sabato 16 febbraio 2013

Hacker all'attacco del sito del Tribunale

Corriere della sera

Oscurato anche il sito dell'amministrazione di polizia penitenziaria


CatturaHacker all'attacco del Tribunale di Milano e del Dap, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria nazionale. Il sito http://www.tribunale.milano.it/ sabato mattina è stato oscurato con un'immagine della maschera di «V per Vendetta», solitamente usata dagli hacker di Anonymous, con i colori della bandiera italiana. Sotto l'immagine appare un messaggio intitolato «Preparatevi ha inizio l'apocalisse!», firmato «LndTm 2013». I pirati informatici si definiscono «i giovani del popolo italiano» che «lavorano e sono stufi di essere presi per il culo, derubati, maltrattati da quei delinquenti che ci governano e da tutte le lobby che li supportano». «Da adesso pagheranno per tutto quello che hanno fatto», minaccia il gruppo, inneggiando a una «rivoluzione digitale».


CatturaL'ALTRO SITO - Risulta oscurato anche il sito dell'amministrazione di polizia penitenziaria http://www.polizia-penitenziaria.it/dap.asp: la pagina Internet è in questo momento irraggiungibile per «Network Error».


Giuseppe Guastella e Redazione Milano online16 febbraio 2013 | 12:34

Pioggia di meteoriti, perché i russi hanno sempre una telecamera montata sul cruscotto?

Corriere della sera

A quanto pare lo fanno per incastrare i poliziotti, i criminali e le compagnie d’assicurazione
Una delle tante immagini catturate grazie alle dash cam


Cattura Mai come stavolta la caduta di una meteora è stata documentata così bene: dozzine di video hanno catturato la spettacolare e impressionante pioggia meteorica sugli Urali. Dieci anni fa, probabilmente, una notizia così non sarebbe nemmeno finita nel taglio basso in terza pagina. Quasi mille feriti e seri danni in diverse città; giusto le persone che vivono negli Urali se ne sarebbero accorte. I video del passaggio e l’attimo in cui si è udito il boato sono stati registrati grazie alle cosiddette «dash cam» sempre accese. Che hanno di fatto scritto la storia recente dell’astronomia. Ma perché ogni nuova auto in Russia viene venduta con un videoregistratore montato sul cruscotto? Per incastrare i poliziotti, i criminali e le compagnie d’assicurazione.

METEORA OVUNQUE - Da qualche anno a questa parte, quasi tutti gli automobilisti in Russia hanno scelto di girare con un videoregistratore a bordo. Sempre meglio che nascondere un tubo di metallo o una rivoltella sotto il sedile. È soprattutto grazie a loro che venerdì la meteora caduta negli Urali è diventata la notizia d’apertura di tutti i portali e le tv nel mondo. L’impatto è stato filmato migliaia di volte tanto che possiamo dire che si è trattato del fenomeno astronomico tra i meglio documentati che il mondo abbia mai visto.

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GUIDA CRIMINALE - Ma perché nei popolosi villaggi degli Urali meridionali ognuno ha una fotocamera, oltretutto subito pronta per documentare un evento naturale inaspettato e che ha attraversato il cielo in appena una manciata di secondi? La risposta: ogni russo che compra una macchina nuova (perlopiù di fabbricazione occidentale), fa montare un videoregistratore sul cruscotto («dash cam»). Dati concreti sul numero dei possessori di questi apparecchi non ce ne sono. Lo strumento filma senza interruzione tutto ciò che accade al posto di guida e sulle strade. La ragione, prima di ogni altra cosa, è legale. Serve a incastrare i tantissimi poliziotti che estorcono pagamenti in contanti per non far scattare fantasiose multe.

Vengono pure utilizzati per documentare gli incidenti con le compagnie di assicurazione sempre molto sospettose. Insomma, trasmette all’automobilista un senso di sicurezza, di autodifesa, che le istituzioni statali non possono o non vogliono garantire. Già, perché sulle strade in Russia vige il far west. Qualche numero: lo scorso anno si sono registrati circa 200.000 incidenti, nei quali sono morte 28.000 persone. Tre anni fa, il presidente Medvedev ha bollato lo stile di guida dei suoi concittadini come «criminale, indisciplinato e sconsiderato».

TANGENTI - Il codice della strada in Russia ha infatti una regola non scritta: ha ragione chi ha l’auto più grossa. Le infrazioni al codice sono di conseguenza continue. Tuttavia, Medvedev non ha menzionato lo stato disastroso delle carreggiate: buche e voragini dappertutto, mentre la segnaletica stradale e l’illuminazione sono praticamente inesistenti. Il presidente russo si era pure scordato di citare i grandi problemi della polizia stradale del suo Paese. La giornalista Marina Galperina li aveva descritti così: «Sono noti per la brutalità, la corruzione, l’estorsione e perché arrotondano lo stipendio con le tangenti». Nella classifica stilata ogni anno da Transparency International che «misura» il livello di corruzione nei Paesi di tutto il mondo, la Russia è finita al 133° posto dei paesi meno corrotti (su 174 l’Italia è 72esima).

MAI PIÙ SENZA - Ciò nondimeno, la situazione va lentamente migliorando, proprio da quando ci sono le «dash cam». I filmati fungono da prove in tribunale e servono per dimostrare l’innocenza degli imputati, ovviamente quando chi ha registrato è coinvolto e ha ragione. Ecco anche spiegato il motivo perché sul Web ci sono centinaia di video che documentato incidenti spettacolari e che arrivano tutti dalla Russia. Alexei Dozorov, presidente dell'organizzazione per i diritti degli automobilisti ha riassunto così il fenomeno «dash cam»: «In Russia puoi salire in auto anche senza pantaloni, ma mai senza una dash cam».

Elmar Burchia
16 febbraio 2013 | 12:32

C’è una spia nascosta dentro le app dei bambini

Corriere della sera

di Renato Benedetto


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Che quell’app sia rivolta ai più piccoli è espressamente scritto nella pagina di presentazione: «La migliore applicazione di disegno per bambini». E in effetti tracciare sullo schermo dello smartphone linee colorate e figure con un «touch», d’artista in erba o da scarabocchiatore, risulta piacevole: non a caso l’app è stata installata più di un milione di volte e conta quasi 10 mila commenti in maggioranza positivi. Per questo crea ancora più stupore scoprire che tra i banner di quel programma sia comparso l’avviso: «Incontra più di mille single».

È una delle tante incongruenze rilevate dall’indagine della Federal Trade Commission, l’Antitrust americana, sulla privacy nelle app rivolte ai bambini. La Ftc ne ha analizzate 400 tra quelle disponibili su Apple Store e Google Play, arrivando a delle conclusioni poco rassicuranti: spesso questi programmi raccolgono una gran mole di dati personali, senza fornire ai diretti interessati e ai genitori informazioni adeguate su cosa venga raccolto, per quali fini e se sia ceduto a terzi.

Già in tenera età oggi si ha familiarità con smartphone e tablet: se in Italia quasi la metà dei bambini tra i 7 e gli 11 anni usa il cellulare (dati Eurispes), il 50,9% di questi adora i giochi, mentre non manca chi utilizza altre applicazioni. Il 34,8% usa l’iPad o un altro tablet. Ed è cresciuta l’offerta delle app dedicate ai più piccoli. Programmi fantastici, dove la componente ludica spesso si incontra con finalità educative: per leggere, scrivere, far di conto o imparare i nomi degli animali.

Affascinano genitori e figli, ma possono essere poco trasparenti sulle informazioni relative alla  privacy. Quasi il 60% delle app prese in esame dalla Ftc fornisce il codice identificativo dello smartphone allo sviluppatore o, più comunemente, a un centro marketing, di analisi dati o ad altre terze parti. E a volte, accanto all’identificativo, ci sono informazioni delicate, come la geolocalizzazione, il numero di telefono o la lista dei contatti. Le app hanno poi altre funzioni interattive: pubblicità all’interno del programma (58%), connessione ai social network (22%), servizi a pagamento (17%).

Il meccanismo degli acquisti in app è tipico dei giochi gratuiti: si scaricano a costo zero, ma poi chiedono piccoli pagamenti per avere, ad esempio, livelli aggiuntivi o nuove funzioni. Ne sa qualcosa la mamma di J. — bambino inglese di 6 anni — che sulla carta di credito si è ritrovata un addebito da 950 sterline per gli acquisti fatti dal figlio a sua insaputa giocando a Zombie Takeover (fortunatamente Apple ha poi risarcito la somma). È vero che sia iOS, il sistema Apple, che Android, quello Google, hanno appositi avvisi. Per gli acquisti serve una password. Sull’iPhone bisognerà autorizzare l’app a utilizzare i dati sulla localizzazione o per accedere alla rubrica. Ma nella maggioranza dei casi non viene spiegato il perché della richiesta.

La Ftc cita un’applicazione che comunica identificativo dello smartphone, numero di telefono e geolocalizzazione a più società terze, pur affermando nell’informativa sulla privacy: «Noi non condividiamo o vendiamo queste informazioni a terze parti». L’identificativo è fondamentale per le agenzie che trattano i dati: è quello che permette di assegnare le informazioni raccolte a un utente univoco, il bambino, di cui si costruisce un profilo dettagliato. Secondo uno studio del Pew Center, il 54% degli utenti rimuove un’app dopo aver scoperto quante informazioni collezioni. E si parla di adulti. «Nell’utilizzo delle app gli utenti, in particolare i minori, devono prestare attenzione a quali dati comunicano e verificare sempre per quali scopi vengono richiesti — avverte il Garante per la privacy Antonello Soro. 

Molto spesso dati apparentemente innocui relativi ad esempio alla propria famiglia, come la capacità di spesa o la zona di residenza, o ai propri amici, potrebbero essere usati in maniera impropria». Negli Stati Uniti l’indagine della Ftc ha portato a un inasprimento delle norme che tutelano i più piccoli online. Anche da noi il tema è sotto esame: il lavoro lo sta portando avanti in ambito europeo il gruppo che riunisce le authority sulla privacy dei singoli Stati (il «Gruppo art. 29»), cui partecipa anche il garante italiano.

A marzo sarà pubblicato un parere sulle «mobile app», che conterrà anche delle indicazioni sui minori: per rafforzare il ruolo del consenso dei genitori e per invitare gli sviluppatori ad astenersi dal fare profilazione dei dati dei più piccoli. Anche perché le informazioni, una volta raccolte, hanno vita propria: «È importante sapere che spesso le informazioni che vengono fornite possono rimanere negli archivi degli sviluppatori ben oltre il periodo necessario per darci il servizio richiesto. Alla fine — conclude il Garante — quello che soprattutto occorre fare è insegnare ai ragazzi ad essere cauti e consapevoli nel rilasciare informazioni in Rete».

Pistorius: il disabile è un uomo come gli altri

La Stampa

Il pericolo di considerarlo come persona intangibile alle pulsioni umane, dalle più degradanti alle più gratificanti

gianluca nicoletti


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Pistorius femminicida è di sicuro una storiaccia. Pistorius però era anche la profezia vivente dell’ uomo futuro, colui che ha fatto del suo handicap un punto d'eccellenza, l'ibrido vivente in cui carne e tecnologia convivono serenamente in una nuova fase dell’ evoluzione. Con il suo gesto scellerato ci ha invece  dimostrato che, ancor di più, vale il suo essere simbolo dell’ abbattimento di un pregiudizio. L’atleta invincibile che corre con arti da trampoliere in fibra di carbonio, ha desacralizzato un “principio di natura” che sembrava intangibile: il nostro corpo può essere tranquillamente considerato un apparato suscettibile di upgrade continui. In nome dell'efficienza ci si può velocemente evolvere, incorporando pezzi nuovi al posto di quelli difettosi.

Pistorius il giorno degli innamorati ha,  nonostante questo , assassinato la sua fidanzata, l’ha fatto pure in una maniera follemente plateale. La notizia ci ha fatto precipitare nella delusione e nell’ orrore, ma alla fine ci rassicura sul fatto che nessuna protesi potenziatrice ci renderà veramente eroi e tanto meno santi. Anche Pistorius scende dall’ altare e quindi possiamo tranquillamente immaginare un futuro in cui in noi ci sarà molto di “artificiale”, ma senza alcun rischio di perdere la nostra appartenenza al genere umano. 

Secondo le ricostruzioni della polizia sudafricana Pistorius, il simbolo di tutte le virtù, dalla tenacia alla capacità di riscatto di un disabile, avrebbe ucciso la sua ragazza con la piena volontà di farlo, nel giorno più paradossale per uccidere una donna e sfondando a revolverate, quasi come in Shining, la porta del bagno dove lei si era rinchiusa. Pistorius tremante in tribunale guarda i suoi familiari, vestito di grigio come un qualsiasi travet che ha ucciso la moglie per gelosia, è molto diverso da quell’ agglomerato di muscoli e lamine elastiche della sua iconografia più gloriosa.

E’ tristissimo ammettere che si tratti della stessa persona, ma è anche un grande spunto di riflessione sulla diversità che non richiede investiture di santità. Saranno molti i miti che questa brutta storia potrebbe far crollare, anche nel campo dello sport parolimpico; potrebbe anche venirne alla luce uno degli aspetti meno digeribili, come il sospetto che anche gli atleti disabili possano ricorrere a sostanze illecite capaci di migliorare le loro performances, ma anche deleterie per il loro equilibrio psichico, proprio come i loro colleghi “normali” che non hanno nessun deficit da compensare. 

Si cominci a pensare a Pistorius con lo stesso turbamento che proveremmo per ognuno dei detestabili episodi di uomini che uccidono donne, non si pensi che lui potesse essere esente dalla peggior meschinità virile solo perché gli mancasse metà delle gambe. Sarebbe un ingiusto carico di obbligo alla rettitudine per ognuno dei tanti disabili sparsi per il mondo. Saranno quel che vorranno essere, esattamente come gli altri, non devono osservare nessun obbligo ulteriore rispetto agli altri, e devono essere giudicati come gli altri. Essere disabile non significa appartenere a un ordine. 

Guai a considerare il disabile come persona intangibile alle pulsioni umane, dalle più degradanti alle più gratificanti. Il disabile deve essere messo in condizione di poter scegliere quel che lui vuole essere, avere le stesse possibilità di vivere da eroe o da essere detestabile. Ha il diritto di amare, che molti negano, ma anche di odiare e prendersene le responsabilità. Le protesi di qualunque tipo siano non sono lo stigma di una condanna divina, ma nemmeno obbligano a dover dimostrare ( a parte l' omicidio)  le virtù  che a nessun umano normodotato sono richieste. 

Pisa torna «marinara». E inaugura il porto

Corriere della sera

Dalle navi da guerra di dieci secoli fa agli yacht: la nuova struttura ospiterà 400 imbarcazioni dagli 8 ai 50 metri

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L’urlo della sirena della vecchia fabbrica dei mitici idrovolanti, l’ultimo. Poi le idrovore hanno iniziato a succhiare acqua dal mare e a riversarla nel bacino di Boccadarno, il primo porto di Pisa che sta nascendo dopo gli splendori delle repubbliche marinare. Una cerimonia di pre-inaugurazione che si è consumata davanti a migliaia di persone che hanno riempito la passeggiata a mare (aperta per l’occasione) del nuovo scalo ancora in costruzione godendosi uno spettacolo straordinario. E non solo per la prima inaugurazione del porto, ma perché la giornata gelida ma limpida ha regalato uno spettacolo inconsueto: le Alpi Apuane bianche di neve che si rispecchiavano nel mare e nella foce dell’Arno.

Il bacino del porto è già attrezzato con i moli e gli attracchi che ospiteranno 400 imbarcazioni e yacht, dagli 8 ai 50 metri. Oggi è solo una grande buca con strutture di cemento armato, ma tra quindici giorni l’acqua appena aperta delle pompe la allagherà completamente e svelerà a tutti la sua natura oggi nascosta di porto turistico, il più bello della Toscana. Almeno cento posti sono già stati prenotati e a partire da maggio yacht, panfili e vele saranno ancorati e modificheranno radicalmente il paesaggio di Marina di Pisa. Venerdì all’inaugurazione, a tratti un po’ lenta, stucchevole e un po’ provinciale, hanno partecipato le autorità pisane e regionali. «Il porto di Pisa è una delle grandi opere che lavoreranno in sinergia con altre infrastrutture (porti, aeroporti, cantieristica) per rendere grande la Toscana», ha detto il governatore Enrico Rossi.

Certo, non mancano le polemiche di ambientalisti e sinistra radicale che quel porto non l’hanno mai voluto. Boccadarno si trova alla foce dell’Arno, davanti alla sponda nord del parco naturale di Migliarino San Rossore (oasi protettissima) e comitati ed ecologisti sono sicuri che «la colata di cemento» provocherà problemi anche di erosione. I progettisti, invece, sono convinti del contrario e replicano mostrando gli studi d’impatto ambientale. Ci sono poi polemiche velenose sui terreni (comunali) che per alcuni sarebbero stati concessi a prezzi troppo bassi per un progetto non pubblico ma interamente privato. Veleni che però si dimenticano nel giorno della pre-inaugurazione davanti a una mega struttura costata 100 milioni di euro e che vedrà investimenti per atri 100 quando saranno costruiti un albergo e residenze. Però è anche vero che il porto di Boccadarno regala di nuovo alla città della Torre il blasone marinaresco, come ai tempi gloriosi della Repubblica. E, ancora una volta, oscura Livorno che da almeno trent’anni discute e ridiscute il progetto di un porto turistico ancora da realizzare.

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A Pisa non arriveranno solo panfili e yacht, ma le imbarcazioni potranno risalire dalla porta sul mare dell’Arno sino al centro di Pisa, una straordinaria «strada liquida» che in futuro potrebbe addirittura continuare sino a Firenze e già oggi può unirsi al Canale dei Navicelli. Accanto al porto, realizzato dalla società Boccadarno partecipata da imprenditori locali, nasceranno nei prossimi tre anni residenze, centri commerciali e appartamenti, un quartiere affacciato al mare e un albergo. Certo, non sarà più la Marina di Pisa che aveva fatto innamorare Gabriele D’Annnunzio come una donna appassionata. «La foce dell'Arno ha una soavità così pura – scriveva il poeta - che non so paragonarle a nessuna bocca di donna amata.

Avevo bisogno di questo riposo e di questo bagno nel silenzio delle cose naturali. Ora sto molto meglio». Forse oggi d’Annunzio - che a Marina è ancora una presenza grazie alla villa liberty che condivideva con Eleonora Duse - guardando l’orizzonte così deturpato e modificato dall’erosione e dal cemento scriverebbe altri versi. Ma si sa il progresso è progresso e sviluppo e business in questi tempi di crisi sono una panacea. E poi c’è sempre l’orgoglio della storia. Pisa torna Repubblica Marinara. Anche se le antiche navi da guerra oggi sono i panfili e gli yacht dei nababbi.

Marco Gasperetti
16 febbraio 2013 | 13:26

La droga anti-divorzio promette unioni eterne

La Stampa

Lo studio di due scienziati inglesi propone la soluzione all’addio coniugale (con effetti collaterali)

barbara d’amico


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Una droga per far funzionare il proprio matrimonio: non è l’ultima trovata di carnevale ma lo studio di due autorevoli scienziati della Oxford University pubblicato dal quotidiano inglese Guardian.

Julian Savulescu, professore presso l’Istituto per il futuro dell’umanità (un centro creato nel complesso oxfordiano proprio per evitare l’estinzione della nostra specie), e il suo allievo Anders Sandberg si sono ingegnati per mettere a punto una droga che i coniugi in crisi potrebbero assumere, onde evitare il tragico epilogo della loro unione: un doloroso e (spesso costoso) divorzio.

Come ogni spunto scientifico che si rispetti, anche questa bizzarro studio ha le sue radici nell’esperienza umana. Nel 2005 Javulescu ha divorziato dalla moglie e trascorso il terribile periodo di depressione, liti e strascichi che la maggior parte degli ex-coniugi devono attraversare. «Quella separazione mi ha fatto pensare a quanto fragili e soprattutto quanto impossibile sia mantenere relazioni sul lungo periodo», spiega Savulescu al Guardian. «Come è possibile che persone intelligenti e sicure di sé finiscano in certe situazioni?» fa eco Sandberg.

In Italia, secondo l’Istat, la durata media di un matrimonio è di 18 anni e nel 2010 sono state circa 140 mila le coppie che si sono dette addio. Statistiche ben peggiori sono quelle inglesi e americane. Ecco dunque l’idea di mettere a punto un antidoto che eviti il peggio, cioè il fisiologico calo di interesse verso il proprio partner dopo anni di convivenza o matrimonio. L’aspetto forse sconcertante della teoria è questo: la droga dovrebbe agire non già sui centri nervosi del cervello deputati all’insorgere di emozioni o affetto verso l’altro, ma su quelle legate all’attaccamento e al bisogno dell’altro.

Non è ancora chiaro come sia possibile che una droga stimoli le sostanze chimiche a reagire nei confronti del proprio partner e non del primo che passi per strada. Il segreto, tuttavia, starebbe nel somministrare alla coppia una dose di ossitocina (l’ormone che alcuni considerano la sostanza della fedeltà) e di vasopressina (quello invece coinvolto nei meccanismi della memoria). Del resto, sostengono i due scienziati, visto che molte relazioni non finiscono per una buona ragione ma per motivi puramente biologici, introdurre un aiutino non farebbe che garantire amori più stabili e quindi un’evoluzione umana più sicura.

Gli scettici si chiedono tuttavia cosa ci sia di naturale nell’impedire la fine di un amore, tanto più che l’evoluzione di una specie è garantita tra gli altri fattori dalla procreazione. Sembra dunque anti-evoluzionista lo studio su una droga per garantire l’unione con lo stesso partner. Inoltre non ci sono certezze sulla sua efficacia e sia Sandberg che Javulescu ammettono il tallone d’achille del progetto: la droga potrebbe avvere effetti sul breve, ma non sul lungo periodo.

Basterebbe in ogni caso il tentativo che, infondo, direbbe tanto di una coppia disposta a drogarsi pur di salvare il proprio matrimonio.

Ritorna a vivere Riccardo III liberato dalla tomba dell'odio

Eleonora Barbieri - Sab, 16/02/2013 - 08:33

Ultimo dei Plantageneti, sconfitto in battaglia dai Tudor, è il re d'Inghilterra meno amato. Ma il ritrovamento del suo corpo riapre il dibattito su di lui

A più di cinque secoli di distanza, lo scheletro di Riccardo III dice ancora dell'odio con cui i nemici distrussero il suo regno, la corona che lui, l'ultimo dei Plantageneti, tanto aveva fatto per infilarsi sulla testa.


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Le ossa ritrovate a Leicester, dove un tempo era il convento francescano di Grey Friars ma oggi di grigio c'è soltanto un parcheggio banale raccontano come è stato ucciso, come i nemici abbiano infierito sul suo corpo, deforme a causa della scoliosi (lo scheletro mostra anche il difetto fisico, in modo impressionante), come l'abbiano irriso nella morte, umiliato nella sconfitta: parlano ancora, dal 1485, della rabbia e del risentimento verso un uomo che dalla storia ha avuto un solo giudizio, quello di tiranno.

Quelle ossa però sono state cercate, con volontà e passione: a finanziare gli scavi è stata una donna, Philippa Langley, della Richard III Society, un club nato nel 1924 che ha un obiettivo solo, perorare la causa di «Good King Richard». Riccardo III il saggio, il buono, il politico quasi all'avanguardia: non il mostro tramandato da Tommaso Moro e Shakespeare. E in qualche modo i sostenitori di Riccardo, il sole di York che anziché un'estate gloriosa gettò un'ombra micidiale sul suo stesso destino, ce l'hanno fatta: perché da quando la prova del Dna (grazie agli ultimi due discendenti viventi) ha dimostrato che quelle ossa sono le sue, uno dei re più controversi della storia inglese è tornato sulla scena del mondo. Il fascino perverso del sovrano senza scrupoli, già quasi

machiavellico, anche se Il Principe sarebbe stato scritto trent'anni dopo la sua ascesa sanguinosa e la sua caduta negli abissi (anche della terra poi asfaltata di Leicester) continua ad attrarre il pubblico e i media: il ritrovamento del suo scheletro è finito su tutti quotidiani del mondo, Newsweek gli ha pure dedicato la copertina, Il ritorno del crudele Riccardo III. Non aveva neanche una tomba e ora, come una popstar, tutti si occupano di lui: come fosse uno scapestrato senza età, uno di quei cattivi irresistibili che si possono condannare, ma non si possono non ammirare.

Del resto già Shakespeare, che pure voleva ritrarlo in tutta la sua meschinità, che pure nella sua tragedia stava scrivendo la storia di un vinto, a tutto beneficio dei vincitori (cioè la dinastia Tudor, che proprio sconfiggendo Riccardo III pose fine alla Guerra delle due Rose e iniziò il suo lunghissimo dominio sull'Inghilterra) ne fu in qualche modo affascinato: perché il suo Riccardo III non è soltanto un tiranno malvagio, è un mostro di intelligenza, astuzia, e sete di potere, certo, ma anche un uomo dalla retorica eccezionale (pare conversasse abilmente anche in latino) e un guerriero coraggiosissimo. Perfino gli storici di epoca Tudor glielo riconoscono: nella battaglia finale di Bosworth, rimasto solo in mezzo alle truppe nemiche e senza il cavallo si battè come una furia, fino a che gli tranciarono l'elmo e gli trafissero la testa, come testimonia oggi il suo teschio.

I monologhi senza scrupoli e senza pudore di Riccardo III hanno affascinato il pubblico teatrale (e poi cinematografico) dal Cinquecento in poi, nei suoi panni si sono calati Laurence Olivier, Ian McKellen, Kevin Spacey, Al Pacino: la grandezza della sua malvagità, verità storica o ricamata che sia è comunque da prima pagina. Riccardo III proviene da un'epoca che poco ha a che fare con twitter e smartphone: quale scheletro riemerso dal passato potrebbe suscitare tanto interesse popolare? La Richard III Society raccoglierà trentamila sterline per donargli una tomba regale e una sepoltura solenne nel 2014: sul sarcofago, in pietra bianca, ci sarà la frase «la lealtà mi lega».

Perché fino a che servì il fratello, il Riccardo duca di Gloucester fu un soldato fedele e senza paura. E anche dopo continuò a essere fiero e temerario, un re pronto a comandare i suoi uomini in prima linea, ma pur di accaparrarsi la corona commise i crimini più orrendi. Non un bello e dannato: per i suoi detrattori, la deformità fisica era lo specchio di quella morale. Ma un eroe, perfino per Shakespeare, nella sua tragedia, nella sua ambizione divorante che poteva soddisfarsi solo col potere assoluto. Onesto nella cattiveria: I am a villain. Yet I lie, I am not, Sono un furfante. Ma mento, non lo sono.

Sa evacuare una città?" I colloqui-incubo per lavorare da Google

Giuseppe Marino - Sab, 16/02/2013 - 08:04

Ogni anno arrivano un milione di curriculum. E l'azienda è dieci volte più selettiva di Harvard

Negli anni '80 bisognava lavorare a Wall Street o almeno in banca, nei '90 non c'era altro posto che Microsoft, sempre in cima alle classifiche della qualità dell'ambiente di lavoro.


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I rampanti di oggi, che non sono più i Gordon Gekko del film o i «padroni del mondo» di Tom Wolfe, hanno un obiettivo su tutti: lavorare a Google. L'unica alternativa, se proprio non si sopporta di doversi vestire da nerd con i pantaloni troppo larghi e troppo corti e la maglietta con una stampa di ispirazione internettiana, è indossare un girocollo e mandare un curriculum ad Apple. Si vestono così pure i commessi dei negozi e si danno certe arie come se li avesse assunti direttamente Steve Jobs buonanima.

Del resto se sei nel posto di lavoro giusto sei il padrone del mondo, anche se sei un nerd. Vedi la battuta di uno dei protagonisti di Revolution, la serie tv americana del momento ambientata in un mondo in cui la corrente elettrica se n'è andata per non tornare più, un posto selvaggio in cui a malapena ci si ricorda com'era prima il pianeta: «Prima che andasse via la luce lavoravo in un posto che si chiamava Google. E avevo 80 milioni di dollari in banca».

Così si costruisce un mito. Nell'ampia pubblicistica la sede dell'azienda a Mountain View, California, è sempre colorata, allegra, moderna ed è leggendaria la sala giochi interna dove la pausa cappuccino e biliardino che per un ministeriale ha il marchio del fancazzismo, si trasforma magicamente in pensatoio. I capi sono comprensivi e geniali e in più non portano la cravatta. Le paghe sono generose e non ci sono colleghi noiosi ma al massimo creativi dalla personalità originale.

Non per niente il motore di ricerca più cliccato del modo riceve ogni anno un milione di richieste di assunzione. Superano la selezione solo un candidato ogni 137. Il che rende Google dieci volte più selettiva della selettiva università di Harvard, dove gli ammessi sono uno su quattordici. Il mito, specialmente in tempo di crisi, resiste a ogni colpo, rimbalzano perfino le accuse di non rispettare la privacy dei «clienti» e di cedere troppo facilmente alle pressioni della censura cinese.

Per ora è solo la letteratura a gettare ombre. Douglas Coupland, quello di Generazione X, in J Pod racconta di un'azienda della net economy burocratica e contorta in cui i membri di un reparto vengono scelti da un meccanismo automatico che raggruppa, insensatamente, tutti i dipendenti i cui cognomi iniziano con la J. E da pochi giorni è uscito il libro di William Poundstone che va al cuore del problema cercando di rispondere alla domanda del titolo: Sei abbastanza sveglio per lavorare in Google? Chi ha sostenuto un colloquio, svela Poundstone, si è trovato a dover affrontare i quesiti più squinternati e incomprensibili dai tempi di «Chi Vespa mangia la mela».

I selezionatori possono chiederti cose come: «Elabora un piano di evacuazione di San Francisco». Oppure «Avete un milione di fogli di carta, ciascuno dei quali è il curriculum di uno studente universitario. Dovete ordinarli secondo l'età dello studente. Come fate?». Come si risponde a domande del genere? E serve di più essere geni o furbetti del quartierino? L'autore del saggio consiglia innanzitutto di non accontentarsi delle soluzioni semplici. Meglio le risposte altisonanti e astruse per far capire quanto siete geniali.

Conclusione? «La new economy -scrive Poundstone- ne ha preso atto. In un colloquio si può stabilire se una persona ha una conversazione gradevole, e si può fare qualche domanda tecnica per scartare chi è decisamente incapace, ma, al di là di questo, tanto varrebbe affidarsi al lancio dei dadi, ha scritto Bram Cohen, fondatore dell'azienda di software Bit-Torrent. Il responsabile delle risorse umane della Google, Laszlo Bock, ha detto in modo ancor più succinto: i colloqui sono del tutto inattendibili nel prevedere le prestazioni». Stai a vedere che rivalutano le raccomandazioni all'italiana.

Il festival dei replicanti Litti, Crozza e Marcorè maestri dell'autoplagio

Alessandro Gnocchi - Sab, 16/02/2013 - 08:45

I comici prendono un bel cachet ma risparmiano sulle battute originali. Il monologo di Luciana? Un collage di roba vecchia


«Luciana è gigantesca, è assolutamente l'immagine e la forza di questo festival. Il monologo di ieri era perfetto, rimarrà nella storia della televisione degli ultimi anni». 


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Così ha detto ieri Fabio Fazio. In realtà a molti non sarà sfuggito che il monologo della Littizzetto sugli uomini e sulla violenza contro le donne, pur essendo destinato alla Storia, non era proprio nuovo di zecca. Già acclamata dalla Stampa di Torino come una delle massime scrittrici viventi, l'ex collaboratrice della Stampa di Torino ha pubblicato numerosi libri di grande successo. L'ultimo si intitola Madama Sbatterfly (Mondadori) e include un capitolo Appello agli uomini anticipato qualche tempo fa da un giornale, la Stampa di Torino. Tra le righe ecco spuntare alcune battute dello storico monologo sanremese. «Dire ti amo non provoca impotenza» arriva dritta da Madama Sbatterfly, così come «Il Creatore non ha detto: E la suocera fece l'arrosto, fatelo sempre così in memoria di me».
In diretta poi la Littizzetto aveva rimproverato i maschi per l'odore dei piedi, vera «arma di distruzione di massa». In Madama Sbatterfly c'è una tirata sui calzini, leggermente diversa nello «stile» ma identica nella «sostanza». In La Jolanda Furiosa e in Revergination c'è invece la storica battuta, tale e quale. Nel generale sapore di precotto, premasticato e predigerito, aggiungiamo pure che «dormire sul vostro omero ci dà un po' la sensazione di poggiare la mandibola su un ramo secco di castagno» e le russate forti al punto che sembra di dormire «ai piedi dello Stromboli» sono reperti archeologici: qui Lucianina ha disseppellito una rubrica apparsa sulla Stampa di Torino quasi dieci anni fa. L'idea stessa di unire una parte comica a una serissima, sulle donne vittime di violenza, specie in famiglia, non è una novità. Il numero si era già visto su La7 a Quello che (non) ho, condotto da Fabio Fazio. Anche nella parte drammatica la Littizzetto, a Sanremo, ha piluccato qua e là dall'intervento del 2012. Ha ragione il conduttore: è davvero un monologo storico ma non nel senso che intende lui. È roba vecchia, riproposta sul palco dell'Ariston.
Ieri il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo che fa le bucce all'esibizione di Maurizio Crozza, naufragato al Festival tra le proteste del pubblico. Risultato dell'indagine: anche l'intervento di Crozza non è del tutto originale. Le imitazioni di Montezemolo e Ingroia sono riprese, più o meno integralmente, da puntate recenti di Crozza nel Paese delle Meraviglie, in onda su La7. Anche alcune battute su Berlusconi, Monti e Bersani hanno il sapore del déjà vu. In particolare proviene da Ballarò il Cavaliere garrulo che lancia banconote al popolo, tanto sono soldi sottratti alla scuola, alla sanità e alla ricostruzione dell'Aquila. Alla compagine dei comici esperti di autoplagio possiamo aggiungere Neri Marcorè, ieri sera promosso momentaneamente da ospite a ospite-giurato in sostituzione dell'infortunato Carlo Verdone. Giunto a Sanremo, Marcorè non ha trovato niente di meglio che tirare fuori dall'armadio la parodia di Alberto Angela, vista milioni di volte.

 Il Festival è un evento eccezionale, e in quanto tale andrebbe trattato. Invece Littizzetto e soci, in cambio di un cachet di tutto rispetto, hanno dato una spolverata al solito canovaccio, permettendo di rivalutare, a posteriori, alcune esibizioni dell'anno scorso, come quella di Luca e Paolo: almeno loro avevano provato a inventarsi qualcosa di nuovo. Per carità, tutti i comici hanno un serbatoio di battute «sicure» a cui attingere. Chi ha visto almeno due show dal vivo di Roberto Benigni lo sa. Ma Benigni, e quelli grandi come lui, degni del Festival, non si limita a ripetere il proprio repertorio, sa anche creare la dimensione dell'evento unico e irripetibile. Chi si dimenticherà l'ingresso all'Ariston di Benigni in sella a un cavallo bianco e col tricolore il mano? Nessuno. Chi si ricorderà di... Chi è che c'è quest'anno?

Dutch, il cane guida condannato a morte

La Stampa

zampa

Migliaia di persone sul Web si sono mobilitate per salvare l’animale. Il padrone: «Non mi arrendo»

claudia audi grivetta (agb)


Cattura
Dutch, un esemplare di Allaunt americano di quattro anni, è stato condannato a morte dal giudice della cittadina americana di Montrose, nello stato del Colorado. Dutch è un cane di accompagnamento assegnato a Jeremy Aguilar, un ex militare dell’esercito americano che è stato in missione in Afghanistan e in Iraq riportando gravi traumi fisici ed emotivi.

Secondo il tribunale della contea, lo scorso novembre Dutch avrebbe attaccato e ferito una donna che, dopo aver assistito ad una rissa fra l’Allaunt ed un pit bull, ha cercato di separare i due. La donna sostiene di essere stata morsa e assalita senza ragione dal cane, ma il padrone di Dutch riferisce invece che la signora in questione lo avrebbe duramente picchiato con le sue mani e con un palo di metallo prima che l’animale reagisse. Questa seconda versione è stata confermata anche dal medico veterinario che ha visitato Dutch dopo l’accaduto, denunciando significative lesioni da percosse sul muso e sul resto del corpo. 

La decisione di sopprimere Dutch è stata confermata oggi dal tribunale della contea, ma l’avvocato di Aguilar ha fatto sapere che l’intenzione del suo assistito è di andare in appello e cercare con tutti i mezzi di salvare il suo fedele compagno a quattro zampe. Il veterano e la sua compagna sono allibiti dalla decisione di sopprimere l’animale, che non ha mai dato segni di aggressività ma che, al contrario, si è dimostrato un sostegno indispensabile per superare i traumi della guerra e tornare a vivere un’esistenza serena.

Il caso di Dutch ha già fatto il giro del mondo attraverso il Web. Migliaia di utenti hanno visualizzato e condiviso la pagina Facebook “Save Dutch the Service Dog” e quasi 250.000 persone hanno firmato la petizione on line per salvare Dutch all’indirizzo http://www.thepetitionsite.com/590/736/158/save-dutch-the-service-dog/.

Neonazisti a guardia degli operai Scandalo Amazon in Germania

Corriere della sera

Ondata di proteste dopo la denuncia tv sulle condizioni di lavoro
Dal nostro corrispondente Paolo Lepri



CatturaBERLINO - «È una vergogna, non ordinerò più niente», scrive un lettore della Bild, Franz Grescher. E non è certamente l'unico, perché il reportage della prima rete televisiva pubblica tedesca Ard sulle terribili condizioni di lavoro nel centro operativo di Amazon a Bad-Hersfeld, nell'Assia, ha sollevato un'ondata di proteste che il più grande gruppo di vendite sul web ha cercato di arginare. I cinquemila immigrati assunti temporaneamente per fare fronte alla crescita degli ordini nel periodo natalizio venivano sorvegliati e intimiditi da una milizia sospettata di avere legami con il mondo dell'estremismo di destra e degli hooligans. Le guardie esibivano i capi di abbigliamento della Thor Steinar, la marca simbolo dei simpatizzanti neonazisti, vietata in alcuni stadi tedeschi e tolta anche dal catalogo della stessa Amazon. La loro ditta si chiama «H.e.s.s. security», un nome sinistramente uguale a quello del braccio destro di Hitler.

Diana Löbl e Peter Onneken, i due giornalisti della Ard, sono riusciti a documentare una situazione scandalosa, nonostante le minacce ricevute dagli «addetti alla sicurezza». Migliaia di persone, provenienti da tutta Europa ma soprattutto da Paesi in crisi come la Spagna, parcheggiate in alloggi di fortuna nei dintorni del capannone di Amazon, pagate senza contributi, alleggerite del 12 per cento di un salario già misero dalle organizzazioni che si occupavano del reclutamento, costrette a lunghi turni festivi e notturni, sottoposte a misure di controllo tipiche di un campo di reclusione. Tra le tante storie di disperazione, quella di una donna spagnola, Maria, allontanata perché si era lamentata del luogo dove era stata mandata a dormire, o di un'altra, Silvina, il cui contratto è scaduto improvvisamente tre giorni prima di Natale perché le ordinazioni erano inferiori alle attese. È dovuta tornare a casa.

E Amazon, che dice Amazon di queste nuove schiavitù del ventunesimo secolo? Per quanto riguarda i gorilla che mantenevano l'ordine, un portavoce ha dichiarato che la compagnia «non tollera discriminazioni o intimidazioni». Le accuse sul comportamento delle guardie saranno valutate e verranno eventualmente prese la «misure opportune». Più in generale, la mega-azienda fondata da Jeff Bezos ha sostenuto che in periodi di punta come quello natalizio viene assunto personale temporaneo che ha l'opportunità di essere messo alla prova «nella prospettiva di un impiego a lungo termine». Un modo come un altro per fabbricare illusioni.

La verità è invece che il caso tedesco non sembra essere isolato, tenendo conto di quanto era emerso in passato sulle durissime condizioni di lavoro (turni di dieci ore e pause di pochi minuti) nel magazzino di Amazon nella Lehigh Valley, in Pennsylvania, rivelate da un'inchiesta di Morning Call , e delle denunce provenienti più recentemente dalla stampa britannica. In un contesto caratterizzato dal rischio sempre più concreto di perdere il predominio nel settore dei libri, come ha scritto nei giorni scorsi il New York Times . Il fenomeno delle recensioni manovrate dietro le quinte ha diminuito infatti la fiducia del gruppo di Seattle, insidiato da nuovi social media come Goodreads.com che offrono modi diversi di promuovere, consigliare e condividere la lettura.
Naturalmente,

Amazon non è certo l'unico cattivo in un mondo di buoni. Restando per esempio in Germania, va chiamato in causa un gruppo come Zalando, che vende online scarpe e abbigliamento, fondato nel 2008, oggi presente in dodici Paesi (tra cui l'Italia), un miliardo di euro di volume di affari nel 2012. Secondo molte testimonianze, nello stabilimento di Grossberen, a sud di Berlino, i lavoratori che vengono dalla Polonia sono costretti a ritmi produttivi massacranti. È arrivata un po' di acqua da bere gratuita a disposizione di tutti, raccontano, solo dopo l'intervento, dall'esterno, del sindacato ver.di e grazie, anche in questo caso, ad un servizio televisivo. Dentro tutti hanno paura. Gli altri non sanno, o non vogliono vedere.

16 febbraio 2013 | 9:40

Corruzione, Cassazione: "Dare 10 euro agli agenti non è corruzione"

Libero

La cifra è stata ritenuta irrisori dagli 'ermellini', che hanno assolto un uomo per aver offerto 10 euro a due agenti


Cattura
"Se la cifra offerta è irrisoria non è corruzione". E' questa l'opinione della Corte di Cassazione, che ha assolto un automobilista di 39 anni accusato di aver "allungato" 10 euro per evitare una contavvenzione. Si potrebbe parlare, cioè, di relatività della corruzione, che è un po' quello che affermato proprio ieri Silvio Berlusconi a proposito delle presunte tangenti pagate dalle aziende italiane all'estero.

La tesi della difesa - L'episodio è accaduto in Sant'Angelo dei Lombardi, dove l'uomo, Davide D. D., si è visto comminare una contavvenzione dalla Polizia Stradale. Nel favorire la carta di circolazione, inserendoci dentro 10 euro e intimando agli agenti, con una certa insistenza: "Lassate stare e pigliatevi nu cafè". L'avvocato difensore, nel ricorrere alla sentenza della Corte di Appello di Napoli che lo aveva condannato, ha fatto ricorso, sostenendo che il gesto, fatto tutto sommato da una persona semplice, tutt'al più poteva configurarsi come "segno di disprezzo degli agenti" e non, invece, come istigazione alla corruzione

Le motivazioni - I giudici hanno quindi assolto l'imputato motivandola con il fatto che "l'esibizione di una somma di 10  euro, corrispondenti ad una utilità pari a 5 euro per ciascuno dei pubblici ufficiali operanti e destinatari dell’istigazione, al fine di poter fare loro omettere e quindi in concreto impedire la  preannunciata contravvenzione, per la sua palese irrisorietà, può semmai configurare il reato di oltraggio, per l’offesa all’onore e al prestigio del pubblico ufficiale destinatario della dazione stessa".