lunedì 11 febbraio 2013

Corte dei Conti: in Italia nel 2012 truffe e sprechi per 300 milioni

Il Messaggero


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ROMA - Dal ponte di Venezia 'scivoloso' al maestro marchigiano che mette in tasca alimenti destinati agli alunni, passando per casi di malasanità, corruzione, frode. È l'Italia degli sprechi e delle frodi fotografata in un dossier messo a punto dalla procura generale della Corte dei Conti che ha messo insieme le iniziative più rilevanti dei procuratori regionali. Casi che nel 2012 hanno comportato un pregiudizio economico che «in base ad un calcolo necessariamente provvisorio si valuta in oltre 293,632 milioni di euro».



Dalle mazzette alle consulenze pazze.
La Corte dei Conti ha scandagliato l'attività condotta lo scorso anno da tutte le procure regionali e ha messo insieme «le fattispecie di particolare interesse, anche sociale, rilevanti per il singolo contenuto e per il pregiudizio economico spesso ingente». Dal parcheggio messo sotto sequestro a Genova perché insisteva in un sito sottoposto a vincolo storico-paessaggistico al giro di mazzette nelle camere mortuarie dei nosocomi di Milano, dalle consulenze «inutili» (così le definisce la stessa magistratura contabile) della provincia di Napoli o della «erronea» utilizzazione del tariffario da parte delle Asl calabresi per le prestazioni specialistiche e di laboratorio, la casistica delle truffe e dei danni allo Stato è ampia. Nei faldoni finiti nel mirino dei magistrati contabili anche consulenze non lecite, «imprudenza nella stipulazione di contratti di finanza derivata», omessa riscossione delle imposte.

Ecco i casi più eclatanti

A VENEZIA PONTE CON 'RUZZOLONI', DANNO 3,5 MLN. È il Ponte della Costituzione, dell'archistar spagnolo Santiago Calatrava, per il quale la Corte dei Conti ha riscontrato «comportamenti colpevoli del progettista e del direttore dei lavori». Tanti scivoloni per i turisti e un danno all'erario di 3,467 milioni di euro.

A ADDETTI COMUNE FIRENZE PREMI A PIOGGIA. Il danno per gli errori nella gestione del personale ammonta a 50 milioni.

IN ABRUZZO LAVORI SISMA E MULTE STRACCIATE. Le vertenze in corso di istruttoria riguardano soprattutto i contributi per i lavori a seguito del terremoto del 2009 ma ci sono anche casi di «mancata riscossione di contravvenzioni al codice della strada da parte di diversi Comuni» grazie ad «amicizie» tra multati e funzionari pubblici.

LITORALE CAMPANO, 'AFFAIRE' RIFIUTI. Una citazione per un danno di circa 43 milioni di euro ha riguardato la gestione del contratto per la bonifica e lo stoccaggio dei rifiuti nel litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano.

IN EMILIA PALAZZI ACQUISTATI E INUTILIZZATI. Il caso è dell'ufficio Inail distaccato di Casalecchio di Reno. Il danno per sovra-prezzo e sovra-dimensionamento è di 3,3 milioni.

MUSEO TRIESTE, COSTA 600.000 EURO, MAI REALIZZATO. Il contributo era stato versato dalla Regione Friuli Venezia Giulia «ad una nota Fondazione di fotografie antiche», fa sapere la Corte.

SCUOLA DIAZ, INDAGA PROCURA LAZIO. Il G8 si svolse a Genova ma è nelle mani della Corte dei Conti del Lazio il procedimento per accertare «l'ipotesi di possibile danno erariale e all'immagine subita dall'Amministrazione per gli Interni».

MOLISE, SALTA COLLEGAMENTO TERMOLI-CROAZIA. Società mista irregolare, tutto da rifare e il danno è di 6 mln.

OMBRE SU GRINZANE CAVOUR. L'associazione che gestisce il prestigioso premio avrebbe sottratto illecitamente fondi della Regione Piemonte.

SARDEGNA, ENTE COMPRA BARCHE MA NON HA CONDUCENTI. Prima sono state comprate le imbarcazioni, poi sono rimaste ormeggiate «essendo carente il personale per la conduzione dei mezzi».

FAVORISCE IMPRESA EDILE E CHIEDE LAVORI PER CASA SUA. È il caso di un tecnico comunale di un Comune della Sardegna che affidava lavori a un'impresa in cambio di opere per la propria abitazione.

SICILIA, REGIONE SOTTO LA LENTE. Per presunti illeciti nella nomina di consulenti, per danni legati a dismissioni del patrimonio immobiliare, per l'assunzione di soggetti sprovvisti dei prescritti titoli professionali.


Domenica 10 Febbraio 2013 - 18:44
Ultimo aggiornamento: 19:26

Quando il Papa lascia l’incarico Non succedeva da 600 anni

La Stampa

Padre Lombardi: «Al momento dell’annuncio i cardinali non sapevano cosa stava accadendo»

giacomo galeazzi
CITTÀ DEL VATICANO


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Il primo ad abdicare dopo seicento anni. “Il Papa ci ha preso un po’ di sorpresa”, afferma il portavoce vaticano, Federico Lombardi, in merito all’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI. I cardinali hanno ascoltato il Papa “con il fiato sospeso, credo che la massima parte dei presenti non avesse informazione precedente di quello che il Papa stava per annunciare”. Quella del Papa di lasciare il pontificato è stata una «decisione personale, profonda, presa in clima di preghiera». Il «motivo fondamentale è l’esame di coscienza sulle sue forze in rapporto al ministero da svolgere».Benedetto XVI rinuncia al soglio pontificio e lascerà il 28 febbraio.

Una decisione di portata storica che ha pochi precedenti in epoca recente. I casi storici di rinuncia, comunque, non mancano, soprattutto nei tempi più remoti del Papato: San Clemente, quarto pontefice romano, arrestato ed esiliato per ordine di Nerva nel primo secolo dopo cristo, abdico’ dal Sommo Pontificato indicando come suo successore Evaristo, affinché i fedeli non restassero senza pastore. Nella prima metà del III secolo, Ponziano lo imito’ poco prima di essere esiliato in Sardegna; al suo posto venne eletto Antero. 

Silverio, 58esimo vescovo di Roma, fu deposto da Belisario e in punto di morte (11 marzo 537) rinunciò in favore di Vigilio, fino ad allora considerato un usurpatore. Vi sono poi molti altri casi, più problematici, in cui si discute se vi sia stata rinuncia o addirittura rinuncia tacita, come nel caso di Martino (VII secolo). Altro caso più difficilmente inquadrabile è quello di Benedetto IX, che prima venne deposto in favore di Silvestro III, salvo poi riassumere la carica per poi rivenderla a Gregorio VI, il quale, accusato di simonia, fece atto di rinuncia dopo aver ammesso le sue colpe. Siamo nella prima metà dell’anno Mille.

Il più celebre caso di rinuncia all’ufficio di Romano Pontefice fu quello di Celestino V, detto anche «il Papa che fece per vitla’ lo gran rifiuto», che portò all’elezione di Bonifacio VIII nel 1294; poiché quest’ultimo fu un pontefice non affine a Dante Alighieri, egli nella sua Divina Commedia pone, probabilmente, Celestino V nell’Antinferno tra gli ignavi: non è però certo chi il Sommo Poeta volesse indicare nel seguente passo, potrebbe trattarsi infatti, secondo alcuni critici di Ponzio Pilato, Esau’ o Giano della Bella: con il cardinale Benedetto Caetani, e si fece confermare dal concistoro dei cardinali che un’abdicazione dal soglio pontificio era possibile, quindi, in data 10 dicembre 1294, emanò una costituzione sull’abdicazione del papa, confermò la validità delle disposizioni in materia di Conclave anche in caso di rinuncia, ed appena tre giorni dopo rese note le sue intenzioni ed abdico’. 

Nel 1415 un altro Papa, Gregorio XII, eletto all’epoca dello Scisma d’Occidente a Roma, dopo molti anni di lotte e di contese giuridiche, belliche e diplomatiche, fece atto di sottomissione ai decreti emessi dai padri conciliari, durante il Concilio di Costanza, che era stato convocato dall’antipapa Giovanni XXIII e presieduto dall’Imperatore Sigismondo per dirimere ogni questione. Uno di questi decreti intimava a tutti i contendenti di abdicare, nel caso che non si trovasse una soluzione e non si raggiungesse l’accordo fra i tre pretendenti al Soglio.

Davanti al rifiuto di Benedetto XIII (rappresentante dell’obbedienza avignonese) e alla fuga di Giovanni XXIII (poi ricondotto in Concilio e deposto), alla fine Gregorio XII acconsenti’ ad abdicare, dopo aver riconvocato con una sua bolla il medesimo Concilio. All’abdicazione però non seguì l’elezione di un nuovo Papa, che si verificò passati due anni e solo successivamente alla scomparsa di Gregorio XII, dopo la quale venne convocata un’assemblea mista di cardinali e di padri conciliari, che elesse Martino V nel 1417. 


Il gran rifiuto di Celestino V


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Ratzinger
Dall’elezione
alle dimissioni


audio
Le dimissioni
di Benedetto XVI
Ecco il messaggio


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Il Papa lascia,
la notizia sui
siti stranieri


video
Moretti profetico
Le dimissioni in Habemus Papam

Il Papa si dimette dal pontificato : «Sento il peso dell'incarico, lascio per il bene della Chiesa»

Corriere della sera

«Forze ed età avanzata non più adatte per il ministero» Il cardinal Sodano: «Un fulmine a ciel sereno»

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Il Papa lascia il pontificato dal 28 febbraio. Lo ha annunciato personalmente, in latino, durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto. Benedetto XVI ha spiegato di sentire il peso dell'incarico di pontefice, di aver a lungo meditato su questa decisione e di averla presa per il bene della Chiesa. Le «forze e l'età avanzata - ha spiegato - non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero». Joseph Ratzinger, nato il 16 aprile 1927, era stato eletto papa dal conclave il 19 aprile 2005, dopo la morte di Giovanni Paolo II.

LA SUCCESSIONE - La vacanza della Santa Sede «sarà  il più breve possibile» assicura un funzionario del Vaticano.

 Papa Benedetto XVI lascia il pontificato Papa Benedetto XVI lascia il pontificato Papa Benedetto XVI lascia il pontificato Papa Benedetto XVI lascia il pontificato Papa Benedetto XVI lascia il pontificato

REAZIONI - «Un fulmine a ciel sereno» commenta il decano del collegio cardinalizio, Angelo Sodano. Immediate le reazioni, dall'Italia e dal mondo. A partire dal premier Mario Monti: «Sono molto scosso da questa notizia inattesa» fino alla Germania: «Il governo tedesco reagisce con emozione e turbamento» fa sapere il portavoce dell'esecutivo.

 La notizia sui media di tutto il mondo La notizia sui media di tutto il mondo La notizia sui media di tutto il mondo La notizia sui media di tutto il mondo La notizia sui media di tutto il mondo

NEL MONDO - Il flash dell'Ansa delle 11.46, che ha annunciato le dimissioni del Papa, ha fatto in pochi minuti il giro del mondo. Prima l'agenzia Reuters, poi la Cnn e a seguire al Arabiya, France Presse, i britannici Telegraph e Bbc, poi Sky News l'hanno rilanciato prima ancora che arrivasse la conferma del Vaticano. Migliaia i tweet sul tema, dall'Europa all'Asia, passando per il Medio Oriente.

Quando si fermo leggendo: «Ho gli occhi stanchi»


Papa Benedetto XVI lascia il pontificato (11/02/2013)

Il Papa accarezza i leoncini (01/12/2012)

Svolta social nella Chiesa: Papa Ratzinger su Twitter (29/11/2012)

La dichiarazione del Papa -- L'annuncio delle dimissioni (in pdf)

La profezia di Nanni Moretti in «Habemus Papam»

Redazione Online11 febbraio 2013 | 12:31







Quella citazione di Pietro che anticipò la decisione
Corriere della sera
Benedetto XVI ai seminaristi, venerdì scorso: «Andando a Roma andò anche al martirio»
di  GIAN GUIDO VECCHI

Codice di diritto canonico, canone 332, paragrafo 2: «Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti».

Lo stesso Benedetto XVI, nel libro intervista «Luce del mondo», nel 2010, aveva prospettato l’ipotesi di dimissioni: «Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi». E aveva aggiunto: «A volte sono preoccupato e mi chiedo se riuscirò a reggere il tutto anche solo dal punto di vista fisico».

Allora, nel pieno della bufera sugli scandali pedofilia nel clero, che lo stesso Benedetto XVI ha voluto affrontare e combattere come nessuno prima di lui, non era il momento: «Proprio in un tempo come questo si deve tenere duro e sopportare. Ci si può dimettere in un momento di serenità, o quando semplicemente non ce la si fa più». Ecco, Joseph Ratzinger non ce la faceva più. Nella storia della Chiesa si contano pochissimi precedenti, nessuno in epoca moderna: Clemente I, papa Ponziano, Benedetto IX, Celestino V e Gregorio XII, l’ultimo, nel 1415.

E tornano alla mente le parole che il pontefice ha pronunciato a braccio nella sua ultima lectio, ai seminaristi di Roma, venerdì sera. Sul primato di Pietro e il martirio: «San Pietro sapeva che la sua fine sarebbe stato il martirio, sarebbe stata la croce. E così, sarà nella completa sequela di Cristo. Andando a Roma certamente è andato anche al martirio: in Babilonia lo aspettava il martirio». Benedetto XVI, in questi anni, lo ha vissuto sulla propria pelle. «Il primato ha questo contenuto della universalità, ma anche un contenuto martirologico. Dall’inizio, Roma è anche luogo del martirio». E ora la chiesa avrà un «Papa emerito», che continuerà «soffrendo e pregando». Perché «nel mondo di oggi» la barca della Chiesa ha bisogno di un timoniere nel pieno del vigore «sia nel corpo sia nell’animo».

11 febbraio 2013 | 12:57

Bambini soldato ancora impiegati nei conflitti di 19 paesi

Corriere della sera

di Riccardo Noury

Domani, 12 febbraio, è la Giornata internazionale contro l’uso dei bambini e delle bambine soldato.


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Sebbene  arruolare e impiegare persone di età inferiore a 15 anni sia un crimine di guerra e nonostante 150 paesi si siano impegnati a non farlo attraverso il Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti dell’infanzia, nei conflitti che insanguinano una ventina di paesi la scuola viene sostituita dall’addestramento militare, i fumetti dai manuali di guerra, le matite dai fucili. La vita dalla morte.

Negli ultimi anni, Amnesty International, che fa parte della Coalizione Child Soldiers International, ha documentato l’uso o ha ricevuto denunce sull’impiego di bambini e bambine soldato in numerosi altri paesi, tra cui Repubblica centrafricana, Ciad, Costa d’Avorio, Repubblica democratica del Congo (vedi foto), Myanmar, Sri Lanka, Somalia e Yemen.

In Mali, nelle ultime settimane  i ricercatori di Amnesty International hanno intervistato testimoni oculari e bambini soldato arruolati dai gruppi armati islamisti attualmente in conflitto con le forze armate locali e con quelle francesi nel nord del paese. A Diabaly, 400 chilometri a nord-est della capitale Bamako, numerose persone tra cui il vicesindaco, hanno visto bambini dai 10 ai 17 anni arruolati nei gruppi armati islamisti che avevano preso il controllo della zona.

“Portavano fucili. Uno di loro era così piccolo che a volte il fucile gli cadeva in terra” – ha dichiarato un testimone.

Più a sud, a Segoù, Amnesty International ha incontrato due bambini soldato, uno dei quali mostrava segni di disturbi mentali. I due sono stati liberati dalle truppe francesi e maliane e consegnati alle autorità locali.

Quello dei due che era in grado di parlare, 16 anni, ha raccontato ad Amnesty International la sua storia:
“Studiavo alla scuola coranica insieme ad altri 23 alunni. Due mesi fa il nipote del nostro maestro ci ha venduti agli islamisti. Ci hanno inserito in un gruppo di 14 ragazzi che portavano armi da fuoco. All’inizio, mi hanno detto di lavorare nelle cucine. Cucinavamo in una chiesa cristiana occupata. I ribelli ci picchiavano durante le lezioni di Corano perché volevano che pronunciassimo i nomi in arabo come loro”.
Il peggio doveva ancora arrivare:
“Poi è iniziato l’addestramento a sparare, ci dicevano di mirare al cuore o ai piedi. Prima di andare a combattere, dovevamo mangiare riso mescolato con una polvere bianca e una salsa con una polvere rossa. Ci facevano anche delle iniezioni. A me, ne hanno fatte tre. Dopo le iniezioni e dopo il riso con quella polvere, mi sentivo come il motore di un’automobile, potevo fare qualsiasi cosa per i miei maestri. Immaginavo i miei nemici come cani e tutto quello che desideravo era di sparargli addosso.”
Secondo il racconto del ragazzo, tra il 20 e il 21 gennaio, durante gli scontri per il controllo di Diabaly, sono morti quattro bambini soldato. Amnesty International ha raccolto prove sull’uso precedente dei bambini soldato da parte delle milizie filogovernative del Mali, ma non vi sono casi documentati sul loro impiego in prima linea.

A New York, a marzo, si svolgeranno i colloqui finali per l’adozione di un Trattato sul commercio di armi. Una delle norme contenute nell’attuale bozza prevede il divieto di trasferire armi a forze armate o gruppi di opposizione che impieghino bambini e bambine soldato. Potrebbe essere un primo passo per evitare di rubare l’infanzia a migliaia di altri ragazzi.

La guerra solitaria del pescatore Paolo

Corriere della sera

Sabrina Giannini

Con una decisione storica, il Parlamento Europeo ha adottato una posizione importante che ridurrà l'impatto devastante della pesca industriale. A un passo dal declino. Mentre i politici italiani mostrano totale disinteresse per le tematiche ambientali


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Il verde non è un colore di moda tra i politici e aspiranti tali del Belpaese. La nota sensibilità ambientalista della nostra classe politica ha azzerato ogni tentativo di seduzione di quell’elettorato che forse si annida in quel 15 per cento di indecisi, ancora in attesa che almeno un candidato premier evochi come importante il binomio ambiente e salute.

Relegato ai margini delle agende, la tutela dell’ambiente non rientra nella politica degli slogan che cerca le soluzioni alla crisi occupazionale sottovalutando da sempre il potenziale turistico delle nostre coste, considerate tra le più belle d’Europa ma anche le più aggredite dall’abusivismo e dagli scarichi industriali. E dalla pesca selvaggia. Se il mondo ci invidia la Toscana e la Maremma, noi la pubblicizziamo con la Concordia piegata sul fianco tra l’isola del Giglio e Orbetello (dopo che era transitata altre volte come fosse un catamarano biposto).

La magistratura accerterà se c’è stata anche un’omessa vigilanza della Guardia costiera, l’esercito a spese dei contribuenti a presidio del mare che dovrebbe anche controllare l’attività dei pescherecci.
Se gli italiani consumano il 70 per cento di pesce di provenienza straniera – spesso senza saperlo - è anche per colpa delle scelte politiche piegate alla potente lobbie dei pescatori industriali spesso agevolata e sovvenzionata a spese nostre e poco controllata, straordinariamente libera di eludere i controlli e superare i perimetri consentiti senza incorrere in sanzioni severe (per esempio il sequestro del peschereccio per l’intera stagione di pesca al primo gambero pescato oltre i limiti consentiti, come avviene negli Stati Uniti).

Siamo il paese che sta ancora pagando le multe comunitarie per avere chiuso un occhio mentre i pescatori calabresi, siciliani e campani utilizzavano (e continuano a farlo) le reti spadare bandite in tutto in mondo perché fanno strage di migliaia di cetacei che accidentalmente finiscono nelle reti per i pescespada (anch’essi troppo sfruttati e quindi in pericolo) mentre troppe capitanerie e altre istituzioni deputate al controllo stanno a guardare (come documentato dall’inchiesta di Report "Mare nostrum" trasmessa nel 2008).

Uno scempio sotto il mare di cui sono consapevoli soltanto alcuni consumatori sensibili che hanno deciso di “sovvenzionare” la pesca dei pescatori artigianali che utilizzano il tramaglio, il sistema meno impattante della rete da posta (dei gruppi di acquisto solidale avevamo già parlato a dicembre).
Relegati al ruolo di silenziosi comprimari, i pescatori artigianali rischiano l’estinzione insieme alle specie che finiscono nelle reti a strascico che pescano illegalmente a ridosso della costa, nelle zone di ripopolamento di molte specie ittiche trascinando la foresta di posidonia e spesso anche le stesse reti dei pescatori artigianali.

Soltanto un metodo si è mostrato realmente dissuasivo in tutto il mondo: i blocchi di cemento a protezione della costa che non consentono alle reti a strascico di violare i limiti. L’unico tratto italiano protetto dai dissuasori è tra Talamone e Porto Santo Stefano, nell’Argentario. A volerlo tenacemente fu Paolo Fanciulli, un pescatore che iniziò la lotta trent’anni fa e oggi vorrebbe portarla a termine, come spiega in questa videointervista. Intende estendere il tratto di mare da proteggere, ma le adesioni degli enti pubblici è più nelle parole che nei fatti.

Fanciulli ha trovato gli artisti che scolpiranno gratuitamente i blocchi di marmo provenienti da quella cava di Carrara che riforniva Michelangelo. Potrebbe essere un capolavoro, ma per ora si attende un contributo anche economico dalla politica toscana e, perché no?, da quella nazionale distratta forse da altri problemi, non ultimi quelli che hanno fatto finire nella rete della magistratura per presunte tangenti undici dirigenti del Ministero delle politiche agricole e l’alto funzionario di sempre Giuseppe Ambrosio, già capo di gabinetto dei ministri Galan e Zaia. È il ministero che dovrebbe proporre politiche rigorose e di controllo invece passa il tempo a distribuire fondi e sovvenzioni ai sindacati della pesca e ai loro iscritti.

I pesci grossi, ovviamente. Mentre Paolo Fanciulli viene controllato come se fosse il nemico da combattere. Fatica a vendere il suo pescato e per anni è stato salvato dai gruppi di acquisto solidale. È uno che rompe lo schema del pesce grande che mangia il piccolo. I politici fingono di non comprendere l’emergenza e che l’ecosistema del mare è preda degli squali. Meglio riempire le tasche dei grandi mercanti del pesce (anche di importazione) evitando di spezzare gli equilibri più visibili, quelli della bilancia. Il mare però non è così profondo come pensano i nostri Schettino.

Guarda l'inchiesta "Mare Nostrum" andata in onda a Report il 16 novembre 2008
 
COMUNICATO STAMPA DI OCEANA SUL VOTO DEL PARLAMENTO EUROPEO
Il voto del Parlamento definisce gli obiettivi per gli stock di pesce europei. Con una decisione storica, il Parlamento Europeo ha adottato una posizione ambiziosa per la riforma della Politica Comunitaria della Pesca. Dopo quasi venti mesi di dibattito, 502 eurodeputati hanno votato per una riforma che permetterà alle scorte di pesce di ricostituirsi sopra i livelli necessari per produrre il Rendimento Massimo Sostenibile (MSY) entro il 2015, che assicurerà la fine dei rigetti in Europa e la transizione dell'industria peschiera verso una pesca a basso impatto ambientale. Xavier Pastor, Direttore Esecutivo di Oceana in Europa, ha dichiarato: «L’Eu ha fatto un passo considerevole verso la gestione corretta delle nostre risorse di pesca. A nome di Oceana, ringrazio tutti i rappresentanti dei cittadini europei per aver appoggiato gli appelli mondiali di agire urgentemente per la salute ed il futuro dei nostri oceani».


Sabrina Giannini
sabrina.giannini@reportime.it
11 febbraio 2013 | 13:27

Napoli, controlli sulle Rc auto false L'intestatario era Michael Jackson

Il Mattino


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NAPOLI - La realtà supera sempre la fantasia. E così capita che una pattuglia della polizia stradale di Nola, agli ordini del comandante Sabato Arvonio, si imbatte durante i controlli sulla 7 bis, predisposti dal dirigente Maurizio Casamassima, in due autovetture con polizze false.

Quando gli agenti hanno controllato le polizze contraffatte di una nota società italiana on line hanno scoperto il «pezzotto»: la donna forniva un certificato assicurativo la cui firma del direttore generale era quella del leggendario James Brown. Gli agenti hanno approfondito l'accertamento appurando che il veicolo non era assicurato: la donna veniva denunciata alla Procura mentre l'auto e il certificato assicurativo venivano sequestrati. Altrettanto stupore alla seconda polizza fasulla: un giovane disoccupato esibiva una polizza a firma del compianto Michael Jackson.

Anche in questo caso, gli agenti denunciavano il proprietario dell'auto residente a Nola, con relativo sequestro del veicolo e della polizza e una multa di 821 euro, mentre si cerca di risalire a quella che sembra una vera e propria organizzazione. Nei giorni scorsi, inoltre, fermati due pregiudicati (un uomo e una donna) senza patente di guida. L'uomo ha riferito di non aver superato mai l'esame, la donna invece ha imparato da sola per poter andare dal marito in carcere: le vetture sono state sequestrate. Durante l'operazione sequestrate altre 15 auto. Per finire maxi sanzione al titolare di un'officina che non aveva smaltito oltre 200 pneumatici.

Nello Lauro

 
domenica 10 febbraio 2013 - 17:05   Ultimo aggiornamento: lunedì 11 febbraio 2013 10:10

Apple collauda iWatch, l’orologio intelligente come un computer

La Stampa

Secondo indiscrezioni, un prototipo sarebbe in fase di sperimentazione nella sede centrale di Cupertino

torino


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Lo abbiamo visto al polso di Dick Tracy, dell’ispettore Gadget e di James Bond. Ma forse non è più tanto lontano il tempo in cui anche noi porteremo addosso un orologio intelligente, che funge anche da computer, radio, dispositivo di mappatura e tv.
Secondo l’anticipazione fatta al New York Times da persone vicine all’azienda, che hanno chiesto l’anonimato, un prototipo di iWatch, realizzato in vetro curvato adattabile alle forme del corpo umano, sarebbe in fase di sperimentazione nella sede centrale di Apple, in California.

La curiosità solleva molte domande sul suo possibile design, sull’uso di Siri per i comandi vocali, sulla possibilità che il software di mappe offra indicazioni in tempo reale mentre si cammina per strada, sulla ricezione di messaggi testuali e sulla capacità di tenere sotto controllo la salute di un utente o le sue attività quotidiane. Nonchè sul prezzo e sulla possibilità di usare l’orologio per effettuare pagamenti mobili, con il software Passbook.

Impossibile rispondere ora, visto che la società di Cupertino non rilascia commenti sui suoi piani, e difficile prevedere quando Apple potrebbe svelare un dispositivo del genere, certo è che ne possiede la tecnologia. L’anno scorso, per esempio, l’azienda Corning, creatrice dell’ultra-resistente Gorilla Glass utilizzato per l’iPhone, aveva annunciato di aver risolto la difficile sfida ingegneristica per realizzare un vetro flessibile, chiamato Willow , che può facilmente piegarsi come un pezzo di carta senza spezzarsi. E la miriade di accessori creati per collegarsi all’iPhone mettono Apple già sulla buona strada per diventare il principale attore nel mercato dei dispositivi indossabili, dice Sarah Rotman Epps, analista di Forrester specializzata in questo particolare settore informatico.

Anche gli investitori sembrano disposti ad accogliere con favore l’arrivo di un iWatch, che potrebbe sostituire lo smartphone nel prossimo decennio: è probabile che «la tecnologia si evolverà al punto che i consumatori useranno tablet e computer indossabili, come orologi o occhiali, per le funzioni più semplici, come le chiamate vocali, gli sms, le ricerche veloci, la navigazione» sostiene Gene Munster, analista di Piper Jaffray. «Più economici di un iPhone, questi dispositivi potrebbero diventare per Apple la soluzione ideale per rivolgersi ai mercati emergenti».

Anche il Wall Street Journal dà conferma dello sviluppo di un iWatch. Non resta, allora, che aspettare.

(Agb)

Ruotolo: «Minacce da militanti di Casapound»

Corriere della sera

Irruzione in un comizio di Rivoluzione Civile: «Io contro l'omofobia: non ho dato la mano al loro leader»


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ROMA - Fumogeni e sedie volate in aria, insulti e minacce a Sandro Ruotolo, candidato di Rivoluzione Civile alla presidenza della Regione Lazio. È lo stesso giornalista a raccontare il blitz di alcuni giovani dal volto semi coperto lunedì mattina durante un comizio elettorale a Civita Castellana, in provincia di Viterbo. «Una bruttissima esperienza - racconta a Corriere.it - Un gruppo di militanti di Casapound ha fatto irruzione nella sala Bruno Buozzi dove stavo tenendo un incontro pubblico nel viterbese: mi hanno minacciato e insultato. Sono volate le sedie, hanno acceso un fumogeno all'ingresso dell'edificio poi sono fuggiti. Ci hanno impedito con le trombe di proseguire». Ma CasaPound smentisce: « Solo una goliardica contestazione al 'maleducato' e antidemocratico Ruotolo».

CONTRO L'OMOFOBIA - Alla base del blitz, infatti, una mancato saluto. Spiega Ruotolo: «Mi hanno aggredito verbalmente e minacciato perché tre giorni fa mi sono rifiutato di stringere la mano al loro candidato presidente (Simone Di Stefano, ndr), in solidarietà a Nichi Vendola che dai candidati di Casapound viene insultato e offeso per la sua omosessualità». E continua: «Questa è la risposta di Casapound, intollerante e fascista, alla mia doverosa e pacifica presa di posizione pubblica contro l’omofobia e il razzismo».

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SCORTA - «Ora sono in macchina, scortato da un'auto dei carabinieri che mi accompagneranno durante i miei appuntamenti nel viterbese. Io continuo, di certo non mi faccio intimidire» prosegue. Ruotolo ha raccontato l'accaduto alla polizia arrivata subito dopo l'aggressione. «Spero che gli aggressori vengano riconosciuti al più presto. I rappresentanti locali di Rivoluzione civile mi hanno detto che erano facce conosciute nei paraggi» afferma.

QUESTURA - «La Questura di Viterbo non ha ritenuto di dover inviare nessun poliziotto: eppure sono certo che la Digos sa bene quale radicamento qui Casapound abbia e quali rischi esistessero per me e per le persone che incontravo» aggiunge Ruotolo. «Mi avrebbe fatto piacere avere le forze dell'ordine presenti al comizio visto che dopo la mancata stretta di mano si sono scatenate le più dure reazioni e minacce contro di me su internet da parte dei militanti di CasaPound».

CLIMA PESANTE - Un clima pesante, quindi. Che rischia di avvelenare la campagna elettorale nel Lazio. Domenica su un banchetto elettorale di Francesco Storace a Fascati è apparsa anche una celtica. «Mi auguro che si prosegua con serenità. Il ministero dell’Interno deve reagire immediatamente perché ha il dovere di garantire che la campagna elettorale di Rivoluzione civile e dei suoi elettori possa svolgersi in piena tranquillità e sicurezza».

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LA SMENTITA: RUOTOLO MALEDUCATO - Soltanto una «goliardica contestazione all’antidemocratico Sandro Ruotolo»: arriva subito la smentita di CasaPound nelle parole di Alberto Mereu, responsabile locale e candidato al consiglio regionale del Lazio. «I militanti hanno fatto pacificamente irruzione nella sala, srotolando uno striscione con su scritto 'Ruotolo maleducato’ per stigmatizzare il gesto del candidato che non ha voluto stringere la mano al candidato di CasaPound Di Stefano spiegando di essere ’orgogliosamente antifascista’». «Evidentemente non tutti sono stati fortunati come noi che abbiamo potuto ricevere un’educazione adeguata - afferma - Perciò ci siamo sentiti in dovere di riprendere Ruotolo, che alla tenera età di 58 anni non ha ancora imparato a relazionarsi con i suoi avversari politici».

CONDANNA DI INGROIA - «Esprimo solidarietà personale a Ruotolo, giornalista coraggioso che non si è mai fatto intimidire da mafiosi e camorristi e che, da vero partigiano della Costituzione, non ha mai piegato la schiena ad ogni forma di fascismo. Estendo l'appello anche agli altri leader politici - afferma il candidato premier di Rivoluzione Civile, Antonio Ingroia - affinchè sia garantito un clima sereno e civile nel proseguo della campagna elettorale».

TELEFONATA DI FINI - Il presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, ha telefonato al giornalista Sandro Ruotolo, candidato di «Rivoluzione civile» alla Regione Lazio, per esprime solidarietà per il gravissimo episodio di violenza di cui è stato fatto oggetto a Civita Castellana.


Redazione Roma Online11 febbraio 2013 | 15:50

Sanremo, Berlusconi: "Se diventa festival dell'Unità italiani non pagheranno il canone"

Andrea Indini - Lun, 11/02/2013 - 12:09

All'Ariston il duo Fazio-Littizetto. Crozza avrà carta bianca. Sul palco pure due omosessuali. Il Cav: "Se Sanremo sarà di parte, metà italiani non pagherà il canone"

Ci sono tutti i presupposti perché Sanremo, il Festival della canzone italiana, si trasformi in una Festa dell'Unità che celebri la sinistra e gli tiri la volata alle prossime elezioni.


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Il duo, già rodato a Che tempo che fa, sta preparando una kermesse politicamente scorretta. Vale a dire: un festival smaccatamente rosso. "Se il festival di Sanremo diventa la festa dell’Unità - ha commentato Silvio Berlusconi - credo che il 50% degli italiani non pagherà più il canone".

Ad aprire il Festival di Sanremo ci penserà il Coro dell'Armata Rosssa, l'orchestra erede di quella creata da Stalin nel 1928. Tutto qui? Macché. Il menù è piuttosto infarcito. Ce n'è per tutti i gusti, se si è elettori di sinistra. D'altra parte è stato lo stesso Fazio ad annunciarlo: "La politica è nell'aria, e quindi entrerà anche all'Ariston". A farlo ci penseranno sicuramente Maurizio Crozza, che sul palco "avrà carta bianca", e Carla Bruni, che negli ultimi anni, dall'Eliseo, non ha mai mancato di attaccare duramente la politica nostrana e, anzi, si è impegnata in prima persona per garantire la libertà dell'ex terrorista Cesare Battisti sulle assolate spiagge di Rio de Janeiro.

E ancora: le freddure della Littizzetto, il politicamente (s)corretto di Fazio, la minaccia di un'incursione di Beppe Grillo. Insomma, si preannuncia un vero e proprio Festival dell'Unità. Il tutto a ridosso dalle elezioni più contese degli ultimi vent'anni. Con il centrodestra che, grazie alla rimonta di Berlusconi, ha azzerato Mario Monti e ha riacciuffato la sinistra guidata da Pier Luigi Bersani. I vertici di viale Mazzini, dal canto loro, non hanno voluto posticipare la kermesse di una settimana. "Se il Festival diventa la Festa dell’Unità credo che il 50% degli italiani non pagherà il canone", ha avvertito Berlusconi a Uno Mattina criticando apertamente la legge sulla par condicio.

Berlusconi non è affatto preoccupato di dover "competere" con un Festival troppo rosso. Sa bene che tra gli elettori una conduzione spiccatamente votata a sinistra sortirebbe l'effetto contrario fortificando il voto al centrodestra. Non è nemmeno preoccupato per lo show di Crozza. "È molto simpatico - ha commentato l'ex presidente del Consiglio - è molto bravo e poi attacca tutti quanti". Infatti, non sarà Crozza la vera "bomba" del Festival. Sul palco dell'Ariston saliranno Stefano Olivari e Federico Novaro, la coppia omosessuale che in un video su Repubblica Tv ha annunciato l'intenzione di andarsi a sposare a New York perché le leggi italiane ancora non riconoscono pari diritti alle nozze gay. Per sostenere la causa, i due potrebbero anche baciarsi in diretta. Insomma,

Ogni cane morto è uno di meno»

Corriere della sera

Dialoghi choc al canile Parrelli di Roma. Denuncia in procura. La titolare: «Tanti processi, sempre stata assolta»


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ROMA - «Dobbiamo sopprimerli». «È pronta la siringa?». «Ogni cane morto è uno di meno...». È a partire da questi brandelli di conversazione, ora al vaglio degli investigatori, che riesplode il «caso Parrelli». Da decenni questa struttura sulla via Prenestina è nel mirino degli animalisti. Una guerra alimentata da voci su trattamenti «raccapriccianti», da polemiche sfociate in Campidoglio o in Parlamento, dai dossier in Procura. «Quel canile è un lager», s'infiammano molti siti e gruppi Facebook.

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Nel rifugio fondato 50 anni fa dal veterinario Giuseppe Parrelli e gestito dalla vedova Pina, la polizia nel 1994 trovò 90 cani e gatti nella cella frigorifera. «Sono stati uccisi e congelati», fu l'accusa poi rientrata. In seguito si parlò di cuccioli bruciati. Oppure ospitati in attesa di essere spediti in laboratori del Nord Europa. O usati come cavie. Il «Parrelli» divide, eccita gli animi. Il Comune, nei periodici sopralluoghi, giura però che è tutto in regola. No, la Pina è il diavolo, ribatte il tamtam sul web.

Adesso, però, non sono solo dicerie. Per la prima volta, registrati forse con un telefonino o, chi lo sa, da 007 animalisti dotati di «cimici», la Procura ha acquisito 4 file audio che proverebbero «una verità agghiacciante, ovvero la sistematica uccisione di animali» da parte di «un'operaia con l'avallo della datrice di lavoro». A consegnare il materiale ai carabinieri di Tor Bella Monaca è stata Loredana Pronio, presidente della Federazione italiana diritti degli animali. «Recentemente - dice l'esposto - alla sede della FederFida veniva recapitata della documentazione, che presumo provenga da ex volontari del rifugio Parrelli, composta da dischetti audio multimediali» contenenti «conversazioni intercorse tra la proprietaria Giuseppina Parrelli e la sua collaboratrice rumena Cristina».


Il primo dialogo avviene sullo sfondo di cani che abbaiano. «È maschio?» chiede la presunta signora Pina. «Sì», risponde la giovane. «Tutti quelli che possiamo sopprimere, li dobbiamo sopprimere. Tutti!» è la frase successiva. Seguita da un'avvertenza: «Bisogna non far vedere...». Nel secondo file, che lascia immaginare l'arrivo di alcuni animali portati da un personaggio misterioso (la tratta dei cuccioli?), l'anziana si lamenta, borbotta: «Quanto mi piacerebbe sopprimerli tutti, che morissero tutti! Ormai questa è una mafia... Ormai non mi salvo da questi!».

Ed eccoci al terzo brandello carpito, il più inquietante. Premessa: nel sito del rifugio c'è scritto che «gli animali sono tutti forniti di microchip anche per agevolare il controllo delle autorità sanitarie». Una dotazione importante, dunque, per garantire trasparenza e regolarità di gestione. Bene. Peccato che sembri emergere un quadro diverso. «Lo metti nel corridoio?» «Sì». E l'altra, con tono autoritario: «Il piccoletto, il maschietto... c'ha il microchip? No? Possiamo sopprimerlo! È uno di meno...» «Sì», torna ad annuire la straniera nel suo italiano quasi perfetto. La stessa voce che, nell'ultimo spezzone, bisbiglia: «C'ho la siringa, tutto pronto...».

A risentirle, queste chiacchierate, qualche brivido sulla schiena lo fanno correre. Le soppressioni sono giustificate? A quali loschi traffici si fa riferimento? E quel desiderio dal sen fuggito di ammazzarli tutti? Le conclusioni della presidente FederFida, rivolte alla Procura di Roma, sono categoriche: «Alla luce di quanto esposto, la scrivente sottopone al vaglio della S.V. tali gravissimi fatti». «Ho avuto molti processi, ma sono stata sempre assolta. La mia storia insegna che salvare un animale è la cosa più importante, anche a costo di subire ingiustizie», ha dichiarato in una recente intervista la vedova del veterinario. Santa o peccatrice in nome dei suoi trovatelli?

Fabrizio Peronaci
11 febbraio 2013 | 10:53

Tempo di elezioni, la pubblicità ne «approfitta»

Corriere della sera

Si moltiplicano i messaggi che «giocano» sul tema del voto


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MILANO - Il creativo milanese Francesco Bozza allarga le braccia: «Che dire? È una cosa che ci è scoppiata tra le mani». E così la campagna pubblicitaria è diventata (quasi) una campagna elettorale. Basta fare un salto in metropolitana per trovarsi subito additati da un bel ventenne che, da una gigantografia, ti avverte: «Gli eroi non si astengono». Firmato: Birra Ceres. «Esatto – dice Bozza, direttore creativo dell’agenzia Bcube, che ha curato la campagna – voleva essere un invito a evitare l’astensionismo, a essere responsabili davanti all’urna così come quando si beve».

Sì ma in un altro cartellone della stessa campagna si legge «Prima si vota, poi si beve, non come le altre volte». Apriti cielo. Il movimento Fratelli d’Italia (quello di Giorgia Meloni) ha protestato con una lettera, definendo la campagna «greve e antidemocratica», nella convinzione che in quel «non come le altre volte», si facesse riferimento ai passati governi Berlusconi. Su Twitter però lo stesso messaggio è stato letto come un endorsement al centrodestra (dopo aver votato, si può bere alla salute di una nuova era post-crisi). «L’ambiguità nasce perché, in periodo elettorale, pubblicità come queste possono essere interpretate in molti modi diversi», sostiene Bozza.

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È come se le nostre antenne ricettive si affinassero, si eccitassero e vedessero messaggi subliminali dappertutto. E la pubblicità ne approfitta: accanto alla campagna Ceres, sta facendo discutere anche quella di un’altra birra, che propone lo slogan: «Meno tasse, più casse: vuota Bavaria», invitando a bere la bevanda olandese con il divertente detournement «vota/vuota». Politica e spot, dunque, si inseguono nell’immaginario.

«Per la verità, non è una novità recente – spiega il milanese Massimo Guastini, presidente dell’Art Directors Club Italiano ­­­– perché anche in passato le campagne elettorali hanno sortito queste uscite. Si pensi agli anni Novanta quando una nota azienda lanciò il “Vota Pettinicchio”. E io stesso, nel periodo elettorale del 2005, ho promosso una campagna che reclamizzava delle lattine con precisi riferimenti ai partiti. Per esempio, uno degli slogan riferiti all’alluminio era “La lega l’ha puro”».

Perché la pubblicità non colpisce mai a caso. Punta a quello che sentiamo più vicino, ai nervi scoperti. Come dimenticare il “caso Ryanair”? Nel novembre del 2011, nelle ultime ore del governo Berlusconi, sul sito web della compagnia aerea low-cost si proponeva al Presidente del consiglio “un’altra occasione per scappare”: ovvero voli di sola andata da 9,99 euro da prenotare entro la mezzanotte. «Il problema – conclude Bozza – è che in un periodo come questo tutto rischia di essere travisato. Anche un messaggio positivo e in qualche modo “nobile” come quello di Ceres». Ma, sottile, corre un’altra riflessione: il messaggio politico e il messaggio pubblicitario si confondono, si intrecciano, finiscono per appaiarsi. E tutto finisce sullo stesso piano emotivo.

Roberta Scorranese
10 febbraio 2013 | 16:33

Cent'anni fa nasceva Giuseppe Dossetti, ispirò la cultura cattolica del Novecento

Il Messaggero
di Franca Giansoldati

CITTA’ DEL VATICANO - Cento anni fa nasceva Giuseppe Dossetti, sicuramente tra i cattolici che più hanno ispirato la cultura cattolica del secondo Novecento in Italia.



CatturaL’uscita di vari libri ma soprattutto una serie di iniziative in diverse città italiane ripercorreranno il cammino umano e politico di un uomo diventato un modello incancellabile della presenza del cattolicesimo inteso come strumento di rinnovamento del sistema democratico del Paese. Martedì 12 febbraio, alle ore 10, si terrà il ricordo della Camera dei deputati. «Dossetti costituente, la politica fra Costituzione e orizzonte internazionale». Ad aprire i lavori sarà il Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, interverranno Alfonso Quaranta, Alberto Melloni, Paolo Pombeni, Pietro Rescigno con la presenza del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

L’evento, organizzato dal Comitato per le celebrazioni del centenario della nascita e la Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII, verrà trasmesso in diretta webtv. Non solo. Nei giorni scorsi a Dossetti è stta dedicata l’università di Reggio Emilia e Modena; inoltre sono in programma veglie e dialoghi sui nodi della società e della Chiesa - tra il 12 e il 13 febbraio - a Bari, Monteveglio, Pistoia, Prato, Roma, Saronno, Torino, VIcenza, Imola, Gallarate, Firenze, Bologna.

Laureato in giurisprudenza alla cattolica, Dossetti fu tra i primi intellettuali cattolici a reagire al fascismo e ad entrare nella resistenza e quindi nella politica come dirigente della neonata Democrazia Cristiana. Eletto nella Costituente, prese parte della commissione dei 75. Fu anche assistente universitario e dopo il 18 aprile 1948 deputato. Si è battuto per un sistema politico sociale capace di mettere in primo piano, sull’esempio del Vangelo, il sostegno degli ultimi, senza per questo allinearsi o appiattirsi alla filosofia della sinistra marxista.

La sua visione però spesso gli procurò scontri con Alcide de Gasperi, al punto che nel 1951 fu costretto a dimettersi da tutti gli incarichi politici per poi avviarsi lentamente alla via religiosa, fondando la Piccola Famiglia dell’Annunziata a Monteveglio, in Emilia. Nel frattempo partecipò attivamente allo svolgimento del Concilio Vaticano II, in qualità di assistente del cardinale Lercaro di Bologna, il quale lo stimava a tal punto che nel 1956 lo invitò a candidarsi alle elezioni comunali contro il comunista Dozza.

Tre anni dopo si dimise anche dal consiglio comunale per essere consacrato sacerdote dallo stesso cardinale Lercaro. L’ultimo atto politico di Dossetti risale al 1994 quando decise di incoraggiare e benedire la creazione dei comitati in difesa della Costituzione dopo l’avvento di Berlusconi in politica. Morì il 15 dicembre 1996. L’Osservatore Romano, in un articolo celebrativo pubblicato qualche tempo fa, lo ha definito un moderno «profeta». «Un uomo che ha avuto una coscienza del suo tempo e del cristianesimo di una lucidità eccezionale, coniugando profezia religiosa e civile in uno straordinario ascolto del Vangelo e della storia».


Domenica 10 Febbraio 2013 - 18:15
Ultimo aggiornamento: 19:09

Londra, volpe attacca neonato in culla e gli strappa un dito

Il Messaggero


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LONDRA - Aggredito nella culla da una volpe. L'incredibile vicenda è accaduta lo scorso mercoledì, ma la notizia è stata data solo oggi ed è avvenuta a Bromley, sudest di Londra. In base a quanto scrive il Telegraph, un neonato di appena 4 settimane è stato attaccato nella culla e trascinato da una volpe che è riuscita a infilarsi nella sua cameretta.

Secondo la ricostruzione della polizia, è stata la madre ad accorgersi di quanto accadeva: prima ha sentito un urlo e poi un tonfo. Quando la donna è entrata nella cameretta del figlio ha visto la mano del piccolo infilata per metà nella gola della volpe ed è subito intervenuta dando un calcio all'animale. Il piccolo ha riportato una profonda ferita alla mano ed ha subito un intervento per la ricostruzione di un dito che, a quanto pare, è stato strappato dalla volpe.

È il più grave episodio di questo genere mai avvenuto nella capitale dal 2010 si calcola che vivono almeno 10mila volpi. Due gemelline di 9 mesi erano state attaccate nella loro casa ad Hackney, a est di Londra. Le piccole, Isabella e Lola Joupparis, erano state aggredite mentre dormivano: una delle bimbe ha riportato ferite al viso, l'altra al braccio. Secondo le autorità, è molto raro che le volpi attacchino bambini o essere umani in genere. «Magari si avvicinano alle case se sentono odore di cibo, ma alla vista di persone, fuggono via», sostengono.

Sulla vicenda è intervenuto il sindaco di Londra, Boris Johnson il quale ha detto al Mail on Sunday che «le volpi sono una minaccia e che l'aggressione del bimbo dovrebbe servire da avvertimento ai leader del distretto amministrativo, responsabili del controllo degli animali. «Dovrebbero riunirsi, rendersi conto del problema e agire in fretta per risolverlo», ha detto. Secondo Chris Packham, per la salvaguardia della fauna, l'immondizia lasciata per strada ha di fatto portato ad un aumento delle volpi in città.


Domenica 10 Febbraio 2013 - 18:56

Ho cercato di divorziare da Arafat almeno cento volte”

La Stampa

La vedova Suha confessa a un quotidiano turco la sua vita con il leader palestinese: “Lo amavo, ma il matrimonio fu un grande errore”

Gerusalemme


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«Ho cercato di divorziare da lui almeno 100 volte». Chi parla non è una delle tante vip in vena di gossip, ma Suha Arafat, la vedova dello storico capo dell’Organizzazione della liberazione della Palestina. «Amavo Arafat», ha affermato Suha conversando con il quotidiano Sabah Turkish citato da Ynetnews.com, «ma il matrimonio con lui è stato un mio grande errore. So che molte donne avrebbero voluto sposarlo. Questo, comunque, era il mio destino».

I due si sposarono nel 1990; all’epoca Suha, nata nel 1963, palestinese di religione cristiana-ortodossa lavorava per la sede tunisina dell’OLP. Dalla loro unione è nata il 24 luglio 1995 la figlia Zahwa. Suha, che si convertì all’Islam in occasione del matrimonio, ha raccontato che prima di conoscere Arafat era fidanzata con un avvocato francese. Poi convolò a nozze con il capo palestinese. «Lo sposai segretamente in Tunisia. Mia madre fu contro quel matrimonio e solo più tardi ho compreso il perché. Avessi saputo cosa avrei sofferto, non lo avrei sposato.

Certo, era un grande leader, ma io ero sola». Per sfuggire alla solitudine, cercò di lasciarlo «centinaia di volte». «Ma lui», ha aggiunto, «non me lo avrebbe permesso. Tutti lo sanno, in particolare quelli che lavoravano con lui, loro sanno molto bene come funzionavano le cose». Tutto questo, però, non muta il fatto che le manchi. «La mia vita senza di lui», ha concluso Suha, «è molto più difficile. Resta il mio eroe». 

I fumogeni degli estremisti rovinano il “maxi-matrimonio” gay a Mantova

La Stampa

Cinquanta coppie si dicono «sì» e chiedono il riconoscimento legale delle nozze. Blitz di Forza Nuova urla slogan omofobi e spara petardi

anna martellato
verona


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Mano nella mano sotto il Castello di San Giorgio a Mantova, storica residenza dei Gonzaga, per dirsi “sì”: questa mattina 50 coppie gay si sono unite simbolicamente in matrimonio, rispondendo così all’invito dell’associazione Arcigay di Mantova: scopo delle nozze collettive è chiedere il riconoscimento legale del matrimonio tra persone dello stesso sesso, su modello di quanto è già realtà in molti paesi dell’Unione Europea. 

Le coppie sono arrivate da Mantova e provincia, ma anche da diverse zone del nord Italia al cospetto del sindaco di Pegognaga, dell’assessore provinciale al welfare e di due consiglieri comunali del Pd, che hanno officiato la cerimonia. Anche se il sindaco di Mantova Nicola Sodano era assente, è a lui che Davide Provenzano, presidente del circolo La Salamandra di Arcigay, si è rivolto per chiedere ufficialmente di istituire anche a Mantova il registro delle unioni civili. 

«Oggi Mantova è diventata capitale del movimento Lgbt (lesbiche, gay, bisex, transessuali) che rivendica il diritto di essere liberi e uguali - ha detto in un’intervista rilasciata alla Gazzetta di Mantova - . Non stiamo facendo una carnevalata, chiediamo solo che l’Italia colmi un vuoto nel diritto. Chiediamo quindi di istituire il registro delle unioni civili: questo a vantaggio soprattuto dei bambini, perché non si sentano più figli di un dio minore». I toni pacifici e sobri del matrimonio collettivo gay sono stati però interrotti dai fumogeni, botti e slogan omofobi da parte di un gruppo di manifestanti di Foza Nuova, come riferisce la Gazzetta, tenuti però a bada da polizia, carabinieri e vigili.

Tommy, il cane di San Donaci ricoverato in clinica

La Stampa

zampa

Il quattrozampe era diventato famoso perché andava sempre nella chiesa dove si erano tenuti i funerali della sua padrona


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Il cane Tommy che ha commosso l’Italia per la sua abitudine di recarsi ogni giorno, per mesi, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a San Donaci (Brindisi) in cui a novembre si è celebrato il funerale della sua padrona è ricoverato in una clinica per animali, sulla cui ubicazione non vengono fornite indicazioni, perché non è in buone condizioni di salute. Lo riporta il quotidiano brindisino Senzacolonne.

Il cane, un meticcio di 13 anni, era ritornato nei giorni scorsi a casa di Sebastian Mapelli, il figlio di Maria Lochi, la donna di 57 anni che aveva adottato il meticcio e che è morta alla fine dello scorso novembre. Tommy sarebbe affetto da diverse patologie. Da quando era morta la sua padrona, Tommy andava in chiesa ogni giorno e assisteva alle funzioni, accolto da preti e fedeli, aspettando il ritorno della donna.

Nelle scorse settimane il cane era stato al centro di polemiche e infine conteso da più parti, inclusa l’amministrazione comunale di San Donaci. La vicenda del meticcio di cui Maria Lochi, che quando era in vita si era a lungo dedicata ai randagi del suo paese, incluso Tommy, sembra ora essersi conclusa con l’affidamento di Tommy al figlio della donna. L’uomo si sta occupando di sostenere le cure necessarie al cane il quale, anche per l’eta avanzata, è ora in pericolo di vita.


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Torna in chiesa del funerale della padrona

E’ la settimana di Darwin e dell’allarme asteroide

La Stampa

piero bianucci
torino


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Charles Darwin nacque il 12 febbraio 1809. Per questo domani nel mondo e – c’è quasi da stupirsi – anche in alcune città italiane si celebra il “Darwin Day”, un modo per ricordare che senza il darwiniano concetto di evoluzione non esisterebbe la biologia moderna. Tre giorni dopo, venerdì 15, un asteroide sfiorerà la Terra, passando al di sotto dell’orbita geostazionaria dove lavorano i satelliti per telecomunicazioni, televisione intercontinentale e previsioni meteorologiche.

E’ difficile immaginare due eventi più diversi. 

Eppure qualche correlazione esiste. Il quinto dei dieci figli di Charles Darwin (non si può dire che a letto abbia trascurato la lotta per la sopravvivenza del suo genoma) fu astronomo. George Darwin (1845-1912) non si occupò propriamente di asteroidi ma elaborò una teoria sull’origine della Luna immaginando che si sia staccata dalla Terra per forza centrifuga quando, in tempi remoti, il nostro pianeta ruotava su se stesso più rapidamente. 

L’altra correlazione è più immediata. Sembra, infatti, che l’impatto di asteroidi sulla Terra abbia fortemente influenzato l’evoluzione causando periodiche estinzioni di massa che favorirono l’affermarsi di nuove specie. Noi stessi, in quanto mammiferi, avremmo fruito della scomparsa dei dinosauri in seguito allo scontro con un pianetino avvenuto 65 milioni di anni fa.

A correlare le due correlazioni, si può aggiungere che oggi la teoria prevalente sull’origine della Luna dà in parte ragione a George Darwin perché in effetti si ritiene che il nostro satellite si sia formato da materiali provenienti dagli strati esterni della Terra, ma a strappare questi materiali lanciandoli nello spazio sarebbe stato proprio l’impatto di un grosso asteroide, grande quanto Marte, più di 4 miliardi di anni fa.

Domani il compleanno di Darwin sarà festeggiato a Genova discutendo sull’evoluzione dell’evoluzione e a Trieste con una conferenza sulle preferenze musicali. A Torino il 13 febbraio a parlare di Darwin sarà Edoardo Boncinelli, che prenderà spunto dal suo ultimo libro, “La scienza non ha bisogno di Dio”. Il 14 febbraio a Roma è in programma “Orgasmo e pregiudizio” con Salvadorini e Turriziani Colonna. Seguiranno iniziative in ordine sparso a Casalecchio di Reno e Bari (15 febbraio), Pisa (16 febbraio), Venezia e Milano (18 febbraio).

Potete però celebrare Darwin in anche a casa vostra compiendo contemporaneamente un atto di giustizia storica se leggerete la biografia di sua moglie, Emma Wedgwood, scritta dalla naturalista Chiara Ceci (Sironi Editore, 242 pagine, 18 euro). Emma non fu soltanto compagna devota, madre premurosa e, considerando i malanni veri e immaginari di Charles, una brava badante. Emma, che era anche cugina del marito, ebbe un ruolo decisivo nella stesura e pubblicazione delle opere sulla teoria dell’evoluzione, e prima ancora nella loro maturazione e discussione.

Fu, inoltre, una padrona di casa efficientissima nell’ospitare e sfamare gli scienziati in contatto con Charles, il quale, dopo l’avventuroso giro del mondo a bordo del “Beagle”, lasciava malvolentieri la propria abitazione. Il libro di Chiara Ceci, che ora vive a Cambridge e lavora alla Royal Society of Chemistry, è ricco di informazioni sull’ambiente e sull’epoca che fanno da sfondo a Darwin. Quello di Emma e Charles fu amore vero.

In una lettera che gli scrisse nel 1839 subito dopo il matrimonio Emma, donna intimamente religiosa, si domandava se Charles non fosse troppo rigido nell’applicare il metodo scientifico anche a questioni che avevano a che vedere con la fede: temeva che l’atteggiamento scettico del marito li condannasse a non trascorrere l’eternità insieme. Charles portò quella lettera nel taschino per anni, le pieghe consunte dicono quanto l’abbia letta e meditata, e in calce ad essa annotò: “Quando sarò morto, sappi che molte volte ho baciato e pianto su questo foglio”. E nel suo diario all’11 novembre 1838 c’è l’appunto: “il più bello dei giorni”. Lo scrisse subito dopo la dichiarazione d’amore a Emma e il consenso di lei a sposarlo.

E ora veniamo all’asteroide, premettendo che non è destinato in nessun modo a influire sull’evoluzione biologica come forse avvenne nel caso dei dinosauri. Di vero c’è che venerdì 15 febbraio alle 19,24 (ora italiana) l’asteroide 2012 DA14 transiterà a soli 27 700 km dalla superficie terrestre, al di sotto dell’orbita dei satelliti geostazionari, che orbitano a 35 800 km. Tutto qui. Il rischio di impatto è zero sia sulla Scala Torino sia sulla Scala Palermo. Ciò non toglie che l’avvicinamento è pur sempre eccezionale.

In media ci aspetta un oggetto di queste dimensioni in transito a distanza così breve ogni 40 anni e in collisione col nostro pianeta una volta ogni 1200. Del 1908 è l’impatto atmosferico di Tunguska che distrusse migliaia di chilometri quadrati di foresta siberiana. Secondo Donald K. Yeomans, del NEAR Earth Object Program della NASA, “dagli anni ‘90, cioè da quando sono iniziate osservazioni regolari dello spazio attorno alla Terra, non avevamo mai osservato un oggetto così grande e così vicino”.

Scoperto durante il precedente avvicinamento alla Terra la notte tra il 22 e il 23 febbraio 2012 da telescopi robotizzati, 2012 DA14 è una roccia di 40-50 metri di diametro con una massa stimata di 130.000 tonnellate, paragonabile a quella di un grande edificio. Il transito del 2012 avvenne a una distanza pari a sette volte quella della Luna, cioè a circa 2,6 milioni di chilometri dalla Terra. Il periodo orbitale, attualmente di 368 giorni, dopo il prossimo passaggio si ridurrà a circa 317 giorni e 2012 DA14 cambierà la sua classe orbitale diventando, da asteroide di tipo Apollo, un asteroide di tipo Aten . Per almeno tre decenni non ci saranno altri incontri ravvicinati. La velocità di 2012 DA 14 sarà di 12,73 km/s, la magnitudine apparente nel punto più ravvicinato sarà 7,6, mettendola alla portata di un binocolo. Dall’Italia dovrebbe essere possibile fotografarlo la sera del 15 alle 21,45, nell’Orsa Maggiore, quando sarà di magnitudine 8.


Altre informazioni:

www.oam.es/Asteroide_2012DA14.htm
www.lasagraskysurvey.org/index.html
neo.jpl.nasa.gov/risk/2012da14.html
neo.jpl.nasa.gov/news/news177.html

Mancanza di fissatore

La Stampa

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yoani sanchez



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L’ascensore è un concentrato di odori a qualunque ora. Quando arriva il pesce al mercato razionato resta impregnato per giorni di un penetrante puzzo di spigola. Restano nell’ascensore anche gli aromi dell’uomo che vende pizze a domicilio nei piani alti e i profumi dei bebè che le madri portano a passeggio. A volte si sente una fragranza dolciastra, molto intensa, che si appiccica ai vestiti di chi sale e scende nella piccola cabina di metallo. 

Tutti sanno che un effluvio così intenso proviene da una vicina molto civetta che sembra “fare il bagno” con colonie e creme ogni volta che scende in strada. Per questo motivo la battuta del giorno riguarda “il tremendo fissatore di cui dispongono i suoi profumi…”. Questa frase è utilizzata anche fuori dal contesto di cosmetici e balsami, per indicare quando un determinato effetto è duraturo e continuato. Infatti, tutta la nostra realtà è priva di fissatore. Oggi inaugurano un servizio e quattro settimane dopo comincia a perdere qualità e viene ridotto. Annunciano ai quattro venti un maggior numero di corse ferroviarie o una miglior frequenza degli autobus, ma dopo pochi mesi tutto torna come prima.

Vengono inaugurate nuove istituzioni culturali o ricreative e in appena sei mesi cadono in abbandono a causa del degrado e di una totale mancanza di proposte. Mantenere uno standard accettabile risulta impossibile, persino per molti lavoratori privati che sembrano aver ereditato dal settore statale una propensione alla decadenza. La saggezza popolare consiglia di usare o visitare certi luoghi nelle prime 72 ore dall’inaugurazione, perché dopo… non saranno più gli stessi. La mancanza di fissatore riguarda i restauri architettonici, che in breve tempo presentano facciate danneggiate dall’umidità e infiltrazioni dai tetti, come i procedimenti burocratici che funzionano con efficienza soltanto il primo giorno.

A Cuba l’effimero è la regola, così come la fugacità è il destino della qualità. Prova di questo assunto sono i servizi offerti dalle nostre succursali di poste e banche. Periodicamente, si annuncia una trasformazione amministrativa per guadagnare efficienza, ma il miglioramento dura poco. Appena il tempo di assaporare il progresso che è già svanito. Come un’opera d’arte effimera - o un profumo economico - i risultati spesso svaniscono e non ci lasciano neppure il tempo di renderci conto che esistono.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Addio al campione di ping pong che avviò il disgelo fra Cina e Usa

Corriere della sera

Il gesto di amicizia di Zhuang Zedong nei confronti dell'americano Glenn Cowan cambiò il corso della Guerra fredda
Dal nostro corrispondente GUIDO SANTEVECCHI


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PECHINO - Era una mattina di aprile del 1971 a Nagoya, in Giappone. Campionati del mondo di ping pong. Un giocatore americano aveva perso il pullman della sua squadra, passava quello cinese e gli fu offerto un passaggio. Un gesto contro il protocollo, perché a quei tempi Stati Uniti e Repubblica Popolare non avevano rapporti e agli atleti di Pechino era vietato anche solo rivolgere la parola agli yankee capitalisti e imperialisti. Sul bus, però, c'era un giocatore cinese tanto amato nel suo Paese da potersi permettere un'infrazione ardita: Zhuang Zedong, tre volte campione del mondo nel singolo, che aveva inventato un modo rivoluzionario di tenere la racchetta e quel giorno inventò anche «la diplomazia del ping pong». Zhuang è morto ieri a Pechino a 73 anni, dopo aver attraversato tutte le avventure della Nuova Cina ed esserne stato protagonista.

Perché su quell'autobus il campione cinese fece salire anche la Storia: «Erano passati dieci minuti e nessuno della nostra squadra aveva osato guardare lo straniero in faccia. Ma io pensai che era solo uno sportivo, non un politico. Mi alzai, chiamai l'interprete e andai a salutarlo», raccontò poi, in innumerevoli occasioni. Quello che Zhuang disse all'americano Glenn Cowan è entrato nella leggenda: «Anche se il governo degli Stati Uniti non è amichevole nei confronti della Cina, gli americani sono amici dei cinesi. Ti farò un regalo per provartelo». Il cinese tirò fuori dalla borsa una sciarpa di seta con stampata un'immagine dei monti Huangshan, c'erano dei fotoreporter e l'istantanea finì sui giornali.

A Pechino e a Washington evidentemente i tempi erano maturi per il disgelo. Mao Zedong disse al suo ministro degli Esteri Zhou Enlai di invitare la squadra Usa in Cina. Dieci mesi dopo, nel febbraio del 1972, il presidente Richard Nixon varcava la soglia della Città Proibita grazie al miracolo della «diplomazia del ping pong» (e agli incontri segreti del suo superconsigliere Henry Kissinger con Zhou Enlai). Nel 1979 Cina e Usa ristabilivano piene relazioni, cambiando il corso della Guerra fredda. Mao si dimostrò grato e generoso con il campione: «Zhuang ha dimostrato di avere grande talento anche come diplomatico», disse.

Il giovane però non aveva bisogno di gesti teatrali come quelli dell'autobus per diventare famoso. Aveva vinto i suoi tre titoli mondiali negli anni Sessanta, quando la Cina contava solo sul ping pong per primeggiare nello sport. La gente, allora, si riuniva intorno alle radio per ascoltare le cronache dei suoi match.

L'uomo che aveva lanciato la diplomazia del ping pong, però, meritava un premio, molti premi: fu chiamato nel Comitato centrale del partito comunista, fu nominato ministro dello Sport quando aveva poco più di trent'anni. Ma alla morte di Mao, nel 1976, fu coinvolto nella resa dei conti: individuato come protetto di Jiang Qing, vedova del Grande Timoniere, fu imprigionato. Gli vietarono anche di giocare a ping pong con gli altri detenuti. Tornò dall'esilio interno solo nel 1985.

Ma era un uomo vero e disse: «Durante la Rivoluzione culturale sono stato ingiusto con altre persone, cercando di proteggermi. Ho commesso errori e ho pagato. E sono grato che la gente mi abbia mostrato compassione». L'altra metà della storia, l'americano Cowan, è morto nel 2004.


Guido Santevecchi
11 febbraio 2013 | 8:51

Pianista prodigio dopo il malore “Una voce mi ha insegnato a suonare”

La Stampa

L’impiegato delle Poste nel Torinese disegna melodie senza saper leggere la musica: «Guidato da un angelo». I medici:«E’ un caso rarissimo»

mauro pianta
torino


Cattura
Chiamatelo come vi pare: episodio naturale non ancora spiegabile scientificamente, capriccio dell’inconscio, prodigio, se preferite. Resta, tuttavia, la singolare rocciosità dei fatti: Antonio Lacasella, 60 anni, impiegato alle Poste di Bruino - una manciata di chilometri da Torino - non ha mai studiato musica in vita sua. Nessun corso al conservatorio, nessuna capacità di leggere le note impigliate in uno spartito, soprattutto, mai gli è riuscito di tirar fuori qualche suono da uno strumento. Poi, sei anni fa, incappa in un problema al cuore: occlusione coronarica.

Passano pochi mesi e improvvisamente, dopo quel malore, si mette a suonare l’organo e a comporre (semplici) melodie. Intendiamoci: non è un virtuoso della tastiera, non aspettatevi un Mozart in salsa piemontese, ma crea e suona la sua musica. «Era il 2 gennaio del 2007 - dice oggi Lacasella - e mi trovavo al lavoro. Intorno alle 11 del mattino ho avvertito un bruciore, qualcosa come un pugno nello stomaco».

Le coronarie, appunto. Dopo la corsa al pronto soccorso cominciano le terapie e il periodo di convalescenza. Poi, nel marzo del 2007, accade qualcosa. «Mi trovavo davanti alla chiesa di Trana, il mio paese, quando ho sentito una voce interiore che mi obbligava a entrare per suonare l’organo. Per suonare, non per pregare. Ora – spiega Lacasella –, io amo la musica, canto nel coro della chiesa, ho due fratelli musicisti, ma non so assolutamente leggere gli spartiti e non ho mai suonato niente. Eppure – prosegue – quel giorno ho appoggiato la mano destra sulla tastiera e le dita hanno cominciato a disegnare una melodia dolcissima…». 

Da allora, Antonio, non si è più fermato. Ha acquistato una tastiera elettronica orchestrale e di melodie ne ha composte oltre 200, alcune delle quali sono già finite in due cd. Un terzo è stato appena “lanciato”. Lacasella si esibisce anche dal vivo in concerti i cui proventi vanno in beneficenza. Nel tempo la tecnica è migliorata? «Forse un po’…», si schermisce lui. Ma c’è un modo per spiegare questo strano fenomeno? «Io so solo che succede. Ogni volta è come se qualcuno guidasse la mia mano, sento una carezza sul viso, come si ci fosse un angelo seduto accanto a me…». 

Il professor Adriano Chiò, è neurologo alle Molinette di Torino. «Un caso strano, non c’è dubbio. La letteratura scientifica mondiale riporta solo due situazioni cliniche accadute negli Stati Uniti: persone che in seguito a ictus hanno sviluppato capacità pittoriche. Ma si trattava di lesioni in zona frontale. L’ipotesi è che questo signore, in seguito all’evento cardiaco, abbia subìto una lievissima lesione cerebrale. Ma, ripeto, non possiamo avere certezze». Rosanna Albanese insegna pianoforte, è una compositrice diplomata al Conservatorio. Da diversi anni, ogni domenica, dirige il coro della parrocchia di Trana, lo stesso frequentato da Lacasella. «Lo conosco da tempo – afferma – e posso assicurare che prima di quell’episodio al cuore non sapeva assolutamente né comporre, né suonare.

Le sue creazioni sono comunque molto semplici e lui continua a non saper leggere e scrivere le note». In effetti Antonio utilizza una semantica musicale particolare: una sorta di codice personale per depositare su carta i suoni. «I miei pezzi – spiega - si ispirano a sonorità celtiche, boliviane, irlandesi e vogliono solo trasmettere serenità». Anche l’ex parroco di Trana, don Nino Marraffa, conferma la veridicità della storia: «Prima del malore - assicura –non ha mai cavato un suono da uno strumento». Una specie di miracolo? «Non mi spingerei così in là». Ha un sogno, Lacasella. «Sì, mi piacerebbe che un compositore vero si prendesse cura dei miei brani, arrangiandoli. Sarebbe bello se ciò che mi è stato donato potesse essere riprodotto da una vera, grande, orchestra…».