lunedì 28 gennaio 2013

L'arresto del sindacalista dopo quattro mesi. C'era una doppia inchiesta

Il Mattino
di Marilù Musto


CASERTA - Due procure stavano indagando sullo stesso reato, ma solo una ha richiesto la misura cautelare per il sindacalista Angelo Spena della Fiom, arrestato venerdì scorso per aver intascato, stando all’accusa, una tangente dal titolare di un’azienda con 120 dipendenti. Questo è ciò che emerge nell’ordinanza di nove pagine che ha spedito ai domiciliari l’ex dirigente della segreteria provinciale di Caserta della Fiom ed ex componente del direttivo regionale Cgil della Campania del sindacato dei metalmeccanici.


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Un rimpallo tra procure che poteva mandare a monte l’intera inchiesta si è poi concluso con l’assegnazione del fascicolo all’ufficio sammaritano. Nelle mani del pm Gerardina Cozzolino, c’era l’sms che incriminerebbe il sindacalista, ma c’erano anche le foto con le matrici del denaro versato dall’imprenditore (che ha lo stabilimento a Gricignano d’Aversa) e un filmato girato ad Agnano. In pratica, il pericolo di un pasticcio giuridico era concreto: una prima richiesta estorsiva da parte dell’indagato, infatti - stando alla ricostruzione del magistrato titolare - sarebbe stata avanzata a Caserta nel maggio del 2012. Lo stesso giorno della proposta, l’imprenditore, presunta vittima dell’estorsione, aveva denunciato il comportamento del sindacalista agli inquirenti, ma la denuncia non era mai stata formalizzata. Il timore che il tavolo delle trattative con i lavoratori della Manò Marine potesse saltare mandando all’aria gli accordi aziendali, probabilmente, in quel momento, era molto più forte di un’esigenza di giustizia a tutti i costi.

Tutto è cambiato quando le richieste di denaro erano, forse, diventate più pressanti e la tangente stava per essere intascata in toto. A quel punto, il titolare della Manò, con coraggio, si è recato al commissariato di polizia di Bagnoli e ha vuotato il sacco, firmando la denuncia lunga circa tre pagine. L’inchiesta a Santa Maria Capua Vetere, però, era già cominciata quattro mesi prima. Per questo motivo, quando Spena è stato fermato ad Agnano con il denaro, l’arresto non è scattato. I poliziotti hanno, infatti, appreso del fascicolo aperto a Caserta e hanno «liberato» il sindacalista. A quel punto, però, anche il sindacalista sapeva di essere indagato.

Passi falsi non ne ha più fatti da allora. Tra le carte in mano agli inquirenti, però, c’era già abbastanza per avanzare una richiesta di arresto. Il pericolo di far saltare in aria l’indagine è svanito. Questa mattina, alle ore 10, il sindacalista spiegherà la sua versione dei fatti al gip Giuseppe Meccariello che ha firmato l’ordinanza e non si escludono colpi di scena. Ora tocca a lui chiarire le motivazioni dei passaggi di denaro tra lui e l’imprenditore della Manò che non trovano una giustificazione. La prossima mossa della difesa (Spena è difeso dall’avvocato Giuseppe Stellato), potrebbe essere quella di richiedere al giudice per le indagini preliminari una rivalutazione della misura cautelare. Essendo stato sospeso da tutti gli incarichi dalla Cgil-Fiom Campania, non esisterebbe più il pericolo di reiterazione del reato. La decisione finale è nelle mani del giudice.

lunedì 28 gennaio 2013 - 07:07   Ultimo aggiornamento: 09:09



«Nella mazzetta al sindacalista l'orologio di mio figlio morto»

Il Mattino
di Marisa La Penna


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NAPOLI - «All’inizio ho pagato. Ma l’ho fatto perchè gli operai potessero ottenere la cassa integrazione, altrimenti sarebbero rimasti senza lavoro e senza soldi. Mi son detto, ”faccio conto che pago una consulenza, così i miei dipendenti potranno avere di che vivere ancora per un po’”.  Ma quando mi ha detto di sfilarmi l’orologio, l’orologio di mio figlio, ho perso la testa. Lui sapeva bene che quell’orologio apparteneva al mio ragazzo che ho perso a 17 anni, sapeva quanto tenessi a quell’oggetto. Per questo ho messo via ogni altro tentennamento e sono andato alla polizia». Rosario Colella che in 10 anni ha creato e visto morire un impero, fiore all’occhiello dell’imprenditoria campana, racconta le fasi che hanno preceduto l’arresto del sindacalista della Cgil Angelo Spena sorpreso in flagranza mentre ritirava una mazzetta per favorire gli ammortizzatori sociali - cassa integrazione e mobilità - per i lavoratori della Manò Marine, l’azienda di Gricignano d’Avesa, che fino a due anni fa produceva 450 imbarcazioni all’anno vendute in tutta Europa e rappresentava un miracolo dell’imprenditoria nautica.

Signor Colella perchè all’inizio ha ceduto al ricatto?
«La mia azienda andava male. Investimenti sbagliati, la crisi del settore, il redditometro che spaventava gli acquirenti. Insomma l’ombra del fallimento diventava giorno dopo giorno sempre più concreta. Io, in un modo o nell’altro, sarei sopravvissuto. Ma i miei operai no. Avevo la necessità di sapere che una volta costretti a chiudere, loro avrebbero avuto un margine di sicurezza economica. E così mi sono imbattuto in Angelo Spena».

Le chiese subito il danaro? «Non immediatamente. Mi fece una prima richiesta di 10mila euro. Altrimenti, disse, mi avrebbe messo gli operai contro e avrebbe reso più complicata l’erogazione dell’ammortizzatore sociale. E, per pungolarmi e abbattere ogni resistenza rispetto al pagamento della somma fece, effettivamente, in modo che i miei dipendenti inscenassero una protesta. E allora cominciai a pagare. Una volta venne a chiedermi del danaro. Non ne avevo in contanti. Gli firmai un assegno. Lo fece intestare a un sarto a cui disse che se avessero fatto dei controlli doveva spiegare che mi aveva cucito dei vestiti su misura. Ovviamente il sarto, che è una persona per bene, quando si è ritrovato la polizia sull’uscio, ha detto immediatamente chi gli aveva dato l’assegno».

Racconti nei dettagli la storia dell’orologio
«Sì. Voglio precisare che al sindacalista non ho dato soltanto danaro. Mi estorceva di tutto. Mi inviava sms con le richieste. Quegli sms li ho poi mostrati alla polizia. La tangente lievitò da10mila a 20mila euro. Disse che erano per alcuni suoi colleghi sindacalisti».

Per esempio cos’altro le chiedeva? «Biglietti per la partita del Napoli. Ma ritorniamo all’orologio. Sono solito portare al polso un ”Jwc”. Si tratta di un orologio che mi regalò mia moglie in occasione di un compleanno. Vale all’incirca 5mila euro. Mio figlio lo adorava. Mi chiedeva di indossarlo, ma io avevo paura, era già stato vittima di una rapina e temevo che potesse subire una nuova disavventura. Però alcune volte gli concessi di metterlo. Era felicissimo, si sentiva grande. Poi un tragico destino ha strappato via il mio ragazzo. Ed io sono rimasto legatissimo a quell’oggetto. Avevo raccontato questa storia al sindacalista la prima volta che me lo aveva chiesto in ”dono”. Pensavo che fosse finita lì. Invece la mattina che, all’Inps, dovevamo chiudere le pratiche per la mobilità ed io non avevo altro danaro da dargli lui mi ordinò di sfilarmi l’orologio. Se mi avesse dato una pugnalata avrei sentito meno dolore. La rabbia mi travolse, decisi di non assecondare più le sue richieste».

E cosa fece?
«Andai alla polizia e raccontai ogni cosa. E insieme con il dirigente organizzammo la trappola per incastrarlo. Il giorno dell’appuntamento per l’ultima tranche di danaro, gli agenti mi sistemarono sotto la camicia una minuscola videocamera, come quella dei giornalisti di Striscia, e un microfono. Fotocopiammo le banconote, sistemammo il denaro in una busta. Mi recai all’appuntamento ad Agnano. Consegnai la busta a Spena. Poco distante un altro poliziotto riprendeva la scena da altra angolazione. Poi il blitz. Finimmo tutti al commissariato. Pensavo lo avessero arrestato. Invece di lì a qualche ora un collega sindacalista di Spena, sempre della Cgil, se lo andò a prendere. Evidentemente la polizia aveva bisogno di altre prove».

Ha avuto paura di ritorsioni?
«Mio padre nel 1996 denunciò il racket che gli chiese le tangenti per gli ormeggi di Nisida. Finì in galera mezza camorra dell’area flegrea. Mio padre e noi siamo vissuti sotto scorta per sei mesi. Ebbene, no. Come lui non ho paura».


lunedì 28 gennaio 2013 - 07:07   Ultimo aggiornamento: 07:07

Mps, in procura la talpa dei pm «Così drogarono l’operazione»

Il Messaggero

L’ex direttore finanziario Nicola Scocca sentito quattro volte Saranno interrogati anche Gotti Tedeschi e Lamberto Cardia

dal nostro inviato
Valentina Errante



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SIENA Una memoria di otto pagine e un’agenda. Due nomi eccellenti e poi un terzo, semisconosciuto. Il grande affare Mps-Antonveneta poggia su questi pochi elementi; ma ai pm senesi sembrano essere sufficienti per scrivere la vera storia dell’acquisizione bancaria più svantaggiosa degli ultimi decenni. Utilizzando le dichiarazioni dell’ex numero uno dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, di Lamberto Cardia, al vertice della Consob fino al 2010, e di Nicola Scocca, il manager che per primo aveva intuito tutto.

GOLA PROFONDA
Le otto pagine in mano ai magistrati sono firmate proprio da quest’ultimo, Nicola Scocca. Che dopo averle inviate in procura è stato sentito quattro volte. È l’ex direttore finanziario della Fondazione Mps, il polmone economico del Montepaschi. Lo hanno cacciato alla vigilia dell’operazione Antonveneta, perché si era accorto che qualcosa non andava e lo aveva messo nero su bianco: «la Fondazione Mps nell’arco temporale dal 2001 al 2005 si stava comportando come una famiglia che spendeva più di quanto si fosse posto come obiettivo di guadagno nel medio-lungo termine, in altre parole stava erogando non guadagni bensì patrimonio.. La voce contabile che distorceva in maniera netta tale calcolo di rendimento era rappresentata dalla partecipazione in Banca Mps che negli anni passati era contabilizzata a euro 1,08, livello molto inferiore ai corsi di mercato». E ancora oggi, sospettano i pm, il titolo Mps sarebbe gonfiato da speculazioni irregolari, che sarebbero andate avanti fino allo scorso 2012.

BUCO NERO
È grazie alle sue ricostruzioni che i magistrati adesso sanno come il patrimonio della Fondazione Mps sia passato dai 13 miliardi che c’erano nel 2005, al miliardo e mezzo di oggi. Scocca ha descritto nei dettagli quello che in procura viene definito un sistema clientelare, che prevedeva l’erogazione di capitali ad amici, a politici e imprenditori.

LETTERA SEGRETA
È anche grazie alle indicazioni di Scocca che i magistrati hanno saputo decifrare la lettera riservata con cui fu organizzata la cosiddetta operazione Fresh 1, con la quale Mps ricevette un miliardo di euro da Jp Morgan dissimulando questo prestito e facendolo passare per un aumento di capitale. L’anno è il 2007, e il Montepaschi di Giuseppe Mussari ha le necessità di esibire quel denaro per avere il via libera da Bankitalia per l’acquisto di Antonveneta.

L’AGENDA DI MUSSARI
Il ruolino di marcia dell’operazione è scandito dalla elegante agenda Pineider di Giuseppe Mussari e dagli appuntamenti che si susseguono. Al 30 maggio, è segnato un appuntamento a Roma, di prima mattina, con Ettore Gotti Tedeschi, il banchiere che cura gli interessi del Banco Santander in Italia. È lui il venditore di Antonveneta; e secondo i magistrati in quell’occasione Mussari mette a punto i dettagli dell’operazione dopo aver avuto un incontro la sera prima con il suo direttore generale Antonio Vigni. Lo stesso che finirà indagato per aver nascosto a Bankitalia la reale natura di quell’operazione Fresh 1, che poi consentirà di acquisire Antonveneta all’incredibile prezzo di oltre dieci miliardi. E che potrebbe essere lievitato a diciotto.

FARO CONSOB
Il titolo Antonveneta era stato gonfiato ad arte, e i pm sentiranno anche Lamberto Cardia, ex numero uno Consob. Perché suo figlio Marco era consulente della stessa Mps.



Lunedì 28 Gennaio 2013 - 08:50
Ultimo aggiornamento: 10:51

Caro Bersani, sbrana questi: i compagni padroni del Monte

Stefano Zurlo - Lun, 28/01/2013 - 08:07

Il segretario del Pd se la prende con gli avversari e finge di non sapere che è stato il suo partito a controllare la banca senese fino a provocarne il tracollo finanziario


Fino a qualche giorno fa, Pier Luigi Bersani, sereno come un vincitore annunciato, smacchiava i giaguari. Ora il segretario del Pd affila le unghie: «Sbraneremo chi ci attacca». Un'affermazione quantomeno azzardata perché i guai questa volta nascono in casa. Dentro un partito che troppe volte ha messo mano al Monte dei Paschi, col risultato di creare uno sconquasso dentro la banca.


CatturaInutile aggredire chi lo contesta. Basta prendere le dichiarazioni di Massimo D'Alema per capire che il Pd da queste parti ha fatto e fa sul serio. Con la Stampa l'ex premier è stato netto: «Noi, e per noi intendo il Pd di Siena nella persona dell'ex sindaco Franco Ceccuzzi, Giuseppe Mussari lo abbiamo cambiato un anno fa». Dunque, ancora di questi tempi il Pd muove come pedine i dirigenti dell'istituto. E per D'Alema è normale un intervento del Pd ai piani alti di Rocca Salimbeni. Se poi qualcosa si guasta, è troppo tardi per prendersela con qualche figurante. Per carità, la storia della terza banca d'Italia è ovviamente complessa e ridurla a poche righe è necessariamente una semplificazione rozza, però è altrettanto lunare sostenere che il partito non abbia voce, e che voce, in capitolo.
Prendiamo la Fondazione, palazzo Sansedoni, che poi è la cabina di regia del Monte. Al suo vertice c'è Gabriello Mancini, ex democristiano, ex popolare, ex Margherita, poi Pd. Mancini è il presidente di quella fondazione che ha sottoscritto un aumento di capitale e si è indebitata pur di non perdere il controllo ferreo della banca. Mancini è dunque vicino al partito come 13 dei 16 consiglieri del comitato d'indirizzo della Fondazione. Tredici su sedici, maggioranza schiacciante anche se non bulgara. Il Comune ne nomina otto, la provincia cinque, la Regione uno. Domanda: chi amministra questi tre enti? Il Comune, lo sappiamo, era retto fino alla sua caduta da Franco Ceccuzzi, funzionario del partito, segretario provinciale dal '98, poi parlamentare, poi sindaco; la Provincia invece è guidata da Simone Bezzini, pure funzionario del Pd, pure vicino alla componente diessna, solo che a differenza di Ceccuzzi è ancora in sella.
E la Regione? Il Governatore è Enrico Rossi, Pd. Ceccuzzi-Bezzini-Rossi: perché Bersani non sbrana loro tre? I tre che monopolizzano Palazzo Sansedoni. Anche Pinocchio farebbe fatica a sostenere che a Siena la politica ha fatto la politica e le banche le banche. E infatti pure Ceccuzzi è inciampato, a giugno scorso, nell'onnipresente Monte. E la città del Palio dovrà tornare al voto. Otto componenti della maggioranza rossa, che più rossa non si può, hanno deciso di non approvare il bilancio. «Non potevamo andare contro la legge - spiega al Giornale Pier Luigi Piccini, ex presidente del consiglio comunale, origini nella Margherita e ora approdato alle liste montiane - La Corte dei conti aveva acceso un faro e continuava a tirarci le orecchie». Ribatte Ceccuzzi. «Macché bilancio. Quello è stato un pretesto, la verità è che mi hanno buttato giù per una ripicca sulle nomine al Monte».
Il Monte, sempre il Monte, e il partito che sembra fondersi con la banca. «Un pezzo del partito - riprende Ceccuzzi - era convinto che Alfredo Monaci potesse diventare vicepresidente della banca. Quando questo non è avvenuto, è scattata la rappresaglia». Pretesto: i 6 milioni che la Fondazione -come si vede non si esce dal quel perimetro claustrofobico - doveva versare al Comune. Alla fine i sei della Margherita, legati ad Alberto Monaci, presidente del consiglio regionale, Pd, e al fratello Alberto, Pd allora e oggi con Monti, più una socialista, più l'ex diessino Giancarlo Meacci, hanno fatto franare il sindaco. La lista delle persone, pardon delle personalità da graffiare con qualche domandina, è chilometrica: sotto la Torre del Mangia le strategie del Monte scivolano nell'imbuto della politica. Da qualunque parte si cominci, il risultato è sempre lo stesso.
Se dalla Fondazione di Gabriello Mancini si passa alla banca vera e propria, il risultato è sempre lo stesso. Eccoci a Giuseppe Mussari, militante di lunga data del Pci-Pds-Ds-Pd. Mussari che, come scrive Franco Bechis su Libero: «Era il leader degli studenti universitari comunisti e in quella veste fu il ragazzo degli accordi con il rettore dell'epoca Luigi Berlinguer». E qui conviene fare un' altra sosta perché Berlinguer, pezzo da novanta del partito, fu uno degli sponsor che favorirono l'irresistibile ascesa del giovane Mussari. Gli altri? Franco Bassanini, eletto in città, Giuliano Amato e Massimo D'Alema 
Il quadrilatero si ruppe successivamente, al tempo della scalata di Unipol, guidata dal cavaliere della finanza rossa Giovanni Consorte, a Bnl. «Consorte e D'Alema - ha rivelato Bassanini a Panorama - fecero pressing su Siena perché si alleasse con Unipol. Chi difese l'autonomia di Mps, come me e Amato, venne emarginato». Anche Consorte è finito nei guai, ma il Pd, con il suo sogno di targare una banca, non ha perso il vizio. E se perfino il tesoriere rosso Ugo Sposetti si lamenta con Repubblica perché «massoni e Opus Dei in città hanno più potere di noi», questo significa solo una cosa: la ditta Bersani non vuole proprio far un passo indietro.

Un esercito di finti poveri e falsi invalidi

La Stampa


I controlli della Guardia di Finanza: scoperte frodi per 6 miliardi e mezzo. I furbetti, oltre che per avere assegni, dichiarano bassi redditi per ottenere il posto in asili e mense, borse di studio e buoni libro


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Oltre 3.500 falsi poveri, 1.047 falsi invalidi, oltre 1.200 dipendenti pubblici che avevano il doppio lavoro, frodi previdenziali e assistenziali per 103 milioni, danni al Servizio sanitario nazionale per 72 milioni. Sono i dati principali della lotta agli sprechi nella pubblica amministrazione condotta dalla Guardia di Finanza che nel 2012 ha intensificato i controlli per garantire che i fondi pubblici siano impiegati effettivamente per il rilancio dell’economia.

Complessivamente nel 2012 la Guardia di finanza ha scoperto frodi ai finanziamenti comunitari e nazionali e danni erariali per un totale di 6,5 miliardi.  Nel 2012 la Guardia di finanza ha scoperto in tutta Italia 3.556 «finti poveri», una media di quasi 10 al giorno. Si tratta di persone che hanno «indebitamente beneficiato di prestazioni sociali agevolate» come l’accesso ad asili nido e altri servizi per l’infanzia, la riduzione del costo delle mense scolastiche, i buoni libro per studenti e le borse di studio, i servizi socio-sanitari domiciliari e le agevolazioni per servizi di pubblica utilità, luce, gas o trasporti. Poco meno di 15mila gli interventi effettuati.

Le frodi previdenziali ed assistenziali sono costate invece alle casse dello Stato 103 milioni e hanno portato alla denuncia di 9.632 persone. Fondi che sono andati ai 1.047 falsi invalidi e ai 3.297 falsi braccianti agricoli o sono stati spesi per pagare la pensione a soggetti morti da tempo (395 casi), gli assegni sociali (569 casi) ed altre tipologie di sostegno (655 casi). Quanto alle truffe al Servizio sanitario nazionale, è stato accertato un danno all’erario di 72 milioni e sono stati effettuati 2.550 controlli che hanno portato alla denuncia di 1.781 soggetti. Infine, gli uomini della Guardia di Finanza hanno effettuato quasi mille verifiche tra i dipendenti pubblici, segnalandone 1.274 per incompatibilità o doppio lavoro.

Complessivamente sono state erogate sanzioni per 15 milioni Complessivamente sono stati 1.431 i controlli per verificare i danni all’erario dello Stato effettuati dalla Guardia di Finanza su iniziativa e per conto della Corte dei Conti. Oltre ai 5,1 miliardi di danni accertati, sono stati verbalizzati 5.802 soggetti.  Quanto alle frodi ai finanziamenti nazionali e dell’Unione europea, sono state aperte 2.800 indagini che hanno consentito di scoprire 1,1 miliardi di fondi pubblici percepiti indebitamente. I truffatori denunciati nel 2012, ai quali sono stati sequestrati beni mobili, immobili, valuta e conti correnti per un totale di 348 milioni, sono stati oltre 4.600.

I primari del Cardarelli: «Contrari al divieto di fare la spesa in ore di lavoro»

Il Mattino


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NAPOLI - La circolare del direttore sanitario del Cardarelli con cui si vieta ai dipendenti di andare al supermercato dell’ospedale nelle ore di lavoro sta scatenando polemiche infuocate. In una nota, Vittorio Russo, presidente dell’Anpo, che rappresenta i primari ospedalieri, scrive: «Non intendo entrare nel merito dei motivi che hanno indotto simili decisioni, anche perchè bar e supermercati sono allocati all'interno di molti uffici, compresi quelli della Giunta Regionale ed al Centro Direzionale. Mi preme sottolineare come alcuni amministratori pubblici siano quasi ossessivamente attenti agli aspetti formali ma dimentichino gli aspetti sostanziali della produttività, che hanno ispirato leggi e contratti della Sanità».

«Non sfugge infatti che il dipendente formalmente a posto con il cartellino, la divisa ecc. può tranquillamente essere del tutto improduttivo se l'amministrazione non è altrettanto attenta a conferire obiettivi conseguibili e misurabili ed a verificarne quindi il grado di conseguimento, come prescritto dalle norme vigenti e come largamente praticato nelle istituzioni pubbliche e private orientate alla produttività e non solo alla "presenza". Solo cosi, con visione ampia ed illuminata, si potrà migliorare qualità e quantità dei processi assistenziali, purtroppo molto carenti nella nostra regione» conclude Russo. E ribadisce Franco Verde dell’Anaao: «Condivido le argomentazioni di Vittorio Russo. La disposizione del direttore Paradiso risente di un doppio pesismo inaccettabile nelle relazioni sindacali. Un doppio pesismo di un’azienda pronta a chiedere nel rispetto della legge e molto meno pronta a rispettare i diritti degli operatori».

m.l.p.
lunedì 28 gennaio 2013 - 08:08   Ultimo aggiornamento: 09:09

Io, deportato dai nazisti, provo rabbia SS mi bruciò perché avevo la barba»

Il Mattino
di Marco Di Caterino


CARDITO - A quasi novant’anni, ha ancora un’ottima memoria e soprattutto, ricorda perfettamente i tre numeri che gli hanno segnato la vita. Quello del suo moschetto, modello 91, quello della piastrina del 65mo Reggimento Fanteria Piacenza, e quello più doloroso. Il 46042, che dall’ottobre del 1943 al giugno 1945, equivaleva sul registro delle Ss del campo di sterminio Stalag IXC, al nome di Cristofaro Salvato, classe 1924, di Frattamaggiore, catturato dai nazisti qualche giorno dopo l’otto settembre, nella caserma di Piacenza, dove prestava servizio. Questi numeri e tutto quello che hanno significato e ancora significano, Cristofaro Salvato li ricorderà al presidente Giorgio Napolitano, quando martedì, al Quirinale riceverà la medaglia d’Onore, concessa ai deportati nei campi di sterminio del Terzo Reich.


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Salvato racconterà al presidente anche dell’arrivo di Benito Mussolini, nello Stalag IXC. Il Duce si rivolse ai soldati italiani che erano prigionieri, fatti schierare sull’attenti, promettendo loro la libertà se si fossero arruolati tra le camicie nere nell’esercito della Repubblica di Salò. «Il Duce - racconta Cristofaro Salvato - aveva il bavero del cappotto alzato, gli occhi cerchiati di nero e il volto pallidissimo. Tra tutti noi mi sembrava lui quello più disperato. Si fermò proprio davanti a me. Mi batté la mano sulla spalla. Mi chiese se volevo combattere. Risposi di no. E al suo perché, risposi che non volevo sparare a nessuno dei miei fratelli italiani». In via Kennedy a Cardito, dove abita Cristofaro Salvato, classe 1924, deportato in Germania, ogni giorno è un giorno della Memoria. Quella vivente. Quella che quando ti viene raccontata da chi è sopravvissuto a sofferenze inaudite, mette brividi e sgomento.

«Quel rifiuto ci costò anche vivere quello che si prova davanti a un plotone di esecuzione, con il fiato corto per il terrore di morire di lì a qualche minuto, dopo aver scavato la tua fossa nella terra gelata, dura come l’acciaio e come quei tedeschi che ridevano e gridavano a squarciagola ”Italian kaput”, e tu a chiederti inutilmente perché?». La sorte benigna fece scappare la Morte con il ruggito dei B52 americani, sbucati dalle nuvole che incombevano sullo Stalag. Questi angeli vendicatori di metallo, con un grappolo di bombe vaporizzarono il plotone di esecuzione lasciando storditi ma in vita Cristofaro Salvato e gli altri condannati.

Nella cucina di casa a Cardito, dove vive coccolato dalla figlia Katia e dalle quotidiane visite degli altri sette figli e il gran numero di nipoti e pronipoti, Cristofaro Salvato abbraccia con affetto il giovane avvocato Paolo Granata, che da piccolo frequentava casa Salvato e ascoltava affascinato i racconti di guerra di ”zio Cristiofaro” come affettuosamente lo chiama ancora. Diventato avvocato, ha presentato istanze di risarcimento per danni di guerra. Ma dal 2007, la Germania rifiuta tali richieste, per prescrizione unilaterale. «E allora l’assegnazione della Medaglia al Valore - commenta il legale - mi sembra davvero il giusto riconoscimento per chi, come Cristofaro Salvato, davvero memoria vivente, ha dovuto subire».

Quando gli chiedi se ha mai odiato e se ancora odia i tedeschi, resta in silenzio. Lo sguardo perso. A sfogliare i ricordi e le emozioni di quel tempo. Poi risponde: «Odio? Non mi appartiene. Arrabbiato sì. Soprattutto con quella Ss che in tedesco (che non capirò mai) mi chiedeva perché, pur essendo italiano, mi ero fatto crescere la barba come gli ebrei. Io non lo capivo e lui ripeteva sempre la stessa domanda, mentre mi spaccavo la schiena in campagna. Quello mi colpì con un pugno al naso. Caddi. Mi rialzò e mi diede un altro pugno. Lo rifece una decina di volte. Poi alla fine, prese un accendino, e diede fuoco alla barba, prima di allontanarsi tutto soddisfatto». Anche questo Salvato racconterà a Napolitano? «Questo e anche dell’altro. Soprattutto la gioia del ritorno a casa», sorride.


domenica 27 gennaio 2013 - 16:04   Ultimo aggiornamento: 16:04

Mps, ecco il documento che svela il "buco"

Paolo Bracalini Gian Marco Chiocci - Lun, 28/01/2013 - 10:11

Clientele, spese folli, soldi ai politici: la nota choc dell'ex direttore finanziario della Fondazione, "gola profonda" dei pm. Ecco il documento che svela il buco della banca


Clientele, soldi agli amici degli amici, finanziamenti alla politica. Ecco sganciata la bomba. «Per essere più espliciti, la Fondazione (Mps, ndr) nell'arco temporale dal 2001 al 2005 si stava comportando come una famiglia che spendeva più di quanto si fosse posto come obiettivo di guadagno nel medio-lungo termine, in altre parole stava erogando non guadagni bensì patrimonio, calcolato a valore contabile, e tali squilibri, se valutati a mercato sarebbero stati anche maggiori, ma la politica di valorizzazione delle partecipazioni della Fondazione stabilita dalla Direzione era di calcolarle a costo storico, e non a mercato data la loro valenza strategica.


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La voce contabile che distorceva in maniera netta tale calcolo di rendimento era rappresentata dalla partecipazione in Banca Mps che negli anni passati era contabilizzata a euro 1,08, livello molto inferiore ai corsi di mercato...». Lo sfogo messo nero su bianco è di Nicola Scocca, direttore finanziario della Fondazione Mps fatto fuori all'indomani di una memoria di 8 pagine dove - di fatto - evidenziava un «sistema» anomalo quanto a erogazioni esagerate saccheggiando il patrimonio. Il documento è agli atti dei pm di Siena, che hanno interrogato l'ex direttore finanziario ripetutamente ottenendo informazioni straordinarie sul sistema Siena-Banca-Partito. In soldoni, per quel che ha scritto nel documento e per quanto riferito ai pm, anno dopo anno Scocca avrebbe segnalato ai vertici della Fondazione l'assurdità di spendere più di quanto si aveva in cassa. 

Propose invano di vendere azioni di Banca Intesa, per rientrare delle perdite. Niente. Quella denuncia, di fatto, lo portò a essere mandato via da Mps col risultato che - come ha ricordato Scocca agli inquirenti - dai 13 miliardi di patrimonio del 2005 si è arrivati al miliardo e mezzo di oggi. Una debacle. Anche su questo sta lavorando la Procura di Siena. Gli inquirenti avrebbero raccolto elementi significativi su condotte fraudolente messe in campo già dal 2007 dai manager Mps per reperire parte significativa dei dieci miliardi di euro versati per Antonveneta e per finanziamenti a favore della Fondazione. Di mezzo ci sarebbero anche interventi per alterare il valore del titolo Antonveneta, tali da configurare il reato di manipolazione del mercato.


Ma vediamo nello specifico come andarono le cose, seguendo il ragionamento della «gola profonda» dei pm senesi. Quando Scocca, nel 1999, viene chiamato alla Fondazione Mps con l'incarico di direttore finanziario, studia come prima cosa un «obiettivo di rendimento» per l'ente, allora (e ancora per molti anni) azionista di maggioranza della Banca Mps. Il nodo sta nel calcolo del corretto tasso di erogazione della Fondazione, cioè il tasso a cui vengono concessi i finanziamenti da parte della ricchissima cassaforte di Siena. 

Il direttore finanziario Scocca stabilisce un valore (2%) capace di mantenere costante nel tempo il patrimonio della Fondazione e anche di farlo aumentare per il futuro, coprendo quindi tutte le uscite di Palazzo Sansedoni. Il piano viene approvato dal Cda e diventa quindi il criterio di gestione dell'enorme patrimonio della Fondazione. Qualche anno dopo, precisamente nel 2005, Scocca effettua un'analisi degli ultimi bilanci per vedere se quel tasso ha reso i benefici previsti, e lì trova una brutta sorpresa. «Veniva fuori che la fondazione aveva erogato ad un tasso più alto, del 2,44% nel 2005». 

Questo giochetto significava che la Fondazione stava erogando più di quanto stava guadagnando. E quindi erogava patrimonio, dava contributi agli amici, alla politica, in maniera clientelare. È a quel punto che scrive la nota di 8 pagine che gli costerà, di fatto, il licenziamento in tronco. Direttore e vicedirettore generale della Fondazione si oppongono alla correzione consigliata da Scocca, cioè o rivedere gli obiettivi di rendimento oppure alzare il tasso di erogazione o infine ridurre le erogazioni. Ipotesi, in particolare quest'ultima, vista come «fumo negli occhi» dai vertici della Fondazione, ha spiegato l'ex direttore finanziario. E naturalmente, col suo allontanamento la linea dei finanziamenti a pioggia prosegue e aumenta. 

La Fondazione ha continuato a erogare anche nel 2006, nel 2007 (anno di Antonveneta), poi nel 2008, continuando a incassare il dividendo dalla banca ma erodendo il patrimonio della Fondazione. Come se una famiglia che ha un reddito di 2mila euro ne spende tremila ogni mese, vendendo il proprio patrimonio, contando sugli introiti «virtuali» prodotti dalle operazioni sui derivati della banca Mps. Un meccanismo infernale che ha messo in seria crisi la Fondazione. Dettato dalla volontà – tutta politica – di ottenere consenso sul territorio, irrigato dalla pioggia di soldi della Fondazione Mps. Finché ce n'erano.

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it




I bond a misura di Siena aspettano l'ok del governo.

Antonio Signorini - Lun, 28/01/2013 - 08:16

Ma Monti prende tempo: "Lo Stato per ora non ha prestato un euro". Viola: "Resteremo autonomi dalla politica". E Profumo cerca soci

Roma - Dopo l'autorizzazione della Banca d'Italia, giungerà il via libera del Tesoro. Era atteso ieri, ma in serata non era ancora arrivato.
 

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Il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena, comunque, procede secondo i piani, con l'emissione di obbligazioni per 3,9 miliardi di euro. Il via libera di Bankitalia è «un ulteriore elemento di tranquillità anche per i mercati», ha commentato l'amministratore delegato Fabrizio Viola. Il cda della banca si occuperà dei derivati la prossima settimana. Parte dei 3,9 miliardi - 1,9 per la precisione - servono a rimborsare i Tremonti bond, che la banca senese aveva ottenuto in tempi non sospetti. In sostanza il vecchio strumento salva banche sarà sostituito da quello firmato dal governo tecnico. Possibilità riservata al solo Mps.

Il premier Monti ieri ha ribadito la sua linea: «Mps è una banca alla quale lo stato regalerà euro zero, e per ora ha prestato euro zero, quindi è un argomento al quale guardare con assoluta serenità». Tradotto, i bond sono un prestito. E per il momento non sono nemmeno stati sottoscritti.
Le argomentazioni del centro e della sinistra sulla vicenda senese puntano piuttosto sul «tutti colpevoli» proprio appellandosi alle obbligazioni emesse a suo tempo dal governo di centrodestra. Giorni fa, Gianfranco Fini ha parlato di «identica operazione». Francesco Boccia (Pd) addirittura di un «regalo» a Mps da parte del precedente esecutivo. Ieri Casini ha cercato di correggere il tiro parlando dei Monti bond e dei Tremonti bond come «iniziative europee, non regali».

Le elezioni non sono certo il momento più adatto per distinguo tecnici, ma la differenza tra i due strumenti c'è. Prima che la vicenda prendesse un andazzo non favorevole al Pd, era chiara a tutti. Adesso meno. La principale è che i Monti bond sono ritagliati su misura per Mps. Servono solo alla banca senese. I Tremonti bond rappresentavano una rete di salvataggio a beneficio di tutto il sistema creditizio, che peraltro era e resta in condizioni migliori rispetto a quello di altri Paesi. Prima del varo, il ministro dell'Economia del governo Berlusconi ingaggiò una lunga trattativa con l'Europa. E ne uscì uno strumento, al 100% gradito a Bruxelles. Anche i Monti Bond sono stati concordati con l'Europa, ma con l'obiettivo di non incappare nell'accusa di aiuti di Stato a un'azienda privata.

Un'altra differenza è che gli interessi dei Monti bond potranno essere pagati anche con strumenti «ibridi». In altre parole con altri bond. I «Tremonti» dovevano essere pagati cash. Se la banca non avesse avuto risorse per pagare gli interessi delle vecchie obbligazioni, avrebbe dovuto cedere al Tesoro parte delle sue azioni. Cioè, sarebbe stata di fatto nazionalizzata. Con il nuovo strumento Mps non corre questo rischio. Altra differenza, è che i Tremonti bond prevedevano per le banche che li emettevano l'impegno vincolante a garantire il credito alle piccole imprese. Obbligo che con i Monti è totalmente scomparso. Tutto fa insomma pensare che il meccanismo sia stato messo in piedi per mantenere il sistema così come è.

Ieri, comunque, i nuovi vertici di Mps si sono affrettati a dare garanzie sul cambiamento. Il presidente Alessandro Profumo, in un'intervista al Sole 24 ore, ha affermato che vorrebbe «un socio finanziario di lungo termine». L'amministratore degato Fabrizio Viola ha assicurato che, in caso venga provata l'ipotesi di tangenti, la banca si tutelerà. «Ci riprenderemo fino all'ultimo centesimo». E ha garantito che il futuro di Mps sarà caratterizzato da «una totale autonomia dal mondo politico, che rispettiamo, ma che non vogliamo che abbia un'influenza sulla gestione» del gruppo. Oggi si riunirà il comitato di presidenza dell'Abi, che predisporrà la nomina del successore di Giuseppe Mussari.




Quei crac figli dei successi sportivi

Cristiano Gatti - Lun, 28/01/2013 - 08:47

A Siena basket e calcio a rischio. I precedenti della Lazio scudettata di Cragnotti e del Parma di Tanzi. Purtroppo non è previsto l'antidoping amministrativo, altrimenti chissà quanti Armstrong troveremmo nella storia dello sport.
 

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In questi casi, valori tutti a norma, senza trucchi e senza inganni: a termini di regolamento, il doping amministrativo non è criminale. Ma arriva il momento in cui i suoi effetti sono esattamente gli stessi: la bolla esplode, la bella favola pure, i trofei perdono lucentezza, i tifosi si ritrovano a pane e cipolle, dopo anni di ostriche e champagne. Al risveglio, solo macerie, rimpianti e un pugno di perché. Persino la granitica epopea di Siena imbuca malinconicamente l'uscita secondaria del flop.

Anche qui, inesorabilmente, il potentato locale ha seri grattacapi per la testa, troppi e anomali per pensare ancora ai giochi. Game over. Mps ha pompato denaro ed euforia per dieci anni almeno, nei due rami d'azienda calcio e basket. Ora gli annunci inevitabili: il calcio sarà abbandonato al suo destino fra tre mesi, con la fine del campionato, sempre più in odore di serie B, il basket sarà drasticamente ridimensionato. In questo secondo caso, è una notizia di livello internazionale: a intravedere le oscurità del tramonto è il dream team che dal 2004 ad oggi ha vinto sette scudetti, gli ultimi sei di fila, record assoluto.

In tutti questi anni, dire Siena nel basket era dire vittoria facile, giocatori stellari, ingaggi no problem. I superlativi e le iperbole erano gli stessi già sentiti in altre favole di altre isole felici e di altre epoche sportive, tutte immancabilmente legate alla generosità, alla megalomania, alla propaganda di una certa finanza disinibita e aggressiva. Gli album degli anni Novanta sono zeppi di figurine e di figuracce dello stesso genere. Come dimenticare il poema epico di Raul Gardini, celebrato re mida della Ferruzzi, capace di scalare Montedison e ribaltare la chimica partendo da un'altra piccola provincia d'Italia, Ravenna. Irruente e inarrestabile, innovativo e visionario (dalle agiografie dell'epoca), il grande manager non manca di imporre supremazia, senza badare a spese, anche nella pallavolo e nel basket.

In quelle stesse stagioni, anno prima anno dopo, il calcio assapora intanto le leggende familiari dei Tanzi a Parma e dei Cragnotti a Roma. Immancabilmente, fiumi di articoli e di interviste per sbattere in faccia al Paese, soprattutto al Paese vecchio dei soliti potentati metropolitani di Milano e Torino, l'agile e dinamico format dei patron generosi e paternalisti, capaci di sovvertire le gerarchie e di regalare indimenticabili riscatti alle minoranze, una mano sul cuore e l'altra sul portafoglio. E pazienza se c'è sempre il trascurabile effetto collaterale, altamente tossico, di rovinare un intero settore, facendo esplodere le pretese dei campioni e i costi di gestione. A loro non interessa partecipare: come nella vita, conta solo vincere.

Consenso e soggezione, ammirazione e sudditanza, in cambio di trionfi e grandi sogni. Non è nemmeno un'idea così nuova. Si rivede ogni volta la collaudata formula che Giovenale, nell'antica Roma, già lucidamente bombardava con la sua satira: «Il popolo due sole cose ansiosamente desidera: pane e giochi circensi», panem et circenses. Peccato che il popolo difficilmente si chieda da dove nasca tutta questa generosità dei potenti: sembra a tutti che le palate di euro facili escano davvero dai loro forzieri personali. Casualmente, però, finisce sempre così. Alla resa dei conti, quando i conti non tornano, non sono loro a saldare i conti: per il finanziere osannato o la banca dal volto umano, oltre la leggenda, ci sono sempre piccoli risparmiatori che pagano un crac.




Aceto di rincorsa: "Facile prendersela con Mussari"

Gian Marco Chiocci - Lun, 28/01/2013 - 08:50

nostro inviato a Siena

A Siena basket e calcio a rischio. I precedenti della Lazio scudettata di Cragnotti e del Parma di Tanzi

«Oh, non faccia il bischero. Lei non può uscirsene così e dire che Mussari era amico mio. Mussari è amico mio, lo è ora più di prima.
 

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Capito? In città non si fa più vedere? Non lo so, e non mi interessa. Qui, da me viene, mi telefona e dice, “o Andrea, domani vengo a fare una cavalcata”. E poi viene e cavalca, anche per scacciare i pensieri. Che c'è di male?». Prende subito d'aceto il mitico Aceto, al secolo Andrea Degortes, il più carismatico, burbero e vincente fantino del Palio. Dal suo buen retiro di Asciano, il vincitore di 14 corse in piazza del Campo, si produce in una cavalcata senza freni in difesa dell'uomo diventato, all'improvviso, il più detestato dai senesi e il più ricercato dai piccoli azionisti montespaschini che in assemblea sono arrivati a proporre manifesti col wanted, la sua faccia e il dead or live. Dei legami del Mussari con Aceto, e col figlio Antonio detto «Acetello», si mormora tanto. Così come strettissimi sono i rapporti dell'ex presidente Mps con Luigi «Trecciolino» Bruschelli, il fantino più vincente del decennio mussariano che con il cavallo di don Peppe, l'esordiente Gia del Menhir, nel 2 luglio 2008 vinse un Palio ancora oggi molto, troppo, chiacchierato.

Già perché Mussari e il Palio sono un tutt'uno: «Mi fa dolore vedere tutta queste gente che adesso se la prende con Giuseppe - attacca Aceto - lui non è il solo responsabile di quanto accaduto con Babbo Monte che, va detto, teneva in piedi tutta la baracca. Siena è il Monte dei paschi e il Monte dei Paschi è Siena. Avrà anche delle colpe, Giuseppe, ci mancherebbe. Ma è come nel calcio, no? Se in campo scende una squadra che gioca male le colpe se le prende solo il presidente? Eddai su». Facciamo notare che il paragone non è che calzi poi tanto a pennello, ma Aceto s'incazza: «Che cosa dice? Qui c'è una crisi mondiale, sta cascando tutto, e anche Siena gli va dietro. Ma l'irriconoscenza, sotto vari punti di vista, di certa gente per Giuseppe è una cosa che no, non la mando giù». Si sta riferendo al Palio, alle contrade foraggiate dal Babbo e via discorrendo? «Mussari ha fatto tanto per il Palio, non è un mistero - insiste Degortes - e ha fatto tantissimo per le contrade e i contradioli.

Ma è innegabile che oggi la situazione sia completamente cambiata rispetto a dieci, cinque anni fa, dunque è naturale che anche il Palio, per certi versi, sconterà la crisi della banca. Sono preoccupato, non vedo una via d'uscita. Nel piccolo anche a Siena la crisi del Monte si sente, già certi soldi e certi premi alle contrade sono diminuiti». Dunque, per sintetizzare, Mussari un capro espiatorio? «Ecco, sì». Ma gliel'ha detto lui? «No, guardi, io di quel che mi dice Mussari non parlo. Il fine settimana mi telefona, dice oh Andrea prepara il cavallo, viene, monta, stiamo insieme e se ne va». Il cavallo è sempre Gia del Menhir? «Certo, quello. E adesso scusi, ma ho daffare». Clic. Già, Gia del Menhir, il mezzosangue inglese di proprietà del veneratissimo Mussari nel 2008: esordiente e dato incredibilmente per vincente, pur non avendo mai vinto prima. Nel Palio delle polemiche infinite, il grande Luigi Bruschelli, noto Trecciolino, stravincerà per l'Istrice, la contrada della moglie di Mussari.

Ma torniamo ad Aceto. Anzi, al figlio Antonio Degortes che s'è ritrovato catapultato ai vertici della galassia Montepaschi grazie all'amicizia con «Giuseppe» (lui lo chiama così, l'ex presidente Abi, sulla sua seguitissima bacheca Facebook) che ha fatto premio su un curriculum forse non proprio adatto al profilo di banchiere. Ma tant'è. Quarantacinque anni, senese, Degortes jr è diventato vicepresidente di Mps Factoring e leasing dopo un'esperienza nel board del Monte dei Paschi in Belgio e una parentesi in Francia. Studi presso il liceo scientifico «Galileo Galilei» di Siena, Acetello più che di conti correnti e bonifici, titoli e fondi sovrani, è un esperto di locali e di movida.

E se il padre era soprannominato il «re della piazza», lui lo è della notte. Per vent'anni è stato al timone della «Capannina» di Castiglione della Pescaia. In un'intervista al Tirreno, ha raccontato che a quarant'anni suonati non ce la faceva più a sostenere i ritmi dei nottambuli, non è facile passare dallo spritz allo spread. Dello scandalo Mps, dice (fonte Facebook) di essere «moralmente distrutto da ciò che sta accadendo alla nostra banca e alla comunità» e al contrario del padre, di aspettarsi «da parte di Giuseppe (lo chiamo così perché è un mio amico) delle spiegazioni che deve prima di tutto alla città».

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it




Basta denaro degli onesti alle banche disoneste

Magdi Cristiano Allam - Lun, 28/01/2013 - 07:44

Basta con lo strapotere dei "grandi" che lucrano sulla nostra pelle privatizzando gli utili e socializzando le perdite. Basta con la dittatura finanziaria che sta uccidendo l'economia reale e condannando a morte le imprese virtuose e creditrici per darle in pasto alla finanza speculativa globalizzata



Basta regalare i soldi degli italiani onesti alle banche disoneste! Basta con lo strapotere dei «grandi» - banche, industrie e imprese - che lucrano sulla nostra pelle privatizzando gli utili e socializzando le perdite! Basta con la dittatura finanziaria incarnata da Mario Monti che sta uccidendo l'economia reale e condannando a morte le imprese virtuose e creditrici per darle in pasto alla finanza speculativa globalizzata! Per quale ragione al mondo i cittadini che tutte le mattine si rimboccano le maniche, lavorano e producono, sono regolarmente costretti a farsi sfruttare, prima, per pagare il signoraggio bancario della moneta, da quando abbiamo abdicato alla sovranità monetaria adottando l'euro - che si è rivelato la causa principale del disastro finanziario, economico e sociale in cui l'Italia e gli italiani sono precipitati -; poi, per «salvare l'euro», «ridurre l'indebitamento pubblico» (contratto con le banche!), «salvare le banche»?

È un oltraggio agli italiani costretti a impoverirsi sempre di più la decisione di accordare un prestito convertibile al tasso del 9% di 3,9 miliardi (pari al primo gettito dell'Imu), per salvare Mps dopo una gestione finanziaria dissennata per l'acquisizione di Antonveneta nel 2007 (governo Prodi) a circa il triplo del suo valore reale (11,4 miliardi rispetto a circa 4 miliardi, pari a 10 volte gli utili) e per l'acquisto di titoli derivati stimati nel 2011 intorno a 38 miliardi. Ma sarebbe un errore immaginare che si tratta di un caso isolato.

I derivati, ribattezzati «titoli spazzatura» all'indomani del tracollo di Lehman Brothers nel settembre 2008, hanno contaminato molte grandi banche, finanziarie, assicurazioni ed enti pubblici in Italia. Uno dei primi atti di Monti fu il trasferimento di 2 miliardi e 567 milioni dalle casse del Tesoro a quelle della banca d'affari americana Morgan Stanley il 3 gennaio 2012. Si apprese allora che l'Italia aveva un'esposizione in derivati di 6,268 miliardi di dollari nei confronti di Morgan Stanley, scesa a 2,887 miliardi dopo l'operazione ordinata da Monti in gran segreto.

Il dissesto di Mps e la crisi che attanaglia le grandi banche che da commerciali si sono trasformate in speculative, si deve principalmente al fatto che sono intossicate dai titoli derivati che, nel 2011, erano stimati complessivamente in 787mila miliardi di dollari, circa 12 volte il Pil di tutti i Paesi del mondo (66mila miliardi di dollari). Il problema vero risiede nel fatto che titoli derivati, frutto della speculazione finanziaria, hanno la necessità, al pari del denaro sporco della criminalità organizzata, di inverarsi traducendosi in beni reali e servizi prodotti. Ma affinché questa operazione di riciclaggio abbia luogo è necessario controllare direttamente i governi degli Stati che dispongono dei titoli derivati, al fine di poter mettere le mani sull'economia reale.

La funzione di Monti, che il 16 novembre 2011 quando si insediò alla guida del governo era nel direttivo di Goldman Sachs, di Moody's, del Gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, è appunto quella di assicurare il riciclaggio dei titoli derivati. Come è infine possibile che tutti i protagonisti dello scandalo Mps, l'allora primo ministro Prodi, l'allora governatore della Banca d'Italia, Draghi, e il Capo della Vigilanza di Via Nazionale, Tarantola, l'attuale presidente di Mps, Profumo, e l'ex numero uno Mussari, non solo non sono stati sanzionati, ma sono stati premiati diventando sempre più potenti?

Possibile che a subire debbano essere sempre e soltanto i cittadini onesti che pagano le tasse, i micro, piccoli e medi imprenditori che sono vessati dal fisco e dalla burocrazia? Si faccia piena luce non solo sullo scandalo Mps, ma sull'insieme della corruzione che è insita nelle banche dedite alla speculazione finanziaria. È ora di dire basta all'arbitrio dei poteri forti! È ora di ribellarci alla dittatura finanziaria! È ora di dire la verità su Monti che sta perpetrando il crimine di trasformare l'Italia da Stato ricco in una popolazione di italiani poveri!

twitter@magdicristiano

Caso Abu Omar, il documento inedito. «Si tratta di dare a Washington un segnale»

Corriere della sera

L'ambasciatore italiano all’indomani della sentenza della Cassazione che condanna gli agenti Cia, scrive alla Farnesina un dispaccio che getterebbe un'ombra sul ruolo del governo italiano nelle operazioni di rendition. Domani al via il nuovo processo d'appello per gli ex vertici del Sismi.

Sigfrido Ranucci


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Alle due del mattino del 21 settembre del 2012, negli uffici della Farnesina arriva un dispaccio. È classificato “urgente” e i destinatari sono i ministeri degli Esteri e della Difesa e Palazzo Chigi. Nell’oggetto c’è scritto «caso colonnello Romano. Iniziali reazioni americane e possibili riflessi». Si tratta del sequestro di Abu Omar avvenuto a Milano dieci anni fa. L’autore è l’ambasciatore a Washington, Claudio Bisogniero. Appena 48 ore prima dell’invio di quel dispaccio, il 19 settembre, la Cassazione aveva confermato le condanne per i 23 agenti della Cia accusati di aver realizzato in Italia un’operazione di "rendition" con l'aiuto di uomini dei servizi segreti italiani. La condanna più alta, 9 anni, è per Robert Lady, capo della Cia in Italia che ha sempre rifiutato di difendersi perché non riconosce l’autorità della giustizia italiana. Gli altri 22 agenti sono stati giudicati in contumacia.

È questo il contesto nel quale Bisogniero invia il fax dove emerge tutta la sua preoccupazione «Si tratta di dare a Washington un segnale che l’Italia, pur nell’assoluto rispetto delle sentenze, intende operare insieme agli Stati Uniti per gli sviluppi futuri» e chiede al nostro Governo «un impegno a evitare il ripetersi di tali circostanze».

Bisogniero è preoccupato soprattutto per quello che la Cassazione scriverà nelle motivazioni. Ha il timore che all’interno possano esserci elementi che negli Usa vengano recepititi come “contundenti”, di rottura. Secondo l’ambasciatore necessita far intendere a Washington che la sentenza, pur definitiva «non viene da noi interpretata come la cessazione di ogni sforzo per lavorare assieme su tale materia…Anche per prevenire il ripetersi in futuro di analoghe situazioni». Ma a quali “situazioni” si riferisce l’ambasciatore? Il diplomatico scrive anche che «se sul piano giuridico da parte nostra si dovrà operare nel pieno rispetto delle decisioni della magistratura, appare evidente che la questione riveste anche aspetti che travalicano detta dimensione»

Anche su questo punto Bisogniero non specifica a cosa si riferisca. Sa bene che tra le mani ha una patata che scotta e precisa che «non spetta certo all’ambasciatore a Washington indicare «way for way», il percorso più giusto.Cosa è successo dopo il dispaccio? Il segnale a Washington è arrivato? Dopo il verdetto della Cassazione, il ministero della Giustizia avrebbe dovuto chiedere l'estradizione degli agenti della Cia. Una richiesta mai firmata, nell'ordine, da Castelli, Mastella, Scotti, Alfano, Palma. Il 22 dicembre scorso invece Paola Severino ha firmato ma solo quella per Robert Lady. Per gli altri agenti, condannati a 7 anni, ha deciso di non procedere, poiché 3 anni sono stati indultati.

La Severino in un comunicato ha fatto sapere di essersi attenuta al decreto del gennaio 2000 e a varie circolari, secondo cui è richiesta l’estradizione se la pena supera i 4 anni. Tra le pieghe delle norme citate dal Ministro, però, c'è anche scritto che il limite dei 4 anni non vale di fronte a reati "particolarmente gravi".  C’è da chiedersi se la vicenda Abu Omar, con un rapimento, torture e risoluzioni da parte di Parlamento Europeo, Consiglio d’Europa, Nazioni Unite, non sia tale da legittimare una scelta diversa da quella del ministro italiano.

Leggi il documento integrale inedito inviato dall'ambasciatore italiano a Washington

LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE E IL NUOVO PROCESSO D'APPELLO PER GLI EX VERTICI DEL SISMI

Per il rapimento di Abu Omar, la Suprema Corte il 19 settembre scorso, oltre la condanna degli agenti Cia, aveva deciso anche un nuovo processo d’appello per gli ex vertici del Sismi che comincerà domani 28 gennaio. Nicolò Pollari e Marco Mancini fino a quel momento l’avevano fatta franca per l’apposizione del segreto di stato che prima il governo Prodi poi quello Berlusconi avevano imposto sulla vicenda. Secondo la Cassazione, invece, il «segreto non può essere apposto,…avendo gli agenti agito al di fuori delle proprie funzioni» Nuovo processo anche per gli altri tre appartenenti all’ex Sismi, Giuseppe Ciorra, Luciano Di Gregori e Raffaele Di Troia. La Suprema Corte, inoltre, aveva confermato la condanna a 2 anni e 8 mesi di reclusione per favoreggiamento nei confronti del funzionario Sismi Luciano Seno e dell’ex responsabile dell’archivio Sismi, Pio Pompa, che oggi firma articoli per il Foglio.

Gli unici a patteggiare erano stati Luciano Pironi, detto Ludwig, (che aveva aiutato gli americani a caricare Abu Omar sul furgone) e Renato Farina, fonte “Betulla”, il giornalista che informava i vertici del Sismi sugli sviluppi dell’indagine. Ma nelle motivazioni della stessa sentenza la Cassazione aveva anche scritto che «non è vero, per quel che emerge dagli atti, che l’operazione Abu Omar fosse stata autorizzata dal governo italiano, non solo perché il rapimento non sarebbe mai stato autorizzabile per la legge italiana, ma anche perché sia il Presidente del Consiglio dei Ministri (Silvio Berlusconi) in una nota ufficiale, sia l’allora direttore del Sismi, avevano escluso ogni coinvolgimento delle istituzioni».

Secondo gli alti magistrati il rapimento fu dunque opera di singoli funzionari. Ma è stato realmente così? In ogni caso, secondo questa tesi, il segreto di Stato non avrebbe ragione di essere invocato in quanto finirebbe per coprire responsabilità individuali per fatti commessi al di fuori dei compiti istituzionali del Sismi. Questo documento proveniente dall’ambasciata a Washington è solo l’ultimo colpo di scena in una storia dove l’ultimo capitolo, forse è ancora tutto da scrivere.

Guarda l'inchiesta "Telecom: debiti e spie" andata in onda a Report il 25 marzo 2007


Sigfrido Ranucci
26 gennaio 2013 (modifica il 27 gennaio 2013)

Otto ragazzi su 10 si informano sul web “La Rete più affidabile dei dibattiti Tv”

la Stampa

Ma tre su quattro non credono che le nuove tecnologie abbiamo aumentato la partecipazione civile
milano


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L’85% dei giovani under 30 italiani usa internet, in linea con i loro coetanei europei. Tuttavia 3 su 4 non credono che le nuove tecnologie abbiano aumentato la partecipazione, e l’87% che portino ad un rinnovamento della società. Sono alcuni dei dati contenuti nel “Rapporto Giovani”, realizzato dall’Istituto Toniolo, e presentato a Milano nell’incontro tra l’arcivescovo della città, cardinale Angelo Scola, e i giornalisti sul futuro della comunicazione.

«Abbiamo intervistato 9mila giovani tra i 15 e 29 anni - spiega Alessandro Rosina, professore di Demografia presso l’univesita’ Cattolica di Milano - su nuove tecnologie e comunicazione. Questa è la prima generazione interamente digitale». A differenza di tutta la popolazione, dove meno del 50% degli over55 usa internet, tra gli under 30 si sale all’85%. Chi naviga, lo fa per inviare messaggi di posta elettronica (8 su 10), leggere i quotidiani online (50%) o pubblicare opinioni e commenti (1 su 3). Circa il mondo della comunicazione, quasi il 70%, secondo il rapporto, consulta almeno una volta alla settimana un quotidiano online, il 45% da tablet e smartphone. «A consultare i quotidiani su internet - continua Rosina - sono il doppio dei ragazzi che leggono il giornale cartaceo. Resiste il tg, spesso guardato insieme alla famiglia. Negli ultimi 3 anni sono calati i giornali su carta e aumentati moltissimo quelli su web, consultati prima da 1 su 2 e ora da 8 su 10».

Il 73% dei ragazzi inoltre discute delle notizie sui social network, e l’11% ha un blog personale. I giornali online sono ritenuti più affidabili, mentre i dibattiti televisivi e social network i meno sicuri. «Anche se le nuove tecnologie - conclude Rosina - fanno parte della loro identità di generazione, molti sono convinti che non abbiano aumentato la possibilità di partecipazione, e sono molto scettici sul fatto che le nuove tecnologie possano portare ad un rinnovamento dei processi decisionali nel Paese». Dati che mostrano, per Enrico Mentana, direttore del tg di La7, che «questi giovani hanno il mondo in tasca, ma non hanno accesso ad una società invecchiata».

E su questo tema è intervenuto anche il card. Scola, sottolineando come per «la prima volta le nuove generazioni siano messe peggio di quelle precedenti». E parlando del loro uso delle nuove tecnologie, il cardinale ha rilevato come «la franchezza con cui i giovani si esprimono sui social network e l’aiuto delle nuove tecnologie a volte anche con insulti e pregiudizi, è tuttavia un’espressione di libertà. In una fase di transizione come la nostra, quella della libertà è la questione numero 1. Ma ognuno di noi la pratica in modo riduttivo». Secondo il cardinale «la libertà si è ridotta alla libertà di scelta - continua - sganciata dal principio del bene e del male. Il solo atto di scegliere è considerato distintivo della libertà, ma non è così. La verità è che la libertà, tanto conclamata, é in realtà poco realizzata, soprattutto per i giovani». Nelle nuove generazioni c’é grande «interesse all’informazione - conclude Scola - ma ciò non basta. Bisogna mettere in atto dei processi di libertà, mettere in moto delle riflessioni e quella sana inquietudine che è tipica dei giovani».

Puzzano troppo”, giù i nomadi dal bus

La Stampa

A Vicenza accuse di razzismo. Ma il sindaco si difende: «Nessuna discriminazione, rispettare i diritti»
anna martellato
verona


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Quattro nomadi, di cui tre in possesso di regolare biglietto, sono stati invitati a scendere dal mezzo pubblico a causa del loro cattivo odore. L’episodio è accaduto ieri a Vicenza: in altre parole i quattro puzzavano troppo, tanto da spingere gli altri passeggeri a bordo del bus a richiedere l’intervento dei controllori, che li hanno fatti scendere. Niente discriminazione, o peggio, razzismo, assicura il sindaco del Pd Achille Variati: «In una città come la nostra - afferma Variati intervistato dal Giornale di Vicenza - nessuna forma di discriminazione etnica sarebbe accettabile.

Ma dai fatti emersi e accuratamente vagliati dall’azienda, qui non si tratta di discriminazione o razzismo». A casa propria ciascuno si comporta come crede, ha aggiunto, «ma quando fa uso di un servizio pubblico come il bus, ci si deve comportare in un modo da rispettare i diritti degli altri». La società che gestisce il trasporto pubblico vicentino rimarca poi come i suoi dipendenti abbiano agito secondo il regolamento di polizia urbana, che vieta la permanenza a bordo di chi, per «ubriachezza, scarsa pulizia, o indecenza degli abiti crei disturbo agli altri passeggeri«. «Che siano vicentini ’doc’, milanesi, stranieri, caucasici, asiatici, americani, rom o sinti è irrilevante – conclude Variati -: chi sceglie di fare uso di un servizio pubblico deve rispettare gli altri utenti. E rispettarli significa anche non attuare comportamenti o condotte che siano insopportabili per gli altri».

La «legalità» di Mega è già finita

Corriere della sera

Siti e blog con link, ma soprattutto un motore di ricerca (esterno) che permette di cercare e scaricare file illegali

MILANO - Era evidente che sarebbe stata soltanto una questione di tempo. E nemmeno sorprende che ce ne sia voluto così poco: a una manciata di giorni dal lancio di Mega, il nuovo servizio di web storage che porta la firma dell’estroso Kim Dotcom, sono spuntati in rete i primi indirizzi per scaricare contenuti illegali in modo rapido e veloce.

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Siti amatoriali e soprattutto blog con link che rimandano a film, canzoni, libri, riviste, software e qualsiasi altro contenuto digitale possa essere di qualche interesse per uno scrocco di massa. A fare ancora più notizia è però la nascita, a tempi di record, di un grande aggregatore, un motore di ricerca che permette di trovare ciò che si vuole in una libreria di file in esponenziale crescita. Ad alimentarla sono i singoli utenti che prima caricano un file sul loro spazio cloud di Mega, che offre fino a ben 50 giga senza pretendere in cambio nemmeno un centesimo, poi lo condividono con il mondo intero fornendo al motore, tramite un semplicissimo form, le coordinate complete per il download.

Basta un clic e si scarica a piena banda: non serve nemmeno essere registrati a Mega né digitare alcuna password per aprire il contenuto. Né tantomeno dipendere da upload di altri o fare la fila per il proprio turno come avviene per blasonati servizi di file sharing. Inoltre è presente un sistema di rating, una sorta di «mi piace» o non «mi piace» che consente di comunicare alla community se il file è di qualità oppure no, più un contatore del numero dei download. Insomma, impunità e alta resa alla potenza ennesima.

Il motore - di cui per scelta redazionale non daremo né il nome né il link - è già disponibile in quattro lingue – tedesco, francese, inglese e anche italiano – e conta diverse migliaia di contenuti protetti da diritto d’autore: le hit musicali, i film e le serie televisive del momento, programmi e videogiochi mescolati assieme a file porno. Un paradiso dell’illegalità che dimostra di voler scimmiottare la lezione di Kim Dotcom il quale, nel presentare la sua nuova creatura, la definì «inattaccabile da un punto di vista legale». In effetti nel motore è presente in bella vista un link alle norme del servizio di web storage che proibisce agli utenti «di usare i servizi per violare il copyright». Per la serie, noi vi abbiamo avvertito e ce ne laviamo le mani, lo strumento è in mano vostra e da voi dipende l’uso che ne fate e i rischi che correte.

Non è chiaro chi siano i creatori di questo servizio (si parla di uno sviluppatore francese), visto che da nessuna parte è presente un «about», né al momento sono stati rilasciati annunci ufficiali o si cava molto facendo una ricerca nel database pubblico dei nomi a dominio. Ma in fondo è più che comprensibile data la quantità di materiale illegale che raccoglie ora dopo ora. Più chiaro è lo scopo: on line spicca già in bella vista un banner pubblicitario. Magari avrà breve vita, magari verrà oscurato dal nostro o da altri Paesi in fretta e furia, ma è evidente che non ci vorrà molto a replicarlo. Ecco dunque la vera prova di cosa intendeva Kim Dotcom quando prometteva che non si sarebbe arreso, che Megaupload sarebbe tornato con un altro nome e un’altra forma, ma di sicuro più forte di prima.

Elio D'Oliviero
26 gennaio 2013 | 13:54

Quanti Btp abbiamo in portafoglio?» Quei consigli del Monte ad alta tensione

Corriere della sera

L'inchiesta della Procura punta sui fondi chiesti alle banche per Antonveneta
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI


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SIENA - A inizio settembre 2011, travolta dalla crisi del debito sovrano, Mps appare una banca in affanno: sempre meno liquidità, sempre più perdite causate dall'impazzimento dello spread e difficoltà crescenti a gestire la massa enorme di Btp in pancia. È in quei giorni che i consiglieri di amministrazione prendono coscienza che devono intervenire. Ma per farlo, prima devono capire che cosa succede davvero nei portafogli della banca, più di quanto non sapessero (o avrebbero dovuto sapere) fino a quel momento. E a poco a poco capiscono che «non è più consentito compensare eventuali inefficienze... con i rischi finanziari», come disse il 24 novembre 2011 il presidente Giuseppe Mussari riassumendo un ragionamento del consigliere Frederic De Courtois, numero uno della francese Axa, socio al 3,7 per cento.

I verbali del consiglio da settembre a dicembre 2011 - quando come segnale per il mercato il direttore generale Antonio Vigni lascerà la banca in anticipo rispetto all'aprile 2012 (quando lasciò Mussari) - mostrano le preoccupazioni per l'impossibilità di gestire un meccanismo intricatissimo di prestiti e titoli dati a garanzia degli stessi finanziamenti, nel quale il Montepaschi sembra avvitarsi. E poi c'è il timore per il monito dell'Authority europea (Eba), che a fine 2011 impone una ricapitalizzazione da 3 miliardi per coprire le perdite legate alle svalutazioni dei Btp in portafoglio. Dei derivati «Alexandria», «Santorini», «Nota Italia» e delle altre operazioni oggi sotto la lente della procura di Siena ufficialmente non c'è menzione nei verbali di quel periodo. Ma dalle domande si intuisce il sospetto dei consiglieri che qualcosa non girasse nel verso giusto.

«Quanti Btp abbiamo in portafoglio?», chiede secco Francesco Gaetano Caltagirone, vicepresidente e azionista con il 4%, al consiglio dell'8 settembre. Di lì a poco tempo Caltagirone venderà tutte le azioni e lascerà il board. Il capo del risk management Giovanni Conti, con accanto il direttore finanza Gianluca Baldassarri, spiega che reperire la liquidità diventa sempre più difficile, anche per la «necessità di integrazioni di collaterale in relazione ai pronti contro termine effettuati dalla banca, che hanno come sottostante titoli governativi italiani». Insomma, si annaspava. E risponde a Caltagirone: 28 miliardi di titoli governativi, 21,6 dei quali dello Stato italiano, il 40% dei quali «si concentra su scadenza lunghe». Caltagirone contesta: Il portafoglio è «marcatamente sbilanciato» sia per Paese sia per le scadenze «prolungate». Baldassarri cerca di difendersi: se avessimo comprato altri Paesi «equipollenti» all'Italia ci saremmo trovati nella stessa situazione; se avessimo comprato Bund tedeschi saremmo stati più protetti, ma i guadagni sarebbero stati «nulli o addirittura negativi». Insomma, bisogna rischiare.

«La situazione non è ulteriormente sostenibile», è la reazione di Caltagirone, «sia come rischiosità che come conseguenze di conto economico, si devono prendere opportuni provvedimenti per alleggerire queste posizioni». Mussari prova a rabbonirlo: definisce «ragionevole» la posizione di Caltagirone e propone di non rinnovare i bond che vanno a scadenza o di venderli se il valore si allineasse «a quello facciale». Caltagirone insiste: ma quanti ne abbiamo, di bond, rispetto alle altre banche? «Più o meno siamo simili agli altri istituti come percentuale dell'attivo», risponde Baldassarri, ma «Mps ha scadenze medie più protratte nel tempo». Poi sul tema chiede tempo per poterlo approfondire. Anche Turiddo Campaini (Unicoop Firenze) storce il naso:

«La situazione attuale è il risultato di comportamenti troppo oscillanti in ricerca estrema di risultato economico», invece «c'è bisogno di procedere con maggiore linearità e minore concentrazione del rischio». A metterci una pezza ci prova Lorenzo Gorgoni (soci pugliesi), chiedendo di non vendere in forte perdita: «L'unica possibilità è aspettare e vedere se ritorna un po' di sereno». A quel punto interviene Vigni a cercare di mettere ordine: la tensione nella liquidità dipende «non tanto e non solo dal portafoglio titoli» quanto dall'insieme di raccolta e impieghi, che sono stati fortemente ridotti: «La banca ha superato anche le giornate più critiche in maniera serena».

Il 24 novembre sono ancora liquidità e investimenti al centro del dibattito. De Courtois torna sul punto: «La dimensione e la composizione del portafoglio hanno un impatto negativo sulla percezione del mercato riguardo alla Banca, con riflessi sul corso del titolo. Serve un'esposizione analitica titolo per titolo». Per il 16 dicembre il dossier è pronto ma di fatto inutilizzabile: la documentazione «è stata messa a disposizione dei consiglieri solo da poco tempo», attacca Alfredo Monaci (oppositore dell'ex sindaco di Siena Franco Ceccuzzi e ora candidato alla Camera per la lista Scelta Civica di Mario Monti). Si rinvia a un successivo consiglio. Ma pochi giorni dopo Vigni si dimetterà. E il nuovo amministratore delegato Fabrizio Viola avvierà un'altra revisione, più incisiva, ora al vaglio degli inquirenti.

Proprio sulla liquidità si concentrano le indagini della procura e del nucleo valutario della Guardia di Finanza: una liquidità che sarebbe stata difficile da reperire fin dai tempi dell'acquisizione di Antonveneta, in particolare per rimborsare Abn Amro dei 7,9 miliardi di prestiti interbancari concessi alla banca padovana. Le operazioni di finanziamento sono sotto esame per verificare se siano state esposte correttamente alla Banca d'Italia. E se per caso qualcuno, nei vari passaggi tortuosi, non vi abbia fatto qualche «cresta».
Fabrizio Massaro
fmassaro@corriere.it27 gennaio 2013 | 8:01







Mps, via libera di Bankitalia ai Monti-bond

Corriere della sera

Dopo l'ok all'aumento di capitale a servizio di 3,9 miliardi di aiuti di Stato per tamponare l'emorragia-derivati

Passo avanti per il salvataggio del Montepaschi travolto dallo scandalo dei titoli tossici. Il direttorio di Bankitalia ha infatti dato il via libera ai Monti bond. E così dopo l'ok dall'assemblea degli azionisti all'aumento di capitale a servizio dei 3,9 miliardi di aiuti di Stato, necessari a tamponare l'emorragia-derivati, la banca senese si è di fatto immessa nella carreggiata del risanamento. Adesso via Nazionale dovrà inoltrare al ministero dell'economia il proprio parere sull'adeguatezza patrimoniale attuale e prospettica della banca. In questo modo Via XX settembre potrà completare l'iter previsto dalla legge e permettere al Mps l'emissione dei bond. Il passaggio successivo spetterà poi al consiglio d'amministrazione della banca che dovrà varare l'operazione.

EVITARE CONVERSIONE - All'orizzonte quindi si intravede non più una ma due riunioni del consiglio d'amministrazione. Quella d'inizio febbraio in cui si dovrà mettere nero su bianco l'ammontare dei danni provocati dal portafoglio titoli e derivati. E un'altra a metà mese per l'emissione vera e propria dei Monti-bond che garantiranno allo Stato un rendimento del 9% l'anno per poi salire negli anni successivi fino ad un tetto del 15%. Gran parte del rimborso è previsto nel 2015 e i vertici del Monte sono intenzionati ad evitare la conversione dei bond in azioni della banca.

LA BORSA - Nel corso della prossima settimana, quindi, il presidente Alessandro Profumo e l'amministratore delegato Fabrizio Viola proseguiranno il lavoro di scandaglio del fondo interno alla banca in cui sono confluite tutte le operazioni in pronti contro termine a lunga scadenza su titoli di Stato dai nomi esotici come Alexandria, Santorini, Patagonia e Nota Italia. Un esame che, come confermato dallo stesso Viola, dovrebbe comportare una maxi-perdita per il 2012 che supererebbe i 700 milioni di euro. Per risanare il rosso torneranno utili proprio i Monti bond, che serviranno al rafforzamento del capitale di vigilanza e a garantire al Mps di continuare a erogare credito a imprese e famiglie. L'emissione vera e propria è attesa dunque per metà febbraio (il termine ultimo è il primo marzo). Ora resta da vedere come reagirà Mps in Borsa lunedì prossimo. Dopo una settimana sulle montagne russe che è costata una perdita del 20% della capitalizzazione, le azioni del Monte sono tornate a crescere venerdì in concomitanza dell'assemblea.



Monte Paschi, Profumo: "Nessuna timidezza, tuteleremo patrimonio di Mps" (25/01/2013)

Redazione Online26 gennaio 2013 | 21:56






Montepaschi, Berlusconi attacca il Pd. «Non sa gestire nemmeno una banca»

Corriere della sera

La vicenda Mps, secondo l'ex premier, dimostra che «non è in grado di gestire il Paese»
«Se la sinistra non è in grado di gestire una banca non può certo gestire il Paese». Silvio Berlusconi a testa bassa contro il Pd che con il suo leader Bersani aveva respinto con forza ogni attacco. L'ex premier intervistato dal Tg1 interviene sullo scandalo derivati che ha coinvolto Mps, proprio nel giorno in cui Bankitalia dà il via libera ai Monti-bond per salvare la banca. E dopo aver attaccato il Pd afferma: «Si tratta di trovare delle soluzioni concrete per mettere la banca e i risparmiatori» al riparo da ogni rischio. Quanto alle colpe, «verranno accertate dopo».

TAGLIARE L'IMU - Nell'intervista tocca anche altri temi, ribadendo l'impegno a tagliare la tassazione sulla casa. «L'Imu è il segno dell'inadeguatezza del governo dei tecnici» afferma Berlusconi. Sull'economia «invertiremo la rotta e cominceremo abrogando l'Imu». Non replica invece a Mario Monti che ha aperto ad un'alleanza con il Pdl ma senza l'ex presidente del Consiglio. «Il Popolo della Libertà ha già risposto», taglia corto nell'intervista a Tg1.



Berlusconi al TG1: "Mettere in sicurezza Mps, le colpe accertarle dopo" (26/01/2013)

Redazione Online26 gennaio 2013 | 21:55

Le frasi dell'odio: «Che schifo l'ebreo con la kippah»

Corriere del Mezzogiorno

Le intercettazioni-choc dei militanti della sezione. «Berta». Dialoghi raggelanti con offese e accuse


NAPOLI — Non solo violenza e orrore. Dalle lunghe conversazioni tra gli estremisti di destra intercettate nella sezione «Berta» di via Foria e dedicate soprattutto alle loro teorie politiche saltano fuori, in abbondanza, anche ignoranza, pressappochismo, luoghi comuni. Le intercettazioni, contenute nell'ordinanza cautelare notificata giovedì a dieci persone, sono diventate pubbliche quasi in concomitanza con la Giornata della Memoria, istituita per ricordare le vittime della Shoà, e questo rende ancora più raccapriccianti i discorsi di quelli di CasaPound. Il gip Francesco Cananzi ha ritenuto di omissare i nomi di alcune persone citate dagli indagati e i loro indirizzi «per necessità di riservatezza e tutela».

CAMERE A GAS - 18 settembre 2011. Giuseppe Savuto, ora in carcere, sta indottrinando un giovane simpatizzante. Rammenta ai presenti che giovedì si incontreranno di nuovo per parlare «di tutte le domande che fa la stampa, i professori», in particolare con riferimento all'Olocausto: «Con i professori a scuola se tu dici una cosa del genere, pure a livello didattico... Pure per te, una cosa personale, i voti. Perché io pure sono d'accordo che non sono mai esistite le camere a gas e non c'è mai stata nessuna deportazione, sono il primo a dirtelo... Però in questo caso davanti a un professore, davanti a un giornalista...».

IL MEIN KAMPF - 10 luglio 2011. Conversano Giuseppe Guida, Enrico Tarantino (entrambi destinatari di ordinanze) e Giuliano Coda. Guida: «Io avevo anche... Poi mi porto il Mein Kampf («La mia battaglia», opera di Adolf Hitler che contiene il suo credo, ndr). Io ho il Mein Kampf, stasera lo leggo». Coda: «Io l'ho il Mein Kampf». Coda: «Lo comprai per tre euro su una bancarella a Port'Alba». Guida, probabilmente leggendo un testo: «L'odio per gli ebrei è l'espressione di un risentimento da parte dei non ebrei per la vicinanza del popolo ebraico a Dio. Dio ha scelto gli ebrei e ciò li rende speciali per loro stessi e per gli altri. Gli altri reagiscono a ciò con una profonda invidia... A me mi passa per il cazzo». Coda: «È il fatto più grave. Il fatto è che mi sento superiore perché è il popolo prescelto. Infatti gliel'ho detto pure a Giuseppe». Guida: «E tengono tutti i soldi, quello è il bello. Non so se lo conosci... quello che fa le televendite dei gioielli sui canali...». Coda: «Ah, le televendite, ho capito». Guida: «Che ci ha la kippah (copricapo ebraico, ndr) in testa?! Che quasi è anche mezzo frocio». Coda:

«Quello che fa le offerte sulle televendite! Ho capito chi è». Guida: «Adesso vado a portare tipo il caffè a questo, sopra da questo, no? E praticamente ai quadri ha appeso tutte le cose ebraiche. Sulle casseforti tiene i sigilli ebraici, la stella di David». Coda: «Questo è ebreo, no?». Guida: «Sì, è ebreo, tiene anche la kippah in testa». Coda: «Io tengo questo qua che è il miglior amico della mia ragazza. Ha il padre che è ebreo. Lo vidi nel campeggio che stava tutto abbronzato e ci aveva questa collana d'oro con la stella di David». Guida: «Che schifo. Il primo ebreo che vidi, il primo ebreo che vidi da vicino, che presi davanti...». Coda: «E che fece?». Guida: «Vidi uno all'improvviso con una stella di David così». Coda: «Sgranasti gli occhi, eh, fra'?». Tarantino: «E con chi stavi?». Guida: «Stavo con la mia famiglia. All'improvviso feci: questo è ebreo». Ridono.

“CI VOGLIAMO APPICCIARE IL NEGOZIO?” - Primo luglio 2011. Conversano Giuseppe Guida, Enrico Tarantino, Andrea Coppola, Massimo Marchionne (questi ultimi due destinatari di ordinanze) e Francesco Guarente. Argomento della conversazione è la comunità ebraica di Napoli. Giuseppe Guida parla dell'orafo al quale lui rivende i monili d'oro scippati: «Io vado sempre da questo». Marchionne: «Ma tu compri spesso oro o lo vendi?». Guida: «Ah?». Marchionne: «Te lo vendi o lo vai a comperare?». Guida: «Me lo vado a vendere. I laccettini d'oro che scippo me li vado a vendere. Mi fanno il prezzo buono, mi fanno. Lo sai dove sta l'ebreo? L'ebreo sta qua dentro, vedi (sta navigando su Internet, ndr)». Coppola: «Che ne sai che è ebreo?». Guida: «Ci ha la kippah in testa». Coppola: «Veramente dici?». Guida: «Tiene la kippah in testa, tiene».

Coppola: «Ci vogliamo appicciare il negozio?». Guida: «Ci ha le scritte dorate... diciamo in faccia al muro... ha le cose...». Guarente: «Ma dentro al magazzino proprio?». Guida: «Poi sulle casseforti ha i sigilli con la stella di David... Sulle casseforti! Pensa un po' che individuo!». Marchionne: «Uà! è proprio esagerato!». Guida: «Lo sai chi è? Adesso te lo faccio vedere pure, perché è abbastanza famoso». Coppola: «Un sionista di merda proprio». Guida: «È come (incomprensibile) e mette la croce sulla cassaforte». Tarantino: «Non è la stessa cosa». Guida: «Io metto il topolino». Tarantino: «Nel cristianesimo non viene contemplato il fine materiale con (incomprensibile) vicino alle braccia. Un cristiano non metterà mai la croce (si accavallano le voci)».

L’EBREO CON LA KIPPAH - I neofascisti guardano il video dell'orefice scaricato da Internet. Guida: «Quello si chiama Ennio». Guarente: «Il grosso degli orefici erano e sono sempre stati ebrei qua a Napoli». Guida: «Quello che lavora assai e non è ebreo (si accavallano le voci)». Guarente: «Ma comunque facevano sia prestito di danaro che...». Coppola: «Facevano usura». Guida: «Pure Omissis secondo me è ebreo». Tarantino: «Chi Omissis?». Guida: «Omissis orefice; è questo qua, vedi, guarda. 'Sto negozio qua. Omissis, questo pure è ebreo. E la vaga impressione... dai tratti somatici sono ebrei». Coppola: «No, io penso che è quello di via Omissis».

Tarantino: «No, quello è ebreo sicuro». Coppola: «Sì, eh?». Guida: «Comunque chi lavora tanto nel borgo Orefici è Omissis». Coppola: «Ma è ebreo?». Guida: «Non è ebreo: sono napoletani». Coppola: «Che c'entra che è napoletano? Anche questo parla napoletano ma è ebreo. Poi questo fa schifo perché si mette la kippah in testa pure in televisione. Insomma, questo, però c'è gente che non se la mette. Tipo c'è un tabaccaio a Omissis, no, a via Omissis, che lo vedi ogni tanto che calza la kippah. Ma non la mette sempre».

LA SINAGOGA - Guida. «Gli ortodossi a Napoli non ci sono?». Coppola: «Come?!? Alla faccia del cazzo! Vatti a fare un giro di sabato mattina a via Chiaia!»: Guida: «Uh! Vabbè, là sta proprio la sinagoga». Coppola: «Di sabato mattina li trovi tutti là». Guarente: «Comunque ne sono pochi a Napoli». Coppola: «Dì, sì, vabbè, tu andasti, eh?». Guarente: Quanti ne erano... poche famiglie... non arriviamo a 200 elementi compresi i bambini». Guida: «Ma come andasti? Con quale scusa andasti?». Guarente: «Turismo. Quella si può vedere». Coppola: «Io da bambino alle elementari mi ci portarono». Guarente: «A maggio si apre quel monumento». Coppola: «Vedi un po' il Padre Eterno se i bambini... dentro ad una sinagoga...». Guarente: «Poi tu vai e poi non è neanche... cioè se tu vuoi vedere l'architettura ebraica della sinagoga quella di Napoli non vedi un cazzo».

Coppola: «Io fin da piccolo rimasi scioccato avevano i lampadari che secondo me erano fatti tipo con qualche quarzo... fatti eccezionali... grandi quanto a 'sto soffitto... una cosa incredibile!». Guarente: «Quando andai io stavano facendo i lavori per allargarsi. Quel palazzo è tutto loro. Glielo comprò il presidente del Napoli, Ascarelli. Quello era ebreo». Guida: «Eh, lo so». Tarantino: «Il fondatore del Napoli, non il presidente, precisiamo». Guida: «Uà che figura di merda!». Coppola: «Guarda che nel '26 nel Pnf c'erano molti ebrei, eh? Il 70 per cento della marcia su Roma erano, si può dire...». Tarantino: «Ma quando mai, dopo...». Tarantino: «In Italia ci stavano... a parte che in Italia non c'è mai stata una tradizione ebraica. In tutta Italia stiamo parlando di qualche migliaio». Guarente: «Nel Nord Europa invece sì». Tarantino: «Nel Nord Europa no. In realtà nei Paesi dell'Est, nella Polonia... Ma in Germania...».

Titti Beneduce26 gennaio 2013