mercoledì 23 gennaio 2013

La vedova Jobs e la battaglia per gli immigrati clandestini

Corriere della sera


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Una chiacchierata tanto lunga quanto rara, per lei. L’ha fatta Laurene Powell, vedova miliardaria di Steve Jobs (nell’immagine, che ha fatto il giro del mondo, con la moglie pochi mesi prima di morire) con The Lookout di Yahoo! per lanciare la sua iniziativa digitale a favore della riforma della legge sull’immigrazione negli Stati Uniti, il cosiddetto “Dream Act”. Martedì è stato il “giorno 1″ del sito chiamato appunto The Dream is Now e che raccoglie una serie di testimonianze in video di giovani immigrati clandestini negli Usa. Non-cittadini americani che invece avrebbero diritto alla cittadinanza se la proposta “Dream” – acronimo di Development, Relief, and Education for Alien Minors - presentata formalmente già nel 2001 diventasse legge. Un testo secondo il quale gli immigrati potrebbero chiedere la residenza negli Stati Uniti se sono arrivati sul suolo americano prima di compiere 15 anni e hanno vissuto nel Paese per almeno 5.

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Se a qualcuno viene in mente Bill Gates, sentendo questa storia, la reazione non è strana. Dopo vent’anni vissuti all’ombra del genio di Apple, quella che viene definita la donna più ricca della Silicon Valley sfrutta tecno-dollari e competenze, se non sue della cerchia di conoscenti, per varare un progetto di solidarietà. Tra queste conoscenze il regista Davis Guggenheim, autore del documentario “An Incovenient Truth” che presentava sullo schermo l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore, attualmente membro del board di Apple. Sul sito sponsorizzato dalla Powell, come detto, sono raccolte le storie di questi giovani che – attraverso appunto la piattaforma – possono condividere con gli utenti i loro progetti per cercare di far capire la propria vita e desideri.



L’Aeronautica: F35 indispensabili Ingroia contro il Pd: erano a favore

La Stampa

Le forze armate difensono il piano d’acquisto: «Nessuna alternativa».Il leader degli Arancioni bacchetta Bersani: «Non si era mai opposto»

roma


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Il caccia F35 è «indispensabile» per la Difesa italiana; «Non esistono alternative adeguate» ed esso rappresenterà «la spina dorsale della forza aerea nazionale dei prossimi 40 anni». Quanto ai problemi tecnici segnalati recentemente, come la vulnerabilità ai temporali, «sono normali in questa fase di sviluppo e verranno via via corretti». Finito nel mirino della campagna elettorale per i suoi alti costi (15 miliardi di euro per 90 velivoli), il programma Joint Strike Fighter viene difeso a spada tratta dall’Aeronautica militare che apre alla stampa il polo di Cameri, dove verranno assemblati gli F35.

Presenti anche rappresentanti delle 60 aziende italiane coinvolte nel programma, capofila Alenia Aermacchi, che lanciano l’allarme dopo le ipotesi di tagli lanciate ieri anche dal candidato premier del centrosinistra, Pier Luigi Bersani: «Ridimensionare il programma sarebbe un disastro. L’Italia non può restare fuori da questa partita». Lo stabilimento di Cameri ha già cominciato ad assemblare le ali degli F35. A luglio prossimo partirà l’assemblaggio del primo velivolo completo: la consegna è prevista per la primavera del 2015.

«Sugli F35 Bersani ha cambiato idea? Il Pd, che dice di volere governare con Monti, ha dimenticato i provvedimenti che ha votato? Verba volant scripta manent. E basta leggere i resoconti parlamentari per capire che siamo di fronte ad un inganno». Lo scrive su facebook Antonio Ingroia, leader di Rivoluzione civile. «Il Partito democratico - prosegue - non si è mai opposto all’acquisto vergognoso dei cacciabombardieri F-35, votando persino contro un ordine del giorno che ne chiedeva l’eliminazione». «Si tratta di difettosissimi aerei da guerra - sottolinea Ingroia - così come riconosciuto dallo stesso Pentagono, i cui costi stanno lievitando esponenzialmente.

Confermare l’ordine significa sprecare vergognosamente soldi pubblici che potrebbero sicuramente trovare migliore investimento nell’istruzione, nella salute, nella ricerca e nel lavoro e in tanti altri settori che la crisi e le scelte del governo Monti, sostenuto anche dal Pd, hanno messo in ginocchio». «È ormai sempre più evidente che l’unico voto utile è quello dato a Rivoluzione Civile - spiega l’ex pm - che ha messo, nero su bianco, nel proprio programma il taglio delle spese militari, a partire dall’acquisto degli F-35, dei sottomarini e di tutti i nuovi armamenti».

Acqua sì, ma senza sprechi

La Stampa

Ecco come comportarsi per risparmiare acqua ed evitare inutili e nocivi sprechi

Grazie alla crisi economica siamo diventati più parsimoniosi e più rispettosi nei confronti dell’ambiente. Ma ci sono sempre accorgimenti da osservare, che spesso sembrano banali e che possono rivelarsi utili per il risparmio energetico. Quando si tratta di acqua, ad esempio, gli sprechi che si potrebbero evitare sono tanti, a cominciare dai rubinetti aperti mentre si lavano i denti, ci si rade o si fa lo shampoo. Sono ben 10 i litri di acqua che fuoriescono dai rubinetti ogni minuto e, se si chiudessero mentre ci si insapona, si eviterebbe di far arrivare ai depuratori ettolitri di acqua che non necessita di alcuna pulizia.

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Ma anche un rubinetto che gocciola, oltre che far perdere il sonno di notte, contribuisce a far aumentare gli sprechi: 90 gocce al minuto, moltiplicate per un anno, fanno 4.000 litri. Per accertarsi che non ci siano perdite, è sufficiente mettere sotto il rubinetto un piccolo contenitore, mentre per il wc il controllo si fa vuotando, nella cassetta nel water, prima di andare a dormire, una boccetta di colorante alimentare.

L'eventuale colorazione delle pareti del water, o dell'acqua sul fondo ti segnalerà una perdita. Rimanendo in bagno, anche lo scarico del water che permette di regolare il flusso dell’acqua si rivela molto utile. Ogni volta che si preme il pulsante se ne vanno 10-12 litri di acqua, ma se si è provvisti di cassettina con doppio tasto è possibile erogare diverse quantità di acqua a seconda delle necessità.

Prima di questo intervento, anche inserire nella cassetta dello scarico un mattone, o una bottiglia piena d'acqua, facendo attenzione a non ostacolare il galleggiante e il meccanismo di scarico, ti può fare risparmiare parecchi litri d'acqua. Anche lavare la macchina troppo spesso rappresenta un grosso spreco di acqua e, in questo caso, consigliano di utilizzare un secchio, che permetta di controllare i litri che si usano.

A differenza di quanto si pensa, bagnare le piante può essere inutile, a volte. Il giardino va bagnato di sera, quando il sole è calato, per evitare che l’acqua evapori troppo velocemente. Per proteggere la terra da siccità e arsura, è consigliata l’aggiunta di pacciamatura. Inoltre, per bagnare le piante si può raccogliere l’acqua piovana, ma si può anche scegliere, per i propri terrazzi e giardini, piante meno bisognose di acqua (piante xerofile) e installare un sistema di irrigazione "a goccia" programmabile con il timer.

Per risparmiare ulteriore acqua, oltre a questi accorgimenti è possibile installare sui rubinetti un frangigetto, un dispositivo che va avvitato tra il rubinetto e il terminale di uscita. Anche lavare le verdure evitando di utilizzare l’acqua corrente, se non per il risciacquo finale, può essere un buon modo di risparmiare. Se si riempie una bacinella e vi si immergono le verdure, infatti, verranno pulite ugualmente.

Per quanto riguarda l’igiene personale, poi, è evidente che, se fare il bagno è più rilassante, è anche molto più dispendioso. Scegliere la doccia, infatti, permette di risparmiare fino al 75% di acqua, ma certo non si sarà meno puliti! Un controllo del contatore, infine, a rubinetti chiusi, permette di evitare altre inutili, e costose, perdite. La sera, prima di andare a dormire, si controlla che tutti i rubinetti di casa siano ben chiusi e si legge sul contatore dell'acqua il livello di consumo raggiunto.

Al mattino si controlla di nuovo quanto segna il contatore: una differenza anche minima significa che c'è una perdita (dallo sciacquone del WC, dai rubinetti o, più probabilmente, dalle tubature) che non solo spreca acqua inutilmente - un foro di un millimetro in un tubo perde oltre 2.300 litri d'acqua potabile al giorno - ma potrebbe causare danni peggiori alle strutture della abitazione danneggiando muri, solai e rivestimenti.(LuxRevolution.com)

A cura di Thinklux 

Caso Sallusti alla Ue: la legge sulla stampa finisce sotto processo

Anna Maria Greco - Mer, 23/01/2013 - 09:02

Dopo la vicenda del direttore del "Giornale", Strasburgo vuol capire se le norme italiane rispettano gli standard

L'Italia rispetta la libertà di stampa, secondo gli standard comunitari? È la domanda che si pone il Consiglio d'Europa, dopo la condanna a un anno e due mesi di reclusione del direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, graziato a dicembre da Giorgio Napolitano.


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Domani le norme italiane sulla diffamazione a mezzo stampa saranno esaminate a Strasburgo dall'assemblea parlamentare, dopo l'approvazione di ieri all'unanimità della richiesta della commissione per i media. Per fornire la sua testimonianza sulla clamorosa vicenda che ha suscitato proteste anche a livello comunitario, Sallusti sarà ascoltato in conference call, poiché non può ancora muoversi dall'Italia. Infatti, non è tornato in possesso dei documenti per l'espatrio. Secondo l'emendamento della commissione, inserito nel rapporto sulla libertà dei media in Europa, bisogna accertare se la legislazione italiana rispetti le regole fissate dall'organizzazione paneuropea sulla libertà di stampa.

In particolare, l'articolo 10 della convenzione europea sui diritti umani che difende la libertà di espressione e include, testualmente, «la libertà d'opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche». Paradossalmente, proprio questo articolo è stato citato nella sentenza di condanna di Sallusti, mentre per i giudici della Corte europea per i diritti umani si traduce nel principio basilare che punire con il carcere un reato a mezzo stampa non è compatibile con la libertà di espressione dei giornalisti. La prigione viene ammessa solo in casi di gravità eccezionale ed è questo il varco utilizzato dalla Cassazione.

«Questo emendamento non è un giudizio sulle leggi italiane», spiega il parlamentare svedese Mats Johansson del Ppe, relatore del rapporto sulla libertà dei media. Ma se domani ci sarà la seconda e definitiva approvazione da parte dell'organizzazione internazionale che promuove la democrazia e i diritti dell'uomo, il parere sulle leggi italiane verrà dalla commissione di Venezia. E questo organismo consultivo del Consiglio d'Europa, che si occupa di questioni di diritto, si è già pronunciato negativamente su due leggi italiane del 2004 sui media, la Gasparri sul sistema audiovisivo e la Frattini sul conflitto d'interessi. Nel rapporto che verrà votato domani viene chiesto di stabilire se l'Italia le ha modificate come richiesto.

La condanna di Sallusti, confermata a settembre dalla Cassazione, riguardava un articolo pubblicato da Libero nel 2007, quando lui lo dirigeva. Era firmato con lo pseudonimo Dreyfus e solo a fine giudizio l'autore, il deputato Renato Farina, si è autodenunciato in parlamento. In Senato si è cercato per quasi due mesi di accordarsi su una nuova legge che escludesse il carcere per i giornalisti, ma i partiti sono riusciti a peggiorare la legge e, alla fine, il testo si è arenato. Mentre Sallusti scontava la detenzione ai domiciliari è dovuto intervenire il Quirinale, commutando la condanna al carcere in sanzione pecuniaria e sollecitando il parlamento a fare una legge «più equilibrata ed efficace».

Vendola, da amico dei Br a moralista su Gallinari

Gian Marco Chiocci Simone Di Meo - Mer, 23/01/2013 - 08:56

Adesso il leader di Sel fa la predica a Rifondazione per i funerali del brigatista ma dimentica le tante battaglie a favore degli esponenti della lotta armata

Senti chi parla. Nichi Vendola che se la prende con un compagno che sbaglia a partecipare alle esequie dell'assassino di Aldo Moro è lo stesso che, dagli anni Ottanta in poi, ha sostenuto i movimenti e le associazioni sorte a difesa dei gruppi di combattimento comunisti e dei loro leader pluriergastolani.


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«Esponenti di Rifondazione presenti ai funerali di Prospero Gallinari? Bisogna chiedere ad Antonio Ingroia», ha sentenziato velenoso il poeta narratore dimenticando il suo ruolo «garantista» e quello della sua Rifondazione comunista nei confronti di vecchi arnesi della lotta armata.

Nichi ha dimenticato che nel gennaio del 1991 prese parte a una clamorosa iniziativa a favore proprio di Prospero Gallinari, allora recluso, mezzo infartuato, nel super-carcere di Novara? Chiedeva il differimento della pena, il politico con l'orecchino e i suoi amici di allora (Stefano Rodotà, Giovanni Russo Spena) per consentire a Gallinari di curarsi la malattia cardiaca o, se proprio il Padreterno lo reclamava, di farlo almeno morire nel suo letto. Gallinari, per la cronaca, è vissuto altri 22 anni. In quell'occasione, il futuro governatore ebbe a dichiarare che il mancato provvedimento di scarcerazione di Gallinari avrebbe costituito «una reintroduzione surrettizia della pena di morte».

E ora che il candidato di Rivoluzione civile Claudio Grassi partecipa ai funerali dell'uomo a cui lui voleva salvare la vita, che fa? Spara a zero sul candidato di Ingroia: «In lista con Rivoluzione civile», ha aggiunto Nichi «c'è un ex sindacalista di polizia che è contro l'istituzione in Italia del reato di tortura, poi c'è Antonio Di Pietro che fu contrario alla commissione parlamentare sui fatti di Genova del 2001, e poi c'è chi va ai funerali di Prospero Gallinari. È un guazzabuglio, è un coacervo di tante cose differenti».

Quanto a coerenza il Narratore delle Puglie non sta messo meglio. Nel 1988, durante il 24esimo congresso dei giovani comunisti, lesse in pubblico una applauditissima lettera di Renato Curcio sul problema delle pene per i terroristi. Cinque anni dopo, lo ritroviamo giovane attivista nel «Gruppo romano d'appoggio al comitato per il rimpatrio di Silvia Baraldini» con cui partecipa ai sit-in davanti all'ambasciata Usa per sollecitare il rimpatrio in Italia della terrorista dei «Black panther party» condannata a 43 anni di carcere.

E, sempre in quegli anni, da deputato, firma un'interrogazione parlamentare al presidente del Consiglio per sollecitare «un intervento diretto sul Presidente Clinton in occasione della prossima visita in Italia, atto a sbloccare il caso Baraldini, secondo quanto previsto dalla Convenzione di Strasburgo, ovvero con un'iniziativa umanitaria che ne consenta l'immediato ritorno in Italia». Quando si è però trattato di spendere una parola per Cesare Battisti, latitante di lusso in Brasile, Nichi ha perso l'uso della parola. Al congresso dell'Ig Metall di Berlino il governatore pugliese ha elegantemente glissato con l'ex presidente Lula. D'altronde, quello che pensava l'aveva già detto, e cioè che «dobbiamo consentire sempre che chi infranga le regole subisca la giusta pena, ma non so quanta giustizia ci sia quando intercorre un tempo così lungo».

La prescrizione del dolore, la nuova categoria giuridica di Nichi il rosso. In realtà ci sarebbe ancora da raccontare di quando Vendola, insieme alla lady comunista Ersilia Salvato, si schierò a favore di Pietro Manca, capo del gruppo estremista «Barbagia rossa», poi confluito nella colonna sarda delle Brigate rosse, per fargli ottenere un permesso premio, e di quando difese l'evasione dell'irriducibile bierre Marcello Ghiringhelli («una storia ancora tutta da accertare», disse) spiegando che una fuga, percentuali alla mano, non è poi un dramma. Potremmo continuare a lungo con i suoi trascorsi oggi tristemente rinnegati, ma per restare all'attualità sarebbe buona cosa sapere cos'ha da dire il presidente comunista della Regione Puglia sull'assessore che si insedia quest'oggi nella giunta comunale di Livorno dove figura anche il suo assessore di Sel, Maurizio Bettini. Il nuovo arrivato si chiama Marco Solimano. È un ex terrorista di Prima Linea.

E l'ora degli smartphone di Mozilla

Corriere della sera

L'annuncio dell'organizzazione di due telefoni con sistema operativo Firefox. Il debutto a fine febbraio a Barcellona

MILANO - Ci siamo. O meglio, ci siamo quasi: Mozilla ha fatto il primo passo concreto per ritagliarsi uno spazio nell'affollato universo smartphone. Il sistema operativo Firefox OS, così si chiama la soluzione che la comunità open source butterà nella mischia, è stato messo nelle mani degli sviluppatori, che avranno un mese di tempo per dare il loro contributo nel perfezionamento della piattaforma.


A fine febbraio, dal 25 al 28, si vola tutti a Barcellona per il Mobile World Congress e l'intenzione di Mozilla è quella di giocare la partita da protagonista con un prodotto fatto e finito. Agli sviluppatori sono stati consegnati due dispostivi di prova realizzati in collaborazione con il produttore iberico GeeksPhone e l'operatore Telefonica, partner di Mozilla nell'avventura mobile.

Il primo telefono, Keon, non ha particolari pretese con un processore Snapdragon S1 da 1 Ghz, supporto per reti 2G e 3G, fotocamera posteriore da 3 megapixel, 4 GB di memoria e schermo da 3,5 pollici. Con Peak ci si può divertire di più: processore dual-core Snapdragon S4 da 1.2 Ghz, display da 4,3 pollici, 4 GB di memoria, fotocamera posteriore da 8 megapixel e frontale da 2.



«Contribuiremo a rendere il web
mobile accessibile a più persone. […] Un Web basato su standard e tecnologie aperti», promettono da Mozilla. La sfida ad Android e iOs, che da soli fagocitano il 90% del mercato (fonte Idc), si fonda infatti su sistema caratterizzato da applicazioni non native, open source e basate su HTML5. L'intenzione è quella di non confinare gli utenti in un ecosistema chiuso e di portare l'accesso a Internet (in mobilità) anche nei paesi emergenti. Bisogna quindi aspettarsi, piuttosto che sfavillanti alternative ai melafonini e agli androidi di fascia alta, dispositivi robusti e con costo e consumo energetico contenuti . L'appuntamento per chi ha voglia di smanettare con la novità è per sabato 26 gennaio a Roma, e in altre 19 città del mondo, per il Firefox OS App Day.

Martina Pennisi23 gennaio 2013 | 11:55

Gaffe alla zecca del Canada: l'acero delle nuove banconote è norvegese

Corriere della sera

La foglia a 5 punte invece di 3 offende l'orgoglio canadese. La Banca centrale sdrammatizza: È una combinazione di vari tipi
 
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Incidente botanico alla zecca canadese. In Canada è in atto una rivoluzione, in campo monetario: si stanno sostituendo le banconote di carta con banconote di plastica. Una plastica sottile ma resistente il doppio della carta. Ma i designer hanno commesso un'imperdonabile gaffe. Sulla nuova banconota da 20 dollari hanno usato una foglia d'acero a cinque punte. Una blasfemia per gli orgogliosi canadesi perché le cinque punte non corrispondo all'acero autoctono che, come si vede anche nella bandiera, è a tre punte. Quello raffigurato nelle nuove banconote è infatti norvegese.

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ORGOGLIO - A lanciare l'allarme è stato un botanico dell'Atlantic Canada Conservation Data Centre a New Brunswick. Sean Blaney ha fatto notare che l'acero di Norvegia non solo ha più lobi, ma ha anche un profilo più appuntito di quello canadese oltre al picciulo che è drasticamente più corto. La questione potrebbe essere derubricata come finezza botanica, se non fosse che l'acero norvegese è ormai considerato locale in quanto è stato importato nel 18esimo secolo. E sono ormai gli aceri norvegesi i più popolari lungo i viali canadesi. «È naturalizzato in Canada ma non è canadese», ha chiarito l'autorebvole fonte botanica. E a poco servono a sciogliere i malanimi i chiarimenti della Banca Centrale secondo i quali l'immagine sulle nuove monete è volutamente progettata per non rappresentano alcuna specie particolare, ma per essere una combinazione di vari tipi di acero. Che sia una metafora diverse etnie presenti in Canada? Per gli orgogliosissimi canadesi, comunque, si tratta di un oltraggio, di rilievo nazionale vista la scarsa quantità di notizie che giunge dallo sterminato Paese.




Redazione Online20 gennaio 2013 | 11:15

Predicatori americani a caccia di adepti nelle baracche di Haiti

La Stampa

Evangelisti, omelisti e apostoli di sette new-age pronti a sborsare qualsiasi cifra per aprire centri sull’isola. Il re del turismo religioso “Il voodoo ormai ha le ore contate. Li porteremo fuori dal Medioevo”

lorenzo cairoli


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Gli haitiani di Petionville, quell’1% della popolazione che possiede la metà dell’intera ricchezza del paese, mulatti in prevalenza, fieri di non parlare il creolo ma solo un francese forbito, proprietari di SUV e habituès di restaurant e di brasserie esclusive, hanno sempre considerato gli abitanti degli strati rurali più miseri come abitanti del peyi andeyò, del paese esterno, completamente dimenticato dal potere e dall’economia. Anche i media di tutto il mondo hanno finito col confinare Haiti in un peyi andeyò geopolitico.

Dopo il terremoto il mondo intero ha pianto per i suoi morti, poi è corso a fotografarli nel loro macabro iperrealismo, con una compulsione che non ha precedenti. Poi si è mobilitato per aiutare i sopravvissuti. C’è stato un momento in cui Potoprens era più affollata di Cannes nei giorni del festival. Partiva Clinton, arrivava in punta di piedi Bertolaso. Decollava il jet privato di Travolta, atterrava la Jolie. E tra un presidente del Senegal che soccorreva gli haitiani con strategie da esodo di massa, un telepredicatore che rivisitava la sismogenesi a colpi di patti col diavolo, Chavez che attribuiva alla marina militare statunitense la paternità e la responsabilità del terremoto, ottanta cantanti incidevano una nuova versione di “We are the world”. 

Secondo l’ambasciata americana ogni anno più di duecentomila statunitensi visitano Haiti ma è un turismo anomalo il loro. Più che di turisti si tratta di missionari, predicatori, omelisti - evangelisti in tutte le salse, apostoli di sette new-age, uomini di Scientology pronti a sborsare qualsiasi cifra pur di aprire “Centres de dianétique” in tutta l’isola e affrancare gli haitiani dal culto del voodoo. Sbarcano ad Haiti euforici, come boy scout in trasferta, e tra un pomeriggio in spiaggia e un tuffo in piscina, lottano contro Satana, catechizzano la popolazione - gli haitiani ormai hanno fatto il callo a questi pallidi apostoli dell’Iowa e del Michigan - imbiancano case, ascoltano le messe funky e assaggiano la gagliarda cucina dell’isola.

Il re di questa nuova moda, il Gilbert Trigano del turismo religioso ad Haiti, si chiama Brad Johnson, un missionario dell’Indiana, che a Titanyen, a nord di Port-au-Prince, in un area collinosa e desertica che vagamente ricorda la Palestina, ha fondato Mission of Hope, 40 ettari di volontariato, strutture mediche, scuole, refettori. Un villaggio protetto da fitti reticolati di filo spinato e guardie armate che si affacciano da torrette che ricordano quelle dei penitenziari di massima sicurezza. Oltre il filo spinato, si vive in una surreale arcadia. Giardini all’inglese perfettamente rasati, una grande chiesa a forma di crocifisso, una scuola con 3.000 bimbi che non distingueresti da una qualunque scuola di Queen’s, una clinica specializzata nell’applicazione di protesi. 

Johnson riceve i giornalisti nel suo studio o nella boutique dove i souvenir per turisti vanno a ruba. T-shirt, quadri naif, agende, calendari, cd di musica kompa, artigianato locale. «Sfamiamo quotidianamente 54mila bambini - esordisce Johnson, poi snocciola numeri, statistiche, percentuali per dimostrare che il suo più che un villaggio della speranza è un miracolo che si ripete quotidianamente. «Entro il 2015 arriveremo a 100mila pasti quotidiani. Il voodoo ha le ore contate. Noi siamo il futuro che strapperà Haiti dal suo atroce medioevo». E non bluffa, perché la rete della solidarietà che lo sostiene sembra avere molto a cuore le sorti dell’isola.

Almeno fino a quando tutti gli haitiani non saranno catechizzati e liberati dalla tirannia del voodoo. Le religioni in questa parte di mondo hanno procurato piu’ danni di tutti gli uragani, il colera, i terremoti. I Duvalier fecero dell’uso distorto del voodoo l’architrave delle loro dittature. Jean-Bertrand Aristide era prodigo di doni coi sacerdoti voodoo e, coincidenza, nei templi si affacciava sempre alla vigilia della soppressione di un suo avversario politico. Il nuovo presidente, Martelly invece vive il voodoo con insofferenza. Quasi fosse un incaglio che frena la crescita del paese. Per questo tra lui e i vodouisants è guerra aperta da mesi.

Le note di «Bella ciao» in Chiesa Don Gallo canta e su Youtube fa boom

Corriere della sera

Oltre 200.000 visualizzazioni in un mese per il video con il prete di strada genovese. «Un momento di festa»

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Decine di persone che cantano «Bella ciao». Un coro, un fiume in piena che intona il popolare canto partigiano. Fin qui niente di strano, se non fosse per il luogo dove si è svolto questo improvvisato concerto. Non sul palco del concerto del «Primo Maggio», né a un ritrovo dell'Anpi, bensì all'interno di una Chiesa. Tutto si spiega dando un'occhiata a chi c'è sull'altare: Don Gallo, il prete di strada genovese che, nonostante i suoi 84 anni, non finisce mai di sorprendere. Era l'8 dicembre: alla fine della messa celebrata per il 42 esimo anniversario della Comunità di San Benedetto al Porto, il sacerdote, sventolando un drappo rosso, scelse di cantare insieme ai fedeli, filmato dalle telecamere di Sergio Gibellini, suo videomaker di fiducia. Il video è stato poi «postato» su Youtube. Il risultato: in meno di un mese le visualizzazioni sono state oltre 200.000. Un vero e proprio boom per un «momento di festa», come l'ha definito Domenico Chionetti, braccio destro del religioso.

Video : Bella Ciao dopo la messa

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IN SCIA STRADDA - Un bel regalo per il primo anniversario di «In scia stradda» (letteralmente «Sulla strada» - vico Mele 14r), l'unica impresa sociale della Liguria attiva in un bene confiscato alla mafia: un progetto fortemente voluto dal «Gallo» e da Don Ciotti, inaugurato a Genova lo scorso 26 gennaio. Sugli scaffali ci sono i prodotti di Libera e quelli provenienti dalla comunità di San Benedetto. «In un anno sono passate da qui migliaia di persone», dice Chionetti. «Il progetto da una parte promuove i prodotti delle terre stappate alle mafie e il commercio solidale, dall'altra vuole essere una presenza di legalità e di rilancio per il centro storico genovese».


Federica Seneghini
22 gennaio 2013 (modifica il 23 gennaio 2013)

Quel Padre Pio siciliano tutto parrocchia e miracoli

Paolo Rodari - Dom, 20/01/2013 - 09:24

L'incredibile vita del prete-guaritore che faceva camminare gli storpi e ridava la vista ai ciechi. La sua storia in un libro 

Era il 15 giugno dello scorso anno quando un grandissimo guaritore lasciava questo mondo: padre Matteo La Grua, prete siciliano padre spirituale del movimento ecclesiale Rinnovamento nello Spirito, «braccio operativo» di Dio in questo mondo.


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Bastava una sua parola, infatti, un suo sguardo o una sua carezza, perché i ciechi ritrovassero la vista, gli storpi tornassero a camminare, e gli increduli guadagnassero la fede. Oggi come duemila anni fa, quando a solcare le strade del mondo era Gesù.

Fu a tutti gli effetti un alter Christus, padre Matteo, come san Francesco d'Assisi nove secoli fa, come san Pio da Pietrelcina vissuto nel secolo scorso. A raccontare i miracoli di padre La Grua è una serie di interviste raccolte in «Contro Satana» (edizioni Piemme) da Roberta Ruscica, una prova del nove che dimostra che questo mondo e il soprannaturale a volte possono essere la stessa cosa, possono coincidere.

Non si possono spostare le montagne, diceva padre Matteo, senza fede. Non si possono guarire gli ammalati senza credere nella potenza di Cristo. Perché, diceva padre Matteo, «Cristo non fa alcuna differenza di fronte alle malattie e agli ammalati. Tutte le infermità potrebbero guarire grazie alla preghiera, se crediamo che la potenza di Dio è illimitata e può anche restituire la vita ai morti». Un giovedì mattina si presenta alla porta di padre Matteo nella parrocchia di Palermo dove vive una ragazza inferma, in carrozzina, accompagnata dai suoi genitori.

La giovane deve partire per una clinica di Bologna dove deve sottoporsi a delle cure e vuole da padre Matteo una benedizione.Chiede al prete: «Padre, crede io possa guarire?».  A quelle parole padre Matteo replica solamente: «Certo, io credo. Alzati e cammina». E davanti allo stupore del padre, la ragazza si alza subito dalla carrozzina e incomincia a camminare dopo anni che non poteva più farlo muovendo i primi passi sempre più sicura. È guarita. A Laura, una bambina di quattro anni, i medici diagnosticano una rara displasia.

A causa di questa malformazione la piccola è costretta a portare il divaricatore per il resto della vita, senza potere più correre, saltare, giocare insieme ai suoi fratelli. E' una fredda mattina di gennaio quando la madre di Laura chiede a padre Matteo di recarsi in casa sua. Laura è nel suo lettino, con quel divaricatore che è costretta a portare anche la notte. Padre Matteo prega con sempre maggiore intensità e la benedice con l'olio santo. Poi dice alla madre: «Non temere. Il Signore, stanotte, verrà a trovare la tua bambina».

Racconta la madre: «Tutta la notte mi rimbombarono nella testa le parole di padre Matteo. Quando la mattina seguente Laura mi chiamò, stavo ancora dormendo. La vidi immobile in quella culla come l'avevo lasciata la sera prima e non mi resi conto di nulla. Mi disse che aveva fame, così le preparai un biberon di latte. Ero ancora assonnata, quando le sollevai le copertine cercando di tirarla su. All'improvviso vidi il divaricatore spezzato in due parti e le sue piccole gambe completamente libere.

Come se qualcuno nella notte fosse entrato nella stanza di mia figlia e avesse spezzato quello strumento usando una lima. Le radiografie successive confermarono la completa guarigione».
Il carisma di guarigione di padre Matteo è un dono di Dio che però lo stesso sacerdote si è preparato a ricevere. Come? Fidandosi di lui, in lui credendo. Da piccolo rimase per diversi mesi senza voce. Non disperò. Durante un pellegrinaggio chiese alla Madonna di restituirgliela e la voce tornò.

Così accadde anche quando divenne prete. Più volte rimase inspiegabilmente muto, spesso prima d'importanti conferenze. Quando era ormai convinto che non sarebbe riuscito a parlare si affidava a Dio che gli rispondeva ridandogli la parola soltanto per il tempo della conferenza. Dirà in proposito: «Compresi che Gesù è il regista della mia vita e che se volevo realizzare davvero la sua volontà su di me, dovevo lasciare che fosse lui a guidare i miei passi, uno dopo l'altro».

Ecco perché i veri impresentabili sono i giudici

Fabrizio Rondolino - Dom, 20/01/2013 - 08:35

La morale rovesciata: il Pd si piega ai diktat dei professionisti della giustizia


È più impresentabile un amministratore locale rinviato a giudizio per abuso d'ufficio, o un pubblico ministero che usa inchieste delicatissime per scalare le classifiche della popolarità e infine fondarsi un partito personale? È più impresentabile un politico su cui indaga un magistrato, o un magistrato che indaga per anni senza riuscire a concludere l'inchiesta? E infine: se a decidere chi sia presentabile e chi no è una Procura della Repubblica, a che serve presentarsi agli elettori?

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La decisione del Pd di espellere dalle liste tre parlamentari uscenti, e di indurne altri due a farsi da parte in silenzio, è un nuovo, drammatico punto di svolta. Il sacrificio rituale dei presunti colpevoli offerto alla folla plaudente è la versione massmediatica delle esecuzioni in piazza allestite dai tiranni di un tempo per ammansire il popolo. Qui la giustizia non c'entra niente, e neppure il giustizialismo: colpiscono e allarmano, semmai, la perversione del pensiero, il rovesciamento dei valori, la resa incondizionata e umiliante al circo mediatico-giudiziario (la campagna contro i presunti innocenti, naturalmente, è stata scatenata dal Fatto).

Chi sono, questi pericolosi e disonorevoli «impresentabili» che Bersani ha cacciato dal Parlamento? Stupratori seriali, mafiosi pluriomicidi, miliardari supercorrotti? Vediamoli. Antonio Papania ha patteggiato 2 mesi e 20 giorni per abuso d'ufficio. Vladimiro Crisafulli è stato rinviato a giudizio per abuso d'ufficio, mentre la sua posizione nell'indagine per concorso esterno in associazione mafiosa è stata archiviata. Nicola Caputo è indagato per rimborsi falsi come consigliere regionale. Bruna Brembilla, indagata nel 2008 per rapporti con la 'ndrangheta, è stata prosciolta da ogni addebito: ma c'è un'intercettazione ambigua che la riguarda. Antonio Luongo, infine, è stato rinviato a giudizio per corruzione.

Tutto qui? Sì, tutto qui. Gli impresentabili sono un condannato a due mesi, un indagato, due rinviati a giudizio e un'intercettata prosciolta. Resta invece in lista, tanto per fare un esempio comparativo, Rosaria Capacchione, sotto processo per calunnia ai danni di un sottufficiale della Guardia di finanza. Forse l'etichetta di «giornalista anti-camorra» l'ha salvata, forse la (presunta) calunnia ad un finanziere è considerata più presentabile di un (presunto) falso rimborso spese. Di certo, la tentazione di pensare ad una «giustizia politica» interna è forte, e fondata: nel seguire ogni desiderio della magistratura inquirente, il Pd di Bersani riesce anche a distinguere fra reato e reato, fra imputato e imputato, dannando chi è soltanto un politico professionista e salvando chi invece è un professionista della «giustizia». Come è potuto accadere tutto questo?

La difesa dell'immunità parlamentare è sempre stata una bandiera della sinistra per una ragione soprattutto: la diffidenza verso il potere costituito, di cui la magistratura era percepita come parte integrante e braccio operativo. La storia, del resto, parlava chiaro: nel Ventennio la magistratura si lasciò facilmente convincere a collaborare con il regime, e nel Dopoguerra la Dc, anziché epurare i magistrati compromessi, li promosse e se li fece amici per sempre. Oggi le parti sembrano rovesciate. Alla magistratura viene concesso un potere discrezionale che non ha precedenti, le sue scelte non vengono mai messe in discussione (nonostante clamorose cantonate, come l'inchiesta su Del Turco che costò al centrosinistra la guida dell'Abruzzo), e ogni indagato è subito bollato con l'infamia della colpevolezza.

In cambio, il Pd riceve gli applausi dei moralisti di professione e spera di togliere qualche voto all'unico vero impresentabile di questa campagna elettorale, il pm Antonino Ingroia. Ma c'è anche un tornaconto più immediato. O meglio, questa è l'impressione se si guarda a tre casi giudiziari che in qualche modo riguardano Bersani. Filippo Penati, ex coordinatore della sua segreteria politica, è scomparso dai radar e può vantare il primato di essere l'unico uomo politico di cui non si dispone né di un verbale, né di un'intercettazione. Vasco Errani, prossimo sottosegretario a palazzo Chigi in caso di vittoria, è stato prosciolto da ogni addebito per il finanziamento alla cooperativa del fratello. E l'inchiesta su Zoia Veronesi, storica segretaria di Bersani, pagata dalla Regione Emilia-Romagna e indagata per truffa, è prossima all'archiviazione.

I peccatucci del "saggio" Berlinguer

Gian Marco Chiocci - Dom, 20/01/2013 - 08:30

Siena - È il San Pietro del Pd, inteso come Paradiso democratico. Ha avuto le chiavi delle primarie e oggi dispensa scomuniche e condanna all'indegnità parlamentare. 


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Lui è San Luigi Berlinguer da Sassari, cugino di Enrico, presidente del comitato dei garanti del partito di Bersani. Il più saggio tra i saggi. Il Potentissimo della città del Palio. Che qualche scivolata ha consegnato lui stesso ai posteri. Il primo incarico serio è Siena, dove arriva – giovane esponente Pci – per rappresentare il partito negli organi di controllo di Monte dei Paschi, la banca rossa oggi nel baratro e sott'inchiesta a causa dell'acquisto stratosferico di Antonveneta nel cui Cda c'è andato

giust'appunto a finire il figlio Aldo, detto Aldino, carriera lampo universitaria (oggetto di interrogazioni parlamentari) con impiego saltuario financo nell'ateneo di Siena dove il papà fu in precedenza rettore prima di diventare ministro. Ai detrattori senesi, e non, è venuto spontaneo malignare sulla coincidenza della presenza del primogenito nel board della banca del Nord-Est e la successiva candidatura del babbo proprio in quell'area piena degli sportelli dell'istituto veneto quando, nell'aprile del 2009, Luigi si candidò alle Europee.

Povero Aldo, e povero genitore, bersagliati dai pettegolezzi per l'inchiesta sull'aeroporto di Siena ad Ampugnano (dov'è indagato Mussari, presidente dell'Abi, ex presidente Mps) visto che il non indagato Aldo sedeva impropriamente nel Cda, come ricorda quest'informativa congiunta del 14 luglio 2010 Carabinieri-Finanza: «Il 30 maggio 2007 il Cda dell'aeroporto di Siena aumenta da 6 a 8 i propri consiglieri in dispregio al decreto Bersani che prevede un massimo di 5 consiglieri pubblici comprensivi per le società partecipate (...).

Questo fu fatto anche per meglio rappresentare la nuova composizione con la quota privata notevolmente più influente rispetto alla pubblica: su rimostranze del comitato contro l'ampliamento dell'aeroporto, nel 2007 il Cda della società - continua l'informativa - fece dimettere Aldo Berlinguer (figlio del più noto Luigi, già ministro) così riportando l'organo sociale alla forma legale».

Le «colpe» dei figli non possono certo ricadere sui padri, che nel caso di Luigi qualche «colpa» nel dissesto senza precedenti dell'università senese sembra però averla stando a quanti addebitano alla sua gestione una parte di responsabilità nella voragine di bilancio (270 milioni di euro di debiti) emersa nel 2008. Quando scoppiò il bubbone governava il rettore Silvano Focardi, subentrato al professor Piero Tosi, Magnifico delfino designato da Berlinguer, poi sollevato dall'incarico a margine di un'inchiesta della magistratura. Proprio Tosi con un blitz si rese protagonista della ri-assunzione del pensionato Berlinguer intenzionato, disse più d'uno, attraverso il passaggio accademico, a diventare giudice costituzionale.

E proprio per rendere più celere il transito l'Ateneo ordinò 300 volumi dal titolo «Tra diritto e storia, studi in onore di Luigi Berlinguer». Nessun atto aveva autorizzato la spesa, a scandalo esploso l'editore Rubettino non venne pagato. Fece causa, e dopo anni ha finalmente intascato il dovuto. Tra le contestazioni più feroci a don Luigi, oltre alle assunzioni di massa nell'organico tecnico amministrativo e di docenti, le consistenti spese «edilizie», l'Inpdap non pagato, i tanti, troppi, soldi spesi in occasione dei faraonici festeggiamenti per i 750 anni di fondazione dell'Università (8 miliardi di lire e fronte del miliardo iniziale). E che dire delle «pressioni» fatte sul ministro Gelmini affinché firmasse il decreto di nomina dell'attuale rettore amico Riccaboni. Intercettato il 3 novembre 2011, Berlinguer si informa con Riccaboni sullo stato delle indagini e spiega che «tutto ciò non può bloccare la nomina del nuovo Rettore».

La Gelmini, dice, è critica sul futuro dell'università di Siena in relazione ai bilanci. «Devi tenere un atteggiamento soft col ministro». Alla fine l'ok della Gelmini arriva ma con più di una riserva collegata all'esito dell'inchiesta che il prossimo 22 febbraio vedrà la commissione elettorale dell'università rischiare il processo davanti al gup per irregolarità nell'elezione di Riccaboni, proprio lui, il rettore «sponsorizzato» dal garante Pd.

Google pensiona le password

Corriere della sera

Una chiavetta crittografata personale per sostituirle tutte Nel 2012 tutti i giganti del web hanno subito furti di dati privati

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Google va in guerra contro le password. L'arma segreta? Piccola, compatta e strettamente personale. L'asso nella manica è infatti una chiavetta Usb, montata su un anello, su un portachiavi piuttosto che su un ciondolo da tenere sempre al collo. Il supporto è una piccola scheda crittografata su cui inserire le parole segrete. L'oggetto «magico» esiste sul mercato da qualche tempo. Ma ora potrebbe entrare prepotentemente nelle nostre vite quotidiane attraverso «Big G».

Non ingannino le dimensioni della chiavetta. La lotta di Mountain View non sarà quella di don Chisciotte lanciato contro i mulini a vento in sella a un ronzino. Certo, il nemico non è di quelli che si arrendono facilmente. Nel 2012 tutte le grandi compagnie del tech, da Yahoo, passando per LinkedIn, Facebook (e anche Google) hanno subito furti più o meno gravi di password. O, meglio, a essere derubati sono stati i loro utenti che si sono visti in un attimo scippare intere vite digitali. Nelle caselle di posta i ladri di parole segrete trovano di tutto. Numeri di conti correnti, informazioni riservate, fotografie e altri documenti importanti. Sottratti, rubati e cancellati per scopi illeciti. Furti di denaro, ricatti o semplici dispetti che siano, si è creato un vero e proprio mercato nero delle password.

Ad ammettere il problema sono stati anche Eric Grosse, vice presidente della Sicurezza di Google, e l'ingegnere Mayank Upadhyay: «Le password e i token (meccanismi di accesso ndr ) non riescono più a proteggere gli utenti». I due hanno capito che il problema si stava facendo serio e - come rivelano, tra gli altri, Wired e la rivista del Massachusetts Institute of Technology - si sono rivolti a YubiCo, società che da tempo produce le chiavette in questione. Una volta inserita la card nel computer, si accede automaticamente al proprio account con un colpetto di mouse. Il tutto con il vantaggio di non doversi ricordare i codici a memoria e di non ricorrere a password «deboli» come 123.

Da tempo Google lavora sulla sicurezza. Due anni fa il metodo scelto fu la 2-step verification . Con questa opzione si riceve un codice segreto via sms che permette il log-in da un altro computer che non sia quello personale. Tuttavia anche questo sistema non è a prova di bomba e per alcuni utenti rappresenta un seccatura in più. Se poi la batteria del cellulare si scarica, collegarsi alla propria casella diventa impossibile.

Così i due esperti di Big G hanno visto nel ring-finger autentication (questo è uno dei termini tecnici con cui viene chiamato) un sistema più comodo e agile. All'occorrenza è stato creato un nuovo software che consente a Chrome (il browser di Mountain View) di trasferire i dati crittografati sulla chiavetta. Da quel momento in poi, si potrà accedere al proprio account solo ed esclusivamente attraverso questo device . Morale, senza quello nessuno può più entrare nella nostra casella di posta.

Se si vuole rendere il sistema ancora più sicuro, esistono modelli che funzionano con il riconoscimento biometrico. Che, tradotto, significa: una volta inserita la chiavetta nel computer questa si attiva solo con il riconoscimento delle impronte digitali del legittimo proprietario. C'è, infine, l'aspetto pratico: per evitare smarrimenti e furti sono state create versioni a forma di anello piuttosto che di portachiavi o ciondolo. Altra opzione, quella della scheda compatibile con gli smartphone in modo da poter utilizzare lo stesso sistema anche sul telefonino. Tutto risolto, dunque?

Niente illusioni. La guerra è soltanto all'inizio. E l'arma non convenzionale va perfezionata. A Mountain View sono ancora al lavoro e, per il momento, non trapelano altri dettagli. Perché nemmeno la chiavetta è infallibile. Il dispositivo si può danneggiare o rompere. Peggio, può andare perso o può esserci sottratto. E a quel punto non resta che denunciare il furto e cambiare di nuovo le password. Come dire, insomma, che mettere al sicuro i propri segreti digitali è ancora un'impresa degna di don Chisciotte. Perché ci sarà sempre qualcuno in grado di scassinare la nostra cassaforte virtuale.

Marta Serafini
20 gennaio 2013 | 8:58

Non chiamatemi “di colore”: io sono orgoglioso della pelle nera

Corriere della sera
di Cheikh Tidiane Gaye



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Prendi quello che vuoi, ma lascami la mia pelle nera. Ecco il titolo che ho dato al mio libro che uscirà con Jaca book il 16 gennaio . Gli atroci sfruttamenti inflitti ormai da secoli al mio continente, la mancanza di considerazione nei confronti dei suoi abitanti, gli episodi di discriminazione razziale che viviamo in terra occidentale e tanti altri disagi inquietanti mi hanno spinto a scrivere questo libro . Ho voluto prendere la responsabilità di denunciare nel mio libro i fatti che hanno frenato e impedito lo sviluppo della nostra terra, ragionare sulla strada impiegata dagli occidentali che possiamo chiamare colonizzazione, razzismo, imperialismo, sfruttamento ecc … per tenere sotto controllo i popoli africani e riflettere sui fenomeni del razzismo. Non è molto semplice nella misura in cui le cause vengono da molto lontano.

L’Italia risulta essere la seconda patria della stragrande maggioranza degli immigrati ormai Nuovi italiani, ma facciamo fatica ad essere accettati. Non è colpa nostra perché non lo vogliamo, ma la congiuntura della società italiana – e questa volta parlo della politica e dell’amministrazione – non contribuiscono a favorire l’accettazione. Tale atteggiamento ha numerose conseguenze: è per certo quello che viviamo nelle città italiane, per le strade, negli stadi, in metropolitana e perfino negli ambiti lavorativi.

Ecco la società del muro che evoco nel libro; la società di cui faccio parte contribuendo e lavorando giorno e notte che mi ripudia, che fa fatica ad accettare i cittadini che vivono in essa e rifiuta i figli di immigrati che vi sono nati.

I due casi shock: la proposta a Trapani di dedicare degli autobus solo ai neri e il caso Boateng meritano approfondimenti. I cori razzisti nei confronti di Boateng non è il primo atto verificatosi vergognosamente negli stadi. Ricordo il giocatore Mboma, più di dieci anni fa, alcuni tifosi di Verona calcio lo umiliarono, non volevano che indossasse la maglia della squadra; ricordo i campi di Rosarno e nel Foggiano di cui nessuno parla più … Torniamo a noi. La Milano che fa fatica ad aprirsi.

In metropolitana mi accorgo alcune volte che mi evitano,

senza dimenticare che molte strutture create per gli stranieri sono spesso un mezzo vergognoso per fare degli utili sulla loro pelle. Il paese si è fermato non solo a livello del PIL, ma anche a livello della crescita culturale. Mi è capitato recentemente in centro, di sentire un signore rivolgersi alla moglie dicendo: “Chiedi al ragazzo di colore se conosce il nome della via.” Ecco un altro argomento: l’uso delle parole.

La parola Negro mi entra nel fegato e mi uccide, ugualmente l’espressione “il ragazzo di colore”.

In un paese civile, occorre prima di tutto rivedere il linguaggio che si usa nel confronto del prossimo. Oggi occorre cambiare la semantica dell’immigrazione, rivisitare la sociologia dell’immigrazione e della società multiculturale. Ecco l’idea che propongo per una società molto più aperta per affrontare le sfide comuni: crisi, “integrazione”, sviluppo. Boateng, gli africani di Rosarno sono orgogliosissimi della loro pelle nera come lo sono: Obama, Seedorf, Eto’o, Balotelli …

Concludo richiamando il titolo. Dopo aver dato tutto, dopo aver perso tutto, dopo essere stato derubato chiedo solo che mi venga lasciato il mio lenzuolo per coprirmi meglio e camminare con dignità e orgoglio: la mia pelle nera.

Diabolic” non la farà franca

La Stampa

Nuove indagini sull’impronta lasciata nel ’58 dall’assassino-enigmista che ispirò il fumetto delle sorelle Giussani
massimo numa


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Quattro anni dopo il delitto di via Fontanesi, 25 febbraio 1958, le sorelle della Milano-bene Angela e Luciana Giussani inventarono il fumetto di Diabolic, un affascinante genio del crimine che aveva però un suo codice di comportamento in grado di suggestionare (e di fidelizzare) intere generazioni di lettori. Loro non confermarono se davvero, o no, si fossero ispirate all’enigmista di via Fontanesi, diventato famoso in Europa e persino negli States. «France Soir» titolò: «Diabolic assassin fantomè, telephonè a Turin: “Mon sylet entrè en action”». Il nome dell’anti-eroe, nato dalla fantasia, doveva essere Diabolicus. Alla fine, appunto, le Giussani scelsero Diabolic.

Una sfida alla polizia

La morte dell’operaio Fiat, Mario Giliberti, 27 anni, trafitto da 18 coltellate, divenne un caso internazionale per le lettere firmate dall’assassino. Si firmava Diabolic, aveva lanciato una sfida alla polizia, con i suoi messaggi in stile enigmistico: un modo per depistare le indagini o per divertirsi alle spalle degli inquirenti, dei media, dei familiari della vittima. Una sfida vinta - sino a oggi - da questo killer spietato ma terribilmente lucido. Stupito di non vedere sui giornali la notizia del delitto appena commesso, inviò alla redazione de «La Stampa» la prima lettera firmata Diabolic, rivelando con un gioco di parole l’indirizzo e un pallido riflesso del movente: «Un tempo eravamo molto amici e portavamo una divisa comune, poi lui mi tradì come un cane.

Adesso sta bene così che la mia vendetta lo à raggiunto». Di sicuro aveva letto un «giallo» pubblicato pochi mesi prima del delitto. Titolo, «Uccidevano di notte», autore un certo Italo Fasan, costo 100 lire, protagonista Diabolicus, la firma di un attore fallito, un serial killer pieno di odio e livore verso il mondo intero. Nel maggio ‘58, fu indagato un ex commilitone di Giliberti, un giovane di Bergamo. Di nuovo una pioggia di lettere e messaggi anonimi. Ma - nonostante la grafia simile a quella di Diabolic - fu scagionato completamente.

Impronte rivelatrici

Sulla scena del crimine, una stanza nel retrobottega di un negozio di un calzolaio, gli agenti della Scientifica raccolsero con scrupolo tutti i reperti che si potevano classificare con le tecnologie dell’epoca. In particolare un’impronta digitale - che non apparteneva nè a Giliberti, nè a persone che potevano avere frequentato la stanza, messa a soqquadro dall’assassino - che oggi, con i nuovi scanner utilizzati nei laboratori dell’Unità Anticrimine Violento della polizia a Roma, potrebbe essere riletta, rielaborata e infine inserita nella banca dati del ministero degli Interni dove sono raccolte le impronte di tutte le persone entrate in qualche modo in contatto con le forze dell’ordine, per ogni tipo di reato. Non è un’ipotesi così impossibile da realizzarsi: l’uomo che uccise con quella ferocia potrebbe avere commesso, dopo il febbraio ‘58, altri reati, anche in tempi non lontanissimi. Le statistiche sulla vita media in Italia lasciano scarse speranze che l’ombra nera di via Fontanesi sia ancora in circolazione; di certo, se è morto, s’è portato nella tomba il suo segreto.

Riesaminate le foto

Gli esperti, esaminando le immagini scattate soprattutto dai reporter de La Stampa, hanno già rilevato aspetti interessanti. Il letto dove Giliberti fu ucciso, con le coperte insanguinate, rivela che fu colpito nel sonno, non ci sono ferite da difesa; era distesa sul fianco e i segni dei fendenti seguono una traccia lineare. Le coltellate furono inferte con una lama lunga più di una decina di centimetri e molto affilata. L’operaio forse non si rese nemmeno conto di cosa stava accadendo. Nè sentì entrare l’aggressore che, evidentemente, conosceva assai bene quel piccolo alloggio, all’angolo tra corso Tortona e corso Belgio.

Troppo bene, tanto da far pensare a un frequentatore abituale. E’ possibile che, all’epoca, la storia delle lettere, le poche vere, cioè quelle firmate dal killer, potrebbero avere allontanato gli investigatori dall’esile quadro indiziario, travolti come furono da un interesse mediatico mai visto prima. Centinaia di mitomani si scatenarono, inviando centinaia di lettere anonime, tutte firmate Diabolic, imitando persino la calligrafia del killer, esaminata da una flotta di grafologi nei decenni. Ma senza esiti.

Ultima carta

Ora, una volta riaperto (nei fascicoli dei delitti la parola fine non esiste), si lavorerebbe sui pochi reperti a disposizione. La sfida di Diabolic, anche post-mortem, è sempre aperta. Non c’è più niente da scoprire, nella dinamica e nella ricostruzione dei rapporti tra Giliberti e i suoi conoscenti. Gli inquirenti avevano scritto migliaia di relazioni, di verbali d’interrogatorio. Ultima carta, ma proprio l’ultima, la tecnologia. 

Livorno: bufera sulla nomina ad assessore di Solimano, ex terrorista di Prima Linea

Corriere della sera

Contrari molti esponenti del centrosinistra che appoggia in guiunta il sindaco Cosimi (Pd)

LIVORNO – Il rimpasto, dopo le ennesime dimissione di un assessore della traballante giunta del sindaco di Livorno Alessandro Cosimi (Pd), sembrava cosa fatta. E anche quella nomina al vacante «dicastero» del Sociale, con tanto di nome e cognome: Marco Solimano, 61 anni, già presidente dell’Arci, consigliere comunale (Ds e poi Pd) e attualmente garante dei detenuti del Comune.


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BUFERA POLITICA - Ma è bastato lanciare il nome di Solimano per scatenare una bufera politica e reazioni indignate (ma anche di difesa della scelta della giunta livornese) anche a livello nazionale. Marco Solimano è stato un terrorista di Prima Linea condannato a 19 anni di carcere. Non ha mai partecipato ad azioni di sangue. «Mai preso in mano una pistola», ha sempre raccontato lui. Un’appartenenza che aveva già provocato molte polemiche quando Solimano era stato nominato garante dei detenuti.

La notizia della possibile nomina ad amministratore ha così innescato un nuovo dibattito molto trasversale con esponenti del centrosinistra contrari e del centrodestra a favore. Critici i parenti delle vittime del terrorismo. Mariella Magi Dionisi, vedova dell'agente Fausto Dionisi e presidente dell'associazione «Memoria» che riunisce parenti di vittime del terrorismo, ha detto d’essere rimasta senza parole. «Commenterò con le stesse parole usate dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – ha detto -, cioè che ci vorrebbe il buongusto, da parte di chi prese le armi, di fare un passo indietro. Visto che, tra l'altro, hanno avuto molto, tutto, e a differenza di altri hanno soprattutto la vita».

PD - Il Pd regionale e nazionale pare si sia immediatamente dissociato dalla decisione del sindaco Cosimi chiedendo un ripensamento. Anche perché, secondo alcuni esponenti democratici, dopo la vicenda di Prospero Gallinari, la sinistra non può rischiare di essere accusata di compiacenze verso gli anni di piombo e la nomina di Solimano rischierebbe di essere strumentalizzata. Solimano fu tra i primi terroristi a dissociarsi dalla lotta armata. Lo giudicarono responsabile di far parte della struttura toscana di Prima linea, lo stesso gruppo che organizzò l'assalto al carcere fiorentino delle Murate del 20 gennaio 1978 durante il quale venne ucciso l'agente di polizia Fauso Dionisi, commemorato proprio domenica scorsa. Lamberto Giannini, consigliere comunale di Sel: «Quando una persona ha pagato tutti i conti con la giustizia diventa un cittadino come gli altri.

Comprendo la reazione dei parenti della vittime e sono loro vicino. Però credo che la nomina di Solimano, che ha dimostrato di avere qualità da amministratore e si è completamente riscattato, non la giudico uno scandalo». Anche Marco Taradash, consigliere del Pdl, dà il via libera: «Personalmente nessuna obiezione, Solimano è una persona integrata nella società politica da decenni. Credo che non ci sia problemi perché possa fare l’assessore». Marco Solimano ha detto che parlerà solo quando il sindaco avrà preso una decisione. Sulla sua appartenenza a gruppi armati ha sempre detto di aver pagato il suo debito con la giustizia e di essere sereno. «Oggi mi sento un cittadino come gli altri, con gli stessi doveri e gli stessi diritti», aveva detto anni fa al «Corriere della Sera».


Marco Gasperetti
23 gennaio 2013 | 10:46

Manifesti anti-Saviano nella «sua» Napoli

Corriere del Mezzogiorno


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L'autore di «Gomorra» preso di mira da chi si oppone alla fiction su Scampia


Foto Manifesti

Lefebvriani, una mano tesa per otto pagine

La Stampa
vatican

L’arcivescovo Di Noia, vicepresidente di Ecclesia Dei, ha scritto a Fellay e ai preti della Fraternità San Pio X. Per riprendere il dialogo

andrea tornielli
roma

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Nuova mossa della Santa Sede verso la Fraternità San Pio X: il vicepresidente di Ecclesia Dei Augustin Di Noia, nelle cui mani da pochi mesi Benedetto XVI ha affidato lo scottante dossier lefebvriano, ha scritto al vescovo Bernard Fellay. E attraverso di lui si è rivolto a tutti i sacerdoti della Fraternità, indicando un percorso per riannodare i fili di un dialogo interrotto dallo scorso giugno.

Come si ricorderà, dopo anni di discussioni dottrinali, nel giugno 2012 la Congregazione per la dottrina della fede aveva consegnato al superiore lefebvriano un preambolo dottrinale approvato da Ratzinger la cui sottoscrizione era premessa per l’accordo e la sistemazione canonica che avrebbe riportato la Fraternità alla piena comunione con Roma. La Santa Sede attendeva una risposta nel giro di alcune settimane. Ma la risposta non è mai arrivata.

I lefebvriani hanno studiato la proposta vaticana, ci sono state tensioni interne – per cause preesistenti – che hanno portato all’espulsione di Richard Williamson, uno dei quattro vescovi ordinati da monsignor Lefebvre nel 1988, tristemente famoso per le sue dichiarazioni negazioniste sulle camere a gas. Il cammino intrapreso è sembrato però interrotto, e le dichiarazioni dalle due parti non sono apparse concilianti: il nuovo Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Gehrard Müller ha criticato in modo aspro le posizioni lefebvriane, mentre stanno facendo ancora discutere le controverse dichiarazioni di Fellay sui «nemici della Chiesa» che si sarebbero opposti all’accordo con Roma, tra i quali il vescovo lefebvriano ha inserito anche gli «ebrei».

La mossa di Di Noia rappresenta una novità. L’arcivescovo statunitense, domenicano, è un teologo preparato e realista. Nella lettera che ha inviato a Fellay prima di Natale, chiedendo al superiore della San Pio X di farla arrivare a tutti i preti della Fraternità, Di Noia propone un metodo per riprendere il dialogo, compiendo così un ultimo tentativo di fronte allo stallo e a difficoltà che sembrano oggettivamente difficili da superare. Secondo l’autorevole vaticanista francese Jean Marie Guenois, l’ispiratore della missiva sarebbe lo stesso Benedetto XVI, che l’avrebbe riletta e autorizzata. Nella missiva, informa Guenois, si parla del forte desiderio di «superare le tensioni» esistenti.

Nel documento, di otto pagine, vengono toccati tre punti essenziali: lo stato attuale dei rapporti, lo spirito di questi rapporti e il metodo per riprendere il dialogo interrotto. A proposito dell’interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, uno dei punti più controversi del dialogo, Di Noia ritiene che le relazioni siano ancora «aperte» e «piene di speranza», nonostante certe recenti dichiarazioni di parte lefebvriana. Il vicepresidente di Ecclesia Dei sancisce forse per la prima volta così autorevolmente l’esistenza, nei rapporti con la San Pio X, di un «impasse» di fondo e l’assenza di passi in avanti sull’interpretazione del Concilio.

Nella seconda parte del documento si sottolinea l’importanza dell’unità della Chiesa e dunque la necessità di evitare «l’orgoglio, la collera, l’impazienza». Il «disaccordo su dei punti fondamentali» non deve escludere di dibattere delle questioni controverse con uno «spirito di apertura». Infine, la terza parte della lettera, propone due vie d’uscita per uscire dallo stallo attuale. La prima è il riconoscimento del carisma di monsignor Lefebvre, e dell’opera da lui fondata, che era quello della «formazione di preti» e non quello della «retorica controproducente», né quello di «giudicare e

correggere la teologia» o ancora di «correggere pubblicamente gli altri nella Chiesa». La seconda – presente nel documento Donum Veritatis pubblicato nel 1990 a proposito della dissidenza dei teologi progressisti – consiste nel considerare legittime, nella Chiesa cattolica le «divergenze» teologiche, ricordando però che le obiezioni devono essere espresse internamente, non pubblicamente, per «stimolare il magistero» a formulare meglio i suoi insegnamenti. E non devono dunque mai prendere la forma di un «magistero parallelo».

A Roma ora di attende una risposta. Sperando che questa volta sia positiva.

Curcio e Scalzone al funerale di Gallinari, il saluto all'ex Br con i pugni alzati

Corriere della sera

Circa mille persone hanno partecipato alle esequie. Tra loro anche Raffaele Fiore, Loris Tonino Paroli e Barbara Balzerani


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BOLOGNA - Pugni alzati e le poesie di Sante Notarnicola per l'ultimo saluto a Prospero Gallinari, l'ex brigatista rosso che fu uno dei carcerieri di Aldo Moro. Gallinari è morto il 14 gennaio scorso all'età di 62 anni accasciandosi per un malore nella sua Reggio Emilia. Ai funerali, celebrati nel primo pomeriggio di sabato nel cimitero di Coviolo, una piccola frazione di Reggio Emilia, hanno partecipato diverse centinaia di persone, tra cui una nutrita rappresentanza di militanti dei centri sociali e gli ex Br Renato Curcio,

Raffaele Fiore, Barbara Balzerani e Loris Tonino Paroli e l'ex leader di Potere Operaio Oreste Scalzone. Il corpo di Gallinari è deposto in una bara coperta da un drappo rosso con disegnati la falce martello e una stella, simbolo del comunismo. La bara è stata poi salutata, al momento in cui è stata portata fuori dalla camera ardente per il trasporto nel cimitero, con i pugni alzati. Per l'ultimo saluto all'ex brigatista sono stati scanditi anche cori come «Prospero è vivo e lotta insieme a noi» e «Le nostre idee non moriranno mai» insieme alle note de «L'Internazionale».

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Redazione online19 gennaio 2013

Etruschi, scoperta la tomba del fondatore di Veio

Il Messaggero
di Chiara Morciano


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ROMA - La città etrusca di Veio, ricordata dalle fonti classiche come acerrima nemica di Roma per il controllo della riva destra del Tevere, fu la prima delle potenze d’Etruria a cadere sotto i colpi della conquista romana nel 396 a.C. Dell’antica grandezza già nel I secolo a.C. non rimanevano che rovine, come testimoniano i versi del poeta latino Properzio: «Oh antica Veio! Anche tu allora eri un regno/ adesso entro le tue mura risuona il corno del pastore indolente/ e si falciano i campi fra le tue tombe». I resti della città stanno tornando alla luce grazie alle ricerche sistematiche condotte dall’Università

La Sapienza di Roma in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale nell’ambito del Progetto Veio. Alle celebri tombe principesche rinvenute nelle necropoli intorno all’abitato e alle sculture in terracotta – tra cui il famoso Apollo – che decoravano il tempio del santuario di Portonaccio, si aggiungono ora le straordinarie scoperte sul pianoro tufaceo su cui sorgeva l’area urbana, che confermano l’importanza del ruolo storico di Veio e il suo precoce sviluppo. I risultati delle indagini recenti nell’area della città saranno oggetto del convegno «Novità nella ricerca archeologica a Veio» organizzato dalla British School at Rome e previsto per domani.

I RITROVAMENTI Tra le novità più importanti degli ultimi scavi spiccano i ritrovamenti sull’altura di Piazza d’Armi, all’estremità meridionale del pianoro, dove è stata riconosciuta la primitiva acropoli della città, la cui occupazione risale al IX secolo a.C. Qui, insieme ai resti delle capanne a pianta circolare riferibili alla fase più antica dell’insediamento, gli archeologi si sono imbattuti in una sepoltura di eccezionale interesse. All’interno di una grande capanna ellittica è stata scoperta la tomba a fossa di un personaggio maschile deposto privo di corredo e probabilmente avvolto in un sudario chiuso all’altezza della testa da una fibula in bronzo, di cui sono stati trovati alcuni frammenti. La sepoltura era protetta da una piccola costruzione absidata che doveva servire da segnacolo e da protezione. «La tomba è datata dagli esami al radiocarbonio alla prima metà del IX secolo a.C.

L’utilizzo del rito dell’inumazione e l’allestimento di una sorta di cappella funeraria, nonché la posizione al centro dell’abitato - spiega Gilda Bartoloni, docente di Etruscologia e Antichità Italiche dell’Ateneo romano e dal 2008 coordinatrice del Progetto Veio - conferiscono un indubbio carattere di prestigio. L’ipotesi più probabile è che si tratti dell’heroon di un personaggio venerato dalla comunità come capostipite». Il carattere di preminenza dell’area di Piazza d’Armi è confermato dallo sviluppo del sito nelle fasi successive. La documentazione archeologica ha ormai consentito di riconoscere nella zona la sede dei gruppi gentilizi che governavano la città. Dotata già dalla metà del VII secolo a.C. di un sistema viario con impianto regolare – alla fondazione del quale è stata collegata la deposizione rituale di un vaso rinvenuto integro in un taglio nel banco argilloso – l’area è caratterizzata dalla presenza dei resti di una residenza aristocratica datata tra la fine del VII e la metà del VI secolo a.C.

IL PALAZZO
Il “palazzo” era articolato in più edifici, tra cui un piccolo tempio a pianta rettangolare e una casa-torre, che dovevano essere decorati da lastre di rivestimento e sculture in terracotta. Alla decorazione di una di queste strutture potrebbero appartenere alcuni frammenti che facevano parte di un gruppo scultoreo raffigurante un cane accovacciato, sulla testa del quale è visibile la mano di un personaggio in piedi al suo fianco. «L’ipotesi più probabile» chiarisce la professoressa Bartoloni «è che la statua rappresenti un antenato che protegge, accompagnato dal suo cane, il cui possesso era considerato un segno di distinzione.

La grandezza dei frammenti fa pensare che il gruppo fosse in origine collocato sul tetto di una residenza aristocratica posta nelle vicinanze del luogo di ritrovamento». Gli scavi in altri punti del pianoro hanno dimostrato che tra VII e VI secolo a.C. la città etrusca era articolata in settori distinti, destinati oltre che alle sedi del potere, ai luoghi di culto, alle abitazioni e alle produzioni artigianali. Di fronte all’altura di Piazza d’Armi, sulla collina di Piano di Comunità, sono state portate alla luce fornaci e fosse di lavorazione che facevano parte del «quartiere ceramico» in cui si producevano bucchero e ceramica depurata fine.

Dopo il sisma: «Così abbiamo salvato la lanterna di Sant'Andrea»

Corriere della sera

Le complesse e spettacolari operazioni hanno coinvolto anche guide alpine. Usati un sensore laser scanner e un drone


MANTOVA - Per progettualità, ideazione e tecniche applicate, la messa in sicurezza della Basilica di Sant'Andrea colpita dal sisma di maggio 2012 costituisce un modello storico, replicabile ed esemplare. Già oggetto di restauro dal 2006 – in termini operativi dal 2008 – la basilica, alla quale i libri di storia dell'arte dedicano pagine e descrizioni, ha riportato danni agli affreschi e alla lanterna, nella sua struttura esterna e interna. Con un evento pubblico voluto dalla Diocesi di Mantova, i tecnici e i protagonisti dell'iter di lavoro hanno dato un aggiornamento dettagliato delle varie fasi della messa in sicurezza.


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Ad un'altezza di quasi 80 metri, in un'area densa di palazzi storici e prima del rigido inverno, la lanterna è stata oggetto di complesse e spettacolari operazioni, che hanno coinvolto anche guide alpine, gli studenti del Politecnico di Milano, un sensore laser scanner da terra, un drone che ha raccolto fotografie e video di dettagli e struttura – idea proposta durante la prima riunione operativa dal parroco della chiesa, don Ulisse Bresciani - e una gru di 350 tonnellate posizionata in piazza Erbe. Se il sisma è imprevedibile nella tempistica e nell'intensità, lo è anche la reazione di chiese antiche come questa alla terra che trema: “Indagare le caratteristiche dinamiche di vibrazione non solo della lanterna visibilmente segnata ma anche del tamburo e della cupola permette di lavorare con una visione più ampia, capire come intervenire in qualunque situazione, anche nel doposisma” spiega Alberto Moretti, ingegnere strutturista di Udine, che ha lavorato a di Monica Nascig, direttore dei lavori di restauro conservativo interno della basilica.

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“Il 29 maggio ero in Sant'Andrea fra i ponteggi per fotografare i danni riportati dagli intonaci dopo la prima scossa, e quando è arrivata la seconda sono crollati brandelli da 70 metri d'altezza” racconta la progettista. Due reti di 200 kg sono state apposte all'interno per bloccare la corsa di eventuali altri frammenti, e non danneggiare altre parti. Il sisma ha agito sulla lanterna di Sant'Andrea con lo stesso principio cinematico rilevato nella Basilica Palatina di Santa Barbara, ma fortunatamente la struttura ha retto all'oscillazione. A metà novembre 2012, telai, collegamenti e cerchiature sono stati quindi apposti rispettando una precisa e incalzante tabella di marcia. “Con l'obiettivo di bloccare la lanterna, mantenere la possibilità di entrare, uscire e maneggiare attrezzi di lavoro per intervenire in modo definitivo, e lasciare spazio tutto attorno” continua Moretti.

Ad alta quota, non solo i tecnici e gli alpini ma anche lo stesso Vescovo di Mantova Roberto Busti e il parroco della basilica, presenze costanti nell'iter dei lavori accanto ad Andrea Alberti, soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici di Brescia, Cremona e Mantova. Dopo la lanterna, protetta anche dalla neve che avrebbe potuto comprometterla ulteriormente, l'attenzione è ora anche sugli interni, che gradualmente stanno tornando al proprio autentico splendore. A confortare la città e il mondo dell'arte è monsignor Giancarlo Manzoli, delegato vescovile. “Siamo a più di metà strada per il pieno recupero della basilica: dopo i primi due lotti, è terminato ora il puntellamento della cripta (che contiene i Sacri Vasi) e la costruzione del ponteggio nella navata”. Toccherà poi alla cupola, e i lavori, che sono stati accelerati, saranno terminati in tempo per la visita a Mantova del Pontefice, che ha già espresso la curiosità di poterla ammirare ripulita dai depositi. L'ultima incognita resta la facciata, per la quale si stanno cercando i finanziamenti.

I restauri di Sant'Andrea I restauri di Sant'Andrea I restauri di Sant'Andrea I restauri di Sant'Andrea I restauri di Sant'Andrea


Valeria Dalcore
19 gennaio 2013 | 15:57

Usa, arrivano i bancomat da 1 dollaro

Corriere della sera

Creati gli sportelli che erogano anche banconote di taglio minimo, permettendo prelievi anche a chi ha poco sul conto

MILANO – Pochi euro sul conto corrente e la necessità di prelevare, anche poco, per affrontare una spesa: per molti è una missione impossibile, perché gli sportelli per il prelievo automatico offrono la possibilità di ritirare un minimo di 20 euro, e solo alcuni hanno tagli inferiori (mai comunque sotto ai 10). Ma negli Stati Uniti ci sono due istituti di credito che da qualche mese propongono questo servizio: il prelievo di 1 dollaro, 2, 3, 4, e così via, ma anche di 47, 53, 101 dollari dal proprio conto. Dimenticando la cifra tonda, immettendo nelle loro macchine tagli da 1 e 5 dollari, permettono ora anche ai meno abbienti di ritirare uno o due dollari per un pasto o un micropagamento.

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PICCOLI TAGLI E MONETE – L'idea è partita da due istituti bancari, la Chase del gruppo Jp Morgan e l'istituto di private banking Pvc. Entrambe, separatamente, come racconta la CNN stanno studiando strategie per aiutare, in tempo di crisi, i loro clienti, ma anche, dalla parte dell'istituto, per far sì che continuino a spendere denaro. Chase è partita con circa 400 sportelli negli ultimi 18 mesi, e annuncia che entro la fine dell'anno raddoppierà i bancomat disponibili sul territorio statunitense che offriranno qualsiasi taglio tra gli 1 e i 100 dollari che il cliente richiederà.

Anzi a breve verranno anche introdotti gli spiccioli, non è chiaro in quanti sportelli, e presumibilmente chi preleva sarà in grado anche di ritirare pochi centesimi. In ordine inverso, i nuovi bancomat permetteranno anche di versare piccole quantità di denaro sulle carte prepagate della stessa banca. Pvc invece ha iniziato lo scorso anno con poco meno di 4mila sportelli, fornendo tagli piccoli di 1 e 5 dollari, e promette che entro la fine dell'estate 2013 convertirà tutte le sue macchine, oltre 7mila, somministrando i piccoli tagli. Tra le altre banche americane, Bank of America per il momento distribuisce banconote da 10 dollari, mentre Td Bank lo fa già ma solo sui 5 dollari ed esclusivamente in alcuni sportelli aziendali.

COMMISSIONI – Ma quella che sulla carta sembra una opportunità per chi ha conti bancari sofferenti, si può trasformare in una scelta dai costi molto alti se si preleva in questi bancomat provenendo però da altri istituti bancari. Per chi non è cliente infatti restano valide le commissioni bancarie canoniche per il prelievo da altra banca, che variano da circa 1 a 3 dollari a seconda dell'istituto. Dunque chi ha necessità di prelevare dal bancomat 1 solo dollaro potrebbe arrivare a spenderne anche 4: proprio su questa leva si gioca infatti la partita (e l'opportunità di business) degli istituti bancari che propongono il servizio.

Eva Perasso19 gennaio 2013 | 17:04