martedì 12 febbraio 2013

Cassazione: il sesso innaturale preteso dal marito non porta al matrimonio nullo

Il Messaggero

Sentenza su una coppia di Ascoli in cui la moglie ha chiesto la cancellazione dell'unione


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ROMA - La pretesa del marito di imporre alla moglie rapporti sessuali atipici non è causa di annullamento del matrimonio davanti al giudici civili. Lo sottolinea la Cassazione respingendo il ricorso di una donna stanca del 'menage' prediletto dal coniuge. Per i supremi giudici, in questi casi, si può chiedere la separazione con addebito al partner prevaricatore - o lo si può denunciare per lesioni - ma non si possono annullare le nozze nelle quali i rapporti si consumano in modo sessualmente atipico.

Ad avviso della Cassazione, è da condividere la decisione con la quale la Corte di Appello di Ascoli Piceno ha negato l'annullamento di questo matrimonio in quanto un simile orientamento sessuale del marito non è di «impedimento» alla «vita sessuale compartecipata da parte dei due coniugi». In proposito, i supremi giudici - nella sentenza 3407 - spiegano che i casi di annullamento sono tassativi e legati a fattori «insuperabili», come il «transessualismo» del coniuge o la sua totale impotenza, non bastando - ad esempio - l'infertilità, ostacolo superabile con l'inseminazione artificiale. Aggiunge la Cassazione che le norme sulle cause di annullamento si limitano «a prendere in esame e a dare rilevanza alle ipotesi in cui la qualità non conosciuta dell'altro coniuge venga a frapporsi come un impedimento oggettivo e ineludibile».

«L'impossibilita di pervenire a quell'accordo e rispetto reciproco che costituisce il presupposto di una vita sessuale condivisa non è circoscrivibile a tali ipotesi» e non può avere «alcuna rilevanza sotto il profilo della formazione del consenso», scrive la Cassazione. Tuttavia, informa l'Alta corte, la moglie che ripudia i rapporti sessuali atipici se non può ottenere la 'cancellazione' delle nozze per lei infelici ha, però, tutto il diritto di chiedere la separazione «per la insostenibilità del vincolo coniugale» con addebito al marito. E quest'ultimo - rileva la sentenza - può anche essere giudicato responsabile, penalmente e civilmente, «di un comportamento lesivo della dignità, della integrità fisica e della libertà di autodeterminazione del proprio partner».

Nel matrimonio in questione, celebrato nelle Marche nel 1996 - non si sa se con rito concordatario o meno - i coniugi, che hanno richiesto il totale rispetto della privacy, non avevano fatto sesso prematrimoniale e nel fidanzamento tutto era filato liscio. Ma dopo, durante il matrimonio, la moglie è rimasta delusa di scoprire, a letto, le preferenze dell'uomo che aveva sposato e che solo raramente praticava rapporti sessuali naturali.


Martedì 12 Febbraio 2013 - 17:48
Ultimo aggiornamento: 17:50

Morto Tommy, il cane che ha commosso l’Italia

La Stampa

zampa

Il meticcio per mesi ha continuato a frequentare la chiesa in cui è svolto il funerale della sua amata padrona


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E’ morto Tommy, il cane meticcio di 13 anni divenuto una celebrità per la sua fedeltà alla padrona che lo ha condotto a varcare quotidianamente l’ingresso della chiesa di Santa Maria degli Angeli, a San Donaci (Brindisi), dove due mesi fa è stato celebrato il funerale della donna, scomparsa a 57 anni.
Ne ha dato notizia Sebastian Mapelli che amministra ora la pagina Facebook della madre, Maria Lochi, la donna che si è occupata del meticcio di 13 anni e di molti altri randagi. «Purtroppo devo dare a tutti una triste notizia...

Tommy non è più con noi! Si è spento nel sonno alle ore 15:45 a causa di un arresto cardiaco. Riposa in pace caro amico». Da domenica scorsa, quando si era diffusa la notizia che Tommy era in fin di vita, ricoverato in una clinica, proprio su Facebook erano stati pubblicati numerosi messaggi di incoraggiamento al cane e al padrone che se ne stava occupando. A pubblicarli erano persone da tutta Italia che si erano lasciate commuovere dalla storia del meticcio che andava abitualmente in chiesa e stazionava vicino all’altare accolto da sacerdoti e da fedeli.

Ruba un pacchetto di biscotti (8 euro) condannato a un mese e a 40 euro di multa

La Stampa
maurizio Vezzaro


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Aveva cercato di portare via dal Conad di Galleria Isnardi un pacchetto di biscotti e uno di caramelle: otto euro il valore della merce. Per tentato furto Salvatore Bendinelli, conosciuto come Sasha perché transgender, è stato condannato a un mese di reclusione e a 40 euro di multa.

Il titolare del supermercato, di fronte alla richiesta del giudice Ottavio Colamartino, non ha voluto ritirare la querela, adottando lo stesso metro che vale per tutti coloro che sono sorpresi a sottrarre merce, a prescindere dal prezzo. L’avvocato difensore, Stefania Uva, ha già preannunciato appello. Bendinelli rischia seriamente di scontare la pena in carcere: ha un precedente giudiziario che non depone a suo favore.

Tre anni anni fa aveva dato alle fiamme l’alloggio in cui viveva come gesto estremo di protesta nei confronti di chi gli aveva intimato lo sfratto. L’appartamento in viale Matteotti 78 era stato distrutto dalle fiamme, il giudice, pur riconoscendogli la seminfermità mentale, lo aveva condannato a un anno a cinque mesi. Anche allora erano passate in secondo piano le sue sofferenze psichiche. L’unica cortesia che gli era stata riservata: l’avevano rinchiuso in un reparto speciale del carcere di Milano dove sono detenuti coloro che non si identificano con il proprio sesso.

Le Olimpiadi cancellano la lotta

Corriere della sera

Ultima apparizione a Rio 2016. Si gareggiava da Atene 1896
Niente più lotta alle Olimpiadi. Lo ha proposto il Comitato internazionale olimpico (Cio) a Losanna nella riunione dell'esecutivo, che ha approvato la lista dei 25 sport cui verrà dato il via libera definitivo nella sessione del Cio di settembre.


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DAL 1896 - Prima della riunione, il maggiore candidato a essere eliminato dal programma era il pentathlon moderno. Il Cio ha basato la sua decisione sulla bassa valutazione che ha ottenuto la lotta in una dettagliata analisi delle 26 discipline sportive olimpiche. Il massimo organismo internazionale ha utilizzato un totale di 39 criteri, tra cui audience televisiva, vendita di biglietti, numero di sportivi e l'attrattiva sui giovani. La lotta, che ha fatto parte dei Giochi olimpici estivi fin dalla prima edizione (Atene 1896), apparirà per l'ultima volta nei Giochi di Rio de Janeiro 2016.

TENTATIVO - Si unirà alla lista delle sette discipline (tra cui baseball/softball, golf, karate, pattinaggio, rugby a 7, arrampicata e squash) in corsa per rientrare nel programma dei Giochi del 2020 come sport complementare. Le otto discipline al momento fuori faranno la loro presentazione il prossimo maggio nel corso di una riunione a San Pietroburgo. La commissione esecutiva del Cio sceglierà poi quale di queste otto discipline potrà rientrare come sport aggiuntivo nel programma olimpico dei Giochi 2020.

Redazione Online12 febbraio 2013 | 13:15

Così il Tg3 cancella il dramma delle foibe: proibito citare Tito

Fausto Biloslavo - Mar, 12/02/2013 - 08:36

L'edizione di domenica parla soltanto di "collaborazionisti". E da Treviso a Verona il Pd riesuma le teorie negazioniste

Il Tg3 nazionale che manda in onda un servizio sul giorno del ricordo delle foibe e l'esodo senza spiegare bene chi erano i cattivi.


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Il Pd, che a livello nazionale parla di «dramma negato», ma localmente dà spazio alle tesi se non negazioniste almeno «riduzioniste». Attorno al 10 febbraio non c'è solo il ricordo di ieri al Quirinale del presidente Giorgio Napolitano, che però si ostina a far finta di niente sulla più alta decorazione italiana concessa a Tito, boia di italiani, mai rimossa.

Nell'edizione serale del Tg3, di domenica, condotta da Maria Cuffaro fanno un capolavoro. Un servizio con immagini struggenti in bianco e nero ricorda il dramma delle foibe e dell'esodo. Peccato che non si spiega mai con chiarezza chi fossero i cattivi. Ad un certo punto si parla di vittime croate e slovene «considerate collaborazionisti dai titini». Poi si sostiene con un colpo di reni che nel 1945 «Trieste e Gorizia» furono consegnate «alla Belgrado comunista». Mai una volta si cita il maresciallo Tito, pur mostrandolo in partano militare, come capo degli infoibatori che uccisero migliaia di italiani.

Nonostante il Giorno del ricordo sia sancito da una legge nazionale che prevede «da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende» molti amministratori di sinistra fanno il contrario. Per di più con la classica «doppiezza» stile Pci. A livello nazionale il candidato premier del centro sinistra, Pier Luigi Bersani, parla dell'esodo e delle foibe spiegando che è stato un «dramma per troppo tempo negato». Gli amministratori del Pd sul territorio, invece, si comportano all'opposto.

A Montebelluna, in provincia di Treviso, il sindaco leghista aveva concesso il patrocinio ed una sala per un conferenza su «Fascismo - confine orientale - foibe» di Alessandra Kersevan. Quest'ultima è la più nota «riduzionista», se non negazionista italiana del dramma delle foibe e dell'esodo. Claudio Borgia, presidente di Azione Giovani di Treviso, esponenti degli esuli e del centro destra spiegano al sindaco la situazione, in vista della giornata del Ricordo. Sala e patrocinio vengono cancellati e l'Associazione nazionale partigiani, che ha spalleggiato l'iniziativa fa il diavolo a quattro. Venerdì scorso il sindaco del Pd di Giavera del Montello, Fausto Gottardo, mette gratuitamente a disposizione Villa Wassermann, una villa veneta di proprietà del Comune.

Il 9 febbraio, nella sede offerta dall'amministratore Pd, la Kersevan snocciola le solite tesi: gli infoibati sono pochi e comunque collaborazionisti nazifascisti. La reazione era giustificata dall'occupazione italiana. Non è mai esistito alcun disegno di pulizia etnica. I giovani del Pdl, armati di fischietti e megafono vengono bloccati da un solerte comandante locale dei carabinieri. Alla fine Borgia prende la parola subissato da fischi e insulti, come Federico Cleva, del Comitato 10 febbraio: «Vi seppelliremo tutti.... Merde fasciste». Ed oggi la negazione della tragedia degli esuli rischia di ripetersi all'Università di Verona. La solita Kersevan ha in programma una conferenza su «Foibe tra mito e realtà».

www.faustobiloslavo.eu

Videoadozioni sbarca in Sardegna e chiede l’aiuto di tutti per trovare una nuova casa ai randagi isolani

La Stampa

zampa

Il programma web-tv che da tempo si muove nei canili del torinese attraversa il mare per scoprire le storie degli animali che cercano una famiglia

FULVIO CERUTTI (AGB)

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Telecamera in spalla e microfono in mano, con la passione di sempre, Francesco Espen e il suo operatore Giordano Signori hanno deciso di uscire dal torinese per raccontare le storie di quei cani che spesso arrivano dalla Sardegna per cercare in nel Nordovest d’Italia una famiglia che li aiuti ad abbandonare quella vita dai randagi o da canili a cui il destino li ha relegati.
Così in cinque puntate speciali seguiamo il lavoro dell’associazione torinese “S.O.S. Liberi Tutti” che da anni : «In Sardegna non c’è la cultura dell’adozione dei cani e dei gatti - raccontano i responsabili dell’associazione -. c’è un forte randagismo, i canili non sono sovvenzionati e i pochi che ci sono stracolmi.

Noi cerchiamo di portarli in Piemonte e Valle d’Aosta o di aiutarli nelle strutture locali sia con finanziamenti sia inviando loro del cibo». Non ci sono molte altre parole da aggiungere. A parlare sono le immagini e le storie nelle prime due puntate che pubblichiamo oggi, i musetti di quei cani che sono trasportabili e quelli che, data l’età e le dimensioni, dovranno rimanere sempre in canile. Ma a entrambi i lettori di LaZampa.it possono dare un grosso aiuto: guardate i video, se potete adottateli o date un aiuto, e, in ogni caso, condivideteli il più possibile su Facebook, Twitter, via e-mail a tutti i vostri amici e conoscenti che amano come tutti noi i quattrozampe. Grazie sin da ora!

twitter@fulviocerutti

Le dimissioni del Papa, per qualcuno si avvera la «profezia di Malachia»

Il Mattino


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L'annuncio a sorpresa, dato ieri dallo stesso Benedetto XVI, delle sue imminenti dimissioni ha riportato alla mente degli studiosi di storia esoterica della Chiesa la famosa «profezia di Malachia», la lista di 111 (o 112, a seconda delle versioni) brevi frasi in latino indicanti altrettanti pontefici , da alcuni ritenute una premonizione attribuita a San Malachia di Armagh circa la fine del mondo.

Secondo alcune interpretazioni di questa lista, Papa Benedetto XVI sarebbe il penultimo, e l'elenco si concluderebbe con un Papa descritto come "Petrus Romanus" il cui pontificato, stando alla profezia, terminerà con la distruzione della città di Roma e, probabilmente, la contemporanea fine del mondo.
Nella lista - che, secondo la tradizione, sarebbe stata redatta o dettata dal santo nel 1139 durante una sua visita a Roma - sono descritti in poche righe i caratteri salienti di tutti i Papi (compresi alcuni antipapi) partendo da Celestino II, eletto nel 1143.

Ma in molti, compresa l'ultima edizione dell'Enciclopedia Cattolica, sostengono che la profezia sia un falso del XVI secolo. In realtà le profezie sarebbero state redatte dal falsario umbro Alfonso Ceccarelli allo scopo di influenzare i cardinali che prendevano parte al Conclave del 1590.


martedì 12 febbraio 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 11:11

Gli uomini dell'età della pietra si prendevano cura dei disabili

Corriere della sera

Le scoperte nella grotta «del Romito». L'analisi dei reperti fossili getta nuova luce sull’organizzazione delle prime società

MILANO - «Romito 8» era forte e robusto, con un fisico ideale per sopravvivere, dodicimila anni fa, quando gli uomini si procuravano il cibo cacciando gli animali e raccogliendo i frutti della terra. Era il Paleolitico. A vent'anni, però, subisce un trauma: probabilmente una caduta dall'alto che lo fa atterrare sui talloni e gli provoca uno schiacciamento delle vertebre, un torcicollo, una lesione del plesso brachiale e una paralisi delle braccia. Non può più andare in cerca di cibo, ma sopravvive: trova qualcuno che lo accudisce e gli procura persino un'occupazione. «Le ossa delle gambe raccontano che rimaneva a lungo accovacciato, mentre i suoi denti, l'unica cosa sana e forte che gli era rimasta, mostrano segni di usura fino alla radice - spiega Fabio Martini, archeologo all'Università di Firenze - e questo fa pensare che li abbia usati per un lavoro: per masticare materiale duro come legno tenero oppure canniccio che altri, si può ipotizzare, avrebbero utilizzato per costruire manufatti come cestini o stuoie. Quelle lesioni non trovano nessun’altra giustificazione».

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LA GROTTA - Il caso di Romito 8 è la dimostrazione che anche gli uomini preistorici si prendevano cura di malati e disabili ed è l'unico, finora noto, che dimostra come un individuo, incapace di provvedere a se stesso, possa rendersi utile alla comunità e ripaghi con il suo lavoro chi lo aiuta a sopravvivere. Romito 8 è uno dei nove individui ritrovati nella grotta del Romito, nel comune calabrese di Papasidero all'interno del Parco del Pollino. La scoperta risale al 1961, ma gli studi sui reperti continuano ancora oggi (le indagini sul Romito 8 verranno pubblicate quest'anno su una rivista scientifica specializzata) e sono coordinati da Fabio Martini con la collaborazione di due antropologi, Pierfranco Fabbri dell'Università di Lecce e Francesco Mallegni dell'Università di Pisa, che hanno misurato, radiografato e sottoposto le ossa alle più moderne indagini scientifiche, tomografie computerizzate e analisi del Dna comprese.

OSSA PREZIOSE - Le ossa possono raccontare molto sulla salute dei nostri antenati: possono indicare l'età e il sesso di una persona, le malattie di cui ha sofferto, o almeno di alcune, i lavori che ha svolto (perché lo stress muscolare lascia segni sullo scheletro), l'alimentazione che ha seguito. E anche qualcosa di più. La storia di «Romito 2» lo dimostra: questo individuo soffriva di una grave patologia congenita, una forma di nanismo chiamata displasia acromesomelica (il primo caso riconosciuto nella storia umana); era alto un metro e dieci e aveva gli arti molto corti; non era in grado di cacciare, ma nonostante questo è sopravvissuto fino a vent’ anni, assistito dalla sua comunità. «Il Romito 2 è stato sepolto con una donna della stessa età in una posizione particolare - continua il dottor Fabio Martini - perché l'uomo appoggia la testa sulla spalla della donna. Questo è inusuale dal momento che, nelle sepolture doppie, i cadaveri sono semplicemente avvicinati. Se questa specie di abbraccio abbia un significato protettivo nei confronti di chi è disabile è difficile dire, ma certamente la suggestione è da prendere in considerazione».

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IL METODO - Oggi gli archeologi non si limitano, dunque, a ricostruire la storia clinica degli uomini primitivi, ma cercano di capire come i malati o i disabili erano accuditi dalla comunità e di risalire, attraverso queste osservazioni, anche ai modelli culturali della società: è la bioarcheologia della sanità (o delle cure sanitarie), come la definiscono Lorna Tilley e Marc Oxhenam dell'Australian National University di Canberra in un recente articolo pubblicato sull'International Journal of Paleopatology. I due autori propongono una metodologia, in quattro fasi, per studiare gli scheletri di individui malati o disabili: la prima punta a formulare la diagnosi clinica, la seconda a descrivere il significato che la malattia o la disabilità assumono nel contesto culturale della società di appartenenza, la terza a individuare il tipo di assistenza che potevano richiedere. Per esempio, per una persona paralizzata è indispensabile un'assistenza di tipo infermieristico, mentre le condizioni del Romito 2 presupponevano soltanto tolleranza da parte della comunità e un aiuto generico.

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IPOTESI - Il quarto stadio è quello dell'interpretazione: tentare, cioè, con gli elementi raccolti di formulare ipotesi sulle culture preistoriche. I ricercatori hanno applicato questo metodo a Man Bac Burial 9 o «M9», uno scheletro rinvenuto nella provincia di Ninh Binh, a un centinaio di chilometri da Hanoi nel Nord del Vietnam, in un cimitero del Neolitico. M9 era un uomo di 20-30 anni e il suo scheletro, ritrovato in posizione fetale, mostrava un'atrofia delle braccia e delle gambe, un'anchilosi di tutte le vertebre cervicali e delle prime tre vertebre toraciche, nonché una degenerazione dell'articolazione temporo-mandibolare. Gli studiosi australiani, dopo un'attenta analisi delle ossa, hanno formulato la loro diagnosi: sindrome di Klippel Feil di tipo III, e hanno ipotizzato che la paralisi degli arti (nel migliore dei casi una paraplegia, nel peggiore una tetraplegia) fosse sopravvenuta quando era adolescente e che M9 fosse sopravvissuto in queste condizioni per altri dieci anni.

LE CURE - I due studiosi sono così arrivati alla conclusione che gli individui della sua comunità, prevalentemente cacciatori e pescatori, capaci di allevare a malapena qualche maiale addomesticato, ma incapaci di usare il metallo, spendevano del tempo per prendersi cura di lui e soddisfacevano tutti i suoi bisogni da quelli più semplici, come il mangiare, il vestirsi, il muoversi, a quelli più complessi come il mantenimento dell'igiene personale o la somministrazione di vere e proprie cure. «La bioarcheologia della salute - ha scritto nel suo lavoro Tilley - è in grado di fornire informazioni sulla vita dei nostri antenati. Il caso del giovane vietnamita non solo dimostra che la società in cui viveva era tollerante e disponibile, ma che lui stesso aveva una certa stima di sé e una grande forza di volontà. Senza questo non avrebbe potuto sopravvivere».

Adriana Bazzi
12 febbraio 2013

Zingaretti e il Comitato del Pd che lo assunse il giorno prima della candidatura a presidente della Provincia di Roma

Corriere della sera
Sabrina Giannini

Un meccanismo previsto dalla legge consente ai datori di lavoro di far gravare sull'ente gli stipendi e i contributi per gli eletti in Provincia. I radicali portano in procura i documenti relativi all'assunzione di Zingaretti




“Immagina, un nuovo inizio”, è lo slogan di Nicola Zingaretti, candidato governatore del Lazio per il centrosinistra. Anche nel suo programma promette una “Rivoluzione della trasparenza per offrire ai cittadini la possibilità di controllare direttamente ogni passaggio della vita amministrativa”.
Una promessa che assume il significato del cambiamento dopo lo scandalo Fiorito-Maruccio e la valanga che ha travolto l’amministrazione Polverini e a seguire altri consigli regionali.

Il primo a denunciare proprio a Sergio Rizzo del Corriere la mancanza di trasparenza e il raddoppio dei fondi ai gruppi consiliari fu il capogruppo radicale Giuseppe Rossodivita, escluso dalla coalizione di Zingaretti. Proprio questa esclusione deve avere spinto un funzionario della Provincia di Roma a inviare a Marco Pannella un plico contenente alcuni documenti sulla posizione contributiva dello stesso Zingaretti quando fu eletto presidente della Provincia.

Giuseppe Rossodivita, avvocato e oggi candidato governatore nel Lazio per "Amnistia, giustizia libertà”, ha depositato i documenti allegati a un esposto a nome di Marco Pannella lunedì scorso alla procura di Roma. La stessa che sta indagando su diciotto consiglieri provinciali dell’attuale e passata legislatura e appartenenti ai vari schieramenti. L’ipotesi è che alcuni di loro avessero congegnato un meccanismo truffaldino a danno dell’ente, ossia che si fossero fatti assumere poco prima dell’elezione da società compiacenti (anche di parenti) che mai avrebbero pagato i loro stipendi in caso di elezione. Infatti la legge sugli enti locali prevede che il consigliere possa richiedere alla Provincia il rimborso per il mancato guadagno derivante dall’impegno di consigliere.

L’hanno chiesto, eccome: soltanto nell’anno 2009 i diciotto consiglieri sotto indagine avevano fatto richiesta di 779.216,71 euro per rimborsi a favore dei propri datori di lavoro. Stando all’esposto dei radicali, la situazione del presidente uscente Nicola Zingaretti potrebbe inserirsi nel filone che coinvolge i diciotto consiglieri.Partendo dalle date: Zingaretti viene assunto il 15 febbraio del 2008 dall’associazione Comitato Provvisorio Pd Lazio. Giusto il giorno dopo l’assunzione, il 16 febbraio, veniva comunicato alla stampa che Zingaretti accettava la candidatura a presidente della Provincia.

Il punto è: l’assunzione è stata fatta per lavorare davvero o per garantire un contratto a tempo indeterminato in vista della candidatura in provincia? «Zingaretti all’epoca ricopriva la carica di parlamentare europeo e ha rinunciato all’ultimo anno di indennità da europarlamentare rimettendoci parecchi soldi», replica il suo portavoce Emanuele Lanfranchi, «inoltre era già dipendente del partito quindi non c’è affatto un’assunzione fittizia, tanto più che è il rimborso previsto dalla legge quindi adottato da tutti». Rossodivita replica: «ma non è dato sapere a quanto ammontasse il suo stipendio precedente, mentre il Comitato Provvisorio Pd lo assunse concordando lo stipendio di ottomila euro al mese.

Comunque il punto è capire se davvero Zingaretti e il Comitato hanno concluso un contratto di lavoro dipendente con l’idea che lo stesso Zingaretti andasse a lavorare ogni mattina. Mi sembra strano per uno che il giorno dopo quell’assunzione si candida a presidente della Provincia per la coalizione del centrosinistra con la conseguente certezza dell’elezione, minimo a consigliere». Infatti, il 30 aprile Zingaretti viene eletto presidente ma anche in caso di sconfitta avrebbe occupato una poltrona da consigliere e il Comitato Provvisorio Pd Lazio non avrebbe dovuto sborsare gli ottomila euro grazie al meccanismo dei rimborsi elargiti dall’ente.

Poiché il presidente della Provincia è l’unico ad avere un’indennità, l’ente ha pagato per conto del datore di lavoro di Zingaretti soltanto i contributi previdenziali, assistenziali e assicurativi, oltre a quote di Tfr, per un ammontare complessivo pari a circa centomila euro. Nell’esposto Pannella chiede alla magistratura di indagare sull’effettiva attività lavorativa del neoassunto Zingaretti e quindi sul presunto danno all’ente fatto a vantaggio del suo datore di lavoro, il Comitato Provvisorio Pd Lazio. Intanto Zingaretti, oggi candidato governatore del Lazio, “Immagina un nuovo inizio” forse partendo proprio da un cambiamento della sua idea di trasparenza, quando da presidente della Provincia fu l’unico a non indicare sul sito istituzionale i rimborsi previdenziali assicurativi assistenziali e di Tfr per il proprio lavoro dipendente. Immaginiamo…

Sabrina Giannini
sabrina.giannini@reportime.it
11 febbraio 2013 (modifica il 12 febbraio 2013)

Tra vero e falso c'è un segreto. A Fatima

Massimo Introvigne - Mar, 12/02/2013 - 08:15

Da Malachia a Nostradamus scatta l'effetto profezia. Ma fu Benedetto XVI in pellegrinaggio a rivelare che...

Attenti alle bufale. Stanno già spuntando come funghi su Internet quelli che «Io l'avevo previsto» legioni di piccoli falsi profeti che cercano di sfruttare il grande avvenimento.


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Molti parlano delle Profezie di Malachia, un testo pubblicato nel 1595 a Venezia dal benedettino Arnoldo di Wyon (1554-?) come parte della sua opera «Lignum Vitae» e attribuito al santo vescovo irlandese Malachia di Armagh (1094-1148). Gli storici sono certi che il testo sia un falso rinascimentale: e qualcuno pensa che sotto il nome di Malachia si celi il famoso astrologo Nostradamus (1503-1566), che ha lasciato anch'egli allusioni oscure a Papi che si dimettono.

Il testo attribuito a Malachia riporta un breve motto corrispondente a ciascun Papa a partire da Celestino II, Pontefice per sei mesi tra il 1143 e il 1144. Nella versione che circolava prima della pubblicazione veneziana, e sembra sia stata diffusa al conclave del 1590 per influenzarlo, i Papi - Celestino II compreso - erano 111, e dunque Benedetto XVI sarebbe l'ultimo. Nell'edizione di Venezia del 1595 si aggiunge il Papa numero 112, che sarebbe dunque il successore di Benedetto XVI: l'ultimo Pontefice, un Petrus Romanus che vivrebbe in una situazione di «persecuzione estrema» della Chiesa, che si concluderà con la distruzione di Roma e il giudizio universale. Ma il problema di tutte queste profezie è che diventano chiare solo post factum. Di rado aiutano a prevedere l'esito dei conclavi. Dopo che il Papa è eletto, qualcosa nella sua vita che giustifichi il criptico riferimento del falso Malachia si trova sempre. E lo stesso vale per Nostradamus e per altri.

Dalle bufale e dai testi nati nel clima, così interessato alla magia, del Rinascimento vanno distinti complessi profetici che la Chiesa prende estremamente sul serio e che indicano il tempo presente come tecnicamente «apocalittico». Questa parola non contiene nessuna predizione cronologica quanto alla fine del mondo, ma indica un tempo di estrema difficoltà per la Chiesa e per la società. Nella sua enciclica del 2007 «Spe salvi» Benedetto XVI ha mostrato precisamente come siamo in fondo a un processo che ci ha progressivamente allontanato dalla sintesi di fede e ragione faticosamente costruita dall'Europa cristiana, attraverso le tappe del fideismo protestante che nega il ruolo della ragione, del laicismo illuminista che elimina la fede, delle ideologie del XX secolo che si propongono come nuove religioni secolari e anticristiane, e infine del nichilismo contemporaneo caratterizzato da un relativismo aggressivo che attacca i santuari della vita e della famiglia.

Il Papa ha ritrovato questa sua analisi della storia nel messaggio della Madonna a Fatima, che ha riassunto così durante il suo pellegrinaggio in Portogallo del 2010: «L'uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo». Nella stessa occasione Benedetto XVI è tornato sul terzo segreto di Fatima, da lui stesso pubblicato quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2000. Qui la Madonna mostra un Papa su un monte che «prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce». Le profezie hanno sempre più di un significato e nel viaggio a Fatima Benedetto XVI spiegò che la «prima istanza» interpretativa del segreto - da lui stesso proposta nel 2000 e riferita all'attentato del 1981 a Giovanni Paolo II - non ne esclude altre.

Nel segreto sono pure «indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano», attacchi a Papi futuri, compreso lo stesso Benedetto XVI. E il Papa accennò al fatto che anche il tradimento dei preti pedofili e le relative persecuzioni mediatiche contro la Chiesa fanno parte dei «colpi d'arma da fuoco e frecce» del segreto. Anzi, disse allora il Papa, tra le conferme del messaggio di Fatima «vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall'interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa».

Da questo punto di vista l'interesse di Benedetto XVI per Fatima è parallelo a quello da lui mostrato per santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), una monaca tedesca del Medioevo che ha voluto proclamare dottore della Chiesa con una lettera apostolica del 2012 e ha citato in diversi discorsi. Anche santa Ildegarda ha profetizzato eventi apocalittici che avrebbero coinvolto i Papi, e una gravissima crisi nella Chiesa in cui - secondo parole, citate da Papa Ratzinger, che Gesù rivolge alla suora tedesca - i sacerdoti «stracciano la mia veste poiché sono trasgressori della Legge, del Vangelo e del loro dovere sacerdotale». Certamente Benedetto XVI non ha mai dato peso allo pseudo-Malachia o a Nostradamus. Ma Fatima e Ildegarda di Bingen sono sempre stati presenti nelle sue meditazioni, e in un giudizio sulla qualità apocalittica del tempo presente che forse ha fatto da sfondo anche all'ultima decisione.

Sparò a Bin Laden, né sanità né pensione

Corriere della sera

Il racconto del navy seal: «Tre colpi in fronte. Ed era morto»

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WASHINGTON - È lo sparatore. Il navy seal che ha ucciso Bin Laden. Un eroe. Ma senza assicurazione sanitaria né pensione. Avendo lasciato la Marina in anticipo non ne ha diritto. Lo sparatore è venuto allo scoperto, in forma anonima, con una lunga intervista al settimanale Esquire. Un racconto personale. Un romanzo breve, pieno di emozioni, ma anche essenziale come è la vita di un membro delle forze speciali. Dritto sull'obiettivo.

Partiamo dalla fine, da quella notte di maggio 2012, quando il Seal team 6 entra nella palazzina di Abbottabad, in Pakistan, l'ultimo rifugio di Osama. Spazzate via le sentinelle e un figlio del capo di Al Qaeda, i soldati americani salgono le scale. Arrivano al terzo piano, dove vive lo sceicco del terrore. Un Seal intercetta due donne che escono sul ballatoio, si lancia verso di loro per proteggere lo sparatore nel caso indossino una cintura esplosiva. «È il gesto più eroico che abbia mai visto. Entro nella stanza - è la descrizione minuziosa - Bin Laden è lì. La sua mano sulla spalla di una donna, la spinge avanti...

Lo guardo... È vicino ad un mobile dove c'è un mitra Ak47, quello corto, famoso... Si sta muovendo verso l'arma. Non so se lei (la donna) ha una cintura (esplosiva)... Lui ha l'arma a portata di mano... È una minaccia. Devo colpirlo alla testa così non ha la possibilità di farsi saltare per aria. In quel attimo gli sparo, due volte alla fronte. Bam. Bam. La seconda mentre sta scivolando sul pavimento. Finisce davanti al suo letto e lo colpisco ancora. Bam. Stesso punto. La sua lingua è di fuori. Lo osservo mentre emette il suo ultimo respiro. E rammento che mentre lo guardavo mi sono chiesto: "È la miglior cosa che abbia mai fatto o la peggiore?"». Un «gesto automatico», come in una esercitazione.

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Lo sparatore, una volta rientrato alla base, regalerà il suo caricatore a «Maya», l'analista raccontata nel film della Bigelow, che con la sua determinazione avrebbe avuto un ruolo decisivo all'individuazione di Bin Laden. Il membro del commando ricorda anche come tutto sia iniziato il 1° aprile, quando insieme ai suoi compagni è stato messo in allarme e informato su una missione top secret. Solo in seguito i superiori diranno ai militari che il bersaglio è il fondatore di Al Qaeda. Con un ordine «implicito» di eliminarlo.

Lo sparatore descrive gli addestramenti in due poligoni che riproducono la casa di Bin Laden. Copie perfette. Una nella base in Virginia, la seconda nel deserto del Nevada. Quando i navy seal entreranno nella palazzina di Abbottabad scopriranno che gli agenti Cia avevano informazioni davvero precise sul nascondiglio.

Dopo 16 anni di carriera, 300 giorni di missioni ed una «trentina di nemici» uccisi, lo sparatore ha lasciato la Marina in anticipo rispetto ai 20 anni previsti. E questo gli è costato caro, visto che ha perso i benefici. Alto il prezzo per la sua famiglia che è diventata un bersaglio potenziale della vendetta qaedista. Così ha insegnato ai suoi bambini a nascondersi nella vasca da bagno, ha addestrato la moglie a sparare con il fucile, ha preparato due borse con abiti e poche cose nel caso debbano scappare all'improvviso, ha proibito al figlio più grande di nominare Bin Laden: «È un brutto nome, una maledizione». E così da allora lo hanno ribattezzato «Poopyface», faccia di popò.

Guido Olimpio12 febbraio 2013 | 8:36

Caravaggio, scoperti i segreti del periodo romano dell'artista

Il Messaggero
di Fabio Isman

Caravaggio è arrivato davvero a Roma nel 1596, quando aveva 25 anni: le testimonianze concordano; e cosa abbia fatto dopo il 1592, data dell’ultimo documento che lo attesta in Lombardia, resta un mistero: un viaggio a Venezia, come scrive Giovan Pietro Bellori nella sua biografia? Non c’è nessuna traccia. Scoperte, poi, sul suo grande nemico, il pittore Giovanni Baglione: diceva d’essere nobile, ma era figlio di un macellaio. E ancora: la Natività di Merisi, il quadro rubato dalla mafia nel 1969 dall’oratorio di San Lorenzo a Palermo, non è del 1609, ma dipinto nel 1600, a Roma: se ne sono trovate le tracce.

CatturaI MECENATI
E si è capito anche che l’intera fase romana dell’artista, a parte due soggiorni a Borgo, da Pandolfo Pucci, e a piazza delle Tartarughe dai Mattei, si svolge in un chilometro quadrato: un fazzoletto della città, tutt’attorno a San Luigi dei Francesi. Queste, e svariate altre, sono le importanti novità che tre ricercatori, Francesca Curti, Michele Di Sivo e Orietta Verdi dell’Archivio di Stato di Roma, hanno scoperto tra i documenti, appunto, dell’Archivio. Li avevano già studiati per «Caravaggio a Roma, una vita dal vero», mostra ideata da Eugenio Lo Sardo nel 2011; ma adesso, hanno trovato altre piste di indagine.

Ad esempio, si sapeva assai poco su Costantino Spada, un mercante di quadri da cui l’artista metteva in vendita le sue prime opere: «Il suo negozio era attiguo a Palazzo Madama, nel quale abitava il cardinal Del Monte», il primo protettore dell’artista; «e probabilmente, da lui comperavano i Giustiniani e gli Aldobrandini, che pure vivevano lì: attorno a lui, insomma, ruotano tutti i primi mecenati dell’artista; è assai più persona-chiave che non si sapesse finora». Il suo negozio è stato individuato grazie a un’edicola sacra, una «Madonnella», che era sulla casa. E lui è risultato in contatto anche con i Patrizi, i proprietari della Cena in Emmaus ora a Brera. Caravaggio lo frequenta assiduamente: è a casa sua, come testimone di un atto con cui Spada compera una casa a via della Frezza, nel 1599.

Si sapeva assai poco anche di Francesco Morelli, maestro di Baglione quando (si è appurato) aveva 11 e non 15 anni: si scopre che da lui lavorano vari artisti, amici o nemici di Caravaggio; come Tommaso Salini, Ventura Salimbeni e Antiveduto Gramatica, da cui Merisi sarà a bottega, dopo Lorenzo Carli e prima di Giuseppe Cesari, il Cavaliere. E siamo sempre lì: attorno a San Luigi dei Francesi, che era allora il quartiere romano più alla moda. E Carli, da cui Caravaggio ha la sua prima abitazione in città, stava a via della Scrofa, di fronte alla bottega di Antiveduto.

IL CAPOLAVORO
Grandi novità ci sono anche sul quadro rubato a Palermo, in un testo del volume presto in vendita («L’essercitio mio è il pittore», Caravaggio e l’ambiente artistico romano: 576 pagg, 40 euro, nella collana della rivista Roma moderna e contemporanea, dell’Università Roma Tre), con saggi di 16 studiosi. La Natività si è sempre ritenuta opera siciliana, compiuta verso il 1609. Invece, no. L’iconografia la lega al Miracolo di San Matteo del Cavalier d’Arpino, nella stessa cappella Contarelli di San Luigi dei Francesi, dove Merisi produce la prima pubblica committenza: due figure sono esattamente uguali. Anche Maurizio Calvesi trovava la Natività stilisticamente assai prossima al periodo romano dell’artista.

IL MERCANTE DI STOFFE È pure dipinta su un’unica tela; mentre nel periodo successivo, poiché non ne trovava, Caravaggio le ha sempre assemblate. Ma allora, quel quadro come è arrivato fino al lontano capoluogo siciliano? «C’è un contratto di Caravaggio del 1600», raccontano i tre studiosi, «con un mercante di stoffe, Fabio Nuti di Siena: per un quadro, è scritto, cum figuris, di cui sappiamo le misure e basta». Legami di Nuti con l’oratorio palermitano li ha trovati da uno studioso siciliano; e il suo quadro doveva essere pronto per la festa di San Lorenzo, il 10 agosto. Che sia proprio quello?

Infine, la faccenda di Caravaggio colpito dal calcio di un cavallo, a fine 1596: è la ragione della sua lite con il Cavalier d’Arpino. Per risparmiare, questi non chiama un chirurgo a casa, e Merisi sarà aiutato da Carli: perché gli curino la ferita a una gamba, abbastanza grave, lo accompagna all’ospedale della Consolazione. Cioè quello dei poveri. E i due non faranno mai più pace.


Fabio Isman

Domenica 10 Febbraio 2013 - 20:21
Ultimo aggiornamento: 20:22

Il Corriere in crisi trasloca da via Solferino. Rcs annuncia 800 esuberi

Il Messaggero

MILANO - L'ad di Rcs Pietro Scott Jovane e il capo del personale hanno annunciato al Cae (Comitato aziendale europeo) 800 esuberi di cui 600 in Italia tra personale giornalistico e non. Il gruppo intende vendere o chiudere 10 testate di Rcs Periodici e spostare in via Rizzoli le sedi del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport.


CatturaChiudonmo 10 testate. Gli 800 esuberi annunciati dai vertici Rcs alla rappresentanza sindacale si confrontano con un organico del gruppo pari a circa 5 mila dipendenti. L'azienda non ha annunciato nel dettaglio le ricadute dei previsti tagli a livello delle singole divisioni, così come non è noto l'impatto sul personale giornalistico e non. Le testate che il gruppo intende cedere rappresentano circa il 20% del fatturato di Rcs Periodici. I magazine coinvolti sono: A, Bravacasa, Yacht & Sail, Max, Europeo, Astra, Novella, Visto, Ok Salute e il polo dell'enigmistica. Complessivamente le dieci testate dovrebbero occupare attualmente, direttori esclusi, circa 90 giornalisti, oltre ai grafici.

«Grande preoccupazione».
Il Comitato aziendale europeo di Rcs Mediagroup esprime in una nota «grande preoccupazione di fronte alle ipotesi contenute nel piano triennale presentato oggi dall'amministratore delegato Pietro Scott Jovane». «Si tratta - afferma il Cae - di un piano che prevede un drastico ridimensionamento degli organici e del costo del lavoro in Italia come in Spagna e un allarmante sacrificio di asset, testate e patrimonio storico del gruppo, a fronte di prospettive di sviluppo molto accelerato sulle iniziative digitali e sull'integrazione tra piattaforme tradizionali e innovative di informazione».

I rappresentanti sindacali dei dipendenti Rcs sottolineano come «aspetti di forte criticità» il fatto che i tagli prospettati, pari a 800 lavoratori, di cui 640 in Italia e 160 in Spagna, vanno a sommarsi ai pesanti interventi già attuati negli anni passati, soprattutto in Spagna, dove solo nel 2012 si sono persi circa 350 posti di lavoro, con un evidente pericolo per il mantenimento della qualità dell'offerta editoriale oltre che un ulteriore aggravio dei carichi di lavoro. «Il piano si regge su un equilibrio finanziario ancora soggetto a numerose incognite - afferma poi il Cae -, poiché si basa anche su un aumento di capitale da parte degli azionisti non definito negli importi, nelle modalità e nelle finalità.

Le prospettive di sviluppo del fatturato di gruppo - viene poi spiegato -, affidate in larghissima parte alle attività collegate al digitale, sono tutte da verificare nella loro realizzazione concreta, e ancora indeterminati sono gli ambiti di intervento degli investimenti industriali previsti. Il Cae - conclude l'organismo - apprezza comunque il metodo di trasparenza nella comunicazione da parte dei vertici di gruppo, che precede e prelude all'avvio di tavoli di negoziazione, e l'apertura verso un obiettivo di ricerca di soluzioni di gestione condivise tra azienda e organismi sindacali».


Lunedì 11 Febbraio 2013 - 17:10
Ultimo aggiornamento: 20:50

Dietro il sacrificio estremo di un intellettuale le ombre di un «rapporto segreto» choc

Corriere della sera

Benedetto XVI avrebbe maturato la decisione definitiva dell'annuncio domenica: stava preparando un'enciclica

Non essendo riuscito a cambiare la Curia, Benedetto XVI è arrivato ad una conclusione amara: va via, è lui che cambia. Si tratta del sacrificio estremo, traumatico, di un pontefice intellettuale sconfitto da un apparato ritenuto troppo incrostato di potere e autoreferenziale per essere riformato. È come se Benedetto XVI avesse cercato di emancipare il papato e la Chiesa cattolica dall'ipoteca di una specie di Seconda Repubblica vaticana; e ne fosse rimasto, invece, vittima. È difficile non percepire la sua scelta come l'esito di una lunga riflessione e di una lunga stanchezza. Accreditarlo come un gesto istintivo significherebbe fare torto a questa figura destinata e entrare nella storia più per le sue dimissioni che per come ha tentato di riformare il cattolicesimo, senza riuscirci come avrebbe voluto: anche se la decisione vera e propria è maturata domenica.

Quello a cui si assiste è il sintomo estremo, finale, irrevocabile della crisi di un sistema di governo e di una forma di papato; e della ribellione di un «Santo Padre» di fronte alla deriva di una Chiesa-istituzione passata in pochi anni da «maestra di vita» a «peccatrice»; da punto di riferimento morale dell'opinione pubblica occidentale, a una specie di «imputata globale», aggredita e spinta quasi a forza dalla parte opposta del confessionale. Senza questo trauma prolungato e tuttora in atto, riesce meno comprensibile la rinuncia di Benedetto XVI. È la lunga catena di conflitti, manovre, tradimenti all'ombra della cupola di San Pietro, a dare senso ad un atto altrimenti inesplicabile; e per il quale l'aggettivo «rivoluzionario» suona inadeguato: troppo piccolo, troppo secolare. Quanto è successo ieri lascia un senso di vuoto che stordisce.

E nonostante la sua volontà di fare smettere il clamore e lo sconcerto intorno alla Città del Vaticano, le parole accorate pronunciate dal Papa li moltiplicano. Aggiungono mistero a mistero. Ne marcano la silhouette in modo drammatico, proiettando ombre sul recente passato. Consegnano al successore che verrà eletto dal prossimo Conclave un'istituzione millenaria, di colpo appesantita e logorata dal tempo. E adesso è cominciata la caccia ai segni: i segni premonitori. Come se si sentisse il bisogno di trovare una ragione recondita ma visibile da tempo, per dare una spiegazione alla decisione del Papa di dimettersi: a partire dall'accenno fatto l'anno scorso da monsignor Luigi Bettazzi; e poco prima dall'arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, che si era lasciato scappare questa possibilità durante un viaggio in Cina, ipotizzando perfino un complotto contro Benedetto XVI.

Ma la ricerca rischia di essere una «via crucis» nella crisi d'identità del Vaticano. Riaffiora l'immagine di Joseph Ratzinger che lascia il suo pallio, il mantello pontificio sulla tomba di Celestino V, il Papa che «abdicò» nel 1294, durante la sua visita all'Aquila dopo il terremoto, il 28 aprile del 2009. Oppure rimbalza l'anomalia dei due Concistori indetti nel 2012 «per sistemare le cose e perché sia tutto in ordine», nelle parole anodine di un cardinale. O ancora tornano in mente le ripetute discussioni col fratello sacerdote Georg, sulla possibilità di lasciare. Qualcuno ritiene di vedere un indizio della volontà di dimettersi perfino nei lavori di ristrutturazione dell'ex convento delle suore di clausura in corso nei giardini vaticani: perché è lì che Benedetto XVI andrà a vivere da «ex Papa», dividendosi col palazzo sul lago di Castel Gandolfo, sui colli a sud di Roma.

L' Osservatore romano scrive che aveva deciso da mesi, dall'ultimo viaggio in Messico. Ma è difficile capire quando l'intenzione, quasi la tentazione di farsi da parte sia diventata volontà e determinazione di compiere un gesto che «per il bene della Chiesa», nel breve periodo non può non sollevare soprattutto domande; e mostrare un Vaticano acefalo e delegittimato nella sua catena di comando ma soprattutto nel suo primato morale: proprio perché di tutto questo Benedetto XVI è stato l'emblema e il garante. «Il Papa continua a scrivere, a studiare. È in salute, sta bene», ripetono quanti hanno contatti con lui e la sua cerchia. «Non è vero che sia malato: stava preparando una nuova enciclica». Dunque, la traccia della malattia sarebbe fuorviante.

Smonta anche il precedente delle lettere riservate preparate segretamente da Giovanni Paolo II nel 1989 e nel 1994, nelle quali offriva le proprie dimissioni in caso di malattia gravissima o di condizioni che gli rendessero impossibile «fare il Papa» in modo adeguato. Ma l'assenza di motivi di salute rende le domande più incalzanti. E ripropone l'unicità del passo indietro. Il gesuita statunitense Thomas Reese calcola che nella storia siano state ipotizzate le dimissioni di una decina di pontefici. Ma fa notare che in generale i papi moderni hanno sempre scartato questa possibilità. Eppure, gli scritti di Ratzinger non hanno mai eluso il problema, anzi: lentamente affiora la realtà di un progetto accarezzato da tempo. «I due Georg sapevano», si dice adesso, alludendo al fratello Georg Ratzinger e a Georg Gänswein, segretario particolare del pontefice.

Forse, però, colpisce di più che fosse all'oscuro di tutto il cardinale Angelo Sodano, ex segretario di Stato e numero uno del Collegio Cardinalizio; e con lui altre «eminenze», che parlano di «fulmine a ciel sereno». È come se perfino in queste ore si intravedesse una singolare struttura tribale, che ha dominato la vita di Curia con amicizie e ostilità talmente radicate da essere immuni a qualunque richiamo all'unità del pontefice.

Sotto voce, si parla del contenuto «sconvolgente» del rapporto segreto che tre cardinali anziani hanno consegnato nei mesi scorsi a proposito di Vatileaks, la fuga di notizie riservate per la quale è stato incriminato e condannato solo il maggiordomo papale, Paolo Gabriele. Si fa notare che da oltre otto mesi lo Ior, l'Istituto per le opere di religione considerato «la banca del Papa», è senza presidente dopo la sfiducia a Ettore Gotti Tedeschi. Rimane l'eco intermittente dello scandalo dei preti pedofili, che pure il pontefice ha affrontato a costo di scontrarsi con una cultura del segreto ancora diffusa negli ambienti vaticani.

E continuano a spuntare «buchi» di bilancio a carico di istituti cattolici, dopo la presunta truffa milionaria a danno dei Salesiani: un episodio imbarazzante per il quale il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ha inutilmente cercato la solidarietà e la comprensione della magistratura italiana. È questa eredità di inimicizie, protagonismi, lotta fra correnti, faide economiche con risvolti giudiziari che sembra aver pesato più di quanto si immaginasse sulle spalle infragilite di Benedetto XVI. È come se avesse interiorizzato la «malattia» della crisi vaticana di credibilità, irrisolta e apparentemente irrisolvibile. Conferma il ministro Andrea Riccardi, che lo conosce bene: «Ha trovato difficoltà e resistenze più grandi di quelle che crediamo. E non ha trovato più la forza per contrastarle e portare il peso del suo ministero. Bisogna chiedersi perché».

Ma nel momento in cui decide di dimettersi da Papa, Benedetto XVI infrange un tabù plurisecolare, quasi teologico. Fa capire alla nomenklatura vaticana che nessuno è insostituibile: nemmeno l'uomo che siede sulla «Cattedra di Pietro». E apre la porta a una potenziale ondata di dimissioni. Soprattutto, addita al Conclave la drammaticità della situazione della Chiesa. Dà indirettamente ragione a quegli episcopati mondiali, in particolare occidentali, che da mesi osservano la Roma papale come un nido di conflitti e manovre fra cordate che da tempo pensano solo alla successione.

L'annuncio delle dimissioni avviene in coincidenza con l'anniversario dei Patti lateranensi; e nel bel mezzo di una campagna elettorale: al punto che ieri alcuni leader si chiedevano se interrompere per un giorno i comizi. Ma già si guarda avanti. Bertone ha chiesto di incontrare per una decina di minuti il capo dello Stato Giorgio Napolitano prima della festa in ambasciata di oggi pomeriggio. E il «toto-Papa» impazza, con le scommesse fuorvianti sull'«italiano» o il «non italiano». Stavolta, in realtà, sarà un Conclave diverso. Il sacrificio di Benedetto XVI, per quanto controverso, mette tutti davanti a responsabilità ineludibili.

Massimo Franco
12 febbraio 2013 | 7:41

Dimissioni Papa, Ansa prima a dare la notizia: la giornalista ha capito il latino

Il Messaggero

ROMA - Quando la notizia ha una portata storica come nel caso delle dimissioni di Papa Benedetto XVI, riuscire a darla prima di tutti è qualcosa che nel giornalismo ha la sua importanza. Se poi si bruciano i concorrenti sul tempo perché si conosce il latino e si comprendono in diretta le parole pronunciate dal Pontefice nel corso di una cerimonia mediaticamente poco interessante, allora i meriti sono tripli. Stavolta, come molte altre, il merito va all'Ansa. In particolare alla sua vaticanista Giovanna Chirri.

CatturaIl flash alle 11,47. Quel flash trasmesso alle 11,47 è finito sulle prime pagine dei siti di tutto il mondo. «L'agenzia Ansa ha ascoltato Benedetto XVI che leggeva l'annuncio ai cardinali in LATINO e ha capito cosa stava dicendo. Brava!», ha commentato su Twitter la corrispondente del New york Times da Roma, Rachel Donadio. Anche Ryan Lizza, uno dei più apprezzati cronisti di Washington, corrispondente del New Yorker e collaboratore della Cnn, su Twitter ha segnalato ai suoi oltre 30mila follower lo scoop mondiale della Chirri.

Giavanna Chirri. «E' stato semplice, eravamo pochissimi in sala stampa a seguire la diretta interna del Concistoro - racconta Giovanna Chirri, romana, 54 anni, vaticanista dal '94 e collaboratrice della Cronaca di Roma del Messaggero negli Anni Ottanta -. Tutti hanno parlato in latino e quando è stato il turno del Papa io ho capito subito che si stava dimettendo ma il mio cervello non voleva crederci: sono rimasta un po' terrorizzata e onestamente ho perso anche un po' di tempo. Poi ho chiamato la redazione, sono stati momenti concitati. Quando Sodano in Italiano ha parlato di "fulmine a ciel sereno" abbiamo avuto la conferma e lanciato la notizia».

Il direttore Luigi Contu. «E' una grandissima soddisfazione che va tutta alla bravura di Giovanna Chirri - commenta il direttore dell'Ansa Luigi Contu -. Il successo in questo caso dimostra che nel giornalismo la conoscenza, l'esperienza e il coraggio pagano sempre. Lei ha capito il testo in latino e questo è un merito indubbio. Ma lo è anche l'aver seguito un evento che molti altri suoi colleghi hanno ignorato ritenendolo poco importante».


Lunedì 11 Febbraio 2013 - 15:36
Ultimo aggiornamento: 17:15

Guardian: un software del governo Usa può spiare tramite i social network

La Stampa

Sviluppato da Raytheon per aumentare la sicurezza nazionale, permette di monitorare e prevedere le azioni di interi gruppi sociali
roma


Cattura
Un’importante multinazionale americana impegnata nel settore della difesa, la Raytheon, ha sviluppato e brevettato un programma per schedare, tracciare i movimenti e creare previsioni sulle future azioni delle persone attraverso la raccolta e l’analisi dei dati contenuti nei vari social network. 
A divulgare la notizia e un filmato-tutorial del programma è stato il quotidiano britannico Guardian , sul cui sito si può vedere il video in cui un ingegnere dell’azienda americana impegnato nel progetto Riot - Rapid Information Overlay Technology, questo il nome del software - crea il profilo di un impiegato dell’azienda utilizzando il brevettato «sistema di analisi su larga scala».

L’ingegnere mostra come sia sufficiente collegarsi ad un social network con il cellulare o pubblicare su Internet una foto per far scattare la possibilità di essere «tracciati», permettendo a chi utilizza il programma di seguire e con il tempo prevedere le mosse del soggetto scelto. Ma soprattutto il programma permette di studiare e catalogare i movimenti di vari soggetti contemporaneamente, grazie ad un algoritmo che incrocia i diversi dati presi dai database dei social network, creando la possibilità di monitorare la nascita e gli spostamenti di interi gruppi sociali.

La multinazionale ha fatto sapere che il programma e’ stato sviluppato con il governo degli Stati Uniti nel 2010, al fine di aumentare la sicurezza nazionale e il monitoraggio di milioni di operazioni effettuate su Internet.

(Asca)

I giornalisti e il piano Rcs

Corriere della sera

Il comunicato del Comitato di redazione pubblicato sul quotidiano in edicola martedì 12 febbraio
Care lettrici e cari lettori,

Cattura2 il giornale che state leggendo oggi è in edicola grazie al senso di responsabilità mostrato dai giornalisti del Corriere della Sera in forza degli avvenimenti eccezionali accaduti ieri. Il nostro giornale, insieme con tutto il gruppo RcsMediaGroup, sta subendo un attacco inaudito e inaccettabile da parte dei vertici di questa azienda. E’ stato annunciato, a soli due anni dal precedente stato di crisi, un ulteriore taglio di 800 lavoratori (tra giornalisti e poligrafici), una quota pari a oltre il 15% degli organici, tra Italia e Spagna. Una decisione gravissima che, se applicata fino in fondo, sfregerebbe irrimediabilmente l’identità del Corriere e delle altre testate del gruppo.

Inoltre l’azienda ha annunciato di voler spostare la sede del Corriere della Sera da via Solferino 28, cancellando con un grossolano gesto contabile più di 100 anni di storia, il simbolo più importante della libertà di stampa in questo Paese, un pezzo unico e irripetibile del patrimonio culturale italiano.
Il comitato di redazione di questo giornale fin dall’ottobre scorso ha raccolto la sfida del cambiamento, promuovendo, tra l’altro, l’accordo per l’introduzione delle nuove tecnologie multimediali. E continuerà a farlo, mobilitando le intelligenze e i contributi di tutti i giornalisti del Corriere, anche nelle prossime settimane per concorrere a progettare e realizzare il Corriere del futuro. Ma nel piano che è stato presentato ieri dall’azienda ancora non si vede lo sviluppo concreto di quei progetti di innovazione sulle varie piattaforme editoriali (web, tablet, smartphone) che rappresentano la frontiera delle nuove aree di business.

Cattura1
Certamente è anche una questione di risorse finanziarie. Gli azionisti principali della RcsMediaGroup, in particolare quelli raccolti nel patto di sindacato, sono ora chiamati a fare la loro parte, garantendo la sottoscrizione di un aumento di capitale adeguato al rilancio indispensabile del gruppo e al mantenimento della leadership del Corriere della Sera.

Il Cdr insiste su questo punto da mesi, ricordando che negli ultimi cinque esercizi (2007-2011), già segnati dall’inizio della crisi, il monte dividendi distribuito agli azionisti ha raggiunto quota 108 milioni di euro, contro risorse provenienti da aumenti di capitale pari a zero. Per memoria dei lettori ricordiamo chi sono i componenti del Patto di sindacato: Mediobanca (13,6%); Fiat (10,2%); Italmobiliare, gruppo Pesenti (7,4%); Pirelli (5,2%); Fondiaria, gruppo Unipol (5,2%); Banca Intesa Sanpaolo (4,9%); Assicurazioni Generali (3,7%); Sinpar, gruppo Lucchini (2%); Merloni Invest, Francesco Merloni (2%); Mittel (1,2%); Eridano Finanziaria (1,2%), Edison (1%).

Nello stesso tempo, pur cogliendo il valore simbolico comunicato dall’amministratore delegato di autoridursi lo stipendio del 10%, osserviamo che servirebbe ben altro per compensare le perdite causate a questa azienda da una lunga sequela di manager e amministratori, alcuni dei quali si sono congedati, già in tempi di magra, con sontuose buonuscite. L’assemblea dei giornalisti del Corriere della Sera ha affidato al comitato di redazione un pacchetto di 10 giorni di sciopero da gestire nei prossimi giorni in funzione del negoziato che si aprirà con l’azienda.



Il comitato di redazione11 febbraio 2013 (modifica il 12 febbraio 2013)

La testa del re “senza testa” mette in croce la Francia

La Stampa

Uno studioso dimostra in un saggio che è del popolare sovrano Enrico IV il cranio che i Borbone gli hanno chiesto di analizzare. C’è chi contesta il risultato e chi vorrebbe le ossa a Saint-Denis. E le polemiche infuriano

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


Cattura
Quella testa è un rompicapo. Già: che fare della testa mummificata di Enrico IV, re di Francia e di Navarra dal 1589 al 1610, concesso e non dato che sia proprio la sua? Al momento è conservata in una cassetta di sicurezza di una banca del nono arrondissement di Parigi. Bisogna riportarla con tutti gli onori nella basilica di Saint-Denis, necropoli della monarchia? I monarchici sono divisi e l’Eliseo nell’imbarazzo...

E’ una storia lunga e complicata. Intanto, il protagonista. Enrico IV, primo Borbone sul trono, resta tuttora il re francese più popolare. Ugonotto convertito al cattolicesimo per regnare, è passato alla storia per una frase che, come la maggior parte di quelle storiche, non fu mai pronunciata: «Parigi val bene una messa». Però fu un grande re. Pacificò il Paese dilaniato dalle guerre di religione, concesse la libertà di culto ai suoi ex correligionari e volle che «ogni francese avesse un pollo nella sua pentola», altra frase celebre e celebrata, come sempre in Francia, da una ricetta: la «poule au pot Henri IV».

Guascone per nascita e per carattere, gran mangiatore, gran bevitore, gran donnaiolo (ebbe nove bastardi), allergico ai fanatici religiosi e al sapone, Enrico aveva e ha tutto per stare simpatico ai francesi. Una volta, passando da un paesino, chiese che gli fosse presentato il villico più spiritoso. Gli dissero che era il fornaio. Lui lo fece accomodare a tavola davanti a lui e gli chiese: che distanza c’è fra un panettiere e un puttaniere? E quello, rapidissimo: «Sire, solo quella di una tavola». Invece di impiccarlo, il re lo premiò. Era un tipo così.

Enrico fu assassinato nel 1610, imbalsamato e sepolto, come i suoi predecessori e i suoi successori, a Saint-Denis. Purtroppo il fanatismo, stavolta quello rivoluzionario, non lo lasciò in pace. Nel 1793 i giacobini profanarono le tombe e gettarono i feretri in una fossa comune. Alla Restaurazione, Luigi XVIII li fece riseppellire. Si scoprì allora che Enrico era decapitato. Una testa imbalsamata è in circolazione da due secoli, è stata di volta in volta autenticata o rifiutata.

Finché non ci ha messo sopra le mani Philippe Charlier, l’anatomopatologo più famoso di Francia, l’«Indiana Jones dei cimiteri», grande esperto di spoglie storiche e colpi mediatici. Charlier non ha dubbi: la testa è di Enrico IV e per dimostrarlo ha scritto un libro insieme al giornalista Stéphane Gabet, Henri IV - L’énigme du Roi sans tête, che uscirà il 15 e che il Figaro ha letto in anteprima. Charlier ha anche ricostruito al computer in 3D la testa di Enrico e in effetti la somiglianza con i ritratti è impressionante.

A questo punto si apre una polemica su due fronti. Primo, se la testa sia effetti quella del re; secondo, se sì, che farne. Diversi studiosi contestano Charlier. Per esempio, Olivier Pascal, genetista e perito in Corte di Cassazione, dice «non andrebbe alle Assise con un dossier del genere». L’attribuzione, insomma, resta controversa. La questione è poi complicata dal fatto che i Borbone, come tutte le dinastie senza trono, sono divisi. L’ultimo proprietario della reliquia l’ha affidata a Luigi, duca d’Angiò e capo del ramo «legittimista», dicono i maligni perché il duca è sposato a una ricchissima ereditiera venezuelana e ha potuto quindi finanziare le ricerche di Charlier.

Luigi naturalmente crede che la testa sia quella del suo antenato e propone di seppellirla con tutti gli onori a Saint-Denis. Ma Henri d’Orléans, conte di Parigi e capo del ramo «orléanista», si dichiara invece scettico, liquida sprezzantemente il cugino («Accaparrandosi gli orpelli della Storia, si può sempre tentare di provare che si esiste») e dice che «la République non deve immischiarsi». Appunto, la Repubblica. La testa di Enrico IV è anche un problema politico. Perché, dopo che la Prima Repubblica l’ha esumata, la Quinta dovrebbe reinumarla e farlo con la dovuta solennità, perché si tratta pur sempre di un capo di Stato francese.

Nel 2011, il duca d’Angiò contattò l’Eliseo, il cui inquilino era all’epoca Nicolas Sarkozy. E Sarkò fu tentato di far riseppellire la testa con tutti gli onori e di partecipare pure alla cerimonia. Sarebbe stata una novità. Nel 1987, per i mille anni dei Capetingi, Mitterrand meditò di riportare in Francia il feretro di Carlo X, ultimo re «legittimo», morto in esilio e sepolto nell’abbazia di Castagnevizza (nella parte slovena di Gorizia), ma poi rinunciò. E nel 2004 l’inumazione del cuore di Luigi XVII, lo sventurato figlio di Luigi XVI e Maria Antonietta, re di nome ma non di fatto, fu una cerimonia privata cui non partecipò nessun dignitario repubblicano. 

Alla fine Sarkò, dopo aver consultato il conte di Parigi, decise di non farne nulla. Troppi dubbi. Chi dei due litiganti avrebbe rappresentato i Borbone alla cerimonia? E che imbarazzo se la testa si rivelasse poi un falso. Questa è, pare, anche la posizione di François Hollande. Benché Enrico IV sia un personaggio politicamente corretto, campione della tolleranza religiosa e preoccupato del benessere del popolo, meglio non intromettersi nelle polemiche fra scienziati senza certezze e principi senza trono. 

L’«affaire» è stato insabbiato al ministero della Cultura, dove un funzionario lo definisce «insolubile». Al ministero non nascondono di essere più preoccupati per lo stato delle tombe reali a Saint-Denis, che avrebbero bisogno di restauri. Ma Hollande ha tagliato perfino il sacrosanto bilancio della Cultura. Nel frattempo, la testa del re è «sepolta» in una cassetta di sicurezza. E probabilmente aspetterà lì la resurrezione dei corpi.