martedì 19 febbraio 2013

Apple attaccata dagli hacker per la prima volta

Corriere della sera

Sono gli stessi che hanno «bucato» Facebook. I sospetti sulla Cina. Cupertino: «Presto software di protezione»

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I sistemi di Apple sono stati violati per la prima volta nella storia della società da un gruppo di hacker. Lo ha reso noto la stessa società sottolineando che si tratta degli stessi pirati informatici che hanno colpito Facebook. L'attacco proverrebbe dalla Cina, come avvenuto recentemente anche ai danni di Twitter e di alcuni giornali statunitensi. Apple afferma che «non è stato sottratto alcun dato» e che l'attacco ha colpito solo un piccolo numero dei Mac dei suoi dipendenti. Cupertino ha annunciato che distribuirà in serata un software per proteggere i clienti da attacchi hacker e ha spiegato come solo un basso numero di computer dei dipendenti siano stati violati. Già in passato alcuni Id di iTunes erano stati rubati dagli hacktivist di Anonymous che avevano rivendicato l'azione affermando di averli trovati nei computer dell'Fbi. Il furto era stato poi smentito dal Federal Bureau.

M.Ser. 19 febbraio 2013 | 19:44

Ci hanno venduti a McDonald's!», hackerato il profilo twitter di Burger King

Corriere della sera

Cracker in azione sull'account della multinazionale per diverse ore. Operazione attribuita ad Anonymous che respinge

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MILANO - “Siamo stati appena venduti a McDonald’s! Cercatene uno nel ghetto vicino a voi”. Quando lunedì mattina gli 80mila followers del profilo Twitter di Burger King hanno visto questo messaggio devono essersi stropicciati gli occhi per l’incredulità. Le due aziende storicamente rivali si erano davvero fuse? Il social media manager del re degli hamburger aveva fatto indigestione di bastoncini di pollo e stava dando i numeri? Un’agenzia di viral marketing aveva lanciato una nuova e alquanto spericolata strategia? No, l’account era stato semplicemente hackerato. E il risultato è stato quello che in gergo si definisce un Epic Fail, già pronto a entrare nei manuali su social network e aziende alla voce: “Storie che speriamo non ci capitino mai”.

IL PROFILO HACKERATO - Naturalmente chi ha violato il profilo ufficiale di Burger King non si è limitato a quel messaggio sconcertante. Ha anche cambiato l’immagine di sfondo, mettendo il logo di McDonald’s e i suoi prodotti. Dopodiché ha iniziato a mandare una serie di cinguettii invitando vari profili di area Anonymous a seguirlo, e scrivendo messaggi sarcastici del genere: “Comunque la nostra password non era whopper o qualcosa del genere”, laddove whopper in slang significa “sciocco”, ma anche “balla”, e pure: “Un panino fatto da un ragazzino sottopagato di una catena di fast-food”. O ancora, hanno twittato messaggi come: “Ecco perché siamo stati venduti a McDonald’s! Tutti i nostri dipendenti sbriciolano e sniffano Percocet (un antidolorifico, ndr) nei bagni”.



 
RISATE E ATTRIBUZIONE - L’episodio ha suscitato un picco di ilarità e attenzione su Twitter, generando anche una serie di risposte e commenti surreali, come quello arrivato davvero dal profilo di McDonald’s: “Solidarietà ai nostri colleghi di Burger King. Vogliamo rassicurarvi, non c’entriamo niente con l’hacking”. E proprio l’attribuzione dell’azione, come avviene spesso in questi casi, ha generato una divertita polemica in Rete. Il profilo hackerato infatti ha inviato tweets menzionando l’account @YourAnonNews, uno dei punti di riferimento principali della galassia Anonymous, una specie di Reuters di “anons” su Twitter con oltre 900mila followers.

E vari media hanno quindi ricondotto l’azione (denominata tra l’altro, alla maniera degli “anonimi”, OpMadCow, Operazione Mucca Pazza) a questi cyber-attivisti. Tuttavia lo stesso account @YourAnonNews ha rifiutato una simile interpretazione iniziando addirittura una campagna online basata sull’hashtag #BlameAnonymous, ovvero “Dai la colpa ad Anonymous”. Vale a dire che spesso qualsiasi azione estemporanea di hacking viene ormai incasellata dai media come parte di Anonymous (e del resto è successo anche in Italia recentemente): una eventualità insita nella natura stessa del movimento acefalo e non organizzato di hacktivisti, ma che a volte rischia di ritorcersi loro contro.

EPIC FAIL O VISIBILITA’? - @YourAnonNews comunque è stato anche al gioco, ritwittando informazioni e battute sulla violazione di @BurgerKing. “Immaginiamo che il social media team di Burger King stia avendo una brutta giornata”, hanno scritto a un certo punto. L’azione è durata fino a poche ore fa, quando l’account è stato prima temporaneamente sospeso, per poi ricomparire, ripulito di tutti i cinguettii pirata. “Giornata interessante qui a Burger King, ma siamo tornati”, hanno infine scritto con nonchalance i titolari legittimi del profilo. “E benvenuti anche ai nostri nuovi followers”. Già, perché l’effetto collaterale dell’episodio è stato di far impennare i seguaci online della catena di fast-food. In fondo, direbbe qualcuno, si tratta pur sempre di visibilità. E a ben vedere, se non sei un’azienda che vende cybersicurezza, a un’azione di hacking si può sempre sopravvivere. Basta non essere il social media manager.

Carola Frediani
19 febbraio 2013 | 15:39

Bambino nel mirino del soldato Polemica sull’esercito israeliano

La Stampa

L’immagine è stata pubblicata dal soldato Mor Ostrovski ed è stata rimossa sabato scorso.Indignazione in tutto il mondo


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Nuovo scandalo per l’esercito israeliano, dopo la pubblicazione su Instagram di una fotografia che mostra la testa di un bambino palestinese nel mirino di un fucile. Stando a quanto riportato dal Guardian, l’immagine è stata pubblicata dal soldato Mor Ostrovski ed è stata rimossa sabato scorso. 
Scattata in un villagio arabo della Cisgiordania, la fotografia è stata scovata e rilanciata inizialmente dal sito web Electronic Intifada. 

Il blogger palestinese, Ali Abunimah, fondatore del sito, l’ha definita “semplicemente di cattivo gusto e disumana. Incarna l’idea che i bambini palestinesi sono un bersaglio”. L’esercito israeliano ha fatto sapere di aver avviato un’indagine. Da parte sua, Ostrovski ha dichiarato alle forze armate di non aver scattato lui la fotografia, ma di averla trovata su internet. 

Anche ’Breaking the Silence’, un’organizzazione di veterani israeliani impegnata a far conoscere le condizioni di vita in Cisgiordania, ha condannato l’immagine: “Non mostra com’è l’occupazione, ma com’è il controllo militare sulla popolazione civile”. Il Guardian ricorda che l’esercito israeliano è stato scosso da una serie di scandali fatti emergere proprio da siti come Electronic Intifada, uno dei più rigorsori sulle pubblicazioni da parte di soldati israeliani. 

Yoani Sánchez contestata in Brasile “Anche questo è un segno di libertà”

La Stampa

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yoani sanchez


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Scrivere un blog durante un viaggio è difficile come tentare di studiare per un esame di matematica dentro una discoteca. Attenta alla nuova realtà che si presenta davanti ai miei occhi da quando sono uscita da Cuba, mi sono trovata a dover scegliere tra vivere o raccontare ciò che accade, comportarmi da protagonista di un viaggio o da giornalista incaricata di seguirlo. Non è facile comportarsi secondo entrambe le ottiche, data la velocità e l’intensità di ogni evento. Per questo motivo cercherò di mettere per scritto soltanto alcune impressioni. Frammenti di quel che mi accade, momenti a volte caotici delle mie esperienze. 

La prima sorpresa in programma si è presentata all’aeroporto José Martí dell’Avana, quando - dopo aver superato l’ufficio emigrazione - sono stata avvicinata da alcuni passeggeri che mi hanno dimostrato solidarietà. Le manifestazioni di simpatia sono cresciute mano a mano che il viaggio procedeva; a Panama ho incontrato alcuni venezuelani molto affettuosi… anche se mi hanno chiesto il favore di non pubblicare su Facebook la foto che mi sono scattata insieme a loro… per timore di conseguenze negative nel loro Paese. Dopo lo scalo a Panama, è cominciato il volo più lungo in direzione Brasile, mentre ero pervasa da una sensazione mentale e fisica di decompressione. Mi sentivo come se fossi stata immersa nell’acqua per troppo tempo senza poter respirare e riuscissi a prendere soltanto adesso una boccata d’aria. 

L’aeroporto di Recife si è trasformato nel luogo degli abbracci. Ho incontrato molte persone che per tanti anni hanno sostenuto il mio progetto di viaggiare fuori dai confini nazionali. Mi sono molto meravigliata nel vedere diversi impiegati dell’aeroporto brasiliano intenti a parlare di politica, a voce alta e in modo sincero. I miei amici brasiliani parlano del loro Paese, delle sue luci, delle sue ombre. Vorrei che fosse possibile anche a Cuba. Ci sono stati fiori, regali, persino un gruppo di persone venute apposta per insultarmi, cosa che mi ha fatto molto piacere - lo confesso - perché mi ha permesso di esprimere un vecchio sogno: «Un giorno vorrei che nel mio Paese le persone potessero esprimersi così, in pubblico, contro qualcuno, senza temere rappresaglie.

Un vero regalo di pluralismo, per me che provengo da un’isola che hanno tentato di dipingere con il monocromatico colore dell’unanimità. Dopo ho navigato su Internet a una velocità per me incomprensibile, senza pagine censurate e senza funzionari che sorvegliavano alle spalle quale pagina stessi visitando. Posso dire che fino a questo momento va tutto molto bene. Il Brasile mi ha fatto il regalo della diversità e dell’affetto, mi ha permesso di apprezzare e di raccontare tante cose stupefacenti. 

Foto: Yoani contestata in Brasile

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lup

Stipendi e donazioni I conti in tasca al super-ricco Hitler

Daniele Abbiati - Mar, 19/02/2013 - 08:32

Accumulò l'equivalente di 3,2 milioni di euro fra emolumenti pubblici, diritti d'autore per Mein Kampf e sovvenzioni degli amici industriali

Sul fondo del lago Stolp, nel Brandeburgo, o, molto più semplicemente esposto in pinacoteche e uffici tedeschi. Il famigerato «tesoro nazista» continua a far discutere e a stuzzicare l'appetito degli storici.

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Nell'agosto del 2011 il settimanale Bild scriveva che un gruppo di imprenditori britannici stava preparando una missione per mettere finalmente le mani sulle casse piene d'oro e di platino e di chissà che altro ancora occultate per volontà di Hermann Goering nel nascondiglio subacqueo. Siamo ancora qui ad attendere di sapere com'è andata a finire la questione, se mai è incominciata... E pochi giorni fa, a 80 anni dall'avvento al potere di Hitler, Der Spiegel spiegava che buona parte dei beni artistici e dei gioielli trafugati come bottino di guerra dalle orde naziste in tutta Europa si trova in bella mostra nelle sedi delle più importanti istituzioni germaniche, poiché, parole di circostanza a parte, nessun

Cancelliere si è mai dato veramente da fare per restituire ai legittimi proprietari quel ben di Dio. Anzi, molti pezzi pregiati, sottolineava il periodico, «si trovano in musei statali, in collezioni private, nell'ufficio della presidenza della Repubblica, alla Cancelleria, nelle foresterie del governo o nelle ambasciate tedesche dell'intero pianeta». Siamo ancora qui ad attendere che Frau Merkel tiri fuori dal capace borsellino qualcuno dei suoi amatissimi oiro, come li chiama lei, per far chiarezza...
Insomma, a Berlino e dintorni gli scheletri non si tengono più negli armadi, bensì nelle teche. E la Germania locomotiva d'Europa, se si guarda allo specchio arranca come un carretto in salita.

Meglio, s'arrampica sugli specchi, avendo scoperto di non essere ancora, a 2013 inoltrato, completamente denazificata. Ma, acque buie o vetrine scintillanti a parte, esiste anche un altro «tesoro» che si fregia idealmente della croce uncinata: quello personale di Hitler. Un bel gruzzoletto di circa 700 milioni di Reichsmark, i marchi di allora (che furono la moneta germanica dal 1924 al giugno 1948), vale a dire, guerra più, guerra meno, svalutazione più, svalutazione meno, 3,2 milioni di euro attuali.

Secondo un esperto del ramo, il giornalista e storico Guido Knopp. Autore di Figli di Hitler, Olocausto, Complici ed esecutori di Hitler, Hitler, un bilancio, Wehrmacht. La macchina da guerra del Terzo Reich, Tutti gli uomini di Hitler nonché direttore della sezione di Storia Contemporanea di ZDF, rete di Stato della tv tedesca, Knopp è un punto di riferimento preciso e puntuale, per chi voglia addentrarsi nelle vicende del regime hitleriano, senza bastone né carota ma con tanti documenti e testimonianze da far parlare.

Lo ha fatto anche in un libro, «figlio» di una trasmissione televisiva, in cui si fanno i conti in tasca a Hitler: Geheimnisse des Dritten Reichs, «I segreti del Terzo Reich». È noto, a esempio, che Hitler, divenuto Cancelliere il 30 gennaio del 1933, con abile mossa populista urlò ai quattro venti il proprio rifiuto del relativo compenso. Parola mantenuta, infatti. Ma soltanto per un anno. Poi, dal '34, cominciò a intascare con marziale freddezza e senza batter ciglio 47mila e 200 marchi a ogni cambio di calendario.

Non solo, dopo la morte del presidente Hindenburg, avvenuta il 2 agosto del '34, il dittatore mise in saccoccia anche il pesantissimo salario di capo di Stato: 157mila e 800 marchi, già abbondantemente sporchi di sangue. Ora, stante che le entrate medie dei suoi connazionali ammontavano in quel periodo a circa 1500 marchi annui, ci rendiamo conto di quanto fosse economicamente redditizia la professione di boia... Non è finita. Ci sono da mettere sul piatto della bilancia i diritti del suo fortunatissimo bestseller, cioè Mein Kampf.

Uscito nel '25, l'aureo libretto in otto anni vendette 287mila copie, meno di 36mila l'anno, roba da quinto classificato alla finale del Premio Strega... Ma nel solo '33, con tutta quella campagna promozionale che sappiamo, l'operina andò via come il pane: un milione e mezzo di esemplari. E in totale, in dodici anni di regime, le copie piazzate furono una decina di milioni. Considerando che l'autore si portava a casa il 10 per cento sul prezzo di copertina che era di 12 marchi, fanno 12 milioncini.

Infine, ma soprattutto, il «carico da undici», il colossale capitolo delle donazioni. Dal giugno del '33 i maggiori industriali tedeschi, da Krupp a Thyssen in giù, destinarono trimestralmente a un fondo privato di cui Hitler deteneva l'assoluto controllo lo 0,5 per cento dei costi salariali: insomma, gli operai devolvevano un obolo al Führer. E anche i finanziatori stranieri si mettevano disciplinatamente in fila, con Henry Ford in testa, per farsi belli agli occhi dell'uomo forte che si apprestava a massacrare un continente.

E se la politica ha i suoi costi, come ci ricordano un giorno sì e l'altro pure, a parole e con i fatti, i nostri fantaccini che ci chiamano in queste ore al voto, figuratevi quanto costava tenere letteralmente in pugno una nazione come la Germania... Ma, insomma, c'era una guerra da vincere a tutti i costi, occorreva stringere la cinghia. Così, nel '39 ecco uscire dal cilindro, anzi dall'elmetto del previdente Adolf il coniglio, sotto forma di esenzione dal pagamento delle imposte sulle donazioni. Il cerchio si chiudeva con soddisfazione di tutti. Anche perché i morti non possono mica lamentarsi.

Ne abbiamo centinaia, ma usiamo solo 16 app

Corriere della sera

Cresce il numero delle applicazioni scaricate ma non il tempo che abbiamo da dedicare loro

MILANO - Quante applicazioni servono, veramente, sull'iPhone? Secondo Jenna Wortham, titolare di un bel diario digitale sul New York Times, quelle importanti, usate ogni giorno, sono sedici contro le centinaia scaricate. E più o meno alla stessa conclusione porta un nostro sondaggio, molto alla buona, realizzato tra amici e conoscenti.


CatturaImmaginiamo un utente italiano, Mario, che ha acquistato il suo primo iPhone nel 2008. Non è rimasto affascinato solo dall'oggetto, dalle sue linee morbide, ma dalla portentosa quantità di app , molte gratuite. Un prodigio che lo ha fatto sentire come un bambino in un immenso negozio di giocattoli, tutti per lui. Effetto varietà, effetto abbondanza, effetto fantasia. È stato il colpo da maestro di Steve Jobs, che ha dato a Apple un vantaggio di mercato su Android e BlackBerry. Adesso però Mario si rende conto che delle centinaia di applicazioni scaricate ne userà sì e no una decina. Una ventina, forse.

Queste nostre impressioni coincidono con una ricerca della Nielsen, secondo la quale il numero medio di applicazioni per smartphone continua a crescere ma il tempo ad esse dedicato dalla gente non aumenta. Le applicazioni sovrane sono ancora Facebook, YouTube, Twitter e le mappe.

1Non ci si può nascondere che, per Mario come per tutti, esiste una questione di tempo, risorsa limitatissima, e di interessi. La superficie tematica delle app copre infatti quasi l'intero universo delle passioni, delle curiosità, delle eccentricità e in certi casi delle aberrazioni umane. In tutto, tra iPad e iPhone, siamo a quota 775.000 applicazioni. Quelle davvero utili alla fine sono poche.

Alcune, come il servizio di messaging WhatsApp, hanno successo perché consentono di mettere in connessione pianeti tecnologici distanti come l'iPhone e il BlackBerry. Allo stesso filone comunicativo appartengono lo scambio istantaneo di messaggi fotografici, le cosiddette snapchat . O i micro messaggi che, anziché trasmettere parole scritte, spediscono piccoli file di voce, secondo una logica che esalta la pigrizia di chi si stanca perfino a scrivere poche righe.


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Poi c'è il mondo, smisurato e folle, delle applicazioni rivolte al pubblico dei maniaci innocui: dalle splendide chitarre Rickenbacker alle stoffe inglesi fino ai biglietti da visita più stravaganti. Ma il filone applicativo più straordinario resta quello delle mappe, la cui diffusione ha sbaragliato l'industria dei navigatori. Uno strumento utile anche quando non lo è, come dimostra un esempio che forse sintetizza al meglio l'indispensabile inutilità delle app . Prendete il caso di Sky Map, la carta geografica del cielo, che vi indica gli astri e le costellazioni. Se Mario ce l'ha, metti una sera d'estate, in compagnia di amici e soprattutto amiche, può zittire l'immancabile, sedicente esperto che pretende di conoscere i nomi delle stelle e dei pianeti e, fidando sull'ignoranza dei presenti, pratica una delle più antiche forme di esibizione della storia umana. Sky Map lo mette a tacere una volta per tutte.

3In sostanza nei supermercati virtuali sta capitando quello che accade nei supermercati veri: una decina, un centinaio, un migliaio di prodotti si afferma su tutti gli altri. Sapiente perfidia del venditore, dirà qualcuno. Ma alla fine chi determina l'esito del gioco è sempre il compratore, cioè Mario. Tanto che qualcuno, facendo il verso al titolo chief executive officer (amministratore delegato), lo ha battezzato chief executive customer , cioè cliente in capo. Nel reale come nella virtualità.



Edoardo Segantini
19 febbraio 2013 | 10:57

Il giornalino di Grillo pagato con fondi pubblici

Libero

La battaglia del comico contro i finanziamenti all'editoria si ferma davanti alla pubblicazione del suo "foglio" elettorale


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Parla bene e razzola male Beppe Grillo. Da mesi infatti non fa che attaccare i giornali "colpevoli" di  ricevere fondi pubblici per rimanere in vita. Ma il comico, in realtà, ha usato pure lui quegli stessi fondi per pubblicare un "foglio" elettorale con simbolo del Movimento cinque stelle, programma e biografie dei candidati. A rivelarlo oggi è La Stampa.

A Torino sabato migliaia di persone che assistevano al comizio di Grillo hanno infatti ricevuto un giornale di 24 pagine a colori stampate su carta riciclata nato nel 2010 come pubblicazione del gruppo consiliare dei Cinque stelle, pagato con i fondi che la Regione assegna per le attività istituzionali. In due anni e mezzo sono stati pubblicati sei numeri. Online si trovano i bilanci dei consiglieri grillini (l'ultimo è del 2011) nei quali ci sono le voci di spese per la stampa. Questo foglio però non è mai stato registrato al Tribunale né ha mai riportato il nome del direttore responsabile e il luogo dove viene stampato come previsto dalla legge, e in assenza di queste indicazioni potrebbe rientrare nella categoria del reato di "stampa clandestina".


Nei consigli regionali

Grillo il moralista  prende i soldi pubblici

Grillo il moralista prende i soldi pubblici


Scandalo a 5 stelle

Grillini usano i soldi pubblici per pagasi le interviste in tv

Grillini usano i soldi pubblici per pagasi le interviste in tv

Se il vigile deve controllare l'ora

Corriere della sera

Nei loro giri in città facciano tappa fissa sotto gli orologi pubblici e sfoderino il loro blocchetto da «controllori»


L'ultima incarnazione nella polizia locale è il «vigile orologiaio». La nuova mansione è descritta in un formulario distribuito ai vigili di quartiere in questi giorni. In sostanza, l'ultima espansione dei compiti degli agenti prevede che nei loro giri in città facciano tappa fissa sotto gli orologi pubblici disseminati nelle strade e sfoderino il loro blocchetto da «controllori». Primo punto: «Ora esatta». E sotto due caselle (sì o no) da barrare con una crocetta. La seconda colonna è dedicata alle esigenze di marketing: presenza del «logo del Comune sul quadrante dell'orologio». Anche qui: sì o no.

Comunque, niente a che fare con la sicurezza o con la «civile convivenza» (secondo le indicazioni di Palazzo Marino). Al limite, un'interpretazione molto estesa del concetto di «controllo del territorio».
Qualche agente, con un sorriso un po' disilluso, borbotta: «Credo che la cittadinanza si aspetti che le competenze dei vigili di quartiere siano utilizzate per espletare tutt'altre mansioni... E non impiegate per controllare gli orologi». Dal Comune la scelta viene però spiegata con una considerazione di buon senso: «Sul funzionamento degli orologi riceviamo molte segnalazioni dai cittadini. Per motivi semplici da comprendere i vigili di quartiere, molto presenti sul territorio, possono fornire anche questo piccolo, ma utile contributo».


Gianni Santucci
19 febbraio 2013 | 9:59

Napoli, figlio riconosce padre naturale per caso: dopo 36 anni si ricongiungono

Il Mattino
di Francesca Maria


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TORRE DEL GRECO - Non aveva mai conosciuto il padre biologico: lo incontra e lo riconosce per puro caso. È la straordinaria storia di Massimo Leone, 36enne torrese, vigile del fuoco ausiliare con l’hobby dello spettacolo, il quale incontra per la prima volta suo padre, il 72enne Salvatore Acampora di Ercolano, mentre lavora in un parco acquatico.
Aveva passato la vita a cercarlo e non immaginava di conoscerlo in quel modo, anche se la verità sul suo vero padre gli è stata detta solo qualche anno fa. Massimo è nato da una breve relazione tra sua madre e il signor Acampora, già vedovo con due figli, ma poi la storia è finita, la madre si è sposata con un altro uomo e non ha mai fatto conoscere al bambino il suo vero padre.

Fino a qualche anno fa la donna gli aveva sempre nascosto la verità, dicendogli che fosse figlio del suo primo fidanzato, un certo Roberto, ma mai che fosse il frutto di una breve relazione. Poi il ragazzo ha appreso come stavano le cose solo da adulto, e ha cominciato la ricerca che si è rivelata molto difficile, a causa di diversi omonimi, sebbene il padre abitasse nella vicina Ercolano. Poi, poco tempo fa, l’incontro fatale.

Massimo era capoanimatore nel parco acquatico torrese Valle dell’Orso, quando d’improvviso gli si avvicina l’ uomo chiedendogli di chiamare al microfono sua figlia, Lucia Acampora. Il ragazzo, colpito dal cognome, ma, soprattutto, «da una strana sensazione, come il richiamo del sangue», come dichiara, gli chiese il nome, che corrispondeva a quello del vero padre, Salvatore, e in seguito dopo vari collegamenti capì che si trattava del suo vero padre. Il signor Acampora, invece, volle vedere le mani del ragazzo e appurò che si trattasse del figlio per una particolarità alle dita, tipica della sua famiglia. Adesso padre e figlio si sono felicemente ricongiunti.
lunedì 18 febbraio 2013 - 18:06

Quanto i meteoriti sono pericolosi?

La Stampa

a cura di antonio lo campo
torino


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Il bolide precipitato nel cielo degli Urali venerdì scorso ha fatto tornare d’attualità il pericolo d’impatto di meteoriti sulla Terra. Ma cosa sono le meteoriti?
Sono frammenti di roccia che vagano «sparsi» nel sistema solare dalle dimensioni più svariate, dalla grandezza di una particella, fino a qualche metro di diametro con un peso di oltre un centinaio di tonnellate, come è accaduto negli Urali. È assai difficile (se non impossibile) tenerli sotto controllo e censirli, proprio perché si tratta di oggetti molto piccoli, a differenza degli asteroidi (come quello transitato a 28 mila chilometri dalla Terra, sempre venerdì scorso) che invece hanno dimensioni ben maggiori. Di tanto in tanto questi meteoroidi bruciano per il forte calore di attrito (fino a 40 mila chilometri orari) con l’atmosfera o sfuggono all’attrazione gravitazionale terrestre, proseguendo il loro viaggio nello spazio.

Perché pensare ad uno scudo anti meteoriti?
Perché la statistica dice che non si tratta di un fenomeno così raro. Il meteorite dei giorni scorsi (di una lunghezza stimata di 17 metri) impatta l’atmosfera e ricade verso il suolo a ritmo di uno ogni 100 anni. Per fortuna si sono sin qui registrati pochi impatti su zone abitate, visto che i due terzi della Terra sono formati da oceani e mari, e in più vi sono molte regioni desertiche o disabitate. Ma in media una volta all’anno si verifica in atmosfera un evento che libera un’energia pari a quella della bomba di Hiroshima (cioè 20 kiloton), e in media una volta al mese un evento che libera un’energia pari a circa un kiloton. 

Quali tipi di meteoriti esistono?
Ve ne sono di due tipi. Quelli ferrosi, che sono il risultato di frammenti di un asteroide, corpi di grandi dimensioni (da decine di metri fino a qualche chilometro) che si sono staccati e vagano nel sistema solare. Poi vi sono quelli noti come condriti: sono di roccia pura, frammenti che si sono formati con l’aggregazione di particelle e pulviscolo nella fase di formazione del nostro sistema solare (quindi, circa cinque miliardi di anni fa). Spesso i condriti ospitano composti di carbonio, cioè quelli che ricorrono nella formazione della materia vivente. 

Qual è la differenza tra asteroide e meteorite?
Gli asteroidi sono grossi corpi celesti che per lo più si trovano tra le orbite di Marte e Giove. Alcuni però sfuggono da quella traiettoria e si muovono (pericolosamente) nel sistema solare. Si tratta di veri e propri corpi celesti, sia pure piccoli (un tempo noti come «pianetini») vaganti nello spazio. I meteoriti, invece, sono tutti quei corpi e frammenti (compreso, se accadesse, un asteroide che cadesse nell’atmosfera terrestre e andasse ad impattare la Terra) che superano l’atmosfera e ricadono verso il suolo. Quello che cadde 66 milioni di anni fa sulla regione della Yucatan, e che viene considerato come la causa più probabile dell’estinzione dei dinosauri, era infatti un asteroide che, dopo avere impattato l’atmosfera terrestre, è ricaduto sulla Terra. Ed è quindi classificato come meteorite. Gli asteroidi, essendo oggetti di grandi dimensioni, si possono censire: ne sono stati catalogati circa 300 mila, gran parte dei quali si trovano tra le orbite di Marte e Giove, oltre a quelli vaganti nel sistema solare.

Cosa sono le meteoriti lunari o marziane?
Sono frammenti di roccia che arrivano sulla Terra. Questo perché sono il risultato di grandi impatti di un asteroide, avvenuti in epoca remota, contro la Luna o Marte, e alcuni di questi, vagando nel sistema solare, hanno raggiunto il nostro pianeta. Sono le analisi di laboratorio sulla loro composizione chimico-fisica a determinarne la provenienza. Il più celebre è quello scoperto nel 1984 sulle Colline Allan, in Antartide, all’interno del quale furono rilevate microscopiche particelle a forma di verme che portarono all’annuncio, nel 1996, di presenza di forme viventi fossili al suo interno. 

Quelli che cadono a San Lorenzo sono meteoriti?
Sì, ma nella terminologia sono note come meteore, perché si manifestano con la sola scia. Non sono frammenti di roccia, bensì particelle della coda di una cometa che il nostro pianeta incrocia puntualmente nel periodo tra il 10 e il 15 di agosto e che si dissolvono del tutto. I meteoriti invece, sono quelli che, oltre a provocare la scia, cadono fisicamente al suolo.

Quali sono state i meteoriti più grandi cadute sulla Terra?
Il fenomeno più massiccio è quello da 60 tonnellate accaduto nel 1920 ad Hobafarm (Namibia) e quello da 59,7 tonnellate verificatosi nel 1895 a Cape York (Groenlandia). Tra gli episodi più recenti e curiosi, il frammento di meteorite che colpì una donna nel 1954 in Alabama dopo averle sfondato il tetto di casa; quello che nel 1992 bucò il baule dell’auto di un uomo a Peekskill, vicino a New York. Nel 1988 un meteorite, caduto a Torino nei pressi dello stabilimento dell’Aeritalia sfondando il tetto di un capannone, fu raccolto da esperti che subito lo riconobbero come tale. È gelosamente conservato presso l’azienda che costruisce proprio satelliti e moduli spaziali. 

La castrazione potrebbe danneggiare la salute del cane

La Stampa

zampa


I ricercatori hanno analizzatoi risultati su 759 esemplari di golden retriever: aumenterebbe il rischio di sviluppare malattie alle articolazioni degli animali

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La castrazione potrebbe creare problemi alla salute dei cani, aumentando il rischio di sviluppare alcuni tipi di cancro e malattie alle articolazioni. Lo studio, condotto sui golden retriever, è stato pubblicato sulla rivista PLoS ONE da parte della University of California di Davis. Gli scienziati hanno esaminato i registri sanitari di 759 esemplari di questa razza scoprendo un tasso doppio di displasia all’anca fra i cani che erano stati castrati prima di compiere un anno. 

Secondo Benjamin Hart e il suo gruppo, l’associazione fra castrazione e rischi per la salute del cane resta complessa: ad esempio, la maggiore incidenza di malattie alle articolazioni fra i cani castrati molto preso è probabilmente una combinazione dell’effetto di questa pratica sulla crescita del giovane cane e dell’aumento di peso che normalmente si verifica nei cani castrati. Lo studio ha comunque rivelato un tasso molto più alto di displasia all’anca, rottura del legamento crociato craniale, linfosarcoma, emagiosarcoma e mastocitoma in esemplari di golden retriever (femmina o maschio) sterilizzati o castrati rispetto agli altri, indipendentemente dal momento della castrazione. 

Napolitano va in pensione, il segretario no, lavorerà per Re Giorgio per altri 3 anni

Libero

Con un decreto legislativo varato dal governo lo scorso gennaio, il segretario del presidente lavorerà al suo fianco per altri 36 mesi


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Il segretario generale del Qurinale, Donato Marra è l'uomo di fiducia di Giorgio Napolitano. Re Giorgio tra qualche mese lascia il Colle. Il suo settennato è finito. E dovrebbe finire anche quello di Donato Marra, che è entrato al Qurinale nel 2006 proprio con Napolitano. Ma il segretario non molla la presa. Lui, consigliere di Stato, dovrebbe tornare al Consiglio di Stato, il tribunale d'appello del Tar. Per quella carica c'è la pensione a 75 anni. Donato Marra ha 72 anni. Ad agosto il segretario generale compie 73 anni. Da lì mancherebbero 2 anni per la pensione, qualora rientrasse nel Consiglio di Stato.

Ma nel decreto legislativo varato dal governo lo scorso 22 gennaio, a Camere sciolte, sugli incarichi extragiudiziari dei magistrati è stata inserita una norma che consentirà al segretario generale del Quirinale, Donato Marra, di poter proseguire a lavorare al fianco di Giorgio Napolitano anche nei prossimi tre anni, senza dover riprendere servizio da consigliere di Stato. Insomma altri tre anni accanto a Re Giogio che si porta a "casa" il suo segretario. Insomma il presidente va in pensione, ma il segretario no. L'ultima scena di un settennato discutibile. Va detto che la figura del "capo dell'ufficio del presidente emerito della Repubblica" era stata creata da Francesco Cossiga.

suite quirinalizia

Ecco le "spese pazze" del Colle: tra bestiame, vestiti e mobili  Re Giorgio ci costa 243 milioni

Ecco le "spese pazze" del Colle: tra bestiame, vestiti e mobili  Re Giorgio ci costa 243 milioni


Corsa al Quirinale

Non ci liberiamo di Napolitano:  ecco perché resterà al Quirinale

Non ci liberiamo di Napolitano: ecco perché resterà al Quirinale

Roma, vini con foto di Hitler, Mussolini, Stalin venduti a due passi dal Viminale

Il Messaggero
di Laura Bogliolo


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ROMA - Sorpresa, imbarazzo e poi la rabbia. L'arcobaleno delle emozioni nello sguardo di Giselle, turista francese che corre verso la stazione Termini, si oscura davanti a quel volto in bianco e nero che ancora terrorizza: c'è Hitler che saluta con il braccio destro alzato, accanto anche la versione del Führer che posa insieme a Benito Mussolini. Giselle scuote la testa e sussurra: «Spero si tratti di una provocazione, fa paura».

VIDEO
- I vini nostalgici


Indigna vedere esposte in una vetrina di un'enoteca del centro di Roma vini con etichette di Hitler, Mussolini, ma anche Stalin. Si trema quasi, per l'imbarazzo della risposta, quando Giselle voltandosi chiede cosa sia quella grande struttura sulla quale si erge la bandiera italiana: «E' il Viminale, è la sede del ministero dell'Interno». Già, a pochi passi dalla bottega c'è lo storico palazzo voluto da Giolitti come centro nevralgico del potere esecutivo, oggi base del ministero dell'Interno.

Via del Viminale. A dare il benvenuto nella piccola bottega, c'è un enorme scaffale stracolmo di vini con etichette molto particolari. Si può scegliere tra le tante pose di Hitler o di Mussolini, c'è anche la versione con entrambi i volti dei dittatori. Il commerciante, che rifiuta una video intervista, precisa subito: «E' storia, quella è storia, sono cose successe oltre novant'anni fa, la politica non c'entra».

La politica non c'entra, ma il venditore ci tiene proprio a precisare che «la par condicio» nell'enoteca a due passi dal Viminale viene rispettata. «Ecco vede, ci sono anche le bottiglie di vino con le etichette di Stalin, Marx e il Che, qui non si fanno differenze di colore». In vetrina le bottiglie esposte sono quasi tutte con etichette Mussolini e il Führer, tra i due dittatori c'è anche una bottiglia con Giovanni Paolo II. C'è anche un vino del Che e uno di Stalin.

«I vini con l'etichetta di Hitler sono i più venduti» racconta. Ma chi le acquista? «Soprattutto stranieri, tedeschi, in Germania la vendita è vietata e molti vengono qui a comprare questi ricordi». Ricordi delle pagine più brutte dell'umanità, “souvenir” che prendono il posto di soprammobili con l'immagine del Colosseo. Tempo fa qualche variazione c'è stata nelle etichette delle bevute nostalgiche.

«Prima c'era anche la svastica, poi è stata vietata» racconta il commerciante che mostra un vino con l'immagine del Führer modificata: sul braccio di Hitler è stato oscurato il simbolo della storia del nazismo. Solo un fotoritocco al computer per superare ogni difficoltà legale.

Già, cosa dice la legge? Nel 2007 il Tribunale di Bolzano aveva disposto il sequestro dei vini di un produttore di Udine con immagini di Hitler e Benito Mussolini. Dopo un mese è stato disposto il dissequestro. Stessa storia nel 1995 dove si contestava la «minimizzazione del fascismo». Ad agosto è finita sui tavoli della procura della repubblica di Verona una denuncia fatta da una coppia di turisti ebrei statunitensi rimasta sconcertata dalla vendite di bottiglie con etichette di Hitler in un supermercato.

E Roma non è da meno, anzi: a pochi metri dalla sede del ministero dell'Interno si possono fare acquisti nostalgici. Sul bancone della bottega ci sono anche le versioni mini dei liquori definiti «storici»: sono tutti con il volto del Duce. Ma quale è il sapore dei vini nostalgici? Tra Hitler, Mussolini e Stalin non c'è differenza, sono tutti Chardonnay. Stessa sensazione.


FOTOGALLERY

Roma, vini con le etichette di Hitler, Mussolini e Stalin vendute a due passi dal Viminale (foto Giacomo Gabrielli-Toiati)



laura.bogliolo@ilmessaggero.it

Lunedì 18 Febbraio 2013 - 18:33
Ultimo aggiornamento: 20:31

Uccisa a fucilate la cerbiatta BelindaEra la mascotte del paese, bimbi in lacrime

Corriere della sera

Trovata in una stalla quando era cucciola, allattata e nutrita da tutta la comunità. Un cacciatore le ha sparato per strada

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Come nel film Bambi. Finale leggermente differente, ma sempre tragico. Qui è la cucciola a morire, non la madre. A Biserno, paesino di 90 anime sull'Appenino Forlivese, impallinata e uccisa senza pietà dai cacciatori, venerdì pomeriggio, è stata la cerbiatta Belinda, due anni e mezzo, che del piccolo borgo era diventata ben presto la mascotte. Adottata da proprietari di agriturismi e ristoranti del posto, dai loro clienti, adulti e bambini. Che adesso sono in lacrime, choccati. La loro Belinda non c'è più, uccisa da un cacciatore che le ha sparato da una distanza di neanche 50 metri, in una via centrale dell'abitato. Un'esecuzione, insomma.

Video Belinda gioca con i bambini

«CENA» IN PIZZERIA - Belinda aveva preso abitudini e orari quasi «umani», tanto da presentarsi all'ingresso della pizzeria regolarmente alle 19 e 30 dopo essere scesa dai boschi che circondano il paesotto. E qui c'era sempre qualcuno, tra proprietari e clienti, che provvedeva a a regalarle croste, avanzi, un frutto o una fetta di torta. Per i più piccini giocare con Belinda, paciosa, affatto diffidente, era una festa. Ed erano molte le famiglie che venivano a trascorrere il fine settimana a Biserno soltanto per poter vedere la cerbiatta.

IL GIALLO DELL'UCCISIONE - Quel che è successo venerdì sera, poco dopo le 17 e 30, ha tutti i contorni di un giallo che però, a oltre 72 ore dall'uccisione della cerva, dovrebbe essere prossimo alla soluzione. Incolpato dell'esecuzione di Belinda è un cacciatore di Biserno, in qualche modo «reo confesso» perchè, come prevede la prassi, ha regolarmente registrato l'uccisione al registro venatorio della Provincia. «Ho sentito distintamente i colpi di fucile, hanno tremato i vetri. -racconta Andrea Cocchi, 28 anni, titolare dell'agriturismo «il Molino» -. Sono uscito, assieme al proprietario del ristorante "Vecchia Romagna", per vedere cosa stesse accadendo: a sparare è stato un vicino di casa, un cacciatore fanatico. Quando ci ha visti ha gridato: "Non avvicinatevi, è meglio per voi se non vi avvicinate". Non riesco a comprendere perchè lo abbia fatto: non solo ha ucciso un animale che in qualche modo era diventato il simbolo della nostra comunità, ma lo ha fatto addirittura nell'abitato, dove è tassativamente vietata la caccia».

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TROVATA NELLA STALLA - Proprio ad Andrea, Biserno deve «l'adozione», nel maggio 2011, della cerbiatta uccisa venerdì. «Non so come fosse finita nella stalla, era piccolissima. La madre doveva averla data alla luce pochi mesi prima. Presumo che sia morta perchè non succede mai che un cucciolo venga abbandonato. Le abbiamo dato il nome di Belinda perchè... era bella, un muso dolce, proprio come quello di Bambi. L'abbiamo nutrita dandole ogni giorno, grazie anche all'aiuto di tutta la comunità, sei o sette litri di latte. Per qualche mese ha dormito nella stalla. Poi si è fatta una specie di cuccia qui vicino, nel bosco».

«ADOTTATA» DA BISERNO - Nel frattempo Belinda era già diventata una «cittadina» del minuscolo borgo romagnolo. Di giorno i giochi con i bambini, dai quali prendeva il cibo dalle mani. Poi nel pomeriggio una specie di siesta, accucciata sullo zerbino all'ingresso del ristorante «La vecchia Romagna», dove la sera trovava anche il suo pasto, servito direttamente dalle cucine del locale.

L'UCCISIONE - Venerdì pomeriggio Belinda è stata ammazzata. Una vera e propria esecuzione. La cerbiatta passeggiava tra le stradine del paese. E' stata freddata con un fucile da caccia che ha sparato la «rosa» di grossi pallini a una cinquantina di metri. «Ci fosse stato un cristiano nelle vicinanze - è il sospiro di Andrea Cocchi - sarebbe stato colpito anche lui». La vicenda è destinata ad avere un risvolto giudiziario. «Tra i nostri clienti ci sono carabinieri e poliziotti, so che vogliono presentare un esposto all'autorità giudiziaria. Di una cosa qui a Biserno siamo tutti sicuri: l'uccisione della povera Belinda non ha nulla a che fare con la caccia. E' come se avessero sparato a qualcuno di noi».

Alessandro Fulloni
@alefulloni18 febbraio 2013 | 21:04

Morire per una pelliccia: la strage dei visoni in un documentario choc

Corriere della sera

Ogni anno in Italia uccisi 200 mila esemplari. E gli attivisti preparano la mobilitazione
Il videoreportage choc
(Immagini sconsigliate a un pubblico sensibile)


Morire per una pelliccia (13/02/2013)

Le immagini di un video choc realizzato dagli animalisti di Nemesi Animale riaccendono i riflettori sul tema dell’allevamento di pellicce. Gli animalisti giocano d’anticipo, alla vigilia della settimana della Moda. È questo un antipasto di una protesta che s’annuncia ben più articolata, come insegna la vicenda Green Hill, di cui l’associazione Nemesi Animale è stata una degli artefici.

LA STRAGE - Ogni anno, in Italia, si ripete una «strage» di 200 mila tra visoni e cincillà. Nel mondo, spiegano gli autori del video, sono 70 milioni gli animali allevati ancora solo per produrre pellicce. «È un problema culturale. Ci vuole tempo ma già oggi i giovani stilisti creano senza bisogno delle pellicce», aveva detto la scorsa primavera l’ex ministro del Turismo Michela Brambilla, di aver depositato alla Camera una proposta di legge che vieta allevamento, cattura e uccisione di animali per ottenere pelli e pellicce, oltre che la produzione, l’esportazione, la commercializzazione, la detenzione e la cessione di pellicce da animali allevati in Italia. Firme erano state raccolte a sostegno. Ora Nemesi Animale annuncia di avere pronto un nuovo testo da depositare al governo che si insedierà dopo le elezioni. E di iniziare sin d’ora una nuova raccolta di firme.

GLI ALLEVAMENTI - In Italia ci sono ancora 16 allevamenti di visoni e altri di cincillà. Le pellicce vengono in buona parte esportate. In Europa sono già stati fatti passi avanti nella tutela del benessere animale: l' Olanda dal '95 vieta l'allevamento delle volpi e dei cincillà; la Gran Bretagna ha bandito gli allevamenti in quanto ritenuti crudeli dal 2000, come Austria, Danimarca, Croazia e Bosnia. Mentre Germania, Svizzera, infine Svezia e Bulgaria hanno adottato forti restrizioni per gli allevamenti. Più di 40 anni sono passati da quando le imprese di Brian Davis contro il mercato delle pelli di foca fecero crescere la coscienza animalista. «Quasi nessuno in Italia è a conoscenza dell’esistenza di questi allevamenti, come sono fatti, dove si trovano, che vita fanno i visoni in gabbia, come vengono uccisi». Ecco dunque un primo documentario, riprese e fotografie ma anche immagini da telecamere nascoste.


Paola D'Amico
13 febbraio 2013 (modifica il 18 febbraio 2013)

Carne di cavallo, Nestlè ritira ravioli e tortellini dal mercato italiano

Corriere della sera

Si allarga lo scandalo iniziato con le lasagne Findus. La decisione anche per la Spagna. Nessun commento della multinazionale

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Si allarga lo scandalo della carne di cavallo venduta come manzo, scoppiato in Gran Bretagna con alcuni prodotti Findus. La multinazionale svizzera Nestlè, la più grande azienda di prodotti alimentari del mondo, ha ritirato dai mercati di Italia e Spagna i «Ravioli di Brasato Buitoni» e «I Tortellini di Carne». La decisione dopo i test effettuati sui tutti i prodotti della filiera: dalle analisi infatti, sono emerse tracce di Dna di cavallo pari a poco più dell’1%.




Lo scandalo


Carne di cavallo, Nestlè ritira dal mercato ravioli e tortellini (19/02/2013)
 

Carne di cavallo al posto del manzo: Ue impone giro di vite (14/02/2013)


I CONTROLLI - La notizia della decisione della Nestlè è stata pubblicata sul sito del Financial Times. La multinazionale svizzera non ha rilasciato nessun commento ma secondo il quotidiano britannico avrebbe informato le autorità di Italia e Spagna che si occupano di sicurezza alimentare. Appena una settimana fa la Nestlè aveva dichiarato che i propri prodotti a base di manzo non contenevano nessuna traccia di carne da cavallo.


Redazione Online18 febbraio 2013 (modifica il 19 febbraio 2013)