" dà conto di una "telefonata di fuoco": Mitraglietta accusa il teletribuno di aver voti a Berlusconi. Michele via da La7?


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Stima. E sospetto. Che i due un po' si amassero e un po' si odiassero non è certo un misetro. La frecciata più velenosa la scagliò Michele Santoro, quando nel luglio del 2011, in piena trattativa (poi sfumata) per passare a La7, definì Enrico Mentana "diversamente libero". Mitraglietta, poi, ebbe un ruolo decisivo per portare il teletribuno alla rete Telecom, tanto che i due vennero immortalati insieme, a pranzo, mentre brigavano per trovare la quadra al trasferimento.

Tutto a posto? - Passiamo ad avvenimenti più recenti. In particolare all'ospitata di Silvio Berlusconi a Servizio Pubblico, l'avvenimento che pare essere il centro di gravità della politica (e non solo) delle ultime settimane. Dopo la trasmissione, Santoro fu crocifisso: "Hai fatto risorgere il Cavaliere", l'accusa che gli veniva rivolta. Mentana - un vero twitter-dipendente - difese subito il collega con un cinguettio: "Accusano Santoro di non aver ammazzato Berlusconi, facendo un programma piaciuto anche a chi non odia il Cav e visto da tutti. Felix Culpa...". Come dire: date un'occhiata agli ascolti e provate a negare che sia stato un colpaccio. Tutto a posto, quindi?

La telefonata di fuoco - Non proprio tutto a posto. Almeno secondo quanto riporta il cuore pulsante delle italiche "soffiate", il sito Dagospia, che dà conto di una "telefonata di fuoco tra Chicco Mentana e Michelone Santoro mercoledì, dopo il sondaggio che dava Silvio ringalluzzito di due punti dopo lo show a Servizio Pubblico". Il contenuto della telefonata resta segreto, ma è facile immaginarne il succo: Mitraglietta ha aperto il fuoco contro il teletribuno, "reo" di aver contribuito con il suo programma a far risalire la china al Cavaliere. E proprio dopo quella telefonata sono cominciate a circolare delle voci che parlano del prossimo addio di Santoro a La7, ancor prima del termine della stagione televisiva. In vista ci sarebbe un ritorno anticipato a Viale Mazzini, favorito anche dal riassetto della rete Telecom (tagli e cambi di management).

Facci a "Sua Vanità" Travaglio: "Nascondi ai tuoi fan i reati"

Libero
di Filippo Facci

Vi spiego quello che il vicedirettore del "Fatto" non spiega in tv: in particolare vi parlo di quella prescrizione di cui Marco non vuole parlare nemmeno sotto tortura


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Sua Vanità, Marco Travaglio, è tornato sul tema a lui caro (economicamente) delle sue condanne per diffamazione. L’ha fatto a Servizio Pubblico, ovviamente, parlando da solo, ovviamente. L’ha fatto per via dei lettori e teleutenti che chiedevano chiarimenti: segno che non ne aveva mai dati. Delle condanne di Travaglio hanno appreso da Berlusconi. Il presunto collega ha mostrato il suo casellario giudiziale - è il quarto anno di fila che lo fa - dove «c’è scritto nulla», quindi ha gongolato come se stringesse in mano un’indulgenza per l’altro mondo. Penalmente, è incensurato: esattamente come Silvio Berlusconi. Però Berlusconi è prescritto: anche Travaglio, visto che l’ultima sua condanna penale è andata in prescrizione il 4 gennaio 2011.

Nei sette minuti supplettivi da lui sequestrati a Servizio Pubblico, in sostanza, Travaglio ha spiegato di essere il migliore come sempre: migliore dei colleghi e direttori berlusconiani «condannati per diffamazione», loro sì, e migliore dei giudici che «non hanno capito» perché l’hanno condannato, migliore dell’intera stampa italiana che dopo Servizio Pubblico «la differenza tra penale e civile non l’hanno capita neanche loro». A meno che a questa differenza, più semplicemente, i giornali italiani non abbiano dato l’importanza che Travaglio le attribuisce. Il presunto collega, infatti, continua a parlare (da solo) come se le condanne civili non nascessero comunque da un illecito e da un cattivo giornalismo, e come se il primo a mischiare e pubblicare le condanne penali e civili dei colleghi, a suo tempo, non fosse stato lui.

Ora che la sua stessa arma gli si ritorce contro, tuttavia, ecco fiorire distinguo su distinguo: e così giovedì sera ha cercato di separarsi dai «direttori berlusconiani, loro condannati più e più volte, loro sì diffamatori professionali», gente diversa da «noi, che non abbiamo nessuna condanna per diffamazione». Interessante. Ma una risposta a tono, purtroppo, implicherebbe l’elenco dei suoi amici e colleghi che sono incappati pure loro in condanne per diffamazione, magari con la specifica che anche il grande Indro Montanelli ne ha collezionate a bizzeffe, di condanne. E così pure tutti i grandi del giornalismo. Per rispondere a tono, cioè, dovremmo contribuire al gioco idiota e prediletto da Travaglio in tutti questi anni: sostituire la fedina penale alla carta d’identità, spiegare ai più beoti tra i suoi fans che un giornalista condannato per diffamazione sia tutta ‘sta cosa. Meglio di no. Meglio lasciare a Travaglio il suo certificato di purezza, glielo lasciamo noi e glielo lasciano tutti i suoi direttori regolarmente condannati per diffamazione.

1) Solo, ecco: si difenda un po’ meglio, almeno. Giovedì sera ha detto d’aver perso una querela con Previti, parole sue, «perché l’avvocato non è andato a presentare le mie prove». Colpa dell’avvocato.

2) Poi ha detto che una causa - persa col magistrato Filippo Verde - gli è andata male «perché il giudice ha capito» una cosa sbagliata. Colpa del giudice. Il quale, a dir il vero, nella sentenza ha scritto che Travaglio si era espresso «in maniera incompleta e sostanzialmente alterata». Ma questo non c’era bisogno di dirlo a Servizio Pubblico.

3) Però ha detto, Travaglio: «Avevo scritto che Confalonieri doveva vergognarsi di accusare la sinistra di voler espropriare Mediaset come a Piazzale Loreto», e questa semplicemente è stata ritenuta dal giudice «una critica eccessiva». Tutto qui.  Agli amici di Servizio Pubblico non ha detto altre cose, però. Non ha detto che, secondo il giudice, lui - Travaglio - aveva dato per certe «ipotesi d’accusa non ancora accertate», che aveva riferito «illeciti non veritieri», che le notizie riferite da Travaglio «devono ritenersi non conformi al principio della verità e pertanto devono ritenersi sussistenti gli estremi del reato di diffamazione». Ops, scandalo, il giudice ha scritto «reato» nonostante fosse una causa civile. Un altro ignorante da segnare sul quadernino, Marco.

4) Poi Travaglio ha detto: «Ho scritto che Confalonieri era imputato assieme a Berlusconi nel processo Mediaset, ma non che era imputato per un altro reato. Il giudice ha capito che gli avessi detto che era imputato per lo stesso reato». Colpa del giudice.

5) Travaglio ha spiegato, poi, d’esser stato condannato per aver evocato «la metafora della muffa e del lombrico» riferita al presidente del Senato, Renato Schifani. Una metafora, ha detto il presunto collega, che era riferita eventualmente al successore di Schifani, non a Schifani. E però - ha detto agli amici di Servizio Pubblico - «il giudice o non ha capito o non ha apprezzato la battuta». Colpa del giudice. Non ha capito.

6) Travaglio ha poi riassunto nel seguente modo la condanna civile per causa della collega Susanna Petruni: «Una giornalista della Rai, berlusconiana di ferro, mi ha denunciato perché ho detto che è una berlusconiana di ferro. Dodicimila euro m’è costata». Eh no. Travaglio l’aveva definita «non obiettiva e asservita al potere della maggioranza di governo...», con episodi specifici di cronaca politica «narrati con evidente parzialità». Poteva dirlo.

7) Infine: Travaglio ha parlato di una condanna (penale, ma prescritta) elargita «perché avevo riassunto troppo un verbale di ottanta pagine in una pagina dell’Espresso... bastava che Previti mi mandasse una rettifica... ». Fine. E così non ha sentito il bisogno di riferire, ai gonzi di Servizio Pubblico, le parole utilizzate dal giudice: «Accostamento insinuante», «omissione evidente», «significato stravolto», «distorta rappresentazione del fatto... al precipuo scopo di insinuare sospetti sull’effettivo ruolo svolto da Previti». Questo in primo grado. In Appello: «È appena il caso di ribadire la portata diffamatoria!, «vi è prova del dolo da parte del Travaglio». Prova. Dolo. Travaglio.

Offende due donne chiamandole 'terrone' De ve pagare sanzione di oltre 2mila euro

Corriere della sera

L'uomo, un 64enne residente a Besozzo (Varese), è stato condannato per aver offeso le vicine originarie di Salerno


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SALERNO - Ora ci penseranno due volte a epitetare i meridionali in maniera non consona. La notizia è questa: aveva insultato le vicine di casa apostrofandole come «terrone» durante una lite per un posto auto. L'uomo, un pensionato di 64 anni residente a Besozzo (Varese), è stato condannato a una multa e a un risarcimento danni dal giudice di Varese Davide Alvigini, che lo ha riconosciuto colpevole di ingiuria aggravata dalla discriminazione razziale.

LA MULTA - Dovrà pagare - come riporta oggi la stampa locale - una sanzione da 400 euro e 2mila euro di risarcimento alle donne insultate, che si erano costituite parte civile. L'episodio risale al 2005, quando madre e figlia, originarie di Salerno, avevano querelato l'uomo per gli epiteti espressi durante una lite di vicinato. Secondo il pm Francesca Rombolà, che ha contestato l'aggravante della discriminazione razziale, l'intento dell'imputato era quello di classificare le vicine come appartenenti a una razza inferiore. La tesi è stata quindi accolta dal giudice, che ha equiparato l'aggravante alle attenuanti generiche condannando il pensionato a pagare la multa e il risarcimento danni.

Redazione online19 gennaio 2013

Uomini che uccidono le donne Online la bacheca dell’orrorre

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella


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È un pugno allo stomaco il mucchio selvaggio di foto di mariti, fidanzati, conviventi, padri che hanno ammazzato la «loro» donna. Di bacheche zeppe di madri, figlie, fidanzate, amanti assassinate ne avevamo viste tante, in questi mesi. Ma mai una tale carrellata di assassini. Facce banali. Facce normali. Facce serene. Facce spesso «rassicuranti». E proprio per questo, messe tutte insieme, terribili.

La bacheca delle vittime e dei «sicari domestici», che si propone di diventare la banca dati per tutte le donne che si battono contro la violenza e per chi se ne occupa per i più diversi motivi professionali, dai poliziotti ai cronisti alle associazioni, è da oggi online. Si chiama inquantodonna.it ed è stata costruita giorno dopo giorno da Emanuela Valente, che per mesi ha raccolto nomi, foto, storie, documenti processuali, link di articoli, telegiornali, trasmissioni televisive per raccogliere la documentazione più ampia possibile intorno al cosiddetto «femminicidio». Non ci sono tutte, chiariamo subito, le donne assassinate negli ultimi anni. Proprio perché la curatrice, che via via sta aggiornando l’elenco coi nomi e le storie anche delle vittime di cui non esistono le fotografie, non ha voluto mischiare tutti i casi insieme:

«Se una poveretta è stata uccisa in una rapina in banca o per aver litigato su un prestito, ad esempio, ho preferito lasciar perdere. E questo per sottolineare quante siano le donne uccise proprio “in quanto donna“. A causa di un “amore” malato, patologico, delirante. Meglio: a causa dell’idea di “possesso” che avevano i loro assassini».

Spiega il sociologo Marzio Barbagli, che forse meglio di tutti ha studiato la storia della criminalità in Italia, che «in realtà non è che oggi siano uccise più donne rispetto a una volta». Se ogni 100 mila abitanti venivano assassinate 3,4 donne nel 1865, la quota già dimezzata a 1,7 nel 1991 (l’anno più violento degli ultimi decenni) è calata nel 2007, ultimo anno di riferimento statistico, a 1,4: un terzo circa rispetto a un secolo e mezzo fa. Mentre in parallelo il tasso di maschi ammazzati scendeva in modo ancora più vistoso di quasi sei volte: da 20 omicidi ogni 100 mila cittadini subito dopo l’Unità a 3,6 oggi.

«Quella che è cambiata però, grazie a Dio, è la percezione della gravità del fenomeno», insiste il criminologo, «insomma, l’omicidio di una donna massacrata “in quanto donna” ci sembra ogni giorno più insopportabile».

Giovanissime e anziane, poco vistose e bellissime, povere e benestanti, remissive o toste, orgogliose o rinunciatarie: erano una diversa dall’altra, le donne assassinate. Facevano le professoresse e le infermiere, le casalinghe e le operaie, le studentesse o le pensionate. E toglie il fiato scorrere quelle immagini di una quotidianità brutalmente interrotta: Elena con un vaso di fiori, Maria Silvana con lo zainetto in montagna, Giulia col vestito da sposa, Anna con un cappellino di paglia, Ilaria che brinda con un calice di prosecco, Lia che coccola il figlioletto nella culla…

E fermano il fiato le didascalie che sintetizzano le tragedie da approfondire con un clic: «Emiliana Femiano, 25 anni, estetista. Massacrata con un numero indefinibile di coltellate (almeno 66 di cui 20 al cuore) dall’ex fidanzato che già l’aveva accoltellata un anno prima». «Mirella La Palombara, 43 anni, operaia. Uccisa con dodici colpi di pistola dal marito». «Alice Acquarone, 46 anni, dipendente di una mensa scolastica, mamma. Uccisa dal compagno che le ha fracassato il cranio con una chiave inglese, ha poi avvolto il corpo in un tappeto e lo ha gettato nel cortile condominiale».

Più ancora, però, se possibile, gela il sangue scorrere le foto dei tantissimi «lui». E se qualcosa nei nostri pensieri è rimasto impigliato degli studi di Cesare Lombroso intorno a certe facce che si distinguono «per la esagerazione degli archi sopracciliari, pel naso deviato molto verso destra, le orecchie ad ansa» o certi «uomini bruti che barbugliano e grugniscono», la panoramica del nuovo sito web mostra tutta un’altra categoria di assassini della porta accanto. E se esistono rare facce che ti farebbero cambiar marciapiede la sera, in gran parte quegli omicidi rappresentano in pieno la banalità del male.

La ferocia che si nasconde dentro esistenze apparentemente anonime. «Strano, era tanto bravo ragazzo…». «Mai dato problemi sul lavoro…». «Sempre così gentile, così educato…». Alcuni, come Salvatore Parolisi (il marito assassino di Melania Rea) o Mario Albanese (il camionista che un anno fa uccise a Brescia l’ex moglie Francesca, il suo compagno, una figlia e il suo fidanzatino) son finiti sulle prime pagine. Altri hanno avuto qualche titolino qua e là. Quello che li accomuna, accusa Emanuela Valente, è la volontà di affermare il «dominio» sulla donna assassinata. E spesso l’aver beneficiato di una certa «indulgenza» giudiziaria.

Come «Ruggero Jucker detto Poppy, 36 anni, rampollo della Milano bene, Re della zuppa. Fa a pezzi la fidanzata con un coltello da sushi e lancia pezzi in giardino. Condannato a 30 anni in primo grado, pena patteggiata in appello e scesa a 16 poi ulteriormente ridotta a 13. Ha già usufruito di 720 giorni di libertà come permessi premio e sarà libero nel giugno 2013». O l’impiegato palermitano Renato Di Felice che qualche anno fa uccise la moglie Maria Concetta Pitasi, una ginecologa, durante l’ennesima lite davanti alla figlia. Non aveva mai avuto grane con la giustizia, era descritto come un uomo mite sottoposto dalla consorte a piccole angherie quotidiane, era difeso dalla figlia: «Non ne potevamo più». Dopo due giorni, in attesa del processo, fu mandato a casa perché «non socialmente pericoloso». Mesi in cella dopo la condanna: dieci.

Per non dire di certi recidivi. «Emiliano Santangelo appena esce dal carcere uccide la ragazza che lo aveva fatto condannare per violenza sessuale. Quando Paolo Chieco — condannato a 12 anni e 6 mesi poi ridotti a 8 anni e 4 mesi per il tentato omicidio della convivente Anna Rosa Fontana — ottiene i domiciliari, a 300 metri di distanza dalla casa di Anna Rosa, finisce di ucciderla. E lo stesso fa Luigi Faccetti: condannato a 8 anni per il tentato omicidio della fidanzata, dopo appena 10 mesi ottiene i domiciliari e la uccide con 66 coltellate: 52 in più rispetto alla prima volta».

Quasi tutte le donne uccise, accusa la curatrice del sito, avevano subito già minacce e violenze, ma la maggior parte di loro non le aveva denunciate: «Quelle che l’hanno fatto, però, non hanno ricevuto alcuna protezione. Lisa Puzzoli, Silvia Mantovani, Patrizia Maccarini e molte altre sono state uccise dopo aver denunciato chi le minacciava, dopo aver chiesto ripetutamente aiuto. Monica Da Boit ha chiamato il 113, terrorizzata, poche ore prima di essere uccisa ma la pattuglia non è intervenuta. Sonia Balconi è morta per un “guasto elettrico al sistema informatico” che aveva fatto dimenticare le sue denunce…».

Crisi, “Vendo laurea in Scienze politiche come nuova, anzi mai usata”: annuncio su Bakeca

Il Mattino


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ROMA - «Vendesi causa mancato utilizzo laurea in scienze Politiche»: l'ultima, originale provocazione sul problema della disoccupazione giovanile arriva sul noto portale di annunci online bakeca.it, con un'inserzione dal titolo "Raffinata Pergamena color avorio" dietro il quale si nasconde (e nemmeno tanto) l'amarissimo sarcasmo di uno studente italiano dopo tanti anni passati a studiare per un lavoro che non c'è.

L'annuncio. «La pergamena finemente decorata può assolvere diversi compiti e funzionalità. Le ampie dimensioni dell'attestato permettono di poter costruire fino a 3 aeroplanini di carta, ottimo per accendere il fuoco nei mesi invernali o per sventolare parenti e amici nelle torride sere d'estate. Per i più sapienti con le mani può essere arrotolata per costruire un binocolo efficientissimo e potentissimo con cui guardare le stelle nelle notti in cui noi facciamo i camerieri, o anche arrotolarlo per fare un simpatico cono in cui inserire le caldarroste, mentre fate visita nei ai negozi in cui lavoriamo come commessi.

Costruita in materiale resistente può anche essere utilizzata come tappeto volante per sognare una vita migliore, la stessa che immaginavamo dopo averla presa (scimmia parlante non inclusa).
La parte posteriore è completamente bianca e può essere utilizzata quindi come tovaglia per i fast-food o può essere usata dai vostri figli per colorare con i pastelli. La versione deluxe del pacchetto contiene anche un master un corso di specializzazione all'estero e vari attestati di lingua nel caso che vogliate arredare una parete delle vostre case con dell'inutile carta straccia.
Regalo in cambio di lavoro».




Raffinata Pergamena color avorio
Il Mattino

L'inserzione originale




Vendesi causa mancato utilizzo laurea in scienze Politiche.

Quando eravamo piccoli ci avete insegnato a inseguire questo sogno e adesso che facciamo finta di essere grandi anche noi ve lo vendiamo. Per ricordarci che oggi sarà uguale a domani e che i giorni passati a sentirsi raccontare favole erano più interessanti perchè il giorno dopo ne arrivava sempre una nuova. La pergamena finemente decorata può assolvere diversi compiti e funzionalità. Le ampie dimensioni dell'attestato permettono di poter costruire fino a 3 aeroplanini di carta, ottimo per accendere il fuoco nei mesi invernali o per sventolare parenti e amici nelle torride sere d'estate.

Per i più sapienti con le mani può essere arrotolata per costruire un binocolo efficientissimo e potentissimo con cui guardare le stelle nelle notti in cui noi facciamo i camerieri, o anche arrotolarlo per fare un simpatico cono in cui inserire le caldarroste, mentre fate visita nei ai negozi in cui lavoriamo come commessi. Costruita in materiale resistente può anche essere utilizzata come tappeto volante per sognare una vita migliore, la stessa che immaginavamo dopo averla presa (scimmia parlante non inclusa). La parte posteriore è completamente bianca e può essere utilizzata quindi come tovaglia per i fast-food o può essere usata dai vostri figli per colorare con i pastelli.

La versione deluxe del pacchetto contiene anche un master un corso di specializzazione all'estero e vari attestati di lingua nel caso che vogliate arredare una parete delle vostre case con dell'inutile carta straccia.

Regalo in cambio di lavoro

In progetto dischi Blu-ray per l’Ultra Hd

Corriere della sera


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Contrordine compagni. Ci eravamo appena rassegnati all’impossibilità di avere un supporto fisico per il nuovo formato ad altissima definizione Ultra Hd che, secondo quanto rivela il sito TechHive , il presidente della Blu-ray Disc Association, Andy Parsons, apre uno spiraglio ad un formato Blu-ray che permetta di contenere film proprio in Ultra Hd. Naturalmente le incognite sono ancora molte. Prima di tutto i nuovi dischetti multistrato fino a 128 gb (questa la dimensione massima ipotizzata da Parsons, in linea teorica si potrebbe arrivare a dischi da 200 gb) verranno codificati con il nuovo codec H.265 e richiederanno ovviamente una nuova categoria di lettori.

Questi ultimi poi potrebbero anche non essere retrocompatibili con i dischi registrati a 1080/24p (l’alta definizione attuale) anche se poi volendo sarebbe naturalmente possibile creare lettori (più costosi)  in grado di leggere tutti i formati. L’altra possibile soluzione sarebbe quella di aggiornare via software alcuni dei lettori esistenti ove possibile e  tentare comprimere film in Ultra Hd nei tradizionali dischetti a 50 gb (ma richiederebbe probabilmente un sacrificio in termine di qualità visiva). Non resta che aspettare. Probabilmente solo fino a maggio quando dovrebbero essere svelate alcune delle caratteristiche della Ps4 di Sony. Se sarà dotata di un lettore in grado di leggere i futuri dischi Ultra Hd, la strada sarà segnata.

L'irriconoscibile Regina nascosta per 60 anni Riemerge il ritratto« sbagliato» di Elisabetta

Corriere della sera

Realizzato nel 1952 per l'incoronazione: fu subito sostituito per poca somiglianza. Ora viene esposto a Liverpool

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Sembra che fra i reali d’Inghilterra e le opere d’arte a loro dedicate non corra proprio buon sangue, ovviamente blu. Dopo infatti le critiche, con relativa parodia online, al primo ritratto ufficiale di Kate Middleton nel ruolo di Duchessa di Cambridge, realizzato dal pittore scozzese Paul Emsley e reso pubblico la scorsa settimana, anche la Regina si è ritrovata immortalata in un dipinto che non mancherà di scatenare gli appassionati del fotoritocco. Perché la donna con la corona in testa e il sontuoso abito azzurrino che vi è ritratta, è indiscutibilmente una regina, che però non c’entra nulla con Elisabetta II, fra l’altro dipinta con un collo esageratamente da cigno, che non si capisce se sia un errore o una licenza d’artista quantomai discutibile.


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«BELLO, MA NON E' LEI...» - Insomma, peggio di così il pittore John Napper, uno dei preferiti del Principe Carlo e morto nel 2001 all’età di 84 anni, non poteva davvero fare quando, nel 1952, realizzò il ritratto per l’incoronazione di Sua Maestà. Non a caso, commentando la sua opera, lo stesso artista disse che si trattava «di un bel ritratto di una regina, ma non di questa Regina». Risultato: il consiglio comunale di Liverpool (il quadro era destinato al municipio della città) gli commissionò in fretta e furia un secondo dipinto (questa volta decisamente meglio riuscito, visto che è esposto ancora oggi nella town hall), mentre il primo quadro venne fatto sparire in un deposito, dove è rimasto nascosto per ben 61 anni, fino a quando gli amministratori di St George’s Hall non hanno deciso di toglierlo dalla naftalina e di esporlo nello storico edificio per celebrare il Diamond Jubilee.

CatturaDUE QUADRI - «Siamo molto orgogliosi che la città di Liverpool possa finalmente mostrare anche il dipinto originale – ha spiegato al Telegraph il vice sindaco Gary Millar – e i due quadri di Napper non fanno che rafforzare il legame fra gli edifici cittadini che li conservano». E felice dello sdoganamento del controverso ritratto si è detta anche la vedova dell’artista, Pauline: «Ricordo quel dipinto molto bene e anche che John era davvero deluso dal risultato e dall’angolazione da cui aveva ripreso la Regina, ma si tratta sicuramente di un bel quadro e sono davvero felice che venga finalmente esposto, come altrettanto felice lo sarebbe mio marito».



Simona Marchetti
18 gennaio 2013 | 16:28

Fare sesso per strada è reato anche se si pensa di non essere visti

La Stampa


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Consumare un rapporto sessuale lungo una strada cittadina, senza coprire la visuale, lede il comune senso del pudore. Non importa che la coppia ritenesse di non poter essere vista da nessuno, perchè quella sera c'era in programma una partita della Nazionale italiana in tv. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza 44214/12. La coppia è condannata in appello per atti osceni in luogo pubblico; la donna è riconosciuta colpevole di aver usato violenza contro un ispettore di polizia e di averlo minacciato insieme ai suoi assistenti.

Fanno ricorso adducendo il motivo secondo il quale pensavano di non poter essere visti. Ma secondo la Cassazione il reato in questione è reato di pericolo: la coppia stava consumando un rapporto sessuale lungo una strada cittadina, prima del tramonto del sole, in un orario in cui ragionevolmente potevano transitare persone e mezzi e senza alcun ostacolo che potesse coprire la visuale. La partita in tv è irrilevante sul comportamento degli imputati, contrario al comune senso del pudore.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Diktat di Pechino a due milioni di cinesi “Ora tutti su Weibo a fare propaganda”

La Stampa

La nuova iniziativa del governo per pilotare l’opinione pubblica: stupisce il numero degli “affiliati”

ilaria maria sala


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Tutti gli operatori della propaganda su weibo, il Twitter cinese, per «pilotare l’opinione pubblica»: questa, la decisione del Dipartimento di Propaganda di Pechino, che, come gli altri dipartimenti di propaganda del Paese, stanno cercando di mettere a punto una strategia per contrastare le richieste di libertà di stampa che si sono avute all’inizio del mese ­ una sfida allo status quo che non si vedeva in questo campo dai tempi di Tiananmen.  E visto il potere e l’importanza dei social media, ecco che in un incontro avvenuto lunedì scorso è stato ordinato ai due milioni di persone che affiliate al Dipartimento di censura di aprire account weibo e cominciare a darsi da fare nel «guidare l’opinione pubblica». Nulla di segreto in quest’operazione, che è stata lanciata da Lu Wei, vice sindaco di Pechino e capo della sezione della propaganda, in modo relativamente pubblico, e che l’idea è stata pubblicata oggi sul Xin Jing Bao, il Quotidiano di Pechino.

Cattura
Sui social media, tutti hanno cominciato a discutere della nuova direttiva ­ stupendosi per prima cosa della quantità di persone coinvolte nel pilotare l’opinione pubblica. Se infatti è noto che il Dipartimento di propaganda di Pechino da lavoro a 60,000 persone in modo diretto, non si sospettava che gli «affiliati» del Dipartimento potessero essere più di due milioni, come è stato rivelato da Lu Wei.

Inevitabile leggere in questa nuova iniziativa per controllare le informazioni una risposta diretta al ruolo importante avuto dai social media nel mostrare il sostegno popolare nei confronti del gruppo editoriale Nanfang, al centro di un caso di censura particolarmente eclatante, quando l¹intero editoriale di Capodanno, che chiedeva riforme politiche, è stato cancellato per inserirne uno ³patriottico² che inneggiava al Partito. L¹enorme sostegno ricevuto dal Nanfang ha colto tutti di sorpresa, e Lu Wei ha dunque stabilito che sia necessario mobilizzare tutti gli incaricati della propaganda, chiedendo loro di attivarsi su weibo, al fine di respingere l’attacco al controllo del Partito sui media, e «purificarli».

Se la privacy preoccupa, DeleteMe cancella i dati personali dal Web

La Stampa

L’app difende la sfera privata tramite il monitoraggio e l’eliminazione di informazioni digitali sensibili
carlo lavalle


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Dal tuo telefono cellulare puoi cancellare i dati personali che compaiono in modo indesiderato e non autorizzato su Internet. Lo permette un’app per dispositivi mobili dal nome DeleteMe , fornita gratuitamente da Abine, società che si occupa della protezione della privacy online. Troppo spesso usare il web implica perdere il controllo sulle informazioni che riguardano la propria vita privata di cui rimane traccia sulla rete. Navigando nello spazio virtuale si lasciano immagini o si cedono continuamente dati di diverso tipo (anagrafici, numeri di telefono, tendenza religiosa o politica, situazione patrimoniale ecc.) che possono essere registrati e oggetto di data mining per essere trattati e per ricostruire comportamenti.

L’identità stessa delle persone viene spesse volte riferita alle informazioni sparse in grande quantità in una molteplicità di database e su vari siti. Esistono decine di società e aggregatori come Spokeo e Intelius che raccolgono dati digitali consentendo di sviluppare un profilo sul singolo individuo. “Questa collezione di informazioni – sostiene Sarah Downey, analista di Abine - porta alla creazione di un ’tu digitale’ e sempre più, molte decisioni che riguardano ad esempio la possibilità di ottenere prestiti, accedere ad assicurazioni o persino il fatto di essere assunto, vengono prese in base a questa versione di noi costruita grazie ad Internet”.

L’applicazione DeleteMe, disponibile anche come servizio web, rappresenta uno sforzo da parte di Abine di difendere la sfera della privacy tramite il monitoraggio e l’eliminazione di informazioni sensibili per evitare che siano rivenduti ad aziende senza aver ricevuto il consenso dell’interessato, o peggio finiscano in mano di soggetti malintenzionati come stalker. Una volta scaricata sull’iPhone dall’App Store ed essersi iscritti il software permette di individuare attraverso una ricerca automatica i siti dove sono presenti i dati personali evidenziando un elenco che l’utente può selezionare per inoltrare richiesta di cancellazione.

Il personale specializzato s’incaricherà di svolgere le pratiche legali per raggiungere la rimozione definitiva. La richiesta iniziale è gratuita mentre per assicurarsi una attività continuativa e completa impedendo la ricomparsa di quanto cancellato in precedenza è necessario pagare il servizio. “Sul mercato – spiega Sarah Downey – ci sono poche applicazioni che possano rispondere alle preoccupazioni dell’utenza in materia di privacy. Per un numero crescente di persone, i dispositivi mobili costituiscono il mezzo principale per collegarsi online, ed è importante che abbiano a disposizione delle soluzioni per tutelarsi”. 

Rione Terra, domani la nuova piazza Nel 1970 la fuga dalla collina impazzita

Il Mattino
di Nello Mazzone


POZZUOLI - Ritorno al futuro per il Rione Terra: domani sera alle 19 riaprirà, dopo oltre quarant’anni di attese e di lavori eterni, la piazza ai piedi dell’acropoli che dalla darsena dei pescatori arriva alla cattedrale. La piazza si chiamerà «Rione Terra-2 marzo 1970»: l’hanno deciso direttamente i cittadini partecipando al sondaggio on-line lanciato dal «Mattino» e dall’amministrazione comunale di Pozzuoli. Una data simbolica e, insieme, evocativa. Quel giorno del 1970 fu l’ultimo vissuto dai puteolani nel Rione Terra, prima dello sgombero coatto imposto dal ministero dell’Interno e dalla protezione civile nazionale per la prima crisi bradisismica.

Il suolo si alzava di alcuni centimetri ogni giorno e restare in quelle abitazioni abitate da duemila anni ininterrottamente sul punto più alto di Pozzuoli era diventato troppo pericoloso. Da allora più nessuno – eccetto sporadiche occasioni – ha rimesso più piede nello storico quartiere. I più anziani ricordano quella data come l’«esodo». Il 44,9 per cento dei partecipanti al sondaggio sul sito on-line del «Mattino» ha votato per Piazza 2 marzo 1970, mentre il 32,3 per cento ha espresso la sua preferenza per Angelo Nino Gentile, il sindaco Dc dal 1969 al 1974 che dovette affrontare la prima crisi bradisismica e il dramma dello sgombero coatto.

Al terzo e quarto posto del sondaggio on-line due nomi storici della Pozzuoli del ’600: Filippo IV di Spagna (16,9 per cento dei voti), sovrano che concesse a Pozzuoli numerosi privilegi di natura economico-fiscale e Martino de Leon y Càrdenas (5,9 per cento dei voti), vescovo-governatore che per primo avviò i lavori di ristrutturazione della cattedrale attorno al 1640. E ieri c’è stato anche il passaggio burocratico fondamentale per il via libera al taglio del nastro: la giunta al completo, guidata dal sindaco Vincenzo Figliolia, ha approvato all’unanimità l’esito del sondaggio e dato il via libera per la targa che sarà apposta domani sera.

Ci sarà il vescovo Gennaro Pascarella insieme al sindaco, alla giunta e all’intero consiglio comunale. Sono stati invitati, poi, il sovrintendente speciale per Napoli e Pompei Teresa Elena Cinquantaquattro e il direttore generale campano per i beni culturali, Gregorio Angelini. Ma a Pozzuoli è atteso soprattutto il governatore Stefano Caldoro: la Regione ha investito già oltre cento milioni di euro di fondi europei per riaprire il Rione Terra. Ma servono altri finanziamenti per completare il campanile del rinnovato Tempio-Duomo e per riaprire il percorso archeologico sotterraneo. Immagini suggestive, queste ultime, che saranno proiettate in piazza, direttamente sulla facciata dei tre edifici completati del Rione e che saranno inaugurati ufficialmente per il prossimo maggio. Una video-installazione che darà il via alla cerimonia ufficiale.

Ci sarà la musica del Cinquecento, con la tradizione delle «villanelle», in omaggio anche ad una delegazione della guardia spagnola dell’orden civico militar Reales Tercios di Spagna, Italia e Fiandre. Resta il nodo del futuro: con la consulenza di un docente universitario il Comune sta lavorando alla stesura del bando internazionale per la gestione pubblico-privata delle aree della Rocca destinate, dall’accordo di programma firmato con la Regione, a botteghe, alberghi e sala-convegni. L’idea è trasformare l’antica via Duomo in una strada con botteghe di artigianato di qualità, sul modello del Vicolo d’Oro di Praga. Un futuro tracciato, che parte da quella lontana data di quarantatre anni fa.

 
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venerdì 18 gennaio 2013 - 14:02   Ultimo aggiornamento: 16:04

Gelati gratis e un party per il lancio di Mega

Corriere della sera

Kim Dotcom a un anno dall'arresto per MegaUpload  torna con un nuovo servizio per il download illegale
WELLINGTON – Bagno di folla, gelati gratis e un grande party nella sua megavilla in un quartiere esclusivo di Auckland. Kim Dotcom, il peso massimo della pirateria musicale e non solo, al centro di un’indagine statunitense per frode, non si è risparmiato per pubblicizzare l’esordio del suo nuovo sito, mega.co.nz, che aprirà le porte agli amanti di musica e film (illegali) a un anno dal suo arresto, domenica 20 gennaio. «Nel Medioevo – ha affermato Dotcom – i nemici del progresso bruciano libri. Oggi si bruciano i siti Internet. Mega sarà il sito che metterà la parola fine a questa persecuzione».


Cattura
GELATI E LIBERTA’ - Il 38enne cittadino tedesco (il cui vero nome è Kim Schmitz), attualmente residente in Nuova Zelanda, è apparso nel centro di Auckland, “armato” di gelati creati per l’occasione (al gusto di cioccolato bianco e amarena) che ha distribuito alla folla festante. Sarebbe questo solo un assaggio, ha spiegato, della libertà che si aprirà agli internauti non appena il suo nuovo sito aprirà i battenti. «Sarà molto innovativo, abbiamo inventato cose che Internet non ha ancora sperimentato».

PARTY ESCLUSIVO - Come il famoso personaggio del romanzo di Roald Dahl “La fabbrica di cioccolato”, Willy Wonka, Dotcom distribuirà anche dieci “golden ticket” che garantiranno l’ingresso al party di lancio del nuovo sito che avrà luogo nella sua villa miliardaria di Coatesville. «Sarà una festa straordinaria», ha commentato Dotcom che non ha voluto rivelare dettagli dell’atteso ricevimento.

MEGA ALL’ESORDIO - L’estroso fondatore del sito di file-sharing Megaupload, oscurato dopo l’accusa da parte dell’Fbi americana di aver incassato 175 milioni di dollari grazie a un business, iniziato nel 2005, di copiatura e di distribuzione di musica, film e altri prodotti coperti da copyright senza la necessaria autorizzazione, ha deciso di ripartire all’attacco con Mega, che consentirà agli utilizzatori di avere il controllo – e anche la responsabilità – dei propri files, aggirando così artificiosamente le leggi statunitensi in tema di copyright. Gli utilizzatori del nuovo servizio potranno caricare, immagazzinare e condividere foto, musica e film, crittografare i file e renderli accessibili usando chiavi personalizzate. Visto che gli operatori di Mega non avranno accesso ai contenuti, non potranno neanche essere considerati responsabili delle attività del sito.

POPSTAR – Dotcom, quindi, con gelati e feste, continua a promuovere il suo nuovo business proponendo un'immagine di combattente della libertà. Salvo poi postare su Twitter un invito agli italiani a utilizzare Mega mostrando una foto dove è in posa accanto alla polizia italiana con una macchina targata "Mafia". Di recente, infine, l'imprenditore pirata ha esordito anche come cantante pop nei mesi scorsi. Suo il motivetto anti-Obama, intitolato “Mr.President”, girato nella Rete i mesi scorsi, che farà parte di un album registrato con Printz Board, produttore dei Black Eyed Peas.

Dotcome lancia il nuovo Mega Dotcome lancia il nuovo Mega Dotcome lancia il nuovo Mega Dotcome lancia il nuovo Mega Dotcome lancia il nuovo Mega

Emma Kay
18 gennaio 2013 | 13:10

Energy drink: aumentano i casi d’emergenza dopo averli bevuti

Corriere della sera

Tachicardia, nervosismo, convulsioni e persino morte improvvisa: in quattro anni raddoppiati i ricoveri negli Usa
 
MILANO – Che le bevande energetiche non abbiano effetti terapeutici, ma siano controindicate per i ragazzi lo aveva già ipotizzato un articolo di un paio di anni fa pubblicato su Pediatrics. E considerato che, come sottolineava l’articolo, il consumo di queste bevande riguarda dal 30 al 50 per cento proprio i teenager e i bambini, la stampa estera ammoniva: «Energy drinks no good for kids». Ora un rapporto promosso dalla Substance Abuse and Mental Health Services Administration parla negli ultimi anni di un’impennata preoccupante dei ricoveri e delle complicazioni riguardanti pazienti giovanissimi proprio in seguito al consumo degli energy drink. Ma le informazioni su queste presunte situazioni di emergenza, come fa notare l’industria del settore, sono ancora troppo vaghe e su ciascun paziente andrebbe inquadrato il quadro clinico prima di giungere a conclusioni affrettate.


Cattura
QUATTRO ANNI E IL DOPPIO DEI RICOVERI – In particolare il rapporto denuncia un raddoppio dei ricoveri tra il 2007 e il 2011 di pazienti che hanno dichiarato l’esclusivo consumo di bevande energetiche (non abbinato dunque a nessuna altra sostanza). Da 10.068 le situazioni di emergenza sono passate a 20.783 in soli quattro anni e gli stessi medici del pronto soccorso raccontano di vedere ormai con preoccupante frequenza ragazzi in condizioni serie dopo qualche sorso di troppo di energy drink. Insonnia, nervosismo, palpitazioni, tachicardia, convulsioni e addirittura attacchi epilettici: questi sarebbero i sintomi di una bevuta energetica, probabilmente giustificati da un eccesso di caffeina contenuto in questi prodotti. Il report si basa sui dati provenienti da 230 strutture ospedaliere, che in realtà rappresentano una quota di appena il 5 per cento degli ospedali nazionali.

DUE CASI AL MESE - Due casi al mese: tanti secondo un medico di San Francisco sono gli episodi che necessitano di un ricovero a causa di queste bibite e il trend è tanto più preoccupante quanto più questi drink stanno diventando popolari, soprattutto tra i giovanissimi. Lo studio in realtà non specifica la natura esatta dei sintomi e parla genericamente di situazioni di emergenza collegate all’assunzione di energy drink, battezzando questo fenomeno come un “crescente problema di salute pubblica”. Come fa notare Howard Mell, medico di primo soccorso alla periferia di Cleveland, sarebbe necessaria una maggior sensibilizzazione sull’argomento: «La gente non si rende conto. Vengono al pronto soccorso dichiarando di aver bevuto tre drink energetici in un’ora e non sanno che è come bere 15 tazze di caffè».

MORTI SOSPETTE - Il contenuto di caffeina insomma sarebbe oltre i limiti e del resto tra i tanti casi preoccupanti va annoverato anche quello di una ragazzina del Maryland morta dopo aver bevuto due lattine di bevanda energetica. La giovane, dopo aver consumato 1,5 litri di una bibita della Monster Energy (competitor della Red Bull), è deceduta e l’autopsia parlava chiaro: «Grave scompenso cardiaco in seguito ad avvelenamento da caffeina».

Sugli energy drink aleggia il sospetto di 18 morti complessive, anche se per il momento le cause non sono così certe e soprattutto va appurato, caso per caso, se non ci sia stato il consumo di droghe o altre sostanze associate alle bevande energetiche. La Food and Drug Administration sta indagando, in attesa, come specifica la portavoce Shelly Burgess, di acquisire nuove informazioni sugli ingredienti dei prodotti sotto accusa. Ma nel frattempo il volume di vendite di queste bibite, dominate essenzialmente da tre marchi (Monster, Red Bull e Rockstar), è aumentato del 17 per cento.

Emanuela Di Pasqua
18 gennaio 2013 | 15:38

In Israele è finita l’era dei kibbutz. Nessun rappresentante nel prossimo parlamento

Corriere della sera


GERUSALEMME  - «Il 28 ottobre 1910 noi compagni, dieci uomini e due donne, abbiamo fondato un insediamento indipendente di lavoratori ebrei. Una cooperativa, senza sfruttatori e senza sfruttati. Una comune». L’iscrizione sulla pietra e il patto che suggellava non sono riusciti a celebrare il centenario. Sei anni fa l’85 per cento dei 320 abitanti del kibbutz Degania, sulle rive del lago di Tiberiade, ha votato per abolire l’organizzazione collettiva: da compagni a soci, stipendi differenziati a seconda dei meriti, case a prezzi (quasi) di mercato.


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Degania è stato il primo villaggio agricolo a essere fondato, non è stato l’ultimo a venire privatizzato. La crisi economica dei kibbutz si è trasformata in recessione degli ideali: nel prossimo parlamento potrebbero non esserci rappresentanti del movimento che ha creato lo Stato d’Israele. «Nella prima Knesset sedevano 26 membri di kibbutz — ricorda con malinconia Yossi Sarid sul quotidiano Haaretz — tre volte la loro quota percentuale nella popolazione del tempo. Cinque erano diventati ministri. Tutto è finito nel 1977, quando Menachem Begin (leader del Likud, ndr) li descrisse come edonisti. Non si sono mai più ripresi, malgrado il loro contributo incomparabile alla fondazione e alla difesa del Paese».

Nelle 34 liste presentate per il voto di martedì prossimo i kibbutznik sono in posizioni troppo difficili, tutti fuori dal numero di seggi previsti dai sondaggi. Perfino i laburisti hanno scelto di dare il posto garantito per il settore agricolo a Danny Atar, che non abita in un kibbutz. La leader Shelly Yachimovich vuole tagliare con il passato socialista, le interessano i voti dei giovani borghesi che vivono a Tel Aviv o scelgono la campagna solo perché è più sana per i figli. L’ex giornalista televisiva è consapevole che dai villaggi collettivi non arriva più il sostegno che una volta garantiva la vittoria del suo partito.

Alle elezioni di tre anni fa, il 31,1 per cento dei membri dei kibbutz ha votato per Kadima, il 30,6 per il Labour, il 17,7 per Meretz e il 5,8 addirittura per il Likud. Scegliere i conservatori non comporta più la scomunica dei «compagni». Evyatar Dotan ha organizzato le visite elettorali nelle cooperative per i candidati di Yisrael Beitenu, alleato con il Likud di Benyamin Netanyahu. C’è andato anche il leader ultranazionalista Avigdor Lieberman, che piace «perché ha sostenuto gli agricoltori nei momenti più difficili».

L’unico kibbutznik ad avere qualche possibilità di entrare in parlamento sta ancora più a destra, con Naftali Bennett: Zvulun Kalfa era tra i coloni evacuati dalla Striscia di Gaza nel 2005 ed è diventato il responsabile della comunità di Shomriya nel deserto del Negev. «Un’era è finita — scrive Yossi Beilin, tra gli artefici degli accordi di Oslo, su Israel Hayom —. D’ora in avanti se il movimento vorrà contare e influenzare le decisioni politiche dovrà affidarsi alle pressioni dei lobbisti».

Fu «accusato» da Striscia la Notizia Impiegato suicida un anno dopo

Corriere del Mezzogiorno

Fu filmato al Catasto mentre accettava 20 euro. I colleghi: «È morto dopo un atto di sciacallaggio»

NAPOLI — «Cattiva prassi al Catasto di Napoli». Sono le 21 di martedì 24 gennaio 2012 quando Luca Abete, avellinese 40 anni, inviato di punta di «Striscia la Notizia» denuncia in prima serata su Canale 5 l'ennesimo episodio di malcostume all'interno di un ufficio pubblico.


CatturaLA VICENDA - La telecamera giustiziera di «Striscia» fa luce su un brutto andazzo: al Catasto immobiliare di via De Gasperi — questa l'accusa del servizio tv — c'è chi accetta «mazzette» per consegnare documenti, mappe catastali a persone che non ne avrebbero titolo in cambio di piccole cifre: venti euro al massimo. L'inviato prima intervista persone, rese irriconoscibili, che spiegano il meccanismo, poi decide di passare all'azione. Si fa aiutare da una donna che accetta di fare da agente provocatrice. Telecamera nascosta, è lei a entrare in ufficio e chiedere una planimetria per conto di altri senza esibire la delega come invece dispone la legge.

Alle rimostranze dell'impiegato la donna allega 20 euro alla pratica. La scena clou, quella in cui scatta la trappola, dura due o tre secondi ma rivista adesso, dopo il suicidio del dipendente pubblico, appare una drammatica sequenza al rallentatore. Si vedono i venti euro comparire dalla borsa dell'agente provocatrice, si vedono le dita di lei sormontate da lunghe unghie appuntite e laccate di rosso, mentre fanno aderire la banconota azzurrina alla pratica. È il momento del rallenty tv ma anche quello della verità: l'impiegato può rifiutare sdegnato o può accettare i soldi ed entrare in un tunnel che lo porterà alla morte. Passa un attimo che sembra un'eternità nella sospensione di un gesto che avrà conseguenze tragiche.

IL FILO DELLA VITA - Viene in mente il mito greco delle Moire: dalla conocchia di Cloto si dipana il filo della vita, Lachesi dispensa quel filo che rappresenta la sorte di ogni essere umano. Atropo infine, l'inflessibile, taglia senza pietà quel filo e con esso la vita... Le immagini tornano a scorrere veloci: si vede, dunque, l'impiegato allo sportello allungare la mano, prendere la banconota e metterla da parte. Dopo un po' ecco spuntare la planimetria. La trappola è scatatta. Lo «scoop» è riuscito, l'indignazione del pubblico a casa è assicurata, l'impiegato presunto corrotto, ma a sua volta vittima di un drammatico Truman show, è inchiodato alle sue responsabilità agli occhi di milioni di telespettatori. Greggio e Hunziker possono fare «ahi, ahi» con le mani in segno di pubblica riprovazione. Applausi e dissolvenza.

UN LANCIO NEL VUOTO - Un anno dopo, le cinque di ieri mattina. Un uomo calvo di mezz'età, baffoni e occhiali, apre il balcone al settimo piano della sua casa in via Filippo Maria Briganti a Napoli, si sporge e poi si lancia nel vuoto restando ucciso sul colpo. È Lucio Montaina, l'impiegato del Catasto incastrato da «Striscia» con i venti euro tra le mani. Lascia la moglie casalinga e due figli.
«Questa volta Striscia la Notizia si è macchiata di un'azione di sciacallaggio,

Lucio era un impiegato perbene, non era certo uno che chiedeva tangenti, come si vede dal filmato quei 20 euro glieli hanno offerti...». Nella sede del Catasto di Napoli ieri mattina le lacrime e la rabbia dei colleghi di Montaina, quelli che non ci stanno a passare per corrotti e che adesso dicono: «È giusto perseguire chi ruba e chi commette illeciti, ma non si può braccare un uomo come se fosse un delinquente. Lucio era una persona perbene, non accettiamo questa condanna televisiva senz'appello».

UN ANNO DI TORMENTI - Una circostanza sconcerta: Montaina si è ucciso dopo un anno di tormenti per aver accettato quei maledetti venti euro senza aver ricevuto nemmeno un avviso di garanzia. Lo racconta Salvatore Iossa, sindacalista e compagno di lavoro del morto: «L'amministrazione dell'Agenzia del Territorio l'aveva denunciato e poi licenziato in tronco. Lucio (in realtà era un funzionario di VI livello) aveva presentato ricorso e il giudice del lavoro l'aveva accolto. Reintegrato per qualche mese era stato trasferito ad altro incarico, poi però l'ente aveva presentato appello contro il reintegro e aveva vinto, Montaina era tornato a casa senza un lavoro. Ora stava cercando di arrivare a un'intesa con l'ufficio accettando un periodo di sospensione invece del licenziamento. Domani (oggi per chi legge, ndr) avrebbe dovuto partecipare a un'udienza invece celebreremo il suo funerale».

IL SILENZIO DI MEDIASET - Tace Mediaset: «Non abbiamo dichiarazioni da fare» spiega l'ufficio-stampa. Non commenta Luca Abete, autore del servizio. Mentre al Catasto di Napoli tutte le sigle sindacali firmano un documento unitario anche per ribadire «che qui lavorano tante persone perbene e comunque Lucio non era un delinquente». Spiega ancora Iossa: «Eravamo noi ad aiutare lui e la sua famiglia visto che è rimasto per mesi senza stipendio; ci siamo tassati e abbiamo raccolto dei soldi che abbiamo fatto in tempo a consegnargli.

È venuto a trovarmi l'altra mattina, era un uomo sconvolto. Mi hanno teso una trappola, sono degli sciacalli ripeteva...purtroppo è finita così». Non si nasconde dietro un dito Antonio Graziano, coordinatore Uil: «Premesso che è doveroso fare pulizia contro gli atteggiamenti sbagliati o illegali negli uffici pubblici — dice — non si può accettare ciò che è accaduto. Resta il dolore per la morte di un collega e poi il rammarico perché ci si scandalizza davanti ai 20 euro mentre non si approfondiscono aspetti molto più gravi che riguardano la gestione degli uffici e che noi denunciamo da anni».

L’ULTIMO ATTO - Ultimo dettaglio non trascurabile in questa triste vicenda: alla moglie di Montaina l'Inpdap dovrà assegnare la pensione di reversibilità, atto dovuto di giustizia nei confronti di un uomo che ha pagato con la vita un gesto di debolezza sicuramente censurabile ma senza poter godere di tutele parlamentari, leggi ad personam, legittimi impedimenti o altri pasticci giuridico-legali del genere. Ieri in ufficio l'ennesima colletta per comprare un mazzo di fiori da mettere sulla scrivania di Lucio, l'impiegato coi baffoni che accettò venti euro da una misteriosa Mata Hari con inquietanti e appuntite unghie laccate di rosso.

Roberto Russo
18 gennaio 2013

Una sopraelevata per le bici Per scavalcare il traffico

Corriere della sera

In un grande tubo sopraelevato, riservata solo ai ciclisti per evitare di respirare smog

Un grande tubo sopraelevato, con pareti trasparenti, in cui percorrere in tutta sicurezza e fuori da smog e traffico fino a 10 chilometri con la propria bicicletta. È l'idea di un architetto americano, per ora solo un concept, applicabile al di sopra delle grandi arterie di trasporto urbano delle città più congestionate del mondo. Pensato per le metropoli sudamericane e statunitensi, il progetto potrebbe essere esportato anche in Europa, dove l'uso delle biciclette come mezzo di trasporto alternativo e a zero emissioni inizia a radicarsi nella cultura e negli usi quotidiani della popolazione.

Video

ENERGIE ALTERNATIVE – Il Bicimetro Eco-bahn, dal nome tedesco ma dall'inventore americano, prevede una sorta di doppio binario soprelevato, protetto da un doppio tubo (per le due direzioni di marcia), fatto di acciaio e vetro, in cui salire usando apposite passerelle mobili, per percorrere poi fino a dieci chilometri all'interno del tunnel per sole bici. Ogni tunnel per ciclisti è areato, con stazioni di salita e discesa da studiare a seconda dei casi e delle città in cui viene costruito, e ogni meccanismo che necessita di energia (le passerelle, le porte, l'illuminazione per le ore notturne) funziona grazie a turbine a vento e pannelli fotovoltaici.

UN INVOLUCRO PROTETTO – Dalla parte di chi sceglie le due ruote ecologiche per spostarsi, la eco-ferrovia del Bicimetro potrebbe aiutare il ciclista regalandogli corsie riservate, la totale assenza di rischi di incidenti tra le auto, e giovando anche alla salute, permettendo di non respirare lo smog dei mezzi di trasporto a gas e benzina su strada. Ma per ora si tratta solo di un concept, appena presentato a Las Vegas dall'architetto Richard Moreta Castillo, che da molti anni lavora su progetti ecosostenibili per migliorare il panorama urbano delle grandi città. Originario di New York ma cresciuto a Santo Domingo, Moreta ha lavorato anche in Italia e Germania, ed è suo per esempio il progetto di città-container in aiuto alle popolazioni colpite dal terremoto di Haiti del gennaio 2010.

L'IDEA DI NEW YORK – Per aiutare e incentivare l'uso delle bici per andare al lavoro, molte grandi città stanno studiando progetti per semplificare la vita ai ciclisti. È il caso di New York, dove lo scorso anno il Comune trasformò circa 200 vecchi parchimetri (oggi desueti e sostituiti con sistemi di pagamento computerizzati) in rastrelliere o pilastri cui poter legare il proprio mezzo senza rischiarne il furto. Qualche giorno fa, la stessa amministrazione comunale ha deciso di estendere il suo progetto coinvolgendo ben 12 mila piloni del parcheggio e la stessa idea sta ora contagiando altre città d'America.

Eva Perasso
18 gennaio 2013 | 13:13

Inps, «articoli revisionisti sul fascismo nell'intranet». Il Pd: interrogazione parlamentare

Il Messaggero


Cattura
ROMA - Il Pd presenta un'interrogazione al ministro del Lavoro Elsa Fornero per chiedere come mai sul sito Inps compaia un articolo revisionista sul fascismo nel quale si definisce il ventennio mussoliniano un «regime blando basato sul consenso popolare in virtù degli enormi successi ottenuti in campo economico, sociale e internazionale». Nell'articolo, pubblicato sull'area intranet dell'Inps, si parla anche delle leggi razziali come di «un episodio che in parte ha vanificato quanto di buono fatto in quegli anni.

Nell'interrogazione
, firmata dall'esponente del Pd Oriano Giovanelli, si chiede «per quali ragioni nel sistema intranet dell'Inps sia stato pubblicato un articolo revisionista dal titolo "28 ottobre 1922 la marcia su Roma" in cui il regime di Mussolini viene definito un «un regime comunque blando (...) basato sul consenso popolare in virtù degli enormi successi ottenuti in campo economico, sociale e internazionalè. E che le leggi razziali del 1938 vengono segnalate come un episodio tale da aver in parte vanificato e offuscato quanto di buono realizzato in quegli anni?».

«Per quali ragioni - scrive ancora Giovanelli - un articolo di questo tipo è stato pubblicato all'interno di uno strumento ufficiale di lavoro e comunicazione di un istituto quale l'Inps, sottoposto alla sua funzione di governo e al controllo del Parlamento, che raggiunge via mail 21663 iscritti? Sul caso ho depositato una interrogazione parlamentare al ministro Fornero per sapere se ritenga di chiedere urgentemente al presidente dell'Inps sull'accaduto e sulle misure che intenderà prendere, una volta accertate le responsabilità, verso i protagonisti di questo vergognoso insulto alla storia, alle vittime di quella sanguinaria dittatura e alla costituzione democratica e antifascista». Giovanelli chiede poi «se il ministro ritenga di acquisire tutte le rassicurazioni utili ad avere certezza che fatti analoghi non possano più verificarsi».


Giovedì 17 Gennaio 2013 - 16:13