giovedì 24 gennaio 2013

Un centesimo che vale 2.500 euro Arriva il “Gronchi rosa” della monete

La Stampa

Frutto di un errore di conio. Ce n’è in giro un centinaio. Parte la caccia nei borsellini
luigi grassia
torino


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Arriva sul mercato del collezionismo una monetina che la Bolaffi definisce «il Gronchi rosa dell’euro». Il richiamo è al famoso francobollo stampato con un errore nel 1961, immediatamente ritirato e mandato al macero; i pochi rettangolini di carta superstiti sono tuttora molto ricercati dai collezionisti e oggi valgono circa mille euro (mentre il valore facciale era di 205 lire, cioè sui 40 centesimi di euro). Nel caso d’attualità che riguarda le monete, l’errore è un conio con valore facciale da 1 centesimo ma con il diametro e l’immagine al dritto della moneta da 2 centesimi, la Mole antonelliana di Torino, anziché l’immagine di Castel del Monte (in Puglia) che dovrebbe essere su tutte le monetine da 1 centesimo. 

Anche queste monetine sbagliate, come era successo col Gronchi rosa, sono state ritirate non appena ci si è accorti dell’errore; ma anche nel caso del «centesimo Mole» alcuni esemplari sono sfuggiti alla distruzione. Ne è nato un caso giudiziario lungo 11 anni che si è risolto solo ieri e che permetterà di mettere presto sul mercato del collezionismo il primo esemplare di «centesimo Mole».

Nel 2002 la Bolaffi di Torino, che commercia francobolli ma anche monete e altri oggetti, aveva annunciato di essere venuta in possesso di sei esemplari dell’errore di conio, rinvenuti in alcuni mini-kit distribuiti dalle banche e dagli uffici postali nel periodo propedeutico all’introduzione dell’euro (che in quel periodo stava sostituendo la lira). La notizia aveva scatenato un caso mediatico e acceso l’interesse dei collezionisti. Ma subito dopo, queste sei monetine erano state sequestrate dalla Guardia di Finanza per indagini.

Il contenzioso con il Museo della Zecca dell’Istituto poligrafico della Zecca di Stato, che ne rivendicava la legittima proprietà, è durato appunto 11 anni, e solo ieri si è concluso con una sentenza del Tribunale di Roma (1278/13) che ha decretato che l’azienda Bolaffi detiene il legittimo possesso e la possibilità di commercializzare le monete. Per la Bolaffi è un bel colpo perché si trova a disporre di alcune fra le più rare monete in euro attualmente sul mercato; l’azienda annuncia la vendita all’asta di un primo esemplare il prossimo 23 maggio con una base di partenza di 2.500 euro.

Ma pare che i sei centesimi nella mani della Bolaffi non siano gli unici in circolazione; gli esperti stimano che le monetine sfuggite alla distruzione nel 2002 siano almeno un centinaio, e ora la stessa Bolaffi valuta che «dopo questa sentenza è plausibile che altre ne vengano alla luce». 
Adesso vale la pena dare un’occhiatina a tutti i centesimi che abbiamo in tasca: se hanno la cifra 1 da una parte e la Mole antonelliana dall’altra è un bel colpo. È molto improbabile che le ritroviamo davvero nel borsellino o nel portafoglio, ma queste benedette monetine sbagliate saranno pure da qualche parte.

La madre di Peppino Impastato non parlò con Saviano: il gip dà ragione a Persichetti

Corriere del Mezzogiorno

Il giudice di Roma ha archiviato la richiesta di danni dello scrittore nei confronti dell'ex Br per i suoi articoli su «Liberazione»


NAPOLI - Non è un ottimo periodo per Roberto Saviano. Prima la sua Napoli - una parte degli abitanti di Scampia - gli si rivolta contro per la fiction di Sky tratta dal suo libro-caso «Gomorra» (che, secondo alcuni, avrebbe mercificato a senso unico il dramma di quella periferia devastata dalla camorra). Poi il tribunale di Roma che ha archiviato la sua richiesta di danni nei confronti Paolo Persichetti, l'ex Br che si era occupato della querelle sul caso Peppino Impastato dalle pagine di «Liberazione».

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IL FATTO - Il Gip di Roma, Barbara Callari, ha depositato un'ordinanza di archiviazione della querela di Roberto Saviano contro il direttore del quotidiano «Liberazione», Dino Greco, e il giornalista Paolo Persichetti, seguita alla pubblicazione di articoli in cui si riprendeva la richiesta del «Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato» di Palermo di rettificare un'affermazione contenuta nel libro «La parola contro la camorra» di Saviano, secondo cui il film «I cento passi» di Marco Tullio Giordana avrebbe «riaperto il processo» per il delitto Impastato, avvenuto il 9 maggio '78 a Cinisi. Il Centro, in una lettera-diffida dell'ottobre 2010, dimostrava che i processi contro i mandanti dell'assassinio erano cominciati prima dell'uscita del film, nel settembre 2000, e che già nel '98 si era costituito, presso la Commissione parlamentare antimafia, un comitato per indagare sul depistaggio delle indagini sulla morte del militante di Lotta Continua.

IL PRESIDENTE DEL CENTRO IMPASTATO - «Alla lettera-diffida - spiega il presidente del Centro Impastato, Umberto Santino - l'editore Einaudi rispondeva che «ulteriori iniziative diffamatorie sarebbero state perseguite nei termini di legge». Una richiesta di verità veniva scambiata per diffamazione. Il film ha fatto conoscere Impastato al grande pubblico ma non ha avuto, né poteva avere, alcun effetto dal punto di vista giudiziario. Il Centro prende atto del provvedimento del tribunale di Roma e invita ancora autore ed editore ad effettuare la rettifica. Sappiamo che non ci sono mezzi legali per imporla, ma chiediamo semplicemente un atto di onestà intellettuale».

LA TESTIMONIANZA - La vicenda è ricostruita sul sito di «Liberazione». «Persichetti aveva dato notizia della querela del Centro Impastato e dei familiari di Peppino ad Einaudi, editore di “La parola contro la camorra", perché l’autore ripristinasse con correttezza storica nella narrazione della battaglia per la verità sull’assassinio di Impastato, un episodio “accessorio” nell’economia dell’articolo che tuttavia per Saviano ha assunto un significato capitale: la presunta telefonata che Felicia Impastato, madre di Peppino, gli avrebbe fatto nell’estate del 2004. Episodio che Saviano racconta con dovizia di particolari in un altro libro, La bellezza e l’inferno, ma che viene smentito da testimoni fondamentali. Umberto Santino, presidente del centro Peppino Impastato di cui fu amico e compagno, torna a chiedere ad autore ed editore la rettifica di ''affermazioni non veritiere. Sappiamo che non ci sono mezzi legali per imporla. Chiediamo semplicemente un atto di onestà intellettuale''».


Redazione online23 gennaio 2013

Lega, scarse le riconferme In corsa anche un nigeriano

Corriere della sera

Tra gli uscenti non ci sarà spazio in lista per l'attuale capogruppo Stefano Galli. Ridotte da 28 a 24 le liste lombarde


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MILANO - Pochissimi gli uscenti confermati e qualche sorpresa. Chiuse le candidatura per Camera e Senato in via Bellerio si lavora ora alle liste per le Regionali. Il capolista, intanto. Che non sarà Matteo Salvini (il segretario lombardo correrà da numero uno alla Camera su Milano e Monza), ma con ogni probabilità l'attuale presidente del Consiglio regionale Fabrizio Cecchetti. Giovane, maroniano di stretta osservanza, e già «rodato». Tra gli uscenti non ci sarà invece spazio in lista per l'attuale capogruppo Stefano Galli (già quattro mandati alle spalle), mentre, sempre su Milano, sarà riconfermato nelle primissime posizioni un altro giovane della nouvelle vague maroniana: Jari Colla.

Probabile poi la riconferma di Massimiliano Orsatti a Milano (un passato da assessore anche nella giunta di Letizia Moratti), di Angelo Ciocca a Pavia e di Giulio De Capitani a Lecco. Tra le new entry, invece, Stefano Bolognini, attuale assessore alla Sicurezza e alla Protezione civile alla Provincia di Milano. C'è poi il capitolo donne. La nuova legge elettorale prescrive l'alternanza di genere nelle liste. Le candidature per Camera e Senato avevano sollevato pochi giorni fa più d'un malumore. La deputata uscente Carolina Lussana aveva sfogato così la sua delusione: «Mi dispiace constatare che nelle liste in Lombardia alla Camera non solo non c'è nessuna donna capolista, ma le candidate presenti non sono state inserite neanche nelle prime posizioni. Sono certa che questo vulnus sarà colmato nelle liste regionali» Correranno sicuramente per il Pirellone la milanese Laura Molteni e da Como Erika Rivolta. 

Fuori Milano spazio agli amministratori e al «territorio». In questo quadro non deve sorprendere che sotto l'Alberto da Giussano, nella circoscrizione bergamasca, corra un candidato di origine nigeriana. Si tratta del 57enne Tony Iwobi, assessore lumbard al Comune di Spirano. Numero uno a Varese poi potrebbe essere Emanuele Monti, a Brescia dovrebbe essere invece il turno di Fabio Rolfi, mentre a Bergamo probabile testa di lista è Roberto Anelli sindaco di Alzano Lombardo. Con Maroni, oltre alla lista ambientalista guidata dall'ex verde Camillo Piazza, ci sarà anche una «civica». A guidarla sarà il professore Stefano Bruno Galli docente di storia delle dottrine politiche all'Università statale di Milano e commentatore della Padania.

Intanto, le liste lombarde valide
per le Politiche si sono ridotte da 28 a 24. Ieri sono state bocciate dall'ufficio elettorale della Corte d'Appello di Milano i simboli per il Senato di Grande Sud-Mpa, di Cantiere popolare e Buona volontà. Respinta anche la lista della Lega lombardo veneta, una notizia che in via Bellerio non potrà che far sorridere.

Andrea Senesi24 gennaio 2013 | 12:01

Monti ha usato i nostri soldi dell'Imu per salvare la banca di Bersani

Libero

I Monti-bond da 3,9 miliardi equivalgono a quanto pagato dagli italiani per la tassa sulla prima casa



Per capire quello che sta succedendo oggi bisogna fare un salto nel 2007. Quando Mps, la più antica banca italiana, compra da Santander Antoneventa a un prezzo di gran lunga superiore (10 miliardi di euro) rispetto a quello che era stato pagato (6,5 miliardi di euro) dal gruppo spagnolo solo tre mesi prima . Se è vero che Mps diventa la terza banca del Paese con oltre tre mila sportelli, è altrettanto vero che dall'acquisizione a prezzi stratosferici cominciano molti guai per l'istituto di credito senese.

Sull'operazione la Procura apre un'inchiesta per capire se fu accompagnata da un giro di tangenti a politici e intermediari. Così la banca storicamente vicina alla sinistra, diventa una sorvegliata speciale sia da parte dei mercati che della magistratura. I risultati di bilancio sono pessimi e peggiorano con il passare degli anni. Mps si lancia quindi in operazioni finanziarie che si trasformano in un boomerang per i propri conti, presiti, derivati, e chiede un aumento di capitale ai propri soci nel tentativo di chiudere il buco. Ieri, mercoledì 23 gennaio, Giuseppe Mussari, presidente dell'Abi, ed ex presidente di Mps si è dimesso in seguito allo scandalo derivati conclusi nel 2009.

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I Monti-bond Lo scorso dicembre, contro il parere di Mario Draghi, il governo italiano ottiene il via libera dalla Ue per l'erogazione di 3,9 miliardi di euro di aiuti di Stato alla banca senese. La formula allunga-debito, prevede che alla scadenza del prestito o Mps rimborsa o fa entrare lo Stato nell'azionariato. Ed oggi sono proprio i Monti-bond che infiammano la polemica politica. Sì, perché l' Imu sulla prima casa che tutti gli italiani proprietari di immobili hanno dovuto versare entro lo scorso dicembre, ammonta proprio a 4 miliardi di euro. "Le banche hanno badato troppo alla finanza e poco all'economia reale, alle famiglie e alle imprese. Monti ha coccolato le banche e dato schiaffi al ceto medio". ha detto il segretario del Pdl Angelino Alfano, dichiarando ai tg in via dell'Umiltà. "Noi abbiamo due richieste precise per le banche - prosegue Alfano - la prima è restituire all'economia reale, alle famiglie e alle imprese, i soldi avuti a basso tasso di interesse dalla Bce; il secondo riaprire i rubinetti del credito".

Amico dei banchieri "La vicenda che ha coinvolto il dimissionario presidente dell'Abi, Giuseppe Mussari, è gravissima. Ma è ancor più grave che il governo Monti abbia finanziato le casse del Monte dei Paschi di Siena con un prestito da 3,9 miliardi di euro, cifra equivalente all’Imu sulla prima casa, l’imposta con cui questo esecutivo ha tartassato gli italiani", denuncia Antonio Di Pietro. "Si tratta di soldi pubblici, presi dalle casse dello Stato e dalle tasche dei cittadini, e versati a Mps da questo governo di banchieri", aggiunge Di Pietro,

"Tutta quest’operazione rappresenta l’ennesimo schiaffo alle famiglie italiane salassate da Monti con le politiche del rigore. Politiche che hanno fatto pagare il costo della crisi ai lavoratori, ai giovani, ai pensionati, ai più onesti, alle piccole e medie imprese e agli artigiani che, in questo momento, sono presi per il collo dal sistema bancario. Ci auguriamo che la magistratura faccia al più presto luce su questa torbida vicenda". "In tutta la vicenda che sta emergendo riguardo al Monte dei Paschi di Siena, si conferma che gli azionisti e i clienti, cioè i cittadini, sono sempre e semplicemente carne da macello".

Lo afferma Sandro Bondi, del Pdl, che aggiunge: "Mentre le conseguenze delle scelte avventate compiute dai vertici della Banca vengono coperte dagli aiuti del governo Monti, i rubinetti dei prestiti alle imprese e alle famiglie vengono chiusi determinando un’ulteriore spinta alla recessione".Questa è la filosofia del governo Monti: difendere i ceti oligarchici contro il popolo. Proprio la funzione che nell’antica Roma era affidata alla figura del dictator: 'Adversus plebem dictator'", conclude Bondi.

E a chiedere spiegazioni è anche il segretario della Lega Roberto Maroni: "Monti e Bersani subito in Parlamento per spiegare i favori a MPS e le responsabilità del PD nella disastrosa gestione della banca". "Mps, sicuramente una banca gestita nei suoi vertici da uomini della sinistra, ha un buco di 760 milioni e Monti gli ha regalato 4 miliardi di euro, più della tassa Imu. Ci spieghino perchè", ha sottolineato l'ex ministro della difesa Ignazio La Russa. Infine duro anche il commento di Francesco Storace: "Cianciano, cianciano i compagnucci.  Ma il Pd non ha nulla da dire su 4 miliardi tosati agli italiani con l'Imu e buttati al Monte dei Paschi?".

Mollano il seggio ma continuano a incassare

Libero

D'Alema, Pisanu, Rutelli, Scajola&C. non si ricandidano. Hanno vitalizio fino a 6500 euro al mese e liquidazioni fino a 278mila

di Franco Bechis



Basta asciugarsi la lacrimuccia che sicuramente scappa quando si realizza che si è all’ultimo giorno di palazzo. Qualche ferita resterà, a seconda dei casi, perché c’è chi ha fatto il passo indietro spontaneo, c’è chi l’ha fatto in modo spintaneo, c’è chi a sua insaputa in extremis è stato trombato e per questo dovrà dire addio al Parlamento. Ma asciugata la lacrimuccia e sistemato l’orgoglio ferito, per buona parte degli esclusi dalla XVII legislatura è già ora di ordinare festeggiare. Perché c’è l’altra faccia dell’amarezza: da domani potranno fare un altro lavoro, e magari restarsene in panciolle ricevendo comunque ogni mese il proprio rassicurante vitalizio.

E a marzo arriverà per tutti gli esclusi un assegno di fine mandato non tassato (quindi netto) di gran lusso: andrà dai 44 mila euro per chi è stato eletto solo nel 2008, fino a quasi 300 mila netti a seconda della propria carriera parlamentare. Cifre che non interessano il fisco, che sfuggono a redditometro e spesometro, che sono cumulabili con ogni altro reddito, pensione o Tfr. Una manna, in grado di fare sorridere gran parte dei trombati.


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Da marzo arriverà un vitalizio netto da 6.500 euro al mese nelle tasche del senatore uscente del Pdl Beppe Pisanu, del deputato uscente Udc Mario Tassone e di Valter Veltroni, fondatore del Pd che già aveva provato questa emozione quando era sindaco di Roma: un assegno mensile lordo di oltre 9.300 euro che lui sosteneva di dare in beneficienza a una organizzazione umanitaria in  Africa.

Ora Veltroni se li terrà, in attesa di qualche occupazione integrativa. E verserà sul conto anche la buonuscita da 44 mila euro, che sembra ridotta rispetto ai suoi 19 anni da parlamentare perché ne ha già incassato la parte più sostanziosa quando si dimise per diventare sindaco di Roma. Anche Pisanu ne ha già incassata una parte (ha 39 anni di parlamento alle spalle): ora però gli arriverà un assegno da 175 mila euro netti. Stessa esperienza per Tassone, che di anni alle spalle come onorevole ne ha 35: ha già incassato una parte della liquidazione, riceverà ancora 158 mila euro.

La doppia liquidazione è esperienza che faranno molti altri parlamentari uscenti che nella loro carriera hanno già interrotto l’esperienza parlamentare o perché non ricandidati nella legislatura o perché eletti altrove. Al Parlamento europeo ad esempio Massimo D’Alema, fra il 2004 e il 2006, prendendosi la prima liquidazione per i suoi 24 anni da parlamentare. Gli resta da incassare un assegno da 64 mila euro e il vitalizio da circa 6 mila euro mensili netti. Avranno invece maxi liquidazioni i parlamentari che non  hanno mai interrotto il loro mestiere dal primo giorno in cui sono entrati alla Camera o al Senato.

Le cifre più sostanziose toccheranno a Filippo Berselli (Pdl, ex An): 278 mila euro a cui si aggiunge da subito un vitalizio da 6.200 euro al mese e a Livia Turco che incasserà subito una liquidazione da 241 mila euro, ma dovrà ancora aspettare due anni per ricevere un vitalizio da 6.100 euro. Terzo posto nella classifica delle liquidazioni per il leghista Roberto Castelli, che incasserà un assegno da 195 mila euro e da marzo anche un vitalizio di circa 5.500 euro netti mensili. Il vitalizio sarà appena superiore (5.600 euro netti al mese) per Francesco Rutelli, che però dovrà attendere ancora un anno per riceverlo perché non ha ancora maturato i requisiti anagrafici.

Subito incasserà 111 mila euro di liquidazione, visto che ne ha già incassata una parte per i suoi 23 anni da parlamentare quando si candidò a sindaco di Roma. Claudio Scajola si rasserenerà un po’ quando avrà la liquidazione (158 mila euro netti) e l’assegno del vitalizio mensile netto (4.700 euro) che incasserà senza fare nulla. Le regole non sono uguali per tutti, perché dipendono dal momento in cui si entra in Parlamento. Per la liquidazione i parlamentari in genere ricevono l’80% della indennità parlamentare lorda per ogni anno di legislatura. Per il vitalizio la cosa è più complicata. Oggi si può avere a 65 anni con 5 anni di legislatura e si può scendere per ogni anno in più fatto fino a 60 anni. L’assegno oscilla fra il 20 e il 60% della indennità lorda. Fino al 2007 però non c’era questo limite di età e l’assegno oscillava fra il 25 e l’80% della indennità lorda.

Saviano? Non vuole bavagli. Però il paladino della sinistra querela. E perde"

Libero

Lo scrittore napoletano ha trascinato in tribunale un giornalista che si era permesso di criticarlo. E i giudici hanno archiviato


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Le celebrità dovrebbero andarci pianissimo con le querele, perché rischiano l’accusa di lesa maestà anche quando hanno ragione. Figurarsi se la ragione non ce l’hanno, come nel caso che andiamo a raccontare e che riguarda un querelante di nome Roberto Saviano. Figurarsi, poi, se il giornalista querelato (e assolto) si chiama Paolo Persichetti, ex brigatista latitante in Francia, condannato a 22 anni per l’omicidio del generale Licio Giorgieri e ora in regime di semi-libertà: un personaggio, insomma, che per ottenere ragione da un giudice potrebbe faticare più di altri. (...)

Come spiega Filippo Facci su un lungo articolo su Libero di giovedì 24 gennaio, il paladino della sinistra, Roberto Saviano, non vuole alcun bavaglio. Perl querela. E perde. Lo scrittore napoletano infatti ha trascinato in tribunale un giornalista, ex brigatista, che si era permesso di criticarlo. E i giudici hanno archiviato.

Ylenia, Romina non s'arrende e ad Al Bano manda a dire: "Io continuerò a cercarla"

Quotidiano.net

Amareggiata per la richiesta di morte presunta avanzata dal padre

Romina Power interviene a 'Chi l'ha visto' contro la richiesta di Albano di dichiarare morta la figlia Ylenia:  “Io ho sempre continuato a cercarla per tutto questo tempo"


ROMA, 24 gennaio 2013 - Altro che dichiarazione di morte presunta, come vorrebbe Al Bano: Romina Power non si arrende e dice di voler continuare a cercare la figlia Ylenia, scomparsa a New Orleans nel 1994.

Romina ieri sera stava seguendo attraverso internet dagli Stati Uniti il programma di Rai3 “Chi l’ha visto?” ed ha quindi fatto intervenire in diretta il suo ufficio stampa per dire che lei è molto amareggiata per la richiesta di dichiarazione di morte presunta, fatta da Al Bano e riguardante la figlia, sparita il 6 gennaio del 1994 da New Orleans. “Io ho sempre continuato a cercare mia figlia per tutto questo tempo”, fa sapere Romina e ringrazia il programma di Federica Sciarelli per l’interessamento e per aver voluto tenere l’attenzione sempre alta nell’indagine per la scomparsa della figlia Ylenia”.

Romina ha fatto sapere la sua ferma volontà di continuare le ricerche. “Chi l’ha visto?” che nella puntata di ieri è tornato ad occuparsi della scomparsa della ragazza, ha messo in evidenza un errore nel ricorso che è stato pubblicato domenica scorsa per dare il via alle procedure di dichiarazione di morte presunta della giovane figlia di Albano e Romina Power. Nel testo c’è infatti scritto che la ragazza è scomparsa il 31 dicembre del 1994. Al contrario, dagli atti e dalla denuncia di scomparsa presentata dal papà risulta che la ragazza sia scomparsa ben 12 mesi prima. Infatti Ylenia Carrisi ha telefonato alla famiglia il primo gennaio del 1994 e dopo questa telefonata non ha dato piu’ notizie. Unica altra certezza è che ha lasciato la stanza d’albergo dove alloggiava a New Orleans il giorno 6 gennaio del 1994. Da allora nessuna traccia della ragazza.


AL BANO "Ylenia è morta 20 anni fa" di Marco Mangiarotti
Ylenia, vent'anni di dolore per Al Bano e Romina

Candidato rivendica: promesse mantenute «Vi ho dato 5 mila nuovi loculi»

Corriere della sera

Il consigliere Bonvicini (ex Pdl) fa stampare centinaia di manifesti: «Tre anni di lotte, ma ce l'ho fatta, grazie all'Ama»


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ROMA - Le promesse elettorali, si sà, sono spesso chimere spazzate via dal vento. Ma in tempi di elezioni - specie quando le urne sono per il rinnovo di enti locali - i politici si sbracciano per rivendicare il «merito» di aver mantenuto i propri impegni. Non dovrebbe dunque stupire che il consigliere del XIII Municipio (Ostia) Augusto Bonvicini abbia fatto stampare centinaia di manifesti per ribadire ai propri elettori passati e futuri (anche il voto per le comunali è vicino: 25 e 26 maggio) di aver fatto quanto detto. Certo fa un po' impressione vederli affissi per le vie di Ostia. Perché Bonvicini - ex Pdl, ora passato al Mir (Moderati in rivoluzione) il movimento fondato da un consigliere uscente della Regione Lazio -, in quei poster ad altezza uomo, rivendica un primato singolare: l'aver fatto realizzare 5 mila loculi che aveva promesso.

«LOTTA CONTRO LA BUROCRAZIA» - I lavori per costruirli, in realtà, partiranno entro fine febbraio. Ma ormai è cosa fatta: l'ampliamento interno del cimitero di Ostia Antica con la i nuovi loculi ossari cinerari ci sarà. «Dopo oltre tre anni e mezzo di lotte contro la burocrazia - spiega con orgoglio Bonvicini - siamo riusciti ad ottenere l'ok dall'Ama, che si è subito attivata». Seguono ringraziamenti sentiti al presidente dell'Ama, Pergiorgio Benvenuti «vicino e in prima linea in questo percorso». E al presidente del XIII Municipio, Giacomo Vizzani «che ci ha supportato».

LE PISTE DA SCI IN SPIAGGIA - Bonvicini - che è anche presidente della commissione sport e turismo del XIII Municipio e in quella veste aveva sponsorizzato il contestato progetto per piste da sci a Ostia e quello per un casinò sul litorale - racconta di aver «creduto in questo intervento, di cui mi sono fatto promotore, con tenacia», giacché l'ampliamento del cimitero era stato uno dei punti nevralgici del programma elettorale della sua giunta. E conclude: «I progetti non possono restare sulla carta, devono anche essere portati a termine».


Luca Zanini
24 gennaio 2013 | 11:56

Caffè al bar davanti al clochard morto Dramma dell'indifferenza a Napoli

Il Mattino

Galleria Umberto, passanti e turisti distratti davanti al cadavere ancora avvolto nelle coperte con le quali si era addormentato



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NAPOLI - Bevono tranquillamente il caffè seduti al tavolino di un bar mentre a pochi passi c'è il corpo di un clochard stroncato nella notte forse dal freddo o da un malore.
Accade in pieno centro a Napoli, sotto la Galleria Umberto, di fronte al Teatro San Carlo. L'uomo, che aveva tra i 50 e i 60 anni, è stato trovato rannicchiato sotto le coperte, nel giaciglio dove ha trascorso la notte. Attorno a lui, Polizia Scientifica e indifferenza, con avventori nei caffè e qualche turista.

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Clochard trovato morto a Napoli (Newfotosud - Emanuela Esposito)





Airport Express, molto più di un router Wi-Fi

La Stampa

In prova la nuova versione: più semplice da usare e più flessibile del modello precedente. Ma la porta Usb ha funzioni limitate

Presentata nel giugno 2012, l’ultima versione dell’Airport Express è identica all’Apple Tv nelle dimensioni (90 x 90 x 23mm), ma è il colore che cambia: bianco anziché nero.


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Tecnicamente l’Airport Express è un router WiFi, però ha molte funzioni accessorie: già il modello precedente permetteva di collegare una stampante per condividerla in rete e poteva funzionare come ricevitore Airplay per diffondere la musica tutta la casa, oltre a consentire la connessione via ethernet di un apparecchio alla rete Wi-Fi. 

Nella sua più recente incarnazione, l’Airport Express non assomiglia più a un alimentatore oversize per MacBook, e questo è un vantaggio perché consente un’installazione anche lontana dalle prese di corrente (che di solito si trovano in basso, mentre la migliore diffusione del wifi si ottiene installando il trasmettitore in alto). Per il resto, la differenza maggiore è nel numero delle connessioni presenti sul retro: oltre all’audio (analogico e digitale ottico) e alla porta Usb, ci sono infatti due porte ethernet anziché una. 

L’installazione è estremamente semplice, come da tradizione Apple; dal computer le opzioni sono forse più facilmente raggiungibili, ma anche con l’utility Airport per iPhone o iPad le possibilità di configurazioni possibili sono assai estese. Intanto, bisogna decidere come usarla: l’Airport Express può servire per estendere una rete già esistente collegandosi al router principale via cavo oppure via Wi-Fi, per crearne una nuova, o anche solo come ricevitore per Airplay (in questo caso va naturalmente connessa a dei diffusori amplificati o a un impianto stereo). 

Una cosa però il router Apple non può fare: condividere file su un hard disk esterno via Usb. La porta, infatti, è utilizzabile solo per una stampante, ogni altro apparecchio non sarà riconosciuto. Questa funzionalità è invece presente sull’Airport Extreme, che è più costosa e ha dimensioni considerevolmente superiori. Le altre caratteristiche, almeno sulla carta, sono simili, e se è vero che la connettività Ethernet è più lenta (10/100 e non 1000 come sull’Extreme, che ha pure quattro porte), l’AirPort Express usa lo stesso standard Wi-Fi 802.11n con dual band simultanea. Trasmette cioè contemporaneamente sulla frequenza a 2,4GHz e su quella a 5GHz: ogni dispositivo si collega quindi alla frequenza migliore disponibile, alla velocità più alta possibile. 

La potenza del segnale è buona, anche se non molto distante da un normalissimo modem/router Telecom (a dieci metri di distanza e con due pareti in mezzo di rado si superano gli 8.5 Mbit/secondo). Però la forza dell’Airport Express è nella sua flessibilità, nelle dimensioni contenute, nella facilità con cui è possibile configurarla anche senza un computer. Ad esempio, con la funzione Guest è possibile configurare una rete Wi-Fi per gli ospiti, senza password o con una password diversa dalla rete principale, con cui accedere solo a internet, ma non alla stampante o agli apparecchi connessi. Che possono essere parecchi: fino a cinquanta, secondo quanto dichiara Apple (ma non abbiamo avuto modo di verificare). 

Zoo di Napoli, tra due giorni niente più cibo per gli animali

Il Mattino



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Tra due giorni non ci sarà più cibo per gli animali dello Zoo di Napoli che da un anno e mezzo è in amministrazione controllata. A lanciare l'allarme sono i dipendenti della struttura riuniti in assemblea. Non c'è pace per gli ospiti dello Zoo di Napoli: fieno, frutta e tutte le altre derrate alimentari sono quasi finite e le tigri, gli uccelli e l'elefante, insieme a tutti gli altri animali, rischiano di rimanere senza cibo. I dipendenti dello zoo questa mattina hanno controllato la quantità di cibo ancora disponibile e si sono resi conto che potranno andare avanti ancora per due giorni, poi tutto sarà finito. Lo Zoo e il parco dei divertimenti Edenlandia sono da un anno e mezzo amministrati da un curatore fallimentare,
Salvatore Lauria, dopo il fallimento della società di gestione, la Park and Leisure, di proprietà di Cesare Falchero.

Il 31 gennaio scadrà l'ultima proroga concessa dal Tribunale per curatela fallimentare e se entro questa data non vi saranno accordi per il subentro di una nuova società, i 70 dipendenti saranno licenziati e incerto sarà il futuro degli animali. «Restano pochi giorni - spiegano i dipendenti in assemblea - sia per noi che per gli animali. Vorremmo sapere le istituzioni cosa stanno facendo e perchè siamo dovuti arrivare a questo punto. Una sola società ha fatto una proposta per le due strutture, la Brainspark, ma pare che non ci sia stato un accordo con la proprietaria dei suoli, la Mostra d'Oltremare, per il canone di affitto». «Intanto - aggiungono - noi stiamo per essere buttati fuori e gli animali, se non si prenderanno provvedimenti, moriranno di fame».

lunedì 21 gennaio 2013 - 15:03

Margherita Hack si candida in Veneto con “Democrazia atea”

La Stampa

L’astrofisica sarà capolista del movimento anticlericale che propone l’abrogazione dei Patti Lateranensi
francesco moscatelli


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L’astrofisica Margherita Hack, 90 anni, già candidata in passato con il Partito comunista italiano e con la Federazione della Sinistra, è tornata a fare politica in prima persona. Nei mesi scorsi, durante le primarie del centrosinistra, si era schierata a favore del leader di Sel Nichi Vendola e, al ballottaggio, dalla parte di Matteo Renzi. È tornata sui suoi passi e adesso sostiene Bersani?  No. Sta con Vendola o con Ingroia? Nemmeno. Da ieri la Hack è capolista alla Camera, nella circoscrizione Veneto 2, della lista “Democrazia atea”, movimento anticlericale fondato dall’avvocato romano Carla Crosetti e dal veneto Ciro Ferrati, dirigente della provincia di Venezia. 

L’obiettivo del partito, che sulla home page del proprio sito cita il politologo Giovanni Sartori autodefinendosi “partito testimone” è “dare voce, con rappresentanze istituzionali, agli atei e agli agnostici e a tutte le minoranze penalizzate dalla oppressione religiosa in Italia e in Europa”. Il primo punto del programma recita: “Vogliamo l’abrogazione dei Patti Lateranensi e di tutte le leggi ad essi collegate, che procurano allo Stato del Vaticano un profitto sotto forma di contributi, finanziamenti, erogazioni di qualunque tipo, comunque denominati, concessi o erogati da parte dello Stato o di altri Enti Pubblici, previa modifica dell’art.7 della Costituzione. Vogliamo l’adozione di leggi sul Testamento Biologico, sull’Eutanasia e sulle Cellule Staminali, scevre da limitazioni etico-religiose”. 

Ma sul fatto che il nome della Hack possa comparire davvero sulle schede elettorali rimane ancora qualche dubbio: “Democrazia atea” potrebbe essere a rischio ricusazione per non aver raccolto abbastanza firme. Tant’è che la campagna elettorale, per ora, non sembra nemmeno iniziata. L’ultima dichiarazione della scienziata, infatti, risale a qualche mese fa e non spicca di certo per entusiasmo: «Hanno insistito così tanto che ho deciso di candidarmi come capolista nelle liste di Democrazia Atea. Non si può dire che è stata una mia idea. Me lo hanno proposto e alla fine ho ceduto».

Game over per Atari

La Stampa

L’azienda californiana ufficializza il fallimento e si divide dalla casa madre francese. Per gli inventori di Pong il passa futuro attraverso smartphone e tablet
bruno ruffilli


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Atari è fallita. La storica azienda di videogiochi ha chiesto al tribunale di Manhattan di poter accedere al “Chapter 11”, l’amministrazione controllata, per separarsi dalla casa madre francese. Atari SA è infatti in perdita ininterrotta dal 1999 e fortemente indebitata, con le azioni passate dagli 11 euro del 2008 a 1 euro di oggi. L’obiettivo di Atari Inc. è di riorganizzare profondamente il business aziendale e trovare nuovi investitori, puntando sul ricco mercato dei videogiochi per smartphone e tablet. 

Finisce così (per il momento) un marchio che ha fatto la storia dei videogame, con titoli come «Lunar Lander», «Asteroids», «Centipede», e soprattutto «Pong», lanciato nel 1972. Ci si giocava in bar e locali, ma – e questa era la novità – anche a casa, con console come l’Atari 2600. Lanciata nel 1977, fu la prima ad avere una diffusione di massa, e diventò sinonimo di console come succederà per il Walkman di Sony con i riproduttori di cassette portatili e poi per l’iPod con i lettori Mp3. Allora l’impiegato più illustre di Atari aveva già lasciato la ditta: Steve Jobs ci lavorò fino alla fine del 1975, e nell’aprile dell’anno seguente fondò Apple. 

Atari continuò a crescere, e al 2600 si affiancò nel 1982 un modello più potente costoso, il 5200. Nello stesso anno arrivò anche «Pac Man», in un adattamento per le console casalinghe, che però non vendette quanto speravano i manager dell’azienda californiana. Fu un flop ancora peggiore «E. T.», il videogioco ispirato al film di Spielberg, uscito nel 1983: milioni di cartucce invendute finirono sepolte in una discarica nel deserto del Messico. Cresciuta a ritmi serrati, l’industria videoludica americana crollò altrettanto velocemente, e in due anni passò da un fatturato di 3,2 miliardi di dollari a circa 100 milioni, un calo del 97 per cento.

Per Atari, che nel frattempo era stata acquistata da Warner, iniziò un lungo periodo di cambi di assetto societario, e quando la crisi finì, fu la giapponese Nintendo ad approfittarne per prima. Si parlò di una possibile fusione tra le due aziende, che però non si realizzò mai: Atari cambiò ancora proprietà, e nel decennio successivo dovette soccombere alla concorrenza della Playstation di Sony e la Saturn di Sega, senza contare il boom dei personal computer con cui era possibile anche giocare. 

Oggi il sito web dell’azienda pubblicizza mestamente qualche decina di giochi d’epoca, mentre il famoso logo si vede solo sulle t-shirt di geek e aspiranti tali. Perché nel 2012 il 17 per cento del fatturato di Atari è arrivato dall’abbigliamento. 

L’Avvocato dieci anni dopo

La Stampa

Il 24 gennaio 2003si spegneva all’età di 81 anni



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La curiosità, lo stile, l’etica del rispetto: Gianni Agnelli nei ricordi di testimoni eccezionali, da Carlo Azeglio Ciampi al nipote John Elkann, da Henry Kissinger a Michel Platini a Niki Lauda. Pubblichiamo qui di seguito alcuni dei contributi presenti nello speciale cartaceo in edicola.


 
- Kissinger: “Fu il primo uomo globale, l’ultimo del Rinascimento”
GIANNI RIOTTA

- Cittadino del mondo e italiano autentico
CARLO AZEGLIO CIAMPI

- John Elkann: “Avanti veloce. I miei primi dieci anni nel solco tracciato dal nonno”
MARIO CALABRESI

- Il dialogo con la politica, il rispetto per le istituzioni
MARCELLO SORGI

- La sfida internazionale per una Fiat più moderna
MARIO DEAGLIO

- Platini: “Da lui ho imparato la libertà di scegliere”
CESARE MARTINETTI

- Così lo convinsi a dire sì all’avventura di Azzurra
CINO RICCI

- Guidavo la sua auto, ma al volante rimaneva lui
NIKI LAUDA

- Un re di stile imitato, mai eguagliato
CARLO ROSSELLA

Una madre per clonare l’uomo di Neanderthal”

La Stampa

L’annuncio-choc da Harvard: ho ricostruito il suo Dna dalle ossa

claudio gallo
corrispondente da londra


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Sembra una profezia di Casaleggio-Crozza: tra cinquant’anni il politicamente corretto proibirà le battute sugli uomini di Neanderthal, perché loro saranno tra noi. Stavolta però c’è poco da ridere. Parafrasando Wilde, la realtà imita il cabaret: un serissimo e celebre studioso di genetica britannico ha annunciato di essere pronto a clonare un neanderthaliano se soltanto troverà la volontaria disposta a fargli da madre, facendolo crescere nel suo grembo. Frankenstein passando per Jurassic Park, battuti sul filo di lana gli scienziati russi che volevano far rivivere il mammut siberiano. Il professor George Church, 58 anni, della Harvard Medical School, è un pioniere della biologia sintetica, protagonista dello Human Genome Project che ha mappato il nostro Dna. Ha preferito fare il suo sensazionale annuncio lontano da casa, sulle pagine del settimanale tedesco «Der Spiegel»: «Sono già riuscito a ottenere abbastanza Dna dalle ossa fossili per ricostruire la sequenza genetica di questa specie umana estinta. Adesso mi serve soltanto un’avventurosa femmina umana».

Church è convinto di poter riportare in vita un essere sparito dal pianeta oltre 33 mila anni fa, anche se «dipenderà da un sacco di fattori». Lo scienziato prevede di iniettare il Dna neanderthaliano nelle cellule staminali di un embrione umano nei primi stadi di vita. L’idea è che le staminali indirizzeranno lo sviluppo dell’embrione verso la linea Neanderthal piuttosto che verso quella dell’Homo Sapiens. Una volta cresciuto per alcuni giorni in laboratorio, l’embrione neo-neanderthaliano sarà impiantato nel ventre della madre «adottiva», la volontaria che ancora non ha un nome ma certo ha già un futuro nell’editoria con il libro autobiografico che più o meno s’intitolerà «Ho dato la vita a Neandy».

La prima difficoltà del progetto è etica e legale più che scientifica, la maggior parte dei genetisti britannici è convinta che la clonazione umana sia inaccettabile; inoltre in molti Paesi, tra cui la Gran Bretagna, è illegale. Dal punto di vista medico, una delle principali obiezioni è che il sistema immunitario della nuova creatura sarebbe del tutto inadeguato a questo mondo, senza contare i rischi che il piccolo nasca con terribili deformazioni. Ma Church è convinto che la sua impresa sia così innovativa da non essere incasellabile in alcuna delle attuali definizioni della giurisprudenza. Con l’insofferenza dello studioso che considera la scienza al di sopra della società, dice: «Siamo capaci di clonare tutti i tipi di mammiferi, perciò è molto probabile che sia possibile farlo anche nel caso dell’uomo. Perché non dovremmo essere in grado di farlo?».

Certo, la prometeica volontà di conoscenza, ma perché ricreare una specie estinta? Il professore spiega che l’alterazione del genoma umano potrebbe fornire risposte per curare malattie come il cancro o l’Aids, oppure permettere di allungare la vita umana. Church è convinto che l’uomo di Neanderthal non fosse quella specie di mezzo scimmione che si raffigura la fantasia popolare. «I neanderthaliani - dice - potrebbero pensare diversamente da noi. Sappiamo che avevano il cranio più grande del nostro, quindi potrebbero essere più intelligenti di noi». Queste tesi sono esposte nel suo recente libro dall’inquietante titolo: «Regenesis, come la biologia sintetica reinventerà la natura e noi stessi». Per fortuna non si spinge a concepire la rigenerazione degli ominidi più antichi o dei dinosauri come in Jurassic Park: la cosa sarebbe (per ora) impossibile «perché l’età limite di un Dna utilizzabile è di circa un milione di anni». 

Philippa Taylor, dell’associazione dei medici cristiani che raccoglie oltre quattromila membri in Gran Bretagna, ha detto orripilata: «Non so da dove cominciare, se dalle preoccupazioni etiche o da quelle mediche».

La «generazione Weibo» mette in crisi la Cina

Corriere della sera

In un Paese dove non esiste la stampa libera, i social network vanno oltre la censura possono minacciare la stabilità
DAL NOSTRO INVIATO 


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PECHINO - La generazione Weibo più di una (improbabile) Primavera cinese. Il nuovo leader del Paese, Xi Jinping, che a marzo concluderà il passaggio dei poteri ricevendo da Hu Jintao la carica di presidente della Repubblica, è un uomo d’esperienza, considerato «moderno» e in sintonia con le esigenze di una società che non ha smesso di cambiare dall’inizio delle riforme economiche, più di trent’anni fa. Eppure, il fenomeno dei social network, nonostante la presenza di un’occhiuta censura - l’ormai celebre Great Firewall, la Grande Muraglia informatica - e di una squadra speciale di polizia sempre online, minaccia la stabilità del regime più di quanto gli stessi leader cinesi siano disposti ad ammettere.

ESPERTI - Ne parlano sul Financial Times due esperti, lo studioso Jonas Parello-Plesner e il blogger Michael Anti, notando come dimensioni e «auto coscienza» di chi in Cina utilizza questi strumenti giornalmente bastino a superare qualunque tipo di restrizione governativa. Prendiamo Weibo, un sistema creato sulla falsa riga di Twitter: ha 300 milioni di utenti abilissimi nell’aggirare i blocchi imposti dalle autorità. Per esempio, se termini come «Tibet», «Xinjiang», o altri temi considerati sensibili (come la recente disputa sulla censura al settimanale Southern Weekend) - ma anche gli stessi nomi dei leader politici - vengono bloccati, ecco milioni di persone inventarsi giochi di parole e allusioni che ingannano la censura automatica e trasformano la questione in una beffa.

NUMERI- Weibo naturalmente ha un limite: la lingua cinese, che isola il sistema dal resto della Rete. Ma le potenzialità sono straordinarie. Se qualche migliaio di follower sono la norma su Twitter, su Weibo parliamo di decine se non di centinaia di migliaia. Come si è accorto l’ex primo ministro australiano Kevin Rudd, un sinologo di formazione, che dopo aver aperto un account è stato «seguito» da 700 mila cinesi. Per rimanere all’interno della Repubblica Popolare, l’attrice Yao Chen (pressoché sconosciuta da noi) ha trenta milioni di follower: come dire, metà Italia. E, durante la crisi della censura alla stampa, è intervenuta con un messaggino che citava addirittura Solzhenitsin in nome della libertà.


Cattura1 PERICOLO - Naturalmente questi numeri di per sé rappresentano un problema. Perché in Cina, come ovunque, la pressione dell’opinione pubblica non può essere ignorata. E oggi, non avendo altre piattaforme (come una libera stampa), l’unico sfogo è attraverso questi social network che incanalano la protesta nonostante le restrizioni. Dunque, proprio in questi giorni, tanto per intenderci, diversi funzionari sono finiti sotto inchiesta - o dietro le sbarre - in seguito a denunce lanciate via Weibo. Il rischio qui sono gli eccessi, sulla falsariga dei linciaggi pubblici che avvenivano quotidianamente ai tempi della Rivoluzione Culturale a opera della Guardie Rosse.

OPPORTUNITA’ - D’altro canto è indubbio che un sistema di messaggini che potenzialmente può raggiungere 300 milioni di persone rappresenta anche un’opportunità, un volano che trasforma la società senza che nessuno lo abbia deciso a priori. Altro esempio, l’inquinamento: fino al 2009, le autorità non rilasciavano alcun dato sulla reale situazione dell’atmosfera nelle città, avvolte da una perenne (e micidiale) nuvola di smog. A luglio di quell’anno l’ambasciata americana a Pechino ha cominciato a diffondere su Weibo i dati reali sulla presenza di inquinanti, giorno per giorno. Oggi il governo, dopo un breve braccio di ferro (perduto) sulla liceità dell’iniziativa, misura e diffonde questi dati nelle principali città cinesi: senza il social network non sarebbe mai successo. La domanda è: quale aspetto della società cinese sarà il prossimo obiettivo della «generazione Weibo»?

Paolo Salom
@PaoloSalom22 gennaio 2013 | 16:15

Uccisa a Bernareggio, il vicesindaco: «Non dovete sposare i musulmani»

Corriere della sera

Il commento del leghista Stefano Tornaghi sull'omicidio di sabato: «Mi appello all'intelligenza delle donne italiane»


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MILANO - «Faccio appello all'intelligenza delle donne italiane: basta avviare relazioni di questo tipo con extracomunitari!». Non va per il sottile il vicesindaco leghista di Bernareggio, Stefano Tornaghi, nel commentare l'omicidio della sua concittadina Antonia Stanghellini, 45 anni, uccisa dal suo ex convivente, Mustapha Hasouani, originario del Marocco, nella casa in cui la donna viveva insieme ai due figli più piccoli, avuti da lui.

«Posso capire una relazione temporanea, ma con relazioni così lunghe si sa che prima o poi si può andare a finire così», commenta Tornaghi. I motivi, presto detti: «Troppe differenze di cultura, di religioni, di abitudine che vengono fuori. Già è difficile andare d'accordo tra noi, figuriamoci in situazioni con differenze così grandi».

NO AL BUONISMO - Non entra nel merito della vicenda di Bernareggio: «Il mio è un commento politico generale, che mi vede contrario anche alla cittadinanza onoraria ai bambini figli di extracomunitari. E anche su iniziative come quelle di domenica pomeriggio a Bernareggio, la marcia della pace, ho qualche perplessità. Va bene, ma apriamo anche gli occhi, non nascondiamoci dietro un certo buonismo».

Leila Codecasa20 gennaio 2013 | 18:54

Nelle carceri francesi arrivano gli "imam di frontiera"

Cristina Bassi - Dom, 20/01/2013 - 16:50

Il governo Hollande assume guide spirituali islamiche da mandare nelle prigioni, per aiutare l'integrazione ma soprattutto per tenere sotto controllo il proselitismo e arginare l'estremismo


Sulla falsa riga dei preti di frontiera, che in Italia danno una mano in posti disagiati come periferie e prigioni, in Francia gli imam entrano nei penitenziari. Non solo con intenti umanitari, ma anche per arginare l'estremismo islamico. L'ideologia jihadista infatti si sta pericolosamente diffondendo tra i detenuti di fede musulmana. La strategia del governo Hollande, per favorire integrazione e libertà di culto, prevede l'assunzione a tempo pieno da parte dello Stato di decine di imam che terranno lezioni di Islam nelle carceri. Secondo Le due Città, rivista del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, sessanta dei 200 penitenziari francesi hanno già una guida spirituale per la pratica del culto musulmano e tra 2013 e 2014 il governo provvederà a inviarne di nuove in altri sessanta.

"È necessario - ha spiegato il ministro della Giustizia Christiane Toubira - che il culto nelle prigioni sia svolto in conformità con i valori e le leggi della Repubblica". La necessità è quella di non lasciare spazio a un proselitismo incontrollato, affidando la gestione della dottrina a imam di professione seguiti e pagati dallo Stato. Ed evitando che detenuti magari incarcerati per terrorismo si improvvisino predicatori.

Il fenomeno del proselitismo islamico, hanno dimostrato alcuni studi in Francia, si è infatti ridotto con la presenza di imam "ufficiali". Ma gli "imam di Stato" hanno scatenato il dibattito: non basta un riconoscimento francese per rendere un imam un servitore dello Stato, dicono alcuni. Altri invece fanno notare che il rischio terrorismo si combatte anche con l'integrazione e cercando di tenere sotto controllo il proselitismo in carcere.

La polizia ha di recente fermato un giovane che preparava attentati alle sinagoghe di Parigi e che si era accostato all'Islam radicale proprio in cella. Quello che preoccupa le autorità francesi sono la violenza e la rabbia sociale che si possono saldare con l'integralismo. L'emarginazione dei giovani delle banlieu non ha niente a che fare con Al Qaeda, ma l'ideologia terrorista incontrata in carcere può farla esplodere. Oggi in Francia la minoranza musulmana è la più numerosa ed è stimata in 6-7 milioni di persone, circa il 10 per cento del totale della popolazione. E l'integralismo sta proliferando: "Di fronte alla polveriera rappresentato dal mondo delle carceri - conclude la rivista del Dap - dove l'emarginazione è di casa ancora più che nelle banlieu, il governo ha deciso di dare una risposta concreta e di arginare l'estremismo cercando di guidare il proselitismo lungo una strada tracciata dallo Stato".

Ecco le ambasciate che seguono Benedetto XVI su Twitter

La Stampa

vatican

Sono quattro le missioni diplomatiche presso la Santa Sede sui passi digitali di Ratzinger: Usa, Regno Unito, Polonia e Turchia. L’ambasciatore inglese: «Se il Papa è su Twitter, dobbiamo esserci anche noi »

Andrés Beltramo Alvarez
Città del Vaticano


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Lo “sbarco” di Benedetto XVI su Twitter ha traghettato il mondo vaticano al “continente digitale”. La diplomazia ha deciso di seguirne i suoi passi.  Qualche giorno fa, l’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede ha aperto il proprio account (@USinHolySee) e, con questa, sono già quattro le missioni diplomatiche presenti nei social network. L’ambasciatore del Regno Unito, Nigel Marcus Baker, ha dichiarato a Vatican Insider: «Se il Papa è su Twitter, dobbiamo esserci anche noi ».

L’ambasciata statunitense cominciato a “cinguettare” il 7 gennaio scorso, parallelamente al discorso annuale al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. In poco più di una settimana ha scritto solo quattro tweet e i suoi followers sono solo 204. Va ricordato che Barack Obama non ha ancora deciso in merito alla nomina del nuovo titolare.

Sono già sbarcati nel sito di microblogging altre tre rappresentanze: Polonia, Turchia e Regno Unito. L’account polacco (@PLinVatican) non ha ancora pubblicato i suoi primi 140 caratteri, ma ci sono 144 persone che lo seguono; invece, l’account turco (@Vatikanbe), invece, ha già inviato nove messaggini e i suoi “follower” sono 289. Il veterano “pioniere” degli ambasciatori che cinguettano, il britannico Baker, ha dato il benvenuto ai suoi colleghi nel social network, nel quale la sua rappresentanza (@UKinHolySee) è sbarcata già a settembre 2011 e i cui followers sono ben 2.206.
«E’ affascinante – ha osservato Baker -  ritrovare altre ambasciate presso la Santa Sede nel mondo di Twitter: speriamo di contattarle e interagire presto con loro, anche in questo modo.

Questa, del resto, è una delle forme che saranno usate per gestire le conversazioni diplomatiche e l’informazione nella diplomazia del futuro. Attraverso la nostra esperienza abbiamo scoperto che i social network sono diventati la forma più efficace per trasmettere il nostro messaggio, in tempo reale, alla gente reale». Baker ha anche spiegato che la trasmissione “dal vivo” di eventi o la risposta immediata «può fare la differenza». E ha aggiunto: «Facciamo sì che la nostra “audience” sia coinvolta, e così anche loro possono capire meglio l’ambasciata e il nostro lavoro».

Baker è giovane e la sua freschezza sembra cancellare un tabù secondo il quale gli ambasciatori (specie quelli del Vaticano) dovrebbero parlare il meno possibile. Ma il primo a rompere gli schemi è stato proprio Benedetto XVI. Perché l’ha fatto? Il tecnico informatico Gustavo Entrala ha risposto a questa domanda. È stato lui, il 28 giugno 2011, che ha insegnato personalmente il Papa a usare un iPad.  Quel giorno, Joseph Ratzinger ha chiesto: «Perché il Papa dev’essere nei social network?». Quelli che si trovavano con lui hanno detto: «Santo Padre, per i giovani».

Allora, il Pontefice ha risposto: «Ottimo, voglio essere lì con i giovani». Ed è così che è nata l’iniziativa di @pontifex, l’account ufficiale di Benedetto XVI che ha attirato più di due milioni e mezzo di followers. «Per la verità - ha spiegato Entrala - questo Papa ha una modernità interiore enorme. Questo si vede molto nel suo rapporto con i nuovi media. E interessatissimo, nonostante utilizzi poco un pc, ma con l’iPad, direi, se la cava molto bene. Ed ha anche tanta voglia di fare delle cose, di essere vicino alla gente. Quello che sta a cuore Benedetto XVI e lo spinge sul terreno delle nuove tecnologie è il futuro della Chiesa».

Mascalzoni no, ma anche sì

Alessandro Sallusti - Dom, 20/01/2013 - 14:19

Ingroia è un "mascalzone latino" che finge di non vedere il suo doppiopesismo: moralmente ed eticamente intransigente con gli altri, indulgente con se stesso

Il candidato Ingroia, leader rivoluzionario, non si è abituato al suo nuovo ruolo di politico.


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Da pm faceva domande e i malcapitati dovevano rispondere. Oggi a rispondere, come candidato premier, tocca a lui. E lui le domande proprio non le sopporta, come ha dimostrato l'altra sera nella trasmissione condotta su Raitre da Lucia Annunziata. Tanto che mi è venuto spontaneo dargli, in diretta, del mascalzone. Che significa, cito da vocabolario: falso, senza scrupoli, birbante, monello. Non volevo offenderlo, ma solo evidenziare le sue reticenze e le sue furbizie dialettiche.

Un classico «mascalzone latino», nome noto nel mondo grazie alla vela, che finge di non vedere il suo doppiopesismo: moralmente ed eticamente intransigente con gli altri, indulgente con se stesso. Tanto da non dimettersi dalla magistratura, da candidarsi anche dove non può essere eletto per legge (Sicilia), da sostenere i No Tav e avere come alleato l'inventore della Tav (Di Pietro), da criticare la legge elettorale ma utilizzarla per piazzare candidati protetti a destra e a manca. L'elenco sarebbe lungo. Ingroia non sarà mascalzone nel senso criminale della parola, ma diciamolo: il suo comportamento è certamente da birbante. Basta intenderci sul significato delle parole.

Il Tour di Armstrong che fa rimpiangere Pantani

Corriere della sera

Nel 2000 si vantò col Pirata: «Ti ho lasciato vincere»

Che ne facciamo ora di tutte quelle belle parole che abbiamo sprecato per Lance Armstrong? Lance il Buono, l'atleta che è riuscito a sconfiggere un male per nulla oscuro; Lance il Fuori Categoria, hors catégorie, come certe montagne che scalava con irrisoria facilità; Lance il Generoso che lascia la vittoria di tappa al compagno di fuga.

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Costretto dall'evidenza delle prove, Armstrong ha ammesso di aver fatto uso di doping per vincere sette volte il Tour de France. Si è confessato davanti a Oprah Winfrey, in una sorta di lavacro pubblico, a metà fra un rito espiatorio e una recita ben orchestrata. Gli hanno tolto tutto, vittorie e onore. Gli è rimasta solo la professionalità di certi mentitori. Che ne facciamo ora di tutte quelle nostre belle parole?

La memoria torna a una delle ultime grandi vittorie di Marco Pantani. Era il 13 luglio 2000 e il Pirata affrontava il Mont Ventoux, la montagna maledetta. A rivedere oggi quelle immagini si scorge Lance pedalare lieve, come in stato di grazia, mentre Marco mulina le gambe stanche con la forza della volontà, con l'anelito del riscatto, con la voglia di rinascere. In vetta, il telecronista urla: «Armstrong da grande campione lascia tagliare il traguardo a Pantani». Poi fra i due inizia una polemica, corrono offese. Armstrong si vanta di averlo lasciato vincere, Pantani cerca di rispondergli con un'impresa eroica che però gli si rivolterà contro, costringendolo al ritiro. Non solo dal Tour.

Adesso sappiamo che Armstrong, con la connivenza di molti, era molto più compromesso di Pantani. Il Pirata si sentiva solo e tradito dall'ambiente (in un mondo dove le pratiche del doping erano diffuse perché colpire soltanto lui?), nonostante i tifosi fossero pronti ad accorrere a ogni suo accenno di ripresa. Umiliato e risentito, l'uomo simbolo del ciclismo italiano era costretto a un ruolo che mal gli si addiceva, quello del capro espiatorio. Due uomini solo al comando, sul Mont Ventoux. L'uno sta barando, indossando l'abito del campione invincibile. L'altro non sa ancora di essere la vittima predestinata, ferita a morte da Lance il Buono. E dalle nostre belle parole.



"Dietro Armstrong, il più sofisticato sistema di doping al mondo" (10/10/2012)

Aldo Grasso
20 gennaio 2013 | 11:51

Grazie giudici, li arrestiamo noi". Così l'Italia ha difeso (male) i marò

Fausto Biloslavo - Dom, 20/01/2013 - 08:46

Dalle motivazioni del verdetto emerge la linea morbida del nostro governo e una lettera ossequiosa alle autorità indiane che 5 giorni dopo sbatteranno dentro i soldati

La Corte suprema indiana ammette che nel tratto di mare dove i marò hanno sparato c'erano stati attacchi dei pirati e il peschereccio delle presunte vittime dei fucilieri di marina non poteva navigare in quella zona non essendo regolarmente registrato.


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Lo riporta, nero su bianco, l'ordinanza di venerdì sul caso di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Oltre cento pagine firmate dai giudici Altamas Kabir, presidente della Corte suprema, e J. Chelameswar, che svelano diverse «chicche» dell'imbarazzante vicenda.

Il lungo testo dell'ordinanza della Corte suprema, in possesso del Giornale, si apre con l'ammissione che la zona dell'incidente è a rischio bucanieri. «Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un acuto incremento degli atti di pirateria in alto mare al largo della Somalia - scrivono i giudici - e anche nelle vicinanze delle isole Minicoy che formano l'arcipelago di Lakshadweep». Territorio indiano di fronte alla costa sud occidentale dove si trova lo stato del Kerala, che per quasi un anno ha illegalmente trattenuto i marò, secondo la Corte suprema di Delhi.

Al punto 29 dell'ordinanza si scopre che il peschereccio St. Anthony, di circa 12 metri, scambiato dai marò per un vascello pirata, risulta registrato solo nel Tamil Nadu, un altro stato indiano. Però «non era registrato secondo l'Indian Merchant Shipping Act del 1958 (la normativa che regola la navigazione mercantile ndr) e non sventolava la bandiera dell'India al momento dell'incidente». L'importante requisito del rispetto della normativa del 1958 avrebbe permesso al peschereccio di navigare «al di là delle acque territoriali dello stato del'Unione (il Tamil Nadu ndr) dove l'imbarcazione era registrata». Questo significa che il 15 febbraio il St. Anthony non poteva far rotta nel tratto di mare dove ha incrociato i marò imbarcati sul mercantile italiano Enrica Lexie.

Al punto 6 dell'ordinanza viene sottolineata l'apertura dell'inchiesta della procura di Roma contro Girone e Latorre e la pena prevista: «Per il crimine di omicidio è di 21 anni almeno di reclusione». Forse ai marò conviene rimanere in India. L'ordinanza cita ripetutamente l'avvocato Harish N. Salve, che si batte per la giurisdizione. «La Repubblica italiana ha un diritto di prelazione nel processare» i marò. Il legale chiama in causa due convenzioni internazionali, il Maritime Zones Act e l'Unclos, ambedue riconosciuti dall'India.

L'articolo 27 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) sancirebbe che l'India non può processare i marò e tantomeno arrestarli per «un reato commesso a bordo di una nave straniera in transito». L'articolo 97 specifica che può procedere solo «il paese di bandiera della nave o lo stato di nazionalità delle persone coinvolte». Un altro cavallo di battaglia dell'avvocato Salve è l'articolo 100 dell'Unclos che invita «tutti i Paesi a cooperare nella massima misura alla repressione della pirateria al di là della giurisdizione dei singoli Stati».

Una chicca riportata nell'ordinanza è la nota verbale 95/553 dell'ambasciata italiana inviata il 29 febbraio scorso al ministero degli Esteri indiano. Undici giorni prima, Girone e Latorre erano stati prelevati dalla polizia a bordo del mercantile Lexie fatto rientrare con un tranello nel porto di Kochi. I nostri diplomatici ribadiscono la giurisdizione italiana e l'immunità dei fucilieri di marina, ma «accolgono con favore le misure prese dal chief Judical Magistrate di Kollam per la protezione della vita e dell'onore dei militari della marina italiana». Peccato che cinque giorni dopo Girone e Latorre sono stati prelevati dalla guest house della polizia che li "ospitava" agli arresti e sbattuti in galera.

www.faustobiloslavo.eu

Manicomio criminale, viaggio all'inferno: il 31 marzo la chiusura, ma non ci sono le strutture per ricoverare i degenti

Il Messaggero
dal nostro inviato Marida Lombardo Pijola


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BARCELLONA POZZO DI GOTTO (MESSINA) - Saful Islam è minuscolo, sottile, mingherlino, è un bimbo di 22 anni con la pelle d’ambra. Chissà dove ha trovato l’energia per fare a pezzi col coltello il suo ”principe”, il senatore Ludovico Corrao, il leggendario artefice della rinascita di Gibellina, di cui era badante, figlioccio, chissà cosa. Nel carcere di Marsala ha tentato di uccidersi sbattendo la testa contro le inferriate; nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto tenta di sopravvivere galleggiando alla deriva di un spazio vuoto. Si sfila dalla tasca ritagli di giornale sulla legge che dispone la chiusura degli Opg entro il 31 marzo, li mostra al ministro Paola Severino con l’ansia di chi vuol metterla al corrente, «ecco, vede, c’è scritto che bisogna chiuderli, io voglio essere curato, non voglio stare qui». Lei lo ascolta, lo guarda con tenerezza, rilascia una carezza della voce: «Sì, hai ragione».

Lei è un ministro della Giustizia, ed è una mamma, ed è una nonna, e ascolta tutti, e chiede di vedere «le cose più brutte», e ce l’ha scritto negli occhi quel che pensa, quel che è venuta a dire qui. Che hanno ragione tutti, in questo deposito della follia, dove 219 uomini si spengono da vivi nel tempo immobile del nulla, «perché la detenzione non è il percorso giusto per chi ha bisogno di essere curato, e dunque questo edificio verrà riconvertito in un penitenziario, ed i malati verranno trasferiti in adeguate strutture ospedaliere». Via tutti. Hanno ragione. Devono andar via da qui.

SOLO FARMACI

Ha ragione Andrea, che nessuno è in grado di soccorrere, mentre grida contro il muro delle sue ossessioni, con energie vocali innaturali, per rovesciare rabbia contro i suoi ricordi, il suo destino, l’omicidio che un fantasma interiore ha commesso al posto suo. E ha ragione Nicola, gigante stanco, triste, intorpidito, a dire che qui non riesce a emanciparsi dai suoi incubi: «Ho ucciso Satana, e dopo, per la felicità, ho ucciso anche mia madre, ma non volevo, nessuno mi capisce». Farmaci, solo farmaci, che rendono opachi suoi pensieri, che rallentano il ritmo delle sue parole. Farmaci e basta, da mettere via per tentare il suicidio, qualche volta. Farmaci per questi uomini che stanno ammucchiati nelle celle del palazzo liberty dell’Opg, al quale è stato fatto un maquillage dopo il sequestro disposto dalla commissione di Ignazio Marino. Sembra sinistramente accogliente, adesso. Quasi non sembra ciò che è, un contenitore di ostaggi di menti disturbate, intrappolati in un circolo vizioso: nessuna cura, nessuna guarigione, nessuna possibilità di uscire, di riacquistare l’identità di esseri umani.

LA DISCARICA SOCIALE

«Questa è una pattumiera umana, una discarica sociale, lo dice persino il direttore», assicura don Pippo Insana, il cappellano. Sgrana sequenze di risse e di violenze, disegna sagome di uomini disperati, annientati, abbrutiti dall’inerzia. «Abbandonati nella solitudine, nella promiscuità, buttati a letto tutto il giorno, cinque per cella senza uno sgabello, nell’assenza di psicoterapie e di attività socializzanti, per mancanza di personale».

E allora hanno ragione pure i sanitari che non ce la fanno. «E’ molto dura», ammette Nunziante Rosania, ultimo dei direttori medici ”alienisti”. Tra poco cambierà mestiere, come i cinque colleghi che dirigono gli altri Opg in chiusura. Tornerà a essere medico e basta, non più custode di un inferno. Tra poco i dannati torneranno ad essere pazienti. Chi si prenderà cura di loro? La palla passa in mano alle Regioni. «Alcuni sono pericolosi, spero che trovino strutture in grado di garantire i cittadini», scuote la testa un agente. Lui ha visto di tutto, a Barcellona. Non può sapere, però, cosa succede rovesciando la follia.


Domenica 20 Gennaio 2013 - 12:08