giovedì 7 febbraio 2013

Un bambino con due padri che cognome ha?

La Stampa

In Francia è polemica su come regolare la scelta del cognome per i figli delle unioni gay
alberto mattioli

CORRISPONDENTE DA PARIGI


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D’accordo per il matrimonio per tutti, comprensivo di adozione. Ma un bambino con due padri che cognome prende? In questo interminabile feuilletton che è l’approvazione da parte dell’Assemblée nationale francese della legge che consente le nozze anche a coppie dello stesso sesso, spuntano continuamente nuovi oggetti del contendere. 

L’ultimo è appunto quello del nome di famiglia, che ha scatenato l’ennesima rovente polemica al Palais Bourbon, dove la maggioranza di sinistra spinge per chiudere la pratica (anche perché poi la legge dovrà passare al Senato e infine tornare all’Assemblée per l’approvazione definitiva) e l’opposizione di destra fa ostruzionismo presentando migliaia di emendamenti. Una battaglia parlamentare del genere non si vedeva da anni. La Camera siede in pratica in permanenza, tutto il giorno (i lavori di lunedì sono finiti martedì, all’una del mattino) e tutti i giorni, week-end compreso, mentre fuori i cattolici recitano rosari espiatori e gli oppositori laici appendono striscioni ai ponti di Parigi.

Il cognome, si diceva. Una legge del 2002 stabilisce che un bambino può portare quello del padre, quello della madre o entrambi. Ma, in mancanza di una scelta da parte dei genitori, è quello del padre che prevale. Insomma, il figlio di Pinco Dupond e Pallina Dufour sarà Dupond, a meno che i suoi genitori non decidano che si chiamerà Dufour o Dupond-Dufour. Ma se ci sono due papà, che succede? Un amendamento socialista stabilisce che la regola è che il figlio prenda entrambi i cognomi (e «in ordine alfabetico», prevede il testo), sempre a meno che non ci siano scelte diverse.

Però la legge regola, appunto, il «matrimonio per tutti», quindi la nuova norma modificherà la vecchia. Quindi si applicherà a tutti i neonati, non solo a quelli adottati da coppie gay. Insomma, d’ora in avanti il bébé di cui sopra non si chiamerà più autonaticamente Dupond ma, a meno che i suoi genitori non decidano altrimenti, Dufour-Dupond. I deputati dell’Ump sarkozysta, il principale partito di opposizione, ovviamente non ci stanno. «Voi proponete una rivoluzione, ma questa rivoluzione avanza mascherata. E’ il rifiuto della distinzione fra padre e madre», tuona Hervé Mariton.

«Voi togliete ai francesi il loro nome di famiglia», accusa Philippe Gosselin, mentre il suo collega Marc Le Fur denuncia «la cancellazione del padre». Anche gli esperti sono dubbiosi. Per esempio la specialista di diritto di famiglia Françoise Dekeuver-Défossez (a proposito di doppi cognomi...), intervistata dal giornale cattolico «La Croix»: «Ricordatevi d’adagio ancestrale “la madre dà la vita, il padre dà il nome”. Oggi si spazza via con un gesto della mano questa massima, ma aveva una logica: si trattava di controbilanciare il potere naturale della madre, dovuto al fatto che è lei che partorisce, dando un fortissimo potere giuridico al padre, in particolare in materia patronimica. Se gli si toglie questo, che cosa gli resta?».

Appunto. Senza contare a tutti i problemi per l’anagrafe, che si troverebbe alle prese con cognomi sempre più lunghi. Per esempio, immaginiamo se il nostro Dufour-Dupond sposasse un o una Dekeuwer-Défossez: come si chiamerebbe un eventuale figlio, in assenza di indicazioni dei genitori? Dekeuwer-Défossez-Dufour-Dupond? Ogni firma sarebbe un quarto d’ora... La guardasigilli, Christiane Taubira, impegnata in prima persona nella maratona parlamentare per l’approvazione di una legge che ha scritto, nella quale crede e nella quale sta facendo credere la maggior parte dei deputati, ha riconosciuto che le obiezioni sono sensate. Ha ammesso che «il soggetto meriterebbe di essere discusso ancora» e potrebbe «maturare durante la navetta parlamentare». Insomma, speriamo che i senatori siano più saggi dei deputati... 

Fazio chieda alla Bruni perché aiutò Battisti"

Stefano Zurlo - Gio, 07/02/2013 - 08:22

I parenti delle vittime dell'ex terrorista contro il conduttore: "Invito vergognoso"

Milano - Carlà e Cesare Battisti. Il terrorista che l'ha fatta franca. Da anni ci si chiede se dietro le quinte dorate dell'Eliseo l'ex première dame abbia avuto un qualche ruolo nello sfilare alle carceri italiane l'ideologo dei Pac.


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Battisti, leader della feroce formazione che alla fine degli anni Settanta seminò il terrore in Italia, è libero e la storia della sua fuga, fra Parigi e il Brasile, è ancora tutta da scrivere. Fra complicità di intellettuali, connivenze di pezzi grossi della politica transalpina, disinformazione dell'opinione pubblica. I parenti delle vittime però non dimenticano e ora approfittano della passerella di Sanremo per tornare alla carica. Troppe domande. Troppo dolore. Troppi misteri intorno alla figura di Battisti, mitizzato dalla stampa francese e trasformato in una sorta di eroe romantico.

Ora Carla Bruni è in partenza per il Festival della canzone, ora la moglie di Nicolas Sarkozy non è più all'Eliseo e potrebbe, anzi dovrebbe chiarire. Lo chiede Adriano Sabbadin, figlio di Lino, ucciso dai Proletari armati per il comunismo il 16 febbraio 1979; lo chiede Alberto Torregiani, figlio dell'orefice Pierluigi, abbattuto dai Pac lo stesso giorno. E lo chiedono i familiari delle altre due vittime della follia eversiva del gruppo di Battisti: l'agente penitenziario Antonio Santoro e il poliziotto Andrea Campagna.

La giustizia italiana gli ha presentato il conto condannandolo all'ergastolo, ma lui è scappato in Francia. Qui la gauche l'ha dipinto come un perseguitato politico. Insomma, un assassino è stato trasformato con un maquillage in martire e i salotti letterari hanno cominciato a fare a gara nel contenderselo, anche perché Battisti si è scoperto scrittore, naturalmente di successo. Risultato: quando era a un passo dall'estradizione verso l'Italia, è sparito dalla circolazione per riapparire in Brasile. «Mi hanno aiutato i servizi segreti francesi», ha spiegato lui, spavaldo come sempre in una delle tante interviste concesse. La ferita brucia.

Oggi Battisti, dopo un ulteriore braccio di ferro fra Roma e Brasilia, è un uomo libero e i figli dei morti vogliono sfruttare la vetrina di Sanremo per porre qualche domanda alla signora Sarkozy. Anzi, attraverso Giuseppe Cruciani e il programma di Radio24 La Zanzara, lanciano un vero e proprio appello al conduttore del Festival. «Ci sono ancora molti punti oscuri sul ruolo della coppia Bruni-Sarkozy nell'affaire Battisti - spiega Alberto Torregiani, su una sedia a rotelle da quel giorno - Fazio potrebbe cogliere l'occasione per chiedere senza peli sulla lingua che cosa è successo».

Più duro Adriano Sabbadin, figlio di Lino: «È una vergogna. Lei ha cercato di spiegare, ma secondo me ha avuto un ruolo centrale nella salvezza di Battisti. La Bruni non è un ospite gradito, non deve venire». Alessandro Santoro, figlio di Antonio, si rivolge direttamente a Fazio: «Che cosa è successo in Francia?». Infine Maurizio Campagna, fratello di Andrea: «Rimangono molti dubbi. E rimangono le dichiarazioni sconcertanti di Battisti sul ruolo che avrebbero avuto i servizi segreti francesi nella sua fuga». Fin qui La Zanzara. Ora tocca a Fazio raccogliere l'appello. E si spera che Carla Bruni mostri la stessa umanità sfoderata per tenere lontana dal carcere l'ex brigatista Marina Putrella, ormai malata. Dopo tanti anni e umiliazioni, i parenti delle vittime vorrebbero verità e rispetto.

Le nozze- truffa della Lollobrigida Javier: “Gina è davvero mia moglie”

La Stampa

Sposi per procura a Barcellona, con una pensionata a far da controfigura dell’attrice. Il giovanotto: “Lei non poteva non sapere delle nozze” 


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La Lollo: “Squallida storia di raggiri” «Sono sposato con Gina che le piaccia o no e le nozze sono state tenute dalle autorità a Barcellona. Non c’è truffa», spiega in un’intervista a Chi Javier Rigau, lo spagnolo di oltre trent’anni più giovane di Gina Lollobrigida che dice di esserne il legittimo marito. 
«Non sono mai stata sposata con Javier» dice dal canto suo Gina Lollobrigida (85 anni) che grida la sua verità dalle pagine del settimanale Oggi sul matrimonio con Francisco Javier Rigau Ràfols (52). Mentre l’imprenditore spagnolo afferma di essere il marito dell’attrice italiana, lei racconta invece di essere stata vittima di un imbroglio. 

L’attrice spiega che «Javier e io non abbiamo mai avuto rapporti intimi. Lui era preso dall’idea della diva. Io lo ritenevo un ragazzo gentile, educato che mi poteva essere amico in un momento difficile. Ero caduta in depressione per via di un lungo contenzioso legale. Quando sei depressa pensi che qualcuno possa dare una svolta alla tua vita». Poi arriva al dunque ed effettua una ricostruzione degli eventi che avrebbero portato lo spagnolo a poter affermare di essere suo marito.

«Una volta Javier mi chiese di firmare una carta in cui dichiaravo di essere sua moglie perchè voleva nominarmi sua erede e questo evitava complicanze con il fisco spagnolo». «Poi - continua la Lollobrigida - ci fu la richiesta di firmare la ratifica di un atto che non conoscevo». E ancora «Sospetto che durante la cerimonia di nozze, che si sarebbe svolta il 29 novembre 2010 a Barcellona, una donna abbia ricoperto le mie veci usando una procura che avevo rilasciato a Rigau per una causa civile contro un avvocato». 

Mentre la ex `Bersagliera´ nega, è spuntata la signora Maria Pilar Guimera Gibilmondo, pensionata spagnola di 72 anni che sostiene di aver sostituito la Lollo in chiesa a Barcellona nel suo «giorno più bello». Le nozze secondo il giovanotto sarebbero avvenute grazie a una procura speciale. Rigau sostiene che «è impossibile che non sapesse delle nozze. «Io e Gina ci conosciamo dal 1984 - aggiunge - perché abbiamo scelto di celebrarle per procura? Non gradivamo l’intromissione della stampa». Ma sulle pagine di Chi Lollobrigida commenta laconica: «È una storia squallida. Mi ha fatto firmare una procura con l’inganno e mi ha portato un finto testamento in cui mi nominava erede universale». 

La nuova disciplina in materia di “fatturazione elettronica”

La Stampa
leda rita corrado


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La Direttiva 2010/45/UE ha riformato la cosiddetta “Direttiva Iva” sulla disciplina in materia di fatturazione: lo scopo di tale intervento è semplificare e armonizzare modalità e contenuto della fatturazione per i Paesi dell’Unione Europea. Tra i vari interventi in materia di fatturazione, uno dei più innovativi concerne la fatturazione elettronica. Le regole europee poggiano su alcuni principi comuni, enunciati nei “considerando” della Direttiva 2010/45/UE:

- ritenendo che la fatturazione elettronica possa incrementare la competitività delle imprese mediante una riduzione dei costi, gli obblighi Iva devono essere rivisti per eliminare gli oneri e le barriere esistenti che ostacolano il ricorso a tale tipo di fatturazione;
- fatture cartacee ed elettroniche devono ricevere il medesimo trattamento, anche con riguardo alle competenze delle autorità fiscali; - sia per le fatture cartacee, sia per quelle elettroniche deve essere assicurata l’autenticità dell’origine (comprovando l’identità dell’emittente), l’integrità del contenuto (come identificato dalle norme europee) e la leggibilità;

- al fine ultimo di assicurare la sussistenza dei tre requisiti sopra menzionati, i controlli di gestione possono essere utilizzati per creare piste di controllo affidabili tra fatture e cessioni o prestazioni; - l’autenticità e l’integrità delle fatture elettroniche possono essere assicurate anche ricorrendo a talune tecnologie esistenti, quali la trasmissione elettronica di dati e le firme elettroniche avanzate; tuttavia, poiché esistono altre tecnologie, i soggetti passivi non dovrebbero essere obbligati a ricorrere ad una particolare tecnologia di fatturazione elettronica;

- qualora un soggetto passivo archivi le fatture da esso emesse o ricevute tramite un mezzo elettronico, oltre allo Stato membro nel quale il soggetto passivo è stabilito anche lo Stato membro nel quale è dovuta l’imposta ha diritto ad accedere a tali fatture per eventuali controlli. Al fine di garantire la parità di trattamento tra fatturazione elettronica e fatturazione cartacea, si impone agli Stati membri di accettare come fattura ogni documento o messaggio cartaceo o elettronico che soddisfi le condizioni stabilite nella Direttiva Iva (art. 218 Direttiva Iva).

Per approfondimenti:

http://www.giuffre.it/60203/fattura%20elettronica_130201.pdf
http://dirittoditutti.giuffre.it/psixsite/Primo%20Piano/default.aspx?id=6695

Battiato l'assenteista respinge le polemiche: "Hanno rubato tutto"

Sergio Rame - Gio, 07/02/2013 - 13:54

Ancora polemiche per il tour che lo tiene lontano dall'assessorato. La replica: "Non c'è più un euro, non posso lavorare"

"Nelle casse del Turismo non c’è un euro, hanno rubato tutto". Incontrando la stampa a Palazzo d’Orleans, l’assessore regionale al Turismo Franco Battiato ha risposto alle polemiche che gli sono piovute addosso nei giorni scorsi per il tour che lo tiene lontano dalla Sicilia.

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"Se anche non avessi questo tour, che mi serve per promuovere la nostra cultura nel mondo non c’è un euro nelle casse dell’assessorato e non si più lavorare - ha affermato Battiato - questo è un punto che non si può cambiare e Crocetta sarà costretto a cercare fondi europei per ottenere almeno un minimo".

Una situazione drammatica quella delineata da Battiato sullo stato delle casse dell’assessorato che porterà inevitabilmente alla sospensione di alcuni iniziative già programmate in precedenza, come il Circuito del Mito e Grandi Eventi. "Proprio i grandi eventi dovrete scordarveli - ha detto con amarezza il cantautore - fortunatamente siamo sovrastati sovrastati da proposte, poco costose, ma significative da un punto di vista artistico". Il dirigente dell’Assessorato al Turismo Alessandro Rais ha sottolineato come sull’uso dei fondi sono state rilevate diverse criticità.  

"Oltre alle indagini già avviate dalla magistratua abbiamo avviato delle ricognizioni interne per comprendere meglio le procedure - ha chiarito l’assessore regionale al Turismo - la situazione, imputabile alla gestione precendente, è risultata non compatibile con la normativa europea, proovocando la decertificazione da parte del’Europa". Per questo motivo Battiato ha evidenziato, in una lettera indirizzata al presidente Rosario Crocetta e all’assessore all’Economia Luca Bianchi, l’urgenza di "un taglio dei rami secchi" e anche per avviare le procedure liquidazione di CineSicilia per "spese poco produttive".

Il Bologna scudettato contro l'assenteismo. E la Fiom s'infuria

Corriere della sera

Alla Magneti Marelli un poster dei rossoblù per combattere le assenze in fabbrica. L'ira delle tute blu della Cgil


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BOLOGNA - La mitica formazione del Bologna dello scudetto, lo squadrone che nella stagione ’63-’64 vinse il tricolore battendo l’Inter, ieri è comparsa nella bacheca aziendale. Ma con un buco bianco in mezzo, ottenuto con photoshop: il bomber danese Harald Nielsen, 21 reti e capocannoniere in quel campionato che fece la storia del Bologna, accovacciato nella foto in mezzo ai compagni, è stato cancellato. Titolo della foto lavorata: «Ma ti sembra la stessa cosa?». Chiosa: «Il mitico Bologna non sarebbe stata la grande squadra che conosci senza tutti i suoi giocatori. Questo è l’assenteismo: il non scendere in campo quando la squadra lotta».

L'AZIENDA - I dirigenti della Magneti Marelli di Crevalcore hanno deciso di percorrere la strada «creativa» contro l’assenteismo in azienda. Una modalità che ha fatto arrabbiare (e non poco) i lavoratori e la Fiom, che ieri sulla pagina Facebook della rappresentanza sindacale dell’azienda si sono scatenati in polemiche e critiche. «Hanno fatto un uso immorale delle foto storiche del Bologna, la società cosa ne pensa? Per molti lavoratori quella squadra è un’icona sacra». Ma quella della foto in bacheca è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso in azienda, dove i rapporti da inizio anno si sono inaspriti. Prima del poster del Bologna c’erano state convocazioni dei singoli lavoratori e un tabellone con le colonne divise per numero di giorni di assenza e la domanda scritta: «E tu dove ti poni?».

LA FIOM - «L’azienda — spiega Francesco Di Napoli, delegato Fiom alla Magneti Marelli di Crevalcore — sostiene che da noi il tasso di assenteismo è più alto rispetto a quello del gruppo, ma è un dato che prendiamo con le pinze, è arbitrario e unilaterale e non possiamo verificarlo. Qui abbiamo molte malattie professionali, la nostra è una fonderia: tendiniti, epicondiliti, tunnel carpali. La cosa che non va bene è chiamare i lavoratori in colloqui privati senza che siano consultati i sindacati che li rappresentano. Se c’è qualche problema in determinati reparti siamo disposti ad affrontare la questione con l’azienda, ma usare certe modalità è offensivo».

LA FOTO - A sentire il gruppo Fiat l’idea della foto è stata usata solo per l’azienda di Crevalcore, «dove c’è quasi l’8% di assenteismo per malattia, una percentuale molto alta rispetto al 3% delle nostre aziende, che denota un fenomeno preoccupante», dicono da Torino. «In queste condizioni — dice Fiat — si produce meno e meno bene per la mancanza di personale: sono indispensabili, come abbiamo cura di fare in tutte le aziende del gruppo, azioni contro l’abuso delle assenze, non coinvolgendo i dipendenti regolarmente malati». Ma i colloqui privati? «Cerchiamo di capire — dice la Fiat — se ci sono casi che si possono risolvere, cambiando magari turno o mansione». La scelta della foto del Bologna calcio, invece, è stata fatta direttamente dalla Magneti Marelli di Crevalcore: «È un modo — spiega Fiat — per richiamare l’attenzione su un problema sentito, se si sono scandalizzati ci dispiace, ma noi abbiamo necessità di controllare l’assenteismo». Intanto il patron del Bologna, Albano Guaraldi, ieri si è limitato a dire: «Non sapevamo nulla, ma vogliamo acquisire più elementi e capire di più: faremo le nostre valutazioni».

Daniela Corneo
06 febbraio 2013 (modifica il 07 febbraio 2013)

Libero più Virgilio: ritorna ItaliaOnline

Corriere della sera

Portali Internet, dopo la fusione rinasce il marchio di uno dei primi portali italiani di oltre un decennio fa

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Direttamente dagli anni Novanta: risorge ItaliaOnline. Il marchio di quello che fu uno dei primissimi portali web del nostro Paese rinasce dall'unione di Libero e Matrix (Virgilio). ItaliaOnline, presentata a Milano al museo della Scienza e della Tecnologia, arriva come conseguenza del processo di integrazione iniziato nel novembre scorso. A fine 2012 infatti Libero srl, a cui fanno capo l'omonimo portale e la società di servizi internet It.Net, aveva completato l’acquisizione per 88 milioni di euro di Matrix, società che controlla Virgilio e altri servizi.

LOGO - ItaliaOnline, che sparì nel 1999 assorBita da Libero e che negli anni Novanta si scriveva in verità "Italia On Line" (spesso abbreviato in Iol, sulla scorta della statunitense Aol), ripresenta un logo che si ispira al brand storico del primo internet provider italiano. Ma oltre a un segno grafico più modeno anche il colore cambia, diventando blu. Anzi "blu Savoia" come specifica l'azienda: «Il colore delle maglie delle nostre nazionali sportive, a testimonianza della mission: unire il meglio dell'Italia digitale».

PUBBLICITÀ - Il nuovo gruppo punta per il suo business su pubblicità (nazionale e locale) e servizi Internet alle imprese. Insieme i due portali Libero e Virgilio rappresentano la più importante "web property" italiana, con oltre il 60% di penetrazione sul mercato, con circa 20 milioni di visitatori unici mensili (Nielsen NetRatings, Dicembre 2012) e 14 milioni di email attive.
Libero si ripresenta con una immagine rinnovata e lo slogna "nato digitale” a sottolineare il posizionamento di portale nato con internet e focalizzato al mondo dei servizi online. Virgilio, che rispetto a Libero ha sempre avuto un'anima più editoriale, si focalizzerà soprattutto sui contenuti e l'intrattenimento. I due portali faranno da piattaforma di promozione per nuove iniziative editoriali e di e-commerce verticali, autonome e specializzate, la prima delle quali è DiLei (www.dilei.it) magazine dedicato alle donne e ai loro interessi.

Redazione online7 febbraio 2013 | 16:04

Assange sta diventando come Ron Hubbard»

Corriere della sera

Il fondatore di Wikileaks perde appoggi. Anche quello di Jemima Khan che gli pagò parte della cauzione

Assange perde alleati e appoggi. Jemima Khan, l'erediteria che pagò la cauzione del fondatore di Wikileaks fa marcia indietro: «Si sta comportando come Ron Hubbard, chiede devozione cieca e irrazionale, trattando gli attivisti come fossero adepti di una setta».

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«VADA IN SVEZIA» - Khan dai principali media inglesi e dal sito del The New Statesman fa di più. E invita Assange a «presentarsi alla giustizia svedese». L'uomo, considerato uno degli hacker più abili al mondo, è stato arrestato in Gran Bretagna nel 2010, sulla base della richiesta di estradizione decisa dal governo svedese. «Quelle donne hanno diritto a conoscere l'esito del processo, così come lui ha il diritto di essere dichiarato innocente», ha spiegato Khan. In Svezia il fondatore di Wikileaks è ricercato per violenza sessuale, ed ora si trova rinchiuso nell'ambasciata ecudoriana a Londra, dopo che Quito gli ha concesso l'asilo politico. In molti però credono che i governi di mezzo mondo gli diano la caccia per processarlo per tradimento, dal momento che viene ritenuto responsabile della pubblicazione di migliaia di documenti riservati.

CON KEN LOACH E MOORE - Khan, che da sempre è stata una sua sostenitrice, insieme ad altri personaggi noti come i registi Ken Loach e Michael Moore, aprì il portafoglio per far uscire Julian dalle carceri di Sua Maestà in nome della libertà di informazione. In tanti si mobilitarono per raccogliere le 240 mila sterline (279 mila euro circa) necessarie alla liberazione Ora, però, Khan ci ripensa e attacca il suo protetto, proprio per la gestione di Wikileaks: «Il problema è che per colpa di Assange Wikileaks - il cui obiettivo dovrebbe essere quello di produrre verità - è diventata colpevole della stessa disinformazione contro la quale ha sempre combattuto». Khan è stata anche produttrice del documentario «We Steal Secrets» dedicato a Wikileaks, presentato al Sundance Film Festival.

IL FASCINO DI JULIAN -Anche sul documentario i due si sono scontrati: «Assange lo ha inteso come una pellicola che avrebbe dovuto essere a sua favore. Ma le cose non funzionano così», ha spiegato Kahn. Jemima è molto conosciuta in Gran Bretagna, ha sposato il giocatore di cricket e uomo politico iraniano Imran Khan nel 1995, da cui ha divorziato nel 2005. Di lei si è parlato molto per un flirt con l'attore Hugh Grant e i maligni assicurano che anche con Julian Assange ci sia stata una relazione. «Conosco il fascino di Assange», ha scritto Kahn. «Ma si sta comportando come una rockstar».



M. Ser.7 febbraio 2013 | 16:07

Pochi, bravi e dimenticati Sono gli scienziati d’Italia

La Stampa

Sempre più surcalssati dalle performances delle altre nazioni
massimiano bucchi

UNIVERSITA’ DI TRENTO


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I temi della ricerca e dei relativi investimenti, del rapporto tra scienza, innovazione e sviluppo sono entrati stabilmente nell’agenda politica e nella discussione pubblica. A parole tutti ne riconoscono l’importanza; più difficile - com’è noto - è tradurre in pratica queste buone intenzioni. La nuova edizione dell’«Annuario Scienza e Società» di Observa Science in Society, pubblicato da il Mulino a cura di Federico Neresini e Andrea Lorenzet, offre una preziosa occasione per fare il punto della situazione sulla base dei dati più aggiornati.

Partiamo dai dati che più spesso vengono citati per lamentare l’arretratezza del nostro Paese: la quota di Pil dedicato a ricerca e sviluppo e il numero di ricercatori per mille occupati. In entrambi i casi qualche minimo progresso c’è stato: tra il 2010 e il 2012 la percentuale di ricchezza nazionale dedicata a ricerca e sviluppo è passata dall’1,1% all’1,3%; nello stesso periodo i ricercatori sono passati da 3,6 a 4,3 su mille occupati. Il problema è che nello stesso periodo la «concorrenza» è stata tutt’altro che immobile: la Danimarca, tanto per fare un esempio, è passata dal 2,6% di investimenti al 3,1%; la Corea dal 9,5 all’11,1.

Resta poi il fatto che in quasi tutti i Paesi in testa a queste «classifiche» un ruolo rilevante sia giocato da investimenti e ricercatori del settore privato (in Corea lavorano in azienda tre ricercatori su quattro, il doppio che da noi!). Insomma, la litania sul ritardo italiano deve fare i conti, oltre che con i noti vincoli di spesa pubblica, con un tessuto produttivo che per ragioni ben note (dimensione delle imprese e cultura imprenditoriale) appare strutturalmente poco compatibile con rilevanti investimenti umani e finanziari in ricerca. E’ indubbio che sarebbe auspicabile avere più ricercatori, ma servirebbe anche un contesto appropriato per valorizzarli: altrimenti si rischia di ragionare come quel personaggio di Alan Ford che distribuiva gioielli in un quartiere malfamato, illudendosi che questo bastasse a elevarne il benessere. 

Meno noti sono due dati sulla composizione del nostro personale di ricerca, ma che forse meriterebbero maggiore attenzione anche da parte delle istituzioni. Su tutto infatti si può discutere, ma per presenza femminile e quota di docenti giovani le nostre università risultano agli ultimi posti in Europa: poco più di una donna ogni tre docenti (in Finlandia più di una su due), mentre solo il 17% dei docenti universitari ha meno di 40 anni (il 48% in Germania e il 60% in Turchia). 
A fronte di questi dati sorprende positivamente che i ricercatori italiani continuino a figurare in buona posizione per capacità di ottenere gli ambìti finanziamenti dello European Research Council, anche se va tenuto conto del fatto che per molti si tratta di una delle poche alternative alla riduzione di finanziamenti nazionali. 

Interessante è vedere come questo quadro si rifletta sulle percezioni dei cittadini rilevate dall’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società. Da un lato, infatti, sulla scienza convergono grandi aspettative da parte della società: dalla scienza ci si attendono soluzioni a problemi pratici, benessere e sviluppo economico; restano in secondo piano aspettative di natura culturale e di risposta alle grandi domande dell’uomo. D’altra parte, sul piano concreto, queste aspettative si scontrano talvolta con percezioni e valutazioni piuttosto critiche.

D’altra parte, sul piano concreto, queste aspettative si scontrano talvolta con percezioni e valutazioni piuttosto critiche. Se si analizzano i giudizi dei cittadini sui soggetti che operano a vario titolo nel campo della ricerca, a essere valutati positivamente sono soprattutto le associazioni che si occupano di ricerca, università e istituti di ricerca (83%). Più di tre italiani su cinque danno anche un giudizio positivo su Unione Europea e aziende e più di uno su due sull’operato delle fondazioni bancarie in materia di ricerca. Meno positivo il giudizio sulle Regioni e in particolare sullo Stato, la cui azione nella ricerca è valutata negativamente dal 56% degli intervistati.

Da notare che i laureati e chi ha buone competenze scientifiche risultano ancora più critici verso le istituzioni nazionali e le aziende. Infine, deve far riflettere, soprattutto a fronte delle grandi aspettative pratiche e di sviluppo, che quasi un italiano su due (47%) dubiti che un ricercatore finanziato dall’industria possa conservare la propria indipendenza. Una conferma che il problema non è solo nelle risorse, ma nella fragilità di una cultura della ricerca e dell’innovazione capace di valutarne potenzialità e implicazioni in modo aperto, critico ed equilibrato.

Skype accoglie le richieste del Garante: sarà possibile concellare il proprio profilo

Il Messaggero


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Skype migliorerà le procedure per consentire agli utenti di chiudere il proprio account e integrerà le informazioni per venire incontro alle loro esigenze. È l'esito della nota spedita a fine 2012 dal Garante privacy con la quale l'Autorità aveva chiesto alla società con sede in Lussemburgo spiegazioni sulle difficoltà incontrate dagli utenti italiani nel chiudere il proprio account. In ogni caso il Garante solleverà in sede europea la questione dell'ulteriore conservazione dei dati.

Pur non essendo stabilita sul nostro territorio - spiega una nota del Garante della Privacy - Skype ha tuttavia deciso di dare riscontro all'Autorità italiana fornendo nel contempo alcune informazioni utili per capire le procedure adottate per dar seguito alle richieste degli utenti. Skype ha ammesso che le indicazioni contenute nelle «domande più frequenti» (Faq), secondo cui «una volta creato, non è possibile eliminare un account Skype», non informano in maniera adeguata gli utenti: perciò d'ora in poi verranno modificate per spiegare chiaramente che si potrà comunque bloccare in via permanente il proprio account rivolgendosi al servizio di supporto tecnico clienti, il quale provvederà a deindicizzare lo username dell'utente dalle pagine pubbliche del servizio, in modo tale che non sia più operativo nè visibile dagli altri.

Skype - rende noto ancora l'Autorità - sta peraltro valutando potenziali migliorie per consentire un'autonoma chiusura dell'account da parte dell'utente. La società ha tuttavia spiegato che l'account non viene definitivamente cancellato o distrutto e che il relativo username resta archiviato all'interno dei suoi sistemi: lo scopo dichiarato è quello di evitare che in futuro altri utenti possano utilizzare, intenzionalmente o meno, il medesimo nome. Permane dunque la necessità di alcuni chiarimenti in ordine alla tipologia dei dati conservati, dopo la chiusura dell'account, e ai tempi e alle modalità di tale conservazione, della quale peraltro l'utente potrebbe non essere del tutto consapevole. Per tali motivi, il Garante ha deciso di avviare ulteriori approfondimenti e di sollevare la questione nell'ambito del Gruppo di lavoro che riunisce le Autorità della protezione dati europee.


Mercoledì 06 Febbraio 2013 - 17:47
Ultimo aggiornamento: 17:52

La Corea del Nord: così distruggeremo l’America

La Stampa

Una città simile a New York devastata da fiamme ed esplosioni, risultato di un attacco missilistico: è il video che la Corea del Nord, nell’imminenza di un test nucleare, ha postato il 2 febbraio su YouTube, nel sito Uriminzokkiri, uno tra i più usati dal regime per diffondere la propaganda all’estero.

Ana e l’arte di simulare

La Stampa

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«Nessuno fa più niente gratis», dice il personaggio di una commedia che fa parte della programmazione cinematografica cubana del nuovo anno. Diretta da Daniel Díaz Torres, “La película de Ana” è stata segnalata come il miglior lungometraggio di fiction del 2012 dall’Associazione Cubana della Stampa Cinematografica. In ogni caso, a parte i riconoscimenti ufficiali e gli altri premi che di sicuro vincerà, per il momento ha riscosso soprattutto il grande favore del pubblico che ha visto il film tra sorrisi e applausi.

La protagonista, Laura de la Uz, interpreta un’attrice che passa da un ruolo mediocre all’altro, tra brutte avventure per adolescenti e pessime telenovelas per casalinghe. Per risolvere i problemi materiali, soprattutto per la necessità di comprare un frigorifero, decide di calarsi nei panni di una prostituta per un documentario girato da alcuni produttori austriaci. Quello che doveva essere un ruolo dei tanti, una sequenza di stereotipi e di eccessi, finisce per diventare la miglior interpretazione di Ana. Come un gioco di specchi, il film sovrappone realtà e finzione, emozione e interpretazione.

Neppure l’umorismo e le battute scherzose tolgono gravità al dramma della doppia personalità come strumento di sopravvivenza. Ana si complica la vita, si trova coinvolta completamente in un mondo che in realtà non conosce, ma che la esalta e la attrae fino in fondo. Fa posare i familiari a loro insaputa; filma i vicini di casa per dare corpo a un’improvvisata sceneggiatura e mente in continuazione. Diventa la vera e propria regista di una pellicola realizzata su diversi piani, pensati per assecondare le aspettative dei produttori stranieri. Tuttavia, a ogni luogo comune si unisce la durezza della sua vita, priva di affetti, senza bisogno di essere troppo drammatizzata. 

“La película de Ana” ci provoca una vergogna femminile, nazionale, umana. Un senso di fastidio quando pensiamo a tutte quelle persone che cercano di farsi passare per altre. L’uomo che fuma un sigaro - anche se non gli piace - perchè i turisti lo fotografino e lo paghino per quel gesto. Il funzionario che indossa la maschera della simulazione ideologica ormai divenuta una cosa sola con il suo volto. Persino coloro che alimentano la simulazione, perchè hanno perso la capacità di distinguere tra la parte di storia che si sono inventati e la realtà. Proprio come Ana che, tolto il trucco e spenta la macchina da presa, continua a recitare e a fingere.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Kashmir, le rocker silenziate da una fatwa

La Stampa
Carla Reschia

Un caso Pussy Riot nell'unico stato a maggioranza musulmana dell'India: sono indecenti, minacciate e costrette a lasciare
Un caso Pussy Riot indiano. E’ rovente sui social network la polemica per la vicenda della rock band femminile Pragaash, “silenziata” dalla fatwa del gran mufti kashmiro Bashiruddin Ahmad e boicottata dall’associazione femminile fondamentalista, Dukhataarn-e-Millat.

Cattura
Nel Jammu&Kshmir, l’unico stato a maggioranza musulmana dell’India, lacerato da spinte autonomiste e islamiste e teatro dell’eterna guerra con il Pakistan, le tre giovanissime studentesse che compongono la band, la chitarrista Aneeqa Khalid, la cantante Noma Nazir e la batterista Farah Deeba, a dicembre avevano osato l’impossibile, presentandosi sul palco di una rassegna musicale di Srinagar, una classica Battle of bands.

Look ipercastigato – la chitarrista indossa tanto di chador - e un nome, Pragaash, che significa luce del mattino ed è tutt’altro che trasgressivo, ma non è bastato. Insieme alla gara le tre rocker hanno “vinto” l’attenzione tutt’altro che benevola dell’ala più tradizionale della società kashmira. Con il contorno del caso: accuse d’indecenza, minacce di morte e di stupro, molestie alle famiglie delle svergognate.

Loro hanno cercato di resistere. Si sono trasferite nella più cosmopolita New Delhi, hanno fatto affidamento sull’appoggio del primo ministro kashmiro Omar Abdullah, che per loro aveva speso un messaggio via Twitter invitandole a non lasciarsi intimidire. Il Kashmir, dopotutto, ha una lunga e onorata tradizione di canto femminile e cantante assai nota è persino la moglie di un ministro, Shamina Azad. Ma il rock, si sa, è opera del diavolo.

E alla fine è dovuto intervenire il mufti a ricordare che le donne non devono cantare e suonare in pubblico, che in genere la musica è la rovina del mondo, e tanto più quella “contraria all’Islam”. Concludendo con un invito a una punizione esemplare ai genitori delle ragazze.

Le teenager, e le loro famiglie, hanno gettato la spugna. “ditelo a tutti, la band è sciolta” ha dichiarato il lor manager alla Bbc. Incideranno un cd, forse. Ma in clandestinità, perché il governo ha promesso protezione alle musiciste ma ha chinato il capo di fronte all’autorità del mufti. 

Ora l’assegno si incassa via smartphone

La Stampa

Negli Usa il servizio funziona già. In pochi minuti si può accreditare l’importo senza muoversi da casa o dall'ufficio, in piena sicurezza

maurizio molinari
CORRISPONDENTE DA NEW YORK


Cattura
Fra i servizi più popolari offerti dalle maggiori banche americane c’è il deposito veloce digitale ovvero la possibilità di adoperare uno smartphone per trasferire l’ammontare di un assegno sul proprio conto. Chase lo chiama “Mobile Quick Deposit” mentre Bank of American e Citibank preferiscono la dicitura “Mobile Check Deposit” ma in realtà si tratta dello stesso servizio a cui si accede nella seguente maniera. 

Anzitutto ci si collega online con la banca, accedendo al proprio conto e quindi si esegue l’operazione “Photograph your check” fotografando l’assegno, su entrambi i lati, con la microtelecamera annessa al cellulare. Entrambe le foto vengono così inviate per email alla banca dove sono esaminate elettronicamente, il codice dell’assegno viene letto e la cifra accreditata, mandando infine per conferma un’email al correntista.

L’intera operazione dura in genere pochi minuti, offrendo la possibilità di depositare assegni in carta senza alzarsi dalla sedia di casa o dell’ufficio, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Resta l’interrogativo di cosa fare con l’assegno - che deve essere comunque firmato sul retro per poter concludere l’operazione - ma al riguardo le banche non danno consigli particolari: c’è chi li archivia in casa per sicurezza e chi semplicemente li straccia, essendo oramai inutili. Il “Mobile Check Deposit” è per tutti gratis, accelerando l’integrazione fra servizi bancari e realtà digitale.

Altro che game over Il flipper sta tornando

La Stampa

La generazione digitale riscopre un gioco che rischiava l’estinzione

filippo femia
torino


Cattura
Vortici di circuiti metallici, molle rumorose e carambole psichedeliche. (Ri)abituatevi a tutto questo: rinasce il mito del flipper. Dopo aver rischiato l’estinzione, sta vivendo una nuova età dell’oro. Il «revival» è iniziato negli Usa e ha subito contagiato l’Italia. È un balzo indietro negli Anni 80, quando il «biliardino» era un cult: intere serate a sfidare gli amici per firmare il record e diventare il re della sala giochi.

Inventato oltre 80 anni fa in versione meccanica, il flipper era quasi scomparso dai radar del mercato d’intrattenimento. Negli Anni 90 non aveva retto alla concorrenza di videogiochi e console. Ma di recente è stato rivitalizzato dalle nuove piattaforme digitali: smartphone e tablet su tutte. «C’è un’intera generazione di teenager che gioca sui cellulari, ma non ha mai visto un flipper dal vivo», spiega Alessio Crisantemi, presidente della Federazione italiana flipper.

Sono loro il nuovo target delle ditte produttrici, che si sono moltiplicate negli ultimi anni. «Ci sono centinaia di giovani allenati, stufi delle emozioni virtuali che vogliono mettersi alla prova con flipper reali. Colpire il cassone per salvare una palla e l’adrenalina di fronte a un “multiball” sono emozioni che i videogiochi non possono riprodurre». Nell’ultimo decennio era sopravvissuta solo la Stern Pinball Ltd di Chicago, unica fabbrica che non ha mai interrotto la produzione.

Ma di recente si sono affacciati sul mercato nuovi produttori, pronti a sfruttare la seconda vita del flipper. Secondo l’Internation Flipper Pinball Association, le vendite sono aumentate del 30% in 12 mesi. Attualmente vengono lanciati tre o quattro nuovi modelli l’anno. L’ultimo, ispirato al fumetto Marvel «The Avengers», arriverà in Italia nei prossimi giorni. Proprio lo Stivale è il mercato europeo più sviluppato, con mille esemplari venduti ogni anno. E italiano è il campione del mondo: Daniele Acciari.

Ventotto anni e una laurea in Economia, in garage ha sette flipper, trofei di altrettanti tornei vinti in giro per il mondo: «Ho iniziato a sette anni e ho provato tutti i modelli, allenandomi cinque ore al giorno. Gioco anche online, per conoscere i flipper fuori commercio. Ma l’emozione di una partita dal vivo è unica», racconta. Gli ingredienti di base sono rimasti gli stessi: due palette in prossimità della buca, una biglia d’acciaio, alcuni «bunker» e un piano di gioco inclinato.

E, ovviamente, la musica. Un elemento fondamentale, che ha contribuito al successo dei flipper: sono centinaia i modelli dedicati alle band o rockstar più famose. Ma le macchine di nuova generazione sono gioielli hi-tech. Schermi Lcd e impianti dolby surround arricchiscono l’esperienza di gioco. In alcuni compaiono codici Qr che, se scannerizzati con uno smartphone, svelano i segreti per ottenere più bonus. Gli ultimi flipper cancellano anche la manutenzione.

I «dinosauri» Anni 80 richiedevano periodiche revisioni, mentre i nuovi meccanismi sono più longevi. Alcuni produttori, poi, hanno inaugurato un software «open»: qualsiasi programmatore potrà mettere mano al codice di gioco e correggerlo dai «bug». Immancabile, nel 2013, lo sbarco nel «social»: i nuovi flipper saranno collegati alla Rete e i giocatori potranno sfidarsi online. Sui social network, poi, potranno condividere e aggiornare i propri record. Anche le monete, ultimo retaggio del passato, scompaiono. Si potranno acquistare gettoni virtuali e giocare con un account online. Fino al fatidico game over.

Colosseo, il Tar sblocca il restauro A maggio i primi interventi

Il Messaggero
di Laura Larcan


Cattura
ROMA - Era attesa solo per domani e invece la decisione del Tar ha bruciato, nel bene, tutte le aspettative. Ieri il Tribunale amministrativo regionale del Lazio ha stabilito che è la società Gherardi ad aver vinto la gara d’appalto per la prima tranche di lavori di restauro del Colosseo griffati Della Valle. Dopo due anni di ritardi, il restyling dell’Anfiteatro Flavio è pronto a partire. Tempi previsti: tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, per concludere, almeno il primo restauro, entro tre anni. E in Soprintendenza ai beni archeologici di Roma fanno davvero ”i salti di gioia”.

SODDISFAZIONE La notizia rende tutti contenti al Ministero per i beni culturali: «Non vedo l’ora di dare il via alla fase operativa del cantiere - commenta la direttrice del Colosseo Rossella Rea - Seguire i lavori di restauro dell’Anfiteatro Flavio è un’avventura meravigliosa. C’è una gran voglia di iniziare perchè da un punto di vista archeologico, sono sicura che verranno fuori altri elementi di ricostruzione della storia del monumento».

VIA AI LAVORI
Un sospiro di sollievo lo lancia la Soprintendente archeologa Mariarosaria Barbera: «Finalmente vedo ripartire il conto alla rovescia per l'inizio dei lavori di restauro del Colosseo. La decisione del Tar Lazio ha il pregio di fare chiarezza, elemento indispensabile per assicurare un futuro al monumento più rappresentativo della civiltà romana e del nostro paese». «A questo punto -continua Barbera- le procedure proseguiranno con la firma del contratto e la redazione del progetto esecutivo da parte della società incaricata.

La Soprintendenza si avvarrà di ogni previsione di legge atta a ridurre i tempi per le operazioni propedeutiche all'apertura del cantiere. In ogni caso entro i tre mesi previsti per tali fasi, i ponteggi saranno montati sulle prime cinque arcate oggetto della pulitura e del successivo restauro conservativo”. Da domani, dunque, via al primo mese per arrivare alla firma dei protocolli e poco meno di due mesi per elaborare il progetto esecutivo.

I TRE PROGETTI
Da maggio via al restauro. Seguiranno, da cronoprogramma, novecentosessantacinque giorni per il restauro del prospetto settentrionale e di quello meridionale del monumento, insieme alla realizzazione delle nuove cancellate che chiudono i fornici del primo ordine. Un primo dei tre appalti dei lavori, di circa 8 milioni di euro (al ribasso, 6). «È andata come doveva andare, siamo molto soddisfatti», commenta Andrea Gherardi, socio di maggioranza della Gherardi ing. Giancarlò, dopo la vittoria del ricorso al Tar contro l'esclusione dal restauro del Colosseo.

«Ora - continua dipende tutto dal ministero, se si svegliano noi facciamo il progetto esecutivo in tempo due mesi». E’ imminente il bando di gara per l’avvio del secondo appalto per il centro servizi nella piazza del monumento sul terrapieno sul lato di via Celio Vibenna,per un importo da 4,6 milioni di euro. In corso l’elaborazione del progetto da appaltare per il terzo restauro sugli ambienti interni del Colosseo, dagli ipogei agli ambulacri dei vari livelli.


Mercoledì 06 Febbraio 2013 - 10:50
Ultimo aggiornamento: 10:52

Fiera del rubato da Porta Portese a S. Paolo: assalto ai banchi

Il Messaggero
di Elena Panarella


ROMA - L’idea di poter comprare merce a basso costo stuzzica tanto, talmente tanto che il mercato illegale di Valco San Paolo, zona Marconi, due volte alla settimana, il sabato e la domenica, è come assalitodalle cavallette, gente che arriva da ogni parte della città. C’è un solo particolare: la merce. Tutta rigorosamente rubata. Fatta sparire dagli scaffali dei supermercati, dai centri commerciali o dagli appartamenti saccheggiati, rivenduta poi come se nulla fosse al mercatino di via della Vasca Navale per pochi euro. Una vera e propria fiera del rubato a cielo aperto. Vi si può trovare davvero di tutto, dai televisori di ultima generazione ai telefoni cellulari, fino a generi alimentari e superalcolici. E naturalmente i prezzi sono a dir poco stracciati.

CatturaI RESIDENTI
«Certo quando scopri che si tratta di articoli rubati stuzzica un po’ meno, per risparmiare però si fa anche questo», confessa un assiduo cliente. I residenti: «Siamo stanchi. Questa storia va avanti da troppo tempo. E nessuno interviene. Dobbiamo convivere con degrado, insicurezza e strade bloccate». «Hanno ripulito Porta Portese da abusivi e delinquenti - si sfoga Martina - e si sono spostati tutti qui.

Non si può fare un giro in bicicletta, non si può arrivare ai circoli sportivi, non si può andare a fare una corsa, non si può portare a passeggio i bambini. Un’area completamente blindata da loro. Altro che terra di nessuno, lo spazio se lo sono preso e le regole sono un optional». E c’è chi aggiunge: «Ogni settimana le montagne di rifiuti aumentano a dismisura, tra un po’ saremo completamente sommersi, perché con la scusa che è un mercato abusivo nessuno pulisce».

MERCE SOSPETTA
Un tappeto di merce piazzata in bella mostra su grossi teli bianchi. Quella più preziosa stipata nel portabagagli di macchine e furgoni. La tipologia: svariata. Dai tortellini al computer, dal televisore al plasma (ultimo modello) a pezzi di parmigiano, da pacchi di caramelle a pneumatici (per macchine di grossa cilindrata). Insomma di tutto e di più. Prosciutti interi, scatolette di tonno, fagioli, pomodori, macchine da scrivere, videotelefonini, telecamere, borse, scarpe e vestiti di marca.
Ma anche rifiuti, oggetti recuperati dai cassonetti (frugati e svuotati a terra nelle vie del quartiere).

«E se non trovi quello che ti serve, puoi ordinarlo. Nel giro di qualche giorno il desiderio verrà esaudito», ironizza Giuseppe Fratta, 60 anni, residente a due passi dal mercato. Ma l’affare dov’è? Ecco alcuni prezzi: un impianto home theatre con sei casse a 20 euro. Poco importa se sul retro della casse ci sono ancora pezzi di intonaco del muro da cui sono state staccate. Un notebook di una buona marca parte da 120 euro, l’iPhone 4 a soli 300 euro. Trattabili. I navigatori satellitari si possono trovare a 20-30 euro.


I CONTROLLI
In una relazione dettagliata la Polizia municipale spiega: «Si tratta di un mercato totalmente abusivo cui partecipano soggetti del tutto privi di qualsiasi titolo autorizzativo e senza alcuna concessione per l’occupazione di suolo pubblico». E ancora: «Sono presenti circa 150-180 postazioni di vendita, prive di installazioni e molte collocate sul marciapiede o sede stradale per un totale di 500 persone addette alla vendita. Ci sono giorni in cui i numeri crescono notevolmente». Tante le richieste d’aiuto da parte del presidente dell’XI Municipio, Catarci, e tanti i tentativi da parte dei vigili per poter smantellare questa realtà. Gli agenti scrivono: «Visti i numeri serve un intervento composto da almeno 40-50 unità per un periodo continuativo di alcuni mesi».


Martedì 05 Febbraio 2013 - 11:25

Nozze gay, l'Europa prova a cambiare

Il Messaggero
di Francesca Pierantozzi

Londra decide se passare dalle unioni civili ai matrimoni omosessuali, Parigi ipotizza anche le adozioni


PARIGI - Nel nome del padre. O dei padri? O magari delle madri? Dopo sei giorni di dibattito all'Assemblée Nationale, una seduta fiume senza interruzione di oltre 70 ore per il voto dell'articolo che legalizza il matrimonio omosessuale in Francia, è ora il nome, o meglio il cognome, da trasmettere ai figli al centro delle discussioni dei deputati. Ieri la maggioranza socialista ha deciso di tagliare corto alle mille obiezioni della destra e di accorciare i tempi di intervento per passare alla discussione del tema che promette il maggiore scontro: l'adozione per le coppie gay.

CatturaStesse spaccature e stessi dibattiti anche sull'altra sponda della Manica: proprio oggi i deputati britannici voteranno infatti il progetto di legge che autorizza le nozze gay e che annuncia forti spaccature all'interno del partito conservatore. Promessa elettorale del premier David Cameron, che si è detto personalmente a favore, le nozze gay dovrebbero diventare legali in Gran Bretagna grazie al sostegno trasversale dei liberal-democratici e dei laburisti, che hanno i numeri per assicurare una maggioranza anche alla Camera dei Lord.

Il dibattito non ha però suscitato nella società inglese la stessa emozione e le stesse dimostrazioni della legge in discussione a Parigi. Dal punto di vista dei figli, infatti, le nozze gay britanniche non cambieranno molto, visto che le coppie omosessuali, che possono contrarre un'unione civile dal 2005, hanno già il diritto di adottare. Proprio sui diritti dei figli si è invece incagliato il dibattito in Francia.

Ieri l'atmosfera all'Assemblée si è di nuovo surriscaldata quando i deputati hanno cominciato ad affrontare l'articolo due della legge del «matrimonio per tutti» che riguarda la trasmissione del cognome ai figli di coppie omosessuali. Il riconoscimento delle nuove famiglie porta infatti ad una modifica delle norme sulla trasmissione del nome. Oggi in Francia è automaticamente il cognome del padre che viene attribuito al figlio, anche di fronte a un disaccordo di genitori. Per trasmettere al figlio i cognomi di entrambi i genitori, bisogna farne espressa richiesta alle autorità.

DUE PAPÀ O DUE MAMME
Con la nuova legge, invece, i figli, di coppie gay o eterosessuali, riceveranno automaticamente i cognomi dei genitori, mamma e papà, due papà o due mamme, in rigoroso ordine alfabetico. A meno di una dichiarazione congiunta dei genitori che stabilisca la scelta di un solo cognome. Per la destra si tratta di «una rivoluzione» che non è stata spiegata ai francesi, della «cancellazione dell'identità paterna». Se i socialisti sono riusciti a passar oltre, accorciando il tempo del dibattito, la discussione promette di essere durissima sull'adozione, con il fuoco di sbarramento di 3200 emendamenti messo in campo dalla destra.

ALTRI PAESI
Il dibattito sulle nozze gay continua a fare discutere anche nel resto d'Europa. Pochi giorni fa la Camera bassa polacca ha respinto tre progetti di legge che prevedevano un'unione civile per le coppie omosessuali sul modello di quella tedesca. In Germania il Bundestag ha votato nel novembre 2000 (primo paese in Europa) i «partenariati registrati» per le coppie dello stesso sesso,e questo è il modello al quale dichiara di volersi ispirare il centrosinistra italiano. In dodici anni, la giurisprudenza tedesca ha aumentato i diritti di queste unioni civili, che non sono però ancora equiparabili al matrimonio. I Verdi hanno già preparato un progetto di legge per legalizzare le nozze gay anche in Germania.


Martedì 05 Febbraio 2013 - 10:29
Ultimo aggiornamento: 10:37

Banda della Magliana, il boss Abbruciati diffamato: accolto ricorso della famiglia

Il Messaggero

Contestata la prescrizione del reato in relazione al libro Ragazzi di malavita


Cattura
ROMA - Accolto, dalla Cassazione, il ricorso con il quale la vedova e la figlia di uno degli elementi di spicco della banda della Magliana, il testaccino Danilo Abbruciati, hanno contestato la prescrizione del reato di diffamazione in relazione a un libro più volte ristampato sulla storia del sanguinario clan della mala romana, sostenendo che il decorso del termine di estinzione del reato non deve essere calcolato a partire dalla prima edizione ma da quello dell'ultima ristampa.

Madre e figlia - Germana e Danila, costituitesi parte civile quali eredi del criminale rimasto ucciso a Milano il 27 aprile del 1982 durante l'attentato al vicepresidente del banco Ambrosiano Roberto Rosone - avevano presentato denuncia perché nel libro Ragazzi di malavita, di Giovanni Bianconi, venivano attribuiti ad Abbruciati alcuni crimini per i quali era stato assolto o non condannato. In particolare, si contestava la responsabilità per l'omicidio di Massimo Barbieri e per alcuni sequestri di persona, vicende per le quali il libro riportava testimonianze e fonti antecedenti alle pronunce giudiziali e senza dare conto degli esiti dei processi.

Il gup del Tribunale di Padova, il 28 febbraio 2012, aveva dichiarato la prescrizione del reato in quanto, nonostante la querela fosse stata presentata alla Procura di Roma il 4 agosto del 2009, la prima edizione risaliva al 1995 e nessuna rilevanza aveva il fatto che nel 1997, nel 2004, nel 2005 e nel 2006 fossero uscite ulteriori ristampe.

Invece, ad avviso della Cassazione (sentenza 5781) «il ragionamento del gup non appare affatto condivisibile». «Non par dubbio, infatti, - prosegue l'alta Corte - che in ipotesi di successive edizioni di un libro, recanti riferimenti diffamatori, ciascuna di esse assuma carattere di autonoma fattispecie di reato, siccome dotata di propria, se non di rinnovata valenza lesiva, essendo per sua natura diretta ad una platea sempre nuova di lettori, ovviamente diversa da quella che aveva avuto modo di leggere la prima pubblicazione».

Per la Suprema Corte, dunque, le successive edizioni integrano »distinte fattispecie di reato« suscettibili »in astratto di essere affasciate con il vincolo della continuazione« e »mantengono la loro autonomia ai fini del computo della prescrizione secondo il nuovo regime, di talché, se talune di esse sono oramai estinte per decorso del termine prescrizionale, altre non sono certamente tali».
Adesso il fascicolo torna al Tribunale di Padova per nuovo esame. La Procura della Suprema Corte, rappresentata da Edoardo Scardaccione, aveva invece chiesto il rigetto del ricorso delle signore Abbruciati.


Martedì 05 Febbraio 2013 - 18:33
Ultimo aggiornamento: 19:54

Tacito choc, scritte omofobe contro un 15enne: «Dimettiti gay»

Il Messaggero
di Lorenzo De Cicco

Parla il giovane: «Sono gay, questi non mi fanno paura»


Cattura
ROMA - Si chiama Giovanni, il nome è di fantasia, ha quindici anni ed è gay. E proprio per questo, per la sua sessualità mai nascosta e rinnegata, a qualcuno la sua elezione a rappresentante d’istituto ha dato fastidio.Al punto da pensare di poterla sfregiare con una scritta davanti all’entrata della scuola, in modo che tutti la vedessero al suono della campanella di inizio settimana. E ieri mattina, sul porTone del liceo classico Cornelio Tacito, quartiere Trionfale, qualcuno ha scritto «Frocio dimettiti» con una bomboletta spray nera. Accanto, una croce celtica, per far capire che l’insulto lo avevano scritto loro, «i fasci». Il messaggio è chiaro: «Dimettiti, perché sei gay». Perché a loro non andava giù che un ragazzo dichiaratamente omosessuale potesse essere il rappresentante d’istituto, per giunta dopo essere stato il più votato alle elezioni di novembre.

IL RACCONTO Gay e recordman di preferenze. «A loro sarà sembrata una cosa impossibile da mandare giù, racconta il ragazzo, che prima di parlare della sua storia ci tiene a fare una precisazione: «Non fatemi passare per una vittima, perché io sono un ragazzo forte. Sono uno tosto che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Evidentemente chi ha fatto questa scritta non ha avuto il coraggio di insultarmi di persona e ha preferito sfogarsi vigliaccamente sui muri della scuola, pensando che nessuno potesse vederlo».

LE IPOTESI
La scritta potrebbe essere di un gruppo fascista, data la celtica, ma Pietro non ha idea di chi possa essere stato. «Forse qualcuno della scuola, anche se in realtà non ho mai avuto litigi con nessuno qui. A volte ho avuto dei confronti ma sempre su questioni politiche, mai personali». Sulle ragioni di questa scritta invece ha le idee chiare. «Sono solo degli stupidi che pensano che in un liceo non possa esserci un rappresentante gay. Io poi non ho mai avuto problemi a parlare della mia omosessualità e se devo essere onesto questo gesto non mi ha fatto né soffrire né intimorire.

All’inizio avevo deciso di fregarmene, poi però ho capito che era importante parlarne, per fare capire ad altri ragazzi, magari vittime di bullismo, che non bisogna avere paura. Perché ci sono miei coetanei che per gli insulti di qualche deficiente ci hanno rimesso la vita». Come il «ragazzo con i pantaloni rosa», il quindicenne che a dicembre si è impiccato forse per le prese in giro dei compagni di scuola. «È una storia che mi ha rattristato molto – racconta Giovanni - È pensando a lui che ho deciso che non fosse giusto chiudere un occhio.

È il primo pensiero che mi è venuto quando ho visto questa scritta. Poi ho pensato ad un altro ragazzo di Ischia che si era candidato rappresentante d’istituto e sulle mura del suo liceo ha trovato scritto: non votate il frocio». Le telecamere esterne dell’istituto, che riprendono proprio l’entrata e il marciapiede antistante, potrebbero aiutare ad individuare i responsabili.

Ma senza una denuncia formale la scuola non ha possibilità di visionare le registrazioni, visto che il personale della segreteria può vedere solo le immagini dal vivo. E la famiglia del ragazzo non ha ancora deciso se sporgere denuncia. «Non voglio dare troppa importanza a un gesto così vigliacco. Mi basta la denuncia pubblica, forse non è necessaria anche quella legale. In ogni caso ne parlerò con i miei genitori che sono ancora scioccati. Hanno paura che qualcuno mi faccia del male». Lui, invece, non ha paura. «Il silenzio non è mai la soluzione».


Martedì 05 Febbraio 2013 - 09:20

Nel Cusio bruciano le chiese, caccia al piromane che terrorizza i fedeli

La Stampa

In due giorni quattro incendi dolosi e sei atti vandalici, i carabinieri cercano una donna

vincenzo amato


Cattura
In tutto il Cusio è caccia al piromane delle chiese. In poco più di ventiquattro ore, da mezzogiorno di domenica a ieri pomeriggio, quattro gli incendi in altrettanti luoghi sacri della sponda occidentale del lago d’Orta. L’episodio più grave ieri, attorno alle 14, nella parrocchiale dei santi Caterina e Audenzio a Pettenasco dove, per puro miracolo, non è andata a fuoco tutto l’edificio. Il piromane, ma probabilmente si tratta di una donna, in precedenza aveva già preso di mira le chiese di Armeno, Ameno e Carcegna di Miasino.

Qui i danni sono stati limitati: a bruciare solo i tendaggi posti all’ingresso. A Vacciago, frazione di Ameno, è invece stato preso a martellate il portone del santuario della Madonna della Bocciola. Che si tratti di incendi volontari non c’è dubbio: oltre a dare fuoco, la piromane ha anche danneggiato con un punteruolo i portoni con scritte ingiuriose contro la Chiesa.

L’episodio più grave appunto a Pettenasco, dove solo la prontezza di riflessi di Luigi Locatelli, che si trovava in chiesa per smontare il presepe, e l’intervento dei carabinieri della stazione di Orta, che si sono improvvisati vigili del fuoco, ha permesso di spegnere le fiamme e limitare i danni, che sono comunque ingenti e ammontano a diverse migliaia di euro. Il fuoco ha anche danneggiato la bussola di ingresso. Le fiamme hanno rovinato la parte superiore in legno dell’entrata, quella che sostiene la cantoria e un prezioso organo.


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Bruciano le chiese nel Cusio

La Lollo sposata a sua insaputa e la lezione di Gloria Swanson

Corriere della sera


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Humphrey Bogart sosteneva che, al cospetto di Gina Lollobrigida, Marilyn Monroe sembrava Shirley Temple. Era il1954, Gina aveva 27 anni ed era già “la Lollo”, aveva girato Pane amore e gelosia, Pane amore e fantasia, Fanfan la Tulipe, La Provinciale.

Negli anni, ha avuto seimila copertine in giro per il mondo e però Marilyn Monroe diceva che le copertine sono una cosa bellissima, ma non ti ci puoi rannicchiare la notte quando hai freddo nel letto.
E allora può solo ispirare tenerezza che ora Gina si dica raggirata dal suo ex compagno Javier Rigau y Rafols, e quindi “sposata a sua insaputa“ a un belloccio spagnolo di 51 anni: 34 meno di lei, che ne ha 85. Tra il 2006 e il 2007 si erano tanto amati, dovevano sposarsi, poi le nozze saltarono, dice lei; anzi no, si celebrarono per procura, dice lui. E ora il ragazzo incassa la testimonianza a suo favore della pensionata connazionale Maria Pilar Guimera Gabilondo. La donna sostiene di essere stata incaricata dalla Lollo di rappresentarla legalmente al matrimonio celebrato nel 2010

Cattura
Stando a questo colpo di scena, è probabile che Gina abbia torto. Ma di fronte a un’attrice che ha fatto la storia del nostro cinema e che è rimasta fedele a un mondo che non c’è più, così anacronistica e così eterna ne suoi abiti alla Wanda Osiris disegnati con le sue mani, si può solo essere sentimentali e fare il tifo per lei. Penso a Gloria Swanson nel Viale del Tramonto, a quando ha ucciso il suo giovante amante nella villa in cui vive reclusa da anni, disgustata dal cinema in techinocolor, avulsa dalla realtà, e arriva la polizia per arrestarla e allora il maggiordomo le dice che sono gli operatori del cinegiornale per riprendere il suo grande ritorno al cinema, firmato dal suo regista storico Cecil B. DeMille.
Allora, Gloria Swanson scende maestosamente le scale e, circondata dai reporter, si sente la diva acclamata di un tempo e guardando in camera pronuncia la famosa battuta: «Mister DeMille, sono pronta per il primo piano». La Lollo che va all’altare a sua insaputa è come la Swanson che scende quelle scale.
Perché le copertine saranno una cosa bellissima e pure i fasti di un tempo e però non ti ci puoi rannicchiare la notte quando hai freddo nel letto. Gina forse sarà stata raggirata o forse sa di aver commesso un errore e non vuole ammetterlo, ma uno può solo augurarle che la giustizia sani in tempo tutte quelle che sono state eventualmente le sue debolezze.

(Nella foto Olycom, Gina Lollobrigida)